Notiziario religioso 15-17 Gennaio
2010
Venerdì 15. Il commento al Vangelo. La guarigione del paralitico
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia
odierna (Mc 2,1-12) commentato da P. Lino Pedron
1 Ed entrò di
nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2 e si radunarono
tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli
annunziava loro la parola.
3 Si recarono da
lui con un paralitico portato da quattro persone. 4 Non potendo però
portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto
dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva
il paralitico. 5 Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti
sono rimessi i tuoi peccati».
6 Seduti là erano
alcuni scribi che pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così?
Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».
8 Ma Gesù, avendo
subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro:
«Perché pensate così nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile: dire al
paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio
e cammina? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla
terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati,
prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». 12 Quegli si alzò, prese il suo
lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e
lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
Il perdono è
attività tipicamente divina: perdonare è creare di nuovo. Pretendere di
perdonare i peccati vuol dire attribuirsi la potenza creatrice di Dio stesso.
Da questa pretesa deriva l’accusa di bestemmia rivolta a Gesù. Si capisce
allora il significato della guarigione che segue: "Perché sappiate che il
Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino -
disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa
tua"(vv. 10-11). Notate: sulla terra! Dio solo ha questo potere. Ora, in
Gesù la potenza stessa di Dio è presente in mezzo agli uomini, a loro
disposizione, come forza efficace di salvezza. Giustamente i presenti si
meravigliano e dicono: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!" (v.
12).
L’agire di Gesù
appare come un segno visibile della presenza di Dio che salva. Egli non è
soltanto uno che diagnostica il male: ha il potere personale di liberare l’uomo
dal male. E, se qualcuno, come gli scribi, lo mette in dubbio, egli sa
dimostrarlo coi fatti. Gesù non è uno dei tanti saggi che comunica il sapere;
la sua parola è azione creatrice: il malato diventa sano, il peccatore giusto.
Solo Dio può
guarire dalla lebbra (2Re 5,7; Mc 1,42); solo lui può rimettere i peccati. La
lebbra è la malattia mortale che distrugge l’esterno, il peccato è la malattia
mortale che distrugge l’interno dell’uomo: è una paralisi che impedisce di
muoversi e di raggiungere Dio. Gesù purifica la nostra vita dalla morte proprio
perdonando il peccato e rimettendoci sulla strada che ci porta a Dio.
La legge è buona
perché distingue il bene dal male, la vita dalla morte. Ma non salva nessuno,
anzi ci condanna tutti, perché seguiamo la via del male e della morte. Essa ha
come fine quello di farci vedere la nostra lebbra, di mostrarci la nostra
paralisi e di convincerci del nostro peccato, perché possiamo rivolgerci al
medico per essere guariti.
"La legge è
per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo
giustificati per la fede" (Gal 3,24). La sua funzione è indispensabile per
condurci continuamente davanti al perdono di Dio. Giunti lì, la legge ha
espletato completamente la sua funzione. Essa cessa quando si è raggiunta la
grazia.
Il vangelo è la
buona notizia che Dio non è né la coscienza né la legge, ed è più grande del
nostro cuore (1Gv 3,20). Egli è puro amore e grazia, e si prende cura del
nostro male e della nostra morte. Invece di escluderci, ci tocca come ha
toccato il lebbroso; invece di condannarci, ci perdona come ha perdonato il
paralitico. Così ci guarisce da ciò che ci impedisce di camminare per la via
del bene e della vita.
Si può dire che la
legge è la diagnosi del male e il vangelo ne è la terapia. Per quanto diverse,
la diagnosi e la terapia sono tutte e due necessarie. Il centro di questo brano
è il perdono del peccato, che nessuna legge e nessuna coscienza può concedere.
In questo racconto
è in gioco la vera immagine di Dio, che è perdono e misericordia, e la vera
immagine di Gesù, che è il Figlio dell’uomo che ha il potere di rimettere i
peccati e di salvare l’uomo.
La Chiesa è
raffigurata come la casa dalla porta spalancata a tutti, al cui centro sta
Gesù, verso il quale corrono tutti. Sopra di lui anche il tetto è scoperchiato
e aperto verso il cielo. Bisogna togliere ogni ostacolo perché tutti arrivino a
Gesù per ottenere il perdono e la vita.
Il paralitico non
ha ancora la fede. Se l’avesse, camminerebbe, perché credere è seguire Gesù
(cfr Mc 1,15-20). Si parla invece della fede dei suoi portatori. Chi già
cammina, porta a Gesù chi è ancora legato dal male. Il credente è responsabile
davanti a Dio del mondo intero. Chi ancora non crede è portato a Cristo dalla
fede del credente.
In sintesi: il
peccato è in radice l’ignoranza dell’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e
accoglienza infinita per tutte le sue creature. L’angoscia è il posto vuoto di
Dio nel cuore dell’uomo, e nessun idolo può sostituirlo.
In questo brano
Gesù dichiara, per l’unica volta, il motivo dei suoi miracoli. Essi servono a
noi per sapere chi è lui e che cosa ci dona: il perdono dei peccati. I miracoli
sono le credenziali della sua missione divina, perché solo Dio può perdonare i
peccati. p. Lino Pedron, de.it.press
Sabato 16. Il commento al Vangelo. La chiamata di Levi
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 2,13-17) commentato da P. Lino Pedron
13 Uscì di nuovo
lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. 14 Nel passare,
vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:
«Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù stava a mensa in casa di
lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi
discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 Allora gli scribi
della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani,
dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei
pubblicani e dei peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non
sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per
chiamare i giusti, ma i peccatori».
Gesù chiama Levi,
un peccatore, un pubblicano, un lontano dal regno di Dio. Non ci può essere
dimostrazione più evidente che la vocazione è un fatto gratuito, un’azione
creatrice. Quando Dio chiama, crea nel chiamato la forza per rispondere: lo fa
su misura per la missione a cui lo destina.
Dio non vuole
l’emarginazione di nessuno. Ogni peccatore può trovare la via del bene se i
buoni sanno convivere e banchettare con lui. La missione di Gesù, e quindi
anche della Chiesa, non è quella di alzare barriere di protezione, ma di
abbatterle per mescolarsi col mondo. Una società che emargina i traviati, non è
una società cristiana.
L’atteggiamento di
Gesù che siede a tavola coi peccatori pubblici, coi collaborazionisti della
potenza occupante (l’impero romano), coi rinnegati e gli scomunicati, ai
farisei risulta ripugnante. Essi, uomini pii e giusti, credono di avere il
monopolio dell’amore di Dio; ma la bontà del Signore che si manifesta nei gesti
di Gesù, sovverte tutte le loro teologie e la loro giustizia. Devono ancora
imparare una verità fondamentale: la religione è serva di tutti e non è padrona
di nessuno.
Gesù si presenta
come il medico, colui che è capace di accostarsi alla malattia degli uomini
senza esserne contagiato, ma, al contrario, distruggendola.
"Non sono
venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori" dice Gesù. Ma sulla terra
"non c’è nessun giusto, neppure uno" (cfr Sal 14), perché "tutti
hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23). Il Signore
quindi è venuto per noi: è il medico e il salvatore di tutti. Però lo accolgono
solo quelli che sanno di essere malati e perduti. I giusti restano sempre nella
lista d’attesa della salvezza, finché non si riconoscono peccatori.
In questo brano
abbiamo due scene strettamente collegate: la chiamata di Levi e il pasto con i
peccatori. La prima insegna che il nostro peccato non impedisce la chiamata di
Gesù. Il pasto con i peccatori mostra la pazienza che Gesù ha verso chi lo
segue, ma non ha ancora rotto del tutto con il male.
Mangiando e
bevendo con gli uomini, Gesù rivolge a tutti la sua parola di salvezza e non
esclude nessuno dalla propria compagnia. Per lui non esiste separazione tra
"santi" e "peccatori". Egli sa che coloro che hanno
sperimentato il vuoto della vita "mondana", spesso si dischiudono più
facilmente all’invito di Dio e sono capaci di un più grande amore verso Dio e
verso gli uomini di coloro che osservano grettamente la legge (cfr Lc 7,36-50;
10,1-10; 18,10-14).
L’eucaristia, di
cui il pasto è immagine, non è solo cibo dei perfetti e dei meritevoli, ma è
soprattutto medicina dei deboli e sostegno degli sfiduciati. Per questo
accediamo alla comunione con lui dicendo: "Signore, non sono degno".
Gesù è il medico
venuto a portare la medicina unica e universale: la misericordia del Padre.
Egli è l’amore gratuito, la cui grandezza non è proporzionale ai meriti, ma al
bisogno. Anzi, supera lo stesso bisogno perché il perdono è il super-dono, una
misericordia infinitamente più grande del nostro peccato. La salvezza è
accogliere questa misericordia, sorgente della vita nuova di Dio.
Gli scribi e i
farisei, che volevano essere maestri della vera religione, non erano neppure
discepoli di essa. Pretendevano di essere giusti perché osservavano tutte le
leggi di Dio, tranne quella più importante, che rende gli uomini simili a Dio:
amare tutti con il suo stesso amore, che è direttamente proporzionale alla
nostra non amabilità.
La domanda degli
scribi e dei farisei viene rivolta ai discepoli; la risposta però viene da
Gesù. Questo è il modo proprio di procedere della Chiesa: ogni questione che le
si presenta deve trovare solo in Gesù la risposta. La nuova legge, quella
insuperabile e definitiva, è Cristo, ciò che lui ha detto e ha fatto.
Dobbiamo trattare
i peccatori come ha fatto lui. Egli detesta il male proprio perché ama il
malato. Odia il peccato perché ama il peccatore. Quando ameremo i fratelli con
la tenerezza infinita del Padre, partendo dagli ultimi, allora sarà perfetto
anche in noi l’amore del Figlio, e saremo come lui. Solo l’amore gratuito e
misericordioso di Dio salva tutti. p. Lino Pedron, de.it.press
Domenica 17. Il commento al Vangelo. Le nozze di Cana
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 2,1-11) commentato da P. Lino Pedron
1 Tre giorni dopo,
ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato
alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare
il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose:
«Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre
dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».
6 Vi erano là sei
giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre
barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino
all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di
tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata
vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i
servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti
servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno
buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede
inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi
discepoli credettero in lui.
Più che la cronaca
delle nozze di Cana ci deve stare a cuore la significativa presenza di Gesù e
di sua Madre.
Giovanni ha un suo
stile nel presentarci Maria. Egli non la chiama mai con il suo nome, ma con l’appellativo
di Madre di Gesù (v. 1) o di Donna (v. 4), perché a lui interessa mettere in
risalto non tanto la sua individualità quanto il ruolo che le compete. In tutto
il vangelo di Giovanni, Maria è presente solo in due momenti: a Cana, quando
Gesù dà inizio alla sua prima manifestazione, e sul Calvario, quando il Figlio,
nel momento conclusivo della sua missione, la consegna come madre al discepolo
amato (19,25-27).
Per comprendere
bene il vangelo di Giovanni è importante richiamare il principio fondamentale
che regola la comprensione di questo vangelo: la presenza di due livelli di
lettura. Ogni pagina del testo sacro contiene un livello storico, che è quello
dei precisi ricordi storici di cui si serve l’evangelista nel narrare la sua
catechesi, e un livello teologico, che è quello sottinteso al testo e presente
nella mente dell’autore che scrive, interpretando il fatto alla luce
dell’evento pasquale. Storia e teologia si legano e si compenetrano.
L’intero episodio
di Cana, riletto alla luce della Pasqua, va letto così: le nozze rappresentano
l’Antica Alleanza a cui anche Maria appartiene. Lo sposo e la sposa sono Dio e
il popolo d’Israele tra cui non si è instaurata una relazione permanente di
amore, nonostante i vari tentativi di Dio. Maria, simbolo del giudaismo che
viveva in attesa della speranza messianica, rappresenta l’umanità bisognosa,
che desidera la liberazione e attende la rivelazione piena della salvezza. Il
segno del vino nuovo rappresenta il messaggio evangelico di Gesù.
Il vino, nel
linguaggio dell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore tra lo sposo e la
sposa, segno di gioia ed elemento essenziale per le nozze (cfr Ct 1,2; 5,1;
7,10; 8,2). Per i profeti esso è considerato un gran dono di Dio, e la sua
mancanza, causata dall’infedeltà d’Israele all’Alleanza, una vera sciagura (cfr
Gl 2,19-26; 4,18; Am 9,13-14; Is 25,6; 62,5-9; Os 2,21-24; 14,7). Per la
tradizione ebraica in genere, il vino è associato alla Legge, di cui è uno dei
simboli preferiti (cfr Pr 9,2.5; Sir 24,23). Sullo sfondo del giudaismo, si può
dunque dire che il vino di Cana è simbolo della Parola di Dio, è la rivelazione
di Gesù, "la grazia della verità"(1,17) che egli ha portato, cioè il
dono della sua rivelazione: "Infatti la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo" (Gv 1,17).
La risposta di
Gesù a sua madre: "Che cosa c’è tra me e te, o Donna?" (v. 4) indica
il nascere di una divergenza di vedute tra i due. Gesù vuole affermare che le
relazioni tra di loro non vanno poste su un piamo umano, ma su una prospettiva
superiore, che è quella della sua missione di rivelatore del Padre. Mentre
Maria, cioè, si ferma al livello del vino che manca, per la gioia della festa
di nozze (=livello umano), Gesù, invece, pensa a dare inizio al suo ministero
profetico ed eleva la sua risposta sul piano del compimento della volontà del
Padre. Egli pensa al dono messianico della "vita eterna",
simboleggiato dal vino nuovo, che sta per donare all’uomo (=livello superiore).
Ma la novità che
Gesù porta all’uomo è qualcosa di legato alla "sua ora": "Non è
ancora giunta la mia ora" (v. 4). L’"ora di Gesù" non è il
momento in cui sta per compiere il primo miracolo, ma il tempo della
passione-morte-risurrezione del Cristo. L’ora di Gesù è tutta la sua vita
terrena vissuta in conformità alla volontà del Padre, che comincia qui a Cana e
raggiunge la sua pienezza sulla croce, vertice della rivelazione messianica di
Gesù al mondo e preludio del suo ritorno al Padre (7,30; 8,20; 13,1; 17,1:
19,27).
La risposta di
Gesù nel dialogo con Maria ha un suo preciso significato: è il superamento del
primo livello terreno, in cui si trova ancora l’antico Israele e il passaggio
nella fede, che il "resto d’Israele", tramite Maria, compie. Infatti,
la Madre di Gesù, con le parole rivolte ai servi: "Fate quello che egli vi
dirà" (v. 5) risponde all’invito di Gesù ed entra nel piano della
disponibilità al progetto di Dio.
Non è difficile
accostare l’espressione usata da Maria con quella che il popolo di Dio
peregrinante nel deserto espresse al Sinai: "Tutto quello che il Signore
ha detto, noi lo faremo" (Es 19,8; 24,3.7). Come Mosè al Sinai fu il
mediatore tra Dio e il popolo, introducendo Israele nell’alleanza con Dio, così
Maria a Cana introduce i servi, dopo aver lei stessa aderito alla volontà di
Dio. Come al Sinai all’atto di fede seguì il dono della legge, così a Cana alla
fede di Maria trasmessa ai servi, segue il dono del vino nuovo, che è la nuova
legge, la "lieta notizia" portata da Gesù. Le parole di Maria sono
come la ripresa di un solenne impegno assunto dal popolo d’Israele (cfr Paolo
VI, Marialis cultus, n. 57).
Il confronto tra
il Sinai e Cana ci permette di comprendere nella sua verità anche il
significato che l’evangelista attribuisce a Maria con l’appellativo di Donna
(v. 4). Con il nome di Donna, Maria non è più solo la Madre di Gesù, ma la
Donna-Madre, che dovrà svolgere un compito specifico nell’opera di salvezza del
Figlio: rappresentare il popolo dell’alleanza nel suo atteggiamento di apertura
e di disponibilità alla Parola di Dio. Essa è la Madre-Sion (Sal 87,5; cfr Is
2,2-5; Mi 4,1-3; Zc 8,20-23), la nuova Gerusalemme che raduna i suoi figli per
la costruzione del nuovo popolo di Dio (cfr Is 51,18-20; 66,8), il nuovo
Israele nella sua situazione escatologica, definitiva. Maria a Cana è
l’immagine di Israele giunto al suo compimento e quindi l’immagine della
Chiesa.
Maria con queste
sue ultime parole registrate dell’evangelista, ha raggiunto lo scopo della sua
opera. Essa ha aperto la strada all’umanità perché si incontri con Cristo.
p. Lino Pedron,
de.it.press
Domenica 14. II del tempo ordinario. Amarti è una festa!
Una delle
caratteristiche della religione pagana era la paura della divinità, paura che
si tentava di esorcizzare mediante l’osservanza meticolosa e ossessiva di
pratiche, di tabù, di riti purificatori. Ne derivava un rapporto con Dio
deformato e angosciante. Paolo chiama questo tempo “carcere”, epoca in cui gli
uomini erano schiavi degli “elementi del mondo” e si affidavano a “rudimenti
miserabili e senza efficacia” (Gal 4,3.9).
Questa religione
strutturata secondo i parametri della miseria psicologica umana è riapparsa nel
giudaismo, religione dei doveri che si concretizzavano nel groviglio di
obbligazioni e norme, osservanze, proibizioni, espiazioni, “precetti e
insegnamenti umani senza alcun valore” (Col 2,22-23). Ha posto fine al dialogo
gioioso con il Dio, padre e sposo, predicato dai profeti e ha segnato l’inizio
della festa di nozze senza vino, senza gioia, senza slanci d’amore, senza spontaneità
e libertà.
Il pericolo non è
stato scongiurato definitivamente neppure dall’invito di Gesù a liberarsi da
questo giogo opprimente e insopportabile (Mt 11,28).
Ritroviamo questo
rapporto errato con Dio ogni volta che ricompare la religione dei precetti, del
legalismo, dei meriti, delle minacce. E’ una religione che toglie il sorriso,
genera ansie, angosce e scrupoli, trasforma anche la festa in un dovere
giuridico. La festa di precetto associa la gioia di ritrovarci con i fratelli
nel “giorno del Signore” con l’idea dell’obbligo e della paura di fare peccato
mortale.
Può allietare Dio
il sentirsi amato per il timore che incutono i suoi castighi?
E’ urgente
ristabilire con lui un rapporto d’amore sponsale e accogliere l’acqua che
Cristo ci offre (il suo Spirito che rende liberi), acqua che si trasforma in
vino, fonte di gioia.
Prima Lettura (Is
62,1-5)
1 Per amore di
Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi darò pace,
finché non sorga come stella la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
2 Allora i popoli vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
ti si chiamerà con un nome nuovo
che la bocca del Signore indicherà.
3 Sarai una magnifica corona nella mano del
Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma tu sarai chiamata Mio compiacimento
e la tua terra, Sposata,
perché il Signore si compiacerà di te
e la tua terra avrà uno sposo.
5 Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposerà il tuo architetto;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.
Nella Bibbia
vengono impiegati vari simboli per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo.
Egli è liberatore, alleato, re, pastore… Il profeta Osea introduce un’altra
immagine – la più espressiva di tutte – quella coniugale: il Signore è lo
sposo, Israele la sua sposa. Gli israeliti hanno impiegato un po’ di tempo ad
applicarla al loro Dio (e la stessa sorte è toccata all’immagine di “padre”)
perché temevano che qualcuno equivocasse fantasticando su avventure amorose
come quelle degli dèi greci o immaginando teogonie sul tipo di quelle egiziane
e mesopotamiche. Scongiurato il pericolo, ecco che nei grandi profeti – Isaia,
Ezechiele, Geremia – quest’immagine diviene la più rilevante. Come un filo
d’oro è presente in tutto il NT.
Nella lettura di
oggi la sposa del Signore è Gerusalemme. E’ ridotta in una condizione pietosa:
ripudiata dal suo sposo, umiliata, vive in solitudine e, con scherno, la
chiamano l’abbandonata, la devastata (v.4).
Gerusalemme, la
ragazza stupenda, “la regina fra le nazioni, la signora fra le province” (Lam
1,1) ha perso il suo fascino e “piange amaramente nella notte; le sue lacrime scendono
sulle guance e nessuno le reca conforto fra tutti i suoi amanti” (Lam 1,2).
Così l’hanno
ridotta le sue infedeltà allo sposo. I numerosi amanti (gli dèi dei Cananei,
degli assiri e dei Babilonesi) l’hanno sedotta e, dopo aver abusato di lei,
l’hanno abbandonata e derisa.
E’ definitivamente
compromesso il suo matrimonio con il Signore? Quale marito riprende la sposa
infedele quando è ormai sfigurata dai suoi vizi?
Al ritorno
dall’esilio di Babilonia, gli israeliti trovano Gerusalemme ridotta ad un
cumulo di rovine e pensano che Dio abbia ripudiato per sempre la sua città.
Il profeta che
conosce i sentimenti del Signore, sa che il suo amore non è “come una nube del
mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4), non è condizionato
dalla fedeltà della sposa. Egli ama sempre e comunque. Al popolo scoraggiato
promette: Gerusalemme riceverà un nome nuovo, sarà chiamata mia favorita.
Seconda Lettura (1
Cor 12,4-11)
4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno
solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;
6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per
l’utilità comune: 8 a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della
sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di
scienza; 9 a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di
far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; 10 a uno il potere dei miracoli; a
un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti;
a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle
lingue. 11 Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera,
distribuendole a ciascuno come vuole.
Carisma significa:
dono gratuito di Dio, dunque è qualcosa di molto buono, eppure, nella comunità
di Corinto regnava una notevole confusione proprio a causa dei carismi. Invece di
essere posti a servizio dell’unità, venivano impiegati per primeggiare, per
competere, per farsi valere sugli altri.
A causa dei
carismi erano sorte invidie, gelosie, dissensi.
Fra tutti i
carismi ce n’era uno particolarmente apprezzato: il dono delle lingue.
Consisteva nella capacità, durante le preghiere comunitarie, di entrare in
estasi e di esprimersi in un linguaggio strano. Qualcosa di simile a quello che
accade anche oggi durante gli incontri dei membri di certe sette: il ritmo
della musica, la ripetizione di suoni arcani, le danze, i profumi, le luci
soffuse portano a manifestazioni parossistiche e al trans. In questo contesto
di esaltazione collettiva qualcuno può perdere il contatto con la realtà,
sembrare “fuori di sé” e pronunciare parole incomprensibili ai non iniziati.
A Corinto c’era
chi lodava Dio in questo modo estatico. Nulla di male, ma di fatto sorgevano
problemi: i membri di quella comunità ritenevano un motivo di grande onore
riuscire a pregare in questo modo, tutti tentavano di farlo e chi non ci
riusciva si sentiva inferiore agli altri. Poi accadeva che questi estatici
parlavano tutti insieme provocando un’immensa confusione. Paolo interviene e,
nel brano della lettura di oggi, espone i principi orientativi.
Esistono – dice –
numerosi carismi (vv.4-6). Sono diversi, ma provengono tutti dall’unico Padre,
dall’unico Spirito e da Cristo. Se provocano divisione, lotta, disordini
significa che vengono usati per il male.
Nessuno è privo
dei doni di Dio. A ciascuno è dato un carisma “per l’utilità comune”; non va
impiegato in modo dissennato, ma messo a servizio dei fratelli (v.7). La
diversità dei “carismi” è provvidenziale: permette alla comunità di essere ben
servita.
I carismi non
hanno tutti la stessa importanza, fra loro c’è un ordine, una gerarchia.
La graduatoria
però non va stabilita in base al prestigio, all’onore, ai privilegi,
all’autorità che conferiscono, ma all’utilità per la comunità.
Paolo, nella
lettura di oggi ne fa un lungo elenco (vv.8-10); non li nomina tutti, cita solo
quelli che interessavano ai cristiani di Corinto e pone come primi i carismi
che portano alla conoscenza di Dio: la sapienza che fa scoprire i suoi disegni,
la scienza che aiuta ad interpretare le verità della fede; poi la fede solida,
capace di smuovere le montagne, il dono di fare miracoli e quello di curare le
persone, il dono di profetizzare, quello di discernere i vari “carismi” ed
infine il dono delle lingue.
E’ un invito alle
comunità a riconoscere e a valorizzare i doni che lo Spirito comunica ad ogni
cristiano: sono dati per favorire il mutuo amore, non la competizione.
Vangelo (Gv
2,1-12)
1 Tre giorni dopo,
ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato
alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare
il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. 4 E Gesù rispose:
“Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. 5 La madre
dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
6 Vi erano là sei giare di pietra per la
purificazione dei giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse
loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro
di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene
portarono. 9 E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di
tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano
attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: “Tutti servono da principio
il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai
conservato fino ad ora il vino buono”. 11 Così Gesù diede inizio ai suoi
miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli
credettero in lui.
12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao
insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo
pochi giorni.
A prima vista
questo brano sembra un semplice racconto di miracolo, anche se di un miracolo
un po’ strano, addirittura imbarazzante.
Ci sono vari
particolari che stupiscono. Provo ad elencarne alcuni.
Giovanni nel suo
Vangelo narra soltanto sette miracoli, possibile che non ne avesse uno più
interessante da scegliere? Questo gesto di Gesù non sembra per nulla educativo:
se avevano già bevuto troppo, perché fornire altro vino? I contadini del nord
Africa, al sentir leggere questo brano, commentavano: “Siamo a livello di
Bacco!”. A loro rispondeva sant’Agostino: l’acqua che viene dal cielo fa
rivivere le vostre vigne e quest’acqua si trasforma in vino; il miracolo
avviene ogni giorno.
Le difficoltà non
sono finite: quand’anche fosse stato opportuno offrire vino, perché ricorrere
ad un miracolo? Sarebbe bastato fare una colletta fra gli invitati.
I primi discepoli
di Gesù erano stati seguaci del Battista – un asceta che non mangiava e non beveva
(Mt 11,18). Di fronte a un eccesso di vino, non avrebbero dovuto credere in
Gesù”, ma rimanere scandalizzati.
Perché
l’evangelista Giovanni dà tanta importanza a questo episodio? Sottolinea che è
stato il primo dei segni compiuti da Gesù, segno di fronte al quale i discepoli
hanno creduto, hanno dato la loro adesione al Maestro. Impiega un’espressione
solenne, che non ricorre in nessun’altra parte del NT: “Gesù manifestò la sua
gloria”. Per così poco? Per un gesto che forse anche i nostri prestigiatori di
oggi saprebbero ripetere con successo? Le annotazioni dell’evangelista sembrano
eccessive, fuori luogo. Sarebbero più logiche, più comprensibili, per esempio,
dopo la guarigione del cieco nato o dopo la “risurrezione” di Lazzaro.
E ancora: come mai
non si parla dei protagonisti della festa? La sposa non esiste proprio, lo
sposo ha un ruolo insignificante, non dice una parola; più importanti di loro
sono il capotavola, i servi e le giare che vengono descritte fin nei minimi
particolari (v.6). Ci si chiede anche cosa ci stavano a fare in una casa
privata tante giare di pietra solo per le purificazioni. Non possono che avere
un significato simbolico importante perché materialmente sono perfettamente
inutili: l’acqua poteva essere portata direttamente in tavola senza passare
attraverso le giare; non valeva la pena farla attingere due volte dai poveri
servi.
Non si capisce
bene neppure perché si parli della madre di Gesù senza citarla per nome,
esattamente come avviene ai piedi della croce (Gv 19,25-27). Se avessimo solo
il Vangelo di Giovanni non sapremmo nemmeno che si chiamava Maria.
C’è anche un
accenno misterioso all’ora di Gesù. Un’ora drammatica che si avvicina sempre
più. Di essa si parlerà più avanti nel Vangelo di Giovanni (Gv 7,30; 8,20; 12,23.27;
17,1). Di che ora si tratta?
Infine: perché
dopo aver dato una risposta negativa ed un po’ brusca alla madre, Gesù compie
ugualmente il miracolo?
Troppe difficoltà
per considerare questo brano come un semplice fatto di cronaca! Dietro il
racconto apparentemente semplice si cela un messaggio più profondo.
Il Vangelo di
Giovanni è come un immenso oceano: può essere contemplato in superficie oppure
in profondità. Dalla riva affascinano l’incresparsi delle onde, il dispiegarsi
delle vele, i riflessi delle luci e dei colori. Ma le emozioni più intense sono
per chi ha la possibilità di attrezzarsi e di scendere sul fondo, dove ci
attendono le più inattese e svariate forme di vita, pesci, coralli, alghe.
Anche con il
Vangelo di Giovanni bisogna andare sul fondo per cogliere tutta la ricchezza
del suo messaggio. E’ ciò che cercheremo di oggi fare.
In un villaggio
della Galilea si celebra una festa di nozze. Ci sono degli invitati che si sono
riuniti per passare alcuni giorni felici, ma, ecco la delusione: non c’è vino e
non c’è nemmeno acqua perché – stando al racconto – le giare sono vuote
(verranno riempite solo per ordine di Gesù). Una situazione di abbandono, di
tristezza generale. Questa è la superficie. Cosa c’è in profondità? Per
scendere dobbiamo attrezzarci con gli strumenti che ci vengono forniti dall’AT.
La festa di nozze.
Il nome Israele
che per noi è maschile, in ebraico è femminile: un’opportunità che i profeti
non si sono lasciati sfuggire per introdurre il simbolismo coniugale nella
descrizione del rapporto del loro popolo con il Signore. Egli – dicono – è lo
sposo fedele, mentre Israele è la sposa che spesso si lascia sedurre dagli
idoli, concede il suo amore ad estranei.
Ecco come per
bocca dei profeti Dio dichiara il suo amore: “Come gioisce lo sposo per la
sposa, così il tuo Signore gioisce per te” (Is 62,5); “Io la attirerò a me, la
condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della
sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto… Mi chiamerai: marito mio,
e non mi chiamerai più: mio padrone. Ti farò mia sposa per sempre” (Os
2,16-18).
Sono immagini
deliziose che comunicano gioia, speranza, volontà di rispondere con altrettanto
amore e uguale fedeltà a questo Dio che promette anche: “Viene forse ripudiata la
donna sposata in gioventù?… Anche se i monti si spostassero e i colli
vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,10). Eppure,
al tempo di Gesù, Israele aveva ripreso gli atteggiamenti della schiava, non
quelli della sposa. Vedremo più avanti cos’era accaduto. Ora continuiamo a
cercare il significato delle immagini presenti nel racconto delle nozze di
Cana.
Il vino. Nella
Bibbia è condannata l’ebbrezza (Prv 23,30), ma il vino è simbolo della felicità
e dell’amore (Qo 10,19; Ct 4,10). “Vino e musica rallegrano il cuore” (Sir
40,20). Una festa senza vino diventa un funerale: niente canti, niente danze,
niente allegria; solo musi lunghi, gente insoddisfatta e nervosa. “Che vita è
quella di chi non ha vino?” – si chiede il Siracide (Sir 31,27). “Il vino
rallegra il cuore dell’uomo” – esclama il Salmista (Sal 104,15). “Non c’è vino;
ogni gioia è scomparsa” – afferma Isaia (Is 24,11).
Al tempo di Gesù,
Israele si aspetta il regno di Dio, il regno che i profeti hanno descritto come
un banchetto imbandito con grasse vivande, cibi succulenti, vini eccellenti e
raffinati (Is 25,6). Questo regno però sembra essere ancora tanto lontano. Il
popolo è triste, come chi celebra una festa di nozze senza vino.
Come mai si trova
in questa condizione? La ragione è semplice: i suoi rapporti con Dio non sono
più – come avevano predicato i profeti – quelli della sposa, che è felice di
godere delle tenerezze del suo sposo. Sono quelli della schiava costretta ad
obbedire agli ordini del padrone. La religione insegnata dai rabbini è quella
dei “meriti”: li acquista ed è amato da Dio chi è fedele alla legge. Per
aiutare ad osservarla, le guide spirituali cominciano a darne
l’interpretazione: specificano, puntualizzano, definiscono, distinguono fino a
ridurre la parola di Dio ad un codice di norme, un ginepraio inestricabile di
disposizioni, di regoline minuziose impossibili da osservare.
Siccome le
trasgressioni sono inevitabili e ci si sente sempre impuri e colpevoli, sono
stati escogitati i riti di purificazione, i bagni rituali per i quali è
indispensabile avere sempre a disposizione l’acqua conveniente, acqua che non è
per nulla facile da ottenere perché non può venire trasportata con recipienti,
ma deve scorrere attraverso appositi canaletti.
Eccolo il significato
simbolico delle sei giare di pietra vuote: rappresentano la religione delle
purificazioni, quell’insieme di pratiche e riti incapaci di comunicare
serenità, gioia, pace. Non è a partire da quest’acqua, ma da quella che Gesù
ordina di attingere – la sua acqua – che deriverà il vino migliore.
Le nozze di Cana
senza vino rappresentano la condizione triste del popolo d’Israele deluso e
insoddisfatto, che ha sostituito lo slancio d’amore verso il Signore con
l’adempimento di disposizioni giuridiche. Questo modo di rapportarsi con Dio
non ha mai dato gioia, eppure è una tentazione sempre attuale. Gli uomini si
affidano volentieri alla pratica religiosa, alla rigida osservanza di doveri,
alla ripetizione di riti di cui non conoscono neppure il senso.
La madre di Gesù
può essere Maria, sì, ma può indicare anche la comunità spirituale nella quale
Gesù è nato e dalla quale è stato educato.
Nel brano di oggi
rappresenta certamente le persone pie d’Israele, quelle che per prime si
rendono conto che la situazione religiosa in cui vivono è insostenibile. Che
fanno allora? Non ricorrono al capotavola, cioè ai capi religiosi che hanno
dato prova di essere incapaci di organizzare una autentica festa, ma a Gesù.
Capiscono che solo da lui può venire l’acqua viva che, in chi la beve, si
trasforma in vino, cioè, rende felici.
Giovanni colloca
questo “segno” all’inizio del suo Vangelo perché è una sintesi di tutto ciò che
Gesù farà in seguito. E’ lui lo sposo che celebrerà le nozze con l’umanità.
Non è ancora
giunta la sua ora perché egli è solo all’inizio della sua vita pubblica. La
festa è iniziata, ma avrà il suo culmine quando “giungerà la sua ora”, quando,
sul Calvario, manifesterà tutto il suo amore dando la vita per la sposa, quando
dal suo costato trafitto sgorgherà “sangue e acqua” (Gv 19,34). A Cana egli
compie solo un segno di ciò che farà. Nell’ora in cui egli passerà da questo
mondo al Padre (Gv 13,1) darà realmente l’acqua “che zampilla per la vita
eterna” (Gv 4,14). P. Fernando Armellini, de.it.press
Terremoto Haiti. Mai così vicini. La solidarietà delle Chiese in Europa
Il numero delle
vittime è ancora confuso. È certo però che si tratta di una vera e propria
catastrofe. Il terremoto del 7° grado della scala Richter che ha colpito per 4
volte l'isola di Haiti il 12 gennaio ha seminato morte e distruzione
soprattutto nella zona meridionale della capitale Port-au-Prince. Sbriciolati
migliaia di edifici, il palazzo presidenziale, quello dell'Onu, alcuni
ospedali, danneggiata la cattedrale. Sotto le macerie dell'arcivescovado è
stato estratto il corpo senza vita di mons. Serge Miot, arcivescovo della
capitale Port-au-Prince. La notizia ha profondamente scosso anche il Santo
Padre. Durante l'udienza del mercoledì, ha lanciato un appello alla
"concreta solidarietà".
"Il mio pensiero va - ha detto - alla popolazione duramente
colpita, poche ore fa, da un devastante terremoto, che ha causato gravi perdite
in vite umane, un grande numero di senzatetto e di dispersi e ingenti danni
materiali". "Invito tutti - ha proseguito il Santo Padre - ad unirsi
alla mia preghiera al Signore per le vittime di questa catastrofe e per coloro
che ne piangono la Scomparsa". Il Papa ha inoltre assicurato la sua
"vicinanza spirituale a chi ha perso la propria casa e a tutte le persone
provate in vario modo da questa grave calamità", implorando da Dio
"consolazione e sollievo nella loro sofferenza". "Mi appello
alla generosità di tutti - è il cuore dell'appello - affinché non si faccia
mancare a questi fratelli e sorelle che vivono un momento di necessità e di
dolore, la nostra concreta solidarietà e il fattivo sostegno della comunità
Internazionale". Benedetto XVI ha infine assicurato che la Chiesa
Cattolica, da parte sua, "non mancherà di attivarsi immediatamente tramite
le sue Istituzioni caritative per venire incontro ai bisogni più immediati
della popolazione".
Terra Santa. Sul
Santo Sepolcro di Gerusalemme in preghiera per le vittime del terremoto di
Haiti. A chiusura della loro visita a Gerusalemme, i vescovi del Coordinamento
Usa e Ue a sostegno della Terra Santa, hanno celebrato una messa nella chiesa
del Santo Sepolcro. Il vescovo di Tucson e presidente dei vescovi statunitensi,
mons. Gerald Kicanas, che ha presieduto la liturgia, ha voluto così ricordare
tutte le persone colpite dal sisma che ha devastato l'isola caraibica:
"anche Dio soffre per i morti di Haiti. Preghiamo per loro nel luogo che
ha visto Gesù patire, morire e poi risorgere. Ricordiamo le vittime tra le
quali anche mons. Joseph Serge Miot, arcivescovo metropolita di Port-au-Prince
Italia. Immediata
è stata la mobilitazione delle Chiese in Europa. Inviti alla preghiera, messe
per le vittime, appelli a donare con generosità. La Chiesa italiana, per
esempio, ha fatto sapere in una nota che "per far fronte alle prime
emergenze e ai bisogni essenziali delle persone colpite dal terremoto, ha
stanziato due milioni di euro dai fondi derivanti dall'otto per mille.
L'apposito Comitato per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo
provvederà all'erogazione della somma stanziata, accogliendo le richieste, che
stanno pervenendo o perverranno". Nella nota la presidenza della
Conferenza italiana ha anche invitato le comunità ecclesiali a pregare per
quanti sono stati colpiti dal tragico evento e a sostenere le iniziative di
solidarietà promosse dalla Caritas italiana con l'obiettivo di alleviare le
sofferenze di quella popolazione".
Francia. Domani
(16 gennaio) alle 18 e 30, la città di Parigi si riunirà in preghiera nella
cattedrale di Notre-Dame dove l'arcivescovo card. André Vingt-Trois presiederà
una messa "in comunione - si legge in un comunicato del'arcidiocesi - con
la Chiesa che è ad Haiti, per le vittime del terremoto, per tutte le persone
ferite o provate da questa catastrofe". Il card. Vingt-Trois, a nome della
Conferenza episcopale francese ha inviato un messaggio al presidente della
Conferenza episcopale di Haiti per esprimere "la tristezza" e il
cordoglio della Francia. "I numerosi legami umani e spirituali che
uniscono storicamente i nostri due Paesi devono poter essere l'occasione per
manifestare concretamente la nostra profonda solidarietà con tutti coloro che
sono oggi che sono oggi vittime del terremoto". La Federazione delle
Chiese protestanti di Francia ha lanciato immediatamente un fondo bancario di
solidarietà per il popolo di Haiti.
Irlanda. Un
appello alla nazione perché sia generoso nel sostenere in questo momento di
lutto e sofferenza la popolazione haitiana. A lanciarlo è stato il card. Sean
Brady, arcivescovo di Armagh e primate di tutta l'Irlanda. "Mi appello -
ha detto - alla generosità di tutte le
persone in modo che questi nostri fratelli e sorelle che stanno vivendo un
momento di bisogno e di sofferenza non sentano la mancanza della nostra
solidarietà e il sostegno efficace della comunità internazionale. La Chiesa
cattolica non mancherà di muoversi immediatamente, attraverso le sue
istituzioni caritative, per soddisfare le esigenze più immediate della
popolazione". Nel messaggio il cardinale ha poi ricordato che
"Trocaire", agenzia legata alle Caritas locali e internazionali, ha
aperto una sottoscrizione.
Albania e Belgio.
Anche la Conferenza episcopale dell'Albania esprime in una nota "il suo
profondo dolore per la grande tragedia capitata al popolo di Haiti". Nel
comunicato si sottolinea anche che mentre come nazione l'Albania stava
"vivendo un'emergenza a causa delle alluvioni nella zona Nord del Paese,
da un'altra parte del pianeta è successo una grave tragedia umana".
"Siamo sconvolti anche - aggiunge la nota - per la morte di mons. Joseph
Serge Miotv, arcivescovo di Port-au-Prince, insieme a centinaia di preti e
seminaristi rimasti sotto le macerie. I danni sono grandi in uomini e
strutture. Preghiamo il Signore che dia speranza a questo popolo". Nelle
Chiese dell'Albania domenica prossima si pregherà per tutte le persone morte e
per i vivi che hanno bisogno di aiuto e speranza". Solidarietà anche dalla
Chiese del Belgio. "Haiti - scrive il vescovo di Liegi, mons. Aloys
Jousten -, il Paese più povero delle Americhe, ha vissuto uno dei giorni più
bui della sua storia". "La Chiesa del Belgio è molto toccata dalla
sofferenza profonda causata da questa catastrofe". Per questo i vescovi
invitano i fedeli a "generose donazioni e preghiere per la popolazione
colpita" e di organizzare collette alle messe di domenica prossima.
Indicato anche il conto bancario della Caritas internazionale. Sir eu
Il Papa: "Governanti cerchino bene comune". "Rosarno è una
tragica guerra tra poveri"
Il pontefice
incontra gli amministratori della Regione Lazio e lancia un appello
affinché la
politica ritrovi una sana dialettica, "mettendo al centro la persona
umana"
"Quelli in
Calabria sono scontri tra uomini sfruttati e indigenti. Colpa della
criminalità - organizzata che dopo aver
usato i clandestini, ha cercato di liberarsene"
ROMA - Benedetto
XVI incontra gli amministratori della Regione Lazio, della Provincia e del
Comune di Roma. E lancia un appello affinché la politica ritrovi una sana
dialettica tra le istituzioni e metta al centro della sua azione la
"persona umana". In questa chiave il papa rimarca la necessità di un
clima di costante dialogo: ''E' fondamentale che quanti hanno ricevuto dai
cittadini l'alta responsabilità di governare le istituzioni avvertano come
prioritaria l'esigenza di perseguire costantemente il bene comune, che non è un
bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità
sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il
loro bene". "Affinché ciò avvenga - continua Ratzinger - è opportuno
che nelle sedi istituzionali si cerchi di favorire una sana dialettica perché
quanto più le decisioni e i provvedimenti saranno condivisi tanto più essi
permetteranno un efficace sviluppo per gli abitanti dei territori
amministrati''.
Il peso della
crisi. Per quanto riguarda l'attuale momento economico, che ha conseguenze
anche per gli abitanti e le imprese della regione, il papa ha ribadito che
quanto sta accadendo "darà la possibilità ai responsabili politici di
ripensare, a livello anche territoriale, un modello di sviluppo più vicino alla
dignità umana. Citando la sua enciclica sociale '"Caritas in
veritate'" il papa ha voluto ribadire che "lo sviluppo umano, per
essere autentico, deve riguardare l'uomo nella sua totalità e deve realizzarsi
nella carità e nella verità".
La famiglia. Il
papa ha infatti sollecitato "ulteriori provvedimenti in favore delle
famiglie, in particolare quelle numerose", in modo che "l'intera
città goda dell'insostituibile funzione di questa fondamentale istituzione,
prima e indispensabile cellula della società". Il papa ha parlato di
giovani, riaffermando "la necessità e l'urgenza di aiutarli a progettare
una vita basata sui valori autentici, che fanno riferimento a una visione
'alta' dell'uomo", raccomandando che "occorre evitare di prospettare
agli adolescenti e ai giovani vie che favoriscono la banalizzazione di
affettività e sessualità: queste fondamentali dimensioni dell'esistenza
umana".
"Aiutare i
più deboli". Benedetto XVI ha poi espresso apprezzamento per "gli
sforzi compiuti dai Governanti per venire incontro alle fasce più deboli ed
emarginate della società", invitando a far riferimento "alla
centralità della persona umana e della famiglia anche "nella realizzazione
dei nuovi insediamenti della città, perché i complessi abitativi che vanno
sorgendo non siano solo quartieri dormitorio". Parlando di oratori, scuole
e ospedali che arricchiscono la città, il pontefice si augura invece che
possano "essere adeguatamente sostenute nel loro prezioso servizio".
Le tensioni di di
Rosarno. Infine, il papa ha fatto riferimento agli scontri terminati da pochi
giorni a Rosarno, in Calabria. "I recenti gravi incidenti - ha detto - ci
hanno offerto l'immagine tragica di una 'guerra tra poveri', tra immigrati
sfruttati e popolazioni italiane indigenti. Una guerra provocata da una
criminalità organizzata che dopo aver sfruttato per anni i clandestini cerca
ora di liberarsene come oggetti ingombranti". LR 14
Domenica 17 gennaio Giornata Mondiale delle Migrazioni
L’intervento di
Mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e
della Fondazione Migrantes
ROMA - La 96a
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che quest’anno ha per tema: “Il minore
Migrante e Rifugiato: una speranza per il futuro”, che si celebrerà domenica
prossima è “l’occasione per riflettere
sulla condizione di questi nostri fratelli per una risposta di giustizia e di
carità da parte della Chiesa e degli uomini di buona volontà”.
Lo ha detto
martedì scorso mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le
Migrazioni e della Fondazione Migrantes, presentando la Giornata nel corso di
una conferenza stampa presso la sede della Radio Vaticana.
Mons. Schettino ha
ricordato le parole di Benedetto XVI nell’Angelus di domenica scorso
sottolineando che “gli immigrati sono persone, cioè soggetti di diritti e di
doveri. La persona è sempre sacra, prescindendo dal colore della pelle. É
chiaro - ha aggiunto - che ogni discriminazione per quanto riguarda la razza,
la religione, il fattore economico, è sempre da evitare, perché offende la
dignità umana. Ogni uomo è amato da Dio, che è Padre universale, che accoglie
nel suo grembo di amore ogni uomo”. “Per mia esperienza personale - ha poi
detto mons. Schettino rispondendo alle domande dei giornalisti - non ho trovato
razzismo, quanto piuttosto alcune forme di xenofobia”. Interpellato circa la
presa di posizione dell’Osservatore Romano, che nei giorni scorsi ha parlato
dei fatti di Rosarno definendoli “episodi di razzismo”, il presule ha precisato
che alcune forme di xenofobia “a volte sono momenti particolari di rivalsa
sociale, forse determinati non tanto da opposizione nei confronti degli
immigrati, quanto piuttosto dall’esplosione di tipici problemi sociali della
nostra società”. Come a Rosarno, “certe forme anche di sofferenza personale e
sociale emergono, e c’è un’opposizione contro il diverso, come se fosse lui la
causa di questo contrasto”. “Dobbiamo tutti lavorare per una maggiore
solidarietà nei rapporti”, l’invito di Schettino, secondo il quale “il problema
non è tanto l’accoglienza, quanto l’integrazione, un processo culturale che ha
i suoi tempi e che non avviene nella prima generazione, ma nelle successive”.
L’auspicio è che “da questo travaglio nasca una maggiore e migliore accoglienza
degli immigrati, fermo restando anche i problemi sociali all’interno della
società, che vanno risolti nel modo migliore”.
Rispondendo poi ad
altre domande di attualità mons. Schettino ha detto che “la tendenza è
accogliere anche lo ius soli, per una cittadinanza offerta con delle condizioni
particolari”, parlando del dibattito in corso sullo ius sanguinis (per nascita,
riconoscimento o adozione, anche da un solo genitore cittadino italiano, ndr.),
e lo ius soli (solo nati in Italia da genitori apolidi, ndr.), come requisiti
per accedere alla cittadinanza italiana da parte degli immigrati.
Durante la
conferenza stampa mons. Schettino ha precisato inoltre che “non è competenza”
della Chiesa “entrare nei fatti tecnici di una legislazione civile, ma nutrire
una profonda humanitas significa arrivare alla formulazione di una legge sulla
cittadinanza che sia favorevole agli immigrati, con alcune condizioni: la
conoscenza della lingua e della Costituzione italiana, la presenza sul
territorio nazionale, tutti quei motivi insomma per cui diventa più sicura e
più certa la possibilità della cittadinanza”.
“Attorno ai
diversi volti di minori stranieri, per evitare violenze, sfruttamento e abusi,
è messa alla prova la capacità
istituzionale di tutela dei diritti fondamentali dei minori, primo tra tutti il
diritto di famiglia in Italia e all’estero. La difficoltà è passare da un
diritto a un servizio e a un servizio in rete, cioè garantire ai minori una
città e una casa”. E’ quanto ha detto mons. Giancarlo Perego, Direttore della
Fondazione Migrantes, presentando la Giornata Mondiale delle Migrazioni che si
celebrerà domenica 17 gennaio.
“A questo
proposito, in Italia soprattutto nella collaborazione tra Comuni, enti
ecclesiali, associazioni e cooperative, servizi sanitari e scuole, sono nati
percorsi sperimentali di pronto intervento, di ospitalità, di accompagnamento,
di formazione che hanno costruito città e casa attorno ai minori non
accompagnati. Si è trattato di più percorsi di advocacy e di cura, anche
sperimentali, sia per la diversa età dei minori, ma anche per i numerosi paesi
di provenienza e le differenze culturali. La città oggi è chiamata a vedere in
tutto il mondo dei minori migrati e rifugiati, un tassello importante della
crescita di un futuro, che passa necessariamente attraverso un dialogo
interculturale che rifiuta nuove forme di esclusione o provvisorietà sociale”.
In questo contesto
per il Direttore della Migrantes, “si inserisce la centralità della scuola, che
non può non essere attenta a garantire il diritto all’istruzione di tutti i
minori immigrati e rifugiati: dai minori arrivati in Italia per
ricongiungimento familiare ai minori rifugiati; dai minori non accompagnati ai
minori nomadi; dai minori stranieri in carcere ai minori usciti da percorsi di
prostituzione”.
In questa
direzione “occorre sperimentare modelli nuovi di incontro tra scuola e comunità
sociali, valorizzando anche le figure degli educatori di strada e i tempi di permanenza
in centri di accoglienza da parte dei minori, così da affrontare tempi di drop
out, di abbandono scolastico che possono aggravarsi”. Mons. Perego ha detto che
in Italia sono oltre 800mila i minori mentre l’Italia vede ancora presenti nel
mondo oltre 650.000 minori di origine italiana, il 16,4% degli emigranti
italiani.
Questi elementi
“mostrano la complessità delle problematiche legate al fenomeno dei minori
stranieri, emigranti, immigrati e rifugiati, attorno ai quali è cresciuta anche
nella comunità cristiana, in collaborazione con le istituzioni, un’attenzione
culturale e politica, un servizio, una casa, una famiglia”. I minori rifugiati
giunti in Italia nel 2008 sono stati circa 1.000, di cui 700 con i genitori,
soprattutto con le madri; altri 250-300 sono arrivati senza genitori, il 92%
dei quali ragazzi e l’8% ragazze, quasi la metà di 17 anni, concentrati
soprattutto nel Lazio (il 67%) e i restanti in Emilia, Veneto, Puglia, Friuli
Venezia Giulia, cioè nelle regioni che in qualche modo sono sui confini, per
mare o per terra.
Le nazioni più
rappresentative sono: l’Afghanistan, provenienti da Kabul e Ghazni, l’Etiopia,
dalla capitale Addis Abeba, dall’Eritrea, provenienti dall’Asmara, dall’Iraq,
in arrivo da Baghdad e Mosul.
Mons. Perego ha quindi
parlato dei minori italiani nati e residenti all’estero, che secondo l’AIRE,
sono oltre 650.000, oltre la metà dei quali in Europa. É una “minoranza che
corrisponde, però a un mondo di persone che sono nate nei paesi di destinazione
degli emigranti italiani (almeno il 30%), ma anche che hanno raggiunto i
familiari”.
La metà proviene
da famiglie delle regioni meridionali dell’Italia, oltre il 30% dalle famiglie
del Nord Italia e il 15% dalle famiglie del Centro Italia. E poi ci sono i
minori che vivono nelle comunità dei rom, sinti e camminanti: “un mondo in
movimento, in cammino per i quali non sempre alla conoscenza corrisponde la
capacità di tutela della salute, dell’istruzione, anche se bisogna segnalare
l’interessante esperienza dei patti di legalità e di solidarietà” e poi i
minori nel mondo dello spettacolo viaggiante: un mondo del gioco, del
divertimento, dello spettacolo che arricchiscono la festa nelle nostre
comunità. Ma anche in questo mondo l’attenzione ai figli e ai minori diventa
una necessità importante per costruire pari opportunità”. Rispondendo poi ad
alcune domande dei giornalisti circa il dibattito in corso sulla cittadinanza
agli stranieri, mons. Perego ha sottolineato che “c'è bisogno di una revisione
della legge, che in parte è già avvenuta con il pacchetto sicurezza, il quale
però ha migliorato alcuni elementi e rischia di peggiorarne altri”.
“Sia sulla
Turco-Napolitano, sia sulla Bossi-Fini abbiamo presentato una serie di
osservazioni critiche che sono state in parte recuperate, e in parte sono
ancora da recuperare”. In particolare, sta a cuore a Migrantes “la possibilità
di incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro, che è un modo per
sconfiggere l'irregolarità, e la questione dei ricongiungimenti familiari e dei
tempi del permesso di soggiorno, per ottenere il quale si rischia anche un anno
di attesa”.
A proposito del
tetto del 30% di minori stranieri nelle singole aule scolastiche, fissato di
recente dal governo, mons. Perego ha sottolineato che “nello sforzo che il Ministro
Gelmini sta facendo sulla scuola, è fondamentale che non ci sia
discrezionalità”, perché il diritto alla scuola è “prioritario” anche per i
minori stranieri presenti in Italia. Quello che bisogna escludere “è la
discrezionalità del dirigente scolastico nello stabilire che questa percentuale
sia maggiore o minore”.
“Il diritto alla
scuola è prioritario”, e “qualora le risorse non ci fossero, o fossero
sufficienti, bisogna aggiungere risorse in finanziaria per questi bisogni
didattici”.
"Oggi l'Italia
deve affrontare la questione di una più massiccia presenza di studenti
stranieri nel Paese - è la constatazione di fondo del direttore di Migrantes -
che attualmente sono oltre 600 mila, di cui 300 mila nati in Italia”. Di qui la
necessità di "riflettere su che tipo di formazione degli insegnanti
occorra garantire, sulla sufficienza o meno delle scuole per tutti, su quali
siano gli strumenti scolastici più adeguati”. "Mediamente un bambino
straniero che arriva in Italia perde un anno di scuola, e rischia di passare da
varie forme di sfruttamento”, è il grido d'allarme di Migrantes, che fornisce
un altro dato: “Quasi il 70% della rete di accoglienza per i minori stranieri
non accompagnati riguarda la rete ecclesiale”.
Per questo è urgente
e necessario “far incrociare il mondo delle comunità sociali e il mondo della
scuola”. Tra le proposte “la possibilità che, al momento della presentazione
della domanda di ricongiungimento familiare, le famiglie possano avere un
cedolino per iscrivere i propri bambini da subito a scuola, così da migliorare
sia il percorso sia l'accesso scolastico”. (Migranti-press)
Giornata delle Migrazioni. Cittadini
con diritti e doveri. Speciale SIR su
www.agensir.it
"Per mia
esperienza personale, non ho trovato razzismo, quanto piuttosto alcune forme di
xenofobia". Con queste parole mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua
e presidente Cemi-Migrantes, ha risposto il 12 gennaio alle domande dei
giornalisti, durante la conferenza stampa di presentazione della Giornata
mondiale delle migrazioni, che verrà celebrata il 17 gennaio sul tema "I
migranti e i rifugiati minorenni". Interpellato circa la presa di
posizione de "L'Osservatore Romano", che parlava dei fatti di Rosarno
definendoli "episodi di razzismo", mons. Schettino ha poi precisato
che alcune forme di xenofobia "a volte sono momenti particolari di rivalsa
sociale, forse determinati non tanto da opposizione nei confronti degli
immigrati, quanto piuttosto dall'esplosione di problemi sociali tipici della
nostra società". Come a Rosarno, "certe forme anche di sofferenza
personale e sociale emergono, e c'è un'opposizione contro il diverso, come se
fosse la causa di questo contrasto". "Dobbiamo tutti lavorare per una
maggiore solidarietà nei rapporti", l'invito di mons. Schettino, secondo
il quale "il problema non è tanto l'accoglienza, quanto
l'integrazione".
Serve una
"revisione" della legge sulla cittadinanza. "C'è bisogno di una
revisione della legge, che in parte è già avvenuta con il pacchetto sicurezza,
il quale però ha migliorato alcuni elementi e rischia di peggiorarne
altri". È il parere di mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione
Migrantes, sulla questione della cittadinanza agli immigrati. "Sia sulla
Turco-Napolitano, sia sulla Bossi-Fini - ha ricordato - abbiamo presentato una
serie di osservazioni critiche che sono state in parte recuperate, e in parte
sono ancora da recuperare". In particolare, sta a cuore a Migrantes
"la possibilità di incontro tra domanda e offerta nel mondo del lavoro,
che è un modo per sconfiggere l'irregolarità, e la questione dei
ricongiungimenti familiari e dei tempi del permesso di soggiorno, per ottenere
il quale si rischia anche un anno di attesa". Nel dibattito in corso sullo
"ius sanguinis" (per nascita, riconoscimento o adozione, anche da un
solo genitore cittadino italiano, ndr), e lo "ius soli" (solo nati in
Italia da genitori apolidi, ndr), come requisiti per accedere alla cittadinanza
italiana da parte degli immigrati, "la tendenza è accogliere anche lo 'ius
soli'", ha detto mons. Schettino, auspicando di "arrivare alla
formulazione di una legge sulla cittadinanza che sia favorevole agli immigrati,
con alcune condizioni: la conoscenza della lingua e della Costituzione
italiana, la presenza sul territorio nazionale, tutti quei motivi insomma per
cui diventa più sicura e più certa la possibilità della cittadinanza".
No al "tre
più due". In Italia - secondo i dati del "Dossier statistico
immigrazione Caritas/Migrantes 2009" - sono oltre 4 milioni gli immigrati:
862.453 sono minori. Otto mila sono i minori non accompagnati censiti dalla
Questura, a cui - secondo stime di Migrantes - ne vanno aggiunti altri
1.500-1.600: per loro, ha detto mons. Perego, "va rafforzata la rete di
protezione e di tutela, che passa anche attraverso la scuola e il lavoro, in
modo che non subiscano forme di sfruttamento, come la prostituzione". Per
quanto riguarda la concessione della cittadinanza italiana ai minori stranieri
che abbiano compiuto 18 anni, prevista dalla Bossi-Fini, mons. Perego ha messo
in guardia dal "pericolo che al tre si aggiunga il due". La legge
attuale, infatti, prevede che la cittadinanza venga concessa se il maggiorenne
è presente da tre anni sul nostro territorio, o se da due anni segue un percorso
in una comunità di accoglienza (non la somma dei due requisiti, ndr). In
sintesi, in materia di legge sulla cittadinanza - ha detto mons. Perego
rispondendo ai giornalisti - viene chiesta "una cittadinanza che significa
responsabilità, non solo in termini di diritti ma anche di doveri; che comporti
la tutela dei diritti fondamentali della persona; che riconosca i 500 mila
bambini stranieri nati in Italia; che rafforzi percorsi di città che non creano
'cittadini di serie B'".
Niente
"discrezionalità" sul tetto alle scuole. Secondo mons. Perego,
"nello sforzo che il ministro Gelmini sta facendo sulla scuola, è
fondamentale che non ci sia discrezionalità", perché il diritto alla
scuola è "prioritario" anche per i minori stranieri presenti in Italia.
A proposito del tetto del 30% di minori stranieri nelle singole aule
scolastiche, fissato di recente dal governo, mons. Perego ha spiegato che
quella che bisogna escludere "è la discrezionalità del dirigente
scolastico nello stabilire che questa percentuale sia maggiore o minore".
"Il diritto alla scuola è prioritario", ha commentato, e
"qualora le risorse non ci fossero, o fossero sufficienti, bisogna
aggiungere risorse in finanziaria per questi bisogni didattici".
"Oggi l'Italia deve affrontare la questione di una più massiccia presenza
di studenti stranieri nel Paese - è la constatazione di fondo del direttore di
Migrantes - che attualmente sono oltre 600 mila, di cui 300 mila nati in
Italia". Di qui la necessità di "riflettere su che tipo di formazione
degli insegnanti occorra garantire, sulla sufficienza o meno delle scuole per
tutti, su quali siano gli strumenti scolastici più adeguati".
"Mediamente un bambino straniero che arriva in Italia perde un anno di
scuola, e rischia di passare da varie forme di sfruttamento", è il grido
d'allarme di Migrantes, che fornisce un altro dato: "Quasi il 70% della
rete di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati riguarda la rete
ecclesiale". Per questo è urgente e necessario "far incrociare il
mondo delle comunità sociali e il mondo della scuola". Tra le proposte di
Migrantes, "la possibilità che, al momento della presentazione della
domanda di ricongiungimento familiare, le famiglie possano avere un cedolino
per iscrivere i propri bambini da subito a scuola, così da migliorare sia il
percorso sia l'accesso scolastico". Sir
La solidarietà della Caritas per la popolazione colpita dal sisma
Promossa una
colletta a sostegno degli interventi della Caritas locale
ROMA - La Caritas di Roma esprime viva
partecipazione al dolore della popolazione di Haiti colpita dal devastante
terremoto che ha investito ieri la capitale Port au Prince provocando migliaia
di vittime e danni enormi. “Haiti - ricorda la Caritas diocesana - è il paese
più povero dell’America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali
e crisi sociali. Dei circa nove milioni di abitanti, su una superficie che è
poco più di quella della Sicilia, oltre la metà vive con meno di un dollaro al
giorno”.
La rete di Caritas Internationalis è
impegnata da tempo, accanto alla Chiesa locale, in interventi a favore delle
fasce più deboli della popolazione. Dopo questa nuova emergenza la rete Caritas
torna a lanciare il suo appello per Haiti per poter far fronte in modo efficace
alla fase di urgenza e programmare anche i primi interventi di recupero. In
questa ottica la Diocesi di Roma ha istituito un fondo di solidarietà che,
secondo mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, dovrà
“sostenere i superstiti in questi giorni di emergenza, e dare un segno di
speranza e di vicinanza alla popolazione”.
Per chi volesse
aderire all’iniziativa riportiamo a seguire i dati per il versamento di
solidarietà: causale “HAITI – terremoto”, Piazza S. Giovanni in Laterano
6 - 00184 Roma. Conto corrente postale N. 82881004, IBAN:
IT77K0760103200000082881004; Bonifico bancario: Banca Intesa – filiale
Roma 081 – IBAN: IT13R0306905032000009188568. (Inform)
Papa Benedetto XVI: un immigrato è un essere umano
VATICANO– Domenica
scorsa Papa Benedetto XVI, dopo la preghiera mariana dell’Angelus, ha espresso
la sua vicinanza a chi, per motivi diversi, sta vivendo momenti difficili in
questi giorni. “Bisogna ripartire dal cuore del problema!”, ha osservato il
Papa: “bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un
essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una
persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del
lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche
nell’ambito delle condizioni concrete di vita”. Di seguito riportiamo il testo
integrale delle parole del pontefice:
“Due fatti hanno
attirato, in modo particolare, la mia attenzione in questi ultimi giorni: il
caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in Paesi che
hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza, e le situazioni
conflittuali, in varie parti del mondo, in cui i cristiani sono oggetto di
attacchi, anche violenti. Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna
ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano,
differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da
rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell’ambito del lavoro, dove
è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle
condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai per nessuno la via
per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito, a guardare
il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è
una persona e Dio lo ama come ama me. Vorrei fare simili considerazioni per ciò
che riguarda l’uomo nella sua diversità religiosa. La violenza verso i
cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è
manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le
Istituzioni sia politiche, sia religiose non vengano meno – lo ribadisco – alle
proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può
pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili”.
(Migranti-press)
Benedetto XVI incontra la Maiolo. «Ti perdono». E lei: «Sono pentita»
CITTA' DEL
VATICANO - Papa Benedetto XVI ha incontrato Susanna Maiolo, la donna che nella
notte di Natale, a San Pietro, saltò le transenne facendolo cadere a terra. La
ragazza, con problemi psichici, si è scusata per il suo gesto. Il Papa «le ha
manifestato il suo perdono». Ma la giustizia vaticana - ha precisato il
portavoce, padre Federico Lombardi - farà comunque il suo corso.
Il primo faccia a
faccia tra il pontefice e la ragazza dopo i fatti di quella sera è avvenuto
questa mattina, a margine dell’udienza generale del mercoledì. Susanna Maiolo,
accompagnata da due suoi familiari, è stata condotta in una saletta attigua
all’aula Paolo VI. Poco dopo l’ha raggiunta il Papa, che, secondo quanto
riferito, le avrebbe riservato un trattamento «comprensivo e paterno». La
dichiarazione del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, al termine
dell’incontro, cela il più stretto riserbo su gesti e sguardi. Una vicenda
dolorosa, quella della donna psicolabile, che il Papa vuole rispettare nella
sua dignità e nel suo privato, anche se inevitabilmente balzata alle cronache
per un gesto eclatante.
La ricostruzione
dei fatti appare ormai chiara, e le immagini dell’incidente hanno fatto più
volte il giro del mondo. Il Papa si stava dirigendo in processione verso
l’altare della basilica per celebrare la messa di Natale, anticipata per la
prima volta alle dieci, anzichè a mezzanotte, per non stancare troppo il
pontefice ultraottantenne. Improvvisamente, una donna con una vistosa giacca
rossa scavalca le transenne oltre le quali sono schierati i fedeli. Il capo
della gendarmeria vaticana le è subito addosso, ma lei si aggrappa alla veste
del Papa e lo trascina a terra. Nel parapiglia finisce al suolo anche il
card.Roger Etchegaray, 87 anni, che nella caduta si frattura il femore. Si è
ripreso e tra poco lascerà l’ospedale. Incidente superato, dunque,
apparentemente, ma che deve «far riflettere» - ha detto qualche giorno fa il
segretario di Stato vaticano, card.Tarcisio Bertone - su certi atteggiamenti e
linguaggi in voga troppo poco rispettosi per le «autorità morali», a cominciare
dal Papa.
La giovane
italo-svizzera ha lasciato il 9 gennaio scorso l’ ospedale di Subiaco dove ha
trascorso due settimane in trattamento sanitario obbligatorio, e dove, dopo
Natale, ha ricevuto la visita del segretario personale del Papa, mons. Georg
Gaenswein, che le aveva anticipato il perdono del pontefice.
L’inchiesta,
comunque, va avanti. Sembra che il promotore di giustizia sia in attesa delle
perizie, in particolare quella psichiatrica sulla ragazza, che già in passato
era stata in cura per problemi mentali, e che già nel 2008 aveva tentato di
avvicinare il Papa alla messa di Natale, allora senza alcuna conseguenza se non
il suo allontanamento. Già nei giorni scorsi si è parlato di un possibile
proscioglimento o di un atto di clemenza del Papa nei confronti della Maiolo.
Il perdono di oggi non equivale a tanto, ma sembra costituirne una assai
probabile premessa. LS 13
Il 17 gennaio Ratzinger alla sinagoga di Roma. Il rabbino capo: parlerò di
Pio XII
ROMA - «Non è
ancora deciso, ci stiamo ancora riflettendo, ma in qualche modo durante la
visita parlerò di Pio XII. C'è modo e modo, ma ne parlerò». Lo ha detto il
rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni all'Ansa. Di Segni ha incontrato
mercoledì alcuni giornalisti in vista della visita di papa Ratzinger in
Sinagoga domenica prossima 17 gennaio. «Bisognerà vedere anche - ha aggiunto -
se ne parlerà anche lui e in che modo».
IL RITORNO - «Il
fatto che un papa - ha continuato Di Segni -, dopo Giovanni Paolo II, torni in
Sinagoga è un segno di continuità rispetto al passato. Soprattutto dopo tutte
le discussioni che ci sono state». «Questa continuità è il valore di base della
visita. Dimostra che papa Ratzinger non vuole tornare indietro. Almeno dal
punto di vista della simbologia mediatica. A questo si aggiunge poi quello che
avverrà dopo, ciò che ci si dirà e ciò che si potrà fare in base al clima che
questi eventi creano».
«CONVIVERE NELLA
DIVERSITA'» - «Sarà un incontro di pace, amicizia e rispetto reciproco. Ma
soprattutto di esempio: come si può convivere anche nella diversita», ha continuato
il rabbino capo. «Dare un segnale in questa città e dire che si può essere
anche di opinioni differenti, che si può discutere su certe cose del passato
per le quali abbiamo anche opinioni radicalmente opposte, questo è il fine.
Abbiamo delle responsabilità e questo - ha spiegato Di Segni - è il valore
dell'incontro». Ansa 13
«Un incontro sulla via dell’amicizia, ma con il Papa parlerò di Pio XII»
Di Segni:
difficile il dialogo ebrei-cristiani, eppure si può convivere nella diversità
di FRANCESCA NUNBERG
ROMA - «Un evento
necessario e importante». Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, definisce
così l’imminente visita di Benedetto XVI al Tempio Maggiore. «Un evento, al di
là delle polemiche, nel segno della continuità con la strada di rispetto,
amicizia e stima reciproca intrapresa da Giovanni Paolo II». Un evento
mediatico, anche, che domenica concentrerà in quell’isolato tra piazza delle
Cinque Scole, via Catalana e lungotevere de’ Cenci l’attenzione del mondo. Il
fianco della sinagoga è già occupato da cinque camion Rai per la diretta tv e i
giornalisti accreditati si moltiplicano; erano cinquecento, ora pare siano
oltre seicento, e a domanda ma dove troverete posto per tutti? il rav, seduto
nel suo ufficio al secondo piano della Comunità, sorride e risponde con una
battuta: «Come stanno otto elefanti in una Cinquecento? Quattro davanti e
quattro dietro». Poi si fa serio.
A ridosso delle
polemiche sulla beatificazione di Pio XII, il pontefice del “gran silenzio”
sulla Shoah, come verrà accolto Ratzinger dalla Comunità ebraica di Roma? Il
tema cruciale resterà fuori dalla porta del tempio?
«Gli ebrei
accoglieranno il Papa con grande attenzione e rispetto, riconoscendo il valore
fondamentale di questa visita. Il dialogo ebraico-cristiano è difficile e pieno
di inciampi, ma bisogna stare attenti a non cadere nelle trappole, mantenendo
la capacità e la volontà di risolvere i problemi aperti».
La questione
pacelliana è stata però riaperta, con un tempismo che molti hanno giudicato
intenzionale. Cosa ne pensa?
«La questione non
è nuova, anzi torna con sistematicità. Se avere accelerato l’iter della
beatificazione a ridosso della visita è stato voluto, non saprei, bisognerebbe
chiederlo a qualcuno in Vaticano. Certo, in questo momento ha complicato le
cose. E c’è chi dice, ma è solo un’ipotesi, che l’abbiano fatto proprio per
mettere tutte le carte in tavola. Comunque sì, l’argomento emergerà nel mio
discorso di domenica. Non so ancora in che modo, ma ne parlerò. E bisognerà
anche vedere se ne parlerà lui e in che modo».
Quali altri temi
vuole affrontare con il Papa?
«Top secret»,
interviene Ester Mieli, la sua efficientissima addetta stampa. Il rabbino
allora continua: «Sarà un discorso bellissimo, porterò anche la testimonianza
di un deportato, che ora non c’è più, “tradotta” dal romanesco. Ho intenzione
di sottolineare il ruolo degli ebrei attraverso i simboli della storia, alla
luce delle fonti».
E’ stato difficile
scriverlo?
«Difficilissimo;
mi auguro di arrivare in fretta a domenica sera. Ma ogni momento di questa
preparazione è stato complesso. Anche perché molto è stato fatto senza
raccogliere un ampio consenso, che anzi a un certo punto è venuto meno...».
Non ha avuto
l’appoggio dell’intera Comunità nell’organizzare e soprattutto confermare la visita?
«Diciamo che
abbiamo potuto contare sull’appoggio di una buona parte della Comunità. Anche
quando è stato convocato il Consiglio d’urgenza, dopo la notizia della
proclamazione delle “virtù eroiche” di Pio XII, gli ebrei alla fine hanno detto
sì alla visita, ma senza rinunciare all’interpretazione storica».
Teme forme di
dissenso e protesta durante la visita?
«A dire il vero
non abbiamo pensato ai malumori. Comunque, se il dissenso viene espresso in
modo democratico e civile, è possibile. Ma non all’interno della sinagoga».
Pio XII
monopolizza l’attenzione, ma le questioni aperte col Vaticano sono parecchie,
dalla riabilitazione del negazionista Williamson alla preghiera del Venerdì
santo per la conversione degli ebrei. Capitoli chiusi?
«Su Williamson il
Papa ha chiesto scusa, assumendosi le sue responsabilità con una dichiarazione
davvero inusuale; non ci si può accanire. Quanto alla conversione, ognuno ha la
sua storia, ma il dialogo dovrebbe servire proprio a questo. Ricordo che già
nell’86 (io c’ero, ma nel pubblico) si discuteva dell’opportunità della visita
di Wojtyla, ci si chiedeva ma questo Papa cosa vuole?».
E lei da questo
Papa cosa vuole?
«A me sembra già
fondamentale che entri in sinagoga con un messaggio di amicizia. Cosa desidero
io? Che si crei un clima permanente di serenità e franchezza di comunicazione,
l’unico modo per risolvere discussioni e conflitti. L’unico modo per convivere
nella diversità». IM 14
Laras contro la visita del Papa in sinagoga. «Non è un fatto positivo, io
non ci sarò»
Il presidente dei
rabbini: «Ne trarrà vantaggio la Chiesa più retriva». Lewy: antigiudaismo
cattolico esiste ancora
ROMA - «La visita
del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo». È una posizione dura quella
espressa dal presidente dell'Assemblea rabbinica italiana Giuseppe Laras
(ascoltalo in AUDIO), che domenica non parteciperà alla storica cerimonia nel
Tempio maggiore di Lungotevere De' Cenci. Un evento, dice, che «non porterà
nulla di buono, ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa». Laras
spiega che durante l'attuale pontificato «il rapporto fraterno tra ebrei e
cattolici è diventato sempre più debole». In particolare il rabbino ha fatto
riferimento a «infortuni sul lavoro», come la revoca della scomunica del
vescovo lefebvriano Richard Williamson e il processo di beatificazione di Pio
XII.
GIOVANARDI:
OFFENSIVO - Parole che suonano offensive secondo il sottosegretario alla
presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi: «Se Laras ha deciso di stare lontano
dalla visita del Santo Padre alla sinagoga deve sapere che con questo
atteggiamento offende i cattolici, soprattutto quelli che hanno sempre
testimoniato amicizia e solidarietà con gli ebrei e lo Stato di Israele. Nel
dialogo possono nascere incomprensioni, ma l'interruzione del dialogo e gesti
di scortesia non aiutano certamente a chiarire le rispettive posizioni».
L'AMBASCIATORE
LEWY - Alle parole del presidente dei rabbini fanno eco quelle
dell'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, secondo cui
«l'antigiudaismo cattolico esiste ancora»: «Sono sicuro che quando il Concilio
Vaticano II ha approvato la "Nostra Aetate" (dichiarazione sui
rapporti tra cattolici ed ebrei con la condanna dell'antisemitismo, ndr) non
tutti erano d'accordo, come credo che non tutti lo siano ancora oggi». Inoltre,
spiega, le precisazioni del Vaticano sul timing della beatificazione di Pio XII
non fermeranno le critiche. Ma Lewy riconosce che la visita di Benedetto XVI ha
una «dimensione storica» e «nonostante la differenza di opinioni possiamo
mantenere un dialogo onesto e molto amichevole». L'anno scorso la celebrazione
comune della Giornata era saltata per la protesta da parte di alcuni rabbini
contro l'introduzione della preghiera per la conversione degli ebrei: «È stata
un'eccezione - spiega Lewy -, una breve interruzione di rapporti che però da
tempo sono positivi».
CORRENTI RETRIVE -
Secondo il presidente dei rabbini Laras, che ha rilasciato un'intervista al
Juedische Allgemeine Zeitung, giornale della comunità ebraica tedesca, nulla di
positivo può derivare dalla visita di Benedetto XVI, «né per il dialogo
ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere. L'unica che potrà trarne
vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive.
Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà
servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei
nostri confronti». Laras ha poi attaccato la comunità ebraica romana dato che -
spiega - l'ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere
in merito all'incontro con il Pontefice. La scelta di non disdire la visita «è
stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma
e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni, e l'idea di annullare la visita
dopo la recente dichiarazione di Benedetto XVI su Pio XII «è stata condivisa da
molti in Italia, soprattutto da parte delle famiglie dei superstiti della Shoah
e da alcuni esponenti del Rabbinato italiano. Pur condividendo l'idea di non
annullare l'incontro, avrei preteso un chiarimento maggiormente significativo
della Chiesa cattolica sui presunti eroismi di Pio XII, ora additati al mondo
come modello da esaltare e da imitare».
DI SEGNI: VISIONI
DIVERSE - A Laras ha replicato lo stesso Di Segni: «Abbiamo visioni differenti
e io rispetto molto le visioni differenti, sarà il tempo a dire chi ha fatto la
scelta giusta». E sulla visita di domenica: «Quello che farà il papa
francamente non lo so. Stiamo valutando se e come affrontare gli argomenti
sollevati dalla vicenda della beatificazione di Pio XII». Riccardo Pacifici,
presidente della Comunità ebraica romana, esprime massimo rispetto per la
posizione di Laras, ma sottolineando che la presenza in sinagoga delle più
autorevoli personalità del mondo ebraico internazionale testimoniano
«l'incoraggiamento e il sostegno» alla visita di Ratzinger affinché il dialogo
vada avanti.
IL PRECEDENTE NEL
1986 - L'ultima visita di un papa alla sinagoga romana risale al 1986, quando
Giovanni Paolo II fu accolto nel tempio dall'allora rabbino capo di Roma Elio
Toaff. Ed è proprio Toaff a dire oggi che il cammino di dialogo e
chiarificazione tra ebraismo e cristianesimo prosegue anche se ogni tanto
compaiono «quelli che oramai chiamiamo errori di percorso». L'anziano rabbino,
sostituito da Di Segni nel 2001, domenica sarà presente per salutare brevemente
Benedetto XVI. Il suo giudizio sulla visita è «molto positivo»: «Ebraismo e
cristianesimo continuano a dialogare e a parlarsi ormai ininterrottamente da
decenni a partire dal Concilio Vaticano II. Questo nuovo appuntamento significa
che il cammino prosegue su questa strada anche se ogni tanto compaiono quelli
che oramai chiamiamo errori di percorso. Tuttavia credo che grazie alla buona
volontà di tutti il dialogo proseguirà sulla strada della collaborazione e
della comune comprensione». CdS 14
In margine alle
parole di Benedetto XVI sugli immigrati
Rosarno è una
cittadina di 16.000 abitanti della Calabria, il "Sud nel Sud", come
ricordava Franco Verga nella prefazione del libro-inchiesta sulle Regioni del
Meridione "Sud amaro", pubblicato nel 1970 da un giornalista, Adriano
Baglivo, e un sociologo, Giovanni Pellicciari.
Rosarno, l'antica
Medma, la città di Filippo, segretario di Platone, è come un balcone naturale
che guarda alla piana di Gioia Tauro, la pianura verde della Calabria,
all'epoca romana definita "granaio dell'Impero". Dagli schiavi di
allora agli schiavi di oggi, la situazione di sfruttamento nella piana di
Rosarno non sembra cambiata, alla luce delle immagini e dei fatti di violenza e
di sfruttamento di cui tutti ormai siamo testimoni.
Nell'Angelus del
Papa di domenica la città di Rosarno è diventata il simbolo di un rinnovato
magistero e impegno sociale attenti alla dignità e ai diritti dei lavoratori.
Come il predecessore illustre Leone XIII, che nel 1891, guardando alle
"rerum novarum", alle "cose nuove", denunciava la
situazione di sfruttamento degli operai e dei braccianti agricoli ricordando i
diritti alla giusta retribuzione, al riposo, alla casa, alla tutela della
salute, così Benedetto XVI, in un contesto di "cose nuove", tra cui
certamente pone il fenomeno delle migrazioni dei popoli del Sud del mondo, ha
ricordato tre importanti direzioni a cui guardare nella società di oggi, anche
alla luce dei fatti di Rosarno. Anzitutto, il Papa ha ricordato che
"bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal
significato della persona!". "Un immigrato è un essere umano - ha
detto papa Benedetto -, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è
una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito
del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche
nell'ambito delle condizioni concrete di vita".
È il ritorno al
personalismo sociale, di cui sono stati maestri illustri Mounier, Maritain,
Stefanini ieri, Ricouer e Levinas oggi, e di cui sono stati protagonisti della
vita sociale italiana Giorgio la Pira, Adriano Olivetti, Amintore Fanfani,
Giordano dell'Amore, Aldo Moro, per ricordare solo alcuni nomi. Un personalismo
sociale che oggi chiede l'impegno a coniugare strettamente economia e
democrazia, legalità e sussidiarietà. Una seconda direzione a cui guardare,
secondo il Papa, è l'esclusione di un ritorno alla lotta di classe, alla
violenza sociale come base per la difesa dei diritti, ma un rinnovato impegno
per il dialogo sociale, la mutualità, di cui il mondo sindacale - che vede oggi
iscritti la metà dei 2 milioni di lavoratori stranieri in Italia - diventi un
luogo fondamentale di tutela.
"La violenza
- ha ancora ricordato Benedetto XVI - non deve essere mai per nessuno la via
per risolvere le difficoltà". Anche la mafia, la 'ndrangheta che oggi è
ancora padrona in questo territorio non può essere sconfitta solo con misure di
polizia, ma con una grande azione sociale e di responsabilità comune. Infine,
il Papa invita a una riflessione culturale nuova, come già scriveva nella
recente enciclica "Caritas in veritate", che abbia al centro una
nuova riflessione sulla relazione, necessaria per dare una base all'incontro
tra culture diverse, e che ha il suo fondamento nella visone
"fraterna" del mondo, ma anche nella prospettiva conciliare di una
"nuova civiltà dell'amore".
"Invito - ha
concluso il Papa - a guardare il volto dell'altro e a scoprire che egli ha
un'anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me".
Per le comunità cristiane Rosarno, nelle parole del Papa, diventa il simbolo di
un rinnovato impegno educativo in campo politico e sociale, che aiuti a
costruire una "città dell'uomo", dove il lavoro, la casa, non sono
"merce", ma beni comuni da promuovere e difendere per tutti.
GIANCARLO PEREGO
direttore generale Migrantes
Mons. Schettino: a Rosarno una guerra tra poveri
ROMA– “Gli episodi
ultimi, quelli di Rosarno, hanno messo in evidenza la debolezza del sistema di
accoglienza e di integrazione. E’ stata una lotta tra poveri e chi maggiormente
è stato sconfitto è stato il più povero: l’immigrato”.
É quanto ha detto
mons. Bruno Schettino, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni
(CEMI) parlando dei recenti avvenimenti di Rosarno.
Per il presule
occorre “ricreare un clima di maggiore e migliore accoglienza, superando le
tentazioni di xenofobia, che produce paura, mortificazione dell’umano, perdita
di speranza. Contro ogni forma di sfruttamento anche da parte della malavita
organizzata occorre essere attenti - ha poi aggiunto - e non lasciarsi
coinvolgere, ma denunciare ed entrare sempre nel clima della legalità.
L’immigrazione è un problema umano, profondamente umano. La Chiesa, che è
esperta in umanità, ha una profonda sollecitudine per questa realtà”.
“La situazione in
Calabria preoccupa e affligge tutti, soprattutto per le gravi condizioni di
lavoro a cui sono sottoposti i migranti, che pure rendono un servizio prezioso
all’agricoltura e all’attività locale”, ha detto sabato scorso il card.
Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, parlando a margine dell'inaugurazione
dell'anno giudiziario della Città del Vaticano, invitando all'osservanza delle
leggi, ad agire secondo giustizia e alla necessità di promuovere “pace,
riconciliazione e accoglienza reciproca”. Questo perché - ha detto Bertone - la
giustizia diventa “ingiustizia quando si adotta la violenza”. Intanto, dopo gli
scontri il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ha chiesto
uno stop immediato delle violenze ed ha annunciato una visita, per il 21
gennaio, a Reggio Calabria: una occasione per “rinnovare l'impegno comune,
sempre ribadito dal Capo dello Stato, per l'affermazione dei valori di legalità
e di solidarietà, entrambi oscurati dai gravi fatti di Rosarno”, si legge in
una nota. Anche dalla Chiesa italiana e calabrese preoccupazione per quanto è
avvenuto e sta avvenendo. “Adesso l’Italia si sveglia. Sono almeno dieci anni
che denunciamo la situazione degli immigrati stagionali a Rosarno, ma nessuno,
né in Calabria né a Roma, è mai intervenuto”, ha detto il vescovo di
Oppido-Palmi, mons. Luciano Bux: la Caritas e altre organizzazioni di
volontariato - ha sottolineato in una dichiarazione riportata da Avvenire -
hanno lavorato per alleviare le condizioni di vita di questa gente, che non
sono assolutamente dignitose. Quale italiano lavorerebbe 14 ore per 20 euro al
giorno? Anzi, per 19 visto che 1 euro lo devono lasciare per il trasporto.
Anche questo è stato da noi, a più riprese denunciato a tutti i livelli, ma mai
nessuno se ne è fatto carico”. E in questa settimana ha inviato un messaggio
alle parrocchie della diocesi da leggere nelle messe prefestive del sabato e
festive di domenica mentre mercoledì, accompagnato dal cappellano della casa
circondariale di Palmi, don Silvio Mesiti, ha incontrato i cinque detenuti
stranieri arrestati dopo gli episodi di Rosarno. Per loro i giuristi cattolici
della diocesi hanno “messo a disposizione - dice al SIR don Mesiti - cinque
avvocati del Foro di Palmi che si sono dichiarati disponibili ad assisterli
durante tutto il corso dell’iter giudiziario a titolo assolutamente gratuito”.
“É mancata una presenza prima che scoppiasse
il tutto”, ha detto al SIR mons. Vittorio Mondello, Presidente della Conferenza
Episcopale Calabra chiedendosi “perché aspettare la ribellione prima di
intervenire?”; “perché questi immigrati erano chiamati a lavorare sottopagati e
non messi in regola? Perché dobbiamo arrivare sempre a fatti estremi prima di
intervenire?”. “Noi come Chiesa facciamo molto ma non possiamo risolvere tutti
i problemi di competenza delle altre istituzioni”. “Le scene viste e vissute a
Rosarno (RC) non devono più ripetersi. Occorre richiamare alla calma tutti non
facendo proclami ma affrontando una volta per tutte la situazione dando una
risposta concreta a chi vive in situazioni difficili e al limite della
vivibilità”, ha affermato mons. Antonino Denisi, Direttore regionale della
Migrantes. Comunque - per mons. Denisi - “non è certamente la violenza che
aiuta a risolvere i problemi: bisogna
intervenire alla radice e affrontare il problema sia con mezzi di
carattere finanziario sia di progettazione della vivibilità di queste persone
in mondo più convinto come non è stato fatto nel passato”. Per il Direttore
della Migrantes calabrese “ci troviamo davanti a delle persone che hanno
diritto di essere trattate da persone”.
Le proteste hanno
“sconvolto tutti per le modalità con cui sono state condotte e pur non
giustificando nessuna azione violenta, sbagliata di per sé, ci rendiamo conto
che era solo questione di tempo. Non si possono far vivere le persone come
animali e pensare che non si ribellino. Qui è in corso una vera emergenza
sociale. Quello che è accaduto a Rosarno è frutto della mancanza di una
pianificazione adeguata per i lavoratori stagionali e della totale assenza di
una politica dell'integrazione", ha detto
Don Pino de Masi, Vicario Generale della diocesi di Oppido
Mamertina-Palmi e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro. E per il 16
maggio 2010 è programmata una edizione speciale della Marcia per la pace
Perugia-Assisi, per chiedere il rispetto dei diritti umani in Italia, dopo i
fatti di Rosarno. “C'è troppo razzismo in giro! E a Rosarno ha mostrato il suo
volto peggiore: violenza, sfruttamento, illegalità, criminalità organizzata,
discriminazioni, violazione dei diritti umani” – afferma la Tavola della Pace,
tra i promotori dell’iniziativa. C’è da vergognarsi! Non solo per quello che è
accaduto, ma per i silenzi, le complicità, l’indifferenza di troppe
istituzioni, politici e cittadini. Stanno distruggendo i valori su cui si regge
la convivenza nel nostro paese. Stiamo perdendo la nostra umanità”.
(Migranti-press)
La rete diplomatica della Santa Sede. Ultimo acquisto la Russia
In mezzo secolo
gli ambasciatori del papa nel mondo sono raddoppiati. Le relazioni diplomatiche
bilaterali sono triplicate. Mancano all'appello Cina, Arabia Saudita e pochi
altri Stati. Il doppio gioco del Vietnam: mentre tratta col Vaticano,
aggredisce i cattolici - di Sandro Magister
ROMA –
Rivolgendosi tre giorni fa agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede,
Benedetto XVI ha detto che la Chiesa di Roma "mantiene le sue porte aperte
a tutti e con tutti desidera avere relazioni che contribuiscano al progresso
della famiglia umana".
Ha ricordato con
soddisfazione che da ultimo anche con la Russia sono stati stabiliti pieni
rapporti diplomatici.
E altrettanto – ha
fatto intuire il papa – si spera di fare presto con il Vietnam (nonostante gli
episodi di violenza anticattolica avvenuti ad Hanoi e in altre località nei
giorni scorsi, diplomaticamente coperti di silenzio dagli organi di informazione
vaticani).
Lo stesso giorno
del discorso del papa agli ambasciatori, la segreteria di Stato ha diffuso una
breve nota informativa con le novità dell'ultimo anno nel campo delle relazioni
diplomatiche.
Con la Russia
ultima arrivata, sono 178 gli Stati che oggi intrattengono relazioni
diplomatiche piene con la Santa Sede. A i quali vanno aggiunti l'Unione
Europea, il Sovrano Militare Ordine di Malta e, in forma speciale,
l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. E ancora: le numerose
organizzazioni intergovernative e i programmi internazionali a cui la Santa
Sede partecipa come osservatore o come membro.
Con molti di
questi Stati e organismi la Santa Sede ha stabilito concordati, accordi e
convenzioni di varia natura. Ad esempio, nell'ultimo anno, con il Land tedesco
dello Schleswig-Holstein, con l'Austria e con il Brasile.
Sono dunque
pochissimi gli Stati che non hanno rapporti diplomatici con la Chiesa di Roma.
Tra questi, oltre al Vietnam, ci sono la Cina popolare e l'Arabia Saudita.
Domenica 10
gennaio, alla vigilia dell'incontro del papa con gli ambasciatori, il
quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire" ha
pubblicato una precisa panoramica della rete diplomatica vaticana nel mondo.
L'autore è un vaticanista
dei più preparati. Ecco sotto che cosa ha scritto. L’Espresso online 14
I sedici Stati che mancano all'appello. E gli ultimi dati su ambasciatori e
nunzi
Nel 1978 il numero
di Stati con cui la Santa Sede aveva pieni rapporti diplomatici ammontava a 84.
Nel 2005 erano 174. Con Benedetto XVI sono diventati 178.
Durante il suo
pontificato, infatti, sono stati allacciati i rapporti nel 2006 col neonato
Montenegro, nel 2007 con gli Emirati Arabi Uniti, nel 2008 con il Botswana.
Infine, lo scorso 9 dicembre è stata la volta della Federazione Russa, con cui
c’erano già relazioni di natura speciale, come quelle che continuano a
sussistere con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Tra i paesi con
cui la Santa Sede ha rapporti diplomatici c’è anche la Cina-Taiwan, dove però
dal 1979 non risiede più un nunzio ma solo un semplice "incaricato
d’affari ad interim". E questo in attesa di poter trasferire finalmente la
nunziatura a Pechino.
La Cina popolare,
infatti, è il più grande tra i paesi che non hanno rapporti diplomatici con la
Santa Sede. Ma non è il solo. A parte il Kosovo – che ha uno status
internazionale ancora controverso –, la Santa Sede non intrattiene ancora
relazioni con sedici Stati, perlopiù asiatici, in buona parte a maggioranza
islamica.
In nove di questi
paesi non è presente nessun rappresentante vaticano: Afghanistan, Arabia
Saudita, Bhutan, Cina popolare, Corea del Nord, Maldive, Oman, Tuvalu e
Vietnam. Mentre in altri sette paesi sono presenti dei delegati apostolici,
cioè dei rappresentanti pontifici presso le comunità cattoliche locali ma non
presso i governi. Tre di questi paesi sono africani: Comore, Mauritania e
Somalia. E quattro asiatici: Brunei, Laos, Malaysia, Myanmar.?
Con alcuni di
questi paesi comunque la Santa Sede ha già avuto dei contatti formali. Alla
messa di inizio pontificato di Benedetto XVI c’erano infatti i rappresentanti
di Afghanistan, Arabia Saudita, Malaysia, Oman e Vietnam. Mentre ai solenni
funerali di Giovanni Paolo II hanno assicurato la loro presenza i
rappresentanti del Brunei e della Somalia.
Con il Vietnam
sono iniziate formalmente le trattative per arrivare a pieni rapporti
diplomatici – ed incoraggiante in questo senso è stata la visita in Vaticano
del presidente Minh Triet l’11 dicembre scorso – mentre con la Cina esistono
contatti ufficiosi tra personalità della segreteria di Stato, l’ambasciatore di
Pechino in Italia e i responsabili dell’Ufficio per gli affari religiosi del
regime cinese.
Da parte della
diplomazia pontificia è anche cominciato il lavoro per arrivare ad allacciare
rapporti con l’Oman. Impenetrabili a ogni discussione sembrano invece Stati
islamici come l’Arabia Saudita – dove è tuttora ufficialmente proibito il culto
cattolico, anche se è stato un segnale positivo l’udienza dal papa di re
Abdallah il 6 novembre 2007 – o come le Maldive, dove non è neanche permesso
l’ingresso a sacerdoti che possano assistere i numerosi turisti cattolici pure
presenti nell’arcipelago.?
Attualmente sono
una ottantina i paesi i cui ambasciatori presso la Santa Sede risiedono a Roma.
Gli altri sono diplomatici residenti in altre capitali europee. La Santa Sede
non accetta ambasciatori accreditati contemporaneamente presso l'Italia. Un
ulteriore segnale del crescente interesse diplomatico per la Santa Sede è dato
dal fatto che con Benedetto XVI si sono stabiliti a Roma gli ambasciatori di
Australia, Camerun, delle Seychelles e di Timor Est.?
In questo momento
sono attivi in tutto il mondo 101 nunzi apostolici, alcuni dei quali coprono più
paesi. Quasi la metà, 50, sono italiani, una percentuale in calo rispetto al
passato (nel 1961 i nunzi italiani erano 48 su 58, l’83 per cento; e nel 1978
55 su 75, il 73 per cento). Questo calo è destinato a proseguire, visto che con
Benedetto XVI sono stati elevati all’episcopato 26 nunzi di prima nomina di cui
solo dieci italiani (il 38 per cento).
Ancora dall'Italia
vengono comunque i rappresentanti pontifici in paesi ecclesiasticamente e
politicamente importanti come Francia, Spagna, Stati Uniti, Argentina, Brasile,
Colombia, Israele (Gerusalemme e Palestina), Russia e la stessa Italia.
Gli altri nunzi
provengono perlopiù dal resto dell’Europa (27, di cui sette spagnoli, sei polacchi,
cinque francesi, tre svizzeri), ma anche dall’Asia (14, di cui sei dall’India e
quattro dalle Filippine), dal Nord America (sei, tutti degli Stati Uniti),
dall’Africa (tre) e dall’America latina (uno).
Con Benedetto XVI
la rete delle nunziature è stata rafforzata in Africa, dove sono state aperte
due nuove sedi: in Burkina Faso nel 2007 e in Liberia nel 2008. Mentre la Libia
ha deciso di dare il via libera alla costruzione di una nunziatura a Tripoli.
Segni ulteriori dell’interesse – ricambiato – che la Santa Sede nutre nei
confronti di un continente a volte dimenticato dalle grandi potenze. Gianni
Cardinale, Avvenire
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Un messaggio forte dei
vescovi francesi
PARIGI - “Non
avere paura” di dire ai giovani: “mantenete vivo il senso dell’accoglienza”. E
“avere il coraggio” di dire agli immigrati: “La Chiesa è la vostra casa. La
Chiesa è la vostra famiglia. La vostra vita è preziosa ai nostri occhi perché è
preziosa agli occhi di Dio. Noi non vi abbandoniamo”.
Un messaggio forte
quello inviato dai vescovi francesi in occasione della Giornata Mondiale del
Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica 17 gennaio. A scriverlo a nome
dell’Episcopato Francese è mons. Claude Schockert, vescovo di Belfort-Montbeliard,
e responsabile della Conferenza Episcopale Francese per la pastorale dei
migranti. Nel testo il vescovo invita ad “aprire cuore e ragione alla
situazione spesso davvero drammatica dei minori immigrati e rifugiati” ai quali
quest’anno il Papa ha dedicato la Giornata. Sono quelli - scrive il vescovo -
che maggiormente risentano delle “condizioni del viaggio verso una terra che è
poco disposta ad accoglierli”. Sono i minori la categoria degli immigrati più
“fragili” e “lo sono per le condizioni di vita e delle loro famiglie”.
“Alle comunità
cristiane delle nostre diocesi - conclude il vescovo - ricordiamo che il
messaggio del Vangelo non è un formulario a scelte multiple e opzionali. ‘Chi
accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me’: diamo forza a questa
affermazione di Cristo”. (Migranti-press)
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Speciali di Migrantes e Sir
NAPOLI - “Tutti
sappiamo che l’immigrazione è in continua espansione per svariati motivi:
ricerca di lavoro, asilo politico, ricongiungimenti familiari, ecc. Alcuni
episodi di devianza, isolati ma clamorosi e ampiamente pubblicizzati,
alimentano un complesso di allarme e di paura, contribuendo a presentare
l’immigrazione come una continua emergenza, a danno della tranquillità e
sicurezza pubblica. Ne consegue che altri aspetti dell’immigrazione, di segno
decisamente positivo, sfuggono all’attenzione e non concorrono a formulare un
giudizio più equilibrato e sereno del fenomeno”. É quanto scrive il card.
Crescenzio Sepe, Arcivescovo di Napoli, nella prefazione ad una pubblicazione
contenente “riflessioni, testimonianze e storia” della vicenda migratoria in
Campania, promosso dalla Migrantes Nazionale e da quella campana in occasione
della Giornata Mondiale del Migrante che si celebrerà il prossimo 17 gennaio e
che avrà proprio questa regione al centro delle manifestazioni per l’Italia.
“Non si può non
rilevare, in particolare - aggiunge il porporato - che la stragrande
maggioranza degli stranieri sta inserendosi positivamente nel nostro contesto
sociale, lavorativo, scolastico, coprendo anche il nostro deficit occupazionale
e demografico”. “La Chiesa italiana sta prestando il suo servizio
socio-pastorale in questo mondo della mobilità, cercando di rispondere a questa
sfida di solidarietà e di accoglienza che ha sempre caratterizzato il cuore dei
fedeli e, in modo particolare, del nostro popolo campano”. “La solidarietà -
conclude il card. Sepe - fa appello a tutti gli uomini di buona volontà perché
sentano l’urgenza di dare una dignitosa e serena accoglienza a coloro che
chiedono l’unico diritto che forse è loro rimasto: il diritto alla vita”.
Il fenomeno
migratorio in Campania - aggiunge mons. Bruno Schettino, Arcivescovo di Capua e
Presidente della Fondazione Migrantes che presiederà la celebrazione nazionale,
in diretta domenica alle 11,00 su Rai Uno - è “variegato, con una disponibilità
di fondo nel gestire l’accoglienza e l’integrazione, ma avverte la precarietà
economica e sociale. Il tessuto economico infatti ha antiche e nuove sofferenze
di strutture, di progettualità e di economia debole”.
Il sussidio vuole
essere - spiega mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Migrantes -
uno strumento di conoscenza e di solidarietà: di conoscenza, perché aiuta a superare
pregiudizi e falsità di una relazione nuova, quella con il mondo della
mobilità, che chiede invece di essere approfondita nella verità; di
solidarietà, perché aiuta a far circolare dentro la Chiesa buone prassi, stili
di vita che aiutano a costruire percorsi di incontro ecclesiale e di inclusione
sociale. Mons. Perego si “augura” che questo sussidio “aiuti le comunità
cristiane a lavorare per un confronto, sempre più necessario, tra Nord e Sud
del Paese, anche sul tema dell’immigrazione, così da costruire anche su questo
tema un’unità del Paese e una comunione nella Chiesa italiana” e aiuti a
“costruire percorsi educativi che impegnino all’incontro e alla relazione, al
dialogo”. Nello speciale molte testimonianze e iniziative sul tema delle
migrazioni in questa regione.
L’agenzia di
stampa cattolica SIR ha dedicato alla Giornata Mondiale delle Migrazioni - come
ogni anno - uno speciale scaricabile dal sito www.agensir.it.
Il dossier,
intitolato come la Giornata “I migranti e i rifugiati minorenni”, è realizzato
in collaborazione con la Fondazione Migrantes. In copertina la riflessione del
Papa dopo l’Angelus di domenica scorsa, 10 gennaio, e il suo richiamo,
all’indomani dei gravi episodi di Rosarno “a ripartire dal cuore del problema”
perché “un immigrato è un essere umano”.
Lo Speciale si
apre con un pezzo del Direttore di Migrantes, mons. Giancarlo Perego, che si
sofferma sul tema della Giornata: i minori migranti e rifugiati, passati nel
nostro Paese in soli otto anni dai 284mila del 2001 agli 862.453 del 2008, oggi
il 22,2% della popolazione straniera regolarmente residente. Oltre a rendere
effettivi il diritto alla casa e all’istruzione, sottolinea mons. Perego,
occorre proseguire nella costruzione per loro di “segni di fraternità”.
Nello Speciale
anche la riflessione “Cittadini a pieno titolo” di padre Gianromano Gnesotto,
Direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati e rifugiati della
Migrantes; un’intervista al magistrato Francesco Paolo Occhiogrosso, Presidente
del Centro nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, sul rapporto
minori-giustizia; il racconto di un giornalista che ha vissuto in un centro
rom; le politiche migratorie europee del “Programma di Stoccolma”. (Migranti-press)
Papst bittet um Hilfe für Haiti
Benedikt XVI. ist bestürzt angesichts
des schweren Erdbebens auf Haiti. Bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch
rief der Papst zu Soforthilfe und Spenden für die Bevölkerung des
Karibikstaates auf. Nach einem Erdbeben der Stärke 7,0 in der Nacht zum Mittwoch
(MEZ) stürzten in der Hauptstadt Port-au-Prince zahlreiche Häuser ein.
Hilfsorganisationen rechnen mit Hunderten Toten. Aus den Trümmern wurde auch
die Leiche des Erzbischofs der Hauptstadt, Serge Miot, geborgen. Tausende
Menschen sind obdachlos, es fehlt an medizinischer Versorgung. Papst Benedikt
sicherte allen Betroffenen seinen geistlichen Beistand und auch materielle
Unterstützung durch die Hilfswerke der Kirche zu. Wörtlich sagte der Papst:
„Ich lade alle ein, sich meinem Gebet
für die Opfer dieser Katastrophe und alle, die um sie trauern, anzuschließen.
Ich versichere allen, die ihr Haus verloren haben oder in anderer Form durch
das Erdbeben betroffen sind, meinen spirituellen Beistand und bitte Gott, sie
in ihrem Leid zu trösten und es zu erleichtern. Auch appelliere ich an die
Großzügigkeit aller, damit es den betroffenen Brüdern und Schwestern in diesem
Moment der Not und des Schmerzes nicht an unserer konkreten Solidarität und der
tatkräftigen Unterstützung der internationalen Gemeinschaft mangele. Auch die
katholische Kirche und ihre karitativen Einrichtungen werden der Bevölkerung
unverzüglich Hilfe bereitstellen.“
Unter den Opfern des Erdbebens ist auch
Zilda Arns, eine berühmte Katholikin aus Brasilien. Die Schwester des früheren
Kardinals Paolo Evaristo Arns war die Gründerin eines brasilianischen
Kinderhilfswerks. Die Presse in ihrer Heimat würdigt Zilda Arns an diesem
Mittwoch ausführlich auf den Titelseiten. (rv 13)
Kirchliche Hilfsorganisationen folgen Papstaufruf
Die kirchlichen Hilfswerke haben den
Opfern der Erdbebenkatastrophe Solidarität und Hilfe versichert. Papst Benedikt
hatte bei der Generalaudienz am Mittwoch zu großzügigen Hilfsleistungen
aufgerufen. In Rom der Jesuiten Flüchtlingsdienst, der Malteserorden und die Salesianer
Don Boscos derweil die Bevölkerung zur Unterstützung ihrer Hilfsaktionen auf.
Die Solidarität der gesamten Kirche mit dem Volk von Haiti betonte der
Präsident von Caritas Internationalis, Kardinal Oscar Rodriguez Maradiaga. Der
Päpstliche Rat Cor Unum soll die katholischen Hilfsanstrengungen - in
Zusammenarbeit mit Catholic Relief Services (CRS) und der Hilfsorganisation der
US-amerikanischen Bischofskonferenz – koordinieren. Auch die Schweizer Caritas,
seit über 30 Jahren in Haiti aktiv, versprach Soforthilfe, ebenso Missio
Deutschland und Österreich, das bischöfliche Hilfswerk Adveniat und viele
andere kirchliche Organisationen. „Wir können Gott sei Dank auf
Katastrophenlager vor Ort zurückgreifen, die nicht zerstört wurden“, so die
Katastrophehilfeleiterin der Caritas Österreich, Sabine Wartha, in einer
Pressemitteilung. Zusätzliche Hilfsgüter liefere die benachbarte Dominikanische
Republik aus eigenen Lagern. Internationale Caritas-Helfer sind unterdessen in
das Krisengebiet unterwegs, um die lokale Caritas zu unterstützen.
„Die Menschen beten und weinen“ - Noch
ist es zu früh, die Schäden zu ermessen, die die Menschen in Haiti durch das
Erdbeben vom Dienstag erlitten haben. Die Bilder und Nachrichten sind
herzzerreißend. Mit den Händen graben die Menschen nach Verschütteten, die Zahl
der Opfer könnte in die Zehntausende gehen, augenblickliche Schätzungen
sprechen von bis zu 30.000. Der Papst hat am Mittwoch von Rom aus zu Hilfe für
das ärmste Land der westlichen Hemisphäre aufgerufen; in Port-au-Prince treffen
die ersten Hilfsflüge ein. Stefan Kempis hat Eindrücke aus Haiti gesammelt.
Opfer auch in der katholischen Kirche -
Zu den Opfern des Erdbebens auf Haiti gehört auch der Erzbischof von
Port-au-Prince, Joseph Serge Miot. Er sei unter den Trümmern seines Hauses
begraben worden, gaben französische Ordensleute an diesem Donnerstag an. Auch
unter Seminaristen und Priestern der Stadt gebe es viele Opfer, berichtete der
Apostolische Nuntius in Haiti, Bernardito Auza. Den Rektor des Priesterseminars,
Pater Boucicaut, konnten die Überlebenden nur mit Hilfe einer Metallsäge aus
den Trümmern des Gebäudes retten. Die Kathedrale in der Hauptstadt, die bereits
einmal abgebrannt und wiedererrichtet worden war, sei eingestürzt, berichteten
Hilfsorganisationen. Schwer beschädigt worden ist auch die erzbischöfliche
Kurie, in der das katholische „Radio Soleil“ untergebracht ist. Viele
Armeneinrichtungen der Kirche sind ebenfalls völlig zerstört worden. Die Kirche
verfügt in Haiti über ein dichtes Netzwerk, Ordensleute und Gemeinschaften
leisten seit Beginn der Katastrophe Hilfe und haben auch selber Opfer zu
beklagen. So haben etwa die „Missionaries of Charity“, der Orden Mutter
Theresas von Kalkutta, mehrere Armenhäuser im Erdbebengebiet. Es sei wichtig
sei, den kirchlichen Einrichtungen vor Ort den Rücken zu stärken, betonte der
Nationaldirektor von Missio Österreich, Leo Maasburg. „Am schlimmsten leiden
unter einer solchen Katastrophe immer die Mittellosen. Ihnen hilft nun die
Kirche gezielt“, so Maasburg.
Zollitsch verbeugt sich in Trauer vor
den Opfern - Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert
Zollitsch, hat zum Gebet für die Erdbebenopfer aufgerufen. Er verneige sich in
tiefer Trauer von den Opfern dieser schrecklichen Katastrophe, schreibt
Zollitsch in einem Brief an Haitis Bischöfe, der auf der Website der Erzdiözese
Freiburg veröffentlich wurde. „Besonders erschüttert bin ich vom Tod so vieler
Menschen, die in selbstlosem Einsatz für die Kirche Ihres Landes gearbeitet
haben“, so Zollitsch. Viele Bischöfe schlossen sich Zollitsch an und riefen die
Gläubigen zu großzügigen Spenden auf, so die Bischöfe von Münster, Hamburg,
Limburg und Rottenburg-Stuttgart. (pm 14)
Kirchen in Deutschland rufen zu Hilfe für Haiti auf
Käßmann: Ich bete für die Opfer -
Erzbischof Zolllitsch spricht Verletzten und Angehörigen Mitgefühl aus
Hannover. Die beiden großen Kirchen in
Deutschland haben am Donnerstag zu Spenden und Gebeten für das von einem schweren
Erdbeben erschütterte Haiti aufgerufen. "Ich bete für die vielen Menschen
auf Haiti, die von Leid, Zerstörung und dem Verlust von Menschen betroffen
sind", erklärte die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD), Margot Käßmann, in Hannover. Der Vorsitzende der
katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, sprach
den Verletzten und Angehörigen der Opfer sein Mitgefühl aus: "Wir müssen
jetzt helfen."
"Besonders erschüttert bin ich vom
Tod so vieler Menschen, die in selbstlosem Einsatz für die Kirche Ihres Landes
gearbeitet haben", schrieb Zollitsch an den Vorsitzenden der haitianischen
Bischofskonferenz, Erzbischof Louis Kébreau. Besondere Anteilnahme bekundete er
zum Tod des Erzbischofs von Port-au-Prince, Joseph Serge Miot.
Auch Käßmann zeigte sich tief
erschüttert über die hohe Zahl der Opfer des Erdbebens: "Es ist eine
Tragödie, dass diese Katastrophe eines der ärmsten Länder dieser Erde trifft.
Den Menschen dort gilt mein ganzes Mitgefühl." Die EKD-Ratsvorsitzende
rief dazu auf, die Hilfsmaßnahmen zu unterstützen und wies besonders auf die
unverzüglich nach dem Beben angelaufene Katastrophenhilfe des Diakonischen
Werkes hin.
Der Präses der Evangelischen Kirche im
Rheinland, Nikolaus Schneider, unterstrich die Notwendigkeit schneller Nothilfe
und späterer Aufbauhilfe. Schneider, der auch stellvertretender
Ratsvorsitzender der Evangelischen Kirche in Deutschland ist, zeigte sich in
einem epd-Gespräch von der großen Hilfsbereitschaft der Bundesbürger überzeugt.
Für die katastrophalen Folgen des
Erdbebens in Haiti machte er die schlechte Infrastruktur und die große Armut
mitverantwortlich. "Die Diktatoren und die Ausbeutung des Volkes in der
Vergangenheit sowie die militärischen Interventionen der Vereinigten Staaten
haben mit dazu beigetragen, dass es eine derart schwache Infrastruktur in Haiti
gibt", sagte er. Epd 14
Vatikan: Synagogenbesuch wird das Verbindende zeigen
An diesem Sonntag wird Papst Benedikt
XVI. die Synagoge der jüdischen Gemeinde von Rom besuchen. Eine Begegnung, die
sicherlich in die Geschichte eingehen wird und im Vorfeld mit großen
Erwartungen verbunden ist. Ein gutes Verhältnis zu den Juden ist für Papst
Benedikt von größter Bedeutung, da ist sich Jesuitenpater Christian Rutishauser
sicher. Der Schweizer unterrichtet Jüdische Studien an der Päpstlichen
Hochschule Gregoriana in Rom und erläutert im Gespräch mit Radio Vatikan, wie
der Besuch dazu beitragen kann, die Irritationen der letzten Jahre im
jüdisch-christlichen Dialog zu bereinigen – gerade weil sie durch Papst
Benedikt selbst ausgelöst worden seien:
„Ich denke, es gibt zwei größere
Irritationen: Die eine kommt durch das Motu Proprio von 2007 zur
Wiederzulassung der Tridentinischen Messe. 2008 hat der Papst dann eigenhändig die
Fürbitte zum Karfreitag neu formuliert. Das hat größere Irritationen ausgelöst,
weil viele das so interpretiert haben, dass der Papst die Judenmission erneut
möchte. Eine andere hat die größere Öffentlichkeit erreicht: Das war gerade vor
einem Jahr, als die Exkommunikation gegenüber den vier Bischöfen der
Piusbruderschaft aufgehoben worden ist. Dass da ein Holocaust-Leugner darunter
ist, hat natürlich für die Juden einen Affront bedeutet. Und zu einer
Irritation - man könnte auch sagen, in eine Krise geführt.“
Radio Vatikan überträgt live und über
die Partnersender den Besuch in der römischen Synagoge am Sonntag ab 16.20 Uhr.
Italien: Rabbiner bleibt Papstbesuch
fern - Der Vorsitzende der Italienischen Rabbinerkonferenz, Giuseppe Laras,
will dem Synagogenbesuch Papst Benedikts XVI. am Sonntag in Rom fernbleiben.
Einzig die Kirche werde aus dem Besuch „Vorteile ziehen, vor allem mit Blick
auf die konservativen Kreise“, sagte Laras der am Donnerstag erscheinenden
Wochenzeitung „Jüdische Allgemeine“. (kna/rv 14)
In Sorge um den Gottesdienst. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
Aus gegebenen Anlässen und besonders
unter dem Eindruck der letzten Visitationen in den Pastoralverbünden möchte ich
ausdrücklich an meinen Fastenhirtenbrief 2004 „Liturgie – Lebensaustausch
zwischen Gott und den Menschen“ erinnern.
Im 7. Abschnitt bitte ich da, sich
allen möglichen Formen des Gottesdienstes zu öffnen und denke besonders an die
vielen kleinen und ganz kleinen Filialgemeinden unseres Bistums mit ihren
Kirchen: „Lebensaustausch zwischen Gott und Mensch, liebe Schwestern und
Brüder, geschieht auch im Wortgottesdienst. Immer dann, wenn aus der Hl.
Schrift vorgelesen wird, spricht Gott durch den Mund des Verkündenden zu seinem
Volk. Er spricht zu uns das Wort der Verheißung, des Trostes und der
Aufrichtung; er mahnt aber auch, ja zuweilen warnt er sogar durch die Propheten
auch uns heute, seine Wege zu verlassen. Nur seine Wege sind Wege des Heiles.
Möglicherweise gab es in der
Vergangenheit so etwas wie eine „eucharistische Monokultur“. Andachten, Feiern
der Vesper und anderer Horen der Stundenliturgie, Anbetungsstunden,
Rosenkranzandachten, die ganze Bandbreite von Wortgottesdiensten wurden
zugunsten einer Vielzahl von Messfeiern aufgegeben. Monokulturen sind aber immer
anfällig, besonders in Krisenzeiten, das lehrt uns die Biologie. Dies gilt auch
für den Gottesdienst der Kirche: Wenn niemand mehr einen rechten Zugang hat zur
Stundenliturgie, zu Andachten und anderen Formen des Wortgottesdienstes – denen
ja kein Priester vorstehen muss! -, dann ist zu befürchten, dass bei noch
weiter steigendem Priestermangel die Alternative „Wortgottesdienst“ niemandem
mehr vor Augen steht, wenn kein Zelebrant für die Messe erreichbar ist.
Eine geschlossene Kirche ist so etwas wie
eine Bankrotterklärung unseres Glaubens. Statt eines Totalausfalls
gottesdienstlicher Feiern ist - besonders an Werktagen – die Alternative
Wortgottesdienst in welcher Form auch immer die bessere Lösung. Allerdings darf
dies nicht dazu führen, dass eine neue Wortgottesdienstkultur entsteht, die die
Gläubigen der Messfeier entfremdet. Wo immer es möglich ist, darf der
sonntäglichen Messfeier keine andere liturgische Handlung im Wege stehen oder
die Eucharistiefeier behindern. Im Gegenteil: Die Stundenliturgie, Andachten
und alle anderen Formen von Wortgottesdienst sollen auf das eucharistische
Zentrum verweisen, das Verständnis der und die Liebe zur Hl. Eucharistie
vertiefen.“
Diese meine Bitte aus dem Jahr 2004,
die bleibend ist, will ich durch eine neue und sehr dringende ergänzen: So
wichtig es mir ist, dass die Lebens- und Glaubensgemeinschaften „vor Ort“
erhalten bleiben, so wichtig ist mir auch, dass wir keinem unbeweglichen
„Kirchturmdenken“ verfallen. Ich bitte alle Gläubigen unseres Bistums, auch die
Nachbarkirchen als „ihre“ Kirche anzunehmen. Wenn nicht mehr in jeder Kirche an
jedem Sonntag die Hl. Messe gefeiert werden kann, ist auch die Bereitschaft
gefragt, sich auf den Weg zu machen, sich an einem anderen Ort mit Menschen zu
versammeln, die wir vielleicht nicht kennen, die uns aber im Glauben keine
Fremden, sondern Geschwister sind.
Hier ist noch ganz viel zu tun. Aber
wir brauchen dringend die Dimension über den Tellerrand hinaus…„Bonifatiusbote“
17
Zentrale Gottesdienste zur Gebetswoche für die Einehit der Christen
ROM - In den Hauptstädten der
deutschsprachigen Länder finden in der kommenden Woche zentrale ökumenische
Gottesdienste im Rahmen der weltweit gehaltenen "Gebetswoche für die
Einheit der Christen" statt. Sie steht 2010 unter dem Motto „Er ist
auferstanden - und ihr seid seine Zeugen!“ (Lk 24,48). Die Gottesdienstordnung
wurde von Christen aus Schottland vorbereitet.
In Wien findet der zentrale Ökumenische
Gottesdienst zur "Gebetswoche für die Einheit der Christen" am
Freitag, 22. Januar, um 18.00 Uhr in der katholischen Pfarrkirche Leopoldau
statt. Die Predigt hält der Superintendent der methodistischen Kirche
Österreichs, Lothar Pöll. Anschließend laden die Kirchen zu einer Begegnung in
das syrisch-orthodoxe Kulturzentrum Leopoldau ein.
In der deutschen Hauptstadt Berlin wird
am Sonntag, den 24. Januar um 16 Uhr in der Alten Pfarrkirche "Zu den Vier
Evangelisten" in Berlin-Pankow ein Ökumenischer Gottesdienst aus diesem
Anlass gehalten.
In der Schweiz findet der ökumenischer
Gottesdienst zur Gebetswoche für die Einheit der Christen am Sonntag, den 17.
Januar um 10.00 Uhr in der Reformierten Kirche in Bern-Bümpliz statt.Im
Fürstentum Liechtenstein findet am Sonntag, den 24. Januar um 18 Uhr ein
Gottesdienst in Maurenin der evangelischen Pfarrkirche in Mauren zur
Gebetswoche statt.
Im Fürstentum Luxemburg wird der
Ökumenische Gottesdienst zur Gebetswoche ebenfalls am 24. Januar um 16 Uhr,
Pfarrkirche St. Martin, Düdelingen gefeiert
Unterwegs zum Ökumenischen Kirchentag
2010 in München findet der zentrale Gottesdienst zur Gebetswoche für die
Einheit der Christen in Bayern findet am Dienstag, 19. Januar, um 19.00 Uhr im
Münchner Liebfrauendom, Frauenplatz 1, statt. Landesbischof Johannes Friedrich,
Erzbischof Reinhard Marx und Verantwortliche der Arbeitsgemeinschaft
Christlicher Kirchen (ACK) in Bayern feiern ihn gemeinsam mit Christen aller
Konfessionen. Nähere Informationen dazu gibt es bei der ACK Deutschland unter
www.oekumene-ack.de.
Mit Blick auf die geistliche
Vorbereitung des europaweit größten ökumenischen Treffens im Mail in München,
laden die Veranstalter ein,mit Beginn der Gebetswoche 10 gute ökumenische
Vorsätze für das Jahr 2010zu fassen:
Meine ökumenischen 10 guten Vorsätze
für das Jahr 2010
1. Ich besuche einen Gottesdienst zur
Gebetswoche für die Einheit der Christen vom 18. bis 25. Januar 2010.
2. Ich gebe meinen „EinSatz Hoffnung“
unter www.einsatzhoffnung.de ab.
3. Ich widerspreche, wo – nicht nur zum
Thema Konfession – undifferenziert und abfällig über „die Anderen“ geredet
wird.
4. Ich informiere mich in meiner
Kirchen- oder Pfarrgemeinde über die dortigen ökumenischen Aktivitäten und
Angebote.
5. Ich schaue auf den
InternetseitenInternetseiten www.bayern-oekumenisch.de und www.oekt.de vorbei.
6. Ich besorge mir unter
www.spiritualitaet-leben.de die Materialien für die ökumenischen Exerzitien im
Alltag oder melde mich in meiner Gemeinde zu ökumenischen Exerzitien an.
7. Ich schlage das Leitwort des 2.
Ökumenischen Kirchentags – „Damit ihr Hoffnung habt“ (1 Petr 1,21) – in der
Bibel nach.
8. Ich besuche einen Gottesdienst einer
anderen christlichen Konfession.
9. Ich schicke einen Leserbrief zur
gesellschaftlichen und sozialen Verantwortung der Christen an eine Zeitung oder
kommentiere in diesem Sinne einen Artikel im Internet.
10. Ich frage jemanden, ob er mit mir
den 2. Ökumenischen Kirchentag besucht. Zenit 14
„Netzwerk Leben“ ist wichtige und notwendige Aufgabe der Kirche
Kardinal Lehmann überreichte Urkunden
für Beauftragte in den Dekanaten
Mainz. Die Initiative „Netzwerk Leben“
kümmere sich um eine nach wie vor „wichtige und ganz notwendige Aufgabe der
Kirche“. Das sagte der Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, am Donnerstag,
14. Januar, bei einem Treffen der Dekanatsbeauftragten der Initiative „Netzwerk
Leben“ im Bistum Mainz.
Lehmann überreichte den Mitarbeitern
ihre Urkunden für den neuen Beauftragungszeitraum bis zum Jahr 2013.
Schwerpunkte der Arbeit sind bis dahin die Themenbereiche Armut und
Arbeitslosigkeit, frühe Hilfen zur Vorbeugung von Kindesvernachlässigung und
eine verstärkte Zusammenarbeit mit den rund 200 Kindertagesstätten im Bistum.
Der Kardinal dankte den Beauftragten bei dem Treffen im Erbacher Hof in Mainz
für ihren großen Einsatz in den vergangenen Jahren.
Zu Beginn der Tagung hatte der Mainzer
Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, die Arbeit von „Netzwerk Leben"
gewürdigt: „Karitatives Handeln berührt niemals nur den Leib, sondern immer
auch die Seele und wird so zu pastoralem Handeln. Auf diese Weise verschwindet die
Trennung von Caritas und Pastoral." Die Initiative nehme die Veränderungen
in der Gesellschaft wahr und versuche eine Antwort zu geben. „Wir wollen nicht
nur reden, sondern wir wollen handeln", sagte Giebelmann. Weiter sagte er:
„Vor allem allein erziehende Frauen und kinderreiche Familien tragen ein
erhöhtes Armuts-Risiko. Das Netzwerl will die Eltern außerdem in ihrem
Erziehungsauftrag unterstützen: Wir suchen einen frühen Zugang zu den Eltern,
deren Lebenssituation Gefahrenelemente für eine Vernachlässigung vermuten
lassen. Darüber hinaus ermöglichen uns unsere Kindertagesstätten den Zugang zu
Familien und können ein Hilfsangebot als Familienzentrum schaffen."
Die Beauftragten hatten sich in
Kleingruppen mit den drei Schwerpunktthemen auseinadergesetzt. Bei der
Berichterstattung im Plenum wurde unter anderem deutlich, dass die Beauftragten
die deutliche Schwerpunktsetzung als sehr hilfreich begrüßten und es insgesamt
sehr gute Erfahrungen mit der Zusammenarbeit von Caritas und Pastoral in den
vergangenen Jahren gegeben habe. Moderiert wurde das Treffen von Winfried
Reiniger von der Stabsstelle „Gemeindecaritas" des
Diözesancaritasverbandes Mainz.
Stichwort: Initiative „Netzwerk
Leben"
Die Initiative „Netzwerk Leben"
war im Januar 2001 nach dem Ausstieg der Katholischen Kirche in Deutschland aus
der Schwangerenkonfliktberatung mit Beratungsnachweis gegründet worden. Ihr
Ziel ist, über die konkrete Schwangerschaftsberatung von Caritas und dem
Sozialdienst katholischer Frauen (SkF) hinaus das Bewusstsein und das
Engagement für den Lebensschutz im Bistum Mainz zu fördern. In allen 20
Dekanaten des Bistums sind vom Mainzer Bischof, Kardinal Karl Lehmann, jeweils
zwei hauptamtliche Mitarbeiter zu Dekanatsbeauftragten für die Initiative
ernannt worden und zwar jeweils ein Mitarbeiter aus dem Seelsorgebereich und
ein Caritas-Mitarbeiter. Träger der Initiative „Netzwerk Leben" sind das
Bistum Mainz, die Caritasverbände der Diözese und der SkF. Im Jahr 2001 war
auch die „Netzwerk Leben"-Stiftung gegründet worden. Unter dem Dach der
Wilhelm Emmanuel von Ketteler-Stiftung hat sie zum Ziel, Projekte zu
unterstützen, die Hilfen für Frauen und Familien in Schwangerschaft und
Notsituationen leisten.
Hinweis: Diözesangeschäftsstelle
„Netzwerk Leben", Caritasverband für die Diözese Mainz, Bahnstraße 32,
55128 Mainz, Tel.: 06131/2826-283, Fax: 06131/2826-205, E-Mail:
netzwerk-leben@bistum-mainz.de, Internet: www.bistum-mainz.de/netzwerk-leben.
tob (MBN)
Papst Benedikt XVI. hat das Wirken der
Bettelorden für eine tiefgehende Reform der Kirche im 13. Jahrhundert
gewürdigt. Die Orden um den heiligen Franz von Assisi oder den hheiligen
Dominikus seien Beispiele dafür, dass in der Kirche „immer wieder Kräfte der
Reform aufbrechen“ und eine „Kreativität zum Guten hin immer wieder neu da
ist“. Das erklärte Benedikt den Tausenden Gläubigen, die an diesem Mittwoch bei
der Generalaudienz in der vatikanischen Audienzhalle dabei waren. In seiner
frei gehaltenen Katechese erläuterte der Papst die historische Entstehung der
so genannten Bettelorden.
„Damals war gegen die Immobilität der
großen monastischen Orden und der Hierarchie ein Aufbegehren in der Kirche
lebendig, dass nach der Einfachheit des Evangeliums verlangte, nach der Armut,
und das sich in Gegensatz zu Glanz und Größe der offiziellen Kirche setzte.
Armutsbewegungen, die aber dann zugleich auch in Häresie verfielen, die Materie
– in einem falschen asketischen Streben – ablehnten und als etwas Böses
betrachteten, die schließlich davon ausgingen, dass es nicht nur Gott, sondern
ein böses Prinzip gibt, weil in der Welt so viel Böses ist. Das sahen sie in
der Materie verankert und wurden so mit dem guten Impuls zur Einfachheit, zur
Armut, zur Strenge des Glaubens und des Lebens zerstörerisch, weil sie die
Größe Gottes verminderten und die Schöpfung nicht mehr liebten. In dieser
Situation sind Gestalten wie Franz und Dominikus aufgestanden, die auch den
Impuls der Armut, der Einfachheit, der Radikalität des Evangeliums in sich
trugen, aber ihn in der Kirche und mit der Kirche als dem wahren Ort des
Evangeliums lebten und so in ihr Erneuerung schufen, die dann auch Europa
erneuern und umgestalten konnte.“
(rv 13)
Debatte über Afghanistan-Einsatz, Die Bischöfin und der Krieg
Das Irritierende an der Debatte über
Margot Käßmanns Äußerungen zum Kampf der Bundeswehr in Afghanistan ist weniger
der Inhalt - nicht eines der vorgebrachten Argumente ist neu -, sondern die vermeintlichen
Eindeutigkeiten, die dabei angeführt werden. Die Gegner Frau Käßmanns werfen
ihr „Banalität“ und „Radikalpazifismus“ vor und fordern von ihr, sich solcher
Stellungnahmen zu enthalten. Die Äußerungen Frau Käßmanns (“perfide
Unterstellung“, „sie knallen auf meine Person“) lassen hingegen erahnen, dass
die Landesbischöfin und EKD-Ratsvorsitzende sich von ihr übelwollenden
konservativen Männern umzingelt wähnt - nicht zum ersten Mal in ihrer Karriere.
Die Ratsvorsitzende beruft sich ihrerseits auf „die evangelische Friedensethik“
und ihre Bischofskollegen, die ihr eilfertig beigesprungen sind. Sie nennt das,
die bestehende innerkirchliche Pluralität übergehend, „die evangelische
Kirche“. Der bestimmte Artikel regiert allenthalben.
An Eindeutigkeit mangelt es aber
bereits der Textbasis: Die Ratsvorsitzende hat um Weihnachten herum in
Interviews, Ansprachen und Predigten vieles gesagt - auch zu Afghanistan. Ihre
Äußerungen variierten dabei erheblich, in Wortlaut wie im Sinngehalt. Die
Formulierung „nichts ist gut in Afghanistan“, die sie gleichlautend in ihrer
Weihnachts- wie in ihrer Neujahrspredigt verwendete und die ihr besonders zum
Vorwurf gemacht wird, ist allerdings lediglich ein Predigtkunstgriff. Auch hat
sie nicht dem Radikalpazifismus das Wort geredet, sondern - das ist nicht
dasselbe - einen raschen Rückzug der Truppen gefordert. Nachdem die Kritik sie
erreicht hatte, tat sie dann allerdings ihre Anerkennung für die Ehrlichkeit
des amerikanischen Präsidenten kund, der die Aufstockung des Militärkontingents
als einzigen Ausweg ausgegeben habe. Recht zusammenpassen will das alles nicht.
Darin könnte ein Grund für das
Aufwallen der Empörung (in nachrichtenarmer Zeit) liegen. Aus Kanzelrede und
unbedarften Formulierungen in Interviews ist in einer an die geschliffenen und
staatstragenden Äußerungen ihres Vorgängers Huber gewöhnten Presse eine
religiös-politische Melange mit eigentümlicher Geschmacksrichtung entstanden.
Die Existenz eines apolitischen Reinraums des Religiösen zählt zwar auch zu den
Eindeutigkeitsfiktionen, doch hat die Ratsvorsitzende in diesem Fall zwei Dinge
miteinander vermengt, die man tunlichst unterscheidet: In religiöser Rede kann
ein Geistlicher durchaus - provokant formuliert: mit gesunder religiöser
Arroganz - die Unzulänglichkeit dieser Welt zur Schau stellen. Dieser
rhetorische Akt, der auch eher subtil als geifernd vollzogen werden kann und
der sich in der Verkündigung Jesu wie bei den Propheten des Alten Testaments
findet, schafft im strengen Sinne erst die Moral, weil er eine Norm aufrichtet,
an der sich das moralisch Gute messen lässt. Die Höhe des Evangeliums, das von
der Last der Norm frei macht, ist damit selbstverständlich noch nicht erreicht.
Aber der Graben zwischen Gott und Welt, zwischen Sollen und Sein ist ausgehoben
und damit eine religiöse Grundunterscheidung vollzogen. An der vorfindlichen
Wirklichkeit - das ist ja die Pointe des Anspruchs - muss sich solche Rede
nicht messen lassen.
Anders verhält es sich, wenn die
evangelische Kirche die Gattung der politischen Rede wählt. Die EKD hält mit
ihren Denkschriften, an denen sachkundige Laien mitwirken sollen, selbst den
Anspruch hoch, umfassend, abgewogen und nicht thetisch zu argumentieren.
Entscheidungen der Politik sollen darin nicht vorweggenommen werden. Folglich
gilt: Die Kirche muss sich in diesem Fall der Realität mitsamt den ihr
innewohnenden Dilemmata aussetzen und sich nachvollziehbar und hinreichend
konkret auf diese einlassen.
Die erneuerte Friedensdenkschrift der
EKD aus dem Jahr 2007, auf die sich die Ratsvorsitzende nun fortwährend beruft,
bleibt hinter diesem Anspruch zurück. Der traditionellen, bis in die Antike
zurückreichenden Lehre vom gerechten Krieg mit ihrer Unterscheidung vom „ius ad
bellum“ und dem „ius in bello“ wird darin der Abschied gegeben. Die Kriterien
dieser Lehre haben in Zeiten asymmetrischer Konflikte zwar an Griffigkeit
eingebüßt. Indem die evangelische Kirche die Lehre vom gerechten Krieg -
niemand hat behauptet, dass man auch in gerechten Kriegen frei von Schuld
bleibt - ebenso wie die katholische Kirche durch eine Lehre vom „gerechten
Frieden“ ersetzt, formuliert sie aber keine überzeugende Alternative. Bereits
die verquaste Wortwahl nährt den Verdacht, dass unbequeme Härten ausgeblendet
bleiben. Die evangelische Kirche bleibt in der Denkschrift eine realistische
Perspektive schuldig, wie dieser „gerechte Friede“ erreicht werden soll. Was
soll geschehen, wenn auf die von Landesbischöfin Käßmann angemahnten „kreativen
Ideen“ vornehmlich Al Qaida kommt? Unter der Hand ist die Friedensdenkschrift
zum Steinbruch für wirklichkeitsfremde Rhetorik geworden, die in ihrem
Eskapismus in der Tat Parallelen zur Linkspartei aufweist.
Eigentlich sollte doch gelten: Die
Unterscheidung von Prophetie und Politik muss nicht erst von außen an eine
evangelische Kirche herangetragen werden.
Reinhard Bingener Faz 13
Es heißt, er sei der populärste Mönch
Deutschlands: Der Benediktinerpater und Bestsellerautor Anselm Grün wird 65.
Über 15 Millionen Exemplare seiner spirituellen Bücher wurden weltweit gelesen
- und das in mehr als 30 Sprachen. Aus Anlass seines Geburtstages am 14. Januar
haben wir mit dem als Ratgeber und „Gottessucher“ bekannten Pater gesprochen.
Im Interview mit Aldo Parmeggiani erklärte Anselm Grün, wie man heute Gott
suchen und finden könne:
„Gott suchen ist für uns Mönche die
wichtigste Aufgabe. Der heilige Benedikt versteht den Mönch als einen, der
immer Gott sucht. Gott suchen bedeutet, einmal im eigenen Herzen, in der Stille
zu fragen: Wer bin ich und welcher ist der tiefste Grund meines Lebens? Wenn
ich in mich hineinhorche, spüre ich eine Sehnsucht nach mehr, nach Heimat, nach
Geborgenheit, nach Liebe. Das ist für mich eine Öffnung Gott gegenüber.“ (rv
13)
Brief Nachtwei an Käßmann. "Danke, dass Sie Anstoß erregt haben"
Wir dokumentieren den Brief von
Winfried Nachtwei an die Ratsvorsitzende der EKD in Deutschland, Margot
Käßmann, im Wortlaut. VON WINFRIED NACHTWEI
Sehr geehrte Frau Bischöfin Käßmann,
vor Jahren begegneten wir uns persönlich bei einer deutsch-russischen
Zivildienst-Tagung in Moskau, zuletzt 2007 bei der Feier zum 50-jährigen
Bestehen der Zentralstelle KDV. Als jemand, der seit Ende 2001 als Abgeordneter
des Bundestages und Mitglied des Verteidigungsausschusses das deutsche Afghanistan-Engagement
und den Bundeswehreinsatz dabei mitverantwortet und intensiv begleitet hat,
drängt es mich, Ihnen zu Ihren Afghanistan betreffenden Aussagen in der
Neujahrspredigt in Dresden zu schreiben.
Anzeige
Zuallererst möchte ich Ihnen für Ihre
Predigt insgesamt von Herzen danken: Sie sind ganz nah an der
Lebenswirklichkeit, an den Menschen mit ihren Widersprüchen; Sie weichen dem
Erschreckenden nicht aus, nennen es beim Namen und helfen zugleich, sich nicht
im Erschrecken zu verlieren, machen Mut und Hoffnung. Mir ist als jungem Mann
vor Jahrzehnten der explizite Glaube "abhandengekommen". Der vormals
sehr gläubige, suchende junge Mann hatte die unmittelbaren Vertreter seiner
katholischen Kirche als priesterliche Sprechautomaten erlebt, ohne Ohr, geschweige
Antworten auf das, was mich umtrieb - z. B. den Vietnamkrieg damals. Sie
haben mich mit Ihrer Predigt erreicht und sehr bewegt. Das müsste auch für
viele andere gelten, wenn Sie Ihre ganze Predigt zur Kenntnis nehmen würden.
Winfried Nachtwei war bis September
2009 verteidigungspolitischer Sprecher der grünen Bundestagsfraktion. Zurzeit
arbeitet er an einem Buch über Friedenspolitik – mit besonderem Focus auf
Afghanistan. Foto: ap
Dass Sie in Ihrer Predigt auch das Erschrecken
um Afghanistan zur Sprache gebracht haben, war ausgesprochen notwendig. Offene
Worte sind hier Demokratenpflicht: angesichts der äußerst beunruhigenden
Entwicklung der letzten Jahre, des beschönigenden wie halbherzigen Umgangs
verantwortlicher Politik damit, der existenziellen Not vieler eingesetzter
Soldaten und ihrer Angehörigen, angesichts der Gespaltenheit unserer
Gesellschaft. Jahrelang wurde - zu Recht - über das "freundliche
Desinteresse" der bundesdeutschen Gesellschaft gegenüber den Auslandseinsätzen
der Bundeswehr geklagt. Viel besser ist also, es wird Klartext gesprochen und
die Auseinandersetzung geführt, als dass übliche Konsensblasen produziert
werden. Danke also, dass Sie Anstoß erregt haben.
Viele Reaktionen auf die Afghanistan-Passage
Ihrer Predigt waren überzogen. Für manche Ihrer Kritiker scheint es auch eine
Gelegenheit zu sein, abzulenken von eigenem politischen Versagen und eigener
Ratlosigkeit, abzulenken von der hochsteigenden Angst vor einem möglichen
großen Desaster. Es ist falsch und dumm, Sie in die Ecke der Linken zu stellen;
denn diese hat sich nach meiner Erfahrung nie für praktische Friedensförderung
in Afghanistan engagiert; sie vertritt mit ihrer Forderung nach Sofortabzug
eine Position von "Nach uns die Sintflut".
Ihren Grundansatz "Vorrang für
zivil" teile ich nicht nur. Ich habe mich auch immer um seine
politisch-praktische Umsetzung bemüht. Zugleich will ich nicht verhehlen, dass
Ihre Worte zu Afghanistan teilweise meinen Widerspruch hervorrufen. Bei aller
Schwierigkeit, ein so komplexes und strittiges Thema mit ca. zehn Sätzen
anzusprechen: Mir ist es zu pauschal, eine dichotomische Vereinfachung einer
höchst widerspüchlichen Konfliktwirklichkeit:
"All diese Strategien, sie haben
uns lange darüber hinweggetäuscht, dass Soldaten nun einmal Waffen benutzen und
eben auch Zivilisten getötet werden."
Im Kontext der andauernden Diskussion
um den Luftangriff von Kunduz am 4. September klingt das so, als sei mit diesem
kriegerischen Akt eine bisher verhüllte und beschönigte Realität des
Afghanistaneinsatzes zutage getreten. In Wirklichkeit wurden in Afghanistan
über Jahre verschiedene Strategien - politisch ungeklärt - nebeneinander
praktiziert: die militante Strategie des sprichwörtlichen "war on
terror", wofür lange die Operation Enduring Freedom stand; der
UN-mandatierte Stabilisierungsansatz von Isaf zur Sicherheitsunterstützung, bei
der Ausübung von Gewalt bis 2006 (Bundeswehr bis 2009) ausgesprochen
zurückhaltend geschah.
Aus weltanschaulicher KDV-Sicht sind
Soldaten gleich Soldaten, alles potenzielle Todesbringer. In der Wirklichkeit
besteht aber ein fundamentaler Unterschied zwischen Soldaten, die z. B. im
Rahmen der Wehrmacht, des Vietnam- oder Tschetschenienkriegs zum Einsatz kamen,
und solchen, die nach den Regeln der UN-Charta zum Schutz vor illegaler Gewalt,
zur internationalen Rechtsdurchsetzung, zur Gewalteindämmung und
Friedenssicherung eingesetzt werden. Wenn Bundeswehrsoldaten als Staatsbürger
in Uniform nicht in einen Topf geworfen werden wollen mit den ausdrücklichen
"Kriegern" mancher anderer Streitkräfte, von der
(Ur-)Großvätergeneration ganz zu schweigen, dann ist das vollauf berechtigt.
Seit 2008/09 gibt es auch für die
Bundeswehr in Afghanistan ein Nebeneinander von gewaltarmem Stabilisierungseinsatz
z. B. in der Provinz Badakhshan und einer Guerillakriegssituation in
Kunduz. So unbestreitbar in einzelnen Distrikten und Provinzen eine
(Klein-)Kriegssituation herrscht, so falsch ist es, den Gesamteinsatz der
Bundeswehr als Kriegseinsatz zu bezeichnen. Das würde nicht nur dem Mandat
widersprechen. Das hätte auch enorme Auswirkungen auf die Operationsführung,
die Einsatzregeln. Folge wären eine Entgrenzung der Gewaltanwendung und eine
Radikalisierung des bewaffneten Konflikts.
"Aber Waffen schaffen offensichtlich
auch keinen Frieden in Afghanistan."
Völlig richtig. Nur hat das seit 2001
auch niemand aus der deutschen verantwortlichen Politik behauptet. Und
Bundeswehroffiziere sind diejenigen, die am deutlichsten die Vorstellung
zurückweisen, mit Waffen Frieden schaffen zu können. Die Frage ist nur, wie in
einem Umfeld vieler Gewaltakteure (mit reichlich Kämpfern, Waffenarsenalen und
Konfliktstoff) Schutz vor illegaler Gewalt gewährt und ob ohne Waffen
Staatlichkeit und Gewaltmonopol aufgebaut werden können. Auffällig ist
übrigens, wie wenig hierzulande die Erfahrungen von UN-Friedensmissionen eine
Rolle spielen, die in vielen Post-Konflikt-Ländern Minimalschutz gewährleisten.
Kamen in irgendeiner Weihnachts- und Neujahrspredigt die humanitären Großskandale
von Ostkongo und Darfur irgendwo zur Sprache?
"Wir brauchen mehr Fantasie für
den Frieden, für ganz andere Formen, Konflikte zu bewältigen."
Darauf dränge auch ich immer und immer
wieder bei meinem Einsatz für zivile Krisenprävention und Friedensförderung.
Und unbestreitbar besteht ein krasses Missverhältnis zwischen Aufwendungen für
militärische Sicherheitspolitik und denen für zivile Konfliktbearbeitung und
Peacebuilding. Allerdings können solche Worte auch schnell zu einer
appellativen Leerformel werden.
Denn nötig sind für Friedensförderung
vor allem Kompetenz, Fachleute, Fähigkeiten, Investitionen - und zuallererst
Aufmerksamkeit. Aufmerksamkeit für das, was es an hoffnungsvollen und wirksamen
Bemühungen, neuen Instrumenten und Akteuren der Friedensförderung gibt. An
dieser Aufmerksamkeit mangelt es extrem. Beispiel Afghanistan: Bei fast jedem
meiner inzwischen 14 Besuche dort erlebte ich bewundernswerte Projekte,
Initiativen, Menschen, auch partielle Fortschritte in einem sich verdüsternden
Umfeld. Deutsche EntwicklungshelferInnen wie Polizisten beklagen immer wieder,
dass ihre Arbeit hierzulande kaum bis gar nicht wahrgenommen werde, völlig
zugedeckt von der vorherrschenden Militärfixiertheit auf allen (!) Seiten des
politischen Spektrums.
Insofern widerspreche ich auch Ihrer
Feststellung "Nichts ist gut in Afghanistan": Als wären all die
anderen Aufbau- und Friedensanstrengungen in Afghanistan nicht der Rede wert.
Unbestreitbar werden sie überschattet und zunehmend infrage gestellt durch die
Konfliktverschärfung seit 2006, durch den in verschiedenen Landesteilen
wuchernden Krieg. Aber diese Aufbaubemühungen sind die einzigen Chancen, dort
überhaupt auch den Frieden gewinnen zu können. Wer diese Chancen nicht
wahrnimmt und anpackt, hat sowieso schon verloren! (Hier sehe ich übrigens ein
großes Versagen breiter Teile der deutschen Friedensbewegung, wo eine
unterschiedslose Totalkritik der Isaf-Militärs einhergeht mit einer notorischen
Nichtbeachtung der konkreten Friedenskräfte und -potenziale. Das produziert
Erschrecken ohne jede Hoffnung. Friedenspolitische Wirkungslosigkeit ist damit
vorprogrammiert.) Um Aufmerksamkeit für Entwicklungen und Ereignisse jenseits
des Bad-news-Mechanismus zu fördern, stelle ich seit Sommer 2007 "Better
News statt Bad News aus Afghanistan" zusammen, parallel zu meinen
Bad-news-Veröffentlichungen zur Unsicherheitslage. Die jüngsten Ausgaben füge
ich Ihnen bei.
Ihre tiefe Beunruhigung über die
Entwicklung in Afghanistan teile ich ebenso wie Ihre Grundbotschaft für mehr
Fantasie (Einsatz, Ressourcen) zur Friedensförderung.
Mit meiner Wortmeldung wollte ich dazu
beitragen, dass die dringend notwendige breite Debatte um den Krieg in
Afghanistan, um Wege der wirklichen Kriegsbeendigung nicht in einem
Schlagabtausch von Gesinnungen und Bekenntnissen stecken bleibt, sondern mit
mehr Sorgfalt geführt und dadurch produktiver wird.
Bei nahezu allen Trauerfeiern für in
Afghanistan umgekommene und gefallene Bundeswehrsoldaten und Polizisten war ich
dabei. Hier fühlte ich immer wieder besonders deutlich, wie sehr die Politik in
der Pflicht ist, den eigenen Soldaten - und Polizisten, Diplomaten,
Entwicklungshelfern - nur solche Einsätze zuzumuten, die nicht nur legitim,
sondern auch friedens- und sicherheitspolitisch dringlich, sinnvoll,
aussichtsreich und leistbar sind.
Das erfordert höchste Sorgfalt im
Hinsehen, Sprechen, Handeln - nicht nur bei den entsandten Soldaten, sondern
vor allem auch bei der Politik, aber auch in der Gesellschaft. Die Politik war
hier bisher kein Vorbild.
Unabhängig von unserer politischen
Einschätzung des Afghanistaneinsatzes haben die von Bundesregierung und
Bundestag dorthin entsandten Soldaten, Entwicklungshelfer, Polizisten,
Diplomaten die Aufmerksamkeit, die Anteilnahme und Unterstützung aller Bürgerinnen
und Bürger verdient. Wir dürfen sie nicht ignorieren und alleinlassen.
Mit besten Wünschen für ein
friedlicheres 2010 grüßt Sie herzlich
gez. Winfried Nachtwei Münster, im
Januar 2010 Taz 13
Ist Gott Allah? Islam und Christentum sollten sich respektieren, nicht bekämpfen.
Die Debatte in Malaysia hat auch
erstaunliche Parallelen in Deutschland: Christliche Fundis wettern wie ihre
Glaubensvetter: ausschließend, verletzend und aggressiv. Das Oberste Gericht in
Kuala Lumpur hatte am 31. Dezember entschieden, Allah sei das allgemeine
arabische Wort für Gott und nicht exklusiv für den Islam. Mit dem Urteil endete
ein mehr als zweijähriger Rechtsstreit zwischen der katholischen Kirche
Malaysias und der Regierung des Landes über die Verwendung des Wortes Allah.
Zur Erinnerung, weil es auch
hierzulande immer noch nicht so bekannt ist: Arabische Christen rufen seit
jeher in der arabischen Welt ihren/unseren Gott selbstverständlich mit „Allah“
an. Wieso also die ganze Aufregung?
Die Geschichte ist insofern
bemerkenswert, weil sie sehr deutlich macht, dass eine fundamentalistische
Auslegung der Religion exklusivistisch und verletzend ist und es sogar sein
soll, indem sie aggressiv gegen andere Religionen oder Nichtreligionen auftritt.
In Europa und speziell in Deutschland
wird leider immer häufiger und militanter von christlich fundamentalistischen
Kreisen und Gruppen versucht, Identität durch Abgrenzung zu den Muslimen zu
erzeugen und zwar ähnlich wie in Malaysia mit der Diskussion um Gott/Allah –
nur in umgekehrter Stoßrichtung versteht sich.
Der ehemalige Bundestagsabgeordnete und
rechte Hardliner Martin Hohmann ist da ein beredtes Beispiel dafür. Er
behauptete doch allen Ernstes, Allah wäre eine „altarabische Naturgottheit“ und
die Muslime glauben nicht an den Gott der Christen. Diese These findet sich
heute in vielen einschlägig bekannten rechtsradikalen Internetforen und
Publikationen als „Wissen“ über den Islam wieder.
Es gehört allgemein zum Fahrplan und
Weg der Rechten, dass sie über diese Themen weiter versuchen, die Muslime in
diesem Land zu marginalisieren. Schade nur, dass auch manch kirchliches
Oberhaupt in etwas schwachen Minuten diese Diskussion missverständlich
aufgegriffen hat. So zum Beispiel die heutige EKD-Chefin, damals noch
Hannoveraner Bischöfin, Margot Käßmann, als sie in einem Zeitungsartikel
verlauten ließ: „Gott ist nicht Allah.“
Motiv und Motivation bei all diesen
Geisterdebatten ist die Angst vor dem Fremden, dem Unbekannten. Der nächste
Schritt ist dann nicht mehr weit: Gegenüber dem Fremden muss zur Verteidigung
des eigenen Glaubens geschritten werden, denn er unterwandert diesen ja. Und
schon befindet man sich in einer destruktiven Abwehrschlacht. In so einer Phase
sagt übrigens der Koran zu den Muslimen: „Euch eure Religion und uns unsere
Religion“ (Koran: Sure 109, Vers 6). Ich würde mir wünschen, dass wir Muslime
diese Gelassenheit öfter an den Tag legen würden.
Der Imam Mohd Tamyes Abdul Wahid in
Malaysia rechtfertigte die Proteste mit den Worten, Muslime müssten immer zur
„Verteidigung ihrer Religion“ bereit sein. In radikalen Internetblogs in
Malaysia schüren Scharfmacher die Stimmung gegen andere ethnische Gruppen und
Religionen. Angriffe und Schändungen auf Kirchen sind nun die Folge. Sie sind
eine Schande für jeden Muslim und in aller Schärfe zu verurteilen! Die Rhetorik
in den Foren dort kommt einem seltsam bekannt vor, wird sie doch jeden Tag in
den eben zitierten einschlägig bekannten rechtsradikalen Internetblogs gegen
die Muslime verwendet.
Dort, wo der Hass gegen die Muslime
geschürt wird und wo bisher der Verfassungsschutz kaum etwas anzufangen wusste,
wenn wieder einmal die Würde des Menschen (Artikel 1 des Grundgesetzes) mit
Füßen getreten wird, wenn die Religionsfreiheit (Artikel 4) gerade mal wieder
zum hunderttausendsten Mal für die Muslime exklusiv infrage gestellt wird.
Die Vorgänge in Malaysia zeigen in der
Tat frappierende Parallelen und Ähnlichkeiten zu der Diskussion, die wir
hierzulande haben. Religion – „Din“ wie es im Arabischen heißt – taugt aber
nicht für eine Abwehrschlacht. Religion sollte praktisches Bekenntnis sein,
dass wir Menschen unseren einen Schöpfer, ob er nun Jehova, Gott oder Allah
heißt, erkennen mögen und ihm dienen.
Und letztlich ist es Allahs Entscheidung,
sein Wille, der Wille des Erhabenen, wohin die Reise gehen soll. Warum spielen
sich manche Anhänger der Religionen als Richter auf und nicht als seine Diener?
Warum füllen wir nicht viel lieber unser Glaubensbekenntnis mit „La illaha
illallah“ (es gibt keine Gottheit außer Gott) einfach in praktischer Weise mit
Leben?
Warum können wir nicht (allesamt Juden,
Christen, Muslime) die Lessing’sche Gelassenheit an den Tag legen, zu dem uns
der Koran (Sure 5, Vers 48) ermuntert: „Und hätte Gott es gewollt, Er hätte
euch – Juden, Christen und Muslime – zu einer einzigen Gemeinde gemacht. Doch
wollt Er euch prüfen in dem, was Er jedem von euch gab. Wetteifert darum in den
guten Taten.“ Aiman A. Mazyek, Generalsekretär des Zentralrats der Muslime in
Deutschland. Tsp 14
Gespräch des SPD-Parteivorsitzenden mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz
Der Vorsitzende der
Sozialdemokratischen Partei Deutschlands, Sigmar Gabriel, und der Vorsitzende
der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, sind heute zu
einem einstündigen Meinungsaustausch im Willy-Brandt-Haus in Berlin
zusammengetroffen. Es war die erste Begegnung von Erzbischof Zollitsch mit
Sigmar Gabriel in dessen Funktion als Vorsitzender der SPD.
Im Mittelpunkt des Gesprächs standen
Fragen des Zusammenhalts der Gesellschaft sowie die Debatte um den
Auslandseinsatz in Afghanistan.
Sigmar Gabriel betonte, mit ihrer
künftigen Politik wolle die SPD entschieden dafür eintreten, soziale Gerechtigkeit
in Deutschland zu sichern. „Wir werden eine offene Diskussion auch über die
Frage führen, was an den Reformen der vergangenen Jahre gut und was weniger gut
war. Bei dieser Debatte wollen wir nicht nur die Parteibasis beteiligen,
sondern alle Interessierten. Gerade die Kirchen können dabei wichtige Impulse
geben.“
Erzbischof Zollitsch unterstrich seine
Wertschätzung für das demokratische Parteiensystem. Zollitsch ermutigte die
SPD, ihr Wertefundament noch deutlicher in den Mittelpunkt des politischen
Handelns zu stellen. „Die Menschen erwarten von der Politik klare Antworten auf
ihre Fragen und vor allem Sorgen. Dabei spielt das Wertesystem eine immer
größere Rolle.“ Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz und Parteichef
Sigmar Gabriel unterstrichen die gemeinsame Auffassung, dass es notwendig sei,
zügig aus der globalen Finanz- und Wirtschaftskrise Konsequenzen zu ziehen. Ein
bloßes „weiter wie bisher“ dürfe es in Zukunft nicht geben. Sigmar Gabriel
erklärte, dass der sozialdemokratische Maßstab für die notwendigen Antworten in
den Grundwerten Freiheit, Gerechtigkeit und Solidarität liege. „Ausgangs- und
Zielpunkt unserer Politik ist die Würde jedes und jeder Einzelnen“, betonte der
SPD-Parteivorsitzende.
Im Blick auf die Debatte um den
Afghanistan-Einsatz deutscher Soldaten unterstrich der SPD-Vorsitzende: „Es ist
gut, dass die Debatte endlich geführt wird. Und es ist gut, dass die Kirchen
öffentlich dazu aufgefordert haben, sie ehrlich zu führen. Es gehört zur
politischen Verantwortung, die Augen vor der Wirklichkeit nicht zu
verschließen. Hier kann sich niemand wegducken, gerade weil es keine einfachen
Antworten gibt.“ Beide sahen es zudem als dringliche Aufgabe an zu verhindern,
dass Ängste sich in Fremdenfeindlichkeit und Antisemitismus niederschlagen.
Erzbischof Zollitsch und Sigmar Gabriel
verabredeten, über gemeinsame Fragen den intensiven Austausch zwischen der
Deutschen Bischofskonferenz und der SPD fortzusetzen. De.it.press