Notiziario religioso 8-9 Febbraio 2010
Lunedì 8. Il commento al Vangelo. “E quanti lo toccavano guarivano”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 6,53-56) commentato da P. Lino Pedron
53 Compiuta la
traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo
riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione
cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano
che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli
toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano.
Le folle
riconoscono Gesù e gli portano i malati. Egli salva tutti coloro
che lo toccano. Viene messa in evidenza sia l’avidità
degli uomini nell’approfittare della potenza del guaritore, sia la compassione
di Gesù verso le "pecore senza pastore" (6,34).
La gente lo cerca
come salvatore del popolo e operatore di prodigi: per ora non sembra che
germogli in essa una fede più profonda. Il lettore del vangelo deve convincersi
che bisogna "toccare" Gesù in un senso più vero di quanto non abbiano
fatto i galilei; si deve credere in lui come nel Messia promesso, che raduna il
popolo di Dio e che è veramente il Figlio di Dio.
Marco descrive
Gesù come un "uomo divino", dal quale emanano prodigiose virtù
risanatrici. Egli appare come soccorritore e medico dei
poveri e degli infermi. Ma dopo la
moltiplicazione dei pani e il camminare sulle acque (6,35-52), il lettore
cristiano sa con maggiore chiarezza che Gesù è assai più che un operatore di
prodigi e un guaritore. Il suo potere viene da Dio e ha le radici nel mistero
del tutto singolare di essere il Figlio di Dio. De.it.press
Martedì
9. Il commento al Vangelo.
“Invano essi mi rendono culto”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 7,1-13) commentato da P. Lino Pedron
1 Allora si
riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme.
2 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde,
cioè non lavate - 3 i farisei infatti e tutti i Giudei
non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla
tradizione degli antichi, 4 e tornando dal mercato non mangiano senza aver
fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature
di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - 5 quei farisei e scribi lo
interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione
degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti,
come sta scritto:
Questo popolo mi
onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
7 Invano essi mi
rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
8 Trascurando il
comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
9 E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il
comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. 10 Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice
il padre e la madre sia messo a morte. 11 Voi invece dicendo: Se uno dichiara
al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra,
quello che ti sarebbe dovuto da me, 12 non gli
permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13 annullando così la
parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne
fate molte».
Questi primi
versetti del capitolo 7 di Marco possono sembrare a
noi del 2001 questioni ridicole e controversie definitivamente superate da un
pezzo: e in parte è vero, per fortuna! Dobbiamo però cogliere almeno due
affermazioni importanti e valide in tutti i tempi e sotto tutti i cieli:
1. Comandamenti di
Dio e tradizioni degli uomini devono essere tenuti sempre distinti: i
comandamenti di Dio hanno valore perenne e universale e quindi sono immutabili;
le tradizioni degli uomini sono provvisorie e quindi possono, e spesso devono,
essere cambiate. Di conseguenza il cristiano, e più in generale l’uomo onesto e
intelligente, si rinnova in continuità ed è disponibile alle riforme e al
progresso.
2. Gesù rifiuta la
distinzione giudaica tra puro e impuro, tra una sfera religiosa separata, in
cui Dio è presente, e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente.
Non ci si purifica dalla vita quotidiana cercando Dio altrove, fuori dalla vita
di tutti i giorni, ma al contrario ci si deve purificare dal peccato che è
dentro di noi. Gesù contesta la distinzione allora ritenuta sicura e
indiscutibile: l’ebreo è puro e tutti gli altri sono impuri.
La questione del
puro e dell’impuro ha avuto una grande importanza nei primi tempi della Chiesa,
soprattutto per la partecipazione alla stessa mensa tra giudei e pagani (cfr
Gal 2,11-17). Ci ritorna alla mente la voce che Pietro sentì nella visione di Ioppe: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo
più profano" (At 10,15).
Citando il quarto
comandamento Gesù dimostra di accettare la forza vincolante della legge di Dio,
ma rifiuta le tradizioni asfissianti e cavillose che contraddicono ai
comandamenti del Signore più che aiutare a capirli e ad
osservarli meglio.
Gesù sceglie un
caso particolarmente grossolano per dimostrare che il precetto umano può
condurre alla trasgressione del comandamento divino. Il dovere di onorare il
padre e la madre e di assistere i genitori vecchi e bisognosi era stato affermato da un comandamento di Dio. Ma anche
mantenere un voto costituiva un dovere sacro. L’abuso
di danneggiare i genitori col voto del korbàn era
frequente al tempo di Gesù.
Gesù pone il
comandamento dell’amore al di sopra dell’olocausto e
degli altri sacrifici (cfr 12, 33) e non permette di trascurare il dovere verso
i genitori nemmeno con la scusa di un voto. Dio non vuole essere amato e
onorato a spese dell’amore del prossimo. Dio è amore e vuole solo amore,
quell’amore del prossimo per mezzo del quale egli stesso viene
amato.
E’ il principio
fondamentale posto alla base di tutta la nostra condotta: l’amore di Dio e del
prossimo si inseriscono l’uno nell’altro
indissolubilmente (cfr 12,30-31).
Leggiamo nella
Prima Lettera di Giovanni: "Questo è il comandamento che abbiamo da lui:
chi ama Dio, ami anche il fratello" (4,21). Nell’amore viene superata ogni
forma di legalismo.
Ciò che talvolta
tiene lontano da Dio e dal prossimo le persone buone sono le tradizioni
religiose staccate dall’amore, che è la loro sorgente e la loro unica
motivazione. De.it.press
C'è bisogno di cattolici in politica
Nella sua
prolusione al recente Consiglio permanente della Cei il
cardinale Bagnasco, rivolgendosi ai suoi confratelli nell’episcopato,
evocava «un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una
direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include
ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione
contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici.
I quali, pur nel
travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad
essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in
quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a
dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». Parole urgenti e decisive per la polis: nessuna intrusione nella
politica, ma la richiesta ai fedeli cattolici a ripensare il loro impegno politico
come un servizio, superando l’attuale fase di profonda disaffezione.
Almeno dalla
nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la
presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e
accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un
contributo determinante alla costruzione della
democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la
lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno
avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani.
Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica
potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio
XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma
soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas,
intesa soprattutto come communitas: in questa ottica
la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla
storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle
realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava
Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la
realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e
distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera
nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma
animato e guidato da essa.
All’origine
dell’impegno sociale deve essere presente un autentico
interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità
e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la
necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni
giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale
dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio
alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per
indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio,
all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e
l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare
per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il
monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal
comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «Non
sic in vobis! Non così tra voi!».
Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo
alienazioni e schiavitù.
Ma oggi, occorre
riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica - a parte qualcuno che
resiste in una solitudine non sempre riconosciuta - sembrano afoni, incapaci di
mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione
profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non
credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi
due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani
e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti
nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta
di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si
rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere
da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.
Come procedere in
questo difficile frangente? Negli anni passati non sono mancati tentativi di
creare scuole di educazione e iniziazione politica in molte chiese locali, ma
queste non si sono rivelate feconde come auspicato. Da parte mia oso riproporre quanto suggerii già una ventina d’anni fa,
all’inizio della diaspora politica dei cattolici con la fine del partito che li
aveva a lungo rappresentati. Penso a un forum da attivarsi nelle chiese locali,
a dimensione regionale, teso a favorire il formarsi e l’emergere
dell’ispirazione cristiana della politica: uno spazio assembleare
in cui i laici cattolici possano trovarsi per confrontarsi regolarmente,
dibattere e cercare il principio evangelico da affermare nelle diverse
circostanze e nei diversi momenti in cui è richiesta una decisione politica.
Un luogo di
ascolto reciproco e di dibattito a livello pre-politico
e pre-economico: non una lobby di pressione, ma una
ricerca condivisa di ciò che è principio irrinunciabile per il credente, pronta
a lasciare alla responsabilità del singolo la traduzione in opzioni
politiche ed economiche di queste istanze cristiane. Questa successiva
operazione, il cristiano impegnato in politica la farà assieme agli altri
cittadini, indipendentemente dalla loro fede, all’interno del partito in cui si
trova, sempre restando fedele al principio condiviso ed emerso in ambito
ecclesiale. Questo preserverebbe chi nella Chiesa ha responsabilità pastorali
di comunione dall’ingerirsi in ambiti che non gli competono, salvaguarderebbe
la possibilità per i laici cristiani di essere presenti in formazioni politiche
diverse, secondo le sensibilità e gli orientamenti di ciascuno, e nel contempo assicurerebbe anche la visibilità e
l’autorevolezza di una convergenza sui principi ispiratori ai quali un
cristiano non può rinunciare.
Sì, il sogno del cardinal Bagnasco è condiviso da molti: si avverte
l’urgenza di avere cristiani che nella polis sappiano dire una parola efficace
ispirata dalla fede e tesa al bene comune. Perché, se la polis è una comunità,
allora occorre discernere un orizzonte condiviso e intraprendere un’azione
responsabile conseguente perché siano praticabili cammini di umanizzazione.
Ispirati dalla loro fede, a questo nobile compito - e non all’afonia o alla
maldicenza - i cristiani sono chiamati, cittadini tra i cittadini.
ENZO BIANCHI LS 7
Il Vaticano e il caso Boffo:
cumuli di menzogne, ora serve prudenza
Sotto accusa «la
mancanza di stile» di politica e media - IL papa prepara la lettera ai
cattolici irlandesi dopo lo scandalo dei preti pedofili
CITTA’ DEL
VATICANO — Benedetto XVI sta concludendo la lettera
per «ridare fiducia» ai cattolici irlandesi dopo lo scandalo dei preti pedofili
che ha travolto le gerarchie locali, e la renderà pubblica all’indomani
dell’incontro coi vescovi di Irlanda fissato il 15 e 16 del mese per
riorganizzare la Chiesa locale. Nel frattempo, segnale importante, ha ricevuto
ieri pomeriggio il vescovo di Basilea Kurt Koch, che Oltretevere
viene dato come il più autorevole candidato alla non
facile successione del cardinale Walter Kasper, il
grande teologo responsabile dei rapporti con le altre confessioni cristiane e
con gli ebrei. Questioni urgenti e drammatiche, ruoli-chiave nella Chiesa
universale, temi che il pontefice tratta in prima persona.
Certo, Benedetto XVI è «ovviamente» al corrente di tutto, si aggiorna
attraverso i «canali istituzionali», a cominciare dal suo braccio destro
Tarcisio Bertone, legge i giornali e ogni giorno
l’accurata rassegna stampa che gli preparano come sempre nella Segreteria di
Stato.
Di là dalle Mura,
però, «non si passa la giornata a parlare del caso Boffo»
— con relative voci di «complotto» che sarebbe nato in Vaticano per far
dimettere l’ormai ex direttore di Avvenire —, il calendario del Papa è fitto di impegni planetari. E «almeno nell’immediato» non sono previste note ufficiali o reazioni al «cumulo di menzogne»
rimbalzato sui media italiani. Oltre alla «preoccupazione» per i veleni in
circolo (anche) nel mondo cattolico, è evidente una certa irritazione: «Quello
in atto è uno scontro tra due stili: quello della Santa Sede, improntato a
prudenza e silenzio, a far decantare, e un certo stile politico giornalistico —
taglia corto un’alta personalità vaticana —. Duemila
anni di storia, esperienza e spiritualità si confrontano con anni zero: la
mancanza di cultura di chi legge la Chiesa con categorie politiche». Stesso discorso anche alla Cei, consegna del silenzio
assoluta e una considerazione sottotraccia: «Finché non c’è nulla di
oggettivamente rilevabile, di che dovremmo parlare?». In Vaticano, nei giorni
scorsi, era stata valutata e poi esclusa l’ipotesi di presentare querele. E «al
momento» non si stanno preparando note o reazioni ufficiali.
La sensazione è
che Oltretevere si voglia lasciar posare il
«polverone» di accuse, retroscena e voci di complotto. Goccia dopo goccia, il
classico vaso rischia di traboccare: l’intervento diretto sarebbe una extrema ratio
nel caso «si passasse il segno» e il livello delle «insinuazioni da compatire»
continuasse a salire. Solo a quel punto una reazione «composta ma ferma»
sarebbe inevitabile: se non altro per mettere ciascuno «davanti alle sue
responsabilità». Due settimane fa si è parlato di un «dossier» sul caso Boffo che il cardinale Camillo Ruini, l’8 gennaio, avrebbe
consegnato a Benedetto XVI, una ricostruzione seccamente smentita dall’ex
presidente della Cei. Dino Boffo, a settembre, fu
calunniato da un documento falso (che circolava da mesi nel mondo cattolico) e
costretto alle dimissioni.
Il pranzo recente
«di chiarimento» tra l’ex direttore di Avvenire e Vittorio Feltri - il
direttore del Giornale che pubblicò la “velina”, poi riconosciuta falsa – ha
rilanciato le voci di “complotto”. Da lì sono rimbalzate sui
media accuse che alludevano in modo più o meno esplicito al segretario di Stato
Tarcisio Bertone e al direttore dell’Osservatore
Romano Giovanni Maria Vian. “Non li conosco, mai
incontrati. Li ho visti in fotografia e in televisione. Amen»,
ha poi scritto lo stesso Feltri tre giorni fa. Ma non
ha fermato le polemiche. Così, Oltretevere, si
attende di vedere come finirà. Intanto a Benedetto XVI, vedi il caso Irlanda ( si sta preparando l’udienza con i vescovi e ieri, come del
resto ogni sabato, il Papa ha ricevuto in udienza il cardinale Giovanni
Battista Re, che ha preparato l’incontro) gli impegni non mancano. Quanto ai
media vaticani, ovvio, nemmeno un accenno ai veleni. Salvo, forse, la
conclusione dell’editoriale dedicato al film su Sant’Agostino, sull’Osservatore
Romano: «L’approdo alla fede non porta necessariamente alla pace e alla
felicità in questa vita, ma a rafforzare l'animo davanti alle difficoltà, a
rendere chiare le scelte da compiere». Gian Guido Vecchi CdS
7
Papa: "La crisi rende più drammatiche povertà e disuguaglianze sociali"
Benedetto XVI ha messo in guardia dai meccanismi "che feriscono e
offendono la vita" - "Il fine dell'uomo non è il benessere ma Dio
stesso, l'esistenza umana va difesa in ogni suo stadio"
CITTA' DEL
VATICANO - La crisi colpisce di più i deboli e gli indifesi e acuisce le
disuguaglianze sociali, ha affermato oggi Benedetto
XVI, in occasione dell'Angelus celebrato in Piazza San Pietro. Il messaggio del
Papa si collega alla celebrazione odierna della Giornata per la Vita, indetta
dalla Cei sul tema: "La forza della vita, una sfida nella povertà".
"Nell'attuale
periodo di difficoltà economica - ha affermato Ratzinger - diventano ancora più
drammatici quei meccanismi che, producendo povertà e creando forti
disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i
più deboli e indifesi".
"Tale
situazione, - ha concluso il Pontefice - pertanto,
impegna a promuovere uno sviluppo umano integrale per superare l'indigenza e il
bisogno, e soprattutto ricorda che il fine dell'uomo non è il benessere, ma Dio
stesso e che l'esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo
chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo
spegnersi naturale".
Nei giorni scorsi
Ratzinger aveva lanciato due appelli per la salvaguardia
dei posti di lavoro e per una maggiore "responsabilità sociale" da
parte delle imprese. LR 7
Il Papa: l'eutanasia è un colpo al cuore dei principi cristiani
CITTA' DEL
VATICANO - «Il sostegno dell’eutanasia confligge con
il cuore della concezione cristiana della dignità della vita umana. I recenti sviluppi nell’etica medica e alcune pratiche
nel campo dell’embriologia suscitano grande preoccupazione. Se l’insegnamento
della Chiesa viene compromesso, anche di poco, in un
campo del genere, diventa difficile difendere pienamente la dottrina cattolica
in modo integrale»: così il Papa nell’udienza riservata ai vescovi scozzesi in
visita ad limina in Vaticano. I «pastori della
Chiesa» devono, per il Papa, «continuamente richiamare i fedeli alla completa
fedeltà al Magistero della Chiesa, e allo stesso tempo, sostenere e difendere
il diritto della Chiesa a vivere liberamente nella società secondo le sue
convinzioni».
Il Papa ha anche
esortato i vescovi scozzesi a «offrire al mondo una visione positiva e
ispirante della vita umana, della bellezza del matrimonio e della gioia
dell’essere genitori». Per Benedetto XVI «troppo spesso la dottrina della
Chiesa viene percepita come una serie di proibizioni e
posizioni retrograde», quando invece la realtà proposta dalla Chiesa «è
creativa e vitale, e è finalizzata alla realizzazione più completa possibile
del grande potenziale di bene e di felicità che Dio ha impiantato all’interno
di ognuno di noi».
Il Papa - che
visiterà la Scozia nell'ambito del suo viaggio apostolico nel Regno Unito a
settembre - ha fatto riferimento alle «sfide» che la Chiesa di Scozia è
chiamata ad affrontare di fronte alla «crescente marea di secolarismo nel
vostro Paese». LS 5
Sabbah:
“Palestina, ingiustificabile l’immobilismo mondiale”
Intervista al
patriarca emerito di Gerusalemme. Le critiche e il sostegno al documento
cristiano “Kairos”, per il quale terrorismo e Hamas
sono conseguenza dell’occupazione. “Qui c'è una situazione d'ingiustizia: un
popolo opprime un altro popolo”.
BETLEMME -
Settantasette anni e la forza di chi continua a far sentire l'appello alla
liberazione e alla riconciliazione. Il patriarca emerito Michel Sabbah è una delle figure chiave
per comprendere due importanti eventi che stanno scandendo la vita dei
cristiani – e non solo – in Palestina e in tutto il Medio Oriente: il documento
Kairos, presentato a Betlemme l'11 dicembre, e i Lineamenta del Sinodo dei vescovi del Medio Oriente,
diffusi martedì 19 gennaio. Incontriamo Michel Sabbah
a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, dove ora vive.
Mons. Sabbah, a un mese dalla pubblicazione del documento Kairos, qual è il bilancio della sua recezione?
Ci sono state
tante critiche, ma anche tante parole di sostegno. Critiche perché il punto di
vista del documento è quello dei cristiani
palestinesi, che certo non concorda con quello israeliano o ‘pro-israeliano’.
Per loro l’occupazione quasi non esiste, l’hanno dimenticata. Nel Kairos si parla dell'occupazione come dell'origine di tutto
il male. E questa è la realtà: un popolo è sottomesso all’altro e nessuno lo
può negare. Ma c’è chi non vuole vedere che questa è
la realtà che porta sofferenza: per loro le questioni fondamentali sono il
terrorismo palestinese e Hamas che non vuole riconoscere Israele. Noi diciamo
invece che ciò è una conseguenza dell'occupazione e quando essa cesserà, tutti
questi fenomeni spariranno. Allora Israele avrà la sua sicurezza e i
palestinesi avranno la loro.
Come sono
descritti i rapporti del mondo cristiano con l'Islam in Medio Oriente nei Lineamenta?
Nei Lineamenta si afferma che musulmani e cristiani sono un
solo popolo e sono chiamati a costruire insieme un avvenire comune per tutti i
nostri paesi. Ci sono alcune situazioni in cui i rapporti sono diversi, come il
caso dell'Iraq. Ma occorre essere consapevoli che questo è dovuto a gruppi non
sottomessi ad alcuna autorità, allorché il governo e
la società stessa musulmana condannano questi eventi. Accanto alla situazione
ordinaria di coesistenza e collaborazione, si pongono
i movimenti islamisti che vedono nella religione musulmana l'unica soluzione
per tutti i problemi. In futuro, se acquisiscono forza e autorità, questi
gruppi possono essere un pericolo per la presenza cristiana. Ma
questo non è l'Islam con cui abbiamo vissuto e viviamo ancora. Si tratta di un
nuovo fenomeno che minaccia gli stessi musulmani e i cristiani allo stesso
modo.
Cosa significa la parola “resistenza” per i cristiani palestinesi?
Il cristiano,
secondo la sua fede, crede nell'amore e nella forza dell'amore.
Amore vuol dire vedere il volto di Dio, l'immagine di Dio, nell'altro, anche se
nemico. L'altro non è solo nemico, l'altro è portatore dell'immagine di Dio.
Questo è il primo principio. Il secondo è: amare l'altro vuol dire liberarlo
dal male che è in lui. Dunque l'israeliano deve essere liberato
dall'ingiustizia e dall'oppressione imposta al popolo
palestinese. L'amore comanda al cristiano di resistere ad
ogni male: e resistere vuol dire non uccidere, non odiare, ma liberare l'altro
e se stessi dal male. La resistenza, dunque, è un dovere del cristiano ma
attraverso atti concreti che rimangono nella logica dell'amore.
Come pensa che la
comunità internazionale – e in particolare le Chiese nel Medio Oriente e nel
mondo – dovrebbero comportarsi riguardo al conflitto
in Israele e Palestina?
Qui c'è una
situazione d'ingiustizia: un popolo opprime un altro popolo.
Il governo israeliano impone l'occupazione, l'oppressione sulla popolazione
palestinese. Ciascuno, a cominciare da chi esercita l'oppressione, deve fare
qualcosa per mettere fine a questa situazione. L'israeliano stesso deve trovare
i mezzi per lasciare liberi e indipendenti i palestinesi nei loro Territori. Da
questo punto di vista, l’immobilismo internazionale non può essere
giustificato. Rispetto ai problemi sociali che colpiscono la società
palestinese, occorre superare l’assistenzialismo in cui ci troviamo oggi. Le
Chiese nei paesi arabi e nel resto del mondo devono agire per la giustizia e la
riconciliazione. E perciò non si chiede che una Chiesa sia pro-israeliana o
pro-palestinese, ma che tutte le Chiese siano per la riconciliazione tra i due
popoli. Questo atteggiamento potrà avere frutto. Un
atteggiamento parziale, invece, non potrà avere un risultato di pace. Redattore
Sociale, de.it.press
Caso Boffo
e veleni in Vaticano, "istruttoria" del segretario del Papa
Ratzinger ha
affidato a padre Georg la verifica delle voci. Ieri dal pontefice
il cardinale Re, tra i pochi porporati a parlare in
pubblico della vicenda
di ORAZIO LA ROCCA
CITTÀ DEL VATICANO
- Diritti umani, fame nel mondo; difesa delle fasce sociali meno abbienti,
"equa distribuzione delle ricchezze"; un nuovo richiamo contro la "cultura
dell'individualismo" e sulla "necessità" di fare di Roma una
città "sempre più aperta, più accogliente, più umana". Non si è
risparmiato ieri papa Ratzinger malgrado la bufera che
ha investito la cittadella vaticana in seguito ai veleni del caso Boffo-Feltri, con tanto di sospetti che avrebbero persino
sfiorato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone,
presunto ispiratore di una silenziosa "guerra" contro i cardinali
Bagnasco e Ruini. Un supposto conflitto tutto
"ecclesiale" culminato, però, cinque mesi fa con le dimissioni di
Dino Boffo dalla direzione di Avvenire dopo la
pubblicazione di falsi documenti a suo carico su Giornale diretto da Vittorio
Feltri e di proprietà della famiglia Berlusconi.
Benedetto XVI da
qualche giorno sta studiando tutta l'intricata vicenda
sulla base di una relazione preparatagli dai suoi collaboratori. E'
affiancato in questa delicata fase di "discernimento" - filtra dal
Vaticano - dall'uomo di cui il Pontefice si fida di più, il suo segretario
personale monsignor George Gaenswaen, al quale ha
affidato il compito di verificare - attraverso contatti, richieste di
chiarimenti, colloqui - la consistenza delle "voci". Segno evidente
che il Papa - scavalcando la stessa Segreteria di Stato - è "seriamente
intenzionato" ad andare fino in fondo. Nei Sacri Palazzi, intanto, più di
un monsignore teme che la Santa Sede, in realtà, stia vivendo una "vera e
propria forma di ricatto" da parte di chi, come Feltri, giura che il falso
dossier contro Boffo lo avrebbe ricevuto da una
"alta personalità istituzionale vaticana". Una accusa
pesante che, però, finora non è stata smentita e che è stata finora ignorata
dall'Osservatore Romano e dall'Avvenire.
Il Papa, comunque,
ieri ha dato l'impressione di pensare ad altro. Ha tenuto udienze, ha
incontrato personalità, ambasciatori, alti prelati, senza tuttavia dimenticare
i problemi della Curia romana. Ne è prova l'udienza concessa anche al cardinale
prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re.
Apparentemente una
normale udienza col capo di uno dei dicasteri più importanti della Santa Sede. Ma il colloquio non è passato inosservato, perché il
cardinale Re, nei giorni scorsi, è stato fra i pochi porporati prefetti a
rompere il silenzio delle gerarchie vaticane sul caso Boffo,
parlando - in una intervista a Repubblica -di
"una squallida manovra ordita da chissà chi per coprire la vera fonte
ispiratrice di tutta questa discutibile vicenda", escludendo che possa
essere "stato qualcuno del Vaticano a fornire quei falsi documenti" a
Feltri. Dello stesso parere un altro cardinale, Giovanni Cheli,
presidente emerito del Pontificio consiglio dei migranti, che vede "in
tutta questa vicenda un ennesimo attacco alla Chiesa per le sue scelte preferenziali per i poveri, i bisognosi e per essere sempre
contro ogni forma di ingiustizia". Per Cheli
"si tratta solo di un polverone che si placherà da solo" per cui
"fanno bene le autorità ecclesiali a rispondere con un eloquente
silenzio". LR 7
Germania, stupri sugli studenti. L'orrore nelle scuole dei preti
Le prime denunce
dal prestigioso ginnasio cattolico di Berlino Ovest -
Poi i casi denunciati - avvenuti tra 1975 e il 1983 - si sono moltiplicati -
Sacerdoti, insegnanti e organisti nelle vesti di aguzzini. I racconti delle vittimedal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Abusi sessuali sugli studenti, pressioni per
sedute di masturbazione, stupri segreti nei sotterranei degli istituti. Per
anni, forse per decenni, alcune delle più prestigiose
scuole superiori private cattoliche in Germania sono state il luogo
dell'orrore, la stanza chiusa in cui forti della loro autorità sacerdoti,
insegnanti, organisti hanno distrutto l'animo degli adolescenti che avevano il
compito di istruire. Per anni le vittime hanno taciuto, chiuse nel pudore, nel
dolore e nella vergogna, o piegate dalle pressioni dei loro carnefici. Adesso
il muro d'omertà è caduto, e quella realtà celata per anni viene
narrata ogni giorno dai media tedeschi. Per le scuole cattoliche e
indirettamente per la stessa Chiesa, nel paese natale del Pontefice, è un colpo
durissimo d'immagine, reputazione e credibilità. Il
caso appare ogni giorno più grave, evoca quasi gli abusi sessuali compiuti dai
religiosi negli Usa, in Irlanda o in altri paesi.
Lo scandalo è
scoppiato dapprima al Canisius, il prestigioso
ginnasio cattolico di Berlino Ovest, diretto dai gesuiti, un bellissimo palazzo
nel quartiere delle ambasciate. Berliner Morgenpost (conservatore), Der Tagesspiegel (liberal), tra i
quotidiani, poi i settimanali come Der Spiegel, hanno narrato tutto. Nel dicembre 2009, poi in
gennaio, alcuni ex alunni, ormai adulti, non ce l'hanno
fatta più a tenersi dentro dolore, incubi, ferite nell'anima. Hanno scritto
lettere al rettore attuale, Klaus Mertes,
chiedendogli di agire. Si è parlato dapprima di almeno sette casi, poi di
decine.
Non è stato che
l'inizio. Dopo le vittime del Canisius, si sono
decisi a rompere il muro del silenzio anche ex studenti di scuole superiori
cattoliche ad Amburgo, Hannover, Goettingen, a Hildesheim o nella Selva Nera. Un altro istituto superiore
di prestigio, lo Aloisiuskolleg
di Bad Godesberg (il quartiere meridionale di lusso
di Bonn) sarebbe stato luogo di casi di abuso sessuale particolarmente gravi.
Un avvocato delle vittime di violenze sessuali al Canisius
si sta preparando a una causa collettiva presso la giustizia americana, nel
caso che alcuni ex studenti abbiano attualmente la
cittadinanza degli Stati Uniti.
I racconti delle
vittime, che spesso chiedono l'anonimato, sono agghiaccianti. Allo Aloisiuskolleg, e in altri
istituti, un giovane negli anni Sessanta fu violentato da un sacerdote. Altri
furono costretti a masturbarsi davanti agli occhi dei presuli, o a carezzare i
genitali dei sacerdoti mentre costoro si masturbavano guardando i giovani. Altri ancora furono brutalmente violentati. L'attuale
rettore, padre Theo Schneider, ha garantito l'anonimato a chiunque aiuti nelle
indagini. Indagini che ormai sono seguite dalla stessa Conferenza episcopale
tedesca.
Al Canisius di Berlino, i casi di violenza sessuale contro
studenti sarebbero avvenuti tra il 1975 e il 1983. Secondo Der
Spiegel, il rettore Mertes
ha spedito almeno 500 lettere a ex studenti del ginnasio per chiedere e offrire
aiuto. Ma se è vero quanto scrive il settimanale di
Amburgo, già nel 1981 l'allora rettore, Karl Heinz Fischer, seppe di casi di
abuso sessuale e ne informò il suo superiore diretto, il gesuita padre Rolf Dietrich Pfahl. Ma lo scandalo allora non divenne pubblico.
Quanto sapevano
allora i responsabili delle scuole e i loro superiori, cioè le autorirà ecclesiastiche, e perché scelsero il silenzio?
L'interrogativo è tremendo, pesa come un macigno sulla coscienza della Chiesa,
dei fedeli, del paese. Abusare degli studenti, come ha rivelato oggi il
quotidiano conservatore Die Welt,
era tra l'altro abitudine anche nelle scuole religiose all'Est. Die Welt ha pubblicato una lunga
intervista con Norbert Denef,
ex studente, allora vittima di abusi. "Lo schema è tipico", ha detto.
"Dapprima si cerca di coprire i casi col silenzio, se ne parla solo quando
si è con le spalle al mure e ci si comporta come se
ci si sforzasse di fare luce sui fatti". Norbert
Denef ha ricevuto un indennizzo di 25mila euro dalla
diocesi di Magdeburgo, ma - scrive il
giornale - solo perché la diocesi sperava di garantirsi così il suo
silenzio. I carnefici dell'allora giovane Norbert Denef furono puniti solo con trasferimenti, ma mai
denunciati alla giustizia. "Sono scioccato, voglio piena chiarezza",
dice a Berlino l'attuale rettore del Canisius, Klaus Mertes.
Ma con l'aria che
tira, c'è da pensare che sempre più genitori ci pensino due volte adesso prima
di chiedere l'iscrizione dei loro figli a quelle scuole superiori, considerate
fino a ieri le più prestigiose e serie del paese,
quelle che garantivano un'istruzione di qualità e speranze di accesso alle
migliori università. In cambio di buoni voti e promesse per il futuro, decine o
forse centinaia di ex studenti si dovettero piegare alle violenze più abiette e
pervertite, e per decenni con intimidazioni furono convinti a tacere e a
tenersi nel cuore la loro vita spezzata. LR 6
Caso Boffo,
il Vaticano tace. Miglio: la verità non si nasconde
«La Chiesa sarebbe molto più danneggiata se quando ci sono
delle cose che non vanno tentasse di nasconderle. Il problema è cambiare le
situazioni, convertirsi, come dice il Papa. Ciò che danneggia la Chiesa è la
non volontà di conversione che ci può essere nell'uno o nell'altro». Parla chiaro monsignor Arrigo Miglio, il vescovo di Ivrea
responsabile Cei per i problemi sociali e del lavoro. Invita ad avere coraggio,
ad affrontare le situazioni. L’occasione è la presentazione alla stampa della
46a edizione delle «Settimane sociali dei cattolici italiani» che si terrà a
Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. A margine, il vescovo risponde alle
domande dei giornalisti che chiedono un commento al monito del pontefice contro
il carrierismo nella Chiesa. «Il Papa è coraggioso -
ha aggiunto - perché guarda anche ai problemi che ci sono dentro la Chiesa, che
è fatta di uomini e di donne, che hanno il peccato originale come tutti gli
altri. Abbiamo bisogno regolarmente di chiedere perdono e di convertirci, i
sette vizi capitali hanno le loro radici nel cuore di tutti: preti, laici,
uomini e donne». Quindi
osserva la novità di questo Papa. «Dice queste cose
con molta chiarezza e molta schiettezza. Mi pare che abbia due tipi di interlocutori: lo dice a quelli di fuori per ricordare
che non ha paura di mettere in luce i limiti e i peccati degli uomini di
chiesa; lo dice all'interno della Chiesa, alla struttura, perché nessuno si
senta immune e garantito. Ogni tanto dobbiamo avere l'umiltà di metterci in
ginocchio». È tempo di Quaresima, aggiunge, e ricorda la parole pronunciate nel 2005 da Ratzinger ancora
cardinale, a commento della Via Crucis al Colosseo, quella «sporcizia» nella
Chiesa. Poi arriva la puntualizzazione di monsignor Miglio. Nelle sue parole
non vi è nessun riferimento a fatti specifici. Il suo - assicura - era un discorso
generale, rivolto a tutti, «evangelico». Nessun riferimento,
quindi, alla vicenda Boffo e nessun invito a fare
chiarezza sui tanti punti rimasti oscuri. La consegna, almeno per ora,
resta quella del silenzio. La Santa Sede non risponde ai perentori inviti del
Foglio che chiede le dimissioni del direttore dell’Osservatore romano , Gian Maria Vian e neanche a chi
chiede che sia data pubblicità agli atti processuali secretati, che riguardano
l’ex direttore di Avvenire , Dino Boffo. La Cei e la
segreteria di Stato valutano se e quando replicare agli attacchi.
La consegna del
silenzio - Si è
consapevoli del discredito creato dall’immagine di una Chiesa attraversata da
divisioni e veleni, alimentato dalla dichiarazioni del direttore de Il Giornale
, Vittorio Feltri e dalla campagna de il Foglio. Chi sa e lancia messaggi è proprio Feltri. La sua verità l’ha messa nera su bianco in
prima pagina giovedì scorso. Verità parziale. Vi è un omissis. Il nome di chi
gli ha fornito il «dossier» su Boffo - lo sottolinea - solo in parte taroccato. Continua a dire e a
non dire, come se volesse tenere qualcuno sulla corda.
Forse punta a nascondere una verità acclarata: quegli
articoli su Il Giornale sono stati parte di una precisa offensiva mediatica del
premier Berlusconi. Ora si avvicina una scadenza importante. Il prossimo 22
febbraio Feltri verrà sentito dall’Ordine dei
giornalisti. Dovrà dare qualche spiegazione in più sulla violenta campagna di
stampa che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire . Rischia la radiazione . Sarà
quella, forse, l’occasione per avere chiarezza su una vicenda ancora tanto
oscura. Chi dovrebbe sapere è Benedetto XVI. «È ovvio che il Papa è informato su quanto scrivono i giornali» ha affermato,
ieri, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. È probabile che il
pontefice, come già era avvenuto l'estate scorsa, abbia chiesto ai suoi
collaboratori elementi di valutazione per decidere se sia il caso di
intervenire. Roberto Monteforte L’U 6
Caso Boffo:
«Il Papa sa tutto e sta valutando l’intervento»
Benedetto XVI:
«Eutanasia, colpo al cuore dei principi cristiani» - di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - E’ durato una settimana il silenzio che si
era imposto il Vaticano. «E’ ovvio che il Papa è informato
della realtà». Poche parole e solo per far sapere che Benedetto XVI è
perfettamente al corrente di quello che succede; ogni
giorno scorre i giornali, ascolta un tg ma
soprattutto viene tenuto aggiornato dai più stretti collaboratori, in primis,
il cardinale Bertone. Gli sviluppi del caso Boffo - coi suoi ultimi, pesanti,
effetti collaterali - non possono non essere stati per lui fonte di imbarazzi e
grattacapi. A rompere il silenzio è stato, ieri mattina, il portavoce padre
Lombardi con le uniche parole che era autorizzato a riferire. Impossibile
strappargli altre reazioni ufficiali, benchè in
questi giorni sia stato sollecitato più volte a farlo davanti alle pesantissime
accuse che sono state rivolte al segretario di Stato, Bertone
ed al direttore del quotidiano d’Oltretevere,
Vian. Quest’ultimo indicato da alcuni blog e
quotidiani come il possibile esecutore del trasferimento a Feltri, direttore
del Giornale, della velina falsa che, nel settembre scorso, ha dato l’avvio
alla maxi bufera. Una breve frase può però risultare
più eloquente di qualsiasi lungo discorso: se Papa Ratzinger è stato messo al
corrente di tutto, significa solo che al di là del Tevere si attende
pazientemente che il polverone si cheti. In Vaticano c’è la certezza che la
tempesta sia destinata a sgonfiarsi. Inoltre, all’orizzonte, non sono previste
dimissioni eccellenti (con buona pace di chi in questi giorni le chiedeva a
gran voce). Insomma più o meno tutto è destinato a
continuare come prima. Ad una lettura superficiale
questa storia potrebbe sembrare un regolamento di conti interno, magari per
riequilibrare i poteri tra aree di influenza diverse, ma non si spiega fino in
fondo. E così, oggi, sono in molti a chiedersi a chi è giovato tutto questo, se
non a creare ulteriori dissidi dentro la Chiesa, a
screditare l’immagine della curia percepita dall’opinione pubblica un
concentrato di uomini rancorosi e assai poco cristiani.
Il cardinale Bertone, viene fatto notare, non
aveva di certo bisogno di ricorrere a simili mezzi per uscire rafforzato, la
sua strada era già stata tracciata dal Papa molto prima tanto che in prossimità
dello scadere del suo 75esimo anno e della sua andata in pensione, decise di
confermarlo con la consueta formula latina. Scrisse così una lettera personale,
pubblicata dall’Osservatore Romano, confermandogli la fiducia. Nel testo citava
il lungo cammino di comune collaborazione fatto soprattutto alla Congregazione
per la Dottrina della Fede. Monsignor Miglio, responsabile Cei per i problemi
sociali e del lavoro si limita a far notare: «La Chiesa sarebbe molto più
danneggiata se quando ci sono cose che non vanno tentasse di nasconderle».
Intanto l’agenda papale prosegue senza scossoni e come, da tabella, ogni
mattina riceve vescovi, scrive lettere, firma carte concentrandosi sulle
battaglie che gli stanno più a cuore, tra le quali certamente quella a favore
della vita. Ieri mattina, incontrando i vescovi scozzesi, ha ammonito a non
sostenere la dolce morte. «L’eutanasia colpisce profondamente al cuore il
principio cristiano della dignità della vita umana». IM 6
Caso Boffo,
l'intervento del Papa: vuole una relazione dettagliata
A San Giovanni
messe "separate" per Bertone e Bagnasco.
Benedetto XVI
preoccupato per lo scontro interno, pronto a prendere
provvedimento
di MARCO ANSALDO e ORAZIO LA ROCCA
ROMA - L'occhio
attento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, non ha
perso un movimento e mancato una parola della doppia omelia pronunciata ieri
nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. Ma
nelle due celebrazioni svoltesi una di seguito all'altra, la prima del
segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, e la
seconda del presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), Angelo
Bagnasco, non una frase è stata detta sulla polemica che sta scuotendo i Sacri
Palazzi.
Eppure il Papa, da
ieri, ha preso in mano in prima persona il caso Boffo,
l'ex direttore di Avvenire, il quotidiano della Cei, dimessosi dopo le accuse
di molestie pubblicate dal quotidiano di proprietà della
famiglia Berlusconi, e rivelatesi poi infondate. Benedetto XVI
ha infatti chiesto una dettagliata relazione sugli ultimi sviluppi della
questione. Una richiesta esplicita, rivolta ai suoi
più stretti collaboratori, sulla scia delle nuove polemiche nate dopo il pranzo
"riparatore" di lunedì a Milano fra Dino Boffo
e il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri. Un incontro chiarificatore, a 5 mesi dalle traumatiche dimissioni del primo.
Il Papa,
nonostante l'intensità degli impegni e le udienze, si dimostra tutt'altro che
assente dalla vicenda. I piani alti del Palazzo Apostolico lo descrivono anzi
come "molto attento al caso". Ha ottenuto, "per cercare di
capire di più", una lunga nota esplicativa dagli uffici della Segreteria
di Stato. E anche per prendere - eventualmente - qualche
decisione in merito. Un intervento discreto - "ma molto, molto
deciso" - , che Benedetto XVI sta preparando
nell'Appartamento papale, forse indotto dalle voci, circolate con insistenza
sui giornali, secondo cui a fornire a Feltri il falso documento sarebbe stato
un "esponente istituzionale" della Santa Sede. C'è chi si è spinto ad indicare come ipotetico "ispiratore"
dell'iniziativa ai danni di Boffo il direttore
dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, su
"mandato" del cardinale segretario di Stato Bertone.
Come dire: una manovra tutta ecclesial-vaticana
ordita per colpire il direttore di Avvenire e, indirettamente, indebolire
l'alleanza fra i cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini,
suo predecessore alla Cei: in sostanza i due più importanti esponenti del
governo centrale della Chiesa italiana.
Un caso - se vero
- clamoroso, che tuttavia non ha suscitato alcuna reazione ufficiale dagli
organi competenti della Santa Sede. Tace la Sala Stampa vaticana, così pure la Radio Vaticana e l'Osservatore Romano. Come pure il
quotidiano dei vescovi Avvenire che, nemmeno oggi, riferirà del ritorno in auge
del caso Boffo-Feltri e degli scomodi risvolti che ha prodotto.
Malgrado i silenzi ufficiali, però, Papa Ratzinger ha adesso sul
tavolo del suo studio la pratica Boffo-Feltri sotto
forma di nota esplicativa, su cui sono stati delineati tutti i termini della
questione. Benedetto XVI la sta studiando
attentamente. Chiede lumi in Segreteria di Stato. Convoca nella sua residenza
presuli e porporati per scambi di opinioni e punti di vista.
Nella basilica di
San Giovanni stracolma di fedeli, intanto, il sottosegretario Letta, in prima
fila, non si è perso una battuta dall'altare. Ma né il cardinale Bertone né il suo collega Bagnasco - i due si sono mancati
solo per una manciata di minuti in canonica -
successori uno all'altro nell'Arcidiocesi di Genova, hanno fatto il minimo
riferimento al caso. Al bel ricevimento che ha seguito la messa per i 42 anni dell'attività della Comunità di Sant'Egidio, con una
grande partecipazione popolare, il cardinale Bagnasco ha salutato con grande
cordialità Vian. Grandi sorrisi e strette di mano. Ma le bocche sono rimaste cucite. LR 5
Ecumenismo. Il segreto di vivere insieme
GINEVRA - Il direttore dell'Istituto
Ecumenico di Bossey ci riceve nel suo studio, seduto
alla scrivania. Ioan Sauca
è uomo di mezz'età, un po' tarchiato, ortodosso, che ci parla in un francese
inappuntabile, con un leggero accento dell’Europa dell'est. Un'icona di stile
bizantino domina la parete di fronte all'entrata della stanza.
La figura è nel complesso
bonaria, ma gli occhi e gli angoli della bocca tradiscono
l'interrogativo: un prete cattolico ed un giovane italiano sono venuti a
parlare con lui, ma ne ignora il motivo.
L'Istituto Ecumenico di Bossey (www.oikoumene.org/en/activities/bossey.html)
è un luogo di incontro, di dialogo e di formazione sostenuto dal Consiglio
Ecumenico delle Chiese che ha sede a Ginevra. Raccoglie studenti da tutto il
mondo e di tutte le confessioni cristiane. Un vero microcosmo. È situato in un
antico castello, luogo incantevole, immerso nell'ordinata campagna svizzera a
pochi chilometri da Ginevra. Vi si tengono corsi universitari e seminari di
approfondimento su temi ecumenici.
Ci presentiamo: padre Renato della Missione
cattolica italiana di Ginevra e un ricercatore di fisica all’università, il
sottoscritto. Il direttore non riesce a celare un accenno di diffidenza o forse
l'abbiamo solo interrotto in un momento di intenso
lavoro.
Ginevra ha una grandissima comunità di immigrati, in cui gli Italiani sono presenti in maniera
massiccia. Ha, inoltre, una storia di apertura al mondo e di internazionalità
nota a tutti, essendo sede dell'ONU e di circa 200 Organismi internazionali. La
compresenza di diverse etnie e l'ufficiale
internazionalità non si sono sempre compenetrate in maniera efficace.
Le comunità cattoliche venute da altrove
(come l’italiana, la spagnola, la portoghese...), proprio perché ricche di una
fervente umanità,non sono necessariamente le più
attente al dialogo ecumenico o interreligioso. Per i loro fedeli è molto
naturale cercare di ricreare un pezzo del paese che hanno
lasciato e ricostruire un ambiente familiare, piuttosto che continuare nella
ricerca di un delicato equilibrio in ambito religioso.
La nostra curiosità, tuttavia, è capace di
rompere il ghiaccio, cominciando con domande pratiche. Il direttore ci racconta
dei seminari che organizzano e che sono generalmente di breve
durata e di grande qualità, a cui partecipano poche decine di persone,
laici o religiosi, selezionate in base ai loro interessi. Qui preparano,
infatti, un master o una licenza in ecumenismo. Ci confessa, pure, che i
giovani provenienti da Africa, Asia, Americhe, Oceania... sono tra di loro gentilissimi i primi giorni, ma
i problemi, le divergenze e i conflitti sono ben nascosti sotto il tappeto.
Poco dopo immancabilmente scoppiano e il loro compito di insegnanti
di teologia è quello di fare da dottori per guarire le ferite!
Gli studenti vivono nelle stanze del
castello, da cui non è previsto si allontanino per tutta la durata dei loro
corsi di un anno o due. Un’equipe di giovani volontari chiamati qui “angeli
blu”, si occupa di aiutare nelle faccende pratiche (lavanderia, cucina, pulizie...)
dando una grande mano nel mandare avanti l'Istituto e approfittando nel
frattempo di imparare l'inglese, che è la lingua ufficiale del Centro di Bossey.
Gli studenti, così, sono messi nelle
condizioni ideali per dedicarsi all'apprendimento ed
al confronto reciproco. In particolare non condividono tra loro solo lo studio,
ma anche i momenti di ricreazione, i pasti, le passeggiate e la stanza da
letto. Accade all’inizio che le persone vengano a partecipare ai seminari e
siano animate da ansia di missionarietà, cercando in
maniera più o meno palese di presentare agli altri la
superiorità della propria confessione religiosa.
Sono pronti a combattere vere battaglie
intellettuali per sconfiggere le idee altrui, ma ben presto si accorgono che un
tale atteggiamento non può essere mantenuto a lungo. Quando, infatti, le
persone sono animate da un genuino senso di religiosità e di anelito per l'assoluto non possono non rendersi conto di quanto il loro
stesso desiderio sia presente anche negli altri che hanno seguito percorsi di
fede diversi. Ciò non è affatto equivalente al tanto
temuto relativismo, ma è il riconoscimento di un processo interiore che è un
tratto meravigliosamente comune all'essere umano.
E il fatto di vivere insieme ogni istante
della giornata avvicina le persone come poche altre cose: per avere un corretto
dialogo sulle idee come sulle esperienze, non si può prescindere dal contatto
umano. Non si possono astrarre i pensieri dall'essere umano nel suo insieme:
prima di tutto viene la persona, il suo bagaglio di esperienze, di sentimenti,
di aspirazioni. Poi, le sue idee e, talvolta, i dogmi e le abitudini
inveterate, per cui il rispetto dell’altro è una vera chiave d’oro!
Il direttore ci
confessa, infine, che quando le persone entrano in un contatto vero, trovano
sempre più aspetti che li uniscano rispetto a quanti li dividano, riuscendo ad
avere una discussione costruttiva anche su argomenti su cui non ci si trova
d’accordo! Ci sorprende, in fondo, sapere che là dove persone di buona volontà
parlano e soprattutto vivono insieme, la comprensione e la stima reciproca
fioriscono. “Ci sono molti fiori nel mio giardino, ma una sola è l'acqua!” conclude il nostro direttore, mostrandoci dalla finestra il
delizioso giardino del castello. Ma, evidentemente,
lui pensava ad altro! (Riccardo Sturani-Inform)
Vaticano, gli attacchi alle gerarchie preoccupano il Papa
Città del Vaticano
- Gli attacchi alle alte gerarchie ecclesiastiche e alla Santa Sede - a quanto
apprendono Ign/Adnkronos da
ambienti vaticani - preoccupano il Santo Padre. Gli attacchi sono partiti
questa volta dalla pubblicazione di due libri (“I peccati del Vaticano” di Rendina, Newton Compton; e “Vaticano Spa” di Nuzzi, Chiarelettere); e successivamente sono stati alimentati dal “caso Boffo”, il direttore del quotidiano della Cei “Avvenire”
costretto alle dimissioni dopo una “informativa” pubblicata da “Il Giornale”.
Il direttore dello stesso quotidiano, Vittorio Feltri, s’è poi scusato con Dino
Boffo e lo ha incontrato una
cena chiarificatrice.
Alimentando il
vento delle vociferazioni e dei relativi commenti si vorrebbero chiamare in
causa da una parte il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e dall’altra l’attuale e l’ex presidente della
Cei, cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini, e le
loro, altrettanto infondate, diversità di linea sulle relazioni tra Episcopato
e Stato italiano.
Due sono
essenzialmente le questioni che le alte gerarchie starebbero analizzando:1) da
quale direzione soffia il vento della maldicenza; 2) e
se, e come, la Chiesa debba rispondere a questi attacchi. In particolare se
debba farlo con una secca e autorevole nota o con un articolato intervento che
spazzi via l’“ufficio voci” al cui interno lavorano, di notte più che di
giorno, degli “Innominati” impegnati ad alimentare conflitti provocatori
piuttosto che eventualmente a sedarli. Su questa questione, spinosa quanto
dolorosa, starebbero lavorando in queste ore i collaboratori più stretti di
Papa Ratzinger. Adnkronos 5
Quel vento della Santa Maldicenza tra fogli anonimi e falsi moralisti
I
"mormorii" dei Sacri Palazzi del Vaticano, da Marcinkus
a Wojtyla malato
Il caso Boffo ha alzato il velo. Ma denigrazioni e malignità sono
pratica antica
di FILIPPO CECCARELLI
Ci guardi Iddio,
li guardi Iddio - e li liberi - dalla
Santa Maldicenza che ha preso a soffiare dentro la Chiesa: mai così forte come
dice questo turbine di allusioni, insinuazioni, delazioni a lingua biforcuta
con annesso transito di dossier all'esterno. Perché si capisce che ai danni di
Dino Boffo è andato a segno il più violento degli
outing.
Ma chi voglia
farsi un'idea più precisa dell'ambientino in cui è
maturata l'esecuzione resta sgomento nell'apprendere che le lettere anonime con
la notizia del processo per molestie e la fangosa nota d'accompagnamento
spacciata come un atto giudiziario non solo erano state stampate, affrancate e
inviate ai vescovi e a eminenti personalità del mondo cattolico in 200 copie,
ma altrettante riguarderebbero tanto un insigne professore che un manager della
sanità, insomma due ulteriori poveracci messi nel mirino - con il che i
mefitici testi e i perfidi allegati salirebbero a quota 600: e allora serve
davvero una squadretta di devoti sicofanti, e forse pure una tipografia.
Mica tanto
normale, tutto questo. Mica scontato che da qualche tempo non ci sia
personaggio, o situazione, o vicenda, da Pio XII e gli ebrei alla
canonizzazione di Giovanni Paolo II passando per la sua confidente polacca, che
non si trascini regolarmente appresso un'adeguata dose di veleni, per giunta
postumi. Che a loro volta generano significativi
titoli e anche successi editoriali. Per restare agli ultimi: "I peccati
del Vaticano" di Rendina (Newton Compton) e
"Vaticano spa" di Nuzzi (Chiarelettere), quest'ultimo costruito sulla
base di un archivio di un defunto monsignore dello Ior
e pieno zeppo di magagne, anche recenti, e di denigrazioni, malignità, impicci
un tempo destinati a restare in camera caritatis,
come il rimarchevole resoconto, da parte del banchiere apostolico Caloia, di una riunione in cui il cardinal Castillo Lara si comporta in modo non proprio specchiato.
E insomma.
Premesso che dal peccato di maldicenza pochissimi sono immuni, e i giornalisti
meno che meno, sulla base delle faide, degli intrecci, delle invidie, delle
spiate che stanno venendo fuori: non sarà questo irresistibile impulso, questo
permanente taglia e cuci, uno dei princìpi divenuti
irrinunciabili al di là del portone di bronzo, alla
Cei, nelle redazioni dell'Avvenire e dell'Osservatore romano, alla Cattolica e
in altri luoghi che dovrebbero propagare il messaggio cristiano?
Dice: è sempre
successo. Vero, qualsiasi autentico romano sa che la Curia, in palazzi delle
congregazioni battono qualsiasi altra centrale di
pettegolezzo della Città Eterna, in primis la Rai e il Transatlantico di
Montecitorio. Ma adesso, caso Boffo e dintorni, è come se il vento impetuoso che scompigliava le vesti dei
cardinali a piazza San Pietro il giorno dei funerali di Karol Wojtyla si fosse
tramutato in un alito malsano, un fiatone di potere che disprezza le umane
debolezze, un soffiare di giudizi senza più cuore né misericordia.
Quello è furente
perché non conta più nulla; quell'altro si sente il padrone e non guarda in
faccia nessuno; quell'altro ancora fa il pavone ed è in grande confidenza con
la moglie di un quarto, beh, lasciamo perdere..., ecco
rispetto agli accenni e ai sospiri di sospensione, rispetto a ciò che si legge
tra le righe, si sente da chi sa, e soprattutto si intuisce, sembra divenuto
quasi da educande l'adagio curiale che il cardinal Marchetti
Selvaggiani dispensò al giovane Andreotti: "A
pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre". Ecco, adesso
l'impressione è il male non ci si limita a pensarlo, ma lo dice, lo si fa scrivere e lo si spedisce, se occorre.
Così come rischia
di suonare addirittura stantio il consiglio, pure piuttosto efferato, che
Gianni Gennari si sentì rivolgere da qualche eminente
prelato appena messo piede nei sacri palazzi: "Qui per campare bene bisogna
fare il morto". Ma quale morto! Ci sono
monsignori che per le loro cosette, tramano, telefonano, civettano, si agitano
come tarantolati tirandosi addosso brani delle
Scritture; e se gli va bene si "fregano le mani", come per ben due
volte ha scritto Boffo nella sua lettera di
dimissioni.
E sarà pure
l'attacco laicista, ché quello non manca mai - anche
se non è che dall'esterno riesca tanto a compattare le fazioni, le tribù, le
cordate di potere che si fanno la guerra. E avrà anche ragione il cardinal Kasper secondo il quale "per i media l'armonia è
noiosa". E tuttavia, dando per scontata una certa dissonanza, tutto lascia
pensare che si tratta per lo più di spifferi "intra-cattolici", voci "di dentro"; e per
dirla tutta fa impressione leggere che calcoli, sospetti, bisbigli, occhi al
cielo e scotimenti di capo si sarebbero registrati addirittura dinanzi al
povero corpo di Eluana Englaro.
Ha scritto Philip
Roth che la maldicenza è "quel misto di potere e
di impotenza che per alcuni particolari soggetti rasenta il piacere
sessuale". E anche qui c'è una vasta libellistica.
Ma senza riandare al Sodalitium pianum
o ai libri di Peyrefitte, che negli anni '70 evocò
l'omosessualità di Paolo VI; e anche tralasciando i
crack finanziari, e Sindona, Calvi, Marcinkus, il
presunto avvelenamento di Giovanni Paolo I ed Emanuela Orlandi, ecco, per
restare sugli orientamenti sessuali e i lavoretti che comportano nel favorire o
nel distruggere le carriere si segnala che nell'ultimo decennio la produzione
di testi più o meno ad hoc si è fatta massiva; e tra
"Millenari" e "Discepoli di verità", che sono gli
pseudonimi utilizzati da prelati o gruppi di prelati in fregola di
moralizzazione da attuarsi attraverso volumi della Kaos,
grazie anche a vicende come la strage di guardie svizzere, a proposito di
peccati della carne e "lobby di velluto" ce n'è davvero per tutti.
Al punto da
chiedersi se l'inflazione della Santa Maldicenza non trascenda ormai le singole
volontà, e magari non abbia a che fare con il rapporto che la Santa Sede ha o
non ha con il mondo. Se per caso il tramonto del riserbo e della prudenza non
sia inesorabile perché tutto nel frattempo si è fatto più veloce e più aperto,
gli antichi codici non reggono più, né la Curia riesce più a trattenere i
miasmi. E sarebbe un esito anche prevedibile - così come in fondo è anche
naturale chiedere perdono al fratello offeso, pregare un po' di più e sforzarsi
di tenere la lingua a posto. LR 5
Gravi dichiarazioni del prof. Veronesi: la religione impedirebbe di ragionare
Gravi le
dichiarazioni del professor Umberto Veronesi rilasciate questo pomeriggio a Sky
Tg 24e riportate da tutti i media italian i ed internazionali: "La religione impedisce di ragionare
- ha affermato il vecchio professore ormai in età pensionabile - «La religione,
per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella
ricerca della verità» "Mi domando se sia davvero così" - si chiede il
responsabile nazionale dei Papaboys Daniele Venturi. "Il professor Veronesi ha detto a tutti i credenti che siamo
persone che non ragionano. Se davvero così fosse,
allora affermerei che anche Umberto Veronesi è un religioso, poichè in queste dichiarazioni non è riuscito a
ragionare". Capita talvolta ad una certa
età, che ci si possa addirittura bere il cervello... Ci auguriamo che non sia
questo caso, ma le dichiarazioni di Veronesi sono gravi e diffamanti per tutti
i credenti, di tutte le religioni. Mi auguro che i fratelli maggiori ebrei, ed
anche i fratelli musulmani, abbiano il coraggio di
farsi sentire'- continua il presidente dei Papaboys.
Qui' non è
questione di laicismo esasperato - prosegue Venturi - qui è proprio il caso di
una persona che non ragiona più ed anzi... sragiona!'.
Per cortesia - conclude Venturi - qualcuno glielo
faccia presente.
Ufficio Stampa Papaboys, Dr. Giovani Profeta
http://www.nobell.it: un nuovo contenitore di
idee per gli animatori cristiani
L'aria sta
cambiando e positivamente per tutti coloro che,
animati da spirito cristiano e vena comunicativa, possono e vogliono fare
rete nel mondo digitale per far circolare notizie, idee e scambiare materiali
di cui il mondo cristiano delle parrocchie e delle diocesi è pieno. Analizzando
anche l'ultimo messaggio del Papa, è un dovere e un dono
per i comunicatori laici e religiosi, a tutti i livelli, senza etichette e
magari titoli, diffondere come un giornale le ricchezze informative di cui il
mondo cattolico è pieno: date un occhiata al link http://www.nobell.it e
iscrivetevi per poter diventare attivi protagonisti in rete della
comunicazione delle notizie. Nobel.it
Un altro vescovo: niente comunione ai gay
Pistoia, monsignor
Scatizzi invita i preti a non concedere il sacramento
"Quando
conclamata e ostentata è un peccato che li esclude" - Nella comunità è
rivolta sul web. In gennaio era intervenuto l vescovo
emerito di Grosseto
Durissimi i
commenti fra blog, Facebook e forum dedicati - di
MARCO PASQUA
PISTOIA - Niente
comunione ai "gay conclamati", perché
"l'omosessualità è un disordine" e i precetti della Chiesa non devono
essere contraddetti. Per monsignor Simone Scatizzi,
vescovo emerito di Pistoia, i preti dovrebbero rifiutarsi di somministrare la
comunione ai gay. Parlando oggi con il sito religioso Pontifex, a proposito degli omosessuali "che proclamano
la loro condizione e la praticano", l'esponente cattolico sostiene:
"Il principio generale é che la conclamata e ostentata omosessualità é un
peccato che esclude la comunione".
Le parole del
vescovo fanno il giro del web, suscitando reazioni e sdegno da parte della
comunità GLBT, che già aveva registrato, lo scorso 25 gennaio, un'analoga presa
di posizione. Parlando con lo stesso sito, infatti, il vescovo emerito di
Grosseto, monsignor Giacomo Babini, era stato ancora
più esplicito, arrivando anche a chiamare in causa il
governatore della Puglia, Nichi Vendola:
"La pratica conclamata della omosessualità é un peccato gravissimo,
costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la
professino, senza alcuna remora, proprio in quanto pastori di anime. Io non
darei mai la comunione ad uno come Vendola".
L'ultima presa di
posizione, in ordine di tempo, è del 79enne Scatizzi,
già protagonista, nel 2005, di un'aspra polemica contro i gay,
"colpevoli", a suo dire, della "crisi della virilità".
"L'omosessualità in quanto tale é un disordine. E
su questo non ci sta discussione", afferma categorico il religioso, salvo
poi concedere che "con gli omosessuali é necessario usare delicatezza e
misericordia e alla fine il giudice ultimo é Dio, pertanto sulla Terra nessuno
é autorizzato ad emettere sentenze".
Il vescovo emerito
di Lucera-Troia, monsignor Francesco Zerrillo, sembra andare oltre, arrivando a criticare
persino le leggi contro l'omofobia. "Io non le ritengo giuste - ha tuonato il porporato, parlando il 2
febbraio con lo stesso sito - in quanto non é mai assimilabile, dunque
omologabile, ciò che é la normalità, ovvero la famiglia eterosessuale fondata
da uomo e donna e quella omosessuale che famiglia non é, per la semplicissima
ragione che non é in grado di ottemperare alla riproduzione. L'atto
sessuale é volto a questo e non alla ricerca di lussuria". Secondo Zerrillo bisognerebbe invitare il gay
credente a non chiedere la comunione, "per non alimentare lo
scandalo": "Se davanti a me, specie in un centro piccolo in cui tutti
sanno tutto di tutto, il dare la comunione ad una persona del genere può
causare scandalo é quindi meglio non darla . Sarebbe saggio generalmente
prevenire queste cose o al massimo amministrarla e poi dirgli amico non
provarci più, per scongiurare uno scandalo ancora
maggiore".
Aveva parlato
invece di "pratica aberrante" il collega emerito di Grosseto,
monsignor Giacomo Babini: "Mi fa ribrezzo
parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro
natura. I vescovi e i pastori devono parlare chiaro, guai al padre che non
corregge suo figlio. Penso che dare le case agli omosessuali, come avvenuto a
Venezia, sia uno scandalo, e colui che apertamente
rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza". Cosa dovrebbero fare i gay? "Pentirsi di questo orribile difetto", l'invito di Babini.
Durissimi i
commenti degli utenti in calce a queste interviste, fatte
circolare in maniera virale su Facebook, i
forum e i blog. "Una persona non può e non dovrà mai vergognarsi di quello
che è. Dio ama tutti indistintamente e lei predica
odio, incita le masse ignoranti alla violenza e contribuisce a rendere l'Italia
un paese razzista, omofobo, antisemita", scrive un utente, mentre un altro
aggiunge: "La chiesa dovrebbe essere simbolo di pace e non di
intolleranza, lasci l'anello che porta con tanta prosopopea e riprenda in mano
il Vangelo. Volgete lo sguardo alle mele marce che ci sono
tra di voi (preti pedofili, ecc.) e non prendetevela con chi, realmente, è
capace di amare". "Vi rendete conto,
signori, che voi stessi avete detto che Dio è amore? gli
omosessuali non hanno bisogno di misericordia o di perdono, vi prego. Ora è veramente troppo", scrive l'utente "frangisca" commentando le parole di Scatizzi. Il quale sembra avere solo un consiglio
per gli omosessuali: "Sarebbe opportuno che i gay
si lasciassero portare sulla via della guarigione e della conversione". LR
5
Ecumenismo. il
segreto di vivere insieme
Il direttore
dell'Istituto Ecumenico di Bossey ci riceve nel suo
studio, seduto alla scrivania. Ioan Sauca è uomo di mezz'età, un po' tarchiato, ortodosso, che
ci parla in un francese inappuntabile, con un leggero accento dell’Europa
dell'est. Un'icona di stile bizantino domina la parete di fronte all'entrata
della stanza.
La figura è nel complesso bonaria, ma gli occhi e gli angoli della bocca
tradiscono l'interrogativo: un prete cattolico ed un giovane italiano sono
venuti a parlare con lui, ma ne ignora il motivo.
L'Istituto
Ecumenico di Bossey è un luogo di incontro,
di dialogo e di formazione sostenuto dal Consiglio Ecumenico delle Chiese che
ha sede a Ginevra. Raccoglie studenti da tutto il mondo e di tutte le
confessioni cristiane. Un vero microcosmo. È situato in un antico castello,
luogo incantevole, immerso nell'ordinata campagna svizzera a pochi chilometri
da Ginevra. Vi si tengono corsi universitari e seminari di approfondimento su
temi ecumenici.
Ci presentiamo:
padre Renato della Missione cattolica italiana di Ginevra e un ricercatore di
fisica all’università, il sottoscritto. Il direttore non riesce a celare un
accenno di diffidenza o forse l'abbiamo solo interrotto in un momento di intenso lavoro.
Ginevra ha una
grandissima comunità di immigrati, in cui gli Italiani
sono presenti in maniera massiccia. Ha, inoltre, una storia di apertura al
mondo e di internazionalità nota a tutti, essendo sede
dell'ONU e di circa 200 Organismi internazionali. La compresenza
di diverse etnie e l'ufficiale internazionalità non si sono sempre compenetrate
in maniera efficace.
Le comunità
cattoliche venute da altrove (come l’italiana, la spagnola, la portoghese...),
proprio perchè ricche di una fervente umanità,non sono necessariamente le più attente al dialogo
ecumenico o interreligioso. Per i loro fedeli è molto naturale cercare di
ricreare un pezzo del paese che hanno lasciato e
ricostruire un ambiente familiare, piuttosto che continuare nella ricerca di un
delicato equilibrio in ambito religioso.
La nostra
curiosità, tuttavia, è capace di rompere il ghiaccio, cominciando con domande
pratiche. Il direttore ci racconta dei seminari che organizzano e che sono
generalmente di breve durata e di grande qualità, a
cui partecipano poche decine di persone, laici o religiosi, selezionate in base
ai loro interessi. Qui preparano, infatti, un master o una licenza in
ecumenismo. Ci confessa, pure, che i giovani provenienti da Africa, Asia, Americhe, Oceania... sono tra di
loro gentilissimi i primi giorni, ma i problemi, le divergenze e i conflitti
sono ben nascosti sotto il tappeto. Poco dopo immancabilmente scoppiano e il
loro compito di insegnanti di teologia è quello di
fare da dottori per guarire le ferite!
Gli studenti
vivono nelle stanze del castello, da cui non è previsto si allontanino per
tutta la durata dei loro corsi di un anno o due. Un’equipe di giovani volontari
chiamati qui “angeli blu”, si occupa di aiutare nelle faccende pratiche
(lavanderia, cucina, pulizie...) dando una grande mano nel mandare avanti
l'Istituto e approfittando nel frattempo di imparare l'inglese, che è la lingua
ufficiale del Centro di Bossey.
Gli studenti,
così, sono messi nelle condizioni ideali per dedicarsi all'apprendimento ed al confronto reciproco. In particolare non condividono
tra loro solo lo studio, ma anche i momenti di ricreazione, i pasti, le
passeggiate e la stanza da letto. Accade all’inizio che le persone vengano a
partecipare ai seminari e siano animate da ansia di missionarietà,
cercando in maniera più o meno palese di presentare
agli altri la superiorità della propria confessione religiosa.
Sono pronti a
combattere vere battaglie intellettuali per sconfiggere le idee altrui, ma ben
presto si accorgono che un tale atteggiamento non può essere mantenuto a lungo.
Quando, infatti, le persone sono animate da un genuino senso di religiosità e
di anelito per l'assoluto non possono non rendersi
conto di quanto il loro stesso desiderio sia presente anche negli altri che
hanno seguito percorsi di fede diversi. Ciò non è affatto
equivalente al tanto temuto relativismo, ma è il riconoscimento di un processo
interiore che è un tratto meravigliosamente comune all'essere umano.
E il fatto di
vivere insieme ogni istante della giornata avvicina le persone come poche altre
cose: per avere un corretto dialogo sulle idee come sulle esperienze, non si
può prescindere dal contatto umano. Non si possono astrarre i pensieri
dall'essere umano nel suo insieme: prima di tutto viene la persona, il suo
bagaglio di esperienze, di sentimenti, di aspirazioni. Poi, le sue idee e,
talvolta, i dogmi e le abitudini inveterate, per cui il rispetto dell’altro è
una vera chiave d’oro!
Il direttore ci
confessa, infine, che quando le persone entrano in un contatto vero, trovano
sempre più aspetti che li uniscano rispetto a quanti li dividano, riuscendo ad
avere una discussione costruttiva anche su argomenti su cui non ci si trova
d’accordo! Ci sorprende, in fondo, sapere che là dove persone di buona volontà
parlano e soprattutto vivono insieme, la comprensione e la stima reciproca
fioriscono. “Ci sono molti fiori nel mio giardino, ma una sola è l'acqua!” conclude il nostro direttore, mostrandoci dalla finestra il
delizioso giardino del castello. Ma, evidentemente,
lui pensava ad altro!
Sito web:
http://www.oikoumene.org/en/activities/bossey.html
Riccardo Sturani, riccardosturani@gmail.com (de.it.press)
Lourdes, quando il miracolo apre mille interrogative
ROMA - L’11 febbraio
uscirà nelle sale Lourdes, il nuovo film della regista austriaca Jessica Hausner. La pellicola che venne
presentata all’ultima Mostra di Venezia, vincendo il Premio Navicella, analizza
(con una vena di humor nero) il fenomeno dei
miracoli, legati all’apparizione della Madonna, avvenuta proprio l’11 febbraio
1858 nella grotta a poca distanza dal piccolo villaggio di Lourdes, ora
divenuto importante centro di devozione religiosa.
La giovane
Christine, interpretata dall’attrice Sylvie Testud,
costretta sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla, è protagonista di una
prodigiosa guarigione che alimenta negli altri ammalati
speranze, gioia, ma anche una sottile invidia e il desiderio di ottenere
lo stesso risultato. Durante la presentazione del film, avvenuta ieri alla Casa
del Cinema, la Hausner ha
risposto in maniera essenziale alle domande, preferendo andare subito al
nocciolo della questione. Per lei, Lourdes non è un film
qualsiasi: le ha regalato una pioggia di premi e ha rappresentato un
percorso lungo e faticoso. Durante il dibattito la filmaker
austriaca ha chiarito il concetto base del film: «Mi interessava
compiere un’indagine sui miracoli e su come questi possano avere molteplici
valenze. Il miracolo è prodotto dalla suggestione? Lo si
può definire tale solo se riesce a curare il corpo o vale anche per l’anima?
Quanta casualità c’è nei miracoli che sono avvenuti a Lourdes?». Oltre ad una ricerca di realismo, «alla
Robert Bresson», il film sviluppa una
riflessione simbolica sulla fragilità della vita umana: «Nel film Christine
combatte contro i limiti della natura, contro gli ostacoli che la malattia le
pone davanti».
E’ per scoprire i
sentimenti delle ammalate di Lourdes che Sylvie Testud,
l’attrice protagonista del film, ha voluto confrontarsi con diverse donne,
afflitte da sclerosi a placche: «Voleva comprenderne la loro rabbia e
solitudine per interpretarle in maniera quanto più credibile» - ha raccontato
Jessica Hausner. Alla Casa del Cinema era presente anche Luciano Sovena,
amministratore delegato di Cinecittà-Luce, società
che distribuisce il film. «Lourdes - ha spiegato Sovena - è una scommessa, considerando la crisi del cinema
d’autore. Secondo noi, però, è un’opera che fa riflettere. Insomma: non c’è
soltanto Avatar!». Riccardo Marra IM 6
Papst: „Gerade in der Krise gegen Armut kämpfen“
„In der derzeitigen Wirtschaftskrise
werden die Mechanismen noch dramatischer, die Armut hervorrufen und für starke
soziale Ungleichheit sorgen.“ Darauf hat Papst Benedikt aufmerksam gemacht.
Beim Angelusgebet an diesem sonnigen Sonntag in Rom
meinte er: „Diese Mechanismen verletzen und beleidigen das menschliche Leben –
sie treffen vor allem die Schwächsten und die, die sich am wenigsten
verteidigen können. Diese Lage ruft nach einer ganzheitlichen menschlichen
Entwicklung, um das Elend und den Mangel zu überwinden.“ Man solle angesichts
der derzeitigen Turbulenzen aber auch eines nicht vergessen, so Benedikt: „Ziel
des Menschen ist nicht der Wohlstand, sondern Gott selbst! Die menschliche
Existenz muss in jeder Phase verteidigt und gefördert werden. Keiner ist Herr
seines eigenen Lebens: Wir alle sind gerufen, es zu schützen und zu
respektieren, von seiner Empfängnis bis zu seinem natürlichen Ende!“
Auch das derzeitige Priesterjahr machte
Benedikt vom Fenster seines Arbeitszimmers aus zum Thema: Er hoffe, dass viele
junge Leute den Sprung wagen und Ja sagen zu ihrer Berufung in der Nachfolge
Jesu. Auf deutsch meinte er:
„Das Evangelium dieses Sonntags lässt
uns an der Begegnung Jesu mit den Fischern von Galiläa teilhaben: Petrus wirft
auf Anweisung Jesu hin nochmals die Netze aus und macht einen überreichen
Fischfang. Die Macht der Worte Jesu lässt ihn die Gegenwart Gottes erahnen. In
der Nähe des Herrn erkennt er seine Kleinheit, er erfährt aber auch, dass er am
Heilswerk Gottes mitwirken darf. Auch wir wollen immer neu aufbrechen aus
unserer Beschaulichkeit und für Gottes Wirken in unserem Leben offen sein. Der
Herr will mit uns und durch uns seine Liebe und seinen Segen allen Menschen
schenken. Die Kraft des Heiligen Geistes begleite euch auf all euren Wegen“ (rv 7)
Missbrauch am Canisius. Erzbistum will sich Rat von außen holen
Das Berliner Erzbistum denkt über die
Einrichtung einer ständigen Kommission zur Aufklärung sexuellen Missbrauchs
nach. Ob auch externe Psychologen, Anwälte und Ärzte berufen werden, ist noch
in der Diskussion. Von Claudia Keller und Katja Reimann
Stefan Dybowski,
der 2003 eingesetzte Beauftragte des Erzbistums für dieses Thema, habe sich
schon seit längerem Unterstützung für seine Arbeit durch eine solche ständige
Kommission gewünscht, sagte eine Sprecherin des Erzbistums.
In dem Gremium soll dem Vernehmen nach
auch eine Frau mitarbeiten. Ob auch externe Psychologen, Anwälte und Ärzte
berufen werden, sei noch in der Diskussion. „Wünschenswert wäre es auf jeden
Fall“, sagte die Sprecherin. In den Richtlinien der Bischofskonferenz zur
Aufklärung von sexuellem Missbrauch durch Geistliche von 2002 wird den
Bistümern geraten, einen Beauftragten oder eine Kommission einzusetzen. Andere
Bistümer haben gleich ein Gremium damit beauftragt, das Berliner Erzbistum will
dies nun offenbar nachholen.
Stefan Dybowski
geht davon aus, dass noch weitere Fälle von Missbrauch ans Tageslicht kommen.
Mittlerweile ist von mindestens 30 Opfern die Rede, die von Übergriffen durch Jesuitenpatres an Schulen in Berlin, Hamburg, Hildesheim,
Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn sprechen. Die Organisation
„Ärzte für die Dritte Welt“ will eine eigene Untersuchungskommission einsetzen.
Sie soll untersuchen, ob der Gründer des Hilfswerks, der Jesuitenpater Bernhard
Ehlen, der vor drei Tagen sexuellen Missbrauch in den
70er Jahren gestanden hat, auch während seiner späteren Tätigkeit Übergriffe begangen
hat.
Unterdessen gehen die Meinungen von
Juristen darüber auseinander, ob die angestrebten Schadensersatzklagen für
Missbrauchsopfer durch zwei Berliner Anwälte Erfolg haben können. Es sei zu
früh, diese Frage abschließend zu beantworten, sagte beispielsweise der
Berliner Fachanwalt für Strafrecht, Axel Schirmack.
Dafür müsse jeder einzelne Fall geprüft werden. Es sei „voreilig, ein ganzes
Kolleg als Kollektiv in Haftung zu nehmen“, sagte Rechtsanwalt Schirmack, da es sich bei den beschuldigten
Patres um Einzeltäter handle.
Der Berliner Anwalt Lukas Kawka, der offenbar ebenso wie Manuela Groll Berliner
Missbrauchsopfer vertritt, hatte, wie berichtet, angekündigt, den Vatikan zu
verklagen und eine Sammelklage gegen den Jesuitenorden in den USA einzureichen
– falls US-Bürger unter den Opfern seien. Bislang gibt es dafür aber noch
keinerlei Hinweise. Fraglich ist auch, ob es einem Anwalt erlaubt ist, gezielt
auf Mandantensuche zu gehen. Michael Rosenthal vom
Strafrechtsausschuss des Deutschen Anwaltsvereins sagte zu Kawkas
US-Überlegungen: „Werbung ist erlaubt.“
Während sich die Anwälte der Berliner
Opfer um eine Entschädigung für in der Vergangenheit geschehenes Leid bemühen,
fordert die Katholische Elternschaft Deutschlands (KED) dazu auf, in die Zukunft
zu blicken. Die Elternschaft sei „erschüttert über die bekannt gewordenen
Missbrauchsfälle“, teilte die KED mit. Doch „jetzt ist nicht die Zeit für
Klischeezuweisungen oder Verdrängungsverhalten“, sagte KED-Bundesvorsitzende
Marie Theres Kastner.
Die Enthüllungen müssten zum Anlass
genommen werden, diese und ähnliche Vorgänge kritisch zu analysieren und zu
überlegen, „was sich in der katholischen Kirche ändern muss, damit solchen
Auswüchsen künftig besser entgegengewirkt wird“. Die KED kündigte an, nun in
einen Dialog mit katholischen Schulen, Eltern und Experten zu treten, „um
Initiativen zur Aufarbeitung, Hilfe und Prävention auf den Weg zu
bringen“. Tsp
6
Missbrauch am Canisius-Kolleg. Schuld ist nicht „das System“
Der Ruf des Jesuitenordens leidet. Der
der Kirche auch. Jede neue Missbrauchsmeldung tut weh. Erst recht wohl jenen,
die unmittelbar betroffen waren und sind: den Opfern. Jetzt wird alles wieder
aufgewühlt. Eine Alternative zur Aufklärung und zum Brechen des Wegseh- und Schweigekartells gibt es freilich nicht. Hier
hat nicht zuletzt auch die Kirche noch viel zu lernen. Hinsehen. Erkennen.
Handeln. Darum geht es.
Jeder Versuch der Verharmlosung
vergrößert noch Leid, Schuld und Schmerz. Auch das Bemühen, auf eine falsche,
prüde und letztlich schuldhafte Sexualmoral der Kirche abzulenken, wäre ein
solcher Versuch - nach dem Motto: Das System ist schuld. Die Kirche ist kein
„System“. Sie versteht sich als mit Jesus Christus verbundene Heilsgemeinschaft
und besteht aus Einzelpersonen, die selbst verantwortlich sind vor Gott und den
Menschen.
Nein, nicht das System ist schuld,
sondern einzelne Menschen sind es. Diese haben sich vergangen, sind ihrer
Verantwortung nicht gerecht geworden und haben schwer gesündigt. Und das wiegt
besonders schwer, wenn es Seelsorger waren, die entgegen ihrem Auftrag
Seelentötung betrieben. Dennoch: Es sind nicht „die“ Priester oder „die“ Kirche
- so wenig wie der Zölibat oder die Homosexualität an sich -, wenn pädophile
Triebe sich austoben. Pädophilie und Homosexualität sind nun einmal kein
Spezifikum der katholischen Kirche. All diese pauschalen Schuldzuschreibungen
sind zu simpel. Am wenigsten ist die Sexuallehre der Kirche verantwortlich.
Zur Erinnerung: Die Sexuallehre der
Kirche hat den ganzen Menschen als Einheit von Körper, Geist und Seele im
Blick. Hier geht es um Ehrfurcht und um die Erkenntnis, dass Gott den Menschen
erschaffen hat als Mann und Frau, die einander ergänzen. Die Kirche betont
daher zu Recht die Kostbarkeit eines geordneten Sexuallebens, in dem Freiheit
und Verantwortung gelebt werden. Freilich: das ist nicht ganz einfach in einer
herrschenden durchsexualisierten Diktatur des
Relativismus. Aber genau dort fällt es oft schwer, einen Lebensentwurf wie den
des treuen Zölibats überhaupt anders zu verstehen als rein lustorientiert. Wer
die Ehelosigkeit um des Himmelreiches willen nur durch die Brille der
Sexualität zu sehen vermag, versteht sie gar nicht. Auch eine Ehe zwischen Mann
und Frau hat keinen Bestand, wenn sie ausschließlich auf sexuellem Lustgewinn
aufgebaut ist. Das allein trägt nicht.
Wir beklagen das Ansteigen von
Kinderpornographie, aber zugleich verlachen wir jene, die sich für einen
verantwortungsvollen Umgang mit Sexualität einsetzen, als gestrig und verklemmt.
Viel zu viele nehmen keinen Anstoß daran, wenn ein Vorzeige-Grüner und eine
Ikone der neuen deutschen Freiheit berichtet, dass er als Erzieher im
Kindergarten in den siebziger Jahren sich von den Kleinen lustvoll am
geöffneten Hosenlatz hat streicheln lassen. Und kaum jemandem fällt auf, dass
aus derselben politischen Ecke die Abschaffung des Pädophilie-Straftatbestandes
betrieben wurde.
Wie nachhaltig ist eigentlich eine
Empörung über Missbrauch, wenn man sich andererseits huldvoll verneigt vor jeder
noch so absurden Verirrung im Namen angeblicher Freiheit? Wer ist eigentlich
verklemmt in unserer Gesellschaft? Diejenigen, die jeder öffentlich und medial
begleiteten Absurdität hinterherlaufen? Also jene, die sich mit Fleischeslust
und allenthalben erlaubter Triebbefriedigung zu begnügen können glauben und in
niederer Erotik die Kostbarkeit wirklich verantwortlich gelebter Sexualität zu
ertränken suchen? Oder diejenigen, die sich an einer urkatholisch und eher
barock geprägten, eigentlich sehr lebens-, leib- und
lustfreundlichen Sexuallehre orientieren, die aber - o Schreck! - jede Freiheit
an Verantwortung und Respekt koppelt? Die sogar von Ehrfurcht spricht? Was
hilft mehr und bringt weiter: eine säkulare Sexualleere oder eine hoffentlich
bald von verhängnisvoller Prüderie befreite Sexuallehre?
Ja, auch in der Kirche muss noch viel
gelernt werden. Der unverkrampfte Umgang mit Sexualität und die
ehrfurchtsvolle, aber angstfreie Rede über ein wertvolles und zerbrechliches
Gut zum Beispiel. Aber außerhalb des jetzt so gern an den Pranger gestellten
„Systems Kirche“ sind die Lernorte nicht weniger wichtig. Verstaubte Klischees
werden einer Sexualmoral jedenfalls nicht gerecht, die anspruchsvoll ist und
letztlich zutiefst human. Sie traut jedem Einzelnen mehr zu als willenloses
Triebhandeln. Sie wird auch nicht falsch, wenn Jesuitenpatres
ihre Verantwortung und die ihnen Anvertrauten missbrauchen. Die Schuld des
Einzelnen ist keine Schuld der Ordnung von Freiheit und Verantwortung.
Der Autor ist Sprecher des
Arbeitskreises Engagierter Katholiken (AEK) in der CDU und Vorsitzender der Bundesverbandes Lebensrecht (BVL). MArtin
Lohmann war selbst Schüler des Jesuitengymnasiums Aloisiuskolleg
in Bad Godesberg.
Martin Lohmann Faz
5
Benedikt: „Laienapostulat ist wichtiger Impuls“
Papst Benedikt XVI. hat gegenüber den
schottischen Bischöfen die wichtige Rolle der Laien für die Kirche
unterstrichen. Die Oberhirten statteten dem Papst im Rahmen ihres Ad-Limina-Besuchs an diesem Freitag einen Besuch ab. Bei der
Audienz ging Benedikt einerseits auf die Verschiedenartigkeit von Priestern und
Laien in der Kirche ein. Andererseits betonte er ihre Zusammengehörigkeit:
Gerade im Jahr der Priester sei es wichtig, erneut über den Zusammenhang dieser
beiden Aufgabenfelder nachzudenken. Der Papst:
„Zur rechten Anerkennung der Rolle des
Priesters in der Kirche gehört ein Verständnis der Berufung der Laien. Die
Tendenz, das Laienapostolat mit dem Laienamt zu
verwechseln, hat manchmal zu einem zu selbstbezogenen Verständnis der
kirchlichen Rolle der Laien geführt. Aber die Vision des Zweiten Vatikanischen
Konzils war, dass wo immer Laien die in der Taufe empfangene Berufung leben –
in Familie, zu Hause, in der Arbeit – sie aktiv am Leben der Kirche teilnehmen,
um die Welt zu heiligen. Ein neuer Fokus auf das Laienapostolat wird die Rolle
von Laien und Klerikern klären und einen wichtigen Impuls geben für unsere
gemeinsame Aufgabe der Evangelisierung unserer Gesellschaft.“ (rv 5)
Kirche und Missbrauch. Und führe uns nicht in Versuchung
Homosexuelle sind längst aus ihren Darkrooms ausgebrochen - und die Gesellschaft will die
Dunkelräume der Kirche nicht mehr dulden. Von Gustav Seibt
Warum kommen in jüngster Zeit überall
auf der Welt, in Irland, in den Vereinigten Staaten, nun auch in den
deutschsprachigen Ländern immer neue, dabei oft jahrelang zurückliegende
Missbrauchshandlungen und Übergriffe katholischer Geistlicher an meist
männlichen Schutzbefohlenen ans Tageslicht? Der Zölibat, die Verpflichtung zu
Ehelosigkeit und sexueller Enthaltsamkeit, hat die katholischen Pfarrer, Mönche
und Amtsträger in allen Jahrhunderten schweren Prüfungen ausgesetzt, denen
viele nicht immer standzuhalten vermochten. Damit musste die Kirche in allen
Jahrhunderten umgehen, und sie hat dies in immer neuen Formen getan.
In sogenannten
"Verfallszeiten" beispielsweise vor den monastischen Reformbewegungen
des 10. und 11. Jahrhunderts waren Priester-Konkubinate auf dem flachen Lande
allgegenwärtig, bis dann ein strengerer Geist dagegen einschritt. Homosexualität
in den monastischen Männer-Orden war ein Dauerthema der Kirchenaufsicht, bis zu
den gespenstischen Vorgängen beim Verbot der Templer zu Beginn des 14.
Jahrhunderts, bei dem widernatürliche Unzucht neben anderen schweren Vorwürfen
eine Begründung bot, um den mächtigen, schwerreichen Ritterorden aufzulösen und
zu enteignen.
Die volkssprachige Literatur des
Hochmittelalters kennt ein eigenes satirisches Genre, den dialogischen
Wettstreit zwischen Rittern und Priestern über die Frage, wer besser beim
Liebesakt sei. Noch Boccaccios Novellistik zehrt
davon. Dass die Stadt Rom in der Hochrenaissance der Ort Europas war, in dem
ein sonst nirgendwo gekanntes Ausmaß öffentlich sichtbarer Prostitution,
weiblicher wie männlicher, herrschte, ist gut dokumentiert und wurde allgemein
als Folge der Anwesenheit Tausender zölibatärer Männer im Zentrum der Kirche
verstanden.
Als diese Kirche jüngst auf Geheiß von
Kardinal Ratzinger die Archive ihrer inneren Gerichtsbarkeit, der Inquisition,
zu öffnen begann, kam - für Kenner kaum überraschend - heraus, dass ein großer
Teil der Akten nicht Prozesse zur Unterdrückung von Ketzereien, Aberglauben
oder aufklärerischer Wissenschaft dokumentierte, sondern mit sexuellen
Übergriffen und Verfehlungen von Geistlichen zu tun hatte; diese musste die
durch den Protestantismus in eine scharfe Sittlichkeitskonkurrenz geratene
Kirche in der Barockzeit schärfer ahnden als früher. War doch Luthers Ablehnung
der priesterlichen Ehelosigkeit nicht nur biblisch-theologisch begründet - die
heiligen Schriften zeigten ihm keine Grundlage dafür -, sondern aus der ganz
aktuellen Wahrnehmung einer moralischen Verwilderung im Umgang mit dem nicht lebbaren Gebot zum Triebverzicht. Dann lieber eine
ordentliche Ehe im Pfarrhaus mit Kindern und Hausmusik.
Rechtsgeschichtlich ist bei Betrachtung
dieser im Alltag durchaus grauen und unprickelnden
Sittengeschichte zu beachten, dass die katholische Kirche über Jahrhunderte in
allen europäischen Ländern eine eigene Gerichtsbarkeit besaß, die über
innerkirchliche, dogmatische oder disziplinarische Angelegenheiten hinausging
und auch das Strafrecht betraf. So übte sich die Kirche darin, Verfehlungen
aller Art in ihrem Inneren zu untersuchen, zu verfolgen und abzuurteilen. In
Zeiten oft barbarischer Folterjustiz und öffentlicher Zurschaustellung von
Delinquenten war diese innerkirchliche Justiz im Durchschnitt weit
berechenbarer und humaner als die weltlicher Obrigkeiten.
Unsere Verfehlungen richten wir selber
Und diese in Jahrhunderten eingeübte
Haltung - unsere Verfehlungen richten und reparieren wir selber - hat sich auf
dem heiklen Gebiet der Sexualität bis in die jüngste Zeit erhalten. Schließlich
gibt es hier eine rechtliche Grauzone von Tatbeständen, die vor Zivilgerichten
schon längst nicht mehr strafbar sind, auf dem Forum Internum der Kirche aber
sehr wohl zu ahndende Verfehlungen darstellen, beispielsweise homosexuelle
Handlungen unter Erwachsenen. Warum hätte die Kirche hier die Öffentlichkeit
suchen sollen, zumal sie damit Delinquenten schützte, denen man wegen einzelner
Ausrutscher nicht die ganze Existenz ruinieren wollte. Also griffen und greifen
hier die geistlichen Strafmittel, einschließlich disziplinarischer Maßnahmen
wie Versetzungen, Karrierestop und nur im schlimmsten
Fall Ausschluss aus den kirchlichen Organisationen.
Dazu kommen besondere
Verfolgungserfahrungen der katholischen Kirche in der modernen Welt. Wo immer
es seit der Französischen Revolution darum ging, die Kirche auch moralisch
anzugreifen, spielten der Zölibat und seine Folgen fürs Verhalten der
Geistlichen eine zentrale Rolle. Der bürgerlichen, aber auch der totalitären
oder massendemokratischen Sexualmoral war eine
Organisation von überwiegend unverheirateten Männern tief verdächtig. So
gehören ins Repertoire auch des aufgeklärten liberalen Antikatholizismus wilde
Phantasien über sexuelle Verfehlungen, ganz ähnlich wie es bei heutigen
Islamkritikern die Zwangsheiraten und Ehrenmorde sind. Die Nationalsozialisten
setzten in den dreißiger Jahren eine Serie abstoßender Missbrauchsprozesse
gegen Kleriker in Gang, die mit enormem Spektakel die katholische Kirche auf
ihrem eigenen Gebiet, der Moral, diskreditieren sollten.
Ein doppeltes Problem
In den letzten Jahrzehnten hat sich nun
die Umwelt für die Kirche in zwei Fragen entscheidend geändert: Homosexualität,
vor allem die männliche, kam aus dem Untergrund heraus, sie wurde bürgerlich,
auch rechtlich anerkannt; die Grenzen für den Missbrauch an Kindern dagegen
wurden neu eingeschärft, ja verstärkt, teilweise mit lüsterner Skandalisierung
in den Medien. Die zölibatäre, überwiegend männliche Organisation der
katholischen Kirche, die in Seelsorge und Erziehung vielfach mit jugendlichen
Schutzbefohlenen zu tun hat, bekam damit ein doppeltes Problem.
Ihre traditionelle theologische
Ablehnung der Homosexualität - "objektiv ungeordnet" nannte sie
Joseph Ratzinger als Kardinal, als "Defekt" versteht sie bis heute
der Philosoph Robert Spaemann - verlor in einer
liberalen Öffentlichkeit und Pädagogik an Zustimmung; gleichzeitig sind die
Maßstäbe im Umgang mit Minderjährigen durch Erzieher eher verschärft worden,
jedenfalls wird ihre Einhaltung argwöhnisch beobachtet - mit vollem Recht, wenn
man die von einer modernen Psychiatrie gut dokumentierten verheerenden
seelischen Folgen selbst "harmloser" Übergriffe auf Jugendliche
bedenkt.
Beides führt dazu, dass der
institutionelle, innere Dunkelraum, in dem die Kirche ihre sexualmoralischen
Probleme ordnete, nicht mehr wie gewohnt funktionieren kann. Denn auch die
bürgerliche "Diskretion" in Fragen der Homosexualität, also die
traditionelle zivile Form des Grundsatzes "don't
tell, don't ask", ist ja weitgehend verschwunden, ganz zu
schweigen von strafrechtlichen Sanktionen. Also verliert auch der
innerkatholische Mechanismus von Sünde, Beichte, Strafe und Vergebung auf
diesem Feld an öffentlicher Legitimation.
Starke Anziehungskraft
Denn, das muss sich eine an solchen
Fragen zuletzt wenig interessierte Öffentlichkeit vor Augen halten: Historisch
gesehen, unter altständisch-patriarchalischen Verhältnissen, übte die
zölibatäre Männerorganisation Kirche natürlich immer eine starke
Anziehungskraft auf homosexuelle Männer aus, die den ihnen von der ganzen
Gesellschaft abverlangten Triebverzicht hier zu sublimieren, ja zu heiligen
vermochten. Die diesbezüglichen Sünden hat die Kirche ebenso wie heterosexuelle
Fehltritte unter dem Rubrum der "Wollust" dann keineswegs überstreng
sanktioniert. In ihrer Sündentaxonomie stehen Laster wie der
"Hochmut" oder Verbrechen wie der Hostienraub an weit höherer Stelle.
Diese Struktur aus homophober
Repression, Geheimniskrämerei und nicht selten Lässlichkeit
bricht nun zusammen. Die Kirche kommt an in dem modernisierten System der
Sexualmoral der liberalen Gesellschaft, ob sie will oder nicht. Dieses System ist
einerseits weitherziger als früher, an anderen Stellen durch die Erkenntnisse
von Psychologie und Pädagogik jedoch deutlich strenger geworden. Die
Homosexuellen sind längst aus ihren Darkrooms
herausgekommen; die Gesellschaft ist parallel dazu nicht mehr bereit, die
Dunkelräume der Kirche zu dulden. SZ 4
Pater Mennekes über den Missbrauch. "Trauen Sie keinem Pfarrer!"
Der Jesuit Friedhelm Mennekes spricht im FR-Interview über den Missbrauch im
Orden, seine Schuldgefühle, sein Empfinden gegenüber dem Täter und den eigenen
Kampf ums Zölibat.
Pater Mennekes,
Sie kennen die Täter seit vielen Jahren. Was ist das für ein Gefühl?
Mit einem von ihnen, Wolfgang S., bin
ich oft Langlaufen gewesen. Er wirkte auf mich hart, eher verschlossen. Lange
nachdem er den Orden verlassen hatte, kam er vor drei Jahren mit seiner schwer
behinderten Tochter zu mir in meine Kölner Pfarrei und bat mich, dass ich das
Kind mit zur Erstkommunion führe. Das habe ich gemacht. Umso schwerer tue ich
mich jetzt mit diesen Nachrichten umzugehen.
Sie hatten nie eine Ahnung, "da
stimmt was nicht"?
Nein. Mir verschlug es völlig die
Sprache. Aber trotzdem muss ich auch sagen: Respekt. Er hat sich seinen
Verbrechen gestellt, ist aus dem Orden ausgetreten, hat eine Therapie gemacht.
Wie man mit dem Wissen um so ein Verbrechen weiterleben kann, ist eine andere
Frage. Ich musste schlucken, als ich ihn irgendwo wörtlich zitiert mit der
Aussage las, er sei mit sich und seinem Gott im Reinen. Also, das kann ich mir
nicht vorstellen.
"Respekt" - ist das die
angemessene Kategorie?
Ich verliere grundsätzlich nicht den
Respekt vor Menschen, auch wenn sie Furchtbares getan haben. Das gilt auch für
diesen ehemaligen Mitbruder. Zugleich bin ich natürlich tief enttäuscht und
fühle mich auch hintergangen. Und glauben Sie mir: als ein Pfarrer, der
"noch mehr für Kinder als für Kunst getan hat", wie es mal jemand
gesagt hat, machen mich die Vergehen an Kindern umso betroffener. Betroffenheit
und Respekt schließen sich nicht aus.
Gibt es bei Ihnen und Ihren Mitbrüdern
ein Schuldgefühl, das an Ihnen nagt: "Habe ich sorgfältig genug
hingesehen? Hätte ich etwas bemerken müssen?"
Ja und nein. Die Mechanismen des
Verdeckens sind offenbar sehr entwickelt. Auch die Fähigkeit zu radikal offenen
Gesprächen in der Gemeinschaft des Ordens ist nicht übermäßig groß. Dafür
braucht es ein sehr gutes Gespür für Nähe und Distanz. Und natürlich können Sie
mit Verdachtsmomenten ja auch leicht danebenliegen.
Ihre Ordensoberen kannten die Vergehen
und haben die Täter teilweise einfach nur versetzt.
Da hat der Orden keine glückliche Rolle
gespielt. Also, im Moment ist es schwer, Jesuit zu sein. Ich hatte schon mit
manchen Klöpsen zu tun, aber nie waren sie so dick
und nie kamen sie so nah an mich heran. Andererseits finde ich das Verhalten
der heute Verantwortlichen vorbildlich. Der Weg der schonungslosen Aufklärung,
der klaren Rede ist alternativlos. Wer weiß, was noch alles herauskommt? Aber
ich glaube, es gibt bei uns den Mut zu sagen: Okay, dann muss es jetzt raus!
Sie erwähnten Ihre Arbeit mit Kindern.
Fällt darauf jetzt ein Schatten?
Wenn ich es mit neuen Eltern zu tun
bekam, war einer meiner ersten Sätze: "Trauen Sie keinem Pfarrer! Schauen
Sie genau zu, was ich mache! Ich möchte, dass bei unseren gemeinsamen Aktionen
immer mindestens ein Elternteil präsent ist. Ich bin auch nicht Ihr Vorbild,
zwingen Sie mich nicht in diese Rolle." Eine Pädagogik unter Aufsicht war
mir immer sehr wichtig. Und die Kirche per se verdient keine größere
Vertrauensseligkeit als andere Institutionen.
Sie pflanzen bewusst den Zweifel in das
seelsorgerliche Verhältnis, das doch von Vertrauen und Offenheit geprägt sein
sollte?
Man muss sich immer sehr klar sein, was
man tut. Ich habe es mir zum Beispiel zur Regel gemacht, nie ein Kind in den
Arm zu nehmen. Nun sind Kinder ja oft sehr spontan mit Berührungen und Zärtlichkeiten. Aber da muss man in einer guten Form auf
Distanz bleiben, möglichst so, dass die Kinder es nicht als distanzierend
empfinden. Anders geht es nicht.
Macht einen das nicht selbst höchst
befangen?
Die Weitergabe des Glaubens hat mit
Emotionalität und Atmosphäre zu tun. Das heißt, Sie müssen die eigene
Emotionalität in die Beziehung geben. Aber Sie müssen das gleichzeitig sofort
rationalisieren und sich distanzieren. Jeder Priester ist in der Gefahr,
idealisiert zu werden – bis hinein ins Erotische. Der Pfarrer in seinen
Gewändern, der vor den Leuten steht, ist ein Übertragungsobjekt...
... und durch den Zölibat obendrein mit
einer besonderen Aura umgeben: der Ehelose als "heiliger Mann".
Das ist der unglaubliche Druck auf
dieser Rolle. Genau dem muss man sich widersetzen und sagen: "Nichts da!
Ich bin ganz normal – mit all meinen Fehlern, Launen und Überspanntheiten."
Das ist kein Kneifen vor der eigenen Lebensform, aber ein Regulativ. Ich muss
ja auch selbst mit dem ungeheuer großen Kostenfaktor zurechtkommen, den der
Zölibat darstellt.
Kostenfaktor?
Der Verzicht auf Ehe und Familie ist
doch – gerade in unserer Zeit – ein immens hoher Preis. Ich zum Beispiel habe
es immer als besonders großen Verlust empfunden, keine eigenen Kinder zu haben.
Zumal ich so viele Kinder um mich hatte und das "Wunder des Lebens"
auf die Eltern habe ausstrahlen sehen.
Was ist der Gegenwert des Preises, den
Sie zu zahlen haben?
In der Bibel finden Sie als Motiv für
die Ehelosigkeit – nicht ausdrücklich, aber doch ableitbar – das "Dasein
für andere". Zudem erfahre ich als Jesuit im Orden eine Gemeinschaft, eine
Brüderlichkeit, die schön ist und trägt. Ich gebe allerdings zu: Mit rationalen
Erklärungen kommt man bis zu einem bestimmten Punkt, aber nicht bis zum Ende
des Phänomens Ehelosigkeit. Als religiöser Mensch lebe ich auf einem
"Gottestrip". Sie können es Ergriffenheit oder Begeisterung für die
Sache des Glaubens nennen.
Wer diesen Gottestrip zum Lebensinhalt
machen möchte, der bekommt zu hören: Als Katholik kannst du das nur, wenn du
zölibatär lebst.
Als junger Mensch in seiner
Begeisterung schluckt man das sehr schnell - leider. Ich habe manchem jungen
Theologen gesagt: "Weißt du, was Zölibat heißt? Ohne große persönliche
Reifung wirst du das nicht schaffen!" Leider ist das System Kirche nicht
ausreichend in der Lage, beides zusammenzubringen: eine reife erotische Persönlichkeit
und ein reifes "Nein" zu gelebter Sexualität. Zumal das ja kein
einmaliger Entschluss ist, "so, ich mache das jetzt". Sondern ein
permanenter Kampf.
Kampf?!
Was denn sonst? Sie müssen Ihren
Standpunkt, Ihren Lebensstil immer neu erringen. Und ich habe viele
vorbildliche Priester gesehen, die irgendwann gesagt haben – nein, ich kann und
will diesen Weg jetzt nicht mehr weitergehen, weil ich zum Beispiel in einer
Partnerschaft leben möchte. Das ist eine schwere Entscheidung, die aber
glücklich machen kann. Die Verbrechen, über die wir jetzt reden, zeigen eine
andere, abgründige Seite des Kampfes.
Ist es das alles wert?
Das eigentlich Schlimme ist, dass der
Kirche die Selbstreinigungskräfte fehlen. Diese ständige Tabuisierung der
sexuellen Verfehlungen in der Kirche –ist doch schrecklich! Als Kirche stellen
wir ganz offen einen Anspruch an uns, und wir müssen ebenso offen darüber
reden, wenn wir diesem Anspruch nicht gerecht werden.
Was muss sich ändern?
Wir müssen weg von der antiquierten
Vorstellung, das Leben, das Sexualleben zumal mit Verboten und Geboten richten
zu können. Ich kriege das nicht zusammen, wenn ich in der Zeitung über diesen
Missbrauchsskandal lesen muss, und ein paar Seiten weiter hetzt
der Papst gegen die Gleichstellung homosexueller Lebensgemeinschaften. Diese
Fixierung der obersten Hierarchie auf die Frage, wie Menschen ihre Sexualität
leben, blockiert letztlich eine offenen und freien
Umgang mit den Problemen, die wir in unseren eigenen Reihen genau damit haben.
Und letztlich kommt es damit unfreiwillig zu einer unglaublichen Sexualisierung
des Alltags, die einem freien, entspannten und wertschätzenden Umgang mit der
Sexualität zuwiderläuft. Nicht zuletzt durch die rigide Beichtpraxis früherer
Zeiten hat die Kirche ihre Legitimation verspielt, den Menschen in ihr
Sexualleben hineinzureden.
Und der Zölibat?
Dass es mit dem Zölibat als
Verpflichtung für alle Priester so nicht weitergehen kann, ist völlig klar.
Eigentlich ist er nur noch in den Ordensgemeinschaften auf freiwilliger Basis
möglich. Und in einem zweiten Schritt müssen wir über die Öffnung des
Priesteramts für Frauen nachdenken. Sonst fährt das System vor die Wand.
(Interview: Joachim Frank) FR 5
Missbrauch an Jesuitenschulen. Der Orden haftet mit
An den von Jesuiten getragenen
Gymnasien in Berlin und in Sankt Blasien ist es vor
30 Jahren zu Missbrauchsfällen gekommen. Dass die Vorfälle jetzt die
Öffentlichkeit erreichen, liegt auch daran, dass solche Straftaten juristisch
zwar verjähren, seelisch aber nicht. Einer der Schüler hat Selbstmord begangen,
die anderen tragen die Verletzungen mit sich. Die Heilung kann erst beginnen,
wenn die Vorfälle klar benannt werden. Der Orden ist in der Pflicht, den
Heilungsprozess zu unterstützen. Er ist aber auch deshalb in der Pflicht, weil
nicht nur (ehemalige) Mitglieder des Ordens ihre pädagogische Rolle missbraucht
haben, sondern weil Hinweise aus den Kreisen der Schüler nicht ernst genommen
wurden. Das trifft für Sankt Blasien nicht zu, hier
hat der Verantwortliche sofort gehandelt. Deshalb konzentriert sich die
Aufmerksamkeit wohl auf Berlin.
Die Kirche und die Orden mussten lernen
2010 ist nicht mehr 1978. Damals stand
noch im Parteiprogramm der Grünen in NRW die Forderung, sexuellen Verkehr mit
Kindern aus dem Strafrecht herauszunehmen. Aber auch das gehört in die
Vorgeschichte: Die Nationalsozialisten inszenierten Prozesse gegen Priester und
Ordensleute, um das Ansehen der katholischen Kirche zu schädigen. Auch das ist
aus der Geschichte zu lernen. Früher hatte die katholische Kirche für diese
Fälle eine Instanz. Darauf hat der Historiker Gustav Seibt hingewiesen: Seit
die Akten über die Inquisition zugänglich sind, weiß man, dass diese
Institution zu einem guten Teil mit just den Problemen beschäftigt war, mit
denen die katholische Kirche seit etwa zehn Jahren wieder neu umzugehen lernen
muss.
Es war die Serie von öffentlich
gemachten Missbrauchsfällen von Priestern in den USA, die zu einer
institutionellen Absicherung geführt haben. Betroffene müssen sich nicht an das
Bistum oder den Orden wenden, sondern es ist eine Person benannt, die nicht
Mitglied des Ordens noch bei einem Bistum angestellt ist. Seit 2006 arbeitet
die Rechtsanwältin Ursula Raue an den Fällen des Berliner Kollegs. Dass die
Vorfälle jetzt in die Medien gelangten, liegt daran, dass Betroffene diesen
Schritt gemacht haben. Sie müssen ja einverstanden sein, dass die Verletzungen
ihrer Intimität vor der Öffentlichkeit ausgebreitet werden. Aber braucht es die
Medien, die mit solchen Berichten eine größere Aufmerksamkeit erzielen können.
Mancher vermutet hinter dem Medieninteresse nur böse Absichten. Und gehören
solche Themen überhaupt in die Zeitung oder ins Fernsehen?
Öffentlichkeit
Die Öffentlichkeit, vor allem aber die
Eltern, haben ein Interesse daran, dass Übergriffe auf Kinder geahndet werden.
Müssen aber die betroffenen Institutionen, nicht nur die Jesuiten, ein
Interesse daran haben, dass die schmerzliche Verhandlung über die Schuldigen im
Schweinwerferlicht der Öffentlichkeit stattfindet?
Ein Rückblick legt das nahe.
Es begann in den achtziger Jahren in
den USA, als Missbrauchsfälle in amerikanischen Jugendeinrichtungen publik
gemacht wurden. Erzieher hatten sich an den ihnen Anvertrauten vergangen. Als
die Vorfälle in die Medien gelangten, wurde überhaupt erst über die Sache
geredet. Vorher galt die Maxime, dass es „der fremde Onkel“ ist, der sich an
Mädchen vergreift. Erst durch die Berichterstattung in den Medien wird
allgemein bewusst, dass es fast immer den Kindern Nahestehende sind. Ohne die
Berichterstattung in den Medien wäre die US-amerikanische Kirche nicht so
entschieden an die Lösung des Problems gegangen. Dort müssen sich z.B. die
Mitglieder eines Ordens unter Begleitung von externen Fachleuten mit der
Problematik auseinandersetzen.
Jedoch hat die Medienberichterstattung
auch eine Konsequenz, die sich auf die Institutionen auswirken wird. Sie wird
zu sehr viel mehr Kontrolle und auch Misstrauen führen.
Wenn jeder Kontakt eines Priesters oder
Lehrers mit einem Jugendlichen von seiner Umgebung kritisch verfolgt wird, dann
verändert sich das Klima. In den USA ist das bereits zu beobachten. Man muss
auch sehen, dass ein Orden nicht auf der Basis von Kontrolle funktionieren
kann. Es muss Vertrauen und nicht Überwachung herrschen. Da Kindesmissbrauch
sicher nicht nur in Einrichtungen des Jesuitenordens vorkommt, sollten alle ein
Interesse daran haben, dass das Problem im Gespräch bleibt und eine Form
gefunden wird, die nicht nur zu Verurteilung, sondern zu Heilung führt.
Der Umgang mit den Tätern
Wenn Erzieher, Lehrer, Priester die
Nähe zu Kindern und Jugendlichen, die mit ihrer Aufgabe gegeben ist,
missbrauchen, können die Umgebung und vor allem das Leitungspersonal nicht
darüber hinwegsehen. Das ist in einer Gesellschaft, die sexuelle Freizügigkeit
nicht nur propagiert, sondern lebt, nicht einfach. So sind in den USA die
meisten Übergriffe in den siebziger und frühen achtziger Jahren geschehen. Es
ist auch zu berücksichtigen, dass zu 90% Mädchen Opfer sexuellen Missbrauchs
sind.
Das Problem verschärft sich noch
dadurch, dass sich nach bisherigen Erkenntnissen die sexuelle Orientierung
nicht umprogrammieren lässt. Die Täter brauchen Begleitung. Bisher gibt es nur
an der Charité in Berlin ein auf die Problematik spezialisiertes Institut. Es
müsste mehr davon in Deutschland geben. Wenn die Bischöfe über sexuellen
Missbrauch beraten, könnten sie auch zu der Schlussfolgerung kommen, dass die
Kirche ein solches Institut braucht.
Es muss auch eine Antwort aus den Wurzeln
des Christentums geben. Zu leicht lassen wir uns verführen, auf Menschen, die
in sexuellen Dingen schuldig geworden sind, Steine zu werfen. „Wer ohne Schuld
ist, der werfe den ersten Stein.“ Mit diesem Satz hat Jesus dieses
Reaktionsmuster entkräftet. Tatsächlich ließen die Ankläger der jungen Frau die
Steine fallen. Das Reaktionsmuster, das jetzt greift, urteilt aus einem
Bewusstsein 30 Jahre nach den Vorfällen. Inzwischen ist in der Frage eine
Sensibilität und auch Sprachfähigkeit gewachsen, die den damals
Verantwortlichen nicht zur Verfügung stand.
Der Zölibat
Wie immer, wenn es um Sexualität und
Priester geht, folgt mit Notwendigkeit die Forderung nach Abschaffung des
Zölibats. Nun gilt diese Verpflichtung für Ordensleute in einer anderen
Weise als für die Priester. Ordensleute haben sich auf die drei Gelübde
Armut, Keuschheit und Gehorsam verpflichtet. Ein Orden aus Verheirateten, die
unter einem Dach leben, gibt es allenfalls bei Sekten. In der christlichen
Tradition von Ost und West funktioniert Ordensleben nur mit Unverheirateten.
Aber in den Missbrauchsfällen würde die Abschaffung des Zölibats nicht helfen,
denn die Betroffenen wollen und können vielleicht auch
gar nicht in einer Ehe leben. Sie haben aber das Recht auf einen Platz in der
Kirche, ein Recht, ihr Engagement einzubringen, ihr Leben nicht im Abseits zu
fristen.
Eckhard Bieger
S.J. Redaktion kath.de
Bekenntnisschulen in NRW. Protestantin darf Schule nicht leiten
Karin Winklers* Berufsziel schien zum
Greifen nah. Bislang hatte sie eine Grundschule immerhin kommissarisch
geleitet. Jetzt, zum neuen Schulhalbjahr im Februar, war eine feste Stelle so
gut wie sicher. Aber dann kam doch alles anders: Ihre Bewerbung wurde von der
Bezirksregierung Detmold in Westfalen rundweg abgelehnt. Die Wunschschule ist
katholisch, in staatlicher Trägerschaft. Pech für Winkler, dass sie evangelisch
ist.
Mehr als ein Drittel von insgesamt
knapp 3200 staatlichen Grundschulen in Nordrhein-Westfalen sind konfessionell
gebunden - hundert davon evangelisch, der Rest vor allem katholisch. Im
Schulgesetz des Landes heißt es trocken: "Lehrerinnen und Lehrer an einer
Bekenntnisschule müssen dem betreffenden Bekenntnis angehören."
Im Klartext heißt das: Lehrer, die
einer anderen Konfession angehören, finden sich an solchen Schulen deutlich
weniger; wie viele eingestellt werden, soll sich an der Zahl von Schülern
ausrichten, die der konfessionellen Minderheit angehören. "Für den Leiter,
der die Schule nicht zuletzt auch nach außen vertritt, bleibt die
Konfessionsbindung allerdings maßgebend", erklärt Hanna Ossowski,
Personalchefin beim Detmolder Regierungspräsidenten.
Der Schulrechtsexperte im Düsseldorfer
Ministerium, Werner van den Hövel, spricht gar vom
Glaubensbekenntnis als "Aspekt der Eignung für das öffentliche Amt."
Der im Falle Winkler zuständige Schulrat wiederum drückt sich so aus: "Ein
katholischer Bewerber mit Zweier-Prädikat hat Vorrang vor einem evangelischen
Einser."
Das aber ruft auch Kritiker auf den
Plan. Norbert Müller etwa, stellvertretender Landesvorsitzende der Gewerkschaft
Erziehung und Wissenschaft (GEW) etwa findet: "Die Bekenntnisschule steht
im Widerspruch zur parteienübergreifend unstrittigen Integrationsaufgabe der
Schule. Die gilt gleichermaßen für Lernende wie Lehrende."
An der Rechtslage aber ändert das
nichts. So haben beispielsweise im Kreis Höxter, wo Winkler lehrt,
karrierebewusste Bewerber mit der falschen oder keiner Religion auf der
Steuerkarte praktisch kaum Aussichten auf eine Stelle als Schulleiter: Die
meisten Grundschulen (20) sind hier katholisch, evangelisch ist keine. Nur
zwölf sind konfessionell ungebunden.
Zwar verbietet das Allgemeine
Gleichbehandlungsgesetz (AGG) eine Diskriminierung aus religiösen Gründen.
Aber: In Ausnahmefällen kann eine Ungleichbehandlung "im Hinblick auf das
Selbstbestimmungsrecht der Religionsgemeinschaften unter Beachtung des
jeweiligen Selbstverständnisses gerechtfertigt" sein (§ 20 Absatz 1 Nr.
4).
Der Fachanwalt Frank Jansen erläutert:
Wollte man der Religionsfreiheit eines Einzelnen, etwa einer möglichen
Schulleiterin, gegenüber der Gruppe immer den Vorrang geben, wäre ein Betrieb
von konfessionell geprägten Einrichtungen praktisch unmöglich.
Konfessionsschulen sind aber in der nordrhein-westfälischen Landesverfassung
von 1950 garantiert.
Zwar können Eltern von sich aus
durchsetzen, dass eine Grundschule zur Gemeinschaftsschule wird. Zugleich gilt
aber auch eine Sperrminorität; ein Drittel der Stimmberechtigten kann den Erfolg
der Umwidmung verhindern. Die Situation ist durchaus absurd: Denn in NRW fehlen
derzeit knapp 300 Grundschulrektoren; annähernd jede zehnte Stelle ist
unbesetzt.
Lehrerin Winkler will derweil nicht
länger auf eine Leitungsaufgabe warten. Sie schaut sich schon mal im hessischen
Nachbarkreis um: Staatliche Bekenntnisschulen gibt es hier nicht. * Name
geändert HERMANN HORSTKOTTE FR 6
Missbrauch in katholischer Kirche Täterkreis wird größer
Nach Medienberichten sind in den
vergangenen 15 Jahren fast 100 Kirchenmitarbeiter unter Missbrauchsverdacht
geraten. Belangt werden konnten die wenigsten.
Die Mauer des Schweigens bröckelt und
mit der Opferzahl wird auch der Kreis mutmaßlicher Täter immer größer. Neue
Informationen zum Missbrauch innerhalb der katholischen Kirche dürften nun
denjenigen weitere Argumente liefern, die die katholische Kirche bereits unter
den Generalverdacht stellen, sexuellem Missbrauch an Kindern Vorschub zu
leisten.
Fast 100 Mitarbeiter der katholischen
Kirche sind einem Bericht des Nachrichtenmagazins Spiegel zufolge in den
vergangenen 15 Jahren unter Missbrauchsverdacht geraten. Seit 1995 sollen
mindestens 94 Kleriker und Laien unter Missbrauchsverdacht geraten sein - dies
habe eine Umfrage unter allen 27 deutschen Bistümern ergeben.
Aktuell mindestens zehn Kirchendiener
unter Verdacht
30 der Beschuldigten seien in der
Vergangenheit juristisch belangt und verurteilt worden. Jedoch seien viele
Fälle beim Bekanntwerden bereits juristisch verjährt gewesen, so das Magazin
weiter. Aktuell stehen den Angaben zufolge mindestens zehn Kirchendiener unter
Missbrauchsverdacht.
Von den 27 vom Spiegel angefragten
Bistümern hätten 24 geantwortet, meldet das Magazin. Die Bistümer Limburg,
Regensburg und Dresden-Meißen verweigerten eine Auskunft zu Missbrauchsfällen
mit der Begründung man wolle "die aktuelle Diskussion nicht noch
befeuern".
Die Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg hatten den Stein ins Rollen gebracht. Nach
und nach wurde bekannt, dass es vor allem in den siebziger und achtziger Jahren
deutschlandweit auch an weiteren Schulen des Jesuitenordens zu sexuellen
Übergriffen von Patres auf Schüler gekommen ist.
Der Sekretär der Deutschen
Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, sagte: "Die
Enthüllungen zeigen ein dunkles Gesicht der Kirche, das mich erschreckt. Wir
wollen das Thema offen angehen."
Kritische Katholiken-Gruppen fordern
mittlerweile bereits eine Korrektur der bischöflichen Leitlinien zum Umgang mit
sexuellem Missbrauch in der Kirche. So regt Bernd Göhrig,
Geschäftsführer der "Kirche von unten", die Einführung unabhängiger Ombudsstellen an.
Der Berliner Schulsenator Jürgen
Zöllner (SPD) zweifelt jedoch an der Effektivität übergeordneter
Missbrauchsinstanzen: "Dieser Bereich ist so sensibel, dass er nicht durch
Formalien oder die Einsetzung eines Beauftragten regelbar ist", sagte
Zöllner dem Tagesspiegel. Er neige eher zur Einsetzung von Ansprechpartner an
den einzelnen Schulen, "weil das persönliche Vertrauensverhältnis in
diesem Kontext eine nicht zu unterschätzende Rolle spielt". dpa 6
Interview mit Pater Hans Langendörfer. "Den dunklen Seiten der Kirche stellen"
Der Jurist und Moraltheologe Hans
Langendörfer berichtet in der FR, warum er als Jesuit seinen Orden nicht
wiedererkennt und Änderungen der Priesterausbildung für nötig hält. Hans
Langendörfer, 58, ist seit 1996 Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz. Er
ist Jesuit und hat im Fach Moraltheologie promoviert
Pater Langendörfer, Sie sind selbst
Jesuit - wie die Täter im Missbrauchs-Skandal...
... ich erlebe ein Gesicht meines
Ordens, das es für mich bislang nicht gab und das mich sehr erschreckt.
Was empfinden Sie als besonders
schlimm?
Die Tragödie, die eine solche
Zerstörung des Lebensglücks von Kindern und Jugendlichen bedeutet.
Verbunden mit einer innerkirchlichen
Schweigespirale oder der Tendenz der Vertuschung aus Angst vor Skandalisierung?
Ganz offensichtlich gibt es
Schweigespiralen und Angst vor Skandalen - aber nicht nur in der Kirche, sondern
in der ganzen Gesellschaft. An ihnen sind sehr, sehr viele Menschen und
gesellschaftliche Strömungen beteiligt, nicht nur
einzelne Täter oder ihre kirchlichen Oberen. Lange wurde ja in der Gesellschaft
die Tragweite pädophiler Neigungen völlig falsch eingeschätzt. Wir haben
dazugelernt und wollen Aufklärung, um helfen zu können.
Welche Konsequenzen sind aus dem
Skandal zu ziehen?
Wir müssen diese Konsequenzen gemeinsam
überlegen, auch in der Bischofskonferenz. Wir müssen ja erst klären und
verarbeiten, was vorgefallen ist. Und uns fragen, ob die Leitlinien der
Bischöfe von 2002 zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch durch Geistliche
bereits optimal umgesetzt werden. Vielleicht muss die Prävention trotz aller
Fortschritte noch besser werden. Das könnte auch die Priesterausbildung und die
Fortbildung von Lehrern und Erziehern betreffen. Allerdings sind jetzt
angstgeprägte oder von Ressentiments geleitete Überreaktionen gewiss nicht
hilfreich.
Reichen die geltenden Richtlinien zum
Umgang mit sexuellem Missbrauch hin?
Bislang kenne ich noch keinen Vorschlag
zur Weiterentwicklung unserer Richtlinien wegen fundamentaler Mängel.
Bedarf es zusätzlicher Maßnahmen?
Von Maßnahmen will ich weniger
sprechen. Es scheint mir vordringlich, dass wir uns den dunklen Seiten der
Kirche stellen und uns dennoch nicht davon abbringen lassen, uns über ihre
guten Seiten zu freuen.
In vielen Diözesen sind die Ombudsstellen für Missbrauchsopfer mit Priestern oder gar
früheren und jetzigen Ausbildern besetzt. Muss das nicht geändert werden?
Gegenwärtig glaube ich, dass letztlich
die persönliche Eignung den Ausschlag geben sollte. Auf jeden Fall brauchen wir
ein Maximum an Verantwortungsbewusstsein aller, die als Ansprechpartner tätig
sind.
Liegt womöglich ein Strukturfehler im
kirchlichen System der Priesterausbildung in Seminaren und der Verpflichtung
zum Zölibat?
Richtig ist, dass wir den Zölibat der
Priester von seinem Glaubensbezug her verstehen und praktizieren müssen. Er ist
kein Instrument zur Vermehrung der Arbeitskraft oder zur Steuerung der eigenen
Sexualität. In diese Richtung wird in den Priesterseminarien
gearbeitet.
Aber offensichtlich nicht mit dem
wünschenswerten Erfolg.
Wo Studenten und Priester noch nicht
ausreichend unterstützt werden, in ihre sittliche Weiterentwicklung auch die
Sexualität einzubeziehen, müssen wir nach Verbesserungen suchen. In der
Fortbildung der Geistlichen ist es wichtig, einen offenen Erfahrungsaustausch
über schwierige Situationen möglich zu machen.
Für Missbrauchsfälle gilt weiter das
Erklärungsmuster "schlimme Einzelvorkommnisse"?
Natürlich stehen wir immer in der
Pflicht der Selbstprüfung. Wir dürfen uns nicht an ihr vorbeimogeln. Ich wehre
mich aber gegen manche Stimmen dieser Tage, die ohne weiteres Nachdenken die
katholische Moral und den Zölibat der Priester zu Schuldigen am sexuellen
Missbrauch durch Geistliche stempeln wollen. Unsere Moral verlangt die
unbedingte Achtung des anderen, seiner Würde und Integrität. Der Zölibat
schafft keine Missbrauchstäter. Wir sind es den Opfern und den vielen
untadeligen Seelsorgern schuldig, gründlich hinzuschauen, statt eilfertige
Thesen aufzustellen.
Wie kann eine Wiedergutmachung für die
Opfer aussehen?
Wiedergutmachung beginnt mit der Möglichkeit
des Opfers, sich aus der tiefen Einsamkeit ungewollten Schweigens über sein
Leiden zu befreien. Deshalb sind der Kontakt und das Gespräch mit den Opfern so
wichtig. Wiedergutmachung beginnt auch mit der Bitte um Entschuldigung in der
Hoffnung, dass sie irgendwann einmal angenommen wird. Menschliche,
therapeutische und seelsorgliche Hilfen sind konkrete Zeichen der
Wiedergutmachung. Was möglich und nötig ist, muss in jedem Einzelfall geklärt
werden. Interview: Joachim Frank FR 6
Wissenschaftsrat: Theologie an deutschen Hochschulen zu „defensiv“
Also lautet der Beschluss, dass der
Mensch was lernen muss. Das wusste schon Wilhelm Busch. Wie das geschehen soll,
dazu berät der deutsche Wissenschaftsrat die Bundesregierung und die
Regierungen der Länder. Und dieser Wissenschaftsrat fällt nun kein sehr
positives Urteil über den Zustand der deutschen akademischen Theologie. Die
Haltung der Theologie - der katholischen wie der evangelischen - sei zu
defensiv. Das sagt der Vorsitzende des Wissenschaftsrates, Peter
Strohschneider, im Gespräch mit Radio Vatikan. Der Wissenschaftsrat fordert die
Theologie deshalb dazu auf, offener für Kooperationen mit anderen Disziplinen
zu sein. Strohschneider:
„Es geht vor allem darum: Zu
beschreiben, dass sich die evangelischen und katholischen Theologien
an den staatlichen Hochschulen nicht hinter ihrer starken rechtsstaatlichen
Position, die ihnen in der Bundesrepublik verfassungsgemäß zukommt, verstecken
sollen! Vielmehr sollen sie sich an den Hochschulen intensiv in das Gespräch
mit anderen Geisteswissenschaften und normativen Wissenschaften bringen. Sie
sollen sich mit den anderen wissenschaftlichen Disziplinen überhaupt besser
vernetzen, wie man im wissenschaftlichen Diskurs sagt.“ (rv
5)
Deutschland: Der Fehlstart der Bundesregierung
Als „katastrophalen Fehlstart“ bewertet
die katholische Arbeitnehmerbewegung die ersten 100 Amtstage
der neuen Bundesregierung. In einem Interview mit dem Domradio
Köln erklärte der Bundesvorsitzende der KAB, Georg Hupfauer,
die Gründe für dieses harsche Urteil:
„Weil wir seit Wochen erleben, dass
die, die den Vertrag unterschrieben haben, darum streiten, was sie da
eigentlich unterschrieben haben. Man kann nicht klar erkennen, was die Aussagen
sind, die man politisch umsetzen will. Und damit kann man nicht von einem Start
in eine neue Regierungszeit sprechen, sondern nur von einer Katastrophe.“
Ein weiterer Grund für die politische
Stagnation sei das „Starren“ auf die Landtagswahlen in Nordrhein-Westfalen, die
die Koalition „erstarren“ ließen. Noch gravierender sei aber, dass der größere
Koalitionspartner, die Union, sich nicht zu dem bekennen wolle, worunter sie
angetreten sei.
„Ich glaube nicht, dass man ein System
umbauen kann, indem man – etwa wie bei einem Hausumbau – nicht die tragenden
Säulen herausnimmt. Die Kanzlerin sollte sich zu den tragenden Säulen des
Sozialstaates bekennen und damit auch den ganzen Spielchen des
Koalitionspartners FDP ein Ende bereiten. Und wenn ein Minister schon jetzt
meint, darauf seinen Kopf verwetten zu müssen, dass er uns ein anderes System
beschert, dann sollte er eigentlich jetzt schon gehen.“ (domradio
5)
Bistümer melden Dutzende Verdachtsfälle auf Kindesmissbrauch
Katholische Kleriker: "Die
aktuelle Diskussion nicht noch befeuern"
Die Zahlen sind ungeheuerlich - und sie
erschüttern die katholische Kirche in Deutschland: Nach SPIEGEL-Informationen
gab es in den vergangenen Jahren in deutschen Bistümern über 90 Verdachtsfälle
auf Kindesmissbrauch. Kirchenvertreter reagieren entsetzt.
Hamburg/Berlin - Die Zahl möglicher
Missbrauchsfälle in der deutschen katholischen Kirche ist größer als bislang
angenommen: Eine Umfrage des SPIEGEL bei allen 27 deutschen Bistümern ergab,
dass seit 1995 mindestens 94 Kleriker und Laien unter Missbrauchsverdacht
geraten sind. 30 von ihnen wurden in der Vergangenheit juristisch belangt und
verurteilt.
Viele Fälle waren zum Zeitpunkt ihres
Bekanntwerdens jedoch bereits verjährt. Derzeit stehen den Angaben zufolge
mindestens zehn Kirchendiener unter Missbrauchsverdacht.
Von den 27 Bistümern, die der SPIEGEL
am vorigen Dienstag angefragt hatte, antworteten 24. Nur die Bistümer Limburg,
Regensburg und Dresden-Meißen verweigerten eine Auskunft zu Missbrauchsfällen.
Man wolle "die aktuelle Diskussion nicht noch befeuern", erklärte
etwa der Sprecher des Bistums Dresden-Meißen. Der Sekretär der Deutschen
Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, sagte indes: "Die
Enthüllungen zeigen ein dunkles Gesicht der Kirche, das mich erschreckt. Wir
wollen das Thema offen angehen."
Kritische Katholiken fordern
Konsequenzen
Kritische Katholiken-Gruppen fordern
nun eine Korrektur der bischöflichen Leitlinien, die den Umgang mit sexuellem
Missbrauch in der Kirche regeln. So regt Bernd Göhrig,
Geschäftsführer der "Kirche von unten", die Einführung unabhängiger Ombudsstellen an. Bei der am 22. Februar beginnenden Tagung
der Deutschen Bischofskonferenz wollen sich die Oberhäupter der katholischen
Bistümer mit dem kirchenweiten Missbrauchsskandal, der in der vorigen Woche
durch die Ereignisse an der Berliner Jesuitenschule Canisius-Kolleg
Auftrieb bekam, auseinandersetzen.
In Fall Canisius
sehen Experten kaum Chancen für Entschädigungen. Wie bei der strafrechtlichen
seien auch bei der zivilrechtlichen Aufarbeitung Verjährungsfristen zu
berücksichtigen, gaben sie am Freitag zu bedenken. Zugleich meldeten sich
weitere Opfer. Inzwischen sind Fälle von allen drei deutschen
Jesuiten-Gymnasien - dem Berliner Casinius-Kolleg,
dem Kolleg St. Blasien im Schwarzwald und dem Bonner Aloisiuskolleg - bekannt.
Erste Missbrauchsfälle aus den
siebziger und achtziger Jahren waren am 28. Januar in Berlin öffentlich
geworden. Dann kamen weitere Taten von drei Jesuiten-Patern in Hamburg,
Hildesheim, Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn ans Licht. Die Zahl
der Opfer liegt bei mindestens 30.
Nach Einschätzung der Berliner
Staatsanwaltschaft sind die meisten bisher bekannten Fälle strafrechtlich
verjährt. Die Vorermittlungen zu den Taten liefen zwar noch bis nächste Woche,
sagte ein Justizsprecher, aber die Verjährungsfrist für diese Form sexuellen
Missbrauchs betrage zehn Jahre ab dem 18. Geburtstag des Opfers und sei
abgelaufen. dpa 6