Notiziario religioso  8-9  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 8. Il commento al Vangelo. “E quanti lo toccavano guarivano”  1

2.       Martedì 9. Il commento al Vangelo. “Invano essi mi rendono culto”  1

3.       C'è bisogno di cattolici in politica  1

4.       Il Vaticano e il caso Boffo: cumuli di menzogne, ora serve prudenza  2

5.       Papa: "La crisi rende più drammatiche povertà e disuguaglianze sociali"  2

6.       Il Papa: l'eutanasia è un colpo al cuore dei principi cristiani 3

7.       Sabbah: “Palestina, ingiustificabile l’immobilismo mondiale”  3

8.       Caso Boffo e veleni in Vaticano, "istruttoria" del segretario del Papa  3

9.       Germania, stupri sugli studenti. L'orrore nelle scuole dei preti 4

10.   Caso Boffo, il Vaticano tace. Miglio: la verità non si nasconde  4

11.   Caso Boffo: «Il Papa sa tutto e sta valutando l’intervento»  5

12.   Caso Boffo, l'intervento del Papa: vuole una relazione dettagliata  5

13.   Ecumenismo. Il segreto di vivere insieme  6

14.   Vaticano, gli attacchi alle gerarchie preoccupano il Papa  6

15.   Quel vento della Santa Maldicenza tra fogli anonimi e falsi moralisti 6

16.   Gravi dichiarazioni del prof. Veronesi: la religione impedirebbe di ragionare  7

17.   http://www.nobell.it: un nuovo contenitore di idee per gli animatori cristiani 7

18.   Un altro vescovo: niente comunione ai gay  7

19.   Ecumenismo. il segreto di vivere insieme  8

20.   Lourdes, quando il miracolo apre mille interrogative  9

 

 

1.       Papst: „Gerade in der Krise gegen Armut kämpfen“  9

2.       Missbrauch am Canisius. Erzbistum will sich Rat von außen holen  9

3.       Missbrauch am Canisius-Kolleg. Schuld ist nicht „das System“  10

4.       Benedikt: „Laienapostulat ist wichtiger Impuls“  10

5.       Kirche und Missbrauch. Und führe uns nicht in Versuchung  10

6.       Pater Mennekes über den Missbrauch. "Trauen Sie keinem Pfarrer!"  11

7.       Missbrauch an Jesuitenschulen. Der Orden haftet mit 12

8.       Bekenntnisschulen in NRW. Protestantin darf Schule nicht leiten  13

9.       Missbrauch in katholischer Kirche Täterkreis wird größer 14

10.   Interview mit Pater Hans Langendörfer. "Den dunklen Seiten der Kirche stellen"  14

11.   Wissenschaftsrat: Theologie an deutschen Hochschulen zu „defensiv“  15

12.   Deutschland: Der Fehlstart der Bundesregierung  15

13.   Bistümer melden Dutzende Verdachtsfälle auf Kindesmissbrauch  15

 

 

 

Lunedì 8. Il commento al Vangelo. “E quanti lo toccavano guarivano”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 6,53-56) commentato da P. Lino Pedron 

 

53 Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano.

Le folle riconoscono Gesù e gli portano i malati. Egli salva tutti coloro che lo toccano. Viene messa in evidenza sia l’avidità degli uomini nell’approfittare della potenza del guaritore, sia la compassione di Gesù verso le "pecore senza pastore" (6,34).

La gente lo cerca come salvatore del popolo e operatore di prodigi: per ora non sembra che germogli in essa una fede più profonda. Il lettore del vangelo deve convincersi che bisogna "toccare" Gesù in un senso più vero di quanto non abbiano fatto i galilei; si deve credere in lui come nel Messia promesso, che raduna il popolo di Dio e che è veramente il Figlio di Dio.

Marco descrive Gesù come un "uomo divino", dal quale emanano prodigiose virtù risanatrici. Egli appare come soccorritore e medico dei poveri e degli infermi. Ma dopo la moltiplicazione dei pani e il camminare sulle acque (6,35-52), il lettore cristiano sa con maggiore chiarezza che Gesù è assai più che un operatore di prodigi e un guaritore. Il suo potere viene da Dio e ha le radici nel mistero del tutto singolare di essere il Figlio di Dio. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 9. Il commento al Vangelo. “Invano essi mi rendono culto”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 7,1-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. 2 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate - 3 i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, 4 e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame - 5 quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:

Questo popolo mi onora con le labbra,

ma il suo cuore è lontano da me.

7 Invano essi mi rendono culto,

insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

8 Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9 E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. 10 Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. 11 Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, 12 non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13 annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Questi primi versetti del capitolo 7 di Marco possono sembrare a noi del 2001 questioni ridicole e controversie definitivamente superate da un pezzo: e in parte è vero, per fortuna! Dobbiamo però cogliere almeno due affermazioni importanti e valide in tutti i tempi e sotto tutti i cieli:

1. Comandamenti di Dio e tradizioni degli uomini devono essere tenuti sempre distinti: i comandamenti di Dio hanno valore perenne e universale e quindi sono immutabili; le tradizioni degli uomini sono provvisorie e quindi possono, e spesso devono, essere cambiate. Di conseguenza il cristiano, e più in generale l’uomo onesto e intelligente, si rinnova in continuità ed è disponibile alle riforme e al progresso.

2. Gesù rifiuta la distinzione giudaica tra puro e impuro, tra una sfera religiosa separata, in cui Dio è presente, e una sfera ordinaria, quotidiana, in cui Dio è assente. Non ci si purifica dalla vita quotidiana cercando Dio altrove, fuori dalla vita di tutti i giorni, ma al contrario ci si deve purificare dal peccato che è dentro di noi. Gesù contesta la distinzione allora ritenuta sicura e indiscutibile: l’ebreo è puro e tutti gli altri sono impuri.

La questione del puro e dell’impuro ha avuto una grande importanza nei primi tempi della Chiesa, soprattutto per la partecipazione alla stessa mensa tra giudei e pagani (cfr Gal 2,11-17). Ci ritorna alla mente la voce che Pietro sentì nella visione di Ioppe: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano" (At 10,15).

Citando il quarto comandamento Gesù dimostra di accettare la forza vincolante della legge di Dio, ma rifiuta le tradizioni asfissianti e cavillose che contraddicono ai comandamenti del Signore più che aiutare a capirli e ad osservarli meglio.

Gesù sceglie un caso particolarmente grossolano per dimostrare che il precetto umano può condurre alla trasgressione del comandamento divino. Il dovere di onorare il padre e la madre e di assistere i genitori vecchi e bisognosi era stato affermato da un comandamento di Dio. Ma anche mantenere un voto costituiva un dovere sacro. L’abuso di danneggiare i genitori col voto del korbàn era frequente al tempo di Gesù.

Gesù pone il comandamento dell’amore al di sopra dell’olocausto e degli altri sacrifici (cfr 12, 33) e non permette di trascurare il dovere verso i genitori nemmeno con la scusa di un voto. Dio non vuole essere amato e onorato a spese dell’amore del prossimo. Dio è amore e vuole solo amore, quell’amore del prossimo per mezzo del quale egli stesso viene amato.

E’ il principio fondamentale posto alla base di tutta la nostra condotta: l’amore di Dio e del prossimo si inseriscono l’uno nell’altro indissolubilmente (cfr 12,30-31).

Leggiamo nella Prima Lettera di Giovanni: "Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il fratello" (4,21). Nell’amore viene superata ogni forma di legalismo.

Ciò che talvolta tiene lontano da Dio e dal prossimo le persone buone sono le tradizioni religiose staccate dall’amore, che è la loro sorgente e la loro unica motivazione. De.it.press

 

 

 

 

C'è bisogno di cattolici in politica

 

Nella sua prolusione al recente Consiglio permanente della Cei il cardinale Bagnasco, rivolgendosi ai suoi confratelli nell’episcopato, evocava «un sogno, di quelli che si fanno ad occhi aperti, e che dicono una direzione verso cui preme andare. Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici.

I quali, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». Parole urgenti e decisive per la polis: nessuna intrusione nella politica, ma la richiesta ai fedeli cattolici a ripensare il loro impegno politico come un servizio, superando l’attuale fase di profonda disaffezione.

 

Almeno dalla nascita della repubblica, la politica nel nostro Paese ha conosciuto la presenza attiva di cittadini cattolici che, ispirati dalla loro fede e accompagnati dalla dottrina sociale della chiesa, hanno saputo offrire un contributo determinante alla costruzione della democrazia. L’idea di un’Europa unita, la difesa dei diritti della persona, la lotta per la libertà, l’affermarsi della solidarietà sociale hanno avuto tra i loro ispiratori e propulsori convinti i laici cristiani. Soprattutto i cattolici italiani avevano la consapevolezza che la politica potesse essere «l’espressione più alta della carità», secondo la parola di Pio XI e che, quindi, fare politica fosse per loro non solo un diritto, ma soprattutto un dovere. Una consapevolezza, questa, che nasceva dall’essere cittadini, appartenenti alla societas, intesa soprattutto come communitas: in questa ottica la politica appare per il cristiano una vocazione che esclude evasioni dalla storia e propugna uno sforzo arduo e costante per calarsi sul terreno delle realtà concrete e compiere azioni che siano nello stesso tempo, come ricordava Zaccagnini, «coerenti con le ispirazioni e gli ideali e compatibili con la realtà». Forte di questa appartenenza alla polis e distinguendo tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, il cristiano opera nella società assieme agli altri cittadini, non imponendo la propria fede, ma animato e guidato da essa.

 

All’origine dell’impegno sociale deve essere presente un autentico interesse per la persona e la comunità, in modo che siano armonizzate autorità e libertà, iniziativa personale e solidarietà di tutto il corpo sociale, la necessaria convergenza e la feconda diversità. «Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto», ha scritto Dag Hammarskjöld, un cristiano divenuto segretario generale dell’Onu. In questo senso, la politica per un cristiano è innanzitutto servizio alla giustizia e alla collettività: è questa la parola più eloquente per indicare il rapporto del cristiano con gli altri, a livello personale come a livello sociale. Servizio, cioè rinuncia al dominio, all’oppressione, per un atteggiamento che sa vivere il rispetto della persona e l’affermazione dei suoi diritti inalienabili fino a volere, scegliere e operare per il bene dell’altro e della comunità. Per un cristiano in politica vale il monito rivolto da Gesù ai suoi discepoli nel metterli in guardia dal comportarsi come «i dominatori delle nazioni»: «Non sic in vobis! Non così tra voi!». Rinuncia, quindi, a comportamenti mondani che schiacciano gli altri, li strumentalizzano e in nome di una egolatria che genera solo alienazioni e schiavitù.

 

Ma oggi, occorre riconoscerlo con franchezza, i «cattolici» in politica - a parte qualcuno che resiste in una solitudine non sempre riconosciuta - sembrano afoni, incapaci di mostrare la loro ispirazione e di avere la fede e il vangelo come motivazione profonda del loro operare, mentre assistiamo addirittura al fenomeno di non credenti che urlano a nome dei cattolici. Gli ultimi due decenni, soprattutto, hanno visto una sempre minor influenza dei cristiani e una crescita dell’afasia fino quasi all’irrilevanza di quanti, pur presenti nei vari partiti, non sanno farsi ascoltare. Si tratta di una perdita per tutta la società: mancando il contributo dei cattolici si rischia di leggere la politica, anche dopo la fine delle ideologie e a prescindere da qualsiasi degenerazione, soltanto come amministrazione tecnico-economica.

 

Come procedere in questo difficile frangente? Negli anni passati non sono mancati tentativi di creare scuole di educazione e iniziazione politica in molte chiese locali, ma queste non si sono rivelate feconde come auspicato. Da parte mia oso riproporre quanto suggerii già una ventina d’anni fa, all’inizio della diaspora politica dei cattolici con la fine del partito che li aveva a lungo rappresentati. Penso a un forum da attivarsi nelle chiese locali, a dimensione regionale, teso a favorire il formarsi e l’emergere dell’ispirazione cristiana della politica: uno spazio assembleare in cui i laici cattolici possano trovarsi per confrontarsi regolarmente, dibattere e cercare il principio evangelico da affermare nelle diverse circostanze e nei diversi momenti in cui è richiesta una decisione politica.

 

Un luogo di ascolto reciproco e di dibattito a livello pre-politico e pre-economico: non una lobby di pressione, ma una ricerca condivisa di ciò che è principio irrinunciabile per il credente, pronta a lasciare alla responsabilità del singolo la traduzione in opzioni politiche ed economiche di queste istanze cristiane. Questa successiva operazione, il cristiano impegnato in politica la farà assieme agli altri cittadini, indipendentemente dalla loro fede, all’interno del partito in cui si trova, sempre restando fedele al principio condiviso ed emerso in ambito ecclesiale. Questo preserverebbe chi nella Chiesa ha responsabilità pastorali di comunione dall’ingerirsi in ambiti che non gli competono, salvaguarderebbe la possibilità per i laici cristiani di essere presenti in formazioni politiche diverse, secondo le sensibilità e gli orientamenti di ciascuno, e nel contempo assicurerebbe anche la visibilità e l’autorevolezza di una convergenza sui principi ispiratori ai quali un cristiano non può rinunciare.

 

Sì, il sogno del cardinal Bagnasco è condiviso da molti: si avverte l’urgenza di avere cristiani che nella polis sappiano dire una parola efficace ispirata dalla fede e tesa al bene comune. Perché, se la polis è una comunità, allora occorre discernere un orizzonte condiviso e intraprendere un’azione responsabile conseguente perché siano praticabili cammini di umanizzazione. Ispirati dalla loro fede, a questo nobile compito - e non all’afonia o alla maldicenza - i cristiani sono chiamati, cittadini tra i cittadini. ENZO BIANCHI LS 7

 

 

 

 

Il Vaticano e il caso Boffo: cumuli di menzogne, ora serve prudenza

 

Sotto accusa «la mancanza di stile» di politica e media - IL papa prepara la lettera ai cattolici irlandesi dopo lo scandalo dei preti pedofili

 

CITTA’ DEL VATICANO — Benedetto XVI sta concludendo la lettera per «ridare fiducia» ai cattolici irlandesi dopo lo scandalo dei preti pedofili che ha travolto le gerarchie locali, e la renderà pubblica all’indomani dell’incontro coi vescovi di Irlanda fissato il 15 e 16 del mese per riorganizzare la Chiesa locale. Nel frattempo, segnale importante, ha ricevuto ieri pomeriggio il vescovo di Basilea Kurt Koch, che Oltretevere viene dato come il più autorevole candidato alla non facile successione del cardinale Walter Kasper, il grande teologo responsabile dei rapporti con le altre confessioni cristiane e con gli ebrei. Questioni urgenti e drammatiche, ruoli-chiave nella Chiesa universale, temi che il pontefice tratta in prima persona. Certo, Benedetto XVI è «ovviamente» al corrente di tutto, si aggiorna attraverso i «canali istituzionali», a cominciare dal suo braccio destro Tarcisio Bertone, legge i giornali e ogni giorno l’accurata rassegna stampa che gli preparano come sempre nella Segreteria di Stato.

Di là dalle Mura, però, «non si passa la giornata a parlare del caso Boffo» — con relative voci di «complotto» che sarebbe nato in Vaticano per far dimettere l’ormai ex direttore di Avvenire —, il calendario del Papa è fitto di impegni planetari. E «almeno nell’immediato» non sono previste note ufficiali o reazioni al «cumulo di menzogne» rimbalzato sui media italiani. Oltre alla «preoccupazione» per i veleni in circolo (anche) nel mondo cattolico, è evidente una certa irritazione: «Quello in atto è uno scontro tra due stili: quello della Santa Sede, improntato a prudenza e silenzio, a far decantare, e un certo stile politico giornalistico — taglia corto un’alta personalità vaticana —. Duemila anni di storia, esperienza e spiritualità si confrontano con anni zero: la mancanza di cultura di chi legge la Chiesa con categorie politiche». Stesso discorso anche alla Cei, consegna del silenzio assoluta e una considerazione sottotraccia: «Finché non c’è nulla di oggettivamente rilevabile, di che dovremmo parlare?». In Vaticano, nei giorni scorsi, era stata valutata e poi esclusa l’ipotesi di presentare querele. E «al momento» non si stanno preparando note o reazioni ufficiali.

La sensazione è che Oltretevere si voglia lasciar posare il «polverone» di accuse, retroscena e voci di complotto. Goccia dopo goccia, il classico vaso rischia di traboccare: l’intervento diretto sarebbe una extrema ratio nel caso «si passasse il segno» e il livello delle «insinuazioni da compatire» continuasse a salire. Solo a quel punto una reazione «composta ma ferma» sarebbe inevitabile: se non altro per mettere ciascuno «davanti alle sue responsabilità». Due settimane fa si è parlato di un «dossier» sul caso Boffo che il cardinale Camillo Ruini, l’8 gennaio, avrebbe consegnato a Benedetto XVI, una ricostruzione seccamente smentita dall’ex presidente della Cei. Dino Boffo, a settembre, fu calunniato da un documento falso (che circolava da mesi nel mondo cattolico) e costretto alle dimissioni.

Il pranzo recente «di chiarimento» tra l’ex direttore di Avvenire e Vittorio Feltri - il direttore del Giornale che pubblicò la “velina”, poi riconosciuta falsa – ha rilanciato le voci di “complotto”. Da lì sono rimbalzate sui media accuse che alludevano in modo più o meno esplicito al segretario di Stato Tarcisio Bertone e al direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian. “Non li conosco, mai incontrati. Li ho visti in fotografia e in televisione. Amen», ha poi scritto lo stesso Feltri tre giorni fa. Ma non ha fermato le polemiche. Così, Oltretevere, si attende di vedere come finirà. Intanto a Benedetto XVI, vedi il caso Irlanda ( si sta preparando l’udienza con i vescovi e ieri, come del resto ogni sabato, il Papa ha ricevuto in udienza il cardinale Giovanni Battista Re, che ha preparato l’incontro) gli impegni non mancano. Quanto ai media vaticani, ovvio, nemmeno un accenno ai veleni. Salvo, forse, la conclusione dell’editoriale dedicato al film su Sant’Agostino, sull’Osservatore Romano: «L’approdo alla fede non porta necessariamente alla pace e alla felicità in questa vita, ma a rafforzare l'animo davanti alle difficoltà, a rendere chiare le scelte da compiere». Gian Guido Vecchi CdS 7

 

 

 

Papa: "La crisi rende più drammatiche povertà e disuguaglianze sociali"

 

 

Benedetto XVI ha messo in guardia dai meccanismi "che feriscono e offendono la vita" - "Il fine dell'uomo non è il benessere ma Dio stesso, l'esistenza umana va difesa in ogni suo stadio"

 

CITTA' DEL VATICANO - La crisi colpisce di più i deboli e gli indifesi e acuisce le disuguaglianze sociali, ha affermato oggi Benedetto XVI, in occasione dell'Angelus celebrato in Piazza San Pietro. Il messaggio del Papa si collega alla celebrazione odierna della Giornata per la Vita, indetta dalla Cei sul tema: "La forza della vita, una sfida nella povertà".

 

"Nell'attuale periodo di difficoltà economica - ha affermato Ratzinger - diventano ancora più drammatici quei meccanismi che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi".

 

"Tale situazione, - ha concluso il Pontefice - pertanto, impegna a promuovere uno sviluppo umano integrale per superare l'indigenza e il bisogno, e soprattutto ricorda che il fine dell'uomo non è il benessere, ma Dio stesso e che l'esistenza umana va difesa e favorita in ogni suo stadio. Nessuno, infatti, è padrone della propria vita, ma tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla, dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale".

 

Nei giorni scorsi Ratzinger aveva lanciato due appelli per la salvaguardia dei posti di lavoro e per una maggiore "responsabilità sociale" da parte delle imprese. LR 7

 

 

 

 

 

Il Papa: l'eutanasia è un colpo al cuore dei principi cristiani

 

CITTA' DEL VATICANO - «Il sostegno dell’eutanasia confligge con il cuore della concezione cristiana della dignità della vita umana. I recenti sviluppi nell’etica medica e alcune pratiche nel campo dell’embriologia suscitano grande preoccupazione. Se l’insegnamento della Chiesa viene compromesso, anche di poco, in un campo del genere, diventa difficile difendere pienamente la dottrina cattolica in modo integrale»: così il Papa nell’udienza riservata ai vescovi scozzesi in visita ad limina in Vaticano. I «pastori della Chiesa» devono, per il Papa, «continuamente richiamare i fedeli alla completa fedeltà al Magistero della Chiesa, e allo stesso tempo, sostenere e difendere il diritto della Chiesa a vivere liberamente nella società secondo le sue convinzioni».

 

Il Papa ha anche esortato i vescovi scozzesi a «offrire al mondo una visione positiva e ispirante della vita umana, della bellezza del matrimonio e della gioia dell’essere genitori». Per Benedetto XVI «troppo spesso la dottrina della Chiesa viene percepita come una serie di proibizioni e posizioni retrograde», quando invece la realtà proposta dalla Chiesa «è creativa e vitale, e è finalizzata alla realizzazione più completa possibile del grande potenziale di bene e di felicità che Dio ha impiantato all’interno di ognuno di noi».

Il Papa - che visiterà la Scozia nell'ambito del suo viaggio apostolico nel Regno Unito a settembre - ha fatto riferimento alle «sfide» che la Chiesa di Scozia è chiamata ad affrontare di fronte alla «crescente marea di secolarismo nel vostro Paese». LS 5

 

 

 

 

Sabbah: “Palestina, ingiustificabile l’immobilismo mondiale”

 

Intervista al patriarca emerito di Gerusalemme. Le critiche e il sostegno al documento cristiano “Kairos”, per il quale terrorismo e Hamas sono conseguenza dell’occupazione. “Qui c'è una situazione d'ingiustizia: un popolo opprime un altro popolo”.

       

BETLEMME - Settantasette anni e la forza di chi continua a far sentire l'appello alla liberazione e alla riconciliazione. Il patriarca emerito Michel Sabbah è una delle figure chiave per comprendere due importanti eventi che stanno scandendo la vita dei cristiani – e non solo – in Palestina e in tutto il Medio Oriente: il documento Kairos, presentato a Betlemme l'11 dicembre, e i Lineamenta del Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, diffusi martedì 19 gennaio. Incontriamo Michel Sabbah a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, dove ora vive.

 

Mons. Sabbah, a un mese dalla pubblicazione del documento Kairos, qual è il bilancio della sua recezione?

Ci sono state tante critiche, ma anche tante parole di sostegno. Critiche perché il punto di vista del documento è quello dei cristiani palestinesi, che certo non concorda con quello israeliano o ‘pro-israeliano’. Per loro l’occupazione quasi non esiste, l’hanno dimenticata. Nel Kairos si parla dell'occupazione come dell'origine di tutto il male. E questa è la realtà: un popolo è sottomesso all’altro e nessuno lo può negare. Ma c’è chi non vuole vedere che questa è la realtà che porta sofferenza: per loro le questioni fondamentali sono il terrorismo palestinese e Hamas che non vuole riconoscere Israele. Noi diciamo invece che ciò è una conseguenza dell'occupazione e quando essa cesserà, tutti questi fenomeni spariranno. Allora Israele avrà la sua sicurezza e i palestinesi avranno la loro.

 

Come sono descritti i rapporti del mondo cristiano con l'Islam in Medio Oriente nei Lineamenta?

 

Nei Lineamenta si afferma che musulmani e cristiani sono un solo popolo e sono chiamati a costruire insieme un avvenire comune per tutti i nostri paesi. Ci sono alcune situazioni in cui i rapporti sono diversi, come il caso dell'Iraq. Ma occorre essere consapevoli che questo è dovuto a gruppi non sottomessi ad alcuna autorità, allorché il governo e la società stessa musulmana condannano questi eventi. Accanto alla situazione ordinaria di coesistenza e collaborazione, si pongono i movimenti islamisti che vedono nella religione musulmana l'unica soluzione per tutti i problemi. In futuro, se acquisiscono forza e autorità, questi gruppi possono essere un pericolo per la presenza cristiana. Ma questo non è l'Islam con cui abbiamo vissuto e viviamo ancora. Si tratta di un nuovo fenomeno che minaccia gli stessi musulmani e i cristiani allo stesso modo.

 

Cosa significa la parola “resistenza” per i cristiani palestinesi?

Il cristiano, secondo la sua fede, crede nell'amore e nella forza dell'amore. Amore vuol dire vedere il volto di Dio, l'immagine di Dio, nell'altro, anche se nemico. L'altro non è solo nemico, l'altro è portatore dell'immagine di Dio. Questo è il primo principio. Il secondo è: amare l'altro vuol dire liberarlo dal male che è in lui. Dunque l'israeliano deve essere liberato dall'ingiustizia e dall'oppressione imposta al popolo palestinese. L'amore comanda al cristiano di resistere ad ogni male: e resistere vuol dire non uccidere, non odiare, ma liberare l'altro e se stessi dal male. La resistenza, dunque, è un dovere del cristiano ma attraverso atti concreti che rimangono nella logica dell'amore.

 

Come pensa che la comunità internazionale – e in particolare le Chiese nel Medio Oriente e nel mondo – dovrebbero comportarsi riguardo al conflitto in Israele e Palestina?

Qui c'è una situazione d'ingiustizia: un popolo opprime un altro popolo. Il governo israeliano impone l'occupazione, l'oppressione sulla popolazione palestinese. Ciascuno, a cominciare da chi esercita l'oppressione, deve fare qualcosa per mettere fine a questa situazione. L'israeliano stesso deve trovare i mezzi per lasciare liberi e indipendenti i palestinesi nei loro Territori. Da questo punto di vista, l’immobilismo internazionale non può essere giustificato. Rispetto ai problemi sociali che colpiscono la società palestinese, occorre superare l’assistenzialismo in cui ci troviamo oggi. Le Chiese nei paesi arabi e nel resto del mondo devono agire per la giustizia e la riconciliazione. E perciò non si chiede che una Chiesa sia pro-israeliana o pro-palestinese, ma che tutte le Chiese siano per la riconciliazione tra i due popoli. Questo atteggiamento potrà avere frutto. Un atteggiamento parziale, invece, non potrà avere un risultato di pace. Redattore Sociale, de.it.press

 

 

 

 

Caso Boffo e veleni in Vaticano, "istruttoria" del segretario del Papa

 

Ratzinger ha affidato a padre Georg la verifica delle voci. Ieri dal pontefice

il cardinale Re, tra i pochi porporati a parlare in pubblico della vicenda

di ORAZIO LA ROCCA

 

CITTÀ DEL VATICANO - Diritti umani, fame nel mondo; difesa delle fasce sociali meno abbienti, "equa distribuzione delle ricchezze"; un nuovo richiamo contro la "cultura dell'individualismo" e sulla "necessità" di fare di Roma una città "sempre più aperta, più accogliente, più umana". Non si è risparmiato ieri papa Ratzinger malgrado la bufera che ha investito la cittadella vaticana in seguito ai veleni del caso Boffo-Feltri, con tanto di sospetti che avrebbero persino sfiorato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, presunto ispiratore di una silenziosa "guerra" contro i cardinali Bagnasco e Ruini. Un supposto conflitto tutto "ecclesiale" culminato, però, cinque mesi fa con le dimissioni di Dino Boffo dalla direzione di Avvenire dopo la pubblicazione di falsi documenti a suo carico su Giornale diretto da Vittorio Feltri e di proprietà della famiglia Berlusconi.

 

Benedetto XVI da qualche giorno sta studiando tutta l'intricata vicenda sulla base di una relazione preparatagli dai suoi  collaboratori. E' affiancato in questa delicata fase di "discernimento" - filtra dal Vaticano - dall'uomo di cui il Pontefice si fida di più, il suo segretario personale monsignor George Gaenswaen, al quale ha affidato il compito di verificare - attraverso contatti, richieste di chiarimenti, colloqui - la consistenza delle "voci". Segno evidente che il Papa - scavalcando la stessa Segreteria di Stato - è "seriamente intenzionato" ad andare fino in fondo. Nei Sacri Palazzi, intanto, più di un monsignore teme che la Santa Sede, in realtà, stia vivendo una "vera e propria forma di ricatto" da parte di chi, come Feltri, giura che il falso dossier contro Boffo lo avrebbe ricevuto da una "alta personalità istituzionale vaticana". Una accusa pesante che, però, finora non è stata smentita e che è stata finora ignorata dall'Osservatore Romano e dall'Avvenire.

 

Il Papa, comunque, ieri ha dato l'impressione di pensare ad altro. Ha tenuto udienze, ha incontrato personalità, ambasciatori, alti prelati, senza tuttavia dimenticare i problemi della Curia romana. Ne è prova l'udienza concessa anche al cardinale prefetto della Congregazione dei vescovi Giovanni Battista Re.

 

Apparentemente una normale udienza col capo di uno dei dicasteri più importanti della Santa Sede. Ma il colloquio non è passato inosservato, perché il cardinale Re, nei giorni scorsi, è stato fra i pochi porporati prefetti a rompere il silenzio delle gerarchie vaticane sul caso Boffo, parlando - in una intervista a Repubblica -di "una squallida manovra ordita da chissà chi per coprire la vera fonte ispiratrice di tutta questa discutibile vicenda", escludendo che possa essere "stato qualcuno del Vaticano a fornire quei falsi documenti" a Feltri. Dello stesso parere un altro cardinale, Giovanni Cheli, presidente emerito del Pontificio consiglio dei migranti, che vede "in tutta questa vicenda un ennesimo attacco alla Chiesa per le sue scelte preferenziali per i poveri, i bisognosi e per essere sempre contro ogni forma di ingiustizia". Per Cheli "si tratta solo di un polverone che si placherà da solo" per cui "fanno bene le autorità ecclesiali a rispondere con un eloquente silenzio". LR 7

 

 

 

Germania, stupri sugli studenti. L'orrore nelle scuole dei preti

 

Le prime denunce dal prestigioso ginnasio cattolico di Berlino Ovest - Poi i casi denunciati - avvenuti tra 1975 e il 1983 - si sono moltiplicati - Sacerdoti, insegnanti e organisti nelle vesti di aguzzini. I racconti delle vittimedal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO  -  Abusi sessuali sugli studenti, pressioni per sedute di masturbazione, stupri segreti nei sotterranei degli istituti. Per anni, forse per decenni, alcune delle più prestigiose scuole superiori private cattoliche in Germania sono state il luogo dell'orrore, la stanza chiusa in cui forti della loro autorità sacerdoti, insegnanti, organisti hanno distrutto l'animo degli adolescenti che avevano il compito di istruire. Per anni le vittime hanno taciuto, chiuse nel pudore, nel dolore e nella vergogna, o piegate dalle pressioni dei loro carnefici. Adesso il muro d'omertà è caduto, e quella realtà celata per anni viene narrata ogni giorno dai media tedeschi. Per le scuole cattoliche e indirettamente per la stessa Chiesa, nel paese natale del Pontefice, è un colpo durissimo d'immagine, reputazione e credibilità. Il caso appare ogni giorno più grave, evoca quasi gli abusi sessuali compiuti dai religiosi negli Usa, in Irlanda o in altri paesi.

    

Lo scandalo è scoppiato dapprima al Canisius, il prestigioso ginnasio cattolico di Berlino Ovest, diretto dai gesuiti, un bellissimo palazzo nel quartiere delle ambasciate. Berliner Morgenpost (conservatore), Der Tagesspiegel (liberal), tra i quotidiani, poi i settimanali come Der Spiegel, hanno narrato tutto. Nel dicembre 2009, poi in gennaio, alcuni ex alunni, ormai adulti, non ce l'hanno fatta più a tenersi dentro dolore, incubi, ferite nell'anima. Hanno scritto lettere al rettore attuale, Klaus Mertes, chiedendogli di agire. Si è parlato dapprima di almeno sette casi, poi di decine.

 

Non è stato che l'inizio. Dopo le vittime del Canisius, si sono decisi a rompere il muro del silenzio anche ex studenti di scuole superiori cattoliche ad Amburgo, Hannover, Goettingen, a Hildesheim o nella Selva Nera. Un altro istituto superiore di prestigio, lo Aloisiuskolleg di Bad Godesberg (il quartiere meridionale di lusso di Bonn) sarebbe stato luogo di casi di abuso sessuale particolarmente gravi. Un avvocato delle vittime di violenze sessuali al Canisius si sta preparando a una causa collettiva presso la giustizia americana, nel caso che alcuni ex studenti abbiano attualmente la cittadinanza degli Stati Uniti.

    

I racconti delle vittime, che spesso chiedono l'anonimato, sono agghiaccianti. Allo Aloisiuskolleg, e in altri istituti, un giovane negli anni Sessanta fu violentato da un sacerdote. Altri furono costretti a masturbarsi davanti agli occhi dei presuli, o a carezzare i genitali dei sacerdoti mentre costoro si masturbavano guardando i giovani. Altri ancora furono brutalmente violentati. L'attuale rettore, padre Theo Schneider, ha garantito l'anonimato a chiunque aiuti nelle indagini. Indagini che ormai sono seguite dalla stessa Conferenza episcopale tedesca.

    

Al Canisius di Berlino, i casi di violenza sessuale contro studenti sarebbero avvenuti tra il 1975 e il 1983. Secondo Der Spiegel, il rettore Mertes ha spedito almeno 500 lettere a ex studenti del ginnasio per chiedere e offrire aiuto. Ma se è vero quanto scrive il settimanale di Amburgo, già nel 1981 l'allora rettore, Karl Heinz Fischer, seppe di casi di abuso sessuale e ne informò il suo superiore diretto, il gesuita padre Rolf Dietrich Pfahl. Ma lo scandalo allora non divenne pubblico.

    

Quanto sapevano allora i responsabili delle scuole e i loro superiori, cioè le autorirà ecclesiastiche, e perché scelsero il silenzio? L'interrogativo è tremendo, pesa come un macigno sulla coscienza della Chiesa, dei fedeli, del paese. Abusare degli studenti, come ha rivelato oggi il quotidiano conservatore Die Welt, era tra l'altro abitudine anche nelle scuole religiose all'Est. Die Welt ha pubblicato una lunga intervista con Norbert Denef, ex studente, allora vittima di abusi. "Lo schema è tipico", ha detto. "Dapprima si cerca di coprire i casi col silenzio, se ne parla solo quando si è con le spalle al mure e ci si comporta come se ci si sforzasse di fare luce sui fatti". Norbert Denef ha ricevuto un indennizzo di 25mila euro dalla diocesi di Magdeburgo, ma  -  scrive il giornale  -  solo perché la diocesi sperava di garantirsi così il suo silenzio. I carnefici dell'allora giovane Norbert Denef furono puniti solo con trasferimenti, ma mai denunciati alla giustizia. "Sono scioccato, voglio piena chiarezza", dice a Berlino l'attuale rettore del Canisius, Klaus Mertes.

 

Ma con l'aria che tira, c'è da pensare che sempre più genitori ci pensino due volte adesso prima di chiedere l'iscrizione dei loro figli a quelle scuole superiori, considerate fino a ieri le più prestigiose e serie del paese, quelle che garantivano un'istruzione di qualità e speranze di accesso alle migliori università. In cambio di buoni voti e promesse per il futuro, decine o forse centinaia di ex studenti si dovettero piegare alle violenze più abiette e pervertite, e per decenni con intimidazioni furono convinti a tacere e a tenersi nel cuore la loro vita spezzata. LR 6

 

 

 

Caso Boffo, il Vaticano tace. Miglio: la verità non si nasconde

 

«La Chiesa sarebbe molto più danneggiata se quando ci sono delle cose che non vanno tentasse di nasconderle. Il problema è cambiare le situazioni, convertirsi, come dice il Papa. Ciò che danneggia la Chiesa è la non volontà di conversione che ci può essere nell'uno o nell'altro». Parla chiaro monsignor Arrigo Miglio, il vescovo di Ivrea responsabile Cei per i problemi sociali e del lavoro. Invita ad avere coraggio, ad affrontare le situazioni. L’occasione è la presentazione alla stampa della 46a edizione delle «Settimane sociali dei cattolici italiani» che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. A margine, il vescovo risponde alle domande dei giornalisti che chiedono un commento al monito del pontefice contro il carrierismo nella Chiesa. «Il Papa è coraggioso - ha aggiunto - perché guarda anche ai problemi che ci sono dentro la Chiesa, che è fatta di uomini e di donne, che hanno il peccato originale come tutti gli altri. Abbiamo bisogno regolarmente di chiedere perdono e di convertirci, i sette vizi capitali hanno le loro radici nel cuore di tutti: preti, laici, uomini e donne». Quindi osserva la novità di questo Papa. «Dice queste cose con molta chiarezza e molta schiettezza. Mi pare che abbia due tipi di interlocutori: lo dice a quelli di fuori per ricordare che non ha paura di mettere in luce i limiti e i peccati degli uomini di chiesa; lo dice all'interno della Chiesa, alla struttura, perché nessuno si senta immune e garantito. Ogni tanto dobbiamo avere l'umiltà di metterci in ginocchio». È tempo di Quaresima, aggiunge, e ricorda la parole pronunciate nel 2005 da Ratzinger ancora cardinale, a commento della Via Crucis al Colosseo, quella «sporcizia» nella Chiesa. Poi arriva la puntualizzazione di monsignor Miglio. Nelle sue parole non vi è nessun riferimento a fatti specifici. Il suo - assicura - era un discorso generale, rivolto a tutti, «evangelico». Nessun riferimento, quindi, alla vicenda Boffo e nessun invito a fare chiarezza sui tanti punti rimasti oscuri. La consegna, almeno per ora, resta quella del silenzio. La Santa Sede non risponde ai perentori inviti del Foglio che chiede le dimissioni del direttore dell’Osservatore romano , Gian Maria Vian e neanche a chi chiede che sia data pubblicità agli atti processuali secretati, che riguardano l’ex direttore di Avvenire , Dino Boffo. La Cei e la segreteria di Stato valutano se e quando replicare agli attacchi.

 

La consegna del silenzio  - Si è consapevoli del discredito creato dall’immagine di una Chiesa attraversata da divisioni e veleni, alimentato dalla dichiarazioni del direttore de Il Giornale , Vittorio Feltri e dalla campagna de il Foglio. Chi sa e lancia messaggi è proprio Feltri. La sua verità l’ha messa nera su bianco in prima pagina giovedì scorso. Verità parziale. Vi è un omissis. Il nome di chi gli ha fornito il «dossier» su Boffo - lo sottolinea - solo in parte taroccato. Continua a dire e a non dire, come se volesse tenere qualcuno sulla corda. Forse punta a nascondere una verità acclarata: quegli articoli su Il Giornale sono stati parte di una precisa offensiva mediatica del premier Berlusconi. Ora si avvicina una scadenza importante. Il prossimo 22 febbraio Feltri verrà sentito dall’Ordine dei giornalisti. Dovrà dare qualche spiegazione in più sulla violenta campagna di stampa che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire . Rischia la radiazione . Sarà quella, forse, l’occasione per avere chiarezza su una vicenda ancora tanto oscura. Chi dovrebbe sapere è Benedetto XVI. «È ovvio che il Papa è informato su quanto scrivono i giornali» ha affermato, ieri, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. È probabile che il pontefice, come già era avvenuto l'estate scorsa, abbia chiesto ai suoi collaboratori elementi di valutazione per decidere se sia il caso di intervenire. Roberto Monteforte L’U 6

 

 

 

 

Caso Boffo: «Il Papa sa tutto e sta valutando l’intervento»

 

Benedetto XVI: «Eutanasia, colpo al cuore dei principi cristiani» - di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - E’ durato una settimana il silenzio che si era imposto il Vaticano. «E’ ovvio che il Papa è informato della realtà». Poche parole e solo per far sapere che Benedetto XVI è perfettamente al corrente di quello che succede; ogni giorno scorre i giornali, ascolta un tg ma soprattutto viene tenuto aggiornato dai più stretti collaboratori, in primis, il cardinale Bertone. Gli sviluppi del caso Boffo - coi suoi ultimi, pesanti, effetti collaterali - non possono non essere stati per lui fonte di imbarazzi e grattacapi. A rompere il silenzio è stato, ieri mattina, il portavoce padre Lombardi con le uniche parole che era autorizzato a riferire. Impossibile strappargli altre reazioni ufficiali, benchè in questi giorni sia stato sollecitato più volte a farlo davanti alle pesantissime accuse che sono state rivolte al segretario di Stato, Bertone ed al direttore del quotidiano d’Oltretevere, Vian. Quest’ultimo indicato da alcuni blog e quotidiani come il possibile esecutore del trasferimento a Feltri, direttore del Giornale, della velina falsa che, nel settembre scorso, ha dato l’avvio alla maxi bufera. Una breve frase può però risultare più eloquente di qualsiasi lungo discorso: se Papa Ratzinger è stato messo al corrente di tutto, significa solo che al di là del Tevere si attende pazientemente che il polverone si cheti. In Vaticano c’è la certezza che la tempesta sia destinata a sgonfiarsi. Inoltre, all’orizzonte, non sono previste dimissioni eccellenti (con buona pace di chi in questi giorni le chiedeva a gran voce). Insomma più o meno tutto è destinato a continuare come prima. Ad una lettura superficiale questa storia potrebbe sembrare un regolamento di conti interno, magari per riequilibrare i poteri tra aree di influenza diverse, ma non si spiega fino in fondo. E così, oggi, sono in molti a chiedersi a chi è giovato tutto questo, se non a creare ulteriori dissidi dentro la Chiesa, a screditare l’immagine della curia percepita dall’opinione pubblica un concentrato di uomini rancorosi e assai poco cristiani.

Il cardinale Bertone, viene fatto notare, non aveva di certo bisogno di ricorrere a simili mezzi per uscire rafforzato, la sua strada era già stata tracciata dal Papa molto prima tanto che in prossimità dello scadere del suo 75esimo anno e della sua andata in pensione, decise di confermarlo con la consueta formula latina. Scrisse così una lettera personale, pubblicata dall’Osservatore Romano, confermandogli la fiducia. Nel testo citava il lungo cammino di comune collaborazione fatto soprattutto alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Miglio, responsabile Cei per i problemi sociali e del lavoro si limita a far notare: «La Chiesa sarebbe molto più danneggiata se quando ci sono cose che non vanno tentasse di nasconderle».

Intanto l’agenda papale prosegue senza scossoni e come, da tabella, ogni mattina riceve vescovi, scrive lettere, firma carte concentrandosi sulle battaglie che gli stanno più a cuore, tra le quali certamente quella a favore della vita. Ieri mattina, incontrando i vescovi scozzesi, ha ammonito a non sostenere la dolce morte. «L’eutanasia colpisce profondamente al cuore il principio cristiano della dignità della vita umana». IM 6

 

 

 

 

Caso Boffo, l'intervento del Papa: vuole una relazione dettagliata

 

A San Giovanni messe "separate" per Bertone e Bagnasco. Benedetto XVI

preoccupato per lo scontro interno, pronto a prendere provvedimento

di MARCO ANSALDO e ORAZIO LA ROCCA

 

ROMA - L'occhio attento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, non ha perso un movimento e mancato una parola della doppia omelia pronunciata ieri nella Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma. Ma nelle due celebrazioni svoltesi una di seguito all'altra, la prima del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, e la seconda del presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), Angelo Bagnasco, non una frase è stata detta sulla polemica che sta scuotendo i Sacri Palazzi.

 

Eppure il Papa, da ieri, ha preso in mano in prima persona il caso Boffo, l'ex direttore di Avvenire, il quotidiano della Cei, dimessosi dopo le accuse di molestie pubblicate dal quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, e rivelatesi poi infondate. Benedetto XVI ha infatti chiesto una dettagliata relazione sugli ultimi sviluppi della questione. Una richiesta esplicita, rivolta ai suoi più stretti collaboratori, sulla scia delle nuove polemiche nate dopo il pranzo "riparatore" di lunedì a Milano fra Dino Boffo e il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri. Un incontro chiarificatore, a 5 mesi dalle traumatiche dimissioni del primo.

 

Il Papa, nonostante l'intensità degli impegni e le udienze, si dimostra tutt'altro che assente dalla vicenda. I piani alti del Palazzo Apostolico lo descrivono anzi come "molto attento al caso". Ha ottenuto, "per cercare di capire di più", una lunga nota esplicativa dagli uffici della Segreteria di Stato. E anche per prendere - eventualmente - qualche decisione in merito. Un intervento discreto - "ma molto, molto deciso" - , che Benedetto XVI sta preparando nell'Appartamento papale, forse indotto dalle voci, circolate con insistenza sui giornali, secondo cui a fornire a Feltri il falso documento sarebbe stato un "esponente istituzionale" della Santa Sede. C'è chi si è spinto ad indicare come ipotetico "ispiratore" dell'iniziativa ai danni di Boffo il direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, su "mandato" del cardinale segretario di Stato Bertone. Come dire: una manovra tutta ecclesial-vaticana ordita per colpire il direttore di Avvenire e, indirettamente, indebolire l'alleanza fra i cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini, suo predecessore alla Cei: in sostanza i due più importanti esponenti del governo centrale della Chiesa italiana.

 

Un caso - se vero - clamoroso, che tuttavia non ha suscitato alcuna reazione ufficiale dagli organi competenti della Santa Sede. Tace la Sala Stampa vaticana, così pure la Radio Vaticana e l'Osservatore Romano. Come pure il quotidiano dei vescovi Avvenire che, nemmeno oggi, riferirà del ritorno in auge del caso Boffo-Feltri e degli scomodi risvolti che ha prodotto.

 

Malgrado i silenzi ufficiali, però, Papa Ratzinger ha adesso sul tavolo del suo studio la pratica Boffo-Feltri sotto forma di nota esplicativa, su cui sono stati delineati tutti i termini della questione. Benedetto XVI la sta studiando attentamente. Chiede lumi in Segreteria di Stato. Convoca nella sua residenza presuli e porporati per scambi di opinioni e punti di vista.

 

Nella basilica di San Giovanni stracolma di fedeli, intanto, il sottosegretario Letta, in prima fila, non si è perso una battuta dall'altare. Ma né il cardinale Bertone né il suo collega Bagnasco - i due si sono mancati solo per una manciata di minuti in canonica - successori uno all'altro nell'Arcidiocesi di Genova, hanno fatto il minimo riferimento al caso. Al bel ricevimento che ha seguito la messa per i 42 anni dell'attività della Comunità di Sant'Egidio, con una grande partecipazione popolare, il cardinale Bagnasco ha salutato con grande cordialità Vian. Grandi sorrisi e strette di mano. Ma le bocche sono rimaste cucite.  LR 5

 

 

 

 

Ecumenismo. Il segreto di vivere insieme

 

  GINEVRA - Il direttore dell'Istituto Ecumenico di Bossey ci riceve nel suo studio, seduto alla scrivania. Ioan Sauca è uomo di mezz'età, un po' tarchiato, ortodosso, che ci parla in un francese inappuntabile, con un leggero accento dell’Europa dell'est. Un'icona di stile bizantino domina la parete di fronte all'entrata della stanza.

  La figura è nel complesso bonaria, ma gli occhi e gli angoli della bocca tradiscono l'interrogativo: un prete cattolico ed un giovane italiano sono venuti a parlare con lui, ma ne ignora il motivo.

  L'Istituto Ecumenico di Bossey  (www.oikoumene.org/en/activities/bossey.html) è un luogo di incontro, di dialogo e di formazione sostenuto dal Consiglio Ecumenico delle Chiese che ha sede a Ginevra. Raccoglie studenti da tutto il mondo e di tutte le confessioni cristiane. Un vero microcosmo. È situato in un antico castello, luogo incantevole, immerso nell'ordinata campagna svizzera a pochi chilometri da Ginevra. Vi si tengono corsi universitari e seminari di approfondimento su temi ecumenici.

  Ci presentiamo: padre Renato della Missione cattolica italiana di Ginevra e un ricercatore di fisica all’università, il sottoscritto. Il direttore non riesce a celare un accenno di diffidenza o forse l'abbiamo solo interrotto in un momento di intenso lavoro.

  Ginevra ha una grandissima comunità di immigrati, in cui gli Italiani sono presenti in maniera massiccia. Ha, inoltre, una storia di apertura al mondo e di internazionalità nota a tutti, essendo sede dell'ONU e di circa 200 Organismi internazionali. La compresenza di diverse etnie e l'ufficiale internazionalità non si sono sempre compenetrate in maniera efficace.

  Le comunità cattoliche venute da altrove (come l’italiana, la spagnola, la portoghese...), proprio perché ricche di una fervente umanità,non sono necessariamente le più attente al dialogo ecumenico o interreligioso. Per i loro fedeli è molto naturale cercare di ricreare un pezzo del paese che hanno lasciato e ricostruire un ambiente familiare, piuttosto che continuare nella ricerca di un delicato equilibrio in ambito religioso.

  La nostra curiosità, tuttavia, è capace di rompere il ghiaccio, cominciando con domande pratiche. Il direttore ci racconta dei seminari che organizzano e che sono generalmente di breve durata e di grande qualità, a cui partecipano poche decine di persone, laici o religiosi, selezionate in base ai loro interessi. Qui preparano, infatti, un master o una licenza in ecumenismo. Ci confessa, pure, che i giovani provenienti da Africa, Asia, Americhe, Oceania... sono tra di loro gentilissimi i primi giorni, ma i problemi, le divergenze e i conflitti sono ben nascosti sotto il tappeto. Poco dopo immancabilmente scoppiano e il loro compito di insegnanti di teologia è quello di fare da dottori per guarire le ferite!

  Gli studenti vivono nelle stanze del castello, da cui non è previsto si allontanino per tutta la durata dei loro corsi di un anno o due. Un’equipe di giovani volontari chiamati qui “angeli blu”, si occupa di aiutare nelle faccende pratiche (lavanderia, cucina, pulizie...) dando una grande mano nel mandare avanti l'Istituto e approfittando nel frattempo di imparare l'inglese, che è la lingua ufficiale del Centro di Bossey.

  Gli studenti, così, sono messi nelle condizioni ideali per dedicarsi all'apprendimento ed al confronto reciproco. In particolare non condividono tra loro solo lo studio, ma anche i momenti di ricreazione, i pasti, le passeggiate e la stanza da letto. Accade all’inizio che le persone vengano a partecipare ai seminari e siano animate da ansia di missionarietà, cercando in maniera più o meno palese di presentare agli altri la superiorità della propria confessione religiosa.

  Sono pronti a combattere vere battaglie intellettuali per sconfiggere le idee altrui, ma ben presto si accorgono che un tale atteggiamento non può essere mantenuto a lungo. Quando, infatti, le persone sono animate da un genuino senso di religiosità e di anelito per l'assoluto non possono non rendersi conto di quanto il loro stesso desiderio sia presente anche negli altri che hanno seguito percorsi di fede diversi. Ciò non è affatto equivalente al tanto temuto relativismo, ma è il riconoscimento di un processo interiore che è un tratto meravigliosamente comune all'essere umano.

  E il fatto di vivere insieme ogni istante della giornata avvicina le persone come poche altre cose: per avere un corretto dialogo sulle idee come sulle esperienze, non si può prescindere dal contatto umano. Non si possono astrarre i pensieri dall'essere umano nel suo insieme: prima di tutto viene la persona, il suo bagaglio di esperienze, di sentimenti, di aspirazioni. Poi, le sue idee e, talvolta, i dogmi e le abitudini inveterate, per cui il rispetto dell’altro è una vera chiave d’oro!

Il direttore ci confessa, infine, che quando le persone entrano in un contatto vero, trovano sempre più aspetti che li uniscano rispetto a quanti li dividano, riuscendo ad avere una discussione costruttiva anche su argomenti su cui non ci si trova d’accordo! Ci sorprende, in fondo, sapere che là dove persone di buona volontà parlano e soprattutto vivono insieme, la comprensione e la stima reciproca fioriscono. “Ci sono molti fiori nel mio giardino, ma una sola è l'acqua!” conclude il nostro direttore, mostrandoci dalla finestra il delizioso giardino del castello. Ma, evidentemente, lui pensava ad altro! (Riccardo Sturani-Inform)

 

 

 

 

Vaticano, gli attacchi alle gerarchie preoccupano il Papa

         

Città del Vaticano - Gli attacchi alle alte gerarchie ecclesiastiche e alla Santa Sede - a quanto apprendono Ign/Adnkronos da ambienti vaticani - preoccupano il Santo Padre. Gli attacchi sono partiti questa volta dalla pubblicazione di due libri (“I peccati del Vaticano” di Rendina, Newton Compton; e “Vaticano Spa” di Nuzzi, Chiarelettere); e successivamente sono stati alimentati dal “caso Boffo”, il direttore del quotidiano della Cei “Avvenire” costretto alle dimissioni dopo una “informativa” pubblicata da “Il Giornale”. Il direttore dello stesso quotidiano, Vittorio Feltri, s’è poi scusato con Dino Boffo e lo ha incontrato una cena chiarificatrice.

Alimentando il vento delle vociferazioni e dei relativi commenti si vorrebbero chiamare in causa da una parte il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, e dall’altra l’attuale e l’ex presidente della Cei, cardinali Angelo Bagnasco e Camillo Ruini, e le loro, altrettanto infondate, diversità di linea sulle relazioni tra Episcopato e Stato italiano.

Due sono essenzialmente le questioni che le alte gerarchie starebbero analizzando:1) da quale direzione soffia il vento della maldicenza; 2) e se, e come, la Chiesa debba rispondere a questi attacchi. In particolare se debba farlo con una secca e autorevole nota o con un articolato intervento che spazzi via l’“ufficio voci” al cui interno lavorano, di notte più che di giorno, degli “Innominati” impegnati ad alimentare conflitti provocatori piuttosto che eventualmente a sedarli. Su questa questione, spinosa quanto dolorosa, starebbero lavorando in queste ore i collaboratori più stretti di Papa Ratzinger. Adnkronos 5

 

 

 

 

Quel vento della Santa Maldicenza tra fogli anonimi e falsi moralisti

 

I "mormorii" dei Sacri Palazzi del Vaticano, da Marcinkus a Wojtyla malato

Il caso Boffo ha alzato il velo. Ma denigrazioni e malignità sono pratica antica

di FILIPPO CECCARELLI

 

Ci guardi Iddio, li guardi Iddio - e li liberi - dalla Santa Maldicenza che ha preso a soffiare dentro la Chiesa: mai così forte come dice questo turbine di allusioni, insinuazioni, delazioni a lingua biforcuta con annesso transito di dossier all'esterno. Perché si capisce che ai danni di Dino Boffo è andato a segno il più violento degli outing.

 

Ma chi voglia farsi un'idea più precisa dell'ambientino in cui è maturata l'esecuzione resta sgomento nell'apprendere che le lettere anonime con la notizia del processo per molestie e la fangosa nota d'accompagnamento spacciata come un atto giudiziario non solo erano state stampate, affrancate e inviate ai vescovi e a eminenti personalità del mondo cattolico in 200 copie, ma altrettante riguarderebbero tanto un insigne professore che un manager della sanità, insomma due ulteriori poveracci messi nel mirino - con il che i mefitici testi e i perfidi allegati salirebbero a quota 600: e allora serve davvero una squadretta di devoti sicofanti, e forse pure una tipografia.

 

Mica tanto normale, tutto questo. Mica scontato che da qualche tempo non ci sia personaggio, o situazione, o vicenda, da Pio XII e gli ebrei alla canonizzazione di Giovanni Paolo II passando per la sua confidente polacca, che non si trascini regolarmente appresso un'adeguata dose di veleni, per giunta postumi. Che a loro volta generano significativi titoli e anche successi editoriali. Per restare agli ultimi: "I peccati del Vaticano" di Rendina (Newton Compton) e "Vaticano spa" di Nuzzi (Chiarelettere), quest'ultimo costruito sulla base di un archivio di un defunto monsignore dello Ior e pieno zeppo di magagne, anche recenti, e di denigrazioni, malignità, impicci un tempo destinati a restare in camera caritatis, come il rimarchevole resoconto, da parte del banchiere apostolico Caloia, di una riunione in cui il cardinal Castillo Lara si comporta in modo non proprio specchiato.

 

E insomma. Premesso che dal peccato di maldicenza pochissimi sono immuni, e i giornalisti meno che meno, sulla base delle faide, degli intrecci, delle invidie, delle spiate che stanno venendo fuori: non sarà questo irresistibile impulso, questo permanente taglia e cuci, uno dei princìpi divenuti irrinunciabili al di là del portone di bronzo, alla Cei, nelle redazioni dell'Avvenire e dell'Osservatore romano, alla Cattolica e in altri luoghi che dovrebbero propagare il messaggio cristiano?

Dice: è sempre successo. Vero, qualsiasi autentico romano sa che la Curia, in palazzi delle congregazioni battono qualsiasi altra centrale di pettegolezzo della Città Eterna, in primis la Rai e il Transatlantico di Montecitorio. Ma adesso, caso Boffo e dintorni, è come se il vento impetuoso che scompigliava le vesti dei cardinali a piazza San Pietro il giorno dei funerali di Karol Wojtyla si fosse tramutato in un alito malsano, un fiatone di potere che disprezza le umane debolezze, un soffiare di giudizi senza più cuore né misericordia.

 

Quello è furente perché non conta più nulla; quell'altro si sente il padrone e non guarda in faccia nessuno; quell'altro ancora fa il pavone ed è in grande confidenza con la moglie di un quarto, beh, lasciamo perdere..., ecco rispetto agli accenni e ai sospiri di sospensione, rispetto a ciò che si legge tra le righe, si sente da chi sa, e soprattutto si intuisce, sembra divenuto quasi da educande l'adagio curiale che il cardinal Marchetti Selvaggiani dispensò al giovane Andreotti: "A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre". Ecco, adesso l'impressione è il male non ci si limita a pensarlo, ma lo dice, lo si fa scrivere e lo si spedisce, se occorre.

 

Così come rischia di suonare addirittura stantio il consiglio, pure piuttosto efferato, che Gianni Gennari si sentì rivolgere da qualche eminente prelato appena messo piede nei sacri palazzi: "Qui per campare bene bisogna fare il morto". Ma quale morto! Ci sono monsignori che per le loro cosette, tramano, telefonano, civettano, si agitano come tarantolati tirandosi addosso brani delle Scritture; e se gli va bene si "fregano le mani", come per ben due volte ha scritto Boffo nella sua lettera di dimissioni.

E sarà pure l'attacco laicista, ché quello non manca mai - anche se non è che dall'esterno riesca tanto a compattare le fazioni, le tribù, le cordate di potere che si fanno la guerra. E avrà anche ragione il cardinal Kasper secondo il quale "per i media l'armonia è noiosa". E tuttavia, dando per scontata una certa dissonanza, tutto lascia pensare che si tratta per lo più di spifferi "intra-cattolici", voci "di dentro"; e per dirla tutta fa impressione leggere che calcoli, sospetti, bisbigli, occhi al cielo e scotimenti di capo si sarebbero registrati addirittura dinanzi al povero corpo di Eluana Englaro.

 

Ha scritto Philip Roth che la maldicenza è "quel misto di potere e di impotenza che per alcuni particolari soggetti rasenta il piacere sessuale". E anche qui c'è una vasta libellistica. Ma senza riandare al Sodalitium pianum o ai libri di Peyrefitte, che negli anni '70 evocò l'omosessualità di Paolo VI; e anche tralasciando i crack finanziari, e Sindona, Calvi, Marcinkus, il presunto avvelenamento di Giovanni Paolo I ed Emanuela Orlandi, ecco, per restare sugli orientamenti sessuali e i lavoretti che comportano nel favorire o nel distruggere le carriere si segnala che nell'ultimo decennio la produzione di testi più o meno ad hoc si è fatta massiva; e tra "Millenari" e "Discepoli di verità", che sono gli pseudonimi utilizzati da prelati o gruppi di prelati in fregola di moralizzazione da attuarsi attraverso volumi della Kaos, grazie anche a vicende come la strage di guardie svizzere, a proposito di peccati della carne e "lobby di velluto" ce n'è davvero per tutti.

Al punto da chiedersi se l'inflazione della Santa Maldicenza non trascenda ormai le singole volontà, e magari non abbia a che fare con il rapporto che la Santa Sede ha o non ha con il mondo. Se per caso il tramonto del riserbo e della prudenza non sia inesorabile perché tutto nel frattempo si è fatto più veloce e più aperto, gli antichi codici non reggono più, né la Curia riesce più a trattenere i miasmi. E sarebbe un esito anche prevedibile - così come in fondo è anche naturale chiedere perdono al fratello offeso, pregare un po' di più e sforzarsi di tenere la lingua a posto. LR 5

 

 

 

 

Gravi dichiarazioni del prof. Veronesi: la religione impedirebbe di ragionare

 

Gravi le dichiarazioni del professor Umberto Veronesi rilasciate questo pomeriggio a Sky Tg 24e riportate da tutti i media italian i ed internazionali: "La religione impedisce di ragionare - ha affermato il vecchio professore ormai in età pensionabile - «La religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità» "Mi domando se sia davvero così" - si chiede il responsabile nazionale dei Papaboys Daniele Venturi. "Il professor Veronesi ha detto a tutti i credenti che siamo persone che non ragionano. Se davvero così fosse, allora affermerei che anche Umberto Veronesi è un religioso, poichè in queste dichiarazioni non è riuscito a ragionare". Capita talvolta ad una certa età, che ci si possa addirittura bere il cervello... Ci auguriamo che non sia questo caso, ma le dichiarazioni di Veronesi sono gravi e diffamanti per tutti i credenti, di tutte le religioni. Mi auguro che i fratelli maggiori ebrei, ed anche i fratelli musulmani, abbiano il coraggio di farsi sentire'- continua il presidente dei Papaboys.

Qui' non è questione di laicismo esasperato - prosegue Venturi - qui è proprio il caso di una persona che non ragiona più ed anzi... sragiona!'. Per cortesia - conclude Venturi - qualcuno glielo faccia presente.

Ufficio Stampa Papaboys, Dr. Giovani Profeta

 

 

 

http://www.nobell.it: un nuovo contenitore di idee per gli animatori cristiani

 

L'aria sta cambiando e positivamente per tutti coloro che, animati da spirito cristiano e vena comunicativa, possono  e vogliono fare rete nel mondo digitale per far circolare notizie, idee e scambiare materiali di cui il mondo cristiano delle parrocchie e delle diocesi è pieno. Analizzando anche l'ultimo messaggio del Papa, è un dovere e un  dono per i comunicatori laici e religiosi, a tutti i livelli, senza etichette e magari titoli, diffondere come un giornale le ricchezze informative di cui il mondo cattolico è pieno: date un occhiata al link http://www.nobell.it e iscrivetevi  per poter  diventare attivi protagonisti in rete della comunicazione delle notizie. Nobel.it

 

 

 

 

Un altro vescovo: niente comunione ai gay

 

Pistoia, monsignor Scatizzi invita i preti a non concedere il sacramento

"Quando conclamata e ostentata è un peccato che li esclude" - Nella comunità è rivolta sul web. In gennaio era intervenuto l vescovo emerito di Grosseto

Durissimi i commenti fra blog, Facebook e forum dedicati - di MARCO PASQUA

 

PISTOIA - Niente comunione ai "gay conclamati", perché "l'omosessualità è un disordine" e i precetti della Chiesa non devono essere contraddetti. Per monsignor Simone Scatizzi, vescovo emerito di Pistoia, i preti dovrebbero rifiutarsi di somministrare la comunione ai gay. Parlando oggi con il sito religioso Pontifex, a proposito degli omosessuali "che proclamano la loro condizione e la praticano", l'esponente cattolico sostiene: "Il principio generale é che la conclamata e ostentata omosessualità é un peccato che esclude la comunione".

 

Le parole del vescovo fanno il giro del web, suscitando reazioni e sdegno da parte della comunità GLBT, che già aveva registrato, lo scorso 25 gennaio, un'analoga presa di posizione. Parlando con lo stesso sito, infatti, il vescovo emerito di Grosseto, monsignor Giacomo Babini, era stato ancora più esplicito, arrivando anche a chiamare in causa il governatore della Puglia, Nichi Vendola: "La pratica conclamata della omosessualità é un peccato gravissimo, costituisce uno scandalo e bisogna negare la comunione a tutti coloro che la professino, senza alcuna remora, proprio in quanto pastori di anime. Io non darei mai la comunione ad uno come Vendola".

 

L'ultima presa di posizione, in ordine di tempo, è del 79enne Scatizzi, già protagonista, nel 2005, di un'aspra polemica contro i gay, "colpevoli", a suo dire, della "crisi della virilità". "L'omosessualità in quanto tale é un disordine. E su questo non ci sta discussione", afferma categorico il religioso, salvo poi concedere che "con gli omosessuali é necessario usare delicatezza e misericordia e alla fine il giudice ultimo é Dio, pertanto sulla Terra nessuno é autorizzato ad emettere sentenze".

 

Il vescovo emerito di Lucera-Troia, monsignor Francesco Zerrillo, sembra andare oltre, arrivando a criticare persino le leggi contro l'omofobia. "Io non le ritengo giuste  -  ha tuonato il porporato, parlando il 2 febbraio con lo stesso sito - in quanto non é mai assimilabile, dunque omologabile, ciò che é la normalità, ovvero la famiglia eterosessuale fondata da uomo e donna e quella omosessuale che famiglia non é, per la semplicissima ragione che non é in grado di ottemperare alla riproduzione. L'atto sessuale é volto a questo e non alla ricerca di lussuria". Secondo Zerrillo bisognerebbe invitare il gay credente a non chiedere la comunione, "per non alimentare lo scandalo": "Se davanti a me, specie in un centro piccolo in cui tutti sanno tutto di tutto, il dare la comunione ad una persona del genere può causare scandalo é quindi meglio non darla . Sarebbe saggio generalmente prevenire queste cose o al massimo amministrarla e poi dirgli amico non provarci più, per scongiurare uno scandalo ancora maggiore".

 

Aveva parlato invece di "pratica aberrante" il collega emerito di Grosseto, monsignor Giacomo Babini: "Mi fa ribrezzo parlare di queste cose e trovo la pratica omosessuale aberrante, come la legge sulla omofobia che di fatto incoraggia questo vizio contro natura. I vescovi e i pastori devono parlare chiaro, guai al padre che non corregge suo figlio. Penso che dare le case agli omosessuali, come avvenuto a Venezia, sia uno scandalo, e colui che apertamente rivendica questa sua condizione dà un cattivo esempio e scandalizza". Cosa dovrebbero fare i gay? "Pentirsi di questo orribile difetto", l'invito di Babini.

 

Durissimi i commenti degli utenti in calce a queste interviste, fatte circolare in maniera virale su Facebook, i forum e i blog. "Una persona non può e non dovrà mai vergognarsi di quello che è. Dio ama tutti indistintamente e lei predica odio, incita le masse ignoranti alla violenza e contribuisce a rendere l'Italia un paese razzista, omofobo, antisemita", scrive un utente, mentre un altro aggiunge: "La chiesa dovrebbe essere simbolo di pace e non di intolleranza, lasci l'anello che porta con tanta prosopopea e riprenda in mano il Vangelo. Volgete lo sguardo alle mele marce che ci sono tra di voi (preti pedofili, ecc.) e non prendetevela con chi, realmente, è capace di amare". "Vi rendete conto, signori, che voi stessi avete detto che Dio è amore? gli omosessuali non hanno bisogno di misericordia o di perdono, vi prego. Ora è veramente troppo", scrive l'utente "frangisca" commentando le parole di Scatizzi. Il quale sembra avere solo un consiglio per gli omosessuali: "Sarebbe opportuno che i gay si lasciassero portare sulla via della guarigione e della conversione". LR 5

 

 

 

 

Ecumenismo. il segreto di vivere insieme

 

Il direttore dell'Istituto Ecumenico di Bossey ci riceve nel suo studio, seduto alla scrivania. Ioan Sauca è uomo di mezz'età, un po' tarchiato, ortodosso, che ci parla in un francese inappuntabile, con un leggero accento dell’Europa dell'est. Un'icona di stile bizantino domina la parete di fronte all'entrata della stanza.

La figura è nel complesso bonaria, ma gli occhi e gli angoli della bocca tradiscono l'interrogativo: un prete cattolico ed un giovane italiano sono venuti a parlare con lui, ma ne ignora il motivo.

L'Istituto Ecumenico di Bossey è un luogo di incontro, di dialogo e di formazione sostenuto dal Consiglio Ecumenico delle Chiese che ha sede a Ginevra. Raccoglie studenti da tutto il mondo e di tutte le confessioni cristiane. Un vero microcosmo. È situato in un antico castello, luogo incantevole, immerso nell'ordinata campagna svizzera a pochi chilometri da Ginevra. Vi si tengono corsi universitari e seminari di approfondimento su temi ecumenici.

Ci presentiamo: padre Renato della Missione cattolica italiana di Ginevra e un ricercatore di fisica all’università, il sottoscritto. Il direttore non riesce a celare un accenno di diffidenza o forse l'abbiamo solo interrotto in un momento di intenso lavoro.

Ginevra ha una grandissima comunità di immigrati, in cui gli Italiani sono presenti in maniera massiccia. Ha, inoltre, una storia di apertura al mondo e di internazionalità nota a tutti, essendo sede dell'ONU e di circa 200 Organismi internazionali. La compresenza di diverse etnie e l'ufficiale internazionalità non si sono sempre compenetrate in maniera efficace.

Le comunità cattoliche venute da altrove (come l’italiana, la spagnola, la portoghese...), proprio perchè ricche di una fervente umanità,non sono necessariamente le più attente al dialogo ecumenico o interreligioso. Per i loro fedeli è molto naturale cercare di ricreare un pezzo del paese che hanno lasciato e ricostruire un ambiente familiare, piuttosto che continuare nella ricerca di un delicato equilibrio in ambito religioso.

La nostra curiosità, tuttavia, è capace di rompere il ghiaccio, cominciando con domande pratiche. Il direttore ci racconta dei seminari che organizzano e che sono generalmente di breve durata e di grande qualità, a cui partecipano poche decine di persone, laici o religiosi, selezionate in base ai loro interessi. Qui preparano, infatti, un master o una licenza in ecumenismo. Ci confessa, pure, che i giovani provenienti da Africa, Asia, Americhe, Oceania... sono tra di loro gentilissimi i primi giorni, ma i problemi, le divergenze e i conflitti sono ben nascosti sotto il tappeto. Poco dopo immancabilmente scoppiano e il loro compito di insegnanti di teologia è quello di fare da dottori per guarire le ferite!

Gli studenti vivono nelle stanze del castello, da cui non è previsto si allontanino per tutta la durata dei loro corsi di un anno o due. Un’equipe di giovani volontari chiamati qui “angeli blu”, si occupa di aiutare nelle faccende pratiche (lavanderia, cucina, pulizie...) dando una grande mano nel mandare avanti l'Istituto e approfittando nel frattempo di imparare l'inglese, che è la lingua ufficiale del Centro di Bossey.

Gli studenti, così, sono messi nelle condizioni ideali per dedicarsi all'apprendimento ed al confronto reciproco. In particolare non condividono tra loro solo lo studio, ma anche i momenti di ricreazione, i pasti, le passeggiate e la stanza da letto. Accade all’inizio che le persone vengano a partecipare ai seminari e siano animate da ansia di missionarietà, cercando in maniera più o meno palese di presentare agli altri la superiorità della propria confessione religiosa.

Sono pronti a combattere vere battaglie intellettuali per sconfiggere le idee altrui, ma ben presto si accorgono che un tale atteggiamento non può essere mantenuto a lungo. Quando, infatti, le persone sono animate da un genuino senso di religiosità e di anelito per l'assoluto non possono non rendersi conto di quanto il loro stesso desiderio sia presente anche negli altri che hanno seguito percorsi di fede diversi. Ciò non è affatto equivalente al tanto temuto relativismo, ma è il riconoscimento di un processo interiore che è un tratto meravigliosamente comune all'essere umano.

E il fatto di vivere insieme ogni istante della giornata avvicina le persone come poche altre cose: per avere un corretto dialogo sulle idee come sulle esperienze, non si può prescindere dal contatto umano. Non si possono astrarre i pensieri dall'essere umano nel suo insieme: prima di tutto viene la persona, il suo bagaglio di esperienze, di sentimenti, di aspirazioni. Poi, le sue idee e, talvolta, i dogmi e le abitudini inveterate, per cui il rispetto dell’altro è una vera chiave d’oro!

Il direttore ci confessa, infine, che quando le persone entrano in un contatto vero, trovano sempre più aspetti che li uniscano rispetto a quanti li dividano, riuscendo ad avere una discussione costruttiva anche su argomenti su cui non ci si trova d’accordo! Ci sorprende, in fondo, sapere che là dove persone di buona volontà parlano e soprattutto vivono insieme, la comprensione e la stima reciproca fioriscono. “Ci sono molti fiori nel mio giardino, ma una sola è l'acqua!” conclude il nostro direttore, mostrandoci dalla finestra il delizioso giardino del castello. Ma, evidentemente, lui pensava ad altro!

Sito web: http://www.oikoumene.org/en/activities/bossey.html

Riccardo Sturani, riccardosturani@gmail.com (de.it.press)

 

 

 

 

Lourdes, quando il miracolo apre mille interrogative

 

ROMA  - L’11 febbraio uscirà nelle sale Lourdes, il nuovo film della regista austriaca Jessica Hausner. La pellicola che venne presentata all’ultima Mostra di Venezia, vincendo il Premio Navicella, analizza (con una vena di humor nero) il fenomeno dei miracoli, legati all’apparizione della Madonna, avvenuta proprio l’11 febbraio 1858 nella grotta a poca distanza dal piccolo villaggio di Lourdes, ora divenuto importante centro di devozione religiosa.

 

La giovane Christine, interpretata dall’attrice Sylvie Testud, costretta sulla sedia a rotelle dalla sclerosi multipla, è protagonista di una prodigiosa guarigione che alimenta negli altri ammalati speranze, gioia, ma anche una sottile invidia e il desiderio di ottenere lo stesso risultato. Durante la presentazione del film, avvenuta ieri alla Casa del Cinema, la Hausner ha risposto in maniera essenziale alle domande, preferendo andare subito al nocciolo della questione. Per lei, Lourdes non è un film qualsiasi: le ha regalato una pioggia di premi e ha rappresentato un percorso lungo e faticoso. Durante il dibattito la filmaker austriaca ha chiarito il concetto base del film: «Mi interessava compiere un’indagine sui miracoli e su come questi possano avere molteplici valenze. Il miracolo è prodotto dalla suggestione? Lo si può definire tale solo se riesce a curare il corpo o vale anche per l’anima? Quanta casualità c’è nei miracoli che sono avvenuti a Lourdes?». Oltre ad una ricerca di realismo, «alla Robert Bresson», il film sviluppa una riflessione simbolica sulla fragilità della vita umana: «Nel film Christine combatte contro i limiti della natura, contro gli ostacoli che la malattia le pone davanti».

 

E’ per scoprire i sentimenti delle ammalate di Lourdes che Sylvie Testud, l’attrice protagonista del film, ha voluto confrontarsi con diverse donne, afflitte da sclerosi a placche: «Voleva comprenderne la loro rabbia e solitudine per interpretarle in maniera quanto più credibile» - ha raccontato Jessica Hausner. Alla Casa del Cinema era presente anche Luciano Sovena, amministratore delegato di Cinecittà-Luce, società che distribuisce il film. «Lourdes - ha spiegato Sovena - è una scommessa, considerando la crisi del cinema d’autore. Secondo noi, però, è un’opera che fa riflettere. Insomma: non c’è soltanto Avatar!». Riccardo Marra IM 6

 

 

 

 

Papst: „Gerade in der Krise gegen Armut kämpfen“

 

„In der derzeitigen Wirtschaftskrise werden die Mechanismen noch dramatischer, die Armut hervorrufen und für starke soziale Ungleichheit sorgen.“ Darauf hat Papst Benedikt aufmerksam gemacht. Beim Angelusgebet an diesem sonnigen Sonntag in Rom meinte er: „Diese Mechanismen verletzen und beleidigen das menschliche Leben – sie treffen vor allem die Schwächsten und die, die sich am wenigsten verteidigen können. Diese Lage ruft nach einer ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, um das Elend und den Mangel zu überwinden.“ Man solle angesichts der derzeitigen Turbulenzen aber auch eines nicht vergessen, so Benedikt: „Ziel des Menschen ist nicht der Wohlstand, sondern Gott selbst! Die menschliche Existenz muss in jeder Phase verteidigt und gefördert werden. Keiner ist Herr seines eigenen Lebens: Wir alle sind gerufen, es zu schützen und zu respektieren, von seiner Empfängnis bis zu seinem natürlichen Ende!“

 

Auch das derzeitige Priesterjahr machte Benedikt vom Fenster seines Arbeitszimmers aus zum Thema: Er hoffe, dass viele junge Leute den Sprung wagen und Ja sagen zu ihrer Berufung in der Nachfolge Jesu. Auf deutsch meinte er:

 

„Das Evangelium dieses Sonntags lässt uns an der Begegnung Jesu mit den Fischern von Galiläa teilhaben: Petrus wirft auf Anweisung Jesu hin nochmals die Netze aus und macht einen überreichen Fischfang. Die Macht der Worte Jesu lässt ihn die Gegenwart Gottes erahnen. In der Nähe des Herrn erkennt er seine Kleinheit, er erfährt aber auch, dass er am Heilswerk Gottes mitwirken darf. Auch wir wollen immer neu aufbrechen aus unserer Beschaulichkeit und für Gottes Wirken in unserem Leben offen sein. Der Herr will mit uns und durch uns seine Liebe und seinen Segen allen Menschen schenken. Die Kraft des Heiligen Geistes begleite euch auf all euren Wegen“ (rv 7)

 

 

 

Missbrauch am Canisius. Erzbistum will sich Rat von außen holen

 

Das Berliner Erzbistum denkt über die Einrichtung einer ständigen Kommission zur Aufklärung sexuellen Missbrauchs nach. Ob auch externe Psychologen, Anwälte und Ärzte berufen werden, ist noch in der Diskussion. Von Claudia Keller und Katja Reimann

 

Stefan Dybowski, der 2003 eingesetzte Beauftragte des Erzbistums für dieses Thema, habe sich schon seit längerem Unterstützung für seine Arbeit durch eine solche ständige Kommission gewünscht, sagte eine Sprecherin des Erzbistums.

 

In dem Gremium soll dem Vernehmen nach auch eine Frau mitarbeiten. Ob auch externe Psychologen, Anwälte und Ärzte berufen werden, sei noch in der Diskussion. „Wünschenswert wäre es auf jeden Fall“, sagte die Sprecherin. In den Richtlinien der Bischofskonferenz zur Aufklärung von sexuellem Missbrauch durch Geistliche von 2002 wird den Bistümern geraten, einen Beauftragten oder eine Kommission einzusetzen. Andere Bistümer haben gleich ein Gremium damit beauftragt, das Berliner Erzbistum will dies nun offenbar nachholen.

 

Stefan Dybowski geht davon aus, dass noch weitere Fälle von Missbrauch ans Tageslicht kommen. Mittlerweile ist von mindestens 30 Opfern die Rede, die von Übergriffen durch Jesuitenpatres an Schulen in Berlin, Hamburg, Hildesheim, Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn sprechen. Die Organisation „Ärzte für die Dritte Welt“ will eine eigene Untersuchungskommission einsetzen. Sie soll untersuchen, ob der Gründer des Hilfswerks, der Jesuitenpater Bernhard Ehlen, der vor drei Tagen sexuellen Missbrauch in den 70er Jahren gestanden hat, auch während seiner späteren Tätigkeit Übergriffe begangen hat.

 

Unterdessen gehen die Meinungen von Juristen darüber auseinander, ob die angestrebten Schadensersatzklagen für Missbrauchsopfer durch zwei Berliner Anwälte Erfolg haben können. Es sei zu früh, diese Frage abschließend zu beantworten, sagte beispielsweise der Berliner Fachanwalt für Strafrecht, Axel Schirmack. Dafür müsse jeder einzelne Fall geprüft werden. Es sei „voreilig, ein ganzes Kolleg als Kollektiv in Haftung zu nehmen“, sagte Rechtsanwalt Schirmack, da es sich bei den beschuldigten Patres um Einzeltäter handle.

 

Der Berliner Anwalt Lukas Kawka, der offenbar ebenso wie Manuela Groll Berliner Missbrauchsopfer vertritt, hatte, wie berichtet, angekündigt, den Vatikan zu verklagen und eine Sammelklage gegen den Jesuitenorden in den USA einzureichen – falls US-Bürger unter den Opfern seien. Bislang gibt es dafür aber noch keinerlei Hinweise. Fraglich ist auch, ob es einem Anwalt erlaubt ist, gezielt auf Mandantensuche zu gehen. Michael Rosenthal vom Strafrechtsausschuss des Deutschen Anwaltsvereins sagte zu Kawkas US-Überlegungen: „Werbung ist erlaubt.“

 

Während sich die Anwälte der Berliner Opfer um eine Entschädigung für in der Vergangenheit geschehenes Leid bemühen, fordert die Katholische Elternschaft Deutschlands (KED) dazu auf, in die Zukunft zu blicken. Die Elternschaft sei „erschüttert über die bekannt gewordenen Missbrauchsfälle“, teilte die KED mit. Doch „jetzt ist nicht die Zeit für Klischeezuweisungen oder Verdrängungsverhalten“, sagte KED-Bundesvorsitzende Marie Theres Kastner.

 

Die Enthüllungen müssten zum Anlass genommen werden, diese und ähnliche Vorgänge kritisch zu analysieren und zu überlegen, „was sich in der katholischen Kirche ändern muss, damit solchen Auswüchsen künftig besser entgegengewirkt wird“. Die KED kündigte an, nun in einen Dialog mit katholischen Schulen, Eltern und Experten zu treten, „um Initiativen zur Aufarbeitung, Hilfe und Prävention auf den Weg zu bringen“.  Tsp 6

 

 

 

 

Missbrauch am Canisius-Kolleg. Schuld ist nicht „das System“

 

Der Ruf des Jesuitenordens leidet. Der der Kirche auch. Jede neue Missbrauchsmeldung tut weh. Erst recht wohl jenen, die unmittelbar betroffen waren und sind: den Opfern. Jetzt wird alles wieder aufgewühlt. Eine Alternative zur Aufklärung und zum Brechen des Wegseh- und Schweigekartells gibt es freilich nicht. Hier hat nicht zuletzt auch die Kirche noch viel zu lernen. Hinsehen. Erkennen. Handeln. Darum geht es.

Jeder Versuch der Verharmlosung vergrößert noch Leid, Schuld und Schmerz. Auch das Bemühen, auf eine falsche, prüde und letztlich schuldhafte Sexualmoral der Kirche abzulenken, wäre ein solcher Versuch - nach dem Motto: Das System ist schuld. Die Kirche ist kein „System“. Sie versteht sich als mit Jesus Christus verbundene Heilsgemeinschaft und besteht aus Einzelpersonen, die selbst verantwortlich sind vor Gott und den Menschen.

Nein, nicht das System ist schuld, sondern einzelne Menschen sind es. Diese haben sich vergangen, sind ihrer Verantwortung nicht gerecht geworden und haben schwer gesündigt. Und das wiegt besonders schwer, wenn es Seelsorger waren, die entgegen ihrem Auftrag Seelentötung betrieben. Dennoch: Es sind nicht „die“ Priester oder „die“ Kirche - so wenig wie der Zölibat oder die Homosexualität an sich -, wenn pädophile Triebe sich austoben. Pädophilie und Homosexualität sind nun einmal kein Spezifikum der katholischen Kirche. All diese pauschalen Schuldzuschreibungen sind zu simpel. Am wenigsten ist die Sexuallehre der Kirche verantwortlich.

Zur Erinnerung: Die Sexuallehre der Kirche hat den ganzen Menschen als Einheit von Körper, Geist und Seele im Blick. Hier geht es um Ehrfurcht und um die Erkenntnis, dass Gott den Menschen erschaffen hat als Mann und Frau, die einander ergänzen. Die Kirche betont daher zu Recht die Kostbarkeit eines geordneten Sexuallebens, in dem Freiheit und Verantwortung gelebt werden. Freilich: das ist nicht ganz einfach in einer herrschenden durchsexualisierten Diktatur des Relativismus. Aber genau dort fällt es oft schwer, einen Lebensentwurf wie den des treuen Zölibats überhaupt anders zu verstehen als rein lustorientiert. Wer die Ehelosigkeit um des Himmelreiches willen nur durch die Brille der Sexualität zu sehen vermag, versteht sie gar nicht. Auch eine Ehe zwischen Mann und Frau hat keinen Bestand, wenn sie ausschließlich auf sexuellem Lustgewinn aufgebaut ist. Das allein trägt nicht.

Wir beklagen das Ansteigen von Kinderpornographie, aber zugleich verlachen wir jene, die sich für einen verantwortungsvollen Umgang mit Sexualität einsetzen, als gestrig und verklemmt. Viel zu viele nehmen keinen Anstoß daran, wenn ein Vorzeige-Grüner und eine Ikone der neuen deutschen Freiheit berichtet, dass er als Erzieher im Kindergarten in den siebziger Jahren sich von den Kleinen lustvoll am geöffneten Hosenlatz hat streicheln lassen. Und kaum jemandem fällt auf, dass aus derselben politischen Ecke die Abschaffung des Pädophilie-Straftatbestandes betrieben wurde.

Wie nachhaltig ist eigentlich eine Empörung über Missbrauch, wenn man sich andererseits huldvoll verneigt vor jeder noch so absurden Verirrung im Namen angeblicher Freiheit? Wer ist eigentlich verklemmt in unserer Gesellschaft? Diejenigen, die jeder öffentlich und medial begleiteten Absurdität hinterherlaufen? Also jene, die sich mit Fleischeslust und allenthalben erlaubter Triebbefriedigung zu begnügen können glauben und in niederer Erotik die Kostbarkeit wirklich verantwortlich gelebter Sexualität zu ertränken suchen? Oder diejenigen, die sich an einer urkatholisch und eher barock geprägten, eigentlich sehr lebens-, leib- und lustfreundlichen Sexuallehre orientieren, die aber - o Schreck! - jede Freiheit an Verantwortung und Respekt koppelt? Die sogar von Ehrfurcht spricht? Was hilft mehr und bringt weiter: eine säkulare Sexualleere oder eine hoffentlich bald von verhängnisvoller Prüderie befreite Sexuallehre?

Ja, auch in der Kirche muss noch viel gelernt werden. Der unverkrampfte Umgang mit Sexualität und die ehrfurchtsvolle, aber angstfreie Rede über ein wertvolles und zerbrechliches Gut zum Beispiel. Aber außerhalb des jetzt so gern an den Pranger gestellten „Systems Kirche“ sind die Lernorte nicht weniger wichtig. Verstaubte Klischees werden einer Sexualmoral jedenfalls nicht gerecht, die anspruchsvoll ist und letztlich zutiefst human. Sie traut jedem Einzelnen mehr zu als willenloses Triebhandeln. Sie wird auch nicht falsch, wenn Jesuitenpatres ihre Verantwortung und die ihnen Anvertrauten missbrauchen. Die Schuld des Einzelnen ist keine Schuld der Ordnung von Freiheit und Verantwortung.

Der Autor ist Sprecher des Arbeitskreises Engagierter Katholiken (AEK) in der CDU und Vorsitzender der Bundesverbandes Lebensrecht (BVL). MArtin Lohmann war selbst Schüler des Jesuitengymnasiums Aloisiuskolleg in Bad Godesberg.

Martin Lohmann Faz 5

 

 

 

 

Benedikt: „Laienapostulat ist wichtiger Impuls“

 

Papst Benedikt XVI. hat gegenüber den schottischen Bischöfen die wichtige Rolle der Laien für die Kirche unterstrichen. Die Oberhirten statteten dem Papst im Rahmen ihres Ad-Limina-Besuchs an diesem Freitag einen Besuch ab. Bei der Audienz ging Benedikt einerseits auf die Verschiedenartigkeit von Priestern und Laien in der Kirche ein. Andererseits betonte er ihre Zusammengehörigkeit: Gerade im Jahr der Priester sei es wichtig, erneut über den Zusammenhang dieser beiden Aufgabenfelder nachzudenken. Der Papst:

 

„Zur rechten Anerkennung der Rolle des Priesters in der Kirche gehört ein Verständnis der Berufung der Laien. Die Tendenz, das Laienapostolat mit dem Laienamt zu verwechseln, hat manchmal zu einem zu selbstbezogenen Verständnis der kirchlichen Rolle der Laien geführt. Aber die Vision des Zweiten Vatikanischen Konzils war, dass wo immer Laien die in der Taufe empfangene Berufung leben – in Familie, zu Hause, in der Arbeit – sie aktiv am Leben der Kirche teilnehmen, um die Welt zu heiligen. Ein neuer Fokus auf das Laienapostolat wird die Rolle von Laien und Klerikern klären und einen wichtigen Impuls geben für unsere gemeinsame Aufgabe der Evangelisierung unserer Gesellschaft.“ (rv 5)

 

 

 

Kirche und Missbrauch. Und führe uns nicht in Versuchung

 

Homosexuelle sind längst aus ihren Darkrooms ausgebrochen - und die Gesellschaft will die Dunkelräume der Kirche nicht mehr dulden. Von Gustav Seibt

 

Warum kommen in jüngster Zeit überall auf der Welt, in Irland, in den Vereinigten Staaten, nun auch in den deutschsprachigen Ländern immer neue, dabei oft jahrelang zurückliegende Missbrauchshandlungen und Übergriffe katholischer Geistlicher an meist männlichen Schutzbefohlenen ans Tageslicht? Der Zölibat, die Verpflichtung zu Ehelosigkeit und sexueller Enthaltsamkeit, hat die katholischen Pfarrer, Mönche und Amtsträger in allen Jahrhunderten schweren Prüfungen ausgesetzt, denen viele nicht immer standzuhalten vermochten. Damit musste die Kirche in allen Jahrhunderten umgehen, und sie hat dies in immer neuen Formen getan.

In sogenannten "Verfallszeiten" beispielsweise vor den monastischen Reformbewegungen des 10. und 11. Jahrhunderts waren Priester-Konkubinate auf dem flachen Lande allgegenwärtig, bis dann ein strengerer Geist dagegen einschritt. Homosexualität in den monastischen Männer-Orden war ein Dauerthema der Kirchenaufsicht, bis zu den gespenstischen Vorgängen beim Verbot der Templer zu Beginn des 14. Jahrhunderts, bei dem widernatürliche Unzucht neben anderen schweren Vorwürfen eine Begründung bot, um den mächtigen, schwerreichen Ritterorden aufzulösen und zu enteignen.

 

Die volkssprachige Literatur des Hochmittelalters kennt ein eigenes satirisches Genre, den dialogischen Wettstreit zwischen Rittern und Priestern über die Frage, wer besser beim Liebesakt sei. Noch Boccaccios Novellistik zehrt davon. Dass die Stadt Rom in der Hochrenaissance der Ort Europas war, in dem ein sonst nirgendwo gekanntes Ausmaß öffentlich sichtbarer Prostitution, weiblicher wie männlicher, herrschte, ist gut dokumentiert und wurde allgemein als Folge der Anwesenheit Tausender zölibatärer Männer im Zentrum der Kirche verstanden.

Als diese Kirche jüngst auf Geheiß von Kardinal Ratzinger die Archive ihrer inneren Gerichtsbarkeit, der Inquisition, zu öffnen begann, kam - für Kenner kaum überraschend - heraus, dass ein großer Teil der Akten nicht Prozesse zur Unterdrückung von Ketzereien, Aberglauben oder aufklärerischer Wissenschaft dokumentierte, sondern mit sexuellen Übergriffen und Verfehlungen von Geistlichen zu tun hatte; diese musste die durch den Protestantismus in eine scharfe Sittlichkeitskonkurrenz geratene Kirche in der Barockzeit schärfer ahnden als früher. War doch Luthers Ablehnung der priesterlichen Ehelosigkeit nicht nur biblisch-theologisch begründet - die heiligen Schriften zeigten ihm keine Grundlage dafür -, sondern aus der ganz aktuellen Wahrnehmung einer moralischen Verwilderung im Umgang mit dem nicht lebbaren Gebot zum Triebverzicht. Dann lieber eine ordentliche Ehe im Pfarrhaus mit Kindern und Hausmusik.

Rechtsgeschichtlich ist bei Betrachtung dieser im Alltag durchaus grauen und unprickelnden Sittengeschichte zu beachten, dass die katholische Kirche über Jahrhunderte in allen europäischen Ländern eine eigene Gerichtsbarkeit besaß, die über innerkirchliche, dogmatische oder disziplinarische Angelegenheiten hinausging und auch das Strafrecht betraf. So übte sich die Kirche darin, Verfehlungen aller Art in ihrem Inneren zu untersuchen, zu verfolgen und abzuurteilen. In Zeiten oft barbarischer Folterjustiz und öffentlicher Zurschaustellung von Delinquenten war diese innerkirchliche Justiz im Durchschnitt weit berechenbarer und humaner als die weltlicher Obrigkeiten.

Unsere Verfehlungen richten wir selber

Und diese in Jahrhunderten eingeübte Haltung - unsere Verfehlungen richten und reparieren wir selber - hat sich auf dem heiklen Gebiet der Sexualität bis in die jüngste Zeit erhalten. Schließlich gibt es hier eine rechtliche Grauzone von Tatbeständen, die vor Zivilgerichten schon längst nicht mehr strafbar sind, auf dem Forum Internum der Kirche aber sehr wohl zu ahndende Verfehlungen darstellen, beispielsweise homosexuelle Handlungen unter Erwachsenen. Warum hätte die Kirche hier die Öffentlichkeit suchen sollen, zumal sie damit Delinquenten schützte, denen man wegen einzelner Ausrutscher nicht die ganze Existenz ruinieren wollte. Also griffen und greifen hier die geistlichen Strafmittel, einschließlich disziplinarischer Maßnahmen wie Versetzungen, Karrierestop und nur im schlimmsten Fall Ausschluss aus den kirchlichen Organisationen.

Dazu kommen besondere Verfolgungserfahrungen der katholischen Kirche in der modernen Welt. Wo immer es seit der Französischen Revolution darum ging, die Kirche auch moralisch anzugreifen, spielten der Zölibat und seine Folgen fürs Verhalten der Geistlichen eine zentrale Rolle. Der bürgerlichen, aber auch der totalitären oder massendemokratischen Sexualmoral war eine Organisation von überwiegend unverheirateten Männern tief verdächtig. So gehören ins Repertoire auch des aufgeklärten liberalen Antikatholizismus wilde Phantasien über sexuelle Verfehlungen, ganz ähnlich wie es bei heutigen Islamkritikern die Zwangsheiraten und Ehrenmorde sind. Die Nationalsozialisten setzten in den dreißiger Jahren eine Serie abstoßender Missbrauchsprozesse gegen Kleriker in Gang, die mit enormem Spektakel die katholische Kirche auf ihrem eigenen Gebiet, der Moral, diskreditieren sollten.

Ein doppeltes Problem

In den letzten Jahrzehnten hat sich nun die Umwelt für die Kirche in zwei Fragen entscheidend geändert: Homosexualität, vor allem die männliche, kam aus dem Untergrund heraus, sie wurde bürgerlich, auch rechtlich anerkannt; die Grenzen für den Missbrauch an Kindern dagegen wurden neu eingeschärft, ja verstärkt, teilweise mit lüsterner Skandalisierung in den Medien. Die zölibatäre, überwiegend männliche Organisation der katholischen Kirche, die in Seelsorge und Erziehung vielfach mit jugendlichen Schutzbefohlenen zu tun hat, bekam damit ein doppeltes Problem.

Ihre traditionelle theologische Ablehnung der Homosexualität - "objektiv ungeordnet" nannte sie Joseph Ratzinger als Kardinal, als "Defekt" versteht sie bis heute der Philosoph Robert Spaemann - verlor in einer liberalen Öffentlichkeit und Pädagogik an Zustimmung; gleichzeitig sind die Maßstäbe im Umgang mit Minderjährigen durch Erzieher eher verschärft worden, jedenfalls wird ihre Einhaltung argwöhnisch beobachtet - mit vollem Recht, wenn man die von einer modernen Psychiatrie gut dokumentierten verheerenden seelischen Folgen selbst "harmloser" Übergriffe auf Jugendliche bedenkt.

Beides führt dazu, dass der institutionelle, innere Dunkelraum, in dem die Kirche ihre sexualmoralischen Probleme ordnete, nicht mehr wie gewohnt funktionieren kann. Denn auch die bürgerliche "Diskretion" in Fragen der Homosexualität, also die traditionelle zivile Form des Grundsatzes "don't tell, don't ask", ist ja weitgehend verschwunden, ganz zu schweigen von strafrechtlichen Sanktionen. Also verliert auch der innerkatholische Mechanismus von Sünde, Beichte, Strafe und Vergebung auf diesem Feld an öffentlicher Legitimation.

Starke Anziehungskraft

Denn, das muss sich eine an solchen Fragen zuletzt wenig interessierte Öffentlichkeit vor Augen halten: Historisch gesehen, unter altständisch-patriarchalischen Verhältnissen, übte die zölibatäre Männerorganisation Kirche natürlich immer eine starke Anziehungskraft auf homosexuelle Männer aus, die den ihnen von der ganzen Gesellschaft abverlangten Triebverzicht hier zu sublimieren, ja zu heiligen vermochten. Die diesbezüglichen Sünden hat die Kirche ebenso wie heterosexuelle Fehltritte unter dem Rubrum der "Wollust" dann keineswegs überstreng sanktioniert. In ihrer Sündentaxonomie stehen Laster wie der "Hochmut" oder Verbrechen wie der Hostienraub an weit höherer Stelle.

Diese Struktur aus homophober Repression, Geheimniskrämerei und nicht selten Lässlichkeit bricht nun zusammen. Die Kirche kommt an in dem modernisierten System der Sexualmoral der liberalen Gesellschaft, ob sie will oder nicht. Dieses System ist einerseits weitherziger als früher, an anderen Stellen durch die Erkenntnisse von Psychologie und Pädagogik jedoch deutlich strenger geworden. Die Homosexuellen sind längst aus ihren Darkrooms herausgekommen; die Gesellschaft ist parallel dazu nicht mehr bereit, die Dunkelräume der Kirche zu dulden.  SZ 4

 

 

 

 

Pater Mennekes über den Missbrauch. "Trauen Sie keinem Pfarrer!"

 

Der Jesuit Friedhelm Mennekes spricht im FR-Interview über den Missbrauch im Orden, seine Schuldgefühle, sein Empfinden gegenüber dem Täter und den eigenen Kampf ums Zölibat.

 

Pater Mennekes, Sie kennen die Täter seit vielen Jahren. Was ist das für ein Gefühl?

 

Mit einem von ihnen, Wolfgang S., bin ich oft Langlaufen gewesen. Er wirkte auf mich hart, eher verschlossen. Lange nachdem er den Orden verlassen hatte, kam er vor drei Jahren mit seiner schwer behinderten Tochter zu mir in meine Kölner Pfarrei und bat mich, dass ich das Kind mit zur Erstkommunion führe. Das habe ich gemacht. Umso schwerer tue ich mich jetzt mit diesen Nachrichten umzugehen.

 

Sie hatten nie eine Ahnung, "da stimmt was nicht"?

 

Nein. Mir verschlug es völlig die Sprache. Aber trotzdem muss ich auch sagen: Respekt. Er hat sich seinen Verbrechen gestellt, ist aus dem Orden ausgetreten, hat eine Therapie gemacht. Wie man mit dem Wissen um so ein Verbrechen weiterleben kann, ist eine andere Frage. Ich musste schlucken, als ich ihn irgendwo wörtlich zitiert mit der Aussage las, er sei mit sich und seinem Gott im Reinen. Also, das kann ich mir nicht vorstellen.

 

"Respekt" - ist das die angemessene Kategorie?

 

Ich verliere grundsätzlich nicht den Respekt vor Menschen, auch wenn sie Furchtbares getan haben. Das gilt auch für diesen ehemaligen Mitbruder. Zugleich bin ich natürlich tief enttäuscht und fühle mich auch hintergangen. Und glauben Sie mir: als ein Pfarrer, der "noch mehr für Kinder als für Kunst getan hat", wie es mal jemand gesagt hat, machen mich die Vergehen an Kindern umso betroffener. Betroffenheit und Respekt schließen sich nicht aus.

 

Gibt es bei Ihnen und Ihren Mitbrüdern ein Schuldgefühl, das an Ihnen nagt: "Habe ich sorgfältig genug hingesehen? Hätte ich etwas bemerken müssen?"

 

Ja und nein. Die Mechanismen des Verdeckens sind offenbar sehr entwickelt. Auch die Fähigkeit zu radikal offenen Gesprächen in der Gemeinschaft des Ordens ist nicht übermäßig groß. Dafür braucht es ein sehr gutes Gespür für Nähe und Distanz. Und natürlich können Sie mit Verdachtsmomenten ja auch leicht danebenliegen.

 

Ihre Ordensoberen kannten die Vergehen und haben die Täter teilweise einfach nur versetzt.

 

Da hat der Orden keine glückliche Rolle gespielt. Also, im Moment ist es schwer, Jesuit zu sein. Ich hatte schon mit manchen Klöpsen zu tun, aber nie waren sie so dick und nie kamen sie so nah an mich heran. Andererseits finde ich das Verhalten der heute Verantwortlichen vorbildlich. Der Weg der schonungslosen Aufklärung, der klaren Rede ist alternativlos. Wer weiß, was noch alles herauskommt? Aber ich glaube, es gibt bei uns den Mut zu sagen: Okay, dann muss es jetzt raus!

 

Sie erwähnten Ihre Arbeit mit Kindern. Fällt darauf jetzt ein Schatten?

 

Wenn ich es mit neuen Eltern zu tun bekam, war einer meiner ersten Sätze: "Trauen Sie keinem Pfarrer! Schauen Sie genau zu, was ich mache! Ich möchte, dass bei unseren gemeinsamen Aktionen immer mindestens ein Elternteil präsent ist. Ich bin auch nicht Ihr Vorbild, zwingen Sie mich nicht in diese Rolle." Eine Pädagogik unter Aufsicht war mir immer sehr wichtig. Und die Kirche per se verdient keine größere Vertrauensseligkeit als andere Institutionen.

 

Sie pflanzen bewusst den Zweifel in das seelsorgerliche Verhältnis, das doch von Vertrauen und Offenheit geprägt sein sollte?

 

Man muss sich immer sehr klar sein, was man tut. Ich habe es mir zum Beispiel zur Regel gemacht, nie ein Kind in den Arm zu nehmen. Nun sind Kinder ja oft sehr spontan mit Berührungen und Zärtlichkeiten. Aber da muss man in einer guten Form auf Distanz bleiben, möglichst so, dass die Kinder es nicht als distanzierend empfinden. Anders geht es nicht.

 

Macht einen das nicht selbst höchst befangen?

 

Die Weitergabe des Glaubens hat mit Emotionalität und Atmosphäre zu tun. Das heißt, Sie müssen die eigene Emotionalität in die Beziehung geben. Aber Sie müssen das gleichzeitig sofort rationalisieren und sich distanzieren. Jeder Priester ist in der Gefahr, idealisiert zu werden – bis hinein ins Erotische. Der Pfarrer in seinen Gewändern, der vor den Leuten steht, ist ein Übertragungsobjekt...

 

... und durch den Zölibat obendrein mit einer besonderen Aura umgeben: der Ehelose als "heiliger Mann".

 

Das ist der unglaubliche Druck auf dieser Rolle. Genau dem muss man sich widersetzen und sagen: "Nichts da! Ich bin ganz normal – mit all meinen Fehlern, Launen und Überspanntheiten." Das ist kein Kneifen vor der eigenen Lebensform, aber ein Regulativ. Ich muss ja auch selbst mit dem ungeheuer großen Kostenfaktor zurechtkommen, den der Zölibat darstellt.

 

Kostenfaktor?

 

Der Verzicht auf Ehe und Familie ist doch – gerade in unserer Zeit – ein immens hoher Preis. Ich zum Beispiel habe es immer als besonders großen Verlust empfunden, keine eigenen Kinder zu haben. Zumal ich so viele Kinder um mich hatte und das "Wunder des Lebens" auf die Eltern habe ausstrahlen sehen.

 

Was ist der Gegenwert des Preises, den Sie zu zahlen haben?

 

In der Bibel finden Sie als Motiv für die Ehelosigkeit – nicht ausdrücklich, aber doch ableitbar – das "Dasein für andere". Zudem erfahre ich als Jesuit im Orden eine Gemeinschaft, eine Brüderlichkeit, die schön ist und trägt. Ich gebe allerdings zu: Mit rationalen Erklärungen kommt man bis zu einem bestimmten Punkt, aber nicht bis zum Ende des Phänomens Ehelosigkeit. Als religiöser Mensch lebe ich auf einem "Gottestrip". Sie können es Ergriffenheit oder Begeisterung für die Sache des Glaubens nennen.

 

Wer diesen Gottestrip zum Lebensinhalt machen möchte, der bekommt zu hören: Als Katholik kannst du das nur, wenn du zölibatär lebst.

 

Als junger Mensch in seiner Begeisterung schluckt man das sehr schnell - leider. Ich habe manchem jungen Theologen gesagt: "Weißt du, was Zölibat heißt? Ohne große persönliche Reifung wirst du das nicht schaffen!" Leider ist das System Kirche nicht ausreichend in der Lage, beides zusammenzubringen: eine reife erotische Persönlichkeit und ein reifes "Nein" zu gelebter Sexualität. Zumal das ja kein einmaliger Entschluss ist, "so, ich mache das jetzt". Sondern ein permanenter Kampf.

 

Kampf?!

 

Was denn sonst? Sie müssen Ihren Standpunkt, Ihren Lebensstil immer neu erringen. Und ich habe viele vorbildliche Priester gesehen, die irgendwann gesagt haben – nein, ich kann und will diesen Weg jetzt nicht mehr weitergehen, weil ich zum Beispiel in einer Partnerschaft leben möchte. Das ist eine schwere Entscheidung, die aber glücklich machen kann. Die Verbrechen, über die wir jetzt reden, zeigen eine andere, abgründige Seite des Kampfes.

 

Ist es das alles wert?

 

Das eigentlich Schlimme ist, dass der Kirche die Selbstreinigungskräfte fehlen. Diese ständige Tabuisierung der sexuellen Verfehlungen in der Kirche –ist doch schrecklich! Als Kirche stellen wir ganz offen einen Anspruch an uns, und wir müssen ebenso offen darüber reden, wenn wir diesem Anspruch nicht gerecht werden.

 

Was muss sich ändern?

 

Wir müssen weg von der antiquierten Vorstellung, das Leben, das Sexualleben zumal mit Verboten und Geboten richten zu können. Ich kriege das nicht zusammen, wenn ich in der Zeitung über diesen Missbrauchsskandal lesen muss, und ein paar Seiten weiter hetzt der Papst gegen die Gleichstellung homosexueller Lebensgemeinschaften. Diese Fixierung der obersten Hierarchie auf die Frage, wie Menschen ihre Sexualität leben, blockiert letztlich eine offenen und freien Umgang mit den Problemen, die wir in unseren eigenen Reihen genau damit haben. Und letztlich kommt es damit unfreiwillig zu einer unglaublichen Sexualisierung des Alltags, die einem freien, entspannten und wertschätzenden Umgang mit der Sexualität zuwiderläuft. Nicht zuletzt durch die rigide Beichtpraxis früherer Zeiten hat die Kirche ihre Legitimation verspielt, den Menschen in ihr Sexualleben hineinzureden.

 

Und der Zölibat?

 

Dass es mit dem Zölibat als Verpflichtung für alle Priester so nicht weitergehen kann, ist völlig klar. Eigentlich ist er nur noch in den Ordensgemeinschaften auf freiwilliger Basis möglich. Und in einem zweiten Schritt müssen wir über die Öffnung des Priesteramts für Frauen nachdenken. Sonst fährt das System vor die Wand. (Interview: Joachim Frank) FR 5

 

 

 

 

Missbrauch an Jesuitenschulen. Der Orden haftet mit

 

An den von Jesuiten getragenen Gymnasien in Berlin und in Sankt Blasien ist es vor 30 Jahren zu Missbrauchsfällen gekommen. Dass die Vorfälle jetzt die Öffentlichkeit erreichen, liegt auch daran, dass solche Straftaten juristisch zwar verjähren, seelisch aber nicht. Einer der Schüler hat Selbstmord begangen, die anderen tragen die Verletzungen mit sich. Die Heilung kann erst beginnen, wenn die Vorfälle klar benannt werden. Der Orden ist in der Pflicht, den Heilungsprozess zu unterstützen. Er ist aber auch deshalb in der Pflicht, weil nicht nur (ehemalige) Mitglieder des Ordens ihre pädagogische Rolle missbraucht haben, sondern weil Hinweise aus den Kreisen der Schüler nicht ernst genommen wurden. Das trifft für Sankt Blasien nicht zu, hier hat der Verantwortliche sofort gehandelt. Deshalb konzentriert sich die Aufmerksamkeit wohl auf Berlin.

 

Die Kirche und die Orden mussten lernen

2010 ist nicht mehr 1978. Damals stand noch im Parteiprogramm der Grünen in NRW die Forderung, sexuellen Verkehr mit Kindern aus dem Strafrecht herauszunehmen. Aber auch das gehört in die Vorgeschichte: Die Nationalsozialisten inszenierten Prozesse gegen Priester und Ordensleute, um das Ansehen der katholischen Kirche zu schädigen. Auch das ist aus der Geschichte zu lernen. Früher hatte die katholische Kirche für diese Fälle eine Instanz. Darauf hat der Historiker Gustav Seibt hingewiesen: Seit die Akten über die Inquisition zugänglich sind, weiß man, dass diese Institution zu einem guten Teil mit just den Problemen beschäftigt war, mit denen die katholische Kirche seit etwa zehn Jahren wieder neu umzugehen lernen muss.

 

Es war die Serie von öffentlich gemachten Missbrauchsfällen von Priestern in den USA, die zu einer institutionellen Absicherung geführt haben. Betroffene müssen sich nicht an das Bistum oder den Orden wenden, sondern es ist eine Person benannt, die nicht Mitglied des Ordens noch bei einem Bistum angestellt ist. Seit 2006 arbeitet die Rechtsanwältin Ursula Raue an den Fällen des Berliner Kollegs. Dass die Vorfälle jetzt in die Medien gelangten, liegt daran, dass Betroffene diesen Schritt gemacht haben. Sie müssen ja einverstanden sein, dass die Verletzungen ihrer Intimität vor der Öffentlichkeit ausgebreitet werden. Aber braucht es die Medien, die mit solchen Berichten eine größere Aufmerksamkeit erzielen können. Mancher vermutet hinter dem Medieninteresse nur böse Absichten. Und gehören solche Themen überhaupt in die Zeitung oder ins Fernsehen?

 

Öffentlichkeit

Die Öffentlichkeit, vor allem aber die Eltern, haben ein Interesse daran, dass Übergriffe auf Kinder geahndet werden. Müssen aber die betroffenen Institutionen, nicht nur die Jesuiten, ein Interesse daran haben, dass die schmerzliche Verhandlung über die Schuldigen im Schweinwerferlicht der Öffentlichkeit stattfindet? Ein Rückblick legt das nahe.

 

Es begann in den achtziger Jahren in den USA, als Missbrauchsfälle in amerikanischen Jugendeinrichtungen publik gemacht wurden. Erzieher hatten sich an den ihnen Anvertrauten vergangen. Als die Vorfälle in die Medien gelangten, wurde überhaupt erst über die Sache geredet. Vorher galt die Maxime, dass es „der fremde Onkel“ ist, der sich an Mädchen vergreift. Erst durch die Berichterstattung in den Medien wird allgemein bewusst, dass es fast immer den Kindern Nahestehende sind. Ohne die Berichterstattung in den Medien wäre die US-amerikanische Kirche nicht so entschieden an die Lösung des Problems gegangen. Dort müssen sich z.B. die Mitglieder eines Ordens unter Begleitung von externen Fachleuten mit der Problematik auseinandersetzen.

 

Jedoch hat die Medienberichterstattung auch eine Konsequenz, die sich auf die Institutionen auswirken wird. Sie wird zu sehr viel mehr Kontrolle und auch Misstrauen führen.

 

Wenn jeder Kontakt eines Priesters oder Lehrers mit einem Jugendlichen von seiner Umgebung kritisch verfolgt wird, dann verändert sich das Klima. In den USA ist das bereits zu beobachten. Man muss auch sehen, dass ein Orden nicht auf der Basis von Kontrolle funktionieren kann. Es muss Vertrauen und nicht Überwachung herrschen. Da Kindesmissbrauch sicher nicht nur in Einrichtungen des Jesuitenordens vorkommt, sollten alle ein Interesse daran haben, dass das Problem im Gespräch bleibt und eine Form gefunden wird, die nicht nur zu Verurteilung, sondern zu Heilung führt.

 

Der Umgang mit den Tätern

Wenn Erzieher, Lehrer, Priester die Nähe zu Kindern und Jugendlichen, die mit ihrer Aufgabe gegeben ist, missbrauchen, können die Umgebung und vor allem das Leitungspersonal nicht darüber hinwegsehen. Das ist in einer Gesellschaft, die sexuelle Freizügigkeit nicht nur propagiert, sondern lebt, nicht einfach. So sind in den USA die meisten Übergriffe in den siebziger und frühen achtziger Jahren geschehen. Es ist auch zu berücksichtigen, dass zu 90% Mädchen Opfer sexuellen Missbrauchs sind. 

 

Das Problem verschärft sich noch dadurch, dass sich nach bisherigen Erkenntnissen die sexuelle Orientierung nicht umprogrammieren lässt. Die Täter brauchen Begleitung. Bisher gibt es nur an der Charité in Berlin ein auf die Problematik spezialisiertes Institut. Es müsste mehr davon in Deutschland geben. Wenn die Bischöfe über sexuellen Missbrauch beraten, könnten sie auch zu der Schlussfolgerung kommen, dass die Kirche ein solches Institut braucht.

 

Es muss auch eine Antwort aus den Wurzeln des Christentums geben. Zu leicht lassen wir uns verführen, auf Menschen, die in sexuellen Dingen schuldig geworden sind, Steine zu werfen. „Wer ohne Schuld ist, der werfe den ersten Stein.“ Mit diesem Satz hat Jesus dieses Reaktionsmuster entkräftet. Tatsächlich ließen die Ankläger der jungen Frau die Steine fallen. Das Reaktionsmuster, das jetzt greift, urteilt aus einem Bewusstsein 30 Jahre nach den Vorfällen. Inzwischen ist in der Frage eine Sensibilität und auch Sprachfähigkeit gewachsen, die den damals Verantwortlichen nicht zur Verfügung stand. 

 

Der Zölibat

Wie immer, wenn es um Sexualität und Priester geht, folgt mit Notwendigkeit die Forderung nach Abschaffung des Zölibats. Nun gilt diese Verpflichtung für Ordensleute in einer anderen  Weise als für die Priester. Ordensleute haben sich auf die drei Gelübde Armut, Keuschheit und Gehorsam verpflichtet. Ein Orden aus Verheirateten, die unter einem Dach leben, gibt es allenfalls bei Sekten. In der christlichen Tradition von Ost und West funktioniert Ordensleben nur mit Unverheirateten. Aber in den Missbrauchsfällen würde die Abschaffung des Zölibats nicht helfen, denn die Betroffenen wollen und können vielleicht auch gar nicht in einer Ehe leben. Sie haben aber das Recht auf einen Platz in der Kirche, ein Recht, ihr Engagement einzubringen, ihr Leben nicht im Abseits zu fristen.

 Eckhard Bieger S.J. Redaktion kath.de

 

 

 

 

Bekenntnisschulen in NRW. Protestantin darf Schule nicht leiten

 

Karin Winklers* Berufsziel schien zum Greifen nah. Bislang hatte sie eine Grundschule immerhin kommissarisch geleitet. Jetzt, zum neuen Schulhalbjahr im Februar, war eine feste Stelle so gut wie sicher. Aber dann kam doch alles anders: Ihre Bewerbung wurde von der Bezirksregierung Detmold in Westfalen rundweg abgelehnt. Die Wunschschule ist katholisch, in staatlicher Trägerschaft. Pech für Winkler, dass sie evangelisch ist.

 

Mehr als ein Drittel von insgesamt knapp 3200 staatlichen Grundschulen in Nordrhein-Westfalen sind konfessionell gebunden - hundert davon evangelisch, der Rest vor allem katholisch. Im Schulgesetz des Landes heißt es trocken: "Lehrerinnen und Lehrer an einer Bekenntnisschule müssen dem betreffenden Bekenntnis angehören."

 

Im Klartext heißt das: Lehrer, die einer anderen Konfession angehören, finden sich an solchen Schulen deutlich weniger; wie viele eingestellt werden, soll sich an der Zahl von Schülern ausrichten, die der konfessionellen Minderheit angehören. "Für den Leiter, der die Schule nicht zuletzt auch nach außen vertritt, bleibt die Konfessionsbindung allerdings maßgebend", erklärt Hanna Ossowski, Personalchefin beim Detmolder Regierungspräsidenten.

Der Schulrechtsexperte im Düsseldorfer Ministerium, Werner van den Hövel, spricht gar vom Glaubensbekenntnis als "Aspekt der Eignung für das öffentliche Amt." Der im Falle Winkler zuständige Schulrat wiederum drückt sich so aus: "Ein katholischer Bewerber mit Zweier-Prädikat hat Vorrang vor einem evangelischen Einser."

 

Das aber ruft auch Kritiker auf den Plan. Norbert Müller etwa, stellvertretender Landesvorsitzende der Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (GEW) etwa findet: "Die Bekenntnisschule steht im Widerspruch zur parteienübergreifend unstrittigen Integrationsaufgabe der Schule. Die gilt gleichermaßen für Lernende wie Lehrende."

 

An der Rechtslage aber ändert das nichts. So haben beispielsweise im Kreis Höxter, wo Winkler lehrt, karrierebewusste Bewerber mit der falschen oder keiner Religion auf der Steuerkarte praktisch kaum Aussichten auf eine Stelle als Schulleiter: Die meisten Grundschulen (20) sind hier katholisch, evangelisch ist keine. Nur zwölf sind konfessionell ungebunden.

 

Zwar verbietet das Allgemeine Gleichbehandlungsgesetz (AGG) eine Diskriminierung aus religiösen Gründen. Aber: In Ausnahmefällen kann eine Ungleichbehandlung "im Hinblick auf das Selbstbestimmungsrecht der Religionsgemeinschaften unter Beachtung des jeweiligen Selbstverständnisses gerechtfertigt" sein (§ 20 Absatz 1 Nr. 4).

 

Der Fachanwalt Frank Jansen erläutert: Wollte man der Religionsfreiheit eines Einzelnen, etwa einer möglichen Schulleiterin, gegenüber der Gruppe immer den Vorrang geben, wäre ein Betrieb von konfessionell geprägten Einrichtungen praktisch unmöglich. Konfessionsschulen sind aber in der nordrhein-westfälischen Landesverfassung von 1950 garantiert.

 

Zwar können Eltern von sich aus durchsetzen, dass eine Grundschule zur Gemeinschaftsschule wird. Zugleich gilt aber auch eine Sperrminorität; ein Drittel der Stimmberechtigten kann den Erfolg der Umwidmung verhindern. Die Situation ist durchaus absurd: Denn in NRW fehlen derzeit knapp 300 Grundschulrektoren; annähernd jede zehnte Stelle ist unbesetzt.

 

Lehrerin Winkler will derweil nicht länger auf eine Leitungsaufgabe warten. Sie schaut sich schon mal im hessischen Nachbarkreis um: Staatliche Bekenntnisschulen gibt es hier nicht. * Name geändert   HERMANN HORSTKOTTE FR 6

 

 

 

 

Missbrauch in katholischer Kirche Täterkreis wird größer

 

Nach Medienberichten sind in den vergangenen 15 Jahren fast 100 Kirchenmitarbeiter unter Missbrauchsverdacht geraten. Belangt werden konnten die wenigsten.

Die Mauer des Schweigens bröckelt und mit der Opferzahl wird auch der Kreis mutmaßlicher Täter immer größer. Neue Informationen zum Missbrauch innerhalb der katholischen Kirche dürften nun denjenigen weitere Argumente liefern, die die katholische Kirche bereits unter den Generalverdacht stellen, sexuellem Missbrauch an Kindern Vorschub zu leisten.

Fast 100 Mitarbeiter der katholischen Kirche sind einem Bericht des Nachrichtenmagazins Spiegel zufolge in den vergangenen 15 Jahren unter Missbrauchsverdacht geraten. Seit 1995 sollen mindestens 94 Kleriker und Laien unter Missbrauchsverdacht geraten sein - dies habe eine Umfrage unter allen 27 deutschen Bistümern ergeben.

Aktuell mindestens zehn Kirchendiener unter Verdacht

30 der Beschuldigten seien in der Vergangenheit juristisch belangt und verurteilt worden. Jedoch seien viele Fälle beim Bekanntwerden bereits juristisch verjährt gewesen, so das Magazin weiter. Aktuell stehen den Angaben zufolge mindestens zehn Kirchendiener unter Missbrauchsverdacht.

 

Von den 27 vom Spiegel angefragten Bistümern hätten 24 geantwortet, meldet das Magazin. Die Bistümer Limburg, Regensburg und Dresden-Meißen verweigerten eine Auskunft zu Missbrauchsfällen mit der Begründung man wolle "die aktuelle Diskussion nicht noch befeuern".

Die Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg hatten den Stein ins Rollen gebracht. Nach und nach wurde bekannt, dass es vor allem in den siebziger und achtziger Jahren deutschlandweit auch an weiteren Schulen des Jesuitenordens zu sexuellen Übergriffen von Patres auf Schüler gekommen ist.

Der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, sagte: "Die Enthüllungen zeigen ein dunkles Gesicht der Kirche, das mich erschreckt. Wir wollen das Thema offen angehen."

Kritische Katholiken-Gruppen fordern mittlerweile bereits eine Korrektur der bischöflichen Leitlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch in der Kirche. So regt Bernd Göhrig, Geschäftsführer der "Kirche von unten", die Einführung unabhängiger Ombudsstellen an.

Der Berliner Schulsenator Jürgen Zöllner (SPD) zweifelt jedoch an der Effektivität übergeordneter Missbrauchsinstanzen: "Dieser Bereich ist so sensibel, dass er nicht durch Formalien oder die Einsetzung eines Beauftragten regelbar ist", sagte Zöllner dem Tagesspiegel. Er neige eher zur Einsetzung von Ansprechpartner an den einzelnen Schulen, "weil das persönliche Vertrauensverhältnis in diesem Kontext eine nicht zu unterschätzende Rolle spielt".  dpa 6

 

 

 

Interview mit Pater Hans Langendörfer. "Den dunklen Seiten der Kirche stellen"

 

Der Jurist und Moraltheologe Hans Langendörfer berichtet in der FR, warum er als Jesuit seinen Orden nicht wiedererkennt und Änderungen der Priesterausbildung für nötig hält. Hans Langendörfer, 58, ist seit 1996 Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz. Er ist Jesuit und hat im Fach Moraltheologie promoviert

 

Pater Langendörfer, Sie sind selbst Jesuit - wie die Täter im Missbrauchs-Skandal...

 

... ich erlebe ein Gesicht meines Ordens, das es für mich bislang nicht gab und das mich sehr erschreckt.

 

Was empfinden Sie als besonders schlimm?

 

Die Tragödie, die eine solche Zerstörung des Lebensglücks von Kindern und Jugendlichen bedeutet.

 

Verbunden mit einer innerkirchlichen Schweigespirale oder der Tendenz der Vertuschung aus Angst vor Skandalisierung?

 

Ganz offensichtlich gibt es Schweigespiralen und Angst vor Skandalen - aber nicht nur in der Kirche, sondern in der ganzen Gesellschaft. An ihnen sind sehr, sehr viele Menschen und gesellschaftliche Strömungen beteiligt, nicht nur einzelne Täter oder ihre kirchlichen Oberen. Lange wurde ja in der Gesellschaft die Tragweite pädophiler Neigungen völlig falsch eingeschätzt. Wir haben dazugelernt und wollen Aufklärung, um helfen zu können.

 

Welche Konsequenzen sind aus dem Skandal zu ziehen?

 

Wir müssen diese Konsequenzen gemeinsam überlegen, auch in der Bischofskonferenz. Wir müssen ja erst klären und verarbeiten, was vorgefallen ist. Und uns fragen, ob die Leitlinien der Bischöfe von 2002 zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch durch Geistliche bereits optimal umgesetzt werden. Vielleicht muss die Prävention trotz aller Fortschritte noch besser werden. Das könnte auch die Priesterausbildung und die Fortbildung von Lehrern und Erziehern betreffen. Allerdings sind jetzt angstgeprägte oder von Ressentiments geleitete Überreaktionen gewiss nicht hilfreich.

 

Reichen die geltenden Richtlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch hin?

 

Bislang kenne ich noch keinen Vorschlag zur Weiterentwicklung unserer Richtlinien wegen fundamentaler Mängel.

 

Bedarf es zusätzlicher Maßnahmen?

 

Von Maßnahmen will ich weniger sprechen. Es scheint mir vordringlich, dass wir uns den dunklen Seiten der Kirche stellen und uns dennoch nicht davon abbringen lassen, uns über ihre guten Seiten zu freuen.

 

In vielen Diözesen sind die Ombudsstellen für Missbrauchsopfer mit Priestern oder gar früheren und jetzigen Ausbildern besetzt. Muss das nicht geändert werden?

 

Gegenwärtig glaube ich, dass letztlich die persönliche Eignung den Ausschlag geben sollte. Auf jeden Fall brauchen wir ein Maximum an Verantwortungsbewusstsein aller, die als Ansprechpartner tätig sind.

 

Liegt womöglich ein Strukturfehler im kirchlichen System der Priesterausbildung in Seminaren und der Verpflichtung zum Zölibat?

 

Richtig ist, dass wir den Zölibat der Priester von seinem Glaubensbezug her verstehen und praktizieren müssen. Er ist kein Instrument zur Vermehrung der Arbeitskraft oder zur Steuerung der eigenen Sexualität. In diese Richtung wird in den Priesterseminarien gearbeitet.

 

Aber offensichtlich nicht mit dem wünschenswerten Erfolg.

 

Wo Studenten und Priester noch nicht ausreichend unterstützt werden, in ihre sittliche Weiterentwicklung auch die Sexualität einzubeziehen, müssen wir nach Verbesserungen suchen. In der Fortbildung der Geistlichen ist es wichtig, einen offenen Erfahrungsaustausch über schwierige Situationen möglich zu machen.

 

Für Missbrauchsfälle gilt weiter das Erklärungsmuster "schlimme Einzelvorkommnisse"?

 

Natürlich stehen wir immer in der Pflicht der Selbstprüfung. Wir dürfen uns nicht an ihr vorbeimogeln. Ich wehre mich aber gegen manche Stimmen dieser Tage, die ohne weiteres Nachdenken die katholische Moral und den Zölibat der Priester zu Schuldigen am sexuellen Missbrauch durch Geistliche stempeln wollen. Unsere Moral verlangt die unbedingte Achtung des anderen, seiner Würde und Integrität. Der Zölibat schafft keine Missbrauchstäter. Wir sind es den Opfern und den vielen untadeligen Seelsorgern schuldig, gründlich hinzuschauen, statt eilfertige Thesen aufzustellen.

 

Wie kann eine Wiedergutmachung für die Opfer aussehen?

 

Wiedergutmachung beginnt mit der Möglichkeit des Opfers, sich aus der tiefen Einsamkeit ungewollten Schweigens über sein Leiden zu befreien. Deshalb sind der Kontakt und das Gespräch mit den Opfern so wichtig. Wiedergutmachung beginnt auch mit der Bitte um Entschuldigung in der Hoffnung, dass sie irgendwann einmal angenommen wird. Menschliche, therapeutische und seelsorgliche Hilfen sind konkrete Zeichen der Wiedergutmachung. Was möglich und nötig ist, muss in jedem Einzelfall geklärt werden. Interview: Joachim Frank FR 6

 

 

 

 

 

Wissenschaftsrat: Theologie an deutschen Hochschulen zu „defensiv“

 

Also lautet der Beschluss, dass der Mensch was lernen muss. Das wusste schon Wilhelm Busch. Wie das geschehen soll, dazu berät der deutsche Wissenschaftsrat die Bundesregierung und die Regierungen der Länder. Und dieser Wissenschaftsrat fällt nun kein sehr positives Urteil über den Zustand der deutschen akademischen Theologie. Die Haltung der Theologie - der katholischen wie der evangelischen - sei zu defensiv. Das sagt der Vorsitzende des Wissenschaftsrates, Peter Strohschneider, im Gespräch mit Radio Vatikan. Der Wissenschaftsrat fordert die Theologie deshalb dazu auf, offener für Kooperationen mit anderen Disziplinen zu sein. Strohschneider:

 

„Es geht vor allem darum: Zu beschreiben, dass sich die evangelischen und katholischen Theologien an den staatlichen Hochschulen nicht hinter ihrer starken rechtsstaatlichen Position, die ihnen in der Bundesrepublik verfassungsgemäß zukommt, verstecken sollen! Vielmehr sollen sie sich an den Hochschulen intensiv in das Gespräch mit anderen Geisteswissenschaften und normativen Wissenschaften bringen. Sie sollen sich mit den anderen wissenschaftlichen Disziplinen überhaupt besser vernetzen, wie man im wissenschaftlichen Diskurs sagt.“ (rv 5)

 

 

 

Deutschland: Der Fehlstart der Bundesregierung

 

Als „katastrophalen Fehlstart“ bewertet die katholische Arbeitnehmerbewegung die ersten 100 Amtstage der neuen Bundesregierung. In einem Interview mit dem Domradio Köln erklärte der Bundesvorsitzende der KAB, Georg Hupfauer, die Gründe für dieses harsche Urteil:

 

„Weil wir seit Wochen erleben, dass die, die den Vertrag unterschrieben haben, darum streiten, was sie da eigentlich unterschrieben haben. Man kann nicht klar erkennen, was die Aussagen sind, die man politisch umsetzen will. Und damit kann man nicht von einem Start in eine neue Regierungszeit sprechen, sondern nur von einer Katastrophe.“

 

Ein weiterer Grund für die politische Stagnation sei das „Starren“ auf die Landtagswahlen in Nordrhein-Westfalen, die die Koalition „erstarren“ ließen. Noch gravierender sei aber, dass der größere Koalitionspartner, die Union, sich nicht zu dem bekennen wolle, worunter sie angetreten sei.

 

„Ich glaube nicht, dass man ein System umbauen kann, indem man – etwa wie bei einem Hausumbau – nicht die tragenden Säulen herausnimmt. Die Kanzlerin sollte sich zu den tragenden Säulen des Sozialstaates bekennen und damit auch den ganzen Spielchen des Koalitionspartners FDP ein Ende bereiten. Und wenn ein Minister schon jetzt meint, darauf seinen Kopf verwetten zu müssen, dass er uns ein anderes System beschert, dann sollte er eigentlich jetzt schon gehen.“ (domradio 5)

 

 

 

 

Bistümer melden Dutzende Verdachtsfälle auf Kindesmissbrauch

 

Katholische Kleriker: "Die aktuelle Diskussion nicht noch befeuern"

Die Zahlen sind ungeheuerlich - und sie erschüttern die katholische Kirche in Deutschland: Nach SPIEGEL-Informationen gab es in den vergangenen Jahren in deutschen Bistümern über 90 Verdachtsfälle auf Kindesmissbrauch. Kirchenvertreter reagieren entsetzt.

Hamburg/Berlin - Die Zahl möglicher Missbrauchsfälle in der deutschen katholischen Kirche ist größer als bislang angenommen: Eine Umfrage des SPIEGEL bei allen 27 deutschen Bistümern ergab, dass seit 1995 mindestens 94 Kleriker und Laien unter Missbrauchsverdacht geraten sind. 30 von ihnen wurden in der Vergangenheit juristisch belangt und verurteilt.

Viele Fälle waren zum Zeitpunkt ihres Bekanntwerdens jedoch bereits verjährt. Derzeit stehen den Angaben zufolge mindestens zehn Kirchendiener unter Missbrauchsverdacht.

Von den 27 Bistümern, die der SPIEGEL am vorigen Dienstag angefragt hatte, antworteten 24. Nur die Bistümer Limburg, Regensburg und Dresden-Meißen verweigerten eine Auskunft zu Missbrauchsfällen. Man wolle "die aktuelle Diskussion nicht noch befeuern", erklärte etwa der Sprecher des Bistums Dresden-Meißen. Der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, sagte indes: "Die Enthüllungen zeigen ein dunkles Gesicht der Kirche, das mich erschreckt. Wir wollen das Thema offen angehen."

Kritische Katholiken fordern Konsequenzen

Kritische Katholiken-Gruppen fordern nun eine Korrektur der bischöflichen Leitlinien, die den Umgang mit sexuellem Missbrauch in der Kirche regeln. So regt Bernd Göhrig, Geschäftsführer der "Kirche von unten", die Einführung unabhängiger Ombudsstellen an. Bei der am 22. Februar beginnenden Tagung der Deutschen Bischofskonferenz wollen sich die Oberhäupter der katholischen Bistümer mit dem kirchenweiten Missbrauchsskandal, der in der vorigen Woche durch die Ereignisse an der Berliner Jesuitenschule Canisius-Kolleg Auftrieb bekam, auseinandersetzen.

In Fall Canisius sehen Experten kaum Chancen für Entschädigungen. Wie bei der strafrechtlichen seien auch bei der zivilrechtlichen Aufarbeitung Verjährungsfristen zu berücksichtigen, gaben sie am Freitag zu bedenken. Zugleich meldeten sich weitere Opfer. Inzwischen sind Fälle von allen drei deutschen Jesuiten-Gymnasien - dem Berliner Casinius-Kolleg, dem Kolleg St. Blasien im Schwarzwald und dem Bonner Aloisiuskolleg - bekannt.

Erste Missbrauchsfälle aus den siebziger und achtziger Jahren waren am 28. Januar in Berlin öffentlich geworden. Dann kamen weitere Taten von drei Jesuiten-Patern in Hamburg, Hildesheim, Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn ans Licht. Die Zahl der Opfer liegt bei mindestens 30.

Nach Einschätzung der Berliner Staatsanwaltschaft sind die meisten bisher bekannten Fälle strafrechtlich verjährt. Die Vorermittlungen zu den Taten liefen zwar noch bis nächste Woche, sagte ein Justizsprecher, aber die Verjährungsfrist für diese Form sexuellen Missbrauchs betrage zehn Jahre ab dem 18. Geburtstag des Opfers und sei abgelaufen.  dpa 6