Notiziario religioso 11-12 Gennaio
2010
Lunedì 11. Il commento al Vangelo. «Tutti ti cercano!»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 1,29-39) commentato da P. Lino Pedron
29 E, usciti dalla
sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di
Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a
letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si
mise a servirli.
32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti
i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta.
34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni; ma
non permetteva ai demoni di parlare, perché lo
conoscevano.
35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa,
si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con
lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli
dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro:
«Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per
questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle
loro sinagoghe e scacciando i demoni.
La guarigione
della suocera di Pietro ci presenta il miracolo del servizio. Può sembrare un
miracolo insignificante. Ma i miracoli non sono spettacoli di potenza, ma segni della misericordia di Dio. In questo
racconto la piccolezza del segno è tutta a vantaggio della grandezza del
significato. Un miracolo più straordinario avrebbe attirato la nostra
attenzione a scapito di ciò di cui è segno.
Con questo
piccolissimo segno l’evangelista ci dà il significato di tutti i miracoli: sono
delle guarigioni che Gesù opera per restituire a ciascuno di noi la capacità di
servire, che è la nostra somiglianza con Dio.
Il miracolo che
Gesù è venuto a compiere in terra è la capacità di amare, cioè di servire. Chi
ama serve, serve gratuitamente, serve continuamente,
serve tutti indistintamente.
Noi siamo
raffigurati nella suocera di Pietro: incapaci di servire, costretti a farci servire o a servirci degli altri. Il contatto con Gesù ci
rende come lui, che è venuto per servire (Mc 10,45).
Il servizio è la
guarigione dalla febbre mortale dell’uomo: l’egoismo, che lo uccide come
immagine di Dio che è amore. L’egoismo si esprime nel servirsi degli altri, che
porta all’asservimento reciproco; l’amore si realizza nel servire, che porta
alla libertà dell’altro. Solo nel servizio reciproco saremo tutti finalmente
liberi: "Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete
la legge di Cristo" (Gal 6,3).
Il fatto che Gesù
non lascia parlare i demoni è un aspetto importante del vangelo. Egli vuol
farci capire che una conoscenza di Dio, prima di vederlo in croce, è diabolica:
non capiremmo né il nostro male né il suo amore. Sarebbe la solita
presentazione di un Dio creato dalla nostra testa. Voltaire ha scritto:
"Dio ha creato l’uomo a sua immagine, e l’uomo ha
creato Dio a sua immagine".
La giornata tipo
di Gesù si conclude con una preghiera notturna, che dà
inizio alla nuova attività. Per lui la contemplazione è insieme termine e
sorgente dell’azione, fine di ciò che ha fatto e principio di ciò che sta per
fare.
L’uomo, fatto a
immagine e somiglianza di Dio, è totalmente se stesso quando sta davanti a Dio.
Per questo il fine di ogni apostolato è insegnare a stare davanti a Dio e a
pregare il vero Dio nel modo giusto. Dal vero rapporto con Dio nasce di
conseguenza il vero rapporto con sé, con gli altri e con le cose.
Il cristiano prega
soprattutto per ringraziare Dio che gli dà tutto, per amarlo, per conoscerlo
meglio e vivere così nella gioia, nell’amore e nella verità.
La preghiera non
serve per ricevere qualcosa, ma per diventare Qualcuno: per diventare come il
Dio che preghiamo, per essere perfetti come è perfetto
il Padre nostro che è nei cieli (cfr Mt 5,48).
La preghiera è il
punto di arrivo di ogni realtà cristiana perché è l’approdo in Dio.
"Andiamocene
altrove". L’entusiasmo delle folle e la popolarità condizionano l’agire
umano e impediscono la vera libertà. Chi vuole a tutti i costi suscitare
applausi non riesce ad evitare i compromessi.
Gesù scarta le
immagini false che la gente si fa del suo ruolo di guaritore. Egli taglia corto
riguardo all’entusiasmo popolare.
Proprio perché
Gesù sa sottrarsi ai primi frutti della sua missione, questa può estendersi per
tutta la Galilea. P. Lino Pedron, de.it.press
Martedì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del lebbroso
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 1,40-45) commentato da P. Lino Pedron
40 Allora venne a
lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi
guarirmi!». 41 Mosso a
compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». 42
Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. 43 E, ammonendolo severamente, lo
rimandò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua
purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». 45 Ma
quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto
che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava
fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.
Secondo la
concezione ebraica, la lebbra era "la primogenita della morte" (Gb
18,13). Chi veniva segnato da questa malattia doveva
tenersi separato dagli altri e non poteva avvicinarsi a nessuno. I lebbrosi
erano lasciati languire lungamente in una lenta morte, e per giunta venivano infamati come peccatori, perché la lebbra era
considerata il castigo di gravi peccati.
La legge ebraica
dichiarava intoccabile un lebbroso, ma per Gesù non c’è legge che valga quando
c’è di mezzo il bene di un uomo.
Gesù è la
"buona notizia" di uno che tocca il lebbroso e lo guarisce. Egli è il
medico venuto per guarire tutti i mali e tutti i malati (Mc 2,17).
Solo Gesù può
liberare la nostra vita dalla lebbra che la devasta. Gli uomini e le leggi
riconoscono il male e lo condannano, ma solo Gesù lo guarisce.
Il nostro diritto
di accostarci al Signore non viene dal fatto di essere giusti e degni, belli e
buoni, ma proprio dal fatto che siamo ingiusti e immondi, brutti e peccatori.
Il diritto di precedenza è dato ai malati più gravi. Dio guarda il nostro
bisogno, non il nostro merito.
Questo è il
vangelo, la buona notizia che ci salva: Dio mi ama perché mi ama; la mia
miseria non è ostacolo, ma misura della sua
misericordia. Dio non è la legge che mi giudica né la coscienza che mi condanna:
è il Padre che dà la vita, e mi ama più di se stesso,
senza condizioni, così come sono. Il mio male non lo allontana, ma lo attira
verso di me con un amore che non conosce altro metro che quello del mio
bisogno. San Tommaso d’Aquino ha scritto: "Dio non ci ama perché siamo
buoni, ma ci rende buoni amandoci".
Il comportamento
antipubblicitario di Gesù ci ricorda un importante proverbio: "Il bene non
fa rumore e il rumore non fa bene". Coloro che
credono con umiltà, come la suocera di Pietro o il paralitico, non hanno
bisogno di essere zittiti: servono e ubbidiscono. P. Lino Pedron,
de.it.press
Appello del Papa: "Rispetto e basta violenza"
Oltre mille
trasferiti nei centri di accoglienza. In molti ancora nascosti nei campi
Il pm Cisterna : "A sparare sono stati i rampolli della
'ndrangheta" - di Carlo Ciavoni
ROSARNO - Tutto
sommato è stata una notte tranquilla, quella
appena trascorsa. La prima dopo tre giorni in cui, al comprensibile
risentimento della popolazione di Rosarno contro il
degrado atavico della loro città, s'è mischiato il
subdolo e bestiale avvertimento della 'ndrangheta rivolto ai "negri",
che si sono semplicemente ribellati allo stato di schiavitù nel quale sono
costretti e che li costringe a sgobbare 15-18 ore per 2 euro l'ora, nei campi
dove si raccolgono arance che nessun altro vuole raccogliere a quel prezzo e,
oltre tutto, sbattuti a sopravvivere in veri e propri lager, tuguri indecenti
fatti di cartone e platicatra, tra fango e
topi.
La demolizione dei
tuguri. E così, mentre anche Benedetto XVI grida forte, durante l'Angelus, che
"gli immigrati hanno gli stessidiritti di
tutti", i vigili del fuoco, intanto, hanno cominciato a demolire la
baraccopoli dell'ex Rognetta, l'ex deposito
alimentare alla periferia di Rosario, occupato dagli immigrati. Le ruspe hanno abbattutto le capanne dei raccoglitori di arance,
all'esterno della fabbrica. Nelle prossime ore -
è stato annunciato - verrà demolito anche il capannone principale, dove gli
"schiavi" avevano costruito altre decine di tuguri e dove, molti di
loro, avevano contratto malattie alle vie respiratorie, provocate dal
fumo prodotto dalle immondizie bruciate per riscaldarsi. Costretti a lasciare
di corsa i loro "alloggi", hanno abbandonato tutto quel poco che avevano: decine di biciclette, utili per raggiungere i campi
delle arance e dei mandarini, vestiti, pentole e utensili da cucina, bombole
del gas. Ma anche letti, coperte, resti di cibo, centinaia di scarpe, valige...
LR 10
Una pastorale per i giovani italiani in Europa
Londra - "La
riflessione sulle attuali problematiche che coinvolgono i giovani italiani in
mobilità, sempre più presenti nelle grandi città europee, è stata oggetto di un
incontro, tenutosi recentemente a Londra, di un gruppo di missionari e
missionarie operanti in Europa, coordinato da monsignor Giambattista Bettoni, delegato nazionale per le Missioni Cattoliche
italiane nel Benelux e in Francia. L’incontro si è svolto nello stile di una tavola
rotonda e ha preso le mosse dalla constatazione che le Missioni Cattoliche
italiane in Europa diminuiscono e che forte è la difficoltà di programmare una
pastorale giovanile in contesti che risentono
profondamente del fenomeno della secolarizzazione". A riferirlo è padre
Luciano Segafreddo in un articolo pubblicato nel numero
di gennaio del Messaggero di sant'Antonio - edizione
italiana per l'estero da lui diretto. Ne riportiamo di seguito il testo
integrale.
"Parlando dei
"giovani in mobilità", il riferimento è rivolto agli italiani, dai 20 ai 35 anni, di passaggio nelle grandi città europee o che
soggiornano in esse per una durata relativamente breve (tre mesi, sei mesi, un
anno). Non si fermano, però, solo per un’esperienza e spesso le loro permanenze
si assommano per diventare periodi di qualche anno. Lo stacco dall’Italia
diviene allora di lunga durata e rimane difficile offrire a questi giovani dei
punti di riferimento a causa dei loro continui
spostamenti e della forte tendenza a cercare contatti e incontri con coetanei
di altre nazionalità.
Per i giovani
italiani in mobilità per motivi di studio o per esperienze lavorative, il
trasferimento nelle città europee comporta il rischio di un distacco dal
cammino di fede e dalla partecipazione a una comunità ecclesiale.
Da parte della
chiesa deve nascere allora un’attenzione specifica nei loro confronti ed è
necessario che qualche missionario od operatore
italiano attivo nei Paesi europei assuma l’impegno di divenire punto di
riferimento per questi giovani, per offrire loro accoglienza nell’ambito di una
comunità che li aiuti a mantenere viva e ad arricchire l’esperienza cristiana
che portano con sé. Questo "impegno-programma" può rappresentare la
continuazione e l’attualizzazione dello scopo delle Missioni Cattoliche
italiane, nate per sostenere il cammino di fede per chi aveva lasciato la sua
terra d’origine.
"Alla chiesa
non può mancare l’entusiasmo di rivolgere la sua attenzione pastorale ai
bisogni dei giovani in mobilità e a tanti professionisti che cercano lavoro o
una più specifica qualificazione fuori d’Italia: è un’apertura al domani, un
nuovo orizzonte nell’ambito della missionarietà",
ha sottolineato don Gregorio Aiello,
missionario in Belgio.
Don Antonio Serra,
missionario in Inghilterra, ha aggiunto che "il Concilio Vaticano II aveva
cominciato a mettere in marcia un altro modo di "essere chiesa", ma è
mancata una messa in pratica delle intuizioni del Concilio. Oggi la secolarizzazione ha causato una profonda
apatia, un disinteresse nei confronti del discorso religioso e un distacco
dalla pratica religiosa. Tanto che, se qualche giovane
residente all’estero, si affaccia a una chiesa, si sente quasi "fuori
posto": mancano occasioni e stili di partecipazione per
poter coinvolgere queste nuove generazioni".
"La
possibilità di creare gruppo, comunità di giovani", ha continuato padre
Francesco Zovi, missionario a Parigi, "è legata
a una presenza che si dedichi a loro. Non si può pretendere di creare un gruppo
se non ci si lascia contagiare dal "morbo giovanile"; essere con loro
e, partendo da loro, diventare propositivi. E ciò è possibile
se, nelle città europee d’arrivo, si riesce a creare una rete di persone che si
occupano dei giovani, collegandoli, se possibile, alle Missioni classiche;
creando contatti tra giovani figli di emigranti italiani e questi giovani in
mobilità".
È importante anche
conoscere i punti di partenza dall’Italia di questi giovani: le università, le
loro comunità, rendendoci consapevoli che questa presenza giovanile chiede
anche alle nostre Missioni un’apertura alla cattolicità e alla dimensione
multiculturale. Un’apertura che ci rende consapevoli della necessità che la
pastorale giovanile (in Italia e negli altri Paesi del continente), si apra
alle problematiche e alle attese dell’Europa. Dopo circa un secolo dall’inizio
dell’attuale organizzazione della cura pastorale dei
migranti, i responsabili delle Missioni Cattoliche italiane operanti nel
continente sono chiamati a decidere quali Missioni sostenere (e promuovere) e
quali lasciare: l’impegno per gli studenti e i giovani professionisti italiani
in mobilità può essere un criterio valido su cui basare la scelta per la
continuità di questo impegno ecclesiale in una città specifica.
Le esperienze in
atto.
A Bruxelles, un
gruppo di giovani italiani, stagisti, studenti del Programma Erasmus o impiegati nelle istituzioni europee si incontrano ogni venerdì sera da monsignor Bettoni per un momento di preghiera e per approfondire
problematiche con cui sono venuti a contatto nel loro lavoro settimanale. Padre
Francesco Zovi mette in evidenza
come in Francia, la presenza dei giovani in mobilità viva in contesti diversi.
Grandi sono le differenze tra il mondo universitario di Grenoble, di Lione o di
Parigi. Aumenta la domanda da parte delle grandi industrie di personale
qualificato, specialmente giovane e con un notevole bagaglio
culturale. Egli sottolinea l’importanza di
creare "luoghi di aggregazione" frequentati dai missionari, e
l’importanza oggi del punto d’incontro offerto da internet: un mezzo che deve
entrare nell’orizzonte operativo del missionario, anche se rimane più
coinvolgente l’incontro personale. Padre Renato Zilio,
missionario scalabriniano a Londra, sottolinea l’importanza del coinvolgimento dei laici per il
progetto a favore dei giovani in mobilità. Oltre all’informazione sul flusso
dei giovani italiani a Londra per l’apprendimento dell’inglese, egli ha
ricordato l’esperienza fatta a Ginevra con un gruppo composto da alcuni giovani in mobilità e altri giovani figli
d’italiani della comunità locale. Scopo degli incontri, risultati positivi, è
stato la conoscenza della città e delle sue diversità culturali, e il progetto
di un viaggio in Marocco per incontrare e conoscere cultura, storia e religione
diverse. "È nostro compito far gustare le ricchezze degli incontri
multiculturali e delle molteplici esperienze che questi giovani hanno la fortuna di vivere".
Oltre a padre Zilio operano in Inghilterra anche don Antonio Serra,
interessato ad allargare la proposta nelle città di Bradford,
Liverpool e Manchester; e padre Antonio Belsito che
ricorda l’impegno pastorale esteso anche ai giovani in mobilità del cappellano
dell’Università di Leicester e di Nottingham.
Interessante, infine, anche l’esperienza di suor Milva Caro in Germania dove la
diocesi le ha affidato l’incarico della pastorale giovanile non solo delle
comunità d’origine straniera ma anche di quelle autoctone. "La
Germania è un Paese dove sta aumentando il distacco dei giovani dalla Chiesa e
dal suo insegnamento morale. Ma dove, ciononostante,
da parte dei giovani c’è una ricerca spirituale, anche se a volte non c’è chi
offra loro una risposta adeguata".
Lavoro, formazione
e confronto. Proposte per la pastorale giovanile italiana.
È possibile che la
pastorale giovanile dell’Italia possa offrirci la possibilità di un
collegamento delle Missioni Cattoliche italiane operanti nelle città europee a
favore dei giovani che vogliono fare esperienze di studio e di lavoro fuori
dall’Italia?
Sono necessari dei
contatti con i responsabili della pastorale universitaria per conoscere più a
fondo il fenomeno della mobilità (specie per quanto riguarda Erasmus) e per tentare di "passare parola" per
possibili contatti e rapporti.
È importante il
contatto con i movimenti che in Italia sono punti di riferimento per diversi
giovani: esso darà la possibilità di conoscere i punti di riferimento e le
piccole realizzazioni che già si stanno creando nelle città europee. Può essere
l’inizio di un coordinamento di iniziative a livello
europeo.
Sarebbe
impensabile lanciare una richiesta di volontariato da parte di qualche giovane
residente nelle parrocchie italiane? O di qualche stage (che permetterebbe sia
la conoscenza della lingua che di altre realtà
ecclesiali) proposto a qualche seminarista?
Uno dei maggiori
problemi per i giovani che arrivano nelle città europee è trovare un alloggio
(sia a Parigi che a Bruxelles la cosa non è facile).
Forse è più facile in Inghilterra dove da tempo è già
diffuso il concetto di "persona alla pari". A tale scopo si potrebbe
mettere in piedi un servizio d’informazione con l’aiuto di un piccolo gruppo di
giovani e con una lista di possibilità d’alloggio. Una proposta, questa, che
potrebbe coinvolgere anche le comunità italiane di vecchia emigrazione che
potrebbero divenire "comunità accoglienti". Tecnicamente tale ipotesi
è praticabile dato che ormai le case, dopo la partenza dei figli per formare
una loro famiglia, sono vuote. Se questo progetto si potesse realizzare,
sarebbe un concreto aiuto ai giovani in mobilità: rappresenterebbe un aiuto
economico per le famiglie che li accolgono, e una certa sicurezza per le
famiglie d’origine per le quali la partenza dei figli dall’Italia è motivo di
qualche apprensione.
Certamente in
questo possibile servizio noi missionari restiamo solo
"ponti" e non organizzatori di servizi.: amici che seguono il cammino
e le scelte di questi giovani italiani all’estero affinché con la loro
permanenza possano aprirsi a orizzonti europei e mondiali e arricchire la loro
esperienza di fede attraverso il confronto con altre chiese e con altri modi di
esprimere e vivere la fede, contribuendo così, dopo il rientro, alla crescita
di una chiesa sempre più cattolica". (aise)
«Serve più umanità verso gli immigrati».
Monsignor
Schettino: «Introduciamo un permesso di soggiorno temporaneo»
CITTA’ DEL
VATICANO - «A Rosarno è in atto una guerra tra
poveri?» Monsignor Bruno Schettino, vescovo di Capua, presidente della
Fondazione Migrantes della Cei, non ce la fa a
trattenersi. «Perchè non
introdurre un permesso di soggiorno temporaneo, per dare ai clandestini un anno
di tempo per cercare lavoro? Terminati i 12 mesi si fa
una valutazione con la possibilità di respingere il clandestino nel suo Paese
d’origine se non ha trovato niente».
Non sono troppi i
clandestini nel nostro Paese?
«Si può essere clandestini in un dato territorio
nazionale, ma di sicuro non davanti a Dio. Gli immigrati clandestini sono
persone e le persone devono sempre avere la precedenza
su tutto».
Anche sulle leggi?
«Si. Anche se si tratta di norme giuste».
Il Ministro Maroni
afferma che in passato c’è stata troppa tolleranza..
«Ciò che sta accadendo sul fronte dell’immigrazione mi
preoccupa. Col ministro Maroni non ho mai avuto la possibilità di parlare. Ho
incontrato, invece, varie volte il sottosegretario Mantovano».
Le leggi
sull’immigrazione sono adeguate alla situazione?
«Ha presente l’Antigone? In questa tragedia greca affiora il rapporto
difficile tra legalità e humanitas. Ecco, penso che,
anche in questo settore, dovrebbe essere posto più in evidenza l’humanitas. Persino nelle leggi più restrittive il principio
non dovrebbe mancare. In altre parole, col nuovo umanesimo, si potrebbe
superare la dualità, trovando un nuovo equilibrio tra accoglienza e rispetto dei
diritti e dei doveri».
Ha visto costa sta
succedendo a Rosarno? La gente è esasperata...
«L’anno scorso a Castelvolturno
è successa una cosa simile. Hanno sparato contro gli immigrati. Una guerra tra poveri, proprio come a Rosarno.
Una lotta che genera altra sofferenza. Bisogna praticare la virtù della
pazienza, sapendo che il dolore accomuna tutti».
Ma non hanno ragione gli abitanti di Rosarno?
«Certo che ce l’hanno. Ma hanno ragione anche
gli immigrati, perchè entrambi hanno doveri e diritti
inalienabili. Forse la burocrazia dovrebbe avere maggiore attenzione alle
sofferenze oltre che una maggiore apertura e flessibilità. A volte i
clandestini sono coloro che non sono riusciti a
superare le difficolta burocratiche. La legalità è
importante, ma è importante anche la solidarietà».
La Chiesa è
accusata di avere un atteggiamento troppo buonista..
«A me interessa il problema umano. C’è gente bistrattata,
sofferente, respinta, che cerca di sopravvivere. Questo è il problema che io
vedo.
La Chiesa è
favorevole a dare la cittadinanza ai bambini nati sul nostro territorio?
«Sarebbe una cosa
giusta per quei piccoli che nascono in Italia, crescono sul nostro territorio,
parlano la nostra lingua». FRANCA GIANSOLDATI
IM 9
Rosarno,
l'omelia di don Pino: "I cristiani aiutano chi sbaglia"
Nel Duomo molti
più fedeli del solito e il sacerdote sottolinea che
mancano gli immigrati - "Erano come
voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci sono perché li hanno
cacciati" - "Se siamo pronti alle violenze nei confronti dei più
deboli, allora non veniamo più in chiesa" – di DANIELE MASTROGIACOMO
Rosarno - E' domenica, giorno di
festa ma anche di preghiera. E di riflessione. La città si sveglia un po'
stordita, confusa e incerta. Le violenze dei giorni scorsi, la caccia
all'emigrante che è proseguita ancora nella notte hanno
lasciato il segno. Nella parte bassa di Rosarno, le
ruspe dei vigili del fuoco sono già al lavoro. Smantellano con i loro lunghi
bracci dentati le mura fatiscenti di Rognetta, il
piccolo campo dove vivevano trecento immigrati
africani. Nella parte alta, davanti al palazzo del Comune, spicca il Duomo.
Sono le 10 e per la prima volta, dopo tante settimane,
la chiesa torna a riempirsi di fedeli. I bambini, a decine, nelle prime file.
Gli adulti, molti anziani, dietro. Sulla sinistra c'è
ancora il presepe, la grotta, Giuseppe e Maria piegati su Gesù, il bue e
l'asino. Sui nastri rossi che l'avvolgono ci
sono parole che in queste ore acquistano ancora più valore. Solidarietà,
tolleranza, rispetto, pace, uguaglianza.
Don Pino Varrà,
parroco di Rosarno, parte da lontano. Afffronta la
parabola del Vangelo dedicata al battesimo. La
nascita, il riconoscimento ufficiale, l'eguaglianza di tutti i bambini di
fronte a Dio. Parla ai più piccoli che gli siedono davanti. Parte da loro per arrivare agli altri. Che lo ascoltano, che
intuiscono, che si aspettano qualcosa. Nelle ultime
file sostano gli uomini del paese. Molti, in questi giorni,
hanno partecipato alle violenze, hanno brandito bastoni e catene. Hanno dato
man forte ai blocchi sulla statale per Gioia Tauro. Giù alla vecchia fabbrica di Rognetta e
poi più in là, verso l'altro campo dei dannati, all'ex oleificio
trasformato in un campo di disperati. Adesso sono qui. Cercano conforto e
comprensione.
"Bisogna
aiutare i fratelli che sbagliano", spiega il sacerdote. "E in questi
giorni che stiamo vivendo qualcuno ha sbagliato. Ma questo non ci autorizza a colpirlo, a inseguirlo, a
ucciderlo, a cacciarlo. Ci obbliga a capire, a fermarci. Per non sbagliare più.
Questo dobbiamo fare se vogliamo essere dei cristiani".
Il parroco lascia l'altare, scende tra la gente. Parla a braccio, stringe con
le mani il microfono. "Se ho un fratello in famiglia
non posso picchiarlo o cacciarlo di casa perché ha rotto un vaso. Devo andargli incontro, sostenerlo, capire cosa è accaduto".
Allarga le braccia, sorride: "Vedo finalmente questa chiesa piena, sono
contento che moltissimi tra voi sono tornati. Ma vedo anche che manca qualcuno". Don Pino sospira, si
rivolge ai bambini. "Lo vedete anche voi. Non c'è
John. Vi ricordate di lui? Veniva ogni domenica".
I bambini annuiscono. I genitori, dietro, restano in silenzio. Tesi e
consapevoli. "Mancano anche Christian, Luarent. E Didou, il
piccolo Didou. Mancano i suoi genitori. Erano come
voi, con la pelle più scura, venivano dall'Africa. Non ci
sono perché li hanno cacciati".
E' il culmine
dell'omelia. E' il momento dell'appello. E del rimprovero:
"Mi rivolgo ai più grandi, ai genitori. Perché loro hanno un ruolo
importante, formativo. A voi dico: non vi fate trascinare verso ragionamenti e
reazioni che non sono da cristiani. E' facile dire: abbiamo ragione noi. Quando
siete nati, Dio è stato chiaro: questo è mio figlio. Lo siamo tutti. Tutti abbiamo
diritto alla vita, una vita dignitosa, che non ci
umili. Anche quelli di un altro colore, anche quelli che sbagliano sempre. Se
vogliamo essere cristiani noi non possiamo avere
sentimenti di odio e di disprezzo".
Il parroco adesso
è al centro della navata. Si rivolge al suo gregge che appare ancora più
smarrito. Alza la voce, come un tuono: "Possiamo anche
dire che abbiamo sbagliato. Che i miei fratelli, bianchi e neri hanno
sbagliato. Ma lo dobbiamo dire sempre. Non solo quando
qualcuno ci sfascia la macchina. Lo dobbiamo sostenere con
forza anche quando altri fanno delle cose ancora più gravi. Cose
terribili. Dobbiamo avere il coraggio di gridare e
denunciare". Il sacerdote indica il presepe: "Non avrebbe
senso aver allestito questa opera. Non avrebbe senso
festeggiare il Natale. Meglio distruggerlo e metterlo sotto i
piedi. Dobbiamo celebrarlo convinti dei valori che lo rappresentano.
Perché crediamo nella misericordia e nella solidarietà. Se invece non abbiamo
la forza di ribbellarci ai soprusi e alle ingiustizie
e siamo pronti alle violenze nei confronti dei più deboli, allora non veniamo
più in chiesa. Dio saprà giudicare. Saprà chi sono i suoi
figli".
Il Duomo è avvolto
da un silenzio pesante. Molti muovono nervosi le gambe. Don Pino è stato
chiarissimo. Ha colpito nel segno. E' riuscito a scavare nell'animo della Rosarno ferita e confusa. "Non mi
ero preparato alcuna omelia. Ho detto queste cose perché le sentivo.
Perché mi sono state suggerite. Non da qualcuno tra voi. Ma
da Dio. Potrò sembrarvi presuntuoso. Ma Dio, che ha
assistito alle violenze di questi giorni, mi ha chiesto di dirle ai suoi figli.
Figli come voi. Figli che hanno sbagliato e che vanno aiutati
a non sbagliare più". LR 10
Giornata
Mondiale delle Migrazioni, “Il minore migrante rifugiato, una speranza per il
futuro”
Quest’anno sarà la
Campania ad ospitare le celebrazioni in Italia -
Conferenza stampa di presentazione il 12 gennaio presso Radio Vaticana
ROMA – La Giornata
Mondiale delle Migrazioni sarà presentata in conferenza
stampa a Roma il 12 gennaio alle ore 12 , presso la Sala Marconi di Radio
Vaticana (piazza Pia 3). La Giornata sarà celebrata il 17 gennaio e avrà come
tema “Il minore migrante rifugiato, una speranza per il futuro”. Quest’anno
sarà la Campania ad ospitare le celebrazioni in
Italia.
Alla conferenza
stampa di presentazione interverranno mons. Bruno
Schettino, arcivescovo di Capua e presidente CEMI-Migrantes;
mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes.
Moderatore sarà mons. Domenico Pompili
sottosegretario e portavoce CEI (Inform)
Rispetta il creato per costruire la pace
Ciò che manca in
molte nazioni, nelle famiglie, nella società. Spetta a noi impegnarsi per un
2010 più sereno e pacifico
Benedetto XVI per
la XLIII Giornata Mondiale della Pace, che si è celebrata a Capodanno, ha
intitolato il suo messaggio “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”,
mettendo in rapporto di causa ed effetto due aspetti apparentemente non legati
tra loro. E colpisce, nel titolo, l’uso del “tu” con il quale ha inteso sottolineare la responsabilità di ciascuno di noi,
funzionario pubblico o comune cittadino, alla cura dell’ambiente e allo
sviluppo di quella serena convivenza che ancora manca nel mondo. Un invito
esplicito derivante, tra l’altro, dalla constatazione che l’anno appena
terminato ha registrato molte catastrofi naturali; ma soprattutto tanti eventi
dolorosi dovuti alla “crudeltà dell’uomo sull’uomo: guerre, conflitti
internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani”;
e “non meno preoccupanti minacce originate dalla noncuranza - se non
addirittura dall’abuso - nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio
ha elargito”.
Una connessione non nuova,
quella del Papa, più volte espressa anche dai suoi predecessori. Tra i
quali Paolo VI, secondo il quale,
se l’uomo spadroneggia sulla natura, “rischia di distruggerla e di esserne a
sua volta vittima”; e Giovanni Paolo II, il quale 20 anni fa rilevò “la
crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata... anche dalla
mancanza del dovuto rispetto per la natura”. E’ Benedetto XVI a citarli, per
chiarire un collegamento a prima vista poco evidente: i comportamenti
collettivi o individuali mettono a rischio la salute del pianeta e creano un
degrado ambientale dovuto alla mancanza di progetti politici lungimiranti o al
perseguimento d’interessi economici che si trasformano in seria minaccia per
alcune popolazioni.
“L’ambiente - scrive il Papa - è specchio
dell’Amore creatore di Dio”, quell’Amore che - qui cita Dante - “move il sole e l’altre stelle. E’ un Suo dono a tutti, il cui uso comporta una comune
responsabilità verso l’umanità intera, in special
modo verso i poveri e le generazioni future”.
E’ compito della Chiesa ricordare la
relazione tra il Creatore, l’essere umano e il creato. Un appello oggi
particolarmente necessario, stante la desertificazione
operata dall’uomo, da cui dipendono il degrado e la perdita di produttività di
vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, nonché
il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali. Da qui la necessità di
sconfiggere il “materialismo e nichilismo che diffondono un senso del nulla che
tende ad intossicare l'umanità”, e che producono “il
crescente fenomeno dei cosiddetti profughi ambientali, persone che, a causa del
degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare…
per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato”. Che danno
origine ai “conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle
risorse naturali”. Ed anche a quei comportamenti che “hanno un profondo impatto
sull’esercizio dei diritti alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo
sviluppo”. Donde l’appello “per un governo responsabile e
condiviso dell’ambiente e delle sue risorse”.
A ragione il Pontefice afferma che
“l’armonia tra il Creatore, l’umanità e il creato è
stata infranta dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio. Tutto ciò
che esiste appartiene a Dio che lo ha affidato agli
uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente. Il
Creatore ha affidato all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile
del creato, ruolo di cui non deve certo abusare”. E rispettare il
“creato” significa anche rifiutare la fecondazione artificiale, la clonazione,
l’aborto e tutte quelle prassi oggi consentite dal progresso della scienza e
della tecnologia. Logico quindi l’invito alla “adozione di un
modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano”. Che
comporta un “profondo rinnovamento culturale”. Occorre cioè vincere la crisi
morale e culturale di cui soffre il mondo d’oggi; abbattere la presunzione di
potersi equiparare a Dio, ripetendo così il peccato di Adamo ed Eva.
E’ evidente il riferimento ai diffusi
comportamenti degli Occidentali, che incidono sul degrado ambientale; agli
stili di vita e di consumo dominanti che rendono indispensabili e non
rinviabili il cambiamento di mentalità e l’educazione a costruire la pace. A livello personale, familiare, comunitario e politico. Il Papa
incoraggia a “ricercare le modalità più efficaci per
sfruttare la grande potenzialità dell’energia solare”; a mettere in atto
“appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e
sulle loro famiglie”; a predisporre “idonee politiche per la gestione delle
foreste, per lo smaltimento dei rifiuti”; a risolvere la “questione ormai
planetaria dell’acqua e del sistema idrogeologico globale, il cui ciclo riveste
una primaria importanza per la vita sulla terra”; ad educare i giovani “a
rispettare se stessi” e a convincerli della “inviolabilità della vita umana in
ogni sua fase e in ogni sua condizione”; ad aver rispetto della dignità della
persona e dell’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa
all’amore per il prossimo” e alla difesa della natura; a rafforzare “i legami
familiari”; a lottare “contro la povertà e la corruzione”. Perché il degrado
dell’ambiente è connesso alla cultura che modella la convivenza umana.
Questo significa che la pace bisogna
guadagnarsela, liberandosi da ogni forma di egoismo, consumismo, sfruttamento,
offesa alla dignità dell’uomo e all’integrità della natura. C’è da sperare che
l’invito del Papa faccia breccia nell’animo di tutti noi e che, di conseguenza,
il 2010 sia meno funesto di quello appena concluso. E
con questa speranza auguro ai miei lettori un sereno Anno Nuovo.
Egidio Todeschini, de.it.press
Presepe senza Re magi. Il motivo? "Respinti alla frontiera con altri
immigrati"
"I re magi
non arriveranno perché respinti alla frontiera, insieme agli altri
immigrati". E' il cartello che è stato posto dal direttore della Caritas
diocesana di Agrigento, Valerio Landri, nel presepe
allestito all'interno della cattedrale di San Gerlando.
Il religioso assicura di non voler fare polemica politica e aggiunge che l'idea
è stata concordata con l'arcivescovo di Agrigento, monsignor Francesco
Montenegro.
"Il cartello
- spiega il religioso - è una provocazione per far riflettere. Siamo consapevoli del fatto che in materia di immigrazione clandestina sia necessaria una
regolamentazione, ma bisogna capire che se questi uomini fuggono dalle loro
terre lo fanno solo per disperazione e paura e dunque occorre anche saper
accogliere".
"Se Gesù
Bambino volesse venire da noi, oggi, nel 2010 - conclude
il direttore della Caritas - molto probabilmente anche lui sarebbe respinto
alla frontiera, così come accade a centinaia e centinaia di nostri, poveri,
fratelli". Ansa 5
Oltre i buoni propositi. Sarà il 2010 l'anno della ripresa non solo
economica?
"Sembra che
la lievitazione progressiva della litigiosìtà
politica fino al metodo dell'insulto sistematico e dell'odio personale e
violento, abbia raggiunto finalmente una qualche svolta di civiltà". È
quanto ha affermato il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al
"Te Deum" di fine anno. Il cardinale ha
rilanciato i "ripetuti appelli per quel confronto rispettoso e non
ideologico che deve caratterizzare la vita politica di ogni società veramente
democratica". Come già in altre occasioni è stato molto esplicito
nell'interpretare il senso di smarrimento collettivo che serpeggia, anche per
gli effetti della crisi economica: "La fiducia ne risente e la coesione
sociale ne resta intaccata, quella coesione che se è
sempre doverosa, tanto più è necessaria nei momenti di difficoltà".
D'altro canto, il card. Bagnasco non ha mancato di sottolineare
come "la gente non s'arrende: vuole uscire da questa contingenza non come
prima, ma meglio di ieri, più saggia e più determinata nel perseguire le cose e
i valori che contano". Questo è forse il punto e il pungolo, anche per le
forze politiche. Non molto dissimile la posizione espressa dal presidente della
Repubblica in un messaggio di fine anno apprezzato in
modo pressoché unanime, in cui esortava tutti a prendere sul serio le
possibilità che si aprono con il nuovo anno, sul terreno istituzionale, come su
quello economico-sociale.
Mancano pochi
giorni alla definizione delle candidature per le elezioni regionali, ormai
imminenti. Le difficoltà che gli schieramenti denotano nelle proposte sono un
segno eloquente. D'altra parte, le cronache degli ultimi mesi hanno dimostrato
che il gioco al rialzo delle polemiche e del conflitto non porta da nessuna
parte. Per chi non punta a modeste e marginali rendite elettorali le polemiche
non servono. Occorre invece guardare un po' più avanti degli interessi a corto
raggio.
D'altro canto, non
servono deprecazioni e predicazioni: occorre mostrare concretamente che portano
più voti programmi, progetti e realizzazioni concrete che non la declamazione
retorica o la sterile contrapposizione amico-nemico.
Per fare la
giustizia, ammonisce costantemente il Papa, occorrono i giusti. Così per un
dibattito politico di qualità occorre aumentare la qualità
complessiva di tutti gli attori e il tono.
Abbiamo letto in
questi giorni che i buoni propositi per il nuovo anno non servono: questo può
essere, più che un buon proposito, un impegno collettivo, in particolare da
parte dell'opinione pubblica: battersi per la qualità, esigere, da tutti, e
prima di tutto dalla politica, una qualità adeguata. Sanzionando tutti coloro che
tentano o tendono a speculare al ribasso. FRANCESCO BONINI
Il
vescovo evangelico Margot Kässmann:
ingiusta la guerra in Afghanistan
Margot Kässmann, vescova di Hannover e
presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (EKD), ha definito
la guerra in Afghanistan come ingiusta e ha chiesto il ritiro dei 4.400
militari tedeschi impegnati nella missione Isaf della
Nato. Il netto giudizio di Margot Kässmann si
aggiunge al crescente coro di polemiche a livello politico contro il possibile
aumento di truppe che Berlino sta valutando.
“Non c'è una
guerra giusta. Non posso legittimarla da un punto di vista cristiano”, ha
affermato Kässmann in un'intervista al quotidiano Berliner Zeitung. In un
messaggio su altri giornali e in televisione, Kässmann
ha ribadito che il conflitto in Afghanistan non è
giustificabile. “Tutto quello che bisognerebbe chiedersi è come condurre un
ritiro ordinato e trovare una soluzione civile”, ha detto la presidente della Ekd, che riunisce 25 milioni
di cristiani protestanti tedeschi.
La Germania è al
terzo posto - in base al contingente di militari inviato
- tra i Paesi presenti in Afghanistan dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Finora
il Parlamento di Berlino ha autorizzato un massimo di 4.500 militari
(ve/agenzie)
Egitto, strage di cristiani copti. Frattini: "Orrore e
riprovazione"
All'origine
dell'accaduto forse una vendetta per un episodio di stupro di una dodicenne
musulmana - E' stata aggredita da un uomo della minoranza copta. Violenti scontri di piazza tra cristiani e polizia
IL CAIRO - E'
salito a nove il bilancio delle vittime dell'aggressione ai cristiani copti che
uscivano dalla messa della vigilia del Natale ortodosso ieri sera a Nagaa Hamadi, un villaggio
dell'Alto Egitto. Secondo fonti di polizia, oltre ai sei cristiani copti e un
agente di polizia uccisi nella sparatoria di ieri sera, altre due persone sono
morte in seguito alla ferite riportate. Fonti della
sicurezza locale hanno reso noto che due uomini armati
avrebbero fatto fuoco da un veicolo sulla folla che lasciava la chiesa della
Vergine Maria, dove aveva assistito alla celebrazione natalizia, che per i
fedeli della chiesa copta cade appunto il 7 gennaio. Secondo il ministero
dell'Interno egiziano l'attacco sarebbe una vendetta per un episodio che risale
a due mesi fa: lo stupro di una dodicenne musulmana da parte di un uomo
appartenente alla minoranza cristiana copta della città.
Sarebbe stato
identificato da testimoni l'uomo che ha guidato l'assalto armato, ma stamattina
alcune centinaia di cristiani - fino a duemila secondo la tv Al Jazira - si sono raccolti per manifestare contro
l'aggressione di ieri notte. La manifestazione ha avuto luogo di fronte all'ospedale dove erano stati portati i corpi delle vittime. I
manifestanti hanno lanciato pietre contro le forze dell'ordine, che hanno
risposto con lacrimogeni e idranti antincendio, mentre le indagini per
identificare l'omicida procedono serrate.
"Le violenze
perpetrate contro la comunità cristiana copta in Egitto suscitano orrore e
riprovazione", afferma il titolare della Farnesina, Franco Frattini
commentando le drammatiche notizie che provengono da Nagaa
Hamadi. "La comunità internazionale - continua
il ministro degli Esteri italiano - non può restare indifferente nè deve mai abbassare la guardia di fronte all' intolleranza religiosa, che costituisce una gravissima
violazione dei diritti umani fondamentali. L' Italia
intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di
culto, quale assoluto ed irrinunciabile valore di civiltà".
Espressioni di
solidarietà anche dal presidente dell'Udc Rocco Buttiglione.
"Massima solidarietà alla Chiesa Copta d'Egitto, colpita nel giorno
di celebrazione del Natale ortodosso da un drammatico episodio di violenza, che
ci ricorda le difficoltà che vive quotidianamente quest'antica chiesa cristiana
d'Egitto. Chiediamo a tutti di mantenere la calma e di non
cedere allo spirito di vendetta, ma chiediamo soprattutto al governo egiziano
di perseguire con la massima serietà i responsabili dei crimini, e di garantire
la piena libertà religiosa a tutti i suoi cittadini, con una particolare
attenzione al rischio di discriminazione che vive la Chiesa copta".
Intanto si sono
svolti tra straordinarie misure di sicurezza i funerali di sei fra le nove
vittime. I corpi delle vittime sono stati trasportati dall'ospedale alla chiesa
di Mario Hanna El Habibb dove si è svolta la
cerimonia funebre prima che fossero sepolti. Per motivi di sicurezza le forze
dell'ordine hanno deciso di ridurre il numero dei copti che potevano
partecipare al funerale. Secondo un rapporto di Amnesty International gli
attacchi ai danni della minoranza copta in Egitto, che conta fra i sei e gli
otto milioni di fedeli, sono molto aumentati negli ultimi due anni. LR 7
Sinodo del Medio Oriente. Nel segno dell'unità
Nel 2010
l'Assemblea del Sinodo dei vescovi convocata da Benedetto XVI
"Parlando di
pace, il pensiero va, in primo luogo, alle regioni del Medio Oriente. Colgo pertanto l'occasione per dare l'annuncio
dell'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, da me
convocata e che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema:
'La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: La
moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e
un'anima sola' (At 4,32)". Così Benedetto XVI annunciò, il 19 settembre
2009, nell'incontro con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori orientali,
l'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi. Come riferito il 14 dicembre
scorso dalla sala stampa della Santa Sede, a seguito della seconda riunione del
Consiglio presinodale del 24
e 25 novembre, il testo dei Lineamenta "è ormai
prossimo alla stesura finale". In quella sede i
partecipanti all'incontro avevano dedicato "ampio spazio anche al tema
dell'approfondimento della comunione nella Chiesa cattolica e, in particolare,
nelle e tra le Chiese patriarcali e il Patriarcato latino di Gerusalemme, come
pure nelle Conferenze episcopali dei Paesi del Medio Oriente. Di grande importanza è favorire sempre più la comunione, reale
sebbene ancora non piena, con le altre Chiese e comunità ecclesiali".
Di questo appuntamento il SIR ha parlato con mons.
Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk,
Iraq, che a gennaio 2009, nel corso della visita ad limina
dei vescovi iracheni, chiese a Benedetto XVI di convocare questo Sinodo.
Mons. Sako, siamo nell'anno del Sinodo. Quali i suoi auspici?
"Sarà un
tempo forte; importante è la scelta di porre al centro il tema della
testimonianza. Le Chiese
orientali devono essere consapevoli della propria missione ed
avere la preoccupazione e la cura del futuro del Vangelo in queste terre. C'è
il rischio di perdere di vista l'annuncio evangelico relegando, di fatto, la
presenza cristiana alla sfera liturgica. Ogni Chiesa, invece, ha la missione di
rendere testimonianza altrimenti non è Chiesa. La Chiesa è sempre mandata ed è
la Chiesa che forma i messaggeri del Vangelo. Essa è il luogo
in cui i fedeli condividono le loro esperienze spirituali e si sostengono gli
uni gli altri nel rendere testimonianza".
Cosa rende difficile alle Chiese orientali di dare una piena
testimonianza evangelica?
"Con la
diffusione dell'Islam abbiamo perso dinamismo nell'annunciare il Vangelo. Per
questo siamo chiamati a trovare modi nuovi e adatti a riflettere i valori
cristiani. È anche una questione di linguaggio, occorre cercare un vocabolario
chiaro e comprensibile per comunicare la nostra fede. La Chiesa del Medio
Oriente deve poter parlare a tutti, e non solo ai cristiani. Le Chiese non sono
a base etnica. La nostra lingua non deve essere lontana dalla gente, dobbiamo rinnovarci nel linguaggio per fornire risposte
giuste e chiare. Da qui la necessità di formare i nostri fedeli affinché vivano
concretamente il Vangelo. L'esempio, infatti, influisce più
delle parole".
Dal tema scelto,
tuttavia, appare chiaro che un punto chiave dei lavori sinodali sarà
rappresentato dall'urgenza della comunione tra le Chiese mediorientali, come a
dire che la testimonianza passa attraverso la comunione…
"Comunione
significa anche unione tra i cristiani, la divisione è uno scandalo. Gli stessi
musulmani ci chiedono perché siamo divisi. A livello teologico e dogmatico sono
unite, ma serve anche un'unità ecclesiale, alla quale giova anche una pastorale
comune, unificata in lingua araba. Le nostre sono piccole
Chiese che per vivere devono collaborare, senza cooperazione non c'è
futuro".
Oltre al dialogo
tra le Chiese sarà dibattuto anche il tema dei rapporti con ebrei e musulmani.
A suo parere quanto è importante il dialogo interreligioso per la vita dei
cristiani mediorientali?
"Ci sono
tanti pregiudizi e tanta ignoranza fra di noi. Ogni
azione volta a spiegare chi siamo, rispondente al dialogo e alla conoscenza
reciproca sarà positiva ed avrà un alto valore. Senza
il dialogo con l'Islam non abbiamo futuro. E lo stesso vale con l'ebraismo. Le
Chiese mediorientali possono, anch'esse, favorire una giusta soluzione al
problema israelo-palestinese. È
importante che i cristiani orientali rimangano in questa regione, essi fanno
parte della grande eredità della Chiesa universale, la loro fuga all'estero è
una perdita notevole per tutta la Chiesa". DANIELE ROCCHI
Nell’anno sacerdotale. Una fraternità da riscoprire
Non potrò
dimenticare facilmente quando anni fa presi da Parigi il treno di notte per
essere il giorno dopo nel Veneto. Era per il funerale della mamma di una nostra
suora, che collaborava con noi in Francia. Sorpresa infinita per lei rivedermi
nel suo paesetto, al mattino. Lo fu anche per la
gente, ma in un altro senso.
Una chiesa gremita
di popolo, una famiglia ben conosciuta, una concelebrazione silenziosa e un parola possente, onnipresente del parroco, che ero andato
a salutare per primo, appena arrivato. Non mi venne
chiesto, però, di aggiungere neppure un cenno di saluto, una parola di solidarietà
o un messaggio di speranza. Ricordo di aver preso
sottobraccio, allora, quell’anziana suora e di averla accompagnata al cimitero
nel lunghissimo corteo a piedi. Notai, tuttavia, la sorpresa della gente
nel vedere un missionario con un atteggiamento tanto familiare,
ma passato via in silenzio come un’ombra. La vidi restare sospesa a un
inquieto domandarsi: “Ma chi è?!” Forse, per un
missionario l’essere presente è già una testimonianza sufficiente.
Una domenica, mi
fu offerto da un giovane prete che conoscevo bene di celebrare nella sua
parrocchia. Tutto seguì la routine. Il giovane in sacrestia automaticamente si
vestiva, presiedeva la celebrazione domenicale, arringava l’assemblea, mentre
dietro lo seguivo come un agnellino. Solo verso la fine presi il coraggio e gli
soffiai in un orecchio l’idea di un breve saluto al popolo. Oh sì, senz’altro,
mi fa delicatamente, non ci avevo pensato!
Forse, riflettevo, un missionario in una parrocchia normale non ha nulla
da aggiungere.
Semplici dettagli
che amo osservare. Anche perchè quando un sacerdote
arrivava nella mia parrocchia italiana all’estero, pur all’ultimo istante amavo
proporgli subito di presiedere la nostra celebrazione e di rivolgere
all’assemblea una parola o più. A volte, percependo la sua incertezza,
aggiungevo subito: “Vede, ormai sono così abituati alla mia voce che forse sono
anche un po’ stanchi di me!” Detto questo, come per
miracolo, il sacerdote immediatamente cedeva. Ma ero
cosciente che un volto e un messaggio da fuori facevano crescere segretamente
il mio gregge. Sì, in missionarietà
e in apertura di orizzonti, in nome dell’unico Signore e della medesima fede.
Oltre che di una bella, seppure improvvisata, fraternità. L’esempio di
accoglienza e di apertura che sanno dare i pastori fa crescere il popolo di Dio
ancor più delle loro parole.
Così, vado spesso
con la memoria a un incontro con un gruppo di giovani della diocesi, che mi
lasciò un segno profondo. Pure, in loro, penso,
studenti seri, sensibili e in ricerca vocazionale. Per me fu un autentico test:
insieme ad altri sette o otto religiosi, cioè un
francescano, un comboniano, una suora... stavamo di fronte a loro con una
leggera ansietà, come pronti per un esame. Avevamo il compito di spiegare
sinteticamente il nostro carisma, il senso della nostra vita e, poi, rispondere
alle loro domande. Ricordo ancora come ascoltavo ad
occhi chiusi le brevi, essenziali parole dei miei partner con un’ammirazione
che mi commuoveva. Sentendo anche il loro sforzo di usare un
linguaggio non antico, ingessato, ma fresco, attuale e attraente per dei
giovani. Una vera sfida. Essa ci interpellava a “dire le ragioni della
nostra speranza” come ricordava Pietro. Sì, le nostre ragioni
di sperare, di combattere e di resistere in terra di missione. O in
qualsiasi altra prima-linea della società di oggi,
dove il nostro carisma ci chiamava a vivere. Era una parola franca,
aperta e fraterna, che mi aiutò interiormente a crescere.
Una testimonianza
vera, infatti, fa crescere sempre ambedue: colui che
ascolta e colui che parla. Acquista il misterioso sapore del Magnificat e narra
le meraviglie compiute dal Signore stesso nel terreno dell’umiltà, della
povertà o della miseria che ci accompagnano.
Dare la parola a
un missionario come a un fratello che viene da fuori o da lontano è un gesto
grande, bello e vitale. La Chiesa intera ve ne sarà riconoscente. È questo, in
fondo, il suo modo più bello e fraterno di crescere in universalità. Sì, in
cattolicità.
Renato Zilio, missionario scalabriniano
(de.it.press)
Il nostro "sogno". SIR Europa: nove anni d'informazione europea
Da nove anni
camminiamo, da giornalisti, sulle strade d'Europa incontrando volti,
esperienze, problemi ed attese.
Corrispondenti e
inviati sono in rete con noi da molti Paesi europei, da Bruxelles e Strasburgo.
Un laboratorio di informazione europea che ha la possibilità, meglio il
dono, di ascoltare e raccontare dal vivo la vita delle Chiese e delle
Istituzioni europee.
Una ricchezza che
professionalmente si traduce in un'informazione pensata, sobria ed essenziale
per mettere in luce una vivacità e una diversità che dicono quanto le radici
cristiane in Europa non solo siano vive ma generino
vita e pensiero.
Con la convinzione,
tra l'altro, che non ci sono in Europa Chiese "forti" e Chiese
"deboli" ma c'è un'unica Chiesa che nelle sue espressioni sul
territorio si confronta con sfide comuni e nel contempo
con sfide che vengono da specifiche situazioni sociali, culturali e politiche.
Una Chiesa di
molti colori che, illuminati da un'unica luce, prende la forma di un quadro il
cui soggetto è quella speranza che il tempo non spegne.
Chiese dell'Est,
dell'Ovest, del Nord e del Sud: indelebile immagine della croce da cui a ogni
uomo viene il messaggio di eternità.
Camminiamo sulle
strade d'Europa con quella passione che chiede, anche a noi giornalisti, un
supplemento di responsabilità.
Ci accompagnano
due pensieri.
Benedetto XVI il 24 marzo 2007 ricordava: "Voi sapete di
avere il compito di contribuire a edificare con l'aiuto di Dio una nuova
Europa, realistica ma non cinica, ricca di ideali e libera da ingenue
illusioni, ispirata alla perenne verità del Vangelo".
Un invito a guardare
all'Europa con occhi diversi da quelli di un euroscetticismo e di un
pressapochismo che, purtroppo, si insinuano anche nel tessuto ecclesiale.
L'altro pensiero
viene, in perfetta sintonia con il precedente, da Giovanni Paolo II che nella
"Ecclesia in Europa" scriveva: "La Chiesa cattolica è convinta
di poter dare un singolare contributo alla prospettiva dell'unificazione. […] In quest'ottica è
necessaria una presenza di cristiani adeguatamente formati e competenti nella
varie istanze e istituzioni europee".
Il Papa delle
"radici cristiane" e dei "due polmoni" affida soprattutto
ai laici il compito di non fermarsi alle pur giustificate apprensioni per le
fragilità dell'Unione europea, ma di ritrovare le ragioni di un impegno
politico che, ricorda il Concilio, è una forma alta ed esigente di carità.
Certamente si
vorrebbe un'Ue che si esprima a una sola voce per la vita in ogni sua stagione
e condizione, per la pace, la giustizia e la solidarietà in ogni angolo del
mondo.
Nelle tensioni in
Medio Oriente e in Africa come nella difesa dell'ambiente, nella tutela dei
diritti umani come nel sostegno ai più colpiti dalla crisi economica, avremmo
voluto e vorremmo sentire il polso di un'Europa
adulta. È vero, c'è molta strada da percorrere e, proprio per questo, ai
cristiani, ricordano Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, non è consentito stare
ai bordi della storia.
Nel nostro
cammino, in verità, abbiamo incontrato uomini e donne che avvertono la
difficoltà ma anche la grandezza di quest'ora, che non esitano a spendersi per
la costruzione della casa europea ben sapendo che si arriverà al tetto quando
si supereranno gli egoismi nazionali e i luoghi comuni.
Abbiamo dato voce
a persone consapevoli che un'impresa difficile, come indubbiamente è quella
europea, è comunque un'impresa possibile, quindi doverosa.
Da nove anni
camminiamo, da giornalisti, con questa convinzione, con questa inquietudine.
Abbiamo nel cuore
e nel pensiero le parole di Maria Romana De Gasperi che nell'ottobre scorso a
Danzica, intervenendo alle prime giornate sociali europee, ricordò
che suo padre non era un sognatore, aveva un "sogno". Così è stato
per Konrad Adenauer, Robert Schuman,
Jean Monnet e per tutti gli altri padri della
comunità europea.
Il loro
"sogno" è stato l'avere pensieri grandi e il coraggio di tradurli in
scelte politiche immediatamente dopo l'immane tragedia che aveva spaccato
l'Europa.
Anche noi, assai
più modestamente, abbiamo un "sogno". Nel raccontare le Chiese e le
Istituzioni europee vorremmo suscitare e alimentare,
un pensiero europeo ispirato, non nostalgicamente, da quello dei padri e
orientato dal magistero di una Chiesa che sta con amore dentro la storia. PAOLO
BUSTAFFA, direttore SIR Europa
Treviso, bastonati perché cattolici: «Infedeli, vi dovrei ammazzare»
Tre giovani di
Cappella Maggiore picchiati e minacciati da una banda di albanesi. Ora vivono nella paura - di Roberto Ortolan
TREVISO -
Bastonati perché cattolici. È accaduto la notte di
Capodanno a Cappella Maggiore, centro vicino a Vittorio Veneto. L’incubo lo hanno vissuto tre giovani, due sorelle albanesi e un
italiano, mentre stavano festeggiando in casa il nuovo anno, insieme a una
ventina di amici, italiani e non, alcuni dei quali picchiati da una banda di
albanesi tanto da dover ricorrere ai medici del Suem.
Ma l’incubo si è rinnovato due giorni dopo: a notte
fonda, un individuo si è introdotto nell’abitazione e ha tirato due pugni al
volto al padrone di casa, mentre stava dormendo. Ora i tre giovani vivono nel
terrore.
«Siete infedeli. Se foste mie
figlie vi avrei già uccise. Prostitute!». La prima
minaccia alle ragazze. «A te taglierei la gola - la
seconda rivolta all’amico - ma avremo presto la resa dei conti. Finirete male!
Uno di noi è di troppo sulla terra». «Queste sono
alcune - raccontano Rica e Lorena Suele
- delle parole che ci hanno scagliato contro». Ad accendere
la miccia, il baccano proveniente dal veglione organizzato dai ragazzi
(autorizzati dai vicini). Ma le differenze culturali, religiose e di
stile di vita avevano creato da tempo un solco
profondo tra le due "famiglie", incrinando i rapporti di buon
vicinato. Giunte in Italia da piccole, Rica e Lorena
sono cattoliche e ora abitano da sole. Una scelta
inaccettabile per i vicini, sempre albanesi ma musulmani. «Ci giudicano
male - spiegano le sorelle - perché ci siamo adeguati alla cultura italiana».
Da qui l’esplosione di rabbia.
«Alla mia
richiesta - precisa Massimo Feltrin,
il coinquilino - di esprimersi in italiano il vicino mi ha preso per il collo e
mi ha detto: ti taglio la gola». Subito dopo sono arrivati i rinforzi: un gruppo
di albanesi con quattro auto, armati di mazze e martelli. «Erano
in cinque - chiarisce Lorena - e hanno dato una mazzata sulla schiena a un
nostro amico. Un’amica l’hanno colpita alla gamba.
Hanno picchiato anche me e mia sorella». Due giorni
dopo, di notte, un individuo si è introdotto in casa dopo aver forzato una
finestra e ha colpito Feltrin mentre dormiva,
lasciandolo privo di sensi e con la faccia insanguinata. Indagano i
carabinieri, allertati dai ragazzi che cercano una nuova casa. IM 10
In Olanda non c'è più posto per il bambino Gesù. O invece sì
Chiese che non
sono più chiese ma condominii, negozi o moschee. Un
cattolicesimo in pericolo di sparire. Un reportage da Amsterdam con
un'intervista al cardinale Simonis: "Dobbiamo
ricominciare da capo"
- di Sandro Magister
ROMA – Fino a mezzo
secolo fa, il cattolicesimo olandese e fiammingo appariva di costituzione
robusta, forte delle sue tradizioni, attivo nelle missioni. Un suo simbolo era
padre Jozef Damiaan de Veuster (1840-1889), apostolo dei lebbrosi in un'isola del
Pacifico, proclamato santo da Benedetto XVI lo scorso 11 ottobre.
Pochi giorni fa,
alla vigilia di Natale, è morto a Nimega
all'età di 95 anni un altro grande simbolo di questo cattolicesimo, il teologo
domenicano Edward Schillebeeckx, fiammingo di
nascita, olandese d'elezione.
Simbolo però,
questo, non della fioritura ma dell'impressionante decadenza che la Chiesa
delle Fiandre e dell'Olanda ha vissuto nell'ultimo mezzo secolo.
Schillebeeckx ha riflesso questa metaformosi
nella sua stessa vita di teologo. Negli anni del Concilio Vaticano II e del
primo dopoconcilio fu una star di risonanza mondiale,
campione della nuova teologia al passo con la cultura dominante. Ma poi fu quasi dimenticato, anche da quei cattolici che
l'avevano osannato.
L'oblio che è
caduto su di lui è andato di pari passo con ciò che nel frattempo accadeva nel
cattolicesimo olandese, sempre più dimentico di sé, sempre più secolarizzato,
sempre più in pericolo di scomparire.
L'inchiesta
riprodotta qui sotto fotografa l'attuale profilo della Chiesa cattolica in
Olanda. Un paese nel quale oggi il 41 per cento della popolazione dichiara di
non avere alcun credo religioso e il 58 per cento non sa più che cosa sia il
Natale. Una Chiesa nella quale vi sono domenicani e gesuiti che teorizzano e
mettono in pratica messe senza più sacerdozio né
sacramento cristiano, in cui sono i presenti a "consacrare"
collettivamente, attorno a "una tavola aperta anche a gente di differenti
tradizioni religiose".
Tutto questo mentre
contemporaneamente una città come Rotterdam è stata ampiamente islamizzata,
come www.chiesa ha mostrato in un servizio choc di pochi mesi fa.
L'inchiesta che
segue è di Marina Corradi ed è stata pubblicata il 23
dicembre su "Avvenire", il quotidiano di proprietà della conferenza
episcopale italiana. Ha per epicentro Amsterdam. Accompagna il reportage un'intervista al cardinale Adrianus
Simonis, arcivescovo emerito di Utrecht. L’Espresso online 30
Ad Amsterdam, che cosa resta del Natale
Amsterdam è
festosa, in questi giorni natalizi. Sfarzose luminarie illuminano la Damrak e piazza Dam. Piste di
pattinaggio affollate di ragazzi ridenti, Babbi Natale, e le note di “Jingle bells” che escono dai grandi magazzini affollati. Ma cosa resta del Natale in un paese fra i più secolarizzati
d’Europa, dove il 58 per cento della popolazione, secondo un’indagine, non sa
cosa esattamente è accaduto, quel giorno? In un paese con 900 mila immigrati
arabi su 16 milioni di abitanti, e venti moschee nella
sola Amsterdam?
La Oude Kerk, la più antica chiesa
della città, costruita nel 1309, si erge con la sua mole nel cuore del centro.
Attorno, il Red Light District, il quartiere a luci
rosse. Dalle vetrine in cui stanno esposte, le prostitute sudamericane e
dell’Est bussano ai vetri per attirare l’attenzione dei passanti. Qualcuna indossa un berretto da Babbo Natale. Le guardi e
cerchi di immaginare quale storia le ha condotte qui. Loro sorridono,
ammiccanti. Ma le mille luci della città sono una ubriacatura
che copre la falsa allegria di questi vicoli. Vai oltre. La Neuwe
Kerk, la chiesa dove venivano
incoronati i re d’Olanda, è un museo. L’unica "chiesa" affollata in
città è di Scientology, sei piani in pieno centro. "Istituto
di tecnologia religiosa", si legge su un manifesto
all’interno. Offrono, gratis, test sullo stress. C’è un sacco di gente.
È strano
questo susseguirsi di chiese che non sono più chiese:
ma condominii, locali, moschee. Osservi i netturbini,
i manovali nelle strade, i camerieri nelle pizzerie: sono quasi tutti
marocchini o turchi. Quasi un milione di mani. E anche se quasi altrettanti
immigrati vengono da paesi cristiani, gli olandesi, di tutti questi islamici,
hanno paura. Il partito di Gert Wilders,
della destra populista, è il secondo per consensi, e le elezioni sono fra pochi
mesi. Due terzi degli olandesi dicono che gli immigrati sono troppi. In
periferia ci sono quartieri come Slotervaart, ghetti
unicamente islamici, dove incontrare un olandese è
quasi impossibile. Se ne sono andati tutti. Rotterdam poi ha una percentuale di islamici ancora più alta, e un sindaco musulmano. Un
giornale americano l’ha chiamata "incubo Eurabia".
In realtà, le donne velate che incontri nel centro delle città olandesi sono
meno numerose che in certi quartieri di Milano. Benché
gli omicidi di Van Gogh e Fortuyn abbiano scosso
profondamente gli olandesi, ed esistano imam fondamentalisti, in grande
maggioranza gli islamici sembrano voler lavorare e vivere in pace.
La paura dell’Eurabia sembra in verità solo un fatto conseguente a un
fenomeno ancora più radicale: la secolarizzazione quasi totale di un paese che,
fino all’ultima guerra, era cattolico o protestante, comunque cristiano. Un
crollo: solo il 7 per cento dei cattolici oggi va a messa la domenica. Viene battezzato il 16 per cento dei bambini. Su nozze gay ed eutanasia l’Olanda è stata pioniera. "Dopo il
Concilio Vaticano II – dice il professor Wim Peeters,
insegnante al seminario della diocesi di Haarlem-Amsterdam
– la Chiesa olandese è entrata in una crisi profonda. La generazione degli anni
Cinquanta se ne andata, e ha dimenticato di educare i
suoi figli". Nel 1964 anche l’insegnamento religioso nelle scuole è stato
abolito. Due generazioni di olandesi hanno dimenticato l’alfabeto cristiano.
Nel registro del seminario di Haarlem, il numero dei preti ordinati precipita
alla fine degli anni Sessanta. Nel 1968, nemmeno uno. "Io credo – dice Peeters – che non avremmo niente da temere dall’islam, se
fossimo cristiani. E spesso sembra che gli olandesi oggi abbiano paura di
tutto: di avere figli, come degli immigrati. Ma la paura è
l’esatto contrario della fede".
Cercando, ancora,
il Natale, in Oudezijds Voorburgwal
al numero 40, nel Red Light District,
c’è un piccolo portone. All’ultimo piano del Museum Amstelkring c’è una chiesa, una chiesa
clandestina, risalente al tempo delle persecuzioni calviniste che proibivano il
culto cattolico. Nel sottotetto un altare, un organo, dieci panche cui i fedeli
accedevano di nascosto. "Ons’Lieve Heer op Solder",
si chiama la chiesa: il nostro caro Signore in soffitta. Cristo in soffitta, ti
chiedi, è questo il Natale di Amsterdam?
Eppure. Nel seminario di Haarlem-Amsterdam
oggi ci sono 45 seminaristi, riflesso anche di una
forte presenza neocatecumenale. Monsignor Josef Punt,
il vescovo, spiega che oggi qualcosa è cambiato rispetto alla crisi più dura,
venti o trenta anni fa. Se nel '68 da questo seminario non uscì un solo
sacerdote, dice, "oggi ogni anno in tutta l’Olanda vengono
ordinati 15 nuovi preti, che mantengono gli organici a livello stabile. In
questa diocesi alcune centinaia di persone chiedono ogni anno il battesimo da
adulti. Si percepisce una nuova domanda, generata dal senso di vuoto. Certo,
parliamo di piccoli numeri. Siamo una Chiesa missionaria. Tutto è da
ricominciare da capo. Stiamo creando nei monasteri fuori città dei centri di
evangelizzazione per chi, lontano dalla fede, voglia riscoprirla. Nella nostra
scuola cattolica a Haarlem non riusciamo ad accogliere tutte le domande di iscrizione. Io ho la sensazione che questi
genitori, pure non più credenti, siano affascinati dalla bellezza del
cristianesimo, e la desiderino per i figli".
Occorre fiducia
per crederci, in questa cittdove dai campanili di
chiese che non sono più chiese le campane suonano
dolci melodie natalizie. Mille Babbi Natale, e nessun presepe. Tranne uno, piccolissimo, nelle stanze dell’Esercito della
Salvezza, vicino alla Centraal Station, alla mensa
dei poveri. Venti clochard intirizziti dal freddo,
thermos giganti di caffè caldo, e quel piccolo presepe. E poi ancora, in
Egelantinstraat 147, quasi periferia, una casa
povera. Suoni, ti apre una suora di Madre Teresa. Sono in quattro. Qui, ogni
mattina, c’è la messa, ogni sera i vespri. Una
cappella disadorna, due suore in adorazione. Sotto l’altare,
la mangiatoia del presepe.
Ma se il senso del Natale è una domanda, un’attesa, allora
lo incontri ancora nelle vie di questa città. È lo zoccolo vuoto che i bambini
depongono nel camino la notte di Santa Klaus, il 5 dicembre, aspettando un
dono. Sono quei clochard, e anche, se le guardi negli occhi,
quelle giovani prostitute nelle vetrine del Red Light District.
Sono i vecchi soli che camminano esitanti sulla neve, temendo di cadere e di
finire invalidi in un ospedale dove forse li guarderanno come pesi inutili.
Sono le ragazzine alla tavola di una pizzeria italiana dietro il Dam, che
cantano tenendosi per mano: "I wish you a merry Christmas and a happy
new year". Già, un
anno felice. "Nonostante tutto – ci ha detto il professor Wim Peeters – la domanda della felicità, e quindi di Dio, resta
sempre, nel cuore dell’uomo". Marina Corradi, L’Avvenire 23
"Due generazioni sono state perdute". Intervista con il cardinale
Adrianus Simonis
L’arcivescovo
emerito di Utrecht, cardinale Adrianus Simonis, 78 anni, è il
"grande vecchio" della Chiesa olandese. conosciuto
e amato nel paese, anche dai musulmani. "Forse perchè
– spiega sorridendo – ho detto che i musulmani fedeli a Dio andranno nei cieli
più alti del Paradiso".
Ma sulla sua Olanda il cardinale, che oggi vive in un
paesino del Brabante, Nieuwkuijk,
sembra meno ottimista.
"Sì, forse ci
sono dei segni di una nuova tendenza, ma parliamo di numeri piccolissimi",
dice. "Rimane quella cifra, quel 58 per cento di olandesi che non sanno
più cosa sia esattamente il Natale. C’è chi, guardando l’Olanda, è turbato dal
numero delle moschee. Lo posso capire, ma il problema autentico qui è anteriore
alla immigrazione: è che noi ci siamo perduti, abbiamo
perso la nostra identità cristiana. Se questa identità fosse forte, non avremmo
paura degli islamici. Si, esiste in Olanda il problema
di un fondamentalismo islamico, ma la maggior parte degli immigrati non lo
segue. Più che l’integralismo, nelle giovani generazioni islamiche mi preoccupa
l’avanzare della secolarizzazione. Temo che finiranno col
convertirsi alla vera religione che domina l’Occidente: il relativismo".
(E in effetti,
guardando i giovani marocchini nei McDonald’s di Amsterdam, e le loro sorelle
in fuseax attillati, viene
da domandarsi se le nuove generazioni musulmane non stiano già omologandosi, in
tutti in sensi, a noi).
D. – Eminenza, e
il razzismo, la xenofobia, non sono problemi qui?
R. – Io non credo.
Gli olandesi sono un popolo tollerante. Non vedo all’orizzonte un’onda razzista.
D. – A Haarlem il
vescovo dice che si comincia ad avvertire nei giovani un senso di vuoto, la
mancanza di ciò che è stato dimenticato…
R. – È vero, in
molti avvertono il vuoto. Ma non sanno andare oltre, non sanno
cosa domandare, e a chi. Non sono stati educati a riconoscere e a percepire il
desiderio del loro cuore. In questo senso sono convinto, come il vescovo Punt, che la Chiesa olandese è veramente chiamata a essere
missionaria. Due generazioni sono state perdute. Si tratta di ricominciare da
capo, e dentro a una cultura indifferente al cristianesimo, in mezzo a media non amichevoli.
D. – Lei ha 78 anni. Era un bambino ai tempi della guerra. L’Olanda non
era, allora, un paese fortemente cristiano? E poi,
cosa è successo?
R. – Probabilmente
era un cristianesimo troppo segnato da un rigido moralismo. Ne è seguita una
ribellione radicale, come radicale è il carattere
degli olandesi. Non sono capaci di credere solo “un po’” in qualcosa. Aut, aut.
Sono diventati l’opposto di ciò che erano”.
D. – Tuttavia, nel
seminario di Haarlem ci sono oggi 45 studenti, e
alcune centinaia di adulti ogni anno chiedono il battesimo. Ad Amsterdam ho
trovato le suore di Madre Teresa in adorazione davanti al Crocifisso.
Pochi, ma forti, i cattolici qui…
R. – È vero. Certo
in una situazione come questa il sale è costretto, come dire, a diventare più salato…
D. – Cosa intende dire, nelle messe di Natale, ai fedeli?
R. – Che forse
hanno scordato il fatto cristiano, quello che ne è l’essenza: Dio si è fatto
uomo, è venuto al mondo nella povertà, umile e fragile come un bambino neonato,
per amore nostro.
D. – Sa, eminenza,
che poco fa nel piccolo paese qui vicino, Drunen, ho visto un centinaio di bambini uscire dalla chiesa
cattolica dove c’era stata una funzione di Natale?
R. – Dev’essere quel giovane prete appena arrivato, che si dà da
fare…"
La storia che
ricomincia, ancora. Per ricominciare, basta la faccia
di un cristiano.
Marina Corradi,
Avvenire 23
Santiago de Campostela.
Una luce in Europa. Aperto il 31 dicembre l'Anno santo
compostelano
Con l'apertura
della Porta santa nella cattedrale di Santiago de Compostela, in Spagna, ha preso il via, il
31 dicembre, l'Anno santo compostelano, che ha per
motto "Pellegrinando verso la luce". Per l'occasione
fedeli di tutta Europa e degli altri continenti si recheranno sulla
tomba dell'apostolo san Giacomo il Maggiore. Durante il solenne rito
l'arcivescovo di Santiago de Compostela, mons. Julián
Barrio Barrio, ha aperto la
Porta santa, battendo tre colpi contro il muro di pietra, poi ha varcato per
primo la Porta, detta anche "Porta del Perdono", e presieduto la
celebrazione eucaristica. "È urgente - ha detto durante l'omelia mons. Barrio - illuminare con la luce della fede le questioni che
concernono il presente e il futuro della società, vigilare di fronte agli idoli
che ci portano allo scoraggiamento e alla morte, manifestare un amore operoso e
concreto con ciascun essere umano, e fortificare la speranza cristiana che di
giorno in giorno aiuta a superare la preoccupazione angosciosa per il presente,
e lo scetticismo che rende difficile l'esercizio della carità". In mezzo
al processo di scristianizzazione, l'Anno santo "è un faro di luce e fonte
di grazia per l'uomo di oggi immerso in una profonda crisi morale, culturale e
sociale". L'Anno santo 2010 è il 119° di una storia iniziata nel 1120 con
Papa Callisto II, che concesse all'arcidiocesi spagnola il privilegio di poter
convocare un Anno santo ogniqualvolta la festa di san Giacomo, il 25 luglio,
fosse caduta di domenica.
Un'opportunità. In
occasione della "grande perdonanza",
Benedetto XVI ha inviato all'arcivescovo di Santiago de Compostela un messaggio
che è stato letto, durante l'apertura dell'Anno Santo, dal nunzio apostolico in
Spagna, mons. Renzo Fratini. Per il Papa l'Anno santo compostelano
è "un'opportunità particolare affinché i credenti riflettano sulla loro
genuina vocazione alla santità di vita, s'impregnino
della Parola di Dio, che illumina e interpella, e riconoscano Cristo, che va
loro incontro, li accompagna nelle vicissitudini del loro camminare per il
mondo e si dona a loro personalmente, soprattutto nell'Eucaristia". Santiago de Compostela, ha ricordato il Pontefice, "si
distingue da tempi lontani per essere meta eminente di pellegrini, i cui passi
hanno segnato un Cammino che porta il nome dell'apostolo, al cui sepolcro si
recano persone provenienti specialmente dalle più diverse regioni d'Europa per
rinnovare e rafforzare la loro fede. Un Cammino disseminato di tante
dimostrazioni di fervore,
penitenza, ospitalità, arte e cultura, che ci parla eloquentemente delle radici
spirituali del Vecchio Continente". Nel Cammino, ha osservato il Santo
Padre, "si contemplano nuovi orizzonti che fanno riflettere sulla
ristrettezza della propria esistenza e sull'immensità che l'essere umano ha
dentro e fuori di sé, preparandolo ad andare in cerca di ciò a
cui realmente il suo cuore anela. Aperto alla sorpresa
e alla trascendenza, il pellegrino si lascia istruire dalla Parola di Dio, e in
tal modo purifica la propria fede da adesioni e timori infondati".
Diventare
testimoni. Benedetto XVI chiede anche "al Signore
di accompagnare i pellegrini, di farsi conoscere e di entrare nei loro cuori,
'affinché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza'. Questa
è la vera meta, la grazia, che il mero percorso materiale del Cammino non può
far raggiungere da solo, e che porta il pellegrino a divenire un testimone
dinanzi agli altri del fatto che Cristo vive ed è la nostra speranza eterna di
salvezza". In questo Anno santo, in
sintonia con l'Anno sacerdotale, ha sottolineato il Papa, "un ruolo
decisivo spetta ai presbiteri, il cui spirito di accoglienza e di dedizione ai
fedeli e ai pellegrini deve essere particolarmente generoso. A loro volta
pellegrini, sono chiamati a servire i propri fratelli offrendo loro la vita di
Dio, come uomini della Parola divina e del
sacro". Di qui l'incoraggiamento ai sacerdoti dell'arcidiocesi di Santiago
de Compostela, come pure quanti si uniscono ad essi
durante questo Giubileo e a quelli delle diocesi per le quali passa il Cammino,
"a prodigarsi nell'amministrazione dei sacramenti della penitenza e
dell'Eucaristia, poiché gli aspetti più ricercati, più preziosi e
caratteristici dell'Anno santo sono il perdono e l'incontro con Cristo vivo".
Infine, il Pontefice ha espresso la sua "speciale vicinanza ai pellegrini
che giungono e continueranno a giungere a
Santiago". "Li invito a fare incetta delle suggestive
esperienze di fede, di carità e di fraternità che incontreranno nel loro
percorso - ha sostenuto -, a vivere il Cammino soprattutto interiormente,
lasciandosi interpellare dalla chiamata che il Signore fa a ognuno di essi.
Così potranno dire con gioia e fermezza nel Portico della Gloria: 'Credo'". "Chiedo loro anche di non dimenticare
nella loro preghiera cadenzata quanti non hanno potuto accompagnarli, le loro
famiglie e amici, i malati e i bisognosi, gli emigranti, le persone fragili
nella fede e il popolo di Dio con i suoi pastori", ha concluso.
Sir eu 8
Sit-in del Popolo viola a San Pietro. La preghiera: "Ratzinger aiutaci
tu"
Non hanno potuto
manifestare sul suolo della Santa Sede, ma hanno attirato l'attenzione con
palloncini, sciarpe e bandiere viola. E con uno striscione fatto volare in
cielo, da piazza San Pietro, proprio mentre il Papa recitava l'Angelus:
"Aiutaci tu"
Questa volta il
Popolo Viola, promotore del del
'No Berlusconi Day' lo scorso 5 dicembre, punta
davvero in alto. Per risolvere il conflitto di interesse
del premier chiede addirittura l'aiuto divino: "Aiutaci tu" ha scritto
su uno striscione attaccato a tanti palloncini e fatto volare in cielo, da
piazza San Pietro, proprio mentre il Papa recitava l'Angelus. Tutto in viola,
naturalmente.
Un atto
"ironico e goliardico" hanno tenuto a dire
gli stessi promotori (30-40 i presenti al sit-in) per attirare l' attenzione
"sull'anomalia italiana, il conflitto d'interessi" del nostro paese.
Ai manifestanti è stato impedito da un funzionario del Vaticano (così si è
qualificato) di stazionare nella piazza perché
iniziativa non autorizzata. La manifestazione si è quindi tenuta su territorio
italiano, al fuori delle transenne che circondano la
stessa piazza. Una decisione che pur nel dissenso dei promotori è stata
pacificamente accolta. Il sit-in è durato poco più di un'ora.
A manifestare (con
sciarpe o giacche o scarpe o bandierine viola) soprattutto giovani e
giovanissimi, ma anche Isabella, una giovanile e signorile romana di 81 anni, figlia di un partigiano, che ha partecipato anche
al NoB-day. Durante l'Angelus, il lancio dello
striscione e dopo le parole del Papa un applauso dai
manifestanti. "Siamo qui con rispetto per il Papa, a sostegno della pace -
spiega Marco, 23 anni, studente abruzzese - per il
rispetto della legge e dei diritti umani. Per quei valori che
lo stesso Papa predica". "Ascoltiamo le parole del Santo Padre
- aggiunge Rossella, 34 anni, insegnante napoletana,
precaria - ed è stato proprio il Papa a invitare i giovani ad impegnarsi in
politica". "La nostra - aggiunge Gianfranco Mascia, 48enne romano -
non è un'azione di disturbo, cerchiamo ironicamente un sostegno. E visto che qui, contro il conflitto di interessi nessuno si
attiva, non ci aiuta nessuno, lo chiediamo a Dio. Gli
chiediamo di far tornare il senno a tutti i politici e di risolvere l'anomalia
italiana". Questo piccolo Popolo Viola ha destato curiosità dei
passanti; fra foto e domande molti si sono fermati. Anche una
suora salesiana, Antonietta, 65enne: "Sono d'accordo con loro. Sono
iniziative necessarie. Anche dopo i fatti calabresi, lo stato deve essere più
vicino alla gente, invece fa solo parate".
Il Popolo Viola si
prepara a nuove iniziative: il 30 marzo, sit-in a Roma
davanti la Prefettura in difesa della Costituzione (su questo domani lancerà un
appello agli intellettuali); il 6 marzo una 'rete viola' attraverserà l'
Italia. Il primo marzo aderirà alla manifestazione dei migranti. LR 10
Papst: „Schützt Asylanten und verfolgte Christen!“
Papst Benedikt XVI. hat beim Angelusgebet die Gewalt gegen Migranten in den Aufnahmeländern
verurteilt und an das Schicksal von Christen in Verfolgung erinnert.
Nach Unruhen zwischen Italienern und
Migranten im kalabrischen Rosarno sagte der Papst,
man müsse vom Kern des Problems ausgehen:
„Man muss von dem ausgehen, was Person
bedeutet. Der Einwanderer ist ein menschliches Wesen. Er unterscheidet sich
zwar durch seine Herkunft, seine Kultur und seine Traditionen, aber er ist eine
Person, die Respekt verdient und Rechte und Pflichten hat. Das gilt besonders
in der Frage der Beschäftigung, wo die Versuchung zur Ausbeutung groß ist, aber
auch in Fragen des alltäglichen Lebens. Gewalt darf nie und für niemanden ein
Weg sein, die Schwierigkeiten zu lösen. Das Problem ist vor allem ein
menschliches! Ich lade dazu ein, in das Antlitz des anderen zu schauen und zu
entdecken, dass er eine Seele hat, eine Geschichte, ein Leben, und dass Gott
ihn genauso liebt wie mich.“
In der vergangenen Woche waren nach
Schüssen auf Migranten überwiegend afrikanische Erntehelfer randalierend durch Rosarno gezogen. Bürger der Stadt forderten daraufhin die
Ausweisung von Ausländern aus der Kommune.
Nach dem Attentat auf koptische
Christen in Ägypten hat Papst Benedikt zudem religiös motivierte Gewalt
verurteilt.
„Die Gewalt gegen Christen in einigen
Ländern hat viele Menschen empört, vor allem weil sie explodiert ist in den für
die christliche Tradition heiligsten Tagen des Kirchenjahres. Die politischen
und religiösen Institutionen müssen – ich bekräftige dies – die Verantwortung,
die sie haben, wahrnehmen. Es darf keine Gewalt im Namen Gottes geben, noch
kann man glauben, ihn zu ehren, indem man die Würde und die Freiheit von
seinesgleichen beleidigt.“
Bei dem Anschlag im mittelägyptischen
Nag Hammadi waren am späten Mittwochabend, 6. Januar, acht koptische Gottesdienstbesucher
und ein muslimischer Wachmann erschossen worden. Es war der schwerste derartige
Vorfall in Ägypten seit Jahren. Im Anschluss kam es in Nag Hammadi zu wütenden
Protesten der christlichen Bevölkerung und zu Auseinandersetzungen mit der
Polizei. Die koptischen Christen machen laut Schätzungen knapp zehn Prozent der
83 Millionen Einwohner Ägyptens aus, etwa 150.000 sind koptisch-katholisch, mit
Patriarch Antonios Naguib an der Spitze.
Angelus: Taufe schafft „neue
Brüderlichkeit“ - Papst Benedikt XVI.
hat beim Angelusgebet am Fest „Taufe des Herrn“ über
die Bedeutung der christlichen Taufe gesprochen: „Werde was Du bist! – Das ist
das grundlegende Erziehungsprinzip des durch Gnade erlösten Menschen. Dieses
Prinzip ähnelt in vielem der menschlichen Reifung: Das Verhältnis der Eltern zu
ihren Kindern entwickelt sich – durch Ablösungsprozesse und Krisen hindurch –
von einer totalen Abhängigkeit hin zu dem Bewusstsein, Söhne und Töchter zu
sein, dankbar für das Geschenk des Lebens und fähig, selber Leben zu schenken.
Auch der Christ beginnt seinen Glaubensweg durch die Taufe, in der er zu einem
Neuen Leben gezeugt wird. Dies wird ihn dazu führen, selber einst Gott bewusst
„Abba – Vater“ zu nennen, sich an Ihn mit Dankbarkeit zu wenden und freudig
Gottes Kindschaft zu leben.“
Die Taufe biete auch ein
Gesellschaftsmodell, das der Brüderlichkeit:
„Brüderlichkeit kann nicht durch eine
Ideologie geschaffen werden, noch durch irgendeine Macht: Dass wir Brüder sind,
erkennt man nur das demütige und zugleich tiefe Bewusstsein, Kinder des
himmlischen Vaters zu sein. Als Christen haben wir dank des in der Taufe
geschenkten Heiligen Geistes das Glück und die Aufgabe, als Kinder Gottes als
Brüder zu leben und, um „wie Sauerteig“ eine neuen und solidarischen Menschheit
zu sein, die reich ist an Frieden und Hoffnung.“
Hier das Manuskript der Papstworte in
deutscher Sprache: „Gerne grüße ich alle deutschsprachigen Gläubigen beim
heutigen Angelusgebet, besonders die Schüler aus Bad
Tölz und die Pilger aus Eisenstadt. Bei der Taufe im Jordan stellt sich Jesus
Christus in eine Reihe mit uns Menschen. Er ist der geliebte Sohn des Vaters
und zugleich einer von uns. Durch unsere eigene Taufe werden auch wir in
Christus geliebte Kinder Gottes. Wir haben Anteil erhalten am Heiligen Geist.
In der Kraft dieses Geistes wollen wir leben und die Welt gestalten, wie es
Gott gefällt. Der Herr geleite euch alle Tage dieses neuen Jahres mit seiner
Gnade.“
Papst tauft 14 Babies in der Sixtina - Papst Benedikt XVI. hat am Sonntag in der Sixtinischen
Kapelle 14 Kleinkinder getauft. In einer sehr mystagogisch
gehaltenen Predigt zum liturgischen Fest der „Taufe des Herrn“ rief der Papst
dazu auf, den Glauben als ein Geschenk wiederzuentdecken und zu bezeugen. Durch
die Taufe begännen die Kinder das freudige und erhebende Abenteuer der
Jüngerschaft Christi.
„In der Taufe werden die Kinder durch
das Licht Christi erleuchtet. Sie öffnet die Augen für Seine Herrlichkeit und
führt ein in das Geheimnis Gottes durch das göttliche Licht des Glaubens. In
diesem Licht müssen die Täuflinge ihr ganzes Leben wandeln, und das Vorbild und
Beispiel ihrer Eltern, der Patinnen und Paten soll ihnen dabei helfen.“
Diese müssten durch ihre Worte und das
Zeugnis ihres Lebens die Fackel des Glaubens der Kinder nähren, damit diese in
der Welt leuchten könne, die oft im Dunkeln des Zweifels umherirre, und das
Licht des Evangeliums bringen, das Leben und Hoffnung sei.
„Nur so werden sie als Erwachsene in
vollem Bewusstsein die Formel aussprechen können, die im Taufritus am Ende des
Glaubensbekenntnisses steht: Das ist unser Glaube. Es ist der Glaube der
Kirche. Und wir rühmen uns, ihn zu bekennen in Christus, unserm Herrn!“
An der Feier in der Sixtina
nahmen mehr als 200 Gäste teil. Die 14 Säuglinge, sieben Jungen und sieben
Mädchen, sind Kinder von Angestellten des Vatikan,
darunter eines Mitglieds der Schweizergarde. (rv 10)
Was macht uns Mut im neuen Jahr?
Kontrastreicher Jahreswechsel: Die
nachhaltig Resignierten und ihre Kraft der Freiheit
Ausgelassene Feierlaune herrschte zu
Silvester im deutschen Fernsehprogramm: Silvesterstadel im Ersten, André Rieu und die Hirtparty im
Zweiten, die ultimative Silvesterparty auf RTL und die Partykracher von Jürgen
Drews in der neuen RTL-II-Hitparade. Der Zuschauer hatte den Eindruck, an einer
einzigen Dauerfete teilzunehmen und von einem Musiksender zum nächsten zu
schalten.
Der Kontrast: Die Neujahrsansprache der
Bundeskanzlerin
Ein Kontrast dazu war die
Neujahrsansprache der Bundeskanzlerin Angela Merkel. Sie stimmte die Bürger vor
Beginn des großen Partymarathons auf wirtschaftlich schwierige Zeiten ein. Sie
erinnerte an die weltweite Finanz- und Wirtschaftskrise und sagte: „2010 wird
sich entscheiden, wie wir aus dieser Krise herauskommen. Ich sage es sehr
offen: Wir können nicht erwarten, dass der Wirtschaftseinbruch schnell wieder
vorbei ist. Manches wird gerade im neuen Jahr erst noch schwieriger, bevor es
wieder besser werden kann.“ Als Hoffnungszeichen für die Bewältigung der Krise
nannte die Bundeskanzlerin die Kraft der Freiheit. Jene habe schon vor 20
Jahren die Berliner Mauer zu Fall gebracht. „Und es ist diese Kraft der
Freiheit, die uns heute Mut für das neue Jahr und das nächste Jahrzehnt machen
kann.“
Der Vergleich: Die Kraft der Freiheit
1989 und heute
Viele Bürger verstehen unter Freiheit,
das persönliche Leben nach den eigenen Vorstellungen zu gestalten. Ein jeder
kann selbst entscheiden, was er macht. Zum Beispiel hat der Zuschauer beim
Fernsehen die Freiheit zwischen verschiedenen Sendern auszuwählen und sich nach
seinen Interessen das Passende herauszusuchen. Dieses Verständnis von Freiheit
war gewiss nicht der Motor für die Bewegung im Jahr 1989. Sicherlich mag es
einige gegeben haben, die für eine wirtschaftliche Verbesserung – für eine
größere Auswahl im Einkaufsladen (Konsum genannt) – auf die Straße gingen. Die
große Mehrheit forderte aber eine politische Freiheit ein, die sowohl die
Meinungs- als auch die Reisefreiheit umfasste. Diese Kraft der Freiheit wird im
kommenden Jahr nicht lebendig werden, da Reise-, Meinungs- und Wahlfreiheit
nicht eingeschränkt sind. Jene Motivation eines ganzen Volkes, die politischen
Umstände zu ändern und so die Probleme der Zeit zu lösen, gibt es gegenwärtig
in der deutschen Bevölkerung nicht. Ganz im Gegenteil: Es gibt eine politische
Resignation.
Die Zukunft: 70 Prozent der Deutschen
sind resigniert
Laut einer aktuellen Studie der
Bertelsmann-Stiftung haben mehr als zwei Drittel der Befragten das Vertrauen in
die politischen und wirtschaftlichen Entscheidungsträger verloren. Die
Untersuchung bestätigt eine frühere Erhebung der Universität Bielefeld unter
3000 Bundesbürger. Zwischen 66 und 78 Prozent der Befragten schätzten sich in
Bezug auf die Zukunft als nachhaltig resigniert oder als pessimistisch ein.
Ursache für den Vertrauensverlust sind nicht nur die Wirtschafts- und
Finanzkrise. Falsche Versprechungen der Politik, Raubbau an Mensch und Umwelt
und ungezügelter Egoismus sind weitere Auslöser. Aber Grund für die Resignation
sei bereits die Globalisierung, so die Studie. Es kann also geschlussfolgert
werden: Die Kraft der weltweiten wirtschaftlichen Freiheit erhöht die
Resignation in der Bevölkerung. Als Beleg für die skeptische oder gar
resignierte Stimmung in der Bevölkerung führt der Geschäftsführer des Verbandes
der pyrotechnischen Industrie die guten Verkaufszahlen beim Silvesterfeierwerk
an. In schwierigen Zeiten werde ausgiebig gefeiert, um die Sorgen des Alltags
für kurze Zeit zu vergessen, so Klaus Gotzen
gegenüber Focus Online.
Die christliche Botschaft: Wir haben
eine Zukunft
Die kirchliche Weihnachtszeit, in die
der Jahreswechsel fällt, kann Mut machen, die wirkliche Kraft der Freiheit der
Kinder Gottes zu entdecken. Die Botschaft vom Kind in der Krippe sagt: Trotz
aller Resignation gibt es für alle Menschen auf Erden eine Zukunft. Das kleine
Jesuskind in der Krippe hatte mit seinen irdischen Eltern Maria und Josef
wahrlich jeden Grund zur Resignation: Kein Dach über dem Kopf, keine Bettchen,
sondern eine Krippe; keine Ruhe, sondern gleich die Flucht nach Ägypten wegen
der Kindesverfolgung des Herodes. Alle äußeren Umstände waren negativ. Die
Botschaft von Weihnachten mahnt uns aber, hinter das Äußere zu schauen. Gott
ist mit uns und kennt die widrigen Umstände unserer Zeit. Die Liebe und
Gegenwart Gottes ist größer. Sie bewirkt sogar, dass Menschen Strapazen auf
sich nehmen, ohne dass sie das genaue Ziel kennen. Die Heiligen Drei Könige
waren solche Menschen. Sie brachen trotz aller Widerstände auf, ohne das Ziel
Bethlehem wirklich vor Augen zu haben. So kann uns das Mit-uns-Sein Gottes also
Mut machen, mit froher und hoffnungsvoller Zuversicht in das neue Jahr zu gehen
und trotz der schwierigen Zeit positiv in die Gesellschaft hinein zu
wirken. Siehe hierzu den Appell zu mehr Engagement in der
Silvesterpredigt von Erzbischof Robert Zollitsch.
Sebastian Pilz, kath.de-Redaktion
Papst: „Nur Liebe kann Welt verbessern“
Mit einer feierlichen Messe im
Petersdom hat Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch das Hochfest
der Erscheinung des Herrn begangen. Das Fest der „Epiphanie“ ist allgemein auch
als Dreikönigstag bekannt. An diesem Feiertag erinnere die Kirche daran, dass
nicht die Großen und Mächtigen die Welt verändern, sondern allein der Weg der
Liebe, sagte der Papst in seiner Predigt. Dieser Weg habe sich den drei Weisen
aus dem Orient im Jesuskind in der ärmlichen Krippe offenbart. Durch die
„Heiligen Drei Könige“ erleuchte das Licht aus der Grotte Bethlehems die ganze
Menschheit, so Benedikt:
„Sie brachten Gold, Weihrauch und
Myrre. Das sind sicherlich keine Geschenke, die den alltäglichen Bedürfnissen
entsprechen. In diesem Augenblick hätte die Heilige Familie bestimmt etwas
anderes dringender gebraucht, als Weihrauch und Myrre - und noch nicht einmal
das Gold konnten sie unmittelbar gebrauchen. Doch haben diese Geschenke einen
tieferen Sinn: Sie sind ein Akt der Gerechtigkeit. In der orientalischen
Mentalität dieser Zeit bedeuten sie die Anerkennung einer Person als Gott und
König. Diese Geschenke sind also ein Akt der Unterwerfung. Sie bringen zum
Ausdruck, dass diejenigen, die sie schenken, von da an dem Herrscher treu sind
und seine Autorität anerkennen. Daraus ergibt sich eine ganz unmittelbare
Konsequenz: Die Weisen können nicht mehr auf ihrem bisherigen Weg weitergehen;
sie können nicht mehr zu Herodes zurückkehren; sie können nicht mehr Verbündete
eines so mächtigen und grausamen Herrschers sein. Sie haben sich für immer auf
den Weg des Jesuskindes begeben...“
Aus den wenigen, die das Jesuskind
einst in der Grotte von Bethlehem verehrten, seien heute zwar viele geworden,
so der Papst weiter. Dennoch hätten nicht alle die Botschaft des Sterns von
Bethlehem verstanden. Als Gründe hierfür nannte Benedikt die übersteigerte
Selbstsicherheit und Eigenmächtigkeit vieler Menschen. Uns fehle heute oft „die
Fähigkeit, im Herzen ein Kind zu bleiben“, mahnte der Papst:
„Viele maßen sich an, die Realität
gänzlich zu kennen, und haben bereits ihr endgültiges Urteil über die Dinge
gefällt. Das verschließt ihre Herzen für die Neuheiten Gottes. (…) Sie
vertrauen eher sich selbst als Gott und können nicht glauben, dass er die Größe
besitzt, sich klein zu machen, um uns nah zu sein. Und schließlich fehlt es an
einer echten Demut, sich dem unterzuordnen, was größer ist. Was fehlt, ist
echter Mut, an das zu glauben, was wirklich groß ist, auch wenn es sich in
einem wehrlosen Kind offenbart. Es fehlt an der evangelischen Fähigkeit, im
Herzen ein Kind zu bleiben, sich zu wundern und aus sich heraus zu gehen, um
dem Weg zu folgen, den der Stern von Bethlehem aufzeigt, dem Weg Gottes.“
Zum Abschluss der Messe wurde es dann
noch einmal weihnachtlich im festlich erleuchteten Petersdom. Zu den Klängen
von „Stille Nacht“ zog der Papst aus der Basilika aus. Dabei grüßte er die tausenden Gläubigen, die den Gottesdienst mit ihm gefeiert
hatten. Einigen Besuchern schüttelte ein fröhlich wirkender Benedikt die Hände
– und dass ganz offensichtlich ohne jegliche Berührungsängste trotz des
Angriffs in der Petersbasilika vom 24. Dezember.
Angelus: Intellekt und Glaube gehören
zusammen - Intellekt und Glaube sind kein Widerspruch, sondern gehören
zusammen. Das hat Papst Benedikt zum Hochfest der
Epiphanie beim Angelusgebet auf dem Petersplatz
betont. Dabei ging er vom Beispiel der drei Weisen aus dem Morgenland aus. Auf
ihrer Suche nach der Wahrheit hätten sie zugleich auf Wissenschaft und Heilige
Schrift vertraut:
„Sie waren Gelehrte, die die Sterne
deuteten und sich in der Geschichte der Völker auskannten. Sie waren Männer der
Wissenschaften im weiteren Sinne, die den Kosmos beobachteten und ihn fast als
ein offenes Buch betrachteten, voller Zeichen und göttlicher Botschaften für
die Menschen. In ihrem Wissen hielten sie sich nicht für unabhängig, sondern
waren offen für neue Offenbarungen und göttliche Befehle. So scheuten sie sich
nicht davor, jüdische Religionsführer um Rat zu fragen.“ (rv
6)
Das Märchen vom Muslim, der Weihnachten stiehlt
Zum Jahreswechsel machte die Meldung
die Runde, dass der islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi Weihnachten verbieten wolle. Nach Ansicht von Tarafa Baghajati wird al-Qaradawi falsch zitiert. Er beklagt, dass negative
Schlagzeilen zum Islam „sich von Medium zu Medium wie ein Lauffeuer
verbreiten".
Eingehend ist festzuhalten, dass jeder
jeden kritisieren kann und soll. Das ist in einer demokratischen und
pluralistischen Gesellschaft eine Selbstverständlichkeit. Muslimische
Persönlichkeiten sind davon natürlich nicht ausgenommen. Allerdings sollte eine
kritische Meldung, insbesondere wenn sie von Qualitätsmedien kolportiert wird,
auf überprüften Quellen basieren.
Insbesondere was Islam und Muslime
betrifft, gehören falsche Übersetzungen und aus dem Zusammenhang gerissene
Zitate zu den beliebtesten Instrumenten, um Muslime und ihre Religion zu
diffamieren. Der Übersetzungsdienst MEMRI ist in diesem Zusammenhang bereits
auffällig geworden und kann nicht als seriöse und objektive Quelle angesehen
werden. Darauf hat Brian Whitaker bereits im August 2002 in seinem im Guardian
veröffentlichten Artikel „Selective MEMRI“ aufmerksam
gemacht (hier).
Ausgerechnet zur besinnlichen
Weihnachtszeit haben nun zahlreiche Medien die Meldung verbreitet, dass der
islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi
ein Verbot des Weihnachtsfestes fordere. Ursprungsquelle dieser Zeitungsente
ist der Übersetzungsdienst MEMRI. WELT ONLINE (hier)beispielsweise schrieb:
„Der einflussreiche islamische Gelehrte Yussuf al-Qaradawi hetzt gegen die Christen. In der islamischen Welt
müsse das Weihnachtsfest verboten werden, fordert der 83-Jährige in einer
Fatwa, einem islamischen Rechtsgutachten. Die Hassrede
des Predigers ist in einem Video auf YouTube zu sehen.“
Die Agentur „APA“, der „Standard“
(inzwischen am 28.12.2009 korrigiert), das „ORF“ und viele andere Medien in
Österreich und Deutschland haben ungefähr den gleichen Inhalt wiedergegeben.
Der „Spiegel“ titelte mit „Heiligabend-Attacke“, „Bild“ wusste von einem
„Angriff auf Heiligabend“ zu berichten.
Wer die Originalrede auf Arabisch hört,
findet allerdings keinerlei Hinweis darauf, dass Qaradawi
Christen das Weihnachtsfest verbieten möchte. Scheich Qaradawi
kritisiert in seiner Predigt die lokalen muslimischen Geschäftsleute, die „die
Geburt Jesu, Friede sei mit ihm, genannt Christmas zelebrieren [...] mit ihren
vier bis fünf Meter hohen Weihnachtsbäumen“ nur um des Kommerzes willen („nur
für den Gewinn, für Geld“). Dies sei für Muslime unstatthaft und unpassend
(„ein Fest einer Religion zu feiern, die nicht die Eure ist, währenddessen
andernorts der Bau von Minaretten Muslimen verboten wird.“).
Der Zusammenhang von Minarettverbot in der Schweiz und der Kritik an der
Verbreitung von kommerziellem Weihnachtskitsch in der muslimischen
Gesellschaft, erschließt sich auch mir nicht recht. Von einer „Hasspredigt“
kann allerdings keine Rede sein, irgendwelche verbale Attacken gegen Christen
fehlen gänzlich.
Qaradawis
Kritik ähnelt der Kritik an Halloween oder Santa Clause
(im Gegensatz zum Christkind), wie sie bei uns immer wieder laut werden.
Interessant ist, dass in der MEMRI- Widergabe das Lob Jesus mit den Worten
„Friede sei mit ihm“ durch Qaradawi zur Gänze fehlt,
warum wohl?
Beim Nachrichtenmagazin „Spiegel“ ist
einem Redakteur die Fantasie gänzlich durchgegangen. Dort heißt es: „Und auch
jenseits von Weihnachten sähe der einflussreiche Prediger die Rechte der
Christen gern beschnitten: `Kirchen dürfen keine Kreuze mehr tragen.
Kirchenglocken dürfen auch nicht mehr läuten´, forderte er weiter.“Das ist eine
reine Erfindung und findet sich nicht in der MEMRI-Übersetzung und schon gar
nicht in der Originalrede (hier).
Es ist äußerst bedauerlich, immer
wieder feststellen zu müssen, dass negative Schlagzeilen zum Islam sich von
Medium zu Medium wie ein Lauffeuer verbreiten, ohne dass die vielen beteiligten
verantwortlichen Redakteure auf die Idee kommen würden, ihrer journalistischen
Sorgfaltspflicht nachzukommen. Stattdessen wird die Geschichte auch noch
ausgeschmückt und angereichert.
Es gibt auch im deutschsprachigen Raum
genügend arabischkundige Menschen und Experten ohne
ideologische Mission, für die es ein Leichtes wäre, derartige Meldungen zu
verifizieren bzw. zu falsifizieren. Aus Gründen der Fairness muss hier erwähnt
werden, dass Scheich Qaradawi seit Jahren die Meinung
vertritt, Muslime sollten keinerlei Hemmungen haben, Christen zu ihren
Feiertagen zu gratulieren. Insbesondere Nachbarn, Arbeitskollegen und Freunde
seien freundlich anzusprechen.
Diese Fatwa ist diametral
entgegengesetzt zur herrschenden Meinung bei den saudi-arabischen Gelehrten der
salafitischen Richtung. Qaradawi
hat dies als Entgegnung zur Berichterstattung am 27. Dezember 2009 in seiner
wöchentlichen Sendung auf Al Jazeera noch einmal
ausdrücklich betont.
Zum Schluss möchte ich noch anmerken,
dass ich Scheich Qaradawis Ansicht nicht teile. Der
Islam wird durch ein paar Weihnachtsbäume nicht gefährdet. Im Gegenteil; die
Länder mit muslimischer Mehrheitsgesellschaft können bei aller berechtigten
Kritik an der Kommerzialisierung religiöser Anlässe stolz darauf sein, dass
christliche Feste sich in ihrem Straßenbild widerspiegeln.
Das Fernsehprogramm vieler arabischer
Sender liefert ein spezielles Weihnachtsprogramm. Es ist ein Zeichen dafür,
dass religiöse Gruppen nicht nur friedlich nebeneinander existieren können,
sondern darüber hinaus auch in der Lage sind, ein harmonisches Miteinander zu
finden. So überflüssig die „Islamisierungsdebatte“ in Europa ist; so unnötig
wäre es, vice versa eine
„Christianisierungsdebatte“ in der muslimischen Welt vom Zaun zu brechen.
In diesem Sinne ein schönes neues Jahr
2010, aber auch ein schönes Jahr 1431 nach Islamischem Kalender, das am
18.12.2009 begann.
Tarafa
Baghajati ist Obmann der Initiative muslimischer ÖsterreicherInnen, Imam und Gefängnisseelsorger in Wien,
Vorstandsmitglied “Platform for
Intercultural Europe PIE”, Weggefährte von Rüdiger
und Annette Nehberg im Kampf gegen FGM weiblicher
Genitalverstümmelung und Mitglied des Ehrenbeirats von ENAR European Network against Racism. DW 10
Nahost: Bischöfe pilgern ins Hl. Land
Den Christen im Hl. Land Solidarität
zeigen und sich ein eigenes Bild machen: Das ist das Ziel der traditionellen
Pilgerfahrt amerikanischer und europäischer Bischöfe, die am Sonntag begonnen hat.
Mit dabei ist auch der Erzbischof von Liverpool, Patrick Kelly. Er sieht die
Fahrt im Kontext der Apostolischen Reise des Papstes im vergangenen Jahr und
der geplante Nahostsynode im Oktober:
„Es wird vor allem um die Situation in
Ost-Jerusalem gehen, wo einige problematische Entwicklungen in Fragen der
Sicherheit und des Grundbesitzes zu großen Schwierigkeiten für die Christen
führen. Wir hoffen, uns ein Bild vom alltäglichen Leben dort und der Not durch
die eingeschränkte Bewegungsfreiheit zu machen.“
Kelly möchte mit seinen Mitbrüdern die
Botschaft vermitteln: Ihr seid nicht allein!
„Wir sind bei ihnen, und wir brauchen
den Glauben im Heiligen Land, weil – wie Benedikt XVI. in seiner Enzyklika
„Deus Caritas est“ sagt – der christliche Glaube
keine Idee oder Ethik ist, sondern die Begegnung mit einer Person, der Person
Jesu von Nazareth. Deswegen brauchen wir ganz starke Verbindungen mit den
Christen im Heiligen Land: Sie gehen auf den Wegen, auf denen Er gegangen ist
und sie sehen das, was Er gesehen hat. Ohne die Menschwerdung sind wir nichts.“
Die Reise dauert bis 14. Januar. An den
jährlich stattfindenden Begegnungen in Jerusalem, Ramallah und Bethlehem nehmen
unter anderem Repräsentanten des Rats der Europäischen Bischofskonferenzen
(CCEE) und der EU-Bischofskommission COMECE teil. Aus Deutschland reist der
Trierer Bischof Stephan Ackermann mit. (rv 10)
Ägypten: Anschlag auf koptische Christen
In der oberägyptischen Stadt Nag Hamadi
sind in der Nacht zum Donnerstag sieben Christen erschossen worden. Die Opfer
kamen gerade aus dem Mitternachtsgottesdienst zum koptischen Weihnachtsfest.
Drei Männer hätten aus einem Auto heraus auf die Kirchgänger geschossen,
berichten örtliche Medien. Bei dem Haupttäter soll es sich um einen Muslim
handeln.
Der Bischof von Nag Hamadi, Kirollos, sei dem Anschlag demnach nur um wenige Minuten
entgangen. Wie die Agentur asianews berichtet, ist Kirollos in den letzten Wochen mehrfach bedroht worden.
Mitglieder muslimischer Gruppen hatten angekündigt, dafür zu sorgen, dass der
Bischof kein Weihnachten feiere. Die Polizei hat Kirollos
empfohlen, aus Sicherheitsgründen sein Haus nicht zu verlassen.
Der Pfarrer der deutschen Gemeinde in
Kairo, Msgr. Joachim Schroedel,
äußert sich im Kölner Domradio über die Morde:
„Solche Anschläge sind wohl eher
kontraproduktiv, denn man hört jetzt überall: ‚Wir müssen zusammenstehen.’ Von
den tragischen sieben Toten geht jetzt also keinesfalls das Signal aus, dass es
ein Flächenbrand wird oder ähnliches – der Ägypter ist viel zu tolerant und
offen, als dass er hier etwas machen würde, was völlig unüberlegt ist...
Natürlich: Es gibt immer wieder einzelne Stimmen, auch von Scheichs, die
seltsame Dinge sagen - wie zum Beispiel unlängst ein Scheich aus Doha, der
gesagt hat, man sollte eigentlich Weihnachten überhaupt verbieten in allen
muslimischen Ländern... Aber erstens ist das eher lächerlich, und zweitens muss
man sich klarmachen, dass in diesen nahöstlich-arabischen Ländern etwa 20
Millionen Christen leben. In allen Ländern, nicht nur in Ägypten, versucht man,
diesen Minderheiten auch in ordentlicher Weise gerecht zu werden." (ap/afp/domradio
7)
Malaysia/Vatikan: Erzbischof befürchtet „Vernichtung“ der Christen
Gegenüber den Christen in Malaysia
herrscht „ein Wille zur Vernichtung“. Das sagt der vatikanische Erzbischof
Robert Sarah. An diesem Samstag wurde eine lutherische Kirche im Südwesten der
Hauptstadt mit Molotow-Cocktails beworfen. Bereits in der in der Nacht zum
Freitag waren drei Kirchen in der malaysischen Hauptstadt Kuala Lumpur in Brand
gesteckt worden. Die Anschläge stehen wahrscheinlich im Zusammenhang mit dem
sogenannten „Allah-Urteil“. Ein Gericht in Kuala Lumpur hatte den Christen
letzte Woche erlaubt, das Wort „Allah“ für Gott zu verwenden. Eben dies hatte
die Regierung den Christen aber verboten - und will es auch weiterhin tun.
Erzbischof Sarah zu den Motiven der Regierung:
„Das Verbot, den Gottesnamen „Allah“ zu
benutzen, hätte bedeutet, die Christen als Heiden zu kennzeichnen. Die
Befürworter eines solchen Verbots für Christen wollen letztlich, dass die
Christen zum Islam bekehrt werden müssten. Die Sanktion der Verbotsbefürworter
zielt also darauf, Christen einen Gottesglauben abzusprechen.“
Nach dem Protest konservativer
islamischer Politiker und islamistischer Organisationen legte die Regierung
Berufung gegen das für die Christen günstige Urteil ein. Diese Reaktion der
Regierung sei nicht erstaunlich, so der Erzbischof.
(rv 9)
Senegal: Präsident ernennt Religionsminister
Präsident Abdoulayé
Wade versucht, seine Beziehungen zur katholischen Kirche zu kitten: In Dakar
traf er sich am Mittwoch mit dem Nuntius zu einem klärenden Gespräch; außerdem
schuf er ein Ministerium für religiöse Angelegenheiten, das eine Premiere für
das mehrheitlich muslimische Land bedeutet. Wade hatte mit einer abfälligen
Bemerkung über Christus die Gemüter im Land erhitzt.
„Wir sind befremdet, traurig und
entrüstet: Der Glaube der Kirche ist ein weiteres Mal von der höchsten
Autorität des Staates geohrfeigt worden.“ So scharf formulierte es der Kardinal
von Dakar, Théodore Adrien Sarr, in seiner Predigt
zum Jahreswechsel. Der Präsident – im Senegal traditionell ein Moslem – hatte
in einer Ansprache die Bemerkung fallen lassen, die Christen beteten ja zu
Jesus, obwohl dieser gar kein Gott sei. Daraufhin kam es zu Schlägereien auf
den Straßen und zu Unruhe in der senegalesischen Innenpolitik.
Die Schärfe der kirchlichen Reaktion
könnte damit zusammenhängen, dass sie schon länger große Schwierigkeiten mit
Wade hat; sie hat das Gefühl, dass sich der Präsident nur für seine Wiederwahl
im Jahr 2012 interessiert und nicht für die wirtschaftlichen und sozialen
Schwierigkeiten des Landes. „Ich glaube, dass der Präsident mittlerweile den
Ernst der Lage erkannt hat“, sagte Kardinal Sarr kurz
nach seinem öffentlichen Protest gegenüber Radio Vatikan: „Jetzt hat die Stunde
der Beruhigung geschlagen. Der Präsident hat seinen Sohn und vier Minister zu
mir geschickt, damit auch wir beruhigend auf die Christen einwirken. Ich habe
klar gesagt, dass sich solche Äußerungen nicht mehr wiederholen dürfen!“
In seiner Neujahrsrede äußerte Wade
sein Bedauern darüber, die Gefühle der Christen verletzt zu haben. Mit der
Berufung eines Religionsministers – es ist der Journalist Mamadou Bamba Ndiaye – geht er jetzt
einen weiteren Schritt auf die christliche Minderheit zu. (rv
7)
Gespräche im Vatikan. Piusbruderschaft attackiert deutsche Bischöfe
Kurz vor der zweiten Runde der
Gespräche zwischen Vatikan und Piusbruderschaft verschärfen sich die Spannungen
zwischen deutschen Bischöfen und Traditionalisten. Der deutsche Disktriktobere der erzreaktionären Priesterbruderschaft,
Pater Franz Schmidberger, attackierte die deutschen Bischöfe scharf: "Eine
gewisse Gruppe von Bischöfen steht nicht in erster Linie der
Priesterbruderschaft St. Pius X. kritisch oder ablehnend gegenüber: Sie hat
vielmehr ein gestörtes Verhältnis zum Papst und zur Theologie der Kirche aller
Jahrhunderte", sagte er.
Bei genauem Hinsehen erkenne man,
"dass diese Prälaten nicht mehr die katholische Kirche als allein selig
machend anerkennen". Also zögen sie indirekt auch die Gottheit Christi in
Zweifel, der die Kirche gegründet habe. Konkret verwies Schmidberger auf
Aussagen des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und dessen Vorgängers Karl Lehmann.
Das Zentralkomitee der deutschen
Katholiken (ZdK) wies die Kritik entschieden zurück:
"Sowohl Kardinal Lehmann als auch Erzbischof Zollitsch
stehen in großer Einheit zum Heiligen Vater und zu den katholischen Bischöfen
der Weltkirche und ganz auf dem Boden der katholischen Lehre, wie sie das
Zweite Vatikanische Konzil zuletzt festgestellt hat", betonte ZdK-Sprecher Theodor Bolzenius in
Bonn.
Ausdrückliches Schweigen
Das deutsche Episkopat hingegen vermied
demonstrativ jede Stellungnahme: "Wir kommentieren das nicht", sagte
eine Sprecherin auf Anfrage. Auch in mehreren bayerischen Bistümern hieß es,
man wolle sich zu Schmidbergers neuerlicher Kritik nicht äußern. Die
theologischen Gespräche des Vatikans mit der Piusbruderschaft waren Ende
Oktober aufgenommen worden und sollen noch im Januar in eine zweite Runde
gehen. Die deutschen Bischöfe lehnen dagegen einen Dialog mit Vertretern des
deutschen Distrikts der Gemeinschaft ab.
Schmidberger stellte erneut klar, die
Piusbruderschaft erwarte vom Vatikan eine Überwindung des "Ungeistes"
des Zweiten Vatikanischen Konzils. Auch sonst wollen die Piusbrüder ungeachtet
der breiten öffentlichen Kritik von ihrer kompromisslosen Linie nicht abrücken.
(ddp 9)
Sudan: „Im Süden reale Kriegsgefahr“
Droht dem Sudan ein neuer Krieg? Wenn
der Fahrplan des 2005 unterzeichneten Friedensabkommens nicht eingehalten wird,
ja. Das meint Robert Hedley, Leiter des Regionalbüros
der Hilfsorganisation „Brot für die Welt“ am Horn von Afrika. Für die „Diakonie
Katastrophenhilfe“ ist er als Experte für den Sudan tätig und hält sich gerade
in Äthiopien auf.
„Es hat im Sudan viele verschiedene
Konflikte gegeben, zum Beispiel in Darfur, der Abei-Region und den Nuba-Bergen.
Wenn aber das Friedensabkommen aus dem Jahr 2005 nicht weiter verfolgt wird,
besteht die sehr reale Gefahr eines neuen Krieges zwischen dem Norden und dem
Süden des Landes. Beide Regionen haben eigentlich kein Interesse daran - aber
die Menschen im Südsudan wollen die Unabhängigkeit.
Sie setzen große Hoffnungen in das Referendum im Jahr 2011 und in die
Möglichkeit, für die eigene Unabhängigkeit abstimmen zu können. Wenn sie diese
Chance nicht irgendwie bekommen, wird das sehr ernste Konsequenzen haben.“
In dem nordostafrikanischen Staat haben
bewaffnete Auseinandersetzungen in den letzten Monaten zugenommen. Auch bei den
Vorbereitungen der Parlamentswahl im kommenden April und des Referendums von
2011 sei es zu Hindernissen gekommen, so Hedley.
Wahlanmeldungen hätten zu spät begonnen, und viele Menschen hätten
Informationen nicht erhalten. Das dadurch entstandene Misstrauen schüre weitere
Konflikte, warnt der Experte.
„Wir externe Hilfsorganisationen können
die Leute ermutigen, die in den Wahltrainingsprogrammen
vor Ort arbeiten, die Bevölkerung gut zu informieren. Was bedeutet die Wahl für
ihre Zukunft? Es muss auch garantiert werden, dass alle Gruppen der Bevölkerung
in die Wahl einbezogen werden. Und drittens muss man allgemein die Entwicklung
des Landes vorantreiben, zum Beispiel Schulbildung und Wasser garantieren. Denn
dann merken die Menschen: Frieden lohnt sich.“
Die Aufgabe der internationalen
Gemeinschaft sei nun, bei den Wahlen in diesem Frühjahr wie beim Referendum für
eine faire Abstimmung zu sorgen. Doch auch an Optionen für die Zukunft des
Landes müsse man in diesem Kontext denken. Hedley:
„Es gibt noch so viele Unklarheiten.
Wenn der Süden beim Referendum tatsächlich für die Unabhängigkeit stimmt - wo
soll dann eigentlich die Grenze verlaufen und was passiert dann mit den anderen
Gebieten? Man braucht eine klare Idee und einen Fahrplan für die Zeit nach der
Abstimmung. Wir hängen da noch sehr hinterher, obwohl die internationale
Gemeinschaft hart an diesen Fragen arbeitet.“
Mit dem Friedensvertrag vom 9. Januar
2005 zwischen der sudanesischen Regierung und der Rebellenbewegung SPLM gingen
zwei Jahrzehnte Bürgerkrieg zwischen dem Süden und dem Norden des Landes zu
Ende. Zu einer dauerhaften Stabilisierung des Sudans kam es aber bis heute nicht.
Die Wahlen vom kommenden April sollen die ersten freien Parlamentswahlen seit
24 Jahren überhaupt sein. In dem Referendum von 2011, dessen genauer Termin
noch nicht feststeht, soll zudem über eine mögliche Unabhängigkeit des
südlichen Landesteiles entschieden werden. (rv 8)
Die Kirchen haben das Jahr der Kulturhauptstadt „Ruhr.2010“ eingeläutet
Essens Bischof Franz-Josef Overbeck bat
um Gottes Segen „für alle, die kommen werden, das Geschaffene zu sehen“. An der
Feier und einem anschließenden Empfang nahmen Bundestagspräsident Norbert
Lammert, NRW-Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU), NRW-Landtagspräsidentin
Regina van Dinther sowie der Geschäftsführer der
„Ruhr.2010“, Fritz Pleitgen, teil. Der Präses der
westfälischen Landeskirche Alfred Buß äußerte die
Hoffnung, dass die „spirituelle Tiefe der christlichen Tradition“ im
Kulturhauptstadtjahr erleuchten und erklingen werde. Nicht nur symbolisch
läutete die Feier das Großereignis „Ruhr.2010“ ein, das
am Samstag und Sonntag mit einem Volksfest auf der Zeche Zollverein in Essen
eröffnet werden soll. Gegen Ende des Gottesdienstes ging vom Essener Dom das
„Ruhrgebietsläuten“ aus, in das nach und nach alle Kirchenglocken des
Ruhrgebietes einstimmten. kna 9
Bertone: „Wer Arme verletzt, beleidigt Gott“
„Gerechtigkeit für die Armen!“ Dazu
rief Kardinal Tarcisio Bertone an diesem Samstag Vormittag auf - in seiner
Predigt zur Einweihung des 81. Vatikanischen Gerichtsjahres. Nur die Liebe
Christi mache uns fähig, Liebe um uns zu verbreiten und sie in verschiedensten
Lebensbereichen zu bezeugen. Dazu gehöre auch die Gerechtigkeit, die man als
Glaubender mit Menschlichkeit und Erbarmen verbinden müsse. Bertone
wörtlich:
„Das Geschenk der Gerechtigkeit ist
wesentlich für eine gute Regierung. Denn sie wird vor allem gegenüber den Armen
angewandt, die häufig Opfer der Macht sind. Wichtig ist das moralische
Engagement, das Volk im Sinne der Gerechtigkeit und des Rechts zu leiten. Wer
die Rechte der Armen verletzt, begeht nicht nur eine moralische Bosheit,
sondern beleidigt auch Gott. Denn der Herr ist der Beschützer der Armen und
Unterdrückten, derer, die keinen menschlichen Beschützer haben.“
Gerechtigkeit und Frieden seien ein
Zeichen der Ankunft des Messias in der Geschichte der Menschheit. Bertone riet dazu, die menschliche Logik in eine größere
Perspektive zu bringen.
„Die Apostel können Jesus nicht nur als
einen Mann betrachten, der sie aus schwierigen Situationen befreit und der
Harmonie, Gerechtigkeit und Frieden bringt. Sie müssen ihn als Heiland
betrachten, der ihnen Befreiung und Frieden schenkt, die von oben kommen. Es
geht nicht nur darum, eine pure menschliche Liebe zu erleben, sondern in uns
die Liebe Gottes aufzunehmen.“
Kurioserweise hat der Staat der
Vatikanstadt die höchste Anzahl an zivilrechtlichen und strafrechtlichen
Prozessen im Verhältnis zu seinen 492 Bewohnern. Diese tragen allerdings nicht
die Schuld daran, denn im Jahr betreten über 18 Millionen Pilger das
Territorium des kleinen Staates. Schuld an der hohen Quote tragen vor allem
Taschendiebe und kleinere Verkehrsunfälle. (rv 9)