Notiziario religioso  5-7  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La decapitazione del Battista  1

2.       Sabato 6. Il commento al Vangelo. “Come pecore senza pastore”  1

3.       Domenica 7. Il commento al Vangelo. La pesca miracolosa  1

4.       Domenica 7. V del tempo ordinario. Portiamo un grande tesoro in vasi di creta  2

5.       Papa Benedetto XVI: "Nella Chiesa c'è chi cerca solo potere"  4

6.       Tra la nostra gente. In Italia 2.200 preti da tutto il mondo  4

7.       Quaresima 2010. La giustizia più grande. Il messaggio di Benedetto XVI 5

8.       Insieme è possibile. Il contributo delle religioni al processo di pace  5

9.       Il Cavaliere, il Vaticano e la congiura contro Boffo  5

10.   Il disarmo nell'ottica della Chiesa  6

11.   Il veleno dei cardinali. Il caso Boffo scuote la Chiesa  8

12.   Cei: no a pregiudizi e discriminazioni verso gli stranieri 9

13.   Caso Boffo, sdegno della Cei. "Menzogne contro il Vaticano"  9

14.   Il dialogo interreligioso  10

15.   Dal 15 al 20 febbraio, l'ostensione del corpo di sant'Antonio  11

 

 

1.       Papst-Botschaft zur Fastenzeit: Den Trug der Selbstgenügsamkeit aufgeben  11

2.       Protestantinnen im Gespräch . Merkel, Käßmann und das Nicht-Thema Afghanistan  12

3.       Zurechtweisungen. Von Bischof Heinz Josef Algermissen  12

4.       „Tag des geweihten Lebens“ mit Weihbischof Werner Guballa in Mainz-Liebfrauen  13

5.       Vatikan: Es gab keine Intrige gegen Dino Boffo  13

6.       Festakt zum 100-jährigen Bestehen des epd  13

7.       Missbrauchs-Fälle an Jesuitenschulen: „Aufklären, aber Rechte der Opfer achten“  14

8.       Vatikan: Papst ermutigt dazu, sich Gott zu weihen  14

9.       Deutschland: „Islamische Religionslehrer hier ausbilden!“  14

10.   Islam. Zivilisation des Glaubens  14

11.   Sic non tacuisses: Pius und der Jesuit 15

12.   Der Skandal am Canisius-Kolleg ist keine Folge von Sexuallehre und Zölibat 15

13.   Missbrauch an Jesuitenschulen. Bistum gibt Fehler im Umgang mit Pater zu  16

14.   Missbrauch in Deutschland: „Professionelle Prävention“  16

15.   Vatikan kennt Fall Canisius nur aus Medien Mertes: Missbrauch passiert auch woanders  17

16.   Senegal: Afrikasynode trägt erste Früchte  17

17.   Gleichstellung in Großbritannien. Empörung wegen Kritik des Papstes  17

18.   Homophobie in der Kirche. Der katholische Eisberg  17

19.   Canisius-Kolleg. Vatikan: Verantwortung liegt bei deutschen Jesuiten  18

20.   Irland: „Für katholische Schulen von hoher Qualität“  18

21.   Jesuiten. Gefürchtete Elitetruppe des Papstes  19

 

 

 

 

 

Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La decapitazione del Battista

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 6,14-29) commentato da P. Lino Pedron 

 

14 Il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». 15 Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». 16 Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».

17 Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. 18 Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». 19 Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, 20 perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.

21 Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. 22 Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23 E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». 24 La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25 Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». 26 Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. 27 Subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa. 28 La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. 29 I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

I discepoli sono partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono d’intermezzo: l’opinione di Erode su Gesù e l’assassinio di Giovanni Battista. Questo episodio, collocato tra l’invio in missione dei discepoli e il loro ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore dell’opposizione e del martirio riservati a Gesù e ai suoi discepoli.

Questo brano del vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista. Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità giudaiche 18, 119: "Erode, temendo che egli con la sua grande influenza potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando in effetti disposti a fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che era meglio toglierlo di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per causa sua, anziché rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero, inviato nella fortezza di Macheronte e qui decapitato".

Quando i profeti mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, sono tolti di mezzo senza scrupoli. La testa di Giovanni Battista su un vassoio, nel pieno svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata" insolita. A pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante decapitazioni durante pranzi, cene…!

Questo brano, posto dopo l’invio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario, del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".

La morte di Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno inviati. Ciò può sembrare poco confortante, ma l’uomo deve comunque morire. La differenza della morte per cause naturali e martirio sta nel fatto che la prima è la fine, il secondo è il fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte, l’amore che sta a principio della vita.

Il banchetto di Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una nascita festeggiata con una morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato come dono della vita.

Gli ingredienti del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto d’onore, lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino alla nausea, di queste vivande velenose.

Il banchetto di Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dell’amore che si dona e germina in condivisione e fraternità. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 6. Il commento al Vangelo. “Come pecore senza pastore”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 6,30-34) commentato da P. Lino Pedron 

 

30 Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.

 

33 Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Gesù non si fida dell’entusiasmo: sa che svanisce di fronte alle prime difficoltà (cfr Mc 4,16-17) e che non è segno di fede. E’ la situazione che viene descritta in questo brano. I discepoli sono presi dall’entusiasmo e raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato.

Il risultato della loro missione è lì sotto gli occhi di tutti, in quella gente che va e viene e non lascia più loro neppure il tempo per mangiare. Risultato strepitoso. Quella gente li fa sentire veramente "pescatori di uomini" (cfr Mc 1,7) realizzati.

Questo racconto mira a rispecchiare già la futura immagine dell’attività missionaria della Chiesa: fare e insegnare come Gesù.

Dopo le guarigioni descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando, poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).

Gesù non sfrutta mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell’entusiasmo viscerale: ci vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la novità di Dio in un’umanità così malandata.

In questo brano, l’entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’" (v. 31) acquista il suo giusto valore. Gesù li vuole sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L’entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i discepoli.

L’insegnamento è chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci travolgere dall’entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del limite e dà i fumi alla testa. L’antidoto è la solitudine e la preghiera.

Gesù ha pietà della folla perché è disorganizzata. Non c’è nessuno che si occupi di essa ed è abbandonata a se stessa: non forma un popolo, ma un’accozzaglia di gente. La pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si trova con la folla si può stare certi che non perderà l’occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà, con maggiore forza, questo comportamento costante di Gesù: "La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito fare" (10,1).

Il legame che Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale. Siamo davanti a un gregge senza pastore: solo la parola di Gesù può radunare e riunire gli smarriti e i dispersi. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 7. Il commento al Vangelo. La pesca miracolosa

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 5,1-11) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Sullo sfondo dell’attività di Cristo appaiono Pietro e i suoi colleghi. Essi sono i collaboratori di un fatto prodigioso, ma rimangono pur sempre le povere persone che erano in precedenza. Pietro lo confessa a nome proprio e dei colleghi dichiarandosi peccatore. Davanti alla verità di Dio, Pietro scopre la propria verità e si sente indegno. Non c’è rivelazione di Dio senza coscienza del proprio peccato. Possiamo conoscere l’infinita grandezza di Dio solo contemporaneamente alla scoperta della nostra bassezza.

L’efficacia della pesca miracolosa non è dovuta alla loro abilità, ma al comando impartito da Gesù. Tutto il loro merito è di aver creduto alla sua parola. L’inutilità della fatica notturna indica la vanità di tutti gli sforzi umani fatti di propria iniziativa per instaurare il regno di Dio. Solo nell’obbedienza alla parola del Signore si può ottenere ciò che è impossibile alle forze umane. La fede non ha altro appoggio che la parola di Dio. Proprio per questa fede Gesù cambia il nome di Simone in Pietro e gli un incarico nuovo:" D’ora in poi sarai pescatore di uomini" (v. 10). Pietro riceve la sua missione proprio mentre si riconosce peccatore. Ciò vuol dire che essa non decadrà neanche per il suo peccato di infedeltà, perché si fonda sulla fedeltà di Dio. Simone diventerà Pietro e riceverà l’incarico di confermare nella fede i suoi fratelli proprio quando avrà consumato fino in fondo la propria esperienza di debolezza, di infedeltà, di peccato (Lc 22,31-34). Non sarà quindi "pietra" per le sue qualità, ma per la fedeltà di Dio.

Questi pescatori, che hanno creduto nella parola di Cristo, lasciano subito barche e reti e si mettono a seguire Gesù. Egli li manda a liberare gli uomini dal potere della morte e a trasferirli nel regno della vita, nel regno di Dio. L’azione missionaria di Gesù passerà a dei poveri, sprovveduti pescatori di Galilea, i quali lasciano il loro mestiere e si avventurano sui mari tempestosi del tempo per salvare dalla morte eterna tutti i popoli della terra. Ma per essere veri discepoli di Gesù bisogna lasciare tutto, incominciando a lasciare se stessi per diventare proprietà esclusiva di Cristo.

De.it.press

 

 

Domenica 7. V del tempo ordinario. Portiamo un grande tesoro in vasi di creta

 

Oggi le letture presentano alcuni personaggi che sono stati chiamati a svolgere la missione di annunciatori della parola di Dio. Hanno tutti la stessa reazione: si sentono indegni, incapaci, inadeguati.

Isaia dichiara di essere un uomo dalle labbra impure. Pietro chiede a Gesù di allontanarsi da lui perché sa di essere un peccatore. Paolo afferma che il Risorto si è manifestato anche a lui, ma “come a un aborto”, cioè, come a un essere imperfetto, uno nato in modo anormale.

La lista delle dichiarazioni di indegnità potrebbe continuare con le obiezioni di Geremia: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane” (Ger 1,6) e di Mosè: “Mio Signore, io non sono un buon parlatore, sono impacciato di bocca e di lingua” (Es 4,10).

Vocazioni all’annuncio della parola di Dio oggi sono quelle del diacono permanente, del catechista, dell’animatore dei centri di ascolto.

C’è anche – è vero – chi, dimentico dei propri limiti, si sente fin troppo sicuro di sé. Ma i più, consci delle loro miserie, si schermiscono, dicono di non essere all’altezza del compito che viene loro richiesto.

La mancanza di preparazione non è un buon motivo per tirarsi indietro. Possono supplire lo studio, la sistematica partecipazione a corsi biblici e pastorali, l’allestimento di una piccola biblioteca teologica. La percezione invece della propria inadeguatezza spirituale va superata tenendo presente l’opera di Dio: egli purifica i suoi profeti e i suoi apostoli e li abilita ad annunciare il suo messaggio.

 

Prima Lettura (Is 6,1-8)

 

 1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l’uno all’altro:

 “Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti.

 Tutta la terra è piena della sua gloria”.

 4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. 5 E dissi:

 “Ohimè! Io sono perduto,

 perché un uomo dalle labbra impure io sono

 e in mezzo a un popolo

 dalle labbra impure io abito;

 eppure i miei occhi hanno visto

 il re, il Signore degli eserciti”.

 6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7 Egli mi toccò la bocca e mi disse:

 “Ecco, questo ha toccato le tue labbra,

 perciò è scomparsa la tua iniquità

 e il tuo peccato è espiato”.

 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.

 

Ci sono esperienze della nostra vita che non possono essere raccontate con parole.

Le emozioni, i sentimenti, le esperienze spirituali non sono facili da descrivere.

Ecco perché Isaia, volendo presentare la storia della sua vocazione, non può che ricorrere a delle immagini. Sarebbe ingenuo interpretare come cronaca quanto ci viene narrato in questa lettura. Dio non ha bisogno di sedersi, né di coprirsi con un manto per ripararsi dal freddo, né di essere assistito dai serafini quasi fossero sue guardie del corpo. Isaia non ha avuto un’apparizione, ma un’esperienza interiore che viene raccontata in forma di visione.

Un giorno, mentre forse si trovava in preghiera nel tempio di Gerusalemme, si rende conto che il Signore lo chiama ad essere suo profeta. Rimane sconvolto, capisce che quella è la volontà del Signore dell’universo, l’onnipotente, colui che ha il suo trono nei cieli ed è assistito dai serafini che cantano senza fine: “Santo, santo, santo!” (vv.1-4). Prende coscienza della propria debolezza ed indegnità ed ha paura della missione che gli viene affidata. Come potrà lui, uomo dalle labbra impure, annunciare la parola del Dio tre volte santo? (v.5).

Il Signore ha però deciso di attuare la sua opera di salvezza servendosi di uomini rivestiti di debolezza. Egli li purifica, li abilita a trasmettere il suo messaggio.

Isaia vede un cherubino prendere il fuoco sacro, toccargli le labbra e cancellare la sua iniquità (vv.6-7). Ora non può più resistere alla chiamata del Signore. Risponde: “Eccomi, manda me!” (v.8).

Finché si vive in mezzo agli uomini – deboli e fragili – non ci si rende conto del proprio peccato, anzi, se ci si confronta con chi ci sta accanto, ci si può addirittura sentire migliori, giusti, onesti, irreprensibili. Appena si entra in contatto con il Signore, subito la prospettiva cambia e si fa la drammatica esperienza della propria pochezza, della propria indegnità e miseria. “La luna stessa manca di chiarore – viene ricordato nel libro di Giobbe – e le stelle non sono pure ai suoi occhi, quanto meno l’uomo, questo verme” (Gb 25,5-6).

Quest’esperienza – dolorosa, ma salutare e purificatrice – viene fatta da tutti coloro che si accostano alla parola di Dio, a quella parola che “è più tagliente di ogni spada a doppio taglio; penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). E’ la sensazione di indegnità che sentono i presbiteri, gli animatori delle comunità, i catechisti che, mentre spiegano la parola di Dio, si rendono conto, con rammarico, che il loro comportamento è in stridente contrasto con ciò che insegnano.

Dovranno scoraggiarsi? Dovranno rifiutare la chiamata del Signore a svolgere il ministero della Parola? Isaia, pur sentendosi indegno, non ha esitazioni. Dice prontamente: “Eccomi, manda me”. I propri peccati non sono una ragione per giustificare il rifiuto di assumere il servizio che la comunità affida ad ogni suo membro.

Il fuoco che progressivamente purifica quelli che la annunciano è la stessa parola di Dio che viene annunciata.

 

Seconda Lettura (1 Cor 15,1-11)

 

1 Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!

 3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

 

A Corinto molti hanno accolto il Vangelo come una bella dottrina morale, utile per vivere in modo saggio; tuttavia, anche fra i cristiani parecchie persone hanno difficoltà a credere nella risurrezione. Dicono che, dopo la morte, gli uomini svaniscono completamente o, al massimo, di loro sopravvive una parte spirituale, un’ombra, insomma, poco più che niente.

Paolo reagisce in modo duro contro questa deformazione della verità centrale del messaggio cristiano. Dice: chi ha una fede di questo tipo sta credendo invano (v.2). Poi richiama ai corinti la professione di fede proclamata in tutte le comunità: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (v.4).

Dopo aver presentato questo “Credo” dei primi cristiani, Paolo ricorda sei manifestazioni di Gesù risorto: a Pietro, ai Dodici, a più di cinquecento fratelli, a Giacomo, a tutti gli apostoli e, per ultimo, a lui stesso.

Qual è il significato di questa lista? Questi “testimoni” non sono dello stesso tipo di quelli che, durante un processo in tribunale, si presentano al giudice per raccontare come si sono svolti i fatti. La risurrezione non è un fatto di questo mondo, non può essere dimostrata mediante prove inoppugnabili.

E’ qualcosa che avviene nel mondo di Dio e, per questo, sfugge ai nostri sensi.

Ciò che ha potuto essere verificato con sicurezza è il cambiamento che è avvenuto nel gruppo dei discepoli. Prima erano timorosi, poi hanno perso ogni paura e, anche di fronte a coloro che li minacciavano di morte, hanno dichiarato che Gesù è vivo. Paolo da persecutore è divenuto apostolo e ha considerato “spazzatura” tutte le sicurezze religiose che prima possedeva (Fil 3,8). Questi cambiamenti radicali ricevono dai protagonisti una spiegazione unanime: sono dovuti all’esperienza sconvolgente del Risorto che hanno fatto.

A questa fede non sono giunti in modo né improvviso né rapido. Vi sono arrivati progressivamente, guidati dalle Scritture e illuminati dallo Spirito. Presentandoci la loro esperienza unica e irrepetibile, Paolo invita tutti a compiere il loro stesso cammino. Suggerisce di prendere in mano le Scritture, di ascoltare la parola di Dio che viene proclamata nelle comunità cristiane; invita ad aprire il cuore alla luce dello Spirito.

Così sarà possibile anche oggi fare un’esperienza non identica, ma simile alla loro.

 

Vangelo (Lc 5,1-11)

 

1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.

 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. 5 Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano.

8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone.

Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

 

Come il Signore, anche il cristiano è “amante della vita” (Sap 11,26), desidera la vita, s’impegna per la vita. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza” – dice Gesù riferendosi alla sua missione fra gli uomini (Gv 10,10).

Come porta a compimento oggi questa sua missione? Quale compito ha assegnato ai suoi discepoli? A queste domande Luca non risponde con ragionamenti, ma con un racconto: la chiamata dei primi tre apostoli.

L’episodio si svolge sul lago di Genèsaret. Gesù è pressato dalle folle e, viste due barche di pescatori, sale su quella di Pietro, lo prega di scostarsi un po’ da terra, si siede e si mette ad ammaestrare la gente (vv.1-3). Il quadro è poco realistico (basti pensare a quanto sia scomodo parlare da una barca a una gran folla). La scena è volutamente idealizzata per trasmettere un insegnamento teologico.

 

Notiamo anzitutto il contesto in cui è ambientata: sulla riva del lago e in un giorno feriale, mentre gli uomini sono impegnati nel loro lavoro, mentre stanno sudando per guadagnarsi da vivere.

Non è solo durante la liturgia del sabato e negli ambienti e luoghi di culto che Gesù annuncia la parola di Dio. Egli la proclama in tutti i contesti, in quelli sacri e in quelli profani, perché essa illumina, ispira, guida ogni attività dell’uomo.

Si siede – cioè assume la posizione di maestro – stando sulla barca di Pietro.

Il simbolismo è evidente: la barca rappresenta la comunità cristiana. E’ quello il luogo privilegiato dal quale ci si deve attendere la voce del Maestro; è ad essa che è invitato a volgere lo sguardo chi cerca luce, consolazione e speranza.

Assieme a Gesù, sulla barca non ci sono persone eccezionali, sante, perfette! Santo è solo Dio. C’è gente buona, sì, ma anche peccatrice. Pietro lo riconoscerà anche a nome degli altri: “Signore allontanati da me che sono un peccatore” (v.8). Tuttavia, malgrado sia occupata da peccatori, è da questa barca che viene proclamata la parola di Dio.

 

All’annuncio della Parola (vv.1-3) segue l’azione. Su ordine del Maestro, la barca prende il largo, si avventura sulle acque del mare. Là i discepoli sono invitati a gettare le reti e a pescare (vv.4-7). E’ la comunità cristiana che, animata dal messaggio evangelico che ha ascoltato e assimilato, si disperde per le vie del mondo per svolgere la sua missione.

Pietro obietta, gli sembra che l’ordine datogli da Gesù sia insensato: quella non è l’ora adatta per pescare. Ma si fida. E’ la prima persona che, durante la vita pubblica, manifesta la sua fede nella parola del Maestro.

E’ un grosso rischio che Pietro è disposto a correre. Sa che, in caso di insuccesso, si espone al ridicolo e ai motteggi dei colleghi. La logica umana gli suggerirebbe di rinunciare, ma preferisce obbedire. Dopo un primo momento di incertezza, si decide e si mette all’opera. Crede che la parola di Gesù può realizzare l’impossibile. Ha già fatto esperienza della forza di questa parola quando ha visto sua suocera curata istantaneamente dalla febbre (Lc 4,38-39).

Il risultato è sorprendente, la quantità di pesci catturata è enorme e l’evangelista la sottolinea evidenziando vari particolari: le reti stanno per rompersi, si deve ricorrere all’aiuto dei soci, le barche sono stracolme e rischiano di affondare.

A questo punto Luca introduce la reazione di Pietro e di coloro che hanno assistito al prodigio. Simone si getta alle ginocchia di Gesù e dichiara la propria indegnità: “Allontanati da me che sono un peccatore” – dice, mentre gli altri sono colti da stupore (vv.8-10a).

E’ il modo con cui nella Bibbia si narra l’incontro con il Signore: Mosè si vela il viso perché ha paura (Es 3,6); Elia si copre il volto con il mantello (1 Re 19,13). Come Isaia – lo abbiamo visto nella prima lettura – anche Pietro si sente peccatore. Non perché, fino a quel momento, avesse condotto una vita immorale, ma si è reso conto della distanza che lo separa dal divino e confessa la propria indegnità.

 

Siamo così giunti al tema centrale del brano (vv.10b-11).

Il motivo principale per cui Luca narra l’episodio è quello di far capire ai discepoli delle sue comunità quale è il compito a cui sono chiamati: essere pescatori di uomini.

I pesci, noi lo sappiamo, stanno benone nell’acqua e non sono affatto contenti di esserne tirati fuori. Nell’acqua però non si trovano altrettanto a loro agio gli uomini, specialmente quando si tratta di quella del mare immenso, profondo, cupo, agitato. I pesci tirati fuori dall’acqua muoiono, gli uomini invece vivono. Di questo simbolismo si serve Gesù per spiegare ai discepoli qual è la loro missione. Egli non li invita a “prendere gli uomini con l’amo”, ma a tirarli fuori vivi con la rete dalle onde impetuose dalle quali rischiano di venire sopraffatti, sommersi, trascinati sul fondo.

Il verbo usato dall’evangelista per descrive questa missione non è propriamente “pescare”, ma catturare vivi, “prendere per mantenere in vita” (Nm 31,15.18; Dt 20,16; Gs 2,13; 6,24…) e dunque portare alla vita.

Nella Bibbia le acque del mare sono il simbolo del potere del male, delle forze che portano alla morte. Uomini che devono essere “pescati”, cioè aiutati a vivere, sono coloro che si sentono travolti dai loro vizi, che sono in balia dei loro idoli, delle loro passioni sregolate, che sono capaci solo di fare del male a se stessi ed agli altri. “Pesce” che deve essere tirato fuori dalla sua condizione disperata è l’umanità intera che rischia di venire inghiottita dalla violenza, dagli odi, dalle guerre, dalla corruzione morale...

Sant’Ambrogio diceva: “Gli strumenti della pesca apostolica sono le reti, infatti non fanno morire chi vi è preso, ma lo conservano per la vita, lo traggono dagli abissi alla luce e dal profondo conducono alla superficie chi vi era sommerso”.

Questa missione non è stata affidata solo ai preti, ma a tutta la comunità cristiana.

 

Un ultimo elemento va sottolineato in questo simbolismo del brano ed è il ministero affidato a Pietro. E’ lui che guida la barca verso il luogo indicato (v.4), è lui che proclama la sua fede nel potere della parola di Gesù (v.5), è lui che lo riconosce come Signore (v.8); è a lui che viene diretto l’invito a essere pescatore di uomini (v.10).

Tutti questi elementi indicano che Pietro ha un compito particolare da svolgere nella Chiesa: quello di ascoltare con attenzione la parola del Signore e di dirigersi poi, assieme agli altri discepoli, non dove esperienza e abilità professionale gli suggerirebbero di andare, ma dove il Maestro gli indica.

Il brano non ha lo scopo di sollecitare coloro che nella comunità cristiana svolgono il ministero della presidenza a rivendicare per sé il diritto di comandare, di imporsi o addirittura di farla da padroni sul popolo di Dio (1 Pt 5,3). E’ un invito a verificare il modo come esercitano il carisma dell’autorità. Hanno piena fiducia nella voce del Maestro? Sanno riconoscere questa voce? Sono in grado di distinguerla dalla “sapienza di questo mondo”, dal “buon senso” e dai calcoli umani, dalle loro intuizioni, dalle loro convinzioni personali?

A questo esame di coscienza è chiamato anche ogni cristiano che dovrebbe preoccuparsi se verificasse che nessuno lo ha mai considerato un illuso, un sognatore, uno che è pronto anche a... “pescare a mezzogiorno” se il Maestro glielo chiede.

P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

Papa Benedetto XVI: "Nella Chiesa c'è chi cerca solo potere"

 

Le tentazioni del potere - La denuncia di Ratzinger: «Molti con ruoli di responsabilità lavorano unicamente per se stessi e carriera»

 

CITTÀ DEL VATICANO  - Anche tra gli uomini di Chiesa, specialmente tra chi è investito di responsabilità, allignano i mali del carrierismo e della ricerca del potere personale. Le parole di Benedetto XVI, pur pronunciate con tono quasi sommesso, sono risuonate come una forte denuncia, dinanzi ai circa cinquemila fedeli riuniti stamane nell’Aula Paolo VI per l’udienza generale.

 

«Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa?», si è chiesto il Papa durante la catechesi dedicata alla figura di San Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei frati domenicani. Il Papa ha quindi ricordato quanto da lui detto il 12 settembre scorso durante la cerimonia di consacrazione di cinque nuovi vescovi: «Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità».

 

Il Pontefice era partito dalla considerazione che quando il giovane Domenico, appena ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della cattedrale della sua diocesi di origine, Osma, in Spagna, «anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò - ha sottolineato papa Ratzinger - come un privilegio personale, nè come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà». Non è la prima volta che Benedetto XVI parla chiaramente del carrierismo e degli altri mali che indeboliscono la missione della Chiesa cattolica: prima ancora delle forti parole pronunciate nel settembre scorso durante la consacrazione dei nuovi vescovi, in marzo, in piena tempesta per il «perdono» concesso ai vescovi lefebvriani (tra cui il negazionista Richard Williamson), aveva scritto una lettera aperta in cui, riprendendo le parole dell’apostolo Paolo ai Galati, constatava che anche oggi, nella comunità ecclesiastica, «ci si morde e ci si divora a vicenda».

 

Nell’udienza di oggi, tra l’altro, alla denuncia contro chi nella Chiesa cerca solo carriera e potere, ha fatto da netto contraltare proprio l’accento sull’alto esempio di San Domenico. «Questo grande santo - ha osservato Benedetto XVI - ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione». «Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti - pastori e fedeli laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali - che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo», ha concluso. LS 3

 

 

 

 

Tra la nostra gente. In Italia 2.200 preti da tutto il mondo

 

LUCCA - Gli immigrati in Italia, tra comunitari ed extra-comunitari, superano i 4,3 milioni considerando i regolari o in via di regolarizzazione, come attesta il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Stime recenti parlano di oltre 5 milioni di immigrati totali, se si conteggiano anche gli irregolari e i clandestini. Circa un decimo della popolazione del nostro Paese è quindi costituito da stranieri immigrati, da tutti i continenti, con prevalenza di 6 nazioni che da sole assommano a oltre il 50% degli arrivi: Romania (20,5%), Albania (11,3%), Marocco (10,4%), Cina (4,4%), Ucraina (4%) e Filippine (2,9%). A fronte di questa situazione, l'assistenza religiosa cattolica agli immigrati che abbracciano la nostra fede, è rappresentata da un totale di circa 700 preti cattolici che animano altrettanti centri pastorali per stranieri su tutto il territorio nazionale. Oltre a questa cifra, si registra la presenza nel nostro Paese di altri 1.500 preti stranieri, accolti a vario titolo e altrettanto variamente impegnati in attività e forme di collaborazione pastorale (rispetto a un totale di quasi 33 mila preti italiani). “Sicuramente comincia ad esserci una non trascurabile presenza di presbiteri stranieri impegnati a diverso modo nella vita pastorale e nel servizio alle comunità”, ha detto in una intervista al SIR mons. Benvenuto Italo Castellani, Vescovo di Lucca e Presidente della Commissione Episcopale per il clero, oltre che del Centro nazionale vocazioni. Per il presule ci sono quelli presenti per motivo di studio, che aiutano per i sacramenti e le celebrazioni domenicali. Ci sono quelli a tempo pieno che hanno lasciato le loro diocesi e sono inseriti in modo “significativo” nelle nostre Chiese locali. Ci sono infine i presbiteri ex-religiosi, che “chiedono di passare al clero secolare. È questo un settore - ha spiegato - assai delicato perché si tratta di persone che hanno avuto una prima formazione all'interno del carisma di un istituto religioso e quindi hanno avuto anche una 'caratterizzazione' nel loro agire pastorale fortemente legata alla natura dell'istituto di provenienza”.

Nelle diocesi c'è un equilibrio rispetto all'inserimento di questi presbiteri?

“Mi sembra di sì, considerato che se da una parte si apprezza il loro servizio a tempo pieno, dall’altra va evidenziato che in non pochi casi si presentano problematiche legate alle caratteristiche culturali e sociali di provenienza che per giustificati motivi e senza nessun preconcetto alla fine non coincidono con lo specifico del servizio del prete italiano che è proprio quello di essere 'un prete tra la gente, con la gente e per la gente'. È auspicabile che si proceda nell'impegno per far maturare in questi presbiteri una motivazione e una attitudine più legate allo stile del prete italiano, stile che la gente ha sempre apprezzato".

Cosa si nota circa il servizio dei preti stranieri nei confronti dei propri gruppi etnici di provenienza?

“Riconosco che questi presbiteri fanno un ottimo servizio verso i fedeli appartenenti ad una etnia alla quale loro stessi appartengono e che spesso per questi immigrati sono una risorsa per mantenere unità sociale, culturale e religiosa e per proseguire la formazione cristiana, assicurando anche un positivo confronto delle culture in questa nostra società ormai multietnica. Va anche sottolineata la necessaria attività che ormai svolgono affinché questi gruppi non restino isolati, cioè non si formino delle Chiese nella Chiesa, ma possano sempre più, con il passare del tempo e delle generazioni, inserirsi nella comunità cristiana, così come deve avvenire anche nella società civile. Si tratta di un ruolo 'profetico' che la Chiesa custodisce e affida loro in questo tempo di cambiamenti e di novità”.

Ritiene sia comunque sempre positiva la presenza di preti stranieri nelle nostre comunità?

“Da come mi sono già espresso, risulta chiaro che le cose non sono così facili né automatiche, anche perché un prete che viene ordinato in una Chiesa - ammesso che non si dedichi all'attività missionaria - primariamente ha una responsabilità verso quella Chiesa che lo ha generato. Di fronte alla crisi delle vocazioni, bisogna stare attenti a non deresponsabilizzare le nostre parrocchie perché una comunità è feconda nella misura in cui esprime anche vocazioni al presbiterato. Tutti i credenti si debbono interrogare sulle ragioni profonde della 'sterilità' vocazionale che un po' dovunque ormai sta colpendo le comunità della Chiesa in Italia”. (L. Crimella, Migranti-press)

 

 

 

 

 

Quaresima 2010. La giustizia più grande. Il messaggio di Benedetto XVI

“Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge” ma “per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza”. Il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima  è una riflessione “sul vasto tema della giustizia” che invita a comprendere “come e più del pane” l’uomo ha “bisogno di Dio” perché “sono certamente utili e necessari i beni materiali - del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di esseri umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia ‘distributiva’ non rende all’essere umano tutto il ‘suo’ che gli è dovuto”.

 

Illusione e chiusura. Una “tentazione permanente dell’uomo”, ricorda il Pontefice, è “quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore” e “molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene ‘da fuori’, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione”. Tuttavia questo modo di pensare, come ammonisce Gesù, è “ingenuo e miope” perché “l’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne” ma “ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male”. Il Santo Padre sottolinea che “l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro” e “aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale”. Sono proprio Adamo ed Eva che “sedotti dalla menzogna di Satana”, ricorda il Papa, afferrano “il misterioso frutto contro il comando divino” e sostituiscono “alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione” e “alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé” sperimentando “come risultato un senso di inquietudine e di incertezza”. Dentro al “cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che ‘solleva dalla polvere il debole’ (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo”, spiega Benedetto XVI, e “la parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime” significando “da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo” soprattutto “del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova”. I “due significati sono legati”, ribadisce il Papa, “perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo” e “per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia”.

 

Società giuste. “Quale è dunque la giustizia di Cristo?”, si domanda il Santo Padre: “È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri” e “il fatto che l’‘espiazione’ avvenga nel ‘sangue’ di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé ‘la maledizione’ che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la ‘benedizione’ che spetta a Dio”. La giustizia divina, precisa il Pontefice, è “profondamente diversa da quella umana” perché “Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante” ma “di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso”. In questo senso, prosegue il Papa, “convertirsi a Cristo, credere al Vangelo” significa “uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia” e “si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio” perché “occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi delmio’, per darmi gratuitamente il ‘suo’”. Conclude Benedetto XVI: “Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia ‘più grande’, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare. Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore”. Sir

 

 

 

 

Insieme è possibile. Il contributo delle religioni al processo di pace

 

Nell'ultimo Angelus di gennaio il Papa è tornato a parlare di Terra Santa in occasione della seconda Giornata d'intercessione per la pace in Terra Santa, celebrata in tutto il mondo.

È un momento in cui, in particolare di fronte all'incognita iraniana, il processo di pace segna una serie di "impasse" dal punto di vista diplomatico: servirebbero dei colpi d'ala, come ha sottolineato il presidente del Consiglio, nel suo viaggio in Israele.

Cruciale, comunque, sul medio periodo è proprio il ruolo delle religioni. In questo senso un appuntamento molto importante sarà l'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi che avrà luogo dal 10 al 24 ottobre 2010. L'"Instrumentum Laboris" sarà consegnato dal Papa nel corso della sua visita a Cipro, nel prossimo mese di giugno ma, già dopo la pubblicazione dei "Lineamenta", il 19 gennaio, il processo di preparazione è già cominciato ed entrerà nel vivo con il traguardo della Pasqua, che quest'anno tutti i cristiani celebrano nella stessa data il 4 aprile 2010. È un evento di grande rilievo, perché proprio in Terra Santa si tocca con mano il grande pluralismo delle confessioni e dei riti, i conflitti che questo provoca, ma anche la fondamentale importanza della presenza cristiana. Questo è sottolineato anche dal tema del Sinodo, "La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza", seguito da un motto tratto da un passo fondamentale degli Atti degli Apostoli: "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola" (At 4, 32).

I cristiani del Medio Oriente toccano con mano i molteplici aspetti della crisi politica che da tempo segna tutta l'area, dei conflitti che si susseguono: da quello israelo-palestinese, a quello libanese, a quello iracheno. Toccano con mano il cruciale tema della libertà di religione e di coscienza, gli "ostacoli all'esercizio di tale diritto fondamentale della persona umana e di ogni comunità religiosa". Di qui i drammi degli attentati (in Iraq) e la realtà dell'emigrazione, spesso forzata.

Eppure i cristiani sono sollecitati ad una nuova testimonianza. Per questo occorre una speciale e universale vicinanza. Le correnti estremiste dell'Islam sono una minaccia per tutti: cristiani e musulmani. Ad esse si deve rispondere confermando e rafforzando l'identità, la comunione tra le Chiese e rilanciando il dialogo. È molto difficile. Anche se le Costituzioni della maggior parte dei Paesi del Medio Oriente garantiscono l'uguaglianza tra i cittadini a tutti i livelli, per la mancanza di distinzione tra religione e politica in pratica i cristiani sono spesso in posizione di non-cittadinanza. Bisogna però continuare ad essere presenti, con la parola e soprattutto con l'operosità cristiana: le opere cattoliche, come scuole e ospedali, frequentati anche da musulmani, offrono una testimonianza decisiva. Da far crescere con un supporto corale da tutto il mondo.  FRANCESCO BONINI

 

 

 

 

Il Cavaliere, il Vaticano e la congiura contro Boffo

 

C'è stato, dunque, dentro le gerarchie di Santa Romana Chiesa una cospirazione. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, muove contro la Conferenza Episcopale Italiana di Angelo Bagnasco. Francesco Cossiga - con l'occhio lungo di chi è abituato a vedere nel sottofondo dei poteri - rivela le ragioni per tempo. Il presidente emerito della Repubblica, adeguatamente informato, anticipa tutti, quasi disegna nel minuto ciò che accadrà presto, le teste che cadranno, le forze in campo, la posta politica in gioco. Berlusconi è sotto tiro. Ci si è cacciato da solo, in un angolo, festeggiando una minorenne. La sua vita sconveniente piace poco o punto alle parrocchie e ai parroci, che non tacciono imbarazzo e amarezza in lettere all'Avvenire. Il monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ascolta quelle voci e lamenta: "Assistiamo a un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria. Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio" (6 luglio, Ferriera di Latina).

 

Cossiga prende di petto il segretario della Cei: "Si è passato il segno. Altro che "festini e libertinaggio": sarebbe bastata una dichiarazione sull'etica, riferita alla situazione generale, come si è sempre fatto". Insistere su questi temi, ragiona Cossiga, svela "una spaccatura che riguarda la politica, non l'etica". Ecco la scena che egli vede: "Vogliono tenersi buona una parte dell'episcopato e del movimento ecclesiale, vicino al centro-sinistra. Hanno puntato sul Pd di Franceschini, tirano la volata all'unico leader post-dc rimasto. Se il direttore dell'Avvenire vanta che, all'interno del suo giornale, ognuno decide liberamente a chi devolvere l'8 per mille, siamo in presenza di un gruppo in dissidenza non con il centro-destra, ma potenzialmente con la parte della Chiesa che fa capo al Papa". Cossiga è brutale con il direttore dell'Avvenire: "Non riesco a dare nessuna spiegazione agli scritti del non reverendo Boffo che, posto inopportunamente alla direzione del giornale pur sempre organo ufficiale della Cei, dovrebbe astenersi da questi continui attacchi, dovuti in parte alle sue note preferenze politiche, ammantate da scelte religiose" (il Giornale, 24 agosto).

 

Le parole di Francesco Cossiga raccontano a chi ha orecchie per intendere (1) perché il giornale del capo del governo colpisce qualche giorno dopo Dino Boffo; (2) per chi suona la campana della sua character assassination; (3) chi deve trarre vantaggio dallo scandalo che è già in cottura. Berlusconi è in bilico, pericolosamente fragile. Lo rendono vulnerabile le sue abitudini. Lo indeboliscono i comportamenti privati. Ancor più lo debilitano le reazioni paralizzate che oscillano dalla menzogna pubblica a un silenzio impotente, screditandolo sulla scena internazionale e tra il suo elettorato. Lo segnalano i sondaggi. I consiglieri politici che gli sono accanto comprendono che, se anche i vescovi italiani gli muoveranno pubblicamente contro - come lascia credere l'intervento del segretario della Cei - il capo del governo sarà fritto, la sua stagione politica arriverà a un triste capolinea.

 

In questo campo di tensioni politiche, religiose e linee di forza, più schiettamente, di potere, il direttore dell'Avvenire Dino Boffo diventa il magnete che attrae l'intero spettro delle reazioni alla situazione critica; l'obiettivo contro cui si scarica il desiderio della Curia romana di regolare i conti con un episcopato reso troppo autonomo dalle politiche di Camillo Ruini; la volontà del segretario di Stato Tarcisio Bertone di sostenere il periclitante Silvio Berlusconi e di riprendere nelle sue mani la guida della Chiesa italiana; la determinazione del Cavaliere ad aggredire "colpo su colpo", chiunque - familiare, alleato, oppositore, editore, giornalista - gli si pari davanti, critico. Scannare Dino Boffo, come sempre accade al capro espiatorio, è una lucidissima necessità terapeutica. È un esercizio che aggira le contraddizioni che non si riescono a risolvere (può una Chiesa che chiede "pudore, sobrietà, autocontrollo" affidarsi a un "libertino irresponsabile"?). È la manovra che consente di rinviare la soluzione del problema (possono i cattolici italiani guardare con fiducia e rispetto a Berlusconi?). È la mossa che può liquidare dal proscenio un "uomo-istituzione", per di più laico, cui i gerarchi ecclesiali, con il rancore di molti, hanno affidato il governo dell'intero media-system cattolico, l'Avvenire, Sat 2000, la televisione sulla quale la Cei riversa importanti risorse, InBlu, il network radiofonico di ben 200 radio. Sul capo di Dino Boffo si precipitano un odio e un risentimento assoluti. Si intravedono molte mani al lavoro e sempre le loro mosse sono intenzionali.

 

Sulla scena appaiono ora i congiurati. Sono stati chiamati in causa, in questi giorni. Bisogna dirne il nome e il cognome. Sono il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Il direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian. Le informazioni distruttive si possono raccogliere, fabbricare o distorcere isolando un fatto vero dal suo contesto e manipolandolo con cura. È la politica dello scandalo. Ha i suoi protocolli. Vengono rispettati anche in questo caso. Per distruggere Dino Boffo, i congiurati hanno a disposizione una muffa. La si conosce da cinque anni: una condanna penale per molestie che il direttore dell'Avvenire, per proteggere un suo assistente, ha accettato rifiutando il giudizio e l'appello. Può non bastare (è roba già vista, è aria fritta) e, dunque, grazie ai buoni uffici di un qualche spione (secondo fonti vicine a Boffo, un professore dell'Università Cattolica di Milano), "Sua Eccellenza" chiede informazioni. Le riceve. Trenta righe, precedute dalla dicitura "Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza". Nel testo si legge la calunnia che taglierà la testa al capro espiatorio ricomponendo l'ordine compromesso: "Il Boffo è un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni e gode indubbiamente di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica". Il veleno assassino è pronto. Ora bisogna provocare una "fuga di notizie" rimanendo fuori della mischia e lasciando che il lavoro sporco sia completato dai giornali.

 

L'azione intenzionale di chi, "primo ministro" (Bertone), pretende un riequilibrio di poteri che ridimensioni l'autonomia della "Chiesa nazionale italiana", perché "non ci possono essere "piccoli vaticani" sparsi nei cinque continenti" (Vittorio Messori), incrocia il disegno del presidente del Consiglio che, in estate, ha riorganizzato la sua "mischia mediatica", ha deciso di muovere contro i suoi avversari, autentici e presunti. Ha stilato una lista di nemici e vuole demolirli. Licenzia quelli tra i suoi che gli appaiono incerti. Vuole sicari pronti a sporcarsi le mani. Che il piano sia questo, lo svela Mario Giordano, costretto a lasciare la direzione del Giornale: "Nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro (...) Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove" (il Giornale, 21 agosto). Giordano non poteva essere più chiaro: l'editore e premier mi ha chiesto di fare del mio quotidiano una bottega di miasmi, per decenza non me la sono sentita e lascio l'incarico a chi quel lavoro sporco è disposto a farlo.

 

Vittorio Feltri, il nuovo arrivato, è disposto, altro che. Scrive che "il suo fucile è carico". Gian Maria Vian lo avvicina. Gli fa consegnare il dossier manipolato, "autenticandolo". Lo rassicura: è un'iniziativa voluta dal cardinale Bertone. A delitto consumato, il segretario di Stato telefonerà a Feltri (secondo una confidenza sfuggita a Boffo con i suoi collaboratori) ringraziandolo per "aver reso un servizio alla Chiesa e al Papa". Ma non è la Chiesa che il direttore del Giornale vuole servire. Egli è al servizio del suo editore e di una nuova strategia politica che altera il giornalismo in calunnia. Una tecnica di minacciosa disinformazione che vuole terrorizzare gli avversari politici, intimorire tutti affinché chiunque smarrisca "la serenità di lavorare" e i giornalisti "la possibilità di raccontare senza doversi aspettare ritorsioni" (Roberto Saviano). Quando ascolta Vian, il nuovo direttore sa bene qual è la sua missione. Non si prende nemmeno la briga di dare un'occhiata a quelle carte false (falsa è la "nota informativa" che offrirà al suo pubblico come documento giudiziario). Le pubblica. È il 28 agosto del 2009.

 

Dopo cinque mesi la menzogna che, nel mondo meraviglioso di Silvio Berlusconi, nasconde la realtà vuole farci credere che l'"assassinio" di Dino Boffo è stato ideato e consumato soltanto nelle stanze vaticane. Dovremmo dimenticare oggi che sulla scena di quel delitto ci sono anche le impronte del Cavaliere. La character assassination del direttore di Avvenire (mai illuminata nei mandanti e nei moventi da alcun giornale) è l'esito di due azioni intenzionali che, come Cossiga ci ha spiegato in anticipo, sono state organizzate per dare "a ciascuno, il suo". A Tarcisio Bertone il governo (anche politico) dell'episcopato italiano. A Silvio Berlusconi, una via d'uscita da guai che, con l'abbandono della Chiesa, potevano travolgerne il destino. Una eccellente occasione di rappresentarsi come un potere che, nelle difficoltà, non avrebbe rinunciato a mostrare - con i dossier, l'intimidazione, di lì a poco colpiranno Napolitano, Fini, la Corte Costituzionale - la violenza pura che custodisce. GIUSEPPE D'AVANZO LR 3

 

 

 

 

Il disarmo nell'ottica della Chiesa

 

"Il disarmo nell'ottica della Chiesa. Intervista a Tommaso Di Ruzza,

officiale del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace" e' il titolo di un

servizio pubblicato dall'agenzia Zenit del 2 febbraio 2010: " Costruzione di

più sofisticate mine antiuomo, elaborazione di letali armi batteriologiche,

deterrenza e minaccia del nucleare: a 20 anni dal crollo del Muro di

Berlino, gli Stati - sempre più frammentati dai regionalismi - tornano ad

armarsi in modo massiccio tanto da far registrare, per l'anno 2008, una

spesa per gli armamenti pari a 1.464 miliardi di dollari, corrispondente a

circa il 2.4% del prodotto mondiale lordo. Tommaso Di Ruzza, officiale del

Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace spiega, attraverso ZENIT,

la posizione della Santa Sede dinanzi a questo fenomeno e lo fa attraverso

un'analisi della Dottrina sociale della Chiesa in materia di disarmo.

 

Il Sipri, l'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha

stimato per il 2008 un aumento della spesa per gli armamenti degli Stati

pari al 4% rispetto al 2007 e al 45% se si considera il periodo 1999-2009.

Una vera corsa al riarmo, senza considerare i conflitti urbani, a cui

assistiamo nelle nostre città. Una violenza divenuta quotidiana grazie alla

facile reperibilità di armi leggere sul mercato nero. Dinanzi a tutto

questo, qual è la prospettiva della Chiesa?

Di Ruzza: La dottrina sociale della Chiesa colloca il disarmo nell'ambito

morale della responsabilità umana. Il disarmo, quindi, interessa non solo

gli Stati ma, da questione di natura etica e spirituale, essa investe la

mentalità e il costume di ogni persona e popolo. In tal senso risulta sempre

illuminante l'insegnamento di Giovanni XXIII, che nella Lettera enciclica

Pacem in terris scriveva: «L'arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro

effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono

impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo

integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi

sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica».

 

Questo approccio fa del disarmo integrale un vero e proprio presupposto per

il disarmo degli Stati.

Di Ruzza: Esattamente. Il disarmo degli spiriti - che non pone in secondo

piano il disarmo degli Stati - offre un contesto più ampio, di natura etica

e spirituale, entro il quale può avere luogo la riduzione ed eliminazione

degli armamenti. Senza il disarmo degli spiriti, quello degli Stati è

impraticabile oppure ridotto alla strategia, se non al calcolo, degli stessi

Stati. In altre parole, il disarmo integrale ha come orizzonte teoretico e

di senso l'umanesimo cristiano e, quindi, l'obiettivo dello sviluppo umano

integrale. Il disarmo non è quindi un fine isolato, bensì un mezzo o la

rimozione di un impedimento allo sviluppo materiale, morale e spirituale di

ogni persona e popolo, fine ultimo della dottrina sociale della Chiesa.

Anche di recente Benedetto XVI nella Lettera al Cardinale Renato Raffaele

Martino ha ribadito come: «Non è [...] concepibile una pace autentica e

duratura senza lo sviluppo di ogni persona e popolo [...]. Né è pensabile

una riduzione degli armamenti, se prima non si elimina la violenza alla

radice, se prima, cioè, l'uomo non si orienta decisamente alla ricerca della

pace, del buono e del giusto. La guerra, come ogni forma di male, trova la

sua origine nel cuore dell'uomo».

 

Nel Messaggio per il 40° anniversario dell'Onu del 18 ottobre 1985 Giovanni

Paolo II propone la meta di un «disarmo generale, equilibrato e controllato»

degli Stati.

Di Ruzza: Con questa espressione il Pontefice indica una meta da raggiungere

con urgenza, e al tempo stesso con giudizio e gradualità. Si comprende

infatti la portata degli aggettivi «equilibrato» e «controllato»:

l'alternativa sarebbe la consegna immediata della vittima nelle mani del

carnefice. Ciò richiede un grande equilibrio tra spirito profetico e

prudenza, che i Padri del Concilio Vaticano II hanno espresso nella

Costituzione pastorale Gaudium et spes: «La guerra non è purtroppo estirpata

dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e

non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci,

una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si

potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». La meta è

quella di un mondo senza armi ma questo è possibile solo in un mondo senza

la minaccia della guerra.

 

Una impostazione di questo tipo non potrebbe essere indicativa di un

pensiero debole?

Di Ruzza: Tutt'altro, essa si fonda piuttosto sull'accettazione della

fragilità della condizione umana: «In quanto gli uomini sono peccatori -

continua la Gaudium et spes - li sovrasta la minaccia della guerra». Per

questo si rende necessaria un'autorità pubblica a difesa della giustizia e

della pace. E come dice san Paolo «non invano essa porta la spada».

 

Resta la questione centrale in materia di disarmo: il fine della difesa

giustifica allora qualsiasi mezzo?

Di Ruzza: Certamente no. Il diritto alla legittima difesa non può essere

anzitutto soggetto ad interpretazioni equivoche sul piano politico o

militare. Esistono poi dei limiti intrinseci, il primo dei quali è radicato

nella inviolabilità e dignità della persona umana, principio permanente

della dottrina sociale della Chiesa. Anche nel quadro del diritto

internazionale, ad esempio, la violazione del ius ad bellum (cioè delle

norme sul ricorso alla forza armata) da parte di chi offende non legittima

la violazione del ius in bello (cioè delle norme sull'uso della forza

armata) da parte di chi si difende. Non è possibile commettere un crimine di

guerra come risposta ad un crimine contro la pace. Un ulteriore principio

limita più precisamente il possesso e l'uso delle armi: il principio di

sufficienza, «in base al quale - chiarisce il Pontificio consiglio della

Giustizia e della Pace ne Il commercio internazionale della armi. Una

riflessione etica - ogni Stato può possedere unicamente le armi necessarie

per assicurare la propria legittima difesa. Questo principio si oppone

all'accumulo eccessivo di armi o al loro trasferimento indiscriminato». La

sufficienza è da intendere in senso quantitativo e qualitativo.

 

Il principio di sufficienza vieterebbe allora sia l'accumulo eccessivo di

armi convenzionali, sia l'accumulo e l'uso, anche minimo, di armi

indiscriminate o di distruzione di massa.

Di Ruzza: Esatto. Non risulta coerente al principio di sufficienza

l'accumulo eccessivo di armi convenzionali, da quelle pesanti che quelle

leggere e di piccolo calibro sino a quelle cosiddette non letali, brevettate

cioè per inabilitare aggressori o criminali ma concretamente capaci di

uccidere. Pensiamo alla crisi del teatro di Dubrovka di Mosca del 2004, dove

ostaggi civili furono uccisi dalle forze speciali intervenute con armi

chimiche non letali o ai casi di morte da taser, diffusori di scosse

elettriche in dotazione a molti corpi di polizia nel mondo. Non solo, non

risulta coerente al principio di sufficienza il possesso e l'uso di armi

dagli effetti indiscriminati, incapaci cioè di distinguere tra civili e

combattenti, come le mine antipersona o le munizioni a grappolo. A maggior

ragione, non risulta coerente al principio di sufficienza il possesso, l'uso

e la stessa minaccia dell'uso di armi di distruzione di massa, come accade

con la dottrina della deterrenza nucleare. Come si può difendere una società

con armi capaci di eliminare la società stessa? La difesa avrebbe la

capacità o l'effetto tragico e paradossale di provocare un danno maggiore di

quello realmente subito o semplicemente temuto.

 

Volendo schematizzare, qual è la dottrina sociale della Chiesa in materia di

disarmo?

Di Ruzza: La Chiesa offre una visione integrale del disarmo alla luce dei

suoi principi permanenti e nell'orizzonte dello sviluppo umano integrale.

Ciò presenta delle sfide a diversi livelli. Il disarmo è anzitutto una sfida

etica e spirituale. Il riferimento essenziale è infatti la persona umana a

tutti i livelli di convivenza, dal particolare al globale. Certamente,

esiste una diversità di ruoli e responsabilità ma tutti siamo implicati nel

disarmo, chiamati a disarmare i cuori e ad abbracciare quelle che Paolo VI

chiamava le "vere armi della pace". Il disarmo è poi una sfida educativa che

richiede l'impegno e un'alleanza pedagogica tra la famiglia e i soggetti

impegnati nella formazione soprattutto quelli di ispirazione cristiana.

 

Quindi una sfida economica: di fatti una voce rilevante del prodotto

mondiale lordo deriva dall'industria e dal commercio nel settore militare.

Un dato sollecita che una riflessione critica: ingenti risorse sono infatti

destinate agli armamenti e non allo sviluppo. Una responsabilità questa che

grava su tutti gli Stati. Sia quelli sviluppati, sia quelli in via di

sviluppo che impongono sacrifici enormi ai loro popoli pur di guadagnare

potenza e prestigio sul piano militare. Nella Lettera enciclica Caritas in

veritate, non a caso Benedetto XVI invita l'umanità a figurare un nuovo

modello di sviluppo, sottolineando come la crisi può essere anche «occasione

di discernimento e di nuova progettualità». Infine, e non da ultimo, il

disarmo è una sfida diplomatica per la comunità internazionale, avendo

presente che essa riguarda sia gli attori statali che gli attori non

statali, sempre più coinvolti nei cosiddetti conflitti asimmetrici.

 

A proposito della sfida diplomatica, da alcuni anni va affermandosi una

sorta di "nuova diplomazia" nel settore del disarmo e del controllo degli

armamenti: può spiegarci qual è il ruolo delle Organizzazioni non

governative nel settore del disarmo?

Di Ruzza: Nel contesto delle Nazioni Unite spesso i negoziati sono bloccati

dalla resistenza di paesi particolarmente influenti. Ciò ha indotto ad

attivare trattative al di fuori dell'Onu con dei risultati sorprendenti.

Questa nuova diplomazia ha favorito dunque la partecipazione attiva delle

Organizzazioni non governative, assai preziosa per il loro essere voce della

società civile. Nel Processo di Oslo, ad esempio, circa trecento ong riunite

nella Cluster Munition Coalition, hanno fornito rapporti di natura tecnica e

umanitaria ai delegati degli Stati favorendo l'adozione della Convenzione

sulle munizioni a grappolo. Un modello di attività diplomatica, questo, che

mostra gli effetti reali della dottrina sociale della Chiesa, e la grande

valenza del principio di sussidiarietà, per cui il disarmo non interessa

solo gli Stati e i canali classici della diplomazia. Un modello che dovrebbe

motivare molto le ong, in particolare per quelle di ispirazione cristiana.

Pensiamo al ruolo che potrebbero giocare le grandi organizzazioni come Pax

 

Christi o Caritas, oppure le stesse Commissioni nazionali Iustitia et Pax e

le Conferenze episcopali. Pensiamo alla Lettera pastorale su guerra e pace

nell'era nucleare pubblicata dai Vescovi degli Stati Uniti nel 1983, che

offrì un notevole contributo al dibattito sulle armi nucleari in piena

Guerra Fredda. Oppure alla grande campagna pubblica contro il rinnovo del

sistema nucleare Trident della Gran Bretagna animata dalla Conferenza

episcopale di Scozia e quella di Inghilterra e Galles nel 2007.

 

Nella prospettiva del disarmo integrale entra allora in gioco la stessa

intelligenza umana. Cioè la direzione della ricerca tecnologica e

scientifica.

Di Ruzza: La questione resta legata alla libertà e all'intelligenza umana.

Cosa viene ricercato? Lo sviluppo o la semplice potenza? Oltre agli

imperativi di tipo etico, o agli strumenti giuridici di settore, potrebbero

essere ottimizzati alcune norme già presenti nell'ordinamento internazionale

generale. Ad esempio i TRIPS (gli accordi internazionali sugli aspetti

commerciali legati ai diritti di proprietà intellettuale), prevedono la

possibilità per gli Stati di vietare la registrazione di brevetti il cui

sfruttamento minacci l'ordine pubblico o la salute e la vita umana. Ciò

potrebbe essere utile a prevenire lo stesso brevetto di armi indiscriminate

o di distruzione di massa. Tutto insomma riconduce alla mentalità umana.

Cambiando questa, potranno cambiare i sistemi, le istituzioni, i metodi di

convivenza. Erasmo da Rotterdam nel piccolo volume del 1517, Lamento della

pace, facendo parlare la pace scriveva: «Cominciai ad augurarmi di trovare

posto almeno nel cuore di un uomo solo. Ma neppure questo mi fu concesso.

L'uomo lotta con se medesimo, la ragione fa guerra ai sentimenti, e in più

sentimenti sono in conflitto fra di loro, di qui il richiamo della

devozione, di là l'attrazione della bramosia». Nella prospettiva della

dottrina sociale della Chiesa, pur nella coscienza della complessità delle

variabili politiche, economiche, militari e strategiche, resta ferma la

centralità della persona umana. Questo approccio rende il disarmo una sfida

forse più impegnativa, poiché legata al risanamento dei cuori. Ma

sicuramente più coerente alla prospettiva dello sviluppo umano integrale e

del bene comune." Progetto Strategie, de.it.press

 

 

 

 

 

Il veleno dei cardinali. Il caso Boffo scuote la Chiesa

 

Retroscena del "caso Boffo" scuotono la Chiesa. E svelano le divisioni nelle gerarchie - Indignazione, e la segreteria di Stato ostenta tranquillità. Ma gli esiti sono imprevedibili - di ORAZIO LA ROCCA e MARCO ANSALDO

 

CITTA' DEL VATICANO - "Fratelli che si mordono e si divorano a vicenda". Il Papa lo aveva detto, nel marzo scorso. Anzi, lo aveva addirittura scritto a chiare lettere in un messaggio ai vescovi, citando San Paolo e il suo avvertimento alla comunità dei Galati, uno dei nuclei cristiani più turbolenti. "Badate almeno - ammoniva l'apostolo di Tarso - a non distruggervi del tutto gli uni con gli altri". Quell'invito di Benedetto XVI sembrava quasi presagire il clima di scontro che si respira ora all'interno della Chiesa con il caso Boffo, il direttore dell'Avvenire dimessosi dopo una violenta campagna di accuse su presunte molestie avviata da Il Giornale di Vittorio Feltri, accuse rivelatesi poi inconsistenti. Un maremoto pian piano salito, e adesso penetrato fin dentro i Sacri Palazzi, coinvolgendo i porporati più in vista, subito sotto il Papa.

 

"Stanno tentando in tutti i modi di farci entrare in dispute che non ci appartengono tirandoci per la tonaca", è la frase che si coglie nelle stanze della Segreteria di Stato, dove tra i più dispiaciuti per lo sconquasso che si è sollevato sembra - a chi gli sta vicino - proprio il cardinale Tarcisio Bertone. Sua Eminenza - primo collaboratore di Benedetto XVI - accusato indirettamente da Feltri di essere stato l'occulto ispiratore del complotto, è appena stato riconfermato al vertice con una lettera affettuosa scritta a mano dal Pontefice, in tedesco. Controlla in pieno il potere vaticano. E tuttavia è al centro di un caso che non ha precedenti nelle sacre stanze, e mescola potere e politica, veleni e gerarchia, porpore e giornali. Una battaglia di cardinali: questa volta però tutta giocata all'esterno del mondo protetto del Vaticano.

 

Ufficialmente, la Segreteria e i suoi uomini non danno peso "alle chiacchiere". Eppure nel Palazzo Apostolico si ha la netta sensazione di vivere in trincea. Con vescovi, cardinali e monsignori pronti a fronteggiare una sorta di guerra invisibile, mentre Papa Ratzinger sembra - in apparenza - non esserne sfiorato, impegnato com'è in udienze e catechesi pubbliche. Ieri, in effetti, ha presieduto come tutti i mercoledì alla tradizionale udienza generale, lanciando un severo monito contro i "tentativi di carrierismo che si possono annidare anche tra gli uomini di Chiesa". Dietro le quinte, però, Benedetto XVI si sta dando da fare per cercare di capire quello che sta veramente succedendo e se le accuse rivolte a Bertone e ai suoi più stretti collaboratori siano in qualche modo fondate.

 

Anche monsignore Angelo Bagnasco è molto colpito da questa vicenda. Ma il presidente della Conferenza episcopale italiana resta defilato. Il che - precisano i suoi collaboratori - non significa certo avere gli occhi chiusi su quel che accade. La Cei ha definito infatti Boffo "un galantuomo". Pure il cardinale Dionigi Tettamanzi, dal suo osservatorio di Milano, non prende parte allo scontro in corso. Oggetto anch'egli di attacchi diretti in passato, guarda molto preoccupato quel che scrivono i giornali, e pensa che questi scontri non giovino alla Chiesa. Quando gli chiedono se sta con la Cei, nello scontro in atto, o con la Segreteria di Stato, risponde ai suoi sacerdoti così: "La Chiesa è una e una sola, io sto con il Vangelo e vado avanti".

Monsignor Achille Silvestrini, il più stretto collaboratore all'epoca di Agostino Casaroli segretario di Stato, commenta: "Non conosco la vicenda, ho solo letto. Ma è sbagliato dire che questa cosa provenga dal Vaticano. Forse da "qualcuno" del Vaticano, il che è ben diverso. Siamo nell'età dei misteri. Ma posso dire che negli anni di Casaroli cose del genere non sono mai successe".

 

"Di quali accuse si sta parlando? Qui si tratta solo di fango gratuito lanciato contro uomini di Chiesa e istituzioni ecclesiali", commenta con fermezza il cardinale Josè Saraiva Martins. E un altro cardinale, Renato Raffaele Martino, è dell'opinione che "la Chiesa da sempre venga attaccata perché difende l'uomo, specialmente il più debole e indifeso. E gli attacchi di questi giorni non rappresentano, purtroppo, un'eccezione: si sta cercando in tutti i modi di far pagare alla Chiesa colpe che non ha. Parlare di guerre e scontri è impensabile. Fa bene quindi la Santa Sede a non replicare a simili fandonie".

Fuori dal Vaticano non tutti i prelati la pensano così. "Sarebbe invece opportuno che dalla Santa Sede arrivasse una parola di chiarimento tramite, magari, il portavoce papale padre Federico Lombardi, persona seria, competente e puntuale", replica il vescovo Loris Francesco Capovilla, emerito di Loreto, storico segretario personale del beato Giovanni XXIII, un prelato dunque che conosce bene la Curia e l'appartamento papale. Di "attacco alla Chiesa" parla il vescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti, più volte nel mirino dei partiti di governo, Lega in testa, per le sue prese di posizione in difesa degli immigrati. "Il vero problema - dice - è legato al fatto che troppa gente vede la Chiesa come un soggetto politico e per questo la attacca quando dice delle cose che possono dare fastidio".

 

Gli esperti di cose vaticane guardano tutto con estrema attenzione. Mario Agnes, oggi direttore emerito dell'Osservatore Romano, afferma: "Non voglio dire niente. Sono amareggiato, molto amareggiato. Nei miei 23 anni da direttore non ho mai visto niente di simile. Ho sempre deciso di stare zitto perché per me parlava il giornale". "Il caso è nato dentro la Chiesa - afferma Sandro Magister, vaticanista di lungo corso e autore del blog Settimo cielo - e è mirato a colpire persone e gruppi interni alla Chiesa stessa. Quello a cui abbiamo assistito è stato un attacco personale a Boffo, per cosa lui rappresentava, cioè Avvenire, e per la linea che esprimeva, quella della Cei diretta dal cardinale Camillo Ruini. Questo era il bersaglio".

 

Una lotta diretta fra i due maggiori quotidiani cattolici? Anche. Fra Avvenire e Osservatore Romano la battaglia dura da tempo, un braccio di ferro che ha avuto momenti di scontro evidenti, come nella vicenda di Luana Englaro, dove il giornale della Cei è stato protagonista di una campagna molto energica, mentre il foglio della Santa Sede si è rivelato estremamente riservato, elusivo, cauto. "La domanda - continua Magister - è come Feltri sia stato indotto a presentare le carte su Boffo, e lui in pratica ha confessato: la figura di cui ha parlato sembra il ritratto di Giovanni Maria Vian, il direttore dell'Osservatore Romano. Ma il bersaglio vero, cioè Ruini, non è stato raggiunto. Boffo è stato sostituito da Marco Tarquinio, il suo vice. E la linea di Avvenire non è cambiata".

 

Chi ci sarebbe dietro Vian? Molti sanno del rapporto stretto fra lui e il segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Chi però ha sentito il direttore dell'Osservatore Romano spiega così la sua difesa: "É tutto falso. Le accuse non tengono nemmeno sul piano della logica. Non siamo così gonzi. Presto si vedrà che è tutta una bolla di sapone". Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi, esclude "che Bertone e Ruini possano essere direttamente coinvolti in questa vicenda. Credo invece che si tratti di un gioco degli specchi e che gli uni e gli altri, le vittime e i carnefici, trascinino dentro le autorità della Chiesa. Perché è illogico che questi si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando incarnano poteri d'altro tipo, e potrebbero tranquillamente tagliare la testa a Boffo senza passaggi bizantini".

 

La Segreteria di Stato ieri ha valutato l'ipotesi di smentire le ricostruzioni giornalistiche. Poi ha optato per la prudenza. Meglio il silenzio. Ma dal mondo in sofferenza della Chiesa italiana un uomo di vertice commenta così: "In questo modo è peggio. In Vaticano tireranno avanti proprio così: come se nulla fosse accaduto. Ma non è un silenzio di rispetto: semmai di confusione, di paura. Tutti i giornali parlano di un delitto politico e mediatico ordito addirittura dalla Segreteria di Stato e dal giornale della Santa Sede, e di fronte a questo inferno tacciono incredibilmente il portavoce, l'Osservatore Romano, Avvenire e la Radio Vaticana. Un silenzio nel quale risuonano ancor più i sospetti che oggi corrono liberamente nei sacri Palazzi". LR 4

 

 

 

Cei: no a pregiudizi e discriminazioni verso gli stranieri

 

ROMA – L’ottica con cui la Chiesa guarda all’immigrazione “è quella di cui ha parlato anche il Papa in un suo recente Angelus: la dignità di ogni persona umana, che non può essere a priori oggetto di pregiudizi e di discriminazioni”. É quanto ha detto il Segretario generale della CEI, mons. Mariano Crociata, rispondendo ad una domanda dei giornalisti nel corso della conferenza stampa di presentazione del Comunicato finale del Consiglio Episcopale Permanente. Di qui l’esigenza di “guardare con attenzione alla dignità delle persone migranti, e quindi alle esigenze fondamentali della persona”.

Tra le domande dei giornalisti al Segretario generale della CEI quella sul rapporto tra immigrazione clandestina e criminalità dopo che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aveva detto che con meno extracomunitari si avrebbe anche meno criminalità.

“Le nostre statistiche - ha risposto mons. Crociata - dimostrano che la percentuale di criminalità tra italiani e stranieri è uguale, se non identica”.

Infatti secondo una ricerca presentata nel mese di ottobre, su “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”, realizzata dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes e dall’Agenzia Redattore Sociale, il tasso il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro Paese è “solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani”. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. (Migranti-press)

 

 

 

 

 

Caso Boffo, sdegno della Cei. "Menzogne contro il Vaticano"

 

Cardinale Re smentisce Feltri: "Non vennero da Oltretevere i falsi documenti. Una squallida manovra ordita da chi sa chi" - di ORAZIO LA ROCCA

 

CITTA' DEL VATICANO - "É una squallida manovra ordita da chissà chi per coprire la vera fonte ispiratrice di tutta questa discutibile vicenda. Ma non penso proprio che sia stato qualcuno del Vaticano a fornire quei falsi documenti" al direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri. Predica "prudenza e moderazione", il cardinale prefetto della Congregazione dei Vescovi Giovanni Battista Re. Ma non per questo è disposto ad accettare, senza battere ciglio, quanto adombrato da Feltri, secondo il quale sarebbe stata "una autorevolissima fonte istituzionale della Santa Sede" a fornirgli il falso dossier sull'ex direttore di Avvenire, Dino Boffo, pubblicato a fine agosto scorso sul quotidiano berlusconiano costringendo Boffo alle dimissioni.

 

Papa Ratzinger, intanto, sul ritorno in auge del caso è "molto preoccupato". Chi gli sta vicino nel Palazzo Apostolico riferisce che Benedetto XVI "è deciso a capire cosa c'è veramente dietro a tutta questa vicenda" e non nasconde di essere fortemente "contrariato" dal sospetto che la storia sia animata da una sorta di grande "burattinaio" nascosto nei piani alti della curia vaticana. Una clamorosa manovra dietro la quale - stando all'identikit tracciato dallo stesso Vittorio Feltri a Dino Boffo durante il pranzo di lunedì scorso in un ristorante milanese e alle notizie riportate da alcuni giornali nei giorni scorsi - ci sarebbe nientemeno che il direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Battista Vian, "ispirato" dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, per mettere in difficoltà il duo cardinalizio Bagnasco-Ruini. E forse proprio per questo motivo da qualche giorno il Papa ha avviato riservatamente una serie di colloqui con cardinali ed alti prelati di curia per "cercare di saperne di più". "Se fosse vero che l'autore occulto del caso-Boffo si trova in Vaticano, a squallore si aggiungerebbe altro squallore e le autorità ecclesiastiche preposte non potrebbero fare finta di niente", commenta il vescovo Domenico Mogavero, giurista, presidente del Consiglio per gli Affari Giuridici della Cei, che non a caso invoca "chiarezza e pulizia per il bene della Chiesa".

 

Mogavero fu il primo vescovo, dopo la pubblicazione del falso documento, a chiedere a Boffo di fare un passo indietro: "É vero e gli ho chiesto scusa, ma ora sono pronto a chiedere scusa anche a Feltri perché anche lui è un danneggiato pur se - precisa il presidente Cei per gli Affari giuridici - ha commesso una gravissima colpa di omissione di controllo". Ma ecco cosa pensa in merito uno dei più stretti collaboratori di Benedetto XVI, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi.

 

Cardinale Re, Dino Boffo costretto a dimettersi dalla direzione di Avvenire per una manovra partita da oscuri "congiurati" d'Oltretevere. É una eventualità credibile?

"Rispondo subito che è una ipotesi assolutamente impensabile. Secondo me, sostenere che i falsi documenti siano stati artatamente fatti uscire da qualcuno dal Vaticano per danneggiare il direttore Dino Boffo, è una ipotesi che non sta per niente in piedi. Una ipotesi, ripeto, a dir poco impensabile".

 

Eppure, Feltri non ha dubbi: lui sostiene che quel falso documento su Boffo gli è stato fornito da alti funzionari vaticani.

"Ovviamente non posso sapere chi abbia potuto fornire al dottor Feltri quelle carte risultate poi false. Ma di una cosa sono, comunque, certo: chi, o quanti, si è prestato a mettere in atto una manovra così ignobile nascondendosi nell'anonimato lo ha fatto di sicuro per colpire prima di tutto il direttore Dino Boffo: ma nello stesso tempo anche per tentare di mettere in difficoltà lo stesso Osservatore Romano e, di conseguenza, le gerarchie ecclesiali. In definitiva, si tratta di un ignobile attacco alla Chiesa costruito su menzogne e falsità".

 

A questo punto sarebbe necessario che Feltri rivelasse il nome o i nomi di chi gli ha fornito il falso documento?

"Rispondo solo che è impensabile che tutta questa manovra sia partita da qualcuno dall'interno della Santa Sede. Questo sento proprio di poterlo escludere. Temo, però che tutta questa manovra sia stata fatta per tentare di nascondere i veri mandanti e, di conseguenza, chi ha dato a Feltri le false carte"  LR 3

 

 

 

 

Il dialogo interreligioso

 

Agenzia Zenit del 1° febbraio 2010 pubblica una riflessione dal titolo

"Quando un Papa e un Rabbino commentano le Scritture. Mons. Vincenzo Paglia

analizza la visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma": " Il tratto

caratterizzante della visita di Benedetto XVI alla grande Sinagoga di Roma è

stato il fatto che un Capo della Chiesa cattolica e un Rabbino hanno

commentato insieme le Sacre Scritture. Ad affermarlo a ZENIT è stato mons.

Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia che dal 2004 fino all'anno

scorso ha ricoperto l'incarico di Presidente della Commissione Ecumenismo e

Dialogo della Conferenza Episcopale Italiana prima di essere eletto

Presidente della Conferenza Episcopale Umbra. Anche se "avvenuta in un

momento un po' più turbolento, per certi versi", rispetto a quella compiuta

nel 1986 da Giovanni Paolo II, secondo il presule "la visita ha significato,

innanzitutto, la conferma della irreversibilità del nostro cammino comune".

"Non direi che siano scomparse tutte le ombre - ha poi precisato -, tuttavia

è emersa la volontà chiara di guardare al futuro, un futuro che ha

significato per lo meno due piste: una, quella dei campi comuni di

intervento e testimonianza: il valore supremo della vita, la santità della

famiglia, la tutela del creato, l'attenzione per i bisognosi; l'altra, che

si è realizzata, riguardante il campo delle Scritture". L'aspetto innovativo

della prima visita di Benedetto XVI al Tempio maggiore di Roma, ha

continuato il presule, è che "in Sinagoga, si è compiuto già un passo in

avanti perché tutti e due hanno commentato le Scritture accogliendosi a

vicenda". "Per la prima volta un Rabbino ha commentato la Scrittura davanti

al Papa e viceversa - ha osservato -. Questo evento, secondo me, si

comprende bene all'interno della visione indicata dal Papa, secondo cui

anche Israele deve rispondere alla Rivelazione".  "Si tratta di un passo in

avanti nella linea spirituale - ha aggiunto -. E l'importanza del discorso

papale sta proprio in questo passaggio non al piano della diplomazia ma al

piano spirituale, che a mio avviso è l'aspetto che deve essere

solidificato". Mons. Paglia, che nel 2002 è stato nominato dalla Santa Sede

Presidente della Federazione Biblica Cattolica Internazionale, ha poi posto

l'accento sull' "'invito del Papa a prestare maggiore attenzione

all'interpretazione ebraica delle Scritture". Nel suo discorso il Pontefice

ha infatti citato un passaggio del documento pubblicato nel 2001 dalla

Pontificia Commissione Biblica - quando a presiederla era il Cardinale

Joseph Ratzinger - dal titolo "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture

nella Bibbia cristiana", e il cui intento era anche quello di contribuire al

dialogo fraterno tra cristiani ed ebrei a partire dal riconscimento

dell'autorità e dell'importanza delle Sacre Scritture del popolo ebraico per

la Bibbia cristiana. Nello specifico, durante l'incontro in Sinagoga, il

Papa ha richiamato "la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico 'a

livello della loro stessa identità' spirituale e che offre ai Cristiani

l'opportunità di promuovere 'un rinnovato rispetto per l'interpretazione

ebraica dell'Antico Testamento'". Mons. Vincenzo Paglia ha quindi richiamato

la necessità per ebrei e cattolici di "procedere su spazi comuni percorrendo

quei ponti che man mano rassodano l'incontro". "Io sono convinto - ha detto

ancora - che l'ignorarsi non sia mai foriero di prospettive positive. Al

contrario, le difficoltà che ci sono non debbono impedirci di seguire quella

linea di fraternità che ci vincola nelle Scritture". "Le difficoltà,

ovviamente, ci sono poi ognuno le vive in base alla storia passata. E non

dobbiamo dimenticarci che la sensibilità ebraica su certe tematiche è molto

attenta", ha continuato. "Però ho notato che c'è una volontà di superare le

difficoltà, tenendo presente che non tutti erano d'accordo sulla visita del

Papa in sinagoga - ha sottolineato il Vescovo -. E il fatto che sia

avvenuta, ugualmente, mostra una chiara volontà di continuare". Riguardo,

invece, alla questione di Pio XII e ai suoi presunti silenzi sulla tragedia

della Shoah, "il problema rimane ancora aperto", ha detto mons. Paglia. "A

mio avviso, lì va distinto, come sottolineato da padre Federico Lombardi, la

questione storica da altre questioni - ha spiegato -. In ogni caso questo

non deve impedirci di continuare a incontrarci, proprio perché la fede nel

Dio dei Padri ci unisce". Il Vescovo di Terni-Narni-Amelia ha quindi detto

di condividere le dichiarazioni dell'ambasciatore di Israele presso la Santa

Sede, Mordechay Lewy, apparse su "L'Osservatore Romano", e cioè che "solo

pochi rappresentanti dell'ebraismo sono realmente impegnati nell'attuale

dialogo con i cattolici" e che molti ebrei guardano alla propria identità

religiosa in termini di "autosufficienza teologica". "L'ebraismo 'italiano

ed europeo' è in genere aperto, dialogante e quindi pronto anche a

riflettere su temi condivisi insieme ai cattolici - ha commentato mons.

Paglia -. Un esempio di novità, in questo caso, è l'attenzione prestata alla

figura di Gesù anche da parte degli ebrei". "Tutto questo è totalmente

assente in un certo ebraismo ortodosso - ha osservato poi -. In effetti

questo spiega anche perché è importante dialogare: il rinchiudersi porta

facilmente, in un mondo come l'attuale, alla autoreferenzialità. Mentre di

fronte ai grandi problemi dobbiamo unire le forze, ad esempio per parlare di

Dio, per parlare della dignità dell'uomo. Ma ciò è possibile se c'è di fatto

un riferimento a Dio". "Noi dobbiamo evitare da un parte una faciloneria

sincretista - ha continuato il presule - che sarebbe soltanto deleteria e

dall'altra di erigere un altro muro di separazione". "C'è uno spazio stretto

e complesso del dialogo, che è l'unica possiblità ma anche la grande sfida

che deve unire ebrei e cristiani per rispondere alle nuove frontiere del

mondo". Il presule ha poi commentato come "un passaggio dal dialogo al

trialogo" l'accenno fatto durante la visita del Papa da Riccardo Pacifici,

Presidente della Comunità Ebraica di Roma, sulla necessità di "solidarizzare

con le forze che nell'Islam interpretano il Corano come fonte di solidarietà

e fraternità umana, nel rispetto della sacralità della vita". "Tuttavia, è

chiaro che ormai, come più volte ripetuto dal Papa, il problema non è

assolutamente il mettere sullo stesso piano tutte le religioni - ha

precisato mons. Paglia -. Questa sarebbe una bestemmia. Altro, invece, è il

discorso su come convivere e su quali responsabilità comuni possiamo avere".

"Oggi di fronte a città, paesi e società di fatto multireligiosi è chiaro

che si chiede la capacità dell'incontro senza rinunciare alla propria

identità - ha concluso -. Questa è la grande sfida. Anzi l'incontro è

possibile se restiamo in qualche modo fermi nelle nostre profonde

convinzioni religiose". " progetto Strategie, de.it.press

 

 

 

Dal 15 al 20 febbraio, l'ostensione del corpo di sant'Antonio

 

Dal 15 al 20 febbraio, speciale ostensione del corpo di sant'Antonio all'interno della basilica del Santo a Padova. Questa sì che è una notizia! Anche se, nel coro entusiastico dei più, c'è chi la reputa una notizia fuori luogo. In un mondo flagellato da terremoti, nel bel mezzo di una crisi economica, che senso ha un evento così insolito come l'esposizione ai fedeli di ossa vecchie di ottocento anni?

Un buon motivo per richiamare due nozioni di storia e fare chiarezza.

Il cristianesimo affonda le radici nel sangue dei martiri. Sulle loro tombe si celebrava l'Eucaristia e intorno ai resti mortali di questi fratelli "testimoni della fede" si radunava la comunità cristiana. Terminate le persecuzioni, a partire dal IV secolo il culto liturgico reso ai martiri si rivolge anche ai santi, uomini e donne di singolari virtù, intrisi di Vangelo e operatori di carità. Il santo, secondo l'espressione di Paolino di Nola (355-431), è un "martire che non stilla sangue", nel senso che dona la sua vita per la causa di Cristo in modo totale ma incruento.

Anche il rapporto particolare con l'aldilà qualifica il santo cristiano: generalmente la sua festa liturgica è collocata proprio nel giorno della morte ("dies natalis": giorno della nascita alla nuova vita), e il suo corpo è vissuto da chi resta come un ponte tra terra e cielo. Diversamente dal mondo greco-romano che aborriva la morte e collocava i defunti nelle "necropoli" (letteralmente: città dei morti), i corpi dei cristiani sono deposti nei cimiteri (letteralmente: dormitori) in vista della risurrezione, e quelli dei santi in luoghi pubblici e accessibili come chiese e basiliche, che divengono ben presto mete di pellegrinaggio. Nell'antichità la morte è spartiacque tra due mondi non comunicanti, per i cristiani la "comunione dei santi" amplia la comunità credente fino al cielo. Tendono alla santità coloro che sulla terra sono incamminati al cielo, la godono in Dio le schiere dei santi. Senza questo presupposto non si può capire perché i santi e, quindi, i loro resti ("reliquia" significa "ciò che resta": il corpo o parte di esso) sono, ieri come oggi, percepiti come segno e testimonianza di una vita vissuta in amicizia con Dio e a servizio degli uomini. Le reliquie rendono il santo vivo e operante agli occhi degli uomini. Esse, infatti, non hanno valore nella loro materialità, ma in quanto richiamano un corpo che è traccia di una vita pienamente cristiana e, quindi, realizzata.

Da qui si comprende perché la gente si avvicini con fiducia ai santi e alle loro reliquie. Attraverso di esse un pezzo di eternità entra nella storia e diventa accessibile. E sono poco convincenti quelle razionalizzazioni che immaginano una fede pura, senza segni, tutta idee precise e valori buonisti. La nostra fede si fonda sull'incarnazione, realtà di spessore, concreta, che non diserta mai la storia. Chi si reca ai santuari ha forse una fede semplice - ricordiamo che cristianamente la semplicità è un valore - ma sana, tenace, autentica, creativa. La religiosità dei poveri (e la povertà non è solo quella di beni materiali) non è certamente una religiosità povera, anzi: lascia spazio all'azione, al gesto, al cuore, chiede di vedere e di toccare, di sperimentare attraverso un "sentire immediato". Questa religiosità (che qualcuno chiama fede) popolare, contiene la grammatica stessa dell'esperienza religiosa cristiana che "sente", "prega", "vive", "partecipa". Perciò, nella sostanza, le sue forme non sono cambiate di molto attraverso i secoli. La domanda non è perché la gente va in pellegrinaggio, si reca ai santuari, prega i santi e venera le reliquie. E nemmeno che senso ha, nel terzo millennio, l'ostensione del corpo di un santo. Si tratta di eventi che rivitalizzano le radici della fede, che ricompattano e irrorano l'identità credente, che coniugano di nuovo tradizione e modernità. "La gente del popolo - scrive il teologo don Paolo Giannoni - attinge alla rivelazione con la tazza della sua vita: una povertà che invoca, una fiducia che si affida, un'ammirazione che loda, un senso vivo della mediazione dei santi che sa che ogni santo - e in modo particolare sant'Antonio - con la sua vita è un vero e grande commento di Gesù-Vangelo". Oggi purtroppo è la sete che manca, ma questo non è un buon motivo per dubitare della tazza con la quale il popolo cristiano si disseta.

UGO SARTORIO direttore editoriale e responsabile "Messaggero di sant'Antonio"

 

 

 

 

Papst-Botschaft zur Fastenzeit: Den Trug der Selbstgenügsamkeit aufgeben

 

Das Thema Gerechtigkeit steht für den Papst im Mittelpunkt der bevorstehenden Fastenzeit. Der Text seiner Botschaft zur Fastenzeit wurde an diesem Donnerstag im Vatikan vorgestellt, und zwar vom Päpstlichen Hilfswerk „Cor Unum“ unter Leitung des deutschen Kardinals Paul Josef Cordes. Er sagte in der Pressekonferenz:

 

„Wie jedes Jahr fordert die Fastenbotschaft alle Menschen dazu auf, Gutes zu tun. Benedikt drängt darin auf eine bessere Verteilung von Essen, Wasser und Medizin. Nach dem schrecklichen Erdbeben in Haiti sehen wir die große Solidarität vieler Menschen - aber die Worte des Papstes sind vor allem eine Herausforderung für unseren Willen, sich Gott anzuvertrauen und an ihn zu glauben. Sie machen also das zum Thema, was in der allgemeinen Diskussion über Gerechtigkeit und Frieden leicht vergessen und verschwiegen wird. Einer solchen Selbst-Isolierung fernab von Gott – man könnte von einem ‚durch die Säkularisierung verursachten Autismus des Menschen? sprechen – stellt Papst Benedikt seinen entschiedenen Verweis auf Gott und dessen Angebot der Liebe entgegen.“

 

  „Genauso, wie die Menschheit mehr Brot braucht, braucht sie Gott.“ Das schreibt Papst Benedikt XVI. in seiner Botschaft zur Fastenzeit. In dem Text beschäftigt sich der Papst mit dem Thema Gerechtigkeit: Ungerechtigkeit habe „nicht nur einen äußeren Ursprung; sie gründet im Herzen des Menschen“, mahnt er. Benedikt rät zu einem „Exodus“, einer tiefgreifenden „Befreiung des Herzens“: Es gelte, „den Trug der Selbstgenügsamkeit aufzugeben“ und auf das Entgegenkommen Gottes zu hoffen. „Fest verwurzelt in dieser Hoffnung wird der Christ dazu angetrieben, eine gerechte Gesellschaft zu schaffen, in der alle das Notwendige erhalten, um menschenwürdig leben zu können“.

 

„Die Armut entschlossener bekämpfen!“ - Der Europapolitiker und ehemalige Präsident des Europaparlaments Hans-Gerd Pöttering hat bei einem Besuch im Vatikan zu mehr Entschlossenheit im Kampf gegen die Armut aufgerufen. Bei der Vorstellung der Fastenbotschaft des Papstes im Vatikanischen Pressesaal meinte der frühere Präsident des EU-Parlaments wörtlich: „In unserem Verhältnis zu den anderen Völkern der Erde, vor allem zu den Ärmsten unter ihnen, steckt die Idee der Solidarität bestenfalls in den Kinderschuhen.“ Während Europa und die Welt schon heute unvorstellbare Summen für die Bekämpfung der Finanzkrise investiert hätten, lasse die Umsetzung der Nächstenliebe in anderen Bereichen, etwa beim Kampf gegen den Hunger in der Welt, „noch zu wünschen übrig“. Pöttering leitet seit Ende letzten Jahres die deutsche Konrad-Adenauer-Stiftung. Pöttering wurde von Kardinal Cordes eingeladen, die Fastenbotschaft des Papstes an diesem Donnerstag vor den Journalisten mit politischen Überlegungen anzureichern. Pöttering sagte im Gespräch mit uns, was ihm an den Überlegungen Benedikts zur Gerechtigkeit besonders gefallen hat:

 

„Der Mensch hat eine Verantwortung für sich selber, aber auch für die Gemeinschaft. Diese Gemeinschaftsbezogenheit endet ja nicht mit dem eigenen Volk oder der Europäischen Union, sondern diese Gemeinschaftsorientierung betrifft im Grunde genommen die gesamte Weltgemeinschaft - und dazu gehört natürlich insbesondere der Islam.“ (rv 4)

 

 

 

 

Protestantinnen im Gespräch . Merkel, Käßmann und das Nicht-Thema Afghanistan

 

Zum ersten Mal seit den umstrittenen Äußerungen Margot Käßmanns zum Afghanistan-Einsatz traf die Kritikerin öffentlich auf die Kritisierte: Die EKD-Ratsvorsitzende und Kanzlerin Merkel begegneten sich in Berlin. Das Streitthema bemühten sich beide auszusparen. Trotzdem machte Käßmann keine gute Figur.

In Amerika mögen ambitionierte Generäle mit wortmächtigen Präsidenten um die Strategie für Afghanistan ringen, bei uns sind es zwei Frauen – und sie ringen nicht einmal, jedenfalls nicht öffentlich. Oder vielleicht doch? Seit Neujahr, als die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche, Margot Käßmann, in zwei Predigten befand, „Nichts ist gut in Afghanistan“, hat Merkel, die als Bundeskanzlerin tausende Soldaten an den Hindukusch schickte und bald mehr schicken will, geschwiegen.

 

Am Mittwochabend trafen die beiden zum ersten Mal seit der Kritik öffentlich aufeinander – der Evangelische Pressedienst (EPD) feierte in Berlin seinen 100. Geburtstag. Bei einem Gespräch im Kanzleramt Mitte Januar hatte es nur Fotos und Statements gegeben. Bei Käßmanns Einladung in den CDU-Parteivorstand nicht einmal das.

Käßmann, die ein Kreuz um den Hals trägt, das bei Ungläubigen als modischen Accessoire durchginge, hat hier ein Heimspiel: Für die Kirchenleute, noch mehr aber für die vielen hier versammelten linksliberalen Journalisten, ist sie ein Star, seit sie der allgemeinen pazifistischen Gefühlslage im Volk einen Ausdruck gegeben hat. Die Chefredakteurin der „taz“, Ines Pohl, küsst Käßman auf die Wange und fragt solidarisch-besorgt:

- „Wie geht es Dir?“

- „Still standing“, antwortet die Bischöfin tapfer.

Wie ein taumelnder Boxer wirkt sie auch. Nur noch wenn eine Kamera auf sie gerichtet ist, schafft Käßmann es, ihr großes Lächeln anzuknipsen und lebendige Gestik zu entfalten. Die Wucht der Kritik habe ihr zugesetzt, klagt sie.

Ganz anders die Kanzlerin. Sie kommt spät, strahlt, geht forsch durch den Saal auf Käßmann zu. Ein Händedruck und eine angedeutete Berührung am Ellbogen. Vertraulichkeit? Kurz plaudern die beiden nebeneinander in der ersten Reihe, bevor sich Merkel ihrem Mobiltelefon widmet und SMS verschickt.

Merkel wirkt locker, regelrecht fröhlich. Ihren langweiligen Festvortrag garniert sie mit Anekdoten wie zur angeblichen protestantischen Freudlosigkeit: „Als Pastorentochter hatte ich nie den Eindruck. Auch wenn man von mir ab und an Bilder mit heruntergezogenen Mundwinkeln sieht und damit Freudlosigkeit verbindet.“

Sie spricht nicht über Afghanistan, obwohl sie vom Moderator Jörg Bollmann geradezu dazu eingeladen wird. Der zitiert als Beispiel für eine gelungene EPD-Meldung: „Bundeskanzlerin Dr. Angela Merkel erklärte, die Kritik von EKD-Ratspräsidentin Käßmann am Afghanistan-Einsatz sei zu akzeptieren.“

Merkel verzichtet darauf, festzustellen, dass dies nur die halbe Wahrheit ist. Zwar schwiegen am Jahresanfang nicht nur die Kanzlerin, sondern auch ihr Generalsekretär Hermann Gröhe, der zwölf Jahre lang mit Käßmann im Rat der EKD eng zusammenarbeitete.

Merkel wartete lange, um dann - vor vier Tagen erst - im Interview mit der „Welt am Sonntag“ (hier) zu sagen, die Position Käßmanns sei die „eines Teils meiner Kirche“. Außerdem sprach sie die EKD-Denkschrift zum Frieden an, deren Differenziertheit Käßmanns Predigt nicht erreicht hatte. Einseitig und unterkomplex also – ein harter Vorwurf. Aber wahrscheinlich würde ihr darin sogar die Mehrheit der versammelten Kirchenleute Recht geben.

Ein Stich mit dem Florett, der so gut saß, dass er an diesem Abend nicht wiederholt werden muss. Nur Käßmann kommt noch auf Afghanistan zu sprechen. Auf der Bühne im Gespräch mit Claus Strunz, dem Chefredakteur des „Hamburger Abendblattes“ lobt sie das Geburtstagskind EPD: Dort könnten Journalisten recherchieren, was ein „Damaskus-Erlebnis“ sei und wie das vierte Gebot laute. Einige im Saal lächeln, denn Käßmann hat selbst neulich in einem Gastbeitrag für „Die Zeit“ den Traum des Pharaos fälschlicherweise Josef zugeschrieben.

Das Lächeln gefriert, als Strunz anspricht, dass sie beim Tod von Robert Enke die Türen ihrer Kirche für das Fernsehen geöffnet hat: „Wieweit wollen Sie in Zonen vorpreschen, die früher einer Ratsvorsitzenden nicht zugänglich waren?“ Käßmanns letztes Lob für die evangelische Agentur klingt wie ein Selbstverteidigung.: „EPD zitiert nicht nur einen Satz, wie ‚nichts ist gut in Afghanistan', sondern weiß auch, was eine Predigt für ein Genre ist.“  Robin Alexander DW 4

 

 

 

Zurechtweisungen. Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Ganz sicher kennen Sie das auch, liebe Leserinnen und Leser: Sie haben sich über jemanden geärgert, über einen Bekannten, den Ehepartner, die Ehepartnerin, einen Mitarbeiter, und möchten diesen Ärger auch loswerden. Aber irgendetwas hindert Sie daran, der Betreffenden oder dem Betreffenden deutlich zu sagen, was Sie gestört hat. Vielleicht haben Sie in solchen Augenblicken Angst, sich den Mund zu verbrennen. Sie befürchten, die Kritisierten könnten sich beleidigt zurückziehen oder aggressiv werden.

 

So kommt es dann, dass mancher Ärger, manche Kritik verdrängt werden zugunsten der seelischen Knoten, die sich bilden.

 

Manche Christen vertreten die oberflächliche Auffassung, Streit und Auseinandersetzungen seien von vornherein unchristlich. Aber ich frage: Wenn ich alles schlucke, allen Unmut in mich hineinfresse, steckt dahinter wirklich Nächstenliebe oder ist es vielleicht eher die Angst vor ehrlicher Aufarbeitung bestehender Konflikte? Und handelt es sich wirklich um Liebe, wenn ein Stück Wahrheit verschwiegen wird?

 

Im Evangelium ist häufig von „brüderlicher Zurechtweisung“ die Rede. Die Texte rechnen damit, dass es auch zwischen Christen Unstimmigkeiten geben kann und gibt. „Wenn dein Bruder sündigt, dann geh hin und weise ihn unter vier Augen zurecht“ (Matthäus 18, 15). Wohlgemerkt: unter vier Augen. Oft ist es einfacher, sein Herz bei Dritten auszuschütten. Das mag uns zwar erleichtern, hilft dem aber nicht, an dem wir etwas auszusetzen haben.

 

„Sprich mit ihm, mit ihr unter vier Augen.“ Ist das nicht eine Aufforderung, Konflikte direkt auszutragen, Kritik persönlich anzubringen? Im frühen Mönchtum wurde die Kunst der brüderlichen Korrektur besonders gepflegt. Ein lehrreiches und amüsantes Beispiel ist die Erzählung über Abt Ammonas. Ihm wurde von aufgebrachten Mönchen zugetragen, dass sich in der Zelle eines Mitbruders eine Frau aufhalte. Als der Abt samt seinem Gefolge in der Zelle des besagten Mönchs auftauchte, konnte dieser die Frau gerade noch in einem Fass verstecken. Abt Ammonas überblickte sofort die peinliche Lage. Er setzte sich aufs Fass und ordnete eine Durchsuchung der Zelle an. Man fand natürlich nichts. Darauf sagte der Abt zu den Mönchen: Was also ist? Gott soll euch vergeben!“ Er ließ ein Gebet verrichten und bat alle hinauszugehen. Dann nahm er den Bruder bei der Hand und sprach: „Gib auf dich acht, Bruder!“ Nach diesen Worten ging er weg. – Ich kann mir vorstellen, dass der Mönch sich die Ermahnung des Abtes zu Herzen nehmen konnte, spürte er doch, dass der es gut mit ihm meinte.

 

Ob ein Mitmensch unsere Ermahnungen annehmen kann, wird davon abhängen, wie wir sie aussprechen. Ich kann Kritik pharisäerhaft anbringen, von oben herab. So, als würde ich immer alles richtig machen und der andere alles falsch. Dann muss sich ja die oder der Kritisierte gedemütigt fühlen und zurückziehen.

 

Ob Kritik angenommen werden kann, hängt oft schon von der Wortwahl ab. Worte dienen dazu, dem anderen eine Mitteilung zu machen, eine Botschaft zu übermitteln. Man unterscheidet Du-Botschaften und Ich-Botschaften. Die Du-Botschaften haben auf Dauer zumeist eine vernichtende Wirkung. „Du bist unmöglich!“ – „Du machst aber auch nichts richtig!“ – „Du stellst dich vielleicht an!“ Du-Botschaften klingen anklagend, erniedrigend. Es ist schwer, sie anzunehmen. Ich-Botschaften dagegen sind freundlicher, sprechen davon, was das Verhalten des anderen bei mir auslöst: Ärger, Angst, Wut, Unsicherheit.

 

Falls Ihr Partner oder Ihre Partnerin einmal sehr schweigsam ist, können Sie sagen: „Du schweigst wieder einmal wie ein Grab!“ Sie können aber auch zu verstehen geben: „Wenn du so schweigsam bist, fühle ich mich unsicher. Dann weiß ich nicht, was in dir vorgeht.“

 

Wenn ich von meinen Empfindungen rede, die das Verhalten des anderen Menschen bei mir auslöst, wirkt Kritik nicht erniedrigend. Und ob meine Kritik den anderen in erster Linie klein machen will oder ob sie aufrichtet, kann ich schon an der Wahl meiner Worte feststellen. Ich glaube, es lohnt sich, in den kommenden Tagen der neuen Woche einmal besonders darauf zu achten. „Bonifatiusbote“ 7

 

 

 

 

 

„Tag des geweihten Lebens“ mit Weihbischof Werner Guballa in Mainz-Liebfrauen

 

Mainz. Zum neunten Mal hat am Dienstag, 2. Februar, im Bistum Mainz der „Tag des geweihten Lebens“ stattgefunden. Zu der traditionellen Veranstaltung, die vom Ordensrat des Bistums Mainz veranstaltet wird, waren rund 140 Ordensfrauen- und männer sowie Mitglieder der Säkularinstitute in die katholische Pfarrgemeinde Mainz-Liebfrauen gekommen.

An dem Tag nahm auch Weihbischof Dr. Werner Guballa, Bischofsvikar für die Priester und Ordensleute im Bistum Mainz, teil. Im Rahmen des Tages stellte unter anderem Pfarrer Dr. Friedrich Franz Röper die pastorale Situation der Gemeinde Liebfrauen vor, die in einem sozialen Brennpunktgebiet liegt. „Wichtig ist uns die Nähe zu den Menschen. Wir wollen ihnen hier nahe sein und müssen daher das ablegen, was uns von ihnen trennt. Wir versuchen, im Leben der Menschen zu stehen und sie zu begleiten", sagte Röper. Beispielsweise habe er rund 50 Jugendlichen Ausbildungsplätze vermittelt. „Unsere Arbeit unterscheidet sich sicher von der anderer Pfarreien im Bistum Mainz", betonte Röper. Er sei aber davon überzeugt, dass diese auch vermehrt auf die Gemeinden zukomme.

Vor Röper hatten Mechtild Zöll, ehemalige Musiklehrerin an der Martinus-Schule Gonsemhein, und die Rektorin der Schule, Elisabeth Schmidt, Statements zur Bedeutung von Ordensgemeinschaft bzw. Klosterleben gegeben. Schmidt, deren Tante dem Orden der Ursulinen angehörte, sagte, dass sie durch ihre Verwandte „ein positives Bild einer Lebensalternative" erhalten habe. Auch sei die Präsenz einer Ordensgemeinschaft in einem Wohngebiet wichtig. Die vielfältigen Formen des Klosterlebens seien für Menschen in einem Wohngebiet eine Bereicherung. „Kirchen und Kapellen, die offen und einladend sind, sind Zufluchtorte", sagte Schmidt. Sie bat die Ordensleute darum, die „Flamme des Gebets" nicht ausgehen zu lassen.

Dem Treffen im Gemeindesaal schloss sich ein Gottesdienst mit Weihbischof Guballa in der Kirche an. Am Beginn des Gottesdienstes stand eine Statio im Foyer des Saales mit anschließender Kerzenweihe und Prozession zur Pfarrkirche. Konzelebranten des Gottesdienstes waren unter anderen Pater Sebastian Annas OP, Vorsitzender des Ordensrates im Bistum Mainz, Dompräbendat Gerold Reinbott, Ordensreferent im Bistum Mainz, sowie Pfarrer Röper.

In seiner Predigt ging Weihbischof Guballa auch auf die Situation der Pfarrgemeinde ein. „In dieser Gemeinde Liebfrauen sammeln sich viele Menschen, die wissen, was es heißt, auf Wohnungssuche zu sein. Ihre Not hat viele Gesichter: Sorge um das tägliche Brot, Sorge um den Arbeitsplatz, Sorge um die Ausbildung der Kinder, Sorge um die Gesundheit", sagte der Weihbischof. Guballa erinnerte daran, dass in Mainz-Liebfrauen auch die Spanisch sprechende Gemeinde ihre Heimat habe. „Sie finden aber hier zusammen - in einer Gemeinde, in der die Schwellen niedrig sind, die Offenheit groß, die Herzlichkeit ein Kennzeichen. Sie erfahren, dass sie hier verstanden werden, dass ihr Wort gehört und ernst genommen wird. Sie erfahren, dass Gott hier zu Hause ist als Gott, der bei ihnen wohnen will. Wo sich ihm das Herz öffnet, da will er wohnen", unterstrich der Weihbischof. am (MBN)

 

 

 

Vatikan: Es gab keine Intrige gegen Dino Boffo

 

Mit äußerstem Befremden reagiert Kurienkardinal Walter Kasper auf neueste italienische Presse-Spekulationen zum so genannten „Fall Boffo“: Die „These von einem Komplott“ sei „lächerlich“, und es seien vermutlich antiklerikale Kräfte, „die die Kirche angreifen, in dem sie Bandenkriege im Vatikan erfinden“. Das sagte Kasper, der den Päpstlichen Einheitsrat leitet, der Tageszeitung „La Stampa“. Der Direktor der katholischen Tageszeitung Italiens, Dino Boffo, war im letzten Herbst zurückgetreten, nachdem die Zeitung „Il Giornale“ eine heftige Kampagne gegen ihn begonnen hatte. Mittlerweile behaupten Medien, hinter dieser Kampagne habe letztlich niemand anderes als Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone gestanden. Kardinal Kasper nennt diese Theorien „böswillig zusammengebastelt“: „Wenn der Vatikan jemanden aus seinem Amt entfernen will, dann kann er das doch direkt tun“ – dazu brauche es kein Komplott. Darum würden diese Theorien im Innern des Vatikans „von niemandem ernst genommen“. Das „Giornale“ hatte Vorwürfe gegen Boffo nach dessen Rücktritt wieder zurückgenommen; Informationen über Boffo, die die Zeitung veröffentlicht hatte, stammten nicht wie behauptet aus den Akten eines Prozesses, sondern waren eigens „fabriziert“ worden.(rv 4)

 

 

 

 

Festakt zum 100-jährigen Bestehen des epd

 

Berlin. Die älteste deutsche Nachrichtenagentur hat 100. Geburtstag gefeiert: Rund 300 Gäste aus Kirche, Politik und Medien kamen am Mittwochabend zum Jubiläums-Festakt des Evangelischen Pressedienstes (epd) ins Museum für Kommunikation in Berlin. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nutzte die Gelegenheit, den Vertretern von Presse, Rundfunk und Nachrichtenagenturen einige mahnende Worte auf den Weg zu geben: "Qualität ist mit Sicherheit kein Störfaktor für erfolgreiche Geschäfte", sagte sie.

Zwar wisse sie, dass "eine gewisse Zeitnähe zweckdienlich ist" im Geschäft der Nachrichten. Allerdings stellte die Kanzlerin Gründlichkeit in der Recherche sowie die Schilderung von Zusammenhängen und Hintergründen als journalistische Tugenden heraus. Die Festrednerin würdigte insbesondere die Schwerpunktsetzung des epd, der unter anderem im Bereich der Entwicklungspolitik den Blick auf benachteiligte Regionen in der Welt richte und in der Medienberichterstattung Akzente setze. Auch die epd-Sozialberichterstattung sei in Zeiten der Wirtschaftskrise und anhaltender "Verteilungskämpfe" von besonderem Wert. "Behalten Sie sich den Blick über den Tellerand", sagte sie an die epd-Journalisten gewandt.

Rund 80 fest angestellte Redakteure in mehr als 30 deutschen Städten arbeiten für den Evangelischen Pressedienst. Sitz der Zentralredaktion ist Frankfurt am Main. Hinzu kommen die acht Landesdienste, die über die epd-Arbeitsgemeinschaft untereinander sowie mit der Zentralredaktion verbunden sind.

Auch das Spannungsfeld des epd zur evangelischen Kirche, die die Nachrichtenagentur trägt, beleuchtete die Kanzlerin und äußerte Verständnis, dass kritische Berichterstattung bisweilen schwer zu ertragen sei: "Welcher Pastor oder Bischof möchte schon von sich lesen, dass er Defizite hat?" fragte Merkel. In der Politik indes sei das in gewisser Weise üblich.

Nur "Bischöfe im O-Ton" - das würde den epd-Kunden wohl kaum gefallen, gab sich Thomas Schiller, Chefredakteur der epd-Zentralredaktion überzeugt. "Gerade in den Jahren der Krise würden Sie uns sofort abbestellen, wenn wir Ihnen kirchenamtliche Verlautbarungen liefern würden", sagte er an die Vertreter der Medien gewandt. Der aktuelle Erfolg der Agentur gibt Schiller Recht: Rund zwei Drittel der deutschen Tageszeitungen mit rund 37 Millionen Lesern beziehen den epd, darüber hinaus alle öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten. Hinzu kommen Online-Kunden. Eine höhere Reichweite hatte der epd in seiner 100-jährigen Geschichte nie.

Von bisweilen als unfair empfundener medialer Kritik wusste nach der Kanzlerin auch Bischöfin Margot Käßmann zu berichten, Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland. Im Gespräch mit dem Chefredakteur des "Hamburger Abendblatts", Claus Strunz, machte sie unter anderem eine verkürzte Berichterstattung für den Wirbel um ihre umstrittene Neujahrspredigt mit der Kritik am Afghanistan-Einsatz aus. Der epd indes habe verstanden, dass der Satz "Nichts ist gut in Afghanistan" nur im Zusammenhang mit ihrer Predigt zu verstehen sei. "Die kennen das Genre einer Predigt", sagte Käßmann über die Arbeit der epd-Redakteure. Strunz plädierte wie Merkel für gründliche Berichterstattung. Er empfahl dem epd, "ganz klar die Qualität vor die Schnelligkeit zu setzen".

Bei der Gründung des epd 1910 war an den Minutentakt von Nachrichten noch nicht zu denken: Vom Korrespondentendienst der Kaiserzeit entwickelte sich der epd bis heute zur modernen Nachrichtenagentur, die sich auf dem deutschen Medienmarkt behauptet. Das ist gegen die Konkurrenz von fünf Vollanbietern gelungen: Insbesondere der lange als unangefochten geltende Marktführer Deutsche Presse-Agentur (dpa) liefert sich seit kurzem mit dem Deutschen Depeschendienst (ddp) einen Preis- und Qualitätskampf mit harten Bandagen, zumal ddp sich mit dem Deutschen Auslands-Depeschendienst (DAPD) gerade eine starke Tochter aus der US-Agentur AP einverleibt hat. Hinzu kommen die Weltagenturen Reuters und Agence France-Presse (AFP). Einmalig ist außerdem, dass zwei kirchlich getragene Agenturen ihre Dienste anbieten, neben dem epd die Katholische Nachrichten-Agentur (KNA). Karsten Frerichs (epd 4)

 

 

 

 

Missbrauchs-Fälle an Jesuitenschulen: „Aufklären, aber Rechte der Opfer achten“

 

An diesem Dienstag haben sich neue Missbrauchsopfer bei der Provinz der Deutschen Jesuiten gemeldet und einen weiteren Täter benannt. Es handelt sich um einen noch im Orden befindlichen Jesuiten, der Religionslehrer in Berlin war und auch in Hannover und Hamburg als Jugendseelsorger gewirkt hat. Danach war er über 20 Jahre lang Projektleiter eines anerkannten Hilfswerkes. Der Provinzial der Deutschen Jesuiten, Stefan Dartmann, ist mit diesen jüngsten Kenntnissen am Dienstag Abend an die Öffentlichkeit getreten und hat gegenüber dem Kölner Domradio seine große Betroffenheit zum Ausdruck gebracht:

 

„Es ist eine sehr sehr große Tragödie, die jetzt sichtbar wird. In dem Augenblick, wo sich die Opfer gemeldet haben, an uns herangetreten sind und das Schweigen gebrochen haben, sehe ich es als meine Pflicht an, hier einzuschreiten. Ich habe den Täter, der sich zumindest in einem Fall zu der Tat bekannt hat, gebeten, sich anzuzeigen. Das hat er getan. Und ich habe ihn auch von der Ausübung des Priesteramtes suspendiert.“

 

Schweigen und Wegschauen seien die falschen Antworten, wenn es um die Frage nach dem richtigen Umgang mit den Missbrauchsfällen gehe, betont der Jesuit. Und dennoch müsse man mit großem Feingefühl an die Aufklärung der Fälle gehen... (domradio 3)

 

 

 

Vatikan: Papst ermutigt dazu, sich Gott zu weihen

 

Papst Benedikt XVI. hat die herausragende Bedeutung des Ordenslebens für die katholische Kirche unterstrichen. Ohne gottgeweihte Menschen wäre die Welt ärmer; sie seien ein „wertvolles Geschenk für die Kirche und für die Welt“, betonte er an diesem Dienstag bei einer Vesper vor mehreren Tausend Mitgliedern geistlicher Gemeinschaften im Petersdom. Ganz unabhängig von der oberflächlichen Frage nach Effizienz sei das gottgeweihte Leben ein Signal für die Unentgeltlichkeit der christlichen Liebe, sagte der Papst. Es sei bedeutsam gerade in einer Welt, die Gefahr laufe, im Sog von Schnelllebigkeit und Nützlichkeitsdenken zu ersticken. Die Kirche feiert den 2. Februar, Fest der Darstellung Jesu im Tempel, seit über zehn Jahren auch als Tag des gottgeweihten Lebens.

Papst bei Generalaudienz: „Glaube ist nicht Sentimentalität“ Tausende von Menschen haben an diesem Mittwoch wieder an der Generalaudienz von Benedikt XVI. teilgenommen. In seiner Katechese stellte der Papst diesmal den heiligen Dominikus vor. Dabei ging er, von seinem Redetext abweichend, auch auf sein (Benedikts) Lieblingsthema ein, nämlich die Beziehung von Glaube und Vernunft: „Glaube ist nicht Sentimentalität, sondern Sache des ganzen Menschen“. Dafür stehe dieser herausragende spanische Ordensmann des 13. Jahrhunderts.

 (rv 3)

 

 

 

 

Deutschland: „Islamische Religionslehrer hier ausbilden!“

 

Der Wissenschaftsrat hat die Ausbildung von islamischen Religionslehrern und Imamen an deutschen Hochschulen gefordert und damit großes öffentliches Interesse geweckt. Auf Zustimmung ist der Vorschlag des Rates bei christlichen und islamischen Religionsvertretern gleichermaßen gestoßen. Peter Strohschneider ist Vorsitzender des Wissenschaftsrates und erläutert die Forderungen seines Gremiums im Gespräch mit Radio Vatikan:

 

„Was der Wissenschaftsrat dem Bund und den Ländern, aber auch den Universitäten, Kirchen und Religionsgemeinschaften vorschlägt, ist ein Institutionalisierungsmodell, das die Mitwirkung der muslimischen Gemeinschaften an der Ausgestaltung der Studiengänge und an der Berufung des professoralen Personals beschreibt. Die Zeithorizonte kann ich schwer einschätzen. Es gibt sicher zwei oder drei Universitäten in der Bundesrepublik, die schon relativ weit sind bei der universitätsseitigen Vorbereitung dieses Prozesses. Ich glaube, dass es im Grunde – bezogen auf die Eigenzeiten des Wissenschaftssystems – sehr schnell gehen wird.“ (rv 3)

 

 

 

 

 

Islam. Zivilisation des Glaubens

 

Was bedeutet es, Muslim zu sein? In "Terra Islamica" berichtet der britische Journalist Aatish Taseers von seiner Reise durch die islamischen Länder.

Von Gerrit Bartels

 

Als der britische Journalist Aatish Taseer im Sommer 2005 einen Artikel über die Attentäter der Terroranschläge in London veröffentlicht, bekommt er einen Brief von seinem pakistanischen Vater, dem Gouverneur des Punjab, Salmaan Taseer. Dieser wirft dem Sohn vor, „gehässige antimuslimische Propaganda“ zu betreiben und nicht einmal „oberflächliche Kenntnis des pakistanischen Ethos“ zu haben. Taseer ist verwundert: Sein Vater ist kein gläubiger Muslim – er fastet und betet nicht, er trinkt Alkohol – und sieht als Politiker im Islam vor allem ein Mittel zum Zweck. Doch fragt sich der junge Taseer, was er eigentlich vom Islam weiß, was es bedeutet, ein Muslim zu sein: „Ich würde niemals fähig sein zu begreifen, wie der Islam an die Stelle einer nationalen Identität treten konnte. Meine persönliche Erfahrung mit dem Islam war eine große Leerstelle. Und trotzdem war ich irgendwie doch ein Muslim.“

 

Aatish Taseer beschließt eine „islamische Reise“ zu machen. Er begibt sich auf die Suche: nach den Wurzeln des Islams, nach den Motivationen und Lebensverhältnissen insbesondere gläubiger Muslime. Aber auch auf die Suche nach seinem Vater, den er erst als junger Erwachsener kennengelernt hat. Sein Buch „Terra Islamica“, das laut Verlag 2009 wochenlang die indischen Bestsellerlisten anführte, ist das Resultat dieser Suche, eine Mischung aus Biografie, Reisereportage und politischer Analyse. Taseer erzählt, wie er von Istanbul, seiner ersten Station, nach Syrien und in den Iran reist. Wie er einen Abstecher nach Mekka macht, wo er zur Großen Moschee pilgert, und wie er schließlich Pakistan kennenlernt und bei seinem Vater zu Besuch ist. Zwischen den Berichten über seine Gespräche und Erlebnisse schildert er in kurzen Kapiteln Kindheit und Jugend in Delhi und die komplizierte indisch-pakistanische Geschichte seiner Eltern und Großeltern.

 

1980 in Delhi geboren, ist Taseer das Kind einer unehelichen Verbindung. Die Eltern lernen sich im März 1980 Delhi kennen. Dort stellt Salmaan Taseer ein Buch über seinen politischen Mentor, den pakistanischen Politiker Zulfikar Ali Bhutto vor, und wird von einer jungen Journalistin interviewt. Beide verlieben sich, sie wird sofort schwanger, er aber kehrt nach Pakistan zurück, zu seiner Frau und drei Kindern. Eine intensivere Liaison kommt nicht infrage, auch weil es Salmaan Taseers politischer Karriere in Pakistan schadet: Immer wieder halten ihm politische Gegner später die Geburtsurkunde seines in Indien geborenen Kindes vor.

 

Aatish Taseer wächst bei der Mutter und den indischen Großeltern auf, wird nicht religiös erzogen, hat aber immer das – wenn auch schwache – Gefühl, ein Muslim zu sein: Auf dem Subkontinent wird die religiöse Zugehörigkeit durch den Vater vererbt. Und jener fühlt sich unbedingt dem muslimischen Kulturkreis zugehörig. Am Ende dieses lesenswerten, stellenweise faszinierenden Buches, nach einer hanebüchenen Provokation, bei der es um die Dimension des Holocausts geht, rechnet der Sohn mit der religiösen Identität des Vaters ab. Er urteilt, dass dieser nur dehalb Muslim sei, „weil er den Holocaust anzweifelte, Amerika und Israel hasste, die Hindus für schwach und feige hielt und sich an der ruhmreichen islamischen Vergangenheit berauschte.“

 

Aatish Taseer kommt auf seiner Reise dem Islam näher, er wird ihm verständlicher, auch seine „tiefe Verbundenheit mit diesem Land Pakistan hatte sich gefestigt“. Zugleich macht er aber nie einen Hehl aus seiner Befremdung über die Widersprüche, in denen gläubige wie nicht gläubige Muslime gefangen sind, über ihre mitunter verqueren Ansichten zum Zustand der Welt im Allgemeinen und dem Islam im Besonderen.

 

In der Türkei erklärt ihm ein junger Mann, der Arabisch und Islamische Theologie studiert, Muslim zu sein bedeute, über der Geschichte zu stehen. Der Westen wolle der übrigen Welt seinen Lebensstil aufzwingen, das „Weltsystem“, wie der junge Mann den Westen auch nennt, den Islam bekämpfen und seines Inhalts berauben. Taseer schlussfolgert: „So ungefähr konnte man auch argumentieren, wenn man überhaupt nicht religiös war. Dieses Gefühl der Kränkung konnte auch jemand empfinden, dessen Volk von einer fremden Besatzungsmacht beherrscht wurde.“

 

In Syrien erlebt Taseer, wie die islamische Welt auf die zur selben Zeit veröffentlichten dänischen Mohammed-Karikaturen reagiert. Als eine wie gerufene Kränkung empfindet er das: „Hätte es keine Karikaturen gegeben, man hätte sie erfinden müssen.“ Und in Teheran sieht er eine „Tyrannei der Belanglosigkeiten“ am Werk. Hier feiert er illegale Parties, hier erlebt er, wie viele junge, nicht religiöse Menschen durch ein „islamisches Sieb“ gedrückt werden und in allen Lebensbereichen schikaniert werden. Er gerät schließlich selbst in die Fänge der Disziplinarwächter der Islamischen Republik und muss schleunigst ausreisen. Im Iran sieht Taseer, wie „die Vision einer islamischen Totalität im Rahmen einer modernen Gesellschaft an Wirklichkeit gewann. (…) Um in einer komplexen Gesellschaft ihre Macht zu behaupten, musste die Religion die intelligenten und oppositionellen gesellschaftlichen Kräfte mit kleinlichen Beschränkungen niederhalten.“

 

Pakistan erscheint dagegen fast als Hort der Freiheit. Wiewohl auch hier der Befund Taseers ernüchternd ausfällt: ein zutiefst feudalistisch geprägtes Land, dem nach der Gründung 1947, der Loslösung von Indien, die Mittelschicht abhandengekommen ist. In dem Willkür und Korruption herrschen, in dem eine herrschende Elite das Land nie als eine Nation, sondern als private Aktiengesellschaft betrachtet. Am Ende erzählt ihm ein pakistanischer islamischer Ideologe von der „Zivilisation des Glaubens“, der der Islam sei, von seiner tausend Jahre alten Kultur. Und Taseer ist irritiert und fragt sich, wessen es bedarf, um an eine solche Geschichte inbrünstig zu glauben? Eine Antwort findet er nicht. Stattdessen singt er, auch im Hinblick auf den Vater, das hohe Lied auf seine indisch-pakistanische Herkunft, auf die ihm in Indien vererbte „geistige Troika aus Sanskrit, Urdu und Englisch“, auf die Mischformen, die die Welt bereichern. Dem politischen Islamismus steht Aatish Taseer nach dem Ende seiner Reise skeptischer gegenüber als zu Beginn – mit seiner eigenen Geschichte aber hat er Frieden geschlossen.

 

Aatish Taseer:  Terra Islamica.  Auf der Suche nach der Welt meines Vaters. Aus dem Englischen von Rita Seuß. Verlag C. H. Beck, München 2010.  364 Seiten, 24,95 €.  Tsp 3

 

 

 

Sic non tacuisses: Pius und der Jesuit

 

Ja, Pius XII. hat im Wesentlichen zum Holocaust geschwiegen – für diese Feststellung braucht man noch nicht einmal eine vatikanische Archiv-Öffnung. Die wirklich spannende Frage ist doch, warum der Pacelli-Papst (für den ein Seligsprechungsverfahren in Gang ist) nicht öffentlich gegen die Judenvernichtung durch die Nazis protestierte, sondern sich – was auch nicht jeder von sich behaupten kann – auf die Rettung hunderter verfolgter Juden in Rom „beschränkte“. Zu Pius` Motiven erschien schon 1964 ein Aufsatz des Jesuitenpaters Paolo Dezza – damals Rektor der Universität Gregoriana, später Kardinal, verstorben 1999. Wir dokumentieren hier die wesentlichen Auszüge aus dem Text des Jesuiten.

 

„Im Dezember 1942 hielt ich die Exerzitien für den Heiligen Vater im Vatikan. Dabei hatte ich eine lange Audienz, bei der der Papst mir seinen Schmerz und seine Bestürzung über die Nazi-Verbrechen in Deutschland und den anderen besetzten Ländern ausdrückte: „Die Leute beklagen sich, dass der Papst nichts (dazu) sagt. Aber der Papst kann nicht reden! Wenn er spräche, würde alles nur schlimmer.“ Objektiv kann man sich streiten; subjektiv gibt es aber keinen Zweifel über die Motive des Papstes: Er wollte wirklich das Beste tun.“ (rv 2)

 

 

 

Der Skandal am Canisius-Kolleg ist keine Folge von Sexuallehre und Zölibat

 

Der Missbrauchsskandal ist widerlich. Viele schwanken zwischen Abscheu und Wut. Was jetzt wieder einmal offenbar wird, ist erschreckend. Denn hier wird auf besonders perfide Weise verletzt und seelisch getötet. Wenn das dann noch von Seelsorgern verbrochen wird, widert es besonders an.

 

Es ist gut, dass nun versucht wird, ein Kartell des Wegschauens und Verschweigens zu brechen. Es ist gut, dass im Jesuitenorden nunmehr eine Kultur des Hinschauens gefördert wird. Und es ist auch richtig, dass man an die Öffentlichkeit geht und nicht den Ruf der Kirche über den Schutz der Opfer stellt. Es geht um Aufklärung. Vertuschen und Verdrängen dürfen keine Chance haben.

 

Eine ganz eigene Form des Vertuschens und Verdrängens scheint besonders beliebt in Deutschland. Denn der Empörung über die verwirrten Patres folgt reflexartig wie automatisch eine einfache Schuldzuweisung an das System Kirche. Ist nicht diese selbst schuld, dass pädophile Triebe sich austoben? Ist es nicht die schuldvolle Sexualmoral, die Menschen in Notsituationen treibt? Und: Fördert nicht der Zölibat letztlich Pädophilie und Homosexualität?

 

Abgesehen davon, dass solche Überlegungen fast alle Priester unter einen bösen Generalverdacht stellen, und abgesehen davon, dass Pädophilie und Homosexualität kein Spezifikum der katholischen Kirche sind: Wer sich seine Erklärungsmuster so simpel zurechtlegt, hat von der Sexuallehre der Kirche ebenso wenig verstanden wie vom Zölibat. Und er vergrößert den durch einige Einzelpersonen verursachten Schaden nicht nur für die Kirche.

 

Hinsehen. Erkennen. Handeln. Darum muss es gehen. Der Versuch Einzelner, für das abscheuliche Verhalten der Geistlichen wenigstens teilweise die Sexuallehre der Kirche verantwortlich machen zu wollen, ist ebenso abwegig wie unlauter. Es wäre eine zusätzliche Verhöhnung der Opfer, nun Schuldige ausgerechnet in „der“ Kirche zu suchen. Denn die Sexuallehre der Kirche hat den ganzen Menschen als Einheit von Körper, Geist und Seele im Blick. Hier geht es um Ehrfurcht und um die Erkenntnis, dass Gott den Menschen als Mann und Frau, die sich einander ergänzen, erschaffen hat. Die Kirche betont zu Recht die Kostbarkeit eines geordneten Sexuallebens, in dem Freiheit und Verantwortung gelebt werden.

 

Und deshalb ist sie gegen jede Diskriminierung etwa von Homosexuellen, aber hält nicht jedes Handeln für gleich wertvoll und richtig. Sie stellt sich gegen die Sünde, nicht gegen den Sünder. Sie steht allerdings auch im Kontrast zur herrschenden durchsexualisierten Diktatur des Relativismus, wenn sie betont, dass gerade bei der Sexualität in hohem Maße Verantwortung gefragt ist.

 

Wer jetzt allerlei zusammenrührt und aus falschen Schlüssen zu falschen Vorwürfen kommt, handelt nicht redlich und wahrhaftig. Wer zum Beispiel den Zölibat als „Zwangszölibat“ verzerrt oder meint, diese Lebensform sei vor allem und beinahe ausschließlich eine Frage der Sexualität, wird weder dem Zölibat noch jenen gerecht, die sich ebenso freiwillig für das Priestertum entschieden haben wie jene, die freiwillig ihr Leben in einer – pardon – „Zwangs-Einehe“ führen. Auch diese würde übrigens früher oder später scheitern, wenn sie ausschließlich eine Frage der Sexualität und des Triebes wäre.

 

Wir leben in einer Gesellschaft, die meint, sich alles erlauben zu können. Je absurder, desto interessanter. Auch im Blick auf Sexualität. Dürfen wir uns da wundern, wenn das zu tragischen Missverständnissen und Missbräuchen führt? Wer Gebote und Verbote aufhebt und denen, die für eine geordnete und verantwortungsvolle Sexualität plädieren, als verklemmt verhöhnt, hat von Freiheit nichts begriffen. Es geht immer um die Menschenwürde jedes einzelnen und dessen Respektierung. Einen Generalverdacht darf es nicht geben – weder gegen die Kirche noch gegen den Jesuitenorden noch gegen Homosexuelle. Martin Lohmann

Der Autor ist Jesuitenschüler und Sprecher des Arbeitskreises Engagierter Katholiken in der CDU.  Tsp 4

 

 

 

 

Missbrauch an Jesuitenschulen. Bistum gibt Fehler im Umgang mit Pater zu

 

Das Bistum Hildesheim hat Fehler im Umgang mit einem der beiden Patres eingestanden, die mehrere Jugendliche in den siebziger und achtziger Jahren sexuell missbraucht haben sollen. Pater Peter R. war nach seiner Zeit am Berliner Canisius-Kolleg, an dem er von 1972 bis 1981 unterrichtete, von 1982 bis 2003 mit Unterbrechungen als Seelsorger im Bistum Hildesheim tätig. Nach Bekanntwerden erster Vorwürfe sei dem Pater 1993 die Jugendarbeit verboten worden. Dieses Verbot sei aber nicht konsequent durchgehalten worden, teilte das Bistum mit. 1997 sei Peter R. nach dem Vorwurf weiterer sexueller Belästigungen nach Wolfsburg versetzt worden. 2003 wurde er aus gesundheitlichen Gründen in den Ruhestand versetzt und zog nach Berlin. „Aus heutiger Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen und die Tragweite der weiteren Entwicklungen eindeutig unterschätzt“, sagte der damalige Bischof Josef Homeyer. Er bedaure dies zutiefst.

Das Bistum prüfe derzeit, ob der Pater im Bistum Hildesheim weitere Menschen sexuell missbraucht habe. Derzeit seien zwei Fälle bekannt. Im Oktober 1993 habe eine Mutter den damaligen Bischof Homeyer informiert, dass der Pater ihre 14 Jahre alte Tochter unsittlich berührt habe. 1997 wurden Peter R. Unregelmäßigkeiten in seiner Amtsführung sowie weitere sexuelle Belästigungen vorgeworfen, daraufhin wurde er versetzt. Zum Zeitpunkt seiner Einstellung in Niedersachsen sei dem Bistum nichts über etwaige Verfehlungen des Priesters bekannt gewesen. Von 1982 an war er zunächst in Göttingen eingesetzt. Es habe damals eine Messerattacke auf den Pater gegeben. Zu Mutmaßungen, dass ein ehemaliger Jesuitenschüler der Täter war, wollte sich der Sprecher nicht äußern.

Komplizierte Rechtslage

Der Sprecher der Berliner Staatsanwaltschaft, Martin Steltner, sagte dieser Zeitung, juristisch seien die Missbrauchsfälle der siebziger und achtziger Jahre am Berliner Canisius-Kolleg wahrscheinlich nicht mehr aufzuarbeiten. Sie seien inzwischen mit großer Wahrscheinlichkeit verjährt. Die Staatsanwaltschaft prüfe das derzeit noch. Auch Vorwürfe an damalige Verantwortliche des Jesuiten-Ordens, der nach derzeitigen Erkenntnissen schon 1991 durch Hinweise des Paters Wolfgang S. von dessen Taten gewusst haben könnte, seien heute aus juristischer Sicht nicht mehr relevant. Die Rechtslage sei besonders kompliziert, da das Sexualstrafrecht seit den siebziger Jahren vielfach geändert worden sei, für die Aufklärung aber die Gesetzeslage zum Tatzeitpunkt gelte.

Wegen mutmaßlicher Übergriffe hat auch die Staatsanwaltschaft Waldshut-Tiengen Übergriffe von Wolfgang S. im Jesuiten-Kolleg in Sankt Blasien im Schwarzwald ein Ermittlungsverfahren eingeleitet. Am Dienstag äußerte sich der Vatikan zu den Vorwürfen. Die Führung der katholischen Kirche sehe die Bitte um Entschuldigung, wie sie der oberste deutsche Jesuit Stefan Dartmann vorgebracht habe, als „umfassend“ an, sagte ein Sprecher des Vatikans. Er werde sich daher nicht noch in einer eigenen Stellungnahme äußern. Dartmann hatte sich am Montag bei den Opfern für die Taten und für die unterlassene Hilfe der Verantwortlichen entschuldigt.

Die scharfe Verurteilung des sexuellen Missbrauchs von Schülern an drei deutschen Jesuiten-Gymnasien wird auch vom Vatikan unterstützt. Der Vatikan sehe die Bitte um Entschuldigung, wie sie der deutsche Jesuiten-Chef Stefan Dartmann in dem Missbrauchsskandal vorgebracht hat, als „umfassend“ an, erklärte Vatikan-Sprecher Pater Ciro Benedettini am Dienstag auf Anfrage der Deutschen Presse-Agentur dpa. Er werde sich daher nicht noch in einer eigenen Stellungnahme äußern, sei aber in „völliger Übereinstimmung“ mit dem, was Dartmann dazu gesagt habe. Dartmann hatte sich am Montag im Namen des gesamten Ordens bei den „Opfern von Übergriffen unserer ehemaligen Mitbrüder“ entschuldigt.

Zwei frühere Lehrer und Jesuiten-Pater haben in den siebziger und achtziger Jahren etwa 20 Schüler am Berliner Canisius-Gymnasium sexuell missbraucht. Außerdem sollen sie für weitere Missbrauchsfälle an Schulen in Hamburg und im Schwarzwald sowie in Einrichtungen in Göttingen, Hildesheim, Chile und Spanien verantwortlich sein. An einem ehemaligen Jesuiten-Gymnasium in Hamburg wird befürchtet, dass es mehr als die drei bisher bekannten Fälle gibt. Eines der Opfer habe „entsprechende Hinweise gegeben“, sagte der Schulleiter der Sankt-Ansgar-Schule, Friedrich Stolze.

Besonders betroffen gemacht habe ihn der Fall einer Mutter, die ihm gesagt habe, dass ihr Sohn noch heute unter den seelischen Folgen des Missbrauchs leide. Die Schüler wurden Opfer eines heute 65- jährigen Jesuitenpaters, der laut dem Hamburger Bistum von 1979 bis 1982 an der Schule in der Hansestadt unterrichtet hatte. Der Mann hatte zugegeben, auch Schüler des Canisius-Kollegs in Berlin missbraucht zu haben. Der frühere Lehrer beantragte 1991 seinen Austritt aus dem Orden und lebt inzwischen in Chile. Stolze kritisierte, dass der geständige Pater 1979 von Berlin nach Hamburg versetzt wurde, ohne dass die Hamburger über einen möglichen Verdacht informiert wurden. „Was ich nicht nachvollziehen kann: Wenn in Berlin was bekanntgewesen ist, dass dann die Person an eine andere Schule versetzt wird.“

In Sankt Blasien (Baden-Württemberg) leitete die Staatsanwaltschaft am traditionsreichen Jesuiten-Kolleg ein Ermittlungsverfahren ein. Der geständige Jesuit war von 1982 bis 1984 in Sankt Blasien tätig. Zwei dortige Opfer haben sich bereits gemeldet. Die Schulleitung rechnet mit weiteren Fällen.

Das Bistum Hildesheim räumte Fehler im Umgang mit einem zweiten beschuldigten Pater ein. Dem Geistlichen sei nach Bekanntwerden der Vorwürfe 1993 die Jugendarbeit verboten worden, dieses Verbot sei aber nicht konsequent durchgehalten worden, teilte das Bistum mit. 1997 sei der Mann nach dem Vorwurf weiterer sexueller Belästigungen versetzt worden. „Aus heutiger Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen und die Tragweite der weiteren Entwicklungen eindeutig unterschätzt“, erklärte der damalige Bischof Josef Homeyer. „Ich bedaure dies zutiefst.“

An einem Bonner Jesuiten-Gymnasium beraten die Lehrer, ob die „Präventivmaßnahmen in der Sache ausreichen“. Der Rektor des Aloisiuskollegs in Bonn-Bad Godesberg, Theo Schneider, sagte der dpa: „Natürlich diskutieren wir im Kollegium diesen Fall mit den Schülern und der Elternschaft. Bislang sehen wir aber keine Verpflichtung, bei unsere ehemaligen Schülern nachzufragen.“

Der Arbeitskreis Engagierter Katholiken in der CDU (AEK) zeigte sich erschüttert über die Missbrauchsfälle und forderte die Abschaffung der Verjährungsfrist in solchen Fällen. Der Berliner Erzbischof Georg Kardinal Sterzinsky sieht aber keine Notwendigkeit, aus den Vorfällen am Canisius-Kolleg weitere Konsequenzen für die Kirche zu ziehen.

Gleichzeitig verteidigte der AEK die Sexuallehre der katholischen Kirche. „Der Versuch einzelner, für das abscheuliche Verhalten der Geistlichen wenigstens teilweise die Sexuallehre der Kirche verantwortlich machen zu wollen, ist ebenso abwegig wie unlauter“, schrieb Martin Lohmann, Sprecher des Arbeitskreises. Missbrauch und Pädophilie nähmen insgesamt besorgniserregend zu und seien „sicher kein Spezifikum der katholischen Kirche“. Marie Katharina Wagner

Dpa 2

 

 

 

Missbrauch in Deutschland: „Professionelle Prävention“

 

Nach den Missbrauchsfällen am Berliner Canisius-Kolleg hat sich der deutsche Chef des Jesuitenordens bei Opfern, Lehrern und Eltern entschuldigt. „Ich bitte um Entschuldigung für das, was von Verantwortlichen des Ordens damals am notwendigen und genauen Hinschauen und angemessenen Reagieren unterlassen wurde“, sagte Provinzial Stefan Dartmann am Montag in einer Pressekonferenz. Pädophile Neigungen könne man zwar nicht aberziehen, aber in Schach halten. Darauf verweist Prof. Dr. Klaus M. Beier von der Berliner Charité. Er ist Sexualpsychologe und leitet das Hilfsprojekt „Kein Täter werden“ für pädophile Männer. Privatpersonen wie Institutionen könnten sich durch professionelle Prävention vor Missbrauchsfällen schützen. Beier:

 

„Das muss man sich so vorstellen, dass Betroffene eine speziell qualifizierte Gruppe von Diagnostikern und Therapeuten zur Verfügung haben, die eben in adäquater Weise mit diesen Präferenzstörungen umzugehen verstehen und auch in der Lage sind, gegebenenfalls Medikamente einzusetzen, um in Gefahrensituationen die sexuellen Impulse noch zu dämpfen, das geht und ist sehr hilfreich und dies in einem Milieu, wo diese Form der Auseinandersetzung gefördert und gewünscht wird. Manche Menschen ereilt eben dieses Schicksal, aber wir haben dafür einen speziellen Ansatz, um ihnen zu helfen und es ist das Interesse aller, dass es nicht zu Übergriffen kommt, die aus dieser Neigung resultieren.“

 

Kartell des Wegschauens“ - diese Formel findet der Jesuitenpater Bernd Hagenkord, Leiter der deutschsprachigen Abteilung von Radio Vatikan, für die Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche. Er plädiert für eine strikte Umsetzung der Richtlinien der Bischofskonferenz, um Missbrauch zukünftig zu verhindern. (rv 2)

 

 

 

 

Vatikan kennt Fall Canisius nur aus Medien Mertes: Missbrauch passiert auch woanders

 

Berlin - Der Vatikan kennt die Missbrauchsfälle an deutschen Jesuitenschulen nur aus den Medien. Sprecher Federico Lombardi sagte dem Tagesspiegel: „Spezielle Informationen über Vorfälle wie diese haben wir nicht, der Skandal ist uns durch die Medien bekannt.“ Der Sprecher betonte, man unterstütze die Aufklärung, allerdings seien die katholischen Autoritäten im jeweiligen Land zuständig. „Es gibt Gremien in Deutschland, die genau das jetzt tun müssen“, sagte der Pater.

 

Die Anzahl der Fälle von sexuellem Missbrauch steigt unterdessen weiter, zudem wird ein weiterer Jesuit dringend verdächtigt, Übergriffe begangen zu haben. Der Orden teilte gestern mit, dieser dritte bekannt gewordene Täter habe einen Missbrauch eingeräumt, den er als Jugendseelsorger von 1972 bis 1975 in Hannover beging. Drei seiner damaligen Schüler hatten sich in den vergangenen Tagen an den Orden gewandt.

 

Nach den 25 bekannt gewordenen Fällen in Berlin, Hamburg und St. Blasien im Schwarzwald hat gestern das Bistum Hildesheim mitgeteilt, dass es in der Diozöse zwei Fälle durch Pater Peter R. gegeben habe, der auch am Canisius-Kolleg Missbrauch begangen haben soll. „Aus heutiger Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen“, räumte der damalige Bischof Josef Homeyer ein. R. arbeitete von 1982 bis 1995 als Mitglied der Göttinger Jesuiten-Niederlassung im Bistum Hildesheim. Der zweite Täter vom Canisius-Kolleg, Wolfgang S., arbeitete auch in Hamburg und im Schwarzwald.

 

Ein ehemaliger Canisius-Schüler schreibt im Tagesspiegel über S.: „Das Potenzial seiner sexuellen Gewalt erahnten wir nicht.“ Rektor Pater Klaus Mertes sagte dem Tagesspiegel: „Ich glaube, dass das erst die Spitze des Eisbergs ist. Denn das, was bei uns sichtbar geworden ist, passiert auch an anderen Schulen, nicht nur an katholischen.“ ale/clk/hah tsp 3

 

 

 

Senegal: Afrikasynode trägt erste Früchte

 

Vor etwa vier Monaten begann im Vatikan die zweite Afrika-Synode. Rund 400 Bischöfe, Ordensleute und Laien diskutierten dort über das Thema „Die Kirche in Afrika im Dienst von Versöhnung, Gerechtigkeit und Frieden“. Viele Worte wurden gesprochen, viele Reden gehalten - doch wie hat sich das so wichtige Treffen bis heute auf dem afrikanischen Kontinent ausgewirkt? Im Gespräch mit Radio Vatikan erzählt Kardinal Sarr aus Dakar, was sich in seinem Erzbistum seitdem getan hat.

 

„Im Senegal hat die Synode Signalwirkung in der katholischen Gemeinschaft gehabt. Bei uns sind Muslime ja in der Mehrheit, und die nationale Presse hat nicht viel über die Synode berichtet; aber die katholische Gemeinschaft hat die Synode gespannt über das Internet und Radio Vatikan verfolgt. Man konnte im Netz die Arbeit der Synode und die täglichen Reden miterleben. Es gab großes Interesse, vor allem an der Abschlussbotschaft.“

 

Die Abschlussbotschaft der Synodenväter und Benedikts „Steh’ auf, Afrika!“ sei in seiner Diözese angekommen, so der Kardinal. Unter den Gläubigen in Dakar sei eine Aufbruchsstimmung festzustellen. (rv 2)

 

 

 

Gleichstellung in Großbritannien. Empörung wegen Kritik des Papstes

 

Britische Menschenrechtsgruppen haben mit Empörung auf Kritik des Papstes an geplanten Gleichstellungsgesetzen in Großbritannien reagiert. Der Papst sagte während eines Treffens mit den katholischen Bischöfen von England und Wales in Rom, ihr Land sei zwar bekanntermaßen der Chancengleichheit in der Gesellschaft verpflichtet, doch die gegenwärtig erörterte Gesetzgebung drohe „ungerechtfertigte Einschränkungen“ zu bewirken. Die geplanten Gesetze sollen der Diskriminierung von Frauen und Homosexuellen am Arbeitsplatz entgegenwirken. Nach Meinung des Papstes könnten sie jedoch die Freiheit religiöser Gemeinschaften, im Sinn ihres Glaubens zu handeln, einschränken.

Benedikt XVI. forderte die Bischöfe auf, sie sollten sich den Absichten der Labour-Mehrheit im Londoner Parlament mit „missionarischem Eifer“ widersetzen. Die britische Regierung beteuerte, sie habe Ausnahmen in der Gleichheitsgesetzgebung vorgesehen, sodass Befürchtungen überflüssig seien, homosexuelle Priester könnten sich künftig juristisch eine Stelle in der Kirche erstreiten. Doch die Sorgen der Kirche betreffen offenkundig auch ganz andere Sachverhalte; so fürchten katholische Adoptionsvermittlungsstellen, künftig gesetzlich verpflichtet zu werden, Bewerbungen homosexueller Paare um ein Adoptionskind entgegennehmen zu müssen.

 

Der britische Europaabgeordnete Stephen Hughes zeigte sich indessen empört: „Als Katholik bin ich von dem Verhalten des Papstes entsetzt“. Statt das britische Recht zu kritisieren, sollte der Papst sicherstellen, dass die bestehende EU-Rechtsprechung im Vatikan angewandt wird. Der Menschenrechtsaktivist Peter Tatchell erklärte, die Bemerkung des Papstes sei ein „verschlüsselter Angriff“ auf die Rechte von Frauen und Homosexuellen.

Der Papst fügte seine Kritik einer offiziellen Reiseankündigung hinzu - er wird im Herbst in Großbritannien erwartet. Es ist der erste Papst-Besuch auf der Insel seit 1982. Die Gesellschaft zur Förderung der Säkularisierung, The National Secular Society (NSS), kündigte eine Kampagne gegen den Besuch an. „Der Steuerzahler wird wegen des Papst-Besuchs eine Rechnung von 20 Millionen Pfund bezahlen müssen. Ein Besuch, vor dem er bereits angedeutet hat, Gleichstellungsrechte anzugreifen und somit Diskriminierung zu fördern“, sagte NSS-Präsident Terry Sanderson. Faz.net 2

 

 

 

Homophobie in der Kirche. Der katholische Eisberg

 

Die Debatte über sexuellen Missbrauch von Minderjährigen durch Jesuiten geht an der Sache vorbei. Das Problem ist die strukturelle Schwulenfeindlichkeit der Kirche. VON JAN FEDDERSEN

 

BERLIN - Pater Klaus Mertes, Rektor des Berliner Canisius-Kollegs, wird schon das rechte Gespür für die Tragweite der Enthüllungen um den sexuellen Missbrauch von minderjährigen Schülern durch Priesterlehrer an seiner Schule haben. So sagte er zum Stand der mittlerweile bekannt gewordenen Fälle: "Ich glaube, dass das erst die Spitze des Eisbergs ist."

Das ist sehr wahrscheinlich. Aus allen Teilen der Republik werden Tag für Tag weitere Berichte über sexuellem Missbrauch gemeldet. Ob in St. Blasien im Schwarzwald, dem österreichischen St. Pölten, aus Chile, Italien oder den USA: Die Opfer trauen sich, ihre Geschichte nicht mehr zu verschweigen. Am Canisius-Kolleg, von eliteorientierten Eltern seiner strengen Auffassung von Lehre und Disziplin wegen geschätzt, sind, so Pater Mertes, sogar "Initiationsriten" bekannt worden, bei denen Schüler durch Schläge auf den entblößten Hintern in den rechten Korpsgeist eingewiesen sein sollen.

Man mag diese Fälle für singulär halten. So betont es der Vatikan, der sich nicht zuständig fühlt und die Causa dem Jesuitenorden zuschiebt, dessen Angehörige für das Gros der Missbrauchsfälle verantwortlich sind. In Wahrheit ist das Bild von der Spitze des Eisbergs durchaus zutreffend; der Fingerzeig auf die Individualität der Fälle ist nichts als heuchlerisch und antiaufklärerisch.

Die katholische Kirche mit dem Vatikan an der Spitze selbst ist der Herd, auf dem der Brei aus sexueller Verklemmung, halbsadistischem Geifer gegen SchülerInnen an deren Lehranstalten und in deren Gemeinden sowie der Pose der ahnungslosen Unschuld unappetitlich köchelt. Allenthalben werden seit zwei Jahrzehnten Skandale aufgedeckt, in deren Mittelpunkt stets der katholische Klerus steht. Männer, die, versehen mit religiöser Autorität, sexuelle Gefälligkeiten von männlichen und weiblichen Kindern und Pubertierenden erschleichen oder erzwingen. Und wie Aussagen aus den USA, Irland und Australien belegen, stets von den Tätern gegenüber ihren Opfern mit dem Hinweis versehen, dass man ihnen nicht glauben werde, schwiegen sie nicht, und dass es Gottes Wille sei, was da passiert.

Es hat System, dass all diese Fälle aus einer Glaubensgemeinschaft heraus berichtet werden, die ihre Priester auf Antisexualität einschwört und Sex lediglich im Zusammenhang mit dem Zweck der Fortpflanzung akzeptiert. Entsprechend ist die Politik der katholischen Zweige, angeheizt seitens des Vatikan, in allen Ländern, in denen in den vergangenen Jahren Gesetze zur Homoehe oder zum Verbot der Diskriminierung von Homosexuellen etabliert wurden.

Immer waren es Katholiken, die diese Liberalisierungen zu verhindern, mindestens zu unterlaufen suchten. In Deutschland hat, zum Beispiel, das Antidiskriminierungsgesetz keinen Bestand für die Arbeitsverhältnisse in kirchlichen Einrichtungen: Wer schwul ist oder lesbisch, wer sich gar hat verpartnern lassen, darf gesetzeskonform gefeuert werden. Wer hingegen schweigt, darf bleiben: "Sprich nicht drüber" ist die übliche vatikanische Methode, um den Schmutz am eigenen Soutanensaum nicht zur Kenntnis nehmen zu müssen.

So auch im Hinblick auf die eigene Priesterschaft, der früheren wie dem Nachwuchs. Es gibt für die Auswahl von Priesterkandidaten kein Kriterium, das fragt, ob einer nur deshalb das Zölibat leben möchte, weil er psychisch zu einem bürgerlichen Lebensentwurf als Homosexueller nicht fähig ist. Das meint: Kandidaten, die hastig in der schwulen Community flüchtigen Sex suchen, aber nicht als schwul gelten wollen, weil sie das für krank halten. In den Worten eines Priesters: "Das bisschen Wichsen hat noch niemand geschadet."

 

Aus der jüngsten Geschichte der katholischen Beteiligung an den Erziehungsinstitutionen ist nur selten Gutes hervorzuheben: Die monströse Gewalt gegen Heimkinder in den Fünfziger- und Sechzigerjahren ging hauptsächlich von Priestern und Patern aus. Es waren hauptsächlich Christen, die die sadistischen Erziehungsregime begünstigten. Dabei nutzten sie, wie auch beim sexuellen Missbrauch, die Scham von Jungen aus, die, als Teil ihrer männlichen Identität, nicht anerkennen wollen, schwach und unterworfen gewesen zu sein. Taz 4

 

 

 

 

Canisius-Kolleg. Vatikan: Verantwortung liegt bei deutschen Jesuiten

 

In Hildesheim und Hamburg gibt es neue Missbrauchsfälle. Die Katholische Kirche ruft Opfer auf, sich zu melden. Ankläger ermitteln in Baden-Württemberg.

Von Dieter Hanisch, Hannes Heine und Claudia Keller

 

Der Vatikan unterstützt die Aufklärung der Missbrauchsfälle an deutschen Jesuitenschulen. Der Sprecher der Kirchenführung, Federico Lombardi, sagte aber, dass die katholischen Autoritäten im jeweiligen Land dafür zuständig seien. „Es gibt Gremien in Deutschland, die genau das jetzt tun müssen“, sagte der Pater, selbst Mitglied des Jesuitenordens. „Spezielle Informationen über Vorfälle wie diese haben wir nicht, der Skandal ist uns durch die Medien bekannt.“

 

Nach Auskunft von Lombardi betrachtet der Vatikan die Offensive des deutschen Jesuiten-Chefs Stefan Dartmann als richtig. Dieser sagte am Montag in Berlin: „Ich bitte um Entschuldigung für das, was von Verantwortlichen des Ordens damals an Hinschauen und angemessenem Reagieren unterlassen wurde.“ Vor allem in den 70er Jahren hatten sich zwei Lehrer des Berliner Canisius-Kollegs in Tiergarten an mehreren Schülern vergangen. Die Täter sind später in andere kirchliche Einrichtungen weitergereicht worden. Sie sollen so für Missbrauchsfälle in Hamburg und im Schwarzwald, möglicherweise auch in Göttingen, Hildesheim, Chile und Spanien verantwortlich sein.

 

Gestern teilte der Jesuitenorden mit, dass inzwischen noch ein weiterer dritter Pater wegen mutmaßlicher Übergriffe verdächtigt wird. Er soll die Missbräuche von 1972 bis 1975 als Jugendseelsorger in Hannover begangen haben, er hat sich bisher aber nur zu einer Tat bekannt. Zuvor sei der Geistliche von 1970 bis 1971 am Berliner Canisius-Kolleg als Religionslehrer tätig gewesen und später nach seiner Zeit in Hannover bis 1983 erneut in der Jugendarbeit in Berlin und danach in Hamburg. Der Orden konfrontierte ihn mit den Vorwürfen, nachdem sich in den vergangenen Tagen drei seiner einstigen Schüler als Opfer gemeldet hatten.

 

Einer der beiden Lehrer, die am Canisius-Kolleg Übergriffe begingen, wechselte nach seinem Dienst in Berlin ins Bistum Hildesheim, wo er zwischen 1982 und 2003 in verschiedenen Gemeinden als Pfarrer tätig war. Am Dienstag teilte das Bistum mit, dass Peter R. auch während dieser Zeit Jugendliche sexuell belästigte, derzeit seien zwei konkrete Fälle bekannt. So habe bereits 1993 eine Mutter den damaligen Hildesheimer Bischof Josef Homeyer informiert, dass R. ihre 14-jährigeTochter unsittlich berührt habe. R. sei daraufhin die Jugendarbeit untersagt, dies Verbot aber nicht konsequent durchgehalten worden. Als R. 1995 den Jesuitenorden verließ, nahm ihn das Bistum Hildesheim sogar als Priester auf. 1997 folgte seine Versetzung nach Wolfsburg. Der dortige Prälat Heinrich Günther sagte, die Vorgeschichte des Peter R. sei ihm damals nicht bekannt gewesen.

 

Hans-Joachim Osseforth, Pfarrer der Gemeinde St. Maximilian Kolbe in Hannover, in der R. von 1999 bis zum Sommer 2003 arbeitete, fragte zwar nach dem Grund für R.s Versetzung. Die Antwort lautete jedoch, es habe „Unregelmäßigkeiten mit den Finanzen gegeben“. Daraufhin habe er ihn vom Geld ferngehalten. Von Übergriffen auf Kinder sei jedoch keine Rede gewesen. Auch habe sich bis heute niemand über R. beschwert, der auch in Hannover zwei Jugendfreizeiten organisierte. Osseforth will nun in seiner Predigt am Sonntag die Gemeinde dazu aufrufen, ihm alles bislang möglichweise verschwiegene mitzuteilen.

 

In Hamburg wirkte am Dienstag der Direktor des St. Ansgar Gymnasiums, Friedrich Stolze, erleichtert, als er die Frage verneinen konnte, ob zu den bereits am Montag bekannt gewordenen drei Fällen von sexuellem Missbrauch durch Wolfgang S., den früheren Lehrer des Canisius-Kollegs, noch weitere hinzugekommen seien. Stolze thematisierte in einer Ansprache vor der Schülerschaft die Übergriffe, ein Brief an alle Eltern soll folgen. Je offensiver sein Gymnasium mit dem Problem umgehe, desto eher werde wieder Alltag in die Schule einkehren, sagte er. Stolze erlebte Wolfgang S. selbst noch ein Jahr als Pädagoge in Hamburg. Im Kollegium sei er geschätzt worden, Kollegen des damaligen Sportlehrers seien betroffen. Sie versicherten, dass es zu „keinem Zeitpunkt irgendwelche Hinweise“ zu den nun bekannt gewordenen Übergriffen durch S. gegeben habe. Er unterrichtete von 1979 bis 1982 an der Hamburger Schule. Die 1946 gegründete Eliteschule wurde bis 1977 nur von Jungen besucht. Geleitet wurde die Schule in diesem Zeitraum von Jesuiten. Der letzte Jesuit verließ die christliche Schule 1993.

 

Im Skandal um sexuellen Missbrauch durch den Berliner Ex-Lehrer Wolfgang S. kündigte auch der Rektor des Kolleg Sankt Blasien im Schwarzwald rückhaltlose Aufklärung an. Auch dort haben sich bereits zwei Opfer gemeldet, mit weiteren Fällen wird gerechnet. Zudem müssten heutige Schüler ermutigt werden, sich öffentlich zu beschweren, wenn sie Opfer von Gewalt würden, teilte das Rektorat mit. Pater Wolfgang S. war von 1982 bis 1984 an dem Kolleg im Schwarzwald tätig. Die baden-württembergische Staatsanwaltschaft hat nun ein Ermittlungsverfahren eingeleitet. Die Berliner Behörden prüfen noch, ob die Fälle in Berlin verjährt sind oder nicht. Tsp 3

 

 

 

Irland: „Für katholische Schulen von hoher Qualität“

 

Irlands Kirche ist nach den Missbrauchsskandalen als Ausbilderin in die Kritik geraten. Eine Mehrheit der Bevölkerung will sie vor allem aus dem Bereich der Grundschulbildung verbannen: Irische Grundschulen sind zu 90 Prozent in kirchlicher Hand. Um an den wichtigen Beitrag katholischer Bildung zur gesellschaftlichen Entwicklung zu erinnern, findet in Irland gerade die Schulwoche „Catholic Schools – A Light for Every Generation“ statt. Zum Misstrauen der Menschen gegenüber kirchlichen Bildungseinrichtungen sagte Kardinal Sean Brady, Primas von Irland, im Gespräch mit Radio Vatikan:

 

„Es gab da eine alarmierende Abstimmung in der Irish Times. Ungefähr 60 Prozent der Bevölkerung meinten, die Kirche sollte sich aus der Erziehung raushalten. Wir aber wollen die Leute zum Nachdenken darüber bringen, was das bedeuten würde - man sollte ja schließlich nicht nur den akademischen Fortschritt der Schüler, sondern ihre Entwicklung insgesamt im Blick behalten. Was wäre denn die Alternative zum bestehenden System? Effektiv machen diese Schulen Menschen zu gewissenhaften und guten Bürgern. Das katholische Schulsystem bedient Ausbildung auf allen Ebenen und gibt eine lebendige Antwort auf die Anforderungen, die die sozialen und wirtschaftlichen Veränderungen unserer Nation mit sich bringen.“ (rv 2)

 

 

 

Jesuiten. Gefürchtete Elitetruppe des Papstes

 

Die Geschichte der Jesuiten war immer von Verschwörungstheorien begleitet. Erziehung und Bildung sind Schwerpunkte ihrer Arbeit.

 

Sie sind die „schlauen Jungs“, und für die einen gelten sie als die reaktionäre, für die anderen als die progressive Elite der katholischen Kirche. Mal wird ihre Strenge gepriesen, mal gescholten. Aber eines haftet dem Orden der Jesuiten, der 1534 von einem Freundeskreis um Ignatius von Loyola in Paris gegründet wurde, bis heute an: Er gilt als undurchschaubar und einflussreich. Das geheimnisumwitterte Image des Ordens mag an der Persönlichkeit von Ignatius von Loyola selbst liegen. Der Sohn einer adligen baskischen Familie machte zunächst im Militär Karriere, bevor er Gotteserscheinungen hatte, allen Besitz abgab und das Armutsgelübde ablegte. Seine Zeitgenossen beschreiben ihn als äußerst verschlossenen Mann, der wenig Emotionen zeigte. Wer heute Jesuiten in Berlin begegnet, im Canisius-Kolleg oder im Flüchtlingsforum in Charlottenburg, trifft auf weltgewandte, offene Männer, die auch keine Ordenstracht tragen.

 

Der Kern der jesuitischen Frömmigkeit besteht in den Exerzitien, spirituellen Erfahrungen, in denen die Anhänger der „Gesellschaft Jesu“ über ihren Glauben und ihre persönliche Bindung an Jesus Christus meditieren. Zu ihrem Gelübde gehört Ehelosigkeit, Armut und Gehorsam, absoluter Gehorsam auch gegenüber dem Papst.

 

Während der Gegenreformation, mit der die katholische Kirche auf die protestantische Reformation reagierte, waren die Jesuiten als quasi militärisch-strenge Kampftruppe des Papstes, als die „Soldaten Christi“ überall in Europa gefürchtet. Der erste deutsche Jesuit war Petrus Canisius. Er trat als achtes Mitglied 1543 in den Orden ein und trieb die Gegenreformation in Deutschland an.

 

Je weiter sich die Jesuiten ausbreiteten, umso monströser wurden auch die Verschwörungstheorien, in denen man ihnen unter anderem unterstellte, alle Königshöfe zu unterwandern. Im 18. Jahrhundert wurde der Orden in etlichen europäischen Ländern und schließlich auch vom Papst verboten, später wieder zugelassen. Im 20. Jahrhundert distanzierte sich der Orden zunehmend von restaurativen Tendenzen und öffneten sich der Moderne. Pater Alfred Delp wurde wegen seines Widerstands gegen den Nationalsozialismus in Plötzensee hingerichtet. Patres wie Karl Rahner beeinflussten maßgeblich die Reformen innerhalb der katholischen Kirche in den 60er Jahren. Heute sind die Jesuiten nach eigenen Angaben der weltweit größte katholische Orden mit 22 000 Mitgliedern. Es ist ein reiner Männerorden.

 

Da Ignatius von Loyola die „Seelsorge für die Jugend“ besonders am Herzen lag, wurde schon zu seinen Lebzeiten das erste „Kolleg“ gegründet. In den folgenden Jahrhunderten hatten die Jesuiten großen Einfluss auf die europäische Bildungslandschaft – zunächst als Anti-Aufklärer. Heute sind die weltweit 2400 Schulen des Ordens einem umfassenden humanistischen Bildungsideal verpflichtet. Die jesuitische Pädagogik basiert auf den vier Prinzipien: Wertschätzung des einzelnen, Fähigkeit zur Reflexion, Verpflichtung zur Gerechtigkeit, die Frage nach Gott wachhalten. So gehören der verpflichtende Religionsunterricht, Gottesdienste, die Einübung in Exerzitien und auch die Möglichkeit zu beichten, zum Schulalltag.

 

Eine Besonderheit der Jesuitenkollegs besteht auch darin, dass neben der Vermittlung des klassischen Unterrichtsstoffes die Einübung sozialer Kompetenzen eine wichtige Rolle spielt. In eigenen Jugendzentren auf dem Schulgelände lernen ältere Schüler mit jüngeren, angeleitet durch die Patres, über sich selbst und ihre Rolle anderen gegenüber nachzudenken, und trainieren Selbstbewusstsein. Dazu gehört, dass man die eigenen Grenzen erkennt, und sich wehrt, wenn diese von anderen überschritten werden. Dies lernen zu können, setzt voraus, dass natürlich auch der Lehrer die Grenzen des Jugendlichen achtet. Die Abhängigkeit des Schülers auszunutzen, gar zur Befriedung eigener Triebe, ist deshalb der schlimmste Verrat, den ein Pater an der jesuitischen Pädagogik begehen kann.

 

Schon im 18. Jahrhundert besuchten viele Söhne adliger Familien die Jesuitenschulen. Vertreter niedrigerer sozialer Klassen konnten mithilfe der Ausbildung sozial aufsteigen und sogar in Regierungsämter gelangen. Zu den heute wohl bekanntesten Absolventen gehört in Deutschland der CDU-Politiker Heiner Geißler. Claudia Keller Tsp 4