Notiziario religioso 25-26 Gennaio
2010
Lunedì 25. Il commento al Vangelo. “Predicate il vangelo ad ogni creatura”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 16,15-18) commentato da P. Lino Pedron
15 Gesù disse
loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. 16 Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. 17 E
questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome
scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano i
serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le
mani ai malati e questi guariranno».
La finale del
vangelo di Marco insiste sulla missione di portare il vangelo in tutto il
mondo, unendo strettamente la testimonianza della parola a quella delle opere,
dei segni.
Con l’esortazione
alla missione universale si congiunge l’affermazione che per la salvezza sono
richiesti la fede e il battesimo. Inoltre agli annunciatori del vangelo viene
promesso che la loro predicazione missionaria sarà sostenuta e confermata dai
miracoli compiuti da Gesù risorto.
La trasmissione
delle parole di Gesù è al centro del testo e ha lo scopo di fare cristiani
tutti i popoli. La missione, l’andare da tutti gli uomini, è un incarico che va
capito bene.
Se la missione è
trasmettere agli uomini la parola di Gesù e le sue direttive per fare di loro,
mediante il battesimo, dei discepoli, ciò esclude due malintesi.
Il primo è il
malinteso della rivendicazione del potere politico. Una concezione utopistica è
quella di W. Soloviev che ritiene il regno di Dio come uno stato teocratico in
questo mondo, e vede questa concezione radicata nella volontà di Gesù. Sulla
terra vi sarebbe un unico potere, e questo non apparterebbe a Cesare, ma a Gesù
Cristo.
L’altro malinteso
è la relativizzazione dell’incarico missionario, che arriva a sostenere che il
compito dell’evangelizzazione consiste nell’aiutare i buddisti a diventare
buddisti migliori, i musulmani a diventare più ferventi musulmani, e via
dicendo.
Il dialogo
necessario con le religioni mondiali non elimina la necessità dell’annuncio e
della testimonianza, della fede cristiana e del battesimo. E’ il Cristo risorto
al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra (cfr Mt 18, 28), che
manda i cristiani a predicare il vangelo ad ogni creatura.
La missione è
necessaria per volontà di Dio, il quale ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.
P. Lino Pedron, de.it.press
Martedì 26. Il commento al Vangelo. L’invio dei settantadue discepoli
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 10,1-9) commentato da P. Lino Pedron
1 Dopo questi
fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due
avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La
messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe
perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli
in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate
nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a
questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di
lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e
bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non
passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno,
mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano,
e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.
Questo brano di
vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e
inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue
ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi;
capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.
I missionari di
Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione,
perché nella testimonianza di due o tre c’è la garanzia di ogni verità (cfr Dt
17,6; 19,15),
Rispetto all’estensione
del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è
sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono
imperativi: "pregate" e "andate" (v. 3). La missione degli
inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del
vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù
li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo
ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è
quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.
Gesù manda i suoi
discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce
dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per
il Padre e tra di loro. L’inizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi
cose: "La messe è molta" (v. 2), cioè tutta l’umanità attende da noi
il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati.
Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli. P. Lino
Pedron, de.it.press
«La Rete va sfruttata, nuovi media sono utili anche per evangelizzare»
Il Papa apre le
porte all'era digitale: "Internet è una grande opportunità"
Il messaggio del
Pontefice nella "Giornata della comunicazione"
ROMA - È «sempre
più importante ed utile» l’uso dei «moderni mezzi di comunicazione» nel
«ministero sacerdotale», secondo il Papa, che dedica al tema il messaggio per
la 44esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio). «Con la
loro diffusione - scrive Benedetto XVI nel messaggio presentato oggi in sala
stampa vaticana - la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa
più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il
Sacerdote viene a trovarsi come all’inizio di una ’storia nuovà, perché, quanto
più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo
digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene
pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio
della Parola».
Certo, il Papa
ammette «il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera
esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come
uno spazio da occupare», e sottolinea che «ai presbiteri , invece, è richiesta
la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al
messaggio evangelico», avvalendosi, «accanto agli strumenti tradizionali,
dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video,
animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e
utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi». In questo senso, i
preti devono coniugare «l’uso opportuno e competente di tali strumenti,
acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione
teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo
colloquio con il Signore».
Più
specificamente, per Ratzinger «compito di chi, da consacrato, opera nei media è
quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità
del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni
spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo ’digitalè i
segni necessari per riconoscere il Signore; donando l’opportunità di educarsi
all’attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e
favorisce lo sviluppo umano integrale».
Una «pastorale nel
mondo digitale», è chiamata, secondo il Papa, «a tener conto anche di quanti
non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di
verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in
contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni
cultura». «Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di
preghiera per tutti i popoli - scrive Benedetto XVI in un passaggio del suo
messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali - è forse
possibile ipotizzare che il web possa fare spazio, come il ’cortile dei gentilì
del Tempio di Gerusalemme, anche a coloro per i quali Dio è ancora uno
sconosciuto?». LS 23
Il Papa: "Si apre una nuova era. Internet va evangelizzato"
Benedetto XVI
nella Giornata delle comunicazioni sociali esorta i sacerdoti: "Portare la
parola di Dio nel continente digitale, rivolgendosi anche ai non credenti"
CITTA' DEL
VATICANO - Si apre una "nuova era", quella dell'evangelizzazzione del
web: nel messaggio per la 44esima Giornata Mondiale delle Comunicazione sociali
papa Benedetto XVI invita la chiesa intera a guardare a Internet con
entusiasmo e audacia ed esorta i sacerdoti a diventare navigatori della rete, a
partecipare ai social network e a portare la parola di Dio nel grande
continente digitale.
"Una
pastorale nel mondo digitale è chiamata a tener conto anche di quanti non
credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non
caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con
credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura"
afferma Benedetto XVI per il quale "è forse possibile ipotizzare che il
web possa fare spazio anche a coloro per i quali Dio è ancora uno
sconosciuto".
"Anche nel
mondo digitale - auspica il Papa - deve emergere che l'attenzione amorevole di
Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita,
ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale,
infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all'umanità
smarrita di oggi, che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a
vicenda".
"Chi meglio
di un uomo di Dio - si chiede Ratzinger in riferimento al tema di quest'anno,
"Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio
della Parola" - può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie
competenze nell'ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e
attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato
come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l'oggi e costruire
adeguatamente il futuro?".
"Compito di
chi, da consacrato, opera nei media è quello - prosegue il Papa - di spianare
la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e
l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli
uomini che vivono questo nostro tempo digitale i segni necessari per
riconoscere il Signore; donando l'opportunità di educarsi all'attesa e alla
speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo
umano integrale". LR 23
Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI
Ecco il testo
integrale del Messaggio del Papa per la 44ª Giornata mondiale delle
comunicazioni sociali, "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i
nuovi media al servizio della Parola" (16 maggio 2010).
Cari fratelli e
sorelle, il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali -
"Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio
della Parola" -, si inserisce felicemente nel cammino dell'Anno
sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto
e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale
vengono offerte al Sacerdote nuove possibilità di esercitare il proprio servizio
alla Parola e della Parola. I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da
tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità
ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed
instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro
recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre
più importante ed utile l'uso nel ministero sacerdotale.
Compito primario
del Sacerdote è quello di annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne, e
comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i
Sacramenti. Convocata dalla Parola, la Chiesa si pone come segno e strumento
della comunione che Dio realizza con l'uomo e che ogni Sacerdote è chiamato a
edificare in Lui e con Lui. Sta qui l'altissima dignità e bellezza della
missione sacerdotale, in cui viene ad attuarsi in maniera privilegiata quanto
afferma l'apostolo Paolo: "Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in
lui non sarà deluso... Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà
salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come
crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno
parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono
stati inviati?" (Rm 10,11.13-15).
Per dare risposte
adeguate a queste domande all'interno dei grandi cambiamenti culturali,
particolarmente avvertiti nel mondo giovanile, le vie di comunicazione aperte
dalle conquiste tecnologiche sono ormai uno strumento indispensabile. Infatti,
il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di
espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni
all'esortazione paolina: "Guai a me se non annuncio il Vangelo!" (1 Cor
9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell'annuncio non
solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed
efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all'inizio di una
"storia nuova", perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno
relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto
più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio
impegno, per porre i media al servizio della Parola.
Tuttavia, la
diffusa multimedialità e la variegata "tastiera di funzioni" della
medesima comunicazione possono comportare il rischio di un'utilizzazione
dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di
considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare. Ai
Presbiteri, invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo
digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il
proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso,
attraverso le tante "voci" scaturite dal mondo digitale, ed
annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali,
dell'apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video,
animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e
utili mezzi anche per l'evangelizzazione e la catechesi.
Attraverso i
moderni mezzi di comunicazione, il Sacerdote potrà far conoscere la vita della
Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo, coniugando
l'uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di
formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità
sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore. Più che la mano
dell'operatore dei media, il Presbitero nell'impatto con il mondo digitale deve
far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un'anima non solo al
proprio impegno pastorale, ma anche all'ininterrotto flusso comunicativo della
"rete".
Anche nel mondo
digitale deve emergere che l'attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non
è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto
concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter
mostrare agli uomini del nostro tempo, e all'umanità smarrita di oggi, che
"Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda"
(Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri
natalizi: L'Osservatore Romano, 21-22 dicembre 2009, p. 6).
Chi meglio di un
uomo di Dio può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie
competenze nell'ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e
attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato
come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l'oggi e costruire
adeguatamente il futuro? Compito di chi, da consacrato, opera nei media è
quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità
del contatto umano e l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni
spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo
"digitale" i segni necessari per riconoscere il Signore; donando
l'opportunità di educarsi all'attesa e alla speranza e di accostarsi alla
Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale. Questa potrà
così prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio
delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di
cittadinanza di Dio in ogni epoca, affinché, attraverso le nuove forme di comunicazione,
Egli possa avanzare lungo le vie delle città e fermarsi davanti alle soglie
delle case e dei cuori per dire ancora: "Ecco: sto alla porta e busso. Se
qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con
lui ed egli con me" (Ap 3,20).
Nel Messaggio
dello scorso anno ho incoraggiato i responsabili dei processi comunicativi a
promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona
umana. E' questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata ad esercitare
una "diaconia della cultura" nell'odierno "continente
digitale". Con il Vangelo nelle mani e nel cuore, occorre ribadire che è
tempo anche di continuare a preparare cammini che conducono alla Parola di Dio,
senza trascurare di dedicare un'attenzione particolare a chi si trova nella
condizione di ricerca, anzi procurando di tenerla desta come primo passo
dell'evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a
tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore
desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi
consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non
credenti e persone di ogni cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare
una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile
ipotizzare che il web possa fare spazio - come il "cortile dei
gentili" del Tempio di Gerusalemme - anche a coloro per i quali Dio è
ancora uno sconosciuto?
Lo sviluppo delle
nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale
rappresentano una grande risorsa per l'umanità nel suo insieme e per l'uomo
nella singolarità del suo essere e uno stimolo per il confronto e il dialogo.
Ma essi si pongono, altresì, come una grande opportunità per i credenti.
Nessuna strada, infatti, può e deve essere preclusa a chi, nel nome del Cristo
risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all'uomo. I nuovi media,
pertanto, offrono innanzitutto ai Presbiteri prospettive sempre nuove e
pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione
universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta; ad essere
testimoni, nel mondo d'oggi, della vita sempre nuova, generata dall'ascolto del
Vangelo di Gesù, il Figlio eterno venuto fra noi per salvarci. Non bisogna
dimenticare, però, che la fecondità del ministero sacerdotale deriva
innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con
la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei
Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione.
A voi, carissimi
Sacerdoti, rinnovo l'invito a cogliere con saggezza le singolari opportunità
offerte dalla moderna comunicazione. Il Signore vi renda annunciatori
appassionati della buona novella anche nella nuova "agorà" posta in
essere dagli attuali mezzi di comunicazione.
Con tali voti,
invoco su di voi la protezione della Madre di Dio e del Santo Curato d'Ars e
con affetto imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.
La settimana di
preghiera per l’unità dei cristiani e il mondo dell’immigrazione: un’occasione
di incontro per un cammino ecumenico.
ROMA - La
settimana di preghiera per l’unità dei cristiani diventa un momento importante
per far incontrare il cammino ecumenico con il cammino degli immigrati.
L’immigrazione in Italia ha portato anche ad incontrare l’esperienza di fede di
cristiani provenienti da oltre 190 Paesi del mondo. Infatti, degli oltre 4
milioni di immigrati, 2.011.000 sono cristiani, di cui 1.105.000 (28,4%)
ortodossi, soprattutto provenienti dalla Romania, 739.000 cattolici (19%),
121.000 protestanti (3,1%) e 46.000 (1,2%) altri cristiani. In 12 regioni
d’Italia il numero degli immigrati di fede e di tradizione cristiana sono la
maggioranza, con percentuali che raggiungono il 67% nel Lazio e l’80% in
Sardegna. Le regioni in cui i fratelli ortodossi sono percentualmente più
presenti sono, con oltre il 30%, la Calabria, la Basilicata, la Campania, il
Friuli, il Lazio, il Molise, il Piemonte, Umbria e Veneto. Questa dispersione
territoriale dipende in larga misura dall’insediamento di due collettività
numerose a maggioranza ortodossa: rumena e ucraina. I cattolici sono la metà
del totale dei cristiani in Sardegna, il 30% in Liguria e oltre il 20% in
Lombardia, nel Lazio e nel Molise. La settimana ecumenica, nelle nostre
comunità può diventare un’occasione ulteriore per momenti di preghiera e di
incontro che aiutino una comunità a valorizzare la ricchezza di presenze
cristiane, nella consapevolezza di costruire insieme, anche nella parrocchia
oltre che nella città, una comunione e un’unità, superando divisioni ed
esclusioni. La settimana di preghiera aiuta anche a respirare come cristiani “a
due polmoni” - come amava dire Giovanni Paolo II - con l’incontro tra la
tradizione cristiana orientale - di cui sono ricchi soprattutto gli immigrati
provenienti dall’Est europeo - e la tradizione cristiana occidentale. Al tempo
stesso, come hanno sottolineato i due recenti sinodi africano e mediorientale,
la settimana ecumenica è un invito come cristiani a coniugare la fede con la
carità e la giustizia, con la pace nella preghiera comune con fratelli
cristiani che provengono da Paesi segnati dalla fame, dall’ingiustizia e dalla
guerra. I 700 Centri pastorali per gli immigrati cattolici in Italia, le
numerose Missioni italiane in Europa e
nel mondo con oltre 500 missionari, la presenza di oltre 2000 sacerdoti
stranieri inseriti nella pastorale ordinaria nelle nostre parrocchie e
comunità, possono aiutare a rendere la nostra Chiesa un ‘laboratorio’ di “esercizio
dell’ecumenismo” - come ci ricorda il Concilio Vaticano II nel secondo capitolo
del decreto Unitatis redintegratio - in cui sperimentare anche momenti di
dialogo ecumenico, ricchi di una lingua e di un’esperienza che può facilitare
incontri e dibattiti. La preghiera della settimana ecumenica oggi, in un mondo
di mobilità, non ha bisogno di guardare lontano per trovare il suo significato e
valore: basta guardare in casa, in parrocchia, al quartiere e alla città per
ritrovare i volti e le esperienze di un cristianesimo chiamato a rinnovare la
sua storia di comunione. (G. Perego, Migranti-press)
Clima disteso tra Chiesa e mondo ebraico
La visita del Papa
in Sinagoga. L’unanime condanna della Shoah, le parole del Pontefice e
l’accordo di collaborare per la pace
Il 17 gennaio scorso si è conclusa
positivamente la visita di Benedetto XVI nella Sinagoga di Roma, fatta 24 anni
dopo Giovanni Paolo II, primo Pontefice a varcare la soglia di un tempio
ebraico. Alla vigilia aveva creato timori la critica a Pio XII, da alcuni Ebrei
ingiustamente accusato di connivenza con il nazismo. Motivo per il quale
Giuseppe Laras, presidente dei rabbini italiani, si è rifiutato di partecipare
all’incontro ritenendolo “inutile e negativo”, in quanto “non deriverà nulla di
positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in
genere”. Un dissenso determinato anche dalla recente firma pontificia del
decreto sulle “eroiche virtù” di Papa Pacelli, male accolta dalle “famiglie dei
superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato Italiano”.
Certo, c’è libertà di opinione. Ma essa, per
non diventare pregiudizio, deve basarsi sui fatti, non solo sul puro
antagonismo ideologico o religioso. Che per secoli la Chiesa Cattolica sia
stata antisemita ed abbia accusato di deicidio gli Ebrei - residenti a Roma fin
dai tempi di Giulio Cesare - è provato, tra l’altro, dall’umiliante ghetto
istituito nel 1555 da Paolo IV proprio dove ora c’è la sinagoga. Antigiudaismo
superato da Giovanni XXIII e con la Dichiarazione Nostra aetate, promulgata nel
1965 dal Concilio Vaticano II, con cui si diede origine al dialogo. Vero anche
che Pio XII non condannò espressamente il nazismo, ma il suo silenzio fu
determinato dalla consapevolezza che il Führer avrebbe reagito con violenza. E
che, nell’ottobre ’43, furono catturati 1.023 Ebrei su i circa 8.000 residenti
a Roma, 288 dei quali bambini (ne rientrarono vivi solo 17 ed un solo
minorenne), ma proprio questi numeri dimostrano come la Santa Chiesa abbia
cercato in tutti i modi di salvarli attraverso “un’azione di soccorso nascosta
e discreta” del Papa; aiuto testimoniato, tra gli altri, da Albert Einstein,
Golda Meir, Moshe Sharett; dal rabbino Herzog, oltre a Pinchas Lapide, console
israeliano a Milano.
Indubbio che esista tuttora un notevole
antisemitismo, oltre al fondamentalismo islamico che vuole annientare,
culturalmente e fisicamente, lo Stato d’Israele e gli Ebrei tutti: c’è a
livello internazionale ma anche in Italia ove, negli anni 80, la comunità
ebraica soffrì il “vento dell’odio”, come ricorda il rabbino Toaff; e dove - è
Gian Antonio Stella a segnalarlo su il Corriere della Sera del 19 gennaio 2010
- all’inserimento su Internet, effettuato dal Centro documentazione ebraica
contemporanea, delle fotografie dei bambini uccisi nei lager, ha fatto seguito
una serie di vergognosi commenti.
Tuttavia ciò non giustifica le parole del
presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, riferite a Pio
XII il cui “silenzio davanti alla Shoah fa ancora male perché avrebbe dovuto
fare qualcosa. Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte, ma
avrebbe lanciato un segnale, una parola di estremo conforto, di umana
solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati verso i forni
crematori di Auschwitz”. Eppure la sua famiglia e lui stesso sono sopravvissuti
grazie all’aiuto delle suore di un convento di Firenze: chi, se non Papa
Pacelli, aveva chiesto di nascosto a religiosi e monache di ospitarne il più
possibile, condividendone paure e speranze?
Opportuna, quindi, la risposta di Benedetto
XVI che inizia la visita dal luogo dove stazionarono i camion tedeschi per deportare
i Semiti e che, dopo aver sottolineato quanto sia stata sconvolgente la Shoah
ed aver ammesso che “purtroppo molti rimasero indifferenti”, rammenta che tanti
cattolici italiani ed “anche la Sede Apostolica, sostenuti dalla fede, aprirono
le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati, a rischio stesso della loro
vita”. Non nomina Pio XII ma il riferimento al Papa è evidente, così come è
lampante l’invito a ricordare le cose come stanno, perché solo “la memoria
spinge a rafforzare i legami, affinché crescano sempre di più la comprensione e
la fiducia”.
Lo spirito che ha guidato il Santo Padre si
legge nel ringraziamento rivolto al “Signore per averci fatto il dono di
ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a
percorrere la strada della riconciliazione”; e nel richiamo al “beneamato
predecessore Giovanni Paolo II al quale si deve lo sforzo per superare
incomprensione e pregiudizi e che chiese scusa per le sofferenze che il popolo
di Israele aveva dovuto patire nei secoli”. Ratzinger condanna l’Olocausto,
simbolo di un “regime senza Dio”, e lancia un monito contro chi vuole
stravolgere la storia, perché “qualsiasi negazione o minimizzazione della Shoah
è inaccettabile e intollerabile”, implicitamente riferendosi anche ai
Lefebvriani che negano l’esistenza delle camere a gas.
Un discorso semplice ed informale che - come
il Papa stesso ha detto - “s’inserisce nel cammino tracciato per rafforzare il
dialogo, per manifestarvi la stima e l'affetto che il Vescovo e la Chiesa di
Roma nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo”.
Che ribadisce la linea “irrevocabile” del Concilio Vaticano II, nonostante le
differenze esistenti e i relativi problemi. Che, in nome del Dio comune e di
quei Dieci Comandamenti dai quali, “come fiaccola dell’etica”, nasce il
rispetto della vita e della dignità dell’uomo, anche se straniero o
appartenente ad un’altra religione, invita a lavorare insieme ai Cristiani per
difendere l’ambiente, la famiglia, “cellula fondamentale della società” e
l’essere umano anche nel suo stato embrionale; per aiutare i poveri e i più
deboli, spesso calpestati ed ignorati da una società oggi estremamente
consumistica. Soprattutto, riprendendo quanto detto dal rabbino Di Segni, per
contribuire, anche con i Musulmani che rifiutano la violenza, a rendere più
pacifico il mondo. Cristiani ed Ebrei credono nello stesso Dio. In nome del
quale si possono spegnere polemiche e diffidenze.
Egidio Todeschini,
de.it.press
"Non ho mai
parlato con Dio né visitato il cielo / eppure so dov'è / come se avessi il
biglietto per entrare".
Versi di una
poesia di Emily Dickinson che, scrive Giorgio Torelli, "sarebbero
piaciuti" a Indro Montanelli.
Ed è sempre il
collaboratore e amico del fondatore e direttore del quotidiano "il
Giornale" a ricordare la piccola croce di colore rosso che gli aveva
donato al ritorno da Dachau dopo la visita al monastero di clausura accanto
all'ex-campo di sterminio nazista.
Qualche volta, la
piccola croce, si intravvedeva al collo di Montanelli mentre, con due dita,
batteva i tasti della sua Lettera 22.
Un'immagine che
apre pensieri sul dialogo tra Dio e i giornalisti alla vigilia della festa di
san Francesco di Sales.
Si diranno cose
molto importanti e belle, nel corso delle moltissime iniziative che si terranno
in questi giorni in ogni angolo d'Italia, si affronteranno i grandi temi
dell'etica, della verità, del servizio al bene comune, dell'obiettività.
Non sarebbe però
da giornalisti contenere queste riflessioni nella teoria di una lezione
cattedratica.
È l'occasione per
verificare come i principi e i concetti si possano anche oggi coniugare con i
volti, i fatti, i problemi, le sofferenze…
Il giornalista,
anch'egli mendicante della verità, vive sulle strade visibili della città e su
quelle invisibili delle nuove tecnologie, con la passione per la ricerca e per
l'incontro.
Non segue questi
sentieri con l'arroganza di chi ritiene di avere certezze su tutto ma li
percorre con il desiderio e la competenza di far nascere domande e di indicare
le direzioni perché, nella propria coscienza, ognuno possa poi incontrare le
risposte più vere.
Lui, il
giornalista, avrà la grande e costante preoccupazione di offrire il maggior
numero di conoscenze perché chi lo legge, lo ascolta o lo vede possa farsi un
parere personale il più oggettivo possibile.
È l'inquietudine,
allora, la caratteristica fondamentale di questa professione. Non
disorientamento o spaesamento ma voglia di cercare, di approfondire, di capire,
di farsi capire.
Come sembra di
poter affermare anche nell'esperienza del laico Montanelli, é Agostino a
indicare la via. San Francesco di Sales, che l'ha percorsa con gli strumenti e
i linguaggi del suo tempo, la indica per l'oggi come strada maestra per una
informazione efficace e rispettosa, fatta di fermezza e di pacatezza.
Non certo di
debolezza e ancor meno di pusillanimità.
I maestri del
giornalismo, anche se in modi assai diversi, hanno insegnato e insegnano che
informare è molto di più che dare informazioni: informare implica un
coinvolgimento della mente, del cuore e dell'anima mentre si raccontano
persone, fatti e problemi.
"Credo che
per fare del buon giornalismo - scrive ad esempio Ryszard Kapu?ci?ski - si
debba anzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni
giornalisti".
San Francesco di
Sales certamente conviene con queste parole, le ha vissute per primo.
Ma non è questo un
sentiero utopico, fuori dalla storia, a fronte di nuovi modelli di informazione
e di profondi cambiamenti indotti dalle nuove e potenti tecnologie?
Non spetta solo ai
giornalisti rispondere: la questione non riguarda solo chi parla o scrive.
Interroga anche chi legge, ascolta, vede.
P. Bustaffa
Per la prima volta una donna laica ai vertici del governo del Vaticano
Flaminia
Giovannelli è stata nominata dal Papa sottosegretario della Giustizia e della
Pace
CITTA’ DEL
VATICANO - Per la prima volta una donna
laica è entrata a far parte dei vertici della curia. Papa Ratzinger ha promosso
sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace Flaminia
Giovanelli, finora funzionario del dicastero, affidandole un incarico che
finora era sempre stato appannaggio di monsignori. Dopo suor Enrica Rosanna, la
religiosa che da qualche anno ricopre il ruolo di sottosegretario alla
Congregazione dei religiosi, un’altra donna sale la scala gerarchica
d’Oltretevere.
Sessantadue anni
ben portati, Flaminia Giovannelli è una apprezzata esperta di economia e di
politiche sociali, tanto è sempre stata coinvolta attivamente nelle stesure dei
principali documenti del pontificio consiglio. Figlia di diplomatici, crescita
a Bruxelles, è laureata in Scienze politiche alla Sapienza e parla
correntemente quattro lingue. Ha iniziato a lavorare in Vaticano nel 1974,
quando ancora c’era Paolo VI, l’ideatore del dicastero. Agli inizi del
pontificato di Giovanni Paolo II ha contribuito a tenere i contatti con
l’allora neonato sindacato di Solidarnosc. Si è subito fatta apprezzare per la
sua abilità nel portare avanti questioni spinose. Da tempo è molto attiva nel
campo del volontariato. A Trastevere è molto conosciuta per sfrecciare via in
bicicletta sfoggiando colorati cappellini.
«Il mio lavoro -
ha confidato la Giovanelli alla Radio Vaticana - è più di un lavoro, più di una
attività lavorativa: è diventata una specie di vocazione, lo dico spesso ai
gruppi che vengono qui a visitarci, molto numerosi, ed anche ai miei giovani
colleghi: io non credo che ci sia un lavoro altrettanto appassionante come
quello che abbiamo qui, in cui abbiamo veramente il polso delle gioie e delle
sofferenze di tutto il mondo, minuto per minuto». Quanto agli impegni futuri
che l’attendono sicuramente c’è la grande questione dei cristiani in Medio Oriente
dove la libertà religiosa scarseggia e l’emigrazione all’estero aumenta di anno
in anno.
L’arrivo della
nuova sotto-segretaria fa ben sperare. Le donne che lavorano negli uffici
vaticani attuallmente non sono tante, circa il 20 per cento, e tutte in posti
subordinati rispetto ai colleghi maschi, anche se la maggior parte di coloro
che passano le selezioni per essere assunte hanno curriculum di tutto rispetto,
conoscono le lingue e spesso sono plurilaureate. Papa Ratzinger nel corso del
suo pontificato, ha più volte spezzato una lancia a favore della condizione
femminile, dicendosi favorevole all’introduzione della par condicio. Ma i tempi
in Vaticano, si sa, sono un po’ lenti. IM 21
Settimana sociale. Un percorso condiviso. Intervista a mons. Miglio
Intervista con
mons. Miglio, presidente del Comitato organizzatore - Seminari di studio, audizioni con esperti,
aggregazioni ecclesiali e Chiese locali che hanno strutturato specifici
cammini…
C'è fermento
attorno alla 46ª Settimana Sociale, che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17
ottobre 2010. A partire dal tema "Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda
di speranza per il futuro del Paese", è in corso un lungo percorso di
preparazione. Il SIR ne ha parlato con mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e
presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei
cattolici italiani.
Innanzitutto, a
che punto è il cammino in preparazione alla Settimana Sociale?
"Iniziato da
oltre un anno, questo percorso si è presentato fin da subito più lungo rispetto
alle precedenti edizioni e con specificità sue proprie. Diversamente dal
passato, questa volta non è stato varato subito un documento preparatorio, ma
lo si vuol preparare a tappe: siamo partiti con un 'biglietto d'invito', stiamo
per rendere pubblica una 'lettera d'aggiornamento', in attesa di arrivare tra
pochi mesi al documento preparatorio vero e proprio, che sarà frutto di un
percorso di discernimento condotto assieme a numerose realtà ecclesiali e
sociali, per preparare insieme questa 'Agenda di speranza' per l'Italia".
Le Chiese locali
come stanno rispondendo all'invito di elaborare l'"Agenda di
speranza"?
"Numerose si
sono attivate con specifiche iniziative: solo a titolo esemplificativo, e non
esaustivo, penso a Firenze, Benevento, Brescia, Potenza, Cesena, Pordenone,
Ravenna, Rimini, Ivrea… In tutte queste, e altre ancora, sono state organizzate
delle settimane sociali a livello diocesano per riflettere e dare un
contributo".
In diversi casi
alla riflessione per l'"Agenda di speranza per l'Italia" se ne
affianca una per il territorio…
"Mentre
invitiamo tutti a rivolgere l'attenzione al Paese, viene istintivo porsi le
stesse domande per il proprio territorio. Mi pare che questo sia l'indicatore
di come il metodo scelto aiuti a guardare le realtà concrete, e non a discutere
con teorie astratte. In questo cammino di preparazione, poi, c'è da considerare
tutto il lavoro del mondo associativo: l'Azione Cattolica ha promosso 16
incontri a livello regionale, ma anche altre aggregazioni ecclesiali stanno
svolgendo cammini per portare all'interno della loro realtà questo
discernimento. Inoltre il Servizio nazionale per la pastorale giovanile della
Cei ha messo in piedi un percorso, fatto di incontri a livello regionale
promossi dalle pastorali giovanili locali, coinvolgendo in questo modo le
diverse diocesi".
Parlando di
futuro, sembra che quest'Agenda guardi in particolar modo ai giovani…
"Sì, e vuole
aiutarli a essere protagonisti, a non rassegnarsi. Il relativismo filosofico ed
etico oggi diffuso ha una ricaduta di tipo scettico sulla loro vita quotidiana,
e il tipo di cultura che tende a far dimenticare i problemi e a non coltivare
le domande che i giovani si portano nel cuore va in quella stessa direzione.
Noi, invece, vogliamo credere che i giovani siano ancora capaci - e loro lo
stanno dimostrando - di essere protagonisti. La loro voce ha un'importanza
particolare, e a Reggio Calabria speriamo di avere una folta rappresentanza di
giovani, non solo dal punto di vista numerico, ma anche qualificata, che si
faccia sentire".
A breve sarà resa
pubblica la "lettera di aggiornamento". In cosa consiste?
"A quanti
inviammo, lo scorso anno, il 'biglietto d'invito', ora proponiamo questa
lettera, che raccoglie il frutto dei diversi contributi arrivati. Non vuol
essere un testo definitivo, ma un passo ulteriore in questo cammino di
discernimento, per mettere in comune quanto fin qui raccolto e proseguire verso
l'Agenda".
Quali sono i nodi
cruciali fin qui emersi?
"Innanzitutto
la famiglia, primo tra quei 'soggetti vitali' che compongono la nostra società.
La coscienza del suo insostituibile ruolo sociale emerge a livello trasversale
in tutte le questioni che andiamo via via affrontando. Tra esse vi sono il lavoro
e l'impresa, l'educazione, l'immigrazione, i giovani, la partecipazione alla
vita politica".
Recentemente un
seminario ha fatto il punto sulla questione della sanità in Italia;
prossimamente un altro parlerà di formazione professionale (Roma, 26 gennaio 2010).
Quali altri appuntamenti sono in calendario?
"Ci saranno
seminari su questioni particolarmente significative, come l'immigrazione, il
lavoro dei magistrati impegnati nelle zone più a rischio mafia, le fragilità,
la realtà bancaria, i 150 anni dall'unità d'Italia ecc.".
Come affronterete
l'anniversario dell'unità d'Italia?
"Ci pare un
appuntamento importante per diversi motivi: se lo Stato ha appena 150 anni, la
nazione ha una storia ben più antica di fondamenti culturali, religiosi,
artistici. D'altra parte il prossimo 150° è già stato ricordato dal card.
Bagnasco al Consiglio permanente della Cei dello scorso settembre, nonché dalla
stessa assemblea dei vescovi, ad Assisi, nel mettere a punto un documento su
Chiesa italiana e Mezzogiorno. Tutti sappiamo in mezzo a quali tensioni si è
realizzato lo Stato unitario: ora volgiamo ribadire la nostra piena e convinta
lealtà, ricordando che l'unità del Paese è un patrimonio oggi
fondamentale". sir
Intervista a Marco Tarquinio, nuovo direttore del quotidiano della Cei
Avvenire
Dal 24 novembre
Marco Tarquinio è il nuovo direttore del quotidiano della Cei Avvenire. In
unintervista presenta le priorità e i valori del giornale
D. "Nei mesi
scorsi si è dibattuto parecchio sulla libertà d’informazione in Italia. Esiste
davvero, nei media italiani, la volontà di scavare a fondo per cercare la
verità oppure molti giornalisti si autocensurano nel timore di scontentare il
proprio editore, o peggio ancora, paventando di non poter più fare il loro
mestiere?
R. Credo che oggi
il grande problema sia non solo e non tanto quello della libertà d’informazione
quanto piuttosto quello dell’esercizio di un’informazione responsabile.
Responsabile verso i soggetti protagonisti dei fatti di cronaca e delle vicende
di interesse pubblico; e responsabile verso i lettori che devono essere
informati correttamente su tutto quello che succede. Da questo discende il
dovere dei giornalisti di avere la "schiena dritta" e lo
"sguardo limpido". Questo significa non essere asserviti a interessi
di parte ma ad esclusivo servizio dei lettori e della verità dei fatti.
D. Nel suo
editoriale d’insediamento, lei ha scritto di voler continuare ad ascoltare
"la foresta che cresce" che, come prosegue l’adagio, "fa meno
rumore di un albero che cade" anche se racchiude, però, quel
"buono" che di solito la stampa trascura.
R. Sì, sono due i
concetti forti. La mia testimonianza della continuità: io non ho inventato
nulla; questa è anche la mission che Avvenire si è data fin dalla sua
fondazione. E poi, oggi, è importante più che mai dare rilevanza al bene che
c’è nella società italiana e ai germi di speranza che vengono diffusi nel mondo
da coloro che operano per la pace, per lo sviluppo umano, e quindi al servizio
della persona e non contro l’umanità; da coloro che hanno un riferimento alto e
ultimo, e lo trasferiscono nelle proprie azioni. Tutto questo è certamente la
"foresta che cresce", che non fa rumore ma che è l’ambiente vero nel
quale ci troviamo a vivere, e nel quale costruiamo il futuro dei nostri figli.
Quindi non è così
scontato che facciano notizia solo le tre "s" per antonomasia, cioè
sesso, sangue e soldi come invece avviene per gran parte dell’informazione che
cavalca scandali di più o meno grande caratura.
Le tre
"s" sono la materia prima con cui la maggior parte dei giornali
lavorano e con cui costruiscono i propri successi e insuccessi presso i lettori
ai quali si rivolgono. Mi rendo conto dell’andazzo e so che non è un dato solo
di oggi. Ma può essere controbilanciato da un’informazione che non nasconde
nulla delle vicende dure che accadono nella nostra società eppure, è capace di
guardare anche altrove e di raccontare sia ciò che riguarda davvero la vita
della gente sia la fede che dà luce e profondità a quella vita.
D. Nel 1968
l’intuizione e la lungimiranza di Papa Paolo VI, ideatore e sostenitore di
Avvenire, indussero l’allora pontefice a volere un giornale fatto da cattolici
ma non solo per i cattolici. Con quali priorità e valori l’Avvenire parla oggi
alla società italiana nella sua variegata composizione?
R. Il valore
principale di riferimento, per noi cristiani, è il riconoscimento dell’assoluta
dignità di ogni persona. Da questo discende tutto. Non è un discorso teorico ma
è quanto di più concreto ci possa essere in una fase storica come quella che
stiamo vivendo in Italia e nel mondo. Oggi siamo su un crinale, e siamo alle
prese con questioni fondamentali. C’è da capire, e da far capire fino in fondo,
che stiamo discutendo, lavorando e sperimentando sulla nostra umanità e sulla
libertà dell’uomo. Nei laboratori dove si cercano le radici della vita, nei
luoghi della politica, della finanza e dell’economia dove si elaborano i nuovi
assetti internazionali, dove si dovrebbero definire le nuove regole di società
e mercati ormai definitivamente globalizzati, ecco lì si decide su come l’uomo
potrà continuare a essere davvero il "protagonista", e non solo lo
"strumento", di un gioco destinato altrimenti a stritolarlo e a
considerarlo alla stregua di un mezzo e di un oggetto di consumo. E noi tutti
abbiamo doveri importanti: da cristiani e da cattolici con una visione che va
oltre l’orizzonte immediato ed entusiasmante del cosiddetto
"progresso". C’è un cammino che continua, e che dobbiamo seguire con
chiarezza e con lucidità.
D. La società italiana
sembra oggi lacerata da un conflitto permanente che coinvolge centri di potere
e interessi diversi. A farne le spese è soprattutto il cittadino comune, un po’
spettatore confuso ma più spesso vittima di un sistema che invece dovrebbe
essere al suo servizio e non il contrario. Che ruolo possono ritagliarsi, in
questo contesto, i media cattolici?
R. Devono cercare
di aiutare la classe dirigente e l’opinione pubblica a guardare ai problemi
veri della gente vera di questo Paese. Se questo accadrà, potrà realizzarsi
quello che il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale
Angelo Bagnasco, ha descritto come una sorta di "disarmo" rispetto
alle attuali asprezze del dibattito politico e del confronto istituzionale che
sembrano senza sbocchi positivi e senza possibilità di tradursi in una spinta
convergente nell’interesse del Paese. Io continuo a credere che questa sia una
via percorribile e necessaria: l’ha rivendicato anche il Capo dello Stato,
Giorgio Napolitano. Come giornale di ispirazione cattolica possiamo fare
questo: metterci al servizio di una simile prospettiva, facendo informazione
seria; trattare i problemi per ciò che sono, e non per affermare ricette
precostituite e indurre soluzioni di comodo.
D. Nel mondo
globalizzato è spesso più difficile cogliere le sfumature, i dettagli della
storia in divenire, di cui i mass media sono testimoni, rispetto invece ai
luoghi comuni a cui un po’ tutti siamo quotidianamente indotti a credere.
Secondo lei, c’è un modo di opporsi a questo tentativo di omologazione globale,
e come?
R. Rispetto ai
tentativi di omologazione noi possiamo difenderci, prima di tutto, cercando e
proponendo strumenti che ci aiutino a capire la reale consistenza dei problemi,
e ad andare nel profondo delle realtà. In questo senso Avvenire fa un’opera di
rigorosa controinformazione. In un mondo interconnesso come il nostro, non
possiamo pensare di essere soli né che in Italia si possa risolvere
effettivamente qualsiasi problema senza tenere in debito conto il contesto
internazionale. Ecco in un momento di ritornanti egoismi, essere non omologati
significa questo: non ridursi a un orizzonte piccolo. Dal punto di vista di chi
informa e di chi è informato, credo che l’altro sforzo importante sia quello di
continuare a stare fuori da ogni coro. Non ci sono risposte scontate,
inevitabili ai problemi. Non dovrebbero mai esserci risposte alla moda. Faccio
un esempio concreto: decantare sic et simpliciter la bellezza della
"società multiculturale" – perché questo è lo slogan che va di moda
in questo momento –, significa non capire che così rischiamo di creare le
premesse per una società divisa in enclave e chiusa in ghetti perché quando
culture diverse convivono una accanto all’altra senza comunicare tra loro,
creiamo un problema, non ne risolviamo alcuno. La grande sfida è invece quella
di creare le basi di un’"intercultura", mettere in comunicazione i
diversi modi di vivere, fare sintesi a partire dalla ricchezza del nostro
essere italiani. Noi oggi, in Italia, viviamo anche la presenza di tanti che
sono "diversi da noi", che sono venuti da altre parti del mondo. O
sapremo costruire con loro una comunità, nella diversità, ma unica per regole,
per riferimenti, per azioni condivise oppure i nostri figli avranno un grave
problema. Non dobbiamo fermarci agli slogan, dobbiamo saper guardare lontano.
D. Quando si può
dire che un giornale è davvero al servizio dei cittadini?
R. Quando dice
come stanno le cose. E ha un punto di vista dichiarato e limpido. Essere al
servizio dei cittadini significa, insomma, dire loro la verità, farlo con
semplicità raccontando i fatti, e mettendo bene in evidenza lo spazio delle
opinioni.
D. Lei è nato in
Umbria: una terra dove la spiritualità permea, in modo quasi naturale, le
persone, i luoghi, oltre che la storia e le tradizioni. Che cosa riesce a
trasfondere, del suo essere umbro, nella sua vita e nel suo lavoro?
R. Fa parte di me.
Io sono orgogliosamente uomo di provincia. Mi sento profondamente concittadino
di san Francesco d’Assisi, e di santa Chiara, così come mi sento concittadino
di san Rufino, uomo di Dio venuto dall’Asia minore, che è stato il primo
vescovo di Assisi. Tutto questo mi offre la consapevolezza di essere parte di
una storia che continua, sillaba di una parola viva che è incisa e ancora s’incide
nella storia italiana. L’ho imparato respirando l’aria della mia terra,
vivendone le pietre fatte chiese e case, conoscendone i tanti luoghi, aperti
eppure appartati, di idee e di comunione. Sono una ricchezza che porto nella
mia bisaccia di uomo. E danno anima ai miei giorni da cronista".
Alessandro
Bettero, Messaggero di sant'Antonio per l'estero
Gianni Letta annuncia: «Sul crocifisso pronto ricorso contro Strasburgo»
Sul divieto
dell'esposizione nelle scuole. Bagnasco (Cei): «Bene governo. Sentenza contro
la gente»
MILANO - «Il
governo sta facendo il possibile per contrastare gli effetti della sentenza
della Corte Europea sul crocifisso. E ha deciso di chiedere il rinvio della
sentenza alla Grande Camera della Corte stessa». Il governo sta dunque
lavorando alacremente per contrastare la sentenza anti Crocifisso nelle scuole
emessa il 3 novembre dalla Corte di Strasburgo accogliendo il ricorso
presentato da una cittadina italiana. Lo ha annunciato il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta intervenendo alla sede dell'ambasciata
d'Italia presso la Santa sede alla presentazione del volume «I viaggi di
Benedetto XVI in Italia». In particolare, Letta, ha messo al corrente che
proprio giovedì mattina c'è stata una riunione alla Farnesina con il ministro
degli Esteri «per mettere a punto il ricorso. Abbiamo fiducia - ha detto - che
la Corte di Strasburgo ripari al grave torto».
BAGNASCO - Il
presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco, ha commentato a margine di una
conferenza all'ambasciata italiana presso la Santa Sede, l'annuncio di Letta:
«È da apprezzare decisamente questa iniziativa del governo italiano, rispetto
alla sentenza della Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo, per quanto
riguarda l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche». «È da
apprezzare, lodare, sostenere - ha aggiunto Bagnasco - come risulta anche da
parte di altri paesi europei che si stanno aggiungendo a questa iniziativa
perché - ha sottolineato - la sentenza veramente va contro non solo all'oggettività
della storia europea ma anche al sentire popolare, della gente». «Mi pare - ha
detto ancora Bagnasco - che sia un chiedere di riequilibrare rispettosamente
questa sentenza rispetto alla realtà della gente». Redazione ondine CdS 21
A Verona l’altra
sera c’erano mille persone in una sala pubblica per sentire il vescovo Giuseppe
Zenti e l’astrofisica Margherita Hack impegnati in duello su un tema non
proprio da niente: esiste Dio? All’esterno c’erano almeno altre cinquecento
persone che avrebbero voluto assistere al confronto tra il monsignore e la
scienziata atea.
E che hanno dovuto
accontentarsi di ascoltare in qualche modo da un altoparlante.
Chi scrive aveva
l’incarico di moderare i due contendenti; e soprattutto di moderare il
pubblico, equamente diviso tra i cattolici veronesi e i militanti della Uaar
(Unione atei e agnostici razionalisti, dei quali la Hack è presidente onorario)
venuti in pullman da mezza Italia. Il timore era che la temperatura salisse
come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Invece, proprio sotto gli occhi
della professoressa Hack, che ai miracoli non crede, è avvenuto un miracolo.
Rispetto reciproco, toni garbati, accettazione da parte del pubblico
dell’invito a non interrompere con applausi o contestazioni. Solo alla fine c’è
stato un lungo, quasi interminabile applauso a entrambi i «contendenti», un
applauso la cui intensità è sembrata significare un «grazie per averci parlato
di questi temi».
Naturalmente - e
ci mancherebbe - nessuno dei due ha cambiato idea. Però nessuno dei due ha
preteso che la propria fosse tale da imporsi con l’evidenza dei fatti e della
ragione. Margherita Hack si è ben guardata dal fare come alcuni suoi colleghi e
(se ci si passa il termine) «correligionari» i quali pretendono di affermare
che uno scienziato non può credere in Dio, e che c’è contrasto tra scienza e
fede. «La scienza - ha detto - non può dare risposte alla domanda
sull’esistenza o sull’inesistenza di Dio. Infatti ci sono scienziati atei, agnostici
e credenti. Io non credo, ma non ho una ragione scientifica per non credere.
Semplicemente penso che, di fronte al Mistero dell’Universo e della Vita,
l’idea di un Dio creatore sia una risposta un po’ facilona. Anch’io sono
meravigliata nel constatare che da una zuppa primordiale di particelle
elementari si sia sviluppata una vita così complessa. Ma mi accontento di
spiegarlo con l’esistenza della materia. Sono atea, ma ammetto che anche il mio
ateismo è una fede non dimostrabile».
Monsignor Zenti ha
replicato che «la materia non spiega tutto, basta osservare l’uomo, le cui
attività sono in gran parte immateriali: il pensiero, le emozioni, i
sentimenti». E ha spiegato che la sua fede deriva da un’esperienza: «È la vita
che mi dimostra che Dio c’è ed è in relazione con me». Non sono mancati i colpi
di fioretto: «L’uomo si è inventato Dio anche per esorcizzare la paura della
morte», ha detto la Hack. Affermazione alla quale un credente potrebbe
replicare che l’ateismo è la tentazione dell’uomo di sentirsi padrone di
decidere da sé che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Discussioni che
potrebbero continuare all’infinito.
Ma che l’altra
sera hanno avuto l’inedito sapore del rispetto e dell’umiltà, facendo da
lezione a un Paese dove pare che ogni discussione sia una battaglia all’ultimo
sangue, e dove nessuno si vuole discostare di un millimetro dalla propria
fazione di appartenenza: berlusconiani contro anti-berlusconiani, craxiani
contro anti-craxiani, feltriani e finiani, Bossi e Casini, Fede e Santoro,
Inter e Milan, tutti siamo ormai abituati a litigare partendo da una
aprioristica scelta di campo.
La folla di Verona
dell’altra sera è pure il segno di quanto fossero sbagliate le previsioni di coloro
che volevano l’uomo del Duemila indifferente alla questione religiosa. Anche
nel mondo delle cybercomunicazioni e dell’ingegneria genetica, la domanda
sull’esistenza o meno di Dio resta la stessa dei primi passi dell’umanità; e la
sola destinata ad appassionare per sempre. Perché non è una domanda che
riguardi solo il Cielo (è abitato o no?), questione della quale potremmo anche
infischiarcene. Riguarda ciascuno di noi, la nostra origine e il nostro futuro.
Siamo figli di un Progetto destinati all’Eternità? Oppure, come diceva amaro
Petrolini, «siamo pacchi senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino?».
Il grande pubblico di Verona è anche, se ci è permesso, una lezione per tanto
clero, che da tempo - forse nell’illusione di «seguire il mondo» - parla più
spesso e volentieri di politica e di sociologia, trascurando il suo core
business, l’unico che possa riempire nuovamente le chiese. MICHELE BRAMBILLA LS 22
Teologia e Web. Viva il Concilio
Un sito di studio,
approfondimento e confronto
“Far conoscere e
valorizzare la lezione del Vaticano II”: è l’obiettivo del gruppo promotore del
sito Vivailconcilio.it, in rete dal 25 gennaio. “Suggestivo e significativo”,
il logo dell’iniziativa, l’interno della basilica di San Pietro, opera
dell’artista Lello Scorzelli molto stimato da papa Paolo VI. Marco Vergottini,
teologo milanese, sposato e padre di quattro figli, vicepresidente dell’Ati
(Associazione teologica italiana), spiega al Sir da dove nasce questo impegno.
Professor
Vergottini, quali sono le origini dell’iniziativa?
“Il progetto è
nato in seguito a una settimana teologica promossa dall’Ati a Camaldoli sulla
Lumen gentium. Il centinaio di partecipanti aveva sollecitato gli organizzatori
a proseguire nell’intento di far conoscere e valorizzare la lezione conciliare.
Da qui l’idea di dare vita a un sito internet che ospitasse i testi conciliari,
gli interventi dei pontefici e dei vescovi, letture agili di taglio teologico,
immagini e video sull’ultimo Concilio. Così è nata l’avventura di Vivailconcilio.it,
che in questi giorni cerchiamo di far conoscere”.
Da chi è
costituito il gruppo dei promotori?
“Ci sono sei
teologi - Piero Coda, attuale presidente Ati, Giacomo Canobbio, Severino
Dianich, Gilles Routhier, Massimo Nardello e il sottoscritto - e tre eminenti
figure della gerarchia, i cardinali Carlo Maria Martini e Roberto Tucci, e il
vescovo Luigi Bettazzi. E si stanno già aggiungendo tante altre persone: c’è un
nutrito drappello di cardinali e vescovi che hanno dichiarato interesse e consenso
per l’iniziativa e un certo numero di gruppi ecclesiali, centri culturali e
comunità religiose”.
Un nome
inconsueto…
“Fin dall’inizio
abbiamo pensato che si doveva optare per una formulazione fresca e un po’
intrigante, proprio per corrispondere al linguaggio del web. Il nome del sito
può apparire a prima vista un po’ audace e gagliardo. Tuttavia, nell’homepage
spiegheremo che quel ‘viva’ è un’espressione di ringraziamento, una memoria da
onorare e una scommessa promettente per l’oggi e per il futuro della nostra
Chiesa. Sia chiaro, il Concilio Vaticano II è vivo e tutti quanti noi – volenti
o nolenti – respiriamo l’aria conciliare. Tuttavia, nell’attuale contesto
culturale ed ecclesiale fanno molto rumore le voci di quanti associano al
Vaticano II (o, forse, al post-Concilio) una serie di limiti, inadempienze ed
equivoci. Ebbene, tali reazioni suonano ingenerose per quanti sono stati
protagonisti e figli di quello straordinario evento ecclesiale, nei cui
confronti – ce lo ha richiamato Benedetto XVI – noi tutti siamo debitori”.
Chi potrebbe
essere interessato a visitare il sito? Forse i giovani, i quali non hanno
vissuto questa stagione della vita della Chiesa?
“Siamo convinti di
doverci anzitutto rivolgere alle nuove generazioni, tenuto conto che i nostri
figli per lo più non conoscono il discorso di Giovanni XXIII alla luna e
neppure si immaginano come alcuni testi del Concilio, a rileggerli con
attenzione, sembrano scritti oggi tanto sono attuali. È ragionevole pensare che
un sito allettante, che sappia introdurre in modo informato e vivace sulle
vicende dell’ultimo Concilio, possa poi fungere da invito a leggere i testi
conciliari e a riflettere sulla loro buona recezione nell’oggi ecclesiale.
L’esercizio di lettura risulterà più stimolante, laddove è accompagnato da
voci, immagini e sapori che hanno contraddistinto il maggiore evento della
recente storia del cattolicesimo”.
Un’anticipazione
al Sir prima dell’uscita del sito?
“In breve, ogni 25
del mese il sito presenterà una vetrina con quattro rubriche fisse: un breve
editoriale, a cura di uno dei membri del Comitato; le ‘perle’ del Concilio, a
partire ogni volta da una breve citazione, così da consentire un piccolo
affondo di taglio teologico sul tema; le ‘bolle’ del Concilio (brevi pillole di
buon umore a margine dei lavori del Vaticano II); infine, un invito alla
lettura, che sulla scorta di un versetto del profeta Baruc (‘E leggete questo
libro’) consiglierà la lettura di un saggio. Il primo a scrivere in questa
rubrica sarà mons. Bettazzi per presentare il diario notturno di Helder
Camara”.
È possibile
sintetizzare con una battuta il valore di Vivailconcilio.it?
“Prima mi sia
consentita una battuta di humour, che verrà ospitata nella rubrica Le bolle del
Concilio, titolo di un libretto pubblicato nel 1966): Verso il termine della
quarta sessione parecchi Padri conciliari avevano vivacemente criticato la
pratica delle indulgenze, e molti giunsero a chiederne la soppressione pura e
semplice. Ricevendo nelle ultime settimane del Concilio i vescovi
latino-americani, si notò che Paolo VI, prendendo congedo da loro, disse: ‘Vi
dò la mia benedizione e le indulgenze... per quanto mi è ancora possibile
darne...’. Più seriamente, ma non senza lievità, si potrebbe inventare un
adagio benaugurante: beato chi coltiva in cuor suo una memoria carica di
speranza. E viva il Concilio Vaticano II, naturalmente. Senza dimenticare i 20
concili precedenti, sia chiaro”. sir
Haiti: Kirche an vorderster Front
Papst Benedikt XVI. hat dem Präsidenten
der Haitianischen Bischofskonferenz, Louis Kébreau, an diesem Samstag in einem
persönlichen Brief seine tiefe Anteilnahme ausgedrückt. Die Opfer des
Erdbebens, das in der vergangenen Woche schätzungsweise über 200.000 Menschen
das Leben gekostet hatte, sollten seiner inneren Verbundenheit und seines
Gebets versichert sein, so Benedikt. Dass der Schlüssel zu erfolgreicher
Soforthilfe in der Zusammenarbeit der örtlichen Kirchen liegt, hat unterdessen der
Pressesprecher von Caritas Internationalis, Patrick Nicholson, im Gespräch mit
Radio Vatikan verdeutlicht:
„Wir versuchen, ein Netzwerk mit Hilfe
der örtlichen Kirche aufzubauen. Dabei helfen Pfarrer aus 32 Kirchengemeinden
mit. 250.000 Menschen werden von diesem Netzwerk so gut es geht betreut. An
dieser Stelle zeigt sich die Stärke unserer Arbeit bei Caritas Internationalis
und auch die Stärke der Kirche als solcher. Wir sind von vorn herein als
Gemeinschaft aktiv. Die Priester kennen die einzelnen Familien und wissen, wer
welcher Unterstützung bedarf. Durch dieses Netzwerk kommt die Hilfe direkt zu
denjenigen, die sie am meisten brauchen.“
Die Tatsache, dass der Erzbischof von
Port-au-Prince, Serge Miot, und zahlreiche weitere Geistliche beim Erdbeben den
Tod gefunden hätten, habe ihn mit besonderer Trauer erfüllt, betonte Papst
Benedikt weiter. Die Trauerfeier für Miot findet vor den Ruinen der zerstörten
Kathedrale von Port-au-Prince statt. (rv 23)
Papst: „Neue Epoche der Glaubensverkündigung“
Priester sollen auch in der digitalen
Welt das Leben der Kirche bekannt machen. Dazu ruft Papst Benedikt XVI. die
katholischen Geistlichen auf. Die modernen Kommunikationsmittel eröffnen eine
„neue Epoche der Glaubensverkündigung“. Das schreibt der Papst in der Botschaft
zum diesjährigen Mediensonntag. Der Text zum 44. Welttag der sozialen
Kommunikationsmittel, wie der Mediensonntag offiziell heißt, wurde an diesem
Samstag im Vatikan vorgestellt.
Die neuen Medien böten „seelsorgerisch
unbegrenzte Perspektiven“, schreibt der Papst. Die Verbreitung und der
„beträchtliche Einfluss“ der neuen Kommunikationswege verpflichte die Kirche,
diese Möglichkeiten engagierter zu nutzen. Priester müssten deshalb ihre
Leitungsfunktion auch in den neuen Gemeinden der digitalen Welt ausüben. Sie
werden aufgefordert, auch Blogs und Online-Videos zu Evangelisierung und
Katechese zu nutzen. Praktische Medienkenntnis solle sich mit einer soliden
theologischen Vorbereitung und Spiritualität verbinden, heißt es in der Botschaft.
Aufmerksamkeit für Nichtglaubende -
Benedikt XVI. rief zu besonderer Aufmerksamkeit für Nichtglaubende und Menschen
anderer Religionen auf. Das Internet verglich er mit dem „Haus des Gebetes für
alle Völker“, das der Prophet Jesaja ankündigte. Wie im „Vorhof der Heiden“ des
Jerusalemer Tempels sei im Internet auch für diejenigen Raum, für die Gott noch
ein Unbekannter sei, so der Papst.
Auf Gefahren einer missbräuchlichen
Nutzung des Internets und etwa auf Fragen, die den Schutz der Persönlichkeitsrechte
betreffen, geht die Botschaft nicht ein. Ebenso wenig spricht der Papst
konkrete pastoralpraktische Probleme wie Beichte und Sündenvergebung über
Internet an.
Der 44. katholische „Welttag der
sozialen Kommunikationsmittel“ wird am Sonntag vor Pfingsten am 16. Mai
begangen. In Deutschland findet der Mediensonntag hingegen am 12. September
statt. Er steht unter dem Motto „Der Priester und die Seelsorge in der
digitalen Welt - die neuen Medien im Dienst des Wortes“. kna 23
Sri Lanka: Erzbischof ruft zu friedvollen Wahlen auf
Der Erzbischof der Hauptstadt Sri
Lankas ruft zur friedlichen Beteiligung an den Präsidentschaftswahlen auf. In
Sri Lanka wird am kommenden Dienstag der Präsident gewählt. Bis vor wenigen
Wochen schien klar, dass Amtsinhaber Mahinda Rajapakse gewinnen und damit eine
zweite Amtszeit antreten würde. Er hatte im vergangenen Jahr den Krieg gegen
die Tamil-Rebellen gewonnen und damit 30 Jahren Terror im eigenen Land ein Ende
gesetzt. Doch auf einmal bekam Rajapakse Konkurrenz – von General Sarath
Fonseka, der die Lorbeeren für den gewonnen Krieg ebenfalls für sich
beansprucht. Seither ist das ganze Land im Wahlfieber erfasst. Als Zünglein an
der Waage gelten die Tamilen, die Verlierer des Bürgerkriegs. Erzbischof von
Colombo, Malcolm Ranjith:
„Deshalb erwarten wir von den beiden
Kandidaten Vorschläge, wie man die Tamilen im Norden und Osten der Insel vor
Benachteiligungen besser schützen kann. Bis November hatte es Rajapakse mit der
Freilassung der bis dahin 300.000 internierten Tamilen nicht eilig gehabt. Sie
waren unter katastrophalen Bedingungen in Lagern eingesperrt, zu denen
internationale Beobachter keinerlei Zugang hatten. Wir erwarten vom neuen
Präsidenten – egal wie er heißen wird – eine Lösung dieses Problems.“
Im Mai 2009 endete in Sri Lanka ein
fast 30 Jahre währender Bürgerkrieg. Seither gab es keine neuen
Terroranschläge. Dennoch gilt in dem Inselstaat nach wie vor der
Ausnahmezustand. (rv 23)
Päpstlicher Appell. Gehet hin und bloggt
Oberster Hirte im Web: Papst Benedikt
XVI. will, dass seine Brüder künftig bloggen
Das Internet wächst rasend schnell,
weiß Papst Benedikt XVI. - und seine katholische Kirche soll den Anschluss
nicht verpassen. Darum schwört der Pontifex seine Priester auf multimediale
Glaubensverbreitung ein. Sie sollen die Botschaft Christi verstärkt ins Netz
tragen.
Rom - Die katholische Kirche soll
künftig verstärkt online um neue Schäfchen werben und ihre Anhänger auch direkt
über das Internet ansprechen. Papst Benedikt XVI. hat Priester weltweit dazu
aufgerufen, moderne Kommunikationsmöglichkeiten wie das Internet stärker zu
nutzen. Die Neuen Medien ermöglichten eine "neue Epoche" der
Glaubensverkündigung, schrieb der Papst in einer Botschaft zum 44. Katholischen
Welttag sozialer Kommunikationsmittel.
Die Priester sollten alle möglichen
multimedialen Mittel nutzen, um das Evangelium unter die Menschen zu bringen
und mit Angehörigen anderer Religionen und Kulturen ins Gespräch zu kommen.
Die "rasende umfassende
Verbreitung" und der Einfluss der neuen Kommunikationswege erlaube es,
Christi Wort engagiert zu verkünden. "Durch die modernen
Kommunikationsmittel kann der Priester das Leben der Kirche bekanntmachen und
den Menschen von heute helfen, das Gesicht Christi zu entdecken", schreibt
Benedikt.
Die katholische Kirche bemüht sich
schon länger um ein etwas moderneres Erscheinungsbild: Im vergangenen Jahr
eröffnete der Vatikan einen eigenen, mäßig erfolgreichen Kanal auf YouTubeund
obendrein ein dem Papst gewidmetes Portal. Auf Pope2You können sich
Internetnutzer über Reisepläne und Reden des Papstes informieren.
Internetkurse für Kirchenmänner
Priester müssten auch Blogs und
Onlinevideos zu Evangelisierung nutzen, der Einsatz des Internet sollte Teil
der Priesterausbildung werden, schrieb Benedikt jetzt in seiner Botschaft.
"Wer als Gottgeweihter in den Medien arbeitet, hat die Aufgabe, den Weg
für neue Begegnungen zu ebnen, und zwar dadurch, dass er immer die Qualität des
menschlichen Kontaktes und die Aufmerksamkeit gegenüber den Menschen und ihren
wahren geistlichen Bedürfnissen sicherstellt", heißt es in dem päpstlichen
Schreiben. Ein Priester müsse dem "Kommunikationsstrom des Internet eine
Seele geben". Bei aller Hinwendung zu modernen Kommunikationsmitteln dürfe
der spirituelle Kern der Botschaft Christi und des Priesteramts nicht vergessen
werden.
Benedikt appellierte an die Priester,
und sagte er lade sie erneut ein, mit Weisheit die "außergewöhnlichen
Gelegenheiten zu ergreifen, die sich durch die moderne Kommunikation
bieten". Die neuen Kommunikationsmittel, die das Internet bietet,
bezeichnete der Papst als 'Agora', die die Geistlichen nutzen sollten. Eine
Agora war im antiken Griechenland ein offener Platz oder Markt für politische,
kultische aber auch juristische Handlungen und Rituale. dpa/APN Spiegel 23
Kardinal Kasper erwidert „Querschüsse von evangelischer Seite“
Wir feiern die Gebetswoche für die
Einheit der Christen, und in Deutschland bereiten sich die Kirchen auf den
zweiten Ökumenischen Kirchentag in München vor. Aber der ökumenische Haussegen
hängt einmal mehr schief. Am vergangenen Sonntag hatte die Ratsvorsitzende der
Evangelischen Kirche Margot Käßmann in Berlin in einer Talkshow gesagt, sie
erwarte sich in Sachen Ökumene von diesem Papst „nichts“. Käßmann weiter: „Wenn
etwas zu erwarten gewesen wäre, hätte sich das bis jetzt gezeigt“. Das fordert
nun den Ökumeneverantwortlichen des Vatikan zu einer Erwiderung heraus. Man
könne nicht stehen lassen, dass Rom und der Papst sich nicht einsetzten.
„Ich halte es für sehr bedauerlich,
dass immer wieder solche Querschüsse kommen; sie kommen leider Gottes in
letzter Zeit öffentlich sehr von evangelischer Seite. Das führt überhaupt nicht
weiter. Das zerstört gewachsenes Vertrauen und entspricht auch nicht der
Wirklichkeit.“
Radio Vatikan hat Kardinal Kasper
gefragt, ob Streit und öffentliche Diskussion nicht manchmal nötig seien.
Kasper: „Streit und Diskussion sind zwei unterschiedliche Dinge. Bei der
öffentlichen Diskussion, die notwendig ist, über die Unterschiede, die
tatsächlich noch bestehen, ist vorausgesetzt, dass man sich gegenseitig
respektiert, sich gegenseitig achtet und auch die Anliegen des anderen, so gut
es geht, positiv aufnimmt. Aber man darf sie nicht von vornherein abwerten,
indem man sagt, Diskussion nützt gar nichts, man hat nichts mehr zu erwarten
von diesem Papst. Das schließt ja eigentlich eine Diskussion aus.“ (rv 22)
Über Afghanistan predigen. Die Diskussion um die Aussagen von Bischöfin Käßmann
Eine Predigt mit Wirkung, wie sie nach
der Neujahrspredigt der Ratsvorsitzenden der EKD, Margot Käßmann eintrat,
ist etwas Beneidenswertes. Nicht nur Prediger, auch Politiker, Juristen, und
sonstige tatsächliche und bemühte Redekünstler ziehen den Hut.Die politische
Debatte um Legitimation, Sinn und Ziel des Einsatzes deutscher Soldaten in
Afghanistan ist entfacht und sie wird nicht zuletzt durch die mehrfach
wiederholte Äußerung Käßmanns am Leben erhalten, die ihre Predigt auch im Licht
der Kritik keiner Revision unterziehen will. Nie wäre sie auf die Idee
gekommen, so die Bischöfin, dass ihre Predigt solche Reaktionen auslöse. Was
ist der Grund, was ist der Preis?
Oft wurde inzwischen geschrieben und
gesagt, Afghanistan sei das Thema ihrer Predigt gewesen, dabei war es nur ein Fallbeispiel
unter fünf anderen. Die Predigt war ein Plädoyer, sich - aus der Kraft des
Glaubens - nicht billigen Tröstungen zu überlassen („alles wird gut“), sondern
mutig auf die heillose Wirklichkeit zu schauen („nichts ist gut“) und darob
nicht in Schreckensstarre zu verfallen.
Diese drei Worte „nichts ist gut“
beinhalten Sprengstoff. Wer darf so etwas behaupten, nichts sei gut? Sicher
bringt diese Trias Wut, Unzufriedenheit und Ungeduld zum Ausdruck, aber welche
Berechtigung hat sie in einer Predigt? Nur rhetorischer Kunstgriff zu sein, das
ist zu wenig. Welche theologische oder moralische Brille muss man aufziehen, um
dieses aufgerissene Bild betrachten zu können?
Eine Predigt, vor allem, wenn sie vor
dem Hintergrund der reformatorisch-protestantischen Theologie entstanden ist,
darf diesen scharf kontrastierenden Blick anwenden. „Sola gratia, sola fide,
solus Christus“, nur die Gnade, nur der Glaube, nur Christus bewirken
letztendlich dass der Menschen heil werden kann, so betont die protestantische Theologie.
Der Mensch aus sich selbst steht unter dem Einfluß der Sünde und ist unfähig,
aus eigener Kraft Gutes zu wirken. Diese theologische Sichtweise erlaubt es,
ein Übel nicht schön reden zu müssen und trotzdem daran nicht zu verzweifeln.
Denn der Glaube eröffnet den Zugang zu Jesus Christus durch die Schrift, wir
dürfen deshalb hoffen und brauchen nicht vor der mitunter gänzlich nichtig
erscheinenden Wirklichkeit resignieren. Der Glaube erlaubt, gebietet und
ermöglicht es, höhere Ansprüche zu stellen, moralisch-ethische, und den Mut zu
fassen, Unrecht anzugehen, kreativ zu werden. Solches zu sagen ist
ureigene Aufgabe der Predigt und unter dem Blickwinkel einer
theologisch-grundsätzlichen Existenzanalyse macht es Sinn, zu sagen: Nichts ist
gut.
„Nichts ist gut in Afghanistan“ jedoch,
hineingesprochen in den Kontext der Debatte um die Bombardierung zweier
Tanklastzüge, bei der viele Zivilisten zu Tode kamen, ist nicht nur eine
theologische Aussage. Vielmehr riskiert diese Redeweise, als ein pauschales
ethisches Werturteil verstanden zu werden. Es bewertet menschliches Handeln als
schlecht und hier mit vereinnahmender Eindeutigkeit: Alles ist schlecht. Einer
solchen ethischen Pauschalverurteilung hat sich die Predigt grundsätzlich zu
enthalten, denn sie soll nach alter Kunst „delectare“ (erfreuen), „docere“
(belehren) und „movere“ (bewegen). Dies wird mit Rundumschlägen eher weniger
gelingen. Alles, was einem solchen, im eigentlichen Wortsinn vernichtenden
Urteil nachgeschoben wird, hat nur noch wenig aufbauende Kraft – dafür mehr
provokative.
Es geht nicht an, die theologische
Grundsatzschablone zu nehmen und sie ohne gründliche Fachkenntnis an eine
komplexe Wirklichkeit anzulegen um dann festzustellen: Paßt nicht. Das ist
übrigens das typische Verhalten der religiösen Fundamentalisten. Einer fairen,
sachlichen Bewertung der Situation in Afghanistan ist dadurch der Boden
entzogen. Eine solche Bewertung darf, bei aller möglichen Vorbehalte gegen
einen militärischen Einsatz, trotzdem das völkerrechtliche Mandat, die
zwischenzeitlich eingetretenen, kriegsartigen Veränderungen, der mitunter
durchaus als gelungen zu bezeichnende Wiederaufbau der Infrastruktur wie
beispielsweise in Mazar e Sharif, die politische Situation und viele andere,
von Experten beizutragende Aspekte in Afghanistan nicht übersehen. Die
Theologische Analyse und die ethische Beurteilung einer Situation dürfen nicht
einfach miteinander vermischt werden.
Verteidigungsminister Karl Theodor zu
Guttenberg hat gut daran getan, Frau Käßmann nach Afghanistan einzuladen. Wenn
sie vor Soldaten predigen wird, die täglich mehr als andere riskieren,
Opfer von Gewalt zu werden, dann wird es ihr nicht schwer fallen, sie davon zu
überzeugen, dass es ein klares Friedenszeugnis braucht und Menschen, die sich
gegen Krieg und Gewalt auflehnen und dass es mehr Fantasie braucht, um
Konflikte zu lösen als nur die Logik der Waffen. Sie kann genau das sagen, was
sie in ihrer Predigt gesagt. Gerade die Soldaten werden ihr dabei gerne
zustimmen, ebenso wie die Mehrheit der Bevölkerung.Wenn sie aber in
zweideutiger Rhetorik verkündet, dass bisher „nichts gut ist in Afghanistan“,
mit anderen Worten, wenn sie den Soldaten sagt, ihr riskanter Einsatz sei
bislang gänzlich sinnlos, dann wird ihr, sofern ihr etwas an ihrer eigenen
Glaubwürdigkeit liegt, nur eines bleiben: In Afghanistan mit anzupacken und
ihre bislang unbekannten Lösungsvorschläge in die Praxis umsetzen. Theo Hipp, kath.de-Redaktion
Käßmann: „Will mich mit Katholiken nicht streiten“
Gegenüber Radio Vatikan betont die
Ratsvorsitzende der EKD, Margot Käßmann, dass sie ausdrücklich deswegen ihren
ersten offiziellen Besuch als Ratsvorsitzende bei Erzbischof Robert Zollitsch
gemacht habe, um zu zeigen, dass ihr an der Ökumene gelegen sei. Käßmann:
„Wir befinden uns in den Mühen der
Ebene. Wir haben ökumenisch viel erreicht, und ich finde, dass unsere Gemeinden
sehr viel lebendige Ökumene haben. Aber theologisch sind wir an einem Punkt –
im Kirchenverständnis, im Amtsverständnis, und deshalb in der Abendmahlspraxis
– wo ich keine Durchbrüche jetzt erwarte.“
Und genau das habe sie in der Talkshow
ausdrücken wollen.
„Ich will mich mit der katholischen
Kirche überhaupt nicht streiten. Für mich gilt: Es verbindet uns mehr, als uns
trennt, und jeder römische Katholik ist mir natürlich näher als einer, der
einen anderen Glauben oder keinen Glauben hat. Ich denke, es liegt daran wie es
Carl-Friedrich von Weizsäcker einmal gesagt hat: Es sind die Erfolge, die die
größten Krisen auslösen. Und wir müssen sagen, dass wir theologisch eben an
Punkten sind, die wahrscheinlich nie eingeebnet werden. Was ich auch gut finde.
Ich will noch einmal sagen: Ich finde an der Ökumene gut, dass es
Verschiedenheit gibt, weil das die ganze Vielfalt und Kreativität des Christentums
zeigt. Aber die Balance immer wieder zu finden zwischen der ökumenischen
Ungeduld und der ökumenischen Geduld, das ist schwierig.“ (rv 22)
Großbritannien: Ökumene mit globaler, katholischer Vision
Erst vor zwei Tagen, bei seiner
Generalaudienz, hat Papst Benedikt XVI. über die ökumenische Bewegung und ihren
Anfang in Schottland vor 100 Jahren gesprochen. Im Gespräch mit Radio Vatikan
sieht bei diesem Jubiläum auch der Erzbischof von Canterbury und Oberhaupt der
Anglikaner, Rowan Williams, Grund zur Freude. Diese Freude sei aber gedämpft:
Die Erwartungen seien einfach zu hoch gewesen. Die Komplexität der
theologischen Probleme sei unterschätzt worden. Aber die Lösung liege nie in
Lehrsätzen, so Williams, sie liegt in den Menschen:
„Es ist wichtig, dass es Menschen gibt,
die eine fast schon gewagte und unbekümmerte Vision haben, zu sagen: Es kann
gelingen, und wir dürfen uns nicht von den Schwierigkeiten abhalten lassen. Um
das zu unterstreichen: Es gab Menschen, die die umfassende Vision einer
weltweiten Kirche hatten. Die größte Versuchung derzeit ist, zu sagen: Einheit
ist zu schwer, und wir müssen damit zufrieden sein, in unseren eigenen
Bereichen nach unserem eigenen Christsein zu suchen. Ich hoffe, wir beschränken
uns nicht nur auf diese lokale Perspektive. Sondern wir besinnen uns auch
darauf, dass es eine globale, ja, eine katholische Vision gibt.“
Im Rückblick auf die Ökumene der
letzten Jahre und Jahrzehnte sieht Williams eine Dynamik:
„Ich meine, dass es ein
außerordentliches und unerwartetes Wachstum an gegenseitiger Wertschätzung und
Dankbarkeit zwischen den verschiedenen christlichen Gemeinschaften in den
letzten fünfzig Jahren gegeben hat. Und wenn dieses Wachstum an gegenseitiger
Wertschätzung der Menschen und die Lernbereitschaft auch nur annähernd so
weitergeht, dann glaube ich, haben wir durchaus Grund zur Hoffnung.“ (rv 22)
Deutschland: Haltestelle Leben und die Osterkrippe
Bei aller Klage, dass die Kirche
kleiner wird, gibt es doch immer wieder Aktionen, die den Glauben wachsen
lassen. Um die Wirkungen dieser Aktionen zu steigern, prämiert das
Bonifatiuswerk in Paderborn die besten von ihnen. 200 Bewerbungen hat es in den
letzten zwei Jahren gegeben, und einige sind in einer Broschüre
zusammengestellt, die jetzt veröffentlicht wurde. Der Generalsekretär des
Bonifatiuswerkes, Georg Austen:
„Ob das ein Firmkurs auf dem Fahrrad
war oder die Aktion „Folge den Sternen!“, wo Stundenten in Erfurt auf den
Weihnachtsmarkt gegangen sind und versucht haben, über den Sinn des Weihnachtsfestes
zu informieren, aber genauso auch Menschen gesegnet haben. Da gab es die
Gebetsschule in Osnabrück oder in Düsseldorf die „Haltestelle Leben“, da gab es
eine Osterkrippe oder einen Ostergarten... Das sind ganz viele unterschiedliche
Dinge, wo wir denken: Davon können auch andere Gemeinden erzählen - und es
passiert in unserer Kirche mehr, als wir glauben.“
Das Bonifatiuswerk will keine pure
Ablenkung von Zahlen und Strukturproblemen der Kirche, aber auch keinen
Aktionismus:
„Wir suchen ganz einfach engagierte
Menschen in unseren Gemeinden, in den Orden und den Verbänden oder als
Einzelpersonen, die in Kreativität und Sendungsbewusstsein versuchen, den
Glauben weiterzutragen. Erfolgreich ist es für mich, wenn wir merken: Menschen
partizipieren und nehmen auch daran teil, und vom Glauben wird etwas deutlich -
Glaubensdeutung oder Sinnstiftung passiert. Es müssen keine Riesenaktionen
sein, sondern eine Glaubensvertiefung, die Gemeinschaften zusammenführen und wo
man merkt: Es ist gelungen.“
Wenn Sie ihre eigenen Aktionen in
dieser Beschreibung erkennen: Unter „Bonifatiuswerk.de“ kann man sich jetzt in
der neuen Ausschreibung für den Preises bewerben oder auch die Broschüre
bestellen, um Anregungen zu sammeln. (rv 22)
"Wir müssen Haiti wieder Hoffnung geben". Weitere 100.000 US-Dollar Soforthilfe von "Kirche in Not"
Xavier Legorreta ist seit 1995
Lateinamerika-Referent des weltweiten
katholischen Hilfswerks "Kirche in
Not". In dieser Funktion steht er im
regelmäßigen Kontakt mit
Projektpartnern in Haiti, um die Hilfsmaßnahmen
zu koordinieren, zu betreuen und zu
überwachen. In einem Interview
berichtet er über die angelaufene Hilfe
für Haiti.
Frage: Was kann "Kirche in
Not" für Haiti tun?
Legorreta: Pater Werenfried – der
Gründer von "Kirche in Not" – hat Zeit
seines Lebens deutlich gemacht, wie die
Kirche leidet; dass sie in
Ländern, die von Diktaturen regiert
werden, zu ersticken droht; dass sie
dort Bedrohungen ausgesetzt ist, wo
Religionsfreiheit mit Füßen getreten
wird; dass sie gezwungen wird, zu
schweigen. "Kirche in Not" hilft
deshalb stets auf drei Arten: Wir rufen
zum Gebet für die notleidende
Kirche auf, wir informieren über die
Lage der Kirche und wir leisten
finanzielle Hilfe. All das tun wir
jetzt auch für Haiti. Sehr
wahrscheinlich werde ich Haiti in den
kommenden Wochen besuchen, um vor
Ort die konkreten Bedürfnisse kennen zu
lernen. Über die Apostolische
Nuntiatur haben wir inzwischen bereits
eine Soforthilfe von 170.000
Dollar geleistet. Der Nuntius wird
diesen Betrag unter Priestern und
Schwestern verteilen, die die Not der
leidenden Bevölkerung zu lindern
suchen.
Frage: Welche Projekte hat "Kirche
in Not" bisher in Haiti unterstützt?
Legorreta: Wir helfen in Haiti bereits
seit 1969. Allein in den letzten
drei Jahren wurden Mittel in Höhe von
mehr als zwei Millionen Euro
zugesagt. Wir legen besonderen Wert auf
die Ausbildung von Katecheten
und Seminaristen, unterstützen den
Lebensunterhalt von Priestern und
finanzieren die Mittel, die sie für
ihre Arbeit tagtäglich brauchen, zum
Beispiel den Druck von Lehrmaterial
oder Fahrzeuge. Wir haben zudem
1.500 Mess-Stipendien, die die Bischöfe
unter den Priestern verteilen,
finanziert. Jedes einzelne entspricht
in etwa dem Betrag von acht Euro,
was nicht viel ist, vielen Seelsorgern
aber den Lebensunterhalt sichert.
Seit vielen Jahren finanzieren unsere
Wohltäter auch die Ausstattung,
die Seminaristen nach ihrer
Priesterweihe benötigen. Zudem sind in den
letzten Jahren zahlreiche Kapellen
gebaut oder renoviert worden. Nach
dem verheerenden Erdbeben werden wir
unsere Hilfe verstärken. Ein
Projekt wird der Stromsicherung gelten,
unter anderem für die
Radiostationen der Diözesen. Da die
elektrische Infrastruktur extrem
unzureichend ist, haben wir
entschieden, zusammen mit anderen
Hilfsorganisationen den Versand eines
elektrischen Mischsystems von
Generatoren und Solarzellen zu
finanzieren. Für dieses Projekt haben wir
100.000 Euro zugesagt. Für den
Wiederaufbau des Landes sind solche
Maßnahmen unverzichtbar.
Frage: Wie beurteilen Sie die aktuelle
Lage in Haiti?
Legorreta: Humanitäre Hilfe wird kommen
und ist bereits da. Man wird
Leben retten, Kranke heilen und die
Toten begraben. Wir dürfen aber
nicht vergessen, dass Haiti überwiegend
katholisch ist. Die Gläubigen
brauchen Hirten, brauchen Priester, die
die Gemeinden begleiten.
Katholisch und gläubig zu sein, ist in
Haiti wichtiger als vieles
andere. Die Erzdiözese Port-au-Prince
mit fast drei Millionen Einwohnern
braucht Seelsorger. Leider haben viele
Priester und Ordensschwestern ihr
Leben verloren, weshalb auch die Kirche
ganz unmittelbar von der
Katastrophe betroffen ist. In der
Erzdiözese gab es rund 300 Diözesan–
und Ordenspriester. Und noch eins: Die
Erzdiözese Port-au-Prince hat 80
Pfarreien, jede von ihnen verfügt
wiederum über etwa vier Kapellen: das
sind insgesamt 320 Kapellen! Da das
Erdbeben praktisch alles zerstört
hat, müssen wir davon ausgehen, dass
auch der größte Teil der Kapellen
in Trümmern liegt. Unser Werk wird
Priester unterstützen, die die
Gläubigen begleiten und trösten, die
ihre Verwandten verloren haben.
Dazu brauchen sie auch intakte Kirchen
und Kapellen. Wir reden hier vom
Wiederaufbau von rund 150 Gotteshäusern,
für die wir um Spenden bitten,
von der Unterstützung von Hunderten von
Priestern und Schwestern ganz zu
schweigen.
Frage: Welche Projekte unterstützt
"Kirche in Not" in Lateinamerika?
Legorreta: Wir versprechen Hilfe und
sammeln Spenden im Vertrauen auf
Gott. Unsere Unterstützer – es sind
Zigtausende weltweit – vertrauen uns
großzügig Geldbeträge an, die nicht
unbedingt groß sind. Dieses System
hat der Gründer unseres Hilfswerkes
gewollt: Hilfe zu versprechen, ohne
bereits über die Mittel zu verfügen.
Unsere Spender erfahren durch uns,
wo die Kirche Not leidet. Immer ist
das, was wir geben können, zu wenig,
weil die Nöte groß sind. Unser
Hilfswerk wirbt darum stets um neue
Spender, die diese Mission mittragen.
KiN
Mit dem viel beachteten Besuch Papst
Benedikts in der römischen Synagoge an diesem Sonntag ist auch eine neue
Ausstellung im Museum der jüdischen Gemeinde eröffnet worden. Unter dem Titel
„Et Ecce Gaudium“ sind 14 Pergamentblätter aus dem 16. und 17. Jahrhundert zu
sehen, die eine alte Tradition dieser Zeit dokumentieren: Mit den prächtig
geschmückten Schrift- und Bildtafeln hat die jüdische Gemeinde den Festzug der
Päpste ausgekleidet, wenn diese, frisch ins Amt gewählt, vom Vatikan in den
Lateran zogen. Die Dokumente, die im hauseigenen Archiv der jüdischen Gemeinde
verschollen waren, belegen diese Zeremonie nun erstmalig, betont der
Botschafter Israels beim Heiligen Stuhl, Mordechai Lewy:
„Die Ausstellung ist im Grunde eine
kleine historische Sensation. Auch die besten Kenner der Materie haben sich
nicht vorstellen können, dass vierzehn Papiere von jeweils unterschiedlichen
Prozessionen wieder aufgefunden wurden und auf Karton geklebt werden konnten.
Denn es handelt sich um ein äußerst empfindliches Papier. Und dennoch hat man
sie, völlig unscheinbar und zusammen gefaltet, im Archiv der jüdischen Gemeinde
von Rom wiederentdeckt. Ich glaube, das ist schon deshalb eine Sensation, da
Experten schon immer über die Papiere geschrieben haben, aber ohne sie jemals
gesehen zu haben. Man kannte sie aus der Literatur, von Archivalien und
Beschreibungen. Nur zu Gesicht hat sie noch niemand bekommen.“
Die Schmückung der Straßenabschnitte
rund um den Titusbogen in Kolosseumsnähe lag im Aufgabenbereich der jüdischen
Bürger Roms. Einerseits sei es eine Ehre gewesen, den neu gewählten Papst auf
diese Weise empfangen zu dürfen, betont Botschafter Lewy. Andererseits seien
die Juden, die zu dieser Zeit im römischen Ghetto leben mussten, dazu
verpflichtet worden. Damit seien die Ausstellungsstücke nicht nur schön
anzusehen, sondern auch wichtig für das Selbstverständnis der römischen Juden
als Rückschau auf die eigene Geschichte. Ganz aktuell beschreibt der Diplomat
das Selbstbild der römischen Juden so:
„Ich glaube das Selbstverständnis der
jüdischen Gemeinde ist heute ein ganz anderes als zu der Zeit, als die Gemeinde
noch im Ghetto eingeschlossen war zur Zeit des päpstlichen Staates. Ihr Stolz
heute liegt bestimmt in der Tatsache begründet, dass sie mit Israel ihren
eigenen Staat haben. Darauf können sie auch wirklich stolz sein und diesen
Stolz auch nach Außen tragen.“
Die Pergamente, die kunstvoll
ausgestaltete biblische Motive über hebräischen und lateinischen Lettern
zeigen, werden noch bis Mitte März im Museum der jüdischen Gemeinde,
unmittelbar bei der Synagoge gelegen, zu sehen sein. (rv 21)
Nigeria: Erzbischof kritisiert nach Ausschreitungen Regierung und Medien
Der Erzbischof von Jos, Ignatius Ayau
Kaigama, hat nach den gewaltsamen
Ausschreitungen, zu denen es seit dem
17. Januar in Jos gekommen ist und
bei denen zahlreiche Menschen getötet
wurden, sowohl die nigerianische
Regierung als auch die nationalen und
internationalen Medien kritisiert.
Gegenüber dem weltweiten katholischen
Hilfswerk "Kirche in Not" erklärte
er, viele Medien würden die Konflikte
anheizen, indem sie falsche
Informationen vermittelten und
versuchten, durch die Veröffentlichung
möglichst vieler Bilder Leser und
Zuschauer anzuziehen. Dies sei
"kontraproduktiv". Zudem
hätten Christen in den Medien oftmals keine
Stimme, so dass sie in vielen Fällen
als Aggressoren dargestellt würden.
Viele Menschen würden der
Berichterstattung glauben, als handele es sich
"um das Evangelium". Sie
seien sich nicht dessen bewusst, dass es sich
oftmals nicht um Fakten, sondern um die
Meinung von Journalisten
handele. Er forderte eine
"sorgfältige und vorsichtige
Berichterstattung". Im Falle der
aktuellen Ausschreitungen sei die
Faktenlage noch vollkommen unklar.
Vieles von dem, was als Tatsache
dargestellt worden sei, habe lediglich
auf Gerüchten beruht, kritisierte
der Erzbischof. Zudem sei den Medien
oftmals daran gelegen, möglichst
viel über Gewalt zu berichten, ohne
sich um Themen von wirklicher
Bedeutung zu kümmern, wenn es um
Nigeria gehe.
Laut Erzbischof Kaigama handele es sich
im Gegensatz zu der allgemeinen
Berichterstattung nicht um religiös
motivierte Gewalttaten, sondern um
soziale, politische und ethnische
Konflikte. Die nigerianische Regierung
verabsäume es, den Menschen in Nigeria
soziale Sicherheit zu
verschaffen. Ein großer Teil der Jugend
sei ohne Zukunft, es gebe keine
Arbeitsstellen, keine Perspektive.
Diese Jugendlichen seien frustriert
und verzweifelt, so dass es zu Gewalt
komme. Oft werde diese
Gewaltbereitschaft dabei von
politischen und religiösen Führern
missbraucht. In vielen Fällen handele
es sich auch um ethnische
Konflikte zwischen einzelnen
Volksgruppen. Kaigama rief die Regierung
dazu auf, Nigeria zu einem
"besseren Land" zu machen, das Potential der
Nigerianer zu entwickeln und den
Menschen Sicherheit zu verschaffen.
Nicht nur die Jugendlichen seien
unzufrieden, sondern auch viele
Erwachsene, denen beispielsweise für
harte Arbeit keine oder nur
verspätet Löhne ausgezahlt würden. Die
Regierung komme ihrer
Verantwortung nicht nach. Nahezu alle
sozialen Dienste werden von der
Kirche geleistet, ihre Arbeit werde
aber von der Regierung dabei nicht
unterstützt, sondern sei auf die
Unterstützung von Hilfswerken
angewiesen. Die nach den gewaltsamen
Übergriffen verhängte
Ausgangssperre erschwere die Arbeit der
Kirche zusätzlich und schüre die
Spannungen in der Gesellschaft noch
weiter, berichtet er.
Es müsse ein Anliegen der Kirche sein,
den christlich-islamischen Dialog
weiterzuführen und ihn zu verstärken,
betonte der Erzbischof. Zwar gebe
es Menschen, die dies nicht für
sinnvoll erachteten, jedoch seien
Konflikte "noch nie hilfreich
gewesen". Es sei wichtig, ein Klima der
Harmonie und des Friedens zu schaffen
und dafür vor allem mit der Jugend
zu arbeiten. Hier gebe es zahlreiche
Projekte, in denen christliche und
muslimische Jugendliche zusammen
"lernen und arbeiten", so Kaigama. Auch
die Ausbildung der angehenden Priester
und der Katecheten sei von großer
Bedeutung, da sie "zu den Menschen
gehen, Hoffnung schenken und ganz
unten an der Basis Friedens- und
Versöhnungsarbeit leisten.
"Kirche in Not" ruft die
Christen in aller Welt dazu auf, um Frieden und
Versöhnung für Nigeria zu beten. Das
Werk unterstützt zahlreiche
Projekte in Nigeria, darunter die
Ausbildung von Priestern und
Katecheten sowie die Versöhnungsarbeit
der katholischen Kirche.
Eva-Maria Kolmann, KiN
Kardinalstaatsekretär Tarcisio Bertone bleibt im Amt
Bereits am 15. Januar hat Papst
Benedikt XVI. seinen langjährigen Mitarbeiter in seinem Amt bestätigt. In einem
Brief, der an diesem Freitag veröffentlicht wurde, bekräftigt er sein Vertrauen
in den zweiten Mann im Vatikan. Bertone hatte mit Erreichen seines 75.
Geburtstages am 2. Dezember dem Papst, wie das Kirchenrecht es fordert, seinen
Rücktritt angeboten. Papst Benedikt XVI. bedankt sich bei Kardinal Bertone für
seine wertvolle Arbeit und erinnert an den langen Weg, den sie gemeinsam
gegangen sind. Bertone war Sekretär der Glaubenskongregation und damit engster
Mitarbeiter des Papstes, als Kardinal Joseph Ratzinger die Behörde leitete.
Besonders denke er - schreibt der Papst - an die heikle Arbeit, die Bertone
damals in den 80er Jahren bei der Ermöglichung des Dialoges mit Erzbischof
Marcel Lefebvre geleistet habe. Seine gesamte Zeit, seitdem er von Papst
Johannes Paul II. nach Rom gerufen wurde, seien intensive und anspruchsvolle
Jahre gewesen, in denen wichtige Lehrentscheidungen gefällt wurden, so der
Papst in seinem Brief. Zu seiner Entscheidung, Bertone 2006 zum
Kardinalstaatssekretär zu ernennen, hätten vor allem zwei Dinge beigetragen:
sein „sensus fidei“, also sein Gespür für den Glauben, und seine „humanitas“,
seine Menschlichkeit, die schon bei der Arbeit in der Kongregation für die
Glaubenslehre ein Klima der echten Vertrautheit geschaffen habe. Sie seien auch
der Grund, weswegen er Bertone nun bitte, das Amt weiter auszuüben. (rv 22)
Haiti: Neue Herausforderungen an Hilfsorganisationen
Die Haitianer sind überaus dankbar für
die internationale Soforthilfe. Die befürchteten Plünderungen und Unruhen
bleiben aus oder halten sich in Grenzen. Dieses Bild zeichnen Hilfskräfte auf
Haiti nach dem Nachbeben mit der Stärke 6,1 auf der Richterskala, das die Insel
an diesem Mittwoch erschüttert hat. Neben der akuten Gefahr durch die erneuten
Erschütterungen stünden aber auch die sozialen Strukturen vor Ort vor eine
Zerreißprobe. Das betont Georg Nothelle von „Malteser International“. Er ist
seit einer Woche auf Haiti:
„Allein durch die sozialen Spannungen
in Haiti ist schon ein Potential an Gewalt und Kriminalität da. Durch die
Notlage verschärft sich die Situation noch weiter. Ausschreitungen sind sogar
nachvollziehbar, wenn es Tage nach dem Beben noch keine Versorgung mit
Lebensmitteln und Trinkwasser gibt. Diese Unruhen sind aber punktuell.
Insgesamt ist die haitianische Bevölkerung sehr dankbar und froh, dass wir da
sind und leitet alles Notwendige in die Wege, um uns zu helfen.“
Das Nachbeben kam acht Tage, nachdem
ein Erdbeben der Stärke 7 den Karibikstaat verwüstet hatte. Die internationalen
Hilfsorganisationen appellieren weiter an die Menschen, Solidarität zu zeigen
und zu spenden, um koordiniert und nachhaltig Hilfe leisten zu können.
Der Botschafter der Dominikanischen
Republik beim Heiligen Stuhl, Víctor Manuel Grimaldi Céspedes, hat unterdessen
gegenüber Radio Vatikan betont, dass sein Land Haiti weiter in
freundschaftlicher Solidarität unterstütze.
„Alle Menschen in Lateinamerika und
allen voran die Menschen der Dominikanischen Republik, stehen den Menschen in
Haiti und der Regierung in diesen schwierigen Tagen bei. Hierfür ist die
moralische Orientierungshilfe, die Papst Benedikt gegeben hat, bindend. Der
Wiederaufbau von Haiti ist unsere gemeinsame Pflicht.“
Die Dominikanische Republik hatte den
Nachbarstaat in den Tagen nach dem Beben durch Hilfsgüter und den Einsatz von
humanitären Helfern gestärkt. (domradio 21)
Nahost: Neuer Streit um Qumran-Rollen
Große Irritationen vor
kulturgeschichtlichem Hintergrund: Jordanien fordert aktuell die berühmten
Qumran-Schriften von Israel zurück – und hofft dabei auf die Unterstützung der
UNESCO, der Kulturabteilung der Vereinten Nationen. Laut Agenturberichten soll
die jordanische Antikenbehörde versucht haben, über die Vermittlung der UNESCO
einige Rollen zu erhalten, die Israel für eine Ausstellung in das kanadische
Toronto geschickt hatte. Über die verzwickte Rechtslage um die Textdokumente,
deren Fundgeschichte in die Gründungszeit des Staates Israel fällt, hat Radio
Vatikan mit dem Qumran-Experten Armin Lange, Professor am Institut für
Judaistik der Universität Wien, gesprochen:
„Die damalige jordanische Regierung hat
um internationale finanzielle Unterstützung gebeten. Die Texte sind also nicht
mit jordanischem Geld angekauft worden, sondern mit Geld von verschiedenen
internationalen Institutionen wie Museen, Universitäten, aber auch Geld, wie
beispielsweise des Bundeslandes Baden-Württemberg in Deutschland. Das heißt,
Jordanien hat sich mehr als vierzig Jahre lang kaum um diese Sache gekümmert.
Und nun fällt ihnen aus heiterem Himmel ein, dass sie die Schriftstücke
zurückhaben wollen, die nicht mit jordanischem Geld angeschafft wurden. Das
scheint mir etwas merkwürdig.“
Nach dem Sieben-Tage Krieg von 1967
hätte schließlich der Teil Jerusalems auf israelischer Seite gelegen, in dem
das Rockefeller-Museum stand – welches den Großteil der Qumran-Rollen
beherbergte. Jahrzehntelang hätten weder Jordanien noch Israel Einfluss auf die
Aufarbeitung und Veröffentlichung der Qumran-Texte genommen, erklärt der Wiener
Fachmann. Über die aktuellen Forderungen jordanischer und auch
palästinensischer Behörden mutmaßt Lange:
„Ich kann hier nur vermuten, dass man
Israel und dem Judentum weltweit wehtun möchte. Denn es ist deutlich, dass die
Texte ein Kernstück jüdischen Kulturerbes darstellen.“
Lange warnt zugleich auch in der
aktuellen Diskussion davor, unsachlich zu argumentieren. In der Vergangenheit
hätten US-amerikanische und deutsche Medien bereits viel zu
„sensationsheischend“ über die Qumran-Texte berichtet:
„Es handelt sich um einen jüdischen
Schriftfund. Also um Handschriften, die vor mehr als zweitausend Jahren von
Juden produziert worden sind. Das heißt, die Texte markieren so eine Art
Weggabelung in das heutige Judentum und heutige Christentum hinein und sind
daher von enormer Bedeutung für die christlich-jüdische Verständigung und das
christlich-jüdische Gespräch.“ (rv 21)
Der Papst glaubt an die Brüder
Papst Benedikt XVI. nähert sich den
Pius-Traditionalisten an. Doch die werfen ihm vor, die reine Lehre zu verraten.
Von Paul Kreiner, Rom
Den Stand der Dinge belegen am besten
zwei aktuelle Zitate. Er „vertraue darauf“, sagte Papst Benedikt XVI. vor der Vollversammlung
der vatikanischen Glaubenskongregation, „dass jene Probleme der (katholischen)
Lehre überwunden werden, die von Seiten der Piusbruderschaft einer vollen
Gemeinschaft mit der Kirche im Wege stehen.“
Fast gleichzeitig, nach dem Besuch
Benedikts XVI. in der Synagoge am vergangenen Sonntag, erklärte die
traditionalistische Bruderschaft via Internet: Die „Predigt des Papstes“ im
jüdischen Gebetshaus habe keinen Aufruf zur Missionierung der Juden enthalten;
damit sei Benedikt „von Grund auf von der Lehre der Apostel Petrus und Paulus
abgewichen.“ Noch klarer kann man es kaum formulieren: Die Piusbruderschaft
beschuldigt den Papst der Ketzerei.
Und noch einer hat sich zu Wort
gemeldet: Richard Williamson, einer der vier Traditionalistenbischöfe, deren
Exkommunikation der Papst vor genau einem Jahr aufgehoben hat, der sich aber
zeitgleich als notorischer Leugner des Holocaust herausgestellt hat. Williamson
sagte ebenfalls per Internet, jedermann glaube, „dass Israel ein rechtmäßiger
Staat sei; das muss aber nicht bedeuten, dass er es auch ist.“ Die Gespräche
zwischen seinen Traditionalisten und dem Vatikan seien „ein Dialog unter
Taubstummen“. Und in Deutschland, wo er ab März einen Prozess wegen
Volksverhetzung erwartet, werde er „verfolgt“.
So also reden sie miteinander und
übereinander. Zum zweiten Mal haben sich die Verhandlungskommissionen von
Vatikan und Piusbrüdern am Montag dieser Woche in der Glaubenskongregation
getroffen. Sprach der Vatikan nach der ersten Runde im Oktober 2009 noch von einem
„herzlichen, respektvollen und konstruktiven Klima“, so überging er die zweite
Begegnung mit Schweigen.
Man rede, ließ sich der Sekretär der
zuständigen Kommission, Guido Pozzo, lediglich entlocken, über die bekannten
Meinungsunterschiede in Sachen katholischer Lehre: So verweigern sich die
Ultrakonservativen dem Dialog mit anderen christlichen Konfessionen und anderen
Religionen; sie lehnen die moderne Form der katholischen Messe komplett ab; sie
wenden sich gegen Religionsfreiheit und das Ja der Kirche zu einem
weltanschaulich neutralen Staat. Grundsätzlich verurteilen sie die „Öffnung zur
Welt“, die die Kirche mit ihrem Zweiten Vatikanischen Konzil (1962 bis 1965)
vorgenommen hat, als einen Verrat an der Tradition.
Ein Zeitplan für die Verhandlungen, vor
allem aber ein zeitlicher Horizont für eine mögliche Einigung oder einen
erneuten Bruch sind nicht in Sicht. Erzbischof Bernard Fellay, der Leiter der
Piusbruderschaft, sagte einmal, die Gespräche könnten gut ein Jahr dauern; er sagte
aber auch, eine Rückkehr und „Wiederherstellung der Kirche“ werde mehr als eine
Generation dauern, „vielleicht sogar ein Jahrhundert“. Fellay meinte natürlich,
was die Traditionalisten insgesamt meinen, wenn man sie auf die Verhandlungen
mit dem Vatikan anspricht: die „Wiederherstellung“ der katholischen Kirche im
Sinne der Piusbruderschaft, die für sich in Anspruch nimmt, die einzige
katholische Wahrheit zu vertreten.
Das Dekret, mit dem Benedikt XVI. „in
einem Akt väterlicher Barmherzigkeit“ die vier illegal geweihten
Traditionalistenbischöfe in die katholische Kirche zurückholte, hatte vor einem
Jahr beträchtlichen Staub aufgewirbelt. Schlagzeilen machten vor allem die
Äußerungen des Holocaust-Leugners Williamson, die genau in jenen drei Tagen
weltweit bekannt wurden, die zwischen der päpstlichen Unterzeichnung des
Dekrets (am 21. Januar 2009) und dessen Veröffentlichung (am 24. Januar) lagen
– ohne dass Rom darauf reagiert hätte.
Dem Vatikan hielt man damals vor, er
untersuche aufs Peinlichste die Biografie jedes Pfarrers, der irgendwann zum
Weihbischof erhoben werden solle, gehe aber in einem viel entscheidenderen Fall
mit Schlamperei, Wurstigkeit oder gar Absicht vor. Der damalige
Verhandlungsbeauftragte, Kardinal Dario Castrillon Hoyos, sah sich dem Vorwurf
ausgesetzt, er habe – wenige Tage vor seiner altershalber zwingenden
Pensionierung – den Papst eines vorschnellen Friedensschlusses wegen über den
Tisch gezogen.
Fachtheologen indes kritisieren bis
heute, der Papst, der das „Bemühen um die Einheit der Kirche“ als Motiv für
seinen Gnadenakt angibt, befreie eine Gruppe vom Gehorsam gegenüber
beträchtlichen Teilen der katholischen Lehre. Professor Peter Hünermann,
führender deutscher Dogmatiker, spricht von einem „skandalösen Amtsfehler im
theologischen Sinne“.
Benedikt XVI. reagierte doppelt auf die
Kritik: Im März schrieb er – für einen Papst sehr ungewöhnlich – eine Art
„Schmollbrief“ an die Bischöfe der Welt, worin er „für mich nicht vorhersehbare
Pannen“ einräumte, gleichzeitig aber „auch Katholiken, die es besser hätten
wissen müssen“ für ihre „sprungbereite Feindseligkeit“ tadelte. Zweitens
unterstellte er „Ecclesia Dei“, jene für die Verhandlungen mit den
Traditionalisten zuständige Kommission, die jahrelang ein kaum kontrolliertes
Eigenleben geführt hatte, der Glaubensbehörde. Benedikt stellte klar, die
Bischöfe der Piusbruderschaft, auch wenn sie von der Exkommunikation befreit
seien, übten „kein rechtmäßiges Amt“ aus.
Die Traditionalisten reagierten auf
ihre Weise: Sie weihten Priester, obwohl der Vatikan das als „unrechtmäßig“
bezeichnet hatte. Tsp 22
Russland: Ikonenschatz bald wieder Kirchenbesitz?
Wenn es nach Wladimir Putin geht,
erhält die orthodoxe Kirche von Russland einen Großteil ihres zu Sowjetzeiten
enteigneten Besitzes zurück. Dabei geht es nicht nur um zahlreiche Immobilien
wie Kirchen und Klöster, sondern vor allem auch um einen reichen Fundus an
kostbaren Ikonen. Christine Hahn hat über dreißig Jahre als Galeristin in
Regensburg mit Ikonen gehandelt. Ihre Arbeit hat sie immer wieder nach Russland
geführt. Die Absichten Putins bewertet sie so:
„Einmal will natürlich der russische
Staat der Kirche etwas zurückgeben, was er der Kirche unrechtmäßig entwendet
hat. Es ist so etwas wie eine Wiedergutmachung. Deshalb ist es ganz wichtig,
dass die Ikonen in die einzelnen Kirchen wieder zurückkommen. Dann kommt der
Punkt hinzu, dass diese Ikonen natürlich gepflegt und erhalten werden müssen.
Und da glaube ich, dass der russische Staat zurzeit einfach kein Geld dazu hat.
Die Kirche aber hat ihre Leute, die die Ikonen dann restaurieren und
herrichten.“
Die Ikonen seien identitätsbildend für
das Selbstbewusstsein der russischen Bevölkerung: „Es geht bei den Menschen
nicht ohne Ikonen. Sie haben sie zu Hause – das ist fast wie ein Kind, das man
auch nicht einfach weggibt. Und in den Kirchen ist das einfach das Schönste,
was man sieht, wenn man hineinkommt. Die Ikonen und dazu die Kirchenmusik, das
ist einfach ein Bestandteil, der für den orthodoxen Glauben und die Kirche dazu
gehört.“
Die religiösen Kunstschätze, die jetzt
in den Besitz der russisch-orthodoxen Kirche zurückgeführt werden sollen, waren
ihr 1917 unter der Bolschewiken-Herrschaft enteignet worden. Putin habe ein
entsprechendes Restitutionsgesetzt bereits auf den Weg gebracht, so die
Moskauerzeitung „Kommersant“. (rv 21)