Notiziario religioso  13-14  Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 13. Il commento al Vangelo. La guarigione della suocera di Simone  1

2.       Giovedì 14. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso  1

3.       La Cei: "A Rosarno sconfitto il più povero molto debole il sistema dell'accoglienza"  1

4.       Appello del Papa in difesa di pace e ambiente. "Egoismo crea danni al creato e all'economia"  2

5.       Benedetto XVI ai diplomatici: tre leve per sollevare il mondo  3

6.       Osservatore romano: "Italiani ancora razzisti". Napolitano: "Oscurati legalità e solidarietà"  4

7.       Giornata Mondiale delle Migrazioni. Numero speciale della Migrantes  5

8.       Il Papa: “Senza il rispetto dell’altro non c’è pace”  5

9.       Via in migliaia. Il parroco: «Li avete cacciati»  5

10.   L'attesa della Chiesa. Benedetto XVI al nuovo ambasciatore turco presso la Santa Sede  6

11.   Ecumenismo quotidiano  6

12.   Giovani.  Ascolto e racconto di esperienze di ricerca e di incontro con Dio  7

13.   Latina. Per un'ecologia politica. Il vescovo Giuseppe alle istituzioni e alle parti sociali 7

14.   Lodi. Al ritmo del territorio. I 120 anni del giornale cattolico "Il Cittadino"  8

15.   A Laura Boldrini il premio di “Famiglia Cristiana”  8

16.   Napoli, intervista a Don Aniello Manganiello, prete coraggio di Scampia  8

 

 

1.       Caritas-Kampagne will Stärken der Alten ins Zentrum rücken  9

2.       Extreme humanitäre Notlagen sollten als Asylgrund anerkannt werden. 9

3.       Papst an Diplomaten: Widerstände gegen Umweltschutz bereiten mir Sorgen  9

4.       Gott in Migranten und Fremden finden. Interview mit Schwester Marilyn Lacey  9

5.       Italien. Die Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ spricht von einem landesweit verbreiteten Rassismus  10

6.       Fulda. Traditioneller Neujahrsempfang des Bistums  11

7.       Kard. Maradiaga fordert Globalisierung der Solidarität. "Habsucht Weniger drängt Mehrheit an den Rand"  12

8.       Menschenrechtler: „Kirche muss humanen Umgang mit Guantánamo-Häftlingen einfordern“  12

9.       Ukraine: Wahlen in einem "trockenen Land"  13

10.   China: „Trotz Spannungen Dialog nicht aufgeben“  13

11.   Militärseelsorge in Deutschland. Geistliche in "Schutzkleidung"  14

12.   Vatikan/Israel: „Mauer zu Ägypten fördert Isolation”  14

13.   Debatte über Afghanistan-Einsatz. Kritik an Käßmann: „Sie macht es sich zu einfach“  14

14.   Margot Käßmann. „Ich stehe dazu, was ich gesagt habe“  15

15.   Kommentar zu Käßmann. Politische Predigt 15

16.   Polen. Pater Rydzyk, Radio Maryja und der Antisemitismus  16

 

 

 

 

Mercoledì 13. Il commento al Vangelo. La guarigione della suocera di Simone

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 1,29-39) commentato da P. Lino Pedron 

 

29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.

35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.

 

La guarigione della suocera di Pietro ci presenta il miracolo del servizio. Può sembrare un miracolo insignificante. Ma i miracoli non sono spettacoli di potenza, ma segni della misericordia di Dio. In questo racconto la piccolezza del segno è tutta a vantaggio della grandezza del significato. Un miracolo più straordinario avrebbe attirato la nostra attenzione a scapito di ciò di cui è segno.

Con questo piccolissimo segno l’evangelista ci dà il significato di tutti i miracoli: sono delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di servire, che è la nostra somiglianza con Dio.

Il miracolo che Gesù è venuto a compiere in terra è la capacità di amare, cioè di servire. Chi ama serve, serve gratuitamente, serve continuamente, serve tutti indistintamente.

Noi siamo raffigurati nella suocera di Pietro: incapaci di servire, costretti a farci servire o a servirci degli altri. Il contatto con Gesù ci rende come lui, che è venuto per servire (Mc 10,45).

Il servizio è la guarigione dalla febbre mortale dell’uomo: l’egoismo, che lo uccide come immagine di Dio che è amore. L’egoismo si esprime nel servirsi degli altri, che porta all’asservimento reciproco; l’amore si realizza nel servire, che porta alla libertà dell’altro. Solo nel servizio reciproco saremo tutti finalmente liberi: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo" (Gal 6,3).

Il fatto che Gesù non lascia parlare i demoni è un aspetto importante del vangelo. Egli vuol farci capire che una conoscenza di Dio, prima di vederlo in croce, è diabolica: non capiremmo né il nostro male né il suo amore. Sarebbe la solita presentazione di un Dio creato dalla nostra testa. Voltaire ha scritto: "Dio ha creato l’uomo a sua immagine, e l’uomo ha creato Dio a sua immagine".

La giornata tipo di Gesù si conclude con una preghiera notturna, che dà inizio alla nuova attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e sorgente dell’azione, fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per fare.

L’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è totalmente se stesso quando sta davanti a Dio. Per questo il fine di ogni apostolato è insegnare a stare davanti a Dio e a pregare il vero Dio nel modo giusto. Dal vero rapporto con Dio nasce di conseguenza il vero rapporto con sé, con gli altri e con le cose.

Il cristiano prega soprattutto per ringraziare Dio che gli dà tutto, per amarlo, per conoscerlo meglio e vivere così nella gioia, nell’amore e nella verità.

La preghiera non serve per ricevere qualcosa, ma per diventare Qualcuno: per diventare come il Dio che preghiamo, per essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è nei cieli (cfr Mt 5,48).

La preghiera è il punto di arrivo di ogni realtà cristiana perché è l’approdo in Dio.

"Andiamocene altrove". L’entusiasmo delle folle e la popolarità condizionano l’agire umano e impediscono la vera libertà. Chi vuole a tutti i costi suscitare applausi non riesce ad evitare i compromessi.

Gesù scarta le immagini false che la gente si fa del suo ruolo di guaritore. Egli taglia corto riguardo all’entusiasmo popolare.

Proprio perché Gesù sa sottrarsi ai primi frutti della sua missione, questa può estendersi per tutta la Galilea. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Giovedì 14. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 1,40-45) commentato da P. Lino Pedron 

 

40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

Secondo la concezione ebraica, la lebbra era "la primogenita della morte" (Gb 18,13). Chi veniva segnato da questa malattia doveva tenersi separato dagli altri e non poteva avvicinarsi a nessuno. I lebbrosi erano lasciati languire lungamente in una lenta morte, e per giunta venivano infamati come peccatori, perché la lebbra era considerata il castigo di gravi peccati.

La legge ebraica dichiarava intoccabile un lebbroso, ma per Gesù non c’è legge che valga quando c’è di mezzo il bene di un uomo.

Gesù è la "buona notizia" di uno che tocca il lebbroso e lo guarisce. Egli è il medico venuto per guarire tutti i mali e tutti i malati (Mc 2,17).

Solo Gesù può liberare la nostra vita dalla lebbra che la devasta. Gli uomini e le leggi riconoscono il male e lo condannano, ma solo Gesù lo guarisce.

Il nostro diritto di accostarci al Signore non viene dal fatto di essere giusti e degni, belli e buoni, ma proprio dal fatto che siamo ingiusti e immondi, brutti e peccatori. Il diritto di precedenza è dato ai malati più gravi. Dio guarda il nostro bisogno, non il nostro merito.

Questo è il vangelo, la buona notizia che ci salva: Dio mi ama perché mi ama; la mia miseria non è ostacolo, ma misura della sua misericordia. Dio non è la legge che mi giudica né la coscienza che mi condanna: è il Padre che dà la vita, e mi ama più di se stesso, senza condizioni, così come sono. Il mio male non lo allontana, ma lo attira verso di me con un amore che non conosce altro metro che quello del mio bisogno. San Tommaso d’Aquino ha scritto: "Dio non ci ama perché siamo buoni, ma ci rende buoni amandoci".

Il comportamento antipubblicitario di Gesù ci ricorda un importante proverbio: "Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene". Coloro che credono con umiltà, come la suocera di Pietro o il paralitico, non hanno bisogno di essere zittiti: servono e ubbidiscono. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

La Cei: "A Rosarno sconfitto il più povero molto debole il sistema dell'accoglienza"

 

Parla Schettino, della Conferenza Episcopale. Reazioni anche dall'Onu: "Seri problemi di razzismo". E Medici Senza Frontiere:"La grande ipocrisia, tutti sanno dei clandestini, ma si fa finta di niente fino a quando lavorano" - di CARLO CIAVONI

 

ROMA - Sugli extracomunitari africani di Rosarno, così come su tutti gli altri che migrano di regione in regione per tenere in vita l'agricoltura nazionale, grava lo stesso destino riservato agli schiavi del XIX secolo. Con una sola differenza: quella che nessuno può vantare su di loro il diritto di proprietà. Almeno per ora. E' attorno a concetti come questo che ruotano i commenti e le valutazioni sulla "rivolta" dei senza-niente, sfociata nei disordini e nelle aggressioni cominciate giovedì scorso e proseguite nei giorni successivi, nella terra degli aranceti, in provincia di Reggio Calabria.

 

Le parole della CEI. Le violenze di Rosarno - ha detto monsignor Bruno Schettino, presidente della Fondazione Migrantes della Cei e presidente della Commissione episcopale per le migrazioni - "hanno messo in Evidenza la debolezza del sistema di accoglienza e di integrazione. E' stata una lotta tra poveri e chi maggiormente è stato sconfitto è stato il più povero: l'immigrato. C'è bisogno di ricreare un clima di maggiore e migliore accoglienza - ha aggiunto il presule - superando le tentazioni di xenofobia, che produce paura, mortificazione dell'umano, perdita di speranza. Contro ogni forma di sfruttamento, anche da parte della malavita organizzata, occorre essere attenti e non lasciarsi coinvolgere, ma denunciare ed entrare sempre nel clima della legalità".

 

La reazione dell'ONU. Anche l'Onu reagisce alle violenze scoppiate a Rosarno: per due esperti del Consiglio dell'Onu sui diritti umani, quanto è accaduto in Calabria è "estremamente preoccupante" ed indica "seri e ben radicati problemi di razzismo contro questi lavoratori immigrati". Gli esperti esortano le autorità italiane a "placare il crescente atteggiamento xenofobo nei confronti dei lavoratori migranti", si legge in un comunicato pubblicato oggi a Ginevra. La "violenza, commessa da Italiani o da lavoratori immigrati, deve essere affrontata nel modo più vigoroso con lo stato di diritto". Inoltre, i "diritti delle persone devono essere sempre protetti, qualunque sia lo status dell'imigrato", ha detto il relatore dell'Onu sui diritti dei migranti, il messicano Jorge Bustamante.

 

Medici Senza Frontiere. Contemporaneamente, negli uffici di Medici Senza Frontiere, a Roma, Loris De Filippi - responsabile dei progetti Msf in Italia - e Alessandra Tramontano - coordinatore medico dei progetti sull'immigrazione di Msf in Italia - hanno offerto una panoramica del fenomeno delle migrazioni stagionali nei luoghi di raccolta dei prodotti agricoli, vista dal loro punto d'osservazione. "Il 75% delle persone che assistiamo non ha mai avuto alcun contatto con il sistema sanitario italiano", ha detto De Filippi.  "Le patologie più diffuse sono di tipo respiratorio, grastrointestinale e dermatologico. Si presentano all'inizio come piccole infezioni, che però poi degenerano per incuria, anche perché queste persone non possono permettersi il lusso di non lavorare. Una giornata in meno di lavoro, per loro, è un vero dramma".

 

I responsabili di Msf hanno anche denunciato "la grande ipocrisia" costituita dal fatto che sono ormai anni che il dramma di queste nuove forme di schiavitù si ripete: "Tutti sanno - ha detto ancora De Filippi - che oltre il 60% delle persone addette alla raccolta delle arance è irregolare, eppure si fa finta di niente, almeno fino a quando il raccolto è finiro. Solo dopo si interviene a buttare giù le baracche di cartone plastica".

 

L'organizzazione unmanitaria - che segue gli immigrati in Italia dal 2003 e che nel 1999 ha ricevuto il premio Nobel per la pace - proseguirà l'assistenza agli immigrati, seguendo le loro migrazioni interne. I prossimi appuntamenti - dicono - saranno nel Siracusano, a febbraio, per la raccolta delle patate e poi, a Marzo, nel Casertano, per quella delle fragole. 

 

Il ministro del lavoro, Sacconi. Il rappresentante del governo mette in guardia i datori di lavoro che utilizzano mano d'opera stagionale: occorre intensificare una "specifica, coordinata e capillare attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e di sfruttamento del lavoro irregolare in agricoltura". Il "criterio-guida" sarà: tolleranza zero. Questo è il risultato di un incontro tenuto dal ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, che ha riunito oggi i presidenti degli Enti previdenziali, Inps e Inail, i Direttori generali dei Servizi ispettivi e della Tutela delle condizioni di lavoro del ministero, il Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela del lavoro.

 

"L'attività di controllo e repressione, in raccordo con le iniziative del ministero dell'Interno - riferisce una nota del ministro - sarà concentrata soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno". Il comunicato del ministero non fa alcun riferimento esplicito agli scontri di Rosarno, ma è evidente che il tema affrontato - l'agricoltura a Sud - prende le mosse proprio dai recenti avvenimenti calabresi. "La tolleranza zero - prosegue - non può che essere il solo criterio-guida rispetto a tutte quelle situazioni nella quali sono emerse o dovessero emergere casi e contesti di illegalità totale e di sfruttamento della manodopera, con pericoli per la stessa salute e sicurezza delle persone".

 

Nella stessa riunione, Sacconi ha sottolineato come anche l'introduzione dei "buoni lavoro", sia "un efficace strumento di regolarizzazione e di emersione di spezzoni lavorativi tipici delle attività di raccolta breve in agricoltura. E che, dunque, anche alla luce di questa novità, già  utilizzata nelle Regioni del Nord e affatto non impiegata in quelle del Sud - ha sostenuto - non vi possano essere più alibi per i datori di lavoro. Gli stessi flussi di lavoro stagionale sono regolati da quote non del tutto utilizzate, per cui l'impiego di lavoratori clandestini non trova giustificazione alcuna".

 

Pierluigi Persani. "Il governo - dice il segretario del PD -  non può continuare ad agitare i problemi, come quello della clandestinità e dell'immigrazione, ma deve risolverli. Non si può continuare ad agitare il problema della clandestinità dopo anni di governo della destra, dopo la Bossi-Fini, con l'attuale ministro dell'Interno in carica. Continuare solo a dire no alla clandestinità è come fermare l'acqua con le mani".

 

Giovedì Pier Luigi Bersani sarà a Rosarno e nei luoghi teatro della rivolta degli immigrati dei giorni scorsi. Una vicenda che, spiega il segretario del Partito Democratico, ha due aspetti: "I fatti gravissimi di questi giorni mettono in evidenza un versante legato alla 'ndrangheta, fenomeno che forse è stato troppo sottovalutato; l'altro versante è invece legato all'immigrazione e al lavoro". Oggi il Pd ha presentato una serie di proposte ad hoc in una conferenza stampa con il segretario Bersani, il responsabile Giustizia, Andrea Orlando, i parlamentari Felice Casson, Laura Garavini e Donatella Ferranti. Tra le proposte, l'inserimento della 'ndrangheta tra i reati del 416-bis; la rapida calendarizzazione del ddl del Pd sull'assegnazione alle Procure di magistrati di prima nomina per sopperire alle carenze di organico; l'immediato ritiro del ddl sulle intercettazioni, attualmente al Senato. LR 12

 

 

 

 

 

Appello del Papa in difesa di pace e ambiente. "Egoismo crea danni al creato e all'economia"

 

Benedetto XVI ha tenuto il tradizionale discorso di inizio anno al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - Molti i temi affrontati legati da un forte appello alla difesa del creato "minacciato dalla mentalità egoistica e materialistica"

 

CITTA' DEL VATICANO - L'egoismo alla base della recente crisi economica è la stessa causa del degrado ambientale, secondo il Papa, che fa appello ad un accordo internazionale dopo la conferenza di Copenaghen. Facendo l'esempio dei regimi comunisti, in particolare, il Papa ha affermato: "La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione". In occasione del tradizionale discorso di inizio anno al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Benedetto XVI ha affrontato molti temi, legando il suo lungo discorso alle tematiche ambientali.

 

Crisi economica. Benedetto XVI ha citato la "drammatica crisi che ha colpito l`economia mondiale e ha provocato una grave e diffusa instabilità sociale". "Con l'enciclica caritas in veritate - ha proseguito - ho invitato ad individuare le radici profonde di tale situazione: in ultima analisi, esse risiedono nella mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna creatura. Oggi mi preme sottolineare che questa stessa mentalità minaccia anche il creato".

 

Comunismo e danni ambientali. Il Papa, in particolare, ha citato il comunismo: "Vent'anni fa, quando cadde il muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo continente, non si è potuto avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell'uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l'inquinamento del suolo, delle acque e dell'aria? La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione. Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un'esigenza estetica, ma anzitutto a un'esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio".

 

Accordo sull'ambiente. In questo senso, il Papa, dopo aver citato la conferenza di Copenaghen, ha aggiunto: "Auspico che, nell'anno corrente, prima a Bonn e poi a Città del Messico, sia possibile giungere ad un accordo per affrontare tale questione in modo efficace. La posta in gioco è tanto più importante perché ne va del destino stesso di alcune nazioni, in particolare, alcuni stati insulari".

 

"Corretta gestione delle risorse naturali". ''Per coltivare la pace, bisogna custodire il creato", ha detto con forza papa Benedetto XVI. Il Papa ha ricordato ''che la lotta per l'accesso alle risorse naturali è una delle cause di vari conflitti, tra gli altri in Africa, così come la sorgente di un rischio permanente in altre situazioni''. ''Vorrei sottolineare ancora che la salvaguardia della creazione implica - ha poi aggiunto il Pontefice - una corretta gestione delle risorse naturali dei Paesi, in primo luogo, di quelli economicamente svantaggiati''. Il Papa ha voluto rivolgere un pensiero particolare al Continente africano ricordando come ''l'erosione e la desertificazione di larghe zone di terra coltivabile'' avviene anche ''a causa dello sfruttamento sconsiderato e dell'inquinamento dell'ambiente''. ''In Africa, come altrove - ha quindi aggiunto - è necessario adottare scelte politiche ed economiche che assicurino forme di produzione agricola e industriale rispettose dell'ordine della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti''.

 

Difesa della natura e della vita umana. La Chiesa Cattolica benedice quanto viene detto e fatto a difesa della natura. "Occorre tuttavia - ha precisato il Papa - che tale attenzione e tale impegno per l'ambiente siano bene inquadrati nell'insieme delle grandi sfide che si pongono all'umanità". "Se si vuole edificare una vera pace", infatti non è possibile "separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell'ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita". "E' nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa - ha spiegato agli ambasciatori - che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato: l'uomo rappresenta quanto c'è di più nobile nell'universo".

 

Appello ai terroristi. Il terrorismo rappresenta una minaccia che "mette in pericolo un così gran numero di vite innocenti e provoca un diffuso senso di angoscia", ha sottolineato papa Benedetto XVI rinnovando il suo appello a "quanti fanno parte di gruppi armati di qualsiasi tipo affinché abbandonino la strada della violenza e aprano il loro cuore alla gioia della pace".

 

Stop alla produzione delle armi. Nel corso del suo lungo discorso, il Papa ha indicato ''fra le tante sfide'' lanciate dalla necessità di salvaguardare il pianeta, in un contesto di pace e giustizia, anche quella ''dell'aumento delle spese militari, nonché quella del mantenimento o dello sviluppo degli arsenali nucleari. Ciò assorbe ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate allo sviluppo dei popoli, soprattutto di quelli più poveri'', ha notato papa Ratzinger. ''Confido, fermamente - ha quindi aggiunto -  che nella conferenza di esame del trattato di non-proliferazione nucleare, in programma per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni efficaci in vista di un progressivo disarmo, che porti a liberare il pianeta dalle armi nucleari''.

 

''Più in generale, deploro che la produzione e l'esportazione di armi contribuiscano a perpetuare conflitti e violenze, come quelli nel Darfur, in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo - ha poi detto - All'incapacità delle parti direttamente coinvolte di sottrarsi alla spirale di violenza e di dolore generata da questi conflitti, si aggiunge l'apparente impotenza degli altri Paesi e delle Organizzazioni internazionali a riportare la pace, senza contare l'indifferenza quasi rassegnata dell'opinione pubblica mondiale. Non occorre poi sottolineare come tali conflitti danneggino e degradino l'ambiente''.

 

Medio Oriente. Benedetto XVI è tornato anche sul tema del Medio Oriente. "Ancora una volta - ha detto - levo la mia voce, affinché sia universalmente riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. E che, ugualmente, sia riconosciuto il diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare liberamente".

 

"Mi preme inoltre - ha aggiunto - sollecitare il sostegno di tutti perché siano protetti l'identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale". "Solo così - ha affermato il Papa - questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che Dio desidera per l'intera famiglia umana".

 

Europa e cristianesimo. In "alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffonde negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e talvolta di ostilità, per non dire di disprezzo, verso la religione, in particolare quella cristiana", ha denunciato papa Benedetto XVI. "Urge", ha aggiunto il Papa riferendosi in particolare all'Unione europea, "definire una laicità positiva e aperta" che "riconosca il ruolo pubblico" della comunità dei credenti.

 

Droga. Il Papa ha chiesto alla comunità internazionale "che non si rassegni al traffico di droga e ai gravi problemi morali e sociali che essa genera". Ha sollecitato perciò, durante l'udienza concessa al Corpo diplomatico presso la Santa Sede" a "custodire il creato con la riconversione di tali attività, e ad adottare "scelte politiche ed economiche che assicurino "forme di produzione agricola e industriale rispettose dell'ordine della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti".

 

Immigrati. Nuovo appello alle autorità pubbliche perché seguano la via della ''giustizia, della solidarieta' e della lungimiranza'' nel trattare i migranti. ''Le gravi violenze, unite ai flagelli della poverta' e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra'', ha ricordato il Papa. ''Di fronte a tale esodo - ha quindi detto - invito le Autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza''.

 

Nozze gay. Benedetto XVI ha criticato le leggi sulle unioni omosessuali e sul matrimonio gay che sono state approvate in alcuni Paesi europei e americani. Il riferimento era al Portogallo, al distretto Federale di Città del Messico dove sono le nozze omosessuali sono diventate legge, e all'Argentina dove una legge in materia è in discussione mentre nello Stato della Tierra del fuego, sempre in Argentina, nei giorni scorsi è stato celebrato il primo matrimonio gay dell'America Latina con il permesso del governatore. "Le creature sono differenti le une dalle altre - ha detto il Papa - e possono essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l'esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi".

 

"Mi riferisco, per esempio - ha aggiunto il Pontefice - ad alcuni Paesi europei o del Continente americano". "La libertà - ha spiegato - non può essere assoluta, perchè l'Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l'uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l'arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore".

 

Iran. Il Papa nel suo discorso ha fatto anche riferimento alla difficile situazione in Iran. Ratzinger ha auspicato per l'Iran che ''attraverso il dialogo e la collaborazione, si raggiungano soluzioni condivise, sia a livello nazionale che sul piano internazionale''. ''Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione - ha poi aggiunto - esorto i governanti e i cittadini dell'Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza e l'intolleranza, per costruire insieme l'avvenire del loro Paese''. LR 11

 

 

Benedetto XVI ai diplomatici: tre leve per sollevare il mondo

 

Ecologia della natura ma soprattutto dell'uomo, laicità positiva, libertà di religione. I punti salienti dell'annuale discorso del papa ai rappresentanti degli Stati - di Sandro Magister

 

ROMA – Come ad ogni inizio d'anno, papa Benedetto XVI ha rivolto stamane al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il suo discorso sullo stato del mondo.

 

Il discorso ha lo stile e le prudenze della diplomazia vaticana. Non vi si fa parola, ad esempio, né della Cina né dell'India, le due superpotenze emergenti, dove la Chiesa cattolica è per motivi diversi schiacciata e aggredita.

 

Ciò non toglie, però, che il discorso trasmetta dei messaggi volutamente alternativi a quelli correnti. In particolare tre.

 

1. ECOLOGIA DELLA NATURA, MA SOPRATTUTTO DELL'UOMO

Il primo messaggio coincide con quello già lanciato da Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace, celebrata a Capodanno: "Se vuoi coltivare la pace, coltiva il creato". Con una sottolineatura decisiva e controcorrente: il primato dato alla salvaguardia integrale dell'uomo.

 

Ecco tre passaggi del discorso che svolgono questo tema:

 

"Vent’anni fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo continente, si è potuta avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria. La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio". [...]

 

"Se si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? È nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato". [...]

 

"Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o al contrario messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio, ad alcuni paesi europei o del continente americano. 'Se togli la libertà, togli la dignità', come disse san Colombano. Tuttavia, la libertà non può essere assoluta, perché l’uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore".

 

2. LAICITÀ POSITIVA

Un secondo messaggio controcorrente è rivolto principalmente all'Europa e all'Occidente. Rivendica il ruolo pubblico della Chiesa. Ecco in che senso:

 

"Le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. È chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina la 'ecologia umana' e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita.

 

"Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo 'aperto, trasparente e regolare' (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana".

 

3. LIBERTÀ DI RELIGIONE

Infine, un terzo messaggio è di rivendicazione della libertà di religione e di denuncia delle situazioni nelle quali tale libertà è conculcata.

 

Benedetto XVI cita  alcuni casi che vedono come vittime i cristiani: Iraq, Pakistan, Egitto, Medio Oriente. Dell'islam non fa parola, ma in tutti i casi citati gli aggressori sono musulmani:

 

"Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i cittadini dell’Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza e l’intolleranza, per costruire insieme l’avvenire del loro paese. Anche le comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana. Domando che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro paese. Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale. [...]

 

"Le gravi violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a tale esodo, invito le autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei menzionare i cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin nell’esercizio della loro libertà religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. È per offrire loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede che ho convocato, per l’autunno prossimo, l’assemblea speciale del sinodo dei vescovi sul Medio Oriente".

 

Come negli anni passati, anche questa volta il testo del discorso è stato preparato negli uffici della segreteria di Stato.

 

Ma anche questa volta Benedetto XVI non ha mancato di lasciarvi la sua impronta.

 

La "firma" personale di Joseph Ratzinger è nelle righe d'inizio, nelle quali egli ha immediatamente offerto ai diplomatici presenti, molti dei quali estranei alla fede cristiana, la contemplazione della nascita del Verbo incarnato, annunciata dagli angeli ai pastori. E ha citato il prefazio della seconda messa di Natale:

 

"Nel mistero adorabile del Natale, Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta". L’Espresso online 11

 

 

 

 

Osservatore romano: "Italiani ancora razzisti". Napolitano: "Oscurati legalità e solidarietà"

 

Su Rosarno dura presa di posizione del quotidiano della Santa Sede. Epifani lancia l'allarme: "Ci sono altre polveriere pronte a scoppiare". Il capo dello Stato il 21 gennaio sarà alla Giornata della Legalità ''Insieme per non dimenticare'' a Reggio Calabria. Bersani: "La Bossi-Fini non funziona". Il sindaco di Verona Tosi: "Il problema è la classe politica di alcune zone del Sud"

 

L'Osservatore romano. Nell'articolo del quotidiano pontificio si compie un rapido excursus storico sulle radici dell'intolleranza nei primi decenni dell'unità d'Italia, per poi concludere: " Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto, ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto". Ancora, nel lungo servizio dal titolo "Gli italiani e il razzismo, Tammurriata nera" e firmato da Giulia Galeotti, si legge: "Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato". "Per una volta - prosegue il testo - la stampa non enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di calcio, non lasciano dubbi".

 

Il testo del quotidiano della Santa Sede viene pubblicato dopo che il Papa domenica ha chiesto rispetto per gli immigrati e che il Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, aveva parlato delle drammatiche condizioni di vita in cui si trovavano gli immigrati nell'area di Rosarno.

 

Napolitano. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha accolto l'invito del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Mariastella Gelmini, a partecipare alla Giornata della Legalità ''Insieme per non dimenticare'' promossa quest'anno dalle Consulte Provinciali degli Studenti della Calabria il prossimo 21 gennaio a Reggio Calabria. Il Capo dello Stato nel corso della visita a Reggio Calabria incontrerà i rappresentanti delle istituzioni territoriali e degli organi dello Stato operanti nella regione. ''Sarà un'occasione - si legge nella nota del Quirinale - per rinnovare l'impegno comune, sempre ribadito dal Presidente della Repubblica, per l'affermazione dei valori di legalità e di solidarietà, entrambi oscurati dai gravi fatti di Rosarno''.

 

L'allarme di Epifani. A lanciare l'allarme, sempre oggi, è anche il segretario della Cgil Guglielmo Epifani: "Di Rosarno - avverte - ne abbiamo tante, pronte a scoppiare. Sono problemi da tempo segnalati; sono dieci anni che la Cgil sta conducendo una battaglia.  "Non è il sindacato il problema; il problema è chi per tempo ha chiuso gli occhi e ha fatto finta di non vedere".

 

Fini. Sulle vicende calabresi interviene anche Gianfranco Fini: parlando a Palermo, il presidente della Camera dice che "davanti a ciò che è avvenuto risulta evidente che è necessario abolire due 'ismi': razzismo e buonismo. Bisogna dire no all'immigrazione clandestina, ma anche no allo sfruttamento. Gli immigrati devono avere dei doveri, ma non si può pensare che possano essere privati dei diritti". Il presidente della Camera ha poi puntato il dito contro gli imprenditori che non mettono in regola i lavoratori stagionali. "Esistono mezzi come la legge Biagi - ha spiegato Fini - che consentono alle imprese agricole di regolarizzare gli stagionali.

Se queste non lo fanno allora non meritano alcun tipo di solidarietà".

 

Bersani. Il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha annunciato: "Nei prossimi giorni andremo in Calabria e a Rosarno". Le leggi "che abbiamo sull'immigrazione non sono adeguate ad affrontare la realtà".

 

Di Pietro. Secondo Antonio Di Pietro, a Rosarno c'è stata "la rivolta degli schiavi" perchè all'origine "ci sono stati i negrieri del 2000, che hanno sfruttato e stanno sfruttando il lavoro nero e che nessuno vuole fare". Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, "la legge Bossi-Fini e la sua applicazione non sono adeguate ad affrontare il problema del lavoro per gli immigrati". Per il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, invece, il problema è che "la Bossi-Fini è stata applicata poco e male e Rosarno lo dimostra. Serve un intervento forte dall'esterno, con la presenza dello Stato che deve mandare l'esercito, le forze dell'ordine, la forza della magistratura".

 

Alemanno. E quanto alla cittadinanza per gli immigrati, a pronunciarsi contro un iter breve per ottenerla - cinque anni, invece degli attuali dieci - è il sindaco di Roma Gianni Alemanno: "Deve essere un risultato dell'integrazione e non uno strumento per ottenerla".

 

Tosi. "La Bossi-Fini in Italia è stata applicata poco e male e Rosarno lo dimostra". Così il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha spiegato quanto accaduto a Rosarno e lo ha fatto a margine del convegno organizzato a Roma dal titolo "Immigrazione e identità nazionale. Verso un modello italiano". Per Tosi "il problema è la classe politica di alcune zone d'Italia, ma non di tutto il Sud, per esempio quando si pensa alla Puglia si pensa alla buona amministrazione e anche in Calabria ci sono zone dove si amministra meglio e zone dove si amministra peggio".

ROMA - I fatti di Rosarno continuano a far discutere. In serata giunge il commento netto del capo dello Stato mentre, tra le altre reazioni, si registra quella de "L'Osservatore romano" che pubblica un duro atto d'accusa sul razzismo diffuso degli italiani. Una nota del quirinale annuncia: il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà il 21 gennaio a Reggio Calabria per riaffermare i valori "di legalità e solidarietà oscurati dai gravi fatti di Rosarno". LR 11

 

 

 

Giornata Mondiale delle Migrazioni. Numero speciale della Migrantes

 

ROMA - In occasione della Giornata Mondiale delle Migrazioni la rivista di formazione e collegamento della Fondazione Migrantes “Servizio Migranti” ha pubblicato uno speciale che si apre con il Messaggio di Papa Benedetto XVI, una riflessione del Presidente della Migrantes, mons. Bruno Schettino, dell’ex Direttore generale della Migrantes mons. Piergiorgio Saviola e il commento biblico “É tanto piccolo, Signore” affidato alla teologa Cristina Simonelli. Seguono alcuni brevi studi dei direttori di settore della Migrantes sul senso della Giornata per il loro specifico campo di azione. Un dossier interno riporta il tradizionale sussidio liturgico, con introduzione alle letture del giorno, spunti per l’omelia e apposita preghiera dei fedeli. Un’altra parte è riservata alla presentazione delle strutture della Migrantes a livello nazionale e regionale, anche per quanto riguarda i singoli settori. Come gli altri anni non manca il “SOS-Urgenze/Sacerdoti cercasi per servizio pastorale all’estero”, con l’indicazione delle Missioni Cattoliche per gli emigrati italiani che rischiano di chiudere in diverse parti dell’Europa se non arriveranno dall’Italia “i rinforzi”, cioè sacerdoti giovani che rimpiazzeranno quanti per età o malattia saranno costretti a ritirarsi dopo tanti anni di lavoro.

Chiude il numero la presentazione del “Rapporto Italiani nel Mondo” 2009 e del “Dossier Statistico Immigrazione” 2009, edito a cura di Caritas e Migrantes e la presentazione del volume “America Latina-Italia. Vecchi e nuovi migranti” e dell’indagine su “La zingara rapitrice”. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

 

Il Papa: “Senza il rispetto dell’altro non c’è pace”

 

VATICANO - Senza il rispetto dell’altro non c’è pace. Lo ha detto ancora una volta Papa Benedetto XVI nell’omelia della sua prima Messa del nuovo anno, nella Basilica di San Pietro, in occasione della 43a Giornata Mondiale della Pace sul tema: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. Con il Papa hanno concelebrato il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, il Card. Renato Raffaele Martino, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Mons. Fernando Filoni, Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati e Mons. Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Nella sua omelia Papa Ratzinger ha evidenziato che “meditare sul mistero del volto di Dio e dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace. Questa, infatti - ha spiegato il Papa - incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione”.

Per Benedetto XVI “solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano. La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili - ha continuato - dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. É una sorta di ‘risonanza’: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore. Più, invece, noi siamo abitati da Dio, e più siamo anche sensibili alla sua presenza in ciò che ci circonda: in tutte le creature, e specialmente negli altri uomini, benché a volte proprio il volto umano, segnato dalla durezza della vita e dal male, possa risultare difficile da apprezzare e da accogliere come epifania di Dio. A maggior ragione, dunque, per riconoscerci e rispettarci quali realmente siamo, cioè fratelli, abbiamo bisogno di riferirci al volto di un Padre comune, che tutti ci ama, malgrado i nostri limiti e i nostri errori”. Benedetto XVI ha sottolineato che “fin da piccoli, è importante essere educati al rispetto dell’altro, anche quando è differente da noi. Ormai è sempre più comune - ha detto il Papa - l’esperienza di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando ciò non avviene, i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare: una famiglia di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi bambini, e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un’innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente, giocano insieme”. (R.I. Migranti-press)

 

 

 

 

 

Via in migliaia. Il parroco: «Li avete cacciati»

 

ROSARNO (Reggio Calabria) - Il tocco delle campane annuncia che c’è Messa. Decine di famiglie affollano quella che viene chiamata «la cattedrale». Dietro l’altare, un quadro della Madonna nera, icona di culto popolare comune a tante zone del Sud. È la prima domenica dopo i giorni dell’odio e della violenza. Il parroco, don Pino Vorrà, cerca parole di riconciliazione. Di pace. Si rivolge soprattutto ai piccoli rosarnesi nelle prime file. Ricorda loro il piccolo John, un figlio dell’Africa battezzato in quella chiesa. Dice: «Oggi noto alcune assenze, di cristiani venuti da altre terre a cercare qui lavoro e speranza. Non c’è neanche il piccolo John, che ho battezzato con il fratellino. Erano come voi, venivano dall’Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati. Per la nostra comunità è una sconfitta».

Parole che interpretano stati d’animo contrastanti di una comunità divisa tra compiacimento e vergogna per la grande fuga degli extracomunitari africani. Nella notte, tutti i trasferimenti si erano conclusi: 428 nel centro di accoglienza di Crotone, 400 a Bari, 300 in treno per il Nord. Un totale di 1128 africani per una ventina di etnie, originari soprattutto della Guinea, Togo, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio. Cinquantatré le persone rimaste ferite nella sommossa.

L’immagine dell’azzeramento è racchiusa nelle due ruspe gialle che rastrellano e ammassano coperte decrepite, lamiere, reti e materassi di risulta, sacchi a pelo, fornellini nell’area fangosa della ex Rognetta giù nella parte bassa della città. Ai 50 rosarnesi del comitato civico, il commissario prefettizio comunale, Domenico Bagnato, aveva assicurato: «Saranno smantellate le aree dove vivevano nel degrado gli extracomunitari».

Una ventina di rosarnesi osserva compiaciuto. Dice un anziano: «Questa era un’azienda che trasformava gli agrumi. Poi fallì, venne abbandonata e negli anni sono arrivati gli immigrati». Tre vecchi depositi dal tetto inclinato, sormontati da inferriate arrugginite e poi lo spiazzo con baracche che si sbriciolano in un attimo. Per gli abbattimenti erano pronti anche fondi sequestrati alla ‘ndrangheta. Per ora, però, l’edificio dell’ex Opera Sila, a pochi metri dal famoso quadrivio Spartimento, l’altro campo lasciato dagli extracomunitari, è salva: troppo difficoltoso abbatterlo e anche complicato per problemi burocratici. Entro domani, invece, la zona della ex Rognetta sarà pronta a diventare area per fiere e mercati.

Soddisfatto il comitato civico, che annuncia per oggi pomeriggio una manifestazione a difesa del «buon nome» di Rosarno. Spiega l’ex assessore Mimmo Ventre: «Poi ci scioglieremo. Siamo nati venerdì come reazione spontanea alle violenze in paese, inutile continuare ora».

Intanto, si registra pure un piccolo giallo: non si hanno più notizie dall’altro giorno di Antonio Mammoliti, 63 anni, di Melicucco. I parenti hanno riferito ai carabinieri di temere che Mammoliti, che doveva recarsi a Rosarno per consegnare della frutta, possa essere rimasto coinvolto in uno scontro con qualcuno degli immigrati che stavano allontanandosi dal paese. G.D.F. IM 11

 

 

 

 

 

 

L'attesa della Chiesa. Benedetto XVI al nuovo ambasciatore turco presso la Santa Sede

 

"La Chiesa cattolica in Turchia attende il riconoscimento della personalità giuridica. Questo le darebbe modo di godere di una piena libertà religiosa e di dare un ancor più grande contributo alla società". A ricordarlo è stato Benedetto XVI che il 7 gennaio ha ricevuto Kenan Gürsoy, ambasciatore di Turchia, per la presentazione delle Lettere credenziali. Il nuovo rappresentante diplomatico, 60 anni, è un docente di filosofia, autore di numerosi articoli e opere non solo di filosofia ma anche di etica e dialogo interreligioso e tra le culture. Nel 2010 ricorre anche il 50° anniversario dell'istituzione delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede, "un frutto del pontificato di Giovanni XXIII" che in Turchia ricoprì il ruolo di delegato apostolico a Istanbul.

 

Un Paese "ponte". "I cattolici in Turchia apprezzano la libertà di culto garantita dalla Costituzione e sono lieti di poter contribuire al benessere dei loro concittadini, specialmente attraverso il coinvolgimento in attività caritative e di cura" ha detto il Pontefice che ha ricordato l'impegno di due ospedali di Istanbul, "La Paix" e il "Saint Georges", augurandosi che il Governo turco continui a sostenerli. Benedetto XVI ha poi voluto esprimere "apprezzamento per le numerose iniziative" per la pace e la stabilità nella regione mediorientale intraprese dalla Turchia, Paese "ponte" tra l'Islam e l'Occidente. "Come la storia spesso ha mostrato - ha detto il Papa - le dispute territoriali ed etniche possono essere risolte quando le legittime aspirazioni di ogni parte sono prese in giusta considerazione, le passate ingiustizie riconosciute e, quando possibile, riparate". Nel discorso del Pontefice non è mancato un ricordo della sua visita in Turchia nel 2006 con un rinnovato ringraziamento per la "calda accoglienza" ricevuta e l'espressione di "stima" verso i musulmani. "La Chiesa cattolica - ha affermato - ribadisce l'impegno a portare avanti il dialogo interreligioso in uno spirito di mutuo rispetto ed amicizia".

 

Soddisfazione e speranza. "Soddisfazione e speranza" sono state espresse dalla Chiesa cattolica turca per la nomina di Kenan Gürsoy: "Conosciamo bene il nuovo ambasciatore, la sua grande apertura al dialogo e le sue capacità intellettuali" ha dichiarato al SIR il presidente della Conferenza episcopale turca (Cet), mons. Luigi Padovese che non ha mancato di sottolineare "la novità importante" legata al fatto che "è la prima volta, che per questo incarico, viene scelto un intellettuale, un docente universitario e non un diplomatico di carriera. Mi sembra sintomatico di una volontà di cambiamento". Commentando il discorso di Benedetto XVI al nuovo ambasciatore, mons. Padovese ha sottolineato come siano stati toccati "dei punti abbastanza caldi" come "il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica che, tra l'altro, non è riconosciuta come minoranza. E' bene che il Papa abbia richiamato questa necessità che vuol dire riconoscere non solo la libertà di culto ma una piena libertà religiosa. Poter intrattenere contatti con le autorità, trovare formule per aprire un seminario, tutte queste cose meritano di essere riconsiderate. Urge superare il concetto di minoranza puntando sulla parità di diritti di ogni cittadino turco a prescindere dalla propria fede". L'auspicio di mons. Padovese è che dalla nomina di Gürsoy, possano venire novità anche dal fronte della chiesa di san Paolo a Tarso, di cui, da tempo, si attende la restituzione al culto. "La volontà seria del nuovo ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede - spiega il presidente dei vescovi turchi - è di arrivare ad una soluzione positiva della vicenda". Intanto una prima novità di questo 2010 è quella che, secondo mons. Padovese, "al momento presente, e ciò accade dalla scorsa settimana, la chiesa di san Paolo a Tarso non è più gestita dal museo. Aspettiamo di sapere, adesso, a chi verrà affidata la sua gestione e quella del flusso dei gruppi e dei pellegrini che vi giungono per le celebrazioni".

 

Bastione contro il fondamentalismo. Sul discorso di Benedetto XVI si è soffermato anche il nunzio apostolico in Turchia, mons. Antonio Lucibello: "la Turchia deve assumere oggi il ruolo che ha avuto durante la guerra fredda quando rappresentò un bastione contro il comunismo. Oggi è chiamata ad esserlo contro il fondamentalismo e l'integralismo islamico". Il Papa ha parlato della Turchia come di "Paese ponte tra Occidente ed Islam" ribadendo l'impegno della Chiesa nel dialogo interreligioso "in uno spirito di mutuo rispetto ed amicizia". "La Turchia - ha affermato al SIR il Nunzio - è un grande Paese con una grande vocazione di ponte. Durante la guerra fredda fu un alleato dell'Occidente contro il comunismo, oggi contro il fondamentalismo adesso. Una nazione strategica che può giocare un ruolo importante nella stabilizzazione della regione mediorientale". Parlando poi del nuovo ambasciatore turco, mons. Lucibello si è detto soddisfatto della scelta: "una figura qualificata, un intellettuale di grande spessore, conoscitore di molti autori e pensatori cristiani e cattolici. Farà sicuramente un buon lavoro. Speriamo che con lui si possa lavorare per dare dignità 'di chiesa' alla chiesa di san Paolo a Tarso. Ci sono piccoli passi avanti ma ci vuole tempo". Sir eu

 

 

 

Ecumenismo quotidiano

 

“Ma che cosa possiamo fare insieme?”era la domanda che ci inseguiva. Ecumenismo, infatti, è fare qualcosa con chi è dell’altra sponda. Per noi comunità cattolica era evidentemente con il mondo protestante circostante. E così venne l’idea una volta di invitare alla preparazione della Cresima dei nostri giovani il pastore protestante della parrocchia accanto. Venne, senz’altro, benchè fosse una novità anche per lui. Venne con tutta la preparazione dotta della Parola di Dio, con l’esperienza di padre di famiglia di ben cinque figli e con l’amabilità sorridente... del vicino di casa. Il campo era precisato, anche se sconfinato: lo Spirito Santo nella Bibbia.

Quale, però, fu la nostra sorpresa nel vedere alla fine dell’incontro i nostri ragazzi pronunciare disinvoltamente termini in greco o in ebraico come pneuma, ruah... dopo un bel percorso filologico! Ma entusiasti soprattutto della loro ultima scoperta: la creazione dell’uomo. Fu un bacio in bocca dato ad Adamo da Dio: è così che gli trasmise il suo soffio di vita. Evidentemente, il pastore era ricorso alla scioltezza di linguaggio dei suoi cinque figli, ottenendo nelle sue spiegazioni un successo insperato.

In altra occasione preparavo una celebrazione funebre. Ci si era divisi i momenti con un pastore calvinista: a lui la spiegazione della Parola e il percorso di vita di un emigrante che conosceva, a me i gesti di rito come la luce, l’acqua e l’incenso - che i protestanti non contemplano - e il loro commento simbologico. Alla fine, non posso dimenticare come la moglie stessa del pastore ci venne incontro raggiante per ringraziare entrambi. La complementarietà dei nostri interventi pareva aver dato alla celebrazione senso, interiorità e fede condivisa. Ed anche allora il pastore aveva fatto brillare due qualità dello stile protestante: l’essenzialità ed l’efficacia.

Un altro giorno fu proprio durante la celebrazione per una anziana italiana deceduta che notai la presenza di un pastore nell’assemblea. Durante il corteo verso il camposanto, allora, discretamente mi avvicinai per chiedere di improvvisare la preghiera al cimitero. Mi rispose con un’occhiata indecifrabile... Ma poi, in quel piccolo cimitero che sembrava un giardino, mentre scendeva lentamente la bara nella terra, incominciò forte: “Tu ci hai fatti di terra, Signore e alla terra ritorniamo!” improvvisando una bella, commossa preghiera finale. Con il suo linguaggio biblico ci inchiodò alla terra, ci fece sentire tutti semplice argilla. E ci depose, allo stesso tempo, nelle palme accoglienti delle mani di Dio. Per i presenti fu un momento forte, bello, indimenticabile di speranza.

Per me, in fondo, sono momenti incredibili di fraternità con dei pastori protestanti, da sempre appassionati della Parola di Dio. Ecumenismo è costruire dei ponti, lanciare delle passerelle con quelli dell’altra riva. Sapendo che, un giorno, Dio stesso asciugherà il mare che ci separa. Renato Zilio missionario a Londra (de.it.press)

 

 

 

 

 

Giovani.  Ascolto e racconto di esperienze di ricerca e di incontro con Dio

 

"Con i giovani oggi bisogna esserci, star loro vicini, sviluppare relazioni profonde e rispettose. Il giovane, per vie misteriose che passano anche nell'esperienza della trasgressione, è un naturale 'cercatore di Dio'": lo ha detto a Roma, alla chiusura del convegno "Nella 'tenda della testimonianza': narratori della vocazione", promosso dal Centro nazionale vocazioni (Cnv), il vescovo Italo Benvenuto Castellani, presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata e anche presidente del Cnv. Secondo mons. Castellani, che ha parlato di fronte a un uditorio di circa 700 tra religiosi e religiose, presbiteri, seminaristi e laici impegnati nel settore vocazionale, "per aiutare i giovani a cercare la propria strada e a rispondere alla propria vocazione è necessaria quell'arte del dialogo capace di illuminarli e accompagnarli, attraverso soprattutto l'esemplarità dell'esistenza vissuta come vocazione". Il vescovo ha sottolineato l'importanza dell'aspetto "relazionale" nell'animazione vocazionale: "Ogni chiamato alla vita di speciale consacrazione deve sforzarsi di testimoniare il dono totale di sé a Dio. Da qui scaturisce la capacità di darsi poi a coloro che la Provvidenza gli affida nel ministero pastorale, con dedizione piena, continua e fedele, e con la gioia di farsi compagno di viaggio di tanti fratelli affinché si aprano all'incontro con Cristo".

 

Sindrome del tramonto. Il convegno era stato aperto tre giorni prima dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, che aveva sottolineato come "i giovani vogliono vedere uomini felici di appartenere a Cristo e alla Chiesa, in mezzo alle difficoltà e alle prove, senza fughe". E riguardo alla crisi delle vocazioni che sembra colpire alcuni istituti religiosi, aveva poi aggiunto che in taluni casi si vive "la sindrome del tramonto, non vedendo nuove leve all'orizzonte". Per superare questa situazione difficile, il card. Bagnasco aveva parlato di "necessità della testimonianza della parola, convincente e non suadente, da coniugare alla concretezza di vita e di opere". Dal canto suo, il card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, ha posto in luce il bisogno "di nuove vocazioni sacerdotali per una presenza qualificata, selezionata, missionaria", definendola "una urgenza non procrastinabile".

 

Amore umano, luogo di evangelizzazione. "L'innamoramento è un'esperienza mistica unica per la maggioranza delle persone. Si può parlare di paradiso e di inferno solo partendo dall'esperienza dell'amore, che rimane il luogo primario di evangelizzazione, non di moralizzazione": lo ha detto padre Ermes Ronchi, docente alla Pontificia Facoltà "Marianum". Secondo il relatore, "occorre sempre ringraziare Dio quando nel mondo vediamo espressione di amore. Persino di fronte alle situazioni 'irregolari', occorre stare attenti a come le affrontiamo. Se lo facciamo con giudizio moralistico, rischiamo di allontanare le persone coinvolte per molto tempo della Chiesa". Padre Ronchi ha quindi sottolineato che "proprio l'esperienza dell'amore umano è luogo primario di evangelizzazione, non di moralizzazione", aggiungendo che "spesso i giovani non scelgono la vita religiosa perché ricevono testimonianze non positive che fanno loro percepire che si tratta di una vita non appagante".

 

Lo "stupore della vita". "Quello che abbiamo tenuto a Roma è stato un convegno nel quale forse finalmente abbiamo elaborato meno strategie operative, ma ci siamo convinti che è necessario essere noi prima di tutto i portatori di una buona notizia": così il direttore del Cnv, don Nico Dal Molin, ha sintetizzato i lavori del convegno, sottolineando che "in questi giorni, a partire dall'intervento del card. Bagnasco sulla testimonianza che suscita vocazioni, abbiamo colto che tutti nella Chiesa siamo chiamati a vivere un'espressione di profonda fiducia. Abbiamo risorse umane ancora inespresse e noi stessi animatori vocazionali per primi non ne abbiamo piena consapevolezza. Certo, come ci ha ricordato il presidente della Cei, i problemi in campo vocazionale non mancano. Ma in un mondo spesso segnato dalle drammatizzazioni prodotte dalla realtà mediatiche, siamo chiamati a raccontare ai giovani qualcosa della nostra esperienza di vita e di incontro con Dio. Se la nostra testimonianza è vera e gioiosa può diventare convincente, mostrando la bellezza, lo stupore della vita, le meraviglie che possono compiere gli innamorati di Dio".

LUIGI CRIMELLA

 

 

 

 

Latina. Per un'ecologia politica. Il vescovo Giuseppe alle istituzioni e alle parti sociali

 

Promuovere una vera "ecologia" politica, per generare ambienti umani e sociali animati dalla pace. Questo il senso del discorso pronunciato da mons. Giuseppe Petrocchi, vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, ai politici, agli amministratori pubblici e ai rappresentanti delle parti sociali in occasione della Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio. Un modo diverso per iniziare l'anno nel segno della corresponsabilità per il bene comune.

 

Democrazia difettosa. L'"ecologia politica", ha chiarito il vescovo, "consiste nel tutelare le buone condizioni (valoriali, relazionali e decisionali) dell'ambiente sociale deputato all'attività politica e alla pubblica amministrazione". Facendo un check up allo stato di salute dell'"ecologia politica pontina", il vescovo riscontra "un clima connotato da correnti d'intensa conflittualità e da polemiche artigliate", ma "le scienze sociali attestano che un'atmosfera politica avvelenata da contrasti corrosivi, da valutazioni sature di pregiudizi e da resistenze ostinate rende impercorribili le strade del dibattito fruttuoso e genera spinte tendenzialmente autodistruttive: infatti, gli atteggiamenti di contrapposizione irriducibile e militante (viziati dalla logica del sospetto, del discredito e dell'aggressività) inquinano le interazioni tra i vari soggetti che popolano il mondo politico e finiscono per danneggiare seriamente anche la comunità sociale". Ciò produce inevitabilmente un duplice effetto negativo: "L'allontanamento della gente dalla politica e il distanziamento della politica dai bisogni della gente". Inoltre, questo clima scoraggia "i soggetti pronti ad impegnarsi in una dialettica leale e aperta, ma non disposti a coinvolgersi in estenuanti combattimenti di trincea". La cronicizzazione del conflitto, dunque, "è sempre indice di una democrazia difettosa: la cultura del litigio pregiudiziale e della squalificazione sistematica di chi dissente genera inevitabilmente gravi patologie relazionali e gestionali".

 

Aria pulita. Si avverte, perciò, "il bisogno di respirare aria buona e pulita, nella quale crescano intese sagge: discusse e concordate in vista del bene comune. È urgente che l'ambiente politico venga sempre meglio illuminato e riscaldato dai valori veri: quelli poggiati sulle grandi colonne veritative ed etiche dell'umanesimo integrale di ispirazione cristiana". Per mons. Petrocchi, va riproposta e rafforzata l'arte politica che sa "volare alto": capace, cioè, di essere "autenticamente propositiva e aperta alla discussione franca e feconda di nuovi apporti". Il che vuol dire "una vita democratica contrassegnata da motivate opposizioni, ma senza antagonismi; impegnata in dialettiche vigorose, ma senza permalosità ustionanti; dunque, allergica alla disputa tendenziosa e capace di produrre gli anti-corpi comunionali che debellano le tossine della disunità". Pertanto, nell'habitat della buona "ecologia politica" vale il motto: "Avversari, sì; nemici, mai! Anzi, amici sempre, nonostante tutto e al di là di tutto".

 

L'autentico umanesimo. Di qui l'esortazione del vescovo perché vengano azionati "con generosità moltiplicata i dinamismi salutari di un'ecologia politica genuina e distesa: cioè, pacificata e pacificante". "Anche dalle nostre parti - ha avvertito il vescovo - è ora di gettare ponti per superare le fratture provocate da incomprensioni e da polemiche torrenziali. Occorre, perciò, accendere i depuratori del perdono e della riconciliazione, per respirare a pieni polmoni l'aria della solidarietà e della collaborazione. Oggi, più che mai, è chiesto a tutti e a ciascuno di riporre le spade nel fodero, per aprire o allargare le vie della cooperazione costruttiva", nella ricerca di "convergenze solidali in vista del bene comune". Ma, ha ammesso mons. Petrocchi, "sarà impossibile attuare l'unità nella diversità se, sul cielo della nostra 'ecologia politica', non brillerà il sole di Dio, messo, a pieno titolo, al centro della vita comunitaria, non solo ecclesiale ma anche civile. L'umanesimo autentico, infatti, è costitutivamente proiettato verso la Verità e l'Amore che provengono dall'Alto".

"Se le vele dell'anima di coloro che servono il prossimo nella nobile arte politica - ha proseguito - si manterranno spiegate al soffio dello Spirito, saranno sempre più numerose le persone che si dedicheranno al bene comune, sospinte dalla verità evangelica e dalla carità cristiana. Sono queste le persone che, nel passato, come oggi e per l'avvenire, riscattano la politica da ogni miseria e le consentono di avere un volto bello e avvincente". Una politica vissuta così "sa leggere correttamente i bisogni e le risorse del territorio: si slancia non solo verso il di-più ma verso il meglio e impara a camminare nel presente con il passo del futuro, agendo con intelligenza e santa tenacia". Insomma, ha concluso mons. Petrocchi, "l'ecologia politica richiede una classe politica modellata dall'esperienza di prossimità verso tutti e orientata a generare comunione, consapevole che non si può costruire una società prospera e giusta senza gli altri o contro gli altri, ma soltanto con loro e per loro". sir

 

 

 

 

 

Lodi. Al ritmo del territorio. I 120 anni del giornale cattolico "Il Cittadino"

 

Era il 4 gennaio 1890 quando uscì, a Lodi, il primo numero del settimanale diocesano "Il Cittadino". Nato come periodico dei cattolici lodigiani, nel 1989 "Il Cittadino" è divenuto quotidiano, con 6 uscite settimanali. Compiuti, ora, 120 anni, il giornale si espande annunciando, per il 2010, una radicale trasformazione e un potenziamento del sito internet, mentre il 23 gennaio, a Lodi, ricorderà il suo anniversario con un convegno al quale prenderanno parte tra gli altri i direttori di "cinque giornali prestigiosi di Bergamo, Crema, Cremona, Pavia e Piacenza".

 

120 anni di storia. "Quando, nell'anno 1888, Giovanni Battista Rota arrivò a Lodi quale nuovo vescovo, avviò una serie di iniziative che avrebbero lasciato un segno marcato anche nei decenni successivi", ricorda in un editoriale l'attuale direttore, Ferruccio Pallavera. "Furono i giovani preti consacrati da Rota che, uscendo dal seminario, vennero mandati in tutte le parrocchie a occuparsi non solo di formazione religiosa, ma anche di problemi sociali. Quei giovani preti avrebbero creato trenta casse rurali, quaranta cooperative di consumo e avrebbero gettato le basi per le leghe bianche. Nella situazione di terribile povertà delle campagne lodigiane, dove si moriva di pellagra e di denutrizione, avremmo avuto preti organizzatori di scioperi e preti trasformatisi in maestri nelle scuole serali che avevano creato per debellare l'analfabetismo. Il vescovo Rota impresse una vera sterzata al lodigiano, e il suo impegnò andò ben oltre la pura pastorale". In questo contesto era da poco nato, nel 1878, un primo settimanale diocesano, chiamato "Il Lemene" dal nome del poeta aulico lodigiano del Seicento, Francesco De Lemene. Ma il vescovo Rota, che "aveva bisogno di un settimanale diocesano che diventasse la bandiera di quel vasto rinnovamento che intendeva diffondere in tutto il lodigiano", cambiò nome al "Lemene" dandogli quello del quotidiano cattolico di Brescia (terra dalla quale proveniva), "Il Cittadino".

 

Lavorare guardando al futuro. Trascorsi 120 anni, oggi "Il Cittadino" non è più solo il settimanale della diocesi, ma "è il quotidiano del lodigiano e del Sudmilano - ricorda Pallavera -, il suo cuore batte al ritmo della nostra terra, è l'immagine di quanto vi accade ogni giorno, è lo specchio della gente che vive nei nostri centri abitati fatti di ottanta municipi e di cento campanili, interagisce con le istituzioni e le realtà locali, e cammina con tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore l'avvenire di questo pezzo di pianura estesa dalla periferia Sud di Milano fino all'argine maestro del Grande fiume". "Rimanendo fortemente legati alle tradizioni cattoliche, perché lì sono le nostre radici, e senza mai venire meno alla consegna ricevuta - precisa l'attuale direttore - non abbiamo mai cessato di lavorare guardando al futuro". E proprio in quest'ottica, nel 2008, sono state aggiunte otto pagine quotidiane, destinate soprattutto alle località del Sudmilano. Una "scelta coraggiosa", sottolinea Pallavera, premiata dai lettori, come dimostra il fatto che "nel corso del 2009 le vendite del Cittadino sono cresciute del 6% rispetto al 2008", nonostante la crisi incombente. E dal 1° gennaio 2010 in redazione vi è un giornalista in più, impegnato nel sito internet (www.ilcittadino.it), "destinato a subire, nel corso del 2010, una radicale trasformazione e un forte potenziamento".

 

Forum per i lettori. Altra iniziativa che ha visto la luce con il 2010 sono i forum con i lettori, attraverso il sito internet. Sono tutti dedicati a temi di attualità che riguardano il territorio, la vita della gente, i problemi piccoli e grandi della comunità locale. Nove i temi sui quali già si sta discutendo: dal lavoro alla sanità, e poi la viabilità, l'ambiente, la situazione dei pendolari, la centrale nucleare di Caorso, i furti, "Lodi da dimenticare",e argomenti specifici come l'aumento delle rette alla casa di riposo di Casalpusterlengo. Gli argomenti sono stati scelti basandosi "sulla sensibilità dei lettori e sul numero delle lettere" pervenute in redazione; nel tempo muteranno, "cercando sempre di andare incontro a quanto la gente del lodigiano e del Sudmilano vive quotidianamente". Sir

 

 

 

 

A Laura Boldrini il premio di “Famiglia Cristiana”

 

MILANO - Il settimanale più diffuso in Italia, “Famiglia Cristiana” ha dedicato la prima copertina dell’anno a Laura Boldrini, portavoce per l’Italia dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati. La motivazione è l’assegnazione del primo riconoscimento speciale di “italiano dell'anno” assegnatogli dal periodico Paolino per il “costante impegno, svolto con umanità ed equilibrio, a favore di migranti, rifugiati e richiedenti asilo”, spiega nell’editoriale il Direttore don Antonio Sciortino. “E, soprattutto - aggiunge - la dignità e la fermezza mostrate nel condannare, l’estate dello scorso anno, i respingimenti degli immigrati nel Mediterraneo. Resistendo anche agli attacchi di chi voleva delegittimarla, definendola estremista”.

E assieme a lei, liquidare l’UNHCR, uno degli organismi dell’ONU più rispettato nel mondo civile, con oltre seimila impiegati, 50 milioni di rifugiati assistiti, 278 uffici in 111 Paesi, e due Nobel per la pace (nel 1954 e nel 1981). Assegnando a Laura Boldrini il titolo di “Italiana dell’anno” - aggiunge don Sciortino - l’attenzione “va anche all’accoglienza degli immigrati nel nostro Paese. Oggi, l’Italia è divisa tra chi reagisce con indifferenza e fastidio, allarmato e impaurito dalla invasione degli stranieri, e chi si impegna, con realismo e nel rispetto della legalità, a governare il fenomeno con umanità. L’augurio è che la scelta della Boldrini contribuisca a far prevalere la via dei diritti e dell’uguaglianza di tutti gli uomini. Al di là del colore della pelle, della provenienza e del credo religioso. Appunto, la via dei valori e della civiltà”.

La Fondazione Migrantes accoglie questa iniziativa del settimanale cattolico con molto piacere anche perché il ruolo svolto dalla Boldrini e dall’Istituzione che rappresenta è stato particolarmente importante avendo al centro la persona umana alla quale vanno garantiti i diritti fondamentali. (R.I. Migranti-press)

 

 

 

 

Napoli, intervista a Don Aniello Manganiello, prete coraggio di Scampia

 

Nell'intervista,il prete coraggio di Scampia ricorda anche la piccola Carmela,la tredicenne napoletana morta suicida dopo essere stata ripetutamente violentata.

 

Napoli - A parlare con lui si prova un’emozione forte. E si ha una certezza: gli uomini straordinari esistono, più silenziosi e più normali degli eroi, eccezionalmente calati in una parte difficile da recitare. Don Aniello Manganiello, 55 anni, è tra questi. Sacerdote da trent’anni, ammette che non è stata sua la decisione di andare a Scampia. Una volta là, ha capito che quella era la sua vocazione sacerdotale. Dare conforto agli ultimi o meglio “essere speranza e pane spezzato per la gente del posto”. Impegnato nel recupero di giovani tossicodipendenti, convinto che il calcio sia un’alternativa valida alla strada,durante i sedici anni trascorsi nella degradata periferia napoletana, Don Aniello è stato soprattutto speranza. Dai modi pacati e gentili, ha fatto la voce grossa contro la camorra, per difendere la sua gente. Minacciato dai clan, ha rifiutato ogni tipo di protezione e continua ad andare per la sua strada, convinto che “il male fa solo più rumore”. Amico di Alfonso Frassanito, il papà di Carmela, la bambina napoletana stuprata, abbandonata dalla società civile e morta suicida tre anni fa a Taranto, il prete coraggio ci racconta come ha visto questa vicenda e ci parla della ormai sua Scampia. Criminalità, disagio. Alla fine dell’intervista, però, si è pervasi solo dalla speranza.

Padre vive in una realtà difficile. Criminalità, disagio, a volte disperazione sono all’ordine del giorno a Scampia. Quando ha capito che la sua vocazione era curare l’anima della varia umanità di questo pezzo di mondo, tanto ferito e umiliato?Io sono stato catapultato in questo Rione don Guanella – Scampia. Non sono venuto per mia scelta. Il degrado, la povertà, lo strapotere della camorra mi ha spinto a mettermi in gioco per essere speranza e pane spezzato per la gente. Tutto questo risponde alla mia vocazione di sacerdote.

Davvero Scampia è solo degrado e criminalità come emerge, purtroppo, dalla cronaca di ogni giorno? O c’è un germe di speranza nascosto ai più?C’è tanta bella gente che è la maggioranza. Il male fa più rumore e fa paura. Quello che rimprovero alla mia gente è il silenzio, l’omertà, il chiudersi fra le quattro mura lasciando il territorio in mano ai malavitosi

.Tempo fa ha conosciuto Alfonso Frassanito, il papà di Carmela, la bambina napoletana diventata simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Carmela è stata stuprata e umiliata in tanti modi e stanca di vivere si è suicidata quasi tre anni fa. Che idea si è fatto di questa vicenda?Soprattutto sono rimasto sconvolto da tanta barbara violenza e dalla superficialità con cui gli operatori hanno accompagnato Carmela nel difficile percorso di recupero.

Perché spesso per gli uomini è difficile rispettare le donne? E l’unica forma di comunicazione diventa la violenza?C’è ancora la convinzione diffusa anche nel nostro meridione che la donna sia un oggetto da usare, dunque inferiore all’uomo. La violenza sessuale è anche manifestazione di dominio sulla donna da parte dell’uomo.

Vive quotidianamente a contatto con il disagio di un quartiere difficile e avrà avuto a che fare spesso con ragazzi problematici. Cosa spinge un giovane ad infierire su una delle tante Carmela? E’ un problema di degrado, di valori che non ci sono, di educazione o c’è dell’altro?Il degrado soprattutto oltre alla mancanza di percorsi educativi atti ad accompagnare il ragazzo, perché la sessualità non è uno strumento di dominio, di sfruttamento e di piacere ma è uno strumento per comunicare un amore definitivo e fecondo. Nella famiglia questi adolescenti respirano un’atmosfera senza paletti, senza cultura, dove il modo di esprimersi è solo l’istinto.

Partendo dalla sua esperienza cosa deve fare un educatore per recuperare ragazzi che hanno commesso un reato in generale e questo tipo di reato in particolare?La messa alla prova (qualche ora alla settimana di servizio in una struttura scelta dal giudice) non è più sufficiente. Oltre al servizio, (qualche ora in più) il coinvolgimento obbligatorio in un percorso educativo, anche dei genitori (i primi ad essere rieducati).

Alfonso Frassanito chiede giustizia. Le istituzioni sono state latitanti in questa storia. E la famiglia si è quasi ritrovata sul banco degli imputati. Cosa pensa delle istituzioni italiane, che spesso trasformano le vittime in colpevoli?Il limite della giustizia italiana e dei percorsi di recupero è quello di mettere in atto ogni iniziativa  a favore del carnefice ma quasi niente per la vittima. Pagare fino in fondo per ciò che si è commesso è certamente fattore di crescita e di cambiamento.

Cosa augura a Carmela e alla sua famiglia, a Scampia, a chi ha causato un disagio e a chi lo ha subito?Alla famiglia di Carmela dico di non retrocedere in questa battaglia; a Scampia auguro di svegliarsi dal torpore e dal silenzio; a chi è autore di un disagio, di intraprendere la strada della conversione e a chi ha subito, di non mollare. Flavia Squarcio, L’italoeuropeo

 

 

 

 

Caritas-Kampagne will Stärken der Alten ins Zentrum rücken

 

Berlin. Mit der Kampagne "Experten fürs Leben" will die Caritas in diesem Jahr die Stärken von alten Menschen und ihre Potenziale für die Gesellschaft ins Zentrum rücken. Die Debatten über Leben im Alter seien häufig verkürzt und mit negativen Vorzeichen behaftet, kritisierte der Präsident des katholischen Verbandes, Peter Neher, am Dienstag in Berlin bei der Präsentation der Kampagne. "Wir wollen dazu beitragen, dass sich der Blick auf Frauen und Männer im Alter weitet."

Mehr als 80 Prozent der Menschen in Deutschland wollten im Falle der Pflegebedürftigkeit in der gewohnten Umgebung bleiben, berichtete Neher. Darauf seien Städte und Gemeinden, aber auch Nachbarschaften und Pfarrgemeinden nicht ausreichend vorbereitet. Neher forderte, eine entsprechende Infrastruktur zu schaffen: mit gut erreichbaren Geschäften, ausgebautem öffentlichen Nahverkehr und verschiedenen Wohnformen für alte Menschen. "Wir sollten ein Stück Heimat in der letzten Lebensphase ermöglichen", sagte Neher.

Der Caritas-Präsident erneuerte zudem die Forderung nach einer finanziellen Absicherung für Menschen, die Angehörige pflegen. Analog zum Elterngeld solle es auch ein einkommensabhängiges Pflegegeld geben, sagte Neher. Die berufliche Auszeit von bis zu einem halben Jahr, die derzeit gesetzlich möglich ist, sei nur von bestimmten Einkommensgruppen zu leisten.

In der Kampagne soll der positive Blick auf alte Menschen nicht davon ablenken, dass Ältere häufig auf Hilfe und Unterstützung angewiesen sind. Auf den Plakaten sind daher alte Menschen zu sehen mit einem Slogan, der zugleich ihre Lebenserfahrung und ihre Bedürfnisse einfängt. "Expertin für Sonntagsbraten sucht Zuhörer", heißt es beispielsweise.

Neben Plakaten schaltet die Caritas auch Spots in Hörfunk und Fernsehen und bietet Materialien für Gottesdienste. Auf der Internetseite www.experten-fuers-leben.de ist neben Informationen auch ein Blog zugänglich, in dem alte Menschen sich zu verschiedenen Themen äußern. Die Kampagne wurde von der Düsseldorfer Agentur bbdo unentgeltlich gestaltet und wird von der Glücksspirale unterstützt. Epd 12

 

 

 

 

Extreme humanitäre Notlagen sollten als Asylgrund anerkannt werden.

 

Dafür hat sich der für Migrationsfragen zuständige Kurienerzbischof Antonio Maria Vegliò ausgesprochen. Eine Auswanderung aus Verzweiflung sei keine freie Entscheidung, sondern eine Flucht vor oft großem Elend, sagte der Präsident des Päpstlichen Migrantenrates gegenüber der italienischen Zeitschrift „Jesus“. Es gebe eine „Annäherung zwischen dem Asylrecht und dem Recht auf humanitären Schutz“. In dem am Dienstag vorab veröffentlichten Beitrag kritisierte Vegliò eine Abschottungspolitik gegenüber Zuwanderern. Reiche Staaten schlössen sich immer mehr in einer „Festung ihres erworbenen Wohlstands“ ein und verteidigten ihren Lebensstandard ohne Rücksicht auf fremde Not, so der Erzbischof. Vegliò befürwortete auch eine raschere Einbürgerung von Migranten. Wer eine geregelte Arbeit habe und Steuern zahle, die Gesetze und Traditionen respektiere sowie die Sprache lerne und sich in das soziale Gefüge eingliedern wolle, müsse auch am politischen Leben seines neuen Heimatlandes aktiv teilnehmen dürfen. (kipa 12)

 

 

 

 

Papst an Diplomaten: Widerstände gegen Umweltschutz bereiten mir Sorgen

 

„Der Schutz der Schöpfung ist ein wichtiger Faktor für den Frieden und die Gerechtigkeit.“ Das hat Papst Benedikt XVI. bei seiner traditionellen Neujahrsaudienz für die beim Vatikan akkreditierten Diplomaten betont. Das Thema Schöfpungsverantwortung stand damit einmal mehr im Mittelpunkt der Überlegungen des Papstes. In seiner Ansprache an die über 150 Botschafter beim Heiligen Stuhl prangerte er politische und wirtschaftliche Widerstände im Kampf gegen die Umweltverschmutzung an und warnte vor einer „egoistischen und materialistischen Mentalität“, die die Schöpfung bedrohe.

Die Umweltproblematik ist ein „Prisma mit vielen Seiten“ und muss daher in ihrer Komplexität angegangen werden, sagte der Papst den in der Sala Regia versammelten Diplomaten mit Sorge und Nachdruck. Er bedauere das Scheitern der Kopenhagener Klimakonferenz, betonte Benedikt gleich zu Beginn. Umso mehr hoffe er, dass es bei den 2010 anstehenden Klimakonferenzen in Bonn und Mexiko-Stadt zu einer wirksamen Einigung komme. Gewaltsame Konflikte, Armut, Wirtschafts- und Umweltkrise – all diese Probleme hingen im Kern zusammen, führte der Papst weiter aus:

 

„Die Wurzeln dieser Situation sind – für alle offensichtlich – moralischer Natur, und die Problematik muss im Rahmen einer großen erzieherischen Anstrengung angegangen werden, um einen wirksamen Gesinnungswandel zu fördern und neue Lebensweisen zu etablieren.“ (rv 11)

 

 

 

 

Gott in Migranten und Fremden finden. Interview mit Schwester Marilyn Lacey

 

SANTA CLARA, Kalifornien. Die Angst vor Migranten ist verständlich, sie zu überwinden ist für die Christen, die Gott in den Fremden begegnen können, jedoch wichtig, meint eine Ordensschwester mit 30-jähriger Berufserfahrung in der Arbeit mit Ausgegrenzten.

Schwester Marilyn Lacey gehört zu den Schwestern der Barmherzigkeit und die Leiterin der gemeinnützigen Organisation Mercy Beyond Borders (Barmherzigkeit jenseits der Grenzen), die sich der Frauen und Mädchen annehmen, die aus dem Südsudan vertreiben wurden und versuchen ihre extreme Armut zu lindern.

In ihrem Buch This Flowing Toward Me: A Story of God Arriving in Strangers (Es fließt mir zu: eine Geschichte Gottes, der in den Fremden zu uns kommt), das im letzten Frühjahr veröffentlicht wurde, schreibt sie über ihre Arbeit mit Flüchtlingen in den Vereinigten Staaten, Afrika und Asien.

Schwester Lacey erzählte ZENIT ihre Erfahrungen mit Migranten und Flüchtlingen anlässlich der Feier der nationalen Migrantenwoche in den Vereinigten Staaten, die bis Sonntag dauert.

ZENIT: Einwanderung wird oft mit Zahlen beschrieben, wie aber sieht es im Herzen eines Einwanderers aus? Was sind seine typischen Hoffnungen und Ängste, Schwierigkeiten und Bedürfnisse?

--Schwester Lacey: Es ist sehr natürlich von Migranten zu denken, dass sie irgendwie ganz anders sind als wir. Im Einwanderungsgesetz wird der Fachbegriff „Fremde“ für sie verwendet, was wörtlich übersetzt „anders“ heißt. Dies stärkt unsere Neigung Angst vor Migranten zu haben, da es uns in der Regel schwer fällt, Personen zu trauen, die von uns als anders wahrgenommen werden. In Wirklichkeit sind Migranten Menschen, die ihre Familie ernähren müssen, ihre Kinder beschützen und ihren Träumen nachgehen. Ihre grundlegendsten Bedürfnisse müssen erfüllt und geschützt werden, z.B. Arbeit zu finden und Freundschaften zu knüpfen. Als Kirche haben wir die ernste Verpflichtung - was eigentlich eine wunderbare Einladung ist – ein Ort der Annahme für sie zu sein.

Vor ein paar Jahren aus drückte mir ein katholischer Flüchtling, ein junger Mann aus Eritrea, der vor Kurzem nach Kalifornien übergesiedelt ist, seine große Verwirrung aus und sagte: „Schwester, hier in Amerika sind die Kirchen in der Nacht zugesperrt!“ Und ich gab ihm recht. Seine unmittelbare Reaktion war: „Aber wenn die Kirchen verschlossen sind, wo sollen die Reisenden dann schlafen?“ Seine Frage sollte uns allen helfen, unser Gewissen zu prüfen. Wie gastfreundlich sind wir (als Individuen und als Kirche) gegenüber den Fremden in unserer Mitte?

ZENIT: Die diesjährige nationale Migrantenwoche der USA konzentriert sich auf Kinder. Können Sie das Leben eines typischen Migrantenkindes beschreiben?

--Schwester Lacey: In meiner Arbeit hatte ich meist mit Flüchtlingen zu tun. Kinder aus Flüchtlingsfamilien haben noch nie ein normales Leben geführt wie Sie oder ich. Sie haben ihre Häuser verlassen, haben lange, schwierige Reisen erlebt. Die meisten von ihnen haben Angehörige verloren. Viele haben unmittelbar Gräueltaten miterlebt, einige wurden als Kindersoldaten zu Gewalttaten gezwungen. Sie haben Jahre in der künstlichen Existenz von Flüchtlingslagern verbracht, wo ihre Schulzeit bestenfalls sporadisch war und ihre Ernährung mager. Für sie ist die Welt ein gefährlicher Ort. Und doch sind sie unerhört stabil. An einem sicheren Ort mit Liebe und unterstützenden Erwachsenen können sie aufblühen.

ZENIT: Streben die meisten Einwanderer nicht danach, den Bürgern eines Landes etwas von ihren Gütern wegzunehmen? Gerade in dieser Zeit der wirtschaftlichen Rezession, wo viele Bürger arbeitslos geworden sind, ist es nicht natürlich, dass die Menschen ihre eigenen Ressourcen schützen wollen? Gibt es irgendeine Möglichkeit, diese defensive Haltung zu ändern?

--Schwester Lacey: Familie und Land vor Bedrohungen zu verteidigen, ist verständlich und auch ehrenhaft. Leider sind wir Menschen dazu geneigt, die wahren Bedrohungen fehlerhaft zu erkennen. Meiner Meinung nach – die hoffentlich auf einem klaren Verständnis der Evangelien beruht - sind die wirkliche Bedrohung für das wahre Leben und Glück nicht die Migranten, sondern unsere eigene Gier, Selbstsucht und Erwerbssucht. Die entwickelten Länder versuchen mehr und mehr vom Reichtum der Welt anzuhäufen, während sie gleichzeitig Einwanderungsgesetze erlassen, die andere davon fernhalten, an dieser Fülle teilzuhaben.

Das Evangelium stellt uns die Seligpreisungen (Wege des Glücks) vor Augen: arm sein und zu teilen was wir haben, das Leid anzunehmen, für Gerechtigkeit zu kämpfen und Verfolgung zu ertragen. Wir werden sogar aufgerufen, unsere Feinde zu lieben, jene, die uns schaden wollen. Während die Welt versucht, uns davon zu überzeugen, dass die Sicherheit darin besteht, unsere Feinde zu töten, oder sie zumindest fernzuhalten, zeigt uns das Evangelium, dass wir in der Vergebung, Annahme und Lebensweise wachsen müssen, die alle an den Tisch einlädt. Der Himmel ist angeblich ein Ort, der offen für jeden, der bereit ist, mit allen anderen an einem Tisch zu sitzen!

Ich persönlich glaube, dass das Einwanderungsproblem nicht allein durch rationale Debatten gelöst werden kann. Wir müssen die Dimension des Glaubens mit hineinnehmen, die unseren Horizont weitet und uns hilft zu verstehen, dass unsere Sicherheit, unser Wohlbefinden und wahres Glück darin besteht, unsere Tore für die Fremden zu öffnen, für Menschen, die anders sind als wir. Auch wenn die Eingliederung von Migranten in unsere Gesellschaften bedeuten würde, dass unser Lebensstandard gesenkt werden müsste, (was in der Regel nicht der Fall ist, weil er die Wirtschaft stimuliert), wäre es für die Christen dennoch die Pflicht, sie zu aufzunehmen. Gott kommt zu uns in der Gestalt des Fremden. Dieses Thema durchläuft die ganze Heilige Schrift: von Genesis 18 (Abraham, der von den drei Fremden gesegnet wird, die er in sein Zelt einlädt), bis hin zur Offenbarung 3,20 (Gott steht vor unserer Tür und klopft geduldig). Für mich ist das mehr als nur Theorie - das ist meine Erfahrung der letzten 30 Jahre in meiner Arbeit mit Flüchtlingen und Migranten aus der ganzen Welt.

ZENIT: Was ist mit den Einwanderern, die illegal in das Land einreisen? Wenn wir davon ausgehen, dass es gute Gründe für die gegenwärtigen Einwanderungsgesetze gibt, ist es dann nicht moralisch richtig, dieses illegale Verhalten zu verurteilen?

--Schwester Lacey: Manche Leute fragen mich: „Warum kommen diese Menschen nicht legal ins Land? Sie brechen unsere Gesetze!“ Das ist eine ernste Frage, die an unsere gesetzestreue germanische und angelsächsische DNA appelliert. Die Menschen, die diese Frage stellen, sind in der Regel überrascht, dass es für diese Leute keinen Weg gibt, legal ins Land zu kommen, weil die Einwanderungsgesetze ihnen keine Möglichkeit dazu bieten. Nur bestimmte Kategorien von Ausländern können legal einreisen, und viele von ihnen nur für eine begrenzte Zeit. Fast die Hälfte aller, die sich ohne Papiere in den Vereinigten Staaten aufhalten, sind zum Beispiel Personen, die einmal legal eingereist sind, dann aber ihr Visum abgelaufen ist und außerhalb des Status gefallen sind. Die anderen sind diejenigen, die ohne Kontrolle die Grenzen übertreten haben – Menschen, die in der Regel Arbeit suchen, damit sie Geld nach Hause schicken können, um ihre Familien zu unterstützen. Nach dem aktuellen US-Einwanderungsrecht können Familienangehörige sogar mehr als 18 Jahre darauf warten, legal einwandern zu können. Wie passen diese Gesetze mit unserem christlichen Glauben an die Heiligkeit der Familie und die Wichtigkeit der Familienzusammengehörigkeit zusammen? Bevor wir jene verurteilen, die Gesetze brechen, ist für mich die zentrale Frage, ob die geltenden Gesetze in sich überhaupt ethisch sind.

Ist es in einer globalen Wirtschaft, in der Ware, Information und Gelder Grenzen überschreiten richtig, dass die Arbeitnehmer daran gehindert werden, Grenzen zu überqueren? Ist es richtig, dass in einer Welt, wo einige Menschen an Orten wohnen, an denen es fast unmöglich ist, ihre eigene Familie zu ernähren, die Menschen daran gehindert werden an einen Ort auszuwandern, wo sie für ihre Kinder sorgen können? Ist es in einer immer kleiner werdenden Welt recht, dass diejenigen, die haben jene ausschließen, die nichts haben? Ist es richtig, Mauern zu bauen (wie die Vereinigten Staaten das entlang der südlichen Grenze getan haben) oder in eingegrenzten Gemeinschaften zu leben, die andere Menschen fernhalten, während wir gleichzeitig in die Kirche gehen und über die Geschichten des Evangeliums vom reichen Mann und des armen Lazarus (Lk 16) beten?

ZENIT: Viele Menschen haben möglicherweise Mitgefühl für Einwanderer, aber sagen, dass sie nichts Besonderes haben, was sie ihnen geben könnten. Was kann der durchschnittliche Bürger den Einwanderern geben?

--Schwester Lacey: Es kostet nichts (bloß ein wenig Mut) warmherzig und gastfreundlich zu Migranten zu sein. Es kostet nichts, zuzugeben, dass es noch einen kleinen Platz in der Herberge gibt. Für einen Einzelnen kann es riskant sein, einem Fremden die Tür zu öffnen, der Einsatz einer Gruppe macht vieles einfacher. Glaubensgemeinschaften können wichtige Ausgangspunkte sein für die Aufnahme von Fremden. Was nun das Nichts-Übrig-Haben betrifft: So bin ich mir ziemlich sicher, dass wir alle viel teilen können, und dass die echte Freude uns so lange entzogen bleibt, bis wir zu teilen beginnen. Wie einer der ersten Heiligen sagte: „Das extra Paar Schuhe im Schrank gehört den Armen.“ Wenn wir mit dieser Art von Offenheit und Beteiligung leben, werden wir Segen in Fülle haben!  

ZENIT: Würden Sie sagen, dass die Betonung der Toleranz gegenüber der kulturellen Vielfalt eine Antwort sein könnte, damit sich Einwanderer mehr aufgenommen fühlen, oder haben Sie etwas anderes gefunden, das für die Öffnung der Herzen gegenüber Menschen aus verschiedenen Rassen hilfreich sein könnte?

--Schwester Lacey: Toleranz gegenüber Vielfalt ist sicherlich ein erster Schritt, aber ich hoffe, dass wir uns eines Tages über die Toleranz der Differenzen hinaus bewegen können, und uns darüber freuen können, dass alle uns bereichern. Ich habe mit Flüchtlingen und Migranten aus über 50 Ländern gearbeitet und ich halte mich für einen der glücklichsten Menschen auf der Erde - weil ich an so vielen unterschiedlichen Weltanschauungen, Gottesbildern und Wegen zur Überwindung von Not und hartnäckigen Lebensweisen Anteil haben durfte. Ich bete dafür, dass alle Menschen sich wagen trauen, einen Fremden aufzunehmen und dabei zu ihrer unendlichen Überraschung entdecken können, dass Gott wiederum darauf gewartet hat, sie zu begrüßen! Genevieve Pollock. Übersetzung des englischen Originals von Susanne Czupy, Zenit 12 

 

 

 

Italien. Die Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ spricht von einem landesweit verbreiteten Rassismus

 

Nach den gewalttätigen Ausschreitungen zwischen Süditalienern und afrikanischen Erntearbeitern spricht die Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ von einem landesweit verbreiteten Rassismus. Die Italiener seien nie durch Offenheit gegenüber Fremden aufgefallen, schreibt die römische Historikerin Giulia Galeotti in einem Gastbeitrag für die Ausgabe von diesem Dienstag. Auf die Unruhen in Kalabrien selbst geht der Beitrag nicht ein. Nach Informationen der Mailänder Tageszeitung „Corriere della Sera“ war das Skript bereits zuvor entstanden. Eigentlicher Anlass sei die anhaltende Beschimpfung des farbigen Stürmers Mario Balotelli vom Fußballklub Inter Mailand durch Fans gewesen, so der „Corriere“. In der italienischen Presse ruft der Beitrag der Wissenschaftlerin ein breites Echo hervor. Galeotti schrieb im „Osservatore“, eine Bahnfahrt, ein Spaziergang im Park oder ein Fußballspiel ließen keinen Zweifel daran, dass der überwunden geglaubte blinde Hass und die Barbarei gegenüber Menschen anderer Hautfarbe weiterhin existiere. Der Rassismus in Italien sei nicht mit dem Untergang des Faschismus 1945 verschwunden, sondern die Nachkriegszeit hindurch stark ausgeprägt geblieben, so die Historikerin. (kipa 12)

 

 

 

 

Fulda. Traditioneller Neujahrsempfang des Bistums

 

Das Handeln der Kirche trägt Werte in die Gesellschaft - Bischof Algermissen hielt traditionellen Neujahrsempfang in Fulda ab

 

Fulda - „Durch das kirchliche Handeln tragen wir Werte in diese Gesellschaft hinein und können so den Menschen ein bewährtes Orientierungsangebot anbieten, eine frohe Botschaft, die dem Leben tagtäglich und über alle Tage hinaus Sinn gibt.“ Dies betonte der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen am Freitag, 1. Januar, beim traditionellen Neujahrsempfang im Fuldaer Priesterseminar. Kirchliches Handeln müsse zur eigentlichen Aufgabe der Kirche hinführen, nämlich der sakramentalen Heiligung der Menschen, und ihnen Halt und Stütze bieten, „ohne welche ein Menschenleben bald unerträglich wird“.

 

Ethische Maßstäbe in der Finanzwirtschaft gefordert

Erinnerung und Vergegenwärtigung seien für die Kirche wesentlich, und dies gelte auch für Vorkommnisse in jüngster Vergangenheit, gerade wenn dies vielen Menschen offensichtlich oder versteckt große Sorgen bereite, hatte der Oberhirte in seinem Schlußwort zu dem Empfang mit Bezug auf die jüngste Wirtschaftskrise hervorgehoben. Man habe den Kirchen vorgeworfen, sie seien ihrer Wächterfunktion nicht gerecht geworden und sie hätten angesichts der Krise geschwiegen. Dies sei zurückzuweisen, denn schon seit Jahren forderten die katholische und auch die evangelische Kirche ethisches Verhalten in den Unternehmen, zu denen auch die Banken gehörten. „Wir haben Regeln für den sich globalisierenden Markt eingefordert; dies wurde aber nicht gehört oder bestenfalls mitleidig belächelt“, so Algermissen weiter. Bereits 1997 hatten die Kirchen in ihrem Wort „Für eine Zukunft in Solidarität und Gerechtigkeit“ vor möglichen destabilisierenden Wirkungen der Entwicklungen an den internationalen Finanzmärkten gewarnt. Eigentum sei sozialpflichtig, und dies müsse gerade jetzt wieder betont werden, da sich „die Methoden hemmungsloser Profitmaximierung und der Gier wieder breitzumachen beginnen“. Ethische Maßstäbe für eine Reform der internationalen Finanzmärkte hatte die Deutsche Bischofskonferenz bereits 2001 angemahnt.

 

Auswirkungen der Krise auf das Bistum Fulda

In der Folge der Krise des Jahres 2008, deren Auswirkungen sich auch deutlich an der Entwicklung des Kirchensteueraufkommens ablesen ließen, habe die Aufstellung des Haushaltes 2010 unter besonders schwierigen Vorzeichen gestanden, fuhr der Bischof fort. Eine hohe Arbeitslosenzahl in 2010 hätte nicht unerhebliche Auswirkungen auf das Kirchensteueraufkommen. Doch derzeit sei das Bistum Fulda insgesamt von den unmittelbaren Auswirkungen der Finanzkrise nicht betroffen. „Ein umsichtiges Finanzmanagement, also der verantwortungsvolle Umgang mit den Kirchensteuergeldern, hat uns bewußt keine verlustreichen Risikogeschäfte tätigen lassen“, unterstrich Algermissen und dankte seinen Mitarbeitern sowie Kirchensteuer- und Katholikenrat für ihre kompetente Arbeit. „Solch ein Umgang mit dem Materiellen wirkt sich heilsam aus in unserer Kirche, aber auch heilsam auf die Menschen in unserer Gesellschaft.“ Auch daß die rund 4.500 kirchlichen Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in Beschäftigung gehalten werden könnten, sei für sie selbst, für ihre Familien und alle, die ihnen anvertraut seien, von größter Bedeutung.

 

Sozial-caritative Dimension kirchlichen Handelns

Die finanzielle Solidität ermögliche laut Bischof Algermissen, die sozial-caritative Dimension des kirchlichen Handelns beibehalten zu können. „Wir werden eine caritativ-diakonische Kirche im umfassenden Sinn bleiben und unser Engagement erhalten können, weil wir mit den finanziellen Voraussetzungen unseres caritativ-diakonischen Grundauftrags verantwortungsbewußt umgegangen sind.“ Die Mitarbeiter in diesem Bereich arbeiteten für andere Menschen und zugunsten der Gesellschaft: in den kulturellen Einrichtungen der Diözese, in den Schulen und Bildungseinrichtungen. Diese Mitarbeiter wirkten durch die sozialen und caritativen Angebote, durch Hilfe- und Beratungseinrichtungen, in Kindergärten und Krankenhäusern. „Sie arbeiten durch eine moderne Seelsorge für Menschen, die diese Sorge um ihr Leben und Heil brauchen und annehmen möchten“, zeigte sich der Oberhirte überzeugt.

 

Generalvikar Prof. Dr. Gerhard Stanke hatte zu Beginn des Neujahrsempfangs im Namen des Bischofs die anwesenden Gäste aus Kirche und öffentlichem Leben willkommen geheißen und zunächst auf einige wichtige Ereignisse für die Diözese im neuen Jahr 2010 hingewiesen: den Ökumenischen Kirchentag in München vom 12. bis 16. Mai, das Priestertreffen zum Abschluß des Priesterjahres in Rom vom 9. bis 11. Juni, das Bonifatiusfest am 6. Juni mit Kardinal Claudio Hummes von der Kleruskongregation, verbunden mit einem Diözesanministrantentag, die internationale Meßdienerwallfahrt nach Rom vom 31. Juli bis 7. August, ein Symposium der Theologischen Fakultät am 26. Juni zum Thema „Katholischer Kindergarten“. Sodann hatte Prof. Stanke der Hoffnung Ausdruck gegeben, daß sich die seelsorgliche Zusammenarbeit in den Pastoralverbünden im neuen Jahr weiterentwickle. „Vor diesem Hintergrund soll auch der ‚Brief der Hoffnung’ formuliert werden, den unser Bischof am Diözesantag am 3. Juli vergangenen Jahres den Pastoralverbünden als Aufgabe gestellt hat.“ Ein Schwerpunkt bei dem vom Seelsorgeamt begleiteten Prozeß sei auch die Wertschätzung und Förderung der ehrenamtlichen Tätigkeit.

 

Werte im Lichte des christlichen Glaubens

Generalvikar Stanke kam anschließend unter Bezugnahme auf die Weihnachtsansprache von Bundespräsident Horst Köhler auf „Ehrbarkeit und bessere Regeln“ zu sprechen und beleuchtete dies im Lichte des christlichen Glaubens. Ehrbarkeit sei eine Tugend, eine das Verhalten des Menschen prägende Haltung, so wie auch Gerechtigkeit, Solidarität, Treue und Wahrhaftigkeit. Bessere Regeln dagegen gehörten zu den äußeren Strukturen wie z. B. auch Freiheit und Frieden. Für Werte könne ein Mensch gelobt oder kritisiert, für äußere Umstände aber lediglich beglückwünscht oder bedauert werden. In der heutigen Gesellschaft würden Werte wie Ehrbarkeit, Nächstenliebe und Treue wieder sehr geschätzt, aber diese Werte dürften nicht nur beschworen, sondern müßten eben auch gelebt werden, forderte der Generalvikar. „Wer ethisch verantwortlich handeln will, braucht die Bereitschaft, das Richtige zu tun, auch wenn es ihm Nachteile bringt.“ Eine große Bedeutung für die Werte maß Stanke dem Vorbild Jesu Christi aus der Bibel zu, vor allem durch sein Mitleid, seine Compassio, die zeige, daß Gott die Liebe sei. Den falschen Haltungen Habsucht und Herrschsucht stellte Jesus Teilen und Dienen entgegen. Jesus sei durch seinen Geist auch eine „Quelle der Kraft“ für den, der an ihn glaube.

 

Menschenwürde kommt jedem Menschen zu

Sorge bereitete Generalvikar Stanke die Tatsache, daß es einen Wandel im Verständnis der Verbindlichkeit der Menschenwürde gibt, dadurch daß verschiedene Autoren und Philosophen die Menschenwürde von anderen Faktoren und Bedingungen abhängig machen. „Der Grund der Würde liegt in der Begabung des Menschen, sein Leben aus Einsicht und in Freiheit zu gestalten. Die Bedeutung der Menschenwürde liegt darin, daß sie der Verfügung des einen über den anderen eine Grenze setzt.“ Keiner dürfe einfach den anderen für Eigenzwecke instrumentalisieren oder zum reinen Objekt degradieren. Konstitutiv für den Menschen sei nach christlicher Überzeugung die Einheit von Leib und Seele. Daher sei es auch wohlbegründet, das biologische Menschsein allein schon als ausreichendes Kriterium für das Vorhandensein der Menschenwürde anzusehen. „Jedem Menschen kommt Würde zu, weil es zum Wesen des Menschen gehört, daß er mit dieser geistigen Begabung ausgestattet ist, auch wenn er sie noch nicht, überhaupt nicht oder nicht mehr realisieren kann. Das Menschsein ist das allgemeinste und grundlegendste Kriterium für die Menschenwürde.“ Für den der glaubt, liege der tiefste Grund der Würde jedes Menschen darin, daß jeder Mensch von Anfang an von Gott gewollt, geliebt und für ein ewiges Leben in der Gemeinschaft mit Gott bestimmt sei.

 

„Wen diese Gedanken nicht überzeugen, den könnte man vielleicht auf die negativen Folgen jener Position verweisen, die die Menschenwürde von zusätzlichen Kriterien abhängig macht“, betonte Prof. Stanke weiter. Wenn die menschliche Gesellschaft sich das Recht zuschreibe, zu entscheiden, wem von den Menschen Menschenwürde zukomme, dann bedeute das letztlich eine große Verunsicherung jedes Menschen. Der Mensch sei nur dann von der Angst befreit, daß ihm einmal die Menschenwürde abgesprochen werde, wenn sie nicht von der Definition seiner Mitmenschen abhängig, sondern mit dem Menschsein an sich gegeben sei. „Und wenn sie gegeben ist, dann ist sie auch zu respektieren und zu schützen, nicht abgestuft, sondern kategorisch“, folgerte der Generalvikar.

 

Oberbürgermeister Gerhard Möller übermittelte, auch im Namen von Bernd Woide, für Landkreis und Stadt Fulda Neujahrswünsche an die Kirche und hob in seiner Ansprache hervor, daß das vergangene Jahr 2009 an vielfältigen Vorkommnissen das Verhältnis von Kirche und Staat in der Diskussion gesehen habe, so im Volksbegehren zum Religionsunterricht und dem Schulgebetsurteil in Berlin, dem Kruzifixurteil des Europäischen Gerichtshofs für Menschenrechte, der Verleihung des Hessischen Kulturpreises, dem Schweizer Minarettverbot oder dem Urteil zu den verkaufsoffenen Sonntagen in der Hauptstadt. Das Grundgesetz, dessen 60jähriges Jubiläum man im vergangenen Jahr begangen habe, sei den Religionsgemeinschaften gegenüber wohlwollend, da diese grundlegende Beiträge zur Werteordnung erbracht hätten. Rationalistische Vorhersagen, Religion werde in ihrer Bedeutung schwinden, hätten sich laut Möller als falsch erwiesen. In Stadt und Landkreis Fulda sei die Zusammenarbeit zwischen kommunalen und kirchlichen Institutionen von einer vielfältigen und fruchtbaren Partnerschaft geprägt. Dafür sprach der Oberbürgermeister dem Bischof und den kirchlichen Verbänden seinen besonderen Dank aus.

 

Am Ende des Neujahrsempfangs gab Bischof Algermissen die drei Ehrungen mit dem vom Papst verliehenen Orden „Pro Ecclesia et Pontifice“ bekannt. Für ihr herausragendes ehrenamtliches Engagement wurde Hiltrud Strupp und Gerhard Dehler aus Fulda sowie Rosemarie Schöppner aus Flieden geehrt.

 

Hiltrud Strupp gründete 1982 mit anderen die „Gesellschaft für Christlich-jüdische Zusammenarbeit Fulda e. V.“, deren Vorstand sie seit 1983 bis heute angehört. Die Gestaltung der jährlichen „Woche der Brüderlichkeit“ gehört zu ihrem Engagement. Sie vermittelt Kontakte zwischen jüdischen und christlichen Organisationen und ermöglicht zahlreiche Begegnungen, auch auf Bundesebene. Im Zweiten Vatikanischen Konzils habe die Katholische Kirche in der Erklärung über das Verhältnis der Kirche zu den nichtchristlichen Religionen „Nostra Aetate“ ihr Verhältnis zum Judentum neu bestimmt, rief der Bischof im Zusammenhang mit der Ehrung von Frau Strupp in Erinnerung. „Zu den unumstößlichen Aussagen des Konzils und der nachkonziliaren Zeit gehört die Verurteilung jeglicher Form von Antisemitismus und Antijudaismus.“ Mit dem Judentum seien die Christen durch ein gemeinsames geistliches Erbe verbunden, das ihre Beziehung einzigartig mache. Dieser tiefen Beziehung habe Frau Strupp jahrzehntelang gedient.

 

Die Kirche und das Engagement in ihr kennzeichnet laut dem Bischof auch die Biographie von Rosemarie Schöppner. Von 1968 bis 2003 war sie Mitglied des Pfarrgemeinderates, von 1991 bis 1995 Sprecherin dieses Gremiums. Mitglied im Verwaltungsrat ist sie seit 1971, wo sie sich hauptsächlich um die Belange des kirchlichen Kindergartens kümmert, ferner um die Bau- und Sanierungsmaßnahmen an der Pfarrkirche. Seit 1980 organisiert Frau Schöppner den Treff für Senioren der Pfarrgemeinde St. Goar, seit 1995 leitet sie ihn eigenverantwortlich. „Ihre Treue zur Kirche auch in turbulenten Zeiten ist bewundernswert und keineswegs selbstverständlich. Von Menschen wie Frau Schöppner lebt die Gemeinde vor Ort“, hob der Oberhirte hervor.

 

Gerhard Dehler schließlich habe die Jugendarbeit im Bistum entscheidend mitgeprägt. Seit 1962 ist er als Sakristan in der Pfarrei St. Elisabeth Lehnerz mitverantwortlich für die Vorbereitung der Liturgie. „Er opfert dafür einen großen Teil seiner freien Zeit und zeigt damit unverkennbar seine Liebe zur Liturgie der Kirche“, so der Bischof in seiner Würdigung. Seit 1997 ist Dehler Wallfahrtsleiter der traditionellen Fuldaer Walldürnwallfahrt, die seit dem Jahr 1706 besteht. Der Einsatz Dehlers bei der Organisation und Durchführung dieser großen Fußwallfahrt sei bei allen Pilgern hochgeschätzt. Kraft für die vielfältigen Aufgaben schöpfe Dehler aus seinem persönlichen tiefen Glauben, der schon in seiner Familie grundgelegt worden sei. „Es ist ihm ein Anliegen, diesen Glauben auch in der großen Gemeinschaft der Kirche mit anderen zu teilen und zu stärken“, betonte Bischof Algermissen. (bpf)

 

 

 

 

Kard. Maradiaga fordert Globalisierung der Solidarität. "Habsucht Weniger drängt Mehrheit an den Rand"

 

MÜNSTER/WESTFALEN -Einen ethischen Rahmen und solidarisches Handeln im Zeitalter der Globalisierung hat der Vorsitzende der Bischofskonferenz in Honduras und Präsident von "Caritas International", Kardinal Oscar Rodriguez Maradiaga, gefordert: "Statt Wahrheit, Gerechtigkeit, wahrer Freiheit und Solidarität ist mit der Globalisierung ein neuer Moloch errichtet worden, ein stolzer und unabhängiger Markt, der seine eigenen Gesetze über jegliche anderen Werte stellt", sagte Kardinal Maradiaga am Samstagabend beim Neujahrsempfang des Diözesankomitees der Katholiken in Münster/Deutschland.

Solidarität und Ethik müssten die Globalisierung bestimmen, nicht die Gesetze des kapitalistischen Handelns, die "Wohlstand und Hochkonjunktur nur für ein paar wenige" hervorbrächten. Mit scharfen Worten kritisierte Maradiaga die Verfehlungen, die mit der Wirtschafts- und Finanzkrise zu Tage traten: "Lügen, Betrug, die Fälschung von Zahlen durch die Mitglieder von Verwaltungsräten, die Gewährleistung von millionenschweren Boni als Belohnung für Manager, die Banken und Finanzgesellschaften ausgeraubt haben, die mit Millionen in ihren Taschen und ohne Gerichtsprozess ausgeschieden sind, internationale Finanzorganisationen, die kleine Länder durch strukturelle Mechanismen unterdrücken und ihre Augen vor den Exzessen der großen Länder schließen – all dies schafft Unrecht und führte uns in die Krise."

Maradiaga, der vor mehr als 250 Gästen aus Kirche, Politik und Gesellschaft über "Ethische Herausforderungen der Globalisierung" sprach, analysierte schonungslos: "Wir leben weiterhin in einer Welt voller offenkundiger Ungleichheiten, und trotz der Produktivität und des Wohlstands sammelt sich dieser zunehmend in einer geringer werdenden Anzahl von Händen." Es werde eine Welt geschaffen, "in der die Habsucht Weniger die Mehrheit an den Rand der Geschichte drängt". Einige Gesellschaften könnten die Vorteile des technischen Fortschritts genießen, doch diese positive Entwicklung für Wenige verstärke die Ausgrenzung der Schwächeren.

Der Präsident von "Caritas International" deckte die widersprüchlichen politischen Rahmenbedingungen von Freiheit und Abschottung auf: Auf der einen Seite gebe es das Bedürfnis, alle Grenzen für die wirtschaftlichen Güter zu öffnen und den Kreislauf von Geld und Gütern zu vereinfachen. Auf der anderen Seite verstärkten die reichen Länder ihre Grenzschutzeinrichtungen, um Einwanderung zu verhindern. "Wir könnten sagen, dass nur die Reichen globalisiert sind. Die Technologie hält sie gleichzeitig auf Distanz zu den Armen, die unterworfen bleiben und für die Reichen arbeiten müssen, weil das System arme Menschen in gewissen Teilen der Welt braucht."

Angesichts dieser Ungerechtigkeit fordert Maradiaga eine Globalisierung der Solidarität im Geist des Evangeliums. Die elementarste Solidarität sei jene, die versuche, Handlungen, die sich gegen die Solidarität richteten, zu vermeiden. Dazu zählten beispielsweise Umweltverschmutzung, das Zerstören von Vertrauen und das Schüren von Korruption. Solidarität stehe in Beziehung zu fundamentalen Werten wie Gerechtigkeit, Freiheit, Gleichheit und Beteiligung, sowie zur Goldenen Regel der Nächstenliebe: Handle an anderen, wie du von ihnen behandelt werden möchtest. Die Solidarität braucht nach Ansicht von Maradiaga die Empathie, das Mitgefühl, aber auch das Teilen der materiellen Güter: "Wenn man sieht, dass alle Menschen als ein Ganzes miteinander die erreichbaren Güter teilen, dann haben wir Solidarität erreicht."

Um Solidarität zu erreichen, brauche es ein Umdenken der Menschen und das Bewusstsein für die religiös grundgelegte Ethik. "Ethik ist keine Zwangsjacke, die man von außen durch religiöse Konventionen angezogen bekommt, sondern etwas das aus dem Inneren entspringt." Maradiaga zitierte aus der Sozialenzyklika "Caritas in veritate" von Papst Benedikt XVI., in der es heißt: "Ohne rechtschaffende Menschen, ohne Wirtschaftsfachleute und Politiker, die in ihrem Gewissen den Aufruf zum Gemeinwohl nachdrücklich leben, ist die Entwicklung nicht möglich." Noch aber ist es dem Kardinal zufolge nicht zu spät, die Welt positiv zu gestalten. Notwendig sei die Rückkehr zu einer Ethik, die Jesus Christus grundgelegt habe.

Zenit 12

 

 

 

 

Menschenrechtler: „Kirche muss humanen Umgang mit Guantánamo-Häftlingen einfordern“

 

An diesem Montag jährt sich zum achten Mal der Tag, an dem auf der US-Basis Guantánamo auf Kuba ein Gefangenenlager für Terrorismusverdächtige in Betrieb genommen wurde. Das Lager steht bis heute als Symbol schlechthin für eine problematische, ja teilweise menschenverachtende Form der Terrorismusbekämpfung. Wolfgang Heinz ist beim Deutschen Institut für Menschenrechte für internationale Sicherheitspolitik zuständig und fordert, die Gefangenen aus ihrer menschenrechtswidrigen Situation zu befreien. In einem solchen Engagement sieht Heinz eine ganz grundsätzliche Aufgabe der Kirche:

 

„Ich betrachte die humanitäre Hilfe als einen wichtigen Geltungsbereich der Kirche, und zwar in einem ganz elementaren Sinn. Auch wenn diese Menschen Straftaten begangen haben, müssen sie human behandelt werden. Im Fall von Guantánamo haben wir es mit Personen zu tun, die niemals vor Gericht gestellt worden sind und kein faires Verfahren gesehen haben! Hier würde ich klar eine Rolle der Kirche sehen. Ich denke aber auch, dass es für die Kirche wichtig ist, an dieser Stelle nicht nur humanitär zu argumentieren, sondern auch völkerrechtlich und menschenrechtlich. Weil eben Regierungen in der Regel auf diese Argumente eher reagieren, als auf eine rein humanitäre Argumentation - deshalb sollte man diese Argumentationsstränge verbinden.“ (rv 11)

 

 

 

Ukraine: Wahlen in einem "trockenen Land"

 

Die Katholiken in der Ukraine erhoffen sich von der Präsidentschaftswahl

am kommenden Sonntag, 17. Januar, Stabilität, Frieden sowie eine tief

greifende Reform ihres Landes. Dieser Ansicht ist die zuständige

Länderreferentin des weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in Not",

Magda Kaczmarek. Rund sechs Millionen Katholiken des byzantinischen und

lateinischen Ritus leben in der Ukraine. Das Volk habe sich eine Reform

für bessere Zukunftsaussichten vor allem für die Jugend im Land bereits

von der "orangenen Revolution" des jetzigen Präsidenten Wiktor

Juschtschenko vor fünf Jahren versprochen, sagte Kaczmarek. Diese

Hoffnung sähen die meisten Ukrainer jedoch enttäuscht, daher werde die

Präsidentschaftswahl am kommenden Wochenende wohl zwischen der

Reformerin Julija Timoschenko und dem pro-russischen Vorsitzenden der

"Partei der Regionen" Wiktor Janukowitsch entschieden werden. Die

führenden Politiker hätten viele Hoffnungen im Volk ernüchtert und

erneut tiefes Misstrauen gegenüber der Politik geschürt, berichtet die

Länderreferentin.

 

Die Hauptprobleme der Ukraine sieht Kaczmarek nach wie vor in der

Korruption im Land sowie in der Abwanderung junger Menschen in den

Westen. Sie stellt fest: "Hier findet immer noch eine regelrechte

Völkerwanderung statt." Menschen zögen aus der Ostukraine in die

Westukraine oder in die Europäische Union. Das habe zur Folge, dass vor

allem der Osten des Landes sowohl aus wirtschaftlicher als auch aus

religiöser Sicht ein "trockenes Land" sei. Die Abwanderung der jungen

Bevölkerung hinterlasse vor allem auf dem Lande "ausgedünnte Pfarreien"

die nur noch mit Mühe am Leben erhalten werden könnten. Hinzu käme, dass

die Katholiken im Osten der Ukraine zu Zeiten der Sowjetherrschaft

besonders stark verfolgt worden seien. Jahrzehnte lang habe es dort

keine Priester gegeben und die Nachwirkungen dieser Umstände seien bis

heute zu spüren. Es sei daher zu hoffen, dass die neue Regierung Hilfen

vor allem für die strukturschwachen Teile des Landes auf den Weg bringe.

Falls solche Reformen gelingen, sieht der griechisch-katholische

Weihbischof Bogdan Dzyurakh gute Voraussetzungen für einen Kurs der

Ukraine in die Europäische Union. Sollte das Land eines Tages der EU

beitreten, werde es "sicher nicht mit leeren Händen kommen", so der

Bischof gegenüber "Kirche in Not".

 

Im auch dank westlicher Investoren wohlhabenderen Westen der Ukraine

herrsche nach wie vor eine hohe Arbeitslosigkeit. Durch die schwierige

soziale Situation würden die Familien stark belastet, Alkohol- und

Drogenmissbrauch seien ein ernstes gesellschaftliches Problem. Nach

einem Bericht des Kapuzinerordens in Kiev hätten bei einer Studie unter

15jährigen ukrainischen Jugendlichen 91 Prozent der Befragten angegeben,

bereits exzessiv Alkohol getrunken zu haben. 63 Prozent seien

regelmäßige Raucher und 14 Prozent hätten bereits harte Drogen konsumiert.

 

Im religiösen Bereich gebe es nach Aussage Kaczmareks in der Ukraine vor

allem Verstimmungen zwischen den orthodoxen Kirchen und der

griechisch-katholischen sowie römisch-katholischen Minderheit. Außerdem

fänden Sekten regen Zulauf. Aufklärungsarbeit und katholische

Bildungsarbeit seien daher dringend notwendig. Zwischen orthodoxer und

katholischer Kirche drehe sich der Streit – wie in vielen Staaten der

ehemaligen Sowjetunion – vor allem um die Rückerstattung von unter dem

Kommunismus enteignetem Kirchenbesitz. Gesetze, die diese Rückerstattung

regeln, fehlen. Offiziell existiere die Kirche in der Ukraine erst

wieder seit 1991, vorher vorhandenen Grundbesitz erkenne der Staat nicht

 

an. In Zeiten der Sowjetunion habe das kirchliche Leben vor allem im

Geheimen stattgefunden. Eine Tatsache, die bis heute nachwirke. Auch

heute noch treffen sich die Gläubigen nach Aussage Kaczmareks vor allem

in Wohnungen, kleinen Kapellen und umgebauten Lagerhäusern. Die

kirchlichen Gebäude seien in der Sowjetzeit vom Staat enteignet und als

Kinos, Lagerhallen, Kasernen, oder in einem Fall sogar als Bäckerei

zweckentfremdet worden.

 

"Kirche in Not" helfe in der Ukraine daher vor allem bei der

Wiederherstellung und dem Neubau von Kirchen und Pfarrhäusern, aber auch

bei der Finanzierung von Fahrzeugen für die Seelsorge unter den über

große Distanzen verstreut lebenden Katholiken. Außerdem unterstütze das

Hilfswerk die Priesterausbildung im Land. Über einen Priestermangel

könne die Ukraine noch nicht klagen, betont Kaczmarek und bemerkt

hoffnungsvoll: "Gott beruft Fischer im trockenen Land." KiN, de.it.press

 

 

 

 

China: „Trotz Spannungen Dialog nicht aufgeben“

 

Über 5.000 Katholiken haben zu Jahresbeginn an der Beerdigung des papsttreuen Bischofs Leo Yao Liang teilgenommen. Und das, obwohl sie durch Reisebeschränkungen und Temperaturen um Minus 30 Grad sehr stark eingeschränkt waren. Die so genannte Untergrundkirche in China ist der Teil der katholischen Kirche des Landes, der nicht registriert und damit staatlich nicht anerkannt ist. Was die überaus starke Anteilnahme am Tod des romtreuen Bischofs vor diesem Hintergrund bedeutet, haben wir Michael Bauer, der katholischer Pfarrer in Shanghai ist, gefragt:  „Ich denke, die Christen haben ganz genau gespürt, dass hier mit Leo Yao Liang ein Christ, ein Priester, ein Bischof gestorben ist, der wirklich das gelebt hat, was christlicher Glaube bedeutet - der nicht nur mit Worten seinen Glauben bezeugt hat, sondern ganz authentisch durch sein Leben gezeigt hat, was es bedeutet, Christ zu sein und Christus nachzufolgen. Wir dürfen wirklich sagen, dass einige Jahrzehnte seines Lebens ein Kreuzweg waren. Er hat uns gezeigt, dass der Glaube in dieser Situation Kraft schenken kann. Er ist dem Glauben bis in den Tod treu geblieben, und die Menschen haben erkannt, dass hier ein wahrer Zeuge Jesu Christi vor ihnen stand.“ (rv 11)

 

 

 

 

Militärseelsorge in Deutschland. Geistliche in "Schutzkleidung"

 

Gut 100 evangelische Pastorinnen und Pastoren sind als Seelsorger bei der Bundeswehr, sechs von ihnen im Ausland. Diesen Dienst bietet die Kirche seit 1957 den Soldaten an. VON PHILIPP GESSLER

 

BERLIN - Man kann es sich einfach machen und sagen: Die Kirche ist schon im Krieg. Auf evangelischer Seite leisten etwa 100 Frauen und Männer Seelsorge im Feldgrau der Bundeswehr - bei ihnen nicht Uniform, sondern "Schutzkleidung" genannt. Genau sechs Geistliche sind davon bei der Truppe im Ausland: drei in Afghanistan, zwei auf hoher See vor dem Libanon und am Horn von Afrika, einer im Kosovo. Ihre Aufgabe: Die "Seelsorge in der Bundeswehr". Das Wort "Militärseelsorge" meidet die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) bewusst.

Die Geistlichen halten Gottesdienste, führen mit den Soldatinnen und Soldaten Seelsorge-Gespräche, beten mit ihnen. Und manchmal taufen sie die Männer und Frauen im Waffenrock sogar.

Für die Koordination dieser Aufgabe gibt es das Evangelische Kirchenamt für die Bundeswehr mit Sitz in Berlin. Wer dort anruft, landet zunächst bei einer zentralen Vermittlungsstelle der Bundeswehr. Dennoch ist der Kirche die Unabhängigkeit wichtig, wie der Leitende Militärdekan Matthias Heimer vom Kirchenamt betont. Die Geistlichen werden von ihren Landeskirchen beim Bund für sechs oder im längsten Fall zwölf Jahre freigestellt. Ihr Chef bleibt ein leitender Geistlicher - der Militärbischof, gegenwärtig ist dies Martin Dutzmann. Bezahlt aber werden die Geistlichen bei gleich bleibenden Bezügen samt einer "Auslandsverwendungszulage" wie ihre zeitweiligen Bundeswehrkameraden vom Staat. Sie werden "Bundesbeamte auf Zeit".

Die Pfarrerinnen oder Pfarrer haben keinen Waffen und keinen Dienstgrad. Auf der Schulter haben sie als Abzeichen ein Kreuz. Kein Militär kann ihnen Befehle erteilen. Es sind dort "relativ freie Leute", meint Heimer. Oft gebe es den Wunsch der Soldaten, eine Art Kapelle am Einsatzort zu schaffen. Sonst gibt sogenannte "Oasen", die nicht nur als Gottesdienstorte, sondern auch als eine Art Cafeteria oder Rückzugsraum dienen.

Seit 1957 gibt es zwischen der EKD und dem Bund den "Militärseelsorgevertrag", der die Seelsorge in der Bundeswehr regelt. Bis zur Wiedervereinigung gab es immer wieder Diskussionen darüber, ob die Kirchen diesen Dienst leisten sollten - eine Debatte, die mit dem Beitritt der neuen Länder und ihren meist friedensbewegten Landeskirchen neue Fahrt gewann.

Die ostdeutschen Geistlichen bei der Bundeswehr erhielten aufgrund der pazifistischen Tradition dieser Landeskirchen zunächst einen Sonderstatus: Sie waren Kirchenbeamte, nicht Staatsbeamte auf Zeit. Seit 2004 sind nun alle EKD-Geistlichen unter einem Hut, dafür wurde sogar die Grundordnung der EKD geändert, was selten ist.

Die ostdeutschen Synoden haben sich jedoch ein kleines Signal der Staatsferne bei der Seelsorge in der Bundeswehr erkämpft: Die Geistlichen in "Schutzkleidung" könnten auch als Staatsangestellte statt als Staatsbeamte ihren Dienst wahrnehmen. Alle ostdeutschen Geistlichen sind bisher aber in den Status eines Staatsbeamten gewechselt. Seit 2004 haben Synoden die Seelsorge beim Bund nicht mehr grundsätzlich diskutiert Taz 11

 

 

 

 

Vatikan/Israel: „Mauer zu Ägypten fördert Isolation”

 

Israel plant derzeit, auch an seiner Grenze zu Ägypten im Sinai eine Mauer zu bauen. Der Wall soll das Land vor illegalen Einwanderern aus Afrika und vor möglichen „Terroristen“ schützen, gab der israelische Premierminister Benjamin Netanjahu an. Das Projekt fördere eine weitere Isolation des Landes, meinen dagegen die Bischöfe aus Nordamerika und Europa, die sich seit letztem Samstag im Heiligen Land aufhalten. Bis Donnerstag führen die Oberhirten Gespräche in Jerusalem, Bethlehem und Ramallah. Als Negativbeispiel nannte der Heilig-Land-Kustos, Franziskanerpater Pierbattista Pizzaballa, im Interview mit Radio Vatikan den Wall um die palästinensischen Autonomiegebiete. Für die Palästinenser sei diese Mauer ein Drama. Pizzaballa:

 

„Die Mauer blockiert das Leben von Hunderttausenden von Palästinensern. Vor allem zwischen Jerusalem und Bethlehem trennt die Mauer Kinder von der Schule, Kranke von den Krankenhäusern, Männer von ihren Arbeitsplätzen – das schafft schwerwiegende Probleme im Alltag. Israel ist mittlerweile de facto eine abgeschlossene Enklave. Aber man muss andererseits ehrlich anerkennen, dass durch die Mauer die Zahl der Attentate fast auf null gesunken ist.“

 

Mit der Reise versucht die Bischofsdelegation, stabile Kontakte zu den christlichen Kirchen des Heiligen Lands aufzubauen und für deren Verständigung untereinander zu sorgen. Die Tatsache, dass sich unter den Palästinensern auch viele Christen befinden, sei im Westen kaum bekannt, so der Belgier Paul Lansu von der katholischen Friedensbewegung „Pax Christi“. (rv 12)

 

 

 

 

Debatte über Afghanistan-Einsatz. Kritik an Käßmann: „Sie macht es sich zu einfach“

 

Der niedersächsische Innenminister Uwe Schünemann (CDU) hat die Ratsvorsitzende der EKD, Landesbischöfin Margot Käßmann, wegen ihrer Äußerungen zum Afghanistan-Einsatz kritisiert. „Wer das Mandat der Nato-Schutztruppe und der Bundeswehr in Afghanistan, das durch Resolutionen der Vereinten Nationen und von der großen Mehrheit des Bundestages legitimiert wurde, mit den Worten 'Nichts ist gut in Afghanistan' pauschal abwertet, der macht es sich zu einfach“, schreibt Schünemann in einem Beitrag für die Frankfurter Allgemeine Zeitung (Montagsausgabe).

Der von Frau Käßmann zumindest implizit geforderte rasche Truppenabzug „würde den Taliban und dem Al-Qaida-Netz Auftrieb geben, die in Afghanistan und anderswo mit Gewalt ein islamistisches Kalifat errichten wollen und die westliche Sicherheit bedrohen.“ Ohne die militärische Schutzfunktion wäre der Einsatz ziviler Aufbauhelfer in Afghanistan nahezu unmöglich, fügt Schünemann hinzu Und schließlich sei es mehr als zweifelhaft, ob die Menschenrechtslage in Afghanistan besser wäre, wenn der Westen den religiösen Extremisten kampflos das Feld überließe.

Von der obersten Repräsentantin der Evangelischen Kirche in Deutschland müsse erwartet werden, „dass sie sich differenziert und damit verantwortungsvoll zu diesem komplexen Thema äußert. Das ist sie den Menschen in unserem Land, gerade den evangelischen Christen, schuldig“, schreibt Schünemann in der F.A.Z. Bischof Huber, der ehemalige EKD-Ratsvorsitzende und Vorgänger Frau Käßmanns, habe in heiklen gesellschaftlichen und politischen Fragen stets für eine differenzierte Analyse der jeweiligen Zusammenhänge im Sinne von Max Weber plädiert.

Die Vereinten Nationen, die Nato und der Bundestag hätten es sich mit ihren Beschlüssen nicht leicht gemacht - „sie haben aber nach verantwortungsethischen Prämissen entschieden. Eine Bewertung des Afghanistaneinsatzes jenseits gesinnungsethischer Prinzipien steht bei der obersten Repräsentantin der evangelischen Kirchen in Deutschland bislang noch aus“, meint der niedersächsische Innenminister in der F.A.Z.

Steinmeier: „ Keine leichtfertige Entscheidung“

Indes hat der Vorsitzende der SPD-Fraktion im Bundestag, Frank-Walter Steinmeier, Frau Käßmann in Teilen recht gegeben. „Die Auseinandersetzung mit dem islamistischen Terrorismus können wir rein militärisch nicht gewinnen, soweit hat Bischöfin Käßmann recht“, sagte Steinmeier der Zeitung „Bild am Sonntag“. Zugleich müsse aber daran erinnert werden, „dass niemand über einen Einsatz der Bundeswehr in Afghanistan leichtfertig entschieden hat“.

Frau Käßmann hatte in ihrer Neujahrspredigt dazu aufgerufen, dem Afghanistan-Konflikt vorrangig mit zivilen Mitteln zu begegnen. Steinmeier verwies darauf, dass auch der Schutz der Bürger vor Attentaten ein Motiv für das Afghanistan-Engagement war. „Dazu kam unser Wille, einem in 30 Jahren durch Krieg und Bürgerkrieg geschundenen Volk wieder auf die Beine zu helfen“, sagte der SPD-Fraktionschef. Der Wiederaufbau von Schulen, Wasserversorgung und Krankenhäusern wäre ohne militärischen Schutz nicht möglich gewesen.

Zuvor hatte der Wehrbeauftragte des Deutschen Bundestags, Reinhold Robbe (SPD), Käßmanns Äußerungen scharf kritisiert. Die Bischöfin übe populistische Fundamentalkritik, ohne sich jemals persönlich ein Bild vor Ort verschafft zu haben, und vermittle Tausenden von gläubigen Soldaten das Gefühl, in Afghanistan gegen Gottes Gebote zu handeln, sagt Robbe laut einem Bericht der Zeitschrift „Der Spiegel“. Faz.net 10

 

 

 

 

Margot Käßmann. „Ich stehe dazu, was ich gesagt habe“

 

Bischöfin Margot Käßmann hält auch nach ihrem Treffen mit Verteidigungsminister Karl-Theodor zu Guttenberg (CSU) ihre Kritik am deutschen Engagement in Afghanistan aufrecht. „Ich stehe dazu, was ich gesagt habe“, sagte die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) am Montagabend in der ARD-Sendung „Beckmann“. Ihre von Politikern stark kritisierte Neujahrspredigt würde sie wieder so halten.

Zugleich stellte Käßmann heraus, dass sie den Einsatz der internationalen Streitkräfte in Afghanistan nicht grundsätzlich ablehnt. „Ich begreife schon, dass im Moment in Afghanistan Waffen dazu beitragen können, das ziviler Aufbau möglich ist“, sagte die hannoversche Landesbischöfin. Allerdings steht ihrer Ansicht nach derzeit die militärische Perspektive zu stark im Vordergrund. „Es muss für uns immer einen Vorrang für zivil geben“, betonte Käßmann. Hierüber sei sie sich mit Verteidigungsminister Theodor zu Guttenberg Gespräch einig gewesen.

Käßmann hatte in Predigten und Interviews zum Jahreswechsel mehrfach den Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan kritisiert und einen Plan für den Abzug der deutschen Soldaten gefordert. Nach heftiger Kritik insbesondere an dem Satz „Nichts ist gut in Afghanistan“ in Käßmanns Neujahrspredigt hatten Verteidigungsminister zu Guttenberg und die Bischöfin ein Treffen vereinbart.

Anerkennung in der Gesellschaft

Bei dem Treffen am Montag in Berlin lud Guttenberg Käßmann ein, die Truppe in Afghanistan zu besuchen. Außerdem habe man vereinbart, wechselseitig Vorträge zu halten: Frau Käßmann an der Führungsakademie der Bundeswehr, Guttenberg an einer Evangelischen Akademie. Das teilte Guttenberg in Neuburg a. d. Donau mit, wo er anschließend einen Einführungsbesuch bei der Luftwaffe machte.

Es sei ein guter Beginn eines Dialogs darüber gewesen, wie man den Afghanistan-Einsatz zu bewerten habe. Guttenberg sprach von einer „sehr guten, vertrauensvollen Atmosphäre“. „Wichtig ist es, dass die Soldaten Anerkennung in der Gesellschaft erfahren. Das hat die Frau Bischöfin genauso gesehen“, sagte Guttenberg. Die EKD teilte mit, das Gespräch habe dem Kennenlernen gedient. Es sei „in konstruktiver und harmonischer Atmosphäre“ verlaufen. Man sei sich einig, „dass die ethische Dimension des Einsatzes der Bundeswehr in Afghanistan geeignet ist, dieses Thema weiter in die Öffentlichkeit zu tragen und dort auch kritisch zu diskutieren“.

Der Minister verwies auf die Prüfungen in der Bundesregierung, ob der Einsatz am Hindukusch als ein nicht internationaler bewaffneter Konflikt bewertet werden solle. Dabei bleibe es der Justiz vorbehalten, eine rechtliche Bewertung abzuleiten. Hierbei werde die Stellungnahme der Bundesanwaltschaft von Bedeutung sein. „Aber das politische Signal ist wichtig, ob wir bereit sind, in Teilen Afghanistans einen nicht internationalen bewaffneten Konflikt zu sehen.“ Der Minister lobte bei seinem Antrittsbesuch, er erlebe „eine sehr gut aufgestellte, hochmotivierte Truppe“. Nach Lagevorträgen sagte er: „Ich bin beeindruckt von der Leistungsfähigkeit der Luftwaffe. Ich habe gesehen, wie schnell man auf Situationen reagieren kann.“  F.A.Z./epd 12

 

 

 

 

Kommentar zu Käßmann. Politische Predigt

 

Viele Politiker halten die Bischöfin Käßmann für eine Populistin, weil sie den Afghanistan-Einsatz in Frage stellt. Tatsächlich fürchten sie die dadurch angeregte Grundsatzdebatte. Von Christoph Albrecht-Heider

 

Am heutigen Montag erklärt der Verteidigungsminister der obersten evangelischen Christin den Krieg. Man kann den Gesprächstermin, den Karl-Theodor zu Guttenberg und Margot Käßmann gefunden haben, für eine geschmeidige wie kluge Reaktion des Politikers auf die öffentliche Kritik der Pastorin halten, die für die Afghanistan-Passage in ihrer Neujahrsansprache von Koalitionären hart angegangen wurde und wird. Man kann vermuten, dass der Minister auf eine Sprachregelung nach dem Privatissimum hofft, wonach man in der Sache nicht gleicher Meinung, aber doch dicht beieinander sei.

 

Aber selbst dann wäre die Dissonanz nicht aus der Welt, weil ihr Echo weiterklingt, und das dröhnt Guttenberg in den Ohren. Das müssen vor allem jene Politiker und Militärs fürchten, die noch mehr Soldaten in das ferne, fremde Land schicken, die sich nicht festlegen wollen auf einen Abzug der Truppen, zumindest nicht auf einen zeitlichen Rahmen.

 

Das Grundgefühl, auf der Intervention in Afghanistan ruhe kein Segen und damit auch nicht auf dem deutschen Part des Einsatzes dort, breitet sich weiter aus in Deutschland, wie Meinungsumfragen zeigen. In den vergangenen Jahren schwankte der Grad der Skepsis gegenüber der "Mission", lag aber meist über 50 Prozent. Im jüngsten Votum aus der vergangenen Woche sprechen sich 71 Prozent für einen schnellen Abzug deutscher Soldaten aus, mehr als je zuvor. Wobei es im übrigen Ausweis von politischer Sensibilität ist, dass das Erschrecken nicht nur steigt, wenn deutsche Soldaten sterben, sondern auch, wenn es Einheimische trifft, wie bei dem Tanker-Bombardement nahe Kundus.

 

Die Kritiker der EKD-Ratsvorsitzenden denken auch an die Umfragen, wenn sie ihr Populismus vorwerfen. Einer wie der CDU-Außenpolitiker Ruprecht Polenz redet dabei über einen anderen Mehrheitsbegriff. Nach einer Präzisierung Käßmanns, sie habe nie den "sofortigen" Abzug gefordert, sagt er, nun ähnele ihre Position wesentlich mehr dem, "was auch die Mehrheit des Deutschen Bundestages für richtig hält". Die aber ist womöglich eine andere als die der Bundestagswähler.

Abwegig, ja unverfroren

 

Käßmann wird seit Beginn des neuen Jahres einen Tag um den anderen für etwas gescholten, was als Anliegen vieler Christen gelten darf. Es ist das neue Amt, das den Worten der Landesbischöfin jenes Gewicht verleiht, das ihre Kritiker nervös macht. Wenn schon die EKD-Ratsvorsitzende von der Kanzel aus die Weisheit der politischen Obrigkeit in diesem Fall in Frage stellt, ist es kein Wunder, wenn die Gemeinde vom Glauben abfällt, dass der Westen den Afghanen seit mehr als acht Jahren zu Freiheit und Demokratie verhilft und die Wurzeln des Terrorismus dort mit Stumpf und Stiel ausrottet. Dies umso mehr, als das jüngste Attentat auf das Flugzeug über US-amerikanischem Boden ohne Afghanistan-Bezug ist. Längst wussten Beobachter islamistischer Netzwerke, dass neue, aggressive Triebe andernorts aus dem Boden sprießen, im Jemen etwa oder Somalia. Nach der Logik der Falken müssten jetzt Truppen gen Jemen in Marsch gesetzt werden.

 

Die Forderung, Käßmann möge sich beim Thema Afghanistan mäßigen oder gar schwiegen, ist abwegig, ja unverfroren. Die Bewahrung des Friedens gehört zur Grundsubstanz christlicher Religionsgemeinschaften; wer sich dazu öffentlich verhält, gerät automatisch auf politisches Feld. Die EKD, die Kirchen würden zu Recht gescholten, hielten sie sich zurück.

 

Das Bemühen, die Kämpfe in Afghanistan sprachlich einzuhegen und ihnen damit eine gültige Definition verleihen zu wollen, mag aus rechtlichen Gründen von Belang sein. Politisch wird es grotesk, wenn der Streit darum geht, ob ausländische Soldaten, inländische Aufständische, in- und ausländische Unbeteiligte in einem "friedenserzwingenden Einsatz", in einem "nicht-internationalen bewaffneten Konflikt" oder einem "Krieg" ihr Leben lassen.

 

Die EKD-Ratsvorsitzende Käßmann hat die diplomatischen Verbrämungen weggelassen. Und sollte sie nur in der Debatte, die sich in den Details des deutschen Einsatzes am Hindukusch verliert, auf Grundsätzliches verwiesen haben, so ist das schon ein erfreulicher Beitrag im Vorfeld der Afghanistan-Konferenz Endes des Monats. Bei der übrigens soll es, wenn man den Einlassungen von Außenminister Guido Westerwelle (Stichwort: Truppenstellerkonferenz) und vielen anderen folgt, auch um Abzug gehen. Man nennt das nur anders: "Exit-Strategie". FR 12

 

 

 

 

 

Polen. Pater Rydzyk, Radio Maryja und der Antisemitismus

 

Tadeusz Rydzyk nennt ein Medienimperium sein Eigen. Der 64 Jahre alte Pater ist einer der einflussreichsten Männer Polens, sein Sender "Radio Maryja" hat eine treue und große Hörerschaft. Allerdings nutzt Rydzyk den Sender immer wieder für antisemitische Ausfälle. Mittlerweile wurde es der Kirche zu bunt.

Einen Doktorhut verleiht die nach Kardinalprimas Stefan Wyszynski benannte staatliche Universität am Stadtrand von Warschau des Öfteren. Doch noch nie war die Feier von einem solchen Medienecho begleitet: Diesmal kam eine Person zu akademischen Ehren, die mit 64 Jahren wohl kein wissenschaftlicher Senkrechtstarter, doch dafür einer der einflussreichsten Männer Polens ist.

Der ultrakatholische Pater und Medienmanager Tadeusz Rydzyk hatte eine 300 Seiten starke theologische Arbeit mit dem Titel „Die apostolische Dimension von Radio Maryja“ verfasst. Da kennt er sich aus: 1991, kurz nach der Wende, hat der Pater des Ordens der Redemptoristen diesen nach der Gottesmutter Maria benannten Sender selbst ins Leben gerufen. Inzwischen, das war 2001, hat Rydzyk auch eine Hochschule gegründet. Um deren Rektor werden zu können, brauchte er – gemäß Hochschulgesetz – einen Doktortitel.

Pater Rydzyk gerät immer wieder in die Kritik, weil in seinem heute von Millionen vor allem auf dem Lande gehörten Sender neben Gebets- und Ratgeberprogrammen auch nationalistische und antisemitische Äußerungen zu hören sind. Er verschanzt sich hinter der Aussage, solche Meinungen würden von Hörern vorgebracht, die bei Diskussionssendungen im Studio anriefen, und die könne man doch nicht zensieren. Doch auch der streitlustige Rydzyk selbst äußerte sich oft genug in nicht gerade evangelischem Geiste.

Die Präsidentengattin als „Hexe“ bezeichnet

Vor zwei Jahren bekam er Schwierigkeiten, als ein Tonbandmitschnitt öffentlich wurde, dem zufolge er „den Juden“ vorwarf, über die Aufarbeitung des polnischen Antisemitismus Milliarden Dollar „ergaunern“ zu wollen. Dem Tonband zufolge kritisierte er auch die Weigerung Präsident Lech Kaczynskis, den Schutz des Lebens „bis zum natürlichen Tode“ in der Verfassung festzuschreiben. Pater Rydzyk interpretierte das so: In Polen solle die Euthanasie zugelassen werden. Die Präsidentengattin bezeichnete er als „Hexe“ („Wenn schon Menschen töten, dann beginne doch mit dir selber“).

Polens Bischöfe waren sich lange Zeit nicht einig, wie sie den charismatischen Pater in die Schranken weisen sollten. Erst hatte Rydzyk den Sender gegründet, der bis heute ohne Werbung auskommt und großenteils von Spenden lebt. 1997 dann die Zeitung „Nasz Dziennik“ (Unser Tageblatt), die heute von einer engen Vertrauten des Paters verlegt wird. 2001 folgte die Hochschule für soziale und Medienkultur, an der man vier Fächer studieren kann. Der über Satellit zu empfangende Fernsehsender Trwam (übersetzt etwa „Ich harre aus“) vervollständigte das Medienimperium. Damit war der Pater endgültig zum Politikum geworden. Als 2005 unter Regierungschef Jaroslaw Kaczynski eine konservativ-nationalistische Koalition entstand, erreichte er den Höhepunkt seines Einflusses: Seine Medien und das Regierungslager spielten sich eine Zeit lang die Bälle zu.

Von klein auf wollte er Priester werden

Bis es dann selbst der Kirche zu bunt wurde. Der Vatikan drängte die polnischen Bischöfe in einem Brief, die Entpolitisierung des Senders zu erreichen. Inzwischen wurde ein Programmrat gegründet, der zur Hälfte vom Episkopat und zur Hälfte vom Redemptoristenorden besetzt wird und der dem Sender aufs Maul schaut. Seitdem ist es etwas stiller geworden um Radio Maryja. Doch der Ideenfundus des Paters ist unerschöpflich: Kürzlich begann er, in Thorn (Torun), wo sein Sender beheimatet ist, nach warmen Quellen zu bohren, mit denen er seine Hochschule beheizen will. Demnächst will er in eine Tiefe von 2500 Metern vorstoßen.

Der Lebenslauf des 1945 in der Kleinstadt Olkusz geborenen Paters war immer wieder mit Deutschland verknüpft. Tadeusz Rydzyk ist ein uneheliches Kind: Der Mann seiner Mutter starb im KZ Dachau, doch vor dem Tod nahm er einem Mithäftling das Versprechen ab, sich um seine Frau zu kümmern. Aus dieser Beziehung gingen zwei Kinder hervor. Von klein auf wollte Rydzyk Priester werden. Bald trat er in den Orden ein.

1986 kehrte er von einer Wallfahrt nach Rom nicht nach Polen zurück, suchte stattdessen bei einem evangelischen Pfarrer in Nürnberg Unterschlupf. Der Sender Radio Maria der Diözese Augsburg wurde ihm zum Vorbild für spätere Unternehmungen. Trotz seiner Machtfülle lebt er bescheiden. Nur wenn er Besucher verblüffen will, fragt er sie, ob sie seinen Maybach sehen wollen. Dann präsentiert er ihnen stolz ein kleines Plastikmodell des Automobils. Gerhard Gnauck DW 12