Notiziario religioso 13-14 Gennaio
2010
Mercoledì 13. Il commento al Vangelo. La guarigione della suocera di Simone
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 1,29-39) commentato da P. Lino Pedron
29 E, usciti dalla
sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di
Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e
subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per
mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
32 Venuta la sera,
dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33
Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano
afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni
di parlare, perché lo conoscevano.
35 Al mattino si
alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e
là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce
37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro:
«Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per
questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle
loro sinagoghe e scacciando i demoni.
La guarigione
della suocera di Pietro ci presenta il miracolo del servizio. Può sembrare un
miracolo insignificante. Ma i miracoli non sono spettacoli di potenza, ma segni
della misericordia di Dio. In questo racconto la piccolezza del segno è tutta a
vantaggio della grandezza del significato. Un miracolo più straordinario
avrebbe attirato la nostra attenzione a scapito di ciò di cui è segno.
Con questo
piccolissimo segno l’evangelista ci dà il significato di tutti i miracoli: sono
delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di
servire, che è la nostra somiglianza con Dio.
Il miracolo che
Gesù è venuto a compiere in terra è la capacità di amare, cioè di servire. Chi
ama serve, serve gratuitamente, serve continuamente, serve tutti
indistintamente.
Noi siamo
raffigurati nella suocera di Pietro: incapaci di servire, costretti a farci
servire o a servirci degli altri. Il contatto con Gesù ci rende come lui, che è
venuto per servire (Mc 10,45).
Il servizio è la
guarigione dalla febbre mortale dell’uomo: l’egoismo, che lo uccide come
immagine di Dio che è amore. L’egoismo si esprime nel servirsi degli altri, che
porta all’asservimento reciproco; l’amore si realizza nel servire, che porta
alla libertà dell’altro. Solo nel servizio reciproco saremo tutti finalmente
liberi: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo"
(Gal 6,3).
Il fatto che Gesù
non lascia parlare i demoni è un aspetto importante del vangelo. Egli vuol
farci capire che una conoscenza di Dio, prima di vederlo in croce, è diabolica:
non capiremmo né il nostro male né il suo amore. Sarebbe la solita
presentazione di un Dio creato dalla nostra testa. Voltaire ha scritto:
"Dio ha creato l’uomo a sua immagine, e l’uomo ha creato Dio a sua
immagine".
La giornata tipo
di Gesù si conclude con una preghiera notturna, che dà inizio alla nuova
attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e sorgente dell’azione,
fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per fare.
L’uomo, fatto a
immagine e somiglianza di Dio, è totalmente se stesso quando sta davanti a Dio.
Per questo il fine di ogni apostolato è insegnare a stare davanti a Dio e a
pregare il vero Dio nel modo giusto. Dal vero rapporto con Dio nasce di
conseguenza il vero rapporto con sé, con gli altri e con le cose.
Il cristiano prega
soprattutto per ringraziare Dio che gli dà tutto, per amarlo, per conoscerlo
meglio e vivere così nella gioia, nell’amore e nella verità.
La preghiera non
serve per ricevere qualcosa, ma per diventare Qualcuno: per diventare come il
Dio che preghiamo, per essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è
nei cieli (cfr Mt 5,48).
La preghiera è il
punto di arrivo di ogni realtà cristiana perché è l’approdo in Dio.
"Andiamocene
altrove". L’entusiasmo delle folle e la popolarità condizionano l’agire
umano e impediscono la vera libertà. Chi vuole a tutti i costi suscitare
applausi non riesce ad evitare i compromessi.
Gesù scarta le
immagini false che la gente si fa del suo ruolo di guaritore. Egli taglia corto
riguardo all’entusiasmo popolare.
Proprio perché
Gesù sa sottrarsi ai primi frutti della sua missione, questa può estendersi per
tutta la Galilea. P. Lino Pedron, de.it.press
Giovedì 14. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 1,40-45) commentato da P. Lino Pedron
40 Allora venne a
lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi
guarirmi!». 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo
voglio, guarisci!». 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E,
ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a
nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione
quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli,
allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù
non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi
deserti, e venivano a lui da ogni parte.
Secondo la
concezione ebraica, la lebbra era "la primogenita della morte" (Gb
18,13). Chi veniva segnato da questa malattia doveva tenersi separato dagli
altri e non poteva avvicinarsi a nessuno. I lebbrosi erano lasciati languire
lungamente in una lenta morte, e per giunta venivano infamati come peccatori,
perché la lebbra era considerata il castigo di gravi peccati.
La legge ebraica
dichiarava intoccabile un lebbroso, ma per Gesù non c’è legge che valga quando
c’è di mezzo il bene di un uomo.
Gesù è la
"buona notizia" di uno che tocca il lebbroso e lo guarisce. Egli è il
medico venuto per guarire tutti i mali e tutti i malati (Mc 2,17).
Solo Gesù può
liberare la nostra vita dalla lebbra che la devasta. Gli uomini e le leggi
riconoscono il male e lo condannano, ma solo Gesù lo guarisce.
Il nostro diritto
di accostarci al Signore non viene dal fatto di essere giusti e degni, belli e
buoni, ma proprio dal fatto che siamo ingiusti e immondi, brutti e peccatori.
Il diritto di precedenza è dato ai malati più gravi. Dio guarda il nostro
bisogno, non il nostro merito.
Questo è il
vangelo, la buona notizia che ci salva: Dio mi ama perché mi ama; la mia
miseria non è ostacolo, ma misura della sua misericordia. Dio non è la legge
che mi giudica né la coscienza che mi condanna: è il Padre che dà la vita, e mi
ama più di se stesso, senza condizioni, così come sono. Il mio male non lo
allontana, ma lo attira verso di me con un amore che non conosce altro metro
che quello del mio bisogno. San Tommaso d’Aquino ha scritto: "Dio non ci
ama perché siamo buoni, ma ci rende buoni amandoci".
Il comportamento
antipubblicitario di Gesù ci ricorda un importante proverbio: "Il bene non
fa rumore e il rumore non fa bene". Coloro che credono con umiltà, come la
suocera di Pietro o il paralitico, non hanno bisogno di essere zittiti: servono
e ubbidiscono. P. Lino Pedron, de.it.press
La Cei: "A Rosarno sconfitto il più povero molto debole il sistema
dell'accoglienza"
Parla Schettino, della Conferenza
Episcopale. Reazioni anche dall'Onu: "Seri problemi di
razzismo". E Medici Senza Frontiere:"La grande ipocrisia, tutti sanno
dei clandestini, ma si fa finta di niente fino a quando lavorano" - di
CARLO CIAVONI
ROMA - Sugli
extracomunitari africani di Rosarno, così come su tutti gli altri che migrano
di regione in regione per tenere in vita l'agricoltura nazionale, grava lo
stesso destino riservato agli schiavi del XIX secolo. Con una sola differenza:
quella che nessuno può vantare su di loro il diritto di proprietà. Almeno per
ora. E' attorno a concetti come questo che ruotano i commenti e le valutazioni
sulla "rivolta" dei senza-niente, sfociata nei disordini e nelle
aggressioni cominciate giovedì scorso e proseguite nei giorni successivi, nella
terra degli aranceti, in provincia di Reggio Calabria.
Le parole della
CEI. Le violenze di Rosarno - ha detto monsignor Bruno Schettino, presidente
della Fondazione Migrantes della Cei e presidente della Commissione episcopale
per le migrazioni - "hanno messo in Evidenza la debolezza del sistema di
accoglienza e di integrazione. E' stata una lotta tra poveri e chi maggiormente
è stato sconfitto è stato il più povero: l'immigrato. C'è bisogno di ricreare
un clima di maggiore e migliore accoglienza - ha aggiunto il presule -
superando le tentazioni di xenofobia, che produce paura, mortificazione
dell'umano, perdita di speranza. Contro ogni forma di sfruttamento, anche da
parte della malavita organizzata, occorre essere attenti e non lasciarsi
coinvolgere, ma denunciare ed entrare sempre nel clima della legalità".
La reazione
dell'ONU. Anche l'Onu reagisce alle violenze scoppiate a Rosarno: per due
esperti del Consiglio dell'Onu sui diritti umani, quanto è accaduto in Calabria
è "estremamente preoccupante" ed indica "seri e ben radicati
problemi di razzismo contro questi lavoratori immigrati". Gli esperti
esortano le autorità italiane a "placare il crescente atteggiamento
xenofobo nei confronti dei lavoratori migranti", si legge in un comunicato
pubblicato oggi a Ginevra. La "violenza, commessa da Italiani o da
lavoratori immigrati, deve essere affrontata nel modo più vigoroso con lo stato
di diritto". Inoltre, i "diritti delle persone devono essere sempre
protetti, qualunque sia lo status dell'imigrato", ha detto il relatore
dell'Onu sui diritti dei migranti, il messicano Jorge Bustamante.
Medici Senza
Frontiere. Contemporaneamente, negli uffici di Medici Senza Frontiere, a Roma,
Loris De Filippi - responsabile dei progetti Msf in Italia - e Alessandra Tramontano
- coordinatore medico dei progetti sull'immigrazione di Msf in Italia - hanno
offerto una panoramica del fenomeno delle migrazioni stagionali nei luoghi di
raccolta dei prodotti agricoli, vista dal loro punto d'osservazione. "Il
75% delle persone che assistiamo non ha mai avuto alcun contatto con il sistema
sanitario italiano", ha detto De Filippi. "Le patologie più
diffuse sono di tipo respiratorio, grastrointestinale e dermatologico. Si
presentano all'inizio come piccole infezioni, che però poi degenerano per
incuria, anche perché queste persone non possono permettersi il lusso di non
lavorare. Una giornata in meno di lavoro, per loro, è un vero dramma".
I responsabili di
Msf hanno anche denunciato "la grande ipocrisia" costituita dal fatto
che sono ormai anni che il dramma di queste nuove forme di schiavitù si ripete:
"Tutti sanno - ha detto ancora De Filippi - che oltre il 60% delle persone
addette alla raccolta delle arance è irregolare, eppure si fa finta di niente,
almeno fino a quando il raccolto è finiro. Solo dopo si interviene a buttare
giù le baracche di cartone plastica".
L'organizzazione
unmanitaria - che segue gli immigrati in Italia dal 2003 e che nel 1999 ha
ricevuto il premio Nobel per la pace - proseguirà l'assistenza agli immigrati,
seguendo le loro migrazioni interne. I prossimi appuntamenti - dicono - saranno
nel Siracusano, a febbraio, per la raccolta delle patate e poi, a Marzo, nel
Casertano, per quella delle fragole.
Il ministro del
lavoro, Sacconi. Il rappresentante del governo mette in guardia i datori di
lavoro che utilizzano mano d'opera stagionale: occorre intensificare una
"specifica, coordinata e capillare attività di contrasto dei fenomeni di
illegalità e di sfruttamento del lavoro irregolare in agricoltura". Il
"criterio-guida" sarà: tolleranza zero. Questo è il risultato di un
incontro tenuto dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio
Sacconi, che ha riunito oggi i presidenti degli Enti previdenziali, Inps e
Inail, i Direttori generali dei Servizi ispettivi e della Tutela delle
condizioni di lavoro del ministero, il Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela
del lavoro.
"L'attività
di controllo e repressione, in raccordo con le iniziative del ministero
dell'Interno - riferisce una nota del ministro - sarà concentrata soprattutto
nelle Regioni del Mezzogiorno". Il comunicato del ministero non fa alcun
riferimento esplicito agli scontri di Rosarno, ma è evidente che il tema
affrontato - l'agricoltura a Sud - prende le mosse proprio dai recenti
avvenimenti calabresi. "La tolleranza zero - prosegue - non può che essere
il solo criterio-guida rispetto a tutte quelle situazioni nella quali sono
emerse o dovessero emergere casi e contesti di illegalità totale e di
sfruttamento della manodopera, con pericoli per la stessa salute e sicurezza
delle persone".
Nella stessa
riunione, Sacconi ha sottolineato come anche l'introduzione dei "buoni
lavoro", sia "un efficace strumento di regolarizzazione e di
emersione di spezzoni lavorativi tipici delle attività di raccolta breve in
agricoltura. E che, dunque, anche alla luce di questa novità, già
utilizzata nelle Regioni del Nord e affatto non impiegata in quelle del Sud -
ha sostenuto - non vi possano essere più alibi per i datori di lavoro. Gli
stessi flussi di lavoro stagionale sono regolati da quote non del tutto
utilizzate, per cui l'impiego di lavoratori clandestini non trova
giustificazione alcuna".
Pierluigi Persani.
"Il governo - dice il segretario del PD - non può continuare ad agitare
i problemi, come quello della clandestinità e dell'immigrazione, ma deve
risolverli. Non si può continuare ad agitare il problema della clandestinità
dopo anni di governo della destra, dopo la Bossi-Fini, con l'attuale ministro
dell'Interno in carica. Continuare solo a dire no alla clandestinità è come
fermare l'acqua con le mani".
Giovedì Pier Luigi
Bersani sarà a Rosarno e nei luoghi teatro della rivolta degli immigrati dei
giorni scorsi. Una vicenda che, spiega il segretario del Partito Democratico,
ha due aspetti: "I fatti gravissimi di questi giorni mettono in evidenza
un versante legato alla 'ndrangheta, fenomeno che forse è stato troppo
sottovalutato; l'altro versante è invece legato all'immigrazione e al
lavoro". Oggi il Pd ha presentato una serie di proposte ad hoc in una
conferenza stampa con il segretario Bersani, il responsabile Giustizia, Andrea
Orlando, i parlamentari Felice Casson, Laura Garavini e Donatella Ferranti. Tra
le proposte, l'inserimento della 'ndrangheta tra i reati del 416-bis; la rapida
calendarizzazione del ddl del Pd sull'assegnazione alle Procure di magistrati
di prima nomina per sopperire alle carenze di organico; l'immediato ritiro del
ddl sulle intercettazioni, attualmente al Senato. LR 12
Appello del Papa in difesa di pace e ambiente. "Egoismo crea danni al
creato e all'economia"
Benedetto XVI ha
tenuto il tradizionale discorso di inizio anno al corpo diplomatico accreditato
presso la Santa Sede - Molti i temi affrontati legati da un forte appello alla
difesa del creato "minacciato dalla mentalità egoistica e
materialistica"
CITTA' DEL
VATICANO - L'egoismo alla base della recente crisi economica è la stessa causa
del degrado ambientale, secondo il Papa, che fa appello ad un accordo
internazionale dopo la conferenza di Copenaghen. Facendo l'esempio dei regimi
comunisti, in particolare, il Papa ha affermato: "La negazione di Dio
sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione". In
occasione del tradizionale discorso di inizio anno al corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI ha affrontato molti temi,
legando il suo lungo discorso alle tematiche ambientali.
Crisi economica.
Benedetto XVI ha citato la "drammatica crisi che ha colpito l`economia
mondiale e ha provocato una grave e diffusa instabilità sociale".
"Con l'enciclica caritas in veritate - ha proseguito - ho invitato ad
individuare le radici profonde di tale situazione: in ultima analisi, esse
risiedono nella mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei
limiti propri a ciascuna creatura. Oggi mi preme sottolineare che questa stessa
mentalità minaccia anche il creato".
Comunismo e danni
ambientali. Il Papa, in particolare, ha citato il comunismo: "Vent'anni
fa, quando cadde il muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti
ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo
continente, non si è potuto avere la misura delle profonde ferite che un
sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell'uomo aveva
inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma
anche alla natura, con l'inquinamento del suolo, delle acque e dell'aria? La
negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la
creazione. Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo
luogo ad un'esigenza estetica, ma anzitutto a un'esigenza morale, perché la
natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da
Dio".
Accordo
sull'ambiente. In questo senso, il Papa, dopo aver citato la conferenza di
Copenaghen, ha aggiunto: "Auspico che, nell'anno corrente, prima a Bonn e
poi a Città del Messico, sia possibile giungere ad un accordo per affrontare
tale questione in modo efficace. La posta in gioco è tanto più importante
perché ne va del destino stesso di alcune nazioni, in particolare, alcuni stati
insulari".
"Corretta
gestione delle risorse naturali". ''Per coltivare la pace, bisogna
custodire il creato", ha detto con forza papa Benedetto XVI. Il Papa ha
ricordato ''che la lotta per l'accesso alle risorse naturali è una delle cause
di vari conflitti, tra gli altri in Africa, così come la sorgente di un rischio
permanente in altre situazioni''. ''Vorrei sottolineare ancora che la
salvaguardia della creazione implica - ha poi aggiunto il Pontefice - una
corretta gestione delle risorse naturali dei Paesi, in primo luogo, di quelli
economicamente svantaggiati''. Il Papa ha voluto rivolgere un pensiero
particolare al Continente africano ricordando come ''l'erosione e la
desertificazione di larghe zone di terra coltivabile'' avviene anche ''a causa
dello sfruttamento sconsiderato e dell'inquinamento dell'ambiente''. ''In
Africa, come altrove - ha quindi aggiunto - è necessario adottare scelte
politiche ed economiche che assicurino forme di produzione agricola e
industriale rispettose dell'ordine della creazione e soddisfacenti per i
bisogni primari di tutti''.
Difesa della
natura e della vita umana. La Chiesa Cattolica benedice quanto viene detto e
fatto a difesa della natura. "Occorre tuttavia - ha precisato il Papa -
che tale attenzione e tale impegno per l'ambiente siano bene inquadrati
nell'insieme delle grandi sfide che si pongono all'umanità". "Se si
vuole edificare una vera pace", infatti non è possibile "separare, o
addirittura contrapporre la salvaguardia dell'ambiente a quella della vita
umana, compresa la vita prima della nascita". "E' nel rispetto che la
persona umana nutre per se stessa - ha spiegato agli ambasciatori - che si
manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato: l'uomo rappresenta
quanto c'è di più nobile nell'universo".
Appello ai
terroristi. Il terrorismo rappresenta una minaccia che "mette in pericolo
un così gran numero di vite innocenti e provoca un diffuso senso di
angoscia", ha sottolineato papa Benedetto XVI rinnovando il suo appello a
"quanti fanno parte di gruppi armati di qualsiasi tipo affinché
abbandonino la strada della violenza e aprano il loro cuore alla gioia della
pace".
Stop alla
produzione delle armi. Nel corso del suo lungo discorso, il Papa ha indicato
''fra le tante sfide'' lanciate dalla necessità di salvaguardare il pianeta, in
un contesto di pace e giustizia, anche quella ''dell'aumento delle spese
militari, nonché quella del mantenimento o dello sviluppo degli arsenali
nucleari. Ciò assorbe ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate
allo sviluppo dei popoli, soprattutto di quelli più poveri'', ha notato papa
Ratzinger. ''Confido, fermamente - ha quindi aggiunto - che nella
conferenza di esame del trattato di non-proliferazione nucleare, in programma
per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni efficaci in vista di
un progressivo disarmo, che porti a liberare il pianeta dalle armi nucleari''.
''Più in generale,
deploro che la produzione e l'esportazione di armi contribuiscano a perpetuare
conflitti e violenze, come quelli nel Darfur, in Somalia e nella Repubblica
Democratica del Congo - ha poi detto - All'incapacità delle parti direttamente
coinvolte di sottrarsi alla spirale di violenza e di dolore generata da questi
conflitti, si aggiunge l'apparente impotenza degli altri Paesi e delle
Organizzazioni internazionali a riportare la pace, senza contare l'indifferenza
quasi rassegnata dell'opinione pubblica mondiale. Non occorre poi sottolineare
come tali conflitti danneggino e degradino l'ambiente''.
Medio Oriente.
Benedetto XVI è tornato anche sul tema del Medio Oriente. "Ancora una
volta - ha detto - levo la mia voce, affinché sia universalmente riconosciuto
il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di pace e sicurezza
entro confini internazionalmente riconosciuti. E che, ugualmente, sia
riconosciuto il diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e
indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare liberamente".
"Mi preme
inoltre - ha aggiunto - sollecitare il sostegno di tutti perché siano protetti
l'identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e
religiosa, il cui valore è universale". "Solo così - ha affermato il
Papa - questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e
anticipazione della pace che Dio desidera per l'intera famiglia umana".
Europa e
cristianesimo. In "alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffonde
negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un
sentimento di scarsa considerazione, e talvolta di ostilità, per non dire di
disprezzo, verso la religione, in particolare quella cristiana", ha denunciato
papa Benedetto XVI. "Urge", ha aggiunto il Papa riferendosi in
particolare all'Unione europea, "definire una laicità positiva e
aperta" che "riconosca il ruolo pubblico" della comunità dei
credenti.
Droga. Il Papa ha
chiesto alla comunità internazionale "che non si rassegni al traffico di
droga e ai gravi problemi morali e sociali che essa genera". Ha
sollecitato perciò, durante l'udienza concessa al Corpo diplomatico presso la
Santa Sede" a "custodire il creato con la riconversione di tali
attività, e ad adottare "scelte politiche ed economiche che assicurino
"forme di produzione agricola e industriale rispettose dell'ordine della
creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti".
Immigrati. Nuovo
appello alle autorità pubbliche perché seguano la via della ''giustizia, della
solidarieta' e della lungimiranza'' nel trattare i migranti. ''Le gravi
violenze, unite ai flagelli della poverta' e della fame, come pure alle
catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le
fila di quanti abbandonano la propria terra'', ha ricordato il Papa. ''Di
fronte a tale esodo - ha quindi detto - invito le Autorità civili, che vi sono
coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e
lungimiranza''.
Nozze gay.
Benedetto XVI ha criticato le leggi sulle unioni omosessuali e sul matrimonio
gay che sono state approvate in alcuni Paesi europei e americani. Il
riferimento era al Portogallo, al distretto Federale di Città del Messico dove
sono le nozze omosessuali sono diventate legge, e all'Argentina dove una legge
in materia è in discussione mentre nello Stato della Tierra del fuego, sempre
in Argentina, nei giorni scorsi è stato celebrato il primo matrimonio gay
dell'America Latina con il permesso del governatore. "Le creature sono
differenti le une dalle altre - ha detto il Papa - e possono essere protette,
o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra
l'esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti,
che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento
biologico della differenza fra i sessi".
"Mi
riferisco, per esempio - ha aggiunto il Pontefice - ad alcuni Paesi europei o
del Continente americano". "La libertà - ha spiegato - non può essere
assoluta, perchè l'Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per
l'uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l'arbitrio, o il desiderio,
ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal
Creatore".
Iran. Il Papa nel
suo discorso ha fatto anche riferimento alla difficile situazione in Iran.
Ratzinger ha auspicato per l'Iran che ''attraverso il dialogo e la
collaborazione, si raggiungano soluzioni condivise, sia a livello nazionale che
sul piano internazionale''. ''Per amore del dialogo e della pace, che
salvaguardano la creazione - ha poi aggiunto - esorto i governanti e i
cittadini dell'Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza
e l'intolleranza, per costruire insieme l'avvenire del loro Paese''. LR 11
Benedetto XVI ai diplomatici: tre leve per sollevare il mondo
Ecologia della
natura ma soprattutto dell'uomo, laicità positiva, libertà di religione. I
punti salienti dell'annuale discorso del papa ai rappresentanti degli Stati -
di Sandro Magister
ROMA – Come ad
ogni inizio d'anno, papa Benedetto XVI ha rivolto stamane al corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede il suo discorso sullo stato del mondo.
Il discorso ha lo
stile e le prudenze della diplomazia vaticana. Non vi si fa parola, ad esempio,
né della Cina né dell'India, le due superpotenze emergenti, dove la Chiesa
cattolica è per motivi diversi schiacciata e aggredita.
Ciò non toglie,
però, che il discorso trasmetta dei messaggi volutamente alternativi a quelli
correnti. In particolare tre.
1. ECOLOGIA DELLA
NATURA, MA SOPRATTUTTO DELL'UOMO
Il primo messaggio
coincide con quello già lanciato da Benedetto XVI per la Giornata Mondiale
della Pace, celebrata a Capodanno: "Se vuoi coltivare la pace, coltiva il
creato". Con una sottolineatura decisiva e controcorrente: il primato dato
alla salvaguardia integrale dell'uomo.
Ecco tre passaggi
del discorso che svolgono questo tema:
"Vent’anni
fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti
ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo
continente, si è potuta avere la misura delle profonde ferite che un sistema
economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto,
non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla
natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria. La negazione di
Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne
consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad
un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura
esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da
Dio". [...]
"Se si vuole
edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura
contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa
la vita prima della nascita? È nel rispetto che la persona umana nutre per se
stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato".
[...]
"Le creature
sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o al contrario
messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno
di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro
la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i
sessi. Mi riferisco, per esempio, ad alcuni paesi europei o del continente
americano. 'Se togli la libertà, togli la dignità', come disse san Colombano.
Tuttavia, la libertà non può essere assoluta, perché l’uomo non è Dio, ma immagine
di Dio, sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere
l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere
alla struttura voluta dal Creatore".
2. LAICITÀ
POSITIVA
Un secondo
messaggio controcorrente è rivolto principalmente all'Europa e all'Occidente.
Rivendica il ruolo pubblico della Chiesa. Ecco in che senso:
"Le radici
della situazione che è sotto gli occhi di tutti sono di ordine morale e la
questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per
promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di
vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché
ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in
alcuni paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e
culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa
considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la
religione, in particolare quella cristiana. È chiaro che, se il relativismo è
concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia
di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di
rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea
tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina la 'ecologia umana' e,
rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in
una strada senza uscita.
"Urge,
pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta
autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana
collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva,
io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha
iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede
continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con
soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le
Chiese un dialogo 'aperto, trasparente e regolare' (art. 17), auspico che,
nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle
fonti della propria identità cristiana".
3. LIBERTÀ DI
RELIGIONE
Infine, un terzo
messaggio è di rivendicazione della libertà di religione e di denuncia delle
situazioni nelle quali tale libertà è conculcata.
Benedetto XVI
cita alcuni casi che vedono come vittime i cristiani: Iraq, Pakistan,
Egitto, Medio Oriente. Dell'islam non fa parola, ma in tutti i casi citati gli
aggressori sono musulmani:
"Per amore
del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e
i cittadini dell’Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della
violenza e l’intolleranza, per costruire insieme l’avvenire del loro paese.
Anche le comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia
possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche
il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e
alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana. Domando
che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i
cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro paese.
Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare,
peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte
egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale.
[...]
"Le gravi
violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame,
come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad
ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a tale
esodo, invito le autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad
agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei
menzionare i cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin
nell’esercizio della loro libertà religiosa, essi lasciano la terra dei loro
padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. È per offrire loro un
sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede che ho
convocato, per l’autunno prossimo, l’assemblea speciale del sinodo dei vescovi
sul Medio Oriente".
Come negli anni passati,
anche questa volta il testo del discorso è stato preparato negli uffici della
segreteria di Stato.
Ma anche questa
volta Benedetto XVI non ha mancato di lasciarvi la sua impronta.
La
"firma" personale di Joseph Ratzinger è nelle righe d'inizio, nelle
quali egli ha immediatamente offerto ai diplomatici presenti, molti dei quali
estranei alla fede cristiana, la contemplazione della nascita del Verbo
incarnato, annunciata dagli angeli ai pastori. E ha citato il prefazio della
seconda messa di Natale:
"Nel mistero
adorabile del Natale, Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra
carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo, per
assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta". L’Espresso
online 11
Osservatore romano: "Italiani ancora razzisti". Napolitano:
"Oscurati legalità e solidarietà"
Su Rosarno dura
presa di posizione del quotidiano della Santa Sede. Epifani lancia l'allarme:
"Ci sono altre polveriere pronte a scoppiare". Il capo dello Stato il
21 gennaio sarà alla Giornata della Legalità ''Insieme per non dimenticare'' a
Reggio Calabria. Bersani: "La Bossi-Fini non funziona". Il sindaco di
Verona Tosi: "Il problema è la classe politica di alcune zone del
Sud"
L'Osservatore
romano. Nell'articolo del quotidiano pontificio si compie un rapido excursus
storico sulle radici dell'intolleranza nei primi decenni dell'unità d'Italia,
per poi concludere: " Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto,
ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto". Ancora,
nel lungo servizio dal titolo "Gli italiani e il razzismo, Tammurriata
nera" e firmato da Giulia Galeotti, si legge: "Oltre che disgustosi,
gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto
e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver
superato". "Per una volta - prosegue il testo - la stampa non
enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di
calcio, non lasciano dubbi".
Il testo del
quotidiano della Santa Sede viene pubblicato dopo che il Papa domenica ha
chiesto rispetto per gli immigrati e che il Segretario di Stato vaticano,
cardinale Tarcisio Bertone, aveva parlato delle drammatiche condizioni di vita
in cui si trovavano gli immigrati nell'area di Rosarno.
Napolitano. Il
Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha accolto l'invito del
Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini,
a partecipare alla Giornata della Legalità ''Insieme per non dimenticare''
promossa quest'anno dalle Consulte Provinciali degli Studenti della Calabria il
prossimo 21 gennaio a Reggio Calabria. Il Capo dello Stato nel corso della
visita a Reggio Calabria incontrerà i rappresentanti delle istituzioni
territoriali e degli organi dello Stato operanti nella regione. ''Sarà
un'occasione - si legge nella nota del Quirinale - per rinnovare l'impegno
comune, sempre ribadito dal Presidente della Repubblica, per l'affermazione dei
valori di legalità e di solidarietà, entrambi oscurati dai gravi fatti di
Rosarno''.
L'allarme di
Epifani. A lanciare l'allarme, sempre oggi, è anche il segretario della Cgil
Guglielmo Epifani: "Di Rosarno - avverte - ne abbiamo tante, pronte a
scoppiare. Sono problemi da tempo segnalati; sono dieci anni che la Cgil sta
conducendo una battaglia. "Non è il sindacato il problema; il
problema è chi per tempo ha chiuso gli occhi e ha fatto finta di non
vedere".
Fini. Sulle
vicende calabresi interviene anche Gianfranco Fini: parlando a Palermo, il
presidente della Camera dice che "davanti a ciò che è avvenuto risulta
evidente che è necessario abolire due 'ismi': razzismo e buonismo. Bisogna dire
no all'immigrazione clandestina, ma anche no allo sfruttamento. Gli immigrati
devono avere dei doveri, ma non si può pensare che possano essere privati dei
diritti". Il presidente della Camera ha poi puntato il dito contro gli
imprenditori che non mettono in regola i lavoratori stagionali. "Esistono
mezzi come la legge Biagi - ha spiegato Fini - che consentono alle imprese
agricole di regolarizzare gli stagionali.
Se queste non lo
fanno allora non meritano alcun tipo di solidarietà".
Bersani. Il
segretario del Pd Pierluigi Bersani ha annunciato: "Nei prossimi giorni
andremo in Calabria e a Rosarno". Le leggi "che abbiamo
sull'immigrazione non sono adeguate ad affrontare la realtà".
Di Pietro. Secondo
Antonio Di Pietro, a Rosarno c'è stata "la rivolta degli schiavi"
perchè all'origine "ci sono stati i negrieri del 2000, che hanno sfruttato
e stanno sfruttando il lavoro nero e che nessuno vuole fare". Per il
segretario del Pd Pier Luigi Bersani, "la legge Bossi-Fini e la sua
applicazione non sono adeguate ad affrontare il problema del lavoro per gli
immigrati". Per il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, invece, il
problema è che "la Bossi-Fini è stata applicata poco e male e Rosarno lo
dimostra. Serve un intervento forte dall'esterno, con la presenza dello Stato
che deve mandare l'esercito, le forze dell'ordine, la forza della
magistratura".
Alemanno. E quanto
alla cittadinanza per gli immigrati, a pronunciarsi contro un iter breve per
ottenerla - cinque anni, invece degli attuali dieci - è il sindaco di Roma
Gianni Alemanno: "Deve essere un risultato dell'integrazione e non uno
strumento per ottenerla".
Tosi. "La
Bossi-Fini in Italia è stata applicata poco e male e Rosarno lo dimostra".
Così il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha spiegato quanto accaduto a Rosarno e
lo ha fatto a margine del convegno organizzato a Roma dal titolo
"Immigrazione e identità nazionale. Verso un modello italiano". Per
Tosi "il problema è la classe politica di alcune zone d'Italia, ma non di
tutto il Sud, per esempio quando si pensa alla Puglia si pensa alla buona
amministrazione e anche in Calabria ci sono zone dove si amministra meglio e
zone dove si amministra peggio".
ROMA - I fatti di
Rosarno continuano a far discutere. In serata giunge il commento netto del capo
dello Stato mentre, tra le altre reazioni, si registra quella de
"L'Osservatore romano" che pubblica un duro atto d'accusa sul
razzismo diffuso degli italiani. Una nota del quirinale annuncia: il Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà il 21 gennaio a Reggio Calabria per
riaffermare i valori "di legalità e solidarietà oscurati dai gravi fatti
di Rosarno". LR 11
Giornata Mondiale delle Migrazioni. Numero speciale della Migrantes
ROMA - In
occasione della Giornata Mondiale delle Migrazioni la rivista di formazione e
collegamento della Fondazione Migrantes “Servizio Migranti” ha pubblicato uno
speciale che si apre con il Messaggio di Papa Benedetto XVI, una riflessione
del Presidente della Migrantes, mons. Bruno Schettino, dell’ex Direttore
generale della Migrantes mons. Piergiorgio Saviola e il commento biblico “É
tanto piccolo, Signore” affidato alla teologa Cristina Simonelli. Seguono
alcuni brevi studi dei direttori di settore della Migrantes sul senso della
Giornata per il loro specifico campo di azione. Un dossier interno riporta il
tradizionale sussidio liturgico, con introduzione alle letture del giorno,
spunti per l’omelia e apposita preghiera dei fedeli. Un’altra parte è riservata
alla presentazione delle strutture della Migrantes a livello nazionale e
regionale, anche per quanto riguarda i singoli settori. Come gli altri anni non
manca il “SOS-Urgenze/Sacerdoti cercasi per servizio pastorale all’estero”, con
l’indicazione delle Missioni Cattoliche per gli emigrati italiani che rischiano
di chiudere in diverse parti dell’Europa se non arriveranno dall’Italia “i
rinforzi”, cioè sacerdoti giovani che rimpiazzeranno quanti per età o malattia
saranno costretti a ritirarsi dopo tanti anni di lavoro.
Chiude il numero
la presentazione del “Rapporto Italiani nel Mondo” 2009 e del “Dossier
Statistico Immigrazione” 2009, edito a cura di Caritas e Migrantes e la
presentazione del volume “America Latina-Italia. Vecchi e nuovi migranti” e
dell’indagine su “La zingara rapitrice”. (Migranti-press)
Il Papa: “Senza il rispetto dell’altro non c’è pace”
VATICANO - Senza
il rispetto dell’altro non c’è pace. Lo ha detto ancora una volta Papa
Benedetto XVI nell’omelia della sua prima Messa del nuovo anno, nella Basilica
di San Pietro, in occasione della 43a Giornata Mondiale della Pace sul tema:
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. Con il Papa hanno
concelebrato il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, il Card. Renato
Raffaele Martino, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e
della Pace, Mons. Fernando Filoni, Sostituto della Segreteria di Stato, Mons.
Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati e Mons. Mario Toso,
Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Nella sua
omelia Papa Ratzinger ha evidenziato che “meditare sul mistero del volto di Dio
e dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace. Questa, infatti - ha
spiegato il Papa - incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel
volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua
nazionalità, la sua lingua, la sua religione”.
Per Benedetto XVI
“solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro
un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma
un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano.
La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili - ha
continuato - dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio.
É una sorta di ‘risonanza’: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini
piatte, prive di spessore. Più, invece, noi siamo abitati da Dio, e più siamo
anche sensibili alla sua presenza in ciò che ci circonda: in tutte le creature,
e specialmente negli altri uomini, benché a volte proprio il volto umano,
segnato dalla durezza della vita e dal male, possa risultare difficile da
apprezzare e da accogliere come epifania di Dio. A maggior ragione, dunque, per
riconoscerci e rispettarci quali realmente siamo, cioè fratelli, abbiamo
bisogno di riferirci al volto di un Padre comune, che tutti ci ama, malgrado i
nostri limiti e i nostri errori”. Benedetto XVI ha sottolineato che “fin da
piccoli, è importante essere educati al rispetto dell’altro, anche quando è
differente da noi. Ormai è sempre più comune - ha detto il Papa - l’esperienza
di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando
ciò non avviene, i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati
a formare: una famiglia di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi
bambini, e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un’innocenza e una
fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e
ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente,
giocano insieme”. (R.I. Migranti-press)
Via in migliaia. Il parroco: «Li avete cacciati»
ROSARNO (Reggio
Calabria) - Il tocco delle campane annuncia che c’è Messa. Decine di famiglie
affollano quella che viene chiamata «la cattedrale». Dietro l’altare, un quadro
della Madonna nera, icona di culto popolare comune a tante zone del Sud. È la
prima domenica dopo i giorni dell’odio e della violenza. Il parroco, don Pino
Vorrà, cerca parole di riconciliazione. Di pace. Si rivolge soprattutto ai
piccoli rosarnesi nelle prime file. Ricorda loro il piccolo John, un figlio
dell’Africa battezzato in quella chiesa. Dice: «Oggi noto alcune assenze, di
cristiani venuti da altre terre a cercare qui lavoro e speranza. Non c’è
neanche il piccolo John, che ho battezzato con il fratellino. Erano come voi,
venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati. Per la nostra
comunità è una sconfitta».
Parole che
interpretano stati d’animo contrastanti di una comunità divisa tra
compiacimento e vergogna per la grande fuga degli extracomunitari africani.
Nella notte, tutti i trasferimenti si erano conclusi: 428 nel centro di
accoglienza di Crotone, 400 a Bari, 300 in treno per il Nord. Un totale di 1128
africani per una ventina di etnie, originari soprattutto della Guinea, Togo,
Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio. Cinquantatré le persone rimaste ferite
nella sommossa.
L’immagine
dell’azzeramento è racchiusa nelle due ruspe gialle che rastrellano e ammassano
coperte decrepite, lamiere, reti e materassi di risulta, sacchi a pelo,
fornellini nell’area fangosa della ex Rognetta giù nella parte bassa della
città. Ai 50 rosarnesi del comitato civico, il commissario prefettizio comunale,
Domenico Bagnato, aveva assicurato: «Saranno smantellate le aree dove vivevano
nel degrado gli extracomunitari».
Una ventina di
rosarnesi osserva compiaciuto. Dice un anziano: «Questa era un’azienda che
trasformava gli agrumi. Poi fallì, venne abbandonata e negli anni sono arrivati
gli immigrati». Tre vecchi depositi dal tetto inclinato, sormontati da
inferriate arrugginite e poi lo spiazzo con baracche che si sbriciolano in un
attimo. Per gli abbattimenti erano pronti anche fondi sequestrati alla ‘ndrangheta.
Per ora, però, l’edificio dell’ex Opera Sila, a pochi metri dal famoso
quadrivio Spartimento, l’altro campo lasciato dagli extracomunitari, è salva:
troppo difficoltoso abbatterlo e anche complicato per problemi burocratici.
Entro domani, invece, la zona della ex Rognetta sarà pronta a diventare area
per fiere e mercati.
Soddisfatto il
comitato civico, che annuncia per oggi pomeriggio una manifestazione a difesa
del «buon nome» di Rosarno. Spiega l’ex assessore Mimmo Ventre: «Poi ci
scioglieremo. Siamo nati venerdì come reazione spontanea alle violenze in
paese, inutile continuare ora».
Intanto, si
registra pure un piccolo giallo: non si hanno più notizie dall’altro giorno di
Antonio Mammoliti, 63 anni, di Melicucco. I parenti hanno riferito ai carabinieri
di temere che Mammoliti, che doveva recarsi a Rosarno per consegnare della
frutta, possa essere rimasto coinvolto in uno scontro con qualcuno degli
immigrati che stavano allontanandosi dal paese. G.D.F. IM 11
L'attesa della Chiesa. Benedetto XVI al nuovo ambasciatore turco presso la
Santa Sede
"La Chiesa
cattolica in Turchia attende il riconoscimento della personalità giuridica.
Questo le darebbe modo di godere di una piena libertà religiosa e di dare un
ancor più grande contributo alla società". A ricordarlo è stato Benedetto
XVI che il 7 gennaio ha ricevuto Kenan Gürsoy, ambasciatore di Turchia, per la
presentazione delle Lettere credenziali. Il nuovo rappresentante diplomatico,
60 anni, è un docente di filosofia, autore di numerosi articoli e opere non
solo di filosofia ma anche di etica e dialogo interreligioso e tra le culture.
Nel 2010 ricorre anche il 50° anniversario dell'istituzione delle relazioni
diplomatiche tra Turchia e Santa Sede, "un frutto del pontificato di
Giovanni XXIII" che in Turchia ricoprì il ruolo di delegato apostolico a
Istanbul.
Un Paese
"ponte". "I cattolici in Turchia apprezzano la libertà di culto
garantita dalla Costituzione e sono lieti di poter contribuire al benessere dei
loro concittadini, specialmente attraverso il coinvolgimento in attività
caritative e di cura" ha detto il Pontefice che ha ricordato l'impegno di
due ospedali di Istanbul, "La Paix" e il "Saint Georges",
augurandosi che il Governo turco continui a sostenerli. Benedetto XVI ha poi
voluto esprimere "apprezzamento per le numerose iniziative" per la
pace e la stabilità nella regione mediorientale intraprese dalla Turchia, Paese
"ponte" tra l'Islam e l'Occidente. "Come la storia spesso ha
mostrato - ha detto il Papa - le dispute territoriali ed etniche possono essere
risolte quando le legittime aspirazioni di ogni parte sono prese in giusta
considerazione, le passate ingiustizie riconosciute e, quando possibile,
riparate". Nel discorso del Pontefice non è mancato un ricordo della sua
visita in Turchia nel 2006 con un rinnovato ringraziamento per la "calda
accoglienza" ricevuta e l'espressione di "stima" verso i
musulmani. "La Chiesa cattolica - ha affermato - ribadisce l'impegno a
portare avanti il dialogo interreligioso in uno spirito di mutuo rispetto ed
amicizia".
Soddisfazione e
speranza. "Soddisfazione e speranza" sono state espresse dalla Chiesa
cattolica turca per la nomina di Kenan Gürsoy: "Conosciamo bene il nuovo
ambasciatore, la sua grande apertura al dialogo e le sue capacità intellettuali"
ha dichiarato al SIR il presidente della Conferenza episcopale turca (Cet),
mons. Luigi Padovese che non ha mancato di sottolineare "la novità
importante" legata al fatto che "è la prima volta, che per questo
incarico, viene scelto un intellettuale, un docente universitario e non un
diplomatico di carriera. Mi sembra sintomatico di una volontà di
cambiamento". Commentando il discorso di Benedetto XVI al nuovo
ambasciatore, mons. Padovese ha sottolineato come siano stati toccati "dei
punti abbastanza caldi" come "il riconoscimento giuridico della
Chiesa cattolica che, tra l'altro, non è riconosciuta come minoranza. E' bene
che il Papa abbia richiamato questa necessità che vuol dire riconoscere non
solo la libertà di culto ma una piena libertà religiosa. Poter intrattenere
contatti con le autorità, trovare formule per aprire un seminario, tutte queste
cose meritano di essere riconsiderate. Urge superare il concetto di minoranza
puntando sulla parità di diritti di ogni cittadino turco a prescindere dalla
propria fede". L'auspicio di mons. Padovese è che dalla nomina di Gürsoy,
possano venire novità anche dal fronte della chiesa di san Paolo a Tarso, di
cui, da tempo, si attende la restituzione al culto. "La volontà seria del
nuovo ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede - spiega il presidente dei
vescovi turchi - è di arrivare ad una soluzione positiva della vicenda".
Intanto una prima novità di questo 2010 è quella che, secondo mons. Padovese,
"al momento presente, e ciò accade dalla scorsa settimana, la chiesa di
san Paolo a Tarso non è più gestita dal museo. Aspettiamo di sapere, adesso, a
chi verrà affidata la sua gestione e quella del flusso dei gruppi e dei
pellegrini che vi giungono per le celebrazioni".
Bastione contro il
fondamentalismo. Sul discorso di Benedetto XVI si è soffermato anche il nunzio
apostolico in Turchia, mons. Antonio Lucibello: "la Turchia deve assumere
oggi il ruolo che ha avuto durante la guerra fredda quando rappresentò un
bastione contro il comunismo. Oggi è chiamata ad esserlo contro il
fondamentalismo e l'integralismo islamico". Il Papa ha parlato della
Turchia come di "Paese ponte tra Occidente ed Islam" ribadendo
l'impegno della Chiesa nel dialogo interreligioso "in uno spirito di mutuo
rispetto ed amicizia". "La Turchia - ha affermato al SIR il Nunzio -
è un grande Paese con una grande vocazione di ponte. Durante la guerra fredda
fu un alleato dell'Occidente contro il comunismo, oggi contro il
fondamentalismo adesso. Una nazione strategica che può giocare un ruolo
importante nella stabilizzazione della regione mediorientale". Parlando
poi del nuovo ambasciatore turco, mons. Lucibello si è detto soddisfatto della
scelta: "una figura qualificata, un intellettuale di grande spessore,
conoscitore di molti autori e pensatori cristiani e cattolici. Farà sicuramente
un buon lavoro. Speriamo che con lui si possa lavorare per dare dignità 'di
chiesa' alla chiesa di san Paolo a Tarso. Ci sono piccoli passi avanti ma ci
vuole tempo". Sir eu
“Ma che cosa
possiamo fare insieme?”era la domanda che ci inseguiva. Ecumenismo, infatti, è
fare qualcosa con chi è dell’altra sponda. Per noi comunità cattolica era
evidentemente con il mondo protestante circostante. E così venne l’idea una
volta di invitare alla preparazione della Cresima dei nostri giovani il pastore
protestante della parrocchia accanto. Venne, senz’altro, benchè fosse una
novità anche per lui. Venne con tutta la preparazione dotta della Parola di
Dio, con l’esperienza di padre di famiglia di ben cinque figli e con
l’amabilità sorridente... del vicino di casa. Il campo era precisato, anche se
sconfinato: lo Spirito Santo nella Bibbia.
Quale, però, fu la
nostra sorpresa nel vedere alla fine dell’incontro i nostri ragazzi pronunciare
disinvoltamente termini in greco o in ebraico come pneuma, ruah... dopo un bel
percorso filologico! Ma entusiasti soprattutto della loro ultima scoperta: la
creazione dell’uomo. Fu un bacio in bocca dato ad Adamo da Dio: è così che gli
trasmise il suo soffio di vita. Evidentemente, il pastore era ricorso alla
scioltezza di linguaggio dei suoi cinque figli, ottenendo nelle sue spiegazioni
un successo insperato.
In altra occasione
preparavo una celebrazione funebre. Ci si era divisi i momenti con un pastore
calvinista: a lui la spiegazione della Parola e il percorso di vita di un
emigrante che conosceva, a me i gesti di rito come la luce, l’acqua e l’incenso
- che i protestanti non contemplano - e il loro commento simbologico. Alla
fine, non posso dimenticare come la moglie stessa del pastore ci venne incontro
raggiante per ringraziare entrambi. La complementarietà dei nostri interventi
pareva aver dato alla celebrazione senso, interiorità e fede condivisa. Ed
anche allora il pastore aveva fatto brillare due qualità dello stile
protestante: l’essenzialità ed l’efficacia.
Un altro giorno fu
proprio durante la celebrazione per una anziana italiana deceduta che notai la
presenza di un pastore nell’assemblea. Durante il corteo verso il camposanto,
allora, discretamente mi avvicinai per chiedere di improvvisare la preghiera al
cimitero. Mi rispose con un’occhiata indecifrabile... Ma poi, in quel piccolo
cimitero che sembrava un giardino, mentre scendeva lentamente la bara nella
terra, incominciò forte: “Tu ci hai fatti di terra, Signore e alla terra
ritorniamo!” improvvisando una bella, commossa preghiera finale. Con il suo
linguaggio biblico ci inchiodò alla terra, ci fece sentire tutti semplice
argilla. E ci depose, allo stesso tempo, nelle palme accoglienti delle mani di Dio.
Per i presenti fu un momento forte, bello, indimenticabile di speranza.
Per me, in fondo,
sono momenti incredibili di fraternità con dei pastori protestanti, da sempre
appassionati della Parola di Dio. Ecumenismo è costruire dei ponti, lanciare
delle passerelle con quelli dell’altra riva. Sapendo che, un giorno, Dio stesso
asciugherà il mare che ci separa. Renato Zilio missionario a Londra
(de.it.press)
Giovani. Ascolto e racconto di
esperienze di ricerca e di incontro con Dio
"Con i
giovani oggi bisogna esserci, star loro vicini, sviluppare relazioni profonde e
rispettose. Il giovane, per vie misteriose che passano anche nell'esperienza
della trasgressione, è un naturale 'cercatore di Dio'": lo ha detto a
Roma, alla chiusura del convegno "Nella 'tenda della testimonianza':
narratori della vocazione", promosso dal Centro nazionale vocazioni (Cnv),
il vescovo Italo Benvenuto Castellani, presidente della Commissione episcopale
per il clero e la vita consacrata e anche presidente del Cnv. Secondo mons.
Castellani, che ha parlato di fronte a un uditorio di circa 700 tra religiosi e
religiose, presbiteri, seminaristi e laici impegnati nel settore vocazionale,
"per aiutare i giovani a cercare la propria strada e a rispondere alla
propria vocazione è necessaria quell'arte del dialogo capace di illuminarli e
accompagnarli, attraverso soprattutto l'esemplarità dell'esistenza vissuta come
vocazione". Il vescovo ha sottolineato l'importanza dell'aspetto
"relazionale" nell'animazione vocazionale: "Ogni chiamato alla
vita di speciale consacrazione deve sforzarsi di testimoniare il dono totale di
sé a Dio. Da qui scaturisce la capacità di darsi poi a coloro che la
Provvidenza gli affida nel ministero pastorale, con dedizione piena, continua e
fedele, e con la gioia di farsi compagno di viaggio di tanti fratelli affinché
si aprano all'incontro con Cristo".
Sindrome del
tramonto. Il convegno era stato aperto tre giorni prima dal presidente della
Cei, card. Angelo Bagnasco, che aveva sottolineato come "i giovani vogliono
vedere uomini felici di appartenere a Cristo e alla Chiesa, in mezzo alle
difficoltà e alle prove, senza fughe". E riguardo alla crisi delle
vocazioni che sembra colpire alcuni istituti religiosi, aveva poi aggiunto che
in taluni casi si vive "la sindrome del tramonto, non vedendo nuove leve
all'orizzonte". Per superare questa situazione difficile, il card.
Bagnasco aveva parlato di "necessità della testimonianza della parola,
convincente e non suadente, da coniugare alla concretezza di vita e di opere".
Dal canto suo, il card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il
clero, ha posto in luce il bisogno "di nuove vocazioni sacerdotali per una
presenza qualificata, selezionata, missionaria", definendola "una
urgenza non procrastinabile".
Amore umano, luogo
di evangelizzazione. "L'innamoramento è un'esperienza mistica unica per la
maggioranza delle persone. Si può parlare di paradiso e di inferno solo
partendo dall'esperienza dell'amore, che rimane il luogo primario di
evangelizzazione, non di moralizzazione": lo ha detto padre Ermes Ronchi,
docente alla Pontificia Facoltà "Marianum". Secondo il relatore,
"occorre sempre ringraziare Dio quando nel mondo vediamo espressione di
amore. Persino di fronte alle situazioni 'irregolari', occorre stare attenti a
come le affrontiamo. Se lo facciamo con giudizio moralistico, rischiamo di
allontanare le persone coinvolte per molto tempo della Chiesa". Padre
Ronchi ha quindi sottolineato che "proprio l'esperienza dell'amore umano è
luogo primario di evangelizzazione, non di moralizzazione", aggiungendo
che "spesso i giovani non scelgono la vita religiosa perché ricevono
testimonianze non positive che fanno loro percepire che si tratta di una vita
non appagante".
Lo "stupore
della vita". "Quello che abbiamo tenuto a Roma è stato un convegno
nel quale forse finalmente abbiamo elaborato meno strategie operative, ma ci
siamo convinti che è necessario essere noi prima di tutto i portatori di una
buona notizia": così il direttore del Cnv, don Nico Dal Molin, ha sintetizzato
i lavori del convegno, sottolineando che "in questi giorni, a partire
dall'intervento del card. Bagnasco sulla testimonianza che suscita vocazioni,
abbiamo colto che tutti nella Chiesa siamo chiamati a vivere un'espressione di
profonda fiducia. Abbiamo risorse umane ancora inespresse e noi stessi
animatori vocazionali per primi non ne abbiamo piena consapevolezza. Certo,
come ci ha ricordato il presidente della Cei, i problemi in campo vocazionale
non mancano. Ma in un mondo spesso segnato dalle drammatizzazioni prodotte
dalla realtà mediatiche, siamo chiamati a raccontare ai giovani qualcosa della
nostra esperienza di vita e di incontro con Dio. Se la nostra testimonianza è
vera e gioiosa può diventare convincente, mostrando la bellezza, lo stupore
della vita, le meraviglie che possono compiere gli innamorati di Dio".
LUIGI CRIMELLA
Latina. Per un'ecologia politica. Il vescovo Giuseppe alle istituzioni e
alle parti sociali
Promuovere una
vera "ecologia" politica, per generare ambienti umani e sociali
animati dalla pace. Questo il senso del discorso pronunciato da mons. Giuseppe
Petrocchi, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, ai politici, agli
amministratori pubblici e ai rappresentanti delle parti sociali in occasione
della Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio. Un modo diverso per iniziare
l'anno nel segno della corresponsabilità per il bene comune.
Democrazia
difettosa. L'"ecologia politica", ha chiarito il vescovo,
"consiste nel tutelare le buone condizioni (valoriali, relazionali e
decisionali) dell'ambiente sociale deputato all'attività politica e alla
pubblica amministrazione". Facendo un check up allo stato di salute
dell'"ecologia politica pontina", il vescovo riscontra "un clima
connotato da correnti d'intensa conflittualità e da polemiche artigliate",
ma "le scienze sociali attestano che un'atmosfera politica avvelenata da
contrasti corrosivi, da valutazioni sature di pregiudizi e da resistenze
ostinate rende impercorribili le strade del dibattito fruttuoso e genera spinte
tendenzialmente autodistruttive: infatti, gli atteggiamenti di contrapposizione
irriducibile e militante (viziati dalla logica del sospetto, del discredito e
dell'aggressività) inquinano le interazioni tra i vari soggetti che popolano il
mondo politico e finiscono per danneggiare seriamente anche la comunità
sociale". Ciò produce inevitabilmente un duplice effetto negativo:
"L'allontanamento della gente dalla politica e il distanziamento della
politica dai bisogni della gente". Inoltre, questo clima scoraggia "i
soggetti pronti ad impegnarsi in una dialettica leale e aperta, ma non disposti
a coinvolgersi in estenuanti combattimenti di trincea". La cronicizzazione
del conflitto, dunque, "è sempre indice di una democrazia difettosa: la
cultura del litigio pregiudiziale e della squalificazione sistematica di chi
dissente genera inevitabilmente gravi patologie relazionali e gestionali".
Aria pulita. Si
avverte, perciò, "il bisogno di respirare aria buona e pulita, nella quale
crescano intese sagge: discusse e concordate in vista del bene comune. È
urgente che l'ambiente politico venga sempre meglio illuminato e riscaldato dai
valori veri: quelli poggiati sulle grandi colonne veritative ed etiche
dell'umanesimo integrale di ispirazione cristiana". Per mons. Petrocchi,
va riproposta e rafforzata l'arte politica che sa "volare alto":
capace, cioè, di essere "autenticamente propositiva e aperta alla
discussione franca e feconda di nuovi apporti". Il che vuol dire "una
vita democratica contrassegnata da motivate opposizioni, ma senza antagonismi;
impegnata in dialettiche vigorose, ma senza permalosità ustionanti; dunque,
allergica alla disputa tendenziosa e capace di produrre gli anti-corpi
comunionali che debellano le tossine della disunità". Pertanto, nell'habitat
della buona "ecologia politica" vale il motto: "Avversari, sì;
nemici, mai! Anzi, amici sempre, nonostante tutto e al di là di tutto".
L'autentico
umanesimo. Di qui l'esortazione del vescovo perché vengano azionati "con
generosità moltiplicata i dinamismi salutari di un'ecologia politica genuina e
distesa: cioè, pacificata e pacificante". "Anche dalle nostre parti -
ha avvertito il vescovo - è ora di gettare ponti per superare le fratture
provocate da incomprensioni e da polemiche torrenziali. Occorre, perciò,
accendere i depuratori del perdono e della riconciliazione, per respirare a
pieni polmoni l'aria della solidarietà e della collaborazione. Oggi, più che
mai, è chiesto a tutti e a ciascuno di riporre le spade nel fodero, per aprire
o allargare le vie della cooperazione costruttiva", nella ricerca di
"convergenze solidali in vista del bene comune". Ma, ha ammesso mons.
Petrocchi, "sarà impossibile attuare l'unità nella diversità se, sul cielo
della nostra 'ecologia politica', non brillerà il sole di Dio, messo, a pieno
titolo, al centro della vita comunitaria, non solo ecclesiale ma anche civile.
L'umanesimo autentico, infatti, è costitutivamente proiettato verso la Verità e
l'Amore che provengono dall'Alto".
"Se le vele
dell'anima di coloro che servono il prossimo nella nobile arte politica - ha
proseguito - si manterranno spiegate al soffio dello Spirito, saranno sempre
più numerose le persone che si dedicheranno al bene comune, sospinte dalla
verità evangelica e dalla carità cristiana. Sono queste le persone che, nel
passato, come oggi e per l'avvenire, riscattano la politica da ogni miseria e
le consentono di avere un volto bello e avvincente". Una politica vissuta
così "sa leggere correttamente i bisogni e le risorse del territorio: si
slancia non solo verso il di-più ma verso il meglio e impara a camminare nel
presente con il passo del futuro, agendo con intelligenza e santa
tenacia". Insomma, ha concluso mons. Petrocchi, "l'ecologia politica
richiede una classe politica modellata dall'esperienza di prossimità verso
tutti e orientata a generare comunione, consapevole che non si può costruire
una società prospera e giusta senza gli altri o contro gli altri, ma soltanto
con loro e per loro". sir
Lodi. Al ritmo del territorio. I 120 anni del giornale cattolico "Il
Cittadino"
Era il 4 gennaio
1890 quando uscì, a Lodi, il primo numero del settimanale diocesano "Il
Cittadino". Nato come periodico dei cattolici lodigiani, nel 1989 "Il
Cittadino" è divenuto quotidiano, con 6 uscite settimanali. Compiuti, ora,
120 anni, il giornale si espande annunciando, per il 2010, una radicale
trasformazione e un potenziamento del sito internet, mentre il 23 gennaio, a
Lodi, ricorderà il suo anniversario con un convegno al quale prenderanno parte
tra gli altri i direttori di "cinque giornali prestigiosi di Bergamo,
Crema, Cremona, Pavia e Piacenza".
120 anni di
storia. "Quando, nell'anno 1888, Giovanni Battista Rota arrivò a Lodi
quale nuovo vescovo, avviò una serie di iniziative che avrebbero lasciato un
segno marcato anche nei decenni successivi", ricorda in un editoriale
l'attuale direttore, Ferruccio Pallavera. "Furono i giovani preti
consacrati da Rota che, uscendo dal seminario, vennero mandati in tutte le
parrocchie a occuparsi non solo di formazione religiosa, ma anche di problemi
sociali. Quei giovani preti avrebbero creato trenta casse rurali, quaranta
cooperative di consumo e avrebbero gettato le basi per le leghe bianche. Nella
situazione di terribile povertà delle campagne lodigiane, dove si moriva di
pellagra e di denutrizione, avremmo avuto preti organizzatori di scioperi e
preti trasformatisi in maestri nelle scuole serali che avevano creato per
debellare l'analfabetismo. Il vescovo Rota impresse una vera sterzata al
lodigiano, e il suo impegnò andò ben oltre la pura pastorale". In questo
contesto era da poco nato, nel 1878, un primo settimanale diocesano, chiamato
"Il Lemene" dal nome del poeta aulico lodigiano del Seicento,
Francesco De Lemene. Ma il vescovo Rota, che "aveva bisogno di un settimanale
diocesano che diventasse la bandiera di quel vasto rinnovamento che intendeva
diffondere in tutto il lodigiano", cambiò nome al "Lemene"
dandogli quello del quotidiano cattolico di Brescia (terra dalla quale
proveniva), "Il Cittadino".
Lavorare guardando
al futuro. Trascorsi 120 anni, oggi "Il Cittadino" non è più solo il
settimanale della diocesi, ma "è il quotidiano del lodigiano e del
Sudmilano - ricorda Pallavera -, il suo cuore batte al ritmo della nostra
terra, è l'immagine di quanto vi accade ogni giorno, è lo specchio della gente
che vive nei nostri centri abitati fatti di ottanta municipi e di cento
campanili, interagisce con le istituzioni e le realtà locali, e cammina con
tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore l'avvenire di
questo pezzo di pianura estesa dalla periferia Sud di Milano fino all'argine
maestro del Grande fiume". "Rimanendo fortemente legati alle
tradizioni cattoliche, perché lì sono le nostre radici, e senza mai venire meno
alla consegna ricevuta - precisa l'attuale direttore - non abbiamo mai cessato
di lavorare guardando al futuro". E proprio in quest'ottica, nel 2008,
sono state aggiunte otto pagine quotidiane, destinate soprattutto alle località
del Sudmilano. Una "scelta coraggiosa", sottolinea Pallavera,
premiata dai lettori, come dimostra il fatto che "nel corso del 2009 le
vendite del Cittadino sono cresciute del 6% rispetto al 2008", nonostante
la crisi incombente. E dal 1° gennaio 2010 in redazione vi è un giornalista in
più, impegnato nel sito internet (www.ilcittadino.it), "destinato a
subire, nel corso del 2010, una radicale trasformazione e un forte
potenziamento".
Forum per i
lettori. Altra iniziativa che ha visto la luce con il 2010 sono i forum con i
lettori, attraverso il sito internet. Sono tutti dedicati a temi di attualità
che riguardano il territorio, la vita della gente, i problemi piccoli e grandi
della comunità locale. Nove i temi sui quali già si sta discutendo: dal lavoro
alla sanità, e poi la viabilità, l'ambiente, la situazione dei pendolari, la
centrale nucleare di Caorso, i furti, "Lodi da dimenticare",e
argomenti specifici come l'aumento delle rette alla casa di riposo di
Casalpusterlengo. Gli argomenti sono stati scelti basandosi "sulla
sensibilità dei lettori e sul numero delle lettere" pervenute in
redazione; nel tempo muteranno, "cercando sempre di andare incontro a
quanto la gente del lodigiano e del Sudmilano vive quotidianamente". Sir
A Laura Boldrini il premio di “Famiglia Cristiana”
MILANO - Il
settimanale più diffuso in Italia, “Famiglia Cristiana” ha dedicato la prima
copertina dell’anno a Laura Boldrini, portavoce per l’Italia dell’Alto
Commissariato ONU per i rifugiati. La motivazione è l’assegnazione del primo
riconoscimento speciale di “italiano dell'anno” assegnatogli dal periodico
Paolino per il “costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di
migranti, rifugiati e richiedenti asilo”, spiega nell’editoriale il Direttore
don Antonio Sciortino. “E, soprattutto - aggiunge - la dignità e la fermezza
mostrate nel condannare, l’estate dello scorso anno, i respingimenti degli
immigrati nel Mediterraneo. Resistendo anche agli attacchi di chi voleva
delegittimarla, definendola estremista”.
E assieme a lei,
liquidare l’UNHCR, uno degli organismi dell’ONU più rispettato nel mondo
civile, con oltre seimila impiegati, 50 milioni di rifugiati assistiti, 278
uffici in 111 Paesi, e due Nobel per la pace (nel 1954 e nel 1981). Assegnando
a Laura Boldrini il titolo di “Italiana dell’anno” - aggiunge don Sciortino -
l’attenzione “va anche all’accoglienza degli immigrati nel nostro Paese. Oggi,
l’Italia è divisa tra chi reagisce con indifferenza e fastidio, allarmato e
impaurito dalla invasione degli stranieri, e chi si impegna, con realismo e nel
rispetto della legalità, a governare il fenomeno con umanità. L’augurio è che
la scelta della Boldrini contribuisca a far prevalere la via dei diritti e
dell’uguaglianza di tutti gli uomini. Al di là del colore della pelle, della
provenienza e del credo religioso. Appunto, la via dei valori e della civiltà”.
La Fondazione
Migrantes accoglie questa iniziativa del settimanale cattolico con molto
piacere anche perché il ruolo svolto dalla Boldrini e dall’Istituzione che
rappresenta è stato particolarmente importante avendo al centro la persona
umana alla quale vanno garantiti i diritti fondamentali. (R.I. Migranti-press)
Napoli, intervista a Don Aniello Manganiello, prete coraggio di Scampia
Nell'intervista,il
prete coraggio di Scampia ricorda anche la piccola Carmela,la tredicenne
napoletana morta suicida dopo essere stata ripetutamente violentata.
Napoli - A parlare
con lui si prova un’emozione forte. E si ha una certezza: gli uomini
straordinari esistono, più silenziosi e più normali degli eroi, eccezionalmente
calati in una parte difficile da recitare. Don Aniello Manganiello, 55 anni, è
tra questi. Sacerdote da trent’anni, ammette che non è stata sua la decisione
di andare a Scampia. Una volta là, ha capito che quella era la sua vocazione
sacerdotale. Dare conforto agli ultimi o meglio “essere speranza e pane
spezzato per la gente del posto”. Impegnato nel recupero di giovani
tossicodipendenti, convinto che il calcio sia un’alternativa valida alla
strada,durante i sedici anni trascorsi nella degradata periferia napoletana,
Don Aniello è stato soprattutto speranza. Dai modi pacati e gentili, ha fatto
la voce grossa contro la camorra, per difendere la sua gente. Minacciato dai
clan, ha rifiutato ogni tipo di protezione e continua ad andare per la sua
strada, convinto che “il male fa solo più rumore”. Amico di Alfonso Frassanito,
il papà di Carmela, la bambina napoletana stuprata, abbandonata dalla società
civile e morta suicida tre anni fa a Taranto, il prete coraggio ci racconta
come ha visto questa vicenda e ci parla della ormai sua Scampia. Criminalità,
disagio. Alla fine dell’intervista, però, si è pervasi solo dalla speranza.
Padre vive in una
realtà difficile. Criminalità, disagio, a volte disperazione sono all’ordine
del giorno a Scampia. Quando ha capito che la sua vocazione era curare l’anima
della varia umanità di questo pezzo di mondo, tanto ferito e umiliato?Io sono
stato catapultato in questo Rione don Guanella – Scampia. Non sono venuto per
mia scelta. Il degrado, la povertà, lo strapotere della camorra mi ha spinto a
mettermi in gioco per essere speranza e pane spezzato per la gente. Tutto
questo risponde alla mia vocazione di sacerdote.
Davvero Scampia è
solo degrado e criminalità come emerge, purtroppo, dalla cronaca di ogni
giorno? O c’è un germe di speranza nascosto ai più?C’è tanta bella gente che è
la maggioranza. Il male fa più rumore e fa paura. Quello che rimprovero alla
mia gente è il silenzio, l’omertà, il chiudersi fra le quattro mura lasciando
il territorio in mano ai malavitosi
.Tempo fa ha
conosciuto Alfonso Frassanito, il papà di Carmela, la bambina napoletana
diventata simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Carmela è stata
stuprata e umiliata in tanti modi e stanca di vivere si è suicidata quasi tre
anni fa. Che idea si è fatto di questa vicenda?Soprattutto sono rimasto
sconvolto da tanta barbara violenza e dalla superficialità con cui gli
operatori hanno accompagnato Carmela nel difficile percorso di recupero.
Perché spesso per
gli uomini è difficile rispettare le donne? E l’unica forma di comunicazione
diventa la violenza?C’è ancora la convinzione diffusa anche nel nostro
meridione che la donna sia un oggetto da usare, dunque inferiore all’uomo. La
violenza sessuale è anche manifestazione di dominio sulla donna da parte
dell’uomo.
Vive
quotidianamente a contatto con il disagio di un quartiere difficile e avrà
avuto a che fare spesso con ragazzi problematici. Cosa spinge un giovane ad
infierire su una delle tante Carmela? E’ un problema di degrado, di valori che
non ci sono, di educazione o c’è dell’altro?Il degrado soprattutto oltre alla
mancanza di percorsi educativi atti ad accompagnare il ragazzo, perché la
sessualità non è uno strumento di dominio, di sfruttamento e di piacere ma è uno
strumento per comunicare un amore definitivo e fecondo. Nella famiglia questi
adolescenti respirano un’atmosfera senza paletti, senza cultura, dove il modo
di esprimersi è solo l’istinto.
Partendo dalla sua
esperienza cosa deve fare un educatore per recuperare ragazzi che hanno
commesso un reato in generale e questo tipo di reato in particolare?La messa
alla prova (qualche ora alla settimana di servizio in una struttura scelta dal
giudice) non è più sufficiente. Oltre al servizio, (qualche ora in più) il coinvolgimento
obbligatorio in un percorso educativo, anche dei genitori (i primi ad essere
rieducati).
Alfonso Frassanito
chiede giustizia. Le istituzioni sono state latitanti in questa storia. E la
famiglia si è quasi ritrovata sul banco degli imputati. Cosa pensa delle
istituzioni italiane, che spesso trasformano le vittime in colpevoli?Il limite
della giustizia italiana e dei percorsi di recupero è quello di mettere in atto
ogni iniziativa a favore del carnefice ma quasi niente per la vittima.
Pagare fino in fondo per ciò che si è commesso è certamente fattore di crescita
e di cambiamento.
Cosa augura a
Carmela e alla sua famiglia, a Scampia, a chi ha causato un disagio e a chi lo
ha subito?Alla famiglia di Carmela dico di non retrocedere in questa battaglia;
a Scampia auguro di svegliarsi dal torpore e dal silenzio; a chi è autore di un
disagio, di intraprendere la strada della conversione e a chi ha subito, di non
mollare. Flavia Squarcio, L’italoeuropeo
Caritas-Kampagne will Stärken der Alten ins Zentrum rücken
Berlin. Mit der Kampagne "Experten
fürs Leben" will die Caritas in diesem Jahr die Stärken von alten Menschen
und ihre Potenziale für die Gesellschaft ins Zentrum rücken. Die Debatten über
Leben im Alter seien häufig verkürzt und mit negativen Vorzeichen behaftet,
kritisierte der Präsident des katholischen Verbandes, Peter Neher, am Dienstag
in Berlin bei der Präsentation der Kampagne. "Wir wollen dazu beitragen,
dass sich der Blick auf Frauen und Männer im Alter weitet."
Mehr als 80 Prozent der Menschen in
Deutschland wollten im Falle der Pflegebedürftigkeit in der gewohnten Umgebung
bleiben, berichtete Neher. Darauf seien Städte und Gemeinden, aber auch
Nachbarschaften und Pfarrgemeinden nicht ausreichend vorbereitet. Neher
forderte, eine entsprechende Infrastruktur zu schaffen: mit gut erreichbaren
Geschäften, ausgebautem öffentlichen Nahverkehr und verschiedenen Wohnformen
für alte Menschen. "Wir sollten ein Stück Heimat in der letzten
Lebensphase ermöglichen", sagte Neher.
Der Caritas-Präsident erneuerte zudem
die Forderung nach einer finanziellen Absicherung für Menschen, die Angehörige
pflegen. Analog zum Elterngeld solle es auch ein einkommensabhängiges
Pflegegeld geben, sagte Neher. Die berufliche Auszeit von bis zu einem halben
Jahr, die derzeit gesetzlich möglich ist, sei nur von bestimmten
Einkommensgruppen zu leisten.
In der Kampagne soll der positive Blick
auf alte Menschen nicht davon ablenken, dass Ältere häufig auf Hilfe und
Unterstützung angewiesen sind. Auf den Plakaten sind daher alte Menschen zu
sehen mit einem Slogan, der zugleich ihre Lebenserfahrung und ihre Bedürfnisse
einfängt. "Expertin für Sonntagsbraten sucht Zuhörer", heißt es
beispielsweise.
Neben Plakaten schaltet die Caritas
auch Spots in Hörfunk und Fernsehen und bietet Materialien für Gottesdienste.
Auf der Internetseite www.experten-fuers-leben.de ist neben Informationen auch
ein Blog zugänglich, in dem alte Menschen sich zu verschiedenen Themen äußern.
Die Kampagne wurde von der Düsseldorfer Agentur bbdo unentgeltlich gestaltet
und wird von der Glücksspirale unterstützt. Epd 12
Extreme humanitäre Notlagen sollten als Asylgrund anerkannt werden.
Dafür hat sich der für Migrationsfragen
zuständige Kurienerzbischof Antonio Maria Vegliò ausgesprochen. Eine
Auswanderung aus Verzweiflung sei keine freie Entscheidung, sondern eine Flucht
vor oft großem Elend, sagte der Präsident des Päpstlichen Migrantenrates
gegenüber der italienischen Zeitschrift „Jesus“. Es gebe eine „Annäherung
zwischen dem Asylrecht und dem Recht auf humanitären Schutz“. In dem am
Dienstag vorab veröffentlichten Beitrag kritisierte Vegliò eine
Abschottungspolitik gegenüber Zuwanderern. Reiche Staaten schlössen sich immer
mehr in einer „Festung ihres erworbenen Wohlstands“ ein und verteidigten ihren
Lebensstandard ohne Rücksicht auf fremde Not, so der Erzbischof. Vegliò
befürwortete auch eine raschere Einbürgerung von Migranten. Wer eine geregelte
Arbeit habe und Steuern zahle, die Gesetze und Traditionen respektiere sowie
die Sprache lerne und sich in das soziale Gefüge eingliedern wolle, müsse auch
am politischen Leben seines neuen Heimatlandes aktiv teilnehmen dürfen. (kipa
12)
Papst an Diplomaten: Widerstände gegen Umweltschutz bereiten mir Sorgen
„Der Schutz der Schöpfung ist ein
wichtiger Faktor für den Frieden und die Gerechtigkeit.“ Das hat Papst Benedikt
XVI. bei seiner traditionellen Neujahrsaudienz für die beim Vatikan
akkreditierten Diplomaten betont. Das Thema Schöfpungsverantwortung stand damit
einmal mehr im Mittelpunkt der Überlegungen des Papstes. In seiner Ansprache an
die über 150 Botschafter beim Heiligen Stuhl prangerte er politische und
wirtschaftliche Widerstände im Kampf gegen die Umweltverschmutzung an und
warnte vor einer „egoistischen und materialistischen Mentalität“, die die
Schöpfung bedrohe.
Die Umweltproblematik ist ein „Prisma
mit vielen Seiten“ und muss daher in ihrer Komplexität angegangen werden, sagte
der Papst den in der Sala Regia versammelten Diplomaten mit Sorge und
Nachdruck. Er bedauere das Scheitern der Kopenhagener Klimakonferenz, betonte
Benedikt gleich zu Beginn. Umso mehr hoffe er, dass es bei den 2010 anstehenden
Klimakonferenzen in Bonn und Mexiko-Stadt zu einer wirksamen Einigung komme.
Gewaltsame Konflikte, Armut, Wirtschafts- und Umweltkrise – all diese Probleme
hingen im Kern zusammen, führte der Papst weiter aus:
„Die Wurzeln dieser Situation sind –
für alle offensichtlich – moralischer Natur, und die Problematik muss im Rahmen
einer großen erzieherischen Anstrengung angegangen werden, um einen wirksamen
Gesinnungswandel zu fördern und neue Lebensweisen zu etablieren.“ (rv 11)
Gott in Migranten und Fremden finden. Interview mit Schwester Marilyn Lacey
SANTA CLARA, Kalifornien. Die Angst vor
Migranten ist verständlich, sie zu überwinden ist für die Christen, die Gott in
den Fremden begegnen können, jedoch wichtig, meint eine Ordensschwester mit
30-jähriger Berufserfahrung in der Arbeit mit Ausgegrenzten.
Schwester Marilyn Lacey gehört zu den
Schwestern der Barmherzigkeit und die Leiterin der gemeinnützigen Organisation
Mercy Beyond Borders (Barmherzigkeit jenseits der Grenzen), die sich der Frauen
und Mädchen annehmen, die aus dem Südsudan vertreiben wurden und versuchen ihre
extreme Armut zu lindern.
In ihrem Buch This Flowing Toward Me: A
Story of God Arriving in Strangers (Es fließt mir zu: eine Geschichte Gottes,
der in den Fremden zu uns kommt), das im letzten Frühjahr veröffentlicht wurde,
schreibt sie über ihre Arbeit mit Flüchtlingen in den Vereinigten Staaten,
Afrika und Asien.
Schwester Lacey erzählte ZENIT ihre
Erfahrungen mit Migranten und Flüchtlingen anlässlich der Feier der nationalen
Migrantenwoche in den Vereinigten Staaten, die bis Sonntag dauert.
ZENIT: Einwanderung wird oft mit Zahlen
beschrieben, wie aber sieht es im Herzen eines Einwanderers aus? Was sind seine
typischen Hoffnungen und Ängste, Schwierigkeiten und Bedürfnisse?
--Schwester Lacey: Es ist sehr
natürlich von Migranten zu denken, dass sie irgendwie ganz anders sind als wir.
Im Einwanderungsgesetz wird der Fachbegriff „Fremde“ für sie verwendet, was
wörtlich übersetzt „anders“ heißt. Dies stärkt unsere Neigung Angst vor
Migranten zu haben, da es uns in der Regel schwer fällt, Personen zu trauen,
die von uns als anders wahrgenommen werden. In Wirklichkeit sind Migranten
Menschen, die ihre Familie ernähren müssen, ihre Kinder beschützen und ihren
Träumen nachgehen. Ihre grundlegendsten Bedürfnisse müssen erfüllt und
geschützt werden, z.B. Arbeit zu finden und Freundschaften zu knüpfen. Als
Kirche haben wir die ernste Verpflichtung - was eigentlich eine wunderbare
Einladung ist – ein Ort der Annahme für sie zu sein.
Vor ein paar Jahren aus drückte mir ein
katholischer Flüchtling, ein junger Mann aus Eritrea, der vor Kurzem nach
Kalifornien übergesiedelt ist, seine große Verwirrung aus und sagte:
„Schwester, hier in Amerika sind die Kirchen in der Nacht zugesperrt!“ Und ich
gab ihm recht. Seine unmittelbare Reaktion war: „Aber wenn die Kirchen
verschlossen sind, wo sollen die Reisenden dann schlafen?“ Seine Frage sollte
uns allen helfen, unser Gewissen zu prüfen. Wie gastfreundlich sind wir (als
Individuen und als Kirche) gegenüber den Fremden in unserer Mitte?
ZENIT: Die diesjährige nationale
Migrantenwoche der USA konzentriert sich auf Kinder. Können Sie das Leben eines
typischen Migrantenkindes beschreiben?
--Schwester Lacey: In meiner Arbeit
hatte ich meist mit Flüchtlingen zu tun. Kinder aus Flüchtlingsfamilien haben
noch nie ein normales Leben geführt wie Sie oder ich. Sie haben ihre Häuser
verlassen, haben lange, schwierige Reisen erlebt. Die meisten von ihnen haben
Angehörige verloren. Viele haben unmittelbar Gräueltaten miterlebt, einige
wurden als Kindersoldaten zu Gewalttaten gezwungen. Sie haben Jahre in der
künstlichen Existenz von Flüchtlingslagern verbracht, wo ihre Schulzeit
bestenfalls sporadisch war und ihre Ernährung mager. Für sie ist die Welt ein
gefährlicher Ort. Und doch sind sie unerhört stabil. An einem sicheren Ort mit
Liebe und unterstützenden Erwachsenen können sie aufblühen.
ZENIT: Streben die meisten Einwanderer
nicht danach, den Bürgern eines Landes etwas von ihren Gütern wegzunehmen?
Gerade in dieser Zeit der wirtschaftlichen Rezession, wo viele Bürger
arbeitslos geworden sind, ist es nicht natürlich, dass die Menschen ihre
eigenen Ressourcen schützen wollen? Gibt es irgendeine Möglichkeit, diese
defensive Haltung zu ändern?
--Schwester Lacey: Familie und Land vor
Bedrohungen zu verteidigen, ist verständlich und auch ehrenhaft. Leider sind
wir Menschen dazu geneigt, die wahren Bedrohungen fehlerhaft zu erkennen.
Meiner Meinung nach – die hoffentlich auf einem klaren Verständnis der
Evangelien beruht - sind die wirkliche Bedrohung für das wahre Leben und Glück
nicht die Migranten, sondern unsere eigene Gier, Selbstsucht und Erwerbssucht.
Die entwickelten Länder versuchen mehr und mehr vom Reichtum der Welt
anzuhäufen, während sie gleichzeitig Einwanderungsgesetze erlassen, die andere
davon fernhalten, an dieser Fülle teilzuhaben.
Das Evangelium stellt uns die
Seligpreisungen (Wege des Glücks) vor Augen: arm sein und zu teilen was wir
haben, das Leid anzunehmen, für Gerechtigkeit zu kämpfen und Verfolgung zu
ertragen. Wir werden sogar aufgerufen, unsere Feinde zu lieben, jene, die uns
schaden wollen. Während die Welt versucht, uns davon zu überzeugen, dass die
Sicherheit darin besteht, unsere Feinde zu töten, oder sie zumindest
fernzuhalten, zeigt uns das Evangelium, dass wir in der Vergebung, Annahme und
Lebensweise wachsen müssen, die alle an den Tisch einlädt. Der Himmel ist
angeblich ein Ort, der offen für jeden, der bereit ist, mit allen anderen an
einem Tisch zu sitzen!
Ich persönlich glaube, dass das
Einwanderungsproblem nicht allein durch rationale Debatten gelöst werden kann.
Wir müssen die Dimension des Glaubens mit hineinnehmen, die unseren Horizont
weitet und uns hilft zu verstehen, dass unsere Sicherheit, unser Wohlbefinden
und wahres Glück darin besteht, unsere Tore für die Fremden zu öffnen, für
Menschen, die anders sind als wir. Auch wenn die Eingliederung von Migranten in
unsere Gesellschaften bedeuten würde, dass unser Lebensstandard gesenkt werden
müsste, (was in der Regel nicht der Fall ist, weil er die Wirtschaft
stimuliert), wäre es für die Christen dennoch die Pflicht, sie zu aufzunehmen.
Gott kommt zu uns in der Gestalt des Fremden. Dieses Thema durchläuft die ganze
Heilige Schrift: von Genesis 18 (Abraham, der von den drei Fremden gesegnet
wird, die er in sein Zelt einlädt), bis hin zur Offenbarung 3,20 (Gott steht
vor unserer Tür und klopft geduldig). Für mich ist das mehr als nur Theorie -
das ist meine Erfahrung der letzten 30 Jahre in meiner Arbeit mit Flüchtlingen
und Migranten aus der ganzen Welt.
ZENIT: Was ist mit den Einwanderern,
die illegal in das Land einreisen? Wenn wir davon ausgehen, dass es gute Gründe
für die gegenwärtigen Einwanderungsgesetze gibt, ist es dann nicht moralisch
richtig, dieses illegale Verhalten zu verurteilen?
--Schwester Lacey: Manche Leute fragen
mich: „Warum kommen diese Menschen nicht legal ins Land? Sie brechen unsere
Gesetze!“ Das ist eine ernste Frage, die an unsere gesetzestreue germanische
und angelsächsische DNA appelliert. Die Menschen, die diese Frage stellen, sind
in der Regel überrascht, dass es für diese Leute keinen Weg gibt, legal ins
Land zu kommen, weil die Einwanderungsgesetze ihnen keine Möglichkeit dazu
bieten. Nur bestimmte Kategorien von Ausländern können legal einreisen, und
viele von ihnen nur für eine begrenzte Zeit. Fast die Hälfte aller, die sich
ohne Papiere in den Vereinigten Staaten aufhalten, sind zum Beispiel Personen,
die einmal legal eingereist sind, dann aber ihr Visum abgelaufen ist und
außerhalb des Status gefallen sind. Die anderen sind diejenigen, die ohne Kontrolle
die Grenzen übertreten haben – Menschen, die in der Regel Arbeit suchen, damit
sie Geld nach Hause schicken können, um ihre Familien zu unterstützen. Nach dem
aktuellen US-Einwanderungsrecht können Familienangehörige sogar mehr als 18
Jahre darauf warten, legal einwandern zu können. Wie passen diese Gesetze mit
unserem christlichen Glauben an die Heiligkeit der Familie und die Wichtigkeit
der Familienzusammengehörigkeit zusammen? Bevor wir jene verurteilen, die
Gesetze brechen, ist für mich die zentrale Frage, ob die geltenden Gesetze in
sich überhaupt ethisch sind.
Ist es in einer globalen Wirtschaft, in
der Ware, Information und Gelder Grenzen überschreiten richtig, dass die
Arbeitnehmer daran gehindert werden, Grenzen zu überqueren? Ist es richtig,
dass in einer Welt, wo einige Menschen an Orten wohnen, an denen es fast
unmöglich ist, ihre eigene Familie zu ernähren, die Menschen daran gehindert
werden an einen Ort auszuwandern, wo sie für ihre Kinder sorgen können? Ist es
in einer immer kleiner werdenden Welt recht, dass diejenigen, die haben jene
ausschließen, die nichts haben? Ist es richtig, Mauern zu bauen (wie die
Vereinigten Staaten das entlang der südlichen Grenze getan haben) oder in
eingegrenzten Gemeinschaften zu leben, die andere Menschen fernhalten, während
wir gleichzeitig in die Kirche gehen und über die Geschichten des Evangeliums
vom reichen Mann und des armen Lazarus (Lk 16) beten?
ZENIT: Viele Menschen haben
möglicherweise Mitgefühl für Einwanderer, aber sagen, dass sie nichts Besonderes
haben, was sie ihnen geben könnten. Was kann der durchschnittliche Bürger den
Einwanderern geben?
--Schwester Lacey: Es kostet nichts
(bloß ein wenig Mut) warmherzig und gastfreundlich zu Migranten zu sein. Es
kostet nichts, zuzugeben, dass es noch einen kleinen Platz in der Herberge
gibt. Für einen Einzelnen kann es riskant sein, einem Fremden die Tür zu
öffnen, der Einsatz einer Gruppe macht vieles einfacher. Glaubensgemeinschaften
können wichtige Ausgangspunkte sein für die Aufnahme von Fremden. Was nun das
Nichts-Übrig-Haben betrifft: So bin ich mir ziemlich sicher, dass wir alle viel
teilen können, und dass die echte Freude uns so lange entzogen bleibt, bis wir
zu teilen beginnen. Wie einer der ersten Heiligen sagte: „Das extra Paar Schuhe
im Schrank gehört den Armen.“ Wenn wir mit dieser Art von Offenheit und
Beteiligung leben, werden wir Segen in Fülle haben!
ZENIT: Würden Sie sagen, dass die
Betonung der Toleranz gegenüber der kulturellen Vielfalt eine Antwort sein
könnte, damit sich Einwanderer mehr aufgenommen fühlen, oder haben Sie etwas
anderes gefunden, das für die Öffnung der Herzen gegenüber Menschen aus
verschiedenen Rassen hilfreich sein könnte?
--Schwester Lacey: Toleranz gegenüber
Vielfalt ist sicherlich ein erster Schritt, aber ich hoffe, dass wir uns eines
Tages über die Toleranz der Differenzen hinaus bewegen können, und uns darüber
freuen können, dass alle uns bereichern. Ich habe mit Flüchtlingen und
Migranten aus über 50 Ländern gearbeitet und ich halte mich für einen der glücklichsten
Menschen auf der Erde - weil ich an so vielen unterschiedlichen
Weltanschauungen, Gottesbildern und Wegen zur Überwindung von Not und
hartnäckigen Lebensweisen Anteil haben durfte. Ich bete dafür, dass alle
Menschen sich wagen trauen, einen Fremden aufzunehmen und dabei zu ihrer
unendlichen Überraschung entdecken können, dass Gott wiederum darauf gewartet
hat, sie zu begrüßen! Genevieve Pollock. Übersetzung des englischen Originals
von Susanne Czupy, Zenit 12
Nach den gewalttätigen Ausschreitungen
zwischen Süditalienern und afrikanischen Erntearbeitern spricht die
Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ von einem landesweit verbreiteten Rassismus.
Die Italiener seien nie durch Offenheit gegenüber Fremden aufgefallen, schreibt
die römische Historikerin Giulia Galeotti in einem Gastbeitrag für die Ausgabe
von diesem Dienstag. Auf die Unruhen in Kalabrien selbst geht der Beitrag nicht
ein. Nach Informationen der Mailänder Tageszeitung „Corriere della Sera“ war
das Skript bereits zuvor entstanden. Eigentlicher Anlass sei die anhaltende
Beschimpfung des farbigen Stürmers Mario Balotelli vom Fußballklub Inter
Mailand durch Fans gewesen, so der „Corriere“. In der italienischen Presse ruft
der Beitrag der Wissenschaftlerin ein breites Echo hervor. Galeotti schrieb im
„Osservatore“, eine Bahnfahrt, ein Spaziergang im Park oder ein Fußballspiel
ließen keinen Zweifel daran, dass der überwunden geglaubte blinde Hass und die
Barbarei gegenüber Menschen anderer Hautfarbe weiterhin existiere. Der
Rassismus in Italien sei nicht mit dem Untergang des Faschismus 1945
verschwunden, sondern die Nachkriegszeit hindurch stark ausgeprägt geblieben,
so die Historikerin. (kipa 12)
Fulda. Traditioneller Neujahrsempfang des Bistums
Das Handeln der Kirche trägt Werte in
die Gesellschaft - Bischof Algermissen hielt traditionellen Neujahrsempfang in
Fulda ab
Fulda - „Durch das kirchliche Handeln
tragen wir Werte in diese Gesellschaft hinein und können so den Menschen ein
bewährtes Orientierungsangebot anbieten, eine frohe Botschaft, die dem Leben
tagtäglich und über alle Tage hinaus Sinn gibt.“ Dies betonte der Fuldaer
Bischof Heinz Josef Algermissen am Freitag, 1. Januar, beim traditionellen
Neujahrsempfang im Fuldaer Priesterseminar. Kirchliches Handeln müsse zur
eigentlichen Aufgabe der Kirche hinführen, nämlich der sakramentalen Heiligung
der Menschen, und ihnen Halt und Stütze bieten, „ohne welche ein Menschenleben
bald unerträglich wird“.
Ethische Maßstäbe in der
Finanzwirtschaft gefordert
Erinnerung und Vergegenwärtigung seien
für die Kirche wesentlich, und dies gelte auch für Vorkommnisse in jüngster
Vergangenheit, gerade wenn dies vielen Menschen offensichtlich oder versteckt
große Sorgen bereite, hatte der Oberhirte in seinem Schlußwort zu dem Empfang
mit Bezug auf die jüngste Wirtschaftskrise hervorgehoben. Man habe den Kirchen
vorgeworfen, sie seien ihrer Wächterfunktion nicht gerecht geworden und sie
hätten angesichts der Krise geschwiegen. Dies sei zurückzuweisen, denn schon
seit Jahren forderten die katholische und auch die evangelische Kirche
ethisches Verhalten in den Unternehmen, zu denen auch die Banken gehörten. „Wir
haben Regeln für den sich globalisierenden Markt eingefordert; dies wurde aber
nicht gehört oder bestenfalls mitleidig belächelt“, so Algermissen weiter.
Bereits 1997 hatten die Kirchen in ihrem Wort „Für eine Zukunft in Solidarität
und Gerechtigkeit“ vor möglichen destabilisierenden Wirkungen der Entwicklungen
an den internationalen Finanzmärkten gewarnt. Eigentum sei sozialpflichtig, und
dies müsse gerade jetzt wieder betont werden, da sich „die Methoden
hemmungsloser Profitmaximierung und der Gier wieder breitzumachen beginnen“.
Ethische Maßstäbe für eine Reform der internationalen Finanzmärkte hatte die
Deutsche Bischofskonferenz bereits 2001 angemahnt.
Auswirkungen der Krise auf das Bistum
Fulda
In der Folge der Krise des Jahres 2008,
deren Auswirkungen sich auch deutlich an der Entwicklung des
Kirchensteueraufkommens ablesen ließen, habe die Aufstellung des Haushaltes
2010 unter besonders schwierigen Vorzeichen gestanden, fuhr der Bischof fort.
Eine hohe Arbeitslosenzahl in 2010 hätte nicht unerhebliche Auswirkungen auf
das Kirchensteueraufkommen. Doch derzeit sei das Bistum Fulda insgesamt von den
unmittelbaren Auswirkungen der Finanzkrise nicht betroffen. „Ein umsichtiges
Finanzmanagement, also der verantwortungsvolle Umgang mit den
Kirchensteuergeldern, hat uns bewußt keine verlustreichen Risikogeschäfte
tätigen lassen“, unterstrich Algermissen und dankte seinen Mitarbeitern sowie
Kirchensteuer- und Katholikenrat für ihre kompetente Arbeit. „Solch ein Umgang
mit dem Materiellen wirkt sich heilsam aus in unserer Kirche, aber auch heilsam
auf die Menschen in unserer Gesellschaft.“ Auch daß die rund 4.500 kirchlichen
Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in Beschäftigung gehalten werden könnten, sei
für sie selbst, für ihre Familien und alle, die ihnen anvertraut seien, von
größter Bedeutung.
Sozial-caritative Dimension kirchlichen
Handelns
Die finanzielle Solidität ermögliche
laut Bischof Algermissen, die sozial-caritative Dimension des kirchlichen
Handelns beibehalten zu können. „Wir werden eine caritativ-diakonische Kirche
im umfassenden Sinn bleiben und unser Engagement erhalten können, weil wir mit
den finanziellen Voraussetzungen unseres caritativ-diakonischen Grundauftrags
verantwortungsbewußt umgegangen sind.“ Die Mitarbeiter in diesem Bereich
arbeiteten für andere Menschen und zugunsten der Gesellschaft: in den
kulturellen Einrichtungen der Diözese, in den Schulen und
Bildungseinrichtungen. Diese Mitarbeiter wirkten durch die sozialen und
caritativen Angebote, durch Hilfe- und Beratungseinrichtungen, in Kindergärten
und Krankenhäusern. „Sie arbeiten durch eine moderne Seelsorge für Menschen,
die diese Sorge um ihr Leben und Heil brauchen und annehmen möchten“, zeigte
sich der Oberhirte überzeugt.
Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke
hatte zu Beginn des Neujahrsempfangs im Namen des Bischofs die anwesenden Gäste
aus Kirche und öffentlichem Leben willkommen geheißen und zunächst auf einige
wichtige Ereignisse für die Diözese im neuen Jahr 2010 hingewiesen: den
Ökumenischen Kirchentag in München vom 12. bis 16. Mai, das Priestertreffen zum
Abschluß des Priesterjahres in Rom vom 9. bis 11. Juni, das Bonifatiusfest am
6. Juni mit Kardinal Claudio Hummes von der Kleruskongregation, verbunden mit
einem Diözesanministrantentag, die internationale Meßdienerwallfahrt nach Rom
vom 31. Juli bis 7. August, ein Symposium der Theologischen Fakultät am 26.
Juni zum Thema „Katholischer Kindergarten“. Sodann hatte Prof. Stanke der
Hoffnung Ausdruck gegeben, daß sich die seelsorgliche Zusammenarbeit in den
Pastoralverbünden im neuen Jahr weiterentwickle. „Vor diesem Hintergrund soll
auch der ‚Brief der Hoffnung’ formuliert werden, den unser Bischof am
Diözesantag am 3. Juli vergangenen Jahres den Pastoralverbünden als Aufgabe
gestellt hat.“ Ein Schwerpunkt bei dem vom Seelsorgeamt begleiteten Prozeß sei
auch die Wertschätzung und Förderung der ehrenamtlichen Tätigkeit.
Werte im Lichte des christlichen
Glaubens
Generalvikar Stanke kam anschließend
unter Bezugnahme auf die Weihnachtsansprache von Bundespräsident Horst Köhler
auf „Ehrbarkeit und bessere Regeln“ zu sprechen und beleuchtete dies im Lichte
des christlichen Glaubens. Ehrbarkeit sei eine Tugend, eine das Verhalten des
Menschen prägende Haltung, so wie auch Gerechtigkeit, Solidarität, Treue und
Wahrhaftigkeit. Bessere Regeln dagegen gehörten zu den äußeren Strukturen wie
z. B. auch Freiheit und Frieden. Für Werte könne ein Mensch gelobt oder
kritisiert, für äußere Umstände aber lediglich beglückwünscht oder bedauert
werden. In der heutigen Gesellschaft würden Werte wie Ehrbarkeit, Nächstenliebe
und Treue wieder sehr geschätzt, aber diese Werte dürften nicht nur beschworen,
sondern müßten eben auch gelebt werden, forderte der Generalvikar. „Wer ethisch
verantwortlich handeln will, braucht die Bereitschaft, das Richtige zu tun, auch
wenn es ihm Nachteile bringt.“ Eine große Bedeutung für die Werte maß Stanke
dem Vorbild Jesu Christi aus der Bibel zu, vor allem durch sein Mitleid, seine
Compassio, die zeige, daß Gott die Liebe sei. Den falschen Haltungen Habsucht
und Herrschsucht stellte Jesus Teilen und Dienen entgegen. Jesus sei durch
seinen Geist auch eine „Quelle der Kraft“ für den, der an ihn glaube.
Menschenwürde kommt jedem Menschen zu
Sorge bereitete Generalvikar Stanke die
Tatsache, daß es einen Wandel im Verständnis der Verbindlichkeit der
Menschenwürde gibt, dadurch daß verschiedene Autoren und Philosophen die
Menschenwürde von anderen Faktoren und Bedingungen abhängig machen. „Der Grund
der Würde liegt in der Begabung des Menschen, sein Leben aus Einsicht und in
Freiheit zu gestalten. Die Bedeutung der Menschenwürde liegt darin, daß sie der
Verfügung des einen über den anderen eine Grenze setzt.“ Keiner dürfe einfach
den anderen für Eigenzwecke instrumentalisieren oder zum reinen Objekt
degradieren. Konstitutiv für den Menschen sei nach christlicher Überzeugung die
Einheit von Leib und Seele. Daher sei es auch wohlbegründet, das biologische
Menschsein allein schon als ausreichendes Kriterium für das Vorhandensein der
Menschenwürde anzusehen. „Jedem Menschen kommt Würde zu, weil es zum Wesen des
Menschen gehört, daß er mit dieser geistigen Begabung ausgestattet ist, auch
wenn er sie noch nicht, überhaupt nicht oder nicht mehr realisieren kann. Das
Menschsein ist das allgemeinste und grundlegendste Kriterium für die Menschenwürde.“
Für den der glaubt, liege der tiefste Grund der Würde jedes Menschen darin, daß
jeder Mensch von Anfang an von Gott gewollt, geliebt und für ein ewiges Leben
in der Gemeinschaft mit Gott bestimmt sei.
„Wen diese Gedanken nicht überzeugen,
den könnte man vielleicht auf die negativen Folgen jener Position verweisen,
die die Menschenwürde von zusätzlichen Kriterien abhängig macht“, betonte Prof.
Stanke weiter. Wenn die menschliche Gesellschaft sich das Recht zuschreibe, zu
entscheiden, wem von den Menschen Menschenwürde zukomme, dann bedeute das
letztlich eine große Verunsicherung jedes Menschen. Der Mensch sei nur dann von
der Angst befreit, daß ihm einmal die Menschenwürde abgesprochen werde, wenn
sie nicht von der Definition seiner Mitmenschen abhängig, sondern mit dem
Menschsein an sich gegeben sei. „Und wenn sie gegeben ist, dann ist sie auch zu
respektieren und zu schützen, nicht abgestuft, sondern kategorisch“, folgerte
der Generalvikar.
Oberbürgermeister Gerhard Möller
übermittelte, auch im Namen von Bernd Woide, für Landkreis und Stadt Fulda
Neujahrswünsche an die Kirche und hob in seiner Ansprache hervor, daß das
vergangene Jahr 2009 an vielfältigen Vorkommnissen das Verhältnis von Kirche
und Staat in der Diskussion gesehen habe, so im Volksbegehren zum
Religionsunterricht und dem Schulgebetsurteil in Berlin, dem Kruzifixurteil des
Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte, der Verleihung des Hessischen
Kulturpreises, dem Schweizer Minarettverbot oder dem Urteil zu den
verkaufsoffenen Sonntagen in der Hauptstadt. Das Grundgesetz, dessen 60jähriges
Jubiläum man im vergangenen Jahr begangen habe, sei den Religionsgemeinschaften
gegenüber wohlwollend, da diese grundlegende Beiträge zur Werteordnung erbracht
hätten. Rationalistische Vorhersagen, Religion werde in ihrer Bedeutung
schwinden, hätten sich laut Möller als falsch erwiesen. In Stadt und Landkreis
Fulda sei die Zusammenarbeit zwischen kommunalen und kirchlichen Institutionen
von einer vielfältigen und fruchtbaren Partnerschaft geprägt. Dafür sprach der
Oberbürgermeister dem Bischof und den kirchlichen Verbänden seinen besonderen
Dank aus.
Am Ende des Neujahrsempfangs gab
Bischof Algermissen die drei Ehrungen mit dem vom Papst verliehenen Orden „Pro
Ecclesia et Pontifice“ bekannt. Für ihr herausragendes ehrenamtliches
Engagement wurde Hiltrud Strupp und Gerhard Dehler aus Fulda sowie Rosemarie
Schöppner aus Flieden geehrt.
Hiltrud Strupp gründete 1982 mit
anderen die „Gesellschaft für Christlich-jüdische Zusammenarbeit Fulda e. V.“,
deren Vorstand sie seit 1983 bis heute angehört. Die Gestaltung der jährlichen
„Woche der Brüderlichkeit“ gehört zu ihrem Engagement. Sie vermittelt Kontakte
zwischen jüdischen und christlichen Organisationen und ermöglicht zahlreiche
Begegnungen, auch auf Bundesebene. Im Zweiten Vatikanischen Konzils habe die
Katholische Kirche in der Erklärung über das Verhältnis der Kirche zu den
nichtchristlichen Religionen „Nostra Aetate“ ihr Verhältnis zum Judentum neu
bestimmt, rief der Bischof im Zusammenhang mit der Ehrung von Frau Strupp in
Erinnerung. „Zu den unumstößlichen Aussagen des Konzils und der nachkonziliaren
Zeit gehört die Verurteilung jeglicher Form von Antisemitismus und
Antijudaismus.“ Mit dem Judentum seien die Christen durch ein gemeinsames
geistliches Erbe verbunden, das ihre Beziehung einzigartig mache. Dieser tiefen
Beziehung habe Frau Strupp jahrzehntelang gedient.
Die Kirche und das Engagement in ihr
kennzeichnet laut dem Bischof auch die Biographie von Rosemarie Schöppner. Von
1968 bis 2003 war sie Mitglied des Pfarrgemeinderates, von 1991 bis 1995
Sprecherin dieses Gremiums. Mitglied im Verwaltungsrat ist sie seit 1971, wo
sie sich hauptsächlich um die Belange des kirchlichen Kindergartens kümmert,
ferner um die Bau- und Sanierungsmaßnahmen an der Pfarrkirche. Seit 1980
organisiert Frau Schöppner den Treff für Senioren der Pfarrgemeinde St. Goar,
seit 1995 leitet sie ihn eigenverantwortlich. „Ihre Treue zur Kirche auch in
turbulenten Zeiten ist bewundernswert und keineswegs selbstverständlich. Von Menschen
wie Frau Schöppner lebt die Gemeinde vor Ort“, hob der Oberhirte hervor.
Gerhard Dehler schließlich habe die
Jugendarbeit im Bistum entscheidend mitgeprägt. Seit 1962 ist er als Sakristan
in der Pfarrei St. Elisabeth Lehnerz mitverantwortlich für die Vorbereitung der
Liturgie. „Er opfert dafür einen großen Teil seiner freien Zeit und zeigt damit
unverkennbar seine Liebe zur Liturgie der Kirche“, so der Bischof in seiner
Würdigung. Seit 1997 ist Dehler Wallfahrtsleiter der traditionellen Fuldaer Walldürnwallfahrt,
die seit dem Jahr 1706 besteht. Der Einsatz Dehlers bei der Organisation und
Durchführung dieser großen Fußwallfahrt sei bei allen Pilgern hochgeschätzt.
Kraft für die vielfältigen Aufgaben schöpfe Dehler aus seinem persönlichen
tiefen Glauben, der schon in seiner Familie grundgelegt worden sei. „Es ist ihm
ein Anliegen, diesen Glauben auch in der großen Gemeinschaft der Kirche mit
anderen zu teilen und zu stärken“, betonte Bischof Algermissen. (bpf)
MÜNSTER/WESTFALEN -Einen ethischen
Rahmen und solidarisches Handeln im Zeitalter der Globalisierung hat der
Vorsitzende der Bischofskonferenz in Honduras und Präsident von "Caritas
International", Kardinal Oscar Rodriguez Maradiaga, gefordert: "Statt
Wahrheit, Gerechtigkeit, wahrer Freiheit und Solidarität ist mit der
Globalisierung ein neuer Moloch errichtet worden, ein stolzer und unabhängiger
Markt, der seine eigenen Gesetze über jegliche anderen Werte stellt",
sagte Kardinal Maradiaga am Samstagabend beim Neujahrsempfang des
Diözesankomitees der Katholiken in Münster/Deutschland.
Solidarität und Ethik müssten die
Globalisierung bestimmen, nicht die Gesetze des kapitalistischen Handelns, die
"Wohlstand und Hochkonjunktur nur für ein paar wenige"
hervorbrächten. Mit scharfen Worten kritisierte Maradiaga die Verfehlungen, die
mit der Wirtschafts- und Finanzkrise zu Tage traten: "Lügen, Betrug, die
Fälschung von Zahlen durch die Mitglieder von Verwaltungsräten, die
Gewährleistung von millionenschweren Boni als Belohnung für Manager, die Banken
und Finanzgesellschaften ausgeraubt haben, die mit Millionen in ihren Taschen
und ohne Gerichtsprozess ausgeschieden sind, internationale
Finanzorganisationen, die kleine Länder durch strukturelle Mechanismen
unterdrücken und ihre Augen vor den Exzessen der großen Länder schließen – all
dies schafft Unrecht und führte uns in die Krise."
Maradiaga, der vor mehr als 250 Gästen
aus Kirche, Politik und Gesellschaft über "Ethische Herausforderungen der
Globalisierung" sprach, analysierte schonungslos: "Wir leben
weiterhin in einer Welt voller offenkundiger Ungleichheiten, und trotz der
Produktivität und des Wohlstands sammelt sich dieser zunehmend in einer
geringer werdenden Anzahl von Händen." Es werde eine Welt geschaffen,
"in der die Habsucht Weniger die Mehrheit an den Rand der Geschichte
drängt". Einige Gesellschaften könnten die Vorteile des technischen Fortschritts
genießen, doch diese positive Entwicklung für Wenige verstärke die Ausgrenzung
der Schwächeren.
Der Präsident von "Caritas
International" deckte die widersprüchlichen politischen Rahmenbedingungen
von Freiheit und Abschottung auf: Auf der einen Seite gebe es das Bedürfnis,
alle Grenzen für die wirtschaftlichen Güter zu öffnen und den Kreislauf von
Geld und Gütern zu vereinfachen. Auf der anderen Seite verstärkten die reichen
Länder ihre Grenzschutzeinrichtungen, um Einwanderung zu verhindern. "Wir
könnten sagen, dass nur die Reichen globalisiert sind. Die Technologie hält sie
gleichzeitig auf Distanz zu den Armen, die unterworfen bleiben und für die
Reichen arbeiten müssen, weil das System arme Menschen in gewissen Teilen der
Welt braucht."
Angesichts dieser Ungerechtigkeit
fordert Maradiaga eine Globalisierung der Solidarität im Geist des Evangeliums.
Die elementarste Solidarität sei jene, die versuche, Handlungen, die sich gegen
die Solidarität richteten, zu vermeiden. Dazu zählten beispielsweise
Umweltverschmutzung, das Zerstören von Vertrauen und das Schüren von
Korruption. Solidarität stehe in Beziehung zu fundamentalen Werten wie
Gerechtigkeit, Freiheit, Gleichheit und Beteiligung, sowie zur Goldenen Regel
der Nächstenliebe: Handle an anderen, wie du von ihnen behandelt werden
möchtest. Die Solidarität braucht nach Ansicht von Maradiaga die Empathie, das
Mitgefühl, aber auch das Teilen der materiellen Güter: "Wenn man sieht,
dass alle Menschen als ein Ganzes miteinander die erreichbaren Güter teilen,
dann haben wir Solidarität erreicht."
Um Solidarität zu erreichen, brauche es
ein Umdenken der Menschen und das Bewusstsein für die religiös grundgelegte
Ethik. "Ethik ist keine Zwangsjacke, die man von außen durch religiöse
Konventionen angezogen bekommt, sondern etwas das aus dem Inneren
entspringt." Maradiaga zitierte aus der Sozialenzyklika "Caritas in
veritate" von Papst Benedikt XVI., in der es heißt: "Ohne
rechtschaffende Menschen, ohne Wirtschaftsfachleute und Politiker, die in ihrem
Gewissen den Aufruf zum Gemeinwohl nachdrücklich leben, ist die Entwicklung
nicht möglich." Noch aber ist es dem Kardinal zufolge nicht zu spät, die
Welt positiv zu gestalten. Notwendig sei die Rückkehr zu einer Ethik, die Jesus
Christus grundgelegt habe.
Zenit 12
Menschenrechtler: „Kirche muss humanen Umgang mit Guantánamo-Häftlingen einfordern“
An diesem Montag jährt sich zum achten
Mal der Tag, an dem auf der US-Basis Guantánamo auf Kuba ein Gefangenenlager
für Terrorismusverdächtige in Betrieb genommen wurde. Das Lager steht bis heute
als Symbol schlechthin für eine problematische, ja teilweise
menschenverachtende Form der Terrorismusbekämpfung. Wolfgang Heinz ist beim
Deutschen Institut für Menschenrechte für internationale Sicherheitspolitik
zuständig und fordert, die Gefangenen aus ihrer menschenrechtswidrigen
Situation zu befreien. In einem solchen Engagement sieht Heinz eine ganz
grundsätzliche Aufgabe der Kirche:
„Ich betrachte die humanitäre Hilfe als
einen wichtigen Geltungsbereich der Kirche, und zwar in einem ganz elementaren
Sinn. Auch wenn diese Menschen Straftaten begangen haben, müssen sie human
behandelt werden. Im Fall von Guantánamo haben wir es mit Personen zu tun, die
niemals vor Gericht gestellt worden sind und kein faires Verfahren gesehen
haben! Hier würde ich klar eine Rolle der Kirche sehen. Ich denke aber auch,
dass es für die Kirche wichtig ist, an dieser Stelle nicht nur humanitär zu
argumentieren, sondern auch völkerrechtlich und menschenrechtlich. Weil eben
Regierungen in der Regel auf diese Argumente eher reagieren, als auf eine rein
humanitäre Argumentation - deshalb sollte man diese Argumentationsstränge
verbinden.“ (rv 11)
Ukraine: Wahlen in einem "trockenen Land"
Die Katholiken in der Ukraine erhoffen
sich von der Präsidentschaftswahl
am kommenden Sonntag, 17. Januar,
Stabilität, Frieden sowie eine tief
greifende Reform ihres Landes. Dieser
Ansicht ist die zuständige
Länderreferentin des weltweiten
katholischen Hilfswerks "Kirche in Not",
Magda Kaczmarek. Rund sechs Millionen
Katholiken des byzantinischen und
lateinischen Ritus leben in der
Ukraine. Das Volk habe sich eine Reform
für bessere Zukunftsaussichten vor
allem für die Jugend im Land bereits
von der "orangenen
Revolution" des jetzigen Präsidenten Wiktor
Juschtschenko vor fünf Jahren
versprochen, sagte Kaczmarek. Diese
Hoffnung sähen die meisten Ukrainer
jedoch enttäuscht, daher werde die
Präsidentschaftswahl am kommenden
Wochenende wohl zwischen der
Reformerin Julija Timoschenko und dem
pro-russischen Vorsitzenden der
"Partei der Regionen" Wiktor
Janukowitsch entschieden werden. Die
führenden Politiker hätten viele
Hoffnungen im Volk ernüchtert und
erneut tiefes Misstrauen gegenüber der
Politik geschürt, berichtet die
Länderreferentin.
Die Hauptprobleme der Ukraine sieht
Kaczmarek nach wie vor in der
Korruption im Land sowie in der
Abwanderung junger Menschen in den
Westen. Sie stellt fest: "Hier
findet immer noch eine regelrechte
Völkerwanderung statt." Menschen
zögen aus der Ostukraine in die
Westukraine oder in die Europäische
Union. Das habe zur Folge, dass vor
allem der Osten des Landes sowohl aus
wirtschaftlicher als auch aus
religiöser Sicht ein "trockenes
Land" sei. Die Abwanderung der jungen
Bevölkerung hinterlasse vor allem auf
dem Lande "ausgedünnte Pfarreien"
die nur noch mit Mühe am Leben erhalten
werden könnten. Hinzu käme, dass
die Katholiken im Osten der Ukraine zu
Zeiten der Sowjetherrschaft
besonders stark verfolgt worden seien.
Jahrzehnte lang habe es dort
keine Priester gegeben und die
Nachwirkungen dieser Umstände seien bis
heute zu spüren. Es sei daher zu
hoffen, dass die neue Regierung Hilfen
vor allem für die strukturschwachen
Teile des Landes auf den Weg bringe.
Falls solche Reformen gelingen, sieht
der griechisch-katholische
Weihbischof Bogdan Dzyurakh gute
Voraussetzungen für einen Kurs der
Ukraine in die Europäische Union.
Sollte das Land eines Tages der EU
beitreten, werde es "sicher nicht
mit leeren Händen kommen", so der
Bischof gegenüber "Kirche in
Not".
Im auch dank westlicher Investoren
wohlhabenderen Westen der Ukraine
herrsche nach wie vor eine hohe
Arbeitslosigkeit. Durch die schwierige
soziale Situation würden die Familien
stark belastet, Alkohol- und
Drogenmissbrauch seien ein ernstes
gesellschaftliches Problem. Nach
einem Bericht des Kapuzinerordens in
Kiev hätten bei einer Studie unter
15jährigen ukrainischen Jugendlichen 91
Prozent der Befragten angegeben,
bereits exzessiv Alkohol getrunken zu
haben. 63 Prozent seien
regelmäßige Raucher und 14 Prozent
hätten bereits harte Drogen konsumiert.
Im religiösen Bereich gebe es nach
Aussage Kaczmareks in der Ukraine vor
allem Verstimmungen zwischen den
orthodoxen Kirchen und der
griechisch-katholischen sowie
römisch-katholischen Minderheit. Außerdem
fänden Sekten regen Zulauf.
Aufklärungsarbeit und katholische
Bildungsarbeit seien daher dringend
notwendig. Zwischen orthodoxer und
katholischer Kirche drehe sich der
Streit – wie in vielen Staaten der
ehemaligen Sowjetunion – vor allem um
die Rückerstattung von unter dem
Kommunismus enteignetem Kirchenbesitz.
Gesetze, die diese Rückerstattung
regeln, fehlen. Offiziell existiere die
Kirche in der Ukraine erst
wieder seit 1991, vorher vorhandenen
Grundbesitz erkenne der Staat nicht
an. In Zeiten der Sowjetunion habe das
kirchliche Leben vor allem im
Geheimen stattgefunden. Eine Tatsache,
die bis heute nachwirke. Auch
heute noch treffen sich die Gläubigen
nach Aussage Kaczmareks vor allem
in Wohnungen, kleinen Kapellen und
umgebauten Lagerhäusern. Die
kirchlichen Gebäude seien in der
Sowjetzeit vom Staat enteignet und als
Kinos, Lagerhallen, Kasernen, oder in
einem Fall sogar als Bäckerei
zweckentfremdet worden.
"Kirche in Not" helfe in der
Ukraine daher vor allem bei der
Wiederherstellung und dem Neubau von
Kirchen und Pfarrhäusern, aber auch
bei der Finanzierung von Fahrzeugen für
die Seelsorge unter den über
große Distanzen verstreut lebenden
Katholiken. Außerdem unterstütze das
Hilfswerk die Priesterausbildung im
Land. Über einen Priestermangel
könne die Ukraine noch nicht klagen,
betont Kaczmarek und bemerkt
hoffnungsvoll: "Gott beruft
Fischer im trockenen Land." KiN, de.it.press
China: „Trotz Spannungen Dialog nicht aufgeben“
Über 5.000 Katholiken haben zu
Jahresbeginn an der Beerdigung des papsttreuen Bischofs Leo Yao Liang
teilgenommen. Und das, obwohl sie durch Reisebeschränkungen und Temperaturen um
Minus 30 Grad sehr stark eingeschränkt waren. Die so genannte Untergrundkirche
in China ist der Teil der katholischen Kirche des Landes, der nicht registriert
und damit staatlich nicht anerkannt ist. Was die überaus starke Anteilnahme am
Tod des romtreuen Bischofs vor diesem Hintergrund bedeutet, haben wir Michael
Bauer, der katholischer Pfarrer in Shanghai ist, gefragt: „Ich denke, die Christen haben ganz genau
gespürt, dass hier mit Leo Yao Liang ein Christ, ein Priester, ein Bischof
gestorben ist, der wirklich das gelebt hat, was christlicher Glaube bedeutet -
der nicht nur mit Worten seinen Glauben bezeugt hat, sondern ganz authentisch
durch sein Leben gezeigt hat, was es bedeutet, Christ zu sein und Christus
nachzufolgen. Wir dürfen wirklich sagen, dass einige Jahrzehnte seines Lebens
ein Kreuzweg waren. Er hat uns gezeigt, dass der Glaube in dieser Situation
Kraft schenken kann. Er ist dem Glauben bis in den Tod treu geblieben, und die
Menschen haben erkannt, dass hier ein wahrer Zeuge Jesu Christi vor ihnen
stand.“ (rv 11)
Militärseelsorge in Deutschland. Geistliche in "Schutzkleidung"
Gut 100 evangelische Pastorinnen und
Pastoren sind als Seelsorger bei der Bundeswehr, sechs von ihnen im Ausland.
Diesen Dienst bietet die Kirche seit 1957 den Soldaten an. VON PHILIPP GESSLER
BERLIN - Man kann es sich einfach
machen und sagen: Die Kirche ist schon im Krieg. Auf evangelischer Seite
leisten etwa 100 Frauen und Männer Seelsorge im Feldgrau der Bundeswehr - bei
ihnen nicht Uniform, sondern "Schutzkleidung" genannt. Genau sechs
Geistliche sind davon bei der Truppe im Ausland: drei in Afghanistan, zwei auf
hoher See vor dem Libanon und am Horn von Afrika, einer im Kosovo. Ihre
Aufgabe: Die "Seelsorge in der Bundeswehr". Das Wort
"Militärseelsorge" meidet die Evangelische Kirche in Deutschland
(EKD) bewusst.
Die Geistlichen halten Gottesdienste,
führen mit den Soldatinnen und Soldaten Seelsorge-Gespräche, beten mit ihnen.
Und manchmal taufen sie die Männer und Frauen im Waffenrock sogar.
Für die Koordination dieser Aufgabe
gibt es das Evangelische Kirchenamt für die Bundeswehr mit Sitz in Berlin. Wer
dort anruft, landet zunächst bei einer zentralen Vermittlungsstelle der
Bundeswehr. Dennoch ist der Kirche die Unabhängigkeit wichtig, wie der Leitende
Militärdekan Matthias Heimer vom Kirchenamt betont. Die Geistlichen werden von
ihren Landeskirchen beim Bund für sechs oder im längsten Fall zwölf Jahre
freigestellt. Ihr Chef bleibt ein leitender Geistlicher - der Militärbischof,
gegenwärtig ist dies Martin Dutzmann. Bezahlt aber werden die Geistlichen bei
gleich bleibenden Bezügen samt einer "Auslandsverwendungszulage" wie
ihre zeitweiligen Bundeswehrkameraden vom Staat. Sie werden "Bundesbeamte
auf Zeit".
Die Pfarrerinnen oder Pfarrer haben
keinen Waffen und keinen Dienstgrad. Auf der Schulter haben sie als Abzeichen
ein Kreuz. Kein Militär kann ihnen Befehle erteilen. Es sind dort "relativ
freie Leute", meint Heimer. Oft gebe es den Wunsch der Soldaten, eine Art
Kapelle am Einsatzort zu schaffen. Sonst gibt sogenannte "Oasen", die
nicht nur als Gottesdienstorte, sondern auch als eine Art Cafeteria oder
Rückzugsraum dienen.
Seit 1957 gibt es zwischen der EKD und
dem Bund den "Militärseelsorgevertrag", der die Seelsorge in der
Bundeswehr regelt. Bis zur Wiedervereinigung gab es immer wieder Diskussionen
darüber, ob die Kirchen diesen Dienst leisten sollten - eine Debatte, die mit
dem Beitritt der neuen Länder und ihren meist friedensbewegten Landeskirchen
neue Fahrt gewann.
Die ostdeutschen Geistlichen bei der
Bundeswehr erhielten aufgrund der pazifistischen Tradition dieser Landeskirchen
zunächst einen Sonderstatus: Sie waren Kirchenbeamte, nicht Staatsbeamte auf
Zeit. Seit 2004 sind nun alle EKD-Geistlichen unter einem Hut, dafür wurde
sogar die Grundordnung der EKD geändert, was selten ist.
Die ostdeutschen Synoden haben sich
jedoch ein kleines Signal der Staatsferne bei der Seelsorge in der Bundeswehr
erkämpft: Die Geistlichen in "Schutzkleidung" könnten auch als
Staatsangestellte statt als Staatsbeamte ihren Dienst wahrnehmen. Alle
ostdeutschen Geistlichen sind bisher aber in den Status eines Staatsbeamten
gewechselt. Seit 2004 haben Synoden die Seelsorge beim Bund nicht mehr
grundsätzlich diskutiert Taz 11
Vatikan/Israel: „Mauer zu Ägypten fördert Isolation”
Israel plant derzeit, auch an seiner
Grenze zu Ägypten im Sinai eine Mauer zu bauen. Der Wall soll das Land vor
illegalen Einwanderern aus Afrika und vor möglichen „Terroristen“ schützen, gab
der israelische Premierminister Benjamin Netanjahu an. Das Projekt fördere eine
weitere Isolation des Landes, meinen dagegen die Bischöfe aus Nordamerika und
Europa, die sich seit letztem Samstag im Heiligen Land aufhalten. Bis
Donnerstag führen die Oberhirten Gespräche in Jerusalem, Bethlehem und
Ramallah. Als Negativbeispiel nannte der Heilig-Land-Kustos, Franziskanerpater
Pierbattista Pizzaballa, im Interview mit Radio Vatikan den Wall um die
palästinensischen Autonomiegebiete. Für die Palästinenser sei diese Mauer ein
Drama. Pizzaballa:
„Die Mauer blockiert das Leben von
Hunderttausenden von Palästinensern. Vor allem zwischen Jerusalem und Bethlehem
trennt die Mauer Kinder von der Schule, Kranke von den Krankenhäusern, Männer
von ihren Arbeitsplätzen – das schafft schwerwiegende Probleme im Alltag.
Israel ist mittlerweile de facto eine abgeschlossene Enklave. Aber man muss
andererseits ehrlich anerkennen, dass durch die Mauer die Zahl der Attentate
fast auf null gesunken ist.“
Mit der Reise versucht die
Bischofsdelegation, stabile Kontakte zu den christlichen Kirchen des Heiligen
Lands aufzubauen und für deren Verständigung untereinander zu sorgen. Die
Tatsache, dass sich unter den Palästinensern auch viele Christen befinden, sei
im Westen kaum bekannt, so der Belgier Paul Lansu von der katholischen
Friedensbewegung „Pax Christi“. (rv 12)
Debatte über Afghanistan-Einsatz. Kritik an Käßmann: „Sie macht es sich zu einfach“
Der niedersächsische Innenminister Uwe
Schünemann (CDU) hat die Ratsvorsitzende der EKD, Landesbischöfin Margot
Käßmann, wegen ihrer Äußerungen zum Afghanistan-Einsatz kritisiert. „Wer das Mandat
der Nato-Schutztruppe und der Bundeswehr in Afghanistan, das durch Resolutionen
der Vereinten Nationen und von der großen Mehrheit des Bundestages legitimiert
wurde, mit den Worten 'Nichts ist gut in Afghanistan' pauschal abwertet, der
macht es sich zu einfach“, schreibt Schünemann in einem Beitrag für die
Frankfurter Allgemeine Zeitung (Montagsausgabe).
Der von Frau Käßmann zumindest implizit
geforderte rasche Truppenabzug „würde den Taliban und dem Al-Qaida-Netz
Auftrieb geben, die in Afghanistan und anderswo mit Gewalt ein islamistisches
Kalifat errichten wollen und die westliche Sicherheit bedrohen.“ Ohne die
militärische Schutzfunktion wäre der Einsatz ziviler Aufbauhelfer in
Afghanistan nahezu unmöglich, fügt Schünemann hinzu Und schließlich sei es mehr
als zweifelhaft, ob die Menschenrechtslage in Afghanistan besser wäre, wenn der
Westen den religiösen Extremisten kampflos das Feld überließe.
Von der obersten Repräsentantin der
Evangelischen Kirche in Deutschland müsse erwartet werden, „dass sie sich
differenziert und damit verantwortungsvoll zu diesem komplexen Thema äußert.
Das ist sie den Menschen in unserem Land, gerade den evangelischen Christen,
schuldig“, schreibt Schünemann in der F.A.Z. Bischof Huber, der ehemalige
EKD-Ratsvorsitzende und Vorgänger Frau Käßmanns, habe in heiklen
gesellschaftlichen und politischen Fragen stets für eine differenzierte Analyse
der jeweiligen Zusammenhänge im Sinne von Max Weber plädiert.
Die Vereinten Nationen, die Nato und
der Bundestag hätten es sich mit ihren Beschlüssen nicht leicht gemacht - „sie
haben aber nach verantwortungsethischen Prämissen entschieden. Eine Bewertung
des Afghanistaneinsatzes jenseits gesinnungsethischer Prinzipien steht bei der
obersten Repräsentantin der evangelischen Kirchen in Deutschland bislang noch
aus“, meint der niedersächsische Innenminister in der F.A.Z.
Steinmeier: „ Keine leichtfertige
Entscheidung“
Indes hat der Vorsitzende der
SPD-Fraktion im Bundestag, Frank-Walter Steinmeier, Frau Käßmann in Teilen
recht gegeben. „Die Auseinandersetzung mit dem islamistischen Terrorismus
können wir rein militärisch nicht gewinnen, soweit hat Bischöfin Käßmann
recht“, sagte Steinmeier der Zeitung „Bild am Sonntag“. Zugleich müsse aber
daran erinnert werden, „dass niemand über einen Einsatz der Bundeswehr in
Afghanistan leichtfertig entschieden hat“.
Frau Käßmann hatte in ihrer
Neujahrspredigt dazu aufgerufen, dem Afghanistan-Konflikt vorrangig mit zivilen
Mitteln zu begegnen. Steinmeier verwies darauf, dass auch der Schutz der Bürger
vor Attentaten ein Motiv für das Afghanistan-Engagement war. „Dazu kam unser
Wille, einem in 30 Jahren durch Krieg und Bürgerkrieg geschundenen Volk wieder
auf die Beine zu helfen“, sagte der SPD-Fraktionschef. Der Wiederaufbau von
Schulen, Wasserversorgung und Krankenhäusern wäre ohne militärischen Schutz
nicht möglich gewesen.
Zuvor hatte der Wehrbeauftragte des
Deutschen Bundestags, Reinhold Robbe (SPD), Käßmanns Äußerungen scharf
kritisiert. Die Bischöfin übe populistische Fundamentalkritik, ohne sich jemals
persönlich ein Bild vor Ort verschafft zu haben, und vermittle Tausenden von
gläubigen Soldaten das Gefühl, in Afghanistan gegen Gottes Gebote zu handeln,
sagt Robbe laut einem Bericht der Zeitschrift „Der Spiegel“. Faz.net 10
Margot Käßmann. „Ich stehe dazu, was ich gesagt habe“
Bischöfin Margot Käßmann hält auch nach
ihrem Treffen mit Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) ihre
Kritik am deutschen Engagement in Afghanistan aufrecht. „Ich stehe dazu, was
ich gesagt habe“, sagte die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD) am Montagabend in der ARD-Sendung „Beckmann“. Ihre von
Politikern stark kritisierte Neujahrspredigt würde sie wieder so halten.
Zugleich stellte Käßmann heraus, dass
sie den Einsatz der internationalen Streitkräfte in Afghanistan nicht
grundsätzlich ablehnt. „Ich begreife schon, dass im Moment in Afghanistan
Waffen dazu beitragen können, das ziviler Aufbau möglich ist“, sagte die
hannoversche Landesbischöfin. Allerdings steht ihrer Ansicht nach derzeit die
militärische Perspektive zu stark im Vordergrund. „Es muss für uns immer einen
Vorrang für zivil geben“, betonte Käßmann. Hierüber sei sie sich mit
Verteidigungsminister Theodor zu Guttenberg Gespräch einig gewesen.
Käßmann hatte in Predigten und
Interviews zum Jahreswechsel mehrfach den Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan
kritisiert und einen Plan für den Abzug der deutschen Soldaten gefordert. Nach
heftiger Kritik insbesondere an dem Satz „Nichts ist gut in Afghanistan“ in
Käßmanns Neujahrspredigt hatten Verteidigungsminister zu Guttenberg und die
Bischöfin ein Treffen vereinbart.
Anerkennung in der Gesellschaft
Bei dem Treffen am Montag in Berlin lud
Guttenberg Käßmann ein, die Truppe in Afghanistan zu besuchen. Außerdem habe
man vereinbart, wechselseitig Vorträge zu halten: Frau Käßmann an der
Führungsakademie der Bundeswehr, Guttenberg an einer Evangelischen Akademie.
Das teilte Guttenberg in Neuburg a. d. Donau mit, wo er anschließend einen Einführungsbesuch
bei der Luftwaffe machte.
Es sei ein guter Beginn eines Dialogs
darüber gewesen, wie man den Afghanistan-Einsatz zu bewerten habe. Guttenberg
sprach von einer „sehr guten, vertrauensvollen Atmosphäre“. „Wichtig ist es,
dass die Soldaten Anerkennung in der Gesellschaft erfahren. Das hat die Frau
Bischöfin genauso gesehen“, sagte Guttenberg. Die EKD teilte mit, das Gespräch
habe dem Kennenlernen gedient. Es sei „in konstruktiver und harmonischer
Atmosphäre“ verlaufen. Man sei sich einig, „dass die ethische Dimension des
Einsatzes der Bundeswehr in Afghanistan geeignet ist, dieses Thema weiter in
die Öffentlichkeit zu tragen und dort auch kritisch zu diskutieren“.
Der Minister verwies auf die Prüfungen
in der Bundesregierung, ob der Einsatz am Hindukusch als ein nicht
internationaler bewaffneter Konflikt bewertet werden solle. Dabei bleibe es der
Justiz vorbehalten, eine rechtliche Bewertung abzuleiten. Hierbei werde die
Stellungnahme der Bundesanwaltschaft von Bedeutung sein. „Aber das politische Signal
ist wichtig, ob wir bereit sind, in Teilen Afghanistans einen nicht
internationalen bewaffneten Konflikt zu sehen.“ Der Minister lobte bei seinem
Antrittsbesuch, er erlebe „eine sehr gut aufgestellte, hochmotivierte Truppe“.
Nach Lagevorträgen sagte er: „Ich bin beeindruckt von der Leistungsfähigkeit
der Luftwaffe. Ich habe gesehen, wie schnell man auf Situationen reagieren
kann.“ F.A.Z./epd 12
Kommentar zu Käßmann. Politische Predigt
Viele Politiker halten die Bischöfin
Käßmann für eine Populistin, weil sie den Afghanistan-Einsatz in Frage stellt.
Tatsächlich fürchten sie die dadurch angeregte Grundsatzdebatte. Von Christoph
Albrecht-Heider
Am heutigen Montag erklärt der
Verteidigungsminister der obersten evangelischen Christin den Krieg. Man kann
den Gesprächstermin, den Karl-Theodor zu Guttenberg und Margot Käßmann gefunden
haben, für eine geschmeidige wie kluge Reaktion des Politikers auf die
öffentliche Kritik der Pastorin halten, die für die Afghanistan-Passage in
ihrer Neujahrsansprache von Koalitionären hart angegangen wurde und wird. Man
kann vermuten, dass der Minister auf eine Sprachregelung nach dem Privatissimum
hofft, wonach man in der Sache nicht gleicher Meinung, aber doch dicht
beieinander sei.
Aber selbst dann wäre die Dissonanz
nicht aus der Welt, weil ihr Echo weiterklingt, und das dröhnt Guttenberg in
den Ohren. Das müssen vor allem jene Politiker und Militärs fürchten, die noch
mehr Soldaten in das ferne, fremde Land schicken, die sich nicht festlegen
wollen auf einen Abzug der Truppen, zumindest nicht auf einen zeitlichen
Rahmen.
Das Grundgefühl, auf der Intervention
in Afghanistan ruhe kein Segen und damit auch nicht auf dem deutschen Part des
Einsatzes dort, breitet sich weiter aus in Deutschland, wie Meinungsumfragen
zeigen. In den vergangenen Jahren schwankte der Grad der Skepsis gegenüber der
"Mission", lag aber meist über 50 Prozent. Im jüngsten Votum aus der
vergangenen Woche sprechen sich 71 Prozent für einen schnellen Abzug deutscher
Soldaten aus, mehr als je zuvor. Wobei es im übrigen Ausweis von politischer
Sensibilität ist, dass das Erschrecken nicht nur steigt, wenn deutsche Soldaten
sterben, sondern auch, wenn es Einheimische trifft, wie bei dem
Tanker-Bombardement nahe Kundus.
Die Kritiker der EKD-Ratsvorsitzenden
denken auch an die Umfragen, wenn sie ihr Populismus vorwerfen. Einer wie der
CDU-Außenpolitiker Ruprecht Polenz redet dabei über einen anderen
Mehrheitsbegriff. Nach einer Präzisierung Käßmanns, sie habe nie den
"sofortigen" Abzug gefordert, sagt er, nun ähnele ihre Position
wesentlich mehr dem, "was auch die Mehrheit des Deutschen Bundestages für
richtig hält". Die aber ist womöglich eine andere als die der
Bundestagswähler.
Abwegig, ja unverfroren
Käßmann wird seit Beginn des neuen
Jahres einen Tag um den anderen für etwas gescholten, was als Anliegen vieler
Christen gelten darf. Es ist das neue Amt, das den Worten der Landesbischöfin
jenes Gewicht verleiht, das ihre Kritiker nervös macht. Wenn schon die
EKD-Ratsvorsitzende von der Kanzel aus die Weisheit der politischen Obrigkeit
in diesem Fall in Frage stellt, ist es kein Wunder, wenn die Gemeinde vom
Glauben abfällt, dass der Westen den Afghanen seit mehr als acht Jahren zu
Freiheit und Demokratie verhilft und die Wurzeln des Terrorismus dort mit
Stumpf und Stiel ausrottet. Dies umso mehr, als das jüngste Attentat auf das
Flugzeug über US-amerikanischem Boden ohne Afghanistan-Bezug ist. Längst
wussten Beobachter islamistischer Netzwerke, dass neue, aggressive Triebe
andernorts aus dem Boden sprießen, im Jemen etwa oder Somalia. Nach der Logik
der Falken müssten jetzt Truppen gen Jemen in Marsch gesetzt werden.
Die Forderung, Käßmann möge sich beim
Thema Afghanistan mäßigen oder gar schwiegen, ist abwegig, ja unverfroren. Die
Bewahrung des Friedens gehört zur Grundsubstanz christlicher
Religionsgemeinschaften; wer sich dazu öffentlich verhält, gerät automatisch
auf politisches Feld. Die EKD, die Kirchen würden zu Recht gescholten, hielten
sie sich zurück.
Das Bemühen, die Kämpfe in Afghanistan
sprachlich einzuhegen und ihnen damit eine gültige Definition verleihen zu
wollen, mag aus rechtlichen Gründen von Belang sein. Politisch wird es grotesk,
wenn der Streit darum geht, ob ausländische Soldaten, inländische
Aufständische, in- und ausländische Unbeteiligte in einem
"friedenserzwingenden Einsatz", in einem "nicht-internationalen
bewaffneten Konflikt" oder einem "Krieg" ihr Leben lassen.
Die EKD-Ratsvorsitzende Käßmann hat die
diplomatischen Verbrämungen weggelassen. Und sollte sie nur in der Debatte, die
sich in den Details des deutschen Einsatzes am Hindukusch verliert, auf
Grundsätzliches verwiesen haben, so ist das schon ein erfreulicher Beitrag im
Vorfeld der Afghanistan-Konferenz Endes des Monats. Bei der übrigens soll es,
wenn man den Einlassungen von Außenminister Guido Westerwelle (Stichwort:
Truppenstellerkonferenz) und vielen anderen folgt, auch um Abzug gehen. Man
nennt das nur anders: "Exit-Strategie". FR 12
Polen. Pater Rydzyk, Radio Maryja und der Antisemitismus
Tadeusz Rydzyk nennt ein Medienimperium
sein Eigen. Der 64 Jahre alte Pater ist einer der einflussreichsten Männer
Polens, sein Sender "Radio Maryja" hat eine treue und große
Hörerschaft. Allerdings nutzt Rydzyk den Sender immer wieder für antisemitische
Ausfälle. Mittlerweile wurde es der Kirche zu bunt.
Einen Doktorhut verleiht die nach
Kardinalprimas Stefan Wyszynski benannte staatliche Universität am Stadtrand
von Warschau des Öfteren. Doch noch nie war die Feier von einem solchen
Medienecho begleitet: Diesmal kam eine Person zu akademischen Ehren, die mit 64
Jahren wohl kein wissenschaftlicher Senkrechtstarter, doch dafür einer der
einflussreichsten Männer Polens ist.
Der ultrakatholische Pater und Medienmanager
Tadeusz Rydzyk hatte eine 300 Seiten starke theologische Arbeit mit dem Titel
„Die apostolische Dimension von Radio Maryja“ verfasst. Da kennt er sich aus:
1991, kurz nach der Wende, hat der Pater des Ordens der Redemptoristen diesen
nach der Gottesmutter Maria benannten Sender selbst ins Leben gerufen.
Inzwischen, das war 2001, hat Rydzyk auch eine Hochschule gegründet. Um deren
Rektor werden zu können, brauchte er – gemäß Hochschulgesetz – einen
Doktortitel.
Pater Rydzyk gerät immer wieder in die
Kritik, weil in seinem heute von Millionen vor allem auf dem Lande gehörten
Sender neben Gebets- und Ratgeberprogrammen auch nationalistische und
antisemitische Äußerungen zu hören sind. Er verschanzt sich hinter der Aussage,
solche Meinungen würden von Hörern vorgebracht, die bei Diskussionssendungen im
Studio anriefen, und die könne man doch nicht zensieren. Doch auch der
streitlustige Rydzyk selbst äußerte sich oft genug in nicht gerade
evangelischem Geiste.
Die Präsidentengattin als „Hexe“
bezeichnet
Vor zwei Jahren bekam er
Schwierigkeiten, als ein Tonbandmitschnitt öffentlich wurde, dem zufolge er
„den Juden“ vorwarf, über die Aufarbeitung des polnischen Antisemitismus
Milliarden Dollar „ergaunern“ zu wollen. Dem Tonband zufolge kritisierte er auch
die Weigerung Präsident Lech Kaczynskis, den Schutz des Lebens „bis zum
natürlichen Tode“ in der Verfassung festzuschreiben. Pater Rydzyk
interpretierte das so: In Polen solle die Euthanasie zugelassen werden. Die
Präsidentengattin bezeichnete er als „Hexe“ („Wenn schon Menschen töten, dann
beginne doch mit dir selber“).
Polens Bischöfe waren sich lange Zeit
nicht einig, wie sie den charismatischen Pater in die Schranken weisen sollten.
Erst hatte Rydzyk den Sender gegründet, der bis heute ohne Werbung auskommt und
großenteils von Spenden lebt. 1997 dann die Zeitung „Nasz Dziennik“ (Unser
Tageblatt), die heute von einer engen Vertrauten des Paters verlegt wird. 2001
folgte die Hochschule für soziale und Medienkultur, an der man vier Fächer
studieren kann. Der über Satellit zu empfangende Fernsehsender Trwam (übersetzt
etwa „Ich harre aus“) vervollständigte das Medienimperium. Damit war der Pater
endgültig zum Politikum geworden. Als 2005 unter Regierungschef Jaroslaw
Kaczynski eine konservativ-nationalistische Koalition entstand, erreichte er
den Höhepunkt seines Einflusses: Seine Medien und das Regierungslager spielten
sich eine Zeit lang die Bälle zu.
Von klein auf wollte er Priester werden
Bis es dann selbst der Kirche zu bunt
wurde. Der Vatikan drängte die polnischen Bischöfe in einem Brief, die
Entpolitisierung des Senders zu erreichen. Inzwischen wurde ein Programmrat
gegründet, der zur Hälfte vom Episkopat und zur Hälfte vom Redemptoristenorden
besetzt wird und der dem Sender aufs Maul schaut. Seitdem ist es etwas stiller
geworden um Radio Maryja. Doch der Ideenfundus des Paters ist unerschöpflich:
Kürzlich begann er, in Thorn (Torun), wo sein Sender beheimatet ist, nach
warmen Quellen zu bohren, mit denen er seine Hochschule beheizen will. Demnächst
will er in eine Tiefe von 2500 Metern vorstoßen.
Der Lebenslauf des 1945 in der
Kleinstadt Olkusz geborenen Paters war immer wieder mit Deutschland verknüpft.
Tadeusz Rydzyk ist ein uneheliches Kind: Der Mann seiner Mutter starb im KZ
Dachau, doch vor dem Tod nahm er einem Mithäftling das Versprechen ab, sich um
seine Frau zu kümmern. Aus dieser Beziehung gingen zwei Kinder hervor. Von
klein auf wollte Rydzyk Priester werden. Bald trat er in den Orden ein.
1986 kehrte er von einer Wallfahrt nach
Rom nicht nach Polen zurück, suchte stattdessen bei einem evangelischen Pfarrer
in Nürnberg Unterschlupf. Der Sender Radio Maria der Diözese Augsburg wurde ihm
zum Vorbild für spätere Unternehmungen. Trotz seiner Machtfülle lebt er
bescheiden. Nur wenn er Besucher verblüffen will, fragt er sie, ob sie seinen
Maybach sehen wollen. Dann präsentiert er ihnen stolz ein kleines Plastikmodell
des Automobils. Gerhard Gnauck DW 12