Notiziario religioso 21-24 Gennaio
2010
Giovedì 21. Il commento al Vangelo. Una grande folla va da Gesù
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 3,7-12) commentato da P. Lino Pedron
7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta
folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea
e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone
una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i
suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della
folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne
aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano
addosso per toccarlo.
11 Gli spiriti
immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi
gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché
non lo manifestassero.
Il rifiuto e la
condanna a morte di Gesù, da parte dei farisei e degli erodiani,
segna il nuovo inizio del popolo di Dio. L’efficacia evangelica è molto diversa dall’efficienza umana: trae
la sua forza dall’impotenza dell’uomo e dalla potenza di Dio: "Quando sono
debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,10). Perché Dio,
contrariamente all’uomo, sa trarre successo dall’insuccesso e vita dalla morte.
Le località
nominate sono sette, un numero che indica completezza, totalità. Tutti
accorrono a Cristo per formare la sua Chiesa. Egli non ha raggiunto il successo
mediante la brama di avere, di potere e di apparire, origine di ogni male, ma
ha vinto tutto questo proprio con il suo insuccesso, con la povertà, con il
servizio e l’umiltà di chi ama.
Gesù è presentato
come il centro di un ampio movimento di gente che cerca e trova in lui la
possibilità di guarire. L’uomo è malato e il pellegrinaggio verso Gesù nasce da
questo bisogno di salvezza.
E’ bello vedere
Gesù pressato da tanta gente. Ma perché accorrono? Per
interesse o per fede? Marco ci fa capire che l’entusiasmo della folla è
suscitato dall’azione guaritrice di Gesù, non dalla fede.
Solo i demoni
conoscono l’identità di Gesù e la proclamano. Ma la
loro propaganda è controproducente; il loro intento è di far fallire la
rivelazione autentica di Gesù "bruciandola" anzitempo: di qui la
reazione di Gesù che impone loro di tacere.
La trappola tesa a
Gesù dai demoni sta nel fatto che satana vuole anticipare la manifestazione
della gloria di Gesù prima della sua morte in croce,
perché solo lì Gesù si rivela veramente Figlio di Dio (cfr Mc 15,39), che dona
agli uomini la salvezza totale e definitiva, cioè la redenzione della loro
esistenza nella comunione con Dio. E’ la tentazione che satana gli ripresenterà
nuovamente per mezzo di Pietro (Mc 8,32-33).
La fede non è solo sapere chi è Gesù. Anche i demoni lo sanno, meglio e
prima di noi. Come scrive s. Giacomo: "Credono, ma tremano" (2,19).
Credere è prima di tutto fare esperienza di Gesù che mi ha amato e ha dato se
stesso per me (cfr Gal 2,20). Una fede ideologica, che tutto conosce, ma non fa
esperienza dell’amore di Dio, è un anticipo dell’inferno. E’ la pena del
dannato che conosce il bene, ma non lo possiede.
Il Signore non
desidera la pubblicità da parte di nessuno (tanto meno da parte
dei demoni!). Raggiunge tutti solo attraverso la debolezza di chi, conoscendolo
veramente, lo annuncia come amore crocifisso, povero,
umiliato e umile. La propaganda va esattamente nella direzione opposta e si
serve proprio di quei mezzi che il Signore ha denunciato e rifiutato come
tentazioni. P. Lino Pedron, de.it.press
Venerdì 22. Il commento al Vangelo. “Costituì dunque i Dodici”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 3,13-19) commentato da P. Lino Pedron
13 Salì poi sul
monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi
andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero
con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di
scacciare i demòni.
16 Costituì dunque
i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; 17
poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di
Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè
figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo 19 e Giuda Iscariota,
quello che poi lo tradì.
E’ inutile cercare
di localizzare questo monte perché "la montagna", in Marco, indica
soprattutto il luogo delle rivelazioni divine, mentre il mare, come vedremo
(4,35-39; 5,46-52), appare come il luogo della prova e delle dure realtà umane.
Il numero dodici
ha un chiaro valore simbolico: deve, evidentemente, essere messo in relazione
con quello delle dodici tribù d’Israele presenti al Sinai per formare la
comunità dell’Alleanza (Es 24,4; Dt
1,23; Gs 3,12; 4,2ss).
La funzione dei
Dodici viene subito precisata: "Ne costituì
Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero
il potere di scacciare i demoni" (vv.14-15).
Marco ha descritto Gesù come colui che predica e
scaccia i demoni (1,39); ora afferma la stessa cosa dei suoi discepoli. La
missione di Gesù continua e si rende visibile nel mondo attraverso i suoi
inviati.
Gesù sceglie e chiama.
E’ il cerchio di Gesù che si allarga: partecipa ad altre persone la sua forza e
la sua autorità. In Gesù il regno di Dio si è fatto vicino agli uomini; ora si
dilata nei Dodici e attraverso di loro si estenderà al mondo intero.
Questi uomini sono
presi dalla gente comune, con pregi e difetti, e sarebbe ingenuo e sbagliato
idealizzare il gruppo che ne è uscito: non è una comunità di puri né un gruppo
di educande. Il seguito del vangelo ce ne darà puntuale conferma.
Il cristianesimo
non è un’ideologia: è una compagnia reale con Gesù, in un rapporto da persona a
persona, che ci coinvolge totalmente. E da questo coinvolgimento con Gesù, veniamo spinti verso tutti gli uomini fino agli estremi
confini della terra: "L’amore di Cristo ci spinge…
(2Cor 5,14).
Andare verso tutti
gli uomini e stare con lui sembrano due cose contraddittorie. Ma, in realtà, il
Cristo va insieme con i cristiani: "Allora essi partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i
prodigi che l’accompagnavano" (Mc 16,20).
Non c’è alternativa tra contemplazione e azione. La nostra missione
nasce dall’essere in Cristo, e la nostra prima occupazione è di restare uniti
con lui come il tralcio alla vite (cfr Gv 15,1ss),
fino ad essere contemplativi nell’azione.
P. Lino Pedron, de.it.press
Sabato 23. Il commento al Vangelo. «E' fuori di sé»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 3,20-21) commentato da P. Lino Pedron
20 Entrò in una
casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano
neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono
per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé».
A questo punto il
vangelo comincia a presentare le prime risposte degli uomini al problema
fondamentale: "Chi è Gesù?".
La prima è dei
"suoi", cioè dei parenti di Gesù, i quali dicevano: "E’ fuori di
sé" (v. 21). Lo considerano dunque un pazzo, uno scriteriato, uno che
getta il discredito su tutta la famiglia. La cosa migliore è prenderlo e
rinchiuderlo.
Questo testo ci
rivela la maniera di pensare degli uomini, ai quali manca qualsiasi
comprensione per le assolute esigenze di Dio. Essi non comprendono che un uomo
possa essere tutto preso dagli interessi di Dio e dedicarsi completamente al
suo servizio. Una tale cecità è sempre un pericolo per parenti e familiari di
uomini che Dio chiama a un particolare servizio, ed è un ammonimento a
guardarsi da pensieri di ordine semplicemente naturale e da preoccupazioni
borghesi riguardo al buon nome, alla salute e agli affari. Gesù sta al di fuori
di queste categorie e fa entrare anche i suoi
discepoli al servizio delle esigenze totalitarie di Dio.
Più avanti i suoi
parenti torneranno alla carica (Mc 3,31-35) e il ritorno di Gesù nella sua
patria renderà palese lo stesso rifiuto a credergli (Mc 6,1-8).
Secondo i
"suoi" (vedi Pietro in Mc 8,31ss), Gesù dovrebbe avere un po’ più di
buon senso: Dovrebbe investire meglio le sue qualità per avere di più, potere
di più e valere di più. Secondo i "suoi", questi sono i mezzi utili
per il trionfo del bene, per togliere il potere ai cattivi, per orientare tutto
"a fin di bene" e, soprattutto, per la gloria di Dio.
Gesù invece
simpatizza con i cattivi e trascura i propri interessi: si può prevedere che
con la sua bontà e sprovvedutezza, e facendo l’avvocato degli emarginati e di
quelli che non contano (l’avvocato delle cause perse!), andrà a finir male.
E’ fuori di sé, è
pazzo! Per noi che abbiamo barattato l’intelligenza con la furbizia, saggio è colui che cerca l’utile e il vantaggio proprio, e non il
bene e la verità. Questo buon senso umano ha fuorviato i parenti di Gesù, fuorvierà Giuda e tanti altri dopo di lui.
Gesù fu, è e sarà rifiutato proprio perché povero, umiliato e umile. Ma questa sua pazzia è la sapienza di Dio. "Mentre i
giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani;
ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo
potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più
sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è
più forte degli uomini" (1Cor 1,22-25).
"Essere con
Gesù" richiede il cambiamento dal pensiero dell’uomo al pensiero
di Dio. Senza questa conversione radicale della mente e del cuore si rimane
fuori della sua famiglia, anche se ci sembra di volergli bene.
Senza una
conversione radicale, in realtà, non si ama lui, ma se stessi e i propri
progetti proiettati in lui e nei suoi progetti, pronti a seguirlo quando lui ci
segue e a catturarlo quando lui non ci segue. Questo
non è amore, ma egoismo, è il tentativo di assimilare
lui a noi invece di assimilare noi a lui.
Anche nella
preghiera, c’è la tentazione costante di chiedere a Dio di fare la nostra
volontà invece della sua. E (naturalmente!) sempre a fin di
bene. P. Lino Pedron, de.it.press
Domenica 24. Il commento al Vangelo. Gesù nella sinagoga di Nazaret
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 1,1-4; 4,14-21) commentato da P.
Lino Pedron
1 Poiché molti han
posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni
fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch'io di
fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per
te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché
ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
14 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la
sua fama si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e
tutti ne facevano grandi lodi.
16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo
solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo
del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era
scritto:
18 Lo Spirito del
Signore è sopra di me;
per questo mi ha
consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 e predicare un
anno di grazia del Signore.
20 Poi arrotolò il
volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella
sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è
adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi».
Luca inizia la sua
opera con un prologo, come si addice a uno scrittore del suo tempo. Possiamo
confrontare questo inizio del vangelo con il prologo del medico Dioscorides (vissuto al tempo di Nerone), al suo libro
sulla medicina: "Poiché molti, non soltanto degli antichi ma anche dei
contemporanei, hanno scritto sulla preparazione e sull’efficacia delle medicine…, carissimo Areios,
anch’io voglio tentare…".
In questa lunga
frase del prologo, accuratamente meditata, Luca parla del motivo, del
contenuto, delle fonti, del metodo e del fine del suo vangelo. La fonte della
narrazione di Luca e di quelle dei suoi predecessori è la "tradizione
della Chiesa", che risale ai testimoni oculari. Essi hanno visto i grandi
avvenimenti della redenzione.
Questi testimoni
sono diventati anche ministri della Parola. Dio li ha autorizzati e dotati dei
doni necessari per mettersi a disposizione della divina grandezza della Parola.
Attraverso la
parola di coloro che hanno visto, possiamo entrare in
comunione "con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo" (1Gv 1,3).
La nostra fede non
è fondata su miti o su leggende inventate, ma su precisi eventi storici. Ciò
che si crede e si vive nella Chiesa ha la sua causa
prima in Gesù Cristo, che visse e operò in questo mondo in un momento storico
ben determinato.
E’ importante
conoscere la vita di Gesù attraverso un "racconto di seguito", cioè
ordinato: in questo modo si rendono ben visibili i lineamenti storici del suo
volto. Luca li contempla e li descrive perché il lettore possa ricordare e
riprodurre in sé il vero volto di Dio, rivelato nel volto
di Gesù.
Dove si trascura
di leggere il racconto dei testimoni oculari, il volto di Dio rimane
sconosciuto e la vera rivelazione di Dio viene
sostituita da false immagini di Cristo. Nascono così volti deformi di Cristo e
del cristianesimo che non hanno nulla della verità trasmessa dai testimoni
oculari.
Il destinatario
del racconto di Luca è Teofilo, nome che significa "amato da Dio" e
"amante di Dio". Il discepolo è amato da Dio per diventare amante di
Dio. Luca si rivolge quindi al cristiano che vuole diventare adulto nella fede
e consapevole della sua responsabilità davanti al mondo e alla storia. Teofilo
è un nome greco: destinatario dell’opera di Luca non è l’ebreo-cristiano, ma
tutti coloro che "Dio ha voluto scegliere tra i
pagani" (At 15,14), ossia ogni uomo di buona volontà nel quale c’è la
presenza amante di Dio.
Gesù ha cominciato
la sua vita per opera dello Spirito Santo, ora comincia la sua opera nella
potenza dello stesso Spirito Santo.
Lo Spirito lo
conduce in Galilea: Là era iniziata la sua vita, là comincia la sua opera.
Nella disprezzata "Galilea dei pagani" zampilla la salvezza per la
forza dello Spirito.
L’operare dello
Spirito Santo provoca ammirazione e fama, che si diffonde per tutti i paesi
all’intorno. Lo Spirito agisce in estensione: la sua forza vuole mutare il
mondo, santificarlo, riportarlo a Dio.
In una città della
Galilea, di nome Nazaret, Gesù fu concepito e
allevato, giunse a maturità e dovette cominciare la sua opera secondo la
volontà dello Spirito. Il suo inizio porta l’impronta di questa città
insignificante e non credente, che si scandalizza del suo messaggio e cerca di
assassinarlo. Il suo inizio parte dal nulla, dalla mancanza di fede dei suoi
compaesani, dal peccato, dal rifiuto… Eppure Gesù
comincia!
Comincia nella
sinagoga annunciando che lo Spirito Santo è sopra di lui e che Dio l’ha mandato
a portare la salvezza ai poveri, ossia a tutti, perché tutti siamo poveri.
Alla lettura segue
la spiegazione, che è riassunta in una frase piena di penetrazione e di forza:
"Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita
con i vostri orecchi" (v. 21). La parola di Dio ha la sua radice nel
passato, ma si realizza nell’"oggi", ogni volta che la Parola è
annunciata. La Scrittura trova il suo compimento nell’orecchio dell’uditore che
ascolta e obbedisce.
Anche per il
lettore del vangelo il problema dell’attualizzazione della Parola consiste
prima di tutto nell’ascolto del vangelo: l’obbedienza ad
esso ci rende attuali all’oggi di Dio, contemporanei di Gesù, moderni, perché
in Cristo ogni uomo trova il suo compimento.
Gesù annunzia e
insieme porta il tempo della salvezza. Che il tempo della salvezza sia iniziato
e che il Salvatore sia ormai presente, lo si può
comprendere solo accogliendo questo messaggio, Non lo si vede né lo si
sperimenta. Il messaggio della salvezza esige la fede; e la fede
viene dall’ascolto, è risposta a una proposta.
Tutto il vangelo è
un ascolto della parola di Gesù che ci rende contemporanei a
lui: nell’obbedienza della fede, accettiamo in lui l’oggi di Dio che ci salva.
La profezia, che
ora si compie, è il programma di Gesù. Egli non se l’è scelto da sé, ma gli è
stato preparato dal Padre. Egli è l’Inviato del Padre. In lui il Padre visita
gli uomini.
Gesù opera con la
parola e con i fatti, con l’insegnamento e la potenza Il tempo della grazia è
sorto per i poveri, per i prigionieri e per gli oppressi. Il grande dono
portato da Gesù è la libertà: libertà dalla cecità
fisica e spirituale, libertà dalla miseria e dalla schiavitù, libertà dal
peccato.
Finché Gesù rimane
in terra, dura l’"anno di grazia del Signore". Cristo è anzitutto il
donatore della salvezza, non il giudice che condanna. E’ il centro della
storia, la più grande delle grandi opere di Dio. P. Lino Pedron, de.it.press
Domenica 24. III del tempo ordinario. Gioia
del mio cuore, luce per i miei passi: la tua Parola
Il Dio d’Israele
parla e tutto è fatto (Sal 33,9). Gli idoli dei
pagani invece hanno bocca, ma non parlano (Sal
115,5). Per questo sono incapaci di soccorrere, di proteggere, di compiere
prodigi.
La parola
dell’uomo può essere campata in aria (Gb 16,3); quella di Dio invece è sempre
viva ed efficace (Eb 4,12). E’ come la pioggia e la
neve che scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare (Is 55 10).
Non agisce in modo
magico, tuttavia è dotata di un’energia irresistibile e, quando cade su un
terreno fertile, quando viene accolta con fede,
produce effetti straordinari. “Beati coloro che l’ascoltano
e la mettono in pratica (Lc 11,28).
Il luogo
privilegiato per questo ascolto è l’incontro
comunitario.
Nel “giorno del
Signore”, il Risorto rivolge la sua parola alla comunità riunita. Il cristiano
che non sente il bisogno interiore di unirsi ai fratelli per ascoltare con loro
la voce del Maestro può essere certo: qualcosa si è incrinato nel suo rapporto
con Cristo.
Già nei primi
secoli era ripetuto con insistenza il richiamo: “Non vogliate anteporre alla
parola di Dio i bisogni della vostra vita temporale, ma in giorno di domenica,
mettendo da parte ogni cosa, affrettatevi alla chiesa. Infatti, quale giustificazione potrà
presentare a Dio chi non si reca in questo giorno in assemblea ad ascoltare la
parola di salvezza?” (Didascalia, II, 59,2-3).
Se tra i fedeli si
sono infiltrati il disinteresse, la disaffezione, la
svogliatezza nella partecipazione alle assemblee domenicali, ciò non va
imputato solo ai laici. Certe omelie improvvisate, povere di contenuti
spirituali, noiose e a volte addirittura deprimenti hanno pure la loro parte di
responsabilità. Le letture di oggi sono per tutti un invito alla riflessione e
alla revisione del proprio rapporto con la parola di
Dio.
Prima Lettura (Ne 8,2-4a.5-6.8-10)
2 Il primo giorno
del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge
davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di
intendere.
3 Lesse il libro sulla piazza davanti alla
porta delle Acque, dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano
capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro
della legge. 4 Esdra lo scriba stava sopra una
tribuna di legno, che avevano costruito per
l’occorrenza.
5 Esdra aprì il
libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più
in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò
in piedi. 6 Esdra benedisse il Signore
Dio grande e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono
e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore.
8 I leviti leggevano nel libro della legge di
Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la
lettura. 9 Neemia, che era
il governatore, Esdra sacerdote e scriba e i leviti
che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è
consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Perché tutto
il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.
10 Poi Neemia disse loro: “Andate,
mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla
hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi
rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”.
Da oltre cento anni
il popolo d’Israele è tornato dall’esilio di Babilonia, ma non è ancora
riuscito a riorganizzare la sua vita. L’anarchia è totale: si commettono furti,
soprusi, violenze, angherie nei confronti dei poveri. Per porre rimedio a una
situazione che si fa sempre più caotica, il grande re di Persia,
Artaserse, dal quale dipende la Palestina, invia a
Gerusalemme Esdra, “sacerdote e scriba, esperto nei
comandi del Signore” (Esd 7,11). Costui si rende
subito conto che i disordini sono imputabili alla mancata fedeltà alla legge di
Dio. Il popolo non la osserva perché non la conosce. Che fare allora?
Il giorno di
capodanno, Esdra “porta la legge davanti
all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti sono capaci di intendere e la proclama sulla piazza davanti alla porta delle Acque” (vv.1-2). Il modo in cui egli organizza questa celebrazione
va esaminato in dettaglio.
Egli convoca in santa assemblea tutte le persone capaci di comprendere e,
“dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno”, fa leggere il libro della legge
(vv.2-3). Nessuno manca, nessuno cerca scuse per
rimanere a casa ad occuparsi dei propri affari.
Questa risposta
unanime del popolo è rilevata dall’autore sacro per inculcare l’importanza
dell’ascolto della parola di Dio. Israele è cosciente
che, senza la partecipazione regolare all’assemblea comunitaria, la fede si
affievolirebbe e finirebbe per scomparire. La preoccupazione di Esdra è la stessa che ha mosso i pastori della Chiesa delle
origini a richiamare i loro fedeli: “Non disertate le nostre riunioni, come
alcuni hanno l’abitudine di fare” (Eb 10,25).
La liturgia della
Parola non si improvvisa. Esdra
lo sa, infatti la organizza alla perfezione, non
trascura alcun particolare. Sceglie accuratamente il luogo dell’incontro. La
“porta delle Acque” si presta bene allo scopo perché è lontana dal frastuono
della città, offre una buona acustica e permette di disporre gli ascoltatori su
una specie di anfiteatro.
Fa preparare una
tribuna di legno in modo che il lettore venga a trovarsi in posizione elevata e
possa essere visto da tutti, senza obbligare a contorsionismi o a continui e
fastidiosi movimenti della testa (v.4). Sceglie anche lettori ben preparati e
con una buona voce…
Il rito inizia in modo solenne: Esdra, stando in alto, apre devotamente il libro e subito
il popolo si alza in piedi per testimoniare la propria venerazione per il testo
sacro, viene pronunciata la benedizione e il popolo
risponde “Amen! Amen!”. Poi tutti si
inginocchiano e si prostrano (vv.5-7). Sono
gesti che creano il clima ideale per un “religioso ascolto” della Parola. Chi
partecipa alla celebrazione deve percepire, anche sensibilmente, che non si
trova di fronte a un libro, ma davanti al Signore che
parla. La posizione del corpo, i gesti, gli atteggiamenti sia degli ascoltatori
sia di chi presiede devono esprimere questo fatto e disporre ad accogliere il
messaggio che il Dio vivente rivolge al suo popolo. Nessuno può disturbare,
alzarsi quando vuole, chiacchierare. Anche il celebrante deve fare attenzione a
non distrarsi, sbagliare gli interventi, confondere le pagine, compiere gesti
senza senso... La celebrazione della Parola, pur aliena da ogni forma di fasto
e pomposità, ha bisogno di un contesto sacro,
rispettoso, solenne.
Infine, non basta
la lettura.
La parola di Dio è
efficace solo nella misura in cui viene capita; per
questo ha bisogno di essere interpretata e spiegata utilizzando un linguaggio
semplice, comprensibile a tutti: agli intelligenti ed agli ignoranti, ai colti
ed agli analfabeti (v.8). Da qui la grave responsabilità che incombe su coloro che fanno l’omelia. Quella di Esdra
e dei leviti ottiene ottimi risultati. Il popolo fa un
serio esame di coscienza, si rende conto di non essere stato fedele alla legge
di Dio e manifesta con le lacrime il proprio pentimento (v.9).
Ma al popolo è ricordato che il giorno dell’incontro con la
parola di Dio è sempre una festa (v.10). La certezza che Dio continua a
parlare, ad accompagnare e guidare il suo popolo è fonte di grande gioia e
questa si manifesta anche esteriormente con canti, danze, cibi e bevande più
abbondanti del solito.
Seconda Lettura (1
Cor 12,12-31)
12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte
le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13 E in
realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci
siamo abbeverati a un solo Spirito. 14 Ora il corpo non risulta
di un membro solo, ma di molte membra. 15 Se il piede dicesse: “Poiché io non sono
mano, non appartengo al corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo.
16 E se l’orecchio dicesse: “Poiché io non sono occhio, non appartengo al
corpo”, non per questo non farebbe più parte del corpo. 17 Se il corpo fosse
tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato?
18 Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel
corpo, come egli ha voluto. 19 Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe
il corpo? 20 Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21 Non può
l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho
bisogno di voi”. 22 Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono
più necessarie; 23 e quelle parti del corpo che
riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle
indecorose sono trattate con maggior decenza, 24 mentre quelle decenti non ne
hanno bisogno.
Ma Dio ha composto
il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25
perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura
le une delle altre. 26 Quindi se un membro soffre, tutte le membra
soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27 Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per
la sua parte.
28 Alcuni perciò
Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono
i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare,
delle lingue.
29 Sono forse
tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? 30
Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le
interpretano?
31 Aspirate ai carismi più grandi!
Per mostrare ai Corinti che i doni dello Spirito non devono portare alla
competizione ed alla rivalità, ma all’unità, Paolo
introduce questa immagine molto conosciuta nell’antichità: la comunità è come
il corpo dell’uomo, composto di molte membra, ciascuna con la propria funzione.
Ogni parte del corpo è importante, nessuna può essere disprezzata, nessuna può sostituirsi all’altra.
Questo paragone
era usato per convincere i sudditi e gli schiavi a sottomettersi ed a servire i loro padroni. Paolo lo impiega in modo
completamente diverso: se ne serve per spiegare che tutti i membri di una
comunità si trovano sullo stesso piano e godono della
medesima dignità. Se proprio si vuole mantenere una gerarchia – dice – si
mostri maggior rispetto per i più deboli, si privilegino
i più poveri (v.22-24).
Nell’ultima parte
della lettura (vv.28-30) viene
presentata una graduatoria dei carismi. Costituisce forse una sorpresa il fatto che quello di “governare” occupi solo il
penultimo posto. L’ultimo – come c’era da aspettarsi – è riservato al “dono
delle lingue”.
Quali sono dunque
i carismi più importanti? Un gradino al di sopra degli
altri stanno quelli legati all’annuncio della Parola: gli apostoli, i profeti
ed i maestri (Cf. Rm
12,6-8; 1 Cor 12,8-10; Ef
4,11). Questo non significa che chi li svolge meriti maggior rispetto, abbia
diritto a privilegi, titoli onorifici, inchini… E’ il
ministero in sé che è più importante. Non v’è dubbio che l’annuncio della
Parola occupa il primo posto, perché è la Parola che fa nascere e alimenta la
fede e la vita della comunità (Rm 10,17).
Vangelo (Lc 1,1-4;4,14-21)
1 Poiché molti han
posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni
fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch’io di
fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per
te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché
ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
4,14 In quel
tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama
si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne
facevano grandi lodi.
16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo
solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo
del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era
scritto:
18 “Lo Spirito del Signore è
sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per
annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;
per rimettere in
libertà gli oppressi,
19 e predicare un anno di
grazia del Signore”.
20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente
e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21
Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
Adeguandosi a un
procedimento letterario in uso fra gli autori classici del suo tempo, Luca fa
precedere la sua opera da un prologo (Lc 1,1-4). E’ una introduzione in cui, senza citare il proprio nome, egli
si presenta, dichiara lo scopo che si è proposto ed espone i criteri che
seguirà nella composizione del suo Vangelo.
Scrive una
cinquantina d’anni dopo i fatti e, unico fra gli evangelisti, dice
espressamente di non appartenere al gruppo di coloro che
hanno conosciuto personalmente Gesù di Nazareth.
Spontanea allora
sorge la domanda: ci si potrà fidare di ciò che racconta? Ecco, in sintesi, la
sua risposta: chiunque può parlare di Gesù, anche se non è stato testimone
diretto dei fatti, purché sia fedele alla tradizione. Vediamo di chiarire.
Siamo negli anni
80 d.C. e il Vangelo è già stato annunciato in tutto l’impero romano; ovunque sono sorte comunità; molti hanno anche iniziato a porre per
iscritto i detti di Gesù e gli episodi della sua vita. Da che cosa ha avuto
origine questo movimento religioso di così largo successo?
Sono accaduti –
dice Luca – dei fatti tra di noi (v.1). Non sogni, non
dottrine filosofiche, non rivelazioni esoteriche, ma fatti, avvenimenti reali
che hanno avuto per protagonista un uomo: Gesù di Nazareth. Ciò che egli ha
fatto e insegnato ha avuto dei testimoni oculari che – come dirà Giovanni –
hanno “visto con i loro occhi” e “toccato con le loro mani” (1 Gv 1,1-4) e sono poi divenuti “ministri della Parola”. Si
badi bene: non “proprietari”, “signori”, ma “servi della Parola” (v.2). Non
inventori di storie, non imbroglioni avidi di denaro, ma
persone che hanno dedicato tutta la loro vita all’annuncio fedele di ciò che
hanno visto e udito, e che hanno addirittura preferito morire piuttosto che
tradire il messaggio ricevuto dal Maestro.
Molti hanno posto
mano per stendere un racconto di questi avvenimenti. Anche Luca ha deciso di
mettersi a scrivere sull’argomento. Non lo fa per screditare l’opera di chi lo
ha preceduto, ma per preparare un resoconto ordinato del quale le sue comunità
hanno bisogno.
Quale metodo ha
seguito? Ha fatto ricerche accurate su ogni circostanza. Si è rivolto ai primi
testimoni, così tutti i discepoli che leggeranno quanto egli scrive
potranno avere la certezza di fondare la propria fede su affermazioni solide.
Dice, con chiarezza e decisione, di essere guidato da un’unica preoccupazione:
trasmettere fedelmente ciò che gli è stato consegnato dai “ministri della
Parola”. Non inventa nulla, ha stabilito la verità dei fatti, fin dagli inizi,
cioè, fin dall’infanzia di Gesù (v.3).
L’obiettivo per
cui scrive è: dare basi solide alla fede dei cristiani delle sue comunità
(v.4). Le verità di fede non possono essere dimostrate con prove inoppugnabili,
tuttavia, l’adesione a Cristo non ha nulla a che vedere con la creduloneria, non è una scelta ingenua fatta da persone
ignoranti e disposte ad accettare acriticamente tutte le favole.
Ci sono delle
ottime ragioni che inducono a credere e Luca le vuole esporre.
Una parola anche
su Teòfilo. Era abitudine degli autori classici
dedicare la loro opera a chi la sponsorizzava. Le pergamene erano costose e per
un Vangelo occorrevano le pelli di una ventina di capretti; poi bisognava
pagare i calligrafi che ricevevano poco più di un bracciante, ma erano lenti;
infine, anche l’autore del libro doveva vivere... Luca aveva un ammiratore, Teòfilo, probabilmente un cristiano benestante dell’Asia
Minore che si era accollato tutte le spese. In segno di gratitudine,
l’evangelista lo menziona sia nel prologo del Vangelo sia in quello degli Atti
degli Apostoli.
Ben tre capitoli
separano la seconda parte del brano di oggi (Lc
4,14-21) dalla prima. E’ l’inizio della vita pubblica di Gesù nella sua terra,
la Galilea, e l’episodio narrato – che Matteo e Marco collocano verso la metà
del loro Vangelo – costituisce per Luca l’ouverture programmatica, la sintesi
di tutta l’attività di Gesù.
E’ sabato e la gente va alla sinagoga per
pregare e per ascoltare la lettura e la spiegazione della parola di Dio. Un
rabbino organizza l’incontro, ma ogni giudeo adulto
può presentarsi o essere invitato a leggere e commentare le Scritture. Fare
l’omelia è abbastanza facile: basta aver imparato a memoria le spiegazioni e i
commenti fatti dai grandi rabbini e riferire le loro opinioni. Nessuno è tanto
presuntuoso da azzardarsi ad aggiungere la propria interpretazione. Com’è
solito fare, Gesù si unisce al suo popolo e si rende disponibile a fare da
lettore.
La liturgia
comincia con la recita dello Shema’ – la professione
di fede del pio israelita – continua con le diciotto benedizioni che
introducono nella parte centrale della celebrazione, la lettura di due brani
della Scrittura: il primo tolto dal libro del Pentateuco (la Torah), l’altro
dai Profeti. Chi legge il secondo testo in genere fa anche l’omelia. Il clima è
di raccoglimento e di preghiera, la gente è ben disposta all’ascolto della
Parola di Dio e Gesù coglie l’occasione per lanciare il suo messaggio (v.16).
Luca mette
accuratamente in risalto alcuni particolari, non per scrupolo storico, ma per veicolare messaggi teologici.
Il primo
dettaglio, apparentemente superfluo: Gesù apre il volume che gli è stato
consegnato. L’evangelista vuol far capire ai suoi lettori che senza Cristo il
testo sacro è un libro chiuso, gli oracoli dei profeti e tutti i libri dell’AT rimangono incomprensibili. Solo lui è in grado di dar
loro un senso.
Fatta la lettura,
Gesù arrotola il volume, lo consegna all’inserviente e si siede; gli occhi di
tutti sono fissi su di lui.
I rabbini
spiegavano la parola di Dio stando seduti. Se viene
sottolineato che Gesù assume questa posizione è per dire che egli è divenuto il
maestro. E’ l’invito a fissare su di lui e su nessun altro lo sguardo. I libri
santi dell’AT hanno lo scopo di portare a lui e,
raggiunto questo scopo, possono venire arrotolati.
Il testo scelto è preso
dal profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me... mi ha unto e mi ha
mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli
oppressi, e proclamare un anno di grazia del Signore” (vv.17-19).
Chi è l’uomo
incaricato di portare un lieto messaggio ai poveri? Di chi sta parlando Isaia?
Il profeta si riferisce a un personaggio che, 400 anni circa prima di Cristo,
fu inviato da Dio a consolare gli Israeliti tornati dall’esilio di Babilonia.
Vivevano nella
situazione drammatica che abbiamo descritto nella spiegazione della prima
lettura: i ricchi sfruttavano i poveri, i padroni non pagavano i loro operai, i
forti dominavano sui deboli (Cf. Is
56,10-57,2).
In questo contesto storico, un uomo investito dallo Spirito del
Signore è inviato a proclamare “l’anno di grazia”, “il giubileo”, il tempo in
cui sono condonati tutti i debiti, finisce ogni forma di schiavitù, viene
ristabilita la giustizia.
Oggi – comincia a
dire Gesù – si adempie questa profezia (v.21).
Non commenta il
testo del profeta, ma ne proclama la realizzazione. Oggi inizia l’anno di
grazia, la festa senza fine per tutti, perché a tutti, in nome di Dio, è
annunciata la salvezza, gratuita e senza condizioni.
Il termine ebraico
usato da Isaia per indicare la liberazione dei prigionieri è deror che significa: sciogliere da ciò che impedisce di
correre speditamente. Oggi la parola di Gesù comincia a liberare non solo dalle
malattie – che sono il segno di una diminuzione di vita – ma da tutti i blocchi
psicologici e morali che rattrappiscono, non permettono di avanzare e di
crescere, inibiscono gli slanci di amore. Il groviglio di passioni
incontrollate che fanno ripiegare su se stessi nella ricerca del proprio
tornaconto, la sete di possesso, la frenesia del potere e del successo sono
catene. Questi ceppi oggi cominciano ad essere
frantumati.
La forza
irresistibile che li spezza è quella dello Spirito Santo (v.14) che è all’opera
in Gesù non solo quando egli compie guarigioni prodigiose, ma anche e
soprattutto quando, con la sua parola potente, rompe i
lacci diabolici che avviluppano e mantengono l’uomo in stato di schiavitù (Lc 4,36). P. Fernando Armellini, de.it.press
A rischio la formazione cristiana in Svizzera
Padre Graziano
Tassello: “Missioni italiane, un cammino in salita” - Secolarismo e relativismo
sono i veri nemici della nuova evangelizzazione. Purtroppo le ristrutturazioni
in atto nella chiesa elvetica penalizzano proprio le minoranze linguistiche.
ZURIGO -
L’Associazione Corriere degli Italiani ha da poco pubblicato il volume dal
titolo Annunciare e vivere la Parola in cui numerosi missionari e altri esperti
offrono, con i loro commenti al Lezionario, un esempio di contestualizzazione
della Parola di Dio in ambito migratorio. E’ uno dei
tanti segnali di vitalità nell’ambito della formazione cristiana delle Missioni
cattoliche italiane in Svizzera dove la pastorale
specifica e specializzata dà risalto al volto multiforme della chiesa cattolica,
una chiesa la cui popolazione cattolica d’origine straniera è assai
consistente. Nella sola diocesi di Basilea risiedono 95.258 italiani, 11.123
latino-americani, 1.174 filippini, 3.218 polacchi, 32.745 portoghesi, 18.225
spagnoli.
Da anni le Missioni privilegiano
la scelta formativa. In alcune di esse, come Losanna e Basilea, è ancora
possibile offrire un iter catechetico completo che permetta un legame forte tra
prima e successive generazioni. In altre Missioni i figli degli italiani
frequentano i corsi di formazione ecumenica nelle scuole elementari, e a 18 anni sono invitati a frequentare il corso per la Cresima.
E’ evidente come ciò non sia sufficiente in un contesto
pervaso di secolarismo e relativismo, senza dimenticare l’importanza della
religiosità popolare coltivata nelle famiglie. Con l’aiuto di volontari, le
Missioni stanno investendo sugli adolescenti e sui giovani. In Svizzera i
ragazzi con passaporto italiano che hanno fino a 17
anni, sono 39.383, e dai 18 ai 34 anni raggiungono le 62.065 unità.
Un momento privilegiato per avvicinare la
gioventù sono i corsi pre-matrimoniali per preparare le coppie a una scelta di
vita che esige fedeltà ed eroismo in quanto devono
fare i conti con un tasso di divorzi tra i più alti del mondo (in Svizzera il
48.4% dei matrimoni termina in un divorzio), e dove l’affermazione che la
famiglia italiana tenga, è ormai classificata come una leggenda metropolitana.
Ma anche dopo il
matrimonio si riserva una particolare attenzione alle giovani coppie. A Basilea
si riunisce regolarmente un gruppo di giovani famiglie animate da un sacerdote.
Lo straordinario impegno delle Missioni a favore della terza età offre poi un
cammino di riscoperta della fede che sfocia in impegni concreti a favore del
prossimo.
Nonostante numerosi emigrati oggi non diano
più eccessivo peso alla religione, le Missioni non rinunciano ad annunciare la
«Buona Novella», servendosi anche della pubblicazione di numerosi bollettini di collegamento, che garantiscono un contatto capillare con
le famiglie italiane. Il Corriere degli Italiani di Zurigo è l’unico
settimanale cattolico di emigrazione in lingua italiana
pubblicato fuori dell’Italia.
Un cammino di
comunione
La formazione porta a un cammino di
comunione, nonostante la diversità delle strutture pastorali. Si va dalle
parrocchie di lingua italiana alle Missioni con cura d’anime, alle Missioni
inserite nelle unità pastorali, frutto anche di accorpamenti
di varie Missioni pre-esistenti. Ciò non significa rinunciare alle peculiarità culturali
e religiose del gruppo, ritenute dai vescovi svizzeri come una ricchezza. Ecco allora le messe bilingui, i progetti comuni per persone sole,
i consigli pastorali integrati.
Il cammino procede per cerchi concentrici: si
va da una sempre maggiore collaborazione tra le varie Missioni i cui operatori
pastorali si incontrano a livello zonale per
pianificare attività comuni – come pellegrinaggi, ritiri, corsi per fidanzati,
attività per giovani o per anziani – a progetti comunitari tra missioni e parrocchie
locali o all’interno di un’unità pastorale. A Ginevra la pastorale ha coinvolto
tre distinti gruppi di emigrati: portoghesi, italiani e ispanici che hanno
costituito un’unica unità pastorale.
Sono in molti ad affermare che le
ristrutturazioni in atto nella chiesa svizzera, dovute anche al calo delle
entrate, colpiscono soprattutto le minoranze linguistiche. È la via più facile
per non intaccare alcuni interessi corporativi. La scusa è sempre la stessa:
gli immigrati si devono integrare nel sistema religioso svizzero.
L’affermazione è tinta di un sottile razzismo che esige un’inculturazione
unilaterale, e rischia di generare ulteriori
allontanamenti dei fedeli emigrati da una chiesa che non viene più percepita
come madre accogliente di tutti i credenti. A Basilea occorre pagare una specie
di affitto per utilizzare una chiesa; in una parrocchia di Basilea Campagna, il
missionario deve portare con sé tutto l’occorrente, perfino l’acqua, per poter celebrare un battesimo. Il predominio delle
finanze attenua la voglia di originalità presente in tante comunità emigrate, e
ostacola una visione pastorale che mira a far vivere in pienezza la nota della
cattolicità.
Suona tristemente attuale il commento che,
nel 1985, l’allora presidente dell’Associazione dei teologi italiani, Luigi
Sartori, aveva espresso: «Umanamente parlando, diventa spesso necessario
sostare a lungo nella rivendicazione e nella difesa della propria identità;
spesso è addirittura inevitabile il conflitto che dà la sensazione che si affermi quasi di più il ghetto e l’esclusività etnocentrica
che non la passione dialogica per la comunione e l’integrazione. Del resto, la
chiesa come potrebbe pretendere che ogni soggetto esprimesse presto e in modo
consistente una maturità «cattolica» quando essa stessa, al suo interno, fa
ancora così tanta fatica a realizzare la vera cattolicità ossia la promozione della ricchezza di incarnazioni varie e variabili
della fede e della ecclesialità? I singoli soggetti
minori e subordinati dovrebbero essere provocati a realizzare questo ideale che
il grande soggetto superiore non riesce a realizzare in se stesso?».
Se a questi problemi aggiungiamo la
difficoltà di rinnovare i quadri degli operatori, e l’ormai inarrestabile fuga
delle religiose italiane dalla Svizzera, abbiamo un’idea delle difficoltà che
le Missioni devono affrontare. Sembrano ormai passati del tutto i tempi in cui,
ad esempio, monsignor Bonomelli inviava in Svizzera, durante l’estate, don
Primo Mazzolari durante il biennio in cui il giovane
sacerdote era professore in seminario, per arricchire la sua esperienza
sacerdotale.
La sfida della missionarietà
I missionari non demordono. L’impegno di
formare nuovi leader laici –confermato anche dalla recente ripresa di un
regolare corso di Teologia per animatori laici –, sottolinea
l’attuale scelta delle missioni che mettono al centro l’urgenza
dell’evangelizzazione, e mirano a rendere ogni cristiano cosciente della sua
vocazione missionaria. E questo anche per arrestare un’emorragia silenziosa ma
tangibile di tanti giovani che cercano altrove segni di speranza. Il fenomeno
delle libere chiese con la loro politica nei confronti delle minoranze (non
sono pochi i giovani italiani che le frequentano) o gli onnipresenti Testimoni
di Geova che hanno fatto numerosi adepti tra gli italiani, pongono
degli interrogativi alla chiesa locale dove spesso operatori e operatrici
pastorali poco attenti, non tengono in debito conto le peculiarità religiose
dei loro fedeli.
Nel settembre scorso, i cittadini del Cantone di Zurigo hanno votato a favore di un nuovo
regolamento ecclesiastico che prevede, tra l’altro, la concessione del diritto
di voto anche ai cattolici stranieri. «Ora – scrive
Angelo Saporiti, missionario di Zurichsee-Oberland
sul Corriere degli Italiani – si può aprire una stagione nuova. Ora potremo
costruire una chiesa multietnica, capace di parlare tante lingue, ma unita
dall’unico messaggio dell’amore di Cristo». Lo sforzo
delle missioni, portato avanti in questi anni per rendere l’emigrato cosciente
della sua fede, sfocia ora in una sua partecipazione da protagonista nelle
varie strutture delle chiese locali. Assisteremo a una nuova Pentecoste?
P. Graziano Tassello, Il Messaggero di sant’Antonio edizione
italiana per l’estero
Il Papa all’Angelus nella Giornata Mondiale del Migrante
Benedetto XVI:
qualunque sia la nazionalità e il colore della pelle, il bambino è da
considerare come persona, immagine di Dio, da promuovere e tutelare contro ogni
emarginazione e sfruttamento.
CITTA’ DEL VATICANO -
Nell’Angelus di domenica 18 gennaio Papa Benedetto XVI ha
ricordato la celebrazione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
“La presenza della Chiesa a fianco di queste persone - ha detto - è stata
costante nel tempo, raggiungendo traguardi singolari agli
inizi del secolo scorso: basti pensare alle figure del beato vescovo
Giovanni Battista Scalabrini e di santa Francesca
Cabrini. Nel messaggio inviato per l’occasione ho
richiamato l’attenzione sui migranti e i rifugiati minorenni. Gesù Cristo, che
da neonato visse la drammatica esperienza del rifugiato a causa delle minacce di Erode, ai suoi discepoli insegna ad accogliere i bambini
con grande rispetto e amore. Anche il bambino, infatti, qualunque sia la
nazionalità e il colore della pelle, è da considerare prima di tutto e sempre
come persona, immagine di Dio, da promuovere e tutelare contro ogni
emarginazione e sfruttamento. In particolare, occorre porre ogni cura perché i
minori che si trovano a vivere in un Paese straniero siano garantiti sul piano
legislativo e soprattutto accompagnati negli innumerevoli problemi che devono
affrontare. Mentre incoraggio vivamente le comunità cristiane e gli organismi
che si impegnano a servizio dei minori migranti e
rifugiati, esorto tutti a tenere viva la sensibilità educativa e culturale nei
loro confronti, secondo l’autentico spirito evangelico”.
Il Papa ha poi fatto riferimento alla visita
del pomeriggio alla sinagoga di Roma, a quasi 24 anni
da quella storica di Giovanni Paolo II, “per incontrare la Comunità ebraica
della città e porre un’ulteriore tappa nel cammino di concordia e di amicizia
tra Cattolici e Ebrei. Infatti, malgrado i problemi e
le difficoltà, tra i credenti delle due religioni - h aggiunto Benedetto XVI -
si respira un clima di grande rispetto e di dialogo, a testimonianza di quanto
i rapporti siano maturati e dell’impegno comune di valorizzare ciò che ci
unisce: la fede nell’unico Dio, prima di tutto, ma anche la tutela della vita e
della famiglia, l’aspirazione alla giustizia sociale ed alla pace”
Dopo l’Angelus, il Papa ha avuto un pensiero
per la popolazioni di Haiti, con un incoraggiamento
allo sforzo “delle numerose organizzazioni caritative, che si stanno facendo
carico delle immense necessità del Paese. Prego per i feriti, per i senza tetto, e per quanti tragicamente hanno perso la
vita”.
In questa Giornata Mondiale del Migrante e
del Rifugiato - ha proseguito Benedetto XVI - sono lieto di salutare le
rappresentanze di diverse comunità etniche qui convenute. Auguro a tutti di partecipare
pienamente alla vita sociale ed ecclesiale, custodendo i valori delle proprie
culture di origine” Ed ha infine salutato “i brasiliani discendenti di emigrati
del Trentino. Grazie di essere venuti!”. (Inform)
Haiti. Corsa contro il tempo. Caritas internationalis
sul luogo della tragedia
“Più gli aiuti
tardano ad arrivare, più si corre il rischio di disordini”. È una corsa
disperata contro il tempo per aiutare le popolazioni di Haiti colpite dal
terremoto del 12 gennaio scorso, quella raccontata da Michelle Hough, di Caritas internationalis,
in questi giorni a Port-au-Prince, insieme ad una
squadra di esperti che sta supportando Caritas Haiti. L’abbiamo intervistata.
Come è stato il primo impatto con la realtà del terremoto?
Cosa ti ha colpito di più?
“Sono arrivata sabato (16 gennaio, ndr) a Port-au-Prince.
Inizialmente non pensavo ci fossero molti danni, poi sono andata in alcune zone dove tutte le case sono distrutte. Sembrava una zona di
guerra. C’erano pochissime missioni di soccorso. Ho subito capito che sotto gli
edifici crollati c'era probabilmente ancora molta
gente sepolta”.
Sono tanti e reali
gli episodi di violenza e sciacallaggio mostrati in foto e in tv?
“Non ho visto
alcun saccheggio o violenza. La gente sembrava soprattutto sconvolta. L'unico
segnale di violenza che ho sentito sono stati dei
colpi di arma da fuoco la notte scorsa. Ci dicono che più gli aiuti tardano ad
arrivare, più c’è il rischio di disordini. Questo è molto probabile, visto che molte persone vivono in condizioni veramente
difficili, in strada o nei campi. Non hanno un accesso né
all’acqua potabile né al cibo”.
Quali sono le
principali difficoltà negli aiuti?
“La prima
difficoltà è far arrivare gli aiuti ad Haiti.
L’aeroporto è stato chiuso e il porto danneggiato dal terremoto, quindi gli
aiuti non sono potuti arrivare per almeno due giorni. Ora ne stanno arrivando
molti, ma bisogna trovare il modo per portarli ai più bisognosi nel modo più
rapido e più sicuro. Il fatto che circa tre milioni di persone abbiano bisogno
di aiuto ci pone di fronte ad un compito immane. Non si può andare a
distribuire gli aiuti in grandi spazi aperti, perché se vengono troppe persone
e gli aiuti finiscono prima che arrivi il loro turno
si genera frustrazione”.
C'è solidarietà
tra gli haitiani?
“Sì, le persone
dormono una accanto all’altra nelle strade. Si danno una mano per racimolare un
po’ di cibo, cantano e pregano insieme per risollevarsi un po’ il morale”.
Come la Chiesa
cattolica nelle sue diverse componenti – le parrocchie,
le Caritas, i missionari, le Ong – si sta coordinando
nell'organizzazione degli aiuti?
“Ci sono incontri
organizzati dalle Nazioni Unite che riuniscono esperti di cibo, acqua, salute,
alloggio, ecc. Caritas Haiti sta ricevendo il sostegno del Catholic
Relief Services (la Caritas
degli Stati Uniti) e di Caritas internationalis per
il coordinamento degli aiuti”.
Quali saranno le
prossime azioni della rete Caritas?
“Al momento stiamo
valutando la situazione e abbiamo iniziato distribuzioni di cibo su piccola
scala. Venti camion e 80 container di aiuti sono già arrivati, con cibo, acqua e
tende. Siamo in attesa dell'arrivo di due aerei con materiali
di soccorso, una clinica mobile, depuratori d’acqua e tecnici”. Sir
Nigeria, scontri cristiani-musulmani. Oltre 450 morti a Jos, arriva l'esercito
Rabbia per la
costruzione di una moschea in un quartiere cristiano. Il vicepresidente: «Una
minaccia per il Paese»
JOS (Nigeria) -
Sale a 464 il bilancio dei morti in Nigeria in quattro giorni di scontri nella
città di Jos, nel centro del Paese. Lo riferiscono
fonti di una moschea locale e di gruppi per la difesa dei diritti umani. E'
questo il tragico conto delle vittime del conflitto tra cristiani e musulmani iniziato domenica a Jos, in
Nigeria. Nella capitale dello Stato di Plateau le autorità hanno imposto il
coprifuoco e il governo ha mandato truppe dell'esercito per cercare di
riportare la calma. I feriti sarebbero 800, decine gli arrestati.
I PRECEDENTI -
«Gli attacchi continuano nelle zone sud della città, a Kuru
Karama, Bisiji, Sabongidan e Kanar» ha detto un
testimone. Altri hanno riferito che nelle strade ci sono rivoltosi vestiti con
uniformi militari. Il motivo scatenante delle violenze è la decisione di
costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom. Jos, 500 mila abitanti, è
situata in un punto cruciale: tra il nord del Paese, musulmano, e il sud,
cristiano e animista. Le violenze sembrano non avere fine: nel novembre 2008 le
vittime degli scontri erano state centinaia e nuove drammatiche recrudescenze
del conflitto risalgono a luglio e dicembre dello scorso anno, ma già a
settembre del 2001 erano state incendiate chiese e moschee, con un bilancio di
oltre 900 morti.
MINACCIA PER IL
PAESE - «Il governo è determinato a trovare una soluzione permanente alla crisi
di Jos - ha promesso il vicepresidente nigeriano Goodluck Jonathan, che ha assunto da due settimane la guida
ad interim del Paese al posto del presidente Umaru Yar'Adua, ricoverato
da novembre in Arabia Saudita per problemi cardiaci -. Questa è una crisi di
troppo. Il governo valuta che essa è assolutamente inaccettabile, reazionaria
ed è una minaccia per l'unità del Paese».
L'ARCIVESCOVO:
SCONTRO ETNICO - Secondo monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, «le versioni che sono state
finora pubblicate sull'origine degli scontri non sono corrette. In particolare
non è vero che sia stata attaccata e bruciata una chiesa - ha detto Kaigama all'agenzia cattolica Fides
-. Un'altra versione riportata dalla stampa afferma che la scintilla che ha
provocato gli scontri sarebbe stata l'assalto al cantiere di una casa in
costruzione di un musulmano. Ma anche questo fatto va
accertato». Secondo l'arcivescovo le cause delle violenze sono da ricercarsi in
fattori etnici e politici più che religiosi: «All'origine degli scontri
odierni, come quelli del novembre 2008, vi sono i contrasti tra gli hausa, di religione musulmana, e le popolazioni indigene,
in gran parte cristiane, per il controllo politico della città».
«SITUAZIONE FUORI
CONTROLLO» - «La situazione sembra essere totalmente fuori controllo - racconta
Leonello Fani, capoprogetto della ong Apurimac, a Radio 24 -. Hanno
messo un coprifuoco di 24 ore, cosa che non era mai successa prima, nemmeno
durante la crisi del 2008. Nessuna crisi era mai durata più di due giorni, qui
siamo al terzo giorno di combattimenti, con spari che
si sentono ancora. Ci arrivano notizie che hanno appena dato
fuoco alla più importante fabbrica di Jos, la
Nasco. Sentiamo spari, sappiamo di uccisioni e finti soldati in giro, tutti
elementi che non fanno ben sperare. Vedremo se nelle prossime ore si potrà
lasciare la città, che al momento è letteralmente sigillata: non si entra e non
si esce». Secondo il cooperante italiano «i combattimenti sono tra indigeni e coloni. Gli indigeni
sono di religione cristiana mentre i coloni fanno riferimento agli hausa musulmani. Gli indigeni spingono fuori gli hausa con qualsiasi mezzo e si arriva a questa situazione
di scontro. Ma i pretesti per conquistare questo Stato
cruciale sono i più vari. Le ragioni sono in realtà come sempre politiche». Redazione online CdS 20
L'Europa in Terra Santa. Dopo la visita dei vescovi europei e
nordamericani
Dopo i giorni
(10-14 gennaio) trascorsi con il gruppo dei vescovi del Coordinamento per la
Terra Santa, che da 10 anni cerca di accompagnare,
anche a nome di tutti i vescovi d'Europa e dell'America del Nord, la situazione
dei cristiani e di verificare come procede il processo di pace in quei luoghi
dove tutto è nato, alcune riflessioni si impongono.
C'è qualcosa di
strano nel nostro mondo. Oggi giorno abbiamo, come mai prima, l'opportunità di
conoscere ciò che accade sul nostro pianeta per essere in grado di contribuire
a migliorare il mondo. Abbiamo la Dichiarazione dei diritti dell'uomo per
indicarci i criteri con cui si può giudicare le situazioni e cercare di
migliorare o correggere ciò che è sbagliato. Ma
nonostante ciò la pace non arriva.
La Terra Santa non
è l'unico posto al mondo dove si sente la paura e dove
c'è un'aria di guerra. I politici, i leader ma anche tutti noi, dobbiamo
veramente cercare una soluzione. Gesù Cristo ci ha insegnato che Dio non fa
distinzione fra le persone e che tutti sono chiamati ad
essere suoi figli. La pace sarà una realtà quando tutti possono vivere in
sicurezza e libertà e la dignità sarà riconosciuta. Non si può fare dei
compromessi su questo: tutti gli uomini e tutte le donne, semplicemente perché
ci sono, hanno la stessa dignità. Non vi è alcuna necessità di concedere loro
una dignità. Essa non è il risultato di alcun accordo o convenzione, è un dato
di fatto! La dignità dell'uomo è alla base di tutto, specie se si vuole
costruire una società umana nella verità. Nel corso della storia, ogni volta
che qualcuno ha considerato che alcune persone erano più degne di altre, è
stato impossibile vivere in pace. Le guerre, la schiavitù, il terrorismo, lo
sfruttamento di un popolo sono possibili quando uno si dimentica che tutti
hanno la stessa dignità.
La situazione in
Terra Santa, dove popoli e religioni convivono da secoli, non può essere senza
speranza. Dobbiamo ricordare che questi luoghi sono la culla della Chiesa, ma è
anche opportuno ricordare che dal tempo di Gesù abita lì una comunità di
famiglie cristiane. Non sono stranieri, sono originari della Terra Santa e
vivono lì da sempre. Oggi queste famiglie sono minacciate. Le difficoltà della
vita, la mancanza di rispetto e di libertà, sono così insopportabili che molti decidono di andare via. E se ciò accadesse completamente,
cosa andremo a farci a Gerusalemme? A vedere delle pietre?
La cosa più chiara
è che se le cose si mantengono così, nessuno vince, tutti perdono. Quando,
invece di cercare il dialogo si cerca la divisione, la
società rimane senza speranza. Basta pensare al dramma della droga che tocca
sia israeliani sia palestinesi per vedere che questo
odio sta creando un mostro. E il resto del mondo, compresa l'Europa, sembra
distratto.
Dopo aver trovato
persone vere, palestinesi ed ebrei, che vogliono la pace; essendo stato fra le
comunità cristiane che continuano a cantare la loro fede ma che sentono il
dolore e la loro incapacità di cambiare la situazione; e con gli studenti
nell'università di Betlemme che vedono i loro compagni che sono di Gaza
impediti di tornare a studiare ma che non hanno per questo rinunciato alla
speranza ad un mondo di pace, e dopo avere pregato in
Terra Santa, ci sentiamo uniti a tutti quelli che vivono lì in un modo ancora
più profondo. Mi sento allora di chiedere a quanti potrebbero cambiare le cose:
costruite ponti, cercate la riconciliazione. L'Europa sia sempre più tra
questi.
È chiaro che
l'odio genera odio e che, invece, l'amore genera pace.
Dal momento che sin dal suo concepimento ogni persona
umana, maschio o femmina, è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, tutti
devono essere riconosciuti come persone con pieni diritti. E la grammatica dei
rapporti umani deve essere la giustizia e l'amore. Le guerre non si vincono se
la pace non vince. E la pace può vincere solo quando
le persone vengono rispettate e ancor più amate. In
questa prospettiva si colloca il contributo di speranza che l'Europa è chiamata
a offrire in una terra scavata da infinite sofferenze e tensioni. Il messaggio
dei vescovi Ue ed Usa, al termine della loro recente
visita in Terra Santa, suona come monito e ancor più come incoraggiamento
all'impegno per i cittadini europei e le loro Istituzioni. Il Sinodo per il
Medio Oriente, che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010 e i cui "Lineamenta" sono stati presentati il 19 gennaio a
Roma, sarà un'altra grande occasione per riconfermare la voce e la presenza di
pace della Chiesa nel mondo.
DUARTE DA CUNA, segretario
generale Ccee
Un fremito si è avvertito. La visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma
Abbiamo assistito,
anzi, intensamente partecipato, in diretta televisiva, alla visita di Benedetto
XVI alla comunità israelitica radunata nel suo illustre tempio romano. Tutti a
capo coperto di fronte all’Aron
rivestito da un vistoso drappo rosso, il tabernacolo, che conserva i rotoli
della Torà, la Legge divina. Abbiamo percepito che si stava celebrando un
evento tutt’altro che formale, oltre che dalle parole, dal tono con cui erano
pronunciate, dal numero degli applausi, dall’intensità dei sentimenti capaci di
coinvolgere anche le persone lontane. Un fremito si è avvertito, ad esempio,
quando Riccardo Pacifici ha ricordato suo padre salvato insieme a suo zio
quando avevano rispettivamente 12 e 5 anni dalle suore
di Santa Marta di Firenze: “Se io sono qua a parlare in questo luogo sacro – ha
detto interrompendosi per la commozione – è perché mio padre Emanuele e mio zio
Raffaele trovarono rifugio nel convento delle suore a Firenze”.
I numerosi gesti
di carità e l’amicizia intessuta in quegli anni oscuri tra ebrei e cristiani
hanno salvato non solo vite umane, ma anche la speranza di una fraternità
destinata a rimanere salda. Il cammino di dialogo tra cristiani ed ebrei,
ripreso su basi completamente nuove a partire dal dopo
guerra è andato tanto avanti da essere irreversibilmente indirizzato verso
sentieri ancora non del tutto esplorati. Le circoscritte situazioni di
difficoltà, di equivoci e incomprensioni, ancora non del tutto superate sono
destinate a rimanere marginali e comunque oggetto di chiarimenti e
approfondimenti futuri, senza che possano produrre scontri e rotture. Questo si
può affermare per la storia breve ma consolidata dalle testimonianze di ambo le
parti e, per quanto riguarda i cattolici, da documenti che hanno il peso di
tappe storiche di primaria importanza. Si tratta, com’è ovvio, del Concilio
Vaticano II, nel suo impianto generale e soprattutto nel famoso numero 4 della Dichiarazione “Nostra Aetate”.
Da quel momento sono stati sviluppati dialoghi di approfondimento e di
riscoperta di aspetti e temi che accomunano le due comunità, incominciando
dalla condivisa frequentazione dei Salmi che, anche in questa
occasione, hanno costituito la colonna sonora di tutto l’incontro, come lo sono
del comune pellegrinaggio terreno verso l’ultima Gerusalemme.
Pur non potendo
del tutto consentire su alcune letture di tipo politico dell’ispirazione
biblica, non si può mettere in dubbio la fraternità dei due popoli fondata
sulla riconosciuta comune paternità divina. Se dopo i primi contatti, come ha
scritto il rabbino che accolse Giovanni Paolo II nel 1986, Elio Toaf, in un suo libro autobiografico, i cattolici sono
passati dalla considerazione dei “perfidi ebrei” a quella di “fratelli
maggiori”, ora, con questa visita, papa Benedetto ha voluto approfondire i
contenuti di questa fraternità, evocata in tono problematico
dal rabbino Riccardo Di Segni, elencando il patrimonio di fede, di vita e di
progetto etico e sociale che accomuna ebrei e cristiani. Talvolta sembra che
questi due fratelli non si riconoscano come tali e c’è sempre qualche teologo
che da una parte e dall’altra sottolinea le
differenze, che pure evidentemente esistono tra loro due, ma che non possono
annullare la ricca e riconosciuta eredità che i cristiani hanno avuto dagli
ebrei senza che essi stessi ne siano privati, sulla scia dell’insegnamento di
Paolo ai Romani (cap 9-11).
Questa comune
eredità deve essere approfondita e a questo sono destinati gli incontri che in
varie sedi e con diversi programmi si sono svolti e si svolgeranno
ancora, segnalati anche dal Papa. Un comune obiettivo, individuato come
possibile e concreto, in risposta alle esigenze
dell’umanità, è stato quello della difesa del creato. Ebrei e cristiani hanno
ricevuto da Dio il compito di coltivare e di custodire la terra come un
giardino, proteggendo la creazione, guardando le cose come opera delle mani di
Dio e considerando l’uomo creato a sua immagine, per cui ha una dignità che lo
pone al di sopra di ogni idolo e tirannia.
Lavorando insieme
attorno a questo ed altri importanti temi, può
crescere la conoscenza, il rispetto, l’amicizia e si può svolgere il dialogo,
la testimonianza, la collaborazione a beneficio dell’umanità. Il grande
messaggio comune di cui ha bisogno il mondo, espressione sintetica e conclusiva
della comune testimonianza, contenuto nello Shemà e
nel Vangelo, citati dal Papa, è il precetto in cui si riassumono tutti gli
altri comandamenti: “L’amore di Dio e la misericordia verso gli uomini”. Non ha
avuto difficoltà a citare il detto di un saggio ebreo, Simone il Giusto. Egli era solito dire: “Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il
culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1,2).
“Con l’esercizio della giustizia e della misericordia – aggiunge il Papa –
Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno
dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella
speranza”. In questa prospettiva, segnata da punti fermi, e nella preghiera
auspicata e promessa da Benedetto XVI, anche le più dolorose piaghe della
storia potranno essere veramente sanate. Elio Bromuri
Nella sinagoga di Roma il papa rilegge le "Dieci Parole"
Ha riproposto il decalogo di Mosé
come "stella polare" per Israele, i cristiani e l’intera umanità. Ma le parole di Benedetto XVI agli ebrei cadono su un
terreno molto accidentato. Anna Foa e Mordechay Lewy: anche l'ebraismo deve fare autocritica - di Sandro Magister
ROMA – Le parole dette
oggi da Benedetto XVI nella sinagoga di Roma – riportate integralmente più
sotto – sono tanto più rilevanti in quanto sono risuonate entro un paesaggio
non tutto amico, come è inesorabile che sia tra due fedi così unite in radice e
insieme così radicalmente divise da quel Gesù di Nazaret
che per i cristiani è il Figlio di Dio.
Ad accogliere papa
Joseph Ratzinger in sinagoga c'era il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni,
c'era la comunità ebraica romana quasi al completo, la
più consistente e fiorente d'Italia, erede di quella che abitava nella città
"caput mundi" prima ancora che vi arrivassero gli apostoli Pietro e
Paolo, ebrei convertiti a Gesù.
Non c'era però
l'altro celebre rabbino d'Italia, Giuseppe Laras,
della comunità ebraica di Milano. Non ha creduto in questo incontro e l'ha
detto: "Sarà solo la Chiesa a trarne vantaggio". A suo giudizio, con
Benedetto XVI il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici non si è rafforzato ma
"è diventato sempre più debole".
Gli ha risposto il
rabbino Di Segni: "Sarà il tempo a decidere quale delle due [nostre]
opposte visioni avrà avuto ragione".
In effetti, sono
molte le questioni ancora "indecise", tra gli ebrei e la Chiesa di
Roma.
IL GIORNO DEL
"MOED DI PIOMBO"
Già la data scelta
per la visita era a doppio taglio. Il 17 gennaio è per gli ebrei di Roma il
giorno del "Moed di piombo": la memoria
dell'incendio appiccato per odio al loro ghetto nel 1793, fortunatamente spento
da un violento acquazzone disceso da un cielo dal colore "di piombo".
Il ghetto
recintato è stato per secoli la modalità della
presenza degli ebrei nella Roma papale. Al termine della visita in sinagoga,
Benedetto XVI ha inaugurato nel Museo Ebraico una mostra su come nel Settecento
gli ebrei romani erano obbligati a partecipare alla cerimonia di insediamento di ogni nuovo papa: con fiori, drappi e stendardi
nell'area tra il Colosseo e l'Arco di Tito, quello che celebra la definitiva
distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell'impero di Roma.
IL RIFIUTO DEL
RABBINO LARAS
Ma il 17 gennaio è anche, in Italia, la "Giornata per
l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei". Dal
2001 la comunità ebraica la promuove assieme ai vescovi italiani e dal 2005
entrambe le parti hanno concordato di dedicarla, volta per volta,
a uno dei dieci comandamenti, sulla scia del discorso tenuto quell'anno da
Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia.
Lo scorso anno,
però, gli ebrei ritirarono la loro adesione alla Giornata, per impulso
soprattutto del rabbino Laras, dando
la colpa allo stesso Benedetto XVI e in particolare alla sua decisione
di introdurre nel rito romano antico del Venerdì Santo la preghiera affinché
Dio "illumini" i cuori degli ebrei, "perché riconoscano Gesù
Cristo salvatore di tutti gli uomini". Preghiera giudicata da Laras inaccettabile in quanto
finalizzata alla conversione degli ebrei alla fede cristiana.
Non tutti gli
ebrei italiani erano d'accordo con questo gesto di rottura. Ma la polemica
contro Benedetto XVI raggiunse toni ancora più aspri e si allargò a tutto il
mondo a motivo della revoca della scomunica a quattro
vescovi lefebvriani di orientamento antigiudaico, tra
i quali ve n'era uno, l'inglese Richard Williamson,
che negava sfrontatamente la Shoah.
Il papa spiegò
l'intenzione del suo gesto in una lettera ai vescovi cattolici del 10 marzo
2009. E in un passaggio della lettera ringraziò "gli amici ebrei" che
– più di tanti uomini di Chiesa – l'avevano "aiutato a togliere di mezzo
il malinteso e a ristabilire amicizia e fiducia".
La tempesta si
acquietò un poco. E così nel 2010, questo 17 gennaio, gli ebrei italiani sono
tornati a promuovere assieme ai vescovi la Giornata del dialogo, dedicandola al
comandamento: "Ricordati del giorno di sabato per santificarlo", il
quarto nella numerazione ebraica.
A migliorare il
clima ha contribuito il viaggio di Benedetto XVI in Terra
Santa, lo scorso maggio.
Ma anche dopo quel viaggio le questioni controverse sono
rimaste aperte. Due in particolare, tra loro intrecciate: Pio XII e la Shoah.
I SILENZI DI PIO XII E DEGLI EBREI
L'accusa maggiore
che larga parte dell'ebraismo mondiale – ma anche una frazione del
cattolicesimo – imputa a Pio XII è di aver taciuto di fronte allo sterminio
nazista.
Prima di entrare,
oggi, nella sinagoga, Benedetto XVI ha sostato davanti alla lapide che ricorda
la deportazione ad Auschwitz di un migliaio di ebrei di
Roma, il 16 ottobre 1943. L'accusa contro Pio XII è di aver taciuto anche in quella occasione, come ha ribadito il presidente della
comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, nel discorso con cui ha accolto il
papa in sinagoga:
"Il silenzio
di Pio XII di fronte alla Shoah duole ancora come un atto mancato. Forse non
avrebbe fermato i treni della morte, ma avrebbe trasmesso un segnale, una parola di estremo conforto, di solidarietà umana,
per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di Auschwitz".
A difesa di Pio
XII, si sostiene che egli tacque per non provocare, con proteste pubbliche,
ancora più vittime. Ed anzi egli fece moltissimo per
salvare le vite di numerosi ebrei, che in effetti trovarono protezione in
chiese, conventi, istituti cattolici. Protezione riconosciuta con parole
commosse dallo stesso Pacifici, il cui padre trovò salvezza in un convento di
suore di Firenze.
Proprio nei giorni
che hanno preceduto la visita di Benedetto XVI in sinagoga, altri casi di ebrei
salvati sono divenuti noti. Alcuni di questi trovarono rifugio durante la
guerra nell'abbazia romana delle Tre Fontane, edificata sul luogo del martirio
di san Paolo. I tedeschi vi si erano insediati, ma non si accorsero che tra i
monaci, nascosti dal saio, c'erano degli ebrei, che alla fine furono salvi.
Sul piano
storiografico, il profilo di Pio XII come "papa di Hitler" appare
dunque sempre più infondato. Restano però forti e diffuse le critiche ai suoi silenzi
pubblici sulla Shoah. E questo spiega le reazioni negative di molti ebrei al
procedere della causa di beatificazione di Pio XII, un cui passo importante è stata la proclamazione della sue "virtù eroiche",
lo scorso 19 dicembre.
Secondo il rabbino
Laras, questa decisione di Benedetto XVI sarebbe
stata motivo sufficiente perché gli ebrei di Roma cancellassero la sua visita
alla sinagoga.
Ma la questione del silenzio sulla Shoah è più complessa di
quanto appaia. Oltre al silenzio di Pio XII vi furono anche i silenzi di altri,
che durarono a lungo dopo la seconda guerra mondiale. Le accuse a Pio XII si
fecero rumorose e persistenti solo dopo la sua morte,
a partire dagli anni Sessanta. Poiché, prima d'allora, anche il mondo ebraico
tacque, non tanto su quel papa, ma sulla stessa Shoah:
"Il
quindicennio dopo la seconda guerra mondiale, che in Europa fu il periodo del
silenzio e della grande rimozione della Shoah, fu infatti
anche per Israele un periodo di silenzio".
Questo ha scritto
Anna Foa, ebrea, docente di storia all'Università di Roma "La
Sapienza", in un articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano"
del 15 gennaio 2010, antivigilia della visita di Benedetto XVI in sinagoga.
Un articolo di
notevole rilevanza, per dove è stato scritto e quando.
ANNA FOA E IL
"PECCATO D'ORIGINE" DI ISRAELE
Nell'articolo,
Anna Foa fa proprie le tesi di uno dei maggiori studiosi del
sionismo, Georges Bensoussan. A giudizio di entrambi,
lo Stato d'Israele non nacque come "redenzione" dallo sterminio degli
ebrei compiuto da Hitler. Il vero generatore dello Stato fu il sionismo, già
durante il mandato britannico, con l'insediamento su quella terra di ebrei
motivati a costruire un uomo nuovo. L'idea della Shoah come fondamento dello
Stato d'Israele ha preso forza solo molto più tardi, dopo il processo ad Eichmann e soprattutto dopo la guerra del Kippur, in
decenni recenti. E a prepararla – scrive Anna Foa – fu proprio il quindicennio
di silenzio postbellico: un silenzio "abitato da memorie represse, da
nuove paure identificate con le antiche paure
realizzatesi nella Shoah, da sensi di colpa e volontà di rivincita".
Letta così, la
nascita dello Stato d'Israele non è più quel "peccato d'origine" che
ancor oggi gli imputano tanti suoi amici e nemici. Tra questi ultimi vi sono
anche molti cattolici, in prima fila gli arabi che
vivono nella regione. Il più autorevole di loro, il patriarca latino di
Gerusalemme Fouad Twal, era
anche lui oggi nella sinagoga di Roma, all'arrivo del papa.
Secondo tale
"vulgata", lo Stato d'Israele fu creato dalle grandi potenze per
porre rimedio al precedente sterminio in Europa di sei milioni di ebrei, e così
si compensò un'ingiustizia compiendone un'altra a danno delle popolazioni arabe
del luogo. Nel 1964, quando Paolo VI si recò in Terra
Santa, ancora la Chiesa di Roma non aveva accettato l'esistenza del nuovo
Stato. E quando tre decenni dopo, nel 1993, la Santa Sede finalmente riconobbe
lo Stato d'Israele e stabilì con esso rapporti diplomatici, gli arabo-cristiani
presero quell'atto come un tradimento.
Ma da parte di Giovanni Paolo II e ora di Benedetto XVI, il
riconoscimento d'Israele non ha più alcuna riserva.
Mentre, dall'altro
lato, la memoria della Shoah incessantemente piegata ad arma di accusa contro
la Chiesa di Pio XII e dei suoi successori, impedisce all'ebraismo di
fuoruscire dalla sua identità di vittima.
Proprio così
termina Anna Foa il suo articolo su "L'osservatore Romano". Assumendo
la Shoah, invece che il sionismo, come fondamento della propria identità
politica e religiosa, Israele rischia "un ripiegamento sulla catastrofe
invece che sulla speranza del futuro"; si chiude in "un'identità
dolente che oscilla sempre tra Auschwitz e Gerusalemme".
MORDECHAY LEWY E L'INCAPACITÀ DI PERDONARE
Ancora su
"L'Osservatore Romano", nei giorni precedenti la visita di Benedetto
XVI in sinagoga, un altro ebreo autorevole è andato ancor più a fondo della
stessa questione.
L'autore, Mordechay Lewy, è ambasciatore di
Israele presso la Santa Sede e ha pubblicato il suo articolo, oltre che sul
giornale vaticano del 13 gennaio, sul mensile degli ebrei italiani "Pagine
ebraiche".
Lewy riconosce che "solo pochi rappresentanti
dell'ebraismo sono realmente impegnati nell'attuale dialogo con i
cattolici". Sono soprattutto gli ebrei riformati, mentre le correnti
ortodosse sono più restie.
Il motivo – scrive
– è che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico. Mentre i cristiani
hanno l'Antico Testamento assieme al Nuovo, gli ebrei tendono a definire la
propria identità religiosa in termini di "autosufficienza teologica".
Si sentono gli unici "prescelti" da Dio. Impegnati strenuamente a
sopravvivere in mezzo a cristiani che per secoli hanno fatto di tutto per
convertirli, "gentilmente o, nella maggioranza dei casi,
coercitivamente".
Così, "una
ferita grave e dolorosa, inflitta nel passato, si apre ogni qualvolta la
vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice".
Anche oggi per
molti ebrei avviene questo, scrive Lewy:
"Desiderano evitare ogni situazione in cui si debba perdonare qualcuno,
specialmente se viene identificato giustamente o
erroneamente come rappresentante del carnefice. La vittima
ebrea sembra incapace di concedere l'assoluzione per misfatti lontani o recenti
perpetrati contro i suoi fratelli e sorelle".
L'autocritica non
è da poco. Ma proprio nel discorso che ha rivolto a
Benedetto XVI, accogliendolo in sinagoga, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di
Segni, ha detto parole che fanno sperare, a proposito dell'essere
"fratelli" tra ebrei e cristiani:
"Il racconto
del Sefer Bereshit, la
Genesi, dà su questo delle indicazioni preziose. Come spiega rav Sachs, c'è nel libro, dall'inizio alla fine, un filo
conduttore che lega storie diverse. il rapporto tra
fratelli comincia molto male, Caino uccide Abele. Un'altra coppia di fratelli,
Isacco e Ismaele, vive separata, vittima di rivalità ereditate, ma si ritrova
per un gesto di pietà alla sepoltura del padre comune Abramo. Una terza coppia
di fratelli, Esaù e Giacobbe, parimenti conflittuale,
si incontra per una breve conciliazione e un
abbraccio, ma le strade dei due si separano. Finalmente la storia di Giuseppe e
i suoi fratelli, iniziata drammaticamente con un tentato omicidio e una vendita
in schiavitù, si risolve con una conciliazione finale
quando i fratelli di Giuseppe riconoscono il loro errore e danno prova di
volersi sacrificare per l'altro. Se il nostro è un rapporto tra fratelli c'è da chiedersi sinceramente a che punto siamo di
questo percorso e quanto ci separa ancora dal recupero di un rapporto autentico
di fratellanza e comprensione; e cosa dobbiamo fare per arrivarci".
Su questo sfondo,
ecco che cosa ha detto papa Joseph Ratzinger nella sinagoga di Roma, il 17
gennaio 2010. L’espresso 18
Le “Dieci Parole” che illuminano il mondo
“Il Signore ha
fatto grandi cose per loro. Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia” (Salmo 126). “Ecco, com’è bello e com’è
dolce che i fratelli vivano insieme!” (Salmo 133).
Cari amici e
fratelli, 1. All’inizio dell’incontro nel Tempio
Maggiore degli ebrei di Roma, i salmi che abbiamo ascoltato ci suggeriscono
l’atteggiamento spirituale più autentico per vivere questo particolare e lieto
momento di grazia: la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci ha
qui raccolti con il suo "hesed",
l’amore misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il dono di
ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a
percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità. [...]
Venendo tra voi per
la prima volta da cristiano e da papa, il mio venerato predecessore Giovanni
Paolo II, quasi ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei
buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio.
Questa mia visita si inserisce nel cammino tracciato,
per confermarlo e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in
mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di
Roma, come pure l’intera Chiesa cattolica, nutrono verso questa comunità e le comunità ebraiche sparse nel mondo.
2. La dottrina del
Concilio Vaticano II ha rappresentato per i cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei
rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa.
L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un
cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è
approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e
significativi, tra i quali desidero menzionare
nuovamente la storica visita in questo luogo del mio venerabile predecessore,
il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con esponenti ebrei,
anche durante i viaggi apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare
in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la
dichiarazione "Nostra aetate", hanno
offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra
cattolici ed ebrei. Anche io, in questi anni di
pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il
popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i momenti del
pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio
dello scorso anno, come pure i tanti incontri con comunità e organizzazioni
ebraiche, in particolare quelli nelle sinagoghe a Colonia e a New York.
Inoltre, la Chiesa
non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli
e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche
modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr. Commissione per i
rapporti religiosi con l’ebraismo, "Noi ricordiamo: una riflessione sulla
Shoah", 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre!
Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del
papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel
profondo del nostro cuore: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua
discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente
addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno
fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e
domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica
con il popolo dell’Alleanza”.
3. Il passare del
tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica
per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore
come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro
radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato
ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello.
Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il
vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore
e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28
maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente
impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare
il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di
questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando
sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno”.
In questo luogo,
come non ricordare gli Ebrei romani che vennero
strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero
uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i
loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e
bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di
Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato
nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente
anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i
cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano,
reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei braccati e
fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine
perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta
e discreta.
La memoria di
questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché
crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.
4. La nostra
vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico
"Sifre Qodesh" o
“Libri di Santità” – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici
comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. È
scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, popolo di Dio della Nuova
Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola. “A
differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta
alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. È al
popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la
legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo
secondo la carne’ (Romani 9, 4-5) perché ‘i doni e la chiamata di Dio sono
irrevocabili!’ (Romani 11, 29)” (Catechismo della
Chiesa Cattolica, 839).
5. Numerose
possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune:
innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello
della loro stessa identità” spirituale e che offre ai cristiani l’opportunità
di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico
Testamento” (cfr. Pontificia Commissione Biblica, "Il popolo ebraico e le
sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana", 2001, pp. 12 e 55); la
centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele,
la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o
realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio
all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr. Genesi 2, 15).
6. In particolare il
Decalogo – le “Dieci Parole” o dieci comandamenti (cfr. Esodo 20, 1-17;
Deuteronomio 5, 1- 21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la
fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e
della morale del popolo di Dio, e illumina e guida
anche il cammino dei cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita
nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le
“Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul
vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della
coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha
ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via
dei comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Matteo
19, 17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di
testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro
tempo.
Le “Dieci Parole”
chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi
altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o
lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così
altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare
nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare
l’unico Dio è un servizio prezioso che ebrei e cristiani possono offrire
assieme.
Le “Dieci Parole”
chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e
sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e
somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti
dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro
ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la
giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai
legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.
Le “Dieci Parole”
chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì”
personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude
lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al
tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto
di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso
servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.
7. Come insegna
Mosè nello "Shemà" (cfr. Deuteronomio 6, 5; Levitico 19, 34) e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr.
Marco 12, 19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella
misericordia verso il prossimo. Tale regola impegna ebrei e cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale
verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i
bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele:
“Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il
culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1, 2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia,
ebrei e cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno
dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella
speranza.
8. In questa
direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli
delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad
unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore,
la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I
passi compiuti in questi quarant’anni dal comitato internazionale congiunto
cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla commissione mista della Santa
Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di
continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la commissione mista
terrà qui a Roma il suo IX incontro su “L’insegnamento cattolico ed ebraico sul
creato e l’ambiente”; auguriamo loro un proficuo dialogo su un tema tanto
importante e attuale.
9. Cristiani ed
Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo
stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno
all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di
Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del
reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di
fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene
dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso.
10. Infine un
pensiero particolare per questa nostra città di Roma, dove, da circa due
millenni, convivono, come disse il papa Giovanni Paolo II, la comunità
cattolica con il suo vescovo e la comunità ebraica con il suo rabbino capo.
Questo vivere assieme possa essere animato da un crescente amore fraterno, che
si esprima anche in una cooperazione sempre più stretta per offrire un valido
contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà da affrontare.
Invoco dal Signore
il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa. Nel
mio pellegrinaggio del maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio,
ho chiesto a Colui che può tutto: “Manda la tua pace
in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana; muovi i cuori di
quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della
giustizia e della compassione”.
Nuovamente elevo a
Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro, chiedendo che Egli
rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa.
“Genti tutte,
lodate il Signore, popoli tutti, cantate la sua lode, perché forte è il suo amore
per noi e la fedeltà del Signore dura per sempre. Alleluia” (Salmo 117).
Benedetto XVI
Papa in sinagoga. Sempre più fratelli
Intervista con
padre Innocenzo Gargano“Mi ha profondamente colpito il sorriso del rabbino
Riccardo Di Segni. Lo conosco ormai
da tanti anni. Siamo molto amici. L’ho visto veramente
soddisfatto, direi gioioso”. Padre Innocenzo Gargano, priore del
monastero di San Gregorio al Celio, grande esperto di ebraismo nonché ispiratore dei Colloqui ebraico-cristiani
di Camaldoli, era presente domenica 17 gennaio tra
gli ospiti alla Sinagoga di Roma. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come è andata la visita di papa Benedetto XVI.
Padre Gargano, ci
dica subito la sua prima impressione a caldo?
“Si è toccato con
mano che oramai c’è uno sviluppo ed una intensità di
rapporti. Si può davvero dire che i sogni di 40 anni
fa, sono diventati realtà e che i rapporti tra di noi si stanno sciogliendo
sempre di più. Quello che mi auguro è che questa visita sia una visita scontata
e che ogni papa che si insedia sulla cattedra di Roma,
tanga conto della presenza dei fratelli maggiori e che la prima visita dopo il
suo insediamento come vescovo di Roma, sia una visita di cortesia, di
attenzione e delicatezza verso i fratelli ebrei, recandosi in Sinagoga. Come qualcosa che fiorisce spontaneo”.
Il primo fu nel
1986 Giovanni Paolo II…
“Sì. Ma questi 24 anni sono sembrati troppo lunghi perché ci sono state
tante cose nel frattempo. I frutti di quella prima visita sono stati
straordinari. Pensi soltanto al riconoscimento dello Stato di Israele che era
assolutamente impensabile prima di quella visita. E poi un altro frutto è
l’affermazione che il popolo di Israele era, è e rimane il popolo eletto e che
quindi quest’Alleanza non è stata mai revocata dal
Signore. Sono due affermazioni fondamentali”.
Benedetto XVI nel suo discorso è tornato ad affermare
l’irrevocabilità dell’Alleanza tra il popolo ebraico e Dio. Vuol dire che cade
definitivamente ogni pretesa di conversione degli ebrei?
“Cade, direi, piuttosto la pretesa della sostituzione. Vuol dire
che la Chiesa non sostituisce la Sinagoga. La Chiesa si innesta
sulla Sinagoga. Questo significa che viene
riconosciuta di fatto questa unitarietà di cammino verso la salvezza, ciascuno
con la propria identità sulla quale decide il Signore, non noi”.
Lei che conosce
così bene la sensibilità degli ebrei, qual è la cosa più importante che ha detto il Papa?
“La cosa più
importante è che tutto ciò sia avvenuto, che il Papa abbia potuto dire ‘sono
felice di essere con voi’. E il fatto che gli ebrei abbiano potuto dire
‘Santità, siamo felici che lei è qui tra noi’. È dunque il fatto in questo tale ad avere un valore enorme”.
Ci dica qualcosa
invece riguardo ai discorsi pronunciati dai rappresentanti della comunità ebraica…
“Mi soffermerei
sull’intervento di Riccardo Pacifici, presidente della comunità di Roma, che è
stato un discorso molto puntuale e preciso. Ha parlato anche del silenzio di
Pio XII. È stato commovente però il riconoscimento di
quanto la Chiesa ha fatto durante la seconda guerra mondiale. Parlando in prima
persona, Pacifici ha riconosciuto davanti al Papa che lui stesso non avrebbe
partecipato alla visita se i suoi nonni non fossero stati protetti e nascosti
dalle monache di Santa Marta di Firenze, e dicendolo si è commosso. Accanto lui c’era lo zio che ha cominciato a piangere a
dirotto. Quello, per me, è stato un momento altissimo di commozione, perché c’è
stato il riconoscimento di tutto il coinvolgimento dei cristiani, di tutto il
popolo di Dio, in favore degli ebrei. Vuol dire allora che la
catechesi ricevuta dai cristiani non era così antigiudaica e antisemitica”.
Gli interventi
degli ebrei hanno comunque confermato le loro posizioni su Pio XII. Che
significa? Permane un dialogo problematico?
“Non direi un
dialogo problematico. Parlerei piuttosto di un dialogo
vero. E quando il dialogo è vero, e stai parlando con una persona che sta
soffrendo, tu lo lasci sfogare. Il dialogo vero sa
dire le cose come stanno ma le sa dire con amore. Non
nasconde e non dice le cose a metà solo per non offendersi. Nel
dialogo vero si dicono le cose perché so che tu sei un amico”.
Da domani come
proseguirà il dialogo?
“Si approfondirà. Da oggi in poi il solco dell’amicizia tra noi è molto
più profondo. L’intimità crescerà. La confidenza crescerà, la
verità crescerà e finalmente dialogheremo sempre più come fratelli che si
vogliono bene”. Sir
CCEE. I vescovi e la nuova Europa. Un libro ripercorre il cammino dal 1995
al 2008
Giovedì 21 gennaio
all'Institut Catholique di
Parigi viene presentato il volume "I vescovi e la
nuova Europa. Testi ufficiali del Ccee (1992-2006)" edito dalla casa editrice francese du Cerf. I testi sono stati
raccolti e presentati da Sarah Numico,
ex-collaboratrice del Segretariato Ccee. Introducono il volume un testo di mons. Aldo Giordano, già
segretario generale del Ccee dal 1995 al 2008 e di
Giorgio Feliciani, docente di diritto canonico
all'Università cattolica del Sacro Cuore, Milano.
Una presenza
vitale sul continente. Il Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa (Ccee), frutto esemplare del Concilio Vaticano II, sta
vivendo la fase della maturità (nel 2011 se ne celebra il 40° anniversario). Le
sue strutture e i suoi regolamenti hanno raggiunto stabilità ed
organicità, la sua vita e il suo ruolo in Europa hanno un posto definito. Allo
stesso tempo, il Ccee non cessa di interrogare se
stesso sul suo compito e sulla fedeltà alla propria vocazione originaria, quella
di essere uno spazio di collegialità episcopale, a servizio dell'annuncio del
Vangelo in Europa. Questa riflessione avviene nei momenti di incontro
del Consiglio, nei sinodi, negli scambi informali tra confratelli, ed ora
avviene anche attraverso le pagine di questo libro che raccolgono i frutti di
quindici anni di lavoro corale degli episcopati europei.
La continuazione
di un'opera. Nell'ottobre 1991 usciva il volume "I vescovi d'Europa e la
nuova evangelizzazione", in italiano, francese e tedesco con i testi più significativi per illustrare e tracciare la vita e il
percorso di riflessione del Ccee nei suoi primi
vent'anni. Ora vede la luce una seconda raccolta di
documenti e atti in francese per continuare a raccontare la storia del
Consiglio. "Certamente la vita e la vivacità di un organismo come il Ccee è difficilmente riducibile ad
un volume di documenti, per quanto corposo e completo" scrive Sarah Numico nella presentazione. "Ciò che fa la ricchezza
del Consiglio è la rete di rapporti che esso contribuisce a creare e mantenere tra i
vescovi e i responsabili dei diversi settori pastorali delle Conferenze
episcopali cattoliche del continente europeo. Tuttavia da queste pagine, che
raccolgono una scelta e non la completezza di testi nati in questi anni 15 anni, si possono cogliere alcune linee di fondo del
cammino del Ccee".
Un volume
articolato. Le due introduzioni curate da mons. Aldo Giordano, e da Giorgio Feliciani, vogliono offrire in modo sintetico una
presentazione della vita e della storia del Consiglio, mettendo in luce le
peculiarità e i principali ambiti di attività di questo organismo episcopale in
riferimento al contesto europeo e alla vita della Chiesa cattolica universale.
Il volume si apre con i testi di Giovanni Paolo II riferiti al Ccee perché si è voluto rendere omaggio a questo Pontefice
che ha tanto contribuito alla vita del nostro continente. Già come cardinale di
Cracovia ha partecipato a simposi del Ccee e poi come
Papa ha voluto lo sviluppo e la riforma del Consiglio stesso. Questo stretto rapporto di collaborazione e di fedeltà, continua
con Benedetto XVI e con i vari dicasteri della Sede Apostolica. Seguono
sette capitoli, attorno a sette macro-ambiti di lavoro: l'assemblea plenaria,
composta dai presidenti delle Conferenze membra, che decide le linee di fondo della riflessione e delle attività del consiglio ed
elegge le proprie cariche; i simposi, undici in tutto, quattro dal 1993 ad
oggi; alcuni ambiti pastorali particolarmente "urgenti" (catechesi,
vocazioni, pastorale universitaria; mass media,
pastorale sociale, salvaguardia del creato e migrazioni); l'impegno
ecumenico vissuto in primo luogo attraverso la collaborazione con la Conferenze
delle Chiese europee (Kek); i dialoghi con le altre
religioni (Islam, buddismo e le religioni alternative); infine il capitolo
dedicato alla "nuova Europa": per il nostro continente questi anni
sono stati teatro di gravi drammi (guerre etniche della ex-Jugoslavia
e dei Balcani), profondi cambiamentii geo-politici
(definitiva frantumazione del blocco
comunista), e grandi passi avanti attraverso il processo di costruzione
dell'Unione europea.
La costante
preoccupazione per l'evangelizzazione. "Il filo rosso
che guida la vita del Ccee è quello
dell'evangelizzazione, cioè il servire l'incontro tra Gesù Cristo e l'uomo
europeo di oggi. Per la coscienza che la comunione è il primo luogo di
testimonianza del vangelo, il Ccee crea soprattutto
degli spazi o reti continentali dove si possano sentire ed esplicitare
le domande dell'Europa attuale e si cerchino contributi e risposte alla luce
della rivelazione cristiana", scrive mons. Giordano. "Il
Ccee quando è nato ha espresso un'Europa che
politicamente non si poteva neppure sognare: un'Europa oltre il muro e la
cortina di ferro. Ora abbiamo nuove sfide storiche e
culturali che spingono il Ccee ad approfondire il
servizio all'evangelizzazione e a contribuire in modo nuovo al cammino
dell'unità dell'Europa e del mondo". Scrive Feliciani:
"Meritano di essere seguite con particolare attenzione le vicende del Ccee, l'unica istituzione canonica di natura gerarchica che
riguardi il continente nella sua interezza, dall'Atlantico agli Urali".
Sir eu
Pastorale Italiana Bruxelles in onda su Rcf
107.6 Fm
BRUXELLES – “Si
parte! Siamo in onda a Bruxelles da questa sera, 19 gennaio, dalle 19.30
su RCF 107.6 FM” annuncia la Pastorale Italiana Bruxelles sul blog www.pastoraleitalianabruxelles.com.
“Un altro piccolo momento di comunicazione
per gli italiani che vivono a Bruxelles – si legge sul blog -
. Il programma,in lingua italiana, sarà
proposto settimanalmente ogni martedi sera. E’ uno
spazio previsto dalla programmazione di RCF 107.6 Radio Chretienne
Francophone che è ospitata nei locali del Vicariato
di Bruxelles e sostenuta dagli ascoltatori, dalla struttura della chiesa di
Bruxelles e dalle parrocchie. RCF Belgio fa parte del reseau
di RCF, radio nata in Francia negli anni ’40 e che continua il suo ottimo
servizio alla chiesa cattolica di espressione francofona.
Lo spazio che occupiamo è frutto
dell’attenzione che RCF assicura alla vita delle comunità di origine straniera presenti a Bruxelles. Seguiamo l’esempio e
l’iniziativa delle comunità Ispanofoniche che da
alcuni mesi comunicano dalla stessa radio con “voces peregrinas” http://vocesperegrinas.blogspot.com/ Un piccolo
team di 7 persone coordinate da Vilar
ha elaborato un progetto e assicurerà le trasmissioni.
“Te voglio bene
assai- settimanale di vita e cultura italiana in Belgio”, è il titolo della
trasmissione che nello “Spazio Italiano” assicurerà due brani musicali, un
argomento riferito alla vita degli italiani nel mondo, uno spazio attento alla
cultura e costume, per finire con alcune comunicazioni e informazioni di
interesse generale per gli italiani di Bruxelles.
La prima trasmissione parlerà di “Giovani
italiani in Europa e approccio pastorale”, “nuovo anno: quali attese?”. Nei due
brani proposti ascolteremo Lucio Dalla e Mina. Infine, alcune
informazioni in chiusura”. Il programma è ascoltabile questa sera alle
19.30 su 107.6 FM a Bruxelles oppure sul sito www.rcf.be
(Inform)
Vatikan/Judentum: Natur ist ohne Gott nicht zu verstehen
An diesem Mittwoch, dem 5. Tag des
Monats Shevat im Jahr 5790 jüdischer Zeitrechnung,
beendet die gemeinsame jüdisch-katholische Dialogkommission ihre diesjährige
Sitzung. Sie hatte am vergangenen Montag, einen Tag nach dem Papstbesuch in der
Synagoge, begonnen. Und dementsprechend standen auch die bei diesem Besuch
angesprochenen Gemeinsamkeiten im Fokus des Treffens.
„Wir sind uns der Differenzen, die
zwischen uns sind, bewusst, auch aber ebenso auch der Tatsache, dass, wenn wir
es schaffen, unsere Herzen und unsere Hände zu vereinen, um dem Ruf des HERRN
zu antworten, sein Licht uns nahe kommen wird, um alle Völker der Erde zu
erleuchten.“
So hatte Papst Benedikt in seiner
Ansprache in der Synagoge das Verhältnis zwischen katholischer Kirche und jüdischer
Gemeinschaft beschrieben. Und diesen Satz nahm auch die Dialogkommission zum
Ausgangspunkt ihrer Beratungen. Besonders wies sie darauf hin, dass Benedikt
uneingeschränkt die Verbindlichkeit des Konzilsdokuments Nostra Aetate für die Lehre der Kirche betont habe.
Vatikan: Gemeinsames Erbe eint Christen
und Juden - Gerade einmal drei Tage ist es her, da war der Papst in der
römischen Synagoge zu Besuch. Der Ökumene-Beauftragte der Italienischen
Bischofskonferenz ist der Bischof von Terni, Vincenzo Paglia.
Er betont gegenüber Radio Vatikan im Rückblick auf den Synagogenbesuch
und auf den jüdisch-katholischen Dialog insgesamt, dass bei allem Konflikt
gerade jetzt das Gemeinsame betont werden muss.
„Da gibt es keinen Zweifel. Beide
Seiten haben wiederholt, dass wir selbstverständlich zwei verschiedene
Religionen sind, aber dass wir ein gemeinsames Erbe haben, dass
uns eint. Es gibt keinen Zweifel, dass Juden und Christen den Vorrang betonen
müssen, den das Sprechen von Gott im Leben der Menschen hat. Wir müssen aber
auch an die andere große Religion denken - an den Islam, der auch gerufen ist,
die Gegenwart Gottes im Leben der Menschen und seine Barmherzigkeit zu
bezeugen.“
Paglia
betont das Grundsätzliche, für das sowohl die jüdische als auch die christliche
Religion einstehen und das durch den Dialog gefördert wird.
„Ich würde ganz instinktiv sagen,
dass wir uns weiterhin begegnen müssen, wo immer in der Welt Christen und Juden
gemeinsam leben. Denn wir Menschen wollen im Frieden leben, nicht im
Konflikt... weil wir die Geschwisterlichkeit wollen, nicht den Hass. Wir
wissen, dass jede Tötung immer ein Brudermord ist. Deswegen, denke ich, wird es
weitere Schritte auf dem Weg geben, wie sie seit Beginn unserer Beziehungen das
Verhältnis geprägt haben.“
Jüdisches Museum Rom: Neuer Akzent in
der Beziehung zum Papsttum - Mit dem viel beachteten Besuch Papst Benedikts in
der römischen Synagoge ist an diesem Sonntag auch eine neue Ausstellung im
Museum der Gemeinde eröffnet worden. Unter dem Titel „Et Ecce Gaudium“ sind 14 Pergamentblätter aus dem 16. und 17.
Jahrhundert zu sehen, die eine alte Tradition dieser Zeit dokumentieren: Mit
den prächtig geschmückten Schrift- und Bildtafeln hat die jüdische Gemeinde den
Festzug der Päpste ausgekleidet, wenn diese, frisch ins Amt gewählt, vom
Vatikan in den Lateran zogen. Bis vor wenigen Monaten war dieses Brauchtum nur
aus Sekundärquellen bekannt. Die Dokumente, die im hauseigenen Archiv der
jüdischen Gemeinde verschollen waren, belegen diese Zeremonie nun erstmalig,
betont der Botschafter Israels beim Heiligen Stuhl, Mordechai Lewy:
„Die Ausstellung ist im Grunde eine
kleine historische Sensation. Auch die besten Kenner der Materie haben sich
nicht vorstellen können, dass vierzehn Papiere von jeweils unterschiedlichen
Prozessionen wieder aufgefunden wurden und auf Karton geklebt werden konnten.
Denn es handelt sich um ein äußerst empfindliches Papier. Und dennoch hat man
sie, völlig unscheinbar und zusammen gefaltet, im Archiv der jüdischen Gemeinde
von Rom wiederentdeckt. Ich glaube, das ist schon deshalb eine Sensation, da
Experten schon immer über die Papiere geschrieben haben, aber ohne sie jemals
gesehen zu haben. Man kannte sie aus der Literatur, von Archivalien und
Beschreibungen. Nur zu Gesicht hat sie noch niemand bekommen.“ (rv 20)
Haiti: auch über 100 Ordensleute unter den 200.000 Toten und Vermissten der Erdbebenkatastrophe
Solidaritätskampagnen der Kirchen
laufen auch in Afrika und Südamerika an
ROM -Unter den über 200.000 Toten und
Vermissten der Erdbebenkatastrophe auf Haiti befinden sich auch über 100
Ordensleute, bestätigte der Generalsekretär der Union der Ordensleute in
Lateinamerika und der Karibik (CLAR), P. Gabriel Naranjo
Salazar, CM, in einer Verlautbarung, die dem Fidesdienst
vorliegt. Alle Ordensleute, mit dem die Union der Ordensleute Kontakt aufnehmen
konnte, bäten vor allem um eines: „Medikamente, Ärzte und Krankenpfleger“.
Währenddessen haben schwere Erdstöße
die Menschen im Katastrophengebiet heute erneut in Angst und Schrecken
versetzt. Nach Angaben der US-Erdbebenwarte erreichte das Beben um 6 Uhr
Lokalzeit diesmal eine Stärke von 6,1.
Das Zentrum lag 60 Kilometer
westsüdwestlich der Hauptstadt Port-au-Prince in knapp zehn Kilometern Tiefe.
Das Beben vom vergangenen Dienstag hatte eine Stärke von 7,0. In der Hauptstadt
Port-au-Prince rannten zahllose Menschen aus noch nicht zerstörten Häusern in
Panik auf die Straßen. Im Katastrophengebiet halten sich mittlerweile auch Tausende
internationale Helfer und Soldaten auf, darunter zahlreiche
Rettungsmannschaften aus Deutschland. Täglich treffen weitere Helfer und
Journalisten in Haiti ein.
Trotz der Probleme am Flughafen in
Port-au-Prince konnte der gemeinsame Hilfsflug von Caritas international und
Diakonie Katastrophenhilfe heute Mittag in Haiti landen, bestätigte Caritas Internationalis. Die 33 Großraumzelte, 1500 Plastikplanen,
20.000 Wasserkanister, 2200 Decken, 4 Millionen Chlortabletten und 8
medizinische Nothilfepakete für die medizinische Versorgung von 80.000 Menschen
werden nun umgehend zu den Verteilstationen und
Pfarreien gebracht. In der besonders stark zerstörten Region um Léogâne wird von Caritas ein medizinisches Zentrum
aufgebaut.
Auch der Rat der Bischofskonferenzen
Lateinamerikas und der Karibik (CELAM), appelliert an alle Bischofskonferenzen
des Kontinents mit der Bitte um Zusammenarbeit mit sozialen und karitativen
Einrichtungen, damit „die Hilfsbereitschaft gegenüber den Menschen auf Haiti
durch die Kirche und die zivilen Behörden unter Beweis gestellt wird“. In einer
Verlautbarung bittet der CELAM auch um geistliche und pastorale Unterstützung
durch die Kirchen.
Die Vertreter der christlichen
Konfessionen und Glaubensgemeinschaften in Südafrika bitten um Solidarität mit
den Menschen auf Haiti. „Wir wollen dem Menschen auf Haiti mit unserem Brot
helfen. Die Verwüstung Haitis erfordert Hilfe aus aller Welt“, heißt es in
einer Verlautbarung der „National Church Leaders’ Consultation“, die dem Fidesdienst
vorliegt. Die christlichen Religionsvertreter appellieren auch an
„internationale Finanzorganisationen (Internationaler Währungsfonds, Weltbank,
etc.) mit der Bitte um die Streichung der Auslandsverschuldung für Haiti, damit
für das Land ein Neubeginn möglich wird. Dies wäre eine bedeutende Geste des
Mitgefühls.“
„Wir appellieren an Staatspräsident Zuma mit der Bitte um eine Antwort beim kommenden Gipfel
der Afrikanischen Union. Wir begrüßen die Reaktion Südafrikas und vertrauen
darauf, dass das Gottesvolk in Südafrika gemeinsam und mit Unterstützung helfen
und in der Lage sein wird, unseres Solidarität mit Menschen, die unser Brot
brauchen, unter Beweis zu stellen.“, so die christlichen Kirchenvertreter abschließend.In der Organisation schließen sich die
Vertreter der christlichen Konfessionen in Afrika, darunter auch die
katholische Kirche, zusammen. Die Kirchenvertreter tagen derzeit in
Stellenbosch.
Derweil läuft die Verteilung von
Lebensmitteln, Trinkwasser und Medikamenten über das Hilfsnetzwerk von Caritas
und katholischer Kirche in Haiti auf Hochtouren. Gestern konnten wieder
tausende Wasserflaschen und Essenrationen mit Nudeln, Tomatensoße und
Müsli-Riegeln über die 20 Caritas-Verteilstationen in
Port-au-Prince zu den Menschen gebracht werden. Diese Aktion wird heute
wiederholt.
Laut Caritas-Nothilfe-Experte Friedrich
Kircher, der seit der vergangenen Woche vor Ort ist, verbessert sich die Lage
Tag für Tag:"Was als Rinnsal begann ist mittlerweile ein breiter Strom an
Hilfe. Die Pfarreien sind dabei ein wichtiger Partner, da die Kirchengemeinden
zu den wenigen funktionierenden Hilfsstrukturen in Haiti gehören." Trotz
eigener Not und Verzweiflung sei die Solidarität unter den Haitianern groß. Die
nächsten Tage seien daher entscheidend für den Erfolg der Hilfe, damit diese
Hilfsbereitschaft nicht in Verzweiflung oder Aggression umschlage. "Die
Menschen haben Hunger und Durst, es gibt sehr viele Verletzte", so
Kircher, "sie brauchen dringend weitere Hilfe."
In Rom wird unterdessen vor der Statue
der Hilfreichen Gottesmutter in der Kirche „Sant’Alfonso“
ein Trauergottesdienst für die Opfer des Erdbebens stattfinden, dem der
Sekretär der Abteilung für die Beziehungen mit den Staaten im Vatikan,
Erzbischof Dominique Mamberti vorsteht. Zenit 20
Benedikt XVI.: Einheit der Christen ist Geschenk Gottes
Der Mittwoch ist der Audienztag hier in
Rom. Und während sich Papst Benedikt XVI. sonst bei der Katechese immer
einzelnen Theologen zuwendet, war sein Thema diesmal die laufende Gebetswoche
für die Einheit der Christen. Sie lasse uns mit Jesus den Vater bitten, dass
alle seine Kinder, die Getauften, eins seien, damit die Welt glaubt:
„Das Gebet Jesu macht uns bewusst, dass
wirkliche Einheit über unsere Kräfte hinausgeht und in erster Linie ein
Geschenk Gottes ist. So sagt das Zweite Vatikanische Konzil, dass das „heilige
Anliegen der Versöhnung aller Christen in der Einheit der einen und einzigen
Kirche Christi die menschlichen Kräfte und Fähigkeiten übersteigt“. Daher ist
neben unserem Einsatz für brüderliche Beziehungen und für einen aufrichtigen
Dialog, der bestehende Gegensätze zwischen Kirchen und kirchlichen
Gemeinschaften zu klären und auszuräumen vermag, das vertrauensvolle und
einmütige Gebet zum Herrn unerlässlich.“
Gerade gegenüber einer Welt, die
Christus nicht kennt oder sich von ihm entfernt hat, brauche es eine
glaubwürdige Verkündigung von Zeugen, die nicht zerstritten sind, so der Papst:
„Wie die Jünger gemeinsam in Jerusalem
versammelt waren, als sie die Botschaft der Auferstehung Jesu vernahmen, so
wollen auch wir, Christen aller Konfessionen, uns zusammenfinden, gemeinsam
Gottes Wort hören und den Herrn um seinen Geist der Einheit und der Liebe
bitten. Wenn das Verhältnis zu Gott recht ist, dann können auch die Beziehungen
der Menschen untereinander recht sein. Helfen wir einander, den Weg zu Gott zu
finden und die Freundschaft zu ihm immer weiter zu vertiefen und so auch die
Einheit miteinander zu finden. Gottes Geist geleite euch auf allen Wegen.“ (rv 20)
Die Vorbereitungen des 2. Ökumenischen Kirchentags in München (12.- 16. Mai 2010)
MÜNCHEN - Die Vorbereitungen des 2.
Ökumenischen Kirchentags in München (12.- 16. Mai 2010) schreiten in einem
Klima positiver Zusammenarbeit voran. Hatte das Präsidium im März 2009 noch ein
grobes Thementableau mit 40 Themenfeldern verabschiedet, so arbeiten nun knapp
60 Projektkommissionen, mit jeweils etwa 10 Mitgliedern, unter Hochdruck an der
Ausarbeitung der etwa 3000 Einzelveranstaltungen, informierte das
„Koordinationsbüro für den Ökumenischen Kirchentag 2010“ in seiner jüngsten
Aussendung. Mit Blick auf die geistliche Vorbereitung des größten deutschen
ökumenischen Treffens, werden in diesem Jahr für die Fastenzeit „Ökumenische
Exerzitien im Alltag“ angeboten. Die Exerzitien wurden vom Erzbischöflichen
Ordinariat München und dem Evangelisch-Lutherischen Kirchenkreis München und
Oberbayern gestaltet. Das verheißungsvolle Thema lautet: „Zur Hoffnung
gesandt“.
Sie sollen als bundesweit beachtetes Modell
gerade zum Abschluss der Vorbereitung noch einmal einen besonderen Akzent
setzen, so die Veranstalter. Die geistliche Ökumene wird so als „Herz“ der
ökumenischen Bewegung, neben aller wichtigen organisatorischen Vorbereitung, in
den Mittelpunkt gestellt.
Die fünf Wochen zwischen Ostern und dem
Ökumenischen Kirchentag sollen ebenfalls in den Pfarreien durch besondere
ökumenische Gebete akzentuiert werden.
Bei der Organisation setzen die
Veranstalter auf die großzügige Kooperation mit dem bayrischen Freistaat und
der Stadt München. Durch die Bereitstellung von Gemeinschaftsunterkünften in
über 400 Schulen konnte die Unterbringung von rund 70.000 Teilnehmern gesichert
werden.
Die Orteplanung
für die Veranstaltungen des 2.ÖKT hat unterdessen wichtige Fortschritte
gemacht: Zentrale Veranstaltungsorte werden demnach die gesamte „Messe München“
einschließlich des ICM sein. Dort werden die wichtigsten Großveranstaltungen
(Hauptvorträge, Podien, Foren), wichtige Zentren (z. B. das Geistliche
Zentrum), sowie die „Agora“ mit weit über 800 Ständen verschiedenster Gruppen
ihren Ort finden.
Das Olympiagelände der bayrischen
Hauptstadt wird das „Zentrum Jugend“ beherbergen, das mit etwa 10.000
Teilnehmern und weiteren großen Einzelveranstaltungen, der größte Veranstaltungsmittelpunkt
sein wird.
Die Münchner Innenstadt soll durch
zahlreiche Bühnen und Präsentationsstände auch für Außenstehende deutlich vom
2. Ökumenischen Kirchentag geprägt sein. So rückt das „Zentrum Soziale Arbeit“,
das im Alten Münchener Rathaus eingerichtet wird, ins unmittelbare Zentrum der
Stadt.
Als Hauptzelebranten und Prediger des
Zentralen Eröffnungsgottesdienstes auf dem Gelände der Theresienwiese
am Mittwoch, den 12. Mai sind derzeit die beiden Bischöfe der Gastgeberkirchen,
Erzbischof Am Reinhard Marx und Landesbischof Johannes Friedrich, vorgesehen.
Zum Abschlussgottesdienst auf der
weltbekannten „Theresienwiese“, die jährlich das
Oktoberfest beherbergt, werden bis zu 200.000 Teilnehmer erwartet. Zelebranten
und Prediger sind der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz Erzbischof R.
Zollitsch und die Ratsvorsitzende der Evangelischen
Kirche Deutschland Bischöfin M. Käsmann.
Im Vorfeld dieses ökumenischen
Wortgottesdienstes wird Erzbischof R. Marx in St. Paul mit anderen katholischen
Bischöfen eine Eucharistiefeier zelebrieren, die katholischen Teilnehmern die
Möglichkeit zum Eucharistieempfang gibt, bewusst aber nicht als zweiter
Abschlussgottesdienst dimensioniert sein soll. Zenit 21
Nigeria: Blutige Gewalt zwischen Moslems und Christen
In der nigerianischen Stadt Jos gibt es
seit Sonntag – wieder einmal – erbitterte Kämpfe zwischen Moslems und Christen:
Sie halten auch an diesem Mittwoch an - trotz großer Militärpräsenz.
Nachrichtenagenturen sprechen von fast dreihundert Toten; eine offizielle
Bestätigung dieser Zahl gibt es nicht. Zuletzt hatte es im letzten November in
Jos ähnliche Zusammenstöße zwischen Christen und Moslems gegeben, bei denen
Hunderte von Menschen getötet wurden. Pater Patrick Alumuku
ist Sprecher des Erzbistums Abuja.
Er sagt: „Nach der Krise vom letzten
November haben viele Moslems Jos verlassen; die Stadt hat eine christliche
Mehrheit. Jetzt sind aber einige dieser Moslems zurückgekommen und haben
versucht, ihre Häuser wiederaufzubauen. Daran wollten einige junge Leute sie
hindern – und aus diesem kleinen Zwist ist eine so große Krise entstanden!“ (rv 20)
Kirchen rufen gemeinsam zu Betriebsratswahlen auf
Bonn. Die beiden großen Kirchen in
Deutschland haben die Arbeitnehmer gemeinsam zur Teilnahme an den
Betriebsratswahlen aufgerufen. "Gerade in diesen kritischen Zeiten muss
die Möglichkeit zur Mitbestimmung wahrgenommen und damit die Rechte der
Beschäftigten gestärkt werden", forderten der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und
die Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD),
Bischöfin Margot Käßmann, in einem am Mittwoch in
Bonn veröffentlichten Appell. Die Wahlen finden bundesweit vom 1. März bis zum
31. Mai 2010 statt.
Besonders in den Zeiten der
Wirtschaftskrise bedürfe es der Maßnahmen für eine "nachhaltig gerechte
und menschenwürdige Arbeitswelt", betonten die beiden Geistlichen. Sie
warben für eine Rückbesinnung auf die Prinzipien der sozialen Marktwirtschaft.
Die christliche Sozialethik mit ihrem Bekenntnis zur betrieblichen
Mitbestimmung könne hierfür Orientierung bieten. "Eine vertrauensvolle
Zusammenarbeit zwischen Betriebsräten und Unternehmensleitung trägt vielfach
dazu bei, Konflikte zu lösen, sozialverträgliche Auswege aus Krisen zu finden
und gemeinsam am Unternehmenserfolg zu arbeiten", so Käßmann
und Zollitsch abschließend. (epd)
Die beiden großen Kirchen in Deutschland. Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2010
Vom 1. März bis 31. Mai 2010 finden in
Deutschland Betriebsratswahlen statt. Die Kirchen teilen mit den Betriebsräten
die Sorge um abhängig Beschäftigte und die Zukunft der Arbeitswelt. Daher rufen
wir die Mitarbeitenden dazu auf, sich als Kandidatinnen und Kandidaten zur
Verfügung zu stellen sowie von ihrem Wahlrecht Gebrauch zu machen.
Die aktuellen Betriebsratswahlen fallen
in eine besonders schwierige wirtschaftliche Phase: Die Krise an den
internationalen Finanzmärkten hat auch die Realwirtschaft in einem heftige
Ausmaß erfasst. Auch wenn die Bundesrepublik durch Maßnahmen wie Kurzarbeit
bislang noch relativ glimpflich durch diese Krise gekommen ist und es
vereinzelte Anzeichen für einen neuen wirtschaftlichen Aufschwung gibt, so ist
doch das Ende der Krise noch nicht erreicht.
Dies führt bei vielen Beschäftigten zu
Angst und Verunsicherung. Die Betriebsräte spüren die Sorge, diese Lage könnte
die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer langfristig besonders hart treffen.
Schon jetzt haben viele, insbesondere Leiharbeiter, ihren Arbeitsplatz
verloren, befristete Verträge wurden nicht verlängert und die Kurzarbeit ist zu
einem Massenphänomen geworden.
Aus der Finanzmarkt- und
Wirtschaftskrise müssen Konsequenzen gezogen werden, um in Zukunft Krisen
solchen Ausmaßes möglichst zu verhindern. Dabei müssen auch Maßnahmen für eine
nachhaltig gerechte und menschenwürdige Arbeitswelt ergriffen werden. Es bedarf
einer Rückbesinnung auf die Prinzipien der Sozialen Marktwirtschaft: Die
Christliche Sozialethik kann hierfür Orientierung bieten. Gerade in diesen
kritischen Zeiten muss die Möglichkeiten zur Mitbestimmung wahrgenommen und
damit die Rechte der Beschäftigten gestärkt werden.
Die Christliche Sozialethik bekennt
sich zur betrieblichen Mitbestimmung als einem bewährten Gut der Sozialen
Marktwirtschaft. Im Rahmen der Erwerbsarbeit ist sie Ausdruck der
verantworteten Freiheit des Menschen und damit auch seiner Personenwürde.
Gleichzeitig soll sie in 2 Erinnerung rufen, dass der Mensch Maßstab
unternehmerischen Handelns sein muss. Eine vertrauensvolle Zusammenarbeit
zwischen Betriebsräten und Unternehmensleitung trägt vielfach dazu bei,
Konflikte zu lösen, sozialverträgliche Auswege aus Krisen zu finden und
gemeinsam am nachhaltigen Unternehmenserfolg zu arbeiten.
Sie schafft einen wertvollen Rahmen, in
dem widerstreitende Interessen vorgebracht und ein sachgerechter Ausgleich
gefunden werden kann. Dafür sind die Betriebsräte auf eine respektvolle
Kommunikationskultur mit der Unternehmensleitung und auf das Vertrauen der Arbeitsnehmerinnen
und Arbeitnehmer ebenso angewiesen wie auf die Unterstützung von außen, nicht
zuletzt auch durch die zuständigen kirchlichen Sozialverbände. Betriebsräte
setzen sich für die Belange ihrer Kolleginnen und Kollegen ein und übernehmen
hohe Verantwortung für sie und die Gestaltung der Unternehmenszukunft.
Diese Aufgabe erfordert neben
fachlichen Kompetenzen viel Geschick, Ausdauer und Mut. Sie ist gelebte
Solidarität. Deshalb danken wir allen, die diese Aufgabe bisher wahrgenommen
haben und zollen ihnen dafür Anerkennung und Respekt. Wir bitten alle
Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer, in den Betrieben nach geeigneten
Kandidatinnen und Kandidaten zu suchen und sich auch selbst für dieses Amt zur
Verfügung zu stellen. Machen Sie von ihrem Wahlrecht Gebrauch und stärken Sie
den gewählten Betriebsräten den Rücken! Wir danken allen, die sich für diese
Aufgabe engagieren, und wüschen ihnen Gottes Segen und Erfüllung bei ihrem
Wirken für das Wohl der Beschäftigten und für die Zukunft ihres Betriebs.
+ Erzbischof Dr. Robert Zollitsch,Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz
Bischöfin Dr. Margot Käßmann,Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD) de.it.press
Papst besucht die römische Synagoge – der Bericht
Papst Benedikt XVI. hat die Synagoge
von Rom besucht. Am Sonntagabend stellte er sich in dem jüdischen Gebetshaus am
Tiberufer deutlich hinter die Dialog-Initiativen
seiner Vorgänger. Der Besuch fand unter starken Sicherheitsvorkehrungen statt;
immer wieder kam es während des Papstbesuchs bei der ältesten jüdischen
Gemeinde des Westens zu spontanem Beifall, zu Tränen und Emotionen. Vor dem
Betreten der Synagoge legte Benedikt, der u.a. vom deutschen Kurienkardinal
Walter Kasper begleitet wurde, im römischen Ghetto einen Kranz nieder für die
Menschen, die von hier aus in die Nazi-Vernichtungslager abtransportiert
wurden.
Der römische Oberrabbiner Riccardo Di
Segni wies darauf hin, dass der neuere Dialog mit dem Judentum eine Frucht des
Zweiten Vatikanischen Konzils sei. Das Konzil dürfe nicht in Frage gestellt
werden, meinte er mit einer deutlichen Anspielung auf die Piusbruderschaft. An
dem Ereignis in der Synagoge nahmen auch islamische Gäste teil. Aus Jerusalem
waren der Lateinische Patriarch Fouad Twal und
Israels Vize-Regierungschef Silvan Shalom angereist.
In der Synagoge hatten auch viele Überlebende des Holocaust Platz gefunden.
Papst Benedikt hielt ein eindringliches
Plädoyer für eine Fortsetzung des katholisch-jüdischen Dialogs trotz aller
Irritationen. Die Lehren des letzten Konzils seien auch in dieser Hinsicht „ein
fester Bezugspunkt“. Er hob die Einzigartigkeit des Holocaust hervor und lobte
Initiativen des Vatikans zur Judenrettung in Zeiten des Holocaust. Auf die
Polemik um Pius XII. ging der Papst aus Deutschland nicht ein. Wie sein
Vorgänger Johannes Paul II., der 1986 als erster Papst der Neuzeit die römische
Synagoge besucht hatte, schloss auch Benedikt seine Ansprache mit einem
Psalm-Zitat in hebräischer Sprache.
In seiner programmatischen Rede nannte
Benedikt XVI. die Neuorientierung der katholischen Kirche im Konzil
„unwiderruflich“. Mit Nachdruck beschwor er die Gemeinsamkeiten der beiden
Religionen und forderte ihre Angehörigen auf, trotz bestehender Differenzen
zusammen für eine bessere Welt zu arbeiten.
Papst Benedikt XVI. hat in seiner
Rede in der römischen Synagoge deutlich gemacht, wie wichtig ihm die
Beziehungen zum Judentum sind. Eine ausgewogene, sehr diplomatisch klingende
Ansprache.
„Das Schweigen von Pius XII. schmerzt
noch heute“ – die Reden der Gastgeber
Vor dem Papst ergriffen am Sonntagabend
in der römischen Synagoge mehrere jüdische Vertreter das Wort. Wir
dokumentieren hier die wichtigsten Auszüge aus ihren Ansprachen an Benedikt
XVI. in einer eigenen Übersetzung.
Reaktionen und Pressestimmen - Am Tag
nach dem historischen Besuch sind die Reaktionen gemischt. „Applaus und
Kritik“, titelt die israelische Zeitung „Ha`aretz“.
Generell sprechen Israels Medien wenig von dem Ereignis; sie erwähnen in der
Regel die Kritik an Pius XII., reden aber von einer wichtigen Geste Benedikts.
„Ein herrlicher Tag, der der Welt vorführt, wie viel sich in den Beziehungen
Juden-Christen getan hat“ – das sagt der Rabbiner David Rosen, ein alter Hase
des Dialogs. Johannes Paul sei der erste gewesen, der den Schritt in eine
Synagoge gewagt habe. Doch der jetzige Papst habe das, was sein Vorgänger
vormachte, nun „institutionalisiert“. Der Präsident der italienischen Rabbinervereinigung, Giuseppe Laras,
sieht hingegen „nichts Neues“ und „keinen Grund, der zu mehr Optimismus über
unsere Beziehungen verleiten könnte“. Laras war dem
Ereignis ferngeblieben. Aber „die, die gekommen sind, haben damit recht
behalten“, sagt der italienische Historiker Giorgio Israel. Überlebende des
Holocaust haben dem Papst einen Brief geschrieben, in dem sie kritisieren, dass
Pius XII. nicht öffentlich gegen die Judenvernichtung der Nazis protestiert
hat: Dieses Schweigen habe „unser Leben und das unserer Kinder geprägt“. Etwa
hundert Lefebvre-Anhänger und Traditionalisten haben in Verona eine Sühnemesse
gefeiert, um gegen den Papstbesuch in der Synagoge zu protestieren: Der von der
Kirche geführte Dialog sorge dafür, „dass die Nichtkatholiken in ihren
Irrtümern verharren“. „An die Kritiken und Spaltungen vor dem Besuch wird man
in Zukunft nicht mehr denken, sie sind unwesentlich“, schreibt die Historikerin
Anna Foa im Leitartikel der „Pagine Ebraiche“, zu Deutsch „Jüdische Seiten“. Viel sei erreicht
worden: klare Bekenntnisse zum Dialog von jüdischer Seite, „ein klares
Bekenntnis des Papstes zum Konzil und zur engen Verbindung zwischen Christen
und Juden“. All dies bedeute, „dass die Blicke sich nun nach vorne richten“.
Fachmann zum Synagogenbesuch:
„Ein wichtiges Zeichen“
Auf die Polemik um Pius XII. ging der
deutsche Papst bei seinem Synagogenbesuch nicht
weiter ein – das war für einige seiner Zuhörer, darunter auch viele jüdische
Holocaust-Überlebende, eine Enttäuschung. Das meint der Jesuitenpater Christian
Rutishauser von der Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom. Im Gespräch mit dem Kölner Domradio beschreibt er die Reaktionen der jüdischen
Gemeinde.
„Da es von Papstseite in diesem Sinne
keine Selbstkritik und keine Problematisierung der Situation gab, hat das doch
sehr viele Leute enttäuscht. Heute morgen ist in
verschiedenen Zeitungen immer wieder dieser Punkt herausgehoben worden, dass es
gerade in der Angelegenheit Pius XII. wirklich erwartet worden wäre, dass ein
Wort gesagt wurde – es geht nicht um eine große Entschuldigung, aber um eine
Problematisierung. Gestern in der Synagoge war dies der einzige Augenblick
während der ganzen Veranstaltung, bei dem einige Leute den Kopf schüttelten,
als der Papst dies gesagt hat. Sonst bekam er Applaus für die ganze Rede, aber
an dieser Stelle war eindeutig auch ein Unbehagen zu spüren bei den
Anwesenden.“
Im interreligiösen Dialog zwischen
katholischer Kirche und dem Judentum sei Benedikts Besuch in der römischen
Synagoge aber ohne Zweifel ein „wichtiges Zeichen“, betont Rutishauser.
Nach der „Pionierarbeit“ Johannes Pauls II. sei Benedikts Aufgabe, solide
Dialogarbeit zu leisten. Rutishauser:
„Der Besuch an sich ist ganz, ganz
wichtig, damit klar wird, dass das, was Johannes Paul II. begonnen hat, nicht
nur das persönliche Anliegen dieses Papstes war. Sondern dass Benedikt das
aufnimmt. Er hat in seiner Rede ja auch die Theologie seines Vorgängers
bestätigt. Somit ist das ein ganz wichtiges Zeichen des Vatikans und der Päpste
gegenüber dem jüdischen Volk. Johannes Paul II. hat Pionierarbeit geleistet,
jetzt ist die Aufgabe von Benedikt, zu konsolidieren. Das hat er in großen
Teilen getan, er hat aber auch nichts Neues gesagt im theologischen Bereich bei
dieser historischen Frage von Pius XII. Das ist die aktuell strittige Frage –
in diesem Punkt hat er sicher enttäuscht.“ (domradio/rv 18)
Vatikan: Kardinal Kasper: „Synagogenbesuch markiert Neuanfang“
Als „Neuanfang nach langer Zeit der
Differenzen und Schwierigkeiten“ bewertet der Ökumene-Verantwortliche des
Vatikans Papst Benedikts Besuch in der römischen Synagoge am vergangenen
Sonntag. Kardinal Walter Kasper traf in den letzten Tagen in Rom mit der
Dialogkommission und Vertretern des israelischen Judentums zusammen. Im
Interview mit Radio Vatikan sagte er über den Synagogenbesuch
des Papstes: „Beide Seiten haben Entschiedenheit gezeigt, auf diesem Weg
weiterzugehen, nicht nur akademisch verstanden, sondern im Sinne eines
Werteaustausches. Ich halte für wichtig, was der Papst über die zehn Gebote
gesagt hat. Sie sind ein gemeinsames Erbe, ein Erbe der Menschheit. Die Welt
braucht heute solche Leitlinien. Sicher – es gibt Differenzen zwischen Juden
und Katholiken, die vielleicht ewig bleiben werden, es gibt auch ganz konkrete
Probleme. Was aber den Unterschied macht: Ob man diese Probleme in einer
Atmosphäre der Feindschaft oder der Freundschaft löst. Wir haben Vertrauen
aufgebaut. Dieser Besuch bedeutet Stärkung des Dialogs und ist ein Neuanfang.“
Auch die offenen Fragen zu Papst Pius
XII. seien kein wirkliches Hindernis für eine Fortsetzung des Dialogs, so der
Kardinal. Der Präsident der jüdischen Gemeinde von Rom, Riccardo Pacifici, hatte in seiner Synagogenrede
das „schmerzende Schweigen Pius XII.“ erwähnt und eine Öffnung der noch teils
geschlossenen Archive zu dem umstrittenen Papst gefordert. (rv
19)
Haiti: Endlich kommt Hilfe in Gang, Glauben gibt Hoffnung
Knapp eine Woche nach dem schweren
Erdbeben auf Haiti ist die Lage der Menschen vor Ort immer noch dramatisch.
Rund 70.000 Leichen wurden geborgen, aktuelle Schätzungen gehen von 200.000
Opfern aus. Die Regierung hat den Notstand ausgerufen, die Hilfswerke bemühen
sich um schnelle Erstversorgung der Opfer. Erschwerend kommen Unruhen und Plünderungen
hinzu. Im Vergleich zu den vergangenen Tagen habe sich die Situation jedoch
leicht verbessert. Das berichtet Michael Huhn, Länderreferent für Haiti beim
Lateinamerika-Hilfswerk Adveniat, im Gespräch mit dem Kölner Domradio. Huhn:
„Die Menschen sehen endlich die, auf
die sie gewartet haben – vier Tage lang. Nämlich die Helfer aus dem Ausland,
die Tanklastwagen, die Trinkwasser bringen. Sie sehen, dass mindestens in
Feldlazaretten operiert wird. Und auch, dass in der Bevölkerung selbst eine ungeheure
Hilfsbereitschaft herrscht. Dass Leute aus entfernten Pfarreien Lastwagen
mieten, um all die herauszuholen, die nichts zu essen und zu trinken haben.“
80 Prozent der Bevölkerung sind
katholisch. Der Glaube gebe den Menschen in diesen dramatischen Tagen Kraft.
Auch deshalb sei es so wichtig, die Kirchen - die selbst viele Opfer beklagen -
wieder in Gang zu bringen, so Huhn. domradio/kna 19
Kommentar. Gefährliche Umarmung
Der Politiker-Streit über Margot Käßmann und ihre Kritik am Afghanistan-Einsatz geht in
Phase B. Deren Motto: Kannst du deinen Gegner nicht bezwingen, umarme ihn! Erst
Verteidigungsminister zu Guttenberg, der die
Bischöfin zum Tête-à-tête
bittet, gar mit ihr auf Erkundungsreise nach Kundus
gehen will. Jetzt Angela Merkel, der die Aufregung über Käßmanns
Neujahrspredigt ganz und gar nicht einleuchten mag: Solcherlei
"Einmischungen" sollten der Politik doch willkommen sein, räsoniert
die Kanzlerin.
Das stimmt - und stimmt nicht. Es ist
mittlerweile ein Allgemeinplatz, dass über den Afghanistan-Einsatz viel zu
lange nicht offen gestritten worden sei. Dieser Vorwurf trifft weite Teile der
Politik, Käßmann aber nicht. Die Bischöfin hat ihre
Ablehnung immer wieder - und immer ähnlich - formuliert. Ihre Predigt zur Zäsur
und zur Revision evangelischer Positionen zu stilisieren, fällt daher in die
Kategorie "geschürter Konflikt". Mit der Folge freilich, dass Käßmanns Kritik zum Referenzpunkt der "überfälligen
Debatte" geworden ist, wie sie - zeitversetzt und ein wenig hinter dem
Trend - nun auch die Katholiken fordern.
Das Kanzelwort als Katalysator, das ist
nicht das Schlechteste, was über die Kirchen in der Gesellschaft gesagt werden
kann. Allerdings droht vor lauter Respekt für die Form der Inhalt in
Vergessenheit zu geraten. Schon dem "Sozialwort" der Kirchen von 1997
war das Schicksal beschieden, von der Politik totgelobt worden zu sein - als
ach, so wertvoller Beitrag zu einer ach, so überfälligen Debatte. Solcher
Umarmung sollten sich Käßmann und Co. diesmal rechtzeitig
widersetzen.
Joachim Frank FR 20
Deutschland: Die CDU und ihr „C“
In Deutschland will die CDU sowohl
Wechselwähler von anderen Parteien gewinnen, als auch die Werte der
konservativen Stammwähler stärker berücksichtigen. Wie das gehen soll, darüber
gibt es Streit - vor allem mit den Kirchen und mit Christinnen und Christen
innerhalb der CDU und der CSU.
Der Vorsitzende der Jungen Union,
Philipp Missfelder, betonte in einem Interview mit
unserem Partnersender Radio Horeb, dass gerade
christliche Werte für eine Partei, die das „C“ im Namen führt, zentral sind.
Die CDU solle attraktiv sein für Wähler aller Parteien:
„Ich sage aber gleichzeitig, dass, wenn
wir unsere konservativen Wähler überhaupt noch an uns binden wollen, wir den
Charakter der Volkspartei erhalten müssen. Das bedeutet eben auch, dass das „C“
mit Leben gefüllt wird. Mein Ziel ist, dass auch weiterhin zur Volkspartei CDU
ein klares Bekenntnis zu unseren Wurzeln gehört, und vor allem auch das
Konservative vor dem christlichen Hintergrund.“
Die Arbeitsgemeinschaft Engagierter
Katholiken in CDU und CSU hat sich genau dies zum Thema gemacht, trifft aber in
der Debatte auf viel Kritik. Missfelder wünscht sich, dass die Themen des Arbeitskreises in der
Mitte der Partei diskutiert würden. (radio horeb 19)
Heilsame Erinnerung. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
Am 27. Januar 1945 wurden die
Konzentrationslager Auschwitz I und Auschwitz-Birkenau von sowjetischen Truppen
befreit.
Wie kein anderer Ort steht Auschwitz
als Symbol für die planmäßige Vernichtung des europäischen Judentums.
Wenngleich dort auch zehntausende nichtjüdischer Menschen in den Gaskammern
umkamen, steht der deutsche Name für das polnische Städtchen Oswiecim deshalb wie kein anderer für den größten Genozid
in der Geschichte der Menschheit: die Vernichtung von rund 6 Millionen Juden.
In Auschwitz ist unsere Zivilisation in
furchtbarer Weise mit dem Abgrund ihrer eigenen Möglichkeiten konfrontiert
worden. Der Schrecken über das Ausmaß des Bösen, das dort begangen wurde, hält
uns bis heute gefangen. Noch immer haben wir für dieses Verbrechen, das die
hebräische Sprache als „Schoa“ bezeichnet, kein
angemessenes deutsches Wort gefunden. Dem bekannten Ausspruch, nach Auschwitz
könne es keine Dichtung mehr geben, liegt die Erfahrung dieser Unfähigkeit
zugrunde, mit den Mitteln der Sprache das Geschehen von Auschwitz und dessen
andauernde Folgen für das Selbstverständnis des Menschen, für Zivilisation und
Gesellschaft angemessen zu fassen. Gerade die Überlebenden selbst aber haben
sich immer wieder auf die Suche nach einer Sprache begeben, die diesem
Menschheitsverbrechen Ausdruck verleihen könnte.
Der 27. Januar hat seine Bedeutung
nicht als Chiffre für alles vom Menschen am Menschen je vollzogene Unheil.
Dieses Datum zu begehen, ist uns eine Verpflichtung, die daher rührt, daß wir uns konkret als Christinnen und Christen erinnern.
Wir handeln als solche, die nicht davon lassen können, Menschengeschichte immer
auch vor das Angesicht Gottes zu stellen ? in aller
Ratlosigkeit und mitunter ohne Antwort.
Vielleicht liegt die Hauptaufgabe
christlicher Erinnerung darin, die Wunden offen zu halten, nicht zu versuchen,
das Unvorstellbare plausibel zu machen, den Abgrund zuzuschütten. Und
vielleicht folgt daraus, daß christliche Erinnerung
letztlich unspektakulär Widerstand leistet gegen eine schleichende kulturelle
Amnesie, in der es nur noch Siegertypen geben darf und keine Opfer mehr
vorkommen können. Anders gesagt: Wenn namhafte Theologen heutzutage als
Charakteristikum unserer Gesellschaft die Gottes-Amnesie, die
Gottvergessenheit, ausmachen, bedeutet das nicht auch, daß
dort, wo Gott vergessen wird, auch der Mensch, der erniedrigt, entwürdigt und
entmenschlicht wurde, vergessen ist?
Ein solches Erinnern aus dem Glauben an
einen mitleidenden Gott weiß auch um die dunklen Seiten Gottes, die nicht
einfach erklärt werden können. Der Schrei des Gottessohnes am Kreuz: „Mein
Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?“ (Mt
27, 46) wurde nicht unmittelbar beantwortet. Die Frage des Karfreitags trifft
sich mit so vielen Fragen der Menschen in Verzweiflung und Angst. Seitdem
können wir mit unseren furchtbaren offenen Fragen leben ?
in der Hoffnung, daß sie im Licht des Ostermorgens
beantwortet werden.
Christliches Erinnern lebt letztlich
aus der Hoffnung, daß nur Gott selbst die Tränen
abwischen kann und daß nur ER selbst am Ende Richter
ist. Es ist jene Hoffnung, die uns heißt, den Blick auf den Gekreuzigten zu richten ? trotz allem.
Dennoch stellt sich auch unserer Kirche
die Frage von Mitverantwortung.
Das Schuldbekenntnis der katholischen
Kirche, vor aller Welt am 12. März 2000 von Papst Johannes Paul II.
ausgesprochen, enthält auch das „Schuldbekenntnis im Verhältnis zu Israel“: „Laß die Christen der Leiden gedenken, die dem Volk Israel
in der Geschichte auferlegt wurden. Laß sie ihre
Sünden anerkennen, die nicht weniger von ihnen gegen das Volk des Bundes und
der Verheißung begangen haben.“
Während seiner anschließenden
Pilgerreise nach Israel hat der Papst am 23. März 2000 in der Gedenkstätte Yad Vashem dieses Bekenntnis
vertieft und es dann symbolkräftig an der Klagemauer hinterlegt: „Als Bischof
von Rom und Nachfolger des Apostels Petrus versichere ich dem jüdischen Volk, daß die katholische Kirche, motiviert durch das biblische
Gesetz der Wahrheit und der Liebe und nicht durch politische Überlegungen,
tiefste Trauer empfindet über den Haß, die
Verfolgungen und alle antisemitischen Akte, die jemals irgendwo gegen Juden von
Christen verübt wurden. Die Kirche verurteilt Rassismus in jeder Form als eine
Leugnung des Abbildes Gottes in jedem menschlichen Wesen (Gen 1, 26).“
Die Symbole der Versöhnung von Papst
Johannes Paul II. sind zu einer Quelle der Erneuerung geworden. Und am 15.
Januar 2005 sagte der Papst in seiner Botschaft zum 60. Jahrestag der Befreiung
des KZ Auschwitz: „Dieser Versuch, ein ganzes Volk planmäßig zu vernichten,
liegt wie ein Schatten über Europa und der ganzen Welt; es ist ein Verbrechen,
das für immer die Geschichte der Menschheit befleckt. Heute zumindest und für
die Zukunft gelte dies als Mahnung: Man darf nicht nachgeben gegenüber den
Ideologien, die die Möglichkeit rechtfertigen, die Menschenwürde aufgrund der
Verschiedenheit von Rasse, Hautfarbe, Sprache oder Religion mit Füßen zu
treten.“
Es geht der Kirche um heilsame
Erinnerung, die das Geheimnis der Erlösung ist. Damit zusammen hängt nicht nur
eine Mahnung zur permanenten Aufarbeitung der jüngsten Vergangenheit, sondern
ebenso eine deutliche Frage, wie nachhaltig Deutschland und Europa aus der alle
Maßen übersteigenden Katastrophe gelernt haben. Immer wieder flackert der
Antisemitismus auf. Auch in unserem Land wird er wieder sichtbarer. So liegt
weiterhin ein langer Weg der Läuterung und der Auseinandersetzung vor uns, der
beschritten werden muß. „Bonifatiusbote“
24
Kollekte für Haiti im Kölner Dom
Das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" stellt die Kollekte
des Gedenkgottesdienstes für seinen
Gründer Pater Werenfried van
Straaten
im Kölner Dom am vergangenen Samstag für die Erdbebenopfer in
Haiti zur Verfügung. Über 800 Menschen
hatten an dem Gottesdienst
teilgenommen. Mit der Kollekte werden
die 70 000 Dollar Soforthilfe des
Hilfswerks noch weiter aufgestockt.
Lateinamerika-Referent Javier
Legorreta
betonte, diese Summe sei nur ein Anfang gewesen, um den
Menschen in der zum Großteil zerstörten
Millionenstadt Port au Prince zu
helfen. "Wir unterstützen die
Kirche im Land seit Jahrzehnten, daher
wissen wir, dass die Kirche nun auch
die besten Strukturen hat, um den
Menschen zu helfen", sagte Legorreta. Bei dem schweren Erdbeben sind
nach ersten Schätzungen 50 000 Menschen
ums Leben gekommen.
Ein großes Problem der Rettungskräfte
in Haiti bestünde darin, dass die
staatlichen Stellen nicht in der Lage
seien, die katastrophale Lage in
den Griff zu bekommen, berichtet Legorreta. Daher käme Hilfe beinahe
ausschließlich von internationalen
Organisationen wie der UNO oder
direkt von den Menschen vor Ort.
"Die noch bestehenden Zentren der
Seelsorge sind nach dem Erdbeben zu
wichtigen Koordinationspunkten für
die Hilfe geworden", sagte der
Lateinamerika-Referent.
Das belege unter anderem ein Email des
Vatikanbotschafters in
Port-au-Prince, Bernardito
Auza, die "Kirche in Not" am vergangenen
Donnerstag erreicht habe. Darin habe Auza betont, dass sich die Bischöfe
des Landes mit den Leitern der Caritas
und anderer Hilfsorganisationen
täglich in der Nuntiatur träfen und von
dort aus die humanitäre Hilfe
planen. Genau solche Stützpunkte für
humanitäre Hilfe wolle "Kirche in
Not" in den kommenden Wochen mit
der Soforthilfe ausbauen.
Sobald die Bergungsarbeiten beendet
seien, wolle sich das Hilfswerk an
den Wiederaufbau der zerstörten Kirchen
und Gemeindezentren Haitis
machen. Nach Aussage von Legorreta müssten allein im Großraum
Port-au-Prince "hunderte"
Kirchen völlig neu errichtet werden. Dazu
seien die Menschen in Haiti nicht ohne
fremde Hilfe in der Lage – das
Land ist eines der ärmsten der Welt.
Betroffen zeigte sich Legorreta auch vom Tod des Erzbischofs von
Port-au-Prince, Joseph Serge Miot. Der Erzbischof sei nach ersten
Berichten auf dem Balkon seines Hauses
vom Erdbeben überrascht und auf
die Straße geschleudert worden. Miot hatte seine Laufbahn mit Hilfe
eines Stipendiums von "Kirche in
Not" eingeschlagen. KiN, de.it.press
Zusammenwachsen zur sichtbaren Einheit
Bischöfe von Fulda und
Kurhessen-Waldeck schreiben gemeinsam an Pfarreien und Kirchenvorstände
Fulda/Kassel. „Wir sind Gott dankbar,
unsere guten ökumenischen Beziehungen in Hessen wie schon anläßlich
des Ökumenischen Kirchentages 2003 fruchtbar machen zu dürfen für das
Zusammenwachsen zur sichtbaren Einheit.“ Dies schreiben der katholische Bischof
Heinz Josef Algermissen (Fulda) und der Bischof der
Evangelischen Kirche von Kurhessen-Waldeck, Prof. Dr. Martin Hein (Kassel) in
einem gemeinsamen Brief zum zweiten Ökumenischen Kirchentag an ihre Pfarreien
und Kirchenvorstände. Die beiden Bischöfe sehen die Weichen für ein gutes Ökumenejahr 2010 durch den vom 12. bis 16. Mai in München
stattfindenden zweiten Ökumenischen Kirchentag gestellt. Dessen Motto „Damit
ihr Hoffnung habt“ erinnere an den gemeinsamen Glauben an den Dreieinigen Gott,
„die einzig tragfähige Grundlage der Ökumene“.
Wenn sich die Christen an Gottes
Offenbarung in Leben und Wirken Jesu Christi hielten und ihr persönliches und
kirchliches Leben danach ausrichteten, könnten sie Mut und Hoffnung für die
Begegnung mit den vielfältigen Problemen der heutigen Zeit gewinnen. Die
Bischöfe nennen hier die wachsenden sozialen Spannungen in der Gesellschaft,
die anhaltende Wirtschaftskrise und die Herausforderungen des Klimawandels. Im
Vertrauen auf Gott akzeptierten die Kirchen die eigenen Grenzen und begriffen die
Güter der Erde als seine Gaben, die mit den Bedürftigen in nah und fern geteilt
würden. „Dieser Gewißheit wollen wir auch auf dem
Kirchentag an einem gemeinsamen Stand von Bistum und Landeskirche unter der
Themenstellung ‚Krise – Begegnung – Hoffnung’ Ausdruck geben“, unterstreichen Algermissen und Hein und laden die Gemeinden hierzu ein.
Beim Zusammenwachsen der Christen sei
das gemeinsame Gebet sehr hilfreich, so daß die
Gemeinden in Kürze Karten mit einem Gebet zum Kirchentag erhielten, die an die
Gläubigen zu verteilen seien, damit diese sich auf den Kirchentag einstimmen
und „den verbindenden Dienst vorbereiten können“. Zugleich rufen die Bischöfe
zu gemeinsamen Vorbereitungen von evangelischen Kirchengemeinden und
katholischen Pfarreien auf. (bpf)
Denkt ihr denn gar nicht an Gott?
Einblicke in das Denken Papst Benedikts
XVI. auf dem VII. Jahrgedächtnis
für "Kirche in Not"-Gründer
Pater Werenfried van Straaten
Mit einer Heiligen Messe hat Joachim
Kardinal Meisner am vergangenen
Samstag das siebte Jahrgedächtnis für
Pater Werenfried van Straaten
eröffnet. Etwa 800 Unterstützer des
weltweiten katholischen Hilfswerks
"Kirche in Not" waren dazu in
den Kölner Dom gekommen. Der "Speckpater"
Werenfried
van Straaten hatte nach dem Zweiten Weltkrieg mit
seiner
"Ostpriesterhilfe" die
Versorgung und seelsorgliche Betreuung der
deutschen Heimatvertriebenen
aufrechterhalten. Später entwickelte sich
aus dieser Aktion "Kirche in
Not", ein weltweites Hilfswerk, das seine
Aufgabe vor allem in der Unterstützung
der katholischen Seelsorge in
aller Welt sieht. Im Anschluss an die
Heilige Messe hatte "Kirche in
Not" zu einem Nachmittag mit
Vorträgen und Podiumsgesprächen in das
Maternushaus
des Erzbistums Köln eingeladen.
Kardinal Meisner würdigte seinen Freund
und Weggefährten Pater
Werenfried
in seiner Predigt im Dom als "Mönch, Prophet und Priester".
Der "Speckpater" sei nie
"von irgendwelchen materiellen oder
vordergründigen Interessen" fremd
gesteuert gewesen. Nur darum habe er
sein Werk aufbauen und damit ein
"leuchtendes Zeichen" der Nächstenliebe
sein können. Werenfried
sei "in Person ein Protest" gegen den Zeitgeist
gewesen. Aus seiner Freiheit heraus
habe Werenfried priesterlich und
prophetisch handeln und die Nöte seiner
Zeit rechtzeitig erkennen
können. "Pater Werenfried
baute in seinem Werk Sanatorien Gottes in
unsere Welt hinein", sagte der
Kardinal und rief "Kirche in Not" auf,
seinem Gründer gegen jede Anpassung an
den Zeitgeist treu zu bleiben. Er
mahnte: "Wehe, wenn Werenfrieds Werk aus Gründen der Anpassung oder der
politischen Korrektheit seinen Kurs in
die andere Richtung ändert!"
Diese Mahnung griff die
Geschäftsführerin von "Kirche in Not"
Deutschland, Karin Maria Fenbert, in ihrer Begrüßung zu Beginn der
Nachmittagsveranstaltung vor über 500
Besuchern im vollbesetzten
Maternushaus
auf. Dem Zeitgeist eine katholische Antwort zu geben, sei
das Hauptanliegen der Medienarbeit von
"Kirche in Not". Darum wolle man
an diesem Nachmittag unter anderem eine
kritische Bilanz über den Umgang
der Deutschen mit Papst Benedikt XVI.
während der vergangenen fünf Jahre
ziehen.
Den Anfang dieser Bilanz machte der
Kölner Weihbischof Heiner Koch, der
das erste Großereignis mit Papst
Benedikt XVI., den Weltjugendtag 2005
in Köln, federführend organisiert
hatte. "Es ist etwas aufgebrochen in
den vergangenen Jahren", betonte
der Weihbischof. Nach den wunderbaren
Erlebnissen des Weltjugendtages mit
rund um die Uhr betenden und
begeisterten Jugendlichen habe sich
kein Alltag eingestellt, sondern
vielmehr ein verstärktes Suchen nach
Sinn. "Ich bin nicht erlöst und ich
kann nicht erlöst werden", diese
Einstellung sehe er bei vielen
Jugendlichen, sagte Weihbischof Koch.
In dieser Situation sei Benedikt
XVI. "das Geschenk schlechthin an
die Jugend der Welt". Der Papst
verstehe es, kein Kirchenlatein,
sondern die Sprache aller Menschen zu
sprechen. Das sei schon auf dem Kölner
Weltjugendtag deutlich geworden,
bei dem nicht der Papst oder die
Jugendlichen, sondern allein Gott im
Mittelpunkt gestanden habe. Die große
Frage Papst Benedikts an seine
Zeit laute: "Denkt ihr denn gar
nicht an Gott?" Und die junge Generation
nehme diese Frage auf.
Diesen Gedanken führte Joachim Kardinal
Meisner in seinem Vortrag zur
Frage "Den Papst verteidigen –
aber wie?" weiter. "Wir verteidigen den
Papst am besten, indem wir die
Gottesfrage stellen und beantworten",
sagte der Kardinal. Dazu wünsche er
sich mehr Glaubenswissen unter den
Katholiken. Es sei beschämend, wenn
Katholiken nichts mehr über das
christliche Gottesbild wüssten. Er wünsche sich eine Kirche, die sich
nicht ducke. "Wir Katholiken sind
bei der Firmung auf die Stirn geweiht
worden und nicht auf den Rücken!"
rief der Kardinal aus. Die Angriffe
auf Papst Benedikt XVI. während der
vergangenen fünf Jahre führte
Meisner vor allem auf die anhaltende
"Kritik seiner Artgenossen" zurück.
Schon als junger Professor habe Joseph
Ratzinger die Hörsäle gefüllt,
während andere Theologen vor halbleeren
Räumen doziert hätten. Das habe
zu einem "Futterneid"
geführt, den man leider heute noch bemerken könne.
Andererseits hätte ein Nachfolger
Petri, falls er von allen gelobt würde
"sicher etwas falsch
gemacht", stellte Meisner fest. Daher sei die Welle
der Kritik ein Indiz für das
segensreiche Wirken Benedikts XVI.
In seinem Vortrag und im anschließenden
Podiumsgespräch mit Weihbischof
Koch und dem Mitbegründer der
"Generation Benedikt", Nathanael Liminski,
gab Kardinal Meisner auch tiefe
Einblicke in das Denken und Fühlen
Benedikts vor und nach der Papstwahl.
Er erinnerte sich, wie Joseph
Ratzinger vor dem Konklave
"inmitten eines riesigen Bergs von Akten"
gesessen habe, die der verstorbene
Papst Johannes Paul II. ihm zur
Bearbeitung übergeben habe. Meisner
habe ihn in dieser Situation darauf
angesprochen, dass er in ihm den
nächsten Papst sehe. Ratzinger habe
geantwortet: "Bete für mich, dass
dieser Kelch an mir vorüber geht."
Ratzinger habe ihm leid getan, sagte
Meisner, aber "um der Kirche willen
konnte ich ihn nicht schonen".
Nathanael Liminski forderte als Antwort
auf die Forderungen Meisners alle
Katholiken auf, "Gesichter ihres
Glaubens" zu werden. Viele würden
in der Kirche nur noch Fragen stellen,
doch nur wenige seien bereit, Antworten
auf diese Fragen zu geben. Die
"Generation Benedikt" wolle
vor allem junge Katholiken zu mehr
öffentlichem Engagement anregen. KiN, de.it.press
Bistum Fulda leistet 20.000 Euro Soforthilfe für Haiti
Fulda. Das Bistum Fulda hat aus seinem
Katastrophenfonds 20.000 Euro als Soforthilfe zur Finanzierung von
Hilfsmaßnahmen für die durch das schwere Erdbeben betroffenen Menschen in Haiti
zur Verfügung gestellt. Der Betrag wurde an Caritas International in Freiburg überwiesen.
Mit der Geldhilfe soll ein Zeichen der Solidarität mit den Opfern der
furchtbaren Naturkatastrophe gesetzt und ein Beitrag zur Linderung der Not in
der Bevölkerung geleistet werden. „Das Schicksal der Erdbebenopfer in Haiti
darf niemanden unberührt lassen“, betont Diözesanbischof Heinz Josef Algermissen.
Zwei Tage nach der Erdbebenkatastrophe
in Haiti liegen noch immer keine genauen Zahlen über die Opfer vor. Es muß von etwa drei Millionen Betroffenen und sehr vielen
Todesopfern ausgegangen werden. Das ärmste Land der westlichen Hemisphäre wurde
am Nachmittag des 12. Januar gegen 17 Uhr Ortszeit von einem schweren Erdbeben
der Stärke 7,0 und zahlreichen Nachbeben erschüttert. Das Epizentrum lag 16 km
südwestlich der Hauptstadt Port-au-Prince. Zahllose Gebäude sind in sich
zusammengebrochen und haben eine noch unbekannte Zahl von Menschen unter sich
begraben. „Das ist die schlimmste Katastrophe, die je über Haiti eingebrochen
ist. In Port au Prince liegen überall Tote auf den Straßen. Die Krankenhäuser
sind mit Toten und Verletzten vollkommen überfüllt“, berichtet der
Nothilfekoordinator der Caritas Haiti, Joseph Jonidès
Villarson. Die Caritas-Mitarbeiter leisten Erste Hilfe
und verteilen Zelte und Decken, die als Soforthilfe zur Verfügung stehen.
Weitere Hilfe ist dringend nötig, denn die Vorräte der Caritas sind inzwischen
aufgebraucht. Vor allem fehlt es an sauberem Trinkwasser, Medikamenten, Zelten
und Decken, Lebensmitteln und medizinischer und psychologischer Hilfe für die
Opfer. (bpf)
Baldachin von St. Peter - Ein Triumph für Bernini und die Päpste
Zu Jahresbeginn hat es in Rom eine
kleine kunstgeschichtliche Sensation gegeben: In den vatikanischen Archiven ist
der Vertrag aufgetaucht, mit dem Papst Urban VIII. dem großen Barockkünstler
Gian Lorenzo Bernini den Auftrag für den berühmten Baldachin im Petersdom
erteilt hatte. Der Bernini-Experte der Humboldt Universität, Arne Karsten, der
selbst einige Jahre in Rom tätig war, erklärt gegenüber Radio Vatikan, was
dieser Fund für die Kunsthistoriker bedeutet:
„Wir wussten, dass 1624 die Planungen
begonnen hatten. Aber erst jetzt können wir sagen, dass der Auftrag an Bernini
genau 1625 erfolgt. Es wird deutlich, dass Bernini schon sehr früh von Urban
VIII. mit großen Projekten beauftragt wurde. Das ist insofern bemerkenswert,
als Bernini bis dahin lediglich als Bildhauer renommiert war. Mit dem
Baldachin, der eine Höhe von über 28 Metern hat, wird ihm eine neue Qualität an
Aufträgen erteilt. Das zeigt, dass Urban VIII. den Künstler Bernini mit
besonderem Nachdruck förderte.“(rv 20)