Notiziario religioso  15-17  Gennaio  2010

Archivio

Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 15. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico  1

2.       Sabato 16. Il commento al Vangelo. La chiamata di Levi 1

3.       Domenica 17. Il commento al Vangelo. Le nozze di Cana  2

4.       Domenica 14. II del tempo ordinario. Amarti è una festa! 2

5.       Terremoto Haiti. Mai così vicini. La solidarietà delle Chiese in Europa  5

6.       Il Papa: "Governanti cerchino bene comune". "Rosarno è una tragica guerra tra poveri"  5

7.       Domenica 17 gennaio Giornata Mondiale delle Migrazioni 6

8.       Giornata delle Migrazioni.  Cittadini con diritti e doveri.  Speciale SIR su www.agensir.it 6

9.       La solidarietà della Caritas per la popolazione colpita dal sisma  7

10.   Papa Benedetto XVI: un immigrato è un essere umano  7

11.   Benedetto XVI incontra la Maiolo. «Ti perdono». E lei: «Sono pentita»  8

12.   Il 17 gennaio Ratzinger alla sinagoga di Roma. Il rabbino capo: parlerò di Pio XII 8

13.   «Un incontro sulla via dell’amicizia, ma con il Papa parlerò di Pio XII»  8

14.   Laras contro la visita del Papa in sinagoga. «Non è un fatto positivo, io non ci sarò»  9

15.   Rosarno. Sud amaro  9

16.   Mons. Schettino: a Rosarno una guerra tra poveri 10

17.   La rete diplomatica della Santa Sede. Ultimo acquisto la Russia  10

18.   I sedici Stati che mancano all'appello. E gli ultimi dati su ambasciatori e nunzi 10

19.   Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Un messaggio forte dei vescovi francesi 11

20.   Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Speciali di Migrantes e Sir 11

 

 

1.       Papst bittet um Hilfe für Haiti 12

2.       Kirchliche Hilfsorganisationen folgen Papstaufruf 12

3.       Kirchen in Deutschland rufen zu Hilfe für Haiti auf 12

4.       Vatikan: Synagogenbesuch wird das Verbindende zeigen  13

5.       In Sorge um den Gottesdienst. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  13

6.       Zentrale Gottesdienste zur Gebetswoche für die Einehit der Christen  13

7.       „Netzwerk Leben“ ist wichtige und notwendige Aufgabe der Kirche  14

8.       Papst würdigt Bettelorden  14

9.       Debatte über Afghanistan-Einsatz, Die Bischöfin und der Krieg  14

10.   Anselm Grün wird 65  15

11.   Brief Nachtwei an Käßmann. "Danke, dass Sie Anstoß erregt haben"  15

12.   Ist Gott Allah? Islam und Christentum sollten sich respektieren, nicht bekämpfen. 16

13.   Gespräch des SPD-Parteivorsitzenden mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz  17

 

 

 

Venerdì 15. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 2,1-12) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.

3 Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».

6 Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».

8 Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

 

Il perdono è attività tipicamente divina: perdonare è creare di nuovo. Pretendere di perdonare i peccati vuol dire attribuirsi la potenza creatrice di Dio stesso. Da questa pretesa deriva l’accusa di bestemmia rivolta a Gesù. Si capisce allora il significato della guarigione che segue: "Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua"(vv. 10-11). Notate: sulla terra! Dio solo ha questo potere. Ora, in Gesù la potenza stessa di Dio è presente in mezzo agli uomini, a loro disposizione, come forza efficace di salvezza. Giustamente i presenti si meravigliano e dicono: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (v. 12).

L’agire di Gesù appare come un segno visibile della presenza di Dio che salva. Egli non è soltanto uno che diagnostica il male: ha il potere personale di liberare l’uomo dal male. E, se qualcuno, come gli scribi, lo mette in dubbio, egli sa dimostrarlo coi fatti. Gesù non è uno dei tanti saggi che comunica il sapere; la sua parola è azione creatrice: il malato diventa sano, il peccatore giusto.

Solo Dio può guarire dalla lebbra (2Re 5,7; Mc 1,42); solo lui può rimettere i peccati. La lebbra è la malattia mortale che distrugge l’esterno, il peccato è la malattia mortale che distrugge l’interno dell’uomo: è una paralisi che impedisce di muoversi e di raggiungere Dio. Gesù purifica la nostra vita dalla morte proprio perdonando il peccato e rimettendoci sulla strada che ci porta a Dio.

La legge è buona perché distingue il bene dal male, la vita dalla morte. Ma non salva nessuno, anzi ci condanna tutti, perché seguiamo la via del male e della morte. Essa ha come fine quello di farci vedere la nostra lebbra, di mostrarci la nostra paralisi e di convincerci del nostro peccato, perché possiamo rivolgerci al medico per essere guariti.

"La legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede" (Gal 3,24). La sua funzione è indispensabile per condurci continuamente davanti al perdono di Dio. Giunti lì, la legge ha espletato completamente la sua funzione. Essa cessa quando si è raggiunta la grazia.

Il vangelo è la buona notizia che Dio non è né la coscienza né la legge, ed è più grande del nostro cuore (1Gv 3,20). Egli è puro amore e grazia, e si prende cura del nostro male e della nostra morte. Invece di escluderci, ci tocca come ha toccato il lebbroso; invece di condannarci, ci perdona come ha perdonato il paralitico. Così ci guarisce da ciò che ci impedisce di camminare per la via del bene e della vita.

Si può dire che la legge è la diagnosi del male e il vangelo ne è la terapia. Per quanto diverse, la diagnosi e la terapia sono tutte e due necessarie. Il centro di questo brano è il perdono del peccato, che nessuna legge e nessuna coscienza può concedere.

In questo racconto è in gioco la vera immagine di Dio, che è perdono e misericordia, e la vera immagine di Gesù, che è il Figlio dell’uomo che ha il potere di rimettere i peccati e di salvare l’uomo.

La Chiesa è raffigurata come la casa dalla porta spalancata a tutti, al cui centro sta Gesù, verso il quale corrono tutti. Sopra di lui anche il tetto è scoperchiato e aperto verso il cielo. Bisogna togliere ogni ostacolo perché tutti arrivino a Gesù per ottenere il perdono e la vita.

Il paralitico non ha ancora la fede. Se l’avesse, camminerebbe, perché credere è seguire Gesù (cfr Mc 1,15-20). Si parla invece della fede dei suoi portatori. Chi già cammina, porta a Gesù chi è ancora legato dal male. Il credente è responsabile davanti a Dio del mondo intero. Chi ancora non crede è portato a Cristo dalla fede del credente.

In sintesi: il peccato è in radice l’ignoranza dell’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e accoglienza infinita per tutte le sue creature. L’angoscia è il posto vuoto di Dio nel cuore dell’uomo, e nessun idolo può sostituirlo.

In questo brano Gesù dichiara, per l’unica volta, il motivo dei suoi miracoli. Essi servono a noi per sapere chi è lui e che cosa ci dona: il perdono dei peccati. I miracoli sono le credenziali della sua missione divina, perché solo Dio può perdonare i peccati. p. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Sabato 16. Il commento al Vangelo. La chiamata di Levi

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 2,13-17) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14 Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».

 

Gesù chiama Levi, un peccatore, un pubblicano, un lontano dal regno di Dio. Non ci può essere dimostrazione più evidente che la vocazione è un fatto gratuito, un’azione creatrice. Quando Dio chiama, crea nel chiamato la forza per rispondere: lo fa su misura per la missione a cui lo destina.

Dio non vuole l’emarginazione di nessuno. Ogni peccatore può trovare la via del bene se i buoni sanno convivere e banchettare con lui. La missione di Gesù, e quindi anche della Chiesa, non è quella di alzare barriere di protezione, ma di abbatterle per mescolarsi col mondo. Una società che emargina i traviati, non è una società cristiana.

L’atteggiamento di Gesù che siede a tavola coi peccatori pubblici, coi collaborazionisti della potenza occupante (l’impero romano), coi rinnegati e gli scomunicati, ai farisei risulta ripugnante. Essi, uomini pii e giusti, credono di avere il monopolio dell’amore di Dio; ma la bontà del Signore che si manifesta nei gesti di Gesù, sovverte tutte le loro teologie e la loro giustizia. Devono ancora imparare una verità fondamentale: la religione è serva di tutti e non è padrona di nessuno.

Gesù si presenta come il medico, colui che è capace di accostarsi alla malattia degli uomini senza esserne contagiato, ma, al contrario, distruggendola.

"Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" dice Gesù. Ma sulla terra "non c’è nessun giusto, neppure uno" (cfr Sal 14), perché "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Il Signore quindi è venuto per noi: è il medico e il salvatore di tutti. Però lo accolgono solo quelli che sanno di essere malati e perduti. I giusti restano sempre nella lista d’attesa della salvezza, finché non si riconoscono peccatori.

In questo brano abbiamo due scene strettamente collegate: la chiamata di Levi e il pasto con i peccatori. La prima insegna che il nostro peccato non impedisce la chiamata di Gesù. Il pasto con i peccatori mostra la pazienza che Gesù ha verso chi lo segue, ma non ha ancora rotto del tutto con il male.

Mangiando e bevendo con gli uomini, Gesù rivolge a tutti la sua parola di salvezza e non esclude nessuno dalla propria compagnia. Per lui non esiste separazione tra "santi" e "peccatori". Egli sa che coloro che hanno sperimentato il vuoto della vita "mondana", spesso si dischiudono più facilmente all’invito di Dio e sono capaci di un più grande amore verso Dio e verso gli uomini di coloro che osservano grettamente la legge (cfr Lc 7,36-50; 10,1-10; 18,10-14).

L’eucaristia, di cui il pasto è immagine, non è solo cibo dei perfetti e dei meritevoli, ma è soprattutto medicina dei deboli e sostegno degli sfiduciati. Per questo accediamo alla comunione con lui dicendo: "Signore, non sono degno".

Gesù è il medico venuto a portare la medicina unica e universale: la misericordia del Padre. Egli è l’amore gratuito, la cui grandezza non è proporzionale ai meriti, ma al bisogno. Anzi, supera lo stesso bisogno perché il perdono è il super-dono, una misericordia infinitamente più grande del nostro peccato. La salvezza è accogliere questa misericordia, sorgente della vita nuova di Dio.

Gli scribi e i farisei, che volevano essere maestri della vera religione, non erano neppure discepoli di essa. Pretendevano di essere giusti perché osservavano tutte le leggi di Dio, tranne quella più importante, che rende gli uomini simili a Dio: amare tutti con il suo stesso amore, che è direttamente proporzionale alla nostra non amabilità.

La domanda degli scribi e dei farisei viene rivolta ai discepoli; la risposta però viene da Gesù. Questo è il modo proprio di procedere della Chiesa: ogni questione che le si presenta deve trovare solo in Gesù la risposta. La nuova legge, quella insuperabile e definitiva, è Cristo, ciò che lui ha detto e ha fatto.

Dobbiamo trattare i peccatori come ha fatto lui. Egli detesta il male proprio perché ama il malato. Odia il peccato perché ama il peccatore. Quando ameremo i fratelli con la tenerezza infinita del Padre, partendo dagli ultimi, allora sarà perfetto anche in noi l’amore del Figlio, e saremo come lui. Solo l’amore gratuito e misericordioso di Dio salva tutti. p. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Domenica 17. Il commento al Vangelo. Le nozze di Cana

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 2,1-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».

6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 

Più che la cronaca delle nozze di Cana ci deve stare a cuore la significativa presenza di Gesù e di sua Madre.

Giovanni ha un suo stile nel presentarci Maria. Egli non la chiama mai con il suo nome, ma con l’appellativo di Madre di Gesù (v. 1) o di Donna (v. 4), perché a lui interessa mettere in risalto non tanto la sua individualità quanto il ruolo che le compete. In tutto il vangelo di Giovanni, Maria è presente solo in due momenti: a Cana, quando Gesù dà inizio alla sua prima manifestazione, e sul Calvario, quando il Figlio, nel momento conclusivo della sua missione, la consegna come madre al discepolo amato (19,25-27).

Per comprendere bene il vangelo di Giovanni è importante richiamare il principio fondamentale che regola la comprensione di questo vangelo: la presenza di due livelli di lettura. Ogni pagina del testo sacro contiene un livello storico, che è quello dei precisi ricordi storici di cui si serve l’evangelista nel narrare la sua catechesi, e un livello teologico, che è quello sottinteso al testo e presente nella mente dell’autore che scrive, interpretando il fatto alla luce dell’evento pasquale. Storia e teologia si legano e si compenetrano.

L’intero episodio di Cana, riletto alla luce della Pasqua, va letto così: le nozze rappresentano l’Antica Alleanza a cui anche Maria appartiene. Lo sposo e la sposa sono Dio e il popolo d’Israele tra cui non si è instaurata una relazione permanente di amore, nonostante i vari tentativi di Dio. Maria, simbolo del giudaismo che viveva in attesa della speranza messianica, rappresenta l’umanità bisognosa, che desidera la liberazione e attende la rivelazione piena della salvezza. Il segno del vino nuovo rappresenta il messaggio evangelico di Gesù.

Il vino, nel linguaggio dell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa, segno di gioia ed elemento essenziale per le nozze (cfr Ct 1,2; 5,1; 7,10; 8,2). Per i profeti esso è considerato un gran dono di Dio, e la sua mancanza, causata dall’infedeltà d’Israele all’Alleanza, una vera sciagura (cfr Gl 2,19-26; 4,18; Am 9,13-14; Is 25,6; 62,5-9; Os 2,21-24; 14,7). Per la tradizione ebraica in genere, il vino è associato alla Legge, di cui è uno dei simboli preferiti (cfr Pr 9,2.5; Sir 24,23). Sullo sfondo del giudaismo, si può dunque dire che il vino di Cana è simbolo della Parola di Dio, è la rivelazione di Gesù, "la grazia della verità"(1,17) che egli ha portato, cioè il dono della sua rivelazione: "Infatti la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (Gv 1,17).

La risposta di Gesù a sua madre: "Che cosa c’è tra me e te, o Donna?" (v. 4) indica il nascere di una divergenza di vedute tra i due. Gesù vuole affermare che le relazioni tra di loro non vanno poste su un piamo umano, ma su una prospettiva superiore, che è quella della sua missione di rivelatore del Padre. Mentre Maria, cioè, si ferma al livello del vino che manca, per la gioia della festa di nozze (=livello umano), Gesù, invece, pensa a dare inizio al suo ministero profetico ed eleva la sua risposta sul piano del compimento della volontà del Padre. Egli pensa al dono messianico della "vita eterna", simboleggiato dal vino nuovo, che sta per donare all’uomo (=livello superiore).

Ma la novità che Gesù porta all’uomo è qualcosa di legato alla "sua ora": "Non è ancora giunta la mia ora" (v. 4). L’"ora di Gesù" non è il momento in cui sta per compiere il primo miracolo, ma il tempo della passione-morte-risurrezione del Cristo. L’ora di Gesù è tutta la sua vita terrena vissuta in conformità alla volontà del Padre, che comincia qui a Cana e raggiunge la sua pienezza sulla croce, vertice della rivelazione messianica di Gesù al mondo e preludio del suo ritorno al Padre (7,30; 8,20; 13,1; 17,1: 19,27).

La risposta di Gesù nel dialogo con Maria ha un suo preciso significato: è il superamento del primo livello terreno, in cui si trova ancora l’antico Israele e il passaggio nella fede, che il "resto d’Israele", tramite Maria, compie. Infatti, la Madre di Gesù, con le parole rivolte ai servi: "Fate quello che egli vi dirà" (v. 5) risponde all’invito di Gesù ed entra nel piano della disponibilità al progetto di Dio.

Non è difficile accostare l’espressione usata da Maria con quella che il popolo di Dio peregrinante nel deserto espresse al Sinai: "Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo" (Es 19,8; 24,3.7). Come Mosè al Sinai fu il mediatore tra Dio e il popolo, introducendo Israele nell’alleanza con Dio, così Maria a Cana introduce i servi, dopo aver lei stessa aderito alla volontà di Dio. Come al Sinai all’atto di fede seguì il dono della legge, così a Cana alla fede di Maria trasmessa ai servi, segue il dono del vino nuovo, che è la nuova legge, la "lieta notizia" portata da Gesù. Le parole di Maria sono come la ripresa di un solenne impegno assunto dal popolo d’Israele (cfr Paolo VI, Marialis cultus, n. 57).

Il confronto tra il Sinai e Cana ci permette di comprendere nella sua verità anche il significato che l’evangelista attribuisce a Maria con l’appellativo di Donna (v. 4). Con il nome di Donna, Maria non è più solo la Madre di Gesù, ma la Donna-Madre, che dovrà svolgere un compito specifico nell’opera di salvezza del Figlio: rappresentare il popolo dell’alleanza nel suo atteggiamento di apertura e di disponibilità alla Parola di Dio. Essa è la Madre-Sion (Sal 87,5; cfr Is 2,2-5; Mi 4,1-3; Zc 8,20-23), la nuova Gerusalemme che raduna i suoi figli per la costruzione del nuovo popolo di Dio (cfr Is 51,18-20; 66,8), il nuovo Israele nella sua situazione escatologica, definitiva. Maria a Cana è l’immagine di Israele giunto al suo compimento e quindi l’immagine della Chiesa.

Maria con queste sue ultime parole registrate dell’evangelista, ha raggiunto lo scopo della sua opera. Essa ha aperto la strada all’umanità perché si incontri con Cristo.

p. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Domenica 14. II del tempo ordinario. Amarti è una festa!

 

Una delle caratteristiche della religione pagana era la paura della divinità, paura che si tentava di esorcizzare mediante l’osservanza meticolosa e ossessiva di pratiche, di tabù, di riti purificatori. Ne derivava un rapporto con Dio deformato e angosciante. Paolo chiama questo tempo “carcere”, epoca in cui gli uomini erano schiavi degli “elementi del mondo” e si affidavano a “rudimenti miserabili e senza efficacia” (Gal 4,3.9).

Questa religione strutturata secondo i parametri della miseria psicologica umana è riapparsa nel giudaismo, religione dei doveri che si concretizzavano nel groviglio di obbligazioni e norme, osservanze, proibizioni, espiazioni, “precetti e insegnamenti umani senza alcun valore” (Col 2,22-23). Ha posto fine al dialogo gioioso con il Dio, padre e sposo, predicato dai profeti e ha segnato l’inizio della festa di nozze senza vino, senza gioia, senza slanci d’amore, senza spontaneità e libertà.

Il pericolo non è stato scongiurato definitivamente neppure dall’invito di Gesù a liberarsi da questo giogo opprimente e insopportabile (Mt 11,28).

Ritroviamo questo rapporto errato con Dio ogni volta che ricompare la religione dei precetti, del legalismo, dei meriti, delle minacce. E’ una religione che toglie il sorriso, genera ansie, angosce e scrupoli, trasforma anche la festa in un dovere giuridico. La festa di precetto associa la gioia di ritrovarci con i fratelli nel “giorno del Signore” con l’idea dell’obbligo e della paura di fare peccato mortale.

Può allietare Dio il sentirsi amato per il timore che incutono i suoi castighi?

E’ urgente ristabilire con lui un rapporto d’amore sponsale e accogliere l’acqua che Cristo ci offre (il suo Spirito che rende liberi), acqua che si trasforma in vino, fonte di gioia.

 

Prima Lettura (Is 62,1-5)

 

1 Per amore di Sion non tacerò,

 per amore di Gerusalemme non mi darò pace,

 finché non sorga come stella la sua giustizia

 e la sua salvezza non risplenda come lampada.

 2 Allora i popoli vedranno la tua giustizia,

 tutti i re la tua gloria;

 ti si chiamerà con un nome nuovo

 che la bocca del Signore indicherà.

 3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

 un diadema regale nella palma del tuo Dio.

 4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

 né la tua terra sarà più detta Devastata,

 ma tu sarai chiamata Mio compiacimento

 e la tua terra, Sposata,

 perché il Signore si compiacerà di te

 e la tua terra avrà uno sposo.

 5 Sì, come un giovane sposa una vergine,

 così ti sposerà il tuo architetto;

 come gioisce lo sposo per la sposa,

 così il tuo Dio gioirà per te.

 

Nella Bibbia vengono impiegati vari simboli per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo. Egli è liberatore, alleato, re, pastore… Il profeta Osea introduce un’altra immagine – la più espressiva di tutte – quella coniugale: il Signore è lo sposo, Israele la sua sposa. Gli israeliti hanno impiegato un po’ di tempo ad applicarla al loro Dio (e la stessa sorte è toccata all’immagine di “padre”) perché temevano che qualcuno equivocasse fantasticando su avventure amorose come quelle degli dèi greci o immaginando teogonie sul tipo di quelle egiziane e mesopotamiche. Scongiurato il pericolo, ecco che nei grandi profeti – Isaia, Ezechiele, Geremia – quest’immagine diviene la più rilevante. Come un filo d’oro è presente in tutto il NT.

Nella lettura di oggi la sposa del Signore è Gerusalemme. E’ ridotta in una condizione pietosa: ripudiata dal suo sposo, umiliata, vive in solitudine e, con scherno, la chiamano l’abbandonata, la devastata (v.4).

Gerusalemme, la ragazza stupenda, “la regina fra le nazioni, la signora fra le province” (Lam 1,1) ha perso il suo fascino e “piange amaramente nella notte; le sue lacrime scendono sulle guance e nessuno le reca conforto fra tutti i suoi amanti” (Lam 1,2).

Così l’hanno ridotta le sue infedeltà allo sposo. I numerosi amanti (gli dèi dei Cananei, degli assiri e dei Babilonesi) l’hanno sedotta e, dopo aver abusato di lei, l’hanno abbandonata e derisa.

E’ definitivamente compromesso il suo matrimonio con il Signore? Quale marito riprende la sposa infedele quando è ormai sfigurata dai suoi vizi?

Al ritorno dall’esilio di Babilonia, gli israeliti trovano Gerusalemme ridotta ad un cumulo di rovine e pensano che Dio abbia ripudiato per sempre la sua città.

Il profeta che conosce i sentimenti del Signore, sa che il suo amore non è “come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4), non è condizionato dalla fedeltà della sposa. Egli ama sempre e comunque. Al popolo scoraggiato promette: Gerusalemme riceverà un nome nuovo, sarà chiamata mia favorita.

 

Seconda Lettura (1 Cor 12,4-11)

 

 4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: 8 a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; 9 a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; 10 a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. 11 Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.

 

Carisma significa: dono gratuito di Dio, dunque è qualcosa di molto buono, eppure, nella comunità di Corinto regnava una notevole confusione proprio a causa dei carismi. Invece di essere posti a servizio dell’unità, venivano impiegati per primeggiare, per competere, per farsi valere sugli altri.

A causa dei carismi erano sorte invidie, gelosie, dissensi.

Fra tutti i carismi ce n’era uno particolarmente apprezzato: il dono delle lingue. Consisteva nella capacità, durante le preghiere comunitarie, di entrare in estasi e di esprimersi in un linguaggio strano. Qualcosa di simile a quello che accade anche oggi durante gli incontri dei membri di certe sette: il ritmo della musica, la ripetizione di suoni arcani, le danze, i profumi, le luci soffuse portano a manifestazioni parossistiche e al trans. In questo contesto di esaltazione collettiva qualcuno può perdere il contatto con la realtà, sembrare “fuori di sé” e pronunciare parole incomprensibili ai non iniziati.

A Corinto c’era chi lodava Dio in questo modo estatico. Nulla di male, ma di fatto sorgevano problemi: i membri di quella comunità ritenevano un motivo di grande onore riuscire a pregare in questo modo, tutti tentavano di farlo e chi non ci riusciva si sentiva inferiore agli altri. Poi accadeva che questi estatici parlavano tutti insieme provocando un’immensa confusione. Paolo interviene e, nel brano della lettura di oggi, espone i principi orientativi.

Esistono – dice – numerosi carismi (vv.4-6). Sono diversi, ma provengono tutti dall’unico Padre, dall’unico Spirito e da Cristo. Se provocano divisione, lotta, disordini significa che vengono usati per il male.

Nessuno è privo dei doni di Dio. A ciascuno è dato un carisma “per l’utilità comune”; non va impiegato in modo dissennato, ma messo a servizio dei fratelli (v.7). La diversità dei “carismi” è provvidenziale: permette alla comunità di essere ben servita.

I carismi non hanno tutti la stessa importanza, fra loro c’è un ordine, una gerarchia.

La graduatoria però non va stabilita in base al prestigio, all’onore, ai privilegi, all’autorità che conferiscono, ma all’utilità per la comunità.

Paolo, nella lettura di oggi ne fa un lungo elenco (vv.8-10); non li nomina tutti, cita solo quelli che interessavano ai cristiani di Corinto e pone come primi i carismi che portano alla conoscenza di Dio: la sapienza che fa scoprire i suoi disegni, la scienza che aiuta ad interpretare le verità della fede; poi la fede solida, capace di smuovere le montagne, il dono di fare miracoli e quello di curare le persone, il dono di profetizzare, quello di discernere i vari “carismi” ed infine il dono delle lingue.

E’ un invito alle comunità a riconoscere e a valorizzare i doni che lo Spirito comunica ad ogni cristiano: sono dati per favorire il mutuo amore, non la competizione.

 

Vangelo (Gv 2,1-12)

 

 

 

 

 

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. 4 E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. 5 La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.

 6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

 12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

 

A prima vista questo brano sembra un semplice racconto di miracolo, anche se di un miracolo un po’ strano, addirittura imbarazzante.

Ci sono vari particolari che stupiscono. Provo ad elencarne alcuni.

Giovanni nel suo Vangelo narra soltanto sette miracoli, possibile che non ne avesse uno più interessante da scegliere? Questo gesto di Gesù non sembra per nulla educativo: se avevano già bevuto troppo, perché fornire altro vino? I contadini del nord Africa, al sentir leggere questo brano, commentavano: “Siamo a livello di Bacco!”. A loro rispondeva sant’Agostino: l’acqua che viene dal cielo fa rivivere le vostre vigne e quest’acqua si trasforma in vino; il miracolo avviene ogni giorno.

Le difficoltà non sono finite: quand’anche fosse stato opportuno offrire vino, perché ricorrere ad un miracolo? Sarebbe bastato fare una colletta fra gli invitati.

I primi discepoli di Gesù erano stati seguaci del Battista – un asceta che non mangiava e non beveva (Mt 11,18). Di fronte a un eccesso di vino, non avrebbero dovuto credere in Gesù”, ma rimanere scandalizzati.

Perché l’evangelista Giovanni dà tanta importanza a questo episodio? Sottolinea che è stato il primo dei segni compiuti da Gesù, segno di fronte al quale i discepoli hanno creduto, hanno dato la loro adesione al Maestro. Impiega un’espressione solenne, che non ricorre in nessun’altra parte del NT: “Gesù manifestò la sua gloria”. Per così poco? Per un gesto che forse anche i nostri prestigiatori di oggi saprebbero ripetere con successo? Le annotazioni dell’evangelista sembrano eccessive, fuori luogo. Sarebbero più logiche, più comprensibili, per esempio, dopo la guarigione del cieco nato o dopo la “risurrezione” di Lazzaro.

E ancora: come mai non si parla dei protagonisti della festa? La sposa non esiste proprio, lo sposo ha un ruolo insignificante, non dice una parola; più importanti di loro sono il capotavola, i servi e le giare che vengono descritte fin nei minimi particolari (v.6). Ci si chiede anche cosa ci stavano a fare in una casa privata tante giare di pietra solo per le purificazioni. Non possono che avere un significato simbolico importante perché materialmente sono perfettamente inutili: l’acqua poteva essere portata direttamente in tavola senza passare attraverso le giare; non valeva la pena farla attingere due volte dai poveri servi.

Non si capisce bene neppure perché si parli della madre di Gesù senza citarla per nome, esattamente come avviene ai piedi della croce (Gv 19,25-27). Se avessimo solo il Vangelo di Giovanni non sapremmo nemmeno che si chiamava Maria.

C’è anche un accenno misterioso all’ora di Gesù. Un’ora drammatica che si avvicina sempre più. Di essa si parlerà più avanti nel Vangelo di Giovanni (Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 17,1). Di che ora si tratta?

Infine: perché dopo aver dato una risposta negativa ed un po’ brusca alla madre, Gesù compie ugualmente il miracolo?

Troppe difficoltà per considerare questo brano come un semplice fatto di cronaca! Dietro il racconto apparentemente semplice si cela un messaggio più profondo.

Il Vangelo di Giovanni è come un immenso oceano: può essere contemplato in superficie oppure in profondità. Dalla riva affascinano l’incresparsi delle onde, il dispiegarsi delle vele, i riflessi delle luci e dei colori. Ma le emozioni più intense sono per chi ha la possibilità di attrezzarsi e di scendere sul fondo, dove ci attendono le più inattese e svariate forme di vita, pesci, coralli, alghe.

Anche con il Vangelo di Giovanni bisogna andare sul fondo per cogliere tutta la ricchezza del suo messaggio. E’ ciò che cercheremo di oggi fare.

In un villaggio della Galilea si celebra una festa di nozze. Ci sono degli invitati che si sono riuniti per passare alcuni giorni felici, ma, ecco la delusione: non c’è vino e non c’è nemmeno acqua perché – stando al racconto – le giare sono vuote (verranno riempite solo per ordine di Gesù). Una situazione di abbandono, di tristezza generale. Questa è la superficie. Cosa c’è in profondità? Per scendere dobbiamo attrezzarci con gli strumenti che ci vengono forniti dall’AT.

 

La festa di nozze.

Il nome Israele che per noi è maschile, in ebraico è femminile: un’opportunità che i profeti non si sono lasciati sfuggire per introdurre il simbolismo coniugale nella descrizione del rapporto del loro popolo con il Signore. Egli – dicono – è lo sposo fedele, mentre Israele è la sposa che spesso si lascia sedurre dagli idoli, concede il suo amore ad estranei.

Ecco come per bocca dei profeti Dio dichiara il suo amore: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Signore gioisce per te” (Is 62,5); “Io la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto… Mi chiamerai: marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone. Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,16-18).

Sono immagini deliziose che comunicano gioia, speranza, volontà di rispondere con altrettanto amore e uguale fedeltà a questo Dio che promette anche: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?… Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,10). Eppure, al tempo di Gesù, Israele aveva ripreso gli atteggiamenti della schiava, non quelli della sposa. Vedremo più avanti cos’era accaduto. Ora continuiamo a cercare il significato delle immagini presenti nel racconto delle nozze di Cana.

 

Il vino. Nella Bibbia è condannata l’ebbrezza (Prv 23,30), ma il vino è simbolo della felicità e dell’amore (Qo 10,19; Ct 4,10). “Vino e musica rallegrano il cuore” (Sir 40,20). Una festa senza vino diventa un funerale: niente canti, niente danze, niente allegria; solo musi lunghi, gente insoddisfatta e nervosa. “Che vita è quella di chi non ha vino?” – si chiede il Siracide (Sir 31,27). “Il vino rallegra il cuore dell’uomo” – esclama il Salmista (Sal 104,15). “Non c’è vino; ogni gioia è scomparsa” – afferma Isaia (Is 24,11).

Al tempo di Gesù, Israele si aspetta il regno di Dio, il regno che i profeti hanno descritto come un banchetto imbandito con grasse vivande, cibi succulenti, vini eccellenti e raffinati (Is 25,6). Questo regno però sembra essere ancora tanto lontano. Il popolo è triste, come chi celebra una festa di nozze senza vino.

Come mai si trova in questa condizione? La ragione è semplice: i suoi rapporti con Dio non sono più – come avevano predicato i profeti – quelli della sposa, che è felice di godere delle tenerezze del suo sposo. Sono quelli della schiava costretta ad obbedire agli ordini del padrone. La religione insegnata dai rabbini è quella dei “meriti”: li acquista ed è amato da Dio chi è fedele alla legge. Per aiutare ad osservarla, le guide spirituali cominciano a darne l’interpretazione: specificano, puntualizzano, definiscono, distinguono fino a ridurre la parola di Dio ad un codice di norme, un ginepraio inestricabile di disposizioni, di regoline minuziose impossibili da osservare.

Siccome le trasgressioni sono inevitabili e ci si sente sempre impuri e colpevoli, sono stati escogitati i riti di purificazione, i bagni rituali per i quali è indispensabile avere sempre a disposizione l’acqua conveniente, acqua che non è per nulla facile da ottenere perché non può venire trasportata con recipienti, ma deve scorrere attraverso appositi canaletti.

Eccolo il significato simbolico delle sei giare di pietra vuote: rappresentano la religione delle purificazioni, quell’insieme di pratiche e riti incapaci di comunicare serenità, gioia, pace. Non è a partire da quest’acqua, ma da quella che Gesù ordina di attingere – la sua acqua – che deriverà il vino migliore.

Le nozze di Cana senza vino rappresentano la condizione triste del popolo d’Israele deluso e insoddisfatto, che ha sostituito lo slancio d’amore verso il Signore con l’adempimento di disposizioni giuridiche. Questo modo di rapportarsi con Dio non ha mai dato gioia, eppure è una tentazione sempre attuale. Gli uomini si affidano volentieri alla pratica religiosa, alla rigida osservanza di doveri, alla ripetizione di riti di cui non conoscono neppure il senso.

 

La madre di Gesù può essere Maria, sì, ma può indicare anche la comunità spirituale nella quale Gesù è nato e dalla quale è stato educato.

Nel brano di oggi rappresenta certamente le persone pie d’Israele, quelle che per prime si rendono conto che la situazione religiosa in cui vivono è insostenibile. Che fanno allora? Non ricorrono al capotavola, cioè ai capi religiosi che hanno dato prova di essere incapaci di organizzare una autentica festa, ma a Gesù. Capiscono che solo da lui può venire l’acqua viva che, in chi la beve, si trasforma in vino, cioè, rende felici.

 

Giovanni colloca questo “segno” all’inizio del suo Vangelo perché è una sintesi di tutto ciò che Gesù farà in seguito. E’ lui lo sposo che celebrerà le nozze con l’umanità.

Non è ancora giunta la sua ora perché egli è solo all’inizio della sua vita pubblica. La festa è iniziata, ma avrà il suo culmine quando “giungerà la sua ora”, quando, sul Calvario, manifesterà tutto il suo amore dando la vita per la sposa, quando dal suo costato trafitto sgorgherà “sangue e acqua” (Gv 19,34). A Cana egli compie solo un segno di ciò che farà. Nell’ora in cui egli passerà da questo mondo al Padre (Gv 13,1) darà realmente l’acqua “che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

Terremoto Haiti. Mai così vicini. La solidarietà delle Chiese in Europa

 

Il numero delle vittime è ancora confuso. È certo però che si tratta di una vera e propria catastrofe. Il terremoto del 7° grado della scala Richter che ha colpito per 4 volte l'isola di Haiti il 12 gennaio ha seminato morte e distruzione soprattutto nella zona meridionale della capitale Port-au-Prince. Sbriciolati migliaia di edifici, il palazzo presidenziale, quello dell'Onu, alcuni ospedali, danneggiata la cattedrale. Sotto le macerie dell'arcivescovado è stato estratto il corpo senza vita di mons. Serge Miot, arcivescovo della capitale Port-au-Prince. La notizia ha profondamente scosso anche il Santo Padre. Durante l'udienza del mercoledì, ha lanciato un appello alla "concreta solidarietà".  "Il mio pensiero va - ha detto - alla popolazione duramente colpita, poche ore fa, da un devastante terremoto, che ha causato gravi perdite in vite umane, un grande numero di senzatetto e di dispersi e ingenti danni materiali". "Invito tutti - ha proseguito il Santo Padre - ad unirsi alla mia preghiera al Signore per le vittime di questa catastrofe e per coloro che ne piangono la Scomparsa". Il Papa ha inoltre assicurato la sua "vicinanza spirituale a chi ha perso la propria casa e a tutte le persone provate in vario modo da questa grave calamità", implorando da Dio "consolazione e sollievo nella loro sofferenza". "Mi appello alla generosità di tutti - è il cuore dell'appello - affinché non si faccia mancare a questi fratelli e sorelle che vivono un momento di necessità e di dolore, la nostra concreta solidarietà e il fattivo sostegno della comunità Internazionale". Benedetto XVI ha infine assicurato che la Chiesa Cattolica, da parte sua, "non mancherà di attivarsi immediatamente tramite le sue Istituzioni caritative per venire incontro ai bisogni più immediati della popolazione".

 

Terra Santa. Sul Santo Sepolcro di Gerusalemme in preghiera per le vittime del terremoto di Haiti. A chiusura della loro visita a Gerusalemme, i vescovi del Coordinamento Usa e Ue a sostegno della Terra Santa, hanno celebrato una messa nella chiesa del Santo Sepolcro. Il vescovo di Tucson e presidente dei vescovi statunitensi, mons. Gerald Kicanas, che ha presieduto la liturgia, ha voluto così ricordare tutte le persone colpite dal sisma che ha devastato l'isola caraibica: "anche Dio soffre per i morti di Haiti. Preghiamo per loro nel luogo che ha visto Gesù patire, morire e poi risorgere. Ricordiamo le vittime tra le quali anche mons. Joseph Serge Miot, arcivescovo metropolita di Port-au-Prince

 

Italia. Immediata è stata la mobilitazione delle Chiese in Europa. Inviti alla preghiera, messe per le vittime, appelli a donare con generosità. La Chiesa italiana, per esempio, ha fatto sapere in una nota che "per far fronte alle prime emergenze e ai bisogni essenziali delle persone colpite dal terremoto, ha stanziato due milioni di euro dai fondi derivanti dall'otto per mille. L'apposito Comitato per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo provvederà all'erogazione della somma stanziata, accogliendo le richieste, che stanno pervenendo o perverranno". Nella nota la presidenza della Conferenza italiana ha anche invitato le comunità ecclesiali a pregare per quanti sono stati colpiti dal tragico evento e a sostenere le iniziative di solidarietà promosse dalla Caritas italiana con l'obiettivo di alleviare le sofferenze di quella popolazione". 

 

Francia. Domani (16 gennaio) alle 18 e 30, la città di Parigi si riunirà in preghiera nella cattedrale di Notre-Dame dove l'arcivescovo card. André Vingt-Trois presiederà una messa "in comunione - si legge in un comunicato del'arcidiocesi - con la Chiesa che è ad Haiti, per le vittime del terremoto, per tutte le persone ferite o provate da questa catastrofe". Il card. Vingt-Trois, a nome della Conferenza episcopale francese ha inviato un messaggio al presidente della Conferenza episcopale di Haiti per esprimere "la tristezza" e il cordoglio della Francia. "I numerosi legami umani e spirituali che uniscono storicamente i nostri due Paesi devono poter essere l'occasione per manifestare concretamente la nostra profonda solidarietà con tutti coloro che sono oggi che sono oggi vittime del terremoto". La Federazione delle Chiese protestanti di Francia ha lanciato immediatamente un fondo bancario di solidarietà per il popolo di Haiti.

 

Irlanda. Un appello alla nazione perché sia generoso nel sostenere in questo momento di lutto e sofferenza la popolazione haitiana. A lanciarlo è stato il card. Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate di tutta l'Irlanda. "Mi appello - ha detto -  alla generosità di tutte le persone in modo che questi nostri fratelli e sorelle che stanno vivendo un momento di bisogno e di sofferenza non sentano la mancanza della nostra solidarietà e il sostegno efficace della comunità internazionale. La Chiesa cattolica non mancherà di muoversi immediatamente, attraverso le sue istituzioni caritative, per soddisfare le esigenze più immediate della popolazione". Nel messaggio il cardinale ha poi ricordato che "Trocaire", agenzia legata alle Caritas locali e internazionali, ha aperto una sottoscrizione.

 

Albania e Belgio. Anche la Conferenza episcopale dell'Albania esprime in una nota "il suo profondo dolore per la grande tragedia capitata al popolo di Haiti". Nel comunicato si sottolinea anche che mentre come nazione l'Albania stava "vivendo un'emergenza a causa delle alluvioni nella zona Nord del Paese, da un'altra parte del pianeta è successo una grave tragedia umana". "Siamo sconvolti anche - aggiunge la nota - per la morte di mons. Joseph Serge Miotv, arcivescovo di Port-au-Prince, insieme a centinaia di preti e seminaristi rimasti sotto le macerie. I danni sono grandi in uomini e strutture. Preghiamo il Signore che dia speranza a questo popolo". Nelle Chiese dell'Albania domenica prossima si pregherà per tutte le persone morte e per i vivi che hanno bisogno di aiuto e speranza". Solidarietà anche dalla Chiese del Belgio. "Haiti - scrive il vescovo di Liegi, mons. Aloys Jousten -, il Paese più povero delle Americhe, ha vissuto uno dei giorni più bui della sua storia". "La Chiesa del Belgio è molto toccata dalla sofferenza profonda causata da questa catastrofe". Per questo i vescovi invitano i fedeli a "generose donazioni e preghiere per la popolazione colpita" e di organizzare collette alle messe di domenica prossima. Indicato anche il conto bancario della Caritas internazionale. Sir eu

 

 

 

 

Il Papa: "Governanti cerchino bene comune". "Rosarno è una tragica guerra tra poveri"

 

Il pontefice incontra gli amministratori della Regione Lazio e lancia un appello

affinché la politica ritrovi una sana dialettica, "mettendo al centro la persona umana"

"Quelli in Calabria sono scontri tra uomini sfruttati e indigenti. Colpa della criminalità  - organizzata che dopo aver usato i clandestini, ha cercato di liberarsene"

 

ROMA - Benedetto XVI incontra gli amministratori della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma. E lancia un appello affinché la politica ritrovi una sana dialettica tra le istituzioni e metta al centro della sua azione la "persona umana". In questa chiave il papa rimarca la necessità di un clima di costante dialogo: ''E' fondamentale che quanti hanno ricevuto dai cittadini l'alta responsabilità di governare le istituzioni avvertano come prioritaria l'esigenza di perseguire costantemente il bene comune, che non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene". "Affinché ciò avvenga - continua Ratzinger - è opportuno che nelle sedi istituzionali si cerchi di favorire una sana dialettica perché quanto più le decisioni e i provvedimenti saranno condivisi tanto più essi permetteranno un efficace sviluppo per gli abitanti dei territori amministrati''.

 

Il peso della crisi. Per quanto riguarda l'attuale momento economico, che ha conseguenze anche per gli abitanti e le imprese della regione, il papa ha ribadito che quanto sta accadendo "darà la possibilità ai responsabili politici di ripensare, a livello anche territoriale, un modello di sviluppo più vicino alla dignità umana. Citando la sua enciclica sociale '"Caritas in veritate'" il papa ha voluto ribadire che "lo sviluppo umano, per essere autentico, deve riguardare l'uomo nella sua totalità e deve realizzarsi nella carità e nella verità".

 

La famiglia. Il papa ha infatti sollecitato "ulteriori provvedimenti in favore delle famiglie, in particolare quelle numerose", in modo che "l'intera città goda dell'insostituibile funzione di questa fondamentale istituzione, prima e indispensabile cellula della società". Il papa ha parlato di giovani, riaffermando "la necessità e l'urgenza di aiutarli a progettare una vita basata sui valori autentici, che fanno riferimento a una visione 'alta' dell'uomo", raccomandando che "occorre evitare di prospettare agli adolescenti e ai giovani vie che favoriscono la banalizzazione di affettività e sessualità: queste fondamentali dimensioni dell'esistenza umana".

 

"Aiutare i più deboli". Benedetto XVI ha poi espresso apprezzamento per "gli sforzi compiuti dai Governanti per venire incontro alle fasce più deboli ed emarginate della società", invitando a far riferimento "alla centralità della persona umana e della famiglia anche "nella realizzazione dei nuovi insediamenti della città, perché i complessi abitativi che vanno sorgendo non siano solo quartieri dormitorio". Parlando di oratori, scuole e ospedali che arricchiscono la città, il pontefice si augura invece che possano "essere adeguatamente sostenute nel loro prezioso servizio".

 

Le tensioni di di Rosarno. Infine, il papa ha fatto riferimento agli scontri terminati da pochi giorni a Rosarno, in Calabria. "I recenti gravi incidenti - ha detto - ci hanno offerto l'immagine tragica di una 'guerra tra poveri', tra immigrati sfruttati e  popolazioni italiane indigenti. Una guerra provocata da una criminalità organizzata che dopo aver sfruttato per anni i clandestini cerca ora di liberarsene come oggetti ingombranti". LR 14

 

 

 

 

Domenica 17 gennaio Giornata Mondiale delle Migrazioni

 

L’intervento di Mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes

 

ROMA - La 96a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che quest’anno ha per tema: “Il minore Migrante e Rifugiato: una speranza per il futuro”, che si celebrerà domenica prossima  è “l’occasione per riflettere sulla condizione di questi nostri fratelli per una risposta di giustizia e di carità da parte della Chiesa e degli uomini di buona volontà”.

Lo ha detto martedì scorso mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, presentando la Giornata nel corso di una conferenza stampa presso la sede della Radio Vaticana.

Mons. Schettino ha ricordato le parole di Benedetto XVI nell’Angelus di domenica scorso sottolineando che “gli immigrati sono persone, cioè soggetti di diritti e di doveri. La persona è sempre sacra, prescindendo dal colore della pelle. É chiaro - ha aggiunto - che ogni discriminazione per quanto riguarda la razza, la religione, il fattore economico, è sempre da evitare, perché offende la dignità umana. Ogni uomo è amato da Dio, che è Padre universale, che accoglie nel suo grembo di amore ogni uomo”. “Per mia esperienza personale - ha poi detto mons. Schettino rispondendo alle domande dei giornalisti - non ho trovato razzismo, quanto piuttosto alcune forme di xenofobia”. Interpellato circa la presa di posizione dell’Osservatore Romano, che nei giorni scorsi ha parlato dei fatti di Rosarno definendoli “episodi di razzismo”, il presule ha precisato che alcune forme di xenofobia “a volte sono momenti particolari di rivalsa sociale, forse determinati non tanto da opposizione nei confronti degli immigrati, quanto piuttosto dall’esplosione di tipici problemi sociali della nostra società”. Come a Rosarno, “certe forme anche di sofferenza personale e sociale emergono, e c’è un’opposizione contro il diverso, come se fosse lui la causa di questo contrasto”. “Dobbiamo tutti lavorare per una maggiore solidarietà nei rapporti”, l’invito di Schettino, secondo il quale “il problema non è tanto l’accoglienza, quanto l’integrazione, un processo culturale che ha i suoi tempi e che non avviene nella prima generazione, ma nelle successive”. L’auspicio è che “da questo travaglio nasca una maggiore e migliore accoglienza degli immigrati, fermo restando anche i problemi sociali all’interno della società, che vanno risolti nel modo migliore”.

Rispondendo poi ad altre domande di attualità mons. Schettino ha detto che “la tendenza è accogliere anche lo ius soli, per una cittadinanza offerta con delle condizioni particolari”, parlando del dibattito in corso sullo ius sanguinis (per nascita, riconoscimento o adozione, anche da un solo genitore cittadino italiano, ndr.), e lo ius soli (solo nati in Italia da genitori apolidi, ndr.), come requisiti per accedere alla cittadinanza italiana da parte degli immigrati.

Durante la conferenza stampa mons. Schettino ha precisato inoltre che “non è competenza” della Chiesa “entrare nei fatti tecnici di una legislazione civile, ma nutrire una profonda humanitas significa arrivare alla formulazione di una legge sulla cittadinanza che sia favorevole agli immigrati, con alcune condizioni: la conoscenza della lingua e della Costituzione italiana, la presenza sul territorio nazionale, tutti quei motivi insomma per cui diventa più sicura e più certa la possibilità della cittadinanza”.

 

“Attorno ai diversi volti di minori stranieri, per evitare violenze, sfruttamento e abusi, è  messa alla prova la capacità istituzionale di tutela dei diritti fondamentali dei minori, primo tra tutti il diritto di famiglia in Italia e all’estero. La difficoltà è passare da un diritto a un servizio e a un servizio in rete, cioè garantire ai minori una città e una casa”. E’ quanto ha detto mons. Giancarlo Perego, Direttore della Fondazione Migrantes, presentando la Giornata Mondiale delle Migrazioni che si celebrerà domenica 17 gennaio.

“A questo proposito, in Italia soprattutto nella collaborazione tra Comuni, enti ecclesiali, associazioni e cooperative, servizi sanitari e scuole, sono nati percorsi sperimentali di pronto intervento, di ospitalità, di accompagnamento, di formazione che hanno costruito città e casa attorno ai minori non accompagnati. Si è trattato di più percorsi di advocacy e di cura, anche sperimentali, sia per la diversa età dei minori, ma anche per i numerosi paesi di provenienza e le differenze culturali. La città oggi è chiamata a vedere in tutto il mondo dei minori migrati e rifugiati, un tassello importante della crescita di un futuro, che passa necessariamente attraverso un dialogo interculturale che rifiuta nuove forme di esclusione o provvisorietà sociale”.

In questo contesto per il Direttore della Migrantes, “si inserisce la centralità della scuola, che non può non essere attenta a garantire il diritto all’istruzione di tutti i minori immigrati e rifugiati: dai minori arrivati in Italia per ricongiungimento familiare ai minori rifugiati; dai minori non accompagnati ai minori nomadi; dai minori stranieri in carcere ai minori usciti da percorsi di prostituzione”.

In questa direzione “occorre sperimentare modelli nuovi di incontro tra scuola e comunità sociali, valorizzando anche le figure degli educatori di strada e i tempi di permanenza in centri di accoglienza da parte dei minori, così da affrontare tempi di drop out, di abbandono scolastico che possono aggravarsi”. Mons. Perego ha detto che in Italia sono oltre 800mila i minori mentre l’Italia vede ancora presenti nel mondo oltre 650.000 minori di origine italiana, il 16,4% degli emigranti italiani.

Questi elementi “mostrano la complessità delle problematiche legate al fenomeno dei minori stranieri, emigranti, immigrati e rifugiati, attorno ai quali è cresciuta anche nella comunità cristiana, in collaborazione con le istituzioni, un’attenzione culturale e politica, un servizio, una casa, una famiglia”. I minori rifugiati giunti in Italia nel 2008 sono stati circa 1.000, di cui 700 con i genitori, soprattutto con le madri; altri 250-300 sono arrivati senza genitori, il 92% dei quali ragazzi e l’8% ragazze, quasi la metà di 17 anni, concentrati soprattutto nel Lazio (il 67%) e i restanti in Emilia, Veneto, Puglia, Friuli Venezia Giulia, cioè nelle regioni che in qualche modo sono sui confini, per mare o per terra.

Le nazioni più rappresentative sono: l’Afghanistan, provenienti da Kabul e Ghazni, l’Etiopia, dalla capitale Addis Abeba, dall’Eritrea, provenienti dall’Asmara, dall’Iraq, in arrivo da Baghdad e Mosul.

Mons. Perego ha quindi parlato dei minori italiani nati e residenti all’estero, che secondo l’AIRE, sono oltre 650.000, oltre la metà dei quali in Europa. É una “minoranza che corrisponde, però a un mondo di persone che sono nate nei paesi di destinazione degli emigranti italiani (almeno il 30%), ma anche che hanno raggiunto i familiari”.

La metà proviene da famiglie delle regioni meridionali dell’Italia, oltre il 30% dalle famiglie del Nord Italia e il 15% dalle famiglie del Centro Italia. E poi ci sono i minori che vivono nelle comunità dei rom, sinti e camminanti: “un mondo in movimento, in cammino per i quali non sempre alla conoscenza corrisponde la capacità di tutela della salute, dell’istruzione, anche se bisogna segnalare l’interessante esperienza dei patti di legalità e di solidarietà” e poi i minori nel mondo dello spettacolo viaggiante: un mondo del gioco, del divertimento, dello spettacolo che arricchiscono la festa nelle nostre comunità. Ma anche in questo mondo l’attenzione ai figli e ai minori diventa una necessità importante per costruire pari opportunità”. Rispondendo poi ad alcune domande dei giornalisti circa il dibattito in corso sulla cittadinanza agli stranieri, mons. Perego ha sottolineato che “c'è bisogno di una revisione della legge, che in parte è già avvenuta con il pacchetto sicurezza, il quale però ha migliorato alcuni elementi e rischia di peggiorarne altri”.

“Sia sulla Turco-Napolitano, sia sulla Bossi-Fini abbiamo presentato una serie di osservazioni critiche che sono state in parte recuperate, e in parte sono ancora da recuperare”. In particolare, sta a cuore a Migrantes “la possibilità di incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro, che è un modo per sconfiggere l'irregolarità, e la questione dei ricongiungimenti familiari e dei tempi del permesso di soggiorno, per ottenere il quale si rischia anche un anno di attesa”.

A proposito del tetto del 30% di minori stranieri nelle singole aule scolastiche, fissato di recente dal governo, mons. Perego ha sottolineato che “nello sforzo che il Ministro Gelmini sta facendo sulla scuola, è fondamentale che non ci sia discrezionalità”, perché il diritto alla scuola è “prioritario” anche per i minori stranieri presenti in Italia. Quello che bisogna escludere “è la discrezionalità del dirigente scolastico nello stabilire che questa percentuale sia maggiore o minore”.

“Il diritto alla scuola è prioritario”, e “qualora le risorse non ci fossero, o fossero sufficienti, bisogna aggiungere risorse in finanziaria per questi bisogni didattici”.

"Oggi l'Italia deve affrontare la questione di una più massiccia presenza di studenti stranieri nel Paese - è la constatazione di fondo del direttore di Migrantes - che attualmente sono oltre 600 mila, di cui 300 mila nati in Italia”. Di qui la necessità di "riflettere su che tipo di formazione degli insegnanti occorra garantire, sulla sufficienza o meno delle scuole per tutti, su quali siano gli strumenti scolastici più adeguati”. "Mediamente un bambino straniero che arriva in Italia perde un anno di scuola, e rischia di passare da varie forme di sfruttamento”, è il grido d'allarme di Migrantes, che fornisce un altro dato: “Quasi il 70% della rete di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati riguarda la rete ecclesiale”.

Per questo è urgente e necessario “far incrociare il mondo delle comunità sociali e il mondo della scuola”. Tra le proposte “la possibilità che, al momento della presentazione della domanda di ricongiungimento familiare, le famiglie possano avere un cedolino per iscrivere i propri bambini da subito a scuola, così da migliorare sia il percorso sia l'accesso scolastico”. (Migranti-press)

 

 

 

Giornata delle Migrazioni.  Cittadini con diritti e doveri.  Speciale SIR su www.agensir.it

 

"Per mia esperienza personale, non ho trovato razzismo, quanto piuttosto alcune forme di xenofobia". Con queste parole mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua e presidente Cemi-Migrantes, ha risposto il 12 gennaio alle domande dei giornalisti, durante la conferenza stampa di presentazione della Giornata mondiale delle migrazioni, che verrà celebrata il 17 gennaio sul tema "I migranti e i rifugiati minorenni". Interpellato circa la presa di posizione de "L'Osservatore Romano", che parlava dei fatti di Rosarno definendoli "episodi di razzismo", mons. Schettino ha poi precisato che alcune forme di xenofobia "a volte sono momenti particolari di rivalsa sociale, forse determinati non tanto da opposizione nei confronti degli immigrati, quanto piuttosto dall'esplosione di problemi sociali tipici della nostra società". Come a Rosarno, "certe forme anche di sofferenza personale e sociale emergono, e c'è un'opposizione contro il diverso, come se fosse la causa di questo contrasto". "Dobbiamo tutti lavorare per una maggiore solidarietà nei rapporti", l'invito di mons. Schettino, secondo il quale "il problema non è tanto l'accoglienza, quanto l'integrazione".

 

Serve una "revisione" della legge sulla cittadinanza. "C'è bisogno di una revisione della legge, che in parte è già avvenuta con il pacchetto sicurezza, il quale però ha migliorato alcuni elementi e rischia di peggiorarne altri". È il parere di mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, sulla questione della cittadinanza agli immigrati. "Sia sulla Turco-Napolitano, sia sulla Bossi-Fini - ha ricordato - abbiamo presentato una serie di osservazioni critiche che sono state in parte recuperate, e in parte sono ancora da recuperare". In particolare, sta a cuore a Migrantes "la possibilità di incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro, che è un modo per sconfiggere l'irregolarità, e la questione dei ricongiungimenti familiari e dei tempi del permesso di soggiorno, per ottenere il quale si rischia anche un anno di attesa". Nel dibattito in corso sullo "ius sanguinis" (per nascita, riconoscimento o adozione, anche da un solo genitore cittadino italiano, ndr), e lo "ius soli" (solo nati in Italia da genitori apolidi, ndr), come requisiti per accedere alla cittadinanza italiana da parte degli immigrati, "la tendenza è accogliere anche lo 'ius soli'", ha detto mons. Schettino, auspicando di "arrivare alla formulazione di una legge sulla cittadinanza che sia favorevole agli immigrati, con alcune condizioni: la conoscenza della lingua e della Costituzione italiana, la presenza sul territorio nazionale, tutti quei motivi insomma per cui diventa più sicura e più certa la possibilità della cittadinanza".

 

No al "tre più due". In Italia - secondo i dati del "Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes 2009" - sono oltre 4 milioni gli immigrati: 862.453 sono minori. Otto mila sono i minori non accompagnati censiti dalla Questura, a cui - secondo stime di Migrantes - ne vanno aggiunti altri 1.500-1.600: per loro, ha detto mons. Perego, "va rafforzata la rete di protezione e di tutela, che passa anche attraverso la scuola e il lavoro, in modo che non subiscano forme di sfruttamento, come la prostituzione". Per quanto riguarda la concessione della cittadinanza italiana ai minori stranieri che abbiano compiuto 18 anni, prevista dalla Bossi-Fini, mons. Perego ha messo in guardia dal "pericolo che al tre si aggiunga il due". La legge attuale, infatti, prevede che la cittadinanza venga concessa se il maggiorenne è presente da tre anni sul nostro territorio, o se da due anni segue un percorso in una comunità di accoglienza (non la somma dei due requisiti, ndr). In sintesi, in materia di legge sulla cittadinanza - ha detto mons. Perego rispondendo ai giornalisti - viene chiesta "una cittadinanza che significa responsabilità, non solo in termini di diritti ma anche di doveri; che comporti la tutela dei diritti fondamentali della persona; che riconosca i 500 mila bambini stranieri nati in Italia; che rafforzi percorsi di città che non creano 'cittadini di serie B'".

 

Niente "discrezionalità" sul tetto alle scuole. Secondo mons. Perego, "nello sforzo che il ministro Gelmini sta facendo sulla scuola, è fondamentale che non ci sia discrezionalità", perché il diritto alla scuola è "prioritario" anche per i minori stranieri presenti in Italia. A proposito del tetto del 30% di minori stranieri nelle singole aule scolastiche, fissato di recente dal governo, mons. Perego ha spiegato che quella che bisogna escludere "è la discrezionalità del dirigente scolastico nello stabilire che questa percentuale sia maggiore o minore". "Il diritto alla scuola è prioritario", ha commentato, e "qualora le risorse non ci fossero, o fossero sufficienti, bisogna aggiungere risorse in finanziaria per questi bisogni didattici". "Oggi l'Italia deve affrontare la questione di una più massiccia presenza di studenti stranieri nel Paese - è la constatazione di fondo del direttore di Migrantes - che attualmente sono oltre 600 mila, di cui 300 mila nati in Italia". Di qui la necessità di "riflettere su che tipo di formazione degli insegnanti occorra garantire, sulla sufficienza o meno delle scuole per tutti, su quali siano gli strumenti scolastici più adeguati". "Mediamente un bambino straniero che arriva in Italia perde un anno di scuola, e rischia di passare da varie forme di sfruttamento", è il grido d'allarme di Migrantes, che fornisce un altro dato: "Quasi il 70% della rete di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati riguarda la rete ecclesiale". Per questo è urgente e necessario "far incrociare il mondo delle comunità sociali e il mondo della scuola". Tra le proposte di Migrantes, "la possibilità che, al momento della presentazione della domanda di ricongiungimento familiare, le famiglie possano avere un cedolino per iscrivere i propri bambini da subito a scuola, così da migliorare sia il percorso sia l'accesso scolastico". Sir

 

 

 

 

La solidarietà della Caritas per la popolazione colpita dal sisma

 

Promossa una colletta a sostegno degli interventi della Caritas locale

 

  ROMA - La Caritas di Roma esprime viva partecipazione al dolore della popolazione di Haiti colpita dal devastante terremoto che ha investito ieri la capitale Port au Prince provocando migliaia di vittime e danni enormi. “Haiti - ricorda la Caritas diocesana - è il paese più povero dell’America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e crisi sociali. Dei circa nove milioni di abitanti, su una superficie che è poco più di quella della Sicilia, oltre la metà vive con meno di un dollaro al giorno”.

  La rete di Caritas Internationalis è impegnata da tempo, accanto alla Chiesa locale, in interventi a favore delle fasce più deboli della popolazione. Dopo questa nuova emergenza la rete Caritas torna a lanciare il suo appello per Haiti per poter far fronte in modo efficace alla fase di urgenza e programmare anche i primi interventi di recupero. In questa ottica la Diocesi di Roma ha istituito un fondo di solidarietà che, secondo mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, dovrà “sostenere i superstiti in questi giorni di emergenza, e dare un segno di speranza e di vicinanza alla popolazione”.

Per chi volesse aderire all’iniziativa riportiamo a seguire i dati per il versamento di solidarietà: causale “HAITI – terremoto”, Piazza S. Giovanni in Laterano 6  - 00184 Roma. Conto corrente postale N. 82881004, IBAN: IT77K0760103200000082881004; Bonifico bancario: Banca Intesa  – filiale Roma 081 – IBAN: IT13R0306905032000009188568. (Inform)

 

 

 

 

 

Papa Benedetto XVI: un immigrato è un essere umano

 

VATICANO– Domenica scorsa Papa Benedetto XVI, dopo la preghiera mariana dell’Angelus, ha espresso la sua vicinanza a chi, per motivi diversi, sta vivendo momenti difficili in questi giorni. “Bisogna ripartire dal cuore del problema!”, ha osservato il Papa: “bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita”. Di seguito riportiamo il testo integrale delle parole del pontefice:

 

“Due fatti hanno attirato, in modo particolare, la mia attenzione in questi ultimi giorni: il caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in Paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza, e le situazioni conflittuali, in varie parti del mondo, in cui i cristiani sono oggetto di attacchi, anche violenti. Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito, a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me. Vorrei fare simili considerazioni per ciò che riguarda l’uomo nella sua diversità religiosa. La violenza verso i cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le Istituzioni sia politiche, sia religiose non vengano meno – lo ribadisco – alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili”. (Migranti-press)

 

 

 

Benedetto XVI incontra la Maiolo. «Ti perdono». E lei: «Sono pentita»

 

CITTA' DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI ha incontrato Susanna Maiolo, la donna che nella notte di Natale, a San Pietro, saltò le transenne facendolo cadere a terra. La ragazza, con problemi psichici, si è scusata per il suo gesto. Il Papa «le ha manifestato il suo perdono». Ma la giustizia vaticana - ha precisato il portavoce, padre Federico Lombardi - farà comunque il suo corso.

 

Il primo faccia a faccia tra il pontefice e la ragazza dopo i fatti di quella sera è avvenuto questa mattina, a margine dell’udienza generale del mercoledì. Susanna Maiolo, accompagnata da due suoi familiari, è stata condotta in una saletta attigua all’aula Paolo VI. Poco dopo l’ha raggiunta il Papa, che, secondo quanto riferito, le avrebbe riservato un trattamento «comprensivo e paterno». La dichiarazione del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, al termine dell’incontro, cela il più stretto riserbo su gesti e sguardi. Una vicenda dolorosa, quella della donna psicolabile, che il Papa vuole rispettare nella sua dignità e nel suo privato, anche se inevitabilmente balzata alle cronache per un gesto eclatante.

 

La ricostruzione dei fatti appare ormai chiara, e le immagini dell’incidente hanno fatto più volte il giro del mondo. Il Papa si stava dirigendo in processione verso l’altare della basilica per celebrare la messa di Natale, anticipata per la prima volta alle dieci, anzichè a mezzanotte, per non stancare troppo il pontefice ultraottantenne. Improvvisamente, una donna con una vistosa giacca rossa scavalca le transenne oltre le quali sono schierati i fedeli. Il capo della gendarmeria vaticana le è subito addosso, ma lei si aggrappa alla veste del Papa e lo trascina a terra. Nel parapiglia finisce al suolo anche il card.Roger Etchegaray, 87 anni, che nella caduta si frattura il femore. Si è ripreso e tra poco lascerà l’ospedale. Incidente superato, dunque, apparentemente, ma che deve «far riflettere» - ha detto qualche giorno fa il segretario di Stato vaticano, card.Tarcisio Bertone - su certi atteggiamenti e linguaggi in voga troppo poco rispettosi per le «autorità morali», a cominciare dal Papa.

 

La giovane italo-svizzera ha lasciato il 9 gennaio scorso l’ ospedale di Subiaco dove ha trascorso due settimane in trattamento sanitario obbligatorio, e dove, dopo Natale, ha ricevuto la visita del segretario personale del Papa, mons. Georg Gaenswein, che le aveva anticipato il perdono del pontefice.

 

L’inchiesta, comunque, va avanti. Sembra che il promotore di giustizia sia in attesa delle perizie, in particolare quella psichiatrica sulla ragazza, che già in passato era stata in cura per problemi mentali, e che già nel 2008 aveva tentato di avvicinare il Papa alla messa di Natale, allora senza alcuna conseguenza se non il suo allontanamento. Già nei giorni scorsi si è parlato di un possibile proscioglimento o di un atto di clemenza del Papa nei confronti della Maiolo. Il perdono di oggi non equivale a tanto, ma sembra costituirne una assai probabile premessa. LS 13

 

 

 

Il 17 gennaio Ratzinger alla sinagoga di Roma. Il rabbino capo: parlerò di Pio XII

 

ROMA - «Non è ancora deciso, ci stiamo ancora riflettendo, ma in qualche modo durante la visita parlerò di Pio XII. C'è modo e modo, ma ne parlerò». Lo ha detto il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni all'Ansa. Di Segni ha incontrato mercoledì alcuni giornalisti in vista della visita di papa Ratzinger in Sinagoga domenica prossima 17 gennaio. «Bisognerà vedere anche - ha aggiunto - se ne parlerà anche lui e in che modo».

IL RITORNO - «Il fatto che un papa - ha continuato Di Segni -, dopo Giovanni Paolo II, torni in Sinagoga è un segno di continuità rispetto al passato. Soprattutto dopo tutte le discussioni che ci sono state». «Questa continuità è il valore di base della visita. Dimostra che papa Ratzinger non vuole tornare indietro. Almeno dal punto di vista della simbologia mediatica. A questo si aggiunge poi quello che avverrà dopo, ciò che ci si dirà e ciò che si potrà fare in base al clima che questi eventi creano».

«CONVIVERE NELLA DIVERSITA'» - «Sarà un incontro di pace, amicizia e rispetto reciproco. Ma soprattutto di esempio: come si può convivere anche nella diversita», ha continuato il rabbino capo. «Dare un segnale in questa città e dire che si può essere anche di opinioni differenti, che si può discutere su certe cose del passato per le quali abbiamo anche opinioni radicalmente opposte, questo è il fine. Abbiamo delle responsabilità e questo - ha spiegato Di Segni - è il valore dell'incontro». Ansa 13

 

 

 

«Un incontro sulla via dell’amicizia, ma con il Papa parlerò di Pio XII»

 

Di Segni: difficile il dialogo ebrei-cristiani, eppure si può convivere nella diversità

di FRANCESCA NUNBERG

 

ROMA - «Un evento necessario e importante». Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, definisce così l’imminente visita di Benedetto XVI al Tempio Maggiore. «Un evento, al di là delle polemiche, nel segno della continuità con la strada di rispetto, amicizia e stima reciproca intrapresa da Giovanni Paolo II». Un evento mediatico, anche, che domenica concentrerà in quell’isolato tra piazza delle Cinque Scole, via Catalana e lungotevere de’ Cenci l’attenzione del mondo. Il fianco della sinagoga è già occupato da cinque camion Rai per la diretta tv e i giornalisti accreditati si moltiplicano; erano cinquecento, ora pare siano oltre seicento, e a domanda ma dove troverete posto per tutti? il rav, seduto nel suo ufficio al secondo piano della Comunità, sorride e risponde con una battuta: «Come stanno otto elefanti in una Cinquecento? Quattro davanti e quattro dietro». Poi si fa serio.

A ridosso delle polemiche sulla beatificazione di Pio XII, il pontefice del “gran silenzio” sulla Shoah, come verrà accolto Ratzinger dalla Comunità ebraica di Roma? Il tema cruciale resterà fuori dalla porta del tempio?

«Gli ebrei accoglieranno il Papa con grande attenzione e rispetto, riconoscendo il valore fondamentale di questa visita. Il dialogo ebraico-cristiano è difficile e pieno di inciampi, ma bisogna stare attenti a non cadere nelle trappole, mantenendo la capacità e la volontà di risolvere i problemi aperti».

La questione pacelliana è stata però riaperta, con un tempismo che molti hanno giudicato intenzionale. Cosa ne pensa?

«La questione non è nuova, anzi torna con sistematicità. Se avere accelerato l’iter della beatificazione a ridosso della visita è stato voluto, non saprei, bisognerebbe chiederlo a qualcuno in Vaticano. Certo, in questo momento ha complicato le cose. E c’è chi dice, ma è solo un’ipotesi, che l’abbiano fatto proprio per mettere tutte le carte in tavola. Comunque sì, l’argomento emergerà nel mio discorso di domenica. Non so ancora in che modo, ma ne parlerò. E bisognerà anche vedere se ne parlerà lui e in che modo».

Quali altri temi vuole affrontare con il Papa?

«Top secret», interviene Ester Mieli, la sua efficientissima addetta stampa. Il rabbino allora continua: «Sarà un discorso bellissimo, porterò anche la testimonianza di un deportato, che ora non c’è più, “tradotta” dal romanesco. Ho intenzione di sottolineare il ruolo degli ebrei attraverso i simboli della storia, alla luce delle fonti».

E’ stato difficile scriverlo?

«Difficilissimo; mi auguro di arrivare in fretta a domenica sera. Ma ogni momento di questa preparazione è stato complesso. Anche perché molto è stato fatto senza raccogliere un ampio consenso, che anzi a un certo punto è venuto meno...».

Non ha avuto l’appoggio dell’intera Comunità nell’organizzare e soprattutto confermare la visita?

«Diciamo che abbiamo potuto contare sull’appoggio di una buona parte della Comunità. Anche quando è stato convocato il Consiglio d’urgenza, dopo la notizia della proclamazione delle “virtù eroiche” di Pio XII, gli ebrei alla fine hanno detto sì alla visita, ma senza rinunciare all’interpretazione storica».

Teme forme di dissenso e protesta durante la visita?

«A dire il vero non abbiamo pensato ai malumori. Comunque, se il dissenso viene espresso in modo democratico e civile, è possibile. Ma non all’interno della sinagoga».

Pio XII monopolizza l’attenzione, ma le questioni aperte col Vaticano sono parecchie, dalla riabilitazione del negazionista Williamson alla preghiera del Venerdì santo per la conversione degli ebrei. Capitoli chiusi?

«Su Williamson il Papa ha chiesto scusa, assumendosi le sue responsabilità con una dichiarazione davvero inusuale; non ci si può accanire. Quanto alla conversione, ognuno ha la sua storia, ma il dialogo dovrebbe servire proprio a questo. Ricordo che già nell’86 (io c’ero, ma nel pubblico) si discuteva dell’opportunità della visita di Wojtyla, ci si chiedeva ma questo Papa cosa vuole?».

E lei da questo Papa cosa vuole?

«A me sembra già fondamentale che entri in sinagoga con un messaggio di amicizia. Cosa desidero io? Che si crei un clima permanente di serenità e franchezza di comunicazione, l’unico modo per risolvere discussioni e conflitti. L’unico modo per convivere nella diversità». IM 14

 

 

 

 

Laras contro la visita del Papa in sinagoga. «Non è un fatto positivo, io non ci sarò»

 

Il presidente dei rabbini: «Ne trarrà vantaggio la Chiesa più retriva». Lewy: antigiudaismo cattolico esiste ancora

 

ROMA - «La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». È una posizione dura quella espressa dal presidente dell'Assemblea rabbinica italiana Giuseppe Laras (ascoltalo in AUDIO), che domenica non parteciperà alla storica cerimonia nel Tempio maggiore di Lungotevere De' Cenci. Un evento, dice, che «non porterà nulla di buono, ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa». Laras spiega che durante l'attuale pontificato «il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici è diventato sempre più debole». In particolare il rabbino ha fatto riferimento a «infortuni sul lavoro», come la revoca della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Williamson e il processo di beatificazione di Pio XII.

GIOVANARDI: OFFENSIVO - Parole che suonano offensive secondo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi: «Se Laras ha deciso di stare lontano dalla visita del Santo Padre alla sinagoga deve sapere che con questo atteggiamento offende i cattolici, soprattutto quelli che hanno sempre testimoniato amicizia e solidarietà con gli ebrei e lo Stato di Israele. Nel dialogo possono nascere incomprensioni, ma l'interruzione del dialogo e gesti di scortesia non aiutano certamente a chiarire le rispettive posizioni».

L'AMBASCIATORE LEWY - Alle parole del presidente dei rabbini fanno eco quelle dell'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, secondo cui «l'antigiudaismo cattolico esiste ancora»: «Sono sicuro che quando il Concilio Vaticano II ha approvato la "Nostra Aetate" (dichiarazione sui rapporti tra cattolici ed ebrei con la condanna dell'antisemitismo, ndr) non tutti erano d'accordo, come credo che non tutti lo siano ancora oggi». Inoltre, spiega, le precisazioni del Vaticano sul timing della beatificazione di Pio XII non fermeranno le critiche. Ma Lewy riconosce che la visita di Benedetto XVI ha una «dimensione storica» e «nonostante la differenza di opinioni possiamo mantenere un dialogo onesto e molto amichevole». L'anno scorso la celebrazione comune della Giornata era saltata per la protesta da parte di alcuni rabbini contro l'introduzione della preghiera per la conversione degli ebrei: «È stata un'eccezione - spiega Lewy -, una breve interruzione di rapporti che però da tempo sono positivi».

CORRENTI RETRIVE - Secondo il presidente dei rabbini Laras, che ha rilasciato un'intervista al Juedische Allgemeine Zeitung, giornale della comunità ebraica tedesca, nulla di positivo può derivare dalla visita di Benedetto XVI, «né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive. Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti». Laras ha poi attaccato la comunità ebraica romana dato che - spiega - l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all'incontro con il Pontefice. La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni, e l'idea di annullare la visita dopo la recente dichiarazione di Benedetto XVI su Pio XII «è stata condivisa da molti in Italia, soprattutto da parte delle famiglie dei superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato italiano. Pur condividendo l'idea di non annullare l'incontro, avrei preteso un chiarimento maggiormente significativo della Chiesa cattolica sui presunti eroismi di Pio XII, ora additati al mondo come modello da esaltare e da imitare».

DI SEGNI: VISIONI DIVERSE - A Laras ha replicato lo stesso Di Segni: «Abbiamo visioni differenti e io rispetto molto le visioni differenti, sarà il tempo a dire chi ha fatto la scelta giusta». E sulla visita di domenica: «Quello che farà il papa francamente non lo so. Stiamo valutando se e come affrontare gli argomenti sollevati dalla vicenda della beatificazione di Pio XII». Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, esprime massimo rispetto per la posizione di Laras, ma sottolineando che la presenza in sinagoga delle più autorevoli personalità del mondo ebraico internazionale testimoniano «l'incoraggiamento e il sostegno» alla visita di Ratzinger affinché il dialogo vada avanti.

IL PRECEDENTE NEL 1986 - L'ultima visita di un papa alla sinagoga romana risale al 1986, quando Giovanni Paolo II fu accolto nel tempio dall'allora rabbino capo di Roma Elio Toaff. Ed è proprio Toaff a dire oggi che il cammino di dialogo e chiarificazione tra ebraismo e cristianesimo prosegue anche se ogni tanto compaiono «quelli che oramai chiamiamo errori di percorso». L'anziano rabbino, sostituito da Di Segni nel 2001, domenica sarà presente per salutare brevemente Benedetto XVI. Il suo giudizio sulla visita è «molto positivo»: «Ebraismo e cristianesimo continuano a dialogare e a parlarsi ormai ininterrottamente da decenni a partire dal Concilio Vaticano II. Questo nuovo appuntamento significa che il cammino prosegue su questa strada anche se ogni tanto compaiono quelli che oramai chiamiamo errori di percorso. Tuttavia credo che grazie alla buona volontà di tutti il dialogo proseguirà sulla strada della collaborazione e della comune comprensione». CdS 14

 

 

 

 

 

Rosarno. Sud amaro

 

In margine alle parole di Benedetto XVI sugli immigrati

 

Rosarno è una cittadina di 16.000 abitanti della Calabria, il "Sud nel Sud", come ricordava Franco Verga nella prefazione del libro-inchiesta sulle Regioni del Meridione "Sud amaro", pubblicato nel 1970 da un giornalista, Adriano Baglivo, e un sociologo, Giovanni Pellicciari.

Rosarno, l'antica Medma, la città di Filippo, segretario di Platone, è come un balcone naturale che guarda alla piana di Gioia Tauro, la pianura verde della Calabria, all'epoca romana definita "granaio dell'Impero". Dagli schiavi di allora agli schiavi di oggi, la situazione di sfruttamento nella piana di Rosarno non sembra cambiata, alla luce delle immagini e dei fatti di violenza e di sfruttamento di cui tutti ormai siamo testimoni.

Nell'Angelus del Papa di domenica la città di Rosarno è diventata il simbolo di un rinnovato magistero e impegno sociale attenti alla dignità e ai diritti dei lavoratori. Come il predecessore illustre Leone XIII, che nel 1891, guardando alle "rerum novarum", alle "cose nuove", denunciava la situazione di sfruttamento degli operai e dei braccianti agricoli ricordando i diritti alla giusta retribuzione, al riposo, alla casa, alla tutela della salute, così Benedetto XVI, in un contesto di "cose nuove", tra cui certamente pone il fenomeno delle migrazioni dei popoli del Sud del mondo, ha ricordato tre importanti direzioni a cui guardare nella società di oggi, anche alla luce dei fatti di Rosarno. Anzitutto, il Papa ha ricordato che "bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona!". "Un immigrato è un essere umano - ha detto papa Benedetto -, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita".

È il ritorno al personalismo sociale, di cui sono stati maestri illustri Mounier, Maritain, Stefanini ieri, Ricouer e Levinas oggi, e di cui sono stati protagonisti della vita sociale italiana Giorgio la Pira, Adriano Olivetti, Amintore Fanfani, Giordano dell'Amore, Aldo Moro, per ricordare solo alcuni nomi. Un personalismo sociale che oggi chiede l'impegno a coniugare strettamente economia e democrazia, legalità e sussidiarietà. Una seconda direzione a cui guardare, secondo il Papa, è l'esclusione di un ritorno alla lotta di classe, alla violenza sociale come base per la difesa dei diritti, ma un rinnovato impegno per il dialogo sociale, la mutualità, di cui il mondo sindacale - che vede oggi iscritti la metà dei 2 milioni di lavoratori stranieri in Italia - diventi un luogo fondamentale di tutela.

"La violenza - ha ancora ricordato Benedetto XVI - non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà". Anche la mafia, la 'ndrangheta che oggi è ancora padrona in questo territorio non può essere sconfitta solo con misure di polizia, ma con una grande azione sociale e di responsabilità comune. Infine, il Papa invita a una riflessione culturale nuova, come già scriveva nella recente enciclica "Caritas in veritate", che abbia al centro una nuova riflessione sulla relazione, necessaria per dare una base all'incontro tra culture diverse, e che ha il suo fondamento nella visone "fraterna" del mondo, ma anche nella prospettiva conciliare di una "nuova civiltà dell'amore".

"Invito - ha concluso il Papa - a guardare il volto dell'altro e a scoprire che egli ha un'anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me". Per le comunità cristiane Rosarno, nelle parole del Papa, diventa il simbolo di un rinnovato impegno educativo in campo politico e sociale, che aiuti a costruire una "città dell'uomo", dove il lavoro, la casa, non sono "merce", ma beni comuni da promuovere e difendere per tutti.

GIANCARLO PEREGO direttore generale Migrantes

 

 

 

 

Mons. Schettino: a Rosarno una guerra tra poveri

 

ROMA– “Gli episodi ultimi, quelli di Rosarno, hanno messo in evidenza la debolezza del sistema di accoglienza e di integrazione. E’ stata una lotta tra poveri e chi maggiormente è stato sconfitto è stato il più povero: l’immigrato”.

É quanto ha detto mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni (CEMI) parlando dei recenti avvenimenti di Rosarno.

Per il presule occorre “ricreare un clima di maggiore e migliore accoglienza, superando le tentazioni di xenofobia, che produce paura, mortificazione dell’umano, perdita di speranza. Contro ogni forma di sfruttamento anche da parte della malavita organizzata occorre essere attenti - ha poi aggiunto - e non lasciarsi coinvolgere, ma denunciare ed entrare sempre nel clima della legalità. L’immigrazione è un problema umano, profondamente umano. La Chiesa, che è esperta in umanità, ha una profonda sollecitudine per questa realtà”.

“La situazione in Calabria preoccupa e affligge tutti, soprattutto per le gravi condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i migranti, che pure rendono un servizio prezioso all’agricoltura e all’attività locale”, ha detto sabato scorso il card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, parlando a margine dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Città del Vaticano, invitando all'osservanza delle leggi, ad agire secondo giustizia e alla necessità di promuovere “pace, riconciliazione e accoglienza reciproca”. Questo perché - ha detto Bertone - la giustizia diventa “ingiustizia quando si adotta la violenza”. Intanto, dopo gli scontri il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ha chiesto uno stop immediato delle violenze ed ha annunciato una visita, per il 21 gennaio, a Reggio Calabria: una occasione per “rinnovare l'impegno comune, sempre ribadito dal Capo dello Stato, per l'affermazione dei valori di legalità e di solidarietà, entrambi oscurati dai gravi fatti di Rosarno”, si legge in una nota. Anche dalla Chiesa italiana e calabrese preoccupazione per quanto è avvenuto e sta avvenendo. “Adesso l’Italia si sveglia. Sono almeno dieci anni che denunciamo la situazione degli immigrati stagionali a Rosarno, ma nessuno, né in Calabria né a Roma, è mai intervenuto”, ha detto il vescovo di Oppido-Palmi, mons. Luciano Bux: la Caritas e altre organizzazioni di volontariato - ha sottolineato in una dichiarazione riportata da Avvenire - hanno lavorato per alleviare le condizioni di vita di questa gente, che non sono assolutamente dignitose. Quale italiano lavorerebbe 14 ore per 20 euro al giorno? Anzi, per 19 visto che 1 euro lo devono lasciare per il trasporto. Anche questo è stato da noi, a più riprese denunciato a tutti i livelli, ma mai nessuno se ne è fatto carico”. E in questa settimana ha inviato un messaggio alle parrocchie della diocesi da leggere nelle messe prefestive del sabato e festive di domenica mentre mercoledì, accompagnato dal cappellano della casa circondariale di Palmi, don Silvio Mesiti, ha incontrato i cinque detenuti stranieri arrestati dopo gli episodi di Rosarno. Per loro i giuristi cattolici della diocesi hanno “messo a disposizione - dice al SIR don Mesiti - cinque avvocati del Foro di Palmi che si sono dichiarati disponibili ad assisterli durante tutto il corso dell’iter giudiziario a titolo assolutamente gratuito”.

 “É mancata una presenza prima che scoppiasse il tutto”, ha detto al SIR mons. Vittorio Mondello, Presidente della Conferenza Episcopale Calabra chiedendosi “perché aspettare la ribellione prima di intervenire?”; “perché questi immigrati erano chiamati a lavorare sottopagati e non messi in regola? Perché dobbiamo arrivare sempre a fatti estremi prima di intervenire?”. “Noi come Chiesa facciamo molto ma non possiamo risolvere tutti i problemi di competenza delle altre istituzioni”. “Le scene viste e vissute a Rosarno (RC) non devono più ripetersi. Occorre richiamare alla calma tutti non facendo proclami ma affrontando una volta per tutte la situazione dando una risposta concreta a chi vive in situazioni difficili e al limite della vivibilità”, ha affermato mons. Antonino Denisi, Direttore regionale della Migrantes. Comunque - per mons. Denisi - “non è certamente la violenza che aiuta a risolvere i problemi: bisogna  intervenire alla radice e affrontare il problema sia con mezzi di carattere finanziario sia di progettazione della vivibilità di queste persone in mondo più convinto come non è stato fatto nel passato”. Per il Direttore della Migrantes calabrese “ci troviamo davanti a delle persone che hanno diritto di essere trattate da persone”.

Le proteste hanno “sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte e pur non giustificando nessuna azione violenta, sbagliata di per sé, ci rendiamo conto che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza sociale. Quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di una politica dell'integrazione", ha detto  Don Pino de Masi, Vicario Generale della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro. E per il 16 maggio 2010 è programmata una edizione speciale della Marcia per la pace Perugia-Assisi, per chiedere il rispetto dei diritti umani in Italia, dopo i fatti di Rosarno. “C'è troppo razzismo in giro! E a Rosarno ha mostrato il suo volto peggiore: violenza, sfruttamento, illegalità, criminalità organizzata, discriminazioni, violazione dei diritti umani” – afferma la Tavola della Pace, tra i promotori dell’iniziativa. C’è da vergognarsi! Non solo per quello che è accaduto, ma per i silenzi, le complicità, l’indifferenza di troppe istituzioni, politici e cittadini. Stanno distruggendo i valori su cui si regge la convivenza nel nostro paese. Stiamo perdendo la nostra umanità”. (Migranti-press)

 

 

 

La rete diplomatica della Santa Sede. Ultimo acquisto la Russia

 

In mezzo secolo gli ambasciatori del papa nel mondo sono raddoppiati. Le relazioni diplomatiche bilaterali sono triplicate. Mancano all'appello Cina, Arabia Saudita e pochi altri Stati. Il doppio gioco del Vietnam: mentre tratta col Vaticano, aggredisce i cattolici - di Sandro Magister

 

ROMA – Rivolgendosi tre giorni fa agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, Benedetto XVI ha detto che la Chiesa di Roma "mantiene le sue porte aperte a tutti e con tutti desidera avere relazioni che contribuiscano al progresso della famiglia umana".

 

Ha ricordato con soddisfazione che da ultimo anche con la Russia sono stati stabiliti pieni rapporti diplomatici.

 

E altrettanto – ha fatto intuire il papa – si spera di fare presto con il Vietnam (nonostante gli episodi di violenza anticattolica avvenuti ad Hanoi e in altre località nei giorni scorsi, diplomaticamente coperti di silenzio dagli organi di informazione vaticani).

 

Lo stesso giorno del discorso del papa agli ambasciatori, la segreteria di Stato ha diffuso una breve nota informativa con le novità dell'ultimo anno nel campo delle relazioni diplomatiche.

 

Con la Russia ultima arrivata, sono 178 gli Stati che oggi intrattengono relazioni diplomatiche piene con la Santa Sede. A i quali vanno aggiunti l'Unione Europea, il Sovrano Militare Ordine di Malta e, in forma speciale, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. E ancora: le numerose organizzazioni intergovernative e i programmi internazionali a cui la Santa Sede partecipa come osservatore o come membro.

 

Con molti di questi Stati e organismi la Santa Sede ha stabilito concordati, accordi e convenzioni di varia natura. Ad esempio, nell'ultimo anno, con il Land tedesco dello Schleswig-Holstein, con l'Austria e con il Brasile.

 

Sono dunque pochissimi gli Stati che non hanno rapporti diplomatici con la Chiesa di Roma. Tra questi, oltre al Vietnam, ci sono la Cina popolare e l'Arabia Saudita.

 

Domenica 10 gennaio, alla vigilia dell'incontro del papa con gli ambasciatori, il quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire" ha pubblicato una precisa panoramica della rete diplomatica vaticana nel mondo.

L'autore è un vaticanista dei più preparati. Ecco sotto che cosa ha scritto. L’Espresso online 14

 

 

 

 

I sedici Stati che mancano all'appello. E gli ultimi dati su ambasciatori e nunzi

 

Nel 1978 il numero di Stati con cui la Santa Sede aveva pieni rapporti diplomatici ammontava a 84. Nel 2005 erano 174. Con Benedetto XVI sono diventati 178.

 

Durante il suo pontificato, infatti, sono stati allacciati i rapporti nel 2006 col neonato Montenegro, nel 2007 con gli Emirati Arabi Uniti, nel 2008 con il Botswana. Infine, lo scorso 9 dicembre è stata la volta della Federazione Russa, con cui c’erano già relazioni di natura speciale, come quelle che continuano a sussistere con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

 

Tra i paesi con cui la Santa Sede ha rapporti diplomatici c’è anche la Cina-Taiwan, dove però dal 1979 non risiede più un nunzio ma solo un semplice "incaricato d’affari ad interim". E questo in attesa di poter trasferire finalmente la nunziatura a Pechino.

 

La Cina popolare, infatti, è il più grande tra i paesi che non hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede. Ma non è il solo. A parte il Kosovo – che ha uno status internazionale ancora controverso –, la Santa Sede non intrattiene ancora relazioni con sedici Stati, perlopiù asiatici, in buona parte a maggioranza islamica.

 

In nove di questi paesi non è presente nessun rappresentante vaticano: Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Cina popolare, Corea del Nord, Maldive, Oman, Tuvalu e Vietnam. Mentre in altri sette paesi sono presenti dei delegati apostolici, cioè dei rappresentanti pontifici presso le comunità cattoliche locali ma non presso i governi. Tre di questi paesi sono africani: Comore, Mauritania e Somalia. E quattro asiatici: Brunei, Laos, Malaysia, Myanmar.?

 

Con alcuni di questi paesi comunque la Santa Sede ha già avuto dei contatti formali. Alla messa di inizio pontificato di Benedetto XVI c’erano infatti i rappresentanti di Afghanistan, Arabia Saudita, Malaysia, Oman e Vietnam. Mentre ai solenni funerali di Giovanni Paolo II hanno assicurato la loro presenza i rappresentanti del Brunei e della Somalia.

 

Con il Vietnam sono iniziate formalmente le trattative per arrivare a pieni rapporti diplomatici – ed incoraggiante in questo senso è stata la visita in Vaticano del presidente Minh Triet l’11 dicembre scorso – mentre con la Cina esistono contatti ufficiosi tra personalità della segreteria di Stato, l’ambasciatore di Pechino in Italia e i responsabili dell’Ufficio per gli affari religiosi del regime cinese.

 

Da parte della diplomazia pontificia è anche cominciato il lavoro per arrivare ad allacciare rapporti con l’Oman. Impenetrabili a ogni discussione sembrano invece Stati islamici come l’Arabia Saudita – dove è tuttora ufficialmente proibito il culto cattolico, anche se è stato un segnale positivo l’udienza dal papa di re Abdallah il 6 novembre 2007 – o come le Maldive, dove non è neanche permesso l’ingresso a sacerdoti che possano assistere i numerosi turisti cattolici pure presenti nell’arcipelago.?

 

Attualmente sono una ottantina i paesi i cui ambasciatori presso la Santa Sede risiedono a Roma. Gli altri sono diplomatici residenti in altre capitali europee. La Santa Sede non accetta ambasciatori accreditati contemporaneamente presso l'Italia. Un ulteriore segnale del crescente interesse diplomatico per la Santa Sede è dato dal fatto che con Benedetto XVI si sono stabiliti a Roma gli ambasciatori di Australia, Camerun, delle Seychelles e di Timor Est.?

 

In questo momento sono attivi in tutto il mondo 101 nunzi apostolici, alcuni dei quali coprono più paesi. Quasi la metà, 50, sono italiani, una percentuale in calo rispetto al passato (nel 1961 i nunzi italiani erano 48 su 58, l’83 per cento; e nel 1978 55 su 75, il 73 per cento). Questo calo è destinato a proseguire, visto che con Benedetto XVI sono stati elevati all’episcopato 26 nunzi di prima nomina di cui solo dieci italiani (il 38 per cento).

 

Ancora dall'Italia vengono comunque i rappresentanti pontifici in paesi ecclesiasticamente e politicamente importanti come Francia, Spagna, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Colombia, Israele (Gerusalemme e Palestina), Russia e la stessa Italia.

 

Gli altri nunzi provengono perlopiù dal resto dell’Europa (27, di cui sette spagnoli, sei polacchi, cinque francesi, tre svizzeri), ma anche dall’Asia (14, di cui sei dall’India e quattro dalle Filippine), dal Nord America (sei, tutti degli Stati Uniti), dall’Africa (tre) e dall’America latina (uno).

 

Con Benedetto XVI la rete delle nunziature è stata rafforzata in Africa, dove sono state aperte due nuove sedi: in Burkina Faso nel 2007 e in Liberia nel 2008. Mentre la Libia ha deciso di dare il via libera alla costruzione di una nunziatura a Tripoli. Segni ulteriori dell’interesse – ricambiato – che la Santa Sede nutre nei confronti di un continente a volte dimenticato dalle grandi potenze. Gianni Cardinale, Avvenire

 

 

 

 

Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Un messaggio forte dei vescovi francesi

 

PARIGI - “Non avere paura” di dire ai giovani: “mantenete vivo il senso dell’accoglienza”. E “avere il coraggio” di dire agli immigrati: “La Chiesa è la vostra casa. La Chiesa è la vostra famiglia. La vostra vita è preziosa ai nostri occhi perché è preziosa agli occhi di Dio. Noi non vi abbandoniamo”.

Un messaggio forte quello inviato dai vescovi francesi in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 17 gennaio. A scriverlo a nome dell’Episcopato Francese è mons. Claude Schockert, vescovo di Belfort-Montbeliard, e responsabile della Conferenza Episcopale Francese per la pastorale dei migranti. Nel testo il vescovo invita ad “aprire cuore e ragione alla situazione spesso davvero drammatica dei minori immigrati e rifugiati” ai quali quest’anno il Papa ha dedicato la Giornata. Sono quelli - scrive il vescovo - che maggiormente risentano delle “condizioni del viaggio verso una terra che è poco disposta ad accoglierli”. Sono i minori la categoria degli immigrati più “fragili” e “lo sono per le condizioni di vita e delle loro famiglie”.

“Alle comunità cristiane delle nostre diocesi - conclude il vescovo - ricordiamo che il messaggio del Vangelo non è un formulario a scelte multiple e opzionali. ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me’: diamo forza a questa affermazione di Cristo”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Speciali di Migrantes e Sir

 

NAPOLI - “Tutti sappiamo che l’immigrazione è in continua espansione per svariati motivi: ricerca di lavoro, asilo politico, ricongiungimenti familiari, ecc. Alcuni episodi di devianza, isolati ma clamorosi e ampiamente pubblicizzati, alimentano un complesso di allarme e di paura, contribuendo a presentare l’immigrazione come una continua emergenza, a danno della tranquillità e sicurezza pubblica. Ne consegue che altri aspetti dell’immigrazione, di segno decisamente positivo, sfuggono all’attenzione e non concorrono a formulare un giudizio più equilibrato e sereno del fenomeno”. É quanto scrive il card. Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, nella prefazione ad una pubblicazione contenente “riflessioni, testimonianze e storia” della vicenda migratoria in Campania, promosso dalla Migrantes Nazionale e da quella campana in occasione della Giornata Mondiale del Migrante che si celebrerà il prossimo 17 gennaio e che avrà proprio questa regione al centro delle manifestazioni per l’Italia.

“Non si può non rilevare, in particolare - aggiunge il porporato - che la stragrande maggioranza degli stranieri sta inserendosi positivamente nel nostro contesto sociale, lavorativo, scolastico, coprendo anche il nostro deficit occupazionale e demografico”. “La Chiesa italiana sta prestando il suo servizio socio-pastorale in questo mondo della mobilità, cercando di rispondere a questa sfida di solidarietà e di accoglienza che ha sempre caratterizzato il cuore dei fedeli e, in modo particolare, del nostro popolo campano”. “La solidarietà - conclude il card. Sepe - fa appello a tutti gli uomini di buona volontà perché sentano l’urgenza di dare una dignitosa e serena accoglienza a coloro che chiedono l’unico diritto che forse è loro rimasto: il diritto alla vita”.

Il fenomeno migratorio in Campania - aggiunge mons. Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua e Presidente della Fondazione Migrantes che presiederà la celebrazione nazionale, in diretta domenica alle 11,00 su Rai Uno - è “variegato, con una disponibilità di fondo nel gestire l’accoglienza e l’integrazione, ma avverte la precarietà economica e sociale. Il tessuto economico infatti ha antiche e nuove sofferenze di strutture, di progettualità e di economia debole”. 

Il sussidio vuole essere - spiega mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Migrantes - uno strumento di conoscenza e di solidarietà: di conoscenza, perché aiuta a superare pregiudizi e falsità di una relazione nuova, quella con il mondo della mobilità, che chiede invece di essere approfondita nella verità; di solidarietà, perché aiuta a far circolare dentro la Chiesa buone prassi, stili di vita che aiutano a costruire percorsi di incontro ecclesiale e di inclusione sociale. Mons. Perego si “augura” che questo sussidio “aiuti le comunità cristiane a lavorare per un confronto, sempre più necessario, tra Nord e Sud del Paese, anche sul tema dell’immigrazione, così da costruire anche su questo tema un’unità del Paese e una comunione nella Chiesa italiana” e aiuti a “costruire percorsi educativi che impegnino all’incontro e alla relazione, al dialogo”. Nello speciale molte testimonianze e iniziative sul tema delle migrazioni in questa regione.

 

L’agenzia di stampa cattolica SIR ha dedicato alla Giornata Mondiale delle Migrazioni - come ogni anno - uno speciale scaricabile dal sito www.agensir.it.

Il dossier, intitolato come la Giornata “I migranti e i rifugiati minorenni”, è realizzato in collaborazione con la Fondazione Migrantes. In copertina la riflessione del Papa dopo l’Angelus di domenica scorsa, 10 gennaio, e il suo richiamo, all’indomani dei gravi episodi di Rosarno “a ripartire dal cuore del problema” perché “un immigrato è un essere umano”.

Lo Speciale si apre con un pezzo del Direttore di Migrantes, mons. Giancarlo Perego, che si sofferma sul tema della Giornata: i minori migranti e rifugiati, passati nel nostro Paese in soli otto anni dai 284mila del 2001 agli 862.453 del 2008, oggi il 22,2% della popolazione straniera regolarmente residente. Oltre a rendere effettivi il diritto alla casa e all’istruzione, sottolinea mons. Perego, occorre proseguire nella costruzione per loro di “segni di fraternità”.

Nello Speciale anche la riflessione “Cittadini a pieno titolo” di padre Gianromano Gnesotto, Direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati e rifugiati della Migrantes; un’intervista al magistrato Francesco Paolo Occhiogrosso, Presidente del Centro nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, sul rapporto minori-giustizia; il racconto di un giornalista che ha vissuto in un centro rom; le politiche migratorie europee del “Programma di Stoccolma”. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

Papst bittet um Hilfe für Haiti

 

Benedikt XVI. ist bestürzt angesichts des schweren Erdbebens auf Haiti. Bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch rief der Papst zu Soforthilfe und Spenden für die Bevölkerung des Karibikstaates auf. Nach einem Erdbeben der Stärke 7,0 in der Nacht zum Mittwoch (MEZ) stürzten in der Hauptstadt Port-au-Prince zahlreiche Häuser ein. Hilfsorganisationen rechnen mit Hunderten Toten. Aus den Trümmern wurde auch die Leiche des Erzbischofs der Hauptstadt, Serge Miot, geborgen. Tausende Menschen sind obdachlos, es fehlt an medizinischer Versorgung. Papst Benedikt sicherte allen Betroffenen seinen geistlichen Beistand und auch materielle Unterstützung durch die Hilfswerke der Kirche zu. Wörtlich sagte der Papst:

 

„Ich lade alle ein, sich meinem Gebet für die Opfer dieser Katastrophe und alle, die um sie trauern, anzuschließen. Ich versichere allen, die ihr Haus verloren haben oder in anderer Form durch das Erdbeben betroffen sind, meinen spirituellen Beistand und bitte Gott, sie in ihrem Leid zu trösten und es zu erleichtern. Auch appelliere ich an die Großzügigkeit aller, damit es den betroffenen Brüdern und Schwestern in diesem Moment der Not und des Schmerzes nicht an unserer konkreten Solidarität und der tatkräftigen Unterstützung der internationalen Gemeinschaft mangele. Auch die katholische Kirche und ihre karitativen Einrichtungen werden der Bevölkerung unverzüglich Hilfe bereitstellen.“

 

Unter den Opfern des Erdbebens ist auch Zilda Arns, eine berühmte Katholikin aus Brasilien. Die Schwester des früheren Kardinals Paolo Evaristo Arns war die Gründerin eines brasilianischen Kinderhilfswerks. Die Presse in ihrer Heimat würdigt Zilda Arns an diesem Mittwoch ausführlich auf den Titelseiten. (rv 13)

 

 

 

 

Kirchliche Hilfsorganisationen folgen Papstaufruf

 

Die kirchlichen Hilfswerke haben den Opfern der Erdbebenkatastrophe Solidarität und Hilfe versichert. Papst Benedikt hatte bei der Generalaudienz am Mittwoch zu großzügigen Hilfsleistungen aufgerufen. In Rom der Jesuiten Flüchtlingsdienst, der Malteserorden und die Salesianer Don Boscos derweil die Bevölkerung zur Unterstützung ihrer Hilfsaktionen auf. Die Solidarität der gesamten Kirche mit dem Volk von Haiti betonte der Präsident von Caritas Internationalis, Kardinal Oscar Rodriguez Maradiaga. Der Päpstliche Rat Cor Unum soll die katholischen Hilfsanstrengungen - in Zusammenarbeit mit Catholic Relief Services (CRS) und der Hilfsorganisation der US-amerikanischen Bischofskonferenz – koordinieren. Auch die Schweizer Caritas, seit über 30 Jahren in Haiti aktiv, versprach Soforthilfe, ebenso Missio Deutschland und Österreich, das bischöfliche Hilfswerk Adveniat und viele andere kirchliche Organisationen. „Wir können Gott sei Dank auf Katastrophenlager vor Ort zurückgreifen, die nicht zerstört wurden“, so die Katastrophehilfeleiterin der Caritas Österreich, Sabine Wartha, in einer Pressemitteilung. Zusätzliche Hilfsgüter liefere die benachbarte Dominikanische Republik aus eigenen Lagern. Internationale Caritas-Helfer sind unterdessen in das Krisengebiet unterwegs, um die lokale Caritas zu unterstützen.

 

„Die Menschen beten und weinen“ - Noch ist es zu früh, die Schäden zu ermessen, die die Menschen in Haiti durch das Erdbeben vom Dienstag erlitten haben. Die Bilder und Nachrichten sind herzzerreißend. Mit den Händen graben die Menschen nach Verschütteten, die Zahl der Opfer könnte in die Zehntausende gehen, augenblickliche Schätzungen sprechen von bis zu 30.000. Der Papst hat am Mittwoch von Rom aus zu Hilfe für das ärmste Land der westlichen Hemisphäre aufgerufen; in Port-au-Prince treffen die ersten Hilfsflüge ein. Stefan Kempis hat Eindrücke aus Haiti gesammelt.

 

Opfer auch in der katholischen Kirche - Zu den Opfern des Erdbebens auf Haiti gehört auch der Erzbischof von Port-au-Prince, Joseph Serge Miot. Er sei unter den Trümmern seines Hauses begraben worden, gaben französische Ordensleute an diesem Donnerstag an. Auch unter Seminaristen und Priestern der Stadt gebe es viele Opfer, berichtete der Apostolische Nuntius in Haiti, Bernardito Auza. Den Rektor des Priesterseminars, Pater Boucicaut, konnten die Überlebenden nur mit Hilfe einer Metallsäge aus den Trümmern des Gebäudes retten. Die Kathedrale in der Hauptstadt, die bereits einmal abgebrannt und wiedererrichtet worden war, sei eingestürzt, berichteten Hilfsorganisationen. Schwer beschädigt worden ist auch die erzbischöfliche Kurie, in der das katholische „Radio Soleil“ untergebracht ist. Viele Armeneinrichtungen der Kirche sind ebenfalls völlig zerstört worden. Die Kirche verfügt in Haiti über ein dichtes Netzwerk, Ordensleute und Gemeinschaften leisten seit Beginn der Katastrophe Hilfe und haben auch selber Opfer zu beklagen. So haben etwa die „Missionaries of Charity“, der Orden Mutter Theresas von Kalkutta, mehrere Armenhäuser im Erdbebengebiet. Es sei wichtig sei, den kirchlichen Einrichtungen vor Ort den Rücken zu stärken, betonte der Nationaldirektor von Missio Österreich, Leo Maasburg. „Am schlimmsten leiden unter einer solchen Katastrophe immer die Mittellosen. Ihnen hilft nun die Kirche gezielt“, so Maasburg.

 

Zollitsch verbeugt sich in Trauer vor den Opfern - Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat zum Gebet für die Erdbebenopfer aufgerufen. Er verneige sich in tiefer Trauer von den Opfern dieser schrecklichen Katastrophe, schreibt Zollitsch in einem Brief an Haitis Bischöfe, der auf der Website der Erzdiözese Freiburg veröffentlich wurde. „Besonders erschüttert bin ich vom Tod so vieler Menschen, die in selbstlosem Einsatz für die Kirche Ihres Landes gearbeitet haben“, so Zollitsch. Viele Bischöfe schlossen sich Zollitsch an und riefen die Gläubigen zu großzügigen Spenden auf, so die Bischöfe von Münster, Hamburg, Limburg und Rottenburg-Stuttgart. (pm 14)

 

 

 

Kirchen in Deutschland rufen zu Hilfe für Haiti auf

 

Käßmann: Ich bete für die Opfer - Erzbischof Zolllitsch spricht Verletzten und Angehörigen Mitgefühl aus

 

Hannover. Die beiden großen Kirchen in Deutschland haben am Donnerstag zu Spenden und Gebeten für das von einem schweren Erdbeben erschütterte Haiti aufgerufen. "Ich bete für die vielen Menschen auf Haiti, die von Leid, Zerstörung und dem Verlust von Menschen betroffen sind", erklärte die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Margot Käßmann, in Hannover. Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sprach den Verletzten und Angehörigen der Opfer sein Mitgefühl aus: "Wir müssen jetzt helfen."

"Besonders erschüttert bin ich vom Tod so vieler Menschen, die in selbstlosem Einsatz für die Kirche Ihres Landes gearbeitet haben", schrieb Zollitsch an den Vorsitzenden der haitianischen Bischofskonferenz, Erzbischof Louis Kébreau. Besondere Anteilnahme bekundete er zum Tod des Erzbischofs von Port-au-Prince, Joseph Serge Miot.

Auch Käßmann zeigte sich tief erschüttert über die hohe Zahl der Opfer des Erdbebens: "Es ist eine Tragödie, dass diese Katastrophe eines der ärmsten Länder dieser Erde trifft. Den Menschen dort gilt mein ganzes Mitgefühl." Die EKD-Ratsvorsitzende rief dazu auf, die Hilfsmaßnahmen zu unterstützen und wies besonders auf die unverzüglich nach dem Beben angelaufene Katastrophenhilfe des Diakonischen Werkes hin.

Der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland, Nikolaus Schneider, unterstrich die Notwendigkeit schneller Nothilfe und späterer Aufbauhilfe. Schneider, der auch stellvertretender Ratsvorsitzender der Evangelischen Kirche in Deutschland ist, zeigte sich in einem epd-Gespräch von der großen Hilfsbereitschaft der Bundesbürger überzeugt.

Für die katastrophalen Folgen des Erdbebens in Haiti machte er die schlechte Infrastruktur und die große Armut mitverantwortlich. "Die Diktatoren und die Ausbeutung des Volkes in der Vergangenheit sowie die militärischen Interventionen der Vereinigten Staaten haben mit dazu beigetragen, dass es eine derart schwache Infrastruktur in Haiti gibt", sagte er. Epd 14

 

 

 

 

 

Vatikan: Synagogenbesuch wird das Verbindende zeigen

 

An diesem Sonntag wird Papst Benedikt XVI. die Synagoge der jüdischen Gemeinde von Rom besuchen. Eine Begegnung, die sicherlich in die Geschichte eingehen wird und im Vorfeld mit großen Erwartungen verbunden ist. Ein gutes Verhältnis zu den Juden ist für Papst Benedikt von größter Bedeutung, da ist sich Jesuitenpater Christian Rutishauser sicher. Der Schweizer unterrichtet Jüdische Studien an der Päpstlichen Hochschule Gregoriana in Rom und erläutert im Gespräch mit Radio Vatikan, wie der Besuch dazu beitragen kann, die Irritationen der letzten Jahre im jüdisch-christlichen Dialog zu bereinigen – gerade weil sie durch Papst Benedikt selbst ausgelöst worden seien:

 

„Ich denke, es gibt zwei größere Irritationen: Die eine kommt durch das Motu Proprio von 2007 zur Wiederzulassung der Tridentinischen Messe. 2008 hat der Papst dann eigenhändig die Fürbitte zum Karfreitag neu formuliert. Das hat größere Irritationen ausgelöst, weil viele das so interpretiert haben, dass der Papst die Judenmission erneut möchte. Eine andere hat die größere Öffentlichkeit erreicht: Das war gerade vor einem Jahr, als die Exkommunikation gegenüber den vier Bischöfen der Piusbruderschaft aufgehoben worden ist. Dass da ein Holocaust-Leugner darunter ist, hat natürlich für die Juden einen Affront bedeutet. Und zu einer Irritation - man könnte auch sagen, in eine Krise geführt.“

 

Radio Vatikan überträgt live und über die Partnersender den Besuch in der römischen Synagoge am Sonntag ab 16.20 Uhr.

Italien: Rabbiner bleibt Papstbesuch fern - Der Vorsitzende der Italienischen Rabbinerkonferenz, Giuseppe Laras, will dem Synagogenbesuch Papst Benedikts XVI. am Sonntag in Rom fernbleiben. Einzig die Kirche werde aus dem Besuch „Vorteile ziehen, vor allem mit Blick auf die konservativen Kreise“, sagte Laras der am Donnerstag erscheinenden Wochenzeitung „Jüdische Allgemeine“. (kna/rv 14)

 

 

 

In Sorge um den Gottesdienst. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Aus gegebenen Anlässen und besonders unter dem Eindruck der letzten Visitationen in den Pastoralverbünden möchte ich ausdrücklich an meinen Fastenhirtenbrief 2004 „Liturgie – Lebensaustausch zwischen Gott und den Menschen“ erinnern.

Im 7. Abschnitt bitte ich da, sich allen möglichen Formen des Gottesdienstes zu öffnen und denke besonders an die vielen kleinen und ganz kleinen Filialgemeinden unseres Bistums mit ihren Kirchen: „Lebensaustausch zwischen Gott und Mensch, liebe Schwestern und Brüder, geschieht auch im Wortgottesdienst. Immer dann, wenn aus der Hl. Schrift vorgelesen wird, spricht Gott durch den Mund des Verkündenden zu seinem Volk. Er spricht zu uns das Wort der Verheißung, des Trostes und der Aufrichtung; er mahnt aber auch, ja zuweilen warnt er sogar durch die Propheten auch uns heute, seine Wege zu verlassen. Nur seine Wege sind Wege des Heiles.

 

Möglicherweise gab es in der Vergangenheit so etwas wie eine „eucharistische Monokultur“. Andachten, Feiern der Vesper und anderer Horen der Stundenliturgie, Anbetungsstunden, Rosenkranzandachten, die ganze Bandbreite von Wortgottesdiensten wurden zugunsten einer Vielzahl von Messfeiern aufgegeben. Monokulturen sind aber immer anfällig, besonders in Krisenzeiten, das lehrt uns die Biologie. Dies gilt auch für den Gottesdienst der Kirche: Wenn niemand mehr einen rechten Zugang hat zur Stundenliturgie, zu Andachten und anderen Formen des Wortgottesdienstes – denen ja kein Priester vorstehen muss! -, dann ist zu befürchten, dass bei noch weiter steigendem Priestermangel die Alternative „Wortgottesdienst“ niemandem mehr vor Augen steht, wenn kein Zelebrant für die Messe erreichbar ist.

 

Eine geschlossene Kirche ist so etwas wie eine Bankrotterklärung unseres Glaubens. Statt eines Totalausfalls gottesdienstlicher Feiern ist - besonders an Werktagen – die Alternative Wortgottesdienst in welcher Form auch immer die bessere Lösung. Allerdings darf dies nicht dazu führen, dass eine neue Wortgottesdienstkultur entsteht, die die Gläubigen der Messfeier entfremdet. Wo immer es möglich ist, darf der sonntäglichen Messfeier keine andere liturgische Handlung im Wege stehen oder die Eucharistiefeier behindern. Im Gegenteil: Die Stundenliturgie, Andachten und alle anderen Formen von Wortgottesdienst sollen auf das eucharistische Zentrum verweisen, das Verständnis der und die Liebe zur Hl. Eucharistie vertiefen.“

 

Diese meine Bitte aus dem Jahr 2004, die bleibend ist, will ich durch eine neue und sehr dringende ergänzen: So wichtig es mir ist, dass die Lebens- und Glaubensgemeinschaften „vor Ort“ erhalten bleiben, so wichtig ist mir auch, dass wir keinem unbeweglichen „Kirchturmdenken“ verfallen. Ich bitte alle Gläubigen unseres Bistums, auch die Nachbarkirchen als „ihre“ Kirche anzunehmen. Wenn nicht mehr in jeder Kirche an jedem Sonntag die Hl. Messe gefeiert werden kann, ist auch die Bereitschaft gefragt, sich auf den Weg zu machen, sich an einem anderen Ort mit Menschen zu versammeln, die wir vielleicht nicht kennen, die uns aber im Glauben keine Fremden, sondern Geschwister sind.

Hier ist noch ganz viel zu tun. Aber wir brauchen dringend die Dimension über den Tellerrand hinaus…„Bonifatiusbote“ 17

 

 

 

 

Zentrale Gottesdienste zur Gebetswoche für die Einehit der Christen

 

ROM - In den Hauptstädten der deutschsprachigen Länder finden in der kommenden Woche zentrale ökumenische Gottesdienste im Rahmen der weltweit gehaltenen "Gebetswoche für die Einheit der Christen" statt. Sie steht 2010 unter dem Motto „Er ist auferstanden - und ihr seid seine Zeugen!“ (Lk 24,48). Die Gottesdienstordnung wurde von Christen aus Schottland vorbereitet.

In Wien findet der zentrale Ökumenische Gottesdienst zur "Gebetswoche für die Einheit der Christen" am Freitag, 22. Januar, um 18.00 Uhr in der katholischen Pfarrkirche Leopoldau statt. Die Predigt hält der Superintendent der methodistischen Kirche Österreichs, Lothar Pöll. Anschließend laden die Kirchen zu einer Begegnung in das syrisch-orthodoxe Kulturzentrum Leopoldau ein.

In der deutschen Hauptstadt Berlin wird am Sonntag, den 24. Januar um 16 Uhr in der Alten Pfarrkirche "Zu den Vier Evangelisten" in Berlin-Pankow ein Ökumenischer Gottesdienst aus diesem Anlass gehalten.

In der Schweiz findet der ökumenischer Gottesdienst zur Gebetswoche für die Einheit der Christen am Sonntag, den 17. Januar um 10.00 Uhr in der Reformierten Kirche in Bern-Bümpliz statt.Im Fürstentum Liechtenstein findet am Sonntag, den 24. Januar um 18 Uhr ein Gottesdienst in Maurenin der evangelischen Pfarrkirche in Mauren zur Gebetswoche statt.

Im Fürstentum Luxemburg wird der Ökumenische Gottesdienst zur Gebetswoche ebenfalls am 24. Januar um 16 Uhr, Pfarrkirche St. Martin, Düdelingen gefeiert

Unterwegs zum Ökumenischen Kirchentag 2010 in München findet der zentrale Gottesdienst zur Gebetswoche für die Einheit der Christen in Bayern findet am Dienstag, 19. Januar, um 19.00 Uhr im Münchner Liebfrauendom, Frauenplatz 1, statt. Landesbischof Johannes Friedrich, Erzbischof Reinhard Marx und Verantwortliche der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen (ACK) in Bayern feiern ihn gemeinsam mit Christen aller Konfessionen. Nähere Informationen dazu gibt es bei der ACK Deutschland unter www.oekumene-ack.de.

Mit Blick auf die geistliche Vorbereitung des europaweit größten ökumenischen Treffens im Mail in München, laden die Veranstalter ein,mit Beginn der Gebetswoche 10 gute ökumenische Vorsätze für das Jahr 2010zu fassen:

Meine ökumenischen 10 guten Vorsätze für das Jahr 2010

1. Ich besuche einen Gottesdienst zur Gebetswoche für die Einheit der Christen vom 18. bis 25. Januar 2010.

2. Ich gebe meinen „EinSatz Hoffnung“ unter www.einsatzhoffnung.de ab.

3. Ich widerspreche, wo – nicht nur zum Thema Konfession – undifferenziert und abfällig über „die Anderen“ geredet wird.

4. Ich informiere mich in meiner Kirchen- oder Pfarrgemeinde über die dortigen ökumenischen Aktivitäten und Angebote.

5. Ich schaue auf den InternetseitenInternetseiten www.bayern-oekumenisch.de und www.oekt.de vorbei.

6. Ich besorge mir unter www.spiritualitaet-leben.de die Materialien für die ökumenischen Exerzitien im Alltag oder melde mich in meiner Gemeinde zu ökumenischen Exerzitien an.

7. Ich schlage das Leitwort des 2. Ökumenischen Kirchentags – „Damit ihr Hoffnung habt“ (1 Petr 1,21) – in der Bibel nach.

8. Ich besuche einen Gottesdienst einer anderen christlichen Konfession.

9. Ich schicke einen Leserbrief zur gesellschaftlichen und sozialen Verantwortung der Christen an eine Zeitung oder kommentiere in diesem Sinne einen Artikel im Internet.

10. Ich frage jemanden, ob er mit mir den 2. Ökumenischen Kirchentag besucht. Zenit 14

 

 

 

 

„Netzwerk Leben“ ist wichtige und notwendige Aufgabe der Kirche

 

Kardinal Lehmann überreichte Urkunden für Beauftragte in den Dekanaten

 

Mainz. Die Initiative „Netzwerk Leben“ kümmere sich um eine nach wie vor „wichtige und ganz notwendige Aufgabe der Kirche“. Das sagte der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, am Donnerstag, 14. Januar, bei einem Treffen der Dekanatsbeauftragten der Initiative „Netzwerk Leben“ im Bistum Mainz.

Lehmann überreichte den Mitarbeitern ihre Urkunden für den neuen Beauftragungszeitraum bis zum Jahr 2013. Schwerpunkte der Arbeit sind bis dahin die Themenbereiche Armut und Arbeitslosigkeit, frühe Hilfen zur Vorbeugung von Kindesvernachlässigung und eine verstärkte Zusammenarbeit mit den rund 200 Kindertagesstätten im Bistum. Der Kardinal dankte den Beauftragten bei dem Treffen im Erbacher Hof in Mainz für ihren großen Einsatz in den vergangenen Jahren.

Zu Beginn der Tagung hatte der Mainzer Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, die Arbeit von „Netzwerk Leben" gewürdigt: „Karitatives Handeln berührt niemals nur den Leib, sondern immer auch die Seele und wird so zu pastoralem Handeln. Auf diese Weise verschwindet die Trennung von Caritas und Pastoral." Die Initiative nehme die Veränderungen in der Gesellschaft wahr und versuche eine Antwort zu geben. „Wir wollen nicht nur reden, sondern wir wollen handeln", sagte Giebelmann. Weiter sagte er: „Vor allem allein erziehende Frauen und kinderreiche Familien tragen ein erhöhtes Armuts-Risiko. Das Netzwerl will die Eltern außerdem in ihrem Erziehungsauftrag unterstützen: Wir suchen einen frühen Zugang zu den Eltern, deren Lebenssituation Gefahrenelemente für eine Vernachlässigung vermuten lassen. Darüber hinaus ermöglichen uns unsere Kindertagesstätten den Zugang zu Familien und können ein Hilfsangebot als Familienzentrum schaffen."

Die Beauftragten hatten sich in Kleingruppen mit den drei Schwerpunktthemen auseinadergesetzt. Bei der Berichterstattung im Plenum wurde unter anderem deutlich, dass die Beauftragten die deutliche Schwerpunktsetzung als sehr hilfreich begrüßten und es insgesamt sehr gute Erfahrungen mit der Zusammenarbeit von Caritas und Pastoral in den vergangenen Jahren gegeben habe. Moderiert wurde das Treffen von Winfried Reiniger von der Stabsstelle „Gemeindecaritas" des Diözesancaritasverbandes Mainz.

Stichwort: Initiative „Netzwerk Leben"

Die Initiative „Netzwerk Leben" war im Januar 2001 nach dem Ausstieg der Katholischen Kirche in Deutschland aus der Schwangerenkonfliktberatung mit Beratungsnachweis gegründet worden. Ihr Ziel ist, über die konkrete Schwangerschaftsberatung von Caritas und dem Sozialdienst katholischer Frauen (SkF) hinaus das Bewusstsein und das Engagement für den Lebensschutz im Bistum Mainz zu fördern. In allen 20 Dekanaten des Bistums sind vom Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, jeweils zwei hauptamtliche Mitarbeiter zu Dekanatsbeauftragten für die Initiative ernannt worden und zwar jeweils ein Mitarbeiter aus dem Seelsorgebereich und ein Caritas-Mitarbeiter. Träger der Initiative „Netzwerk Leben" sind das Bistum Mainz, die Caritasverbände der Diözese und der SkF. Im Jahr 2001 war auch die „Netzwerk Leben"-Stiftung gegründet worden. Unter dem Dach der Wilhelm Emmanuel von Ketteler-Stiftung hat sie zum Ziel, Projekte zu unterstützen, die Hilfen für Frauen und Familien in Schwangerschaft und Notsituationen leisten.

Hinweis: Diözesangeschäftsstelle „Netzwerk Leben", Caritasverband für die Diözese Mainz, Bahnstraße 32, 55128 Mainz, Tel.: 06131/2826-283, Fax: 06131/2826-205, E-Mail: netzwerk-leben@bistum-mainz.de, Internet: www.bistum-mainz.de/netzwerk-leben. tob (MBN)

 

 

 

 

Papst würdigt Bettelorden

 

Papst Benedikt XVI. hat das Wirken der Bettelorden für eine tiefgehende Reform der Kirche im 13. Jahrhundert gewürdigt. Die Orden um den heiligen Franz von Assisi oder den hheiligen Dominikus seien Beispiele dafür, dass in der Kirche „immer wieder Kräfte der Reform aufbrechen“ und eine „Kreativität zum Guten hin immer wieder neu da ist“. Das erklärte Benedikt den Tausenden Gläubigen, die an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz in der vatikanischen Audienzhalle dabei waren. In seiner frei gehaltenen Katechese erläuterte der Papst die historische Entstehung der so genannten Bettelorden.

 

„Damals war gegen die Immobilität der großen monastischen Orden und der Hierarchie ein Aufbegehren in der Kirche lebendig, dass nach der Einfachheit des Evangeliums verlangte, nach der Armut, und das sich in Gegensatz zu Glanz und Größe der offiziellen Kirche setzte. Armutsbewegungen, die aber dann zugleich auch in Häresie verfielen, die Materie – in einem falschen asketischen Streben – ablehnten und als etwas Böses betrachteten, die schließlich davon ausgingen, dass es nicht nur Gott, sondern ein böses Prinzip gibt, weil in der Welt so viel Böses ist. Das sahen sie in der Materie verankert und wurden so mit dem guten Impuls zur Einfachheit, zur Armut, zur Strenge des Glaubens und des Lebens zerstörerisch, weil sie die Größe Gottes verminderten und die Schöpfung nicht mehr liebten. In dieser Situation sind Gestalten wie Franz und Dominikus aufgestanden, die auch den Impuls der Armut, der Einfachheit, der Radikalität des Evangeliums in sich trugen, aber ihn in der Kirche und mit der Kirche als dem wahren Ort des Evangeliums lebten und so in ihr Erneuerung schufen, die dann auch Europa erneuern und umgestalten konnte.“

(rv 13)

 

 

 

Debatte über Afghanistan-Einsatz, Die Bischöfin und der Krieg

 

Das Irritierende an der Debatte über Margot Käßmanns Äußerungen zum Kampf der Bundeswehr in Afghanistan ist weniger der Inhalt - nicht eines der vorgebrachten Argumente ist neu -, sondern die vermeintlichen Eindeutigkeiten, die dabei angeführt werden. Die Gegner Frau Käßmanns werfen ihr „Banalität“ und „Radikalpazifismus“ vor und fordern von ihr, sich solcher Stellungnahmen zu enthalten. Die Äußerungen Frau Käßmanns (“perfide Unterstellung“, „sie knallen auf meine Person“) lassen hingegen erahnen, dass die Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende sich von ihr übelwollenden konservativen Männern umzingelt wähnt - nicht zum ersten Mal in ihrer Karriere. Die Ratsvorsitzende beruft sich ihrerseits auf „die evangelische Friedensethik“ und ihre Bischofskollegen, die ihr eilfertig beigesprungen sind. Sie nennt das, die bestehende innerkirchliche Pluralität übergehend, „die evangelische Kirche“. Der bestimmte Artikel regiert allenthalben.

An Eindeutigkeit mangelt es aber bereits der Textbasis: Die Ratsvorsitzende hat um Weihnachten herum in Interviews, Ansprachen und Predigten vieles gesagt - auch zu Afghanistan. Ihre Äußerungen variierten dabei erheblich, in Wortlaut wie im Sinngehalt. Die Formulierung „nichts ist gut in Afghanistan“, die sie gleichlautend in ihrer Weihnachts- wie in ihrer Neujahrspredigt verwendete und die ihr besonders zum Vorwurf gemacht wird, ist allerdings lediglich ein Predigtkunstgriff. Auch hat sie nicht dem Radikalpazifismus das Wort geredet, sondern - das ist nicht dasselbe - einen raschen Rückzug der Truppen gefordert. Nachdem die Kritik sie erreicht hatte, tat sie dann allerdings ihre Anerkennung für die Ehrlichkeit des amerikanischen Präsidenten kund, der die Aufstockung des Militärkontingents als einzigen Ausweg ausgegeben habe. Recht zusammenpassen will das alles nicht.

Darin könnte ein Grund für das Aufwallen der Empörung (in nachrichtenarmer Zeit) liegen. Aus Kanzelrede und unbedarften Formulierungen in Interviews ist in einer an die geschliffenen und staatstragenden Äußerungen ihres Vorgängers Huber gewöhnten Presse eine religiös-politische Melange mit eigentümlicher Geschmacksrichtung entstanden. Die Existenz eines apolitischen Reinraums des Religiösen zählt zwar auch zu den Eindeutigkeitsfiktionen, doch hat die Ratsvorsitzende in diesem Fall zwei Dinge miteinander vermengt, die man tunlichst unterscheidet: In religiöser Rede kann ein Geistlicher durchaus - provokant formuliert: mit gesunder religiöser Arroganz - die Unzulänglichkeit dieser Welt zur Schau stellen. Dieser rhetorische Akt, der auch eher subtil als geifernd vollzogen werden kann und der sich in der Verkündigung Jesu wie bei den Propheten des Alten Testaments findet, schafft im strengen Sinne erst die Moral, weil er eine Norm aufrichtet, an der sich das moralisch Gute messen lässt. Die Höhe des Evangeliums, das von der Last der Norm frei macht, ist damit selbstverständlich noch nicht erreicht. Aber der Graben zwischen Gott und Welt, zwischen Sollen und Sein ist ausgehoben und damit eine religiöse Grundunterscheidung vollzogen. An der vorfindlichen Wirklichkeit - das ist ja die Pointe des Anspruchs - muss sich solche Rede nicht messen lassen.

Anders verhält es sich, wenn die evangelische Kirche die Gattung der politischen Rede wählt. Die EKD hält mit ihren Denkschriften, an denen sachkundige Laien mitwirken sollen, selbst den Anspruch hoch, umfassend, abgewogen und nicht thetisch zu argumentieren. Entscheidungen der Politik sollen darin nicht vorweggenommen werden. Folglich gilt: Die Kirche muss sich in diesem Fall der Realität mitsamt den ihr innewohnenden Dilemmata aussetzen und sich nachvollziehbar und hinreichend konkret auf diese einlassen.

Die erneuerte Friedensdenkschrift der EKD aus dem Jahr 2007, auf die sich die Ratsvorsitzende nun fortwährend beruft, bleibt hinter diesem Anspruch zurück. Der traditionellen, bis in die Antike zurückreichenden Lehre vom gerechten Krieg mit ihrer Unterscheidung vom „ius ad bellum“ und dem „ius in bello“ wird darin der Abschied gegeben. Die Kriterien dieser Lehre haben in Zeiten asymmetrischer Konflikte zwar an Griffigkeit eingebüßt. Indem die evangelische Kirche die Lehre vom gerechten Krieg - niemand hat behauptet, dass man auch in gerechten Kriegen frei von Schuld bleibt - ebenso wie die katholische Kirche durch eine Lehre vom „gerechten Frieden“ ersetzt, formuliert sie aber keine überzeugende Alternative. Bereits die verquaste Wortwahl nährt den Verdacht, dass unbequeme Härten ausgeblendet bleiben. Die evangelische Kirche bleibt in der Denkschrift eine realistische Perspektive schuldig, wie dieser „gerechte Friede“ erreicht werden soll. Was soll geschehen, wenn auf die von Landesbischöfin Käßmann angemahnten „kreativen Ideen“ vornehmlich Al Qaida kommt? Unter der Hand ist die Friedensdenkschrift zum Steinbruch für wirklichkeitsfremde Rhetorik geworden, die in ihrem Eskapismus in der Tat Parallelen zur Linkspartei aufweist.

Eigentlich sollte doch gelten: Die Unterscheidung von Prophetie und Politik muss nicht erst von außen an eine evangelische Kirche herangetragen werden.

Reinhard Bingener Faz 13

 

 

 

Anselm Grün wird 65

 

Es heißt, er sei der populärste Mönch Deutschlands: Der Benediktinerpater und Bestsellerautor Anselm Grün wird 65. Über 15 Millionen Exemplare seiner spirituellen Bücher wurden weltweit gelesen - und das in mehr als 30 Sprachen. Aus Anlass seines Geburtstages am 14. Januar haben wir mit dem als Ratgeber und „Gottessucher“ bekannten Pater gesprochen. Im Interview mit Aldo Parmeggiani erklärte Anselm Grün, wie man heute Gott suchen und finden könne:

 

„Gott suchen ist für uns Mönche die wichtigste Aufgabe. Der heilige Benedikt versteht den Mönch als einen, der immer Gott sucht. Gott suchen bedeutet, einmal im eigenen Herzen, in der Stille zu fragen: Wer bin ich und welcher ist der tiefste Grund meines Lebens? Wenn ich in mich hineinhorche, spüre ich eine Sehnsucht nach mehr, nach Heimat, nach Geborgenheit, nach Liebe. Das ist für mich eine Öffnung Gott gegenüber.“ (rv 13)

 

 

 

 

Brief Nachtwei an Käßmann. "Danke, dass Sie Anstoß erregt haben"

 

Wir dokumentieren den Brief von Winfried Nachtwei an die Ratsvorsitzende der EKD in Deutschland, Margot Käßmann, im Wortlaut. VON WINFRIED NACHTWEI

 

Sehr geehrte Frau Bischöfin Käßmann, vor Jahren begegneten wir uns persönlich bei einer deutsch-russischen Zivildienst-Tagung in Moskau, zuletzt 2007 bei der Feier zum 50-jährigen Bestehen der Zentralstelle KDV. Als jemand, der seit Ende 2001 als Abgeordneter des Bundestages und Mitglied des Verteidigungsausschusses das deutsche Afghanistan-Engagement und den Bundeswehreinsatz dabei mitverantwortet und intensiv begleitet hat, drängt es mich, Ihnen zu Ihren Afghanistan betreffenden Aussagen in der Neujahrspredigt in Dresden zu schreiben.

Anzeige

 

Zuallererst möchte ich Ihnen für Ihre Predigt insgesamt von Herzen danken: Sie sind ganz nah an der Lebenswirklichkeit, an den Menschen mit ihren Widersprüchen; Sie weichen dem Erschreckenden nicht aus, nennen es beim Namen und helfen zugleich, sich nicht im Erschrecken zu verlieren, machen Mut und Hoffnung. Mir ist als jungem Mann vor Jahrzehnten der explizite Glaube "abhandengekommen". Der vormals sehr gläubige, suchende junge Mann hatte die unmittelbaren Vertreter seiner katholischen Kirche als priesterliche Sprechautomaten erlebt, ohne Ohr, geschweige Antworten auf das, was mich umtrieb - z. B. den Vietnamkrieg damals. Sie haben mich mit Ihrer Predigt erreicht und sehr bewegt. Das müsste auch für viele andere gelten, wenn Sie Ihre ganze Predigt zur Kenntnis nehmen würden.

 

Winfried Nachtwei war bis September 2009 verteidigungspolitischer Sprecher der grünen Bundestagsfraktion. Zurzeit arbeitet er an einem Buch über Friedenspolitik – mit besonderem Focus auf Afghanistan.    Foto: ap

Dass Sie in Ihrer Predigt auch das Erschrecken um Afghanistan zur Sprache gebracht haben, war ausgesprochen notwendig. Offene Worte sind hier Demokratenpflicht: angesichts der äußerst beunruhigenden Entwicklung der letzten Jahre, des beschönigenden wie halbherzigen Umgangs verantwortlicher Politik damit, der existenziellen Not vieler eingesetzter Soldaten und ihrer Angehörigen, angesichts der Gespaltenheit unserer Gesellschaft. Jahrelang wurde - zu Recht - über das "freundliche Desinteresse" der bundesdeutschen Gesellschaft gegenüber den Auslandseinsätzen der Bundeswehr geklagt. Viel besser ist also, es wird Klartext gesprochen und die Auseinandersetzung geführt, als dass übliche Konsensblasen produziert werden. Danke also, dass Sie Anstoß erregt haben.

Viele Reaktionen auf die Afghanistan-Passage Ihrer Predigt waren überzogen. Für manche Ihrer Kritiker scheint es auch eine Gelegenheit zu sein, abzulenken von eigenem politischen Versagen und eigener Ratlosigkeit, abzulenken von der hochsteigenden Angst vor einem möglichen großen Desaster. Es ist falsch und dumm, Sie in die Ecke der Linken zu stellen; denn diese hat sich nach meiner Erfahrung nie für praktische Friedensförderung in Afghanistan engagiert; sie vertritt mit ihrer Forderung nach Sofortabzug eine Position von "Nach uns die Sintflut".

Ihren Grundansatz "Vorrang für zivil" teile ich nicht nur. Ich habe mich auch immer um seine politisch-praktische Umsetzung bemüht. Zugleich will ich nicht verhehlen, dass Ihre Worte zu Afghanistan teilweise meinen Widerspruch hervorrufen. Bei aller Schwierigkeit, ein so komplexes und strittiges Thema mit ca. zehn Sätzen anzusprechen: Mir ist es zu pauschal, eine dichotomische Vereinfachung einer höchst widerspüchlichen Konfliktwirklichkeit:

"All diese Strategien, sie haben uns lange darüber hinweggetäuscht, dass Soldaten nun einmal Waffen benutzen und eben auch Zivilisten getötet werden."

Im Kontext der andauernden Diskussion um den Luftangriff von Kunduz am 4. September klingt das so, als sei mit diesem kriegerischen Akt eine bisher verhüllte und beschönigte Realität des Afghanistaneinsatzes zutage getreten. In Wirklichkeit wurden in Afghanistan über Jahre verschiedene Strategien - politisch ungeklärt - nebeneinander praktiziert: die militante Strategie des sprichwörtlichen "war on terror", wofür lange die Operation Enduring Freedom stand; der UN-mandatierte Stabilisierungsansatz von Isaf zur Sicherheitsunterstützung, bei der Ausübung von Gewalt bis 2006 (Bundeswehr bis 2009) ausgesprochen zurückhaltend geschah.

Aus weltanschaulicher KDV-Sicht sind Soldaten gleich Soldaten, alles potenzielle Todesbringer. In der Wirklichkeit besteht aber ein fundamentaler Unterschied zwischen Soldaten, die z. B. im Rahmen der Wehrmacht, des Vietnam- oder Tschetschenienkriegs zum Einsatz kamen, und solchen, die nach den Regeln der UN-Charta zum Schutz vor illegaler Gewalt, zur internationalen Rechtsdurchsetzung, zur Gewalteindämmung und Friedenssicherung eingesetzt werden. Wenn Bundeswehrsoldaten als Staatsbürger in Uniform nicht in einen Topf geworfen werden wollen mit den ausdrücklichen "Kriegern" mancher anderer Streitkräfte, von der (Ur-)Großvätergeneration ganz zu schweigen, dann ist das vollauf berechtigt.

Seit 2008/09 gibt es auch für die Bundeswehr in Afghanistan ein Nebeneinander von gewaltarmem Stabilisierungseinsatz z. B. in der Provinz Badakhshan und einer Guerillakriegssituation in Kunduz. So unbestreitbar in einzelnen Distrikten und Provinzen eine (Klein-)Kriegssituation herrscht, so falsch ist es, den Gesamteinsatz der Bundeswehr als Kriegseinsatz zu bezeichnen. Das würde nicht nur dem Mandat widersprechen. Das hätte auch enorme Auswirkungen auf die Operationsführung, die Einsatzregeln. Folge wären eine Entgrenzung der Gewaltanwendung und eine Radikalisierung des bewaffneten Konflikts.

"Aber Waffen schaffen offensichtlich auch keinen Frieden in Afghanistan."

Völlig richtig. Nur hat das seit 2001 auch niemand aus der deutschen verantwortlichen Politik behauptet. Und Bundeswehroffiziere sind diejenigen, die am deutlichsten die Vorstellung zurückweisen, mit Waffen Frieden schaffen zu können. Die Frage ist nur, wie in einem Umfeld vieler Gewaltakteure (mit reichlich Kämpfern, Waffenarsenalen und Konfliktstoff) Schutz vor illegaler Gewalt gewährt und ob ohne Waffen Staatlichkeit und Gewaltmonopol aufgebaut werden können. Auffällig ist übrigens, wie wenig hierzulande die Erfahrungen von UN-Friedensmissionen eine Rolle spielen, die in vielen Post-Konflikt-Ländern Minimalschutz gewährleisten. Kamen in irgendeiner Weihnachts- und Neujahrspredigt die humanitären Großskandale von Ostkongo und Darfur irgendwo zur Sprache?

"Wir brauchen mehr Fantasie für den Frieden, für ganz andere Formen, Konflikte zu bewältigen."

Darauf dränge auch ich immer und immer wieder bei meinem Einsatz für zivile Krisenprävention und Friedensförderung. Und unbestreitbar besteht ein krasses Missverhältnis zwischen Aufwendungen für militärische Sicherheitspolitik und denen für zivile Konfliktbearbeitung und Peacebuilding. Allerdings können solche Worte auch schnell zu einer appellativen Leerformel werden.

Denn nötig sind für Friedensförderung vor allem Kompetenz, Fachleute, Fähigkeiten, Investitionen - und zuallererst Aufmerksamkeit. Aufmerksamkeit für das, was es an hoffnungsvollen und wirksamen Bemühungen, neuen Instrumenten und Akteuren der Friedensförderung gibt. An dieser Aufmerksamkeit mangelt es extrem. Beispiel Afghanistan: Bei fast jedem meiner inzwischen 14 Besuche dort erlebte ich bewundernswerte Projekte, Initiativen, Menschen, auch partielle Fortschritte in einem sich verdüsternden Umfeld. Deutsche EntwicklungshelferInnen wie Polizisten beklagen immer wieder, dass ihre Arbeit hierzulande kaum bis gar nicht wahrgenommen werde, völlig zugedeckt von der vorherrschenden Militärfixiertheit auf allen (!) Seiten des politischen Spektrums.

Insofern widerspreche ich auch Ihrer Feststellung "Nichts ist gut in Afghanistan": Als wären all die anderen Aufbau- und Friedensanstrengungen in Afghanistan nicht der Rede wert. Unbestreitbar werden sie überschattet und zunehmend infrage gestellt durch die Konfliktverschärfung seit 2006, durch den in verschiedenen Landesteilen wuchernden Krieg. Aber diese Aufbaubemühungen sind die einzigen Chancen, dort überhaupt auch den Frieden gewinnen zu können. Wer diese Chancen nicht wahrnimmt und anpackt, hat sowieso schon verloren! (Hier sehe ich übrigens ein großes Versagen breiter Teile der deutschen Friedensbewegung, wo eine unterschiedslose Totalkritik der Isaf-Militärs einhergeht mit einer notorischen Nichtbeachtung der konkreten Friedenskräfte und -potenziale. Das produziert Erschrecken ohne jede Hoffnung. Friedenspolitische Wirkungslosigkeit ist damit vorprogrammiert.) Um Aufmerksamkeit für Entwicklungen und Ereignisse jenseits des Bad-news-Mechanismus zu fördern, stelle ich seit Sommer 2007 "Better News statt Bad News aus Afghanistan" zusammen, parallel zu meinen Bad-news-Veröffentlichungen zur Unsicherheitslage. Die jüngsten Ausgaben füge ich Ihnen bei.

Ihre tiefe Beunruhigung über die Entwicklung in Afghanistan teile ich ebenso wie Ihre Grundbotschaft für mehr Fantasie (Einsatz, Ressourcen) zur Friedensförderung.

Mit meiner Wortmeldung wollte ich dazu beitragen, dass die dringend notwendige breite Debatte um den Krieg in Afghanistan, um Wege der wirklichen Kriegsbeendigung nicht in einem Schlagabtausch von Gesinnungen und Bekenntnissen stecken bleibt, sondern mit mehr Sorgfalt geführt und dadurch produktiver wird.

Bei nahezu allen Trauerfeiern für in Afghanistan umgekommene und gefallene Bundeswehrsoldaten und Polizisten war ich dabei. Hier fühlte ich immer wieder besonders deutlich, wie sehr die Politik in der Pflicht ist, den eigenen Soldaten - und Polizisten, Diplomaten, Entwicklungshelfern - nur solche Einsätze zuzumuten, die nicht nur legitim, sondern auch friedens- und sicherheitspolitisch dringlich, sinnvoll, aussichtsreich und leistbar sind.

Das erfordert höchste Sorgfalt im Hinsehen, Sprechen, Handeln - nicht nur bei den entsandten Soldaten, sondern vor allem auch bei der Politik, aber auch in der Gesellschaft. Die Politik war hier bisher kein Vorbild.

Unabhängig von unserer politischen Einschätzung des Afghanistaneinsatzes haben die von Bundesregierung und Bundestag dorthin entsandten Soldaten, Entwicklungshelfer, Polizisten, Diplomaten die Aufmerksamkeit, die Anteilnahme und Unterstützung aller Bürgerinnen und Bürger verdient. Wir dürfen sie nicht ignorieren und alleinlassen.

Mit besten Wünschen für ein friedlicheres 2010 grüßt Sie herzlich

gez. Winfried Nachtwei Münster, im Januar 2010 Taz 13

 

 

 

Ist Gott Allah? Islam und Christentum sollten sich respektieren, nicht bekämpfen.

 

Die Debatte in Malaysia hat auch erstaunliche Parallelen in Deutschland: Christliche Fundis wettern wie ihre Glaubensvetter: ausschließend, verletzend und aggressiv. Das Oberste Gericht in Kuala Lumpur hatte am 31. Dezember entschieden, Allah sei das allgemeine arabische Wort für Gott und nicht exklusiv für den Islam. Mit dem Urteil endete ein mehr als zweijähriger Rechtsstreit zwischen der katholischen Kirche Malaysias und der Regierung des Landes über die Verwendung des Wortes Allah.

 

Zur Erinnerung, weil es auch hierzulande immer noch nicht so bekannt ist: Arabische Christen rufen seit jeher in der arabischen Welt ihren/unseren Gott selbstverständlich mit „Allah“ an. Wieso also die ganze Aufregung?

 

Die Geschichte ist insofern bemerkenswert, weil sie sehr deutlich macht, dass eine fundamentalistische Auslegung der Religion exklusivistisch und verletzend ist und es sogar sein soll, indem sie aggressiv gegen andere Religionen oder Nichtreligionen auftritt.

 

In Europa und speziell in Deutschland wird leider immer häufiger und militanter von christlich fundamentalistischen Kreisen und Gruppen versucht, Identität durch Abgrenzung zu den Muslimen zu erzeugen und zwar ähnlich wie in Malaysia mit der Diskussion um Gott/Allah – nur in umgekehrter Stoßrichtung versteht sich.

 

Der ehemalige Bundestagsabgeordnete und rechte Hardliner Martin Hohmann ist da ein beredtes Beispiel dafür. Er behauptete doch allen Ernstes, Allah wäre eine „altarabische Naturgottheit“ und die Muslime glauben nicht an den Gott der Christen. Diese These findet sich heute in vielen einschlägig bekannten rechtsradikalen Internetforen und Publikationen als „Wissen“ über den Islam wieder.

 

Es gehört allgemein zum Fahrplan und Weg der Rechten, dass sie über diese Themen weiter versuchen, die Muslime in diesem Land zu marginalisieren. Schade nur, dass auch manch kirchliches Oberhaupt in etwas schwachen Minuten diese Diskussion missverständlich aufgegriffen hat. So zum Beispiel die heutige EKD-Chefin, damals noch Hannoveraner Bischöfin, Margot Käßmann, als sie in einem Zeitungsartikel verlauten ließ: „Gott ist nicht Allah.“

 

Motiv und Motivation bei all diesen Geisterdebatten ist die Angst vor dem Fremden, dem Unbekannten. Der nächste Schritt ist dann nicht mehr weit: Gegenüber dem Fremden muss zur Verteidigung des eigenen Glaubens geschritten werden, denn er unterwandert diesen ja. Und schon befindet man sich in einer destruktiven Abwehrschlacht. In so einer Phase sagt übrigens der Koran zu den Muslimen: „Euch eure Religion und uns unsere Religion“ (Koran: Sure 109, Vers 6). Ich würde mir wünschen, dass wir Muslime diese Gelassenheit öfter an den Tag legen würden.

 

Der Imam Mohd Tamyes Abdul Wahid in Malaysia rechtfertigte die Proteste mit den Worten, Muslime müssten immer zur „Verteidigung ihrer Religion“ bereit sein. In radikalen Internetblogs in Malaysia schüren Scharfmacher die Stimmung gegen andere ethnische Gruppen und Religionen. Angriffe und Schändungen auf Kirchen sind nun die Folge. Sie sind eine Schande für jeden Muslim und in aller Schärfe zu verurteilen! Die Rhetorik in den Foren dort kommt einem seltsam bekannt vor, wird sie doch jeden Tag in den eben zitierten einschlägig bekannten rechtsradikalen Internetblogs gegen die Muslime verwendet.

 

Dort, wo der Hass gegen die Muslime geschürt wird und wo bisher der Verfassungsschutz kaum etwas anzufangen wusste, wenn wieder einmal die Würde des Menschen (Artikel 1 des Grundgesetzes) mit Füßen getreten wird, wenn die Religionsfreiheit (Artikel 4) gerade mal wieder zum hunderttausendsten Mal für die Muslime exklusiv infrage gestellt wird.

 

Die Vorgänge in Malaysia zeigen in der Tat frappierende Parallelen und Ähnlichkeiten zu der Diskussion, die wir hierzulande haben. Religion – „Din“ wie es im Arabischen heißt – taugt aber nicht für eine Abwehrschlacht. Religion sollte praktisches Bekenntnis sein, dass wir Menschen unseren einen Schöpfer, ob er nun Jehova, Gott oder Allah heißt, erkennen mögen und ihm dienen.

 

Und letztlich ist es Allahs Entscheidung, sein Wille, der Wille des Erhabenen, wohin die Reise gehen soll. Warum spielen sich manche Anhänger der Religionen als Richter auf und nicht als seine Diener? Warum füllen wir nicht viel lieber unser Glaubensbekenntnis mit „La illaha illallah“ (es gibt keine Gottheit außer Gott) einfach in praktischer Weise mit Leben?

 

Warum können wir nicht (allesamt Juden, Christen, Muslime) die Lessing’sche Gelassenheit an den Tag legen, zu dem uns der Koran (Sure 5, Vers 48) ermuntert: „Und hätte Gott es gewollt, Er hätte euch – Juden, Christen und Muslime – zu einer einzigen Gemeinde gemacht. Doch wollt Er euch prüfen in dem, was Er jedem von euch gab. Wetteifert darum in den guten Taten.“ Aiman A. Mazyek, Generalsekretär des Zentralrats der Muslime in Deutschland.  Tsp 14

 

 

 

 

Gespräch des SPD-Parteivorsitzenden mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz

 

Der Vorsitzende der Sozialdemokratischen Partei Deutschlands, Sigmar Gabriel, und der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, sind heute zu einem einstündigen Meinungsaustausch im Willy-Brandt-Haus in Berlin zusammengetroffen. Es war die erste Begegnung von Erzbischof Zollitsch mit Sigmar Gabriel in dessen Funktion als Vorsitzender der SPD.

 

Im Mittelpunkt des Gesprächs standen Fragen des Zusammenhalts der Gesellschaft sowie die Debatte um den Auslandseinsatz in Afghanistan.

 

Sigmar Gabriel betonte, mit ihrer künftigen Politik wolle die SPD entschieden dafür eintreten, soziale Gerechtigkeit in Deutschland zu sichern. „Wir werden eine offene Diskussion auch über die Frage führen, was an den Reformen der vergangenen Jahre gut und was weniger gut war. Bei dieser Debatte wollen wir nicht nur die Parteibasis beteiligen, sondern alle Interessierten. Gerade die Kirchen können dabei wichtige Impulse geben.“

 

Erzbischof Zollitsch unterstrich seine Wertschätzung für das demokratische Parteiensystem. Zollitsch ermutigte die SPD, ihr Wertefundament noch deutlicher in den Mittelpunkt des politischen Handelns zu stellen. „Die Menschen erwarten von der Politik klare Antworten auf ihre Fragen und vor allem Sorgen. Dabei spielt das Wertesystem eine immer größere Rolle.“ Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz und Parteichef Sigmar Gabriel unterstrichen die gemeinsame Auffassung, dass es notwendig sei, zügig aus der globalen Finanz- und Wirtschaftskrise Konsequenzen zu ziehen. Ein bloßes „weiter wie bisher“ dürfe es in Zukunft nicht geben. Sigmar Gabriel erklärte, dass der sozialdemokratische Maßstab für die notwendigen Antworten in den Grundwerten Freiheit, Gerechtigkeit und Solidarität liege. „Ausgangs- und Zielpunkt unserer Politik ist die Würde jedes und jeder Einzelnen“, betonte der SPD-Parteivorsitzende.

 

Im Blick auf die Debatte um den Afghanistan-Einsatz deutscher Soldaten unterstrich der SPD-Vorsitzende: „Es ist gut, dass die Debatte endlich geführt wird. Und es ist gut, dass die Kirchen öffentlich dazu aufgefordert haben, sie ehrlich zu führen. Es gehört zur politischen Verantwortung, die Augen vor der Wirklichkeit nicht zu verschließen. Hier kann sich niemand wegducken, gerade weil es keine einfachen Antworten gibt.“ Beide sahen es zudem als dringliche Aufgabe an zu verhindern, dass Ängste sich in Fremdenfeindlichkeit und Antisemitismus niederschlagen.

Erzbischof Zollitsch und Sigmar Gabriel verabredeten, über gemeinsame Fragen den intensiven Austausch zwischen der Deutschen Bischofskonferenz und der SPD fortzusetzen. De.it.press