Notiziario religioso  21-24  Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 21. Il commento al Vangelo. Una grande folla va da Gesù  1

2.       Venerdì 22. Il commento al Vangelo. “Costituì dunque i Dodici”  1

3.       Sabato 23. Il commento al Vangelo. «E' fuori di sé»  1

4.       Domenica 24. Il commento al Vangelo. Gesù nella sinagoga di Nazaret 2

5.       Domenica 24. III del tempo ordinario. Gioia del mio cuore, luce per i miei passi: la tua Parola  3

6.       A rischio la formazione cristiana in Svizzera  5

7.       Il Papa all’Angelus nella Giornata Mondiale del Migrante  5

8.       Haiti. Corsa contro il tempo. Caritas internationalis sul luogo della tragedia  6

9.       Nigeria, scontri cristiani-musulmani. Oltre 450 morti a Jos, arriva l'esercito  6

10.   L'Europa in Terra Santa. Dopo la visita dei vescovi europei  e nordamericani 7

11.   Un fremito si è avvertito. La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma  7

12.   Nella sinagoga di Roma il papa rilegge le "Dieci Parole"  7

13.   Le “Dieci Parole” che illuminano il mondo  9

14.   Papa in sinagoga. Sempre più fratelli 11

15.   CCEE. I vescovi e la nuova Europa. Un libro ripercorre il cammino dal 1995 al 2008  11

16.   Pastorale Italiana Bruxelles in onda su Rcf 107.6 Fm   12

 

 

1.       Vatikan/Judentum: Natur ist ohne Gott nicht zu verstehen  12

2.       Haiti: auch über 100 Ordensleute unter den 200.000 Toten und Vermissten der Erdbebenkatastrophe  12

3.       Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Geschenk Gottes  13

4.       Die Vorbereitungen des 2. Ökumenischen Kirchentags in München (12.- 16. Mai 2010) 13

5.       Nigeria: Blutige Gewalt zwischen Moslems und Christen  14

6.       Kirchen rufen gemeinsam zu Betriebsratswahlen auf 14

7.       Die beiden großen Kirchen in Deutschland. Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2010  14

8.       Papst besucht die römische Synagoge – der Bericht 14

9.       Vatikan: Kardinal Kasper: „Synagogenbesuch markiert Neuanfang“  15

10.   Haiti: Endlich kommt Hilfe in Gang, Glauben gibt Hoffnung  15

11.   Kommentar. Gefährliche Umarmung  15

12.   Deutschland: Die CDU und ihr „C“  16

13.   Heilsame Erinnerung. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  16

14.   Kollekte für Haiti im Kölner Dom   17

15.   Zusammenwachsen zur sichtbaren Einheit 17

16.   Denkt ihr denn gar nicht an Gott?  17

17.   Bistum Fulda leistet 20.000 Euro Soforthilfe für Haiti 18

18.   Baldachin von St. Peter - Ein Triumph für Bernini und die Päpste  19

 

 

 

 

Giovedì 21. Il commento al Vangelo. Una grande folla va da Gesù

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 3,7-12) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo.

11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

 

Il rifiuto e la condanna a morte di Gesù, da parte dei farisei e degli erodiani, segna il nuovo inizio del popolo di Dio. L’efficacia evangelica è molto diversa dall’efficienza umana: trae la sua forza dall’impotenza dell’uomo e dalla potenza di Dio: "Quando sono debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,10). Perché Dio, contrariamente all’uomo, sa trarre successo dall’insuccesso e vita dalla morte.

Le località nominate sono sette, un numero che indica completezza, totalità. Tutti accorrono a Cristo per formare la sua Chiesa. Egli non ha raggiunto il successo mediante la brama di avere, di potere e di apparire, origine di ogni male, ma ha vinto tutto questo proprio con il suo insuccesso, con la povertà, con il servizio e l’umiltà di chi ama.

Gesù è presentato come il centro di un ampio movimento di gente che cerca e trova in lui la possibilità di guarire. L’uomo è malato e il pellegrinaggio verso Gesù nasce da questo bisogno di salvezza.

E’ bello vedere Gesù pressato da tanta gente. Ma perché accorrono? Per interesse o per fede? Marco ci fa capire che l’entusiasmo della folla è suscitato dall’azione guaritrice di Gesù, non dalla fede.

Solo i demoni conoscono l’identità di Gesù e la proclamano. Ma la loro propaganda è controproducente; il loro intento è di far fallire la rivelazione autentica di Gesù "bruciandola" anzitempo: di qui la reazione di Gesù che impone loro di tacere.

La trappola tesa a Gesù dai demoni sta nel fatto che satana vuole anticipare la manifestazione della gloria di Gesù prima della sua morte in croce, perché solo lì Gesù si rivela veramente Figlio di Dio (cfr Mc 15,39), che dona agli uomini la salvezza totale e definitiva, cioè la redenzione della loro esistenza nella comunione con Dio. E’ la tentazione che satana gli ripresenterà nuovamente per mezzo di Pietro (Mc 8,32-33).

La fede non è solo sapere chi è Gesù. Anche i demoni lo sanno, meglio e prima di noi. Come scrive s. Giacomo: "Credono, ma tremano" (2,19). Credere è prima di tutto fare esperienza di Gesù che mi ha amato e ha dato se stesso per me (cfr Gal 2,20). Una fede ideologica, che tutto conosce, ma non fa esperienza dell’amore di Dio, è un anticipo dell’inferno. E’ la pena del dannato che conosce il bene, ma non lo possiede.

Il Signore non desidera la pubblicità da parte di nessuno (tanto meno da parte dei demoni!). Raggiunge tutti solo attraverso la debolezza di chi, conoscendolo veramente, lo annuncia come amore crocifisso, povero, umiliato e umile. La propaganda va esattamente nella direzione opposta e si serve proprio di quei mezzi che il Signore ha denunciato e rifiutato come tentazioni. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Venerdì 22. Il commento al Vangelo. “Costituì dunque i Dodici”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 3,13-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.

16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; 17 poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

 

E’ inutile cercare di localizzare questo monte perché "la montagna", in Marco, indica soprattutto il luogo delle rivelazioni divine, mentre il mare, come vedremo (4,35-39; 5,46-52), appare come il luogo della prova e delle dure realtà umane.

Il numero dodici ha un chiaro valore simbolico: deve, evidentemente, essere messo in relazione con quello delle dodici tribù d’Israele presenti al Sinai per formare la comunità dell’Alleanza (Es 24,4; Dt 1,23; Gs 3,12; 4,2ss).

La funzione dei Dodici viene subito precisata: "Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (vv.14-15). Marco ha descritto Gesù come colui che predica e scaccia i demoni (1,39); ora afferma la stessa cosa dei suoi discepoli. La missione di Gesù continua e si rende visibile nel mondo attraverso i suoi inviati.

Gesù sceglie e chiama. E’ il cerchio di Gesù che si allarga: partecipa ad altre persone la sua forza e la sua autorità. In Gesù il regno di Dio si è fatto vicino agli uomini; ora si dilata nei Dodici e attraverso di loro si estenderà al mondo intero.

Questi uomini sono presi dalla gente comune, con pregi e difetti, e sarebbe ingenuo e sbagliato idealizzare il gruppo che ne è uscito: non è una comunità di puri né un gruppo di educande. Il seguito del vangelo ce ne darà puntuale conferma.

Il cristianesimo non è un’ideologia: è una compagnia reale con Gesù, in un rapporto da persona a persona, che ci coinvolge totalmente. E da questo coinvolgimento con Gesù, veniamo spinti verso tutti gli uomini fino agli estremi confini della terra: "L’amore di Cristo ci spinge… (2Cor 5,14).

Andare verso tutti gli uomini e stare con lui sembrano due cose contraddittorie. Ma, in realtà, il Cristo va insieme con i cristiani: "Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano" (Mc 16,20).

Non c’è alternativa tra contemplazione e azione. La nostra missione nasce dall’essere in Cristo, e la nostra prima occupazione è di restare uniti con lui come il tralcio alla vite (cfr Gv 15,1ss), fino ad essere contemplativi nell’azione.

P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Sabato 23. Il commento al Vangelo. «E' fuori di sé»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 3,20-21) commentato da P. Lino Pedron 

 

20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé».

 

A questo punto il vangelo comincia a presentare le prime risposte degli uomini al problema fondamentale: "Chi è Gesù?".

La prima è dei "suoi", cioè dei parenti di Gesù, i quali dicevano: "E’ fuori di sé" (v. 21). Lo considerano dunque un pazzo, uno scriteriato, uno che getta il discredito su tutta la famiglia. La cosa migliore è prenderlo e rinchiuderlo.

Questo testo ci rivela la maniera di pensare degli uomini, ai quali manca qualsiasi comprensione per le assolute esigenze di Dio. Essi non comprendono che un uomo possa essere tutto preso dagli interessi di Dio e dedicarsi completamente al suo servizio. Una tale cecità è sempre un pericolo per parenti e familiari di uomini che Dio chiama a un particolare servizio, ed è un ammonimento a guardarsi da pensieri di ordine semplicemente naturale e da preoccupazioni borghesi riguardo al buon nome, alla salute e agli affari. Gesù sta al di fuori di queste categorie e fa entrare anche i suoi discepoli al servizio delle esigenze totalitarie di Dio.

Più avanti i suoi parenti torneranno alla carica (Mc 3,31-35) e il ritorno di Gesù nella sua patria renderà palese lo stesso rifiuto a credergli (Mc 6,1-8).

Secondo i "suoi" (vedi Pietro in Mc 8,31ss), Gesù dovrebbe avere un po’ più di buon senso: Dovrebbe investire meglio le sue qualità per avere di più, potere di più e valere di più. Secondo i "suoi", questi sono i mezzi utili per il trionfo del bene, per togliere il potere ai cattivi, per orientare tutto "a fin di bene" e, soprattutto, per la gloria di Dio.

Gesù invece simpatizza con i cattivi e trascura i propri interessi: si può prevedere che con la sua bontà e sprovvedutezza, e facendo l’avvocato degli emarginati e di quelli che non contano (l’avvocato delle cause perse!), andrà a finir male.

E’ fuori di sé, è pazzo! Per noi che abbiamo barattato l’intelligenza con la furbizia, saggio è colui che cerca l’utile e il vantaggio proprio, e non il bene e la verità. Questo buon senso umano ha fuorviato i parenti di Gesù, fuorvierà Giuda e tanti altri dopo di lui.

Gesù fu, è e sarà rifiutato proprio perché povero, umiliato e umile. Ma questa sua pazzia è la sapienza di Dio. "Mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1Cor 1,22-25).

"Essere con Gesù" richiede il cambiamento dal pensiero dell’uomo al pensiero di Dio. Senza questa conversione radicale della mente e del cuore si rimane fuori della sua famiglia, anche se ci sembra di volergli bene.

Senza una conversione radicale, in realtà, non si ama lui, ma se stessi e i propri progetti proiettati in lui e nei suoi progetti, pronti a seguirlo quando lui ci segue e a catturarlo quando lui non ci segue. Questo non è amore, ma egoismo, è il tentativo di assimilare lui a noi invece di assimilare noi a lui.

Anche nella preghiera, c’è la tentazione costante di chiedere a Dio di fare la nostra volontà invece della sua. E (naturalmente!) sempre a fin di bene. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Domenica 24. Il commento al Vangelo. Gesù nella sinagoga di Nazaret

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 1,1-4; 4,14-21) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

14 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.

16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l'unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione

e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

19 e predicare un anno di grazia del Signore.

20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».

 

Luca inizia la sua opera con un prologo, come si addice a uno scrittore del suo tempo. Possiamo confrontare questo inizio del vangelo con il prologo del medico Dioscorides (vissuto al tempo di Nerone), al suo libro sulla medicina: "Poiché molti, non soltanto degli antichi ma anche dei contemporanei, hanno scritto sulla preparazione e sull’efficacia delle medicine…, carissimo Areios, anch’io voglio tentare…".

In questa lunga frase del prologo, accuratamente meditata, Luca parla del motivo, del contenuto, delle fonti, del metodo e del fine del suo vangelo. La fonte della narrazione di Luca e di quelle dei suoi predecessori è la "tradizione della Chiesa", che risale ai testimoni oculari. Essi hanno visto i grandi avvenimenti della redenzione.

Questi testimoni sono diventati anche ministri della Parola. Dio li ha autorizzati e dotati dei doni necessari per mettersi a disposizione della divina grandezza della Parola.

Attraverso la parola di coloro che hanno visto, possiamo entrare in comunione "con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,3).

La nostra fede non è fondata su miti o su leggende inventate, ma su precisi eventi storici. Ciò che si crede e si vive nella Chiesa ha la sua causa prima in Gesù Cristo, che visse e operò in questo mondo in un momento storico ben determinato.

E’ importante conoscere la vita di Gesù attraverso un "racconto di seguito", cioè ordinato: in questo modo si rendono ben visibili i lineamenti storici del suo volto. Luca li contempla e li descrive perché il lettore possa ricordare e riprodurre in sé il vero volto di Dio, rivelato nel volto di Gesù.

Dove si trascura di leggere il racconto dei testimoni oculari, il volto di Dio rimane sconosciuto e la vera rivelazione di Dio viene sostituita da false immagini di Cristo. Nascono così volti deformi di Cristo e del cristianesimo che non hanno nulla della verità trasmessa dai testimoni oculari.

Il destinatario del racconto di Luca è Teofilo, nome che significa "amato da Dio" e "amante di Dio". Il discepolo è amato da Dio per diventare amante di Dio. Luca si rivolge quindi al cristiano che vuole diventare adulto nella fede e consapevole della sua responsabilità davanti al mondo e alla storia. Teofilo è un nome greco: destinatario dell’opera di Luca non è l’ebreo-cristiano, ma tutti coloro che "Dio ha voluto scegliere tra i pagani" (At 15,14), ossia ogni uomo di buona volontà nel quale c’è la presenza amante di Dio.

Gesù ha cominciato la sua vita per opera dello Spirito Santo, ora comincia la sua opera nella potenza dello stesso Spirito Santo.

Lo Spirito lo conduce in Galilea: Là era iniziata la sua vita, là comincia la sua opera. Nella disprezzata "Galilea dei pagani" zampilla la salvezza per la forza dello Spirito.

L’operare dello Spirito Santo provoca ammirazione e fama, che si diffonde per tutti i paesi all’intorno. Lo Spirito agisce in estensione: la sua forza vuole mutare il mondo, santificarlo, riportarlo a Dio.

In una città della Galilea, di nome Nazaret, Gesù fu concepito e allevato, giunse a maturità e dovette cominciare la sua opera secondo la volontà dello Spirito. Il suo inizio porta l’impronta di questa città insignificante e non credente, che si scandalizza del suo messaggio e cerca di assassinarlo. Il suo inizio parte dal nulla, dalla mancanza di fede dei suoi compaesani, dal peccato, dal rifiuto… Eppure Gesù comincia!

Comincia nella sinagoga annunciando che lo Spirito Santo è sopra di lui e che Dio l’ha mandato a portare la salvezza ai poveri, ossia a tutti, perché tutti siamo poveri.

Alla lettura segue la spiegazione, che è riassunta in una frase piena di penetrazione e di forza: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (v. 21). La parola di Dio ha la sua radice nel passato, ma si realizza nell’"oggi", ogni volta che la Parola è annunciata. La Scrittura trova il suo compimento nell’orecchio dell’uditore che ascolta e obbedisce.

Anche per il lettore del vangelo il problema dell’attualizzazione della Parola consiste prima di tutto nell’ascolto del vangelo: l’obbedienza ad esso ci rende attuali all’oggi di Dio, contemporanei di Gesù, moderni, perché in Cristo ogni uomo trova il suo compimento.

Gesù annunzia e insieme porta il tempo della salvezza. Che il tempo della salvezza sia iniziato e che il Salvatore sia ormai presente, lo si può comprendere solo accogliendo questo messaggio, Non lo si vede né lo si sperimenta. Il messaggio della salvezza esige la fede; e la fede viene dall’ascolto, è risposta a una proposta.

Tutto il vangelo è un ascolto della parola di Gesù che ci rende contemporanei a lui: nell’obbedienza della fede, accettiamo in lui l’oggi di Dio che ci salva.

La profezia, che ora si compie, è il programma di Gesù. Egli non se l’è scelto da sé, ma gli è stato preparato dal Padre. Egli è l’Inviato del Padre. In lui il Padre visita gli uomini.

Gesù opera con la parola e con i fatti, con l’insegnamento e la potenza Il tempo della grazia è sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il grande dono portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità fisica e spirituale, libertà dalla miseria e dalla schiavitù, libertà dal peccato.

Finché Gesù rimane in terra, dura l’"anno di grazia del Signore". Cristo è anzitutto il donatore della salvezza, non il giudice che condanna. E’ il centro della storia, la più grande delle grandi opere di Dio.  P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Domenica 24. III del tempo ordinario. Gioia del mio cuore, luce per i miei passi: la tua Parola

 

Il Dio d’Israele parla e tutto è fatto (Sal 33,9). Gli idoli dei pagani invece hanno bocca, ma non parlano (Sal 115,5). Per questo sono incapaci di soccorrere, di proteggere, di compiere prodigi.

La parola dell’uomo può essere campata in aria (Gb 16,3); quella di Dio invece è sempre viva ed efficace (Eb 4,12). E’ come la pioggia e la neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare (Is 55 10).

Non agisce in modo magico, tuttavia è dotata di un’energia irresistibile e, quando cade su un terreno fertile, quando viene accolta con fede, produce effetti straordinari. “Beati coloro che l’ascoltano e la mettono in pratica (Lc 11,28).

Il luogo privilegiato per questo ascolto è l’incontro comunitario.

Nel “giorno del Signore”, il Risorto rivolge la sua parola alla comunità riunita. Il cristiano che non sente il bisogno interiore di unirsi ai fratelli per ascoltare con loro la voce del Maestro può essere certo: qualcosa si è incrinato nel suo rapporto con Cristo.

Già nei primi secoli era ripetuto con insistenza il richiamo: “Non vogliate anteporre alla parola di Dio i bisogni della vostra vita temporale, ma in giorno di domenica, mettendo da parte ogni cosa, affrettatevi alla chiesa. Infatti, quale giustificazione potrà presentare a Dio chi non si reca in questo giorno in assemblea ad ascoltare la parola di salvezza?” (Didascalia, II, 59,2-3).

Se tra i fedeli si sono infiltrati il disinteresse, la disaffezione, la svogliatezza nella partecipazione alle assemblee domenicali, ciò non va imputato solo ai laici. Certe omelie improvvisate, povere di contenuti spirituali, noiose e a volte addirittura deprimenti hanno pure la loro parte di responsabilità. Le letture di oggi sono per tutti un invito alla riflessione e alla revisione del proprio rapporto con la parola di Dio.

 

Prima Lettura (Ne 8,2-4a.5-6.8-10)

 

2 Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere.

 3 Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della legge. 4 Esdra lo scriba stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza.

 5 Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6 Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore.

 8 I leviti leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura. 9 Neemia, che era il governatore, Esdra sacerdote e scriba e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Perché tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.

10 Poi Neemia disse loro: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

 

Da oltre cento anni il popolo d’Israele è tornato dall’esilio di Babilonia, ma non è ancora riuscito a riorganizzare la sua vita. L’anarchia è totale: si commettono furti, soprusi, violenze, angherie nei confronti dei poveri. Per porre rimedio a una situazione che si fa sempre più caotica, il grande re di Persia, Artaserse, dal quale dipende la Palestina, invia a Gerusalemme Esdra, “sacerdote e scriba, esperto nei comandi del Signore” (Esd 7,11). Costui si rende subito conto che i disordini sono imputabili alla mancata fedeltà alla legge di Dio. Il popolo non la osserva perché non la conosce. Che fare allora?

Il giorno di capodanno, Esdra “porta la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti sono capaci di intendere e la proclama sulla piazza davanti alla porta delle Acque” (vv.1-2). Il modo in cui egli organizza questa celebrazione va esaminato in dettaglio.

 

Egli convoca in santa assemblea tutte le persone capaci di comprendere e, “dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno”, fa leggere il libro della legge (vv.2-3). Nessuno manca, nessuno cerca scuse per rimanere a casa ad occuparsi dei propri affari.

Questa risposta unanime del popolo è rilevata dall’autore sacro per inculcare l’importanza dell’ascolto della parola di Dio. Israele è cosciente che, senza la partecipazione regolare all’assemblea comunitaria, la fede si affievolirebbe e finirebbe per scomparire. La preoccupazione di Esdra è la stessa che ha mosso i pastori della Chiesa delle origini a richiamare i loro fedeli: “Non disertate le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare” (Eb 10,25).

La liturgia della Parola non si improvvisa. Esdra lo sa, infatti la organizza alla perfezione, non trascura alcun particolare. Sceglie accuratamente il luogo dell’incontro. La “porta delle Acque” si presta bene allo scopo perché è lontana dal frastuono della città, offre una buona acustica e permette di disporre gli ascoltatori su una specie di anfiteatro.

Fa preparare una tribuna di legno in modo che il lettore venga a trovarsi in posizione elevata e possa essere visto da tutti, senza obbligare a contorsionismi o a continui e fastidiosi movimenti della testa (v.4). Sceglie anche lettori ben preparati e con una buona voce…

 

 Il rito inizia in modo solenne: Esdra, stando in alto, apre devotamente il libro e subito il popolo si alza in piedi per testimoniare la propria venerazione per il testo sacro, viene pronunciata la benedizione e il popolo risponde “Amen! Amen!”. Poi tutti si inginocchiano e si prostrano (vv.5-7). Sono gesti che creano il clima ideale per un “religioso ascolto” della Parola. Chi partecipa alla celebrazione deve percepire, anche sensibilmente, che non si trova di fronte a un libro, ma davanti al Signore che parla. La posizione del corpo, i gesti, gli atteggiamenti sia degli ascoltatori sia di chi presiede devono esprimere questo fatto e disporre ad accogliere il messaggio che il Dio vivente rivolge al suo popolo. Nessuno può disturbare, alzarsi quando vuole, chiacchierare. Anche il celebrante deve fare attenzione a non distrarsi, sbagliare gli interventi, confondere le pagine, compiere gesti senza senso... La celebrazione della Parola, pur aliena da ogni forma di fasto e pomposità, ha bisogno di un contesto sacro, rispettoso, solenne.

 

Infine, non basta la lettura.

La parola di Dio è efficace solo nella misura in cui viene capita; per questo ha bisogno di essere interpretata e spiegata utilizzando un linguaggio semplice, comprensibile a tutti: agli intelligenti ed agli ignoranti, ai colti ed agli analfabeti (v.8). Da qui la grave responsabilità che incombe su coloro che fanno l’omelia. Quella di Esdra e dei leviti ottiene ottimi risultati. Il popolo fa un serio esame di coscienza, si rende conto di non essere stato fedele alla legge di Dio e manifesta con le lacrime il proprio pentimento (v.9).

Ma al popolo è ricordato che il giorno dell’incontro con la parola di Dio è sempre una festa (v.10). La certezza che Dio continua a parlare, ad accompagnare e guidare il suo popolo è fonte di grande gioia e questa si manifesta anche esteriormente con canti, danze, cibi e bevande più abbondanti del solito.

 

Seconda Lettura (1 Cor 12,12-31)

 

12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 14 Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: “Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo. 16 E se l’orecchio dicesse: “Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo. 17 Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato?

18 Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. 19 Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20 Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21 Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”. 22 Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; 23 e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, 24 mentre quelle decenti non ne hanno bisogno.

Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25 perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.

28 Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue.

29 Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? 30 Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?

 31 Aspirate ai carismi più grandi!

 

Per mostrare ai Corinti che i doni dello Spirito non devono portare alla competizione ed alla rivalità, ma all’unità, Paolo introduce questa immagine molto conosciuta nell’antichità: la comunità è come il corpo dell’uomo, composto di molte membra, ciascuna con la propria funzione. Ogni parte del corpo è importante, nessuna può essere disprezzata, nessuna può sostituirsi all’altra.

Questo paragone era usato per convincere i sudditi e gli schiavi a sottomettersi ed a servire i loro padroni. Paolo lo impiega in modo completamente diverso: se ne serve per spiegare che tutti i membri di una comunità si trovano sullo stesso piano e godono della medesima dignità. Se proprio si vuole mantenere una gerarchia – dice – si mostri maggior rispetto per i più deboli, si privilegino i più poveri (v.22-24).

Nell’ultima parte della lettura (vv.28-30) viene presentata una graduatoria dei carismi. Costituisce forse una sorpresa il fatto che quello di “governare” occupi solo il penultimo posto. L’ultimo – come c’era da aspettarsi – è riservato al “dono delle lingue”.

Quali sono dunque i carismi più importanti? Un gradino al di sopra degli altri stanno quelli legati all’annuncio della Parola: gli apostoli, i profeti ed i maestri (Cf. Rm 12,6-8; 1 Cor 12,8-10; Ef 4,11). Questo non significa che chi li svolge meriti maggior rispetto, abbia diritto a privilegi, titoli onorifici, inchini… E’ il ministero in sé che è più importante. Non v’è dubbio che l’annuncio della Parola occupa il primo posto, perché è la Parola che fa nascere e alimenta la fede e la vita della comunità (Rm 10,17).

 

Vangelo (Lc 1,1-4;4,14-21)

 

1 Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

4,14 In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.

16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

 18 “Lo Spirito del Signore è sopra di me;

 per questo mi ha consacrato con l’unzione,

 e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

 per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;

 per rimettere in libertà gli oppressi,

 19 e predicare un anno di grazia del Signore”.

 20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.

 

Adeguandosi a un procedimento letterario in uso fra gli autori classici del suo tempo, Luca fa precedere la sua opera da un prologo (Lc 1,1-4). E’ una introduzione in cui, senza citare il proprio nome, egli si presenta, dichiara lo scopo che si è proposto ed espone i criteri che seguirà nella composizione del suo Vangelo.

Scrive una cinquantina d’anni dopo i fatti e, unico fra gli evangelisti, dice espressamente di non appartenere al gruppo di coloro che hanno conosciuto personalmente Gesù di Nazareth.

Spontanea allora sorge la domanda: ci si potrà fidare di ciò che racconta? Ecco, in sintesi, la sua risposta: chiunque può parlare di Gesù, anche se non è stato testimone diretto dei fatti, purché sia fedele alla tradizione. Vediamo di chiarire.

Siamo negli anni 80 d.C. e il Vangelo è già stato annunciato in tutto l’impero romano; ovunque sono sorte comunità; molti hanno anche iniziato a porre per iscritto i detti di Gesù e gli episodi della sua vita. Da che cosa ha avuto origine questo movimento religioso di così largo successo?

Sono accaduti – dice Luca – dei fatti tra di noi (v.1). Non sogni, non dottrine filosofiche, non rivelazioni esoteriche, ma fatti, avvenimenti reali che hanno avuto per protagonista un uomo: Gesù di Nazareth. Ciò che egli ha fatto e insegnato ha avuto dei testimoni oculari che – come dirà Giovanni – hanno “visto con i loro occhi” e “toccato con le loro mani” (1 Gv 1,1-4) e sono poi divenuti “ministri della Parola”. Si badi bene: non “proprietari”, “signori”, ma “servi della Parola” (v.2). Non inventori di storie, non imbroglioni avidi di denaro, ma persone che hanno dedicato tutta la loro vita all’annuncio fedele di ciò che hanno visto e udito, e che hanno addirittura preferito morire piuttosto che tradire il messaggio ricevuto dal Maestro.

Molti hanno posto mano per stendere un racconto di questi avvenimenti. Anche Luca ha deciso di mettersi a scrivere sull’argomento. Non lo fa per screditare l’opera di chi lo ha preceduto, ma per preparare un resoconto ordinato del quale le sue comunità hanno bisogno.

Quale metodo ha seguito? Ha fatto ricerche accurate su ogni circostanza. Si è rivolto ai primi testimoni, così tutti i discepoli che leggeranno quanto egli scrive potranno avere la certezza di fondare la propria fede su affermazioni solide. Dice, con chiarezza e decisione, di essere guidato da un’unica preoccupazione: trasmettere fedelmente ciò che gli è stato consegnato dai “ministri della Parola”. Non inventa nulla, ha stabilito la verità dei fatti, fin dagli inizi, cioè, fin dall’infanzia di Gesù (v.3).

L’obiettivo per cui scrive è: dare basi solide alla fede dei cristiani delle sue comunità (v.4). Le verità di fede non possono essere dimostrate con prove inoppugnabili, tuttavia, l’adesione a Cristo non ha nulla a che vedere con la creduloneria, non è una scelta ingenua fatta da persone ignoranti e disposte ad accettare acriticamente tutte le favole.

Ci sono delle ottime ragioni che inducono a credere e Luca le vuole esporre.

Una parola anche su Teòfilo. Era abitudine degli autori classici dedicare la loro opera a chi la sponsorizzava. Le pergamene erano costose e per un Vangelo occorrevano le pelli di una ventina di capretti; poi bisognava pagare i calligrafi che ricevevano poco più di un bracciante, ma erano lenti; infine, anche l’autore del libro doveva vivere... Luca aveva un ammiratore, Teòfilo, probabilmente un cristiano benestante dell’Asia Minore che si era accollato tutte le spese. In segno di gratitudine, l’evangelista lo menziona sia nel prologo del Vangelo sia in quello degli Atti degli Apostoli.

 

Ben tre capitoli separano la seconda parte del brano di oggi (Lc 4,14-21) dalla prima. E’ l’inizio della vita pubblica di Gesù nella sua terra, la Galilea, e l’episodio narrato – che Matteo e Marco collocano verso la metà del loro Vangelo – costituisce per Luca l’ouverture programmatica, la sintesi di tutta l’attività di Gesù.

 E’ sabato e la gente va alla sinagoga per pregare e per ascoltare la lettura e la spiegazione della parola di Dio. Un rabbino organizza l’incontro, ma ogni giudeo adulto può presentarsi o essere invitato a leggere e commentare le Scritture. Fare l’omelia è abbastanza facile: basta aver imparato a memoria le spiegazioni e i commenti fatti dai grandi rabbini e riferire le loro opinioni. Nessuno è tanto presuntuoso da azzardarsi ad aggiungere la propria interpretazione. Com’è solito fare, Gesù si unisce al suo popolo e si rende disponibile a fare da lettore.

La liturgia comincia con la recita dello Shema’ – la professione di fede del pio israelita – continua con le diciotto benedizioni che introducono nella parte centrale della celebrazione, la lettura di due brani della Scrittura: il primo tolto dal libro del Pentateuco (la Torah), l’altro dai Profeti. Chi legge il secondo testo in genere fa anche l’omelia. Il clima è di raccoglimento e di preghiera, la gente è ben disposta all’ascolto della Parola di Dio e Gesù coglie l’occasione per lanciare il suo messaggio (v.16).

Luca mette accuratamente in risalto alcuni particolari, non per scrupolo storico, ma per veicolare messaggi teologici.

Il primo dettaglio, apparentemente superfluo: Gesù apre il volume che gli è stato consegnato. L’evangelista vuol far capire ai suoi lettori che senza Cristo il testo sacro è un libro chiuso, gli oracoli dei profeti e tutti i libri dell’AT rimangono incomprensibili. Solo lui è in grado di dar loro un senso.

Fatta la lettura, Gesù arrotola il volume, lo consegna all’inserviente e si siede; gli occhi di tutti sono fissi su di lui.

I rabbini spiegavano la parola di Dio stando seduti. Se viene sottolineato che Gesù assume questa posizione è per dire che egli è divenuto il maestro. E’ l’invito a fissare su di lui e su nessun altro lo sguardo. I libri santi dell’AT hanno lo scopo di portare a lui e, raggiunto questo scopo, possono venire arrotolati.

Il testo scelto è preso dal profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me... mi ha unto e mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e proclamare un anno di grazia del Signore” (vv.17-19).

Chi è l’uomo incaricato di portare un lieto messaggio ai poveri? Di chi sta parlando Isaia? Il profeta si riferisce a un personaggio che, 400 anni circa prima di Cristo, fu inviato da Dio a consolare gli Israeliti tornati dall’esilio di Babilonia.

Vivevano nella situazione drammatica che abbiamo descritto nella spiegazione della prima lettura: i ricchi sfruttavano i poveri, i padroni non pagavano i loro operai, i forti dominavano sui deboli (Cf. Is 56,10-57,2).

In questo contesto storico, un uomo investito dallo Spirito del Signore è inviato a proclamare “l’anno di grazia”, “il giubileo”, il tempo in cui sono condonati tutti i debiti, finisce ogni forma di schiavitù, viene ristabilita la giustizia.

Oggi – comincia a dire Gesù – si adempie questa profezia (v.21).

Non commenta il testo del profeta, ma ne proclama la realizzazione. Oggi inizia l’anno di grazia, la festa senza fine per tutti, perché a tutti, in nome di Dio, è annunciata la salvezza, gratuita e senza condizioni.

Il termine ebraico usato da Isaia per indicare la liberazione dei prigionieri è deror che significa: sciogliere da ciò che impedisce di correre speditamente. Oggi la parola di Gesù comincia a liberare non solo dalle malattie – che sono il segno di una diminuzione di vita – ma da tutti i blocchi psicologici e morali che rattrappiscono, non permettono di avanzare e di crescere, inibiscono gli slanci di amore. Il groviglio di passioni incontrollate che fanno ripiegare su se stessi nella ricerca del proprio tornaconto, la sete di possesso, la frenesia del potere e del successo sono catene. Questi ceppi oggi cominciano ad essere frantumati.

La forza irresistibile che li spezza è quella dello Spirito Santo (v.14) che è all’opera in Gesù non solo quando egli compie guarigioni prodigiose, ma anche e soprattutto quando, con la sua parola potente, rompe i lacci diabolici che avviluppano e mantengono l’uomo in stato di schiavitù (Lc 4,36). P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

A rischio la formazione cristiana in Svizzera

 

Padre Graziano Tassello: “Missioni italiane, un cammino in salita” - Secolarismo e relativismo sono i veri nemici della nuova evangelizzazione. Purtroppo le ristrutturazioni in atto nella chiesa elvetica penalizzano proprio le minoranze linguistiche.

 

ZURIGO - L’Associazione Corriere degli Italiani ha da poco pubblicato il volume dal titolo Annunciare e vivere la Parola in cui numerosi missionari e altri esperti offrono, con i loro commenti al Lezionario, un esempio di contestualizzazione della Parola di Dio in ambito migratorio. E’ uno dei tanti segnali di vitalità nell’ambito della formazione cristiana delle Missioni cattoliche italiane in Svizzera dove la pastorale specifica e specializzata dà risalto al volto multiforme della chiesa cattolica, una chiesa la cui popolazione cattolica d’origine straniera è assai consistente. Nella sola diocesi di Basilea risiedono 95.258 italiani, 11.123 latino-americani, 1.174 filippini, 3.218 polacchi, 32.745 portoghesi, 18.225 spagnoli.

  Da anni le Missioni privilegiano la scelta formativa. In alcune di esse, come Losanna e Basilea, è ancora possibile offrire un iter catechetico completo che permetta un legame forte tra prima e successive generazioni. In altre Missioni i figli degli italiani frequentano i corsi di formazione ecumenica nelle scuole elementari, e a 18 anni sono invitati a frequentare il corso per la Cresima. E’ evidente come ciò non sia sufficiente in un contesto pervaso di secolarismo e relativismo, senza dimenticare l’importanza della religiosità popolare coltivata nelle famiglie. Con l’aiuto di volontari, le Missioni stanno investendo sugli adolescenti e sui giovani. In Svizzera i ragazzi con passaporto italiano che hanno fino a 17 anni, sono 39.383, e dai 18 ai 34 anni raggiungono le 62.065 unità.

  Un momento privilegiato per avvicinare la gioventù sono i corsi pre-matrimoniali per preparare le coppie a una scelta di vita che esige fedeltà ed eroismo in quanto devono fare i conti con un tasso di divorzi tra i più alti del mondo (in Svizzera il 48.4% dei matrimoni termina in un divorzio), e dove l’affermazione che la famiglia italiana tenga, è ormai classificata come una leggenda metropolitana.

  Ma anche dopo il matrimonio si riserva una particolare attenzione alle giovani coppie. A Basilea si riunisce regolarmente un gruppo di giovani famiglie animate da un sacerdote. Lo straordinario impegno delle Missioni a favore della terza età offre poi un cammino di riscoperta della fede che sfocia in impegni concreti a favore del prossimo.

  Nonostante numerosi emigrati oggi non diano più eccessivo peso alla religione, le Missioni non rinunciano ad annunciare la «Buona Novella», servendosi anche della pubblicazione di numerosi bollettini di collegamento, che garantiscono un contatto capillare con le famiglie italiane. Il Corriere degli Italiani di Zurigo è l’unico settimanale cattolico di emigrazione in lingua italiana pubblicato fuori dell’Italia.

Un cammino di comunione

  La formazione porta a un cammino di comunione, nonostante la diversità delle strutture pastorali. Si va dalle parrocchie di lingua italiana alle Missioni con cura d’anime, alle Missioni inserite nelle unità pastorali, frutto anche di accorpamenti di varie Missioni pre-esistenti. Ciò non significa rinunciare alle peculiarità culturali e religiose del gruppo, ritenute dai vescovi svizzeri come una ricchezza. Ecco allora le messe bilingui, i progetti comuni per persone sole, i consigli pastorali integrati.

  Il cammino procede per cerchi concentrici: si va da una sempre maggiore collaborazione tra le varie Missioni i cui operatori pastorali si incontrano a livello zonale per pianificare attività comuni – come pellegrinaggi, ritiri, corsi per fidanzati, attività per giovani o per anziani – a progetti comunitari tra missioni e parrocchie locali o all’interno di un’unità pastorale. A Ginevra la pastorale ha coinvolto tre distinti gruppi di emigrati: portoghesi, italiani e ispanici che hanno costituito un’unica unità pastorale.

  Sono in molti ad affermare che le ristrutturazioni in atto nella chiesa svizzera, dovute anche al calo delle entrate, colpiscono soprattutto le minoranze linguistiche. È la via più facile per non intaccare alcuni interessi corporativi. La scusa è sempre la stessa: gli immigrati si devono integrare nel sistema religioso svizzero. L’affermazione è tinta di un sottile razzismo che esige un’inculturazione unilaterale, e rischia di generare ulteriori allontanamenti dei fedeli emigrati da una chiesa che non viene più percepita come madre accogliente di tutti i credenti. A Basilea occorre pagare una specie di affitto per utilizzare una chiesa; in una parrocchia di Basilea Campagna, il missionario deve portare con sé tutto l’occorrente, perfino l’acqua, per poter celebrare un battesimo. Il predominio delle finanze attenua la voglia di originalità presente in tante comunità emigrate, e ostacola una visione pastorale che mira a far vivere in pienezza la nota della cattolicità.

  Suona tristemente attuale il commento che, nel 1985, l’allora presidente dell’Associazione dei teologi italiani, Luigi Sartori, aveva espresso: «Umanamente parlando, diventa spesso necessario sostare a lungo nella rivendicazione e nella difesa della propria identità; spesso è addirittura inevitabile il conflitto che dà la sensazione che si affermi quasi di più il ghetto e l’esclusività etnocentrica che non la passione dialogica per la comunione e l’integrazione. Del resto, la chiesa come potrebbe pretendere che ogni soggetto esprimesse presto e in modo consistente una maturità «cattolica» quando essa stessa, al suo interno, fa ancora così tanta fatica a realizzare la vera cattolicità ossia la promozione della ricchezza di incarnazioni varie e variabili della fede e della ecclesialità? I singoli soggetti minori e subordinati dovrebbero essere provocati a realizzare questo ideale che il grande soggetto superiore non riesce a realizzare in se stesso?».

  Se a questi problemi aggiungiamo la difficoltà di rinnovare i quadri degli operatori, e l’ormai inarrestabile fuga delle religiose italiane dalla Svizzera, abbiamo un’idea delle difficoltà che le Missioni devono affrontare. Sembrano ormai passati del tutto i tempi in cui, ad esempio, monsignor Bonomelli inviava in Svizzera, durante l’estate, don Primo Mazzolari durante il biennio in cui il giovane sacerdote era professore in seminario, per arricchire la sua esperienza sacerdotale.

La sfida della missionarietà

  I missionari non demordono. L’impegno di formare nuovi leader laici –confermato anche dalla recente ripresa di un regolare corso di Teologia per animatori laici –, sottolinea l’attuale scelta delle missioni che mettono al centro l’urgenza dell’evangelizzazione, e mirano a rendere ogni cristiano cosciente della sua vocazione missionaria. E questo anche per arrestare un’emorragia silenziosa ma tangibile di tanti giovani che cercano altrove segni di speranza. Il fenomeno delle libere chiese con la loro politica nei confronti delle minoranze (non sono pochi i giovani italiani che le frequentano) o gli onnipresenti Testimoni di Geova che hanno fatto numerosi adepti tra gli italiani, pongono degli interrogativi alla chiesa locale dove spesso operatori e operatrici pastorali poco attenti, non tengono in debito conto le peculiarità religiose dei loro fedeli.

  Nel settembre scorso, i cittadini del Cantone di Zurigo hanno votato a favore di un nuovo regolamento ecclesiastico che prevede, tra l’altro, la concessione del diritto di voto anche ai cattolici stranieri. «Ora – scrive Angelo Saporiti, missionario di Zurichsee-Oberland sul Corriere degli Italiani – si può aprire una stagione nuova. Ora potremo costruire una chiesa multietnica, capace di parlare tante lingue, ma unita dall’unico messaggio dell’amore di Cristo». Lo sforzo delle missioni, portato avanti in questi anni per rendere l’emigrato cosciente della sua fede, sfocia ora in una sua partecipazione da protagonista nelle varie strutture delle chiese locali. Assisteremo a una nuova Pentecoste?

P. Graziano Tassello, Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero

 

 

 

 

Il Papa all’Angelus nella Giornata Mondiale del Migrante

 

Benedetto XVI: qualunque sia la nazionalità e il colore della pelle, il bambino è da considerare come persona, immagine di Dio, da promuovere e tutelare contro ogni emarginazione e sfruttamento.

 

  CITTA’ DEL VATICANO -  Nell’Angelus di domenica 18 gennaio Papa Benedetto XVI ha ricordato la celebrazione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. “La presenza della Chiesa a fianco di queste persone - ha detto - è stata costante nel tempo, raggiungendo traguardi singolari agli inizi del secolo scorso: basti pensare alle figure del beato vescovo Giovanni Battista Scalabrini e di santa Francesca Cabrini. Nel messaggio inviato per l’occasione ho richiamato l’attenzione sui migranti e i rifugiati minorenni. Gesù Cristo, che da neonato visse la drammatica esperienza del rifugiato a causa delle minacce di Erode, ai suoi discepoli insegna ad accogliere i bambini con grande rispetto e amore. Anche il bambino, infatti, qualunque sia la nazionalità e il colore della pelle, è da considerare prima di tutto e sempre come persona, immagine di Dio, da promuovere e tutelare contro ogni emarginazione e sfruttamento. In particolare, occorre porre ogni cura perché i minori che si trovano a vivere in un Paese straniero siano garantiti sul piano legislativo e soprattutto accompagnati negli innumerevoli problemi che devono affrontare. Mentre incoraggio vivamente le comunità cristiane e gli organismi che si impegnano a servizio dei minori migranti e rifugiati, esorto tutti a tenere viva la sensibilità educativa e culturale nei loro confronti, secondo l’autentico spirito evangelico”.

  Il Papa ha poi fatto riferimento alla visita del pomeriggio alla sinagoga di Roma, a quasi 24 anni da quella storica di Giovanni Paolo II, “per incontrare la Comunità ebraica della città e porre un’ulteriore tappa nel cammino di concordia e di amicizia tra Cattolici e Ebrei. Infatti, malgrado i problemi e le difficoltà, tra i credenti delle due religioni - h aggiunto Benedetto XVI - si respira un clima di grande rispetto e di dialogo, a testimonianza di quanto i rapporti siano maturati e dell’impegno comune di valorizzare ciò che ci unisce: la fede nell’unico Dio, prima di tutto, ma anche la tutela della vita e della famiglia, l’aspirazione alla giustizia sociale ed alla pace”

  Dopo l’Angelus, il Papa ha avuto un pensiero per la popolazioni di Haiti, con un incoraggiamento allo sforzo “delle numerose organizzazioni caritative, che si stanno facendo carico delle immense necessità del Paese. Prego per i feriti, per i senza tetto, e per quanti tragicamente hanno perso la vita”.

  In questa Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato - ha proseguito Benedetto XVI - sono lieto di salutare le rappresentanze di diverse comunità etniche qui convenute. Auguro a tutti di partecipare pienamente alla vita sociale ed ecclesiale, custodendo i valori delle proprie culture di origine” Ed ha infine salutato “i brasiliani discendenti di emigrati del Trentino. Grazie di essere venuti!”. (Inform)

 

 

 

 

Haiti. Corsa contro il tempo. Caritas internationalis sul luogo della tragedia

“Più gli aiuti tardano ad arrivare, più si corre il rischio di disordini”. È una corsa disperata contro il tempo per aiutare le popolazioni di Haiti colpite dal terremoto del 12 gennaio scorso, quella raccontata da Michelle Hough, di Caritas internationalis, in questi giorni a Port-au-Prince, insieme ad una squadra di esperti che sta supportando Caritas Haiti. L’abbiamo intervistata.

 

Come è stato il primo impatto con la realtà del terremoto? Cosa ti ha colpito di più?

“Sono arrivata sabato (16 gennaio, ndr) a Port-au-Prince. Inizialmente non pensavo ci fossero molti danni, poi sono andata in alcune zone dove tutte le case sono distrutte. Sembrava una zona di guerra. C’erano pochissime missioni di soccorso. Ho subito capito che sotto gli edifici crollati c'era probabilmente ancora molta gente sepolta”.

 

Sono tanti e reali gli episodi di violenza e sciacallaggio mostrati in foto e in tv?

“Non ho visto alcun saccheggio o violenza. La gente sembrava soprattutto sconvolta. L'unico segnale di violenza che ho sentito sono stati dei colpi di arma da fuoco la notte scorsa. Ci dicono che più gli aiuti tardano ad arrivare, più c’è il rischio di disordini. Questo è molto probabile, visto che molte persone vivono in condizioni veramente difficili, in strada o nei campi. Non hanno un accesso né all’acqua potabile né al cibo”.

 

Quali sono le principali difficoltà negli aiuti?

“La prima difficoltà è far arrivare gli aiuti ad Haiti. L’aeroporto è stato chiuso e il porto danneggiato dal terremoto, quindi gli aiuti non sono potuti arrivare per almeno due giorni. Ora ne stanno arrivando molti, ma bisogna trovare il modo per portarli ai più bisognosi nel modo più rapido e più sicuro. Il fatto che circa tre milioni di persone abbiano bisogno di aiuto ci pone di fronte ad un compito immane. Non si può andare a distribuire gli aiuti in grandi spazi aperti, perché se vengono troppe persone e gli aiuti finiscono prima che arrivi il loro turno si genera frustrazione”.

 

C'è solidarietà tra gli haitiani?

“Sì, le persone dormono una accanto all’altra nelle strade. Si danno una mano per racimolare un po’ di cibo, cantano e pregano insieme per risollevarsi un po’ il morale”.

 

Come la Chiesa cattolica nelle sue diverse componenti – le parrocchie, le Caritas, i missionari, le Ong – si sta coordinando nell'organizzazione degli aiuti?

“Ci sono incontri organizzati dalle Nazioni Unite che riuniscono esperti di cibo, acqua, salute, alloggio, ecc. Caritas Haiti sta ricevendo il sostegno del Catholic Relief Services (la Caritas degli Stati Uniti) e di Caritas internationalis per il coordinamento degli aiuti”.

 

Quali saranno le prossime azioni della rete Caritas?

“Al momento stiamo valutando la situazione e abbiamo iniziato distribuzioni di cibo su piccola scala. Venti camion e 80 container di aiuti sono già arrivati, con cibo, acqua e tende. Siamo in attesa dell'arrivo di due aerei con materiali di soccorso, una clinica mobile, depuratori d’acqua e tecnici”. Sir

 

 

 

Nigeria, scontri cristiani-musulmani. Oltre 450 morti a Jos, arriva l'esercito

 

Rabbia per la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano. Il vicepresidente: «Una minaccia per il Paese»

 

JOS (Nigeria) - Sale a 464 il bilancio dei morti in Nigeria in quattro giorni di scontri nella città di Jos, nel centro del Paese. Lo riferiscono fonti di una moschea locale e di gruppi per la difesa dei diritti umani. E' questo il tragico conto delle vittime del conflitto tra cristiani e musulmani iniziato domenica a Jos, in Nigeria. Nella capitale dello Stato di Plateau le autorità hanno imposto il coprifuoco e il governo ha mandato truppe dell'esercito per cercare di riportare la calma. I feriti sarebbero 800, decine gli arrestati.

I PRECEDENTI - «Gli attacchi continuano nelle zone sud della città, a Kuru Karama, Bisiji, Sabongidan e Kanar» ha detto un testimone. Altri hanno riferito che nelle strade ci sono rivoltosi vestiti con uniformi militari. Il motivo scatenante delle violenze è la decisione di costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom. Jos, 500 mila abitanti, è situata in un punto cruciale: tra il nord del Paese, musulmano, e il sud, cristiano e animista. Le violenze sembrano non avere fine: nel novembre 2008 le vittime degli scontri erano state centinaia e nuove drammatiche recrudescenze del conflitto risalgono a luglio e dicembre dello scorso anno, ma già a settembre del 2001 erano state incendiate chiese e moschee, con un bilancio di oltre 900 morti.

MINACCIA PER IL PAESE - «Il governo è determinato a trovare una soluzione permanente alla crisi di Jos - ha promesso il vicepresidente nigeriano Goodluck Jonathan, che ha assunto da due settimane la guida ad interim del Paese al posto del presidente Umaru Yar'Adua, ricoverato da novembre in Arabia Saudita per problemi cardiaci -. Questa è una crisi di troppo. Il governo valuta che essa è assolutamente inaccettabile, reazionaria ed è una minaccia per l'unità del Paese».

L'ARCIVESCOVO: SCONTRO ETNICO - Secondo monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, «le versioni che sono state finora pubblicate sull'origine degli scontri non sono corrette. In particolare non è vero che sia stata attaccata e bruciata una chiesa - ha detto Kaigama all'agenzia cattolica Fides -. Un'altra versione riportata dalla stampa afferma che la scintilla che ha provocato gli scontri sarebbe stata l'assalto al cantiere di una casa in costruzione di un musulmano. Ma anche questo fatto va accertato». Secondo l'arcivescovo le cause delle violenze sono da ricercarsi in fattori etnici e politici più che religiosi: «All'origine degli scontri odierni, come quelli del novembre 2008, vi sono i contrasti tra gli hausa, di religione musulmana, e le popolazioni indigene, in gran parte cristiane, per il controllo politico della città».

«SITUAZIONE FUORI CONTROLLO» - «La situazione sembra essere totalmente fuori controllo - racconta Leonello Fani, capoprogetto della ong Apurimac, a Radio 24 -. Hanno messo un coprifuoco di 24 ore, cosa che non era mai successa prima, nemmeno durante la crisi del 2008. Nessuna crisi era mai durata più di due giorni, qui siamo al terzo giorno di combattimenti, con spari che si sentono ancora. Ci arrivano notizie che hanno appena dato fuoco alla più importante fabbrica di Jos, la Nasco. Sentiamo spari, sappiamo di uccisioni e finti soldati in giro, tutti elementi che non fanno ben sperare. Vedremo se nelle prossime ore si potrà lasciare la città, che al momento è letteralmente sigillata: non si entra e non si esce». Secondo il cooperante italiano «i combattimenti sono tra indigeni e coloni. Gli indigeni sono di religione cristiana mentre i coloni fanno riferimento agli hausa musulmani. Gli indigeni spingono fuori gli hausa con qualsiasi mezzo e si arriva a questa situazione di scontro. Ma i pretesti per conquistare questo Stato cruciale sono i più vari. Le ragioni sono in realtà come sempre politiche». Redazione online  CdS 20

 

 

 

 

L'Europa in Terra Santa. Dopo la visita dei vescovi europei  e nordamericani

 

Dopo i giorni (10-14 gennaio) trascorsi con il gruppo dei vescovi del Coordinamento per la Terra Santa, che da 10 anni cerca di accompagnare, anche a nome di tutti i vescovi d'Europa e dell'America del Nord, la situazione dei cristiani e di verificare come procede il processo di pace in quei luoghi dove tutto è nato, alcune riflessioni si impongono.

C'è qualcosa di strano nel nostro mondo. Oggi giorno abbiamo, come mai prima, l'opportunità di conoscere ciò che accade sul nostro pianeta per essere in grado di contribuire a migliorare il mondo. Abbiamo la Dichiarazione dei diritti dell'uomo per indicarci i criteri con cui si può giudicare le situazioni e cercare di migliorare o correggere ciò che è sbagliato. Ma nonostante ciò la pace non arriva.

La Terra Santa non è l'unico posto al mondo dove si sente la paura e dove c'è un'aria di guerra. I politici, i leader ma anche tutti noi, dobbiamo veramente cercare una soluzione. Gesù Cristo ci ha insegnato che Dio non fa distinzione fra le persone e che tutti sono chiamati ad essere suoi figli. La pace sarà una realtà quando tutti possono vivere in sicurezza e libertà e la dignità sarà riconosciuta. Non si può fare dei compromessi su questo: tutti gli uomini e tutte le donne, semplicemente perché ci sono, hanno la stessa dignità. Non vi è alcuna necessità di concedere loro una dignità. Essa non è il risultato di alcun accordo o convenzione, è un dato di fatto! La dignità dell'uomo è alla base di tutto, specie se si vuole costruire una società umana nella verità. Nel corso della storia, ogni volta che qualcuno ha considerato che alcune persone erano più degne di altre, è stato impossibile vivere in pace. Le guerre, la schiavitù, il terrorismo, lo sfruttamento di un popolo sono possibili quando uno si dimentica che tutti hanno la stessa dignità.

La situazione in Terra Santa, dove popoli e religioni convivono da secoli, non può essere senza speranza. Dobbiamo ricordare che questi luoghi sono la culla della Chiesa, ma è anche opportuno ricordare che dal tempo di Gesù abita lì una comunità di famiglie cristiane. Non sono stranieri, sono originari della Terra Santa e vivono lì da sempre. Oggi queste famiglie sono minacciate. Le difficoltà della vita, la mancanza di rispetto e di libertà, sono così insopportabili che molti decidono di andare via. E se ciò accadesse completamente, cosa andremo a farci a Gerusalemme? A vedere delle pietre?

La cosa più chiara è che se le cose si mantengono così, nessuno vince, tutti perdono. Quando, invece di cercare il dialogo si cerca la divisione, la società rimane senza speranza. Basta pensare al dramma della droga che tocca sia israeliani sia palestinesi per vedere che questo odio sta creando un mostro. E il resto del mondo, compresa l'Europa, sembra distratto.

Dopo aver trovato persone vere, palestinesi ed ebrei, che vogliono la pace; essendo stato fra le comunità cristiane che continuano a cantare la loro fede ma che sentono il dolore e la loro incapacità di cambiare la situazione; e con gli studenti nell'università di Betlemme che vedono i loro compagni che sono di Gaza impediti di tornare a studiare ma che non hanno per questo rinunciato alla speranza ad un mondo di pace, e dopo avere pregato in Terra Santa, ci sentiamo uniti a tutti quelli che vivono lì in un modo ancora più profondo. Mi sento allora di chiedere a quanti potrebbero cambiare le cose: costruite ponti, cercate la riconciliazione. L'Europa sia sempre più tra questi.

È chiaro che l'odio genera odio e che, invece, l'amore genera pace. Dal momento che sin dal suo concepimento ogni persona umana, maschio o femmina, è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, tutti devono essere riconosciuti come persone con pieni diritti. E la grammatica dei rapporti umani deve essere la giustizia e l'amore. Le guerre non si vincono se la pace non vince. E la pace può vincere solo quando le persone vengono rispettate e ancor più amate. In questa prospettiva si colloca il contributo di speranza che l'Europa è chiamata a offrire in una terra scavata da infinite sofferenze e tensioni. Il messaggio dei vescovi Ue ed Usa, al termine della loro recente visita in Terra Santa, suona come monito e ancor più come incoraggiamento all'impegno per i cittadini europei e le loro Istituzioni. Il Sinodo per il Medio Oriente, che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010 e i cui "Lineamenta" sono stati presentati il 19 gennaio a Roma, sarà un'altra grande occasione per riconfermare la voce e la presenza di pace della Chiesa nel mondo.

DUARTE DA CUNA, segretario generale Ccee

 

 

 

 

Un fremito si è avvertito. La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma

Abbiamo assistito, anzi, intensamente partecipato, in diretta televisiva, alla visita di Benedetto XVI alla comunità israelitica radunata nel suo illustre tempio romano. Tutti a capo coperto di fronte all’Aron rivestito da un vistoso drappo rosso, il tabernacolo, che conserva i rotoli della Torà, la Legge divina. Abbiamo percepito che si stava celebrando un evento tutt’altro che formale, oltre che dalle parole, dal tono con cui erano pronunciate, dal numero degli applausi, dall’intensità dei sentimenti capaci di coinvolgere anche le persone lontane. Un fremito si è avvertito, ad esempio, quando Riccardo Pacifici ha ricordato suo padre salvato insieme a suo zio quando avevano rispettivamente 12 e 5 anni dalle suore di Santa Marta di Firenze: “Se io sono qua a parlare in questo luogo sacro – ha detto interrompendosi per la commozione – è perché mio padre Emanuele e mio zio Raffaele trovarono rifugio nel convento delle suore a Firenze”.

I numerosi gesti di carità e l’amicizia intessuta in quegli anni oscuri tra ebrei e cristiani hanno salvato non solo vite umane, ma anche la speranza di una fraternità destinata a rimanere salda. Il cammino di dialogo tra cristiani ed ebrei, ripreso su basi completamente nuove a partire dal dopo guerra è andato tanto avanti da essere irreversibilmente indirizzato verso sentieri ancora non del tutto esplorati. Le circoscritte situazioni di difficoltà, di equivoci e incomprensioni, ancora non del tutto superate sono destinate a rimanere marginali e comunque oggetto di chiarimenti e approfondimenti futuri, senza che possano produrre scontri e rotture. Questo si può affermare per la storia breve ma consolidata dalle testimonianze di ambo le parti e, per quanto riguarda i cattolici, da documenti che hanno il peso di tappe storiche di primaria importanza. Si tratta, com’è ovvio, del Concilio Vaticano II, nel suo impianto generale e soprattutto nel famoso numero 4 della Dichiarazione “Nostra Aetate”. Da quel momento sono stati sviluppati dialoghi di approfondimento e di riscoperta di aspetti e temi che accomunano le due comunità, incominciando dalla condivisa frequentazione dei Salmi che, anche in questa occasione, hanno costituito la colonna sonora di tutto l’incontro, come lo sono del comune pellegrinaggio terreno verso l’ultima Gerusalemme.

Pur non potendo del tutto consentire su alcune letture di tipo politico dell’ispirazione biblica, non si può mettere in dubbio la fraternità dei due popoli fondata sulla riconosciuta comune paternità divina. Se dopo i primi contatti, come ha scritto il rabbino che accolse Giovanni Paolo II nel 1986, Elio Toaf, in un suo libro autobiografico, i cattolici sono passati dalla considerazione dei “perfidi ebrei” a quella di “fratelli maggiori”, ora, con questa visita, papa Benedetto ha voluto approfondire i contenuti di questa fraternità, evocata in tono problematico dal rabbino Riccardo Di Segni, elencando il patrimonio di fede, di vita e di progetto etico e sociale che accomuna ebrei e cristiani. Talvolta sembra che questi due fratelli non si riconoscano come tali e c’è sempre qualche teologo che da una parte e dall’altra sottolinea le differenze, che pure evidentemente esistono tra loro due, ma che non possono annullare la ricca e riconosciuta eredità che i cristiani hanno avuto dagli ebrei senza che essi stessi ne siano privati, sulla scia dell’insegnamento di Paolo ai Romani (cap 9-11).

Questa comune eredità deve essere approfondita e a questo sono destinati gli incontri che in varie sedi e con diversi programmi si sono svolti e si svolgeranno ancora, segnalati anche dal Papa. Un comune obiettivo, individuato come possibile e concreto, in risposta alle esigenze dell’umanità, è stato quello della difesa del creato. Ebrei e cristiani hanno ricevuto da Dio il compito di coltivare e di custodire la terra come un giardino, proteggendo la creazione, guardando le cose come opera delle mani di Dio e considerando l’uomo creato a sua immagine, per cui ha una dignità che lo pone al di sopra di ogni idolo e tirannia.

Lavorando insieme attorno a questo ed altri importanti temi, può crescere la conoscenza, il rispetto, l’amicizia e si può svolgere il dialogo, la testimonianza, la collaborazione a beneficio dell’umanità. Il grande messaggio comune di cui ha bisogno il mondo, espressione sintetica e conclusiva della comune testimonianza, contenuto nello Shemà e nel Vangelo, citati dal Papa, è il precetto in cui si riassumono tutti gli altri comandamenti: “L’amore di Dio e la misericordia verso gli uomini”. Non ha avuto difficoltà a citare il detto di un saggio ebreo, Simone il Giusto. Egli era solito dire: “Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1,2). “Con l’esercizio della giustizia e della misericordia – aggiunge il Papa – Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza”. In questa prospettiva, segnata da punti fermi, e nella preghiera auspicata e promessa da Benedetto XVI, anche le più dolorose piaghe della storia potranno essere veramente sanate.  Elio Bromuri

 

 

 

 

Nella sinagoga di Roma il papa rilegge le "Dieci Parole"

 

Ha riproposto il decalogo di Mosé come "stella polare" per Israele, i cristiani e l’intera umanità. Ma le parole di Benedetto XVI agli ebrei cadono su un terreno molto accidentato. Anna Foa e Mordechay Lewy: anche l'ebraismo deve fare autocritica  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Le parole dette oggi da Benedetto XVI nella sinagoga di Roma – riportate integralmente più sotto – sono tanto più rilevanti in quanto sono risuonate entro un paesaggio non tutto amico, come è inesorabile che sia tra due fedi così unite in radice e insieme così radicalmente divise da quel Gesù di Nazaret che per i cristiani è il Figlio di Dio.

 

Ad accogliere papa Joseph Ratzinger in sinagoga c'era il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, c'era la comunità ebraica romana quasi al completo, la più consistente e fiorente d'Italia, erede di quella che abitava nella città "caput mundi" prima ancora che vi arrivassero gli apostoli Pietro e Paolo, ebrei convertiti a Gesù.

 

Non c'era però l'altro celebre rabbino d'Italia, Giuseppe Laras, della comunità ebraica di Milano. Non ha creduto in questo incontro e l'ha detto: "Sarà solo la Chiesa a trarne vantaggio". A suo giudizio, con Benedetto XVI il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici non si è rafforzato ma "è diventato sempre più debole".

 

Gli ha risposto il rabbino Di Segni: "Sarà il tempo a decidere quale delle due [nostre] opposte visioni avrà avuto ragione".

 

In effetti, sono molte le questioni ancora "indecise", tra gli ebrei e la Chiesa di Roma.

 

IL GIORNO DEL "MOED DI PIOMBO"

Già la data scelta per la visita era a doppio taglio. Il 17 gennaio è per gli ebrei di Roma il giorno del "Moed di piombo": la memoria dell'incendio appiccato per odio al loro ghetto nel 1793, fortunatamente spento da un violento acquazzone disceso da un cielo dal colore "di piombo".

 

Il ghetto recintato è stato per secoli la modalità della presenza degli ebrei nella Roma papale. Al termine della visita in sinagoga, Benedetto XVI ha inaugurato nel Museo Ebraico una mostra su come nel Settecento gli ebrei romani erano obbligati a partecipare alla cerimonia di insediamento di ogni nuovo papa: con fiori, drappi e stendardi nell'area tra il Colosseo e l'Arco di Tito, quello che celebra la definitiva distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell'impero di Roma.

 

IL RIFIUTO DEL RABBINO LARAS

Ma il 17 gennaio è anche, in Italia, la "Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei". Dal 2001 la comunità ebraica la promuove assieme ai vescovi italiani e dal 2005 entrambe le parti hanno concordato di dedicarla, volta per volta, a uno dei dieci comandamenti, sulla scia del discorso tenuto quell'anno da Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia.

 

Lo scorso anno, però, gli ebrei ritirarono la loro adesione alla Giornata, per impulso soprattutto del rabbino Laras, dando la colpa allo stesso Benedetto XVI e in particolare alla sua decisione di introdurre nel rito romano antico del Venerdì Santo la preghiera affinché Dio "illumini" i cuori degli ebrei, "perché riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini". Preghiera giudicata da Laras inaccettabile in quanto finalizzata alla conversione degli ebrei alla fede cristiana.

 

Non tutti gli ebrei italiani erano d'accordo con questo gesto di rottura. Ma la polemica contro Benedetto XVI raggiunse toni ancora più aspri e si allargò a tutto il mondo a motivo della revoca della scomunica a quattro vescovi lefebvriani di orientamento antigiudaico, tra i quali ve n'era uno, l'inglese Richard Williamson, che negava sfrontatamente la Shoah.

 

Il papa spiegò l'intenzione del suo gesto in una lettera ai vescovi cattolici del 10 marzo 2009. E in un passaggio della lettera ringraziò "gli amici ebrei" che – più di tanti uomini di Chiesa – l'avevano "aiutato a togliere di mezzo il malinteso e a ristabilire amicizia e fiducia".

 

La tempesta si acquietò un poco. E così nel 2010, questo 17 gennaio, gli ebrei italiani sono tornati a promuovere assieme ai vescovi la Giornata del dialogo, dedicandola al comandamento: "Ricordati del giorno di sabato per santificarlo", il quarto nella numerazione ebraica.

 

A migliorare il clima ha contribuito il viaggio di Benedetto XVI in  Terra Santa, lo scorso maggio.

 

Ma anche dopo quel viaggio le questioni controverse sono rimaste aperte. Due in particolare, tra loro intrecciate: Pio XII e la Shoah.

 

I SILENZI DI PIO XII E DEGLI EBREI

L'accusa maggiore che larga parte dell'ebraismo mondiale – ma anche una frazione del cattolicesimo – imputa a Pio XII è di aver taciuto di fronte allo sterminio nazista.

 

Prima di entrare, oggi, nella sinagoga, Benedetto XVI ha sostato davanti alla lapide che ricorda la deportazione ad Auschwitz di un migliaio di ebrei di Roma, il 16 ottobre 1943. L'accusa contro Pio XII è di aver taciuto anche in quella occasione, come ha ribadito il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, nel discorso con cui ha accolto il papa in sinagoga:

 

"Il silenzio di Pio XII di fronte alla Shoah duole ancora come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale,  una parola di estremo conforto, di solidarietà umana, per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz".

 

A difesa di Pio XII, si sostiene che egli tacque per non provocare, con proteste pubbliche, ancora più vittime. Ed anzi egli fece moltissimo per salvare le vite di numerosi ebrei, che in effetti trovarono protezione in chiese, conventi, istituti cattolici. Protezione riconosciuta con parole commosse dallo stesso Pacifici, il cui padre trovò salvezza in un convento di suore di Firenze.

 

Proprio nei giorni che hanno preceduto la visita di Benedetto XVI in sinagoga, altri casi di ebrei salvati sono divenuti noti. Alcuni di questi trovarono rifugio durante la guerra nell'abbazia romana delle Tre Fontane, edificata sul luogo del martirio di san Paolo. I tedeschi vi si erano insediati, ma non si accorsero che tra i monaci, nascosti dal saio, c'erano degli ebrei, che alla fine furono salvi.

 

Sul piano storiografico, il profilo di Pio XII come "papa di Hitler" appare dunque sempre più infondato. Restano però forti e diffuse le critiche ai suoi silenzi pubblici sulla Shoah. E questo spiega le reazioni negative di molti ebrei al procedere della causa di beatificazione di Pio XII, un cui passo importante è stata la proclamazione della sue "virtù eroiche", lo scorso 19 dicembre.

 

Secondo il rabbino Laras, questa decisione di Benedetto XVI sarebbe stata motivo sufficiente perché gli ebrei di Roma cancellassero la sua visita alla sinagoga.

 

Ma la questione del silenzio sulla Shoah è più complessa di quanto appaia. Oltre al silenzio di Pio XII vi furono anche i silenzi di altri, che durarono a lungo dopo la seconda guerra mondiale. Le accuse a Pio XII si fecero rumorose e persistenti solo dopo la sua morte, a partire dagli anni Sessanta. Poiché, prima d'allora, anche il mondo ebraico tacque, non tanto su quel papa, ma sulla stessa Shoah:

 

"Il quindicennio dopo la seconda guerra mondiale, che in Europa fu il periodo del silenzio e della grande rimozione della Shoah, fu infatti anche per Israele un periodo di silenzio".

 

Questo ha scritto Anna Foa, ebrea, docente di storia all'Università di Roma "La Sapienza", in un articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" del 15 gennaio 2010, antivigilia della visita di Benedetto XVI in sinagoga.

Un articolo di notevole rilevanza, per dove è stato scritto e quando.

 

ANNA FOA E IL "PECCATO D'ORIGINE" DI ISRAELE

Nell'articolo, Anna Foa fa proprie le tesi di uno dei maggiori studiosi del sionismo, Georges Bensoussan. A giudizio di entrambi, lo Stato d'Israele non nacque come "redenzione" dallo sterminio degli ebrei compiuto da Hitler. Il vero generatore dello Stato fu il sionismo, già durante il mandato britannico, con l'insediamento su quella terra di ebrei motivati a costruire un uomo nuovo. L'idea della Shoah come fondamento dello Stato d'Israele ha preso forza solo molto più tardi, dopo il processo ad Eichmann e soprattutto dopo la guerra del Kippur, in decenni recenti. E a prepararla – scrive Anna Foa – fu proprio il quindicennio di silenzio postbellico: un silenzio "abitato da memorie represse, da nuove paure identificate con le antiche paure realizzatesi nella Shoah, da sensi di colpa e volontà di rivincita".

 

Letta così, la nascita dello Stato d'Israele non è più quel "peccato d'origine" che ancor oggi gli imputano tanti suoi amici e nemici. Tra questi ultimi vi sono anche molti cattolici, in prima fila gli arabi che vivono nella regione. Il più autorevole di loro, il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal, era anche lui oggi nella sinagoga di Roma, all'arrivo del papa.

 

Secondo tale "vulgata", lo Stato d'Israele fu creato dalle grandi potenze per porre rimedio al precedente sterminio in Europa di sei milioni di ebrei, e così si compensò un'ingiustizia compiendone un'altra a danno delle popolazioni arabe del luogo. Nel 1964, quando Paolo VI si recò in Terra Santa, ancora la Chiesa di Roma non aveva accettato l'esistenza del nuovo Stato. E quando tre decenni dopo, nel 1993, la Santa Sede finalmente riconobbe lo Stato d'Israele e stabilì con esso rapporti diplomatici, gli arabo-cristiani presero quell'atto come un tradimento.

 

Ma da parte di Giovanni Paolo II e ora di Benedetto XVI, il riconoscimento d'Israele non ha più alcuna riserva.

 

Mentre, dall'altro lato, la memoria della Shoah incessantemente piegata ad arma di accusa contro la Chiesa di Pio XII e dei suoi successori, impedisce all'ebraismo di fuoruscire dalla sua identità di vittima.

 

Proprio così termina Anna Foa il suo articolo su "L'osservatore Romano". Assumendo la Shoah, invece che il sionismo, come fondamento della propria identità politica e religiosa, Israele rischia "un ripiegamento sulla catastrofe invece che sulla speranza del futuro"; si chiude in "un'identità dolente che oscilla sempre tra Auschwitz e Gerusalemme".

 

MORDECHAY LEWY  E L'INCAPACITÀ DI PERDONARE

Ancora su "L'Osservatore Romano", nei giorni precedenti la visita di Benedetto XVI in sinagoga, un altro ebreo autorevole è andato ancor più a fondo della stessa questione.

 

L'autore, Mordechay Lewy, è ambasciatore di Israele presso la Santa Sede e ha pubblicato il suo articolo, oltre che sul giornale vaticano del 13 gennaio, sul mensile degli ebrei italiani "Pagine ebraiche".

 

Lewy riconosce che "solo pochi rappresentanti dell'ebraismo sono realmente impegnati nell'attuale dialogo con i cattolici". Sono soprattutto gli ebrei riformati, mentre le correnti ortodosse sono più restie.

 

Il motivo – scrive – è che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico. Mentre i cristiani hanno l'Antico Testamento assieme al Nuovo, gli ebrei tendono a definire la propria identità religiosa in termini di "autosufficienza teologica". Si sentono gli unici "prescelti" da Dio. Impegnati strenuamente a sopravvivere in mezzo a cristiani che per secoli hanno fatto di tutto per convertirli, "gentilmente o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente".

 

Così, "una ferita grave e dolorosa, inflitta nel passato, si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice".

 

Anche oggi per molti ebrei avviene questo, scrive Lewy: "Desiderano evitare ogni situazione in cui si debba perdonare qualcuno, specialmente se viene identificato giustamente o erroneamente come rappresentante del carnefice. La vittima ebrea sembra incapace di concedere l'assoluzione per misfatti lontani o recenti perpetrati contro i suoi fratelli e sorelle".

 

L'autocritica non è da poco. Ma proprio nel discorso che ha rivolto a Benedetto XVI, accogliendolo in sinagoga, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha detto parole che fanno sperare, a proposito dell'essere "fratelli" tra ebrei e cristiani:

 

"Il racconto del Sefer Bereshit, la Genesi, dà su questo delle indicazioni preziose. Come spiega rav Sachs, c'è nel libro, dall'inizio alla fine, un filo conduttore che lega storie diverse. il rapporto tra fratelli comincia molto male, Caino uccide Abele. Un'altra coppia di fratelli, Isacco e Ismaele, vive separata, vittima di rivalità ereditate, ma si ritrova per un gesto di pietà alla sepoltura del padre comune Abramo. Una terza coppia di fratelli, Esaù e Giacobbe, parimenti conflittuale, si incontra per una breve conciliazione e un abbraccio, ma le strade dei due si separano. Finalmente la storia di Giuseppe e i suoi fratelli, iniziata drammaticamente con un tentato omicidio e una vendita in schiavitù, si risolve con una conciliazione finale quando i fratelli di Giuseppe riconoscono il loro errore e danno prova di volersi sacrificare per l'altro. Se il nostro è un rapporto tra fratelli c'è da chiedersi sinceramente a che punto siamo di questo percorso e quanto ci separa ancora dal recupero di un rapporto autentico di fratellanza e comprensione;  e cosa dobbiamo fare per arrivarci".

Su questo sfondo, ecco che cosa ha detto papa Joseph Ratzinger nella sinagoga di Roma, il 17 gennaio 2010. L’espresso 18

 

 

 

 

 

 

Le “Dieci Parole” che illuminano il mondo

 

“Il Signore ha fatto grandi cose per loro. Grandi cose ha fatto il Signore per noi:

eravamo pieni di gioia” (Salmo 126). “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!” (Salmo 133).

 

Cari amici e fratelli, 1. All’inizio dell’incontro nel Tempio Maggiore degli ebrei di Roma, i salmi che abbiamo ascoltato ci suggeriscono l’atteggiamento spirituale più autentico per vivere questo particolare e lieto momento di grazia: la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci ha qui raccolti con il suo "hesed", l’amore misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità. [...]

 

Venendo tra voi per la prima volta da cristiano e da papa, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, quasi ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio. Questa mia visita si inserisce nel cammino tracciato, per confermarlo e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera Chiesa cattolica, nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo.

 

2. La dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e significativi, tra i quali desidero menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo del mio venerabile predecessore, il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con esponenti ebrei, anche durante i viaggi apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la dichiarazione "Nostra aetate", hanno offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra cattolici ed ebrei. Anche io, in questi anni di pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno, come pure i tanti incontri con comunità e organizzazioni ebraiche, in particolare quelli nelle sinagoghe a Colonia e a New York.

 

Inoltre, la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr. Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah", 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre! Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro cuore: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza”.

 

3. Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno”.

 

In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.

 

La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.

 

4. La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico "Sifre Qodesh" o “Libri di Santità” – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. È scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola. “A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne’ (Romani 9, 4-5) perché ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!’ (Romani 11, 29)” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 839).

 

5. Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune: innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello della loro stessa identità” spirituale e che offre ai cristiani l’opportunità di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento” (cfr. Pontificia Commissione Biblica, "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana", 2001, pp. 12 e 55); la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr. Genesi 2, 15).

 

6. In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o dieci comandamenti (cfr. Esodo 20, 1-17; Deuteronomio 5, 1- 21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Matteo 19, 17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.

 

Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che ebrei e cristiani possono offrire assieme.

 

Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.

 

Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

 

7. Come insegna Mosè nello "Shemà" (cfr. Deuteronomio 6, 5; Levitico 19, 34) e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Marco 12, 19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale regola impegna ebrei e cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1, 2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, ebrei e cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.

 

8. In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I passi compiuti in questi quarant’anni dal comitato internazionale congiunto cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla commissione mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la commissione mista terrà qui a Roma il suo IX incontro su “L’insegnamento cattolico ed ebraico sul creato e l’ambiente”; auguriamo loro un proficuo dialogo su un tema tanto importante e attuale.

 

9. Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso.

 

10. Infine un pensiero particolare per questa nostra città di Roma, dove, da circa due millenni, convivono, come disse il papa Giovanni Paolo II, la comunità cattolica con il suo vescovo e la comunità ebraica con il suo rabbino capo. Questo vivere assieme possa essere animato da un crescente amore fraterno, che si esprima anche in una cooperazione sempre più stretta per offrire un valido contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà da affrontare.

 

Invoco dal Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa. Nel mio pellegrinaggio del maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio, ho chiesto a Colui che può tutto: “Manda la tua pace in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana; muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della giustizia e della compassione”.

 

Nuovamente elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro, chiedendo che Egli rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa.

 

“Genti tutte, lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode, perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura per sempre. Alleluia” (Salmo 117). Benedetto XVI

 

 

 

 

 

Papa in sinagoga. Sempre più fratelli

 

Intervista con padre Innocenzo Gargano“Mi ha profondamente colpito il sorriso del rabbino Riccardo Di Segni. Lo conosco ormai da tanti anni. Siamo molto amici. L’ho visto veramente soddisfatto, direi gioioso”. Padre Innocenzo Gargano, priore del monastero di San Gregorio al Celio, grande esperto di ebraismo nonché ispiratore dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, era presente domenica 17 gennaio tra gli ospiti alla Sinagoga di Roma. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come è andata la visita di papa Benedetto XVI.

 

Padre Gargano, ci dica subito la sua prima impressione a caldo?

“Si è toccato con mano che oramai c’è uno sviluppo ed una intensità di rapporti. Si può davvero dire che i sogni di 40 anni fa, sono diventati realtà e che i rapporti tra di noi si stanno sciogliendo sempre di più. Quello che mi auguro è che questa visita sia una visita scontata e che ogni papa che si insedia sulla cattedra di Roma, tanga conto della presenza dei fratelli maggiori e che la prima visita dopo il suo insediamento come vescovo di Roma, sia una visita di cortesia, di attenzione e delicatezza verso i fratelli ebrei, recandosi in Sinagoga. Come qualcosa che fiorisce spontaneo”.

 

Il primo fu nel 1986 Giovanni Paolo II…

“Sì. Ma questi 24 anni sono sembrati troppo lunghi perché ci sono state tante cose nel frattempo. I frutti di quella prima visita sono stati straordinari. Pensi soltanto al riconoscimento dello Stato di Israele che era assolutamente impensabile prima di quella visita. E poi un altro frutto è l’affermazione che il popolo di Israele era, è e rimane il popolo eletto e che quindi quest’Alleanza non è stata mai revocata dal Signore. Sono due affermazioni fondamentali”.

 

Benedetto XVI nel suo discorso è tornato ad affermare l’irrevocabilità dell’Alleanza tra il popolo ebraico e Dio. Vuol dire che cade definitivamente ogni pretesa di conversione degli ebrei?

“Cade, direi, piuttosto la pretesa della sostituzione. Vuol dire che la Chiesa non sostituisce la Sinagoga. La Chiesa si innesta sulla Sinagoga. Questo significa che viene riconosciuta di fatto questa unitarietà di cammino verso la salvezza, ciascuno con la propria identità sulla quale decide il Signore, non noi”.

 

Lei che conosce così bene la sensibilità degli ebrei, qual è la cosa più importante che ha detto il Papa?

“La cosa più importante è che tutto ciò sia avvenuto, che il Papa abbia potuto dire ‘sono felice di essere con voi’. E il fatto che gli ebrei abbiano potuto dire ‘Santità, siamo felici che lei è qui tra noi’. È dunque il fatto in questo tale ad avere un valore enorme”.

 

Ci dica qualcosa invece riguardo ai discorsi pronunciati dai rappresentanti della comunità ebraica…

“Mi soffermerei sull’intervento di Riccardo Pacifici, presidente della comunità di Roma, che è stato un discorso molto puntuale e preciso. Ha parlato anche del silenzio di Pio XII. È stato commovente però il riconoscimento di quanto la Chiesa ha fatto durante la seconda guerra mondiale. Parlando in prima persona, Pacifici ha riconosciuto davanti al Papa che lui stesso non avrebbe partecipato alla visita se i suoi nonni non fossero stati protetti e nascosti dalle monache di Santa Marta di Firenze, e dicendolo si è commosso. Accanto lui c’era lo zio che ha cominciato a piangere a dirotto. Quello, per me, è stato un momento altissimo di commozione, perché c’è stato il riconoscimento di tutto il coinvolgimento dei cristiani, di tutto il popolo di Dio, in favore degli ebrei. Vuol dire allora che la catechesi ricevuta dai cristiani non era così antigiudaica e antisemitica”.

 

Gli interventi degli ebrei hanno comunque confermato le loro posizioni su Pio XII. Che significa? Permane un dialogo problematico?

“Non direi un dialogo problematico. Parlerei piuttosto di un dialogo vero. E quando il dialogo è vero, e stai parlando con una persona che sta soffrendo, tu lo lasci sfogare. Il dialogo vero sa dire le cose come stanno ma le sa dire con amore. Non nasconde e non dice le cose a metà solo per non offendersi. Nel dialogo vero si dicono le cose perché so che tu sei un amico”.

 

Da domani come proseguirà il dialogo?

“Si approfondirà. Da oggi in poi il solco dell’amicizia tra noi è molto più profondo. L’intimità crescerà. La confidenza crescerà, la verità crescerà e finalmente dialogheremo sempre più come fratelli che si vogliono bene”. Sir

 

 

 

 

 

CCEE. I vescovi e la nuova Europa. Un libro ripercorre il cammino dal 1995 al 2008

 

Giovedì 21 gennaio all'Institut Catholique di Parigi viene presentato il volume "I vescovi e la nuova Europa. Testi ufficiali del Ccee (1992-2006)" edito dalla casa editrice francese du Cerf. I testi sono stati raccolti e presentati da Sarah Numico, ex-collaboratrice del Segretariato Ccee. Introducono il volume un testo di mons. Aldo Giordano, già segretario generale del Ccee dal 1995 al 2008 e di Giorgio Feliciani, docente di diritto canonico all'Università cattolica del Sacro Cuore, Milano.

 

Una presenza vitale sul continente. Il Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee), frutto esemplare del Concilio Vaticano II, sta vivendo la fase della maturità (nel 2011 se ne celebra il 40° anniversario). Le sue strutture e i suoi regolamenti hanno raggiunto stabilità ed organicità, la sua vita e il suo ruolo in Europa hanno un posto definito. Allo stesso tempo, il Ccee non cessa di interrogare se stesso sul suo compito e sulla fedeltà alla propria vocazione originaria, quella di essere uno spazio di collegialità episcopale, a servizio dell'annuncio del Vangelo in Europa. Questa riflessione avviene nei momenti di incontro del Consiglio, nei sinodi, negli scambi informali tra confratelli, ed ora avviene anche attraverso le pagine di questo libro che raccolgono i frutti di quindici anni di lavoro corale degli episcopati europei.

 

La continuazione di un'opera. Nell'ottobre 1991 usciva il volume "I vescovi d'Europa e la nuova evangelizzazione", in italiano, francese e tedesco con i testi più significativi per illustrare e tracciare la vita e il percorso di riflessione del Ccee nei suoi primi vent'anni. Ora vede la luce una seconda raccolta di documenti e atti in francese per continuare a raccontare la storia del Consiglio. "Certamente la vita e la vivacità di un organismo come il Ccee è difficilmente riducibile ad un volume di documenti, per quanto corposo e completo" scrive Sarah Numico nella presentazione. "Ciò che fa la ricchezza del Consiglio è la rete di rapporti che esso contribuisce a creare e  mantenere tra i vescovi e i responsabili dei diversi settori pastorali delle Conferenze episcopali cattoliche del continente europeo. Tuttavia da queste pagine, che raccolgono una scelta e non la completezza di testi nati in questi anni 15 anni, si possono cogliere alcune linee di fondo del cammino del Ccee".

 

Un volume articolato. Le due introduzioni curate da mons. Aldo Giordano, e da  Giorgio Feliciani, vogliono offrire in modo sintetico una presentazione della vita e della storia del Consiglio, mettendo in luce le peculiarità e i principali ambiti di attività di questo organismo episcopale in riferimento al contesto europeo e alla vita della Chiesa cattolica universale. Il volume si apre con i testi di Giovanni Paolo II riferiti al Ccee perché si è voluto rendere omaggio a questo Pontefice che ha tanto contribuito alla vita del nostro continente. Già come cardinale di Cracovia ha partecipato a simposi del Ccee e poi come Papa ha voluto lo sviluppo e la riforma del Consiglio stesso. Questo stretto rapporto di collaborazione e di fedeltà, continua con Benedetto XVI e con i vari dicasteri della Sede Apostolica. Seguono sette capitoli, attorno a sette macro-ambiti di lavoro: l'assemblea plenaria, composta dai presidenti delle Conferenze membra, che decide le linee di fondo della riflessione e delle attività del consiglio ed elegge le proprie cariche; i simposi, undici in tutto, quattro dal 1993 ad oggi; alcuni ambiti pastorali particolarmente "urgenti" (catechesi, vocazioni, pastorale universitaria; mass media,  pastorale sociale, salvaguardia del creato e migrazioni); l'impegno ecumenico vissuto in primo luogo attraverso la collaborazione con la Conferenze delle Chiese europee (Kek); i dialoghi con le altre religioni (Islam, buddismo e le religioni alternative); infine il capitolo dedicato alla "nuova Europa": per il nostro continente questi anni sono stati teatro di gravi drammi (guerre etniche della ex-Jugoslavia e dei Balcani), profondi cambiamentii geo-politici (definitiva frantumazione del  blocco comunista), e grandi passi avanti attraverso il processo di costruzione dell'Unione europea.

 

La costante preoccupazione per l'evangelizzazione. "Il filo rosso che guida la vita del Ccee è quello dell'evangelizzazione, cioè il servire l'incontro tra Gesù Cristo e l'uomo europeo di oggi. Per la coscienza che la comunione è il primo luogo di testimonianza del vangelo, il Ccee crea soprattutto degli spazi o reti continentali dove si possano sentire ed esplicitare le domande dell'Europa attuale e si cerchino contributi e risposte alla luce della rivelazione cristiana", scrive mons. Giordano. "Il Ccee quando è nato ha espresso un'Europa che politicamente non si poteva neppure sognare: un'Europa oltre il muro e la cortina di ferro. Ora abbiamo nuove sfide storiche e culturali che spingono il Ccee ad approfondire il servizio all'evangelizzazione e a contribuire in modo nuovo al cammino dell'unità dell'Europa e del mondo". Scrive Feliciani: "Meritano di essere seguite con particolare attenzione le vicende del Ccee, l'unica istituzione canonica di natura gerarchica che riguardi il continente nella sua interezza, dall'Atlantico agli Urali". Sir eu

 

 

 

Pastorale Italiana Bruxelles in onda su Rcf 107.6 Fm

 

BRUXELLES – “Si parte! Siamo in onda a Bruxelles da questa sera, 19 gennaio, dalle 19.30 su RCF 107.6 FM” annuncia la Pastorale Italiana Bruxelles sul blog www.pastoraleitalianabruxelles.com.

  “Un altro piccolo momento di comunicazione per gli italiani che vivono a Bruxelles – si legge sul blog - . Il programma,in lingua italiana, sarà proposto settimanalmente ogni martedi sera. E’ uno spazio previsto dalla programmazione di RCF 107.6 Radio Chretienne Francophone che è ospitata nei locali del Vicariato di Bruxelles e sostenuta dagli ascoltatori, dalla struttura della chiesa di Bruxelles e dalle parrocchie. RCF Belgio fa parte del reseau di RCF, radio nata in Francia negli anni ’40 e che continua il suo ottimo servizio alla chiesa cattolica di espressione francofona.

  Lo spazio che occupiamo è frutto dell’attenzione che RCF assicura alla vita delle comunità di origine straniera presenti a Bruxelles. Seguiamo l’esempio e l’iniziativa delle comunità Ispanofoniche che da alcuni mesi comunicano dalla stessa radio con “voces peregrinas” http://vocesperegrinas.blogspot.com/ Un piccolo team di 7 persone coordinate da Vilar ha elaborato un progetto e assicurerà le trasmissioni.

  Te voglio bene assai- settimanale di vita e cultura italiana in Belgio”, è il titolo della trasmissione che nello “Spazio Italiano” assicurerà due brani musicali, un argomento riferito alla vita degli italiani nel mondo, uno spazio attento alla cultura e costume, per finire con alcune comunicazioni e informazioni di interesse generale per gli italiani di Bruxelles.

  La prima trasmissione parlerà di “Giovani italiani in Europa e approccio pastorale”, “nuovo anno: quali attese?”. Nei due brani proposti ascolteremo Lucio Dalla e Mina. Infine, alcune informazioni in chiusura”. Il programma è ascoltabile questa sera alle 19.30 su 107.6 FM a Bruxelles oppure sul sito www.rcf.be  (Inform)

 

 

 

 

Vatikan/Judentum: Natur ist ohne Gott nicht zu verstehen

 

An diesem Mittwoch, dem 5. Tag des Monats Shevat im Jahr 5790 jüdischer Zeitrechnung, beendet die gemeinsame jüdisch-katholische Dialogkommission ihre diesjährige Sitzung. Sie hatte am vergangenen Montag, einen Tag nach dem Papstbesuch in der Synagoge, begonnen. Und dementsprechend standen auch die bei diesem Besuch angesprochenen Gemeinsamkeiten im Fokus des Treffens.

 

„Wir sind uns der Differenzen, die zwischen uns sind, bewusst, auch aber ebenso auch der Tatsache, dass, wenn wir es schaffen, unsere Herzen und unsere Hände zu vereinen, um dem Ruf des HERRN zu antworten, sein Licht uns nahe kommen wird, um alle Völker der Erde zu erleuchten.“

 

So hatte Papst Benedikt in seiner Ansprache in der Synagoge das Verhältnis zwischen katholischer Kirche und jüdischer Gemeinschaft beschrieben. Und diesen Satz nahm auch die Dialogkommission zum Ausgangspunkt ihrer Beratungen. Besonders wies sie darauf hin, dass Benedikt uneingeschränkt die Verbindlichkeit des Konzilsdokuments Nostra Aetate für die Lehre der Kirche betont habe.

 

Vatikan: Gemeinsames Erbe eint Christen und Juden - Gerade einmal drei Tage ist es her, da war der Papst in der römischen Synagoge zu Besuch. Der Ökumene-Beauftragte der Italienischen Bischofskonferenz ist der Bischof von Terni, Vincenzo Paglia. Er betont gegenüber Radio Vatikan im Rückblick auf den Synagogenbesuch und auf den jüdisch-katholischen Dialog insgesamt, dass bei allem Konflikt gerade jetzt das Gemeinsame betont werden muss.

 

„Da gibt es keinen Zweifel. Beide Seiten haben wiederholt, dass wir selbstverständlich zwei verschiedene Religionen sind, aber dass wir ein gemeinsames Erbe haben, dass uns eint. Es gibt keinen Zweifel, dass Juden und Christen den Vorrang betonen müssen, den das Sprechen von Gott im Leben der Menschen hat. Wir müssen aber auch an die andere große Religion denken - an den Islam, der auch gerufen ist, die Gegenwart Gottes im Leben der Menschen und seine Barmherzigkeit zu bezeugen.“

 

Paglia betont das Grundsätzliche, für das sowohl die jüdische als auch die christliche Religion einstehen und das durch den Dialog gefördert wird.

 

 „Ich würde ganz instinktiv sagen, dass wir uns weiterhin begegnen müssen, wo immer in der Welt Christen und Juden gemeinsam leben. Denn wir Menschen wollen im Frieden leben, nicht im Konflikt... weil wir die Geschwisterlichkeit wollen, nicht den Hass. Wir wissen, dass jede Tötung immer ein Brudermord ist. Deswegen, denke ich, wird es weitere Schritte auf dem Weg geben, wie sie seit Beginn unserer Beziehungen das Verhältnis geprägt haben.“

 

Jüdisches Museum Rom: Neuer Akzent in der Beziehung zum Papsttum - Mit dem viel beachteten Besuch Papst Benedikts in der römischen Synagoge ist an diesem Sonntag auch eine neue Ausstellung im Museum der Gemeinde eröffnet worden. Unter dem Titel „Et Ecce Gaudium“ sind 14 Pergamentblätter aus dem 16. und 17. Jahrhundert zu sehen, die eine alte Tradition dieser Zeit dokumentieren: Mit den prächtig geschmückten Schrift- und Bildtafeln hat die jüdische Gemeinde den Festzug der Päpste ausgekleidet, wenn diese, frisch ins Amt gewählt, vom Vatikan in den Lateran zogen. Bis vor wenigen Monaten war dieses Brauchtum nur aus Sekundärquellen bekannt. Die Dokumente, die im hauseigenen Archiv der jüdischen Gemeinde verschollen waren, belegen diese Zeremonie nun erstmalig, betont der Botschafter Israels beim Heiligen Stuhl, Mordechai Lewy:

 

„Die Ausstellung ist im Grunde eine kleine historische Sensation. Auch die besten Kenner der Materie haben sich nicht vorstellen können, dass vierzehn Papiere von jeweils unterschiedlichen Prozessionen wieder aufgefunden wurden und auf Karton geklebt werden konnten. Denn es handelt sich um ein äußerst empfindliches Papier. Und dennoch hat man sie, völlig unscheinbar und zusammen gefaltet, im Archiv der jüdischen Gemeinde von Rom wiederentdeckt. Ich glaube, das ist schon deshalb eine Sensation, da Experten schon immer über die Papiere geschrieben haben, aber ohne sie jemals gesehen zu haben. Man kannte sie aus der Literatur, von Archivalien und Beschreibungen. Nur zu Gesicht hat sie noch niemand bekommen.“ (rv 20)

 

 

 

 

 

Haiti: auch über 100 Ordensleute unter den 200.000 Toten und Vermissten der Erdbebenkatastrophe

 

Solidaritätskampagnen der Kirchen laufen auch in Afrika und Südamerika an

 

ROM -Unter den über 200.000 Toten und Vermissten der Erdbebenkatastrophe auf Haiti befinden sich auch über 100 Ordensleute, bestätigte der Generalsekretär der Union der Ordensleute in Lateinamerika und der Karibik (CLAR), P. Gabriel Naranjo Salazar, CM, in einer Verlautbarung, die dem Fidesdienst vorliegt. Alle Ordensleute, mit dem die Union der Ordensleute Kontakt aufnehmen konnte, bäten vor allem um eines: „Medikamente, Ärzte und Krankenpfleger“.

Währenddessen haben schwere Erdstöße die Menschen im Katastrophengebiet heute erneut in Angst und Schrecken versetzt. Nach Angaben der US-Erdbebenwarte erreichte das Beben um 6 Uhr Lokalzeit diesmal eine Stärke von 6,1.

Das Zentrum lag 60 Kilometer westsüdwestlich der Hauptstadt Port-au-Prince in knapp zehn Kilometern Tiefe. Das Beben vom vergangenen Dienstag hatte eine Stärke von 7,0. In der Hauptstadt Port-au-Prince rannten zahllose Menschen aus noch nicht zerstörten Häusern in Panik auf die Straßen. Im Katastrophengebiet halten sich mittlerweile auch Tausende internationale Helfer und Soldaten auf, darunter zahlreiche Rettungsmannschaften aus Deutschland. Täglich treffen weitere Helfer und Journalisten in Haiti ein.

Trotz der Probleme am Flughafen in Port-au-Prince konnte der gemeinsame Hilfsflug von Caritas international und Diakonie Katastrophenhilfe heute Mittag in Haiti landen, bestätigte Caritas Internationalis. Die 33 Großraumzelte, 1500 Plastikplanen, 20.000 Wasserkanister, 2200 Decken, 4 Millionen Chlortabletten und 8 medizinische Nothilfepakete für die medizinische Versorgung von 80.000 Menschen werden nun umgehend zu den Verteilstationen und Pfarreien gebracht. In der besonders stark zerstörten Region um Léogâne wird von Caritas ein medizinisches Zentrum aufgebaut.

Auch der Rat der Bischofskonferenzen Lateinamerikas und der Karibik (CELAM), appelliert an alle Bischofskonferenzen des Kontinents mit der Bitte um Zusammenarbeit mit sozialen und karitativen Einrichtungen, damit „die Hilfsbereitschaft gegenüber den Menschen auf Haiti durch die Kirche und die zivilen Behörden unter Beweis gestellt wird“. In einer Verlautbarung bittet der CELAM auch um geistliche und pastorale Unterstützung durch die Kirchen.

Die Vertreter der christlichen Konfessionen und Glaubensgemeinschaften in Südafrika bitten um Solidarität mit den Menschen auf Haiti. „Wir wollen dem Menschen auf Haiti mit unserem Brot helfen. Die Verwüstung Haitis erfordert Hilfe aus aller Welt“, heißt es in einer Verlautbarung der „National Church LeadersConsultation“, die dem Fidesdienst vorliegt. Die christlichen Religionsvertreter appellieren auch an „internationale Finanzorganisationen (Internationaler Währungsfonds, Weltbank, etc.) mit der Bitte um die Streichung der Auslandsverschuldung für Haiti, damit für das Land ein Neubeginn möglich wird. Dies wäre eine bedeutende Geste des Mitgefühls.“

 

„Wir appellieren an Staatspräsident Zuma mit der Bitte um eine Antwort beim kommenden Gipfel der Afrikanischen Union. Wir begrüßen die Reaktion Südafrikas und vertrauen darauf, dass das Gottesvolk in Südafrika gemeinsam und mit Unterstützung helfen und in der Lage sein wird, unseres Solidarität mit Menschen, die unser Brot brauchen, unter Beweis zu stellen.“, so die christlichen Kirchenvertreter abschließend.In der Organisation schließen sich die Vertreter der christlichen Konfessionen in Afrika, darunter auch die katholische Kirche, zusammen. Die Kirchenvertreter tagen derzeit in Stellenbosch.

Derweil läuft die Verteilung von Lebensmitteln, Trinkwasser und Medikamenten über das Hilfsnetzwerk von Caritas und katholischer Kirche in Haiti auf Hochtouren. Gestern konnten wieder tausende Wasserflaschen und Essenrationen mit Nudeln, Tomatensoße und Müsli-Riegeln über die 20 Caritas-Verteilstationen in Port-au-Prince zu den Menschen gebracht werden. Diese Aktion wird heute wiederholt.

 

Laut Caritas-Nothilfe-Experte Friedrich Kircher, der seit der vergangenen Woche vor Ort ist, verbessert sich die Lage Tag für Tag:"Was als Rinnsal begann ist mittlerweile ein breiter Strom an Hilfe. Die Pfarreien sind dabei ein wichtiger Partner, da die Kirchengemeinden zu den wenigen funktionierenden Hilfsstrukturen in Haiti gehören." Trotz eigener Not und Verzweiflung sei die Solidarität unter den Haitianern groß. Die nächsten Tage seien daher entscheidend für den Erfolg der Hilfe, damit diese Hilfsbereitschaft nicht in Verzweiflung oder Aggression umschlage. "Die Menschen haben Hunger und Durst, es gibt sehr viele Verletzte", so Kircher, "sie brauchen dringend weitere Hilfe."

In Rom wird unterdessen vor der Statue der Hilfreichen Gottesmutter in der Kirche „Sant’Alfonso“ ein Trauergottesdienst für die Opfer des Erdbebens stattfinden, dem der Sekretär der Abteilung für die Beziehungen mit den Staaten im Vatikan, Erzbischof Dominique Mamberti vorsteht. Zenit 20

 

 

 

Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Geschenk Gottes

 

Der Mittwoch ist der Audienztag hier in Rom. Und während sich Papst Benedikt XVI. sonst bei der Katechese immer einzelnen Theologen zuwendet, war sein Thema diesmal die laufende Gebetswoche für die Einheit der Christen. Sie lasse uns mit Jesus den Vater bitten, dass alle seine Kinder, die Getauften, eins seien, damit die Welt glaubt:

 

„Das Gebet Jesu macht uns bewusst, dass wirkliche Einheit über unsere Kräfte hinausgeht und in erster Linie ein Geschenk Gottes ist. So sagt das Zweite Vatikanische Konzil, dass das „heilige Anliegen der Versöhnung aller Christen in der Einheit der einen und einzigen Kirche Christi die menschlichen Kräfte und Fähigkeiten übersteigt“. Daher ist neben unserem Einsatz für brüderliche Beziehungen und für einen aufrichtigen Dialog, der bestehende Gegensätze zwischen Kirchen und kirchlichen Gemeinschaften zu klären und auszuräumen vermag, das vertrauensvolle und einmütige Gebet zum Herrn unerlässlich.“

 

Gerade gegenüber einer Welt, die Christus nicht kennt oder sich von ihm entfernt hat, brauche es eine glaubwürdige Verkündigung von Zeugen, die nicht zerstritten sind, so der Papst:

 

„Wie die Jünger gemeinsam in Jerusalem versammelt waren, als sie die Botschaft der Auferstehung Jesu vernahmen, so wollen auch wir, Christen aller Konfessionen, uns zusammenfinden, gemeinsam Gottes Wort hören und den Herrn um seinen Geist der Einheit und der Liebe bitten. Wenn das Verhältnis zu Gott recht ist, dann können auch die Beziehungen der Menschen untereinander recht sein. Helfen wir einander, den Weg zu Gott zu finden und die Freundschaft zu ihm immer weiter zu vertiefen und so auch die Einheit miteinander zu finden. Gottes Geist geleite euch auf allen Wegen.“ (rv 20)

 

 

 

 

Die Vorbereitungen des 2. Ökumenischen Kirchentags in München (12.- 16. Mai 2010)

 

MÜNCHEN - Die Vorbereitungen des 2. Ökumenischen Kirchentags in München (12.- 16. Mai 2010) schreiten in einem Klima positiver Zusammenarbeit voran. Hatte das Präsidium im März 2009 noch ein grobes Thementableau mit 40 Themenfeldern verabschiedet, so arbeiten nun knapp 60 Projektkommissionen, mit jeweils etwa 10 Mitgliedern, unter Hochdruck an der Ausarbeitung der etwa 3000 Einzelveranstaltungen, informierte das „Koordinationsbüro für den Ökumenischen Kirchentag 2010“ in seiner jüngsten Aussendung. Mit Blick auf die geistliche Vorbereitung des größten deutschen ökumenischen Treffens, werden in diesem Jahr für die Fastenzeit „Ökumenische Exerzitien im Alltag“ angeboten. Die Exerzitien wurden vom Erzbischöflichen Ordinariat München und dem Evangelisch-Lutherischen Kirchenkreis München und Oberbayern gestaltet. Das verheißungsvolle Thema lautet: „Zur Hoffnung gesandt“.

Sie sollen als bundesweit beachtetes Modell gerade zum Abschluss der Vorbereitung noch einmal einen besonderen Akzent setzen, so die Veranstalter. Die geistliche Ökumene wird so als „Herz“ der ökumenischen Bewegung, neben aller wichtigen organisatorischen Vorbereitung, in den Mittelpunkt gestellt.

Die fünf Wochen zwischen Ostern und dem Ökumenischen Kirchentag sollen ebenfalls in den Pfarreien durch besondere ökumenische Gebete akzentuiert werden.

Bei der Organisation setzen die Veranstalter auf die großzügige Kooperation mit dem bayrischen Freistaat und der Stadt München. Durch die Bereitstellung von Gemeinschaftsunterkünften in über 400 Schulen konnte die Unterbringung von rund 70.000 Teilnehmern gesichert werden.

Die Orteplanung für die Veranstaltungen des 2.ÖKT hat unterdessen wichtige Fortschritte gemacht: Zentrale Veranstaltungsorte werden demnach die gesamte „Messe München“ einschließlich des ICM sein. Dort werden die wichtigsten Großveranstaltungen (Hauptvorträge, Podien, Foren), wichtige Zentren (z. B. das Geistliche Zentrum), sowie die „Agora“ mit weit über 800 Ständen verschiedenster Gruppen ihren Ort finden.

Das Olympiagelände der bayrischen Hauptstadt wird das „Zentrum Jugend“ beherbergen, das mit etwa 10.000 Teilnehmern und weiteren großen Einzelveranstaltungen, der größte Veranstaltungsmittelpunkt sein wird.

Die Münchner Innenstadt soll durch zahlreiche Bühnen und Präsentationsstände auch für Außenstehende deutlich vom 2. Ökumenischen Kirchentag geprägt sein. So rückt das „Zentrum Soziale Arbeit“, das im Alten Münchener Rathaus eingerichtet wird, ins unmittelbare Zentrum der Stadt.

Als Hauptzelebranten und Prediger des Zentralen Eröffnungsgottesdienstes auf dem Gelände der Theresienwiese am Mittwoch, den 12. Mai sind derzeit die beiden Bischöfe der Gastgeberkirchen, Erzbischof Am Reinhard Marx und Landesbischof Johannes Friedrich, vorgesehen.

Zum Abschlussgottesdienst auf der weltbekannten „Theresienwiese“, die jährlich das Oktoberfest beherbergt, werden bis zu 200.000 Teilnehmer erwartet. Zelebranten und Prediger sind der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz Erzbischof R. Zollitsch und die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche Deutschland Bischöfin M. Käsmann.

Im Vorfeld dieses ökumenischen Wortgottesdienstes wird Erzbischof R. Marx in St. Paul mit anderen katholischen Bischöfen eine Eucharistiefeier zelebrieren, die katholischen Teilnehmern die Möglichkeit zum Eucharistieempfang gibt, bewusst aber nicht als zweiter Abschlussgottesdienst dimensioniert sein soll. Zenit 21

 

 

 

Nigeria: Blutige Gewalt zwischen Moslems und Christen

 

In der nigerianischen Stadt Jos gibt es seit Sonntag – wieder einmal – erbitterte Kämpfe zwischen Moslems und Christen: Sie halten auch an diesem Mittwoch an - trotz großer Militärpräsenz. Nachrichtenagenturen sprechen von fast dreihundert Toten; eine offizielle Bestätigung dieser Zahl gibt es nicht. Zuletzt hatte es im letzten November in Jos ähnliche Zusammenstöße zwischen Christen und Moslems gegeben, bei denen Hunderte von Menschen getötet wurden. Pater Patrick Alumuku ist Sprecher des Erzbistums Abuja.

 

Er sagt: „Nach der Krise vom letzten November haben viele Moslems Jos verlassen; die Stadt hat eine christliche Mehrheit. Jetzt sind aber einige dieser Moslems zurückgekommen und haben versucht, ihre Häuser wiederaufzubauen. Daran wollten einige junge Leute sie hindern – und aus diesem kleinen Zwist ist eine so große Krise entstanden!“ (rv 20)

 

 

 

 

 

Kirchen rufen gemeinsam zu Betriebsratswahlen auf

 

Bonn. Die beiden großen Kirchen in Deutschland haben die Arbeitnehmer gemeinsam zur Teilnahme an den Betriebsratswahlen aufgerufen. "Gerade in diesen kritischen Zeiten muss die Möglichkeit zur Mitbestimmung wahrgenommen und damit die Rechte der Beschäftigten gestärkt werden", forderten der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und die Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Margot Käßmann, in einem am Mittwoch in Bonn veröffentlichten Appell. Die Wahlen finden bundesweit vom 1. März bis zum 31. Mai 2010 statt.

Besonders in den Zeiten der Wirtschaftskrise bedürfe es der Maßnahmen für eine "nachhaltig gerechte und menschenwürdige Arbeitswelt", betonten die beiden Geistlichen. Sie warben für eine Rückbesinnung auf die Prinzipien der sozialen Marktwirtschaft. Die christliche Sozialethik mit ihrem Bekenntnis zur betrieblichen Mitbestimmung könne hierfür Orientierung bieten. "Eine vertrauensvolle Zusammenarbeit zwischen Betriebsräten und Unternehmensleitung trägt vielfach dazu bei, Konflikte zu lösen, sozialverträgliche Auswege aus Krisen zu finden und gemeinsam am Unternehmenserfolg zu arbeiten", so Käßmann und Zollitsch abschließend. (epd)

 

 

 

 

Die beiden großen Kirchen in Deutschland. Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2010

 

Vom 1. März bis 31. Mai 2010 finden in Deutschland Betriebsratswahlen statt. Die Kirchen teilen mit den Betriebsräten die Sorge um abhängig Beschäftigte und die Zukunft der Arbeitswelt. Daher rufen wir die Mitarbeitenden dazu auf, sich als Kandidatinnen und Kandidaten zur Verfügung zu stellen sowie von ihrem Wahlrecht Gebrauch zu machen.

Die aktuellen Betriebsratswahlen fallen in eine besonders schwierige wirtschaftliche Phase: Die Krise an den internationalen Finanzmärkten hat auch die Realwirtschaft in einem heftige Ausmaß erfasst. Auch wenn die Bundesrepublik durch Maßnahmen wie Kurzarbeit bislang noch relativ glimpflich durch diese Krise gekommen ist und es vereinzelte Anzeichen für einen neuen wirtschaftlichen Aufschwung gibt, so ist doch das Ende der Krise noch nicht erreicht.

Dies führt bei vielen Beschäftigten zu Angst und Verunsicherung. Die Betriebsräte spüren die Sorge, diese Lage könnte die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer langfristig besonders hart treffen. Schon jetzt haben viele, insbesondere Leiharbeiter, ihren Arbeitsplatz verloren, befristete Verträge wurden nicht verlängert und die Kurzarbeit ist zu einem Massenphänomen geworden.

Aus der Finanzmarkt- und Wirtschaftskrise müssen Konsequenzen gezogen werden, um in Zukunft Krisen solchen Ausmaßes möglichst zu verhindern. Dabei müssen auch Maßnahmen für eine nachhaltig gerechte und menschenwürdige Arbeitswelt ergriffen werden. Es bedarf einer Rückbesinnung auf die Prinzipien der Sozialen Marktwirtschaft: Die Christliche Sozialethik kann hierfür Orientierung bieten. Gerade in diesen kritischen Zeiten muss die Möglichkeiten zur Mitbestimmung wahrgenommen und damit die Rechte der Beschäftigten gestärkt werden.

Die Christliche Sozialethik bekennt sich zur betrieblichen Mitbestimmung als einem bewährten Gut der Sozialen Marktwirtschaft. Im Rahmen der Erwerbsarbeit ist sie Ausdruck der verantworteten Freiheit des Menschen und damit auch seiner Personenwürde. Gleichzeitig soll sie in 2 Erinnerung rufen, dass der Mensch Maßstab unternehmerischen Handelns sein muss. Eine vertrauensvolle Zusammenarbeit zwischen Betriebsräten und Unternehmensleitung trägt vielfach dazu bei, Konflikte zu lösen, sozialverträgliche Auswege aus Krisen zu finden und gemeinsam am nachhaltigen Unternehmenserfolg zu arbeiten.

Sie schafft einen wertvollen Rahmen, in dem widerstreitende Interessen vorgebracht und ein sachgerechter Ausgleich gefunden werden kann. Dafür sind die Betriebsräte auf eine respektvolle Kommunikationskultur mit der Unternehmensleitung und auf das Vertrauen der Arbeitsnehmerinnen und Arbeitnehmer ebenso angewiesen wie auf die Unterstützung von außen, nicht zuletzt auch durch die zuständigen kirchlichen Sozialverbände. Betriebsräte setzen sich für die Belange ihrer Kolleginnen und Kollegen ein und übernehmen hohe Verantwortung für sie und die Gestaltung der Unternehmenszukunft.

Diese Aufgabe erfordert neben fachlichen Kompetenzen viel Geschick, Ausdauer und Mut. Sie ist gelebte Solidarität. Deshalb danken wir allen, die diese Aufgabe bisher wahrgenommen haben und zollen ihnen dafür Anerkennung und Respekt. Wir bitten alle Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, in den Betrieben nach geeigneten Kandidatinnen und Kandidaten zu suchen und sich auch selbst für dieses Amt zur Verfügung zu stellen. Machen Sie von ihrem Wahlrecht Gebrauch und stärken Sie den gewählten Betriebsräten den Rücken! Wir danken allen, die sich für diese Aufgabe engagieren, und wüschen ihnen Gottes Segen und Erfüllung bei ihrem Wirken für das Wohl der Beschäftigten und für die Zukunft ihres Betriebs.

+ Erzbischof Dr. Robert Zollitsch,Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz

Bischöfin Dr. Margot Käßmann,Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD)  de.it.press

 

 

 

 

Papst besucht die römische Synagoge – der Bericht

 

Papst Benedikt XVI. hat die Synagoge von Rom besucht. Am Sonntagabend stellte er sich in dem jüdischen Gebetshaus am Tiberufer deutlich hinter die Dialog-Initiativen seiner Vorgänger. Der Besuch fand unter starken Sicherheitsvorkehrungen statt; immer wieder kam es während des Papstbesuchs bei der ältesten jüdischen Gemeinde des Westens zu spontanem Beifall, zu Tränen und Emotionen. Vor dem Betreten der Synagoge legte Benedikt, der u.a. vom deutschen Kurienkardinal Walter Kasper begleitet wurde, im römischen Ghetto einen Kranz nieder für die Menschen, die von hier aus in die Nazi-Vernichtungslager abtransportiert wurden.

 

Der römische Oberrabbiner Riccardo Di Segni wies darauf hin, dass der neuere Dialog mit dem Judentum eine Frucht des Zweiten Vatikanischen Konzils sei. Das Konzil dürfe nicht in Frage gestellt werden, meinte er mit einer deutlichen Anspielung auf die Piusbruderschaft. An dem Ereignis in der Synagoge nahmen auch islamische Gäste teil. Aus Jerusalem waren der Lateinische Patriarch Fouad Twal und Israels Vize-Regierungschef Silvan Shalom angereist. In der Synagoge hatten auch viele Überlebende des Holocaust Platz gefunden.

 

Papst Benedikt hielt ein eindringliches Plädoyer für eine Fortsetzung des katholisch-jüdischen Dialogs trotz aller Irritationen. Die Lehren des letzten Konzils seien auch in dieser Hinsicht „ein fester Bezugspunkt“. Er hob die Einzigartigkeit des Holocaust hervor und lobte Initiativen des Vatikans zur Judenrettung in Zeiten des Holocaust. Auf die Polemik um Pius XII. ging der Papst aus Deutschland nicht ein. Wie sein Vorgänger Johannes Paul II., der 1986 als erster Papst der Neuzeit die römische Synagoge besucht hatte, schloss auch Benedikt seine Ansprache mit einem Psalm-Zitat in hebräischer Sprache.

 

In seiner programmatischen Rede nannte Benedikt XVI. die Neuorientierung der katholischen Kirche im Konzil „unwiderruflich“. Mit Nachdruck beschwor er die Gemeinsamkeiten der beiden Religionen und forderte ihre Angehörigen auf, trotz bestehender Differenzen zusammen für eine bessere Welt zu arbeiten.

 

 Papst Benedikt XVI. hat in seiner Rede in der römischen Synagoge deutlich gemacht, wie wichtig ihm die Beziehungen zum Judentum sind. Eine ausgewogene, sehr diplomatisch klingende Ansprache.

 

„Das Schweigen von Pius XII. schmerzt noch heute“ – die Reden der Gastgeber

Vor dem Papst ergriffen am Sonntagabend in der römischen Synagoge mehrere jüdische Vertreter das Wort. Wir dokumentieren hier die wichtigsten Auszüge aus ihren Ansprachen an Benedikt XVI. in einer eigenen Übersetzung.

 

Reaktionen und Pressestimmen - Am Tag nach dem historischen Besuch sind die Reaktionen gemischt. „Applaus und Kritik“, titelt die israelische Zeitung „Ha`aretz“. Generell sprechen Israels Medien wenig von dem Ereignis; sie erwähnen in der Regel die Kritik an Pius XII., reden aber von einer wichtigen Geste Benedikts. „Ein herrlicher Tag, der der Welt vorführt, wie viel sich in den Beziehungen Juden-Christen getan hat“ – das sagt der Rabbiner David Rosen, ein alter Hase des Dialogs. Johannes Paul sei der erste gewesen, der den Schritt in eine Synagoge gewagt habe. Doch der jetzige Papst habe das, was sein Vorgänger vormachte, nun „institutionalisiert“. Der Präsident der italienischen Rabbinervereinigung, Giuseppe Laras, sieht hingegen „nichts Neues“ und „keinen Grund, der zu mehr Optimismus über unsere Beziehungen verleiten könnte“. Laras war dem Ereignis ferngeblieben. Aber „die, die gekommen sind, haben damit recht behalten“, sagt der italienische Historiker Giorgio Israel. Überlebende des Holocaust haben dem Papst einen Brief geschrieben, in dem sie kritisieren, dass Pius XII. nicht öffentlich gegen die Judenvernichtung der Nazis protestiert hat: Dieses Schweigen habe „unser Leben und das unserer Kinder geprägt“. Etwa hundert Lefebvre-Anhänger und Traditionalisten haben in Verona eine Sühnemesse gefeiert, um gegen den Papstbesuch in der Synagoge zu protestieren: Der von der Kirche geführte Dialog sorge dafür, „dass die Nichtkatholiken in ihren Irrtümern verharren“. „An die Kritiken und Spaltungen vor dem Besuch wird man in Zukunft nicht mehr denken, sie sind unwesentlich“, schreibt die Historikerin Anna Foa im Leitartikel der „Pagine Ebraiche“, zu Deutsch „Jüdische Seiten“. Viel sei erreicht worden: klare Bekenntnisse zum Dialog von jüdischer Seite, „ein klares Bekenntnis des Papstes zum Konzil und zur engen Verbindung zwischen Christen und Juden“. All dies bedeute, „dass die Blicke sich nun nach vorne richten“.

 

Fachmann zum Synagogenbesuch: „Ein wichtiges Zeichen“

Auf die Polemik um Pius XII. ging der deutsche Papst bei seinem Synagogenbesuch nicht weiter ein – das war für einige seiner Zuhörer, darunter auch viele jüdische Holocaust-Überlebende, eine Enttäuschung. Das meint der Jesuitenpater Christian Rutishauser von der Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio beschreibt er die Reaktionen der jüdischen Gemeinde.

 

„Da es von Papstseite in diesem Sinne keine Selbstkritik und keine Problematisierung der Situation gab, hat das doch sehr viele Leute enttäuscht. Heute morgen ist in verschiedenen Zeitungen immer wieder dieser Punkt herausgehoben worden, dass es gerade in der Angelegenheit Pius XII. wirklich erwartet worden wäre, dass ein Wort gesagt wurde – es geht nicht um eine große Entschuldigung, aber um eine Problematisierung. Gestern in der Synagoge war dies der einzige Augenblick während der ganzen Veranstaltung, bei dem einige Leute den Kopf schüttelten, als der Papst dies gesagt hat. Sonst bekam er Applaus für die ganze Rede, aber an dieser Stelle war eindeutig auch ein Unbehagen zu spüren bei den Anwesenden.“

 

Im interreligiösen Dialog zwischen katholischer Kirche und dem Judentum sei Benedikts Besuch in der römischen Synagoge aber ohne Zweifel ein „wichtiges Zeichen“, betont Rutishauser. Nach der „Pionierarbeit“ Johannes Pauls II. sei Benedikts Aufgabe, solide Dialogarbeit zu leisten. Rutishauser:

 

„Der Besuch an sich ist ganz, ganz wichtig, damit klar wird, dass das, was Johannes Paul II. begonnen hat, nicht nur das persönliche Anliegen dieses Papstes war. Sondern dass Benedikt das aufnimmt. Er hat in seiner Rede ja auch die Theologie seines Vorgängers bestätigt. Somit ist das ein ganz wichtiges Zeichen des Vatikans und der Päpste gegenüber dem jüdischen Volk. Johannes Paul II. hat Pionierarbeit geleistet, jetzt ist die Aufgabe von Benedikt, zu konsolidieren. Das hat er in großen Teilen getan, er hat aber auch nichts Neues gesagt im theologischen Bereich bei dieser historischen Frage von Pius XII. Das ist die aktuell strittige Frage – in diesem Punkt hat er sicher enttäuscht.“ (domradio/rv 18)

 

 

 

Vatikan: Kardinal Kasper: „Synagogenbesuch markiert Neuanfang“

 

Als „Neuanfang nach langer Zeit der Differenzen und Schwierigkeiten“ bewertet der Ökumene-Verantwortliche des Vatikans Papst Benedikts Besuch in der römischen Synagoge am vergangenen Sonntag. Kardinal Walter Kasper traf in den letzten Tagen in Rom mit der Dialogkommission und Vertretern des israelischen Judentums zusammen. Im Interview mit Radio Vatikan sagte er über den Synagogenbesuch des Papstes: „Beide Seiten haben Entschiedenheit gezeigt, auf diesem Weg weiterzugehen, nicht nur akademisch verstanden, sondern im Sinne eines Werteaustausches. Ich halte für wichtig, was der Papst über die zehn Gebote gesagt hat. Sie sind ein gemeinsames Erbe, ein Erbe der Menschheit. Die Welt braucht heute solche Leitlinien. Sicher – es gibt Differenzen zwischen Juden und Katholiken, die vielleicht ewig bleiben werden, es gibt auch ganz konkrete Probleme. Was aber den Unterschied macht: Ob man diese Probleme in einer Atmosphäre der Feindschaft oder der Freundschaft löst. Wir haben Vertrauen aufgebaut. Dieser Besuch bedeutet Stärkung des Dialogs und ist ein Neuanfang.“

 

Auch die offenen Fragen zu Papst Pius XII. seien kein wirkliches Hindernis für eine Fortsetzung des Dialogs, so der Kardinal. Der Präsident der jüdischen Gemeinde von Rom, Riccardo Pacifici, hatte in seiner Synagogenrede das „schmerzende Schweigen Pius XII.“ erwähnt und eine Öffnung der noch teils geschlossenen Archive zu dem umstrittenen Papst gefordert. (rv 19)

 

 

 

Haiti: Endlich kommt Hilfe in Gang, Glauben gibt Hoffnung

 

Knapp eine Woche nach dem schweren Erdbeben auf Haiti ist die Lage der Menschen vor Ort immer noch dramatisch. Rund 70.000 Leichen wurden geborgen, aktuelle Schätzungen gehen von 200.000 Opfern aus. Die Regierung hat den Notstand ausgerufen, die Hilfswerke bemühen sich um schnelle Erstversorgung der Opfer. Erschwerend kommen Unruhen und Plünderungen hinzu. Im Vergleich zu den vergangenen Tagen habe sich die Situation jedoch leicht verbessert. Das berichtet Michael Huhn, Länderreferent für Haiti beim Lateinamerika-Hilfswerk Adveniat, im Gespräch mit dem Kölner Domradio. Huhn:

 

„Die Menschen sehen endlich die, auf die sie gewartet haben – vier Tage lang. Nämlich die Helfer aus dem Ausland, die Tanklastwagen, die Trinkwasser bringen. Sie sehen, dass mindestens in Feldlazaretten operiert wird. Und auch, dass in der Bevölkerung selbst eine ungeheure Hilfsbereitschaft herrscht. Dass Leute aus entfernten Pfarreien Lastwagen mieten, um all die herauszuholen, die nichts zu essen und zu trinken haben.“

 

80 Prozent der Bevölkerung sind katholisch. Der Glaube gebe den Menschen in diesen dramatischen Tagen Kraft. Auch deshalb sei es so wichtig, die Kirchen - die selbst viele Opfer beklagen - wieder in Gang zu bringen, so Huhn. domradio/kna 19

 

 

 

Kommentar. Gefährliche Umarmung

 

Der Politiker-Streit über Margot Käßmann und ihre Kritik am Afghanistan-Einsatz geht in Phase B. Deren Motto: Kannst du deinen Gegner nicht bezwingen, umarme ihn! Erst Verteidigungsminister zu Guttenberg, der die Bischöfin zum Tête-à-tête bittet, gar mit ihr auf Erkundungsreise nach Kundus gehen will. Jetzt Angela Merkel, der die Aufregung über Käßmanns Neujahrspredigt ganz und gar nicht einleuchten mag: Solcherlei "Einmischungen" sollten der Politik doch willkommen sein, räsoniert die Kanzlerin.

 

Das stimmt - und stimmt nicht. Es ist mittlerweile ein Allgemeinplatz, dass über den Afghanistan-Einsatz viel zu lange nicht offen gestritten worden sei. Dieser Vorwurf trifft weite Teile der Politik, Käßmann aber nicht. Die Bischöfin hat ihre Ablehnung immer wieder - und immer ähnlich - formuliert. Ihre Predigt zur Zäsur und zur Revision evangelischer Positionen zu stilisieren, fällt daher in die Kategorie "geschürter Konflikt". Mit der Folge freilich, dass Käßmanns Kritik zum Referenzpunkt der "überfälligen Debatte" geworden ist, wie sie - zeitversetzt und ein wenig hinter dem Trend - nun auch die Katholiken fordern.

 

Das Kanzelwort als Katalysator, das ist nicht das Schlechteste, was über die Kirchen in der Gesellschaft gesagt werden kann. Allerdings droht vor lauter Respekt für die Form der Inhalt in Vergessenheit zu geraten. Schon dem "Sozialwort" der Kirchen von 1997 war das Schicksal beschieden, von der Politik totgelobt worden zu sein - als ach, so wertvoller Beitrag zu einer ach, so überfälligen Debatte. Solcher Umarmung sollten sich Käßmann und Co. diesmal rechtzeitig widersetzen.

Joachim Frank FR 20

 

 

 

 

 

Deutschland: Die CDU und ihr „C“

 

In Deutschland will die CDU sowohl Wechselwähler von anderen Parteien gewinnen, als auch die Werte der konservativen Stammwähler stärker berücksichtigen. Wie das gehen soll, darüber gibt es Streit - vor allem mit den Kirchen und mit Christinnen und Christen innerhalb der CDU und der CSU.

 

Der Vorsitzende der Jungen Union, Philipp Missfelder, betonte in einem Interview mit unserem Partnersender Radio Horeb, dass gerade christliche Werte für eine Partei, die das „C“ im Namen führt, zentral sind. Die CDU solle attraktiv sein für Wähler aller Parteien:

 

„Ich sage aber gleichzeitig, dass, wenn wir unsere konservativen Wähler überhaupt noch an uns binden wollen, wir den Charakter der Volkspartei erhalten müssen. Das bedeutet eben auch, dass das „C“ mit Leben gefüllt wird. Mein Ziel ist, dass auch weiterhin zur Volkspartei CDU ein klares Bekenntnis zu unseren Wurzeln gehört, und vor allem auch das Konservative vor dem christlichen Hintergrund.“

 

Die Arbeitsgemeinschaft Engagierter Katholiken in CDU und CSU hat sich genau dies zum Thema gemacht, trifft aber in der Debatte auf viel Kritik. Missfelder wünscht sich, dass die Themen des Arbeitskreises in der Mitte der Partei diskutiert würden. (radio horeb 19)

 

 

 

Heilsame Erinnerung. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Am 27. Januar 1945 wurden die Konzentrationslager Auschwitz I und Auschwitz-Birkenau von sowjetischen Truppen befreit.

Wie kein anderer Ort steht Auschwitz als Symbol für die planmäßige Vernichtung des europäischen Judentums. Wenngleich dort auch zehntausende nichtjüdischer Menschen in den Gaskammern umkamen, steht der deutsche Name für das polnische Städtchen Oswiecim deshalb wie kein anderer für den größten Genozid in der Geschichte der Menschheit: die Vernichtung von rund 6 Millionen Juden.

 

In Auschwitz ist unsere Zivilisation in furchtbarer Weise mit dem Abgrund ihrer eigenen Möglichkeiten konfrontiert worden. Der Schrecken über das Ausmaß des Bösen, das dort begangen wurde, hält uns bis heute gefangen. Noch immer haben wir für dieses Verbrechen, das die hebräische Sprache als „Schoa“ bezeichnet, kein angemessenes deutsches Wort gefunden. Dem bekannten Ausspruch, nach Auschwitz könne es keine Dichtung mehr geben, liegt die Erfahrung dieser Unfähigkeit zugrunde, mit den Mitteln der Sprache das Geschehen von Auschwitz und dessen andauernde Folgen für das Selbstverständnis des Menschen, für Zivilisation und Gesellschaft angemessen zu fassen. Gerade die Überlebenden selbst aber haben sich immer wieder auf die Suche nach einer Sprache begeben, die diesem Menschheitsverbrechen Ausdruck verleihen könnte.

 

Der 27. Januar hat seine Bedeutung nicht als Chiffre für alles vom Menschen am Menschen je vollzogene Unheil. Dieses Datum zu begehen, ist uns eine Verpflichtung, die daher rührt, daß wir uns konkret als Christinnen und Christen erinnern. Wir handeln als solche, die nicht davon lassen können, Menschengeschichte immer auch vor das Angesicht Gottes zu stellen ? in aller Ratlosigkeit und mitunter ohne Antwort.

 

Vielleicht liegt die Hauptaufgabe christlicher Erinnerung darin, die Wunden offen zu halten, nicht zu versuchen, das Unvorstellbare plausibel zu machen, den Abgrund zuzuschütten. Und vielleicht folgt daraus, daß christliche Erinnerung letztlich unspektakulär Widerstand leistet gegen eine schleichende kulturelle Amnesie, in der es nur noch Siegertypen geben darf und keine Opfer mehr vorkommen können. Anders gesagt: Wenn namhafte Theologen heutzutage als Charakteristikum unserer Gesellschaft die Gottes-Amnesie, die Gottvergessenheit, ausmachen, bedeutet das nicht auch, daß dort, wo Gott vergessen wird, auch der Mensch, der erniedrigt, entwürdigt und entmenschlicht wurde, vergessen ist?

Ein solches Erinnern aus dem Glauben an einen mitleidenden Gott weiß auch um die dunklen Seiten Gottes, die nicht einfach erklärt werden können. Der Schrei des Gottessohnes am Kreuz: „Mein Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?“ (Mt 27, 46) wurde nicht unmittelbar beantwortet. Die Frage des Karfreitags trifft sich mit so vielen Fragen der Menschen in Verzweiflung und Angst. Seitdem können wir mit unseren furchtbaren offenen Fragen leben ? in der Hoffnung, daß sie im Licht des Ostermorgens beantwortet werden.

 

Christliches Erinnern lebt letztlich aus der Hoffnung, daß nur Gott selbst die Tränen abwischen kann und daß nur ER selbst am Ende Richter ist. Es ist jene Hoffnung, die uns heißt, den Blick auf den Gekreuzigten zu richten ? trotz allem.

 

Dennoch stellt sich auch unserer Kirche die Frage von Mitverantwortung.

Das Schuldbekenntnis der katholischen Kirche, vor aller Welt am 12. März 2000 von Papst Johannes Paul II. ausgesprochen, enthält auch das „Schuldbekenntnis im Verhältnis zu Israel“: „Laß die Christen der Leiden gedenken, die dem Volk Israel in der Geschichte auferlegt wurden. Laß sie ihre Sünden anerkennen, die nicht weniger von ihnen gegen das Volk des Bundes und der Verheißung begangen haben.“

Während seiner anschließenden Pilgerreise nach Israel hat der Papst am 23. März 2000 in der Gedenkstätte Yad Vashem dieses Bekenntnis vertieft und es dann symbolkräftig an der Klagemauer hinterlegt: „Als Bischof von Rom und Nachfolger des Apostels Petrus versichere ich dem jüdischen Volk, daß die katholische Kirche, motiviert durch das biblische Gesetz der Wahrheit und der Liebe und nicht durch politische Überlegungen, tiefste Trauer empfindet über den Haß, die Verfolgungen und alle antisemitischen Akte, die jemals irgendwo gegen Juden von Christen verübt wurden. Die Kirche verurteilt Rassismus in jeder Form als eine Leugnung des Abbildes Gottes in jedem menschlichen Wesen (Gen 1, 26).“

 

Die Symbole der Versöhnung von Papst Johannes Paul II. sind zu einer Quelle der Erneuerung geworden. Und am 15. Januar 2005 sagte der Papst in seiner Botschaft zum 60. Jahrestag der Befreiung des KZ Auschwitz: „Dieser Versuch, ein ganzes Volk planmäßig zu vernichten, liegt wie ein Schatten über Europa und der ganzen Welt; es ist ein Verbrechen, das für immer die Geschichte der Menschheit befleckt. Heute zumindest und für die Zukunft gelte dies als Mahnung: Man darf nicht nachgeben gegenüber den Ideologien, die die Möglichkeit rechtfertigen, die Menschenwürde aufgrund der Verschiedenheit von Rasse, Hautfarbe, Sprache oder Religion mit Füßen zu treten.“

 

Es geht der Kirche um heilsame Erinnerung, die das Geheimnis der Erlösung ist. Damit zusammen hängt nicht nur eine Mahnung zur permanenten Aufarbeitung der jüngsten Vergangenheit, sondern ebenso eine deutliche Frage, wie nachhaltig Deutschland und Europa aus der alle Maßen übersteigenden Katastrophe gelernt haben. Immer wieder flackert der Antisemitismus auf. Auch in unserem Land wird er wieder sichtbarer. So liegt weiterhin ein langer Weg der Läuterung und der Auseinandersetzung vor uns, der beschritten werden muß. „Bonifatiusbote“ 24

 

 

 

 

Kollekte für Haiti im Kölner Dom

 

Das weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" stellt die Kollekte

des Gedenkgottesdienstes für seinen Gründer Pater Werenfried van

Straaten im Kölner Dom am vergangenen Samstag für die Erdbebenopfer in

Haiti zur Verfügung. Über 800 Menschen hatten an dem Gottesdienst

teilgenommen. Mit der Kollekte werden die 70 000 Dollar Soforthilfe des

Hilfswerks noch weiter aufgestockt. Lateinamerika-Referent Javier

Legorreta betonte, diese Summe sei nur ein Anfang gewesen, um den

Menschen in der zum Großteil zerstörten Millionenstadt Port au Prince zu

helfen. "Wir unterstützen die Kirche im Land seit Jahrzehnten, daher

wissen wir, dass die Kirche nun auch die besten Strukturen hat, um den

Menschen zu helfen", sagte Legorreta. Bei dem schweren Erdbeben sind

nach ersten Schätzungen 50 000 Menschen ums Leben gekommen.

 

Ein großes Problem der Rettungskräfte in Haiti bestünde darin, dass die

staatlichen Stellen nicht in der Lage seien, die katastrophale Lage in

den Griff zu bekommen, berichtet Legorreta. Daher käme Hilfe beinahe

ausschließlich von internationalen Organisationen wie der UNO oder

direkt von den Menschen vor Ort. "Die noch bestehenden Zentren der

Seelsorge sind nach dem Erdbeben zu wichtigen Koordinationspunkten für

die Hilfe geworden", sagte der Lateinamerika-Referent.

 

Das belege unter anderem ein Email des Vatikanbotschafters in

Port-au-Prince, Bernardito Auza, die "Kirche in Not" am vergangenen

Donnerstag erreicht habe. Darin habe Auza betont, dass sich die Bischöfe

des Landes mit den Leitern der Caritas und anderer Hilfsorganisationen

täglich in der Nuntiatur träfen und von dort aus die humanitäre Hilfe

planen. Genau solche Stützpunkte für humanitäre Hilfe wolle "Kirche in

Not" in den kommenden Wochen mit der Soforthilfe ausbauen.

 

Sobald die Bergungsarbeiten beendet seien, wolle sich das Hilfswerk an

den Wiederaufbau der zerstörten Kirchen und Gemeindezentren Haitis

machen. Nach Aussage von Legorreta müssten allein im Großraum

Port-au-Prince "hunderte" Kirchen völlig neu errichtet werden. Dazu

seien die Menschen in Haiti nicht ohne fremde Hilfe in der Lage – das

Land ist eines der ärmsten der Welt.

 

Betroffen zeigte sich Legorreta auch vom Tod des Erzbischofs von

Port-au-Prince, Joseph Serge Miot. Der Erzbischof sei nach ersten

Berichten auf dem Balkon seines Hauses vom Erdbeben überrascht und auf

die Straße geschleudert worden. Miot hatte seine Laufbahn mit Hilfe

eines Stipendiums von "Kirche in Not" eingeschlagen. KiN, de.it.press

 

 

 

Zusammenwachsen zur sichtbaren Einheit

 

Bischöfe von Fulda und Kurhessen-Waldeck schreiben gemeinsam an Pfarreien und Kirchenvorstände

 

Fulda/Kassel. „Wir sind Gott dankbar, unsere guten ökumenischen Beziehungen in Hessen wie schon anläßlich des Ökumenischen Kirchentages 2003 fruchtbar machen zu dürfen für das Zusammenwachsen zur sichtbaren Einheit.“ Dies schreiben der katholische Bischof Heinz Josef Algermissen (Fulda) und der Bischof der Evangelischen Kirche von Kurhessen-Waldeck, Prof. Dr. Martin Hein (Kassel) in einem gemeinsamen Brief zum zweiten Ökumenischen Kirchentag an ihre Pfarreien und Kirchenvorstände. Die beiden Bischöfe sehen die Weichen für ein gutes Ökumenejahr 2010 durch den vom 12. bis 16. Mai in München stattfindenden zweiten Ökumenischen Kirchentag gestellt. Dessen Motto „Damit ihr Hoffnung habt“ erinnere an den gemeinsamen Glauben an den Dreieinigen Gott, „die einzig tragfähige Grundlage der Ökumene“.

 

Wenn sich die Christen an Gottes Offenbarung in Leben und Wirken Jesu Christi hielten und ihr persönliches und kirchliches Leben danach ausrichteten, könnten sie Mut und Hoffnung für die Begegnung mit den vielfältigen Problemen der heutigen Zeit gewinnen. Die Bischöfe nennen hier die wachsenden sozialen Spannungen in der Gesellschaft, die anhaltende Wirtschaftskrise und die Herausforderungen des Klimawandels. Im Vertrauen auf Gott akzeptierten die Kirchen die eigenen Grenzen und begriffen die Güter der Erde als seine Gaben, die mit den Bedürftigen in nah und fern geteilt würden. „Dieser Gewißheit wollen wir auch auf dem Kirchentag an einem gemeinsamen Stand von Bistum und Landeskirche unter der Themenstellung ‚Krise – Begegnung – Hoffnung’ Ausdruck geben“, unterstreichen Algermissen und Hein und laden die Gemeinden hierzu ein.

 

Beim Zusammenwachsen der Christen sei das gemeinsame Gebet sehr hilfreich, so daß die Gemeinden in Kürze Karten mit einem Gebet zum Kirchentag erhielten, die an die Gläubigen zu verteilen seien, damit diese sich auf den Kirchentag einstimmen und „den verbindenden Dienst vorbereiten können“. Zugleich rufen die Bischöfe zu gemeinsamen Vorbereitungen von evangelischen Kirchengemeinden und katholischen Pfarreien auf. (bpf)

 

 

 

 

 

Denkt ihr denn gar nicht an Gott?

 

Einblicke in das Denken Papst Benedikts XVI. auf dem VII. Jahrgedächtnis

für "Kirche in Not"-Gründer Pater Werenfried van Straaten

 

Mit einer Heiligen Messe hat Joachim Kardinal Meisner am vergangenen

Samstag das siebte Jahrgedächtnis für Pater Werenfried van Straaten

eröffnet. Etwa 800 Unterstützer des weltweiten katholischen Hilfswerks

"Kirche in Not" waren dazu in den Kölner Dom gekommen. Der "Speckpater"

Werenfried van Straaten hatte nach dem Zweiten Weltkrieg mit seiner

"Ostpriesterhilfe" die Versorgung und seelsorgliche Betreuung der

deutschen Heimatvertriebenen aufrechterhalten. Später entwickelte sich

aus dieser Aktion "Kirche in Not", ein weltweites Hilfswerk, das seine

Aufgabe vor allem in der Unterstützung der katholischen Seelsorge in

aller Welt sieht. Im Anschluss an die Heilige Messe hatte "Kirche in

Not" zu einem Nachmittag mit Vorträgen und Podiumsgesprächen in das

Maternushaus des Erzbistums Köln eingeladen.

 

Kardinal Meisner würdigte seinen Freund und Weggefährten Pater

Werenfried in seiner Predigt im Dom als "Mönch, Prophet und Priester".

Der "Speckpater" sei nie "von irgendwelchen materiellen oder

vordergründigen Interessen" fremd gesteuert gewesen. Nur darum habe er

sein Werk aufbauen und damit ein "leuchtendes Zeichen" der Nächstenliebe

sein können. Werenfried sei "in Person ein Protest" gegen den Zeitgeist

gewesen. Aus seiner Freiheit heraus habe Werenfried priesterlich und

prophetisch handeln und die Nöte seiner Zeit rechtzeitig erkennen

können. "Pater Werenfried baute in seinem Werk Sanatorien Gottes in

unsere Welt hinein", sagte der Kardinal und rief "Kirche in Not" auf,

seinem Gründer gegen jede Anpassung an den Zeitgeist treu zu bleiben. Er

mahnte: "Wehe, wenn Werenfrieds Werk aus Gründen der Anpassung oder der

politischen Korrektheit seinen Kurs in die andere Richtung ändert!"

 

Diese Mahnung griff die Geschäftsführerin von "Kirche in Not"

 

Deutschland, Karin Maria Fenbert, in ihrer Begrüßung zu Beginn der

Nachmittagsveranstaltung vor über 500 Besuchern im vollbesetzten

Maternushaus auf. Dem Zeitgeist eine katholische Antwort zu geben, sei

das Hauptanliegen der Medienarbeit von "Kirche in Not". Darum wolle man

an diesem Nachmittag unter anderem eine kritische Bilanz über den Umgang

der Deutschen mit Papst Benedikt XVI. während der vergangenen fünf Jahre

ziehen.

 

Den Anfang dieser Bilanz machte der Kölner Weihbischof Heiner Koch, der

das erste Großereignis mit Papst Benedikt XVI., den Weltjugendtag 2005

in Köln, federführend organisiert hatte. "Es ist etwas aufgebrochen in

den vergangenen Jahren", betonte der Weihbischof. Nach den wunderbaren

Erlebnissen des Weltjugendtages mit rund um die Uhr betenden und

begeisterten Jugendlichen habe sich kein Alltag eingestellt, sondern

vielmehr ein verstärktes Suchen nach Sinn. "Ich bin nicht erlöst und ich

kann nicht erlöst werden", diese Einstellung sehe er bei vielen

Jugendlichen, sagte Weihbischof Koch. In dieser Situation sei Benedikt

XVI. "das Geschenk schlechthin an die Jugend der Welt". Der Papst

verstehe es, kein Kirchenlatein, sondern die Sprache aller Menschen zu

sprechen. Das sei schon auf dem Kölner Weltjugendtag deutlich geworden,

bei dem nicht der Papst oder die Jugendlichen, sondern allein Gott im

Mittelpunkt gestanden habe. Die große Frage Papst Benedikts an seine

Zeit laute: "Denkt ihr denn gar nicht an Gott?" Und die junge Generation

nehme diese Frage auf.

 

Diesen Gedanken führte Joachim Kardinal Meisner in seinem Vortrag zur

Frage "Den Papst verteidigen – aber wie?" weiter. "Wir verteidigen den

Papst am besten, indem wir die Gottesfrage stellen und beantworten",

sagte der Kardinal. Dazu wünsche er sich mehr Glaubenswissen unter den

Katholiken. Es sei beschämend, wenn Katholiken nichts mehr über das

christliche Gottesbild wüssten. Er wünsche sich eine Kirche, die sich

nicht ducke. "Wir Katholiken sind bei der Firmung auf die Stirn geweiht

worden und nicht auf den Rücken!" rief der Kardinal aus. Die Angriffe

auf Papst Benedikt XVI. während der vergangenen fünf Jahre führte

Meisner vor allem auf die anhaltende "Kritik seiner Artgenossen" zurück.

Schon als junger Professor habe Joseph Ratzinger die Hörsäle gefüllt,

während andere Theologen vor halbleeren Räumen doziert hätten. Das habe

zu einem "Futterneid" geführt, den man leider heute noch bemerken könne.

Andererseits hätte ein Nachfolger Petri, falls er von allen gelobt würde

"sicher etwas falsch gemacht", stellte Meisner fest. Daher sei die Welle

der Kritik ein Indiz für das segensreiche Wirken Benedikts XVI.

 

In seinem Vortrag und im anschließenden Podiumsgespräch mit Weihbischof

Koch und dem Mitbegründer der "Generation Benedikt", Nathanael Liminski,

gab Kardinal Meisner auch tiefe Einblicke in das Denken und Fühlen

Benedikts vor und nach der Papstwahl. Er erinnerte sich, wie Joseph

Ratzinger vor dem Konklave "inmitten eines riesigen Bergs von Akten"

gesessen habe, die der verstorbene Papst Johannes Paul II. ihm zur

Bearbeitung übergeben habe. Meisner habe ihn in dieser Situation darauf

angesprochen, dass er in ihm den nächsten Papst sehe. Ratzinger habe

geantwortet: "Bete für mich, dass dieser Kelch an mir vorüber geht."

Ratzinger habe ihm leid getan, sagte Meisner, aber "um der Kirche willen

konnte ich ihn nicht schonen". Nathanael Liminski forderte als Antwort

auf die Forderungen Meisners alle Katholiken auf, "Gesichter ihres

Glaubens" zu werden. Viele würden in der Kirche nur noch Fragen stellen,

doch nur wenige seien bereit, Antworten auf diese Fragen zu geben. Die

"Generation Benedikt" wolle vor allem junge Katholiken zu mehr

öffentlichem Engagement anregen. KiN, de.it.press

 

 

 

Bistum Fulda leistet 20.000 Euro Soforthilfe für Haiti

 

Fulda. Das Bistum Fulda hat aus seinem Katastrophenfonds 20.000 Euro als Soforthilfe zur Finanzierung von Hilfsmaßnahmen für die durch das schwere Erdbeben betroffenen Menschen in Haiti zur Verfügung gestellt. Der Betrag wurde an Caritas International in Freiburg überwiesen. Mit der Geldhilfe soll ein Zeichen der Solidarität mit den Opfern der furchtbaren Naturkatastrophe gesetzt und ein Beitrag zur Linderung der Not in der Bevölkerung geleistet werden. „Das Schicksal der Erdbebenopfer in Haiti darf niemanden unberührt lassen“, betont Diözesanbischof Heinz Josef Algermissen.

 

Zwei Tage nach der Erdbebenkatastrophe in Haiti liegen noch immer keine genauen Zahlen über die Opfer vor. Es muß von etwa drei Millionen Betroffenen und sehr vielen Todesopfern ausgegangen werden. Das ärmste Land der westlichen Hemisphäre wurde am Nachmittag des 12. Januar gegen 17 Uhr Ortszeit von einem schweren Erdbeben der Stärke 7,0 und zahlreichen Nachbeben erschüttert. Das Epizentrum lag 16 km südwestlich der Hauptstadt Port-au-Prince. Zahllose Gebäude sind in sich zusammengebrochen und haben eine noch unbekannte Zahl von Menschen unter sich begraben. „Das ist die schlimmste Katastrophe, die je über Haiti eingebrochen ist. In Port au Prince liegen überall Tote auf den Straßen. Die Krankenhäuser sind mit Toten und Verletzten vollkommen überfüllt“, berichtet der Nothilfekoordinator der Caritas Haiti, Joseph Jonidès Villarson. Die Caritas-Mitarbeiter leisten Erste Hilfe und verteilen Zelte und Decken, die als Soforthilfe zur Verfügung stehen. Weitere Hilfe ist dringend nötig, denn die Vorräte der Caritas sind inzwischen aufgebraucht. Vor allem fehlt es an sauberem Trinkwasser, Medikamenten, Zelten und Decken, Lebensmitteln und medizinischer und psychologischer Hilfe für die Opfer. (bpf)

 

 

 

Baldachin von St. Peter - Ein Triumph für Bernini und die Päpste

 

Zu Jahresbeginn hat es in Rom eine kleine kunstgeschichtliche Sensation gegeben: In den vatikanischen Archiven ist der Vertrag aufgetaucht, mit dem Papst Urban VIII. dem großen Barockkünstler Gian Lorenzo Bernini den Auftrag für den berühmten Baldachin im Petersdom erteilt hatte. Der Bernini-Experte der Humboldt Universität, Arne Karsten, der selbst einige Jahre in Rom tätig war, erklärt gegenüber Radio Vatikan, was dieser Fund für die Kunsthistoriker bedeutet:

 

„Wir wussten, dass 1624 die Planungen begonnen hatten. Aber erst jetzt können wir sagen, dass der Auftrag an Bernini genau 1625 erfolgt. Es wird deutlich, dass Bernini schon sehr früh von Urban VIII. mit großen Projekten beauftragt wurde. Das ist insofern bemerkenswert, als Bernini bis dahin lediglich als Bildhauer renommiert war. Mit dem Baldachin, der eine Höhe von über 28 Metern hat, wird ihm eine neue Qualität an Aufträgen erteilt. Das zeigt, dass Urban VIII. den Künstler Bernini mit besonderem Nachdruck förderte.“(rv 20)