Notiziario religioso  11-12  Gennaio  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 11. Il commento al Vangelo. «Tutti ti cercano!»  1

2.       Martedì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso  1

3.       Appello del Papa: "Rispetto e basta violenza"  1

4.       Una pastorale per i giovani italiani in Europa  2

5.       «Serve più umanità verso gli immigrati». 3

6.       Rosarno, l'omelia di don Pino: "I cristiani aiutano chi sbaglia"  3

7.       Giornata Mondiale delle Migrazioni, “Il minore migrante rifugiato, una speranza per il futuro”  3

8.       Rispetta il creato per costruire la pace  4

9.       Presepe senza Re magi. Il motivo? "Respinti alla frontiera con altri immigrati"  4

10.   Oltre i buoni propositi. Sarà il 2010 l'anno della ripresa non solo economica?  4

11.   Il vescovo evangelico Margot Kässmann: ingiusta la guerra in Afghanistan  5

12.   Egitto, strage di cristiani copti. Frattini: "Orrore e riprovazione"  5

13.   Sinodo del Medio Oriente. Nel segno dell'unità  5

14.   Nell’anno sacerdotale. Una fraternità da riscoprire  6

15.   Il nostro "sogno". SIR Europa: nove anni d'informazione europea  6

16.   Treviso, bastonati perché cattolici: «Infedeli, vi dovrei ammazzare»  7

17.   In Olanda non c'è più posto per il bambino Gesù. O invece sì 7

18.   Ad Amsterdam, che cosa resta del Natale  7

19.   "Due generazioni sono state perdute". Intervista con il cardinale Adrianus Simonis  8

20.   Santiago de Campostela. Una luce in Europa. Aperto il 31 dicembre l'Anno santo compostelano  9

21.   Sit-in del Popolo viola a San Pietro. La preghiera: "Ratzinger aiutaci tu"  9

 

 

1.       Papst: „Schützt Asylanten und verfolgte Christen!“  9

2.       Was macht uns Mut im neuen Jahr?  10

3.       Papst: „Nur Liebe kann Welt verbessern“  11

4.       Das Märchen vom Muslim, der Weihnachten stiehlt 11

5.       Nahost: Bischöfe pilgern ins Hl. Land  12

6.       Ägypten: Anschlag auf koptische Christen  12

7.       Malaysia/Vatikan: Erzbischof befürchtet „Vernichtung“ der Christen  12

8.       Senegal: Präsident ernennt Religionsminister 12

9.       Gespräche im Vatikan. Piusbruderschaft attackiert deutsche Bischöfe  13

10.   Sudan: „Im Süden reale Kriegsgefahr“  13

11.   Die Kirchen haben das Jahr der Kulturhauptstadt „Ruhr.2010“ eingeläutet 13

12.   Bertone: „Wer Arme verletzt, beleidigt Gott“  14

 

 

 

Lunedì 11. Il commento al Vangelo. «Tutti ti cercano!»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 1,29-39) commentato da P. Lino Pedron 

 

29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano.

35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.

 

La guarigione della suocera di Pietro ci presenta il miracolo del servizio. Può sembrare un miracolo insignificante. Ma i miracoli non sono spettacoli di potenza, ma segni della misericordia di Dio. In questo racconto la piccolezza del segno è tutta a vantaggio della grandezza del significato. Un miracolo più straordinario avrebbe attirato la nostra attenzione a scapito di ciò di cui è segno.

Con questo piccolissimo segno l’evangelista ci dà il significato di tutti i miracoli: sono delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di servire, che è la nostra somiglianza con Dio.

Il miracolo che Gesù è venuto a compiere in terra è la capacità di amare, cioè di servire. Chi ama serve, serve gratuitamente, serve continuamente, serve tutti indistintamente.

Noi siamo raffigurati nella suocera di Pietro: incapaci di servire, costretti a farci servire o a servirci degli altri. Il contatto con Gesù ci rende come lui, che è venuto per servire (Mc 10,45).

Il servizio è la guarigione dalla febbre mortale dell’uomo: l’egoismo, che lo uccide come immagine di Dio che è amore. L’egoismo si esprime nel servirsi degli altri, che porta all’asservimento reciproco; l’amore si realizza nel servire, che porta alla libertà dell’altro. Solo nel servizio reciproco saremo tutti finalmente liberi: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo" (Gal 6,3).

Il fatto che Gesù non lascia parlare i demoni è un aspetto importante del vangelo. Egli vuol farci capire che una conoscenza di Dio, prima di vederlo in croce, è diabolica: non capiremmo né il nostro male né il suo amore. Sarebbe la solita presentazione di un Dio creato dalla nostra testa. Voltaire ha scritto: "Dio ha creato l’uomo a sua immagine, e l’uomo ha creato Dio a sua immagine".

La giornata tipo di Gesù si conclude con una preghiera notturna, che dà inizio alla nuova attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e sorgente dell’azione, fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per fare.

L’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è totalmente se stesso quando sta davanti a Dio. Per questo il fine di ogni apostolato è insegnare a stare davanti a Dio e a pregare il vero Dio nel modo giusto. Dal vero rapporto con Dio nasce di conseguenza il vero rapporto con sé, con gli altri e con le cose.

Il cristiano prega soprattutto per ringraziare Dio che gli dà tutto, per amarlo, per conoscerlo meglio e vivere così nella gioia, nell’amore e nella verità.

La preghiera non serve per ricevere qualcosa, ma per diventare Qualcuno: per diventare come il Dio che preghiamo, per essere perfetti come è perfetto il Padre nostro che è nei cieli (cfr Mt 5,48).

La preghiera è il punto di arrivo di ogni realtà cristiana perché è l’approdo in Dio.

"Andiamocene altrove". L’entusiasmo delle folle e la popolarità condizionano l’agire umano e impediscono la vera libertà. Chi vuole a tutti i costi suscitare applausi non riesce ad evitare i compromessi.

Gesù scarta le immagini false che la gente si fa del suo ruolo di guaritore. Egli taglia corto riguardo all’entusiasmo popolare.

Proprio perché Gesù sa sottrarsi ai primi frutti della sua missione, questa può estendersi per tutta la Galilea. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

Martedì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 1,40-45) commentato da P. Lino Pedron 

 

40 Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 41 Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42 Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.

Secondo la concezione ebraica, la lebbra era "la primogenita della morte" (Gb 18,13). Chi veniva segnato da questa malattia doveva tenersi separato dagli altri e non poteva avvicinarsi a nessuno. I lebbrosi erano lasciati languire lungamente in una lenta morte, e per giunta venivano infamati come peccatori, perché la lebbra era considerata il castigo di gravi peccati.

La legge ebraica dichiarava intoccabile un lebbroso, ma per Gesù non c’è legge che valga quando c’è di mezzo il bene di un uomo.

Gesù è la "buona notizia" di uno che tocca il lebbroso e lo guarisce. Egli è il medico venuto per guarire tutti i mali e tutti i malati (Mc 2,17).

Solo Gesù può liberare la nostra vita dalla lebbra che la devasta. Gli uomini e le leggi riconoscono il male e lo condannano, ma solo Gesù lo guarisce.

Il nostro diritto di accostarci al Signore non viene dal fatto di essere giusti e degni, belli e buoni, ma proprio dal fatto che siamo ingiusti e immondi, brutti e peccatori. Il diritto di precedenza è dato ai malati più gravi. Dio guarda il nostro bisogno, non il nostro merito.

Questo è il vangelo, la buona notizia che ci salva: Dio mi ama perché mi ama; la mia miseria non è ostacolo, ma misura della sua misericordia. Dio non è la legge che mi giudica né la coscienza che mi condanna: è il Padre che la vita, e mi ama più di se stesso, senza condizioni, così come sono. Il mio male non lo allontana, ma lo attira verso di me con un amore che non conosce altro metro che quello del mio bisogno. San Tommaso d’Aquino ha scritto: "Dio non ci ama perché siamo buoni, ma ci rende buoni amandoci".

Il comportamento antipubblicitario di Gesù ci ricorda un importante proverbio: "Il bene non fa rumore e il rumore non fa bene". Coloro che credono con umiltà, come la suocera di Pietro o il paralitico, non hanno bisogno di essere zittiti: servono e ubbidiscono. P. Lino Pedron, de.it.press

 

 

 

 

Appello del Papa: "Rispetto e basta violenza"

 

Oltre mille trasferiti nei centri di accoglienza. In molti ancora nascosti nei campi

Il pm Cisterna : "A sparare sono stati i rampolli della 'ndrangheta" - di Carlo Ciavoni

 

ROSARNO - Tutto sommato è  stata una notte tranquilla, quella appena trascorsa. La prima dopo tre giorni in cui, al comprensibile risentimento della popolazione di Rosarno contro il degrado atavico della loro città, s'è mischiato il subdolo e bestiale avvertimento della 'ndrangheta rivolto ai "negri", che si sono semplicemente ribellati allo stato di schiavitù nel quale sono costretti e che li costringe a  sgobbare 15-18 ore per 2 euro l'ora, nei campi dove si raccolgono arance che nessun altro vuole raccogliere a quel prezzo e, oltre tutto, sbattuti a sopravvivere in veri e propri lager, tuguri indecenti fatti di cartone e platicatra, tra fango e topi. 

 

La demolizione dei tuguri. E così, mentre anche Benedetto XVI grida forte, durante l'Angelus, che "gli immigrati hanno gli stessidiritti di tutti", i vigili del fuoco, intanto, hanno cominciato a demolire la baraccopoli dell'ex Rognetta, l'ex deposito alimentare alla periferia di Rosario, occupato dagli immigrati. Le ruspe hanno abbattutto le capanne dei raccoglitori di arance, all'esterno della fabbrica. Nelle prossime ore  -  è stato annunciato - verrà demolito anche il capannone principale, dove gli "schiavi" avevano costruito altre decine di tuguri e dove, molti di loro,  avevano contratto malattie alle vie respiratorie, provocate dal fumo prodotto dalle immondizie bruciate per riscaldarsi. Costretti a lasciare di corsa i loro "alloggi", hanno abbandonato tutto quel poco che avevano: decine di biciclette, utili per raggiungere i campi delle arance e dei mandarini, vestiti, pentole e utensili da cucina, bombole del gas. Ma anche letti, coperte, resti di cibo, centinaia di scarpe, valige... LR 10

 

 

 

Una pastorale per i giovani italiani in Europa

 

Londra - "La riflessione sulle attuali problematiche che coinvolgono i giovani italiani in mobilità, sempre più presenti nelle grandi città europee, è stata oggetto di un incontro, tenutosi recentemente a Londra, di un gruppo di missionari e missionarie operanti in Europa, coordinato da monsignor Giambattista Bettoni, delegato nazionale per le Missioni Cattoliche italiane nel Benelux e in Francia. L’incontro si è svolto nello stile di una tavola rotonda e ha preso le mosse dalla constatazione che le Missioni Cattoliche italiane in Europa diminuiscono e che forte è la difficoltà di programmare una pastorale giovanile in contesti che risentono profondamente del fenomeno della secolarizzazione". A riferirlo è padre Luciano Segafreddo in un articolo pubblicato nel numero di gennaio del Messaggero di sant'Antonio - edizione italiana per l'estero da lui diretto. Ne riportiamo di seguito il testo integrale.

"Parlando dei "giovani in mobilità", il riferimento è rivolto agli italiani, dai 20 ai 35 anni, di passaggio nelle grandi città europee o che soggiornano in esse per una durata relativamente breve (tre mesi, sei mesi, un anno). Non si fermano, però, solo per un’esperienza e spesso le loro permanenze si assommano per diventare periodi di qualche anno. Lo stacco dall’Italia diviene allora di lunga durata e rimane difficile offrire a questi giovani dei punti di riferimento a causa dei loro continui spostamenti e della forte tendenza a cercare contatti e incontri con coetanei di altre nazionalità.

Per i giovani italiani in mobilità per motivi di studio o per esperienze lavorative, il trasferimento nelle città europee comporta il rischio di un distacco dal cammino di fede e dalla partecipazione a una comunità ecclesiale.

Da parte della chiesa deve nascere allora un’attenzione specifica nei loro confronti ed è necessario che qualche missionario od operatore italiano attivo nei Paesi europei assuma l’impegno di divenire punto di riferimento per questi giovani, per offrire loro accoglienza nell’ambito di una comunità che li aiuti a mantenere viva e ad arricchire l’esperienza cristiana che portano con sé. Questo "impegno-programma" può rappresentare la continuazione e l’attualizzazione dello scopo delle Missioni Cattoliche italiane, nate per sostenere il cammino di fede per chi aveva lasciato la sua terra d’origine.

"Alla chiesa non può mancare l’entusiasmo di rivolgere la sua attenzione pastorale ai bisogni dei giovani in mobilità e a tanti professionisti che cercano lavoro o una più specifica qualificazione fuori d’Italia: è un’apertura al domani, un nuovo orizzonte nell’ambito della missionarietà", ha sottolineato don Gregorio Aiello, missionario in Belgio.

Don Antonio Serra, missionario in Inghilterra, ha aggiunto che "il Concilio Vaticano II aveva cominciato a mettere in marcia un altro modo di "essere chiesa", ma è mancata una messa in pratica delle intuizioni del Concilio. Oggi la secolarizzazione ha causato una profonda apatia, un disinteresse nei confronti del discorso religioso e un distacco dalla pratica religiosa. Tanto che, se qualche giovane residente all’estero, si affaccia a una chiesa, si sente quasi "fuori posto": mancano occasioni e stili di partecipazione per poter coinvolgere queste nuove generazioni".

"La possibilità di creare gruppo, comunità di giovani", ha continuato padre Francesco Zovi, missionario a Parigi, "è legata a una presenza che si dedichi a loro. Non si può pretendere di creare un gruppo se non ci si lascia contagiare dal "morbo giovanile"; essere con loro e, partendo da loro, diventare propositivi. E ciò è possibile se, nelle città europee d’arrivo, si riesce a creare una rete di persone che si occupano dei giovani, collegandoli, se possibile, alle Missioni classiche; creando contatti tra giovani figli di emigranti italiani e questi giovani in mobilità".

È importante anche conoscere i punti di partenza dall’Italia di questi giovani: le università, le loro comunità, rendendoci consapevoli che questa presenza giovanile chiede anche alle nostre Missioni un’apertura alla cattolicità e alla dimensione multiculturale. Un’apertura che ci rende consapevoli della necessità che la pastorale giovanile (in Italia e negli altri Paesi del continente), si apra alle problematiche e alle attese dell’Europa. Dopo circa un secolo dall’inizio dell’attuale organizzazione della cura pastorale dei migranti, i responsabili delle Missioni Cattoliche italiane operanti nel continente sono chiamati a decidere quali Missioni sostenere (e promuovere) e quali lasciare: l’impegno per gli studenti e i giovani professionisti italiani in mobilità può essere un criterio valido su cui basare la scelta per la continuità di questo impegno ecclesiale in una città specifica.

Le esperienze in atto.

A Bruxelles, un gruppo di giovani italiani, stagisti, studenti del Programma Erasmus o impiegati nelle istituzioni europee si incontrano ogni venerdì sera da monsignor Bettoni per un momento di preghiera e per approfondire problematiche con cui sono venuti a contatto nel loro lavoro settimanale. Padre Francesco Zovi mette in evidenza come in Francia, la presenza dei giovani in mobilità viva in contesti diversi. Grandi sono le differenze tra il mondo universitario di Grenoble, di Lione o di Parigi. Aumenta la domanda da parte delle grandi industrie di personale qualificato, specialmente giovane e con un notevole bagaglio culturale. Egli sottolinea l’importanza di creare "luoghi di aggregazione" frequentati dai missionari, e l’importanza oggi del punto d’incontro offerto da internet: un mezzo che deve entrare nell’orizzonte operativo del missionario, anche se rimane più coinvolgente l’incontro personale. Padre Renato Zilio, missionario scalabriniano a Londra, sottolinea l’importanza del coinvolgimento dei laici per il progetto a favore dei giovani in mobilità. Oltre all’informazione sul flusso dei giovani italiani a Londra per l’apprendimento dell’inglese, egli ha ricordato l’esperienza fatta a Ginevra con un gruppo composto da alcuni giovani in mobilità e altri giovani figli d’italiani della comunità locale. Scopo degli incontri, risultati positivi, è stato la conoscenza della città e delle sue diversità culturali, e il progetto di un viaggio in Marocco per incontrare e conoscere cultura, storia e religione diverse. "È nostro compito far gustare le ricchezze degli incontri multiculturali e delle molteplici esperienze che questi giovani hanno la fortuna di vivere".

Oltre a padre Zilio operano in Inghilterra anche don Antonio Serra, interessato ad allargare la proposta nelle città di Bradford, Liverpool e Manchester; e padre Antonio Belsito che ricorda l’impegno pastorale esteso anche ai giovani in mobilità del cappellano dell’Università di Leicester e di Nottingham. Interessante, infine, anche l’esperienza di suor Milva Caro in Germania dove la diocesi le ha affidato l’incarico della pastorale giovanile non solo delle comunità d’origine straniera ma anche di quelle autoctone. "La Germania è un Paese dove sta aumentando il distacco dei giovani dalla Chiesa e dal suo insegnamento morale. Ma dove, ciononostante, da parte dei giovani c’è una ricerca spirituale, anche se a volte non c’è chi offra loro una risposta adeguata".

Lavoro, formazione e confronto. Proposte per la pastorale giovanile italiana.

È possibile che la pastorale giovanile dell’Italia possa offrirci la possibilità di un collegamento delle Missioni Cattoliche italiane operanti nelle città europee a favore dei giovani che vogliono fare esperienze di studio e di lavoro fuori dall’Italia?

Sono necessari dei contatti con i responsabili della pastorale universitaria per conoscere più a fondo il fenomeno della mobilità (specie per quanto riguarda Erasmus) e per tentare di "passare parola" per possibili contatti e rapporti.

È importante il contatto con i movimenti che in Italia sono punti di riferimento per diversi giovani: esso darà la possibilità di conoscere i punti di riferimento e le piccole realizzazioni che già si stanno creando nelle città europee. Può essere l’inizio di un coordinamento di iniziative a livello europeo.

Sarebbe impensabile lanciare una richiesta di volontariato da parte di qualche giovane residente nelle parrocchie italiane? O di qualche stage (che permetterebbe sia la conoscenza della lingua che di altre realtà ecclesiali) proposto a qualche seminarista?

Uno dei maggiori problemi per i giovani che arrivano nelle città europee è trovare un alloggio (sia a Parigi che a Bruxelles la cosa non è facile). Forse è più facile in Inghilterra dove da tempo è già diffuso il concetto di "persona alla pari". A tale scopo si potrebbe mettere in piedi un servizio d’informazione con l’aiuto di un piccolo gruppo di giovani e con una lista di possibilità d’alloggio. Una proposta, questa, che potrebbe coinvolgere anche le comunità italiane di vecchia emigrazione che potrebbero divenire "comunità accoglienti". Tecnicamente tale ipotesi è praticabile dato che ormai le case, dopo la partenza dei figli per formare una loro famiglia, sono vuote. Se questo progetto si potesse realizzare, sarebbe un concreto aiuto ai giovani in mobilità: rappresenterebbe un aiuto economico per le famiglie che li accolgono, e una certa sicurezza per le famiglie d’origine per le quali la partenza dei figli dall’Italia è motivo di qualche apprensione.

Certamente in questo possibile servizio noi missionari restiamo solo "ponti" e non organizzatori di servizi.: amici che seguono il cammino e le scelte di questi giovani italiani all’estero affinché con la loro permanenza possano aprirsi a orizzonti europei e mondiali e arricchire la loro esperienza di fede attraverso il confronto con altre chiese e con altri modi di esprimere e vivere la fede, contribuendo così, dopo il rientro, alla crescita di una chiesa sempre più cattolica". (aise) 

 

 

 

 

«Serve più umanità verso gli immigrati».

 

Monsignor Schettino: «Introduciamo un permesso di soggiorno temporaneo»

 

CITTA’ DEL VATICANO - «A Rosarno è in atto una guerra tra poveri?» Monsignor Bruno Schettino, vescovo di Capua, presidente della Fondazione Migrantes della Cei, non ce la fa a trattenersi. «Perchè non introdurre un permesso di soggiorno temporaneo, per dare ai clandestini un anno di tempo per cercare lavoro? Terminati i 12 mesi si fa una valutazione con la possibilità di respingere il clandestino nel suo Paese d’origine se non ha trovato niente».

Non sono troppi i clandestini nel nostro Paese?

«Si può essere clandestini in un dato territorio nazionale, ma di sicuro non davanti a Dio. Gli immigrati clandestini sono persone e le persone devono sempre avere la precedenza su tutto».

Anche sulle leggi?

«Si. Anche se si tratta di norme giuste».

Il Ministro Maroni afferma che in passato c’è stata troppa tolleranza..

«Ciò che sta accadendo sul fronte dell’immigrazione mi preoccupa. Col ministro Maroni non ho mai avuto la possibilità di parlare. Ho incontrato, invece, varie volte il sottosegretario Mantovano».

Le leggi sull’immigrazione sono adeguate alla situazione?

«Ha presente l’Antigone? In questa tragedia greca affiora il rapporto difficile tra legalità e humanitas. Ecco, penso che, anche in questo settore, dovrebbe essere posto più in evidenza l’humanitas. Persino nelle leggi più restrittive il principio non dovrebbe mancare. In altre parole, col nuovo umanesimo, si potrebbe superare la dualità, trovando un nuovo equilibrio tra accoglienza e rispetto dei diritti e dei doveri».

Ha visto costa sta succedendo a Rosarno? La gente è esasperata...

«L’anno scorso a Castelvolturno è successa una cosa simile. Hanno sparato contro gli immigrati. Una guerra tra poveri, proprio come a Rosarno. Una lotta che genera altra sofferenza. Bisogna praticare la virtù della pazienza, sapendo che il dolore accomuna tutti».

Ma non hanno ragione gli abitanti di Rosarno?

«Certo che ce l’hanno. Ma hanno ragione anche gli immigrati, perchè entrambi hanno doveri e diritti inalienabili. Forse la burocrazia dovrebbe avere maggiore attenzione alle sofferenze oltre che una maggiore apertura e flessibilità. A volte i clandestini sono coloro che non sono riusciti a superare le difficolta burocratiche. La legalità è importante, ma è importante anche la solidarietà».

La Chiesa è accusata di avere un atteggiamento troppo buonista..

«A me interessa il problema umano. C’è gente bistrattata, sofferente, respinta, che cerca di sopravvivere. Questo è il problema che io vedo.

La Chiesa è favorevole a dare la cittadinanza ai bambini nati sul nostro territorio?

«Sarebbe una cosa giusta per quei piccoli che nascono in Italia, crescono sul nostro territorio, parlano la nostra lingua». FRANCA GIANSOLDATI  IM 9

 

 

 

 

Rosarno, l'omelia di don Pino: "I cristiani aiutano chi sbaglia"

 

Nel Duomo molti più fedeli del solito e il sacerdote sottolinea che mancano gli immigrati  - "Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati" - "Se siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa" – di DANIELE MASTROGIACOMO

 

Rosarno -  E' domenica, giorno di festa ma anche di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po' stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la caccia all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le ruspe dei vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il piccolo campo dove vivevano trecento immigrati africani. Nella parte alta, davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo. Sono le 10 e per la prima volta, dopo tante settimane, la chiesa torna a riempirsi di fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file. Gli adulti, molti anziani, dietro. Sulla sinistra c'è ancora il presepe, la grotta, Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e l'asino. Sui nastri rossi che l'avvolgono ci sono  parole che in queste ore acquistano ancora più valore. Solidarietà, tolleranza, rispetto, pace, uguaglianza.

 

Don Pino Varrà, parroco di Rosarno, parte da lontano. Afffronta la parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La nascita, il riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che intuiscono, che si aspettano qualcosa. Nelle ultime file sostano gli uomini del paese. Molti, in questi  giorni, hanno partecipato alle violenze, hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato man forte ai blocchi sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di Rognetta e poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex oleificio trasformato in un campo di disperati.  Adesso sono qui. Cercano conforto e comprensione.

 

 

"Bisogna aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E in questi giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più. Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani". Il parroco lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto". Allarga le braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno". Don Pino sospira, si rivolge ai bambini. "Lo vedete anche voi. Non c'è John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica". I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno cacciati".

 

E' il culmine dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del rimprovero: "Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e reazioni che non sono da cristiani. E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere sentimenti di odio e di disprezzo".

 

Il parroco adesso è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più smarrito. Alza la voce, come un tuono: "Possiamo anche dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con  forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano. Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo la forza di ribbellarci ai soprusi e alle ingiustizie e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi figli".

 

Il Duomo è avvolto da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le gambe. Don Pino è stato chiarissimo. Ha colpito nel segno. E' riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non mi ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le sentivo. Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi. Ma da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha assistito alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi figli. Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno aiutati a non sbagliare più". LR 10

 

 

Giornata Mondiale delle Migrazioni, “Il minore migrante rifugiato, una speranza per il futuro”

 

Quest’anno sarà la Campania ad ospitare le celebrazioni in Italia - Conferenza stampa di presentazione il 12 gennaio presso Radio Vaticana

 

ROMA – La Giornata Mondiale delle Migrazioni sarà presentata in conferenza stampa a Roma il 12 gennaio alle ore 12 , presso la Sala Marconi di Radio Vaticana (piazza Pia 3). La Giornata sarà celebrata il 17 gennaio e avrà come tema “Il minore migrante rifugiato, una speranza per il futuro”. Quest’anno sarà la Campania ad ospitare le celebrazioni in Italia.

Alla conferenza stampa di presentazione interverranno mons. Bruno Schettino, arcivescovo di Capua e presidente CEMI-Migrantes; mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes. Moderatore sarà mons. Domenico Pompili sottosegretario e portavoce CEI (Inform)

 

 

 

 

Rispetta il creato per costruire la pace

 

Ciò che manca in molte nazioni, nelle famiglie, nella società. Spetta a noi impegnarsi per un 2010 più sereno e pacifico

 

Benedetto XVI per la XLIII Giornata Mondiale della Pace, che si è celebrata a Capodanno, ha intitolato il suo messaggio “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, mettendo in rapporto di causa ed effetto due aspetti apparentemente non legati tra loro. E colpisce, nel titolo, l’uso del “tu” con il quale ha inteso sottolineare la responsabilità di ciascuno di noi, funzionario pubblico o comune cittadino, alla cura dell’ambiente e allo sviluppo di quella serena convivenza che ancora manca nel mondo. Un invito esplicito derivante, tra l’altro, dalla constatazione che l’anno appena terminato ha registrato molte catastrofi naturali; ma soprattutto tanti eventi dolorosi dovuti alla “crudeltà dell’uomo sull’uomo: guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani”; e “non meno preoccupanti minacce originate dalla noncuranza - se non addirittura dall’abuso - nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito”.

   Una connessione non nuova, quella del Papa, più volte espressa anche dai suoi predecessori. Tra i quali Paolo VI, secondo il quale, se l’uomo spadroneggia sulla natura, “rischia di distruggerla e di esserne a sua volta vittima”; e Giovanni Paolo II, il quale 20 anni fa rilevò “la crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata... anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura”. E’ Benedetto XVI a citarli, per chiarire un collegamento a prima vista poco evidente: i comportamenti collettivi o individuali mettono a rischio la salute del pianeta e creano un degrado ambientale dovuto alla mancanza di progetti politici lungimiranti o al perseguimento d’interessi economici che si trasformano in seria minaccia per alcune popolazioni.

   “L’ambiente - scrive il Papa - è specchio dell’Amore creatore di Dio”, quell’Amore che - qui cita Dante - “move il sole e l’altre stelle. E’ un Suo dono a tutti, il cui uso comporta una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le generazioni future”.

   E’ compito della Chiesa ricordare la relazione tra il Creatore, l’essere umano e il creato. Un appello oggi particolarmente necessario, stante la desertificazione operata dall’uomo, da cui dipendono il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, nonché il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali. Da qui la necessità di sconfiggere il “materialismo e nichilismo che diffondono un senso del nulla che tende ad intossicare l'umanità”, e che producono “il crescente fenomeno dei cosiddetti profughi ambientali, persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare… per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato”. Che danno origine ai “conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali”. Ed anche a quei comportamenti che “hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo”. Donde l’appello “per un governo responsabile e condiviso dell’ambiente e delle sue risorse”.

   A ragione il Pontefice afferma che “l’armonia tra il Creatore, l’umanità e il creato è stata infranta dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio. Tutto ciò che esiste appartiene a Dio che lo ha affidato agli uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente. Il Creatore ha affidato all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare”. E rispettare il “creato” significa anche rifiutare la fecondazione artificiale, la clonazione, l’aborto e tutte quelle prassi oggi consentite dal progresso della scienza e della tecnologia. Logico quindi l’invito alla “adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano”. Che comporta un “profondo rinnovamento culturale”. Occorre cioè vincere la crisi morale e culturale di cui soffre il mondo d’oggi; abbattere la presunzione di potersi equiparare a Dio, ripetendo così il peccato di Adamo ed Eva.

   E’ evidente il riferimento ai diffusi comportamenti degli Occidentali, che incidono sul degrado ambientale; agli stili di vita e di consumo dominanti che rendono indispensabili e non rinviabili il cambiamento di mentalità e l’educazione a costruire la pace. A livello personale, familiare, comunitario e politico. Il Papa incoraggia a “ricercare le modalità più efficaci per sfruttare la grande potenzialità dell’energia solare”; a mettere in atto “appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie”; a predisporre “idonee politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti”; a risolvere la “questione ormai planetaria dell’acqua e del sistema idrogeologico globale, il cui ciclo riveste una primaria importanza per la vita sulla terra”; ad educare i giovani “a rispettare se stessi” e a convincerli della “inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione”; ad aver rispetto della dignità della persona e dell’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo” e alla difesa della natura; a rafforzare “i legami familiari”; a lottare “contro la povertà e la corruzione”. Perché il degrado dell’ambiente è connesso alla cultura che modella la convivenza umana.

   Questo significa che la pace bisogna guadagnarsela, liberandosi da ogni forma di egoismo, consumismo, sfruttamento, offesa alla dignità dell’uomo e all’integrità della natura. C’è da sperare che l’invito del Papa faccia breccia nell’animo di tutti noi e che, di conseguenza, il 2010 sia meno funesto di quello appena concluso. E con questa speranza auguro ai miei lettori un sereno Anno Nuovo.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Presepe senza Re magi. Il motivo? "Respinti alla frontiera con altri immigrati"

 

"I re magi non arriveranno perché respinti alla frontiera, insieme agli altri immigrati". E' il cartello che è stato posto dal direttore della Caritas diocesana di Agrigento, Valerio Landri, nel presepe allestito all'interno della cattedrale di San Gerlando. Il religioso assicura di non voler fare polemica politica e aggiunge che l'idea è stata concordata con l'arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco Montenegro.

"Il cartello - spiega il religioso - è una provocazione per far riflettere. Siamo consapevoli del fatto che in materia di immigrazione clandestina sia necessaria una regolamentazione, ma bisogna capire che se questi uomini fuggono dalle loro terre lo fanno solo per disperazione e paura e dunque occorre anche saper accogliere".

"Se Gesù Bambino volesse venire da noi, oggi, nel 2010 - conclude il direttore della Caritas - molto probabilmente anche lui sarebbe respinto alla frontiera, così come accade a centinaia e centinaia di nostri, poveri, fratelli". Ansa 5

 

 

 

 

Oltre i buoni propositi. Sarà il 2010 l'anno della ripresa non solo economica?

 

"Sembra che la lievitazione progressiva della litigiosìtà politica fino al metodo dell'insulto sistematico e dell'odio personale e violento, abbia raggiunto finalmente una qualche svolta di civiltà". È quanto ha affermato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al "Te Deum" di fine anno. Il cardinale ha rilanciato i "ripetuti appelli per quel confronto rispettoso e non ideologico che deve caratterizzare la vita politica di ogni società veramente democratica". Come già in altre occasioni è stato molto esplicito nell'interpretare il senso di smarrimento collettivo che serpeggia, anche per gli effetti della crisi economica: "La fiducia ne risente e la coesione sociale ne resta intaccata, quella coesione che se è sempre doverosa, tanto più è necessaria nei momenti di difficoltà". D'altro canto, il card. Bagnasco non ha mancato di sottolineare come "la gente non s'arrende: vuole uscire da questa contingenza non come prima, ma meglio di ieri, più saggia e più determinata nel perseguire le cose e i valori che contano". Questo è forse il punto e il pungolo, anche per le forze politiche. Non molto dissimile la posizione espressa dal presidente della Repubblica in un messaggio di fine anno apprezzato in modo pressoché unanime, in cui esortava tutti a prendere sul serio le possibilità che si aprono con il nuovo anno, sul terreno istituzionale, come su quello economico-sociale.

Mancano pochi giorni alla definizione delle candidature per le elezioni regionali, ormai imminenti. Le difficoltà che gli schieramenti denotano nelle proposte sono un segno eloquente. D'altra parte, le cronache degli ultimi mesi hanno dimostrato che il gioco al rialzo delle polemiche e del conflitto non porta da nessuna parte. Per chi non punta a modeste e marginali rendite elettorali le polemiche non servono. Occorre invece guardare un po' più avanti degli interessi a corto raggio.

D'altro canto, non servono deprecazioni e predicazioni: occorre mostrare concretamente che portano più voti programmi, progetti e realizzazioni concrete che non la declamazione retorica o la sterile contrapposizione amico-nemico.

Per fare la giustizia, ammonisce costantemente il Papa, occorrono i giusti. Così per un dibattito politico di qualità occorre aumentare la qualità complessiva di tutti gli attori e il tono.

Abbiamo letto in questi giorni che i buoni propositi per il nuovo anno non servono: questo può essere, più che un buon proposito, un impegno collettivo, in particolare da parte dell'opinione pubblica: battersi per la qualità, esigere, da tutti, e prima di tutto dalla politica, una qualità adeguata. Sanzionando tutti coloro che tentano o tendono a speculare al ribasso. FRANCESCO BONINI

 

 

 

Il vescovo evangelico Margot Kässmann: ingiusta la guerra in Afghanistan

 

Margot Kässmann, vescova di Hannover e presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (EKD), ha definito la guerra in Afghanistan come ingiusta e ha chiesto il ritiro dei 4.400 militari tedeschi impegnati nella missione Isaf della Nato. Il netto giudizio di Margot Kässmann si aggiunge al crescente coro di polemiche a livello politico contro il possibile aumento di truppe che Berlino sta valutando.

“Non c'è una guerra giusta. Non posso legittimarla da un punto di vista cristiano”, ha affermato Kässmann in un'intervista al quotidiano Berliner Zeitung. In un messaggio su altri giornali e in televisione, Kässmann ha ribadito che il conflitto in Afghanistan non è giustificabile. “Tutto quello che bisognerebbe chiedersi è come condurre un ritiro ordinato e trovare una soluzione civile”, ha detto la presidente della Ekd, che riunisce 25 milioni di cristiani protestanti tedeschi.

La Germania è al terzo posto - in base al contingente di militari inviato - tra i Paesi presenti in Afghanistan dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Finora il Parlamento di Berlino ha autorizzato un massimo di 4.500 militari (ve/agenzie)

 

 

 

 

Egitto, strage di cristiani copti. Frattini: "Orrore e riprovazione"

 

All'origine dell'accaduto forse una vendetta per un episodio di stupro di una dodicenne musulmana - E' stata aggredita da un uomo della minoranza copta. Violenti scontri di piazza tra cristiani e polizia

 

IL CAIRO - E' salito a nove il bilancio delle vittime dell'aggressione ai cristiani copti che uscivano dalla messa della vigilia del Natale ortodosso ieri sera a Nagaa Hamadi, un villaggio dell'Alto Egitto. Secondo fonti di polizia, oltre ai sei cristiani copti e un agente di polizia uccisi nella sparatoria di ieri sera, altre due persone sono morte in seguito alla ferite riportate. Fonti della sicurezza locale hanno reso noto che due uomini armati avrebbero fatto fuoco da un veicolo sulla folla che lasciava la chiesa della Vergine Maria, dove aveva assistito alla celebrazione natalizia, che per i fedeli della chiesa copta cade appunto il 7 gennaio. Secondo il ministero dell'Interno egiziano l'attacco sarebbe una vendetta per un episodio che risale a due mesi fa: lo stupro di una dodicenne musulmana da parte di un uomo appartenente alla minoranza cristiana copta della città.

 

Sarebbe stato identificato da testimoni l'uomo che ha guidato l'assalto armato, ma stamattina alcune centinaia di cristiani - fino a duemila secondo la tv Al Jazira - si sono raccolti per manifestare contro l'aggressione di ieri notte. La manifestazione ha avuto luogo di fronte all'ospedale dove erano stati portati i corpi delle vittime. I manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti antincendio, mentre le indagini per identificare l'omicida procedono serrate.

 

"Le violenze perpetrate contro la comunità cristiana copta in Egitto suscitano orrore e riprovazione", afferma il titolare della Farnesina, Franco Frattini commentando le drammatiche notizie che provengono da Nagaa Hamadi. "La comunità internazionale - continua il ministro degli Esteri italiano - non può restare indifferente deve mai abbassare la guardia di fronte all' intolleranza religiosa, che costituisce una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L' Italia intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto, quale assoluto ed irrinunciabile valore di civiltà".

 

Espressioni di solidarietà anche dal presidente dell'Udc Rocco Buttiglione.  "Massima solidarietà alla Chiesa Copta d'Egitto, colpita nel giorno di celebrazione del Natale ortodosso da un drammatico episodio di violenza, che ci ricorda le difficoltà che vive quotidianamente quest'antica chiesa cristiana d'Egitto. Chiediamo a tutti di mantenere la calma e di non cedere allo spirito di vendetta, ma chiediamo soprattutto al governo egiziano di perseguire con la massima serietà i responsabili dei crimini, e di garantire la piena libertà religiosa a tutti i suoi cittadini, con una particolare attenzione al rischio di discriminazione che vive la Chiesa copta".

 

Intanto si sono svolti tra straordinarie misure di sicurezza i funerali di sei fra le nove vittime. I corpi delle vittime sono stati trasportati dall'ospedale alla chiesa di Mario Hanna El Habibb dove si è svolta la cerimonia funebre prima che fossero sepolti. Per motivi di sicurezza le forze dell'ordine hanno deciso di ridurre il numero dei copti che potevano partecipare al funerale. Secondo un rapporto di Amnesty International gli attacchi ai danni della minoranza copta in Egitto, che conta fra i sei e gli otto milioni di fedeli, sono molto aumentati negli ultimi due anni. LR 7

 

 

 

 

Sinodo del Medio Oriente. Nel segno dell'unità

 

Nel 2010 l'Assemblea del Sinodo dei vescovi convocata da Benedetto XVI

 

"Parlando di pace, il pensiero va, in primo luogo, alle regioni del Medio Oriente. Colgo pertanto l'occasione per dare l'annuncio dell'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, da me convocata e che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema: 'La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola' (At 4,32)". Così Benedetto XVI annunciò, il 19 settembre 2009, nell'incontro con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori orientali, l'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi. Come riferito il 14 dicembre scorso dalla sala stampa della Santa Sede, a seguito della seconda riunione del Consiglio presinodale del 24 e 25 novembre, il testo dei Lineamenta "è ormai prossimo alla stesura finale". In quella sede i partecipanti all'incontro avevano dedicato "ampio spazio anche al tema dell'approfondimento della comunione nella Chiesa cattolica e, in particolare, nelle e tra le Chiese patriarcali e il Patriarcato latino di Gerusalemme, come pure nelle Conferenze episcopali dei Paesi del Medio Oriente. Di grande importanza è favorire sempre più la comunione, reale sebbene ancora non piena, con le altre Chiese e comunità ecclesiali". Di questo appuntamento il SIR ha parlato con mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, Iraq, che a gennaio 2009, nel corso della visita ad limina dei vescovi iracheni, chiese a Benedetto XVI di convocare questo Sinodo.

 

Mons. Sako, siamo nell'anno del Sinodo. Quali i suoi auspici?

"Sarà un tempo forte; importante è la scelta di porre al centro il tema della testimonianza. Le Chiese orientali devono essere consapevoli della propria missione ed avere la preoccupazione e la cura del futuro del Vangelo in queste terre. C'è il rischio di perdere di vista l'annuncio evangelico relegando, di fatto, la presenza cristiana alla sfera liturgica. Ogni Chiesa, invece, ha la missione di rendere testimonianza altrimenti non è Chiesa. La Chiesa è sempre mandata ed è la Chiesa che forma i messaggeri del Vangelo. Essa è il luogo in cui i fedeli condividono le loro esperienze spirituali e si sostengono gli uni gli altri nel rendere testimonianza".

 

Cosa rende difficile alle Chiese orientali di dare una piena testimonianza evangelica?

"Con la diffusione dell'Islam abbiamo perso dinamismo nell'annunciare il Vangelo. Per questo siamo chiamati a trovare modi nuovi e adatti a riflettere i valori cristiani. È anche una questione di linguaggio, occorre cercare un vocabolario chiaro e comprensibile per comunicare la nostra fede. La Chiesa del Medio Oriente deve poter parlare a tutti, e non solo ai cristiani. Le Chiese non sono a base etnica. La nostra lingua non deve essere lontana dalla gente, dobbiamo rinnovarci nel linguaggio per fornire risposte giuste e chiare. Da qui la necessità di formare i nostri fedeli affinché vivano concretamente il Vangelo. L'esempio, infatti, influisce più delle parole".

 

Dal tema scelto, tuttavia, appare chiaro che un punto chiave dei lavori sinodali sarà rappresentato dall'urgenza della comunione tra le Chiese mediorientali, come a dire che la testimonianza passa attraverso la comunione…

"Comunione significa anche unione tra i cristiani, la divisione è uno scandalo. Gli stessi musulmani ci chiedono perché siamo divisi. A livello teologico e dogmatico sono unite, ma serve anche un'unità ecclesiale, alla quale giova anche una pastorale comune, unificata in lingua araba. Le nostre sono piccole Chiese che per vivere devono collaborare, senza cooperazione non c'è futuro".

 

Oltre al dialogo tra le Chiese sarà dibattuto anche il tema dei rapporti con ebrei e musulmani. A suo parere quanto è importante il dialogo interreligioso per la vita dei cristiani mediorientali?

"Ci sono tanti pregiudizi e tanta ignoranza fra di noi. Ogni azione volta a spiegare chi siamo, rispondente al dialogo e alla conoscenza reciproca sarà positiva ed avrà un alto valore. Senza il dialogo con l'Islam non abbiamo futuro. E lo stesso vale con l'ebraismo. Le Chiese mediorientali possono, anch'esse, favorire una giusta soluzione al problema israelo-palestinese. È importante che i cristiani orientali rimangano in questa regione, essi fanno parte della grande eredità della Chiesa universale, la loro fuga all'estero è una perdita notevole per tutta la Chiesa". DANIELE ROCCHI

 

 

 

Nell’anno sacerdotale. Una fraternità da riscoprire

 

Non potrò dimenticare facilmente quando anni fa presi da Parigi il treno di notte per essere il giorno dopo nel Veneto. Era per il funerale della mamma di una nostra suora, che collaborava con noi in Francia. Sorpresa infinita per lei rivedermi nel suo paesetto, al mattino. Lo fu anche per la gente, ma in un altro senso.

Una chiesa gremita di popolo, una famiglia ben conosciuta, una concelebrazione silenziosa e un parola possente, onnipresente del parroco, che ero andato a salutare per primo, appena arrivato. Non mi venne chiesto, però, di aggiungere neppure un cenno di saluto, una parola di solidarietà o un messaggio di speranza. Ricordo di aver preso sottobraccio, allora, quell’anziana suora e di averla accompagnata al cimitero nel lunghissimo corteo a piedi. Notai, tuttavia, la sorpresa della gente nel vedere un missionario con un atteggiamento tanto familiare, ma passato via in silenzio come un’ombra. La vidi restare sospesa a un inquieto domandarsi: “Ma chi è?!” Forse, per un missionario l’essere presente è già una testimonianza sufficiente.

Una domenica, mi fu offerto da un giovane prete che conoscevo bene di celebrare nella sua parrocchia. Tutto seguì la routine. Il giovane in sacrestia automaticamente si vestiva, presiedeva la celebrazione domenicale, arringava l’assemblea, mentre dietro lo seguivo come un agnellino. Solo verso la fine presi il coraggio e gli soffiai in un orecchio l’idea di un breve saluto al popolo. Oh sì, senz’altro, mi fa delicatamente, non ci avevo pensato!  Forse, riflettevo, un missionario in una parrocchia normale non ha nulla da aggiungere.

Semplici dettagli che amo osservare. Anche perchè quando un sacerdote arrivava nella mia parrocchia italiana all’estero, pur all’ultimo istante amavo proporgli subito di presiedere la nostra celebrazione e di rivolgere all’assemblea una parola o più. A volte, percependo la sua incertezza, aggiungevo subito: “Vede, ormai sono così abituati alla mia voce che forse sono anche un po’ stanchi di me!” Detto questo, come per miracolo, il sacerdote immediatamente cedeva. Ma ero cosciente che un volto e un messaggio da fuori facevano crescere segretamente il mio gregge. Sì, in missionarietà e in apertura di orizzonti, in nome dell’unico Signore e della medesima fede. Oltre che di una bella, seppure improvvisata, fraternità. L’esempio di accoglienza e di apertura che sanno dare i pastori fa crescere il popolo di Dio ancor più delle loro parole.

Così, vado spesso con la memoria a un incontro con un gruppo di giovani della diocesi, che mi lasciò un segno profondo. Pure, in loro, penso, studenti seri, sensibili e in ricerca vocazionale. Per me fu un autentico test: insieme ad altri sette o otto religiosi, cioè un francescano, un comboniano, una suora... stavamo di fronte a loro con una leggera ansietà, come pronti per un esame. Avevamo il compito di spiegare sinteticamente il nostro carisma, il senso della nostra vita e, poi, rispondere alle loro domande. Ricordo ancora come ascoltavo ad occhi chiusi le brevi, essenziali parole dei miei partner con un’ammirazione che mi commuoveva. Sentendo anche il loro sforzo di usare un linguaggio non antico, ingessato, ma fresco, attuale e attraente per dei giovani. Una vera sfida. Essa ci interpellava a “dire le ragioni della nostra speranza” come ricordava Pietro. Sì, le nostre ragioni di sperare, di combattere e di resistere in terra di missione. O in qualsiasi altra prima-linea della società di oggi, dove il nostro carisma ci chiamava a vivere. Era una parola franca, aperta e fraterna, che mi aiutò interiormente a crescere.

Una testimonianza vera, infatti, fa crescere sempre ambedue: colui che ascolta e colui che parla. Acquista il misterioso sapore del Magnificat e narra le meraviglie compiute dal Signore stesso nel terreno dell’umiltà, della povertà o della miseria che ci accompagnano.

Dare la parola a un missionario come a un fratello che viene da fuori o da lontano è un gesto grande, bello e vitale. La Chiesa intera ve ne sarà riconoscente. È questo, in fondo, il suo modo più bello e fraterno di crescere in universalità. Sì, in cattolicità.

Renato Zilio, missionario scalabriniano (de.it.press)

 

 

 

Il nostro "sogno". SIR Europa: nove anni d'informazione europea

 

Da nove anni camminiamo, da giornalisti, sulle strade d'Europa incontrando volti, esperienze, problemi ed attese.

Corrispondenti e inviati sono in rete con noi da molti Paesi europei, da Bruxelles e Strasburgo.

Un laboratorio di informazione europea che ha la possibilità, meglio il dono, di ascoltare e raccontare dal vivo la vita delle Chiese e delle Istituzioni europee.

Una ricchezza che professionalmente si traduce in un'informazione pensata, sobria ed essenziale per mettere in luce una vivacità e una diversità che dicono quanto le radici cristiane in Europa non solo siano vive ma generino vita e pensiero.

Con la convinzione, tra l'altro, che non ci sono in Europa Chiese "forti" e Chiese "deboli" ma c'è un'unica Chiesa che nelle sue espressioni sul territorio si confronta con sfide comuni e nel contempo con sfide che vengono da specifiche situazioni sociali, culturali e politiche.

Una Chiesa di molti colori che, illuminati da un'unica luce, prende la forma di un quadro il cui soggetto è quella speranza che il tempo non spegne.

Chiese dell'Est, dell'Ovest, del Nord e del Sud: indelebile immagine della croce da cui a ogni uomo viene il messaggio di eternità.

Camminiamo sulle strade d'Europa con quella passione che chiede, anche a noi giornalisti, un supplemento di responsabilità.

Ci accompagnano due pensieri.

Benedetto XVI il 24 marzo 2007 ricordava: "Voi sapete di avere il compito di contribuire a edificare con l'aiuto di Dio una nuova Europa, realistica ma non cinica, ricca di ideali e libera da ingenue illusioni, ispirata alla perenne verità del Vangelo".

Un invito  a guardare all'Europa con occhi diversi da quelli di un euroscetticismo e di un pressapochismo che, purtroppo, si insinuano anche nel tessuto ecclesiale.

L'altro pensiero viene, in perfetta sintonia con il precedente, da Giovanni Paolo II che nella "Ecclesia in Europa" scriveva: "La Chiesa cattolica è convinta di poter dare un singolare contributo alla prospettiva dell'unificazione. […] In quest'ottica è necessaria una presenza di cristiani adeguatamente formati e competenti nella varie istanze e istituzioni europee".

Il Papa delle "radici cristiane" e dei "due polmoni" affida soprattutto ai laici il compito di non fermarsi alle pur giustificate apprensioni per le fragilità dell'Unione europea, ma di ritrovare le ragioni di un impegno politico che, ricorda il Concilio, è una forma alta ed esigente di carità.

Certamente si vorrebbe un'Ue che si esprima a una sola voce per la vita in ogni sua stagione e condizione, per la pace, la giustizia e la solidarietà in ogni angolo del mondo.

Nelle tensioni in Medio Oriente e in Africa come nella difesa dell'ambiente, nella tutela dei diritti umani come nel sostegno ai più colpiti dalla crisi economica, avremmo voluto e vorremmo sentire il polso di un'Europa adulta. È vero, c'è molta strada da percorrere e, proprio per questo, ai cristiani, ricordano Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, non è consentito stare ai bordi della storia.

Nel nostro cammino, in verità, abbiamo incontrato uomini e donne che avvertono la difficoltà ma anche la grandezza di quest'ora, che non esitano a spendersi per la costruzione della casa europea ben sapendo che si arriverà al tetto quando si supereranno gli egoismi nazionali e i luoghi comuni.

Abbiamo dato voce a persone consapevoli che un'impresa difficile, come indubbiamente è quella europea, è comunque un'impresa possibile, quindi doverosa.

Da nove anni camminiamo, da giornalisti, con questa convinzione, con questa inquietudine.

Abbiamo nel cuore e nel pensiero le parole di Maria Romana De Gasperi che nell'ottobre scorso a Danzica, intervenendo alle prime giornate sociali europee, ricordò che suo padre non era un sognatore, aveva un "sogno". Così è stato per Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet e per tutti gli altri padri della comunità europea.

Il loro "sogno" è stato l'avere pensieri  grandi e il coraggio di tradurli in scelte politiche immediatamente dopo l'immane tragedia che aveva spaccato l'Europa.

Anche noi, assai più modestamente, abbiamo un "sogno". Nel raccontare le Chiese e le Istituzioni europee vorremmo suscitare e alimentare, un pensiero europeo ispirato, non nostalgicamente, da quello dei padri e orientato dal magistero di una Chiesa che sta con amore dentro la storia. PAOLO BUSTAFFA, direttore SIR Europa

 

 

 

 

Treviso, bastonati perché cattolici: «Infedeli, vi dovrei ammazzare»

 

Tre giovani di Cappella Maggiore picchiati e minacciati da una banda di albanesi. Ora vivono nella paura - di Roberto Ortolan

 

TREVISO - Bastonati perché cattolici. È accaduto la notte di Capodanno a Cappella Maggiore, centro vicino a Vittorio Veneto. L’incubo lo hanno vissuto tre giovani, due sorelle albanesi e un italiano, mentre stavano festeggiando in casa il nuovo anno, insieme a una ventina di amici, italiani e non, alcuni dei quali picchiati da una banda di albanesi tanto da dover ricorrere ai medici del Suem. Ma l’incubo si è rinnovato due giorni dopo: a notte fonda, un individuo si è introdotto nell’abitazione e ha tirato due pugni al volto al padrone di casa, mentre stava dormendo. Ora i tre giovani vivono nel terrore.

 

«Siete infedeli. Se foste mie figlie vi avrei già uccise. Prostitute!». La prima minaccia alle ragazze. «A te taglierei la gola - la seconda rivolta all’amico - ma avremo presto la resa dei conti. Finirete male! Uno di noi è di troppo sulla terra». «Queste sono alcune - raccontano Rica e Lorena Suele - delle parole che ci hanno scagliato contro». Ad accendere la miccia, il baccano proveniente dal veglione organizzato dai ragazzi (autorizzati dai vicini). Ma le differenze culturali, religiose e di stile di vita avevano creato da tempo un solco profondo tra le due "famiglie", incrinando i rapporti di buon vicinato. Giunte in Italia da piccole, Rica e Lorena sono cattoliche e ora abitano da sole. Una scelta inaccettabile per i vicini, sempre albanesi ma musulmani. «Ci giudicano male - spiegano le sorelle - perché ci siamo adeguati alla cultura italiana». Da qui l’esplosione di rabbia.

 

«Alla mia richiesta - precisa Massimo Feltrin, il coinquilino - di esprimersi in italiano il vicino mi ha preso per il collo e mi ha detto: ti taglio la gola». Subito dopo sono arrivati i rinforzi: un gruppo di albanesi con quattro auto, armati di mazze e martelli. «Erano in cinque - chiarisce Lorena - e hanno dato una mazzata sulla schiena a un nostro amico. Un’amica l’hanno colpita alla gamba. Hanno picchiato anche me e mia sorella». Due giorni dopo, di notte, un individuo si è introdotto in casa dopo aver forzato una finestra e ha colpito Feltrin mentre dormiva, lasciandolo privo di sensi e con la faccia insanguinata. Indagano i carabinieri, allertati dai ragazzi che cercano una nuova casa. IM 10

 

 

 

 

In Olanda non c'è più posto per il bambino Gesù. O invece sì

 

Chiese che non sono più chiese ma condominii, negozi o moschee. Un cattolicesimo in pericolo di sparire. Un reportage da Amsterdam con un'intervista al cardinale Simonis: "Dobbiamo ricominciare da capo"  - di Sandro Magister

 

ROMA  – Fino a mezzo secolo fa, il cattolicesimo olandese e fiammingo appariva di costituzione robusta, forte delle sue tradizioni, attivo nelle missioni. Un suo simbolo era padre Jozef Damiaan de Veuster (1840-1889), apostolo dei lebbrosi in un'isola del Pacifico, proclamato santo da Benedetto XVI lo scorso 11 ottobre.

 

Pochi giorni fa, alla vigilia di Natale, è morto a Nimega all'età di 95 anni un altro grande simbolo di questo cattolicesimo, il teologo domenicano Edward Schillebeeckx, fiammingo di nascita, olandese d'elezione.

 

Simbolo però, questo, non della fioritura ma dell'impressionante decadenza che la Chiesa delle Fiandre e dell'Olanda ha vissuto nell'ultimo mezzo secolo.

 

Schillebeeckx ha riflesso questa metaformosi nella sua stessa vita di teologo. Negli anni del Concilio Vaticano II e del primo dopoconcilio fu una star di risonanza mondiale, campione della nuova teologia al passo con la cultura dominante. Ma poi fu quasi dimenticato, anche da quei cattolici che l'avevano osannato.

 

L'oblio che è caduto su di lui è andato di pari passo con ciò che nel frattempo accadeva nel cattolicesimo olandese, sempre più dimentico di sé, sempre più secolarizzato, sempre più in pericolo di scomparire.

 

L'inchiesta riprodotta qui sotto fotografa l'attuale profilo della Chiesa cattolica in Olanda. Un paese nel quale oggi il 41 per cento della popolazione dichiara di non avere alcun credo religioso e il 58 per cento non sa più che cosa sia il Natale. Una Chiesa nella quale vi sono domenicani e gesuiti che teorizzano e mettono in pratica messe senza più sacerdozio né sacramento cristiano, in cui sono i presenti a "consacrare" collettivamente, attorno a "una tavola aperta anche a gente di differenti tradizioni religiose".

 

Tutto questo mentre contemporaneamente una città come Rotterdam è stata ampiamente islamizzata, come www.chiesa ha mostrato in un servizio choc di pochi mesi fa.

 

L'inchiesta che segue è di Marina Corradi ed è stata pubblicata il 23 dicembre su "Avvenire", il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana. Ha per epicentro Amsterdam. Accompagna il reportage un'intervista al cardinale Adrianus Simonis, arcivescovo emerito di Utrecht. L’Espresso online 30

 

 

 

 

 

Ad Amsterdam, che cosa resta del Natale

 

Amsterdam è festosa, in questi giorni natalizi. Sfarzose luminarie illuminano la Damrak e piazza Dam. Piste di pattinaggio affollate di ragazzi ridenti, Babbi Natale, e le note di “Jingle bells” che escono dai grandi magazzini affollati. Ma cosa resta del Natale in un paese fra i più secolarizzati d’Europa, dove il 58 per cento della popolazione, secondo un’indagine, non sa cosa esattamente è accaduto, quel giorno? In un paese con 900 mila immigrati arabi su 16 milioni di abitanti, e venti moschee nella sola Amsterdam?

 

La Oude Kerk, la più antica chiesa della città, costruita nel 1309, si erge con la sua mole nel cuore del centro. Attorno, il Red Light District, il quartiere a luci rosse. Dalle vetrine in cui stanno esposte, le prostitute sudamericane e dell’Est bussano ai vetri per attirare l’attenzione dei passanti. Qualcuna indossa un berretto da Babbo Natale. Le guardi e cerchi di immaginare quale storia le ha condotte qui. Loro sorridono, ammiccanti. Ma le mille luci della città sono una ubriacatura che copre la falsa allegria di questi vicoli. Vai oltre. La Neuwe Kerk, la chiesa dove venivano incoronati i re d’Olanda, è un museo. L’unica "chiesa" affollata in città è di Scientology, sei piani in pieno centro. "Istituto di tecnologia religiosa", si legge su un manifesto all’interno. Offrono, gratis, test sullo stress. C’è un sacco di gente.

 

È strano questo susseguirsi di chiese che non sono più chiese: ma condominii, locali, moschee. Osservi i netturbini, i manovali nelle strade, i camerieri nelle pizzerie: sono quasi tutti marocchini o turchi. Quasi un milione di mani. E anche se quasi altrettanti immigrati vengono da paesi cristiani, gli olandesi, di tutti questi islamici, hanno paura. Il partito di Gert Wilders, della destra populista, è il secondo per consensi, e le elezioni sono fra pochi mesi. Due terzi degli olandesi dicono che gli immigrati sono troppi. In periferia ci sono quartieri come Slotervaart, ghetti unicamente islamici, dove incontrare un olandese è quasi impossibile. Se ne sono andati tutti. Rotterdam poi ha una percentuale di islamici ancora più alta, e un sindaco musulmano. Un giornale americano l’ha chiamata "incubo Eurabia". In realtà, le donne velate che incontri nel centro delle città olandesi sono meno numerose che in certi quartieri di Milano. Benché gli omicidi di Van Gogh e Fortuyn abbiano scosso profondamente gli olandesi, ed esistano imam fondamentalisti, in grande maggioranza gli islamici sembrano voler lavorare e vivere in pace.

 

La paura dell’Eurabia sembra in verità solo un fatto conseguente a un fenomeno ancora più radicale: la secolarizzazione quasi totale di un paese che, fino all’ultima guerra, era cattolico o protestante, comunque cristiano. Un crollo: solo il 7 per cento dei cattolici oggi va a messa la domenica. Viene battezzato il 16 per cento dei bambini. Su nozze gay ed eutanasia l’Olanda è stata pioniera. "Dopo il Concilio Vaticano II – dice il professor Wim Peeters, insegnante al seminario della diocesi di Haarlem-Amsterdam – la Chiesa olandese è entrata in una crisi profonda. La generazione degli anni Cinquanta se ne andata, e ha dimenticato di educare i suoi figli". Nel 1964 anche l’insegnamento religioso nelle scuole è stato abolito. Due generazioni di olandesi hanno dimenticato l’alfabeto cristiano. Nel registro del seminario di Haarlem, il numero dei preti ordinati precipita alla fine degli anni Sessanta. Nel 1968, nemmeno uno. "Io credo – dice Peeters – che non avremmo niente da temere dall’islam, se fossimo cristiani. E spesso sembra che gli olandesi oggi abbiano paura di tutto: di avere figli, come degli immigrati. Ma la paura è l’esatto contrario della fede".

 

Cercando, ancora, il Natale, in Oudezijds Voorburgwal al numero 40, nel Red Light District, c’è un piccolo portone. All’ultimo piano del Museum Amstelkring c’è una chiesa, una chiesa clandestina, risalente al tempo delle persecuzioni calviniste che proibivano il culto cattolico. Nel sottotetto un altare, un organo, dieci panche cui i fedeli accedevano di nascosto. "Ons’Lieve Heer op Solder", si chiama la chiesa: il nostro caro Signore in soffitta. Cristo in soffitta, ti chiedi, è questo il Natale di Amsterdam?

 

Eppure. Nel seminario di Haarlem-Amsterdam oggi ci sono 45 seminaristi, riflesso anche di una forte presenza neocatecumenale. Monsignor Josef Punt, il vescovo, spiega che oggi qualcosa è cambiato rispetto alla crisi più dura, venti o trenta anni fa. Se nel '68 da questo seminario non uscì un solo sacerdote, dice, "oggi ogni anno in tutta l’Olanda vengono ordinati 15 nuovi preti, che mantengono gli organici a livello stabile. In questa diocesi alcune centinaia di persone chiedono ogni anno il battesimo da adulti. Si percepisce una nuova domanda, generata dal senso di vuoto. Certo, parliamo di piccoli numeri. Siamo una Chiesa missionaria. Tutto è da ricominciare da capo. Stiamo creando nei monasteri fuori città dei centri di evangelizzazione per chi, lontano dalla fede, voglia riscoprirla. Nella nostra scuola cattolica a Haarlem non riusciamo ad accogliere tutte le domande di iscrizione. Io ho la sensazione che questi genitori, pure non più credenti, siano affascinati dalla bellezza del cristianesimo, e la desiderino per i figli".

 

Occorre fiducia per crederci, in questa cittdove dai campanili di chiese che non sono più chiese le campane suonano dolci melodie natalizie. Mille Babbi Natale, e nessun presepe. Tranne uno, piccolissimo, nelle stanze dell’Esercito della Salvezza, vicino alla Centraal Station, alla mensa dei poveri. Venti clochard intirizziti dal freddo, thermos giganti di caffè caldo, e quel piccolo presepe. E poi ancora, in Egelantinstraat 147, quasi periferia, una casa povera. Suoni, ti apre una suora di Madre Teresa. Sono in quattro. Qui, ogni mattina, c’è la messa, ogni sera i vespri. Una cappella disadorna, due suore in adorazione. Sotto l’altare, la mangiatoia del presepe.

 

Ma se il senso del Natale è una domanda, un’attesa, allora lo incontri ancora nelle vie di questa città. È lo zoccolo vuoto che i bambini depongono nel camino la notte di Santa Klaus, il 5 dicembre, aspettando un dono. Sono quei clochard, e anche, se le guardi negli occhi, quelle giovani prostitute nelle vetrine del Red Light District. Sono i vecchi soli che camminano esitanti sulla neve, temendo di cadere e di finire invalidi in un ospedale dove forse li guarderanno come pesi inutili. Sono le ragazzine alla tavola di una pizzeria italiana dietro il Dam, che cantano tenendosi per mano: "I wish you a merry Christmas and a happy new year". Già, un anno felice. "Nonostante tutto – ci ha detto il professor Wim Peeters – la domanda della felicità, e quindi di Dio, resta sempre, nel cuore dell’uomo". Marina Corradi, L’Avvenire 23

 

 

 

 

 

"Due generazioni sono state perdute". Intervista con il cardinale Adrianus Simonis

 

L’arcivescovo emerito di Utrecht, cardinale Adrianus Simonis, 78 anni, è il "grande vecchio" della Chiesa olandese. conosciuto e amato nel paese, anche dai musulmani. "Forse perchè – spiega sorridendo – ho detto che i musulmani fedeli a Dio andranno nei cieli più alti del Paradiso".

 

Ma sulla sua Olanda il cardinale, che oggi vive in un paesino del Brabante, Nieuwkuijk, sembra meno ottimista.

 

"Sì, forse ci sono dei segni di una nuova tendenza, ma parliamo di numeri piccolissimi", dice. "Rimane quella cifra, quel 58 per cento di olandesi che non sanno più cosa sia esattamente il Natale. C’è chi, guardando l’Olanda, è turbato dal numero delle moschee. Lo posso capire, ma il problema autentico qui è anteriore alla immigrazione: è che noi ci siamo perduti, abbiamo perso la nostra identità cristiana. Se questa identità fosse forte, non avremmo paura degli islamici. Si, esiste in Olanda il problema di un fondamentalismo islamico, ma la maggior parte degli immigrati non lo segue. Più che l’integralismo, nelle giovani generazioni islamiche mi preoccupa l’avanzare della secolarizzazione. Temo che finiranno col convertirsi alla vera religione che domina l’Occidente: il relativismo".

 

(E in effetti, guardando i giovani marocchini nei McDonald’s di Amsterdam, e le loro sorelle in fuseax attillati, viene da domandarsi se le nuove generazioni musulmane non stiano già omologandosi, in tutti in sensi, a noi).

 

D. – Eminenza, e il razzismo, la xenofobia, non sono problemi qui?

 

R. – Io non credo. Gli olandesi sono un popolo tollerante. Non vedo all’orizzonte un’onda razzista.

 

D. – A Haarlem il vescovo dice che si comincia ad avvertire nei giovani un senso di vuoto, la mancanza di ciò che è stato dimenticato…

 

R. – È vero, in molti avvertono il vuoto. Ma non sanno andare oltre, non sanno cosa domandare, e a chi. Non sono stati educati a riconoscere e a percepire il desiderio del loro cuore. In questo senso sono convinto, come il vescovo Punt, che la Chiesa olandese è veramente chiamata a essere missionaria. Due generazioni sono state perdute. Si tratta di ricominciare da capo, e dentro a una cultura indifferente al cristianesimo, in mezzo a media non amichevoli.

 

D. – Lei ha 78 anni. Era un bambino ai tempi della guerra. L’Olanda non era, allora, un paese fortemente cristiano? E poi, cosa è successo?

 

R. – Probabilmente era un cristianesimo troppo segnato da un rigido moralismo. Ne è seguita una ribellione radicale, come radicale è il carattere degli olandesi. Non sono capaci di credere solo “un po’” in qualcosa. Aut, aut. Sono diventati l’opposto di ciò che erano”.

 

D. – Tuttavia, nel seminario di Haarlem ci sono oggi 45 studenti, e alcune centinaia di adulti ogni anno chiedono il battesimo. Ad Amsterdam ho trovato le suore di Madre Teresa in adorazione davanti al Crocifisso. Pochi, ma forti, i cattolici qui…

 

R. – È vero. Certo in una situazione come questa il sale è costretto, come dire, a diventare più salato…

 

D. – Cosa intende dire, nelle messe di Natale, ai fedeli?

 

R. – Che forse hanno scordato il fatto cristiano, quello che ne è l’essenza: Dio si è fatto uomo, è venuto al mondo nella povertà, umile e fragile come un bambino neonato, per amore nostro.

 

D. – Sa, eminenza, che poco fa nel piccolo paese qui vicino, Drunen, ho visto un centinaio di bambini uscire dalla chiesa cattolica dove c’era stata una funzione di Natale?

 

R. – Dev’essere quel giovane prete appena arrivato, che si dà da fare…"

 

La storia che ricomincia, ancora. Per ricominciare, basta la faccia di un cristiano.

Marina Corradi, Avvenire 23

 

 

 

 

 

Santiago de Campostela. Una luce in Europa. Aperto il 31 dicembre l'Anno santo compostelano

 

Con l'apertura della Porta santa nella cattedrale di Santiago de Compostela, in Spagna,  ha preso il via, il 31 dicembre, l'Anno santo compostelano, che ha per motto "Pellegrinando verso la luce". Per l'occasione fedeli di tutta Europa e degli altri continenti si recheranno sulla tomba dell'apostolo san Giacomo il Maggiore. Durante il solenne rito l'arcivescovo di Santiago de Compostela, mons. Julián Barrio Barrio, ha aperto la Porta santa, battendo tre colpi contro il muro di pietra, poi ha varcato per primo la Porta, detta anche "Porta del Perdono", e presieduto la celebrazione eucaristica. "È urgente - ha detto durante l'omelia mons. Barrio - illuminare con la luce della fede le questioni che concernono il presente e il futuro della società, vigilare di fronte agli idoli che ci portano allo scoraggiamento e alla morte, manifestare un amore operoso e concreto con ciascun essere umano, e fortificare la speranza cristiana che di giorno in giorno aiuta a superare la preoccupazione angosciosa per il presente, e lo scetticismo che rende difficile l'esercizio della carità". In mezzo al processo di scristianizzazione, l'Anno santo "è un faro di luce e fonte di grazia per l'uomo di oggi immerso in una profonda crisi morale, culturale e sociale". L'Anno santo 2010 è il 119° di una storia iniziata nel 1120 con Papa Callisto II, che concesse all'arcidiocesi spagnola il privilegio di poter convocare un Anno santo ogniqualvolta la festa di san Giacomo, il 25 luglio, fosse caduta di domenica.

 

Un'opportunità. In occasione della "grande perdonanza", Benedetto XVI ha inviato all'arcivescovo di Santiago de Compostela un messaggio che è stato letto, durante l'apertura dell'Anno Santo, dal nunzio apostolico in Spagna, mons. Renzo Fratini. Per il Papa l'Anno santo compostelano è "un'opportunità particolare affinché i credenti riflettano sulla loro genuina vocazione alla santità di vita, s'impregnino della Parola di Dio, che illumina e interpella, e riconoscano Cristo, che va loro incontro, li accompagna nelle vicissitudini del loro camminare per il mondo e si dona a loro personalmente, soprattutto nell'Eucaristia". Santiago de Compostela, ha ricordato il Pontefice, "si distingue da tempi lontani per essere meta eminente di pellegrini, i cui passi hanno segnato un Cammino che porta il nome dell'apostolo, al cui sepolcro si recano persone provenienti specialmente dalle più diverse regioni d'Europa per rinnovare e rafforzare la loro fede. Un Cammino disseminato di tante dimostrazioni di  fervore, penitenza, ospitalità, arte e cultura, che ci parla eloquentemente delle radici spirituali del Vecchio Continente". Nel Cammino, ha osservato il Santo Padre, "si contemplano nuovi orizzonti che fanno riflettere sulla ristrettezza della propria esistenza e sull'immensità che l'essere umano ha dentro e fuori di sé, preparandolo ad andare in cerca di ciò a cui realmente il suo cuore anela. Aperto alla sorpresa e alla trascendenza, il pellegrino si lascia istruire dalla Parola di Dio, e in tal modo purifica la propria fede da adesioni e timori infondati".

 

Diventare testimoni. Benedetto XVI chiede anche "al Signore di accompagnare i pellegrini, di farsi conoscere e di entrare nei loro cuori, 'affinché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza'. Questa è la vera meta, la grazia, che il mero percorso materiale del Cammino non può far raggiungere da solo, e che porta il pellegrino a divenire un testimone dinanzi agli altri del fatto che Cristo vive ed è la nostra speranza eterna di salvezza". In questo Anno santo, in sintonia con l'Anno sacerdotale, ha sottolineato il Papa, "un ruolo decisivo spetta ai presbiteri, il cui spirito di accoglienza e di dedizione ai fedeli e ai pellegrini deve essere particolarmente generoso. A loro volta pellegrini, sono chiamati a servire i propri fratelli offrendo loro la vita di Dio, come uomini della Parola divina e del sacro". Di qui l'incoraggiamento ai sacerdoti dell'arcidiocesi di Santiago de Compostela, come pure quanti si uniscono ad essi durante questo Giubileo e a quelli delle diocesi per le quali passa il Cammino, "a prodigarsi nell'amministrazione dei sacramenti della penitenza e dell'Eucaristia, poiché gli aspetti più ricercati, più preziosi e caratteristici dell'Anno santo sono il perdono e l'incontro con Cristo vivo". Infine, il Pontefice ha espresso la sua "speciale vicinanza ai pellegrini che giungono e continueranno a giungere a Santiago". "Li invito a fare incetta delle suggestive esperienze di fede, di carità e di fraternità che incontreranno nel loro percorso - ha sostenuto -, a vivere il Cammino soprattutto interiormente, lasciandosi interpellare dalla chiamata che il Signore fa a ognuno di essi. Così potranno dire con gioia e fermezza nel Portico della Gloria: 'Credo'". "Chiedo loro anche di non dimenticare nella loro preghiera cadenzata quanti non hanno potuto accompagnarli, le loro famiglie e amici, i malati e i bisognosi, gli emigranti, le persone fragili nella fede e il popolo di Dio con i suoi pastori", ha concluso. Sir eu 8

 

 

 

 

Sit-in del Popolo viola a San Pietro. La preghiera: "Ratzinger aiutaci tu"

 

Non hanno potuto manifestare sul suolo della Santa Sede, ma hanno attirato l'attenzione con palloncini, sciarpe e bandiere viola. E con uno striscione fatto volare in cielo, da piazza San Pietro, proprio mentre il Papa recitava l'Angelus: "Aiutaci tu"

 

Questa volta il Popolo Viola, promotore del del 'No Berlusconi Day' lo scorso 5 dicembre, punta davvero in alto. Per risolvere il conflitto di interesse del premier chiede addirittura l'aiuto divino: "Aiutaci tu" ha scritto su uno striscione attaccato a tanti palloncini e fatto volare in cielo, da piazza San Pietro, proprio mentre il Papa recitava l'Angelus. Tutto in viola, naturalmente.

 

Un atto "ironico e goliardico" hanno tenuto a dire gli stessi promotori (30-40 i presenti al sit-in) per attirare l' attenzione "sull'anomalia italiana, il conflitto d'interessi" del nostro paese. Ai manifestanti è stato impedito da un funzionario del Vaticano (così si è qualificato) di stazionare nella piazza perché iniziativa non autorizzata. La manifestazione si è quindi tenuta su territorio italiano, al fuori delle transenne che circondano la stessa piazza. Una decisione che pur nel dissenso dei promotori è stata pacificamente accolta. Il sit-in è durato poco più di un'ora.

 

A manifestare (con sciarpe o giacche o scarpe o bandierine viola) soprattutto giovani e giovanissimi, ma anche Isabella, una giovanile e signorile romana di 81 anni, figlia di un partigiano, che ha partecipato anche al NoB-day. Durante l'Angelus, il lancio dello striscione e dopo le parole del Papa un applauso dai manifestanti. "Siamo qui con rispetto per il Papa, a sostegno della pace - spiega Marco, 23 anni, studente abruzzese - per il rispetto della legge e dei diritti umani. Per quei valori che lo stesso Papa predica". "Ascoltiamo le parole del Santo Padre - aggiunge Rossella, 34 anni, insegnante napoletana, precaria - ed è stato proprio il Papa a invitare i giovani ad impegnarsi in politica". "La nostra - aggiunge Gianfranco Mascia, 48enne romano - non è un'azione di disturbo, cerchiamo ironicamente un sostegno. E visto che qui, contro il conflitto di interessi nessuno si attiva, non ci aiuta nessuno, lo chiediamo a Dio. Gli chiediamo di far tornare il senno a tutti i politici e di risolvere l'anomalia italiana". Questo piccolo Popolo Viola ha destato curiosità dei passanti; fra foto e domande molti si sono fermati. Anche una suora salesiana, Antonietta, 65enne: "Sono d'accordo con loro. Sono iniziative necessarie. Anche dopo i fatti calabresi, lo stato deve essere più vicino alla gente, invece fa solo parate".

 

Il Popolo Viola si prepara a nuove iniziative: il 30 marzo, sit-in a Roma davanti la Prefettura in difesa della Costituzione (su questo domani lancerà un appello agli intellettuali); il 6 marzo una 'rete viola' attraverserà l' Italia. Il primo marzo aderirà alla manifestazione dei migranti. LR 10

 

 

 

 

Papst: „Schützt Asylanten und verfolgte Christen!“

 

Papst Benedikt XVI. hat beim Angelusgebet die Gewalt gegen Migranten in den Aufnahmeländern verurteilt und an das Schicksal von Christen in Verfolgung erinnert.

Nach Unruhen zwischen Italienern und Migranten im kalabrischen Rosarno sagte der Papst, man müsse vom Kern des Problems ausgehen:

„Man muss von dem ausgehen, was Person bedeutet. Der Einwanderer ist ein menschliches Wesen. Er unterscheidet sich zwar durch seine Herkunft, seine Kultur und seine Traditionen, aber er ist eine Person, die Respekt verdient und Rechte und Pflichten hat. Das gilt besonders in der Frage der Beschäftigung, wo die Versuchung zur Ausbeutung groß ist, aber auch in Fragen des alltäglichen Lebens. Gewalt darf nie und für niemanden ein Weg sein, die Schwierigkeiten zu lösen. Das Problem ist vor allem ein menschliches! Ich lade dazu ein, in das Antlitz des anderen zu schauen und zu entdecken, dass er eine Seele hat, eine Geschichte, ein Leben, und dass Gott ihn genauso liebt wie mich.“

In der vergangenen Woche waren nach Schüssen auf Migranten überwiegend afrikanische Erntehelfer randalierend durch Rosarno gezogen. Bürger der Stadt forderten daraufhin die Ausweisung von Ausländern aus der Kommune.

Nach dem Attentat auf koptische Christen in Ägypten hat Papst Benedikt zudem religiös motivierte Gewalt verurteilt.

„Die Gewalt gegen Christen in einigen Ländern hat viele Menschen empört, vor allem weil sie explodiert ist in den für die christliche Tradition heiligsten Tagen des Kirchenjahres. Die politischen und religiösen Institutionen müssen – ich bekräftige dies – die Verantwortung, die sie haben, wahrnehmen. Es darf keine Gewalt im Namen Gottes geben, noch kann man glauben, ihn zu ehren, indem man die Würde und die Freiheit von seinesgleichen beleidigt.“

Bei dem Anschlag im mittelägyptischen Nag Hammadi waren am späten Mittwochabend, 6. Januar, acht koptische Gottesdienstbesucher und ein muslimischer Wachmann erschossen worden. Es war der schwerste derartige Vorfall in Ägypten seit Jahren. Im Anschluss kam es in Nag Hammadi zu wütenden Protesten der christlichen Bevölkerung und zu Auseinandersetzungen mit der Polizei. Die koptischen Christen machen laut Schätzungen knapp zehn Prozent der 83 Millionen Einwohner Ägyptens aus, etwa 150.000 sind koptisch-katholisch, mit Patriarch Antonios Naguib an der Spitze.

 

Angelus: Taufe schafft „neue Brüderlichkeit“  - Papst Benedikt XVI. hat beim Angelusgebet am Fest „Taufe des Herrn“ über die Bedeutung der christlichen Taufe gesprochen: „Werde was Du bist! – Das ist das grundlegende Erziehungsprinzip des durch Gnade erlösten Menschen. Dieses Prinzip ähnelt in vielem der menschlichen Reifung: Das Verhältnis der Eltern zu ihren Kindern entwickelt sich – durch Ablösungsprozesse und Krisen hindurch – von einer totalen Abhängigkeit hin zu dem Bewusstsein, Söhne und Töchter zu sein, dankbar für das Geschenk des Lebens und fähig, selber Leben zu schenken. Auch der Christ beginnt seinen Glaubensweg durch die Taufe, in der er zu einem Neuen Leben gezeugt wird. Dies wird ihn dazu führen, selber einst Gott bewusst „Abba – Vater“ zu nennen, sich an Ihn mit Dankbarkeit zu wenden und freudig Gottes Kindschaft zu leben.“

Die Taufe biete auch ein Gesellschaftsmodell, das der Brüderlichkeit:

„Brüderlichkeit kann nicht durch eine Ideologie geschaffen werden, noch durch irgendeine Macht: Dass wir Brüder sind, erkennt man nur das demütige und zugleich tiefe Bewusstsein, Kinder des himmlischen Vaters zu sein. Als Christen haben wir dank des in der Taufe geschenkten Heiligen Geistes das Glück und die Aufgabe, als Kinder Gottes als Brüder zu leben und, um „wie Sauerteig“ eine neuen und solidarischen Menschheit zu sein, die reich ist an Frieden und Hoffnung.“

Hier das Manuskript der Papstworte in deutscher Sprache: „Gerne grüße ich alle deutschsprachigen Gläubigen beim heutigen Angelusgebet, besonders die Schüler aus Bad Tölz und die Pilger aus Eisenstadt. Bei der Taufe im Jordan stellt sich Jesus Christus in eine Reihe mit uns Menschen. Er ist der geliebte Sohn des Vaters und zugleich einer von uns. Durch unsere eigene Taufe werden auch wir in Christus geliebte Kinder Gottes. Wir haben Anteil erhalten am Heiligen Geist. In der Kraft dieses Geistes wollen wir leben und die Welt gestalten, wie es Gott gefällt. Der Herr geleite euch alle Tage dieses neuen Jahres mit seiner Gnade.“

 

Papst tauft 14 Babies in der Sixtina - Papst Benedikt XVI. hat am Sonntag in der Sixtinischen Kapelle 14 Kleinkinder getauft. In einer sehr mystagogisch gehaltenen Predigt zum liturgischen Fest der „Taufe des Herrn“ rief der Papst dazu auf, den Glauben als ein Geschenk wiederzuentdecken und zu bezeugen. Durch die Taufe begännen die Kinder das freudige und erhebende Abenteuer der Jüngerschaft Christi.

„In der Taufe werden die Kinder durch das Licht Christi erleuchtet. Sie öffnet die Augen für Seine Herrlichkeit und führt ein in das Geheimnis Gottes durch das göttliche Licht des Glaubens. In diesem Licht müssen die Täuflinge ihr ganzes Leben wandeln, und das Vorbild und Beispiel ihrer Eltern, der Patinnen und Paten soll ihnen dabei helfen.“

Diese müssten durch ihre Worte und das Zeugnis ihres Lebens die Fackel des Glaubens der Kinder nähren, damit diese in der Welt leuchten könne, die oft im Dunkeln des Zweifels umherirre, und das Licht des Evangeliums bringen, das Leben und Hoffnung sei.

„Nur so werden sie als Erwachsene in vollem Bewusstsein die Formel aussprechen können, die im Taufritus am Ende des Glaubensbekenntnisses steht: Das ist unser Glaube. Es ist der Glaube der Kirche. Und wir rühmen uns, ihn zu bekennen in Christus, unserm Herrn!“

An der Feier in der Sixtina nahmen mehr als 200 Gäste teil. Die 14 Säuglinge, sieben Jungen und sieben Mädchen, sind Kinder von Angestellten des Vatikan, darunter eines Mitglieds der Schweizergarde. (rv 10)

 

 

 

Was macht uns Mut im neuen Jahr?

 

Kontrastreicher Jahreswechsel: Die nachhaltig Resignierten und ihre Kraft der Freiheit

 

Ausgelassene Feierlaune herrschte zu Silvester im deutschen Fernsehprogramm: Silvesterstadel im Ersten, André Rieu und die Hirtparty im Zweiten, die ultimative Silvesterparty auf RTL und die Partykracher von Jürgen Drews in der neuen RTL-II-Hitparade. Der Zuschauer hatte den Eindruck, an einer einzigen Dauerfete teilzunehmen und von einem Musiksender zum nächsten zu schalten.

 

Der Kontrast: Die Neujahrsansprache der Bundeskanzlerin

Ein Kontrast dazu war die Neujahrsansprache der Bundeskanzlerin Angela Merkel. Sie stimmte die Bürger vor Beginn des großen Partymarathons auf wirtschaftlich schwierige Zeiten ein. Sie erinnerte an die weltweite Finanz- und Wirtschaftskrise und sagte: „2010 wird sich entscheiden, wie wir aus dieser Krise herauskommen. Ich sage es sehr offen: Wir können nicht erwarten, dass der Wirtschaftseinbruch schnell wieder vorbei ist. Manches wird gerade im neuen Jahr erst noch schwieriger, bevor es wieder besser werden kann.“ Als Hoffnungszeichen für die Bewältigung der Krise nannte die Bundeskanzlerin die Kraft der Freiheit. Jene habe schon vor 20 Jahren die Berliner Mauer zu Fall gebracht. „Und es ist diese Kraft der Freiheit, die uns heute Mut für das neue Jahr und das nächste Jahrzehnt machen kann.“

 

Der Vergleich: Die Kraft der Freiheit 1989 und heute

Viele Bürger verstehen unter Freiheit, das persönliche Leben nach den eigenen Vorstellungen zu gestalten. Ein jeder kann selbst entscheiden, was er macht. Zum Beispiel hat der Zuschauer beim Fernsehen die Freiheit zwischen verschiedenen Sendern auszuwählen und sich nach seinen Interessen das Passende herauszusuchen. Dieses Verständnis von Freiheit war gewiss nicht der Motor für die Bewegung im Jahr 1989. Sicherlich mag es einige gegeben haben, die für eine wirtschaftliche Verbesserung – für eine größere Auswahl im Einkaufsladen (Konsum genannt) – auf die Straße gingen. Die große Mehrheit forderte aber eine politische Freiheit ein, die sowohl die Meinungs- als auch die Reisefreiheit umfasste. Diese Kraft der Freiheit wird im kommenden Jahr nicht lebendig werden, da Reise-, Meinungs- und Wahlfreiheit nicht eingeschränkt sind. Jene Motivation eines ganzen Volkes, die politischen Umstände zu ändern und so die Probleme der Zeit zu lösen, gibt es gegenwärtig in der deutschen Bevölkerung nicht. Ganz im Gegenteil: Es gibt eine politische Resignation.

 

Die Zukunft: 70 Prozent der Deutschen sind resigniert

Laut einer aktuellen Studie der Bertelsmann-Stiftung haben mehr als zwei Drittel der Befragten das Vertrauen in die politischen und wirtschaftlichen Entscheidungsträger verloren. Die Untersuchung bestätigt eine frühere Erhebung der Universität Bielefeld unter 3000 Bundesbürger. Zwischen 66 und 78 Prozent der Befragten schätzten sich in Bezug auf die Zukunft als nachhaltig resigniert oder als pessimistisch ein. Ursache für den Vertrauensverlust sind nicht nur die Wirtschafts- und Finanzkrise. Falsche Versprechungen der Politik, Raubbau an Mensch und Umwelt und ungezügelter Egoismus sind weitere Auslöser. Aber Grund für die Resignation sei bereits die Globalisierung, so die Studie. Es kann also geschlussfolgert werden: Die Kraft der weltweiten wirtschaftlichen Freiheit erhöht die Resignation in der Bevölkerung. Als Beleg für die skeptische oder gar resignierte Stimmung in der Bevölkerung führt der Geschäftsführer des Verbandes der pyrotechnischen Industrie die guten Verkaufszahlen beim Silvesterfeierwerk an. In schwierigen Zeiten werde ausgiebig gefeiert, um die Sorgen des Alltags für kurze Zeit zu vergessen, so Klaus Gotzen gegenüber Focus Online.

 

Die christliche Botschaft: Wir haben eine Zukunft

Die kirchliche Weihnachtszeit, in die der Jahreswechsel fällt, kann Mut machen, die wirkliche Kraft der Freiheit der Kinder Gottes zu entdecken. Die Botschaft vom Kind in der Krippe sagt: Trotz aller Resignation gibt es für alle Menschen auf Erden eine Zukunft. Das kleine Jesuskind in der Krippe hatte mit seinen irdischen Eltern Maria und Josef wahrlich jeden Grund zur Resignation: Kein Dach über dem Kopf, keine Bettchen, sondern eine Krippe; keine Ruhe, sondern gleich die Flucht nach Ägypten wegen der Kindesverfolgung des Herodes. Alle äußeren Umstände waren negativ. Die Botschaft von Weihnachten mahnt uns aber, hinter das Äußere zu schauen. Gott ist mit uns und kennt die widrigen Umstände unserer Zeit. Die Liebe und Gegenwart Gottes ist größer. Sie bewirkt sogar, dass Menschen Strapazen auf sich nehmen, ohne dass sie das genaue Ziel kennen. Die Heiligen Drei Könige waren solche Menschen. Sie brachen trotz aller Widerstände auf, ohne das Ziel Bethlehem wirklich vor Augen zu haben. So kann uns das Mit-uns-Sein Gottes also Mut machen, mit froher und hoffnungsvoller Zuversicht in das neue Jahr zu gehen und trotz der schwierigen Zeit positiv in die Gesellschaft hinein zu wirken.  Siehe hierzu den Appell zu mehr Engagement in der Silvesterpredigt von Erzbischof Robert Zollitsch.

Sebastian Pilz, kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Papst: „Nur Liebe kann Welt verbessern“

 

Mit einer feierlichen Messe im Petersdom hat Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch das Hochfest der Erscheinung des Herrn begangen. Das Fest der „Epiphanie“ ist allgemein auch als Dreikönigstag bekannt. An diesem Feiertag erinnere die Kirche daran, dass nicht die Großen und Mächtigen die Welt verändern, sondern allein der Weg der Liebe, sagte der Papst in seiner Predigt. Dieser Weg habe sich den drei Weisen aus dem Orient im Jesuskind in der ärmlichen Krippe offenbart. Durch die „Heiligen Drei Könige“ erleuchte das Licht aus der Grotte Bethlehems die ganze Menschheit, so Benedikt:

 

„Sie brachten Gold, Weihrauch und Myrre. Das sind sicherlich keine Geschenke, die den alltäglichen Bedürfnissen entsprechen. In diesem Augenblick hätte die Heilige Familie bestimmt etwas anderes dringender gebraucht, als Weihrauch und Myrre - und noch nicht einmal das Gold konnten sie unmittelbar gebrauchen. Doch haben diese Geschenke einen tieferen Sinn: Sie sind ein Akt der Gerechtigkeit. In der orientalischen Mentalität dieser Zeit bedeuten sie die Anerkennung einer Person als Gott und König. Diese Geschenke sind also ein Akt der Unterwerfung. Sie bringen zum Ausdruck, dass diejenigen, die sie schenken, von da an dem Herrscher treu sind und seine Autorität anerkennen. Daraus ergibt sich eine ganz unmittelbare Konsequenz: Die Weisen können nicht mehr auf ihrem bisherigen Weg weitergehen; sie können nicht mehr zu Herodes zurückkehren; sie können nicht mehr Verbündete eines so mächtigen und grausamen Herrschers sein. Sie haben sich für immer auf den Weg des Jesuskindes begeben...“

 

Aus den wenigen, die das Jesuskind einst in der Grotte von Bethlehem verehrten, seien heute zwar viele geworden, so der Papst weiter. Dennoch hätten nicht alle die Botschaft des Sterns von Bethlehem verstanden. Als Gründe hierfür nannte Benedikt die übersteigerte Selbstsicherheit und Eigenmächtigkeit vieler Menschen. Uns fehle heute oft „die Fähigkeit, im Herzen ein Kind zu bleiben“, mahnte der Papst:

 

„Viele maßen sich an, die Realität gänzlich zu kennen, und haben bereits ihr endgültiges Urteil über die Dinge gefällt. Das verschließt ihre Herzen für die Neuheiten Gottes. (…) Sie vertrauen eher sich selbst als Gott und können nicht glauben, dass er die Größe besitzt, sich klein zu machen, um uns nah zu sein. Und schließlich fehlt es an einer echten Demut, sich dem unterzuordnen, was größer ist. Was fehlt, ist echter Mut, an das zu glauben, was wirklich groß ist, auch wenn es sich in einem wehrlosen Kind offenbart. Es fehlt an der evangelischen Fähigkeit, im Herzen ein Kind zu bleiben, sich zu wundern und aus sich heraus zu gehen, um dem Weg zu folgen, den der Stern von Bethlehem aufzeigt, dem Weg Gottes.“

 

Zum Abschluss der Messe wurde es dann noch einmal weihnachtlich im festlich erleuchteten Petersdom. Zu den Klängen von „Stille Nacht“ zog der Papst aus der Basilika aus. Dabei grüßte er die tausenden Gläubigen, die den Gottesdienst mit ihm gefeiert hatten. Einigen Besuchern schüttelte ein fröhlich wirkender Benedikt die Hände – und dass ganz offensichtlich ohne jegliche Berührungsängste trotz des Angriffs in der Petersbasilika vom 24. Dezember.

 

Angelus: Intellekt und Glaube gehören zusammen - Intellekt und Glaube sind kein Widerspruch, sondern gehören zusammen. Das hat Papst Benedikt zum Hochfest der Epiphanie beim Angelusgebet auf dem Petersplatz betont. Dabei ging er vom Beispiel der drei Weisen aus dem Morgenland aus. Auf ihrer Suche nach der Wahrheit hätten sie zugleich auf Wissenschaft und Heilige Schrift vertraut:

 

„Sie waren Gelehrte, die die Sterne deuteten und sich in der Geschichte der Völker auskannten. Sie waren Männer der Wissenschaften im weiteren Sinne, die den Kosmos beobachteten und ihn fast als ein offenes Buch betrachteten, voller Zeichen und göttlicher Botschaften für die Menschen. In ihrem Wissen hielten sie sich nicht für unabhängig, sondern waren offen für neue Offenbarungen und göttliche Befehle. So scheuten sie sich nicht davor, jüdische Religionsführer um Rat zu fragen.“ (rv 6)

 

 

 

 

Das Märchen vom Muslim, der Weihnachten stiehlt

 

Zum Jahreswechsel machte die Meldung die Runde, dass der islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi Weihnachten verbieten wolle. Nach Ansicht von Tarafa Baghajati wird al-Qaradawi falsch zitiert. Er beklagt, dass negative Schlagzeilen zum Islam „sich von Medium zu Medium wie ein Lauffeuer verbreiten".

Eingehend ist festzuhalten, dass jeder jeden kritisieren kann und soll. Das ist in einer demokratischen und pluralistischen Gesellschaft eine Selbstverständlichkeit. Muslimische Persönlichkeiten sind davon natürlich nicht ausgenommen. Allerdings sollte eine kritische Meldung, insbesondere wenn sie von Qualitätsmedien kolportiert wird, auf überprüften Quellen basieren.

Insbesondere was Islam und Muslime betrifft, gehören falsche Übersetzungen und aus dem Zusammenhang gerissene Zitate zu den beliebtesten Instrumenten, um Muslime und ihre Religion zu diffamieren. Der Übersetzungsdienst MEMRI ist in diesem Zusammenhang bereits auffällig geworden und kann nicht als seriöse und objektive Quelle angesehen werden. Darauf hat Brian Whitaker bereits im August 2002 in seinem im Guardian veröffentlichten Artikel „Selective MEMRI“ aufmerksam gemacht (hier).

Ausgerechnet zur besinnlichen Weihnachtszeit haben nun zahlreiche Medien die Meldung verbreitet, dass der islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi ein Verbot des Weihnachtsfestes fordere. Ursprungsquelle dieser Zeitungsente ist der Übersetzungsdienst MEMRI. WELT ONLINE (hier)beispielsweise schrieb: „Der einflussreiche islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi hetzt gegen die Christen. In der islamischen Welt müsse das Weihnachtsfest verboten werden, fordert der 83-Jährige in einer Fatwa, einem islamischen Rechtsgutachten. Die Hassrede des Predigers ist in einem Video auf YouTube zu sehen.“

Die Agentur „APA“, der „Standard“ (inzwischen am 28.12.2009 korrigiert), das „ORF“ und viele andere Medien in Österreich und Deutschland haben ungefähr den gleichen Inhalt wiedergegeben. Der „Spiegel“ titelte mit „Heiligabend-Attacke“, „Bild“ wusste von einem „Angriff auf Heiligabend“ zu berichten.

Wer die Originalrede auf Arabisch hört, findet allerdings keinerlei Hinweis darauf, dass Qaradawi Christen das Weihnachtsfest verbieten möchte. Scheich Qaradawi kritisiert in seiner Predigt die lokalen muslimischen Geschäftsleute, die „die Geburt Jesu, Friede sei mit ihm, genannt Christmas zelebrieren [...] mit ihren vier bis fünf Meter hohen Weihnachtsbäumen“ nur um des Kommerzes willen („nur für den Gewinn, für Geld“). Dies sei für Muslime unstatthaft und unpassend („ein Fest einer Religion zu feiern, die nicht die Eure ist, währenddessen andernorts der Bau von Minaretten Muslimen verboten wird.“).

Der Zusammenhang von Minarettverbot in der Schweiz und der Kritik an der Verbreitung von kommerziellem Weihnachtskitsch in der muslimischen Gesellschaft, erschließt sich auch mir nicht recht. Von einer „Hasspredigt“ kann allerdings keine Rede sein, irgendwelche verbale Attacken gegen Christen fehlen gänzlich.

Qaradawis Kritik ähnelt der Kritik an Halloween oder Santa Clause (im Gegensatz zum Christkind), wie sie bei uns immer wieder laut werden. Interessant ist, dass in der MEMRI- Widergabe das Lob Jesus mit den Worten „Friede sei mit ihm“ durch Qaradawi zur Gänze fehlt, warum wohl?

Beim Nachrichtenmagazin „Spiegel“ ist einem Redakteur die Fantasie gänzlich durchgegangen. Dort heißt es: „Und auch jenseits von Weihnachten sähe der einflussreiche Prediger die Rechte der Christen gern beschnitten: `Kirchen dürfen keine Kreuze mehr tragen. Kirchenglocken dürfen auch nicht mehr läuten´, forderte er weiter.“Das ist eine reine Erfindung und findet sich nicht in der MEMRI-Übersetzung und schon gar nicht in der Originalrede (hier).

Es ist äußerst bedauerlich, immer wieder feststellen zu müssen, dass negative Schlagzeilen zum Islam sich von Medium zu Medium wie ein Lauffeuer verbreiten, ohne dass die vielen beteiligten verantwortlichen Redakteure auf die Idee kommen würden, ihrer journalistischen Sorgfaltspflicht nachzukommen. Stattdessen wird die Geschichte auch noch ausgeschmückt und angereichert.

Es gibt auch im deutschsprachigen Raum genügend arabischkundige Menschen und Experten ohne ideologische Mission, für die es ein Leichtes wäre, derartige Meldungen zu verifizieren bzw. zu falsifizieren. Aus Gründen der Fairness muss hier erwähnt werden, dass Scheich Qaradawi seit Jahren die Meinung vertritt, Muslime sollten keinerlei Hemmungen haben, Christen zu ihren Feiertagen zu gratulieren. Insbesondere Nachbarn, Arbeitskollegen und Freunde seien freundlich anzusprechen.

Diese Fatwa ist diametral entgegengesetzt zur herrschenden Meinung bei den saudi-arabischen Gelehrten der salafitischen Richtung. Qaradawi hat dies als Entgegnung zur Berichterstattung am 27. Dezember 2009 in seiner wöchentlichen Sendung auf Al Jazeera noch einmal ausdrücklich betont.

Zum Schluss möchte ich noch anmerken, dass ich Scheich Qaradawis Ansicht nicht teile. Der Islam wird durch ein paar Weihnachtsbäume nicht gefährdet. Im Gegenteil; die Länder mit muslimischer Mehrheitsgesellschaft können bei aller berechtigten Kritik an der Kommerzialisierung religiöser Anlässe stolz darauf sein, dass christliche Feste sich in ihrem Straßenbild widerspiegeln.

Das Fernsehprogramm vieler arabischer Sender liefert ein spezielles Weihnachtsprogramm. Es ist ein Zeichen dafür, dass religiöse Gruppen nicht nur friedlich nebeneinander existieren können, sondern darüber hinaus auch in der Lage sind, ein harmonisches Miteinander zu finden. So überflüssig die „Islamisierungsdebatte“ in Europa ist; so unnötig wäre es, vice versa eine „Christianisierungsdebatte“ in der muslimischen Welt vom Zaun zu brechen.

In diesem Sinne ein schönes neues Jahr 2010, aber auch ein schönes Jahr 1431 nach Islamischem Kalender, das am 18.12.2009 begann.

Tarafa Baghajati ist Obmann der Initiative muslimischer ÖsterreicherInnen, Imam und Gefängnisseelsorger in Wien, Vorstandsmitglied “Platform for Intercultural Europe PIE”, Weggefährte von Rüdiger und Annette Nehberg im Kampf gegen FGM weiblicher Genitalverstümmelung und Mitglied des Ehrenbeirats von ENAR European Network against Racism. DW 10

 

 

 

Nahost: Bischöfe pilgern ins Hl. Land

 

Den Christen im Hl. Land Solidarität zeigen und sich ein eigenes Bild machen: Das ist das Ziel der traditionellen Pilgerfahrt amerikanischer und europäischer Bischöfe, die am Sonntag begonnen hat. Mit dabei ist auch der Erzbischof von Liverpool, Patrick Kelly. Er sieht die Fahrt im Kontext der Apostolischen Reise des Papstes im vergangenen Jahr und der geplante Nahostsynode im Oktober:

„Es wird vor allem um die Situation in Ost-Jerusalem gehen, wo einige problematische Entwicklungen in Fragen der Sicherheit und des Grundbesitzes zu großen Schwierigkeiten für die Christen führen. Wir hoffen, uns ein Bild vom alltäglichen Leben dort und der Not durch die eingeschränkte Bewegungsfreiheit zu machen.“

Kelly möchte mit seinen Mitbrüdern die Botschaft vermitteln: Ihr seid nicht allein!

„Wir sind bei ihnen, und wir brauchen den Glauben im Heiligen Land, weil – wie Benedikt XVI. in seiner Enzyklika „Deus Caritas est“ sagt – der christliche Glaube keine Idee oder Ethik ist, sondern die Begegnung mit einer Person, der Person Jesu von Nazareth. Deswegen brauchen wir ganz starke Verbindungen mit den Christen im Heiligen Land: Sie gehen auf den Wegen, auf denen Er gegangen ist und sie sehen das, was Er gesehen hat. Ohne die Menschwerdung sind wir nichts.“

Die Reise dauert bis 14. Januar. An den jährlich stattfindenden Begegnungen in Jerusalem, Ramallah und Bethlehem nehmen unter anderem Repräsentanten des Rats der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) und der EU-Bischofskommission COMECE teil. Aus Deutschland reist der Trierer Bischof Stephan Ackermann mit. (rv 10)

 

 

 

Ägypten: Anschlag auf koptische Christen

 

In der oberägyptischen Stadt Nag Hamadi sind in der Nacht zum Donnerstag sieben Christen erschossen worden. Die Opfer kamen gerade aus dem Mitternachtsgottesdienst zum koptischen Weihnachtsfest. Drei Männer hätten aus einem Auto heraus auf die Kirchgänger geschossen, berichten örtliche Medien. Bei dem Haupttäter soll es sich um einen Muslim handeln.

Der Bischof von Nag Hamadi, Kirollos, sei dem Anschlag demnach nur um wenige Minuten entgangen. Wie die Agentur asianews berichtet, ist Kirollos in den letzten Wochen mehrfach bedroht worden. Mitglieder muslimischer Gruppen hatten angekündigt, dafür zu sorgen, dass der Bischof kein Weihnachten feiere. Die Polizei hat Kirollos empfohlen, aus Sicherheitsgründen sein Haus nicht zu verlassen.

Der Pfarrer der deutschen Gemeinde in Kairo, Msgr. Joachim Schroedel, äußert sich im Kölner Domradio über die Morde:

 

„Solche Anschläge sind wohl eher kontraproduktiv, denn man hört jetzt überall: ‚Wir müssen zusammenstehen.’ Von den tragischen sieben Toten geht jetzt also keinesfalls das Signal aus, dass es ein Flächenbrand wird oder ähnliches – der Ägypter ist viel zu tolerant und offen, als dass er hier etwas machen würde, was völlig unüberlegt ist... Natürlich: Es gibt immer wieder einzelne Stimmen, auch von Scheichs, die seltsame Dinge sagen - wie zum Beispiel unlängst ein Scheich aus Doha, der gesagt hat, man sollte eigentlich Weihnachten überhaupt verbieten in allen muslimischen Ländern... Aber erstens ist das eher lächerlich, und zweitens muss man sich klarmachen, dass in diesen nahöstlich-arabischen Ländern etwa 20 Millionen Christen leben. In allen Ländern, nicht nur in Ägypten, versucht man, diesen Minderheiten auch in ordentlicher Weise gerecht zu werden." (ap/afp/domradio 7)

 

 

 

Malaysia/Vatikan: Erzbischof befürchtet „Vernichtung“ der Christen

 

Gegenüber den Christen in Malaysia herrscht „ein Wille zur Vernichtung“. Das sagt der vatikanische Erzbischof Robert Sarah. An diesem Samstag wurde eine lutherische Kirche im Südwesten der Hauptstadt mit Molotow-Cocktails beworfen. Bereits in der in der Nacht zum Freitag waren drei Kirchen in der malaysischen Hauptstadt Kuala Lumpur in Brand gesteckt worden. Die Anschläge stehen wahrscheinlich im Zusammenhang mit dem sogenannten „Allah-Urteil“. Ein Gericht in Kuala Lumpur hatte den Christen letzte Woche erlaubt, das Wort „Allah“ für Gott zu verwenden. Eben dies hatte die Regierung den Christen aber verboten - und will es auch weiterhin tun. Erzbischof Sarah zu den Motiven der Regierung:

 

„Das Verbot, den Gottesnamen „Allah“ zu benutzen, hätte bedeutet, die Christen als Heiden zu kennzeichnen. Die Befürworter eines solchen Verbots für Christen wollen letztlich, dass die Christen zum Islam bekehrt werden müssten. Die Sanktion der Verbotsbefürworter zielt also darauf, Christen einen Gottesglauben abzusprechen.“

 

Nach dem Protest konservativer islamischer Politiker und islamistischer Organisationen legte die Regierung Berufung gegen das für die Christen günstige Urteil ein. Diese Reaktion der Regierung sei nicht erstaunlich, so der Erzbischof.

(rv 9)

 

 

 

Senegal: Präsident ernennt Religionsminister

 

Präsident Abdoulayé Wade versucht, seine Beziehungen zur katholischen Kirche zu kitten: In Dakar traf er sich am Mittwoch mit dem Nuntius zu einem klärenden Gespräch; außerdem schuf er ein Ministerium für religiöse Angelegenheiten, das eine Premiere für das mehrheitlich muslimische Land bedeutet. Wade hatte mit einer abfälligen Bemerkung über Christus die Gemüter im Land erhitzt.

„Wir sind befremdet, traurig und entrüstet: Der Glaube der Kirche ist ein weiteres Mal von der höchsten Autorität des Staates geohrfeigt worden.“ So scharf formulierte es der Kardinal von Dakar, Théodore Adrien Sarr, in seiner Predigt zum Jahreswechsel. Der Präsident – im Senegal traditionell ein Moslem – hatte in einer Ansprache die Bemerkung fallen lassen, die Christen beteten ja zu Jesus, obwohl dieser gar kein Gott sei. Daraufhin kam es zu Schlägereien auf den Straßen und zu Unruhe in der senegalesischen Innenpolitik.

Die Schärfe der kirchlichen Reaktion könnte damit zusammenhängen, dass sie schon länger große Schwierigkeiten mit Wade hat; sie hat das Gefühl, dass sich der Präsident nur für seine Wiederwahl im Jahr 2012 interessiert und nicht für die wirtschaftlichen und sozialen Schwierigkeiten des Landes. „Ich glaube, dass der Präsident mittlerweile den Ernst der Lage erkannt hat“, sagte Kardinal Sarr kurz nach seinem öffentlichen Protest gegenüber Radio Vatikan: „Jetzt hat die Stunde der Beruhigung geschlagen. Der Präsident hat seinen Sohn und vier Minister zu mir geschickt, damit auch wir beruhigend auf die Christen einwirken. Ich habe klar gesagt, dass sich solche Äußerungen nicht mehr wiederholen dürfen!“

In seiner Neujahrsrede äußerte Wade sein Bedauern darüber, die Gefühle der Christen verletzt zu haben. Mit der Berufung eines Religionsministers – es ist der Journalist Mamadou Bamba Ndiaye – geht er jetzt einen weiteren Schritt auf die christliche Minderheit zu. (rv 7)

 

 

 

Gespräche im Vatikan. Piusbruderschaft attackiert deutsche Bischöfe

 

Kurz vor der zweiten Runde der Gespräche zwischen Vatikan und Piusbruderschaft verschärfen sich die Spannungen zwischen deutschen Bischöfen und Traditionalisten. Der deutsche Disktriktobere der erzreaktionären Priesterbruderschaft, Pater Franz Schmidberger, attackierte die deutschen Bischöfe scharf: "Eine gewisse Gruppe von Bischöfen steht nicht in erster Linie der Priesterbruderschaft St. Pius X. kritisch oder ablehnend gegenüber: Sie hat vielmehr ein gestörtes Verhältnis zum Papst und zur Theologie der Kirche aller Jahrhunderte", sagte er.

 

Bei genauem Hinsehen erkenne man, "dass diese Prälaten nicht mehr die katholische Kirche als allein selig machend anerkennen". Also zögen sie indirekt auch die Gottheit Christi in Zweifel, der die Kirche gegründet habe. Konkret verwies Schmidberger auf Aussagen des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und dessen Vorgängers Karl Lehmann.

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) wies die Kritik entschieden zurück: "Sowohl Kardinal Lehmann als auch Erzbischof Zollitsch stehen in großer Einheit zum Heiligen Vater und zu den katholischen Bischöfen der Weltkirche und ganz auf dem Boden der katholischen Lehre, wie sie das Zweite Vatikanische Konzil zuletzt festgestellt hat", betonte ZdK-Sprecher Theodor Bolzenius in Bonn.

Ausdrückliches Schweigen

 

Das deutsche Episkopat hingegen vermied demonstrativ jede Stellungnahme: "Wir kommentieren das nicht", sagte eine Sprecherin auf Anfrage. Auch in mehreren bayerischen Bistümern hieß es, man wolle sich zu Schmidbergers neuerlicher Kritik nicht äußern. Die theologischen Gespräche des Vatikans mit der Piusbruderschaft waren Ende Oktober aufgenommen worden und sollen noch im Januar in eine zweite Runde gehen. Die deutschen Bischöfe lehnen dagegen einen Dialog mit Vertretern des deutschen Distrikts der Gemeinschaft ab.

 

Schmidberger stellte erneut klar, die Piusbruderschaft erwarte vom Vatikan eine Überwindung des "Ungeistes" des Zweiten Vatikanischen Konzils. Auch sonst wollen die Piusbrüder ungeachtet der breiten öffentlichen Kritik von ihrer kompromisslosen Linie nicht abrücken. (ddp 9)

 

 

 

 

Sudan: „Im Süden reale Kriegsgefahr“

 

Droht dem Sudan ein neuer Krieg? Wenn der Fahrplan des 2005 unterzeichneten Friedensabkommens nicht eingehalten wird, ja. Das meint Robert Hedley, Leiter des Regionalbüros der Hilfsorganisation „Brot für die Welt“ am Horn von Afrika. Für die „Diakonie Katastrophenhilfe“ ist er als Experte für den Sudan tätig und hält sich gerade in Äthiopien auf.

 

„Es hat im Sudan viele verschiedene Konflikte gegeben, zum Beispiel in Darfur, der Abei-Region und den Nuba-Bergen. Wenn aber das Friedensabkommen aus dem Jahr 2005 nicht weiter verfolgt wird, besteht die sehr reale Gefahr eines neuen Krieges zwischen dem Norden und dem Süden des Landes. Beide Regionen haben eigentlich kein Interesse daran - aber die Menschen im Südsudan wollen die Unabhängigkeit. Sie setzen große Hoffnungen in das Referendum im Jahr 2011 und in die Möglichkeit, für die eigene Unabhängigkeit abstimmen zu können. Wenn sie diese Chance nicht irgendwie bekommen, wird das sehr ernste Konsequenzen haben.“

 

In dem nordostafrikanischen Staat haben bewaffnete Auseinandersetzungen in den letzten Monaten zugenommen. Auch bei den Vorbereitungen der Parlamentswahl im kommenden April und des Referendums von 2011 sei es zu Hindernissen gekommen, so Hedley. Wahlanmeldungen hätten zu spät begonnen, und viele Menschen hätten Informationen nicht erhalten. Das dadurch entstandene Misstrauen schüre weitere Konflikte, warnt der Experte.

 

„Wir externe Hilfsorganisationen können die Leute ermutigen, die in den Wahltrainingsprogrammen vor Ort arbeiten, die Bevölkerung gut zu informieren. Was bedeutet die Wahl für ihre Zukunft? Es muss auch garantiert werden, dass alle Gruppen der Bevölkerung in die Wahl einbezogen werden. Und drittens muss man allgemein die Entwicklung des Landes vorantreiben, zum Beispiel Schulbildung und Wasser garantieren. Denn dann merken die Menschen: Frieden lohnt sich.“

 

Die Aufgabe der internationalen Gemeinschaft sei nun, bei den Wahlen in diesem Frühjahr wie beim Referendum für eine faire Abstimmung zu sorgen. Doch auch an Optionen für die Zukunft des Landes müsse man in diesem Kontext denken. Hedley:

 

„Es gibt noch so viele Unklarheiten. Wenn der Süden beim Referendum tatsächlich für die Unabhängigkeit stimmt - wo soll dann eigentlich die Grenze verlaufen und was passiert dann mit den anderen Gebieten? Man braucht eine klare Idee und einen Fahrplan für die Zeit nach der Abstimmung. Wir hängen da noch sehr hinterher, obwohl die internationale Gemeinschaft hart an diesen Fragen arbeitet.“

 

Mit dem Friedensvertrag vom 9. Januar 2005 zwischen der sudanesischen Regierung und der Rebellenbewegung SPLM gingen zwei Jahrzehnte Bürgerkrieg zwischen dem Süden und dem Norden des Landes zu Ende. Zu einer dauerhaften Stabilisierung des Sudans kam es aber bis heute nicht. Die Wahlen vom kommenden April sollen die ersten freien Parlamentswahlen seit 24 Jahren überhaupt sein. In dem Referendum von 2011, dessen genauer Termin noch nicht feststeht, soll zudem über eine mögliche Unabhängigkeit des südlichen Landesteiles entschieden werden. (rv 8)

 

 

 

 

Die Kirchen haben das Jahr der Kulturhauptstadt „Ruhr.2010“ eingeläutet

 

Essens Bischof Franz-Josef Overbeck bat um Gottes Segen „für alle, die kommen werden, das Geschaffene zu sehen“. An der Feier und einem anschließenden Empfang nahmen Bundestagspräsident Norbert Lammert, NRW-Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU), NRW-Landtagspräsidentin Regina van Dinther sowie der Geschäftsführer der „Ruhr.2010“, Fritz Pleitgen, teil. Der Präses der westfälischen Landeskirche Alfred Buß äußerte die Hoffnung, dass die „spirituelle Tiefe der christlichen Tradition“ im Kulturhauptstadtjahr erleuchten und erklingen werde. Nicht nur symbolisch läutete die Feier das Großereignis „Ruhr.2010“ ein, das am Samstag und Sonntag mit einem Volksfest auf der Zeche Zollverein in Essen eröffnet werden soll. Gegen Ende des Gottesdienstes ging vom Essener Dom das „Ruhrgebietsläuten“ aus, in das nach und nach alle Kirchenglocken des Ruhrgebietes einstimmten. kna 9

 

 

 

Bertone: „Wer Arme verletzt, beleidigt Gott“

 

„Gerechtigkeit für die Armen!“ Dazu rief Kardinal Tarcisio Bertone an diesem Samstag Vormittag auf - in seiner Predigt zur Einweihung des 81. Vatikanischen Gerichtsjahres. Nur die Liebe Christi mache uns fähig, Liebe um uns zu verbreiten und sie in verschiedensten Lebensbereichen zu bezeugen. Dazu gehöre auch die Gerechtigkeit, die man als Glaubender mit Menschlichkeit und Erbarmen verbinden müsse. Bertone wörtlich:

 

„Das Geschenk der Gerechtigkeit ist wesentlich für eine gute Regierung. Denn sie wird vor allem gegenüber den Armen angewandt, die häufig Opfer der Macht sind. Wichtig ist das moralische Engagement, das Volk im Sinne der Gerechtigkeit und des Rechts zu leiten. Wer die Rechte der Armen verletzt, begeht nicht nur eine moralische Bosheit, sondern beleidigt auch Gott. Denn der Herr ist der Beschützer der Armen und Unterdrückten, derer, die keinen menschlichen Beschützer haben.“

 

Gerechtigkeit und Frieden seien ein Zeichen der Ankunft des Messias in der Geschichte der Menschheit. Bertone riet dazu, die menschliche Logik in eine größere Perspektive zu bringen.

 

„Die Apostel können Jesus nicht nur als einen Mann betrachten, der sie aus schwierigen Situationen befreit und der Harmonie, Gerechtigkeit und Frieden bringt. Sie müssen ihn als Heiland betrachten, der ihnen Befreiung und Frieden schenkt, die von oben kommen. Es geht nicht nur darum, eine pure menschliche Liebe zu erleben, sondern in uns die Liebe Gottes aufzunehmen.“

 

Kurioserweise hat der Staat der Vatikanstadt die höchste Anzahl an zivilrechtlichen und strafrechtlichen Prozessen im Verhältnis zu seinen 492 Bewohnern. Diese tragen allerdings nicht die Schuld daran, denn im Jahr betreten über 18 Millionen Pilger das Territorium des kleinen Staates. Schuld an der hohen Quote tragen vor allem Taschendiebe und kleinere Verkehrsunfälle. (rv 9)