Notiziario religioso  25-26  Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 25. Il commento al Vangelo. “Predicate il vangelo ad ogni creatura”  1

2.       Martedì 26. Il commento al Vangelo. L’invio dei settantadue discepoli 1

3.       «La Rete va sfruttata, nuovi media sono utili anche per evangelizzare»  1

4.       Il Papa: "Si apre una nuova era. Internet va evangelizzato"  2

5.       Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI 2

6.       Ecumenismo e mobilità umana  3

7.       Clima disteso tra Chiesa e mondo ebraico  3

8.       Mendicanti della verità  4

9.       Per la prima volta una donna laica ai vertici del governo del Vaticano  4

10.   Settimana sociale. Un percorso condiviso. Intervista a mons. Miglio  4

11.   Intervista a Marco Tarquinio, nuovo direttore del quotidiano della Cei Avvenire  5

12.   Gianni Letta annuncia: «Sul crocifisso pronto ricorso contro Strasburgo»  6

13.   Almeno su Dio non si litiga  6

14.   Teologia e Web. Viva il Concilio  7

 

 

1.       Haiti: Kirche an vorderster Front 7

2.       Papst: „Neue Epoche der Glaubensverkündigung“  8

3.       Sri Lanka: Erzbischof ruft zu friedvollen Wahlen auf 8

4.       Päpstlicher Appell. Gehet hin und bloggt 8

5.       Kardinal Kasper erwidert „Querschüsse von evangelischer Seite“  8

6.       Über Afghanistan predigen. Die Diskussion um die Aussagen von Bischöfin Käßmann  9

7.       Käßmann: „Will mich mit Katholiken nicht streiten“  9

8.       Großbritannien: Ökumene mit globaler, katholischer Vision  9

9.       Deutschland: Haltestelle Leben und die Osterkrippe  10

10.   "Wir müssen Haiti wieder Hoffnung geben". Weitere 100.000 US-Dollar Soforthilfe von "Kirche in Not"  10

11.   Italien: „Et Ecce Gaudium“  11

12.   Nigeria: Erzbischof kritisiert nach Ausschreitungen Regierung und Medien  11

13.   Kardinalstaatsekretär Tarcisio Bertone bleibt im Amt 12

14.   Haiti: Neue Herausforderungen an Hilfsorganisationen  12

15.   Nahost: Neuer Streit um Qumran-Rollen  12

16.   Der Papst glaubt an die Brüder 13

17.   Russland: Ikonenschatz bald wieder Kirchenbesitz?  13

 

 

 

 

 

Lunedì 25. Il commento al Vangelo. “Predicate il vangelo ad ogni creatura”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 16,15-18) commentato da P. Lino Pedron 

 

15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. 16 Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. 17 E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, 18 prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

 

La finale del vangelo di Marco insiste sulla missione di portare il vangelo in tutto il mondo, unendo strettamente la testimonianza della parola a quella delle opere, dei segni.

Con l’esortazione alla missione universale si congiunge l’affermazione che per la salvezza sono richiesti la fede e il battesimo. Inoltre agli annunciatori del vangelo viene promesso che la loro predicazione missionaria sarà sostenuta e confermata dai miracoli compiuti da Gesù risorto.

La trasmissione delle parole di Gesù è al centro del testo e ha lo scopo di fare cristiani tutti i popoli. La missione, l’andare da tutti gli uomini, è un incarico che va capito bene.

Se la missione è trasmettere agli uomini la parola di Gesù e le sue direttive per fare di loro, mediante il battesimo, dei discepoli, ciò esclude due malintesi.

Il primo è il malinteso della rivendicazione del potere politico. Una concezione utopistica è quella di W. Soloviev che ritiene il regno di Dio come uno stato teocratico in questo mondo, e vede questa concezione radicata nella volontà di Gesù. Sulla terra vi sarebbe un unico potere, e questo non apparterebbe a Cesare, ma a Gesù Cristo.

L’altro malinteso è la relativizzazione dell’incarico missionario, che arriva a sostenere che il compito dell’evangelizzazione consiste nell’aiutare i buddisti a diventare buddisti migliori, i musulmani a diventare più ferventi musulmani, e via dicendo.

Il dialogo necessario con le religioni mondiali non elimina la necessità dell’annuncio e della testimonianza, della fede cristiana e del battesimo. E’ il Cristo risorto al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra (cfr Mt 18, 28), che manda i cristiani a predicare il vangelo ad ogni creatura.

La missione è necessaria per volontà di Dio, il quale ha risuscitato Gesù Cristo dai morti. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Martedì 26. Il commento al Vangelo. L’invio dei settantadue discepoli

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 10,1-9) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

 

Questo brano di vangelo ci vuole ricordare che anche i discepoli sono stati incaricati e inviati dal Signore ad annunciare il regno di Dio. Il numero settantadue ricorda i popoli della "tavola delle nazioni" nel libro della Genesi; capitolo 10, in pratica tutti gli uomini della terra.

I missionari di Cristo vanno a due a due per dare maggior credito alla loro predicazione, perché nella testimonianza di due o tre c’è la garanzia di ogni verità (cfr Dt 17,6; 19,15),

Rispetto all’estensione del campo e del raccolto che si annuncia, il numero degli operai del vangelo è sempre esiguo. Bisogna andare con urgenza e andare tutti. I verbi sono imperativi: "pregate" e "andate" (v. 3). La missione degli inviati non è facile, come non è stata facile per Gesù. I messaggeri del vangelo sono per definizione portatori di buone notizie (cfr Is 52,7-9). Gesù li paragona agli agnelli, simbolo di mansuetudine, che devono andare in mezzo ai lupi, cioè in mezzo agli uomini violenti e assassini. Il loro compito è quello di portare a tutti, casa per casa, la benedizione e la pace.

Gesù manda i suoi discepoli come il Padre ha mandato lui (cfr Gv 20,21). La missione nasce dall’amore del Padre per tutti i suoi figli e termina nell’amore dei figli per il Padre e tra di loro. L’inizio di questo brano di vangelo ci invita a grandi cose: "La messe è molta" (v. 2), cioè tutta l’umanità attende da noi il gioioso annuncio che Dio è Padre e vuole che tutti gli uomini siano salvati. Chi conosce il cuore del Padre è sollecito verso tutti i fratelli. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

 

«La Rete va sfruttata, nuovi media sono utili anche per evangelizzare»

 

Il Papa apre le porte all'era digitale: "Internet è una grande opportunità"

Il messaggio del Pontefice nella "Giornata della comunicazione"

 

ROMA - È «sempre più importante ed utile» l’uso dei «moderni mezzi di comunicazione» nel «ministero sacerdotale», secondo il Papa, che dedica al tema il messaggio per la 44esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio). «Con la loro diffusione - scrive Benedetto XVI nel messaggio presentato oggi in sala stampa vaticana - la responsabilità dell’annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all’inizio di una ’storia nuovà, perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola».

 

Certo, il Papa ammette «il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare», e sottolinea che «ai presbiteri , invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico», avvalendosi, «accanto agli strumenti tradizionali, dell’apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l’evangelizzazione e la catechesi». In questo senso, i preti devono coniugare «l’uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore».

 

Più specificamente, per Ratzinger «compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo ’digitalè i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l’opportunità di educarsi all’attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale».

 

Una «pastorale nel mondo digitale», è chiamata, secondo il Papa, «a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura».  «Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli - scrive Benedetto XVI in un passaggio del suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali - è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio, come il ’cortile dei gentilì del Tempio di Gerusalemme, anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?». LS 23

 

 

 

 

Il Papa: "Si apre una nuova era. Internet va evangelizzato"

 

Benedetto XVI nella Giornata delle comunicazioni sociali esorta i sacerdoti: "Portare la parola di Dio nel continente digitale, rivolgendosi anche ai non credenti"

 

CITTA' DEL VATICANO - Si apre una "nuova era", quella dell'evangelizzazzione del web: nel messaggio per la 44esima Giornata Mondiale delle Comunicazione sociali papa Benedetto XVI  invita la chiesa intera a guardare a Internet con entusiasmo e audacia ed esorta i sacerdoti a diventare navigatori della rete, a partecipare ai social network e a portare la parola di Dio nel grande continente digitale.

 

"Una pastorale nel mondo digitale è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura" afferma Benedetto XVI per il quale "è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto".

 

"Anche nel mondo digitale - auspica il Papa - deve emergere che l'attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all'umanità smarrita di oggi, che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda".

 

"Chi meglio di un uomo di Dio - si chiede Ratzinger in riferimento al tema di quest'anno, "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" - può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie competenze nell'ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l'oggi e costruire adeguatamente il futuro?".

 

"Compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello - prosegue il Papa - di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo digitale i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l'opportunità di educarsi all'attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale".  LR 23

 

 

 

Preti nell'era digitale. Il messaggio di Benedetto XVI

 

Ecco il testo integrale del Messaggio del Papa per la 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" (16 maggio 2010).

 

Cari fratelli e sorelle, il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" -, si inserisce felicemente nel cammino dell'Anno sacerdotale, e pone in primo piano la riflessione su un ambito pastorale vasto e delicato come quello della comunicazione e del mondo digitale, nel quale vengono offerte al Sacerdote nuove possibilità di esercitare il proprio servizio alla Parola e della Parola. I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l'uso nel ministero sacerdotale.

Compito primario del Sacerdote è quello di annunciare Cristo, la Parola di Dio fatta carne, e comunicare la multiforme grazia divina apportatrice di salvezza mediante i Sacramenti. Convocata dalla Parola, la Chiesa si pone come segno e strumento della comunione che Dio realizza con l'uomo e che ogni Sacerdote è chiamato a edificare in Lui e con Lui. Sta qui l'altissima dignità e bellezza della missione sacerdotale, in cui viene ad attuarsi in maniera privilegiata quanto afferma l'apostolo Paolo: "Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso... Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?" (Rm 10,11.13-15).

Per dare risposte adeguate a queste domande all'interno dei grandi cambiamenti culturali, particolarmente avvertiti nel mondo giovanile, le vie di comunicazione aperte dalle conquiste tecnologiche sono ormai uno strumento indispensabile. Infatti, il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive ed attualizzazioni all'esortazione paolina: "Guai a me se non annuncio il Vangelo!" (1 Cor 9,16). Con la loro diffusione, pertanto, la responsabilità dell'annuncio non solo aumenta, ma si fa più impellente e reclama un impegno più motivato ed efficace. Al riguardo, il Sacerdote viene a trovarsi come all'inizio di una "storia nuova", perché, quanto più le moderne tecnologie creeranno relazioni sempre più intense e il mondo digitale amplierà i suoi confini, tanto più egli sarà chiamato a occuparsene pastoralmente, moltiplicando il proprio impegno, per porre i media al servizio della Parola.

Tuttavia, la diffusa multimedialità e la variegata "tastiera di funzioni" della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un'utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente, e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare. Ai Presbiteri, invece, è richiesta la capacità di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tante "voci" scaturite dal mondo digitale, ed annunciare il Vangelo avvalendosi, accanto agli strumenti tradizionali, dell'apporto di quella nuova generazione di audiovisivi (foto, video, animazioni, blog, siti web), che rappresentano inedite occasioni di dialogo e utili mezzi anche per l'evangelizzazione e la catechesi.

Attraverso i moderni mezzi di comunicazione, il Sacerdote potrà far conoscere la vita della Chiesa e aiutare gli uomini di oggi a scoprire il volto di Cristo, coniugando l'uso opportuno e competente di tali strumenti, acquisito anche nel periodo di formazione, con una solida preparazione teologica e una spiccata spiritualità sacerdotale, alimentata dal continuo colloquio con il Signore. Più che la mano dell'operatore dei media, il Presbitero nell'impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un'anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all'ininterrotto flusso comunicativo della "rete".

Anche nel mondo digitale deve emergere che l'attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale. La pastorale nel mondo digitale, infatti, deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo, e all'umanità smarrita di oggi, che "Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda" (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi: L'Osservatore Romano, 21-22 dicembre 2009, p. 6).

Chi meglio di un uomo di Dio può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie competenze nell'ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l'oggi e costruire adeguatamente il futuro? Compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l'attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo "digitale" i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l'opportunità di educarsi all'attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale. Questa potrà così prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare il diritto di cittadinanza di Dio in ogni epoca, affinché, attraverso le nuove forme di comunicazione, Egli possa avanzare lungo le vie delle città e fermarsi davanti alle soglie delle case e dei cuori per dire ancora: "Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20).

Nel Messaggio dello scorso anno ho incoraggiato i responsabili dei processi comunicativi a promuovere una cultura di rispetto per la dignità e il valore della persona umana. E' questa una delle strade nelle quali la Chiesa è chiamata ad esercitare una "diaconia della cultura" nell'odierno "continente digitale". Con il Vangelo nelle mani e nel cuore, occorre ribadire che è tempo anche di continuare a preparare cammini che conducono alla Parola di Dio, senza trascurare di dedicare un'attenzione particolare a chi si trova nella condizione di ricerca, anzi procurando di tenerla desta come primo passo dell'evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura. Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio - come il "cortile dei gentili" del Tempio di Gerusalemme - anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?

Lo sviluppo delle nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale rappresentano una grande risorsa per l'umanità nel suo insieme e per l'uomo nella singolarità del suo essere e uno stimolo per il confronto e il dialogo. Ma essi si pongono, altresì, come una grande opportunità per i credenti. Nessuna strada, infatti, può e deve essere preclusa a chi, nel nome del Cristo risorto, si impegna a farsi sempre più prossimo all'uomo. I nuovi media, pertanto, offrono innanzitutto ai Presbiteri prospettive sempre nuove e pastoralmente sconfinate, che li sollecitano a valorizzare la dimensione universale della Chiesa, per una comunione vasta e concreta; ad essere testimoni, nel mondo d'oggi, della vita sempre nuova, generata dall'ascolto del Vangelo di Gesù, il Figlio eterno venuto fra noi per salvarci. Non bisogna dimenticare, però, che la fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione.

A voi, carissimi Sacerdoti, rinnovo l'invito a cogliere con saggezza le singolari opportunità offerte dalla moderna comunicazione. Il Signore vi renda annunciatori appassionati della buona novella anche nella nuova "agorà" posta in essere dagli attuali mezzi di comunicazione.

Con tali voti, invoco su di voi la protezione della Madre di Dio e del Santo Curato d'Ars e con affetto imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.

 

 

 

 

Ecumenismo e mobilità umana

 

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e il mondo dell’immigrazione: un’occasione di incontro per un cammino ecumenico.

 

ROMA - La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani diventa un momento importante per far incontrare il cammino ecumenico con il cammino degli immigrati. L’immigrazione in Italia ha portato anche ad incontrare l’esperienza di fede di cristiani provenienti da oltre 190 Paesi del mondo. Infatti, degli oltre 4 milioni di immigrati, 2.011.000 sono cristiani, di cui 1.105.000 (28,4%) ortodossi, soprattutto provenienti dalla Romania, 739.000 cattolici (19%), 121.000 protestanti (3,1%) e 46.000 (1,2%) altri cristiani. In 12 regioni d’Italia il numero degli immigrati di fede e di tradizione cristiana sono la maggioranza, con percentuali che raggiungono il 67% nel Lazio e l’80% in Sardegna. Le regioni in cui i fratelli ortodossi sono percentualmente più presenti sono, con oltre il 30%, la Calabria, la Basilicata, la Campania, il Friuli, il Lazio, il Molise, il Piemonte, Umbria e Veneto. Questa dispersione territoriale dipende in larga misura dall’insediamento di due collettività numerose a maggioranza ortodossa: rumena e ucraina. I cattolici sono la metà del totale dei cristiani in Sardegna, il 30% in Liguria e oltre il 20% in Lombardia, nel Lazio e nel Molise. La settimana ecumenica, nelle nostre comunità può diventare un’occasione ulteriore per momenti di preghiera e di incontro che aiutino una comunità a valorizzare la ricchezza di presenze cristiane, nella consapevolezza di costruire insieme, anche nella parrocchia oltre che nella città, una comunione e un’unità, superando divisioni ed esclusioni. La settimana di preghiera aiuta anche a respirare come cristiani “a due polmoni” - come amava dire Giovanni Paolo II - con l’incontro tra la tradizione cristiana orientale - di cui sono ricchi soprattutto gli immigrati provenienti dall’Est europeo - e la tradizione cristiana occidentale. Al tempo stesso, come hanno sottolineato i due recenti sinodi africano e mediorientale, la settimana ecumenica è un invito come cristiani a coniugare la fede con la carità e la giustizia, con la pace nella preghiera comune con fratelli cristiani che provengono da Paesi segnati dalla fame, dall’ingiustizia e dalla guerra. I 700 Centri pastorali per gli immigrati cattolici in Italia, le numerose  Missioni italiane in Europa e nel mondo con oltre 500 missionari, la presenza di oltre 2000 sacerdoti stranieri inseriti nella pastorale ordinaria nelle nostre parrocchie e comunità, possono aiutare a rendere la nostra Chiesa  un ‘laboratorio’ di “esercizio dell’ecumenismo” - come ci ricorda il Concilio Vaticano II nel secondo capitolo del decreto Unitatis redintegratio - in cui sperimentare anche momenti di dialogo ecumenico, ricchi di una lingua e di un’esperienza che può facilitare incontri e dibattiti. La preghiera della settimana ecumenica oggi, in un mondo di mobilità, non ha bisogno di guardare lontano per trovare il suo significato e valore: basta guardare in casa, in parrocchia, al quartiere e alla città per ritrovare i volti e le esperienze di un cristianesimo chiamato a rinnovare la sua storia di comunione. (G. Perego, Migranti-press)

 

 

 

 

Clima disteso tra Chiesa e mondo ebraico

 

La visita del Papa in Sinagoga. L’unanime condanna della Shoah, le parole del Pontefice e l’accordo di collaborare per la pace

  

   Il 17 gennaio scorso si è conclusa positivamente la visita di Benedetto XVI nella Sinagoga di Roma, fatta 24 anni dopo Giovanni Paolo II, primo Pontefice a varcare la soglia di un tempio ebraico. Alla vigilia aveva creato timori la critica a Pio XII, da alcuni Ebrei ingiustamente accusato di connivenza con il nazismo. Motivo per il quale Giuseppe Laras, presidente dei rabbini italiani, si è rifiutato di partecipare all’incontro ritenendolo “inutile e negativo”, in quanto “non deriverà nulla di positivo né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere”. Un dissenso determinato anche dalla recente firma pontificia del decreto sulle “eroiche virtù” di Papa Pacelli, male accolta dalle “famiglie dei superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato Italiano”.

   Certo, c’è libertà di opinione. Ma essa, per non diventare pregiudizio, deve basarsi sui fatti, non solo sul puro antagonismo ideologico o religioso. Che per secoli la Chiesa Cattolica sia stata antisemita ed abbia accusato di deicidio gli Ebrei - residenti a Roma fin dai tempi di Giulio Cesare - è provato, tra l’altro, dall’umiliante ghetto istituito nel 1555 da Paolo IV proprio dove ora c’è la sinagoga. Antigiudaismo superato da Giovanni XXIII e con la Dichiarazione Nostra aetate, promulgata nel 1965 dal Concilio Vaticano II, con cui si diede origine al dialogo. Vero anche che Pio XII non condannò espressamente il nazismo, ma il suo silenzio fu determinato dalla consapevolezza che il Führer avrebbe reagito con violenza. E che, nell’ottobre ’43, furono catturati 1.023 Ebrei su i circa 8.000 residenti a Roma, 288 dei quali bambini (ne rientrarono vivi solo 17 ed un solo minorenne), ma proprio questi numeri dimostrano come la Santa Chiesa abbia cercato in tutti i modi di salvarli attraverso “un’azione di soccorso nascosta e discreta” del Papa; aiuto testimoniato, tra gli altri, da Albert Einstein, Golda Meir, Moshe Sharett; dal rabbino Herzog, oltre a Pinchas Lapide, console israeliano a Milano.

   Indubbio che esista tuttora un notevole antisemitismo, oltre al fondamentalismo islamico che vuole annientare, culturalmente e fisicamente, lo Stato d’Israele e gli Ebrei tutti: c’è a livello internazionale ma anche in Italia ove, negli anni 80, la comunità ebraica soffrì il “vento dell’odio”, come ricorda il rabbino Toaff; e dove - è Gian Antonio Stella a segnalarlo su il Corriere della Sera del 19 gennaio 2010 - all’inserimento su Internet, effettuato dal Centro documentazione ebraica contemporanea, delle fotografie dei bambini uccisi nei lager, ha fatto seguito una serie di vergognosi commenti. 

   Tuttavia ciò non giustifica le parole del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, riferite a Pio XII il cui “silenzio davanti alla Shoah fa ancora male perché avrebbe dovuto fare qualcosa. Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte, ma avrebbe lanciato un segnale, una parola di estremo conforto, di umana solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati verso i forni crematori di Auschwitz”. Eppure la sua famiglia e lui stesso sono sopravvissuti grazie all’aiuto delle suore di un convento di Firenze: chi, se non Papa Pacelli, aveva chiesto di nascosto a religiosi e monache di ospitarne il più possibile, condividendone paure e speranze?

    Opportuna, quindi, la risposta di Benedetto XVI che inizia la visita dal luogo dove stazionarono i camion tedeschi per deportare i Semiti e che, dopo aver sottolineato quanto sia stata sconvolgente la Shoah ed aver ammesso che “purtroppo molti rimasero indifferenti”, rammenta che tanti cattolici italiani ed “anche la Sede Apostolica, sostenuti dalla fede, aprirono le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati, a rischio stesso della loro vita”. Non nomina Pio XII ma il riferimento al Papa è evidente, così come è lampante l’invito a ricordare le cose come stanno, perché solo “la memoria spinge a rafforzare i legami, affinché crescano sempre di più la comprensione e la fiducia”.

   Lo spirito che ha guidato il Santo Padre si legge nel ringraziamento rivolto al “Signore per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione”; e nel richiamo al “beneamato predecessore Giovanni Paolo II al quale si deve lo sforzo per superare incomprensione e pregiudizi e che chiese scusa per le sofferenze che il popolo di Israele aveva dovuto patire nei secoli”. Ratzinger condanna l’Olocausto, simbolo di un “regime senza Dio”, e lancia un monito contro chi vuole stravolgere la storia, perché “qualsiasi negazione o minimizzazione della Shoah è inaccettabile e intollerabile”, implicitamente riferendosi anche ai Lefebvriani che negano l’esistenza delle camere a gas.

   Un discorso semplice ed informale che - come il Papa stesso ha detto - “s’inserisce nel cammino tracciato per rafforzare il dialogo, per manifestarvi la stima e l'affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo”. Che ribadisce la linea “irrevocabile” del Concilio Vaticano II, nonostante le differenze esistenti e i relativi problemi. Che, in nome del Dio comune e di quei Dieci Comandamenti dai quali, “come fiaccola dell’etica”, nasce il rispetto della vita e della dignità dell’uomo, anche se straniero o appartenente ad un’altra religione, invita a lavorare insieme ai Cristiani per difendere l’ambiente, la famiglia, “cellula fondamentale della società” e l’essere umano anche nel suo stato embrionale; per aiutare i poveri e i più deboli, spesso calpestati ed ignorati da una società oggi estremamente consumistica. Soprattutto, riprendendo quanto detto dal rabbino Di Segni, per contribuire, anche con i Musulmani che rifiutano la violenza, a rendere più pacifico il mondo. Cristiani ed Ebrei credono nello stesso Dio. In nome del quale si possono spegnere polemiche e diffidenze.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

  

  

Mendicanti della verità

 

"Non ho mai parlato con Dio né visitato il cielo / eppure so dov'è / come se avessi il biglietto per entrare".

Versi di una poesia di Emily Dickinson che, scrive Giorgio Torelli, "sarebbero piaciuti" a Indro Montanelli.

Ed è sempre il collaboratore e amico del fondatore e direttore del quotidiano "il Giornale" a ricordare la piccola croce di colore rosso che gli aveva donato al ritorno da Dachau dopo la visita al monastero di clausura accanto all'ex-campo di sterminio nazista.

Qualche volta, la piccola croce, si intravvedeva al collo di Montanelli mentre, con due dita, batteva i tasti della sua Lettera 22.

Un'immagine che apre pensieri sul dialogo tra Dio e i giornalisti alla vigilia della festa di san Francesco di Sales.

Si diranno cose molto importanti e belle, nel corso delle moltissime iniziative che si terranno in questi giorni in ogni angolo d'Italia, si affronteranno i grandi temi dell'etica, della verità, del servizio al bene comune, dell'obiettività.

Non sarebbe però da giornalisti contenere queste riflessioni nella teoria di una lezione cattedratica.

È l'occasione per verificare come i principi e i concetti si possano anche oggi coniugare con i volti, i fatti, i problemi, le sofferenze…

Il giornalista, anch'egli mendicante della verità, vive sulle strade visibili della città e su quelle invisibili delle nuove tecnologie, con la passione per la ricerca e per l'incontro.

Non segue questi sentieri con l'arroganza di chi ritiene di avere certezze su tutto ma li percorre con il desiderio e la competenza di far nascere domande e di indicare le direzioni perché, nella propria coscienza, ognuno possa poi incontrare le risposte più vere.

Lui, il giornalista, avrà la grande e costante preoccupazione di offrire il maggior numero di conoscenze perché chi lo legge, lo ascolta o lo vede possa farsi un parere personale il più oggettivo possibile.

È l'inquietudine, allora, la caratteristica fondamentale di questa professione. Non disorientamento o spaesamento ma voglia di cercare, di approfondire, di capire, di farsi capire.

Come sembra di poter affermare anche nell'esperienza del laico Montanelli, é Agostino a indicare la via. San Francesco di Sales, che l'ha percorsa con gli strumenti e i linguaggi del suo tempo, la indica per l'oggi come strada maestra per una informazione efficace e rispettosa, fatta di fermezza e di pacatezza.

Non certo di debolezza e ancor meno di pusillanimità.

I maestri del giornalismo, anche se in modi assai diversi, hanno insegnato e insegnano che informare è molto di più che dare informazioni: informare implica un coinvolgimento della mente, del cuore e dell'anima mentre si raccontano persone, fatti e problemi.

 

"Credo che per fare del buon giornalismo - scrive ad esempio Ryszard Kapu?ci?ski - si debba anzitutto essere degli uomini buoni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti".

San Francesco di Sales certamente conviene con queste parole, le ha vissute per primo.

Ma non è questo un sentiero utopico, fuori dalla storia, a fronte di nuovi modelli di informazione e di profondi cambiamenti indotti dalle nuove e potenti tecnologie?

Non spetta solo ai giornalisti rispondere: la questione non riguarda solo chi parla o scrive. Interroga anche chi legge, ascolta, vede.  P. Bustaffa

 

 

 

 

Per la prima volta una donna laica ai vertici del governo del Vaticano

 

Flaminia Giovannelli è stata nominata dal Papa sottosegretario della Giustizia e della Pace

 

CITTA’ DEL VATICANO  - Per la prima volta una donna laica è entrata a far parte dei vertici della curia. Papa Ratzinger ha promosso sotto-segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace Flaminia Giovanelli, finora funzionario del dicastero, affidandole un incarico che finora era sempre stato appannaggio di monsignori. Dopo suor Enrica Rosanna, la religiosa che da qualche anno ricopre il ruolo di sottosegretario alla Congregazione dei religiosi, un’altra donna sale la scala gerarchica d’Oltretevere.

 

Sessantadue anni ben portati, Flaminia Giovannelli è una apprezzata esperta di economia e di politiche sociali, tanto è sempre stata coinvolta attivamente nelle stesure dei principali documenti del pontificio consiglio. Figlia di diplomatici, crescita a Bruxelles, è laureata in Scienze politiche alla Sapienza e parla correntemente quattro lingue. Ha iniziato a lavorare in Vaticano nel 1974, quando ancora c’era Paolo VI, l’ideatore del dicastero. Agli inizi del pontificato di Giovanni Paolo II ha contribuito a tenere i contatti con l’allora neonato sindacato di Solidarnosc. Si è subito fatta apprezzare per la sua abilità nel portare avanti questioni spinose. Da tempo è molto attiva nel campo del volontariato. A Trastevere è molto conosciuta per sfrecciare via in bicicletta sfoggiando colorati cappellini.

 

«Il mio lavoro - ha confidato la Giovanelli alla Radio Vaticana - è più di un lavoro, più di una attività lavorativa: è diventata una specie di vocazione, lo dico spesso ai gruppi che vengono qui a visitarci, molto numerosi, ed anche ai miei giovani colleghi: io non credo che ci sia un lavoro altrettanto appassionante come quello che abbiamo qui, in cui abbiamo veramente il polso delle gioie e delle sofferenze di tutto il mondo, minuto per minuto». Quanto agli impegni futuri che l’attendono sicuramente c’è la grande questione dei cristiani in Medio Oriente dove la libertà religiosa scarseggia e l’emigrazione all’estero aumenta di anno in anno.

 

L’arrivo della nuova sotto-segretaria fa ben sperare. Le donne che lavorano negli uffici vaticani attuallmente non sono tante, circa il 20 per cento, e tutte in posti subordinati rispetto ai colleghi maschi, anche se la maggior parte di coloro che passano le selezioni per essere assunte hanno curriculum di tutto rispetto, conoscono le lingue e spesso sono plurilaureate. Papa Ratzinger nel corso del suo pontificato, ha più volte spezzato una lancia a favore della condizione femminile, dicendosi favorevole all’introduzione della par condicio. Ma i tempi in Vaticano, si sa, sono un po’ lenti. IM 21

  

 

 

 

Settimana sociale. Un percorso condiviso. Intervista a mons. Miglio

 

Intervista con mons. Miglio, presidente del Comitato organizzatore  - Seminari di studio, audizioni con esperti, aggregazioni ecclesiali e Chiese locali che hanno strutturato specifici cammini…

 

C'è fermento attorno alla 46ª Settimana Sociale, che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. A partire dal tema "Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese", è in corso un lungo percorso di preparazione. Il SIR ne ha parlato con mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani.

 

Innanzitutto, a che punto è il cammino in preparazione alla Settimana Sociale?

"Iniziato da oltre un anno, questo percorso si è presentato fin da subito più lungo rispetto alle precedenti edizioni e con specificità sue proprie. Diversamente dal passato, questa volta non è stato varato subito un documento preparatorio, ma lo si vuol preparare a tappe: siamo partiti con un 'biglietto d'invito', stiamo per rendere pubblica una 'lettera d'aggiornamento', in attesa di arrivare tra pochi mesi al documento preparatorio vero e proprio, che sarà frutto di un percorso di discernimento condotto assieme a numerose realtà ecclesiali e sociali, per preparare insieme questa 'Agenda di speranza' per l'Italia".

 

Le Chiese locali come stanno rispondendo all'invito di elaborare l'"Agenda di speranza"?

"Numerose si sono attivate con specifiche iniziative: solo a titolo esemplificativo, e non esaustivo, penso a Firenze, Benevento, Brescia, Potenza, Cesena, Pordenone, Ravenna, Rimini, Ivrea… In tutte queste, e altre ancora, sono state organizzate delle settimane sociali a livello diocesano per riflettere e dare un contributo".

 

In diversi casi alla riflessione per l'"Agenda di speranza per l'Italia" se ne affianca una per il territorio…

"Mentre invitiamo tutti a rivolgere l'attenzione al Paese, viene istintivo porsi le stesse domande per il proprio territorio. Mi pare che questo sia l'indicatore di come il metodo scelto aiuti a guardare le realtà concrete, e non a discutere con teorie astratte. In questo cammino di preparazione, poi, c'è da considerare tutto il lavoro del mondo associativo: l'Azione Cattolica ha promosso 16 incontri a livello regionale, ma anche altre aggregazioni ecclesiali stanno svolgendo cammini per portare all'interno della loro realtà questo discernimento. Inoltre il Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei ha messo in piedi un percorso, fatto di incontri a livello regionale promossi dalle pastorali giovanili locali, coinvolgendo in questo modo le diverse diocesi".

 

Parlando di futuro, sembra che quest'Agenda guardi in particolar modo ai giovani…

"Sì, e vuole aiutarli a essere protagonisti, a non rassegnarsi. Il relativismo filosofico ed etico oggi diffuso ha una ricaduta di tipo scettico sulla loro vita quotidiana, e il tipo di cultura che tende a far dimenticare i problemi e a non coltivare le domande che i giovani si portano nel cuore va in quella stessa direzione. Noi, invece, vogliamo credere che i giovani siano ancora capaci - e loro lo stanno dimostrando - di essere protagonisti. La loro voce ha un'importanza particolare, e a Reggio Calabria speriamo di avere una folta rappresentanza di giovani, non solo dal punto di vista numerico, ma anche qualificata, che si faccia sentire".

 

A breve sarà resa pubblica la "lettera di aggiornamento". In cosa consiste?

"A quanti inviammo, lo scorso anno, il 'biglietto d'invito', ora proponiamo questa lettera, che raccoglie il frutto dei diversi contributi arrivati. Non vuol essere un testo definitivo, ma un passo ulteriore in questo cammino di discernimento, per mettere in comune quanto fin qui raccolto e proseguire verso l'Agenda".

 

Quali sono i nodi cruciali fin qui emersi?

"Innanzitutto la famiglia, primo tra quei 'soggetti vitali' che compongono la nostra società. La coscienza del suo insostituibile ruolo sociale emerge a livello trasversale in tutte le questioni che andiamo via via affrontando. Tra esse vi sono il lavoro e l'impresa, l'educazione, l'immigrazione, i giovani, la partecipazione alla vita politica".

 

Recentemente un seminario ha fatto il punto sulla questione della sanità in Italia; prossimamente un altro parlerà di formazione professionale (Roma, 26 gennaio 2010). Quali altri appuntamenti sono in calendario?

"Ci saranno seminari su questioni particolarmente significative, come l'immigrazione, il lavoro dei magistrati impegnati nelle zone più a rischio mafia, le fragilità, la realtà bancaria, i 150 anni dall'unità d'Italia ecc.".

 

Come affronterete l'anniversario dell'unità d'Italia?

"Ci pare un appuntamento importante per diversi motivi: se lo Stato ha appena 150 anni, la nazione ha una storia ben più antica di fondamenti culturali, religiosi, artistici. D'altra parte il prossimo 150° è già stato ricordato dal card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei dello scorso settembre, nonché dalla stessa assemblea dei vescovi, ad Assisi, nel mettere a punto un documento su Chiesa italiana e Mezzogiorno. Tutti sappiamo in mezzo a quali tensioni si è realizzato lo Stato unitario: ora volgiamo ribadire la nostra piena e convinta lealtà, ricordando che l'unità del Paese è un patrimonio oggi fondamentale". sir

 

 

 

Intervista a Marco Tarquinio, nuovo direttore del quotidiano della Cei Avvenire

 

Dal 24 novembre Marco Tarquinio è il nuovo direttore del quotidiano della Cei Avvenire. In unintervista presenta le priorità e i valori del giornale

 

D. "Nei mesi scorsi si è dibattuto parecchio sulla libertà d’informazione in Italia. Esiste davvero, nei media italiani, la volontà di scavare a fondo per cercare la verità oppure molti giornalisti si autocensurano nel timore di scontentare il proprio editore, o peggio ancora, paventando di non poter più fare il loro mestiere?

R. Credo che oggi il grande problema sia non solo e non tanto quello della libertà d’informazione quanto piuttosto quello dell’esercizio di un’informazione responsabile. Responsabile verso i soggetti protagonisti dei fatti di cronaca e delle vicende di interesse pubblico; e responsabile verso i lettori che devono essere informati correttamente su tutto quello che succede. Da questo discende il dovere dei giornalisti di avere la "schiena dritta" e lo "sguardo limpido". Questo significa non essere asserviti a interessi di parte ma ad esclusivo servizio dei lettori e della verità dei fatti.

D. Nel suo editoriale d’insediamento, lei ha scritto di voler continuare ad ascoltare "la foresta che cresce" che, come prosegue l’adagio, "fa meno rumore di un albero che cade" anche se racchiude, però, quel "buono" che di solito la stampa trascura.

R. Sì, sono due i concetti forti. La mia testimonianza della continuità: io non ho inventato nulla; questa è anche la mission che Avvenire si è data fin dalla sua fondazione. E poi, oggi, è importante più che mai dare rilevanza al bene che c’è nella società italiana e ai germi di speranza che vengono diffusi nel mondo da coloro che operano per la pace, per lo sviluppo umano, e quindi al servizio della persona e non contro l’umanità; da coloro che hanno un riferimento alto e ultimo, e lo trasferiscono nelle proprie azioni. Tutto questo è certamente la "foresta che cresce", che non fa rumore ma che è l’ambiente vero nel quale ci troviamo a vivere, e nel quale costruiamo il futuro dei nostri figli.

Quindi non è così scontato che facciano notizia solo le tre "s" per antonomasia, cioè sesso, sangue e soldi come invece avviene per gran parte dell’informazione che cavalca scandali di più o meno grande caratura.

Le tre "s" sono la materia prima con cui la maggior parte dei giornali lavorano e con cui costruiscono i propri successi e insuccessi presso i lettori ai quali si rivolgono. Mi rendo conto dell’andazzo e so che non è un dato solo di oggi. Ma può essere controbilanciato da un’informazione che non nasconde nulla delle vicende dure che accadono nella nostra società eppure, è capace di guardare anche altrove e di raccontare sia ciò che riguarda davvero la vita della gente sia la fede che dà luce e profondità a quella vita.

D. Nel 1968 l’intuizione e la lungimiranza di Papa Paolo VI, ideatore e sostenitore di Avvenire, indussero l’allora pontefice a volere un giornale fatto da cattolici ma non solo per i cattolici. Con quali priorità e valori l’Avvenire parla oggi alla società italiana nella sua variegata composizione?

R. Il valore principale di riferimento, per noi cristiani, è il riconoscimento dell’assoluta dignità di ogni persona. Da questo discende tutto. Non è un discorso teorico ma è quanto di più concreto ci possa essere in una fase storica come quella che stiamo vivendo in Italia e nel mondo. Oggi siamo su un crinale, e siamo alle prese con questioni fondamentali. C’è da capire, e da far capire fino in fondo, che stiamo discutendo, lavorando e sperimentando sulla nostra umanità e sulla libertà dell’uomo. Nei laboratori dove si cercano le radici della vita, nei luoghi della politica, della finanza e dell’economia dove si elaborano i nuovi assetti internazionali, dove si dovrebbero definire le nuove regole di società e mercati ormai definitivamente globalizzati, ecco lì si decide su come l’uomo potrà continuare a essere davvero il "protagonista", e non solo lo "strumento", di un gioco destinato altrimenti a stritolarlo e a considerarlo alla stregua di un mezzo e di un oggetto di consumo. E noi tutti abbiamo doveri importanti: da cristiani e da cattolici con una visione che va oltre l’orizzonte immediato ed entusiasmante del cosiddetto "progresso". C’è un cammino che continua, e che dobbiamo seguire con chiarezza e con lucidità.

D. La società italiana sembra oggi lacerata da un conflitto permanente che coinvolge centri di potere e interessi diversi. A farne le spese è soprattutto il cittadino comune, un po’ spettatore confuso ma più spesso vittima di un sistema che invece dovrebbe essere al suo servizio e non il contrario. Che ruolo possono ritagliarsi, in questo contesto, i media cattolici?

R. Devono cercare di aiutare la classe dirigente e l’opinione pubblica a guardare ai problemi veri della gente vera di questo Paese. Se questo accadrà, potrà realizzarsi quello che il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, ha descritto come una sorta di "disarmo" rispetto alle attuali asprezze del dibattito politico e del confronto istituzionale che sembrano senza sbocchi positivi e senza possibilità di tradursi in una spinta convergente nell’interesse del Paese. Io continuo a credere che questa sia una via percorribile e necessaria: l’ha rivendicato anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Come giornale di ispirazione cattolica possiamo fare questo: metterci al servizio di una simile prospettiva, facendo informazione seria; trattare i problemi per ciò che sono, e non per affermare ricette precostituite e indurre soluzioni di comodo.

D. Nel mondo globalizzato è spesso più difficile cogliere le sfumature, i dettagli della storia in divenire, di cui i mass media sono testimoni, rispetto invece ai luoghi comuni a cui un po’ tutti siamo quotidianamente indotti a credere. Secondo lei, c’è un modo di opporsi a questo tentativo di omologazione globale, e come?

R. Rispetto ai tentativi di omologazione noi possiamo difenderci, prima di tutto, cercando e proponendo strumenti che ci aiutino a capire la reale consistenza dei problemi, e ad andare nel profondo delle realtà. In questo senso Avvenire fa un’opera di rigorosa controinformazione. In un mondo interconnesso come il nostro, non possiamo pensare di essere soli né che in Italia si possa risolvere effettivamente qualsiasi problema senza tenere in debito conto il contesto internazionale. Ecco in un momento di ritornanti egoismi, essere non omologati significa questo: non ridursi a un orizzonte piccolo. Dal punto di vista di chi informa e di chi è informato, credo che l’altro sforzo importante sia quello di continuare a stare fuori da ogni coro. Non ci sono risposte scontate, inevitabili ai problemi. Non dovrebbero mai esserci risposte alla moda. Faccio un esempio concreto: decantare sic et simpliciter la bellezza della "società multiculturale" – perché questo è lo slogan che va di moda in questo momento –, significa non capire che così rischiamo di creare le premesse per una società divisa in enclave e chiusa in ghetti perché quando culture diverse convivono una accanto all’altra senza comunicare tra loro, creiamo un problema, non ne risolviamo alcuno. La grande sfida è invece quella di creare le basi di un’"intercultura", mettere in comunicazione i diversi modi di vivere, fare sintesi a partire dalla ricchezza del nostro essere italiani. Noi oggi, in Italia, viviamo anche la presenza di tanti che sono "diversi da noi", che sono venuti da altre parti del mondo. O sapremo costruire con loro una comunità, nella diversità, ma unica per regole, per riferimenti, per azioni condivise oppure i nostri figli avranno un grave problema. Non dobbiamo fermarci agli slogan, dobbiamo saper guardare lontano.

D. Quando si può dire che un giornale è davvero al servizio dei cittadini?

R. Quando dice come stanno le cose. E ha un punto di vista dichiarato e limpido. Essere al servizio dei cittadini significa, insomma, dire loro la verità, farlo con semplicità raccontando i fatti, e mettendo bene in evidenza lo spazio delle opinioni.

D. Lei è nato in Umbria: una terra dove la spiritualità permea, in modo quasi naturale, le persone, i luoghi, oltre che la storia e le tradizioni. Che cosa riesce a trasfondere, del suo essere umbro, nella sua vita e nel suo lavoro?

R. Fa parte di me. Io sono orgogliosamente uomo di provincia. Mi sento profondamente concittadino di san Francesco d’Assisi, e di santa Chiara, così come mi sento concittadino di san Rufino, uomo di Dio venuto dall’Asia minore, che è stato il primo vescovo di Assisi. Tutto questo mi offre la consapevolezza di essere parte di una storia che continua, sillaba di una parola viva che è incisa e ancora s’incide nella storia italiana. L’ho imparato respirando l’aria della mia terra, vivendone le pietre fatte chiese e case, conoscendone i tanti luoghi, aperti eppure appartati, di idee e di comunione. Sono una ricchezza che porto nella mia bisaccia di uomo. E danno anima ai miei giorni da cronista".

Alessandro Bettero, Messaggero di sant'Antonio per l'estero  

 

 

 

 

Gianni Letta annuncia: «Sul crocifisso pronto ricorso contro Strasburgo»

 

Sul divieto dell'esposizione nelle scuole. Bagnasco (Cei): «Bene governo. Sentenza contro la gente»

 

MILANO - «Il governo sta facendo il possibile per contrastare gli effetti della sentenza della Corte Europea sul crocifisso. E ha deciso di chiedere il rinvio della sentenza alla Grande Camera della Corte stessa». Il governo sta dunque lavorando alacremente per contrastare la sentenza anti Crocifisso nelle scuole emessa il 3 novembre dalla Corte di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Lo ha annunciato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta intervenendo alla sede dell'ambasciata d'Italia presso la Santa sede alla presentazione del volume «I viaggi di Benedetto XVI in Italia». In particolare, Letta, ha messo al corrente che proprio giovedì mattina c'è stata una riunione alla Farnesina con il ministro degli Esteri «per mettere a punto il ricorso. Abbiamo fiducia - ha detto - che la Corte di Strasburgo ripari al grave torto».

BAGNASCO - Il presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco, ha commentato a margine di una conferenza all'ambasciata italiana presso la Santa Sede, l'annuncio di Letta: «È da apprezzare decisamente questa iniziativa del governo italiano, rispetto alla sentenza della Corte europea dei Diritti umani di Strasburgo, per quanto riguarda l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche». «È da apprezzare, lodare, sostenere - ha aggiunto Bagnasco - come risulta anche da parte di altri paesi europei che si stanno aggiungendo a questa iniziativa perché - ha sottolineato - la sentenza veramente va contro non solo all'oggettività della storia europea ma anche al sentire popolare, della gente». «Mi pare - ha detto ancora Bagnasco - che sia un chiedere di riequilibrare rispettosamente questa sentenza rispetto alla realtà della gente».  Redazione ondine CdS 21

 

 

 

 

 

Almeno su Dio non si litiga

 

A Verona l’altra sera c’erano mille persone in una sala pubblica per sentire il vescovo Giuseppe Zenti e l’astrofisica Margherita Hack impegnati in duello su un tema non proprio da niente: esiste Dio? All’esterno c’erano almeno altre cinquecento persone che avrebbero voluto assistere al confronto tra il monsignore e la scienziata atea.

 

E che hanno dovuto accontentarsi di ascoltare in qualche modo da un altoparlante.

 

Chi scrive aveva l’incarico di moderare i due contendenti; e soprattutto di moderare il pubblico, equamente diviso tra i cattolici veronesi e i militanti della Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti, dei quali la Hack è presidente onorario) venuti in pullman da mezza Italia. Il timore era che la temperatura salisse come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Invece, proprio sotto gli occhi della professoressa Hack, che ai miracoli non crede, è avvenuto un miracolo. Rispetto reciproco, toni garbati, accettazione da parte del pubblico dell’invito a non interrompere con applausi o contestazioni. Solo alla fine c’è stato un lungo, quasi interminabile applauso a entrambi i «contendenti», un applauso la cui intensità è sembrata significare un «grazie per averci parlato di questi temi».

 

Naturalmente - e ci mancherebbe - nessuno dei due ha cambiato idea. Però nessuno dei due ha preteso che la propria fosse tale da imporsi con l’evidenza dei fatti e della ragione. Margherita Hack si è ben guardata dal fare come alcuni suoi colleghi e (se ci si passa il termine) «correligionari» i quali pretendono di affermare che uno scienziato non può credere in Dio, e che c’è contrasto tra scienza e fede. «La scienza - ha detto - non può dare risposte alla domanda sull’esistenza o sull’inesistenza di Dio. Infatti ci sono scienziati atei, agnostici e credenti. Io non credo, ma non ho una ragione scientifica per non credere. Semplicemente penso che, di fronte al Mistero dell’Universo e della Vita, l’idea di un Dio creatore sia una risposta un po’ facilona. Anch’io sono meravigliata nel constatare che da una zuppa primordiale di particelle elementari si sia sviluppata una vita così complessa. Ma mi accontento di spiegarlo con l’esistenza della materia. Sono atea, ma ammetto che anche il mio ateismo è una fede non dimostrabile».

 

Monsignor Zenti ha replicato che «la materia non spiega tutto, basta osservare l’uomo, le cui attività sono in gran parte immateriali: il pensiero, le emozioni, i sentimenti». E ha spiegato che la sua fede deriva da un’esperienza: «È la vita che mi dimostra che Dio c’è ed è in relazione con me». Non sono mancati i colpi di fioretto: «L’uomo si è inventato Dio anche per esorcizzare la paura della morte», ha detto la Hack. Affermazione alla quale un credente potrebbe replicare che l’ateismo è la tentazione dell’uomo di sentirsi padrone di decidere da sé che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Discussioni che potrebbero continuare all’infinito.

 

Ma che l’altra sera hanno avuto l’inedito sapore del rispetto e dell’umiltà, facendo da lezione a un Paese dove pare che ogni discussione sia una battaglia all’ultimo sangue, e dove nessuno si vuole discostare di un millimetro dalla propria fazione di appartenenza: berlusconiani contro anti-berlusconiani, craxiani contro anti-craxiani, feltriani e finiani, Bossi e Casini, Fede e Santoro, Inter e Milan, tutti siamo ormai abituati a litigare partendo da una aprioristica scelta di campo.

 

La folla di Verona dell’altra sera è pure il segno di quanto fossero sbagliate le previsioni di coloro che volevano l’uomo del Duemila indifferente alla questione religiosa. Anche nel mondo delle cybercomunicazioni e dell’ingegneria genetica, la domanda sull’esistenza o meno di Dio resta la stessa dei primi passi dell’umanità; e la sola destinata ad appassionare per sempre. Perché non è una domanda che riguardi solo il Cielo (è abitato o no?), questione della quale potremmo anche infischiarcene. Riguarda ciascuno di noi, la nostra origine e il nostro futuro. Siamo figli di un Progetto destinati all’Eternità? Oppure, come diceva amaro Petrolini, «siamo pacchi senza valore che l’ostetrica spedisce al becchino?». Il grande pubblico di Verona è anche, se ci è permesso, una lezione per tanto clero, che da tempo - forse nell’illusione di «seguire il mondo» - parla più spesso e volentieri di politica e di sociologia, trascurando il suo core business, l’unico che possa riempire nuovamente le chiese.  MICHELE BRAMBILLA LS 22

 

 

 

 

 

Teologia e Web. Viva il Concilio

 

Un sito di studio, approfondimento e confronto

“Far conoscere e valorizzare la lezione del Vaticano II”: è l’obiettivo del gruppo promotore del sito Vivailconcilio.it, in rete dal 25 gennaio. “Suggestivo e significativo”, il logo dell’iniziativa, l’interno della basilica di San Pietro, opera dell’artista Lello Scorzelli molto stimato da papa Paolo VI. Marco Vergottini, teologo milanese, sposato e padre di quattro figli, vicepresidente dell’Ati (Associazione teologica italiana), spiega al Sir da dove nasce questo impegno.

 

Professor Vergottini, quali sono le origini dell’iniziativa?

“Il progetto è nato in seguito a una settimana teologica promossa dall’Ati a Camaldoli sulla Lumen gentium. Il centinaio di partecipanti aveva sollecitato gli organizzatori a proseguire nell’intento di far conoscere e valorizzare la lezione conciliare. Da qui l’idea di dare vita a un sito internet che ospitasse i testi conciliari, gli interventi dei pontefici e dei vescovi, letture agili di taglio teologico, immagini e video sull’ultimo Concilio. Così è nata l’avventura di Vivailconcilio.it, che in questi giorni cerchiamo di far conoscere”.

 

Da chi è costituito il gruppo dei promotori?

“Ci sono sei teologi - Piero Coda, attuale presidente Ati, Giacomo Canobbio, Severino Dianich, Gilles Routhier, Massimo Nardello e il sottoscritto - e tre eminenti figure della gerarchia, i cardinali Carlo Maria Martini e Roberto Tucci, e il vescovo Luigi Bettazzi. E si stanno già aggiungendo tante altre persone: c’è un nutrito drappello di cardinali e vescovi che hanno dichiarato interesse e consenso per l’iniziativa e un certo numero di gruppi ecclesiali, centri culturali e comunità religiose”.

 

Un nome inconsueto…

“Fin dall’inizio abbiamo pensato che si doveva optare per una formulazione fresca e un po’ intrigante, proprio per corrispondere al linguaggio del web. Il nome del sito può apparire a prima vista un po’ audace e gagliardo. Tuttavia, nell’homepage spiegheremo che quel ‘viva’ è un’espressione di ringraziamento, una memoria da onorare e una scommessa promettente per l’oggi e per il futuro della nostra Chiesa. Sia chiaro, il Concilio Vaticano II è vivo e tutti quanti noi – volenti o nolenti – respiriamo l’aria conciliare. Tuttavia, nell’attuale contesto culturale ed ecclesiale fanno molto rumore le voci di quanti associano al Vaticano II (o, forse, al post-Concilio) una serie di limiti, inadempienze ed equivoci. Ebbene, tali reazioni suonano ingenerose per quanti sono stati protagonisti e figli di quello straordinario evento ecclesiale, nei cui confronti – ce lo ha richiamato Benedetto XVI – noi tutti siamo debitori”.

 

Chi potrebbe essere interessato a visitare il sito? Forse i giovani, i quali non hanno vissuto questa stagione della vita della Chiesa?

“Siamo convinti di doverci anzitutto rivolgere alle nuove generazioni, tenuto conto che i nostri figli per lo più non conoscono il discorso di Giovanni XXIII alla luna e neppure si immaginano come alcuni testi del Concilio, a rileggerli con attenzione, sembrano scritti oggi tanto sono attuali. È ragionevole pensare che un sito allettante, che sappia introdurre in modo informato e vivace sulle vicende dell’ultimo Concilio, possa poi fungere da invito a leggere i testi conciliari e a riflettere sulla loro buona recezione nell’oggi ecclesiale. L’esercizio di lettura risulterà più stimolante, laddove è accompagnato da voci, immagini e sapori che hanno contraddistinto il maggiore evento della recente storia del cattolicesimo”.

 

Un’anticipazione al Sir prima dell’uscita del sito?

“In breve, ogni 25 del mese il sito presenterà una vetrina con quattro rubriche fisse: un breve editoriale, a cura di uno dei membri del Comitato; le ‘perle’ del Concilio, a partire ogni volta da una breve citazione, così da consentire un piccolo affondo di taglio teologico sul tema; le ‘bolle’ del Concilio (brevi pillole di buon umore a margine dei lavori del Vaticano II); infine, un invito alla lettura, che sulla scorta di un versetto del profeta Baruc (‘E leggete questo libro’) consiglierà la lettura di un saggio. Il primo a scrivere in questa rubrica sarà mons. Bettazzi per presentare il diario notturno di Helder Camara”.

 

È possibile sintetizzare con una battuta il valore di Vivailconcilio.it?

 

“Prima mi sia consentita una battuta di humour, che verrà ospitata nella rubrica Le bolle del Concilio, titolo di un libretto pubblicato nel 1966): Verso il termine della quarta sessione parecchi Padri conciliari avevano vivacemente criticato la pratica delle indulgenze, e molti giunsero a chiederne la soppressione pura e semplice. Ricevendo nelle ultime settimane del Concilio i vescovi latino-americani, si notò che Paolo VI, prendendo congedo da loro, disse: ‘Vi dò la mia benedizione e le indulgenze... per quanto mi è ancora possibile darne...’. Più seriamente, ma non senza lievità, si potrebbe inventare un adagio benaugurante: beato chi coltiva in cuor suo una memoria carica di speranza. E viva il Concilio Vaticano II, naturalmente. Senza dimenticare i 20 concili precedenti, sia chiaro”. sir

 

 

 

 

Haiti: Kirche an vorderster Front

 

Papst Benedikt XVI. hat dem Präsidenten der Haitianischen Bischofskonferenz, Louis Kébreau, an diesem Samstag in einem persönlichen Brief seine tiefe Anteilnahme ausgedrückt. Die Opfer des Erdbebens, das in der vergangenen Woche schätzungsweise über 200.000 Menschen das Leben gekostet hatte, sollten seiner inneren Verbundenheit und seines Gebets versichert sein, so Benedikt. Dass der Schlüssel zu erfolgreicher Soforthilfe in der Zusammenarbeit der örtlichen Kirchen liegt, hat unterdessen der Pressesprecher von Caritas Internationalis, Patrick Nicholson, im Gespräch mit Radio Vatikan verdeutlicht:

 

„Wir versuchen, ein Netzwerk mit Hilfe der örtlichen Kirche aufzubauen. Dabei helfen Pfarrer aus 32 Kirchengemeinden mit. 250.000 Menschen werden von diesem Netzwerk so gut es geht betreut. An dieser Stelle zeigt sich die Stärke unserer Arbeit bei Caritas Internationalis und auch die Stärke der Kirche als solcher. Wir sind von vorn herein als Gemeinschaft aktiv. Die Priester kennen die einzelnen Familien und wissen, wer welcher Unterstützung bedarf. Durch dieses Netzwerk kommt die Hilfe direkt zu denjenigen, die sie am meisten brauchen.“

 

Die Tatsache, dass der Erzbischof von Port-au-Prince, Serge Miot, und zahlreiche weitere Geistliche beim Erdbeben den Tod gefunden hätten, habe ihn mit besonderer Trauer erfüllt, betonte Papst Benedikt weiter. Die Trauerfeier für Miot findet vor den Ruinen der zerstörten Kathedrale von Port-au-Prince statt. (rv 23)

 

 

 

 

Papst: „Neue Epoche der Glaubensverkündigung“

 

Priester sollen auch in der digitalen Welt das Leben der Kirche bekannt machen. Dazu ruft Papst Benedikt XVI. die katholischen Geistlichen auf. Die modernen Kommunikationsmittel eröffnen eine „neue Epoche der Glaubensverkündigung“. Das schreibt der Papst in der Botschaft zum diesjährigen Mediensonntag. Der Text zum 44. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel, wie der Mediensonntag offiziell heißt, wurde an diesem Samstag im Vatikan vorgestellt.

 

Die neuen Medien böten „seelsorgerisch unbegrenzte Perspektiven“, schreibt der Papst. Die Verbreitung und der „beträchtliche Einfluss“ der neuen Kommunikationswege verpflichte die Kirche, diese Möglichkeiten engagierter zu nutzen. Priester müssten deshalb ihre Leitungsfunktion auch in den neuen Gemeinden der digitalen Welt ausüben. Sie werden aufgefordert, auch Blogs und Online-Videos zu Evangelisierung und Katechese zu nutzen. Praktische Medienkenntnis solle sich mit einer soliden theologischen Vorbereitung und Spiritualität verbinden, heißt es in der Botschaft.

 

Aufmerksamkeit für Nichtglaubende - Benedikt XVI. rief zu besonderer Aufmerksamkeit für Nichtglaubende und Menschen anderer Religionen auf. Das Internet verglich er mit dem „Haus des Gebetes für alle Völker“, das der Prophet Jesaja ankündigte. Wie im „Vorhof der Heiden“ des Jerusalemer Tempels sei im Internet auch für diejenigen Raum, für die Gott noch ein Unbekannter sei, so der Papst.

 

Auf Gefahren einer missbräuchlichen Nutzung des Internets und etwa auf Fragen, die den Schutz der Persönlichkeitsrechte betreffen, geht die Botschaft nicht ein. Ebenso wenig spricht der Papst konkrete pastoralpraktische Probleme wie Beichte und Sündenvergebung über Internet an.

Der 44. katholische „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“ wird am Sonntag vor Pfingsten am 16. Mai begangen. In Deutschland findet der Mediensonntag hingegen am 12. September statt. Er steht unter dem Motto „Der Priester und die Seelsorge in der digitalen Welt - die neuen Medien im Dienst des Wortes“. kna 23

 

 

 

 

Sri Lanka: Erzbischof ruft zu friedvollen Wahlen auf

 

Der Erzbischof der Hauptstadt Sri Lankas ruft zur friedlichen Beteiligung an den Präsidentschaftswahlen auf. In Sri Lanka wird am kommenden Dienstag der Präsident gewählt. Bis vor wenigen Wochen schien klar, dass Amtsinhaber Mahinda Rajapakse gewinnen und damit eine zweite Amtszeit antreten würde. Er hatte im vergangenen Jahr den Krieg gegen die Tamil-Rebellen gewonnen und damit 30 Jahren Terror im eigenen Land ein Ende gesetzt. Doch auf einmal bekam Rajapakse Konkurrenz – von General Sarath Fonseka, der die Lorbeeren für den gewonnen Krieg ebenfalls für sich beansprucht. Seither ist das ganze Land im Wahlfieber erfasst. Als Zünglein an der Waage gelten die Tamilen, die Verlierer des Bürgerkriegs. Erzbischof von Colombo, Malcolm Ranjith:

 

„Deshalb erwarten wir von den beiden Kandidaten Vorschläge, wie man die Tamilen im Norden und Osten der Insel vor Benachteiligungen besser schützen kann. Bis November hatte es Rajapakse mit der Freilassung der bis dahin 300.000 internierten Tamilen nicht eilig gehabt. Sie waren unter katastrophalen Bedingungen in Lagern eingesperrt, zu denen internationale Beobachter keinerlei Zugang hatten. Wir erwarten vom neuen Präsidenten – egal wie er heißen wird – eine Lösung dieses Problems.“

Im Mai 2009 endete in Sri Lanka ein fast 30 Jahre währender Bürgerkrieg. Seither gab es keine neuen Terroranschläge. Dennoch gilt in dem Inselstaat nach wie vor der Ausnahmezustand. (rv 23)

 

 

 

Päpstlicher Appell. Gehet hin und bloggt

 

Oberster Hirte im Web: Papst Benedikt XVI. will, dass seine Brüder künftig bloggen

Das Internet wächst rasend schnell, weiß Papst Benedikt XVI. - und seine katholische Kirche soll den Anschluss nicht verpassen. Darum schwört der Pontifex seine Priester auf multimediale Glaubensverbreitung ein. Sie sollen die Botschaft Christi verstärkt ins Netz tragen.

Rom - Die katholische Kirche soll künftig verstärkt online um neue Schäfchen werben und ihre Anhänger auch direkt über das Internet ansprechen. Papst Benedikt XVI. hat Priester weltweit dazu aufgerufen, moderne Kommunikationsmöglichkeiten wie das Internet stärker zu nutzen. Die Neuen Medien ermöglichten eine "neue Epoche" der Glaubensverkündigung, schrieb der Papst in einer Botschaft zum 44. Katholischen Welttag sozialer Kommunikationsmittel.

Die Priester sollten alle möglichen multimedialen Mittel nutzen, um das Evangelium unter die Menschen zu bringen und mit Angehörigen anderer Religionen und Kulturen ins Gespräch zu kommen.

Die "rasende umfassende Verbreitung" und der Einfluss der neuen Kommunikationswege erlaube es, Christi Wort engagiert zu verkünden. "Durch die modernen Kommunikationsmittel kann der Priester das Leben der Kirche bekanntmachen und den Menschen von heute helfen, das Gesicht Christi zu entdecken", schreibt Benedikt.

Die katholische Kirche bemüht sich schon länger um ein etwas moderneres Erscheinungsbild: Im vergangenen Jahr eröffnete der Vatikan einen eigenen, mäßig erfolgreichen Kanal auf YouTubeund obendrein ein dem Papst gewidmetes Portal. Auf Pope2You können sich Internetnutzer über Reisepläne und Reden des Papstes informieren.

Internetkurse für Kirchenmänner

Priester müssten auch Blogs und Onlinevideos zu Evangelisierung nutzen, der Einsatz des Internet sollte Teil der Priesterausbildung werden, schrieb Benedikt jetzt in seiner Botschaft. "Wer als Gottgeweihter in den Medien arbeitet, hat die Aufgabe, den Weg für neue Begegnungen zu ebnen, und zwar dadurch, dass er immer die Qualität des menschlichen Kontaktes und die Aufmerksamkeit gegenüber den Menschen und ihren wahren geistlichen Bedürfnissen sicherstellt", heißt es in dem päpstlichen Schreiben. Ein Priester müsse dem "Kommunikationsstrom des Internet eine Seele geben". Bei aller Hinwendung zu modernen Kommunikationsmitteln dürfe der spirituelle Kern der Botschaft Christi und des Priesteramts nicht vergessen werden.

Benedikt appellierte an die Priester, und sagte er lade sie erneut ein, mit Weisheit die "außergewöhnlichen Gelegenheiten zu ergreifen, die sich durch die moderne Kommunikation bieten". Die neuen Kommunikationsmittel, die das Internet bietet, bezeichnete der Papst als 'Agora', die die Geistlichen nutzen sollten. Eine Agora war im antiken Griechenland ein offener Platz oder Markt für politische, kultische aber auch juristische Handlungen und Rituale. dpa/APN Spiegel 23

 

 

 

Kardinal Kasper erwidert „Querschüsse von evangelischer Seite“

 

Wir feiern die Gebetswoche für die Einheit der Christen, und in Deutschland bereiten sich die Kirchen auf den zweiten Ökumenischen Kirchentag in München vor. Aber der ökumenische Haussegen hängt einmal mehr schief. Am vergangenen Sonntag hatte die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche Margot Käßmann in Berlin in einer Talkshow gesagt, sie erwarte sich in Sachen Ökumene von diesem Papst „nichts“. Käßmann weiter: „Wenn etwas zu erwarten gewesen wäre, hätte sich das bis jetzt gezeigt“. Das fordert nun den Ökumeneverantwortlichen des Vatikan zu einer Erwiderung heraus. Man könne nicht stehen lassen, dass Rom und der Papst sich nicht einsetzten.

 

„Ich halte es für sehr bedauerlich, dass immer wieder solche Querschüsse kommen; sie kommen leider Gottes in letzter Zeit öffentlich sehr von evangelischer Seite. Das führt überhaupt nicht weiter. Das zerstört gewachsenes Vertrauen und entspricht auch nicht der Wirklichkeit.“

 

Radio Vatikan hat Kardinal Kasper gefragt, ob Streit und öffentliche Diskussion nicht manchmal nötig seien. Kasper: „Streit und Diskussion sind zwei unterschiedliche Dinge. Bei der öffentlichen Diskussion, die notwendig ist, über die Unterschiede, die tatsächlich noch bestehen, ist vorausgesetzt, dass man sich gegenseitig respektiert, sich gegenseitig achtet und auch die Anliegen des anderen, so gut es geht, positiv aufnimmt. Aber man darf sie nicht von vornherein abwerten, indem man sagt, Diskussion nützt gar nichts, man hat nichts mehr zu erwarten von diesem Papst. Das schließt ja eigentlich eine Diskussion aus.“ (rv 22)

 

 

 

 

Über Afghanistan predigen. Die Diskussion um die Aussagen von Bischöfin Käßmann

 

Eine Predigt mit Wirkung, wie sie nach der  Neujahrspredigt der Ratsvorsitzenden der EKD, Margot Käßmann eintrat, ist etwas Beneidenswertes. Nicht nur Prediger, auch Politiker, Juristen, und sonstige tatsächliche und bemühte Redekünstler ziehen den Hut.Die politische Debatte um Legitimation, Sinn und Ziel des Einsatzes deutscher Soldaten in Afghanistan ist entfacht und sie wird nicht zuletzt durch die mehrfach wiederholte Äußerung Käßmanns am Leben erhalten, die ihre Predigt auch im Licht der Kritik keiner Revision unterziehen will. Nie wäre sie auf die Idee gekommen, so die Bischöfin, dass ihre Predigt solche Reaktionen auslöse. Was ist der Grund, was ist der Preis?

 

Oft wurde inzwischen geschrieben und gesagt, Afghanistan sei das Thema ihrer Predigt gewesen, dabei war es nur ein Fallbeispiel unter fünf anderen. Die Predigt war ein Plädoyer, sich - aus der Kraft des Glaubens - nicht billigen Tröstungen zu überlassen („alles wird gut“), sondern mutig auf die heillose Wirklichkeit zu schauen („nichts ist gut“) und darob nicht in Schreckensstarre zu verfallen.

Diese drei Worte „nichts ist gut“ beinhalten Sprengstoff. Wer darf so etwas behaupten, nichts sei gut? Sicher bringt diese Trias Wut, Unzufriedenheit und Ungeduld zum Ausdruck, aber welche Berechtigung hat sie in einer Predigt? Nur rhetorischer Kunstgriff zu sein, das ist zu wenig. Welche theologische oder moralische Brille muss man aufziehen, um dieses aufgerissene Bild betrachten zu können?

 

Eine Predigt, vor allem, wenn sie vor dem Hintergrund der reformatorisch-protestantischen Theologie entstanden ist, darf diesen scharf kontrastierenden Blick anwenden. „Sola gratia, sola fide, solus Christus“, nur die Gnade, nur der Glaube, nur Christus bewirken letztendlich dass der Menschen heil werden kann, so betont die protestantische Theologie. Der Mensch aus sich selbst steht unter dem Einfluß der Sünde und ist unfähig, aus eigener Kraft Gutes zu wirken. Diese theologische Sichtweise erlaubt es, ein Übel nicht schön reden zu müssen und trotzdem daran nicht zu verzweifeln. Denn der Glaube eröffnet den Zugang zu Jesus Christus durch die Schrift, wir dürfen deshalb hoffen und brauchen nicht vor der mitunter gänzlich nichtig erscheinenden Wirklichkeit resignieren.  Der Glaube erlaubt, gebietet und ermöglicht es, höhere Ansprüche zu stellen, moralisch-ethische, und den Mut zu fassen, Unrecht anzugehen, kreativ zu werden.  Solches zu sagen ist ureigene Aufgabe der Predigt und unter dem Blickwinkel einer theologisch-grundsätzlichen Existenzanalyse macht es Sinn, zu sagen: Nichts ist gut.

 

„Nichts ist gut in Afghanistan“ jedoch, hineingesprochen in den Kontext der Debatte um die Bombardierung zweier Tanklastzüge, bei der viele Zivilisten zu Tode kamen, ist nicht nur eine theologische Aussage. Vielmehr riskiert diese Redeweise, als ein pauschales ethisches Werturteil verstanden zu werden. Es bewertet menschliches Handeln als schlecht und hier mit vereinnahmender Eindeutigkeit: Alles ist schlecht. Einer solchen ethischen Pauschalverurteilung hat sich die Predigt grundsätzlich zu enthalten, denn sie soll nach alter Kunst „delectare“ (erfreuen), „docere“ (belehren) und „movere“ (bewegen). Dies wird mit Rundumschlägen eher weniger gelingen. Alles, was einem solchen, im eigentlichen Wortsinn vernichtenden Urteil nachgeschoben wird, hat nur noch wenig aufbauende Kraft – dafür mehr provokative.

 

Es geht nicht an, die theologische Grundsatzschablone zu nehmen und sie ohne gründliche Fachkenntnis an eine komplexe Wirklichkeit anzulegen um dann festzustellen: Paßt nicht. Das ist übrigens das typische Verhalten der religiösen Fundamentalisten. Einer fairen, sachlichen Bewertung der Situation in Afghanistan ist dadurch der Boden entzogen. Eine solche Bewertung darf, bei aller möglichen Vorbehalte gegen einen militärischen Einsatz, trotzdem das völkerrechtliche Mandat, die zwischenzeitlich eingetretenen, kriegsartigen Veränderungen, der mitunter durchaus als gelungen zu bezeichnende Wiederaufbau der Infrastruktur wie beispielsweise in Mazar e Sharif, die politische Situation und viele andere, von Experten beizutragende Aspekte in Afghanistan nicht übersehen. Die Theologische Analyse und die ethische Beurteilung einer Situation dürfen nicht einfach miteinander vermischt werden.

 

Verteidigungsminister Karl Theodor zu Guttenberg hat gut daran getan, Frau Käßmann nach Afghanistan einzuladen. Wenn sie vor Soldaten predigen wird, die täglich mehr als andere  riskieren, Opfer von Gewalt zu werden, dann wird es ihr nicht schwer fallen, sie davon zu überzeugen, dass es ein klares Friedenszeugnis braucht und Menschen, die sich gegen Krieg und Gewalt auflehnen und dass es mehr Fantasie braucht, um Konflikte zu lösen als nur die Logik der Waffen. Sie kann genau das sagen, was sie in ihrer Predigt gesagt. Gerade die Soldaten werden ihr dabei gerne zustimmen, ebenso wie die Mehrheit der Bevölkerung.Wenn sie aber in zweideutiger Rhetorik verkündet, dass bisher „nichts gut ist in Afghanistan“, mit anderen Worten, wenn sie den Soldaten sagt, ihr riskanter Einsatz sei bislang gänzlich sinnlos, dann wird ihr, sofern ihr etwas an ihrer eigenen Glaubwürdigkeit liegt, nur eines bleiben: In Afghanistan mit anzupacken und ihre bislang unbekannten Lösungsvorschläge in die Praxis umsetzen.  Theo Hipp, kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Käßmann: „Will mich mit Katholiken nicht streiten“

 

Gegenüber Radio Vatikan betont die Ratsvorsitzende der EKD, Margot Käßmann, dass sie ausdrücklich deswegen ihren ersten offiziellen Besuch als Ratsvorsitzende bei Erzbischof Robert Zollitsch gemacht habe, um zu zeigen, dass ihr an der Ökumene gelegen sei. Käßmann:

 

„Wir befinden uns in den Mühen der Ebene. Wir haben ökumenisch viel erreicht, und ich finde, dass unsere Gemeinden sehr viel lebendige Ökumene haben. Aber theologisch sind wir an einem Punkt – im Kirchenverständnis, im Amtsverständnis, und deshalb in der Abendmahlspraxis – wo ich keine Durchbrüche jetzt erwarte.“

 

Und genau das habe sie in der Talkshow ausdrücken wollen.

 

„Ich will mich mit der katholischen Kirche überhaupt nicht streiten. Für mich gilt: Es verbindet uns mehr, als uns trennt, und jeder römische Katholik ist mir natürlich näher als einer, der einen anderen Glauben oder keinen Glauben hat. Ich denke, es liegt daran wie es Carl-Friedrich von Weizsäcker einmal gesagt hat: Es sind die Erfolge, die die größten Krisen auslösen. Und wir müssen sagen, dass wir theologisch eben an Punkten sind, die wahrscheinlich nie eingeebnet werden. Was ich auch gut finde. Ich will noch einmal sagen: Ich finde an der Ökumene gut, dass es Verschiedenheit gibt, weil das die ganze Vielfalt und Kreativität des Christentums zeigt. Aber die Balance immer wieder zu finden zwischen der ökumenischen Ungeduld und der ökumenischen Geduld, das ist schwierig.“ (rv 22)

 

 

 

 

Großbritannien: Ökumene mit globaler, katholischer Vision

 

Erst vor zwei Tagen, bei seiner Generalaudienz, hat Papst Benedikt XVI. über die ökumenische Bewegung und ihren Anfang in Schottland vor 100 Jahren gesprochen. Im Gespräch mit Radio Vatikan sieht bei diesem Jubiläum auch der Erzbischof von Canterbury und Oberhaupt der Anglikaner, Rowan Williams, Grund zur Freude. Diese Freude sei aber gedämpft: Die Erwartungen seien einfach zu hoch gewesen. Die Komplexität der theologischen Probleme sei unterschätzt worden. Aber die Lösung liege nie in Lehrsätzen, so Williams, sie liegt in den Menschen:

 

„Es ist wichtig, dass es Menschen gibt, die eine fast schon gewagte und unbekümmerte Vision haben, zu sagen: Es kann gelingen, und wir dürfen uns nicht von den Schwierigkeiten abhalten lassen. Um das zu unterstreichen: Es gab Menschen, die die umfassende Vision einer weltweiten Kirche hatten. Die größte Versuchung derzeit ist, zu sagen: Einheit ist zu schwer, und wir müssen damit zufrieden sein, in unseren eigenen Bereichen nach unserem eigenen Christsein zu suchen. Ich hoffe, wir beschränken uns nicht nur auf diese lokale Perspektive. Sondern wir besinnen uns auch darauf, dass es eine globale, ja, eine katholische Vision gibt.“

 

Im Rückblick auf die Ökumene der letzten Jahre und Jahrzehnte sieht Williams eine Dynamik:

 

„Ich meine, dass es ein außerordentliches und unerwartetes Wachstum an gegenseitiger Wertschätzung und Dankbarkeit zwischen den verschiedenen christlichen Gemeinschaften in den letzten fünfzig Jahren gegeben hat. Und wenn dieses Wachstum an gegenseitiger Wertschätzung der Menschen und die Lernbereitschaft auch nur annähernd so weitergeht, dann glaube ich, haben wir durchaus Grund zur Hoffnung.“ (rv 22)

 

 

 

Deutschland: Haltestelle Leben und die Osterkrippe

 

Bei aller Klage, dass die Kirche kleiner wird, gibt es doch immer wieder Aktionen, die den Glauben wachsen lassen. Um die Wirkungen dieser Aktionen zu steigern, prämiert das Bonifatiuswerk in Paderborn die besten von ihnen. 200 Bewerbungen hat es in den letzten zwei Jahren gegeben, und einige sind in einer Broschüre zusammengestellt, die jetzt veröffentlicht wurde. Der Generalsekretär des Bonifatiuswerkes, Georg Austen:

 

„Ob das ein Firmkurs auf dem Fahrrad war oder die Aktion „Folge den Sternen!“, wo Stundenten in Erfurt auf den Weihnachtsmarkt gegangen sind und versucht haben, über den Sinn des Weihnachtsfestes zu informieren, aber genauso auch Menschen gesegnet haben. Da gab es die Gebetsschule in Osnabrück oder in Düsseldorf die „Haltestelle Leben“, da gab es eine Osterkrippe oder einen Ostergarten... Das sind ganz viele unterschiedliche Dinge, wo wir denken: Davon können auch andere Gemeinden erzählen - und es passiert in unserer Kirche mehr, als wir glauben.“

 

Das Bonifatiuswerk will keine pure Ablenkung von Zahlen und Strukturproblemen der Kirche, aber auch keinen Aktionismus:

 

„Wir suchen ganz einfach engagierte Menschen in unseren Gemeinden, in den Orden und den Verbänden oder als Einzelpersonen, die in Kreativität und Sendungsbewusstsein versuchen, den Glauben weiterzutragen. Erfolgreich ist es für mich, wenn wir merken: Menschen partizipieren und nehmen auch daran teil, und vom Glauben wird etwas deutlich - Glaubensdeutung oder Sinnstiftung passiert. Es müssen keine Riesenaktionen sein, sondern eine Glaubensvertiefung, die Gemeinschaften zusammenführen und wo man merkt: Es ist gelungen.“

 

Wenn Sie ihre eigenen Aktionen in dieser Beschreibung erkennen: Unter „Bonifatiuswerk.de“ kann man sich jetzt in der neuen Ausschreibung für den Preises bewerben oder auch die Broschüre bestellen, um Anregungen zu sammeln. (rv 22)

 

 

 

 

 

"Wir müssen Haiti wieder Hoffnung geben". Weitere 100.000 US-Dollar Soforthilfe von "Kirche in Not"

 

Xavier Legorreta ist seit 1995 Lateinamerika-Referent des weltweiten

katholischen Hilfswerks "Kirche in Not". In dieser Funktion steht er im

regelmäßigen Kontakt mit Projektpartnern in Haiti, um die Hilfsmaßnahmen

zu koordinieren, zu betreuen und zu überwachen. In einem Interview

berichtet er über die angelaufene Hilfe für Haiti.

 

Frage: Was kann "Kirche in Not" für Haiti tun?

 

Legorreta: Pater Werenfried – der Gründer von "Kirche in Not" – hat Zeit

seines Lebens deutlich gemacht, wie die Kirche leidet; dass sie in

Ländern, die von Diktaturen regiert werden, zu ersticken droht; dass sie

dort Bedrohungen ausgesetzt ist, wo Religionsfreiheit mit Füßen getreten

wird; dass sie gezwungen wird, zu schweigen. "Kirche in Not" hilft

deshalb stets auf drei Arten: Wir rufen zum Gebet für die notleidende

Kirche auf, wir informieren über die Lage der Kirche und wir leisten

finanzielle Hilfe. All das tun wir jetzt auch für Haiti. Sehr

wahrscheinlich werde ich Haiti in den kommenden Wochen besuchen, um vor

Ort die konkreten Bedürfnisse kennen zu lernen. Über die Apostolische

Nuntiatur haben wir inzwischen bereits eine Soforthilfe von 170.000

Dollar geleistet. Der Nuntius wird diesen Betrag unter Priestern und

Schwestern verteilen, die die Not der leidenden Bevölkerung zu lindern

suchen.

 

Frage: Welche Projekte hat "Kirche in Not" bisher in Haiti unterstützt?

 

Legorreta: Wir helfen in Haiti bereits seit 1969. Allein in den letzten

drei Jahren wurden Mittel in Höhe von mehr als zwei Millionen Euro

zugesagt. Wir legen besonderen Wert auf die Ausbildung von Katecheten

und Seminaristen, unterstützen den Lebensunterhalt von Priestern und

finanzieren die Mittel, die sie für ihre Arbeit tagtäglich brauchen, zum

Beispiel den Druck von Lehrmaterial oder Fahrzeuge. Wir haben zudem

1.500 Mess-Stipendien, die die Bischöfe unter den Priestern verteilen,

finanziert. Jedes einzelne entspricht in etwa dem Betrag von acht Euro,

was nicht viel ist, vielen Seelsorgern aber den Lebensunterhalt sichert.

Seit vielen Jahren finanzieren unsere Wohltäter auch die Ausstattung,

 

die Seminaristen nach ihrer Priesterweihe benötigen. Zudem sind in den

letzten Jahren zahlreiche Kapellen gebaut oder renoviert worden. Nach

dem verheerenden Erdbeben werden wir unsere Hilfe verstärken. Ein

Projekt wird der Stromsicherung gelten, unter anderem für die

Radiostationen der Diözesen. Da die elektrische Infrastruktur extrem

unzureichend ist, haben wir entschieden, zusammen mit anderen

Hilfsorganisationen den Versand eines elektrischen Mischsystems von

Generatoren und Solarzellen zu finanzieren. Für dieses Projekt haben wir

100.000 Euro zugesagt. Für den Wiederaufbau des Landes sind solche

Maßnahmen unverzichtbar.

 

Frage: Wie beurteilen Sie die aktuelle Lage in Haiti?

 

Legorreta: Humanitäre Hilfe wird kommen und ist bereits da. Man wird

Leben retten, Kranke heilen und die Toten begraben. Wir dürfen aber

nicht vergessen, dass Haiti überwiegend katholisch ist. Die Gläubigen

brauchen Hirten, brauchen Priester, die die Gemeinden begleiten.

Katholisch und gläubig zu sein, ist in Haiti wichtiger als vieles

andere. Die Erzdiözese Port-au-Prince mit fast drei Millionen Einwohnern

braucht Seelsorger. Leider haben viele Priester und Ordensschwestern ihr

Leben verloren, weshalb auch die Kirche ganz unmittelbar von der

Katastrophe betroffen ist. In der Erzdiözese gab es rund 300 Diözesan–

und Ordenspriester. Und noch eins: Die Erzdiözese Port-au-Prince hat 80

Pfarreien, jede von ihnen verfügt wiederum über etwa vier Kapellen: das

sind insgesamt 320 Kapellen! Da das Erdbeben praktisch alles zerstört

hat, müssen wir davon ausgehen, dass auch der größte Teil der Kapellen

in Trümmern liegt. Unser Werk wird Priester unterstützen, die die

Gläubigen begleiten und trösten, die ihre Verwandten verloren haben.

Dazu brauchen sie auch intakte Kirchen und Kapellen. Wir reden hier vom

 

Wiederaufbau von rund 150 Gotteshäusern, für die wir um Spenden bitten,

von der Unterstützung von Hunderten von Priestern und Schwestern ganz zu

schweigen.

 

Frage: Welche Projekte unterstützt "Kirche in Not" in Lateinamerika?

 

Legorreta: Wir versprechen Hilfe und sammeln Spenden im Vertrauen auf

Gott. Unsere Unterstützer – es sind Zigtausende weltweit – vertrauen uns

großzügig Geldbeträge an, die nicht unbedingt groß sind. Dieses System

hat der Gründer unseres Hilfswerkes gewollt: Hilfe zu versprechen, ohne

bereits über die Mittel zu verfügen. Unsere Spender erfahren durch uns,

wo die Kirche Not leidet. Immer ist das, was wir geben können, zu wenig,

weil die Nöte groß sind. Unser Hilfswerk wirbt darum stets um neue

Spender, die diese Mission mittragen. KiN

 

 

 

 

Italien: „Et Ecce Gaudium“

 

Mit dem viel beachteten Besuch Papst Benedikts in der römischen Synagoge an diesem Sonntag ist auch eine neue Ausstellung im Museum der jüdischen Gemeinde eröffnet worden. Unter dem Titel „Et Ecce Gaudium“ sind 14 Pergamentblätter aus dem 16. und 17. Jahrhundert zu sehen, die eine alte Tradition dieser Zeit dokumentieren: Mit den prächtig geschmückten Schrift- und Bildtafeln hat die jüdische Gemeinde den Festzug der Päpste ausgekleidet, wenn diese, frisch ins Amt gewählt, vom Vatikan in den Lateran zogen. Die Dokumente, die im hauseigenen Archiv der jüdischen Gemeinde verschollen waren, belegen diese Zeremonie nun erstmalig, betont der Botschafter Israels beim Heiligen Stuhl, Mordechai Lewy:

 

„Die Ausstellung ist im Grunde eine kleine historische Sensation. Auch die besten Kenner der Materie haben sich nicht vorstellen können, dass vierzehn Papiere von jeweils unterschiedlichen Prozessionen wieder aufgefunden wurden und auf Karton geklebt werden konnten. Denn es handelt sich um ein äußerst empfindliches Papier. Und dennoch hat man sie, völlig unscheinbar und zusammen gefaltet, im Archiv der jüdischen Gemeinde von Rom wiederentdeckt. Ich glaube, das ist schon deshalb eine Sensation, da Experten schon immer über die Papiere geschrieben haben, aber ohne sie jemals gesehen zu haben. Man kannte sie aus der Literatur, von Archivalien und Beschreibungen. Nur zu Gesicht hat sie noch niemand bekommen.“

 

Die Schmückung der Straßenabschnitte rund um den Titusbogen in Kolosseumsnähe lag im Aufgabenbereich der jüdischen Bürger Roms. Einerseits sei es eine Ehre gewesen, den neu gewählten Papst auf diese Weise empfangen zu dürfen, betont Botschafter Lewy. Andererseits seien die Juden, die zu dieser Zeit im römischen Ghetto leben mussten, dazu verpflichtet worden. Damit seien die Ausstellungsstücke nicht nur schön anzusehen, sondern auch wichtig für das Selbstverständnis der römischen Juden als Rückschau auf die eigene Geschichte. Ganz aktuell beschreibt der Diplomat das Selbstbild der römischen Juden so:

 

„Ich glaube das Selbstverständnis der jüdischen Gemeinde ist heute ein ganz anderes als zu der Zeit, als die Gemeinde noch im Ghetto eingeschlossen war zur Zeit des päpstlichen Staates. Ihr Stolz heute liegt bestimmt in der Tatsache begründet, dass sie mit Israel ihren eigenen Staat haben. Darauf können sie auch wirklich stolz sein und diesen Stolz auch nach Außen tragen.“

 

Die Pergamente, die kunstvoll ausgestaltete biblische Motive über hebräischen und lateinischen Lettern zeigen, werden noch bis Mitte März im Museum der jüdischen Gemeinde, unmittelbar bei der Synagoge gelegen, zu sehen sein. (rv 21)

 

 

 

Nigeria: Erzbischof kritisiert nach Ausschreitungen Regierung und Medien

 

Der Erzbischof von Jos, Ignatius Ayau Kaigama, hat nach den gewaltsamen

Ausschreitungen, zu denen es seit dem 17. Januar in Jos gekommen ist und

bei denen zahlreiche Menschen getötet wurden, sowohl die nigerianische

Regierung als auch die nationalen und internationalen Medien kritisiert.

Gegenüber dem weltweiten katholischen Hilfswerk "Kirche in Not" erklärte

er, viele Medien würden die Konflikte anheizen, indem sie falsche

Informationen vermittelten und versuchten, durch die Veröffentlichung

 

möglichst vieler Bilder Leser und Zuschauer anzuziehen. Dies sei

"kontraproduktiv". Zudem hätten Christen in den Medien oftmals keine

Stimme, so dass sie in vielen Fällen als Aggressoren dargestellt würden.

Viele Menschen würden der Berichterstattung glauben, als handele es sich

"um das Evangelium". Sie seien sich nicht dessen bewusst, dass es sich

oftmals nicht um Fakten, sondern um die Meinung von Journalisten

handele. Er forderte eine "sorgfältige und vorsichtige

Berichterstattung". Im Falle der aktuellen Ausschreitungen sei die

Faktenlage noch vollkommen unklar. Vieles von dem, was als Tatsache

dargestellt worden sei, habe lediglich auf Gerüchten beruht, kritisierte

 

der Erzbischof. Zudem sei den Medien oftmals daran gelegen, möglichst

viel über Gewalt zu berichten, ohne sich um Themen von wirklicher

Bedeutung zu kümmern, wenn es um Nigeria gehe.

 

Laut Erzbischof Kaigama handele es sich im Gegensatz zu der allgemeinen

Berichterstattung nicht um religiös motivierte Gewalttaten, sondern um

soziale, politische und ethnische Konflikte. Die nigerianische Regierung

verabsäume es, den Menschen in Nigeria soziale Sicherheit zu

verschaffen. Ein großer Teil der Jugend sei ohne Zukunft, es gebe keine

 

Arbeitsstellen, keine Perspektive. Diese Jugendlichen seien frustriert

und verzweifelt, so dass es zu Gewalt komme. Oft werde diese

Gewaltbereitschaft dabei von politischen und religiösen Führern

missbraucht. In vielen Fällen handele es sich auch um ethnische

Konflikte zwischen einzelnen Volksgruppen. Kaigama rief die Regierung

dazu auf, Nigeria zu einem "besseren Land" zu machen, das Potential der

Nigerianer zu entwickeln und den Menschen Sicherheit zu verschaffen.

Nicht nur die Jugendlichen seien unzufrieden, sondern auch viele

Erwachsene, denen beispielsweise für harte Arbeit keine oder nur

verspätet Löhne ausgezahlt würden. Die Regierung komme ihrer

Verantwortung nicht nach. Nahezu alle sozialen Dienste werden von der

Kirche geleistet, ihre Arbeit werde aber von der Regierung dabei nicht

unterstützt, sondern sei auf die Unterstützung von Hilfswerken

angewiesen. Die nach den gewaltsamen Übergriffen verhängte

Ausgangssperre erschwere die Arbeit der Kirche zusätzlich und schüre die

 

Spannungen in der Gesellschaft noch weiter, berichtet er.

 

Es müsse ein Anliegen der Kirche sein, den christlich-islamischen Dialog

weiterzuführen und ihn zu verstärken, betonte der Erzbischof. Zwar gebe

es Menschen, die dies nicht für sinnvoll erachteten, jedoch seien

Konflikte "noch nie hilfreich gewesen". Es sei wichtig, ein Klima der

Harmonie und des Friedens zu schaffen und dafür vor allem mit der Jugend

zu arbeiten. Hier gebe es zahlreiche Projekte, in denen christliche und

muslimische Jugendliche zusammen "lernen und arbeiten", so Kaigama. Auch

die Ausbildung der angehenden Priester und der Katecheten sei von großer

Bedeutung, da sie "zu den Menschen gehen, Hoffnung schenken und ganz

unten an der Basis Friedens- und Versöhnungsarbeit leisten.

 

"Kirche in Not" ruft die Christen in aller Welt dazu auf, um Frieden und

Versöhnung für Nigeria zu beten. Das Werk unterstützt zahlreiche

Projekte in Nigeria, darunter die Ausbildung von Priestern und

Katecheten sowie die Versöhnungsarbeit der katholischen Kirche.

Eva-Maria Kolmann, KiN

 

 

 

 

Kardinalstaatsekretär Tarcisio Bertone bleibt im Amt

 

Bereits am 15. Januar hat Papst Benedikt XVI. seinen langjährigen Mitarbeiter in seinem Amt bestätigt. In einem Brief, der an diesem Freitag veröffentlicht wurde, bekräftigt er sein Vertrauen in den zweiten Mann im Vatikan. Bertone hatte mit Erreichen seines 75. Geburtstages am 2. Dezember dem Papst, wie das Kirchenrecht es fordert, seinen Rücktritt angeboten. Papst Benedikt XVI. bedankt sich bei Kardinal Bertone für seine wertvolle Arbeit und erinnert an den langen Weg, den sie gemeinsam gegangen sind. Bertone war Sekretär der Glaubenskongregation und damit engster Mitarbeiter des Papstes, als Kardinal Joseph Ratzinger die Behörde leitete. Besonders denke er - schreibt der Papst - an die heikle Arbeit, die Bertone damals in den 80er Jahren bei der Ermöglichung des Dialoges mit Erzbischof Marcel Lefebvre geleistet habe. Seine gesamte Zeit, seitdem er von Papst Johannes Paul II. nach Rom gerufen wurde, seien intensive und anspruchsvolle Jahre gewesen, in denen wichtige Lehrentscheidungen gefällt wurden, so der Papst in seinem Brief. Zu seiner Entscheidung, Bertone 2006 zum Kardinalstaatssekretär zu ernennen, hätten vor allem zwei Dinge beigetragen: sein „sensus fidei“, also sein Gespür für den Glauben, und seine „humanitas“, seine Menschlichkeit, die schon bei der Arbeit in der Kongregation für die Glaubenslehre ein Klima der echten Vertrautheit geschaffen habe. Sie seien auch der Grund, weswegen er Bertone nun bitte, das Amt weiter auszuüben. (rv 22)

 

 

 

 

Haiti: Neue Herausforderungen an Hilfsorganisationen

 

Die Haitianer sind überaus dankbar für die internationale Soforthilfe. Die befürchteten Plünderungen und Unruhen bleiben aus oder halten sich in Grenzen. Dieses Bild zeichnen Hilfskräfte auf Haiti nach dem Nachbeben mit der Stärke 6,1 auf der Richterskala, das die Insel an diesem Mittwoch erschüttert hat. Neben der akuten Gefahr durch die erneuten Erschütterungen stünden aber auch die sozialen Strukturen vor Ort vor eine Zerreißprobe. Das betont Georg Nothelle von „Malteser International“. Er ist seit einer Woche auf Haiti:

 

„Allein durch die sozialen Spannungen in Haiti ist schon ein Potential an Gewalt und Kriminalität da. Durch die Notlage verschärft sich die Situation noch weiter. Ausschreitungen sind sogar nachvollziehbar, wenn es Tage nach dem Beben noch keine Versorgung mit Lebensmitteln und Trinkwasser gibt. Diese Unruhen sind aber punktuell. Insgesamt ist die haitianische Bevölkerung sehr dankbar und froh, dass wir da sind und leitet alles Notwendige in die Wege, um uns zu helfen.“

 

Das Nachbeben kam acht Tage, nachdem ein Erdbeben der Stärke 7 den Karibikstaat verwüstet hatte. Die internationalen Hilfsorganisationen appellieren weiter an die Menschen, Solidarität zu zeigen und zu spenden, um koordiniert und nachhaltig Hilfe leisten zu können.

 

Der Botschafter der Dominikanischen Republik beim Heiligen Stuhl, Víctor Manuel Grimaldi Céspedes, hat unterdessen gegenüber Radio Vatikan betont, dass sein Land Haiti weiter in freundschaftlicher Solidarität unterstütze.

 

„Alle Menschen in Lateinamerika und allen voran die Menschen der Dominikanischen Republik, stehen den Menschen in Haiti und der Regierung in diesen schwierigen Tagen bei. Hierfür ist die moralische Orientierungshilfe, die Papst Benedikt gegeben hat, bindend. Der Wiederaufbau von Haiti ist unsere gemeinsame Pflicht.“

 

Die Dominikanische Republik hatte den Nachbarstaat in den Tagen nach dem Beben durch Hilfsgüter und den Einsatz von humanitären Helfern gestärkt. (domradio 21)

 

 

 

 

Nahost: Neuer Streit um Qumran-Rollen

 

Große Irritationen vor kulturgeschichtlichem Hintergrund: Jordanien fordert aktuell die berühmten Qumran-Schriften von Israel zurück – und hofft dabei auf die Unterstützung der UNESCO, der Kulturabteilung der Vereinten Nationen. Laut Agenturberichten soll die jordanische Antikenbehörde versucht haben, über die Vermittlung der UNESCO einige Rollen zu erhalten, die Israel für eine Ausstellung in das kanadische Toronto geschickt hatte. Über die verzwickte Rechtslage um die Textdokumente, deren Fundgeschichte in die Gründungszeit des Staates Israel fällt, hat Radio Vatikan mit dem Qumran-Experten Armin Lange, Professor am Institut für Judaistik der Universität Wien, gesprochen:

 

„Die damalige jordanische Regierung hat um internationale finanzielle Unterstützung gebeten. Die Texte sind also nicht mit jordanischem Geld angekauft worden, sondern mit Geld von verschiedenen internationalen Institutionen wie Museen, Universitäten, aber auch Geld, wie beispielsweise des Bundeslandes Baden-Württemberg in Deutschland. Das heißt, Jordanien hat sich mehr als vierzig Jahre lang kaum um diese Sache gekümmert. Und nun fällt ihnen aus heiterem Himmel ein, dass sie die Schriftstücke zurückhaben wollen, die nicht mit jordanischem Geld angeschafft wurden. Das scheint mir etwas merkwürdig.“

 

Nach dem Sieben-Tage Krieg von 1967 hätte schließlich der Teil Jerusalems auf israelischer Seite gelegen, in dem das Rockefeller-Museum stand – welches den Großteil der Qumran-Rollen beherbergte. Jahrzehntelang hätten weder Jordanien noch Israel Einfluss auf die Aufarbeitung und Veröffentlichung der Qumran-Texte genommen, erklärt der Wiener Fachmann. Über die aktuellen Forderungen jordanischer und auch palästinensischer Behörden mutmaßt Lange:

 

„Ich kann hier nur vermuten, dass man Israel und dem Judentum weltweit wehtun möchte. Denn es ist deutlich, dass die Texte ein Kernstück jüdischen Kulturerbes darstellen.“

 

Lange warnt zugleich auch in der aktuellen Diskussion davor, unsachlich zu argumentieren. In der Vergangenheit hätten US-amerikanische und deutsche Medien bereits viel zu „sensationsheischend“ über die Qumran-Texte berichtet:

 

„Es handelt sich um einen jüdischen Schriftfund. Also um Handschriften, die vor mehr als zweitausend Jahren von Juden produziert worden sind. Das heißt, die Texte markieren so eine Art Weggabelung in das heutige Judentum und heutige Christentum hinein und sind daher von enormer Bedeutung für die christlich-jüdische Verständigung und das christlich-jüdische Gespräch.“ (rv 21)

 

 

 

 

Der Papst glaubt an die Brüder

 

Papst Benedikt XVI. nähert sich den Pius-Traditionalisten an. Doch die werfen ihm vor, die reine Lehre zu verraten. Von Paul Kreiner, Rom

 

Den Stand der Dinge belegen am besten zwei aktuelle Zitate. Er „vertraue darauf“, sagte Papst Benedikt XVI. vor der Vollversammlung der vatikanischen Glaubenskongregation, „dass jene Probleme der (katholischen) Lehre überwunden werden, die von Seiten der Piusbruderschaft einer vollen Gemeinschaft mit der Kirche im Wege stehen.“

 

Fast gleichzeitig, nach dem Besuch Benedikts XVI. in der Synagoge am vergangenen Sonntag, erklärte die traditionalistische Bruderschaft via Internet: Die „Predigt des Papstes“ im jüdischen Gebetshaus habe keinen Aufruf zur Missionierung der Juden enthalten; damit sei Benedikt „von Grund auf von der Lehre der Apostel Petrus und Paulus abgewichen.“ Noch klarer kann man es kaum formulieren: Die Piusbruderschaft beschuldigt den Papst der Ketzerei.

 

Und noch einer hat sich zu Wort gemeldet: Richard Williamson, einer der vier Traditionalistenbischöfe, deren Exkommunikation der Papst vor genau einem Jahr aufgehoben hat, der sich aber zeitgleich als notorischer Leugner des Holocaust herausgestellt hat. Williamson sagte ebenfalls per Internet, jedermann glaube, „dass Israel ein rechtmäßiger Staat sei; das muss aber nicht bedeuten, dass er es auch ist.“ Die Gespräche zwischen seinen Traditionalisten und dem Vatikan seien „ein Dialog unter Taubstummen“. Und in Deutschland, wo er ab März einen Prozess wegen Volksverhetzung erwartet, werde er „verfolgt“.

 

So also reden sie miteinander und übereinander. Zum zweiten Mal haben sich die Verhandlungskommissionen von Vatikan und Piusbrüdern am Montag dieser Woche in der Glaubenskongregation getroffen. Sprach der Vatikan nach der ersten Runde im Oktober 2009 noch von einem „herzlichen, respektvollen und konstruktiven Klima“, so überging er die zweite Begegnung mit Schweigen.

 

Man rede, ließ sich der Sekretär der zuständigen Kommission, Guido Pozzo, lediglich entlocken, über die bekannten Meinungsunterschiede in Sachen katholischer Lehre: So verweigern sich die Ultrakonservativen dem Dialog mit anderen christlichen Konfessionen und anderen Religionen; sie lehnen die moderne Form der katholischen Messe komplett ab; sie wenden sich gegen Religionsfreiheit und das Ja der Kirche zu einem weltanschaulich neutralen Staat. Grundsätzlich verurteilen sie die „Öffnung zur Welt“, die die Kirche mit ihrem Zweiten Vatikanischen Konzil (1962 bis 1965) vorgenommen hat, als einen Verrat an der Tradition.

 

Ein Zeitplan für die Verhandlungen, vor allem aber ein zeitlicher Horizont für eine mögliche Einigung oder einen erneuten Bruch sind nicht in Sicht. Erzbischof Bernard Fellay, der Leiter der Piusbruderschaft, sagte einmal, die Gespräche könnten gut ein Jahr dauern; er sagte aber auch, eine Rückkehr und „Wiederherstellung der Kirche“ werde mehr als eine Generation dauern, „vielleicht sogar ein Jahrhundert“. Fellay meinte natürlich, was die Traditionalisten insgesamt meinen, wenn man sie auf die Verhandlungen mit dem Vatikan anspricht: die „Wiederherstellung“ der katholischen Kirche im Sinne der Piusbruderschaft, die für sich in Anspruch nimmt, die einzige katholische Wahrheit zu vertreten.

 

Das Dekret, mit dem Benedikt XVI. „in einem Akt väterlicher Barmherzigkeit“ die vier illegal geweihten Traditionalistenbischöfe in die katholische Kirche zurückholte, hatte vor einem Jahr beträchtlichen Staub aufgewirbelt. Schlagzeilen machten vor allem die Äußerungen des Holocaust-Leugners Williamson, die genau in jenen drei Tagen weltweit bekannt wurden, die zwischen der päpstlichen Unterzeichnung des Dekrets (am 21. Januar 2009) und dessen Veröffentlichung (am 24. Januar) lagen – ohne dass Rom darauf reagiert hätte.

 

Dem Vatikan hielt man damals vor, er untersuche aufs Peinlichste die Biografie jedes Pfarrers, der irgendwann zum Weihbischof erhoben werden solle, gehe aber in einem viel entscheidenderen Fall mit Schlamperei, Wurstigkeit oder gar Absicht vor. Der damalige Verhandlungsbeauftragte, Kardinal Dario Castrillon Hoyos, sah sich dem Vorwurf ausgesetzt, er habe – wenige Tage vor seiner altershalber zwingenden Pensionierung – den Papst eines vorschnellen Friedensschlusses wegen über den Tisch gezogen.

 

Fachtheologen indes kritisieren bis heute, der Papst, der das „Bemühen um die Einheit der Kirche“ als Motiv für seinen Gnadenakt angibt, befreie eine Gruppe vom Gehorsam gegenüber beträchtlichen Teilen der katholischen Lehre. Professor Peter Hünermann, führender deutscher Dogmatiker, spricht von einem „skandalösen Amtsfehler im theologischen Sinne“.

 

Benedikt XVI. reagierte doppelt auf die Kritik: Im März schrieb er – für einen Papst sehr ungewöhnlich – eine Art „Schmollbrief“ an die Bischöfe der Welt, worin er „für mich nicht vorhersehbare Pannen“ einräumte, gleichzeitig aber „auch Katholiken, die es besser hätten wissen müssen“ für ihre „sprungbereite Feindseligkeit“ tadelte. Zweitens unterstellte er „Ecclesia Dei“, jene für die Verhandlungen mit den Traditionalisten zuständige Kommission, die jahrelang ein kaum kontrolliertes Eigenleben geführt hatte, der Glaubensbehörde. Benedikt stellte klar, die Bischöfe der Piusbruderschaft, auch wenn sie von der Exkommunikation befreit seien, übten „kein rechtmäßiges Amt“ aus.

Die Traditionalisten reagierten auf ihre Weise: Sie weihten Priester, obwohl der Vatikan das als „unrechtmäßig“ bezeichnet hatte. Tsp 22

 

 

 

Russland: Ikonenschatz bald wieder Kirchenbesitz?

 

Wenn es nach Wladimir Putin geht, erhält die orthodoxe Kirche von Russland einen Großteil ihres zu Sowjetzeiten enteigneten Besitzes zurück. Dabei geht es nicht nur um zahlreiche Immobilien wie Kirchen und Klöster, sondern vor allem auch um einen reichen Fundus an kostbaren Ikonen. Christine Hahn hat über dreißig Jahre als Galeristin in Regensburg mit Ikonen gehandelt. Ihre Arbeit hat sie immer wieder nach Russland geführt. Die Absichten Putins bewertet sie so:

 

 

„Einmal will natürlich der russische Staat der Kirche etwas zurückgeben, was er der Kirche unrechtmäßig entwendet hat. Es ist so etwas wie eine Wiedergutmachung. Deshalb ist es ganz wichtig, dass die Ikonen in die einzelnen Kirchen wieder zurückkommen. Dann kommt der Punkt hinzu, dass diese Ikonen natürlich gepflegt und erhalten werden müssen. Und da glaube ich, dass der russische Staat zurzeit einfach kein Geld dazu hat. Die Kirche aber hat ihre Leute, die die Ikonen dann restaurieren und herrichten.“

 

Die Ikonen seien identitätsbildend für das Selbstbewusstsein der russischen Bevölkerung: „Es geht bei den Menschen nicht ohne Ikonen. Sie haben sie zu Hause – das ist fast wie ein Kind, das man auch nicht einfach weggibt. Und in den Kirchen ist das einfach das Schönste, was man sieht, wenn man hineinkommt. Die Ikonen und dazu die Kirchenmusik, das ist einfach ein Bestandteil, der für den orthodoxen Glauben und die Kirche dazu gehört.“

 

Die religiösen Kunstschätze, die jetzt in den Besitz der russisch-orthodoxen Kirche zurückgeführt werden sollen, waren ihr 1917 unter der Bolschewiken-Herrschaft enteignet worden. Putin habe ein entsprechendes Restitutionsgesetzt bereits auf den Weg gebracht, so die Moskauerzeitung „Kommersant“. (rv 21)