Notiziario religioso 18-20 Gennaio
2010
Lunedì 18. Il commento al Vangelo. “Vino nuovo in otri nuovi”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 2,18-22) commentato da P. Lino Pedron
18 Ora i discepoli
di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si
recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non
digiunano?». 19 Gesù disse loro: «Possono forse
digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo
sposo con loro, non possono digiunare. 20 Ma verranno i giorni in cui sarà loro
tolto lo sposo e allora digiuneranno. 21 Nessuno cuce
una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo
squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. 22 E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino
spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».
Una festa di nozze
è l’occasione classica per darsi all’allegria. Le nozze diventano così una
figura del tempo della salvezza, come leggiamo anche nel libro di Isaia:
"Dio gode con te come lo sposo con la propria sposa" (62,5; cfr
61,10). Questa immagine è ancora più rafforzata dall’applicazione del Cantico
dei cantici ai rapporti tra Dio e la nazione ebraica.
Gesù,
presentandosi come lo Sposo, spiega la sua presenza in terra come il sopraggiungere
del tempo della salvezza in cui si adempie la beatificante promessa di Dio, In
questo tempo di nozze non è immaginabile che gli invitati facciano digiuno. Fin
dal principio la Chiesa ha compreso questo insegnamento, e nella sua liturgia
risuona l’eco della sua allegrezza: "Ogni giorno tutti insieme
frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo
i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di
tutto il popolo" (At 2,46-47).
La risposta di
Gesù è chiarissima, però è anche scandalosa per i discepoli di Giovanni e per i
farisei, perché Gesù si presenta come lo Sposo, richiamandosi ai profeti
dell’Antico Testamento: "Nessuno ti chiamerà più Abbandonata né la tua
terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mio Compiacimento e la tua
terra Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno
sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo
Architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per
te" (Is 62,4-5). Gesù si
identifica con lo Sposo-Dio innamorato del suo popolo, evocato dai
profeti (cfr Os 2,18; 3,3-5; Ez
16,8-14; Is 54,5-6; ecc.).
I
"giusti" digiunano perché ignorano l’amore gratuito di Dio che mangia
con i peccatori e i non meritevoli. Tutti intenti a meritare l’amore di Dio con
le loro opere, non si accorgono che l’amore meritato non è né gratuito né
amore; se ne escludono proprio con il loro sforzo per conquistarlo.
Questo brano ci fa
fare un passo in avanti rispetto al brano precedente:
il nostro mangiare da peccatori perdonati con il Signore non è un banchetto
qualunque, è un pranzo di nozze. Questa è la gioia inesprimibile che nessuno
avrebbe osato sperare: in Gesù si celebrano le nozze di Dio con l’umanità. Lui
si è unito a noi per unirci a sé. Si è fatto come noi
per farci come lui. "Dio si è fatto uomo perché
l’uomo diventasse Dio" (s. Ireneo).
Ora i due vivono in comunione e intimità di vita, formano una carne sola e
hanno un unico Spirito.
"Il
principale motivo della venuta del Signore è quello di
rivelare l’amore di Dio per noi e di inculcarcelo profondamente…
Cristo è venuto soprattutto perché l’uomo sappia quanto è amato da Dio"
(s. Agostino). Dalle prime pagine della Bibbia fino alle ultime, Dio si
presenta come il nostro unico interlocutore, il nostro Sposo geloso. Il
rapporto donna-uomo è figura del rapporto uomo-Dio.
Egli ci ama di un amore eterno. Il vero cristiano è colui che
ha conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per lui (1Gv 4,16) e dice il suo
sì matrimoniale a Colui che da sempre gli ha detto sì, e vive nella gioia
dell’unione sponsale con lui. Se nel passato digiunava nell’attesa dello Sposo,
ora gode della sua presenza e celebra il pranzo delle
nozze. Anche lui conoscerà il digiuno (v. 20) nei giorni in cui lo Sposo gli sarà strappato con violenza nella morte di croce.
Il discepolo è
unito al suo Signore come la sposa allo sposo. L’altra parte dell’uomo, la
costola che gli manca e che freneticamente cerca e ricerca, è Dio. Questo
mistero è grande (Ef 5,32): è il più grande mistero dell’universo. L’amore nuziale è il più bel
modo di esprimere il nostro amore con Dio. Con la venuta di
Gesù si compie la promessa di Dio alla sposa infedele: "Ti farò mia sposa
per sempre… e tu conoscerai (amerai) il Signore (Os 2,21-22).
Chiamandosi sposo,
Dio ci ha dato la più bella presentazione di sé e di noi. Sposo e sposa sono
due termini relativi, dei quali l’uno non può stare senza l’altro. Colui che liberamente ci ha creati, necessariamente ci ama
di amore eterno (Ger 31,3) e ci comanda: "Amami
con tutto il cuore" (cfr Dt 6,4), perché anch’io
ti amo e non posso non amarti.
L’Amore vuole
essere liberamente amato. La grandezza dell’uomo è amare Dio. E uno diventa ciò
che ama. Lo stesso amore che ha fatto diventare Dio uomo, fa
diventare l’uomo Dio.
Con le parabole
del nuovo e del vecchio (vv.
21-22), Gesù individua una prima fondamentale
resistenza nei confronti del suo messaggio. Si può rifiutare la conversione
evangelica in nome dell’equilibrio, della saggezza, del buon senso, della
tradizione, del "si è sempre fatto così": valori più che sufficienti
per mettere in pace la coscienza. Tutte queste cose significano attaccamento al
proprio schema e rifiuto di rinnovarsi: esattamente il
contrario del "convertitevi e credete nel vangelo" (1,15).
Gesù Cristo è
stoffa nuova, vino nuovo. Non si può appiccicare
Cristo e il suo vangelo su una mentalità vecchia, su un modo vecchio
di vivere: si perderebbe la tranquillità di prima senza acquistare la gioia
della conversione.
La venuta dello
Sposo rinnova a tal punto l’uomo, che egli non può pensare di adattarsi in
qualche maniera a questa radicale novità. Aprirsi ad
essa significa accettare che tutto ciò che è vecchio crolli per far posto al
nuovo. Tutte le religioni, compresa quella ebraica, e le comunità dei discepoli
di Giovanni Battista, sono otri vecchi, incapaci di contenere il vino nuovo che
è la vita nuova in Cristo, lo Spirito Santo, l’amore
stesso di Dio, la vita di Dio. Il cuore di pietra era l’otre vecchio per la
lettera che uccide; il cuore di carne è l’otre nuovo per lo Spirito che dà la vita (cfr 2Cor 3,6). P. Lino Pedron,
de.it.press
Martedì 19. Il commento al Vangelo. “Il sabato è stato fatto per l'uomo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 2,23-28) commentato da P. Lino Pedron
23 In giorno di
sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando,
cominciarono a strappare le spighe. 24 I farisei gli dissero: «Vedi, perché
essi fanno di sabato quel che non è permesso?». 25 Ma egli rispose
loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed
ebbe fame, lui e i suoi compagni? 26 Come entrò nella casa di Dio, sotto il
sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani
dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito
mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». 27 E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il
sabato! 28 Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato».
Leggiamo nel Libro
del Deuteronomio 5,12-15: "Osserva il giorno di sabato per santificarlo,
come il Signore tuo Dio ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il
settimo giorno è il sabato per il Signore Dio tuo: non
fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né
la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né
il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua
schiava riposino con te. Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e
che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con
mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare
il giorno di sabato".
Il sabato è il
giorno del riposo settimanale, consacrato a Dio che ha riposato nel settimo
giorno della creazione (cfr Gen 2,2-3; Es 20,11).
A questo motivo
religioso si unisce una preoccupazione umanitaria: è necessario che i
non-liberi, gli schiavi, sentano almeno ogni sette giorni la gioia della
libertà. Inoltre, gli israeliti devono ricordare che essi sono liberi perché
Dio li ha liberati dalla schiavitù. Il sabato è quindi una festa-ricordo, un
memoriale di ciò che Dio ha fatto per loro e di come Dio vuole l’uomo: lo vuole libero.
"I discepoli
cominciarono a strappare le spighe". La legge permetteva esplicitamente
questo gesto: "Se passi tra la messe del tuo prossimo, potrai coglierne
spighe con la mano, ma non mettere la falce nella messe del tuo prossimo"
(Dt 23,26), però non faceva allusione al sabato. La Mishnah (la legge
orale, per distinguerla da quella scritta, cioè la Bibbia) che codificò le
leggi sabbatiche sviluppate dalla tradizione ebraica, elenca trentanove
attività proibite, fra le quali figurano le varie
attività agricole, compresa la spigolatura. Era anche precisato che non si
poteva strappare le spighe, ma solo sgranarle con le dita.
Qual è
l’interpretazione della legge che meglio rivela le intenzioni di Dio, il volto
di Dio? Dio sta dalla parte di Gesù. E Gesù stabilisce un principio: "Il
sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il
sabato!".
Nell’ambiente in
cui viveva Gesù, la legge valeva assai più dell’uomo. Gesù non ha abolito la
legge, ma ha contestato le false interpretazioni di essa e ha indicato il
principio che dà valore ad ogni legge: la legge è per l’uomo.
Non l’avesse mai
fatto! E’ noto, infatti, che il potere costituito fa, quasi
sempre, della legge la sua forza. Guai a chi la tocca! Chi tocca muore!
E Gesù è morto anche perché, secondo loro, violava la legge del sabato.
"Il sabato è
fatto per l’uomo" significa anzitutto che ogni legge, anche la più sacra,
è a vantaggio dell’uomo. Nella creazione tutto fu fatto per l’uomo, compreso il
sabato che è figura del Signore stesso della vita. L’uomo è per Dio perché Dio
per primo è per l’uomo.
La libertà di
coscienza di Gesù, che è vera adesione alla volontà di Dio, esprime un annuncio
di salvezza altrettanto beatificante quanto quello contenuto nelle parole
"il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra"
(Mc 2,10). Infatti il perdono dei peccati e la
liberazione dalla grettezza umana esprimono ugualmente bene la stessa potenza
di salvezza.
I comandamenti di
Dio sono stati dati per amore dell’uomo, per il suo vero bene. Unicamente la
coscienza di una responsabilità nei riguardi di questo Dio, a
cui dovremo rendere conto di ogni nostra azione e di ogni nostra parola
(cfr 2Cor 5,10), ci dà anche il diritto a una coraggiosa libertà come quella di
Gesù. P. Lino Pedron, de.it.press
Mercoledì 20. Il commento al Vangelo. La guarigione di sabato
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 3,1-6) commentato da P. Lino Pedron
1 Entrò di nuovo
nella sinagoga. C'era un uomo che aveva una mano inaridita, 2
e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi
accusarlo. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano
inaridita: «Mettiti nel mezzo!». 4 Poi domandò loro:
«E' lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o
toglierla?». 5 Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione,
rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: «Stendi la
mano!». La stese e la sua mano fu risanata. 6 E i farisei uscirono subito con
gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per
farlo morire.
Un altro episodio
ancora riguardo al sabato. Questa volta però non sono
i discepoli di Gesù che trasgrediscono la legge, ma
Gesù stesso. Il criterio di Gesù è questo: "Fare il bene, salvare una
vita" (v. 4). Proprio a questo deve servire la legge del sabato: per la
libertà e per il bene dell’uomo, per evitargli una vita da schiavo e da
forzato.
"Rattristato
per la durezza dei loro cuori" (v. 5). Gesù aveva cercato di evitare questa situazione; si era
sforzato di rompere le barriere cercando il dialogo, perché fossero loro a dire
ciò che si poteva fare in giorno di sabato, "ma essi tacevano" (v.
5). A questo punto Gesù fece la sua scelta: scelse l’uomo e lo guarì. Non
lasciò passare quel giorno di festa senza che diventasse anche per quel malato
un segno concreto di libertà. Gesù ha sempre amato la libertà per sé e per gli
altri.
"Tennero
consiglio contro di lui per farlo morire" (v. 6). Perché Gesù deve morire
se guarisce la gente e cerca il vero bene dell’uomo? Per gli scribi la vera
immagine di Dio può essere soltanto quella del giudice che condanna il
colpevole (e, in questo, ben volentieri, gli darebbero una mano: cfr anche Gv 8,3-11).
E’ abissale la
differenza tra la loro concezione di Dio e il vero Dio, manifestato da Gesù: un
Dio che sana, perdona, riconcilia, ama. Nel contrasto tra Gesù e coloro che detengono il potere, sono in gioco due diverse
concezioni di Dio.
Facciamo una breve
digressione sulla logica dei farisei. Essi non hanno approvato la guarigione di
un malato in giorno di sabato per timore di violare la legge, ma non hanno
scrupolo, in giorno di sabato, di decidere la morte di una persona innocente,
del Salvatore, di Dio stesso. Guarire e far vivere è
un delitto che merita la morte, far morire è un’opera buona che rende gloria a
Dio. Strana logica, strana morale: è la
"morale" dell’odio che si oppone alla morale dell’amore. I farisei
avevano fatto di Dio il nemico dell’uomo: il colmo dell’opera diabolica (cfr Gen 3; Gv 8,44).
In Gesù si rivela Dio-con-noi-e-per-noi: questa è la
grande novità della rivelazione. Ma gli uomini spesso
rifiutano un Dio amico che li ama e li libera, e gli preferiscono un falso dio
che li spadroneggi. Di fronte alla durezza di cuore dei
farisei, Gesù prova indignazione e tristezza. Il Cristo manifesta contemporaneamente
la collera di Dio e la sua compassione che non viene mai meno di fronte alle
sue creature incapaci di aprirsi alle sue sollecitazioni.
Il miracolo della
guarigione dell’uomo che aveva la mano secca costerà la vita a Gesù. La croce
si profila ormai chiaramente. E’ il prezzo del dono che ci fa guarendo la
nostra mano incapace di accogliere e di donare. Le sue mani inchiodate
scioglieranno la nostra mano rigida.
Si scorge
all’orizzonte l’albero dal quale penderà Gesù, il frutto della vita, verso cui possiamo
e dobbiamo tendere la mano per diventare come Dio (cfr Gen
3).
Questo racconto
chiude una tappa del vangelo in cui Gesù ci ha rivelato chi è lui per noi in
ciò che ha fatto per noi. P. Lino Pedron, de.it.press
Il Papa in Sinagoga, tra i sorrisi, clima disteso dopo le polemiche
Benedetto XVI: un
filo di continuità con la visita di Wojtyla nell'86.
«Shoah, la Santa Sede agì in silenzio»
ROMA - Benedetto XVI ha trascorso oltre un'ora, domenica 17, nella Sinagoga
di Roma, per l'attesa visita ufficiale, che nei giorni precedenti aveva dato
vita a un vivace dibattito e qualche polemica legata, soprattutto, al processo
di beatificazione di Pio XII, il Papa del Gran silenzio sulla deportazione
degli ebrei romani. E nel rispondere al rammarico degli Ebrei per quel periodo
buio ha affermato che «la Sede Apostolica agì in modo discreto e nascosto».
Ad accompagnare il
Santo Padre, monsignor Tarcisio Bertone e Riccardo
Pacifici per la comunità ebraica. Il Papa ha percorso la via Catalana che conduce al Tempio, dove si
ricordano i mille ebrei romani deportati ad Auschwitz nell'ottobre del '43. Era
ottobre anche nel 1982 quando in un attentato alla sinagoga morì un bambino di 2 anni e 37 persone rimasero ferite.
APPLAUSI E
SERENITA' - Applaudito dalla folla, il Pontefice è giunto alle 16.40 davanti
alla porta della Sinagoga dove ad attenderlo c'erano
le più alte autorità della comunità ebraica, tra cui il rabbino capo Riccardo
Di Segni, e rappresentanti della Repubblica e del Comune di Roma. In prima fila, il sindaco Gianni Alemanno, il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Gianni Letta, il presidente della Camera Gianfranco
Fini.
Poco prima, sulla
via, aveva incontrato anche il rabbino emerito Elio Toaff, che nel 1986 accolse
nella stessa sinagoga Giovanni Paolo II, il primo papa a metter piede nel
Tempio. Con Toaff, papa Ratzinger si era fermato a dialogare qualche minuto, in
un clima di serenità che è parso cancellare le polemiche degli ultimi giorni
sull'opportunità della visita del capo della Chiesa.
IL SILENZIO DI PIO XII - Riccardo Pacifici, presidente della comunità
ebraica di Roma, ha rivolto un pensiero alle migliaia di persone che soffrono e
«un appello per portare la solidarietà concreta alle vittime». E' seguito un
minuto di silenzio in ricordo dei morti nel terremoto sull'isola caraibica.
Poi Pacifici ha
ringraziato il Papa per essere venuto a rendere omaggio agli Ebrei deportati
nei lager nazisti. Quindi ha ricordato che la propria
esistenza si deve all’aiuto che le suore di un convento di Firenze diedero alla
sua famiglia nel 1943. Ma ha anche espresso rammarico
per il silenzio di papa Pio XII durante le deportazioni. «Il
silenzio di Pio XII davanti alla Shoah, fa ancora male perché avrebbe dovuto
fare qualcosa - ha detto al Papa Pacifici -. Forse non sarebbe riuscito a
fermare i treni della morte, ma avrebbe lanciato un segnale, una parola di
estremo conforto, di umana solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati verso i forni crematori di
Auschwitz».
FRATELLI INSIEME -
«Cari amici e fratelli ha detto il Papa, all'inizio dell'incontro
i salmi che abbino ascoltato suggeriscono atteggiamento spirituale più
autentico per vivere questo momento di grazia», ha detto Benedetto XVI, che
ringraziato «il Signore per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a
rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada
della riconciliazione».
Ringraziando il
rabbino capo Di Segni per l'invito, il presidente delle comunità ebraiche
italiane Renzo Gattegna e Riccardo Pacifici, il Papa
ha rivolto un saluto e un ringraziamento alla «comunità ebraica romana per il
momento di incontro e amicizia». Poi ha ricordato «il
mio beneamato predecessore Giovanni Paolo II» e il suo deciso contributo al
consolidamento per superare ogni incomprensione e pregiudizi. «La mia visita –
ha detto papa Ratzinger - si inserisce nel cammino
tracciato per rafforzarlo. Per manifestarvi la stima e
l'affetto che il vescovo e la Chiesa di Roma nutrono verso questa comunità e le
comunità ebraiche sparse nel mondo».
DA GIOVANNI XXIII
A WOJTYLA - Nel ricordare papa Giovanni XXIII che «per primo capì la necessità
del presupposto di pari dignità e reciproco rispetto» - principi solennemente
affermati nella dichiarazione Nostra aetate,
promulgata il 28 ottobre 1965 dal Concilio Vaticano II - l'avvocato Renzo Gattegna ha sottolineato a sua
volta che «da allora iniziò a svilupparsi il dialogo fra ebrei e cristiani». Un
dialogo fondamentale per eliminare incomprensioni a causa delle quali gli ebrei
pagarono un pesante prezzo in vite umane.
«Scolpito nella nostra memoria - ha detto Gattegna a Benedetto XVI - rimane il nobile discorso da lei
pronunciato nel febbraio 2009 nell’annunciare viaggio in Israele. Lei volle
riprendere le parole che Wojtyla pronunciò davanti al muro del pianto,
chiedendo scusa per le sofferenze che il popolo di Israele aveva dovuto patire».
TESTIMONI DELLO
STERMINIO - Presenti in Sinagoga numerosi anziani testimoni della Shoah, romani
che nel 1943-44 furono deportati nei campi di sterminio nazisti e furono tra i
pochissimi che riuscirono a sopravvivere all’inferno dei lager, il rabbino capo
Riccardo Di Segni ha voluto rivolgere «un saluto grato al Papa e Vescovo di
Roma per aver scelto di visitare il luogo più sacro e più importante della
comunità ebraica italiana».
IMPOSSIBILE
DIMENTICARE - Il Papa ha a sua volta risposto: la Shoah è un dramma
sconvolgente. «Impossibile dimenticare lo sterminio degli ebrei». «Come non
ricordare, come dimenticare i loro volti le loro
lacrime, la disperazione di donne e bambini - ha sottolineato il Santo Padre -.
Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosé, prima
annunciato poi realizzato dai nazisti...»
«Purtroppo molti rimasero indifferenti - ha ricordato
Ratzinger -. Ma molti anche tra i cattolici italiani,
sostenuti dalla fede, aprirono le braccia per soccorrere gli ebrei braccati, a
rischio stesso della loro vita». Quanto alla Chiesa, senza nominare Pio XII, il
pontefice ha ribadito: «Anche la sede apostolica
svolse un’azione di soccorso spesso nascosta». E ha aggiunto: «La memoria
spinge a rafforzare i legami, perchè crescano sempre
di più la comprensione e la fiducia».
FONDAMENTALISMO -
Il fondamentalismo islamico e i propositi dell’Iran preoccupano gli ebrei, ha sottolineato nel suo discorso in Sinagoga il presidente
della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici. «Siamo
tutti preoccupati per il fondamentalismo islamico. Uomini e donne animati
dall’odio e guidati e finanziati da organizzazioni terroristiche cercano il
nostro annientamento non solo culturale ma anche fisico. Questo fanatismo
religioso è sostenuto anche da Stati sovrani», ha
detto Pacifici.
«Tra questi Stati
ci sono coloro che sviluppano la tecnologia nucleare a
scopi militari programmando la distruzione dello Stato d’Israele e il conseguente
sterminio degli ebrei, con l’intento ultimo di ricattare il mondo libero. Per
questo - ha aggiunto Pacifici - dobbiamo solidarizzare con le forze che
nell’islam interpretano il Corano come fonte di solidarietà e fraternità umana,
nel rispetto della sacralità della vita».
RESPONSABILITA' DI PACE - «L’immagine di rispetto e di amicizia che emana
da questo incontro deve essere un esempio per tutti coloro
che ci osservano - ha detto il rabbino Di Segni - . Ma
amicizia e fratellanza non devono essere esclusivi e oppositori nei confronti
di altri. In particolare di tutti coloro che si
riconoscono nell’eredità spirituale di Abramo». Ed ha aggiunto un appello:
«Ebrei, Cristiani e Musulmani sono chiamati senza esclusioni a questa
responsabilità di pace».
LE LODI DEL XVIII
SECOLO - Il rabbino Di Segni ha rivelato che Benedetto XVI sarà il primo a
visitare la mostra dei ritrovati e restaurati cartelli di lodi degli ebrei al
Papa: «Un tempo, quando un nuovo Papa veniva eletto,
il pontificato iniziava con una solenne processione per Roma - ha raccontato il
rabbino capo -. A questa processione dovevano partecipare anche gli ebrei, con
pannelli elogiativi: 14 di quei pannelli del XVIII
secolo sono stati riscoperti, sono un pezzo della storia degli ebrei a Roma».
Quei pannelli
«erano un tributo dovuto a forza da gente chiusa in un recinto - ha detto Di
Segni - ma i tempi sono cambiati e ringraziamo il signore benedetto che ci ha
portato a questa libertà».
PARI DIGNITA' -
Dal 1870, ha sottolineato il rabbino capo in Sinagoga,
«possiamo rapportarci con la Chiesa e il suo Papa in termini di pari dignità». Ed
ha ammonito: «Se quel che ha portato il Concilio Vaticano II venisse
messo in discussione, non ci sarebbe più opportunità di dialogo». Quindi ha ricordato «la storica e indimenticabile visita di
Papa Wojtyla in questa sinagoga, cui seguì il riconoscimento dello Stato
d'Israele da parte della Chiesa». Redazione
online CdS 17
Il Papa in Sinagoga ricorda gli anni del nazismo. "Santa Sede e
cattolici aiutarono gli ebrei"
Benedetto XVI affronta uno dei tempi più scottanti del rapporto tra le
due religioni
Poi ricorda
Giovanni Paolo II e invita al dialogo. Applausi alla fine del
suo intervento - Accoglienza calorosa al suo ingresso nel tempio. Ma nel discorso ufficiale Pacifici ricorda le "ferite
ancora aperte" e l'"atto mancato" di Pio XII. Di Segni:
"Silenzio non sfugge a Dio"
ROMA - Benedetto XVI ha parlato questo pomeriggio alla Sinagoga di Roma, in
un discorso concluso da un lungo applauso: "Siano sanate per sempre le
piaghe di antisemitismo cristiano", ha detto, nel suo discorso ufficiale. Sottolineando la continuità tra la sua volontà di amicizia e
di dialogo rispetto a quella perseguita da papa Wojtyla. Ma anche che, perfino
negli anni dello strapotere nazista (quelli al centro delle polemiche sul
silenzio di Pio XII verso la Shoah), "la
Sede Apostolica svolse un'azione di soccorso, spesso nascosta e
discreta". Da qui il messaggio di oggi: "Possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra
noi".
La visita al
Ghetto ebraico di Roma è cominciata alle 16,30, con l'accoglienza da parte del
presidente della Comunità ebraica cittadina, Riccardo Pacifici, e del
presidente delle Comunità ebraiche italiane, Renzo Gattegna.
Poi l'ingresso nel tempio, tra gli applausi dei cittadini.
Mentre dentro è lui ad applaudire, in piedi, i sopravvissuti ai lager. Prima di
entrare, il Papa ha sostato davanti alla lapide che ricorda la deportazione del
Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, quando 1.021 ebrei romani furono nei i
campi di sterminio (solo 17 tornarono vivi). E ha
deposto una corona di fiori. Poi ha reso omaggio alla targa che su un lato del
tempio ricorda l'attentato terroristico del 1982, in cui perse la vita Stefano Tachè, di
due anni.
Nel suo discorso
ufficiale in onore dell'ospite, Riccardo Pacifici - che ha invitato i presenti
nel tempio a un minuto di silenzio per Haiti - ha sottolineato
che nel rapporto tra le due religioni "il peso della storia si fa si
sentire con ferite ancora aperte che non possiamo ignorare. Per questo
guardiamo con rispetto anche coloro che hanno deciso
di non essere fra noi". E non è mancato il riferimento
alle critiche a Pio XII, il cui "silenzio di fronte alla Shoah duole ancora
come un atto mancato. Forse non avrebbe fermato i treni della morte, ma
avrebbe trasmesso, un segnale, una parola di estremo conforto per quei nostri fratelli trasportati verso i camini di
Auschwitz".
Invece nel suo
intervento il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, non ha citato epslicitamente Pio XII; ma ha detto che "il silenzio
di Dio o la nostra incapacità di sentire la Sua voce davanti ai mali del mondo,
sono un mistero imperscrutabile. Ma
il silenzio dell'uomo è su un piano diverso, ci interroga, ci sfida e non
sfugge al giudizio".
Poi è toccato a
Benedetto XVI, che ha subito citato Papa Wojtyla: "Questa mia visita - ha sottolineato - si inserisce nel cammino tracciato, per
confermarlo e rafforzarlo". Il Concilio Vaticano II, ha proseguito, resta
per i cattolici "un punto fermo", un "cammino irrevocabile di
dialogo, di fraternità e di amicizia" verso gli ebrei: "La Chiesa non
ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e
sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche
modo le piaghe dell'antisemitismo e dell'antigiudaismo".
Come prevedibile,
ci sono stati ampi riferimenti allo sterminio: il "dramma singolare e
sconvolgente della Shoah" rappresenta "il vertice di un cammino di
odio che nasce quando l'uomo dimentica il suo creatore e mette se stesso al
centro dell'universo". Il Papa non ha mancato di commemorare quegli
"ebrei romani strappati a loro case, straziati ad Auschwitz". Ma, con
implicito riferimento alle polemiche su Pio XII, ha ribadito
che "la Sede Apostolica svolse un'azione di soccorso, spesso
nascosta e discreta. Purtroppo molti rimasero
indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, reagirono con coraggio,
aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei, a rischio spesso della propria vita,
e meritando una gratitudine perenne".
La visita -
presenti anche uomini delle istituzioni italiane, dal presidente della Camera
Gianfranco Fini al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta -
è avvenuta a 24 anni dal memorabile ingresso di
Giovanni Paolo II nella Sinagoga romana,il 13 aprile del 1986: Wojtyla fu il
primo pontefice romano a compiere un gesto simbolicamente così importante. LR 17
Terremoto Haiti. - Un Paese sconvolto. La solidarietà dei cattolici, subito
attivi per i soccorsi
Morte e
distruzione ad Haiti, il Paese più povero delle Americhe, dove il 12 gennaio la terra ha tremato 4 volte,
con un terremoto del 7° grado della scala Richter che ha colpito la zona
meridionale della capitale Port-au-Prince. Sbriciolati migliaia
di edifici, il palazzo presidenziale, quello dell'Onu, alcuni ospedali,
danneggiata la cattedrale. Le stime parlano di 50.000-100.000 morti e 3 milioni di persone coinvolte. Tra le vittime del terremoto
anche mons. Joseph Serge Miot,
arcivescovo metropolita di Port-au-Prince (Haiti), un
salesiano e altri sacerdoti e religiosi risultano dispersi. Benedetto
XVI, al termine dell'udienza generale del 13 gennaio, ha lanciato un appello
alla "solidarietà" e al "sostegno" della comunità
internazionale in favore della "drammatica situazione in cui si trova
Haiti". Il Papa ha assicurato che la Chiesa cattolica "non mancherà
di attivarsi immediatamente tramite le sue Istituzioni caritative per venire
incontro ai bisogni più immediati della popolazione".
Il Pontificio
Consiglio Cor Unum, in diretto contatto
con Catholic Relief Services (Crs), la Caritas
nazionale degli Stati Uniti, ha chiesto all'organismo di coordinare gli sforzi
di assistenza delle agenzie umanitarie cattoliche ad Haiti. Crs
ha già più di 300 operatori presenti da tempo ad
Haiti, oltre ad esperienza, capacità e risorse. Ha già messo a disposizione 5
milioni di dollari.
Cei: due milioni
di euro e colletta il 24 gennaio. "L'immane tragedia che in queste ore ha
colpito la popolazione di Haiti - scrive la Cei in una nota - provocando decine
di migliaia di morti chiama tutti alla solidarietà per
venire incontro ai bisogni più immediati". La presidenza della Cei, per
far fronte alle prime emergenze, ha già stanziato 2 milioni di euro dai fondi
derivanti dall'otto per mille. La Conferenza episcopale italiana, raccogliendo
l'invito del Santo Padre, terrà domenica 24 gennaio in tutte le chiese d'Italia
una raccolta straordinaria. Le offerte dovranno essere inviate a Caritas
italiana (con c/c postale n. 347013 specificando nella causale:
"Emergenza terremoto Haiti" o tramite altri canali, vedi:
www.caritasitaliana.it).
Tra i più poveri
del mondo. Ad Haiti vivono circa 9 milioni di abitanti
(oltre la metà guadagna meno di 1 dollaro al giorno), di cui 2,3 milioni nella
capitale. Nonostante le esportazioni di zucchero, caffè, banane e mango, è uno
dei Paesi più poveri e arretrati del mondo. La disoccupazione colpisce oltre il
60% della popolazione. È spesso al centro del passaggio di uragani che
provocano centinaia o migliaia di morti.
Caritas invia team
esperti. Una squadra di soccorso con una decina di esperti di Caritas internationalis è partita verso Haiti per sostenere gli
operatori di Caritas Haiti ed alcuni operatori di
Caritas europee e statunitensi già presenti in loco. Il team
di esperti è guidato dal direttore umanitario di Caritas internationalis,
Alistair Dutton: "Tra
le nostre priorità ci sarà la stima dei danni e delle nostre capacità in loco
per fornire aiuti ai sopravvissuti. Caritas Haiti sa
come rispondere alle catastrofi umanitarie a causa dei frequenti uragani".
Nonostante le difficoltà nelle comunicazioni Dutton conferma "un quadro di disperate necessità.
I conflitti, le recenti calamità naturali e la povertà hanno lasciato gli
haitiani con infrastrutture deboli. Lavorare in questa
situazione sarà difficile".
"Un'enorme
catastrofe": così Caritas italiana descrive il violentissimo sisma che ha
colpito Haiti, lanciando un appello alla solidarietà e mettendo a disposizione
100 mila euro per i bisogni immediati. Alcuni centri Caritas, tra cui la sede
del Catholic relief services e un centro per ragazzi di strada, risultano lesionati. "Temiamo che le
conseguenze del terremoto siano impressionanti, con grandi difficoltà per
organizzare i soccorsi. Potrebbero essere state colpite anche realtà che
normalmente portano aiuti", racconta al SIR Paolo
Beccegato, responsabile dell'area internazionale di
Caritas italiana, che è stato ad Haiti un anno fa. "Ci
sono sicuramente molte vittime anche tra i cattolici - dice -. Se ben
ricordo, le abitazioni non erano costruite con accorgimenti antisismici, perché
la zona dei Caraibi non era mai stata colpita da terremoti così forti. Haiti è
un Paese di una povertà impressionante: i telefoni funzionavano già male, le
strade erano già impraticabili. Sarà molto difficile
organizzare gli aiuti". Il Paese è diviso in due
arcidiocesi, Cap-Haitien e Port-au-Prince, e
otto diocesi. Sembra che le diocesi a nord e a sud del Paese non siano state
colpite in modo grave e possono accogliere gli sfollati, oltre che fare da base
per lo stoccaggio degli aiuti. Anche le strutture Caritas nella confinante
Repubblica Dominicana possono essere messe a disposizione.
Ospedali distrutti.
"Abbiamo urgente bisogno di aiuto. I nostri due ospedali sono stati distrutti dal terremoto": è
l'appello da Port-au-Prince di padre Rick Frechette,
missionario americano passionista, molto conosciuto negli Stati Uniti per il
suo impegno umanitario a fianco dei minori poveri e abbandonati di Haiti.
Padre Frechette ha costruito gli ospedali grazie al
coinvolgimento della Fondazione Francesca Rava,
un'organizzazione non governativa italiana. Padre Rick è conosciuto come il
"missionario maratoneta" per la sua passione per la maratona. Lavora
come chirurgo in un ospedale pediatrico di Port-au-Prince.
Nella capitale anche le equipe di Medici senza frontiere hanno constatato danni significativi alle proprie strutture
mediche, dove pazienti e operatori sanitari sono rimasti feriti e dove stanno
giungendo i feriti. Anche i medici dell'Ordine di Malta hanno inviato una equipe sanitaria.
Le organizzazioni
umanitarie. Tra le organizzazioni umanitarie presenti sul posto vi è l'Avsi, ong
cattolica che lavora ad Haiti da 10 anni. Fiammetta Cappellini, rappresentante
dell'Avsi a Port-au-prince,
sta comunicando via chat con diverse testate italiane per descrivere la
situazione, raccontando "scene di devastazione terribili" e ribadendo l'impegno dell'associazione. Fortemente impegnato
con i bambini è l'Unicef, che ha stanziato 300.000
euro e sta distribuendo kit di beni di prima necessità. Anche molte
associazioni del Cipsi sono presenti da 10 anni nel Paese ed hanno aperto una raccolta fondi.
Dal mondo
ecumenico. Cordoglio e solidarietà alla popolazione di Haiti sono stati
espressi anche dal Consiglio mondiale delle Chiese. Il segretario generale Olav Fykse Tveit
si è appellato alle 349 Chiese affinché si mobilitino
in tutti il mondo per dare "un sostegno immediato alle iniziative di
aiuto". Attivata immediatamente l'Act (Action by Churches
together), organismo internazionale che opera a
sostegno delle popolazioni colpite da emergenze, che da Ginevra sta coordinando
gli aiuti.
Appello alla
comunità internazionale. Un invito alla comunità internazionale "a
sostenere gli aiuti d'emergenza" per la popolazione di Haiti colpita dal
devastante terremoto, aiutandola anche a risollevarsi dalla cronica situazione
di miseria: lo rivolge il card. Oscar Rodriguez Maradiaga,
presidente di Caritas internationalis e arcivescovo
di Tegugicalpa, in Honduras, ricordando che Haiti
"è un Paese molto povero ed ha bisogno della
nostra assistenza". "Da tempo sappiamo che
la mancanza di sviluppo, la miseria, le infrastrutture decadenti - afferma -,
hanno reso Haiti vulnerabile ai disastri. Ci troviamo ora di
fronte ad una situazione di emergenza e dobbiamo reagire rapidamente per
salvare vite umane". "Una delle nazioni più povere nel mondo
sarà al centro dell'attenzione dei media e degli operatori
umanitari - prosegue il card. Maradiaga -. Questo può
portare a soluzioni durature e ad un impegno maggiore
per alleviare la miseria degli haitiani e la carenza di infrastrutture di
questa nazione assediata".
I primi aiuti. La
Caritas sta già fornendo gli aiuti di prima emergenza, come tende e coperte,
portando i feriti nelle cliniche e negli ospedali. "È il
peggior disastro mai capitato - dice Joseph Jonidès Villarson, responsabile delle emergenze di Caritas Haiti -.
I corpi sono ovunque per le strade della capitale. Tante persone sono ancora
sotto le macerie. Gli ospedali sono affollatissimi di morti e feriti. C'è una grande rischio di diffusione di malattie". "Le strade e i luoghi pubblici - aggiunge - sono pieni di
persone che non sanno dove andare. Se la situazione non cambia abbiamo paura della violenza, visto che i saccheggi
sono già iniziati e c'è una scarsa presenza delle forze di polizia". Il
vescovo mons. Pierre André Dumas, presidente di Caritas Haiti, ha già lanciato
alla radio un invito alla calma e alla solidarietà. Servono "tende per i
rifugi temporanei, coperte, vestiti, acqua potabile,
cibo, sostegno psicologico, materiali di primo soccorso, medicine, torce e
batterie", precisa Villarson. Caritas Haiti e le
altre Caritas che operano nel Paese dispongono di
capannoni, 200 centri medici, e di una forte rete di comunità e volontari
solitamente coinvolti negli aiuti. Il Catholic relief service (la Caritas statunitense), sta mettendo a
disposizione kit da cucina e per l'igiene, disinfettanti e materassi per mille
famiglie. Si attende anche l'arrivo di cisterne per l'acqua potabile in grado
di far fronte ai bisogni di duemila famiglie.
La solidarietà
delle diocesi. Da moltissime diocesi italiane è partita una catena di
solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto ad
Haiti. Significativa la partecipazione dei terremotati
aquilani, "che pur tra le difficoltà legate al sisma - spiega al SIR don
Claudio Tracanna, direttore dell'ufficio diocesano comunicazioni sociali -,
offriranno la loro concreta solidarietà accogliendo l'appello che l'arcivescovo
ha rivolto a tutta la comunità diocesana appena appresa la notizia della
terrificante situazione". Tra le tante iniziative, il cardinale Dionigi
Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha avviato con il Comune di Milano una
raccolta fondi comune. L'arcidiocesi di Trento ha affidato la raccolta alla
Caritas locale invitando a "pregare per tutti coloro
che sono stati colpiti da questo dramma". Nell'arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari,
ha disposto che sabato e domenica prossima tutte le comunità parrocchiali si
uniscano in preghiera e le offerte vengano devolute ai
terremotati. Stesso gesto sarà compiuto nell'arcidiocesi di Torino, dove il
cardinale Severino Poletto ha invitato i torinesi ad una colletta straordinaria, confidando nella
"sensibilità" dei fedeli. Mons. Poletto ha
espresso "particolare vicinanza" ai padri camilliani
che hanno un ospedale pediatrico e diversi ambulatori a Port-au-Prince: cinque
studenti di teologia ed altri seminaristi hanno perso
la vita sotto le macerie. A loro "sarà devoluta parte della
colletta", ha precisato. A Cesena il vescovo Antonio Lanfranchi,
assieme alla Caritas diocesana, "partecipa con profonda costernazione al
dolore e alla sofferenza della Chiesa e dell'intera popolazione di Haiti".
La Caritas di Cesena-Sarsina ha messo a disposizione
10.000 euro per i bisogni immediati ed è stata avviata una raccolta fondi.
Collette straordinarie sono state immediatamente lanciate anche da Caritas Roma
e Caritas Catania. Sir
Mons.
Bux: una lettera per le parrocchie dopo i fatti di Rosarno
ROSARNO - “Ritengo
sia mio grato dovere, di Vescovo, dire un grazie al Signore per il
comportamento della Chiesa di Oppido-Palmi non solo
in questi giorni, ma per tutti i lunghi anni in cui è nato e cresciuto il
fenomeno degli immigrati in diocesi, specie a Rosarno. In tutti questi anni la nostra Chiesa ha dato esempio
di come si possa essere servi inutili a cominciare dal Vescovo,
ma servi che si sentiranno dire dal Signore: ‘ho avuto fame e mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi
avete accolto’ La misericordia di Dio praticata dal nostro clero e dai nostri
laici mi è stata di grande conforto nelle recenti tristi giornate”. E’ quanto
scrive mons. Luciano Bux, Vescovo di Oppido-Palmi, in un messaggio da leggere nelle Messe di
domenica e prefestive di sabato “subito dopo il Segno di Croce e il saluto
iniziale”, dopo i recenti fatti di Rosarno. “Abbiamo
accolto gli immigrati - si legge nel messaggio - non solo come persone umane,
ma come nostri fratelli, a cominciare dai fedeli di Rosarno guidati dai sacerdoti operanti nelle tre parrocchie
insieme ai diaconi e alle suore, fino a comunità e gruppi operanti in tante
altre località della diocesi. Quando li abbiamo invitati - scrive ancora il
vescovo - in anni diversi, a due convegni diocesani per rallegrare con la loro
presenza e i loro canti i nostri intervalli di convegno, sono venuti con gioia,
e più di uno rinunciando a mezza giornata di lavoro e di guadagno. Ricordo anche dei ragazzi stranieri e musulmani felici di far parte
della squadretta di calcio parrocchiale…”.
Mons. Bux dice “grazie” al Signore e “grazie ai preti e ai laici
che si sono affaticati con amore generoso per anni, non solo nei giorni
passati”. Il vescovo si rivolge anche ai fedeli che sono
stati solo a guardare: “ogni volta che vedete un essere umano che è nel
bisogno, non state solo a guardare e a parlare, ma rimboccatevi le maniche e
datevi da fare come potete per alleviare le loro sofferenze”, scrive il presule
che rivolgendosi poi alle persone che “vivono con la mente e il cuore lontano
da Dio, anche se si mostrano religiosi credenti” ricorda le parole di Gesù
“Nessuno può servire due padroni, perché si affezionerà all’uno e disprezzerà
l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Il messaggio si conclude con le parole di Papa Benedetto XVI pronunciate
domenica scorsa.
Il messaggio di
mons. Bux arriva “dopo la confusa campagna dei mezzi
di comunicazione, specie le TV a livello nazionale, e dopo tante dichiarazioni
di personaggi locali e nazionali” per “dire una parola al clero e ai fedeli
della nostra diocesi”, tralasciando - spiega - “ogni considerazione di
carattere sociale, civile, politico e culturale: non si addicono a una sacra
Celebrazione”. (Migranti-press)
Ciò che unisce. Nei dettagli il programma della visita del Papa in Sinagoga
"Un'ulteriore tappa nell'irrevocabile cammino di concordia e
amicizia" tra ebrei e cattolici: così papa Benedetto XVI definisce la
prossima visita di domenica 17 gennaio nel Tempio di lungotevere, seconda volta
per un Pontefice romano. L'auspicio di papa Benedetto XVI è contenuto in un
telegramma inviato, a firma del segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone, al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni in risposta ai suoi auguri natalizi. Fervono intanto i
preparativi e le attese per accogliere il Papa in Sinagoga. Il giornale
"Pagine ebraiche" - mensile di attualità e cultura dell'Unione delle
Comunità ebraiche italiane (Ucei) - dedica all'evento
9 pagine, dando notizia in maniera dettagliata del
programma della visita e facendo il punto sul dialogo tra prospettive e nodi da
sciogliere.
Programma. La
visita comincerà alle 16.30 sulla piazza intitolata al 16 ottobre 1943. Sullo
slargo lambito dal Lungotevere, che è uno degli ingressi del ghetto, il Papa
sarà atteso dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, e
dal rabbino capo, Riccardo di Segni. Assieme a loro il
presidente dell'Ucei, Renzo Gattegna,
e gli altri leader ebraici italiani e rappresentanti del rabbinato italiano e
israeliano. È previsto che Benedetto XVI sosti e renda omaggio alla
memoria dei 1.022 ebrei romani (fra cui oltre 200 bambini)
che nell'ottobre del 1943 furono deportati verso Auschwitz. Solo in 14 sopravvissero allo sterminio. A questo punto il Papa
s'incamminerà con il rabbino Di Segni verso la Sinagoga. Lungo il cammino il Papa sosterà nuovamente sotto la lapide che ricorda
l'attentato da parte di terroristi palestinesi, del 9 ottobre 1982, in cui morì
un bambino di appena due anni, Stefano Gaj Tachè. Le due soste - commenta "Pagine ebraiche"
- portano il Papa "in due luoghi di altissimo significato per gli ebrei
romani, luoghi che furono testimoni degli orrori dell'intolleranza e
dell'antisemitismo, ma anche della volontà degli ebrei di
Rima di difendere la libertà, l'identità e la dignità a qualunque prezzo".
Al termine del percorso, Benedetto XVI e il rav Di
Segni entreranno in Sinagoga. Il rabbino riceverà un antico manto rituale (il
Talled) che è conservato al Museo ebraico ed è "simbolo della storia di
Roma e lo indosserà prima di varcare la soglia". Benedetto XVI sarà accolto dal canto del "Baruch
Habah", canto di benvenuto. Dopo i discorsi
ufficiali, il Papa avrà modo di visitare il museo in compagnia del direttore,
Daniela Di Castro, e di inaugurare l'esposizione "Et
ecce gaudium". Alle 18,
Benedetto XVI si sposterà all'interno dell'edificio per incontrare nella sala
del Tempio spagnolo i consiglieri e i presidenti degli enti ebraici italiani. Quindi il rientro in Vaticano.
L'auspicio del
card. Kasper. "Io spero - ha
detto nei giorni scorsi il card. Walter Kasper,
presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo - che
questo evento possa migliorare i rapporti tra ebrei e cattolici in Italia,
perché ci sono problemi dovuti a una certa sensibilità. Spero che la
visita del Papa alla Sinagoga di Roma sia un segno che
il dialogo avanza. Durante la visita non si parlerà
molto delle differenze - perché tutti sanno quali sono le differenze
fondamentali tra ebraismo e cristianesimo e che ci sono anche problemi concreti
- ma l'intenzione di questa visita è parlare di ciò che abbiamo in comune, ed è
molto! Abbiamo in comune la fede in un Dio unico, e questo - in un mondo
secolarizzato - è una cosa importante: dare testimonianza di un Dio unico, del
fatto di santificare il nome di Dio, come è detto nei
Dieci Comandamenti, e rispettare il Sabato, avere cioè un tempo riservato per Dio… Ci sono delle cose che ormai non sono usuali nella
nostra società più o meno secolarizzata e possiamo rendere comune testimonianza
anche sugli altri Comandamenti: la tutela della vita, della famiglia, la
giustizia sociale, la pace… Questo è il nuovo
orientamento dei nostri rapporti. Nei primi dieci anni si è parlato del
passato: c'è stato molto da parlare, anche sulla Shoah; poi siamo passati ai
problemi attuali della società moderna, ragionando su cosa possiamo fare
insieme su questa base comune. Penso che già adesso ci sia
una collaborazione enorme!".
"Un gesto di
continuità". Così il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha definito
in un'intervista a "Radio Vaticana" la visita del Papa. Visita che
era stata messa in dubbio in seguito alle decisioni vaticane relative al
riconoscimento delle virtù eroiche di papa Pio XII. Poi, ricorda Di Segni, è
intervenuto un chiarimento "importante" da parte di padre Federico
Lombardi che ha cambiato il "clima, nel senso che ha dato un segno della
sensibilità vaticana alla reazione ebraica a questo Decreto". "Se noi ci fermiamo alle cose che ci dividono profondamente -
ha poi commentato il rabbino - non andiamo da nessuna parte. Dovremmo
pensare piuttosto alle cose che ci uniscono, lasciando le controversie ai
tavoli di discussione, che non devono mancare, ma che devono
essere fatte al tempo giusto e con la serenità dovuta. D'altra parte, dialogo
significa anche discussione. La discussione è necessaria. Se ci sono due
persone che la pensano allo stesso modo, uno dei due è inutile. Quindi, le divergenze sono importanti per andare avanti. Al di là di questo, però, bisogna lanciare dei messaggi di
fratellanza, di impegno per tutti quanti. Il mondo ci sta guardando appunto per
vedere se riusciamo a realizzare queste cose. E questa è la sfida, chiamiamola
così, che si pone di fronte a noi, nella prospettiva
di questa visita". Sir 15
Il Papa cerca «l’incontro possibile». Preghiera sulla lapide della Shoah
Oggi pomeriggio la
visita in Sinagoga. Eccezionali misure di sicurezza
di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Affermava, nel 1994, a Gerusalemme l’allora cardinale Ratzinger, a
proposito dei rapporti tra ebrei e cristiani: «Nella loro reciproca
riconciliazione dovrebbero divenire per il mondo una forza di pace, mediante la
testimonianza davanti all’unico Dio, che non vuole essere adorato in nessun
altro modo che attraverso l’unità tra l’amore di Dio e l’amore
del prossimo». Il futuro Benedetto XVI davanti ad un gruppo di studiosi e di
rabbini, concludeva così un intervento teologico teso
a dimostrare l’incontro «possibile» tra cristianesimo ed ebraismo. Un concetto
che anche oggi pomeriggio non mancherà di affiorare in più punti del discorso
preparato per la visita alla sinagoga romana.
Tutto avrà inizio
alle 16.30, in piazza 16 ottobre 1943, data tristemente famosa per la
deportazione di 1022 ebrei romani ad Auschwitz. Il Papa sarà atteso dal
presidente della Comunita’ Pacifici, e dal rabbino
capo, di Segni. Assieme a loro il presidente dell’Ucei, Gattegna e gli altri leader
ebraici italiani nonchè una delegazione di
rappresentanti del rabbinato israeliano.
Seguirà un momento
di raccoglimento davanti alla lapide di marmo che ricorda le vittime della
Shoah. Dei 1.022 deportati (fra cui 200 bambini) solo
in 14 sopravvissero allo sterminio (nemmeno un bambino). Il Papa poserà un
mazzo di fiori a terra, restando in silenzio per una preghiera. Strettissime le misure di sicurezza e i controlli predisposti.
C’è chi teme la
presenza di qualche striscione di dissenso. Dietro le transenne
la gente potrà vedere il passaggio del pontefice che, scortato dal
rabbino Di Segni, varcherà la soglia del Tempio. Lungo il tragitto è prevista
un’altra breve sosta sotto un’altra lapide, quella che ricorda l’attentato del
9 ottobre 1982, da parte di terroristi palestinesi, in cui perse la vita un bambino di appena due anni, Stefano Gaj Tache’.
Le soste sotto le
due lapidi commenta «Pagine ebraiche», il giornale
delle comunità italiane, condurranno l’ospite in due luoghi di altissimo
significato per gli ebrei romani. In sinagoga il Baruch
Habah, il canto di benvenuto, farà da sottofondo
all’ingresso. Il Papa e il Rabbino Capo prenderanno
posto al centro, sul lato destro siederanno i membri cattolici ed ebrei della
Commissione per i rapporti con l’ebraismo; sul lato sinistro, invece, i membri
del seguito papale.
Il primo a parlare
sarà il presidente della Comunità Pacifici, a ruota i saluti del presidente
delle Comunita’ Ebraiche Italiane e di Di Segni. Poi il discorso di Benedetto XVI che sarà seguito
dallo scambio dei doni, mentre il coro intonerà, a questo punto, l’inno Anì Maamin. La volontà comune è
di lasciare fuori dalla porta ogni polemica che ha caratterizzato la vigilia.
Di Pio XII il rabbino e il Papa parleranno, eventualmente, a tu per tu, nel
corso dell’incontro privato in una delle salette attigue.
Infine il commiato
ai consiglieri e i presidenti degli enti ebraici italiani e il rientro in
Vaticano. La permanenza al
ghetto del Papa non dovrebbe durare più di due ore. Fa notare l’Avvenire in una
nota che se Giovanni Paolo II, primo Papa ad entrare
in una sinagoga, resta un’icona per aver chiamato «fratelli maggiori gli
ebrei», Benedetto XVI «è colui che si è fatto carico di continuare il dialogo
avviato dal Vaticano II con l’umiltà del servitore della vigna». Di dialogo ha
parlato anche il cardinale Tettamanzi con un messaggio alla comunità ebraica
milanese alla quale fa capo Laras: «Guardo con gioia
ogni ripresa di cammino, soprattutto di un cammino che non mi nascondo esposto
a fragilità ed ostacoli». IM 17
Bioetica, l'appello del Papa a politica e scienza. "La legge morale
vale anche per non credenti"
Benedetto XVI riceve i partecipanti alla plenaria della congregazione
per la Dottrina della Fede - Appello al mondo scientifico e politico impegnato
sulla manipolazione genetica dell'embrione e del Dna
CITTA' DEL
VATICANO - La legge morale naturale, dalla quale la Chiesa fa derivare le
proprie convinzioni in materia di bioetica, "non è esclusivamente o
prevalentemente confessionale", ma è "iscritta nel cuore di ogni
uomo" e "interpella ugualmente la coscienza e la responsabilità dei
legislatori", anche se non credenti. Benedetto XVI
riceve, con queste parole, i partecipanti alla plenaria della congregazione per
la Dottrina della Fede. Indicando una via che vale per temi "delicati ed attuali, come la procreazione e le nuove proposte
terapeutiche che comportano la manipolazione dell'embrione e del patrimonio
genetico umano". Un appello al mondo scientifico e politico impegnato sul
fronte della manipolazione genetica dell'embrione e del Dna, affinchè ascolti anche le argomentazioni della fede e il
rispetto di ogni essere umano.
"La Chiesa,
nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica
sulla vita umana - aggiunge il Pontefice - attinge
infatti alla luce sia della ragione che della fede, in quanto è sua convinzione
che 'ciò che è umano non solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da
essa è anche purificato, innalzato e perfezionato".
Benedetto XVI ha affrontato anche un nodo interno alla Chiesa. Quello dei rapporti dei problemi dottrinali con la Fraternità di
San Pio X, il gruppo dei lefebvriani.
Auspicando il superamento delle difficoltà. "Il
raggiungimento della comune testimonianza di fede di tutti i cristiani - dice
Benedetto XVI - costituisce pertanto la priorità della Chiesa di ogni tempo, al
fine di condurre tutti gli uomini all'incontro con Dio. "In questo
spirito confido in particolare impegno perché vengano
superati i problemi dottrinali che ancora permangono". LR 15
Ratzinger e la lunga ricerca di dialogo con gli ebrei
LA VISITA di
Benedetto XVI agli ebrei di Roma è un gesto importante perché conferma ancora
una volta l’apertura e l’amicizia della Chiesa cattolica per il popolo ebraico.
Che Papa Ratzinger torna ad abbracciare idealmente visitando i luoghi più significativi l’antico ghetto e la grande sinagoga della più
antica comunità della diaspora occidentale. Un insediamento di molto precedente
l’arrivo nella città imperiale dei primi seguaci di Gesù, i quali vi giunsero
negli anni Quaranta del I secolo. Iniziava così circa un quindicennio prima che
Paolo descrivesse nella lettera ai cristiani di Roma il rapporto misterioso tra
i due popoli una storia di contiguità e vicinanza, ma anche di concorrenza e
contrasti, segnata da litigi e amicizie, curiosità e sofferenze, attrazioni
reciproche e reciproche ignoranze.
Come sembra attestare
già Svetonio a proposito dell’espulsione dei giudei
dalla città a causa di disordini originati appunto
dall’annuncio di Cristo (impulsore Christo). E come del resto avviene normalmente tra chi
appartiene alla stessa famiglia, e persino tra fratelli, quali sono ebrei e
cristiani; lo vogliano riconoscere oppure no. Nonostante atteggiamenti ruvidi
da entrambe le parti, nonostante l’antigiudaismo cristiano, peraltro
radicalmente diverso dall’antisemitismo pagano del mondo antico e da quello
dell’età moderna e contemporanea, sfociato nella tragedia della Shoah, alla
quale la Chiesa cattolica di Pio XII oppose, come poté, la silenziosa e
talvolta eroica resistenza della carità, salvatrice di moltissime vite umane. E
alle vittime della tremenda persecuzione Benedetto XVI renderà omaggio nel
ghetto di Roma, come già più volte inequivocabilmente ha
fatto, in particolare ad Auschwitz e in Israele.
Pochi sono i
cattolici del Novecento che hanno fatto tanto quanto
Joseph Ratzinger come teologo, come vescovo, come responsabile dell’organismo
custode della dottrina cattolica e ora come Papa per avvicinare ebrei e
cristiani. A ricordarlo è stato, quasi con indignazione, lo stesso Benedetto
XVI nella sua lettera ai vescovi cattolici dopo la revoca della scomunica a
quelli lefebvriani, ritortagli contro da interessate
strumentalizzazioni: «Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale
implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un
apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra
cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio, passi
la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio
personale lavoro teologico».
Le radici di
questa scelta di Ratzinger affondano negli anni della guerra, nella sua
avversione all’ideologia pagana del nazionalsocialismo e nella formazione
giovanile. Significativi sono in proposito i ricordi
nel profilo autobiografico pubblicato nel 1997 e relativo al periodo precedente
l’episcopato del tempo trascorso nel seminario di Frisinga
subito dopo il conflitto: «Nessuno dubitava che la Chiesa fosse il luogo delle
nostre speranze. Malgrado le molte debolezze umane,
essa era stata il polo di opposizione all’ideologia distruttiva della dittatura
nazista; essa era rimasta in piedi nell’inferno, che pure aveva ingoiato i
potenti, grazie alla sua forza, proveniente dall’eternità. Noi avevamo la
prova: le porte degli inferi non prevarranno su di essa. Sapevamo, per
esperienza diretta, che cosa erano “le porte degli inferi”, e potevamo anche
vedere con i nostri occhi che la casa costruita sulla roccia si era mantenuta
salda». Nella comprensione dell’ebraismo, importante
per il giovane seminarista fu soprattutto, a Monaco, l’insegnamento del
biblista Friedrich Stummer, come sottolinea
Ratzinger in un passo che per il suo interesse, non soltanto storico, conviene
citare per esteso: «In questo modo l’Antico Testamento è divenuto importante
per me e ho capito sempre di più che il Nuovo Testamento non è il libro di
un’altra religione, che si è appropriata delle Sacre Scritture degli Ebrei,
quasi si trattasse di una sorta di preliminare tutto sommato secondario. Il
Nuovo Testamento non è altro che un’interpretazione a partire
dalla storia di Gesù di “legge, profeti e scritti”, che al tempo di Gesù
non erano ancora giunti alla loro forma matura di canone definitivo, ma erano
ancora aperti e si presentavano quindi ai discepoli come testimonianza a favore
di Gesù stesso, come Sacre Scritture che rivelavano il suo mistero».
E continua: «Ho
capito sempre di più che il giudaismo (che in senso stretto comincia con la
conclusione del processo di formazione del canone scritturistico e, dunque, nel
I secolo dopo Cristo) e la fede cristiana, così come è
descritta nel Nuovo Testamento, sono due modi di far proprie le Sacre Scritture
di Israele, che in definitiva dipendono dalla posizione assunta nei confronti
della figura di Gesù di Nazaret. La Scrittura, che
noi oggi chiamiamo Antico Testamento, è di per sé
aperta ad ambedue le strade. Solo dopo la seconda guerra mondiale riconosce
Ratzinger abbiamo comunque cominciato davvero a capire che anche
l’interpretazione ebraica possiede una sua specifica missione teologica nel
tempo “dopo Cristo”».
Questa convinzione
storica e teologica è stata poi approfondita nel corso dei decenni e ha portato
il cardinale Ratzinger all’introduzione che nel 2001 ha voluto premettere
all’innovativo testo della Pontificia Commissione biblica su Il popolo ebraico
e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana e alla stesura, iniziata nel
2003 e ormai in via di completamento, del Gesù di Nazaret,
dove i riferimenti sono continui e fondamentali. Nella breve introduzione al
documento il porporato tedesco (allora prefetto della Congregazione per la
Dottrina della Fede e della stessa Commissione), dopo averne ripreso
l’affermazione che «senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un
libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a
seccarsi» (n. 84), sottolineava che «l’ermeneutica cristiana dell’Antico
Testamento, che senza dubbio è profondamente diversa da quella del giudaismo,
“corrisponde tuttavia a una potenzialità di senso effettivamente presente nei
testi” (n. 64). È questo un risultato, che mi sembra essere di grande importanza aggiungeva Ratzinger per la continuazione del
dialogo, ma soprattutto anche per i fondamenti della fede cristiana». Chiamato
alla successione di Giovanni Paolo II, esattamente un mese dopo la sua elezione
Benedetto XVI ha dichiarato di considerare provvidenziale il fatto che sulla
sede romana a un Pontefice polacco sia succeduto un tedesco, quasi a chiudere
simbolicamente gli orrori della seconda guerra mondiale.
Nella continuità
della ricerca di riconciliazione e amicizia con i «fratelli del popolo ebraico,
cui siamo legati ha detto durante la Messa inaugurale
del pontificato da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue
radici nelle irrevocabili promesse di Dio». Un cammino che è cominciato nella
Galilea e nella Giudea al tempo del dominio romano e ha attraversato quasi
venti secoli. Facendosi più largo e piano nella seconda metà
del Novecento. Grazie a molti uomini e donne di buona volontà, tra i quali spiccano senza dubbio i successori del pescatore
galileo. È su questo sfondo che va letta la visita di Papa Ratzinger alla
comunità ebraica di Roma. Che arriva dopo numerosi incontri con esponenti
dell’ebraismo mondiale, e in particolare dopo le visite alle sinagoghe di
Colonia e di New York e il viaggio in Israele durante il pellegrinaggio in
Terra Santa. E che è dunque una visita storica, ma anche normale. GIAN MARIA VIAN IM 17
Reggio Calabria. Una veglia di preghiera sul tema della riconciliazione
REGGIO CALABRIA -
Una veglia di preghiera sul tema della riconciliazione. L’iniziativa, promossa a Reggio Calabria dal Centro diocesano Migrantes e d’intesa
con altri organismi ecclesiali. si è svolta
l’antivigilia della Giornata Mondiale delle Migrazioni di ieri. La sua
celebrazione è stata “sollecitata - si legge in una nota inviata a tutte le
parrocchie della diocesi - dai fatti tumultuosi e violenti di Rosarno che si sono conclusi, per
ora, con la fuga o l’allontanamento di masse di lavoratori dell’Africa subsahariana”. “Non è competenza della Chiesa la versione
obiettiva di quanto accaduto né è suo costume scaricare, secondo il merito, le
responsabilità su l’una o l’altra delle parti in causa o porsi per partito
preso a difesa degli immigrati; essa - si legge - anzi riprova qualunque forma
di violenza, attenta al monito del Signore che ‘tutti quelli che metteranno
mano alla spada, periranno di spada”. Però come Chiesa
“non possiamo tacere su quanto da troppo tempo è sotto gli occhi di tutti e
riferito in abbondanza dalla cronaca sia locale che
nazionale: che l’immigrato, soprattutto quello del lavoro agricolo stagionale,
è oggetto di sistematico sfruttamento, senza alcuna tutela istituzionale e
sindacale; oggetto per di più di un trattamento che è al di sotto di tutti i
livelli di dignità umana, particolarmente per quanto riguarda l’alloggio, le
condizioni igienico-sanitarie e la scarsa retribuzione, sulla quale poi
speculano agenti e sub-agenti del lavoro sommerso”. “E’ più
che noto che in altre regioni - prosegue la nota - il lavoro stagionale anche
degli stranieri è regolato da normale contratto, che assicura lavoro e riposo,
adeguata retribuzione e sistemazione logistica. Ma anche entro i limiti
della nostra regione si danno casi di comuni che sono diventati emblematici in tutta Italia per l’accoglienza dignitosa e
solidale di tutti gli immigrati e richiedenti asilo. Non si sa perché nel caso
nostro le cose vadano da sempre in tutt’altra direzione; è vero che buona parte
di questi lavoratori sono sprovvisti di permesso di soggiorno, ma pure su questi si fa calcolo perché la stagione agricola
non sia seriamente compromessa. Comunque, prima di qualsiasi altro calcolo, sta
la dignità della persona umana, richiamata domenica scorsa dal Papa con parole forti e
toccanti, con chiaro riferimento ai recenti fatti di Rosario”. (Migranti-press)
Il ministro
Frattini, nel corso del suo tour africano, potrà chiarire a quattr’occhi alle
autorità del Cairo come sia insostenibile paragonare i fatti di Rosarno a quelli di Nagaa Hammadi (come sembra suggerire la nota di protesta del
governo egiziano). La guerriglia contro gli immigrati innescata in Calabria per
un coacervo di torbide motivazioni (sola certezza è l’esclusione di una componente religiosa) non può confrontarsi con la strage dei
copti, perpetrata nella notte di Natale in odio del nome cristiano.
L’episodio,
deflagrato in un clima diffuso di persecuzione, suscita una particolare
inquietudine. In primo luogo perché prende a bersaglio una comunità che, oltre
ad essere numerosa ed evoluta, non ha origine missionaria ma è più antica
dell’Islam e della sua conquista. Sembrerebbero titoli sufficienti per essere
rispettati. Tanto più - secondo motivo di apprensione - perché l’Egitto, che ha
stretti legami con l’Occidente, si professa laico e
nemico del fondamentalismo religioso.
Duole in realtà
rilevare che quel Natale di sangue si iscrive in una
offensiva, a dimensioni planetarie, contro le minoranze cristiane, dall’Africa,
al vicino Oriente, alla stessa India, che si vanta di essere la più grande
democrazia del mondo. Non si contano le uccisioni, gli esodi forzati, le chiese
distrutte. In Malaysia si è arrivati al paradosso di impedire ai cristiani di
invocare Dio con il nome di Allah che, pur avendo lo stesso significato, si
pretende di riservare ai soli musulmani. Indignano l’indifferenza e la tiepida
reazione della comunità internazionale davanti a queste violazioni vergognose
dei diritti umani. E invano si aspetta dai nostrani professionisti della
protesta, usi a mobilitarsi per una quantità di cause perse, un barlume di
condivisione con chi si ostina, a così caro prezzo, nel proclamarsi cristiano.
Valga almeno a soccorrerli, per quanto sbiadita e rinnegata possa essere
l’immagine di Cristo, lo status di minoranza, il diritto di vivere come quello
riconosciuto, giustamente, ai rinoceronti e alle balene. LORENZO MONDO LS 17
Non più scontri! Forte appello per la Terra Santa dei vescovi Usa ed Ue
Si è chiusa il 14 gennaio, a Gerusalemme, la X visita del
Coordinamento dei vescovi Usa e Ue a sostegno della Terra Santa. Nel corso di
una conferenza stampa, nella sede del patriarcato latino, è stata presentata la
dichiarazione finale che prende spunto dalle ultime parole di Benedetto XVI,
pronunciate il 15 maggio 2009 a Tel Aviv, prima del suo rientro in Italia dopo
il viaggio in Giordania, Israele e Territori palestinesi. "Non
più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra!".
Il coraggio delle
scelte. Nella dichiarazione i presuli ricordano che la
soluzione di due Stati auspicata dal Pontefice "non sembra essere vicina.
Molti esprimono un desiderio di pace, ma ciò di cui c'è bisogno è un impegno
per la giustizia che assicura la pace. Le soluzioni sono ben note al leader, ma
c'è bisogno di coraggio e volontà politica". Tra
le minacce a questa soluzione che, come ricordava il Papa, prevede "il
diritto di Israele di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti e quello del popolo
palestinese a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a
viaggiare liberamente" sono "la violenza, le demolizioni delle
abitazioni, i problemi legati ai visti, l'espropriazione delle terre ed altre
politiche". Il documento rimarca anche "la mancanza di contatto umano
tra israeliani e palestinesi che mette a repentaglio la fiducia ed il dialogo". I presuli incoraggiano anche "la
piena applicazione dell'Accordo Fondamentale e facilitazioni nel rilascio dei
visti agli operatori pastorali per rendere la Chiesa capace di compiere la sua
missione". Una situazione deteriorata "non è buona sia per gli
israeliani che per i palestinesi, così come per la
regione ed il mondo" sottolinea il Coordinamento che ribadisce l'impegno
"a far conoscere ai cattolici sparsi nel mondo ciò che accade qui".
Per la Chiesa
Madre. "Facciamo appello ai fedeli di tutte le nazioni
perché preghino per la Chiesa Madre e per una giusta pace, perché siano
informati su questa situazione e perché vengano in pellegrinaggio e
testimoniare la vibrante fede delle pietre vive della chiesa locale. Vi esortiamo a sostenere quelli che nella loro funzione pubblica
assumono iniziative coraggiose per la giusta risoluzione del conflitto".
Nell'attuale situazione - concludono i vescovi di Usa
e Ue - è difficile sostenere la speranza ma come cristiani siamo tutti nati a
Betlemme e tutti siamo morti e risorti e Gerusalemme. Nonostante le ferite di
questa terra l'amore e la speranza sono vive. La pace
con la giustizia sono a portata di mano ma i leader
politici e tutta le persone di buona volontà hanno bisogno di coraggio per
raggiungerle".
Del Coordinamento
quest'anno, per la prima volta, ha fatto parte anche
il segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), padre Duarte Da Cunha. "Il testo - spiega a SIR Europa - raccoglie le
preoccupazioni delle chiese americane ed europee qui rappresentate circa la
situazione che si vive sul territorio, segnato da un muro che ha devastato non
solo il tessuto urbano di Gerusalemme, ma anche quello sociale ed umano, dividendo le famiglie, allontanando il lavoro, le
cure e così via. La Chiesa locale soffre tutto ciò soprattutto perché vede
molti suoi figli lasciare questa terra che rischia di
diventare un museo mentre quelli che restano permangono senza prospettive
stabili ed futuro sicuro". Ecco allora che occasioni come queste del
Coordinamento sono necessarie per raccontare ciò che veramente accade in Terra
Santa. "Ho visto il muro ma anche una comunità locale viva, partecipativa,
commovente se si pensa in che situazione si trova ad
esprimere la propria fede. Ed è quanto mai utile anche per i nostri fedeli
pensare, nel corso dei pellegrinaggi, ad incontri e
scambi, con queste comunità, spirituali e di solidarietà".
Terremoto Haiti. Le domande dell'uomo di fronte alla tragedia
La notizia di un
terremoto in tempi come i nostri ci raggiunge in tempo
reale e immediatamente coinvolge, suscitando un terremoto nel pensiero, nel
sentire e nell’adesione alla vita. Tutto sussulta e, spesso, crolla.
L’impotenza
dinanzi alle forze naturali scatena una reazione di fuga ed
invece di interrogarsi su se stessi, sulla nostra comune responsabilità di
persone umane, rilanciamo altrove il dilemma e l’angoscia, proprio per
placarci: Dio dov’è quando la sua creazione distrugge? Come sostenere che quel
verbo ebraico della Genesi che porta come unico e solo soggetto JHWH ed indica il creare, sia sempre in atto e noi riposiamo nel
Suo palmo sempre creante? È lacerante e, se non focalizzato, distruttivo quanto
il tremare e l’aprirsi della terra, perché distrugge la speranza e con la speranza la vita stessa.
La pia quadratura
del cerchio non regge. Che cosa allora regge e risponde? Nulla. Semplicemente
nulla, perché l’interrogativo è mal posto.
Bisogna rivolgersi
ad un “Chi” e ad un “chi”. Simultaneamente. “Chi” è il
Creatore rallegrato dalla sua opera e che ha continuato a scandire la Parola
rivelata con un “tov… tov”,
“buono, buono”… il “chi” siamo noi, tutti implicati
non nello scatenarsi diretto di forze dirompenti ma tutti responsabili di
quanto può provocare la natura a scatenarsi e a ribellarsi. I recenti dibattiti
sul clima, sugli esperimenti nucleari, sui gas nocivi, sulla deforestazione,
non costituiscono una pista interpretativa che fa tremare le vene ai polsi? Non
inganniamo anche le balene che, abbagliate dalla preda di succulenti calamari,
inghiottono invece immondi sacchetti di plastica devastando così il loro
stomaco? La mondezza non giace sulle strade delle nostre città più belle?
L’abuso edilizio non impedisce alla terra di respirare e produrre? I fiumi
deviati non alterano i ritmi stagionali? Tutto questo non è opera del “Chi”, di
Dio, non è “tov”, è male, opera delle decisioni umane
del “chi”.
I poveri a questa
stregua diventano ancora più poveri, la natura donata a tutti indistintamente,
una volta coartata, trova le sue vie di sfogo e si scatena negli ambienti più
degradati e già bisognosi. Penso che sia inutile interrogarsi sulla qualità
antisismica degli edifici e così i paradisiaci Caraibi diventano trappola di
morte.
Il richiamo dovrebbe
risuonare solenne, soprattutto per chi può e deve decidere: esperimenti
nucleari, danni ecologici, dovrebbero essere eliminati ed
invece programmato un reale aiuto a chi vive in condizioni di vita disperate,
indipendentemente dalle scosse telluriche. Ancora una volta “chi”.
Il “Chi” non è il
motore immobile di Aristotele o lo spirito impassibile che ci sta a guardare mentre sguazziamo ed affoghiamo nel fango, il
“Chi” è l’Emmanuele, il “Dio con noi” che piange
sulle nostre sventure. La scrittrice Etty Hillesum, che di condizioni non solo precarie ma rovinose
ne sapeva qualche cosa, voleva aiutarlo, sapeva che il
“Chi” aveva bisogno del nostro aiuto per salvare l’opera della sua creazione
affidata alle mani dei “chi”.
A ciascuno il suo
ruolo nella storia, secondo i doni ricevuti, ma a tutti pertiene
di scoprire quella relazione con il “Chi” che diviene sostegno, balsamo,
profumo, ragione di vita, condivisione totale, lacrime con chi lacrima, sorriso
con chi sorride: preghiera, espressa in una sola parola e che si colloca sotto,
in profondità, cambiando il corso della storia ed
anche se le macerie sembrano soffocarla, sa esprimere il “tov”
come invocazione al “Chi” e il “tov?” a tutti i “chi”
del mondo.
Non sono vuote
parole insensate, le due Terese, quella d’Avila
chiamata ad accogliere e lodare sempre il “Chi”, e quella di Calcutta, chiamata
dal “Chi” a vivere, gomito a gomito, con i “chi” più
diseredati, gridano, insieme, la speranza donata nel “tov”
e si consumano con tutti i “chi” che comprendono e rispondono in ogni momento
della vita, nella catastrofe e nella bonaccia. Ora, entrambe, sono ad Haiti e scortano tutti i “chi” soccorritori. Vediamo di
non mancare all’appello!
Cristiana Dobner, carmelitana scalza
Terra Santa. Un muro e tre strade. Conclusa la visita del Coordinamento dei
vescovi Usa e Ue
Si è svolta a
Gerusalemme dal 10 al 14 gennaio, la visita del Coordinamento dei vescovi Usa e
Ue per la Terra Santa, iniziativa che dal 1998, si svolge ogni anno in gennaio,
su mandato della Santa Sede, con l'organizzazione della Conferenza episcopale
di Inghilterra e Galles e dell'Assemblea dei vescovi cattolici della Terra Santa, Holy Land Co-ordination (Hlc). In questi giorni i partecipanti hanno potuto
ascoltare le testimonianze del patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, del nunzio
apostolico, mons. Antonio Franco, e di altri rappresentanti di organismi
cattolici che operano nel territorio a favore dei palestinesi, non solo cristiani. I presuli europei e nordamericani hanno
anche fatto visita a diverse parrocchie locali e all'università cattolica di
Betlemme. I lavori si sono chiusi con un documento finale (cfr www.ccee.ch)
siglato da tutti i delegati presenti, tra i quali anche il segretario generale
del Ccee, padre Duarte da Cunha. SIR Europa ha raccolto le dichiarazioni di alcuni
vescovi presenti.
Una speranza
fragile. "Quando ci si trova davanti ad un muro, che separa affetti e
vincoli, che tramortisce la vita di tutti giorni,
anche nelle sue azioni più semplici e di routine, come andare a scuola, a
lavoro, dal medico, a fare spesa, viene da chiedersi, quale futuro potrà mai
esserci per la Terra Santa e per la popolazione palestinese in
particolare", dichiara mons. Peter Bürcher,
capodelegazione della Conferenza episcopale dei Paesi nordici. "La
speranza, tuttavia, c'è ma è fragile e passa
attraverso l'impegno di tante organizzazioni e di tante persone che credono che
la pace è possibile". In questo ambito "la
chiesa locale ha sempre testimoniato la speranza in un futuro di pace nel
rispetto della giustizia e del diritto". Mons. Bürcher
individua in tre punti l'aiuto che le Chiese europee possono dare alle loro
"sorelle di Terra Santa, ovvero "vicinanza
spirituale, aiuto materiale e informazione corretta sulla situazione in
atto". "Innanzitutto - spiega
il presule - è urgente esprimere ai cristiani locali, ai loro pastori e
presbiteri, vicinanza spirituale nella preghiera cui deve seguire una
solidarietà concreta che non è solo contribuire alle
loro necessità economiche, ma anche promuovere progetti di aiuto e favorire i
pellegrinaggi. Non meno importante è poi la pressione sui nostri Governi
affinché siano consapevoli di ciò che accade qui. Fondamentale è dare una corretta informazione".
L'incontro dopo lo
scontro. "Qui ci sono tre mondi, quello musulmano, quello ebraico e quello
cristiano che è molto difficile far incontrare. Ed un mondo in cui la gente non può venirsi incontro è di
per sé già espressione di violenza. Tuttavia ci sono delle
strade su cui ci si può incontrare, una è quella della giustizia".
Per mons. Michel Dubost, vescovo della diocesi
francese di Evry, l'incontro, dopo lo scontro, deve
avvenire nel campo della giustizia e del rispetto del diritto. "Basta vedere ciò che ha provocato la barriera israeliana per
rendersi conto della necessità di reclamare giustizia. Sono convinto che
a Gerusalemme non tutti sanno del muro o sono
consapevoli e delle conseguenze che ha sulla vita della popolazione
palestinese. Per rendere il giusto servizio alla causa della pace e quindi dei
popoli in lotta, è necessario informare, raccontare i fatti, organizzare, nei
nostri Paesi, incontri sulla situazione in Terra Santa, creare opinione. Andare
avanti così non è possibile, ci si schianta contro un muro. Ma
in Europa lo abbiamo abbattuto. Lo stesso può accadere qui con un supplemento
di creatività, di immaginazione e fantasia. Sono
sicuro che tutti, qui, vogliono la pace".
"Una grande
dignità". "Una esperienza straordinariamente
efficace ed utile". Così mons. Riccardo Fontana, arcivescovo-vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, traccia un bilancio della sua
partecipazione alla visita in Terra Santa con il Coordinamento dei vescovi Usa
e Ue, la prima di un presule italiano dopo 10 anni. "Sono rimasto colpito dalla dignità dei cristiani locali,
visibile anche in chi li guida, patriarca e clero. Come vescovi abbiamo scelto di ragionare di chiesa e non di politica. La
volontà è quella di rendersi conto delle difficoltà
che hanno queste comunità che sono vittime di storie più grandi, che ogni sera,
quando tornano a casa stanche, devono chiedere permesso misurandosi con una
occupazione che non dipende da loro, con un terrorismo che non dipende da loro.
E nonostante ciò, sentire i cristiani di Terra Santa ragionare in termini di
perdono e amore anche verso chi li fa soffrire
colpisce profondamente". "Sia Israele che i
musulmani hanno bisogno della Chiesa - afferma mons. Fontana citando il
viceministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon,
incontrato il 12 gennaio - che è portatrice della cultura del perdono e della
pratica della carità. Senza i cristiani non ci sarà convivenza in Terra
Santa. Ecco perché è importante che non emigrino. Il mio impegno sarà quello di far conoscere all'episcopato italiano questa
esperienza straordinariamente efficace ed utile". Sir
eu
Papst und Synagogenbesuch. „Respekt und Dialog“
„Respekt und Dialog“ – unter diese zwei
Schlagworte stellt Papst Benedikt seine Visite in der römischen Synagoge, die
während der Redaktion dieses Newsletters begonnen hat. „Fast 24 Jahre nach dem
historischen Besuch von Johannes Paul II. werde ich mich in die große Synagoge
von Rom begeben, um die jüdische Gemeinde der Stadt zu treffen und einen
weiteren Schritt zu tun auf dem Weg der Eintracht und Freundschaft zwischen Katholiken
und Juden.“ Das sagte Benedikt beim Angelusgebet am Sonntag Mittag. „Trotz aller
Probleme und Schwierigkeiten atmet man bei den Gläubigen beider Religionen doch
ein Klima großen Respekts und des Dialogs; das zeigt, wie sehr unsere
Beziehungen schon gereift sind und wie sehr wir gemeinsam bezeugen, was uns
eint, nämlich der Glaube an den einen Gott, aber auch der Schutz der Familie
und das Streben nach sozialer Gerechtigkeit und nach Frieden!“ (rv)
Experte: „Nicht auf Shoah
fokussieren“ - Erst ein Papst war vor Benedikt in der römischen Synagoge (und
überhaupt in einer Synagoge, seit den Zeiten des Petrus): Johannes Paul II.
besuchte die jüdische Gemeinde von Rom, die als die älteste im Westen überhaupt
gelten darf, im Jahr 1986. Wir sprachen über die Visite Benedikts in der
Synagoge am Lungotevere dei
Cenci mit Jesuitenpater Christian Rutishauser: Der
Schweizer unterrichtet Jüdische Studien an der Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom.
„Ich denke, der Besuch wird zeigen,
dass Papst Benedikt nicht auf die Shoah fokussiert.
Und ich denke, das ist ein großes Zeichen auch für Deutschland. Ich habe den
Eindruck - als Schweizer sehe ich das natürlich etwas von außen -, dass der
Dialog in Deutschland sehr fixiert ist durch die Aufarbeitung der Shoah. Das ist verständlich; aber wir haben jetzt einen
Generationenwechsel im jüdisch-christlichen Dialog. Die Generation der
Überlebenden stirbt weg - die Generation, die die wertvolle Pionierarbeit
geleistet hat im jüdisch-christlichen Dialog bricht weg. Und die zweite
Generation ist nicht mehr so unmittelbar gebunden an diese Geschichte der Shoah und des Holocaust. Das ergibt die Möglichkeit, den
Blick noch einmal etwas zu weiten auf die gesamte Geschichte, die man auch in
Deutschland hat: Die Juden in Deutschland haben eine jahrhundertalte
Geschichte, die eigentlich fast verdängt wurde oder
vergessen wurde durch die Shoah. Und hier gibt es
auch noch einmal die Möglichkeit einer Weitung. Ich denke, dass Benedikt sicher
dazu beitragen wird!“
Kölner Rabbiner: „Klärung steht noch
aus" - Der Synagogenbesuch in Rom an diesem
Wochenende wird der dritte Besuch Benedikts XVI. dieser Art sein. Den Anfang
hat der Papst 2005 in Köln gemacht, wo er, noch ganz frisch im Amt, die
jüdische Gemeinde der Stadt bei seinem Deutschlandaufenthalt in Rahmen des
Weltjugendtags besuchte. Rabbi Jaron Engelmayer steht
der Kölner Synagoge vor und erinnert sich folgendermaßen an den Papstbesuch:
„Der Synagogenbesuch
hat große Begeisterung ausgelöst. Vor allem, weil ja schon der Vorgänger einen
Weg eingeschlagen hatte, in dem er große Schritte auf das Judentum zu gemacht
hat, ganz im Geiste des Zweiten Vatikanischen Konzils. Und als Papst Benedikt
als eine seiner ersten Amtshandlungen beschloss, eine Synagoge in Köln zu
besuchen, hatte man begeistert gehofft, dass er diesen Weg fortsetzen würde.“
Gemischt: Die Erwartungen an den Besuch
- Der Besuch von Papst Benedikt in der römischen Synagoge „ist ein historisches
Ereignis, das beträchtliche Emotionen aufrührt“. Das sagt der israelische Vize-Regierungschef
Silvan Shalom, der am Sonntag Abend an dem römischen Ereignis teilnimmt.
Benedikts Visite sei „ein religiöses, kein politisches Ereignis“, präzisiert
der Politiker: „Es symbolisiert die Annäherung zwischen Juden und Christen“.
Bedeutsam sei, dass der Papstbesuch „in großer zeitlicher Nähe zum
internationalen Holocaust-Gedenktag stattfindet“. Auch Israels Staatspräsident
Shimon Peres hat sich zum Synagogenbesuch Benedikts
geäußert. Die Beziehung des Papstes zum Judentum sei „tief und ehrlich“, so
Peres in einem Fernsehinterview: „Wir stimmen nicht in allen Fragen überein,
etwa beim Seligsprechungsprozeß von Pius XII.; aber
in den jüdisch-katholischen Beziehungen verhält sich dieser Papst sehr
respektvoll, und ich vertraue ihm.“
Die israelische Presse betont in ihrer
Berichterstattung die Debatte innerhalb der römischen jüdischen Gemeinde
angesichts des Besuchs von der anderen Tiberseite. „Ha`aretz“ weist auf die Polemik gegen eine mögliche
Seligsprechung von Pius XII. hin; „Ma`ariv“ erwähnt, dass
etwa 600 Journalisten aus aller Welt das Ereignis mitverfolgen
werden.
Der Präsident der italienischen Rabbinervereinigung, Giuseppe Laras,
hat seine Skepsis gegen den Papstbesuch in der Synagoge etwas abgeschwächt. Laras hatte vor einigen Tagen in einem Interview erklärt,
er werde an dem Ereignis nicht teilnehmen, weil er damit rechne, dass es nur
der Kirche etwas bringe. Jetzt meinte er vor Journalisten, er hege zwar
weiterhin „keine großen Erwartungen”: Aber „ich hoffe, dass doch etwas
Positives herauskommt, anders als es im Moment scheint”, so derfrühere
Oberrabbiner von Mailand wörtlich.
Der Chefredakteur der Vatikanzeitung „L`Osservatore Romano“ hat jetzt in einem Essay die
Erwartungen des Vatikans an den Papstbesuch in der Synagoge formuliert. Die
Visite „bestätigt ein weiteres Mal die Öffnung und Freundschaft der
katholischen Kirche zum jüdischen Volk“, so Gianmaria
Vian. Der Besuch sei also „gewiß historisch, aber
auch normal“.
Fortschritte für die Beziehungen
zwischen Kirche und Staat in Israel erhofft sich der israelische
Franziskanerpater David Jaeger von dem Synagogenbesuch.
Hier bestehe weiterer Klärungsbedarf. Ansonsten gebe es zwischen Judentum und
katholischer Kirche viele Gemeinsamkeiten und Felder der Zusammenarbeit:
Lebensschutz, Solidarität für die Nöte der Menschheit, Einsatz für
Gerechtigkeit und gegen Ausbeutung, Achtung der Menschenrechte. Die jüngsten
„Zwischenfälle“ seien „mehr medial als real“ gewesen, betonte Jäger gegenüber
der Zeitung „Il Giornale“ vom Sonntag.
Gegen 16.30 Uhr ist der Papst am
jüdischen Gebetshaus am linken Tiberufer
eingetroffen. Nach einer Kranzniederlegung am Gedenkstein für die Deportation
von 1.021 Personen im Oktober 1943 durch die SS begann er in der Synagoge
während der Redaktion dieses Newsletters eine programmatische Rede.
Rückblick: Johannes Paul II. in der
römischen Synagoge - 1986 – Rückblick auf einen historischen Moment: Der erste
Papstbesuch in einer Synagoge, Johannes Paul II. zu Gast in der jüdischen
Gemeinde von Rom. In seiner Ansprache hat das Kirchenoberhaupt eindeutige Worte
gefunden: Für die große Bedeutung des jüdisch-christlichen Dialogs, für die
Sensibilität, die der Dialog beiden Seiten abverlangt – und auch für die Schoa: „Ein Wort tiefer Verabscheuung
möchte ich noch einmal zum Ausdruck bringen für den während des letzten Krieges
gegen das jüdische Volk beschlossenen Genozid, der zum Holocaust von Millionen
unschuldiger Opfer geführt hat. Als ich am 7. Juni 1979 das Lager von Auschwitz
besucht habe...“ (ansa/or/rv/kipa 17)
Rom. Der schwere Weg des Papstes in die Synagoge
24 Jahre ist es her, dass ein Papst die
Synagoge in Rom besuchte. Damals war es ein gebürtiger Pole, heute kommt ein
Deutscher – das macht die Sache kompliziert. Benedikt XVI. muss sich auf unangenehme
Fragen einstellen, etwa weil er die Seligsprechung des umstrittenen Pius XII.
vorantreibt.- Von Paul Badde
"Den ganzen Tag streckte ich meine
Hände aus nach einem ungläubigen Volk", heißt es über dem Portal der
Gregorius-Kirche neben der großen Synagoge Roms. Vorbei die Zeiten, in denen
die Bewohner des jüdischen Gettos von dieser Klage des Propheten Jesaja zur Umkehr "von ihrem Irrweg" aufgerufen
wurden. Die Fassade ist restauriert, das Portal verriegelt. Keiner schaut mehr
zu der hebräischen und lateinischen Inschrift hoch, die nur noch wenige lesen
können.
Ein Streifenwagen der Carabinieri bewacht den Eingang des Gettos an der Piazza Gerusalemme. An der Uferstraße stehen große
Übertragungswagen aufgereiht hintereinander. Möwen flattern aufgeregt über dem
Tiber. Handys klingeln durcheinander. An der Via Catalana
legt ein Mann einen Kiesel auf den Sims eines Gedenksteins, der an das Attentat
vom 9. Oktober 1982 erinnert, bei dem Stefano Tache
Gay hier mit zwei Jahren sein Leben verlor.
Vor dem Hauptportal der Synagoge der
ältesten jüdischen Gemeinde Europas klären Sicherheitsleute des Vatikans letzte
Fragen mit Spezialisten der Stadt und der jüdischen Gemeinde. Erstmals nach dem
historischen Besuch von Johannes Pauls II. vor 24 Jahren besucht wieder ein
Papst "die älteren Brüder" der Christenheit in Rom. Doch diesmal
kommt er aus Deutschland. Da ist ihm nicht nur Sympathie gewiss, die dem
Vorgänger aus Polen im vergangenen Jahrhundert noch einhellig entgegenschlug.
Täglich meldet sich irgendjemand von
einem anderen Teil der Welt, der vor falschen Erwartungen an dieses Treffen
warnt, aus New York, Berlin, Jerusalem. Im Getto gehen die Meinungen schroff
auseinander. Für ausgewogene Stellungnahmen ist hier kaum noch jemand zu
finden. Riccardo Pacifici, der Präsident der
Gemeinde, weiß sich vor Telefonaten kaum zu retten. Giuseppe Laras, der Vorsitzende der Rabbinerkonferenz
Italiens, hat seine Teilnahme schon abgesagt, weil er den Dialog für
"kraftlos" hält. Oberrabbiner Riccardo Di Segni steht für Interviews
schon lange nicht mehr zur Verfügung, aber hat der italienischen Zeitung
"La Repubblica" gesagt, dass er bei dem
Treffen mit dem Papst die "Causa Pius XII." zur Sprache bringen
wolle.
Was hat Benedikt XVI. sich eigentlich
dabei gedacht, wollte auch Phil Pulella, der
Korrespondent der Agentur Reuters, von Kardinal Kasper wissen, so kurz vor dem
Besuch grünes Licht für die Seligsprechung des Pacelli-Papstes
zu geben? Ist da nicht wieder einmal "schlechtes Timing" des Vatikans
im Spiel, um nur die harmloseste Interpretation anzunehmen?
Aus Bayern auf den Stuhl Petri
"Nein", sagt Senator Giulio
Andreotti, der 90-jährige siebenfache Ex-Premier, "ich habe Pius XII.
selbst gekannt und weiß, wie er alle Türen des Vatikans für die verfolgten
Juden geöffnet hat. Zu der Zeit ging ich da ein und aus. Dafür brauche ich
keine Akten zu studieren."
Mit Senator Andreotti freut sich auch
Rabbi Elio Toaff auf den Besuch, mit seinen 95 Jahren
der andere große, alte Mann Roms. Er ist der unmittelbare Vorgänger Di Segnis,
den Johannes Paul II. in seinem Testament als "Freund" erwähnte.
Esther Mieli aus dem Stab des Oberrabbiners sagt, es
hätten sich mehr Journalisten für diese Begegnung akkreditiert als für das
Konklave, in dem Joseph Kardinal Ratzinger 2005 zum Nachfolger von Johannes
Paul II. gewählt wurde.
"Der Papst lässt sich von dieser
Aufregung nicht beeindrucken", heißt es hinter den Mauern des Vatikans,
"er macht mit ruhiger Hand nur noch das, was er nach Abwägung aller
Argumente für richtig und wichtig hält." Jedenfalls ist es kein Business as usual, wenn er nach seinen
Besuchen der Synagogen von Köln, New York und Jerusalem am Sonntag erstmals in
seinem Pontifikat die römische Synagoge aufsuchen und neben den Ruinen des Portico di Ottavia am "Largo
16 Ottobre 1943" vorfahren wird.
dem Jahr 2002 erinnert der kleine Platz
an den grauenvollen Tag des Überfalls, an dem Einsatztruppen der SS von den
8000 Juden des Gettos 1022 Menschen einfingen (unter ihnen auch 200 Kinder) und
hier zusammenpferchten, bevor sie nach Polen abtransportiert wurden. Nur 15 von
ihnen haben Rom je wiedergesehen.
Schon die Apostel Petrus und Paulus
suchten in Rom zuerst die jüdische Gemeinde auf. Seitdem bleibt hier auf
brisante Weise alles mit sehr vielem durch Raum und Zeit verbunden. Sechs
prominente Rabbiner aus Israel werden Riccardo Di Segni darum zur Begrüßung des
Nachfolgers Petri begleiten.
Doch auch der "oberste
Brückenbauer" kommt mit Fuad Twal, dem
Patriarchen Jerusalems, und anderen hochrangigen Würdenträgern des Heiligen Landes
zu dem Gipfeltreffen, darunter Pierbattista
Pizzaballa, der franziskanische "Wächter des Heiligen Landes", der in
den vergangenen Tagen von seinem Konvent auf dem Zionsberg
wieder hebräische Graffiti entfernen lassen musste, in denen Christen zum
"Abhauen" aufgefordert wurden.
Ein Chor wird die Gäste unter der
Kuppel der Synagoge begrüßen, wo - wie hier jeder weiß - Rabbi Israel Zolli an Jom Kippur 1944 eine Christus-Vision hatte. Drei
Monate später, also noch zu Kriegszeiten, ließ sich der Vorgänger Riccardo Di
Segnis taufen, nahm den Namen Eugenio an und wurde zum ersten Kronzeugen des
"heroischen Tugendgrades" von Pius XII. "Die Kuppel der Synagoge
würde in die Luft fliegen, wenn der Papst den Namen Zolli
fallen lassen würde", weiß hier ein Eingeweihter. Das aber wird er gewiss
nicht tun. DW 17
Vatikan: „Kirche soll Migrantenkinder besser beistehen“
Die katholische Kirche unternimmt
weltweit bereits einiges, um Flüchtlingskinder beizustehen. Diese Hilfe soll
aber ausgeweitet werden. Das sagt gegenüber Radio Vatikan der Sekretär des
Päpstlichen Migrantenrates, Erzbischof Agostino Marchetto. Migrantenkinder brauchen nicht nur einen
gesicherten Wohnort, sie benötigen auch geistliche Unterstützung. Beim 96.
Welttag für Migranten an diesem Sonntag gehe es gerade darum, auf die Probleme
der Kinder hinzuweisen, die ihre Heimatländer verlassen. Marchetto:
„Die Kinder verlassen ihre
Herkunftsländer aus denselben Gründen wie ihre Eltern. Doch es gibt einige
Unterschiede, auf die ich aufmerksam machen möchte: Kinder sind die Zukunft
einer Gesellschaft. Dennoch sind sie als Migranten oft diejenigen, die am
meisten zu leiden haben. Sie werden psychisch und physisch missbraucht, um das
Zielland erreichen zu können. Das ist nicht hinnehmbar.“ (rv
16)
Papst: „Freisinger Mohr beweist meine Verbundenheit“
Mit einem „Gott Vergelt´s“
hat sich Papst Benedikt XVI. persönlich beim Stadtrat und Oberbürgermeister der
Stadt Freising für die Überreichung der Ehrenbürgerwürde gedankt. Das
Kirchenoberhaupt empfing an diesem Samstagmittag die Gäste aus der bayerischen
Heimat im Vatikan zu einer einstündigen Privataudienz. Damit ist der Papst mit
Ausnahme Münchens in allen bayerischen Orten, die mit seinem Lebenslauf
verbunden sind, Ehrenbürger. Es sei eine hohe Auszeichnung für ihn, sagte
Benedikt wörtlich:
„Ein wenig scherzhaft könnte ich zwar
sagen, ich selbst habe ja seit langem meine Sympathie und Verbundenheit mit
Freising unter Beweis gestellt, da ich den Freisinger Mohren schon seit 1977 in
meinem Bischofs- und nun auch in meinem Papstwappen führe. Gleichwohl freue ich
mich sehr, dass hier und heute die aufrichtige Freundschaft und Anhänglichkeit
der Bürgerinnen und Bürger Freisings zu ihrem Landsmann, ihrem früheren
Erzbischof und nunmehrigen Nachfolger Petri durch die Verleihung der
Ehrenbürgerwürde zum Ausdruck kommt.“
Bei der Audienz im Apostolischen Palast
überreichte Freisings Oberbürgermeister Dieter Thalhammer
(SPD) dem Papst die Insignien der Ehrenbürgerwürde. Der Papst erinnerte in
seiner Dankesrede an den Freisinger Domberg, ein Ort
des Gebets, des Wissens und der Kultur. kna 16
Benedikt XVI. ging beim Angelusgebet an diesem Sonntag nicht nur auf seinen Synagogenbesuch, sondern auch auf den Welttag der Migranten
und Flüchtlinge ein. Die Kirche werde diesen Menschen auch weiterhin nahe
bleiben, versprach er. Er hob das schwere Los insbesondere von Kindern und
minderjährigen Flüchtlingen hervor: Auch Kinder, gleich welcher Nationalität
und Hautfarbe, müssten stets als Person und Ebenbild Gottes betrachtet und
gegen alle Ausgrenzung und Ausbeutung verteidigt werden, betonte er. Auch
Kinder und Minderjährige, die im Ausland lebten, hätten Auspruch
auch rechtlichen Schutz und Begleitung inmitten ihrer zahlreichen Probleme.
Von der Weltgebetswoche für die Einheit
der Christen, die an diesem Montag beginnt, verspreche er sich ein
„glaubwürdigeres und wirkungsvolleres gemeinsames Zeugnis“ der Christen.
„Denken wir schließlich auch an die
Menschen in Haiti – der Nuntius, der glücklicherweise überlebt hat, informiert
mich ständig, und so habe ich u.a. die schmerzliche Nachricht erhalten, dass
der Erzbischof beim Erdbeben ums Leben gekommen ist – so wie viele Priester, Ordenssleute und Seminaristen. Ich ermutige alle
karitativen Organisationen, die sich um den immensen Hilfsbedarf dieses Landes
kümmern. Ich bete für die Verletzten, für die Obdachlosen, für alle, die auf
tragische Weise das Leben verloren haben.“
„Mit dem Propheten Jesaja,
dessen Worte wir heute in der ersten Lesung hörten, sind auch wir darum bemüht,
daß alle Menschen in Recht und Würde leben können.
Doch sehen wir schon an den traurigen Ereignissen dieser Tage in Haiti und
vielen anderen Ländern der Erde, daß wir allein diese
Welt nicht gut machen können. Bitten wir den Herrn des Lebens um eine
Erneuerung und Heilung dieser Erde; empfehlen wir ihm die Opfer der
Erdbebenkatastrophe an und helfen wir selbst nach Kräften mit!“
(rv 17)
„Wer sind denn diese Politiker...?“ Massive Kritik von Kardinal Joachim Meisner
Kölns Kardinal Joachim Meisner hat
massive Kritik an der nationalen und europäischen Familienpolitik geübt. Er
beklagte am Sonntag im Kölner Dom, dass nicht mehr die Familie als Gemeinschaft
von Vater-Mutter-Kind gefördert werde. Statt diesem „Kern aller Sozialordnung“
würden anderen Formen des Zusammenlebens Rechte zugesprochen, die Ehe und
Familie relativierten und Natur und Schöpfungsordnung beiseite
schöben. Meisner wörtlich: „Wer sind denn diese Politiker, die sich
herausnehmen, alles besser zu wissen und den unberührbaren Kern der
Sozialordnung sprengen zu wollen, nur weil in ihren Kreisen andere Lebensformen
das Sagen haben?“ Der Kardinal wandte sich gegen den Satz: Familie ist da, wo
Kinder sind. Vielmehr laute die zeitlos gültige Definition: „Ein Mann und eine
Frau, die miteinander verheiratet sind, bilden mit ihren Kindern eine Familie.“
Zwar gebe es Schicksale, dass ein Vater sterbe oder eine Mutter ihren Mann
verlasse. Wegen solcher Einzelfälle dürfe aber nicht die aus Vater, Mutter und
Kind bestehende Familie infrage gestellt werden. Meisner verwies darauf, dass
acht von zehn Paaren in einer Ehe und drei von vier Kindern bei ihren
leiblichen Eltern lebten. Wörtlich meinte der Kardinal: „Alle Parteien, auch
und gerade die früher ausgesprochene Familienpartei, trauen Vater Staat mehr zu
als den Eltern“.
pm/kna 17
Ägypten: „Gemeinsam den Mord an Kopten aufklären“
Gut eine Woche nach dem tödlichen
Anschlag auf Kopten in Ägypten hoffen die Christen immer noch auf Aufklärung
der Attacke. In der oberägyptischen Stadt Nag Hamadi waren am Vorabend des
koptischen Weihnachtsfestes sieben Christen erschossen worden. Dabei entging
der Bischof von Nag Hamadi nur um wenige Minuten dem Tod. Bischof Kyrillos William von Assiut
vermutet hinter der Aggression religiöse Fanatiker. Kyrillos
hält sich gerade für drei Tage in Rom auf. Im Interview mit Radio Vatikan sagte
er:
„In den Maße und an dem Tag und dann
auf diese Gruppe - meiner Meinung nach steckt etwas Religiöses dahinter. Wenn
so etwas wiederholt passiert, sollte man eine richtige Lösung dafür finden, und
dafür müssen alle zusammen arbeiten.“
In den letzten 30 Jahren habe
religiöser Fanatismus in Ägypten zugenommen, so der Bischof. Ursachen dafür
seien nicht nur Armut und Arbeitslosigkeit, sondern ein Gesellschaftssystem, in
dem Christen als „Menschen zweiter Kategorie“ angesehen würden.
„In den Schulen werden die Kinder zum
Hass erzogen und dazu, nicht mit „den Ungläubigen“ – so nennen sie die Christen
– zu reden, ihnen bei Festen nicht zu gratulieren und keine Freundschaft zu
schließen. Wir müssen die Schulprogramme überarbeiten, den Dialog und Respekt
gegenüber den anderen darin festlegen. Zweitens hört man so fanatische Predigten,
in denen gegen Christen gehetzt wird. In den Moscheen enden die Freitagsgebete
oft mit Worten gegen Christen und Juden. Und drittens die Medien: Im Fernsehen
gibt es viele Kanäle mit religiösen Sendungen und Hasspredigten, das muss man
kontrollieren!“ (rv 16)
Warum sterben Selbstmordattentäter? Die Gewalt und das Heilige
1. Die überlegene
Armee
Wer im Kampf über Soldaten verfügt, die
ihr eigenes Leben nicht achten, ist dem Gegner in vielen Punkten überlegen. Er
muss ihn nicht mehr an der Grenze angreifen, sondern kann in das Innere
vordringen, muss er sich doch nicht mehr um das Überleben seiner Kämpfer
kümmern.
Es braucht allerdings eine Ideologie
oder Religion, die diesen Lebenseinsatz rechtfertigt. Das Problem ist nicht
neu. So forderten die byzantinischen Heerführer von der orthodoxen Kirche die
Aussage, dass ein im Kampf gegen die Sarazenen
gefallener christlicher Soldat mit der direkten Anschauung Gottes im Himmel
rechnen kann. Nach gründlicher Überlegung verweigerte der Patriarch diese
Zusicherung. Das christliche Martyrium musste gewaltlos erlitten werden. Auch
wer für die gute Sache im Kampf fällt, ist damit nicht einfachhin Märtyrer. Der
religiöse Aspekt spielt auch heute eine Rolle.
2. Überlegenheit der
Religion
Wenn sich für eine Sache der Tod lohnt,
ist sie höherwertig. Strapazen machen auch in unserer heutigen Konsumwelt ein
Objekt wertvoller: Wenn die Leute für ein neues Handy eine Nacht lang anstehen,
muss es das Beste sein. Würden sich allerdings Menschen umbringen, weil sie das
Handy, trotz langen Wartens, nicht bekommen, würde das in unserer Kultur nicht
mehr wirken.
In der islamischen Welt ist das Sterben
im Kampf gegen den Feind ein Erweis der Überlegenheit der Religion. Deshalb
gibt es keine religiös Autorität, sondern nur einzelne Religionsgelehrte, die
das Selbstmordattentat als unislamisch erklären. Nur für palästinensische
Freiheitskämpfer gilt das Selbstmordattentat in den meisten islamischen Kreisen
als erlaubt. Aber es gibt keine klare Auslegung des Korans, ob eine solche Tat
dem Willen Allahs entspricht. Die renommierteste Lehrautorität der Sunna, die
Al-Azhar Universität in Kairo, äußert sich nicht eindeutig. Allerdings ist die
Idee des „Opfers“ nicht auf den Islam beschränkt.
3. Sterben als Opfer
Nach zwei Weltkriegen hat der Westen
die Idee aufgegeben, es sei ehrenwert und zu befürworten, für das Vaterland zu
sterben. Junge Männer, die 1914 in den Krieg zogen, wurden zum Lebensopfer für
das Vaterland aufgefordert. Der dahinter stehende Opfergedanke besagt, dass der
Tod für das Vaterland diesem Vaterland einen hohen Nutzen bringt. Junge Männer,
die dem Vaterland als Ärzte, Lehrer, als Erfinder oder Politiker noch
Jahrzehnte lang hätten dienen können, sollen, so der Opfergedanke, durch ihren
Tod dem Vaterland mehr gedient haben als durch ihr Engagement in Beruf, Familie
und als Bürger. Auf jeden Fall hat dieser Opfergedanke noch 1914 überzeugt, als
sich Scharen junger Soldaten niederschießen ließen. Nur wenige haben aus den
Schlachten des Ersten Weltkriegs die Lehre gezogen, die Feindschaft zwischen
Frankreich und Deutschland, die Erbfeindschaft genannt wurde, aufzugeben und
für Versöhnung einzusetzen. Der Name des Paderborner Priesters Franz Stock, von
den Franzosen Abbé Stock genannt, steht dafür. Im Zweiten Weltkrieg konnte
daher immer noch der Ehrenkodex, vor dem Feind nicht in die Knie zu gehen,
sondern sich mit der Waffe durchzusetzen, wirken. Der Vergleich zeigt, dass das
Phänomen, das wir heute als typisch islamisch einordnen, nicht auf diesen
Kulturkreis begrenzt ist. Was bewirkt der freiwillige Gang in den Tod?
4. Die Faszination
des Tötens
Krieg scheint, das zeigen die
verschiedenen Video- und Computerspiele, vor allem Jungen zu faszinieren. Schon
Vierjährige können sich in Museen an mittelalterlichen Ritterrüstungen nicht
satt sehen. Das Töten hat sogar den Schein des Heiligen. Das Wort „Sacramentum“, das heute christliche Heilszeichen benennt,
bezeichnete ursprünglich den Fahneneid des römischen Soldaten, der ihm erlaubte
zu töten. Wenn das Töten den Bereich des Heiligen berührt, dann kann ich auch
als Kämpfer selbst in diesen Bereich eintreten, wenn ich nicht nur andere töte,
sondern selbst dabei umkomme. Es werden nicht mehr stellvertretend für Menschen
Tiere geopfert, sondern der einzelne tritt selbst in den Bereich des Heiligen,
indem er sein Leben opfert. Diese Faszination, Gewalt ausüben zu dürfen und
damit zugleich das Heilige zu erreichen, könnte erklären, warum junge Menschen
für diese Taten zu gewinnen sind. Die islamischen Selbstmordattentäter
unterscheiden sich wohl in ihrer Bereitschaft zum Sterben von den japanischen
Kamikaze-Fliegern, die wohl eher gezwungener Maßen den Tod für das Vaterland
erlitten haben.
5. Der Tod Jesu
Alle diese Vorstellungen und die damit
verbundenen Emotionen haben auch immer in die Deutung des Todes Jesu hereingespielt. Jesus hatte damalige Aufständische, sog.
Zeloten, in seinen Jüngerkreis aufgenommen.
Tatsächlich hat Jesus sein Leben Gott überantwortet, unter Seufzen und Klagen
hat er sich dem Willen Gottes unterworfen. Allerdings war er kein selbstbewusst
auftretender Selbstmordattentäter, der möglichst viele der römischen Soldaten
mit in den Tod reißen wollte. Seine Jünger haben nach seiner Hinrichtung auch
nicht zum Mittel der „Gegengewalt“ gegriffen, indem sie versucht hätten, seinen
Tod zu rächen. Vielmehr knüpft die christliche Opferlehre an die Worte der
Propheten an, die anstelle von Tieropfern Gottesfurcht und gerechtes Handeln
setzen. Das Opfer Jesu ist das Ende aller weiteren Opfer, so sagt es der Hebräerbrief.
Der Tempelkult mit seinen Opfern wird nach dem Tod Jesu von den Christen nicht
fortgesetzt. Auch essen die Christen nicht mehr das Paschalamm, sondern
zerteilen ein Brot und reichen einen Becher Wein. Wenn direkt nach dem Vater
Unser in der Messe der Friedensgruß ausgesprochen wird, dann zeigt das die
Wirkung des Kreuzesopfers, nämlich nicht neue Gewalt, sondern Frieden unter den
Sündern, die sich immer wieder mit Gewalt beflecken.
6. Wollte Gott das
Opfer Jesu
Dass Selbstmordattentate mit der
christlichen Gottesbild nicht vereinbar sind, wird allgemein vorausgesetzt. Es
gibt auch im christlichen Ritterideal keine solche Tradition. Allerdings wurde
im Abendland, wohl unter germanischem Einfluss, der Tod Jesu als Genugtuung für
die durch Menschen begangene Beleidigung Gottes gedeutet. Es ist sicher
richtig, dass der Mensch seine Untaten nicht wieder gut machen kann, vor allem
wenn sie mit Gewalt verbunden sind. Man kann das Zerstörte vielleicht
reparieren, aber der Stempel der Gewalt bleibt den Verhältnissen aufgedrückt.
Aber dass Gott, um sozusagen seine göttliche Ehre wiederherzustellen, seinen
Sohn „opfert“, das ist in den biblischen Texten nicht zu finden. Diese texte leiten den Tod Jesu aus der Ablehnung seines
Anspruchs her. Denn Jesus ist mit dem Anspruch aufgetreten, er verkünde das
Reich Gottes mit einem neuen Gesetzt. Dieses neue Gesetz, die Bergpredigt,
setzt das Gesetz des Alten Bundes nicht außer Kraft, aber es radikalisiert es
auf die Feindesliebe hin. Jesus sagt es vor Pilatus: Er könnte Legionen von
Engeln zur Hilfe rufen. Er hat darauf verzichtet und die Gewalt über sich
ergehen lassen.
diejenigen, die seine Hinrichtung betriebne, wollten damit erweisen, dass er nicht im Auftrag
Gottes gesprochen haben konnte. Denn sonst hätte Gott ja seine Verurteilung
verhindert, so wie er die üble Nachrede gegen die Susanna des Buches Daniel
außer Kraft setzt. Zwei Männer hatten sie des Ehebruchs angeklagt, was ihren
Tod zur Folge gehabt hätte. Daniel trennt die beiden und befragt sie nach dem Baum,
unter dem das geschehen sein soll. Als sie in ihrer Aussage nicht
übereinstimmen, ist die Frau gerettet. Die Erzählung will besagen: Gott schützt
die Gerechten. Jesus ist der Gerechte, Gott übergibt ihm den Tod, nicht um
Gewalt zu rechtfertigen, sondern um die Gewalt des Todesurteils wie auch den
Tod selbst zu überwinden. In den Dialog mit dem Islam gehört zentral die Frage,
ob der Selbstmordattentäter Gott näher kommt als derjenige, der seinem Land las
Arzt, Lehrer oder Religionsgelehrter dient.
Eckhard Bieger
kath.de-Redaktion
Papst: „Hoffe auf volle Gemeinschaft mit Piusbrüdern“
Der Papst hofft auf Fortschritte beim
theologischen Gespräch mit den Traditionalisten. Das sagte er an diesem Freitag
im Vatikan. Vor den Mitgliedern der Glaubenskongregation, die derzeit ihre
Vollversammlung hält, ging Benedikt auf den Dialog mit der schismatisch
orientierten Piusbruderschaft ein, den er vor einem Jahr mit einer heftig
umstrittenen Geste eingeleitet hatte. Der Dialog ist seit einigen Monaten bei
der Glaubenskongregation angesiedelt. Papst Benedikt:
„Zu erreichen, dass alle Christen ein
gemeinsames Zeugnis für den Glauben geben – das ist die Priorität der Kirche zu
jeder Zeit, um alle Menschen zu Gott zu führen. In diesem Geist vertraue ich
vor allem auf den Einsatz Eurer Behörde, damit die lehrmäßigen Probleme
überwunden werden, die noch bestehen, so dass sich eine volle
Kirchengemeinschaft der Bruderschaft St. Pius X. erreichen lässt.“
Ein vergleichbares Engagement wünsche
er sich auch mit Blick auf Anglikaner, die die Gemeinschaft mit der
katholischen Kirche suchen, so Benedikt. Für sie hat er im letzten Herbst
eigene kirchliche Strukturen geschaffen:
„Die treue Anhänglichkeit dieser
Gruppen an die Wahrheit, die von Christus kommt und vom Lehramt der Kirche
verkündet wird, steht in keiner Weise in Widerspruch zur ökumenischen Bewegung,
sondern zeigt vielmehr ihr letztes Ziel. Es besteht darin, zur vollen und
sichtbaren Gemeinschaft der Jünger des Herrn zu gelangen.“
(rv 15)
Vatikan/Haiti: Messe für die Opfer
Der päpstliche Außenminister plant eine
Messe für die Opfer des verheerenden Erdbebens von Haiti. Dazu hat Erzbischof
Dominique Mamberti am nächsten Dienstagabend alle
Haitianer in Rom in die Kirche „Unserer Lieben Frau von der immerwährenden
Hilfe“ eingeladen. An der Messfeier, die auf
Initiative der haitianischen Vatikanbotschaft zustande kommt, werden auch viele
Diplomaten teilnehmen. Mamberti leitet die Abteilung
für Auswärtige Angelegenheiten im vatikanischen Staatssekretariat.
Derweil sagen humanitäre Verbände
voraus, dass die Helfer auf Haiti einen „langen Atem“ brauchen werden.
Christoph Petrik-Schweifer ist Auslandshilfe-Chef der
Caritas Österreich. Nach seiner Darstellung erschwert die besondere politische
Situation Haitis den derzeitigen Hilfseinsatz zusätzlich: Haiti gelte nicht nur
als „Armenhaus Lateinamerikas“, sondern im Blick auf das Fehlen einer
funktionierenden Regierung und Administration als „Lost Country“, so Petrik-Schweifer. Neben der derzeitigen Akuthilfe sei daher
eine nachhaltige Aufbauhilfe notwendig: „Es wird mindestens ein Jahr dauern,
bis die Menschen in Haiti wieder auf eigenen Beinen stehen und Hoffnung
schöpfen können“. (kap/missio
15)
Zollitsch empfiehlt der CDU Besinnung aufs "C"
Als "Partei auf der Suche"
charakterisiert der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz die CDU.
Erzbischof Robert Zollitsch warnt die Partei davor,
bei die Erschließung neuer Wählerschichten andere
Dinge aus den Augen zu verlieren. Sie müsse sich stattdessen mehr auf das
"C" in ihrem Namen konzentrieren.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sieht
die CDU bei ihrer Neuausrichtung vor großen Herausforderungen. Es bestehe die
Gefahr, dass in dem berechtigten Anliegen der Parteiführung, neue
Wählerschichten zu erschließen, auch Wertvolles verloren gehe, sagte Zollitsch.
„Die CDU spürt die Spannung, einerseits die
gewachsene Wählerschicht möglichst zu halten und mit denen in die Zukunft zu
gehen und dann andererseits auch zu schauen, wie gewinne ich neue Wähler dazu.“
Zollitsch,
Erzbischof von Freiburg war am Donnerstag gemeinsam mit der Ratsvorsitzenden
der Evangelischen Kirche in Deutschland, Margot Käßmann,
zu einem Gespräch bei der CDU-Führung. „Ich spüre bei der CDU, da ist eine
Partei auf der Suche, einfach über ihre Grundlagen, ihre Voraussetzungen jetzt
neu nachzudenken“, sagte Zollitsch zu dem Treffen.
Er appellierte an die Christdemokraten,
sich wieder stärker auf das „C“ im Parteinamen zu besinnen. „Das heißt, stärker
zu entdecken, was bedeutet Solidarität in der Gesellschaft, was bedeutet es,
wenn die Schere zwischen Arm und Reich immer größer wird, wenn die Menschen
Sorge um ihren Arbeitsplatz oder vor Altersarmut haben oder fürchten, durch die
Geburt von Kindern zu verarmen.“
Deutschland stehe vor einer ganzen
Reihe gesellschaftlicher Probleme, sagte der Zollitsch.
„Wenn es der CDU gelingt, diese Werte wie Solidarität, Nächstenliebe und die
Sorge für die Schwachen mit in ihre Politik einzubinden und zugleich denen eine
Chance zu geben, die tatsächlich auch etwas gestalten, dann wird sie die für
eine Volkspartei notwendige Bandbreite gut hinbekommen.“
Zollitsch
wandte sich zugleich gegen Forderungen, dass die CDU das „C“ aus ihrem Namen
streichen solle. „Ich halte es für einen Gewinn, dass eine Partei das „C“ im
Namen hat, weil ich sie damit auch an ihr Fundament erinnern kann und weil das
auch eine Verpflichtung bedeutet.“ In dem „C“ stecke eine große
Herausforderung, an die die katholische Kirche die CDU immer wieder erinnern
wolle. Der Kölner Kardinal Joachim Meisner hatte die Christdemokraten
wiederholt aufgefordert, das „C“ aus ihrem Namen zu entfernen. AFP 16
Papstbesuch in Synagoge: Ein Baum für den Dialog
24 Jahre ist es her, dass der Bischof
von Rom die jüdische Gemeinde dort besuchte. Nach der historischen Premiere von
Johannes Paul II. wird Papst Benedikt am kommenden Sonntag der römischen
Synagoge einen Besuch abstatten. In der jüdischen Gemeinde laufen unterdessen
die letzten Vorbereitungen, so auch im Museum, das in der Synagoge untergebracht
ist. Dort wird der Papst eine Ausstellung eröffnen.
„Dieser Besuch ist sicherlich ein sehr,
sehr wichtiger Stein im jüdisch-katholischen Dialog“, sagt Museumsdirektorin,
Daniela Di Castro. „Die römischen Juden und die Krönungszeremonie der Päpste“
heißt die von ihr und ihren Mitarbeitern vorbereitete Ausstellung, die Benedikt
eröffnen wird. Unter anderem zeigt sie Dokumente eines weniger schönen Kapitels
in den Beziehungen zwischen Kirche und den stadtrömischen Juden. Di Castro:
„In der zweiten Hälfte des 16.
Jahrhunderts verlieren die Juden Roms ihre Bürgerrechte und werden in ein
eigenes Viertel, das so genannte Ghetto, eingeschlossen. Dennoch dürfen sie
weiterhin an der Krönungszeremonie des Papstes teilnehmen. Das ist von großer
Bedeutung, denn damit bleiben die Juden gewissermaßen römische Bürger, obwohl
man ihnen de facto die Bürgerrechte aberkannt hatte und sie so zu einer Art
Bürger zweiter Klasse degradierte. Sie hatten die Aufgabe für die Papstkrönung
einen bestimmten Straßenzug zu dekorieren mit Manifesten, auf denen
Bibelsprüche standen.“
Das jüdische Viertel in Rom liegt im
Herzen der Altstadt am östlichen Tiberurfer. Hier
siedelte die jüdische Gemeinde seit dem frühen Mittelalter. Ihre Geschichte ist
aufs engste mit der der Ewigen Stadt verwoben, und das seit der Antike. (rv 15)
Patriarch Twal: Mit Hamas reden
Jerusalems Lateinischer Patriarch,
Fouad Twal, rät dem Westen, keine Berührungsängste
zur Hamas zu haben. Die radikalislamische Gruppe, die im Gaza-Streifen
herrscht, lasse sich nun mal nicht ignorieren. Im Gespräch mit uns meinte der
aus Jordanien stammende Jerusalemer Erzbischof:
„Ich war Ende Dezember in Gaza, um
Weihnachten mit den Christen da zu feiern. Wir haben drei katholische Schulen
in Gaza – an denen sind aber nur ein oder zwei Prozent der Schüler auch
wirklich Christen, die anderen Kinder sind alle Kinder von Hamas- oder
Fatah-Leuten. Die leben ja auch da, mit denen sind wir in ständigem Kontakt –
wir dürfen sie nicht links liegenlassen! Wir haben ja auch Caritasarbeit
und –projekte in Gaza, und wir arbeiten für die ganze
dortige Gesellschaft! Vergessen wir nicht: In bestimmten Momenten, wenn es um
Geiseln geht, reden ja auch Großbritannien oder sogar Israel mit der Hamas. Es
ist immer gut, mit unseren Feinden zu sprechen und mit allen, mit denen wir
nicht übereinstimmen!“
Erzbischof Twal
gehört am Sonntag zum Gefolge des Papstes, wenn Benedikt XVI. die römische
Synagoge besucht. Roms jüdische Gemeinde, die älteste des Westens, hat den
Jerusalemer Patriarchen ausdrücklich eingeladen. (rv
15)
CDU Klausurtagung: Schulterschluss von Partei und Kirchen
Die CDU hat anlässlich ihrer
traditionellen Klausurtagung prominente Kirchenstimmen zum Hintergrundgespräch
geladen. An diesem Donnerstagabend berieten die Politiker gemeinsam mit
Vertretern der katholischen und evangelischen Kirche. Der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
ist der Einladung der Partei gefolgt und hat betont, dass die Dinge, die die
Gesellschaft bewegen, gemeinsames Anliegen von Partei und Kirche sein müssen.
Das gebe schon das „C“ im Namen der Unionspartei vor:
„Ich glaube, dass wir der CDU helfen
können, sich wieder neu auf die Werte zu besinnen, von denen wir leben. Dazu
gehört für mich vor allem die Solidarität: Der Gedanke, dass es allen in der
Gesellschaft möglichst gut geht und dass wir auch Verantwortung für diejenigen
tragen, die am Rande der Gesellschaft stehen. Diese Solidarität ist eine zentrale
menschliche Aufgabe. Und unsere Gesellschaft braucht diese Solidarität, sonst
driftet sie auseinander.“
Die Vorsitzende der EKD, Bischöfin
Margot Käßmann, wolle mit ihrem Besuch auf der
Klausurtagung vor allem den Politikern den Rücken stärken und signalisieren,
dass die Menschen in deren Arbeit vertrauten, so ihr Statement. Auch sie sehe
gemeinsamen Handlungsbedarf, etwa hinsichtlich der Kinderarmut oder der Pflege.
(cdu.tv 15)