Notiziario religioso 5-7 Febbraio 2010
Venerdì 5. Il commento al Vangelo. La decapitazione del Battista
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 6,14-29) commentato da P. Lino Pedron
14 Il re Erode
sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si
diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere
dei miracoli opera in lui». 15 Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». 16
Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto
decapitare è risuscitato!».
17 Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in
prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva
sposata. 18 Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito
tenere la moglie di tuo fratello». 19 Per questo Erodìade gli portava rancore e
avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, 20
perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e
anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
21 Venne però il
giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i
grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. 22 Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque
a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che
vuoi e io te lo darò». 23 E le fece questo giuramento:
«Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche
la metà del mio regno». 24 La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo
chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25 Ed entrata
di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che
tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». 26 Il re
divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e
dei commensali, non volle opporle un rifiuto. 27 Subito il re mandò una guardia
con l'ordine che gli fosse portata la testa. 28 La guardia andò, lo decapitò in
prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. 29 I discepoli di Giovanni,
saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo
posero in un sepolcro.
I discepoli sono
partiti e la scena è vuota. Marco la riempie con due brani che servono
d’intermezzo: l’opinione di Erode su Gesù e l’assassinio di Giovanni Battista.
Questo episodio, collocato tra l’invio in missione dei discepoli e il loro
ritorno, acquista un significato preciso: è un segno premonitore dell’opposizione e del martirio riservati a Gesù
e ai suoi discepoli.
Questo brano del
vangelo ci dà la versione "religiosa" della morte del Battista.
Flavio Giuseppe ci dà quella "politica". Leggiamo in Antichità
giudaiche 18, 119: "Erode, temendo che egli con
la sua grande influenza potesse spingere i sudditi alla ribellione (sembrando
in effetti disposti a fare qualsiasi cosa che egli suggerisse loro), pensò che
era meglio toglierlo di mezzo prima che sorgesse qualche complicazione per
causa sua, anziché rischiare di non potere poi affrontare la situazione. E così, per questo sospetto di Erode, egli fu fatto prigioniero,
inviato nella fortezza di Macheronte e qui decapitato".
Quando i profeti
mettono il dito sulla piaga e arrivano al nocciolo della questione, sono tolti
di mezzo senza scrupoli. La testa di Giovanni Battista su un vassoio, nel pieno
svolgimento di un banchetto, può sembrare una "portata" insolita. A
pensarci bene, non è poi un "piatto" tanto raro: quante decapitazioni
durante pranzi, cene…!
Questo brano,
posto dopo l’invio in missione dei Dodici, indica il destino del missionario,
del testimone di Cristo. In greco, testimone si dice "martire".
La morte di
Giovanni prelude la morte di Gesù e di quanti saranno
inviati. Ciò può sembrare poco confortante, ma l’uomo deve comunque morire. La
differenza della morte per cause naturali e martirio sta nel fatto che la prima
è la fine, il secondo è il fine della vita. Il martire infatti testimonia fin dentro ed oltre la morte, l’amore
che sta a principio della vita.
Il banchetto di
Erode nel suo palazzo fa da contrappunto a quello imbandito da Gesù nel
deserto, descritto immediatamente di seguito (Mc 6,30-44). Il primo ricorda una nascita festeggiata con una
morte; il secondo prefigura il memoriale della morte del Signore, festeggiato
come dono della vita.
Gli ingredienti
del banchetto di Erode sono ricchezza, potere, orgoglio, falso punto d’onore,
lussuria, intrigo, rancore e ingiustizia e, infine, il macabro piatto di una
testa mozzata. La storia mondana non è altro che una variazione, monotona fino
alla nausea, di queste vivande velenose.
Il banchetto di
Gesù invece ha la semplice fragranza del pane, dell’amore che si dona e germina
in condivisione e fraternità. De.it.press
Sabato 6. Il commento al Vangelo. “Come pecore senza pastore”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 6,30-34) commentato da P. Lino Pedron
30 Gli apostoli si
riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e
insegnato. 31 Ed egli disse loro: «Venite in disparte,
in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Era infatti
molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di
mangiare. 32 Allora partirono sulla barca verso un
luogo solitario, in disparte.
33 Molti però li
videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a
piedi e li precedettero. 34 Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro,
perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Gesù non si fida
dell’entusiasmo: sa che svanisce di fronte alle prime difficoltà (cfr Mc
4,16-17) e che non è segno di fede. E’ la situazione che viene
descritta in questo brano. I discepoli sono presi dall’entusiasmo e raccontano
a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Il risultato della
loro missione è lì sotto gli occhi di tutti, in quella gente che va e viene e
non lascia più loro neppure il tempo per mangiare. Risultato strepitoso.
Quella gente li fa sentire veramente "pescatori di uomini" (cfr Mc
1,7) realizzati.
Questo racconto
mira a rispecchiare già la futura immagine dell’attività missionaria della
Chiesa: fare e insegnare come Gesù.
Dopo le guarigioni
descritte nel primo capitolo di questo vangelo, Gesù si era ritirato in un
luogo deserto a pregare (1,35) e alla provocante espressione: "Tutti ti
cercano" (1,37) aveva risposto con un atteggiamento, umanamente parlando,
poco intelligente: "Andiamocene altrove!" (1,38).
Gesù non sfrutta
mai le occasioni favorevoli della popolarità e dell’entusiasmo viscerale: ci
vuol ben altro per recidere alla radice il peccato del mondo e per immettere la
novità di Dio in un’umanità così malandata.
In questo brano,
l’entusiasmo della folla è per i discepoli oltre che per Gesù. In questa
cornice, la parola di Gesù: "Venite in disparte, in un luogo solitario, e
riposatevi un po’" (v. 31) acquista il suo giusto valore. Gesù li vuole
sfebbrare (cfr Lc 10,17-20). L’entusiasmo è pericoloso: per la folla e per i
discepoli.
L’insegnamento è
chiaro: se vogliamo evitare i pericoli della popolarità, non dobbiamo lasciarci
travolgere dall’entusiasmo viscerale e acritico che fa perdere il senso del
limite e dà i fumi alla testa. L’antidoto è la solitudine e la preghiera.
Gesù ha pietà
della folla perché è disorganizzata. Non c’è nessuno che si occupi di essa ed è
abbandonata a se stessa: non forma un popolo, ma un’accozzaglia di gente. La
pietà di Gesù si traduce in insegnamento. Nel vangelo di Marco, quando Gesù si
trova con la folla si può stare certi che non perderà
l’occasione per istruirla. Il seguito del vangelo ribadirà,
con maggiore forza, questo comportamento costante di Gesù: "La folla
accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l’ammaestrava, come era solito
fare" (10,1).
Il legame che
Marco instaura tra insegnamento e formazione di un popolo non è artificiale.
Siamo davanti a un gregge senza pastore: solo la parola di Gesù può radunare e
riunire gli smarriti e i dispersi. De.it.press
Domenica 7. Il commento al Vangelo. La pesca miracolosa
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia
odierna (Lc 5,1-11) commentato da P. Lino Pedron
1 Un giorno,
mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli
faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate
alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca,
che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise
ad ammaestrare le folle dalla barca.
4 Quando ebbe
finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la
pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato
tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di
pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai
compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono
tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon
Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me
che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva
preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano
fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di
Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di
uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Sullo sfondo
dell’attività di Cristo appaiono Pietro e i suoi colleghi. Essi sono i
collaboratori di un fatto prodigioso, ma rimangono pur sempre le povere persone
che erano in precedenza. Pietro lo confessa a nome proprio e dei colleghi
dichiarandosi peccatore. Davanti alla verità di Dio, Pietro scopre la propria
verità e si sente indegno. Non c’è rivelazione di Dio senza coscienza del
proprio peccato. Possiamo conoscere l’infinita grandezza di Dio solo
contemporaneamente alla scoperta della nostra bassezza.
L’efficacia della
pesca miracolosa non è dovuta alla loro abilità, ma al comando impartito da
Gesù. Tutto il loro merito è di aver creduto alla sua parola. L’inutilità della
fatica notturna indica la vanità di tutti gli sforzi umani fatti di propria
iniziativa per instaurare il regno di Dio. Solo nell’obbedienza alla parola del
Signore si può ottenere ciò che è impossibile alle forze umane. La fede non ha
altro appoggio che la parola di Dio. Proprio per questa fede Gesù cambia il
nome di Simone in Pietro e gli dà un incarico
nuovo:" D’ora in poi sarai pescatore di uomini" (v. 10). Pietro
riceve la sua missione proprio mentre si riconosce peccatore. Ciò vuol dire che
essa non decadrà neanche per il suo peccato di infedeltà,
perché si fonda sulla fedeltà di Dio. Simone diventerà Pietro e riceverà
l’incarico di confermare nella fede i suoi fratelli proprio quando avrà
consumato fino in fondo la propria esperienza di debolezza, di
infedeltà, di peccato (Lc 22,31-34). Non sarà quindi "pietra"
per le sue qualità, ma per la fedeltà di Dio.
Questi pescatori,
che hanno creduto nella parola di Cristo, lasciano subito barche e reti e si
mettono a seguire Gesù. Egli li manda a liberare gli uomini dal potere della
morte e a trasferirli nel regno della vita, nel regno
di Dio. L’azione missionaria di Gesù passerà a dei poveri, sprovveduti
pescatori di Galilea, i quali lasciano il loro mestiere e si avventurano sui
mari tempestosi del tempo per salvare dalla morte eterna tutti i popoli della
terra. Ma per essere veri discepoli di Gesù bisogna
lasciare tutto, incominciando a lasciare se stessi per diventare proprietà
esclusiva di Cristo.
De.it.press
Domenica 7. V del tempo ordinario. Portiamo un grande tesoro in vasi di creta
Oggi le letture
presentano alcuni personaggi che sono stati chiamati a svolgere la missione di
annunciatori della parola di Dio. Hanno tutti la
stessa reazione: si sentono indegni, incapaci, inadeguati.
Isaia dichiara di
essere un uomo dalle labbra impure. Pietro chiede a Gesù di allontanarsi da lui
perché sa di essere un peccatore. Paolo afferma che il Risorto si è manifestato
anche a lui, ma “come a un aborto”, cioè, come a un essere imperfetto, uno nato in modo anormale.
La lista delle
dichiarazioni di indegnità potrebbe continuare con le
obiezioni di Geremia: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono
giovane” (Ger 1,6) e di Mosè: “Mio Signore, io non sono un buon parlatore, sono
impacciato di bocca e di lingua” (Es 4,10).
Vocazioni
all’annuncio della parola di Dio oggi sono quelle del diacono permanente, del
catechista, dell’animatore dei centri di ascolto.
C’è anche – è vero
– chi, dimentico dei propri limiti, si sente fin troppo sicuro di sé. Ma i più,
consci delle loro miserie, si schermiscono, dicono di non essere all’altezza
del compito che viene loro richiesto.
La mancanza di
preparazione non è un buon motivo per tirarsi indietro. Possono supplire lo
studio, la sistematica partecipazione a corsi biblici e pastorali,
l’allestimento di una piccola biblioteca teologica. La percezione invece della
propria inadeguatezza spirituale va superata tenendo presente l’opera di Dio:
egli purifica i suoi profeti e i suoi apostoli e li abilita ad annunciare il
suo messaggio.
Prima Lettura (Is
6,1-8)
1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi
del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano
dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si
copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l’uno
all’altro:
“Santo, santo, santo è il
Signore degli eserciti.
Tutta la terra è piena della
sua gloria”.
4 Vibravano gli
stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si
riempiva di fumo. 5 E dissi:
“Ohimè! Io sono
perduto,
perché un uomo dalle
labbra impure io sono
e in mezzo a un
popolo
dalle labbra impure
io abito;
eppure i miei occhi
hanno visto
il re, il Signore
degli eserciti”.
6 Allora uno dei serafini volò verso di me;
teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. 7
Egli mi toccò la bocca e mi disse:
“Ecco, questo ha toccato le
tue labbra,
perciò è scomparsa la
tua iniquità
e il tuo peccato è
espiato”.
8 Poi io udii la voce del Signore che diceva:
“Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi:
“Eccomi, manda me!”.
Ci sono esperienze
della nostra vita che non possono essere raccontate con parole.
Le emozioni, i
sentimenti, le esperienze spirituali non sono facili da descrivere.
Ecco perché Isaia,
volendo presentare la storia della sua vocazione, non può che ricorrere a delle
immagini. Sarebbe ingenuo interpretare come cronaca quanto ci viene narrato in questa lettura. Dio non ha bisogno di
sedersi, né di coprirsi con un manto per ripararsi dal freddo, né di essere
assistito dai serafini quasi fossero sue guardie del
corpo. Isaia non ha avuto un’apparizione, ma un’esperienza interiore che viene raccontata in forma di visione.
Un giorno, mentre
forse si trovava in preghiera nel tempio di Gerusalemme, si rende conto che il
Signore lo chiama ad essere suo profeta. Rimane
sconvolto, capisce che quella è la volontà del Signore dell’universo,
l’onnipotente, colui che ha il suo trono nei cieli ed
è assistito dai serafini che cantano senza fine: “Santo, santo, santo!”
(vv.1-4). Prende coscienza della propria debolezza ed
indegnità ed ha paura della missione che gli viene affidata. Come potrà lui,
uomo dalle labbra impure, annunciare la parola del Dio tre volte santo? (v.5).
Il Signore ha però
deciso di attuare la sua opera di salvezza servendosi di uomini rivestiti di debolezza. Egli li purifica, li abilita a trasmettere il
suo messaggio.
Isaia vede un
cherubino prendere il fuoco sacro, toccargli le labbra e cancellare la sua
iniquità (vv.6-7). Ora non può più resistere alla chiamata del Signore.
Risponde: “Eccomi, manda me!” (v.8).
Finché si vive in
mezzo agli uomini – deboli e fragili – non ci si rende conto del proprio
peccato, anzi, se ci si confronta con chi ci sta accanto, ci si può addirittura
sentire migliori, giusti, onesti, irreprensibili. Appena si entra in contatto
con il Signore, subito la prospettiva cambia e si fa la drammatica esperienza
della propria pochezza, della propria indegnità e miseria. “La luna stessa
manca di chiarore – viene ricordato nel libro di
Giobbe – e le stelle non sono pure ai suoi occhi, quanto meno l’uomo, questo
verme” (Gb 25,5-6).
Quest’esperienza –
dolorosa, ma salutare e purificatrice – viene fatta da
tutti coloro che si accostano alla parola di Dio, a quella parola che “è più
tagliente di ogni spada a doppio taglio; penetra fino al punto di divisione
dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb
4,12). E’ la sensazione di indegnità che sentono i
presbiteri, gli animatori delle comunità, i catechisti che, mentre spiegano la
parola di Dio, si rendono conto, con rammarico, che il loro comportamento è in
stridente contrasto con ciò che insegnano.
Dovranno
scoraggiarsi? Dovranno rifiutare la chiamata del Signore a svolgere il
ministero della Parola? Isaia, pur sentendosi indegno,
non ha esitazioni. Dice prontamente: “Eccomi, manda me”. I propri peccati non
sono una ragione per giustificare il rifiuto di assumere il servizio che la
comunità affida ad ogni suo membro.
Il fuoco che
progressivamente purifica quelli che la annunciano è la stessa parola di Dio
che viene annunciata.
Seconda Lettura (1
Cor 15,1-11)
1 Vi rendo noto, fratelli, il Vangelo che vi ho annunziato e che
voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la
salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato.
Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello
che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le
Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo
giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In
seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior
parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7
Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8
Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno
neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio.
10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la
sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io
però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che
loro, così predichiamo e così avete creduto.
A Corinto molti
hanno accolto il Vangelo come una bella dottrina morale, utile per vivere in
modo saggio; tuttavia, anche fra i cristiani parecchie persone hanno difficoltà
a credere nella risurrezione. Dicono che, dopo la morte, gli uomini svaniscono
completamente o, al massimo, di loro sopravvive una parte spirituale, un’ombra,
insomma, poco più che niente.
Paolo reagisce in
modo duro contro questa deformazione della verità centrale del messaggio
cristiano. Dice: chi ha una fede di questo tipo sta credendo invano (v.2). Poi
richiama ai corinti la professione di fede proclamata in tutte le comunità:
“Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato
il terzo giorno secondo le Scritture” (v.4).
Dopo aver
presentato questo “Credo” dei primi cristiani, Paolo ricorda sei manifestazioni
di Gesù risorto: a Pietro, ai Dodici, a più di cinquecento fratelli, a Giacomo,
a tutti gli apostoli e, per ultimo, a lui stesso.
Qual è il
significato di questa lista? Questi “testimoni” non sono dello stesso tipo di
quelli che, durante un processo in tribunale, si presentano al giudice per
raccontare come si sono svolti i fatti. La risurrezione non è un fatto di questo
mondo, non può essere dimostrata mediante prove inoppugnabili.
E’ qualcosa che
avviene nel mondo di Dio e, per questo, sfugge ai nostri sensi.
Ciò che ha potuto essere verificato con sicurezza è il cambiamento
che è avvenuto nel gruppo dei discepoli. Prima erano timorosi, poi hanno perso
ogni paura e, anche di fronte a coloro che li minacciavano di morte, hanno
dichiarato che Gesù è vivo. Paolo da persecutore è divenuto apostolo e ha
considerato “spazzatura” tutte le sicurezze religiose che prima possedeva (Fil
3,8). Questi cambiamenti radicali ricevono dai protagonisti una spiegazione
unanime: sono dovuti all’esperienza sconvolgente del Risorto che hanno fatto.
A questa fede non
sono giunti in modo né improvviso né rapido. Vi sono arrivati progressivamente,
guidati dalle Scritture e illuminati dallo Spirito. Presentandoci la loro
esperienza unica e irrepetibile, Paolo invita tutti a compiere il loro stesso
cammino. Suggerisce di prendere in mano le Scritture, di ascoltare la parola di
Dio che viene proclamata nelle comunità cristiane;
invita ad aprire il cuore alla luce dello Spirito.
Così sarà
possibile anche oggi fare un’esperienza non identica, ma
simile alla loro.
Vangelo (Lc
5,1-11)
1 Un giorno,
mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli
faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù vide due barche
ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in
una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra.
Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
4 Quando ebbe finito di parlare, disse a
Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. 5
Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo
preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano.
7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca,
che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al
punto che quasi affondavano.
8 Al veder questo,
Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da
me che sono un peccatore”. 9 Grande stupore infatti
aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che
avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano
soci di Simone.
Gesù disse a
Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. 11 Tirate le
barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Come il Signore,
anche il cristiano è “amante della vita” (Sap 11,26), desidera la vita, s’impegna per la vita. “Io sono venuto perché abbiano
la vita e l’abbiano in sovrabbondanza” – dice Gesù
riferendosi alla sua missione fra gli uomini (Gv 10,10).
Come porta a
compimento oggi questa sua missione? Quale compito ha assegnato ai suoi
discepoli? A queste domande Luca non risponde con ragionamenti, ma con un
racconto: la chiamata dei primi tre apostoli.
L’episodio si
svolge sul lago di Genèsaret. Gesù è pressato dalle folle e, viste due barche
di pescatori, sale su quella di Pietro, lo prega di scostarsi un po’ da terra,
si siede e si mette ad ammaestrare la gente (vv.1-3). Il quadro è poco
realistico (basti pensare a quanto sia scomodo parlare da una barca a una gran
folla). La scena è volutamente idealizzata per trasmettere un insegnamento
teologico.
Notiamo anzitutto
il contesto in cui è ambientata: sulla riva del lago e
in un giorno feriale, mentre gli uomini sono impegnati nel loro lavoro, mentre
stanno sudando per guadagnarsi da vivere.
Non è solo durante
la liturgia del sabato e negli ambienti e luoghi di culto che Gesù annuncia la
parola di Dio. Egli la proclama in tutti i contesti,
in quelli sacri e in quelli profani, perché essa illumina, ispira, guida ogni
attività dell’uomo.
Si siede – cioè
assume la posizione di maestro – stando sulla barca di Pietro.
Il simbolismo è
evidente: la barca rappresenta la comunità cristiana. E’ quello il luogo
privilegiato dal quale ci si deve attendere la voce del Maestro; è ad essa che è invitato a volgere lo sguardo chi cerca luce,
consolazione e speranza.
Assieme a Gesù,
sulla barca non ci sono persone eccezionali, sante, perfette! Santo è solo Dio.
C’è gente buona, sì, ma anche peccatrice. Pietro lo riconoscerà anche a nome degli altri: “Signore allontanati da me che sono un
peccatore” (v.8). Tuttavia, malgrado sia occupata da peccatori, è da questa
barca che viene proclamata la parola di Dio.
All’annuncio della
Parola (vv.1-3) segue l’azione. Su ordine del Maestro, la barca prende il
largo, si avventura sulle acque del mare. Là i discepoli sono invitati a
gettare le reti e a pescare (vv.4-7). E’ la comunità cristiana che, animata dal
messaggio evangelico che ha ascoltato e assimilato, si disperde per le vie del
mondo per svolgere la sua missione.
Pietro obietta,
gli sembra che l’ordine datogli da Gesù sia insensato: quella non è l’ora
adatta per pescare. Ma si fida. E’ la prima persona
che, durante la vita pubblica, manifesta la sua fede nella parola del Maestro.
E’ un grosso
rischio che Pietro è disposto a correre. Sa che, in caso di insuccesso,
si espone al ridicolo e ai motteggi dei colleghi. La logica umana gli
suggerirebbe di rinunciare, ma preferisce obbedire. Dopo un primo momento di incertezza, si decide e si mette all’opera. Crede che la
parola di Gesù può realizzare l’impossibile. Ha già
fatto esperienza della forza di questa parola quando ha visto sua suocera
curata istantaneamente dalla febbre (Lc 4,38-39).
Il risultato è
sorprendente, la quantità di pesci catturata è enorme e l’evangelista la sottolinea evidenziando vari particolari: le reti stanno per
rompersi, si deve ricorrere all’aiuto dei soci, le barche sono stracolme e
rischiano di affondare.
A questo punto
Luca introduce la reazione di Pietro e di coloro che hanno
assistito al prodigio. Simone si getta alle ginocchia di Gesù e dichiara la
propria indegnità: “Allontanati da me che sono un peccatore” – dice, mentre gli
altri sono colti da stupore (vv.8-10a).
E’ il modo con cui
nella Bibbia si narra l’incontro con il Signore: Mosè si vela il viso perché ha
paura (Es 3,6); Elia si copre il volto con il mantello (1 Re 19,13). Come Isaia
– lo abbiamo visto nella prima lettura – anche Pietro si sente peccatore. Non
perché, fino a quel momento, avesse condotto una vita immorale, ma si è reso
conto della distanza che lo separa dal divino e confessa la propria indegnità.
Siamo così giunti
al tema centrale del brano (vv.10b-11).
Il motivo
principale per cui Luca narra l’episodio è quello di
far capire ai discepoli delle sue comunità quale è il compito a cui sono
chiamati: essere pescatori di uomini.
I pesci, noi lo
sappiamo, stanno benone nell’acqua e non sono affatto
contenti di esserne tirati fuori. Nell’acqua però non si trovano altrettanto a
loro agio gli uomini, specialmente quando si tratta di quella del mare immenso,
profondo, cupo, agitato. I pesci tirati fuori dall’acqua muoiono, gli uomini
invece vivono. Di questo simbolismo si serve Gesù per spiegare ai discepoli
qual è la loro missione. Egli non li invita a “prendere gli uomini con l’amo”,
ma a tirarli fuori vivi con la rete dalle onde impetuose dalle quali rischiano
di venire sopraffatti, sommersi, trascinati sul fondo.
Il verbo usato
dall’evangelista per descrive questa missione non è
propriamente “pescare”, ma catturare vivi, “prendere per mantenere in vita” (Nm
31,15.18; Dt 20,16; Gs 2,13; 6,24…) e dunque portare alla vita.
Nella Bibbia le
acque del mare sono il simbolo del potere del male, delle forze che portano
alla morte. Uomini che devono essere “pescati”, cioè aiutati a vivere, sono
coloro che si sentono travolti dai loro vizi, che sono in balia dei loro idoli,
delle loro passioni sregolate, che sono capaci solo di fare del male a se
stessi ed agli altri. “Pesce” che deve essere tirato fuori
dalla sua condizione disperata è l’umanità intera che rischia di venire inghiottita dalla violenza, dagli odi, dalle guerre,
dalla corruzione morale...
Sant’Ambrogio
diceva: “Gli strumenti della pesca apostolica sono le reti, infatti
non fanno morire chi vi è preso, ma lo conservano per la vita, lo traggono
dagli abissi alla luce e dal profondo conducono alla superficie chi vi era
sommerso”.
Questa missione
non è stata affidata solo ai preti, ma a tutta la comunità cristiana.
Un ultimo elemento
va sottolineato in questo simbolismo del brano ed è il
ministero affidato a Pietro. E’ lui che guida la barca verso il luogo indicato
(v.4), è lui che proclama la sua fede nel potere della parola di Gesù (v.5), è
lui che lo riconosce come Signore (v.8); è a lui che viene
diretto l’invito a essere pescatore di uomini (v.10).
Tutti questi
elementi indicano che Pietro ha un compito particolare da svolgere nella
Chiesa: quello di ascoltare con attenzione la parola del Signore e di dirigersi
poi, assieme agli altri discepoli, non dove esperienza e abilità professionale
gli suggerirebbero di andare, ma dove il Maestro gli indica.
Il brano non ha lo
scopo di sollecitare coloro che nella comunità cristiana svolgono il ministero
della presidenza a rivendicare per sé il diritto di comandare, di imporsi o
addirittura di farla da padroni sul popolo di Dio (1 Pt 5,3). E’ un invito a
verificare il modo come esercitano il carisma dell’autorità. Hanno piena
fiducia nella voce del Maestro? Sanno riconoscere questa voce? Sono in grado di
distinguerla dalla “sapienza di questo mondo”, dal “buon senso” e dai calcoli
umani, dalle loro intuizioni, dalle loro convinzioni personali?
A questo esame di
coscienza è chiamato anche ogni cristiano che dovrebbe preoccuparsi se
verificasse che nessuno lo ha mai considerato un
illuso, un sognatore, uno che è pronto anche a... “pescare a mezzogiorno” se il
Maestro glielo chiede.
P. Fernando
Armellini, de.it.press
Papa Benedetto XVI: "Nella Chiesa c'è chi cerca solo potere"
Le tentazioni del
potere - La denuncia di Ratzinger: «Molti con ruoli di responsabilità lavorano
unicamente per se stessi e carriera»
CITTÀ DEL VATICANO - Anche tra gli
uomini di Chiesa, specialmente tra chi è investito di responsabilità, allignano
i mali del carrierismo e della ricerca del potere personale. Le parole di
Benedetto XVI, pur pronunciate con tono quasi sommesso, sono risuonate come una
forte denuncia, dinanzi ai circa cinquemila fedeli riuniti stamane nell’Aula
Paolo VI per l’udienza generale.
«Non è forse una
tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono
immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione
e di governo nella Chiesa?», si è chiesto il Papa durante la catechesi dedicata
alla figura di San Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei frati
domenicani. Il Papa ha quindi ricordato quanto da lui detto il 12 settembre
scorso durante la cerimonia di consacrazione di cinque nuovi vescovi: «Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi.
Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata
conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità».
Il Pontefice era
partito dalla considerazione che quando il giovane Domenico, appena ordinato
sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della cattedrale della sua diocesi
di origine, Osma, in Spagna, «anche se questa nomina poteva rappresentare per
lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la
interpretò - ha sottolineato papa Ratzinger - come un
privilegio personale, nè come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica,
ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà». Non è la prima volta
che Benedetto XVI parla chiaramente del carrierismo e degli altri mali che
indeboliscono la missione della Chiesa cattolica: prima ancora delle forti
parole pronunciate nel settembre scorso durante la consacrazione dei nuovi
vescovi, in marzo, in piena tempesta per il «perdono»
concesso ai vescovi lefebvriani (tra cui il negazionista Richard Williamson),
aveva scritto una lettera aperta in cui, riprendendo le parole dell’apostolo
Paolo ai Galati, constatava che anche oggi, nella comunità ecclesiastica, «ci
si morde e ci si divora a vicenda».
Nell’udienza di
oggi, tra l’altro, alla denuncia contro chi nella Chiesa cerca solo carriera e
potere, ha fatto da netto contraltare proprio l’accento sull’alto esempio di
San Domenico. «Questo grande santo - ha osservato Benedetto XVI - ci rammenta
che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale
spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove
necessario, ad una nuova evangelizzazione». «Ed è
consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti - pastori e fedeli
laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali - che
con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e
testimoniare il Vangelo», ha concluso. LS 3
Tra la nostra gente. In Italia 2.200 preti da tutto il mondo
LUCCA - Gli
immigrati in Italia, tra comunitari ed extra-comunitari, superano i 4,3 milioni
considerando i regolari o in via di regolarizzazione,
come attesta il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Stime recenti
parlano di oltre 5 milioni di immigrati totali, se si
conteggiano anche gli irregolari e i clandestini. Circa un decimo della
popolazione del nostro Paese è quindi costituito da stranieri immigrati, da
tutti i continenti, con prevalenza di 6 nazioni che da
sole assommano a oltre il 50% degli arrivi: Romania (20,5%), Albania (11,3%),
Marocco (10,4%), Cina (4,4%), Ucraina (4%) e Filippine (2,9%). A fronte di
questa situazione, l'assistenza religiosa cattolica agli immigrati che
abbracciano la nostra fede, è rappresentata da un totale di circa 700 preti
cattolici che animano altrettanti centri pastorali per stranieri su tutto il
territorio nazionale. Oltre a questa cifra, si registra la presenza nel nostro
Paese di altri 1.500 preti stranieri, accolti a vario titolo e altrettanto
variamente impegnati in attività e forme di collaborazione pastorale (rispetto
a un totale di quasi 33 mila preti italiani).
“Sicuramente comincia ad esserci una non trascurabile
presenza di presbiteri stranieri impegnati a diverso modo nella vita pastorale
e nel servizio alle comunità”, ha detto in una intervista al SIR mons.
Benvenuto Italo Castellani, Vescovo di Lucca e Presidente della Commissione
Episcopale per il clero, oltre che del Centro nazionale vocazioni. Per il presule
ci sono quelli presenti per motivo di studio, che aiutano per i sacramenti e le
celebrazioni domenicali. Ci sono quelli a tempo pieno che hanno lasciato le
loro diocesi e sono inseriti in modo “significativo”
nelle nostre Chiese locali. Ci sono infine i presbiteri
ex-religiosi, che “chiedono di passare al clero secolare. È questo un
settore - ha spiegato - assai delicato perché si tratta di persone che hanno
avuto una prima formazione all'interno del carisma di un istituto religioso e
quindi hanno avuto anche una 'caratterizzazione' nel loro agire pastorale fortemente legata alla natura dell'istituto di provenienza”.
Nelle diocesi c'è
un equilibrio rispetto all'inserimento di questi presbiteri?
“Mi sembra di sì, considerato che se da una parte si apprezza il loro servizio
a tempo pieno, dall’altra va evidenziato che in non pochi casi si presentano
problematiche legate alle caratteristiche culturali e sociali di provenienza
che per giustificati motivi e senza nessun preconcetto alla fine non coincidono
con lo specifico del servizio del prete italiano che è proprio quello di essere
'un prete tra la gente, con la gente e per la gente'. È auspicabile che si
proceda nell'impegno per far maturare in questi presbiteri una motivazione e una attitudine più legate allo stile del prete italiano,
stile che la gente ha sempre apprezzato".
Cosa si nota circa
il servizio dei preti stranieri nei confronti dei propri gruppi etnici di
provenienza?
“Riconosco che
questi presbiteri fanno un ottimo servizio verso i fedeli appartenenti ad una etnia alla quale loro stessi appartengono e che
spesso per questi immigrati sono una risorsa per mantenere unità sociale,
culturale e religiosa e per proseguire la formazione cristiana, assicurando
anche un positivo confronto delle culture in questa nostra società ormai
multietnica. Va anche sottolineata la necessaria
attività che ormai svolgono affinché questi gruppi non restino isolati, cioè
non si formino delle Chiese nella Chiesa, ma possano sempre più, con il passare
del tempo e delle generazioni, inserirsi nella comunità cristiana, così come
deve avvenire anche nella società civile. Si tratta di un
ruolo 'profetico' che la Chiesa custodisce e affida loro in questo tempo di
cambiamenti e di novità”.
Ritiene sia
comunque sempre positiva la presenza di preti stranieri nelle nostre comunità?
“Da come mi sono
già espresso, risulta chiaro che le cose non sono così
facili né automatiche, anche perché un prete che viene ordinato in una Chiesa -
ammesso che non si dedichi all'attività missionaria - primariamente ha una
responsabilità verso quella Chiesa che lo ha generato. Di fronte alla crisi
delle vocazioni, bisogna stare attenti a non deresponsabilizzare
le nostre parrocchie perché una comunità è feconda nella misura in cui esprime
anche vocazioni al presbiterato. Tutti i credenti si debbono
interrogare sulle ragioni profonde della 'sterilità' vocazionale che un po'
dovunque ormai sta colpendo le comunità della Chiesa in Italia”. (L. Crimella,
Migranti-press)
Quaresima 2010. La giustizia più grande. Il messaggio di Benedetto XVI
“Ciò di cui l’uomo
ha più bisogno non può essergli garantito per legge”
ma “per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più
intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo
vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua
immagine e somiglianza”. Il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima è una riflessione
“sul vasto tema della giustizia” che invita a comprendere “come e più del pane”
l’uomo ha “bisogno di Dio” perché “sono certamente utili e necessari i beni
materiali - del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di
sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche
oggi costringe centinaia di milioni di esseri umani alla morte per mancanza di
cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia ‘distributiva’ non rende
all’essere umano tutto il ‘suo’ che gli è dovuto”.
Illusione e
chiusura. Una “tentazione permanente dell’uomo”, ricorda il Pontefice, è
“quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore” e “molte
delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché
l’ingiustizia viene ‘da fuori’, affinché regni la
giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono
l’attuazione”. Tuttavia questo modo di pensare, come ammonisce Gesù, è “ingenuo
e miope” perché “l’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente
esterne” ma “ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa
connivenza col male”. Il Santo Padre sottolinea che
“l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità
di entrare in comunione con l’altro” e “aperto per natura al libero flusso
della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo
porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è
l’egoismo, conseguenza della colpa originale”. Sono proprio Adamo ed Eva che
“sedotti dalla menzogna di Satana”, ricorda il Papa, afferrano “il misterioso
frutto contro il comando divino” e sostituiscono “alla logica del confidare
nell’Amore quella del sospetto e della competizione” e “alla logica del
ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e
del fare da sé” sperimentando “come risultato un senso di inquietudine
e di incertezza”. Dentro al “cuore della saggezza di Israele troviamo un legame
profondo tra fede nel Dio che ‘solleva dalla polvere il debole’ (Sal 113,7) e
giustizia verso il prossimo”, spiega Benedetto XVI, e “la parola stessa con cui
in ebraico si indica la virtù della giustizia,
sedaqah, ben lo esprime” significando “da una parte, accettazione piena della
volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo”
soprattutto “del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova”. I “due
significati sono legati”, ribadisce il Papa, “perché
il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a
Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo” e “per entrare nella giustizia
è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello
stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia”.
Società giuste. “Quale è dunque la giustizia di Cristo?”, si domanda il Santo
Padre: “È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che
ripara, guarisce se stesso e gli altri” e “il fatto che l’‘espiazione’ avvenga
nel ‘sangue’ di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo
dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino
all’estremo, fino a far passare in sé ‘la maledizione’ che spetta all’uomo, per
trasmettergli in cambio la ‘benedizione’ che spetta a Dio”. La giustizia
divina, precisa il Pontefice, è “profondamente diversa da quella umana” perché
“Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero
esorbitante” ma “di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare,
perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un
essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso”.
In questo senso, prosegue il Papa, “convertirsi a Cristo, credere al Vangelo”
significa “uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare
la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono
e della sua amicizia” e “si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un
fatto naturale, comodo, ovvio” perché “occorre umiltà per accettare di aver
bisogno che un Altro mi liberi del ‘mio’, per darmi
gratuitamente il ‘suo’”. Conclude Benedetto XVI:
“Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia ‘più
grande’, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente
in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di
quanto si possa aspettare. Proprio forte di questa
esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove
tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e
dove la giustizia è vivificata dall’amore”. Sir
Insieme è possibile. Il contributo delle religioni al processo di pace
Nell'ultimo
Angelus di gennaio il Papa è tornato a parlare di Terra Santa in occasione
della seconda Giornata d'intercessione per la pace in Terra Santa, celebrata in
tutto il mondo.
È un momento in
cui, in particolare di fronte all'incognita iraniana, il processo di pace segna
una serie di "impasse" dal punto di vista diplomatico: servirebbero
dei colpi d'ala, come ha sottolineato il presidente
del Consiglio, nel suo viaggio in Israele.
Cruciale,
comunque, sul medio periodo è proprio il ruolo delle religioni. In questo senso
un appuntamento molto importante sarà l'assemblea speciale per il Medio Oriente
del Sinodo dei vescovi che avrà luogo dal 10 al 24 ottobre 2010.
L'"Instrumentum Laboris" sarà consegnato dal Papa nel corso della sua
visita a Cipro, nel prossimo mese di giugno ma, già dopo la pubblicazione dei
"Lineamenta", il 19 gennaio, il processo di preparazione è già
cominciato ed entrerà nel vivo con il traguardo della Pasqua, che quest'anno
tutti i cristiani celebrano nella stessa data il 4 aprile 2010. È un evento di
grande rilievo, perché proprio in Terra Santa si tocca con mano il grande
pluralismo delle confessioni e dei riti, i conflitti che questo provoca, ma
anche la fondamentale importanza della presenza cristiana. Questo è sottolineato anche dal tema del Sinodo, "La Chiesa
Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza", seguito da un
motto tratto da un passo fondamentale degli Atti degli Apostoli: "La
moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e
un'anima sola" (At 4, 32).
I cristiani del
Medio Oriente toccano con mano i molteplici aspetti della crisi politica che da tempo segna tutta l'area, dei conflitti che si
susseguono: da quello israelo-palestinese, a quello libanese, a quello
iracheno. Toccano con mano il cruciale tema della libertà di religione e di
coscienza, gli "ostacoli all'esercizio di tale diritto fondamentale della
persona umana e di ogni comunità religiosa". Di qui i
drammi degli attentati (in Iraq) e la realtà dell'emigrazione, spesso forzata.
Eppure i cristiani
sono sollecitati ad una nuova testimonianza. Per
questo occorre una speciale e universale vicinanza. Le correnti estremiste
dell'Islam sono una minaccia per tutti: cristiani e musulmani. Ad esse si deve rispondere confermando e rafforzando
l'identità, la comunione tra le Chiese e rilanciando il dialogo. È molto
difficile. Anche se le Costituzioni della maggior parte dei Paesi del Medio Oriente garantiscono l'uguaglianza tra i cittadini
a tutti i livelli, per la mancanza di distinzione tra religione e politica in
pratica i cristiani sono spesso in posizione di non-cittadinanza. Bisogna però
continuare ad essere presenti, con la parola e
soprattutto con l'operosità cristiana: le opere cattoliche, come scuole e
ospedali, frequentati anche da musulmani, offrono una testimonianza decisiva.
Da far crescere con un supporto corale da tutto il mondo. FRANCESCO BONINI
Il Cavaliere, il Vaticano e la congiura contro Boffo
C'è stato, dunque,
dentro le gerarchie di Santa Romana Chiesa una cospirazione. Il segretario di
Stato, Tarcisio Bertone, muove contro la Conferenza Episcopale Italiana di
Angelo Bagnasco. Francesco Cossiga - con l'occhio lungo di chi è abituato a
vedere nel sottofondo dei poteri - rivela le ragioni per tempo. Il presidente
emerito della Repubblica, adeguatamente informato, anticipa tutti, quasi
disegna nel minuto ciò che accadrà presto, le teste che cadranno, le forze in
campo, la posta politica in gioco. Berlusconi è sotto tiro. Ci si è cacciato da
solo, in un angolo, festeggiando una minorenne. La sua vita sconveniente piace
poco o punto alle parrocchie e ai parroci, che non tacciono imbarazzo e
amarezza in lettere all'Avvenire. Il monsignor Mariano Crociata, segretario
generale della Cei, ascolta quelle voci e lamenta: "Assistiamo a un
disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà,
autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che
invera la parola lussuria. Nessuno deve pensare che in
questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari
privati; soprattutto quando sono implicati minori,
cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio" (6 luglio, Ferriera
di Latina).
Cossiga prende di petto
il segretario della Cei: "Si è passato il segno. Altro che "festini e
libertinaggio": sarebbe bastata una dichiarazione sull'etica, riferita
alla situazione generale, come si è sempre fatto". Insistere su
questi temi, ragiona Cossiga, svela "una spaccatura che riguarda la
politica, non l'etica". Ecco la scena che egli vede: "Vogliono tenersi buona una parte dell'episcopato e del
movimento ecclesiale, vicino al centro-sinistra. Hanno puntato sul Pd di
Franceschini, tirano la volata all'unico leader post-dc rimasto. Se il
direttore dell'Avvenire vanta che, all'interno del suo giornale, ognuno decide
liberamente a chi devolvere l'8 per mille, siamo in
presenza di un gruppo in dissidenza non con il centro-destra, ma potenzialmente
con la parte della Chiesa che fa capo al Papa". Cossiga è brutale con il
direttore dell'Avvenire: "Non riesco a dare nessuna spiegazione agli
scritti del non reverendo Boffo che, posto inopportunamente alla direzione del
giornale pur sempre organo ufficiale della Cei, dovrebbe astenersi da questi
continui attacchi, dovuti in parte alle sue note preferenze politiche,
ammantate da scelte religiose" (il Giornale, 24 agosto).
Le parole di
Francesco Cossiga raccontano a chi ha orecchie per intendere (1) perché il
giornale del capo del governo colpisce qualche giorno dopo Dino Boffo; (2) per
chi suona la campana della sua character assassination; (3) chi deve trarre
vantaggio dallo scandalo che è già in cottura. Berlusconi è in bilico,
pericolosamente fragile. Lo rendono vulnerabile le sue abitudini. Lo
indeboliscono i comportamenti privati. Ancor più lo debilitano le reazioni
paralizzate che oscillano dalla menzogna pubblica a un silenzio impotente,
screditandolo sulla scena internazionale e tra il suo elettorato. Lo segnalano
i sondaggi. I consiglieri politici che gli sono accanto comprendono che, se
anche i vescovi italiani gli muoveranno pubblicamente contro - come lascia
credere l'intervento del segretario della Cei - il capo del governo sarà
fritto, la sua stagione politica arriverà a un triste capolinea.
In questo campo di
tensioni politiche, religiose e linee di forza, più schiettamente, di potere,
il direttore dell'Avvenire Dino Boffo diventa il magnete che attrae l'intero
spettro delle reazioni alla situazione critica; l'obiettivo contro cui si scarica il desiderio della Curia romana di regolare i
conti con un episcopato reso troppo autonomo dalle politiche di Camillo Ruini;
la volontà del segretario di Stato Tarcisio Bertone di sostenere il
periclitante Silvio Berlusconi e di riprendere nelle sue mani la guida della
Chiesa italiana; la determinazione del Cavaliere ad aggredire "colpo su
colpo", chiunque - familiare, alleato, oppositore, editore, giornalista -
gli si pari davanti, critico. Scannare Dino Boffo, come sempre accade al capro
espiatorio, è una lucidissima necessità terapeutica. È un esercizio che aggira
le contraddizioni che non si riescono a risolvere (può una Chiesa che chiede
"pudore, sobrietà, autocontrollo" affidarsi
a un "libertino irresponsabile"?). È la manovra che consente di
rinviare la soluzione del problema (possono i cattolici italiani guardare con
fiducia e rispetto a Berlusconi?). È la mossa che può liquidare dal proscenio
un "uomo-istituzione", per di più laico, cui i gerarchi ecclesiali,
con il rancore di molti, hanno affidato il governo dell'intero media-system
cattolico, l'Avvenire, Sat 2000, la televisione sulla quale la Cei riversa
importanti risorse, InBlu, il network radiofonico di ben 200
radio. Sul capo di Dino Boffo si precipitano un odio e un risentimento
assoluti. Si intravedono molte mani al lavoro e sempre
le loro mosse sono intenzionali.
Sulla scena
appaiono ora i congiurati. Sono stati chiamati in causa, in questi giorni.
Bisogna dirne il nome e il cognome. Sono il segretario di Stato, Tarcisio
Bertone. Il direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian. Le informazioni
distruttive si possono raccogliere, fabbricare o distorcere isolando un fatto
vero dal suo contesto e manipolandolo con cura. È la
politica dello scandalo. Ha i suoi protocolli. Vengono
rispettati anche in questo caso. Per distruggere Dino Boffo, i congiurati hanno
a disposizione una muffa. La si conosce da cinque
anni: una condanna penale per molestie che il direttore dell'Avvenire, per
proteggere un suo assistente, ha accettato rifiutando il giudizio e l'appello.
Può non bastare (è roba già vista, è aria fritta) e, dunque, grazie ai buoni
uffici di un qualche spione (secondo fonti vicine a
Boffo, un professore dell'Università Cattolica di Milano), "Sua
Eccellenza" chiede informazioni. Le riceve. Trenta righe, precedute dalla
dicitura "Riscontro a richiesta di informativa di
Sua Eccellenza". Nel testo si legge la calunnia che taglierà
la testa al capro espiatorio ricomponendo l'ordine compromesso: "Il
Boffo è un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo
genere di frequentazioni e gode indubbiamente di alte protezioni, correità e
coperture in sede ecclesiastica". Il veleno assassino è pronto. Ora
bisogna provocare una "fuga di notizie"
rimanendo fuori della mischia e lasciando che il lavoro sporco sia completato
dai giornali.
L'azione
intenzionale di chi, "primo ministro" (Bertone), pretende un
riequilibrio di poteri che ridimensioni l'autonomia della "Chiesa
nazionale italiana", perché "non ci possono essere "piccoli
vaticani" sparsi nei cinque continenti" (Vittorio Messori), incrocia
il disegno del presidente del Consiglio che, in estate, ha riorganizzato la sua
"mischia mediatica", ha deciso di muovere contro i suoi avversari,
autentici e presunti. Ha stilato una lista di nemici e vuole demolirli.
Licenzia quelli tra i suoi che gli appaiono incerti. Vuole sicari pronti a
sporcarsi le mani. Che il piano sia questo, lo svela Mario Giordano, costretto
a lasciare la direzione del Giornale: "Nelle battaglie politiche non ci
siamo certi tirati indietro (...) Ma quello che fanno
le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di
giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo
siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse
a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle
rispettive alcove" (il Giornale, 21 agosto). Giordano non poteva essere
più chiaro: l'editore e premier mi ha chiesto di fare
del mio quotidiano una bottega di miasmi, per decenza non me la sono sentita e
lascio l'incarico a chi quel lavoro sporco è disposto a farlo.
Vittorio Feltri,
il nuovo arrivato, è disposto, altro che. Scrive che "il suo fucile è
carico". Gian Maria Vian lo avvicina. Gli fa consegnare il dossier
manipolato, "autenticandolo". Lo rassicura: è un'iniziativa voluta
dal cardinale Bertone. A delitto consumato, il segretario di Stato telefonerà a
Feltri (secondo una confidenza sfuggita a Boffo con i suoi collaboratori)
ringraziandolo per "aver reso un servizio alla Chiesa e al Papa". Ma non è la Chiesa che il direttore del Giornale vuole
servire. Egli è al servizio del suo editore e di una nuova strategia politica
che altera il giornalismo in calunnia. Una tecnica di minacciosa
disinformazione che vuole terrorizzare gli avversari politici, intimorire tutti
affinché chiunque smarrisca "la serenità di lavorare" e i giornalisti
"la possibilità di raccontare senza doversi aspettare ritorsioni"
(Roberto Saviano). Quando ascolta Vian, il nuovo direttore sa bene qual è la
sua missione. Non si prende nemmeno la briga di dare
un'occhiata a quelle carte false (falsa è la "nota
informativa" che offrirà al suo pubblico come documento giudiziario). Le
pubblica. È il 28 agosto del 2009.
Dopo cinque mesi
la menzogna che, nel mondo meraviglioso di Silvio Berlusconi, nasconde la
realtà vuole farci credere che l'"assassinio" di Dino Boffo è stato
ideato e consumato soltanto nelle stanze vaticane. Dovremmo dimenticare oggi
che sulla scena di quel delitto ci sono anche le impronte del Cavaliere. La
character assassination del direttore di Avvenire (mai illuminata nei mandanti
e nei moventi da alcun giornale) è l'esito di due azioni intenzionali che, come
Cossiga ci ha spiegato in anticipo, sono state organizzate per dare "a
ciascuno, il suo". A Tarcisio Bertone il governo (anche
politico) dell'episcopato italiano. A Silvio Berlusconi, una via
d'uscita da guai che, con l'abbandono della Chiesa, potevano travolgerne il
destino. Una eccellente occasione di rappresentarsi
come un potere che, nelle difficoltà, non avrebbe rinunciato a mostrare - con i
dossier, l'intimidazione, di lì a poco colpiranno Napolitano, Fini, la Corte
Costituzionale - la violenza pura che custodisce. GIUSEPPE D'AVANZO LR 3
Il disarmo nell'ottica
della Chiesa
"Il disarmo nell'ottica della Chiesa. Intervista a Tommaso Di Ruzza,
officiale del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace" e' il
titolo di un
servizio pubblicato dall'agenzia Zenit del 2 febbraio 2010:
" Costruzione di
più sofisticate mine antiuomo, elaborazione di letali armi
batteriologiche,
deterrenza e minaccia del nucleare: a 20 anni dal crollo del Muro
di
Berlino, gli Stati
- sempre più frammentati dai regionalismi - tornano ad
armarsi in modo massiccio tanto da far registrare, per l'anno
2008, una
spesa per gli armamenti pari a 1.464 miliardi di dollari,
corrispondente a
circa il 2.4% del prodotto mondiale lordo. Tommaso Di Ruzza,
officiale del
Pontificio
Consiglio della Giustizia e della Pace spiega, attraverso ZENIT,
la posizione della Santa Sede dinanzi a questo fenomeno e
lo fa attraverso
un'analisi della Dottrina sociale della Chiesa in materia di
disarmo.
Il Sipri,
l'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha
stimato per il 2008 un aumento della spesa per gli armamenti
degli Stati
pari al 4% rispetto al 2007 e al 45% se si considera il
periodo 1999-2009.
Una vera corsa al
riarmo, senza considerare i conflitti urbani, a cui
assistiamo nelle nostre città. Una violenza divenuta quotidiana
grazie alla
facile reperibilità di armi leggere sul mercato nero. Dinanzi a
tutto
questo, qual è la prospettiva della Chiesa?
Di Ruzza: La
dottrina sociale della Chiesa colloca il disarmo nell'ambito
morale della responsabilità umana. Il disarmo, quindi,
interessa non solo
gli Stati ma, da questione di natura etica e spirituale,
essa investe la
mentalità e il costume di ogni persona e popolo. In tal senso risulta sempre
illuminante l'insegnamento di Giovanni XXIII, che nella Lettera
enciclica
Pacem in terris
scriveva: «L'arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro
effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione
sono
impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un
disarmo
integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi
sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica».
Questo approccio fa del disarmo integrale un vero e proprio
presupposto per
il disarmo degli Stati.
Di Ruzza:
Esattamente. Il disarmo degli spiriti - che non pone in secondo
piano il disarmo degli Stati - offre un contesto più ampio, di
natura etica
e spirituale, entro il quale può avere luogo la riduzione
ed eliminazione
degli armamenti. Senza il disarmo degli spiriti, quello degli
Stati è
impraticabile oppure ridotto alla strategia, se non al calcolo, degli
stessi
Stati. In altre
parole, il disarmo integrale ha come orizzonte teoretico e
di senso l'umanesimo cristiano e, quindi, l'obiettivo dello
sviluppo umano
integrale. Il disarmo non è quindi un fine isolato, bensì un mezzo
o la
rimozione di un impedimento allo sviluppo materiale, morale e
spirituale di
ogni persona e popolo, fine ultimo della dottrina sociale
della Chiesa.
Anche di recente
Benedetto XVI nella Lettera al Cardinale Renato
Raffaele
Martino ha ribadito come: «Non è [...] concepibile una pace autentica e
duratura senza lo sviluppo di ogni persona e popolo [...]. Né è
pensabile
una riduzione degli armamenti, se prima non si elimina la
violenza alla
radice, se prima, cioè, l'uomo non si orienta decisamente alla
ricerca della
pace, del buono e del giusto. La guerra, come ogni forma di
male, trova la
sua origine nel cuore dell'uomo».
Nel Messaggio per
il 40° anniversario dell'Onu del 18 ottobre 1985 Giovanni
Paolo II propone
la meta di un «disarmo generale, equilibrato e controllato»
degli Stati.
Di Ruzza: Con
questa espressione il Pontefice indica una meta da raggiungere
con urgenza, e al tempo stesso con giudizio e gradualità. Si
comprende
infatti la portata degli aggettivi «equilibrato» e
«controllato»:
l'alternativa sarebbe la consegna immediata della vittima
nelle mani del
carnefice. Ciò richiede un grande equilibrio tra spirito profetico
e
prudenza, che i Padri del Concilio Vaticano II hanno espresso
nella
Costituzione
pastorale Gaudium et spes: «La guerra non è purtroppo estirpata
dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo
della guerra e
non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di
forze efficaci,
una volta esaurite
tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si
potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa».
La meta è
quella di un mondo senza armi ma questo è possibile solo in un
mondo senza
la minaccia della guerra.
Una impostazione di questo tipo non potrebbe essere
indicativa di un
pensiero debole?
Di Ruzza:
Tutt'altro, essa si fonda piuttosto sull'accettazione della
fragilità della condizione umana: «In quanto gli uomini sono
peccatori -
continua la Gaudium et spes - li sovrasta la minaccia della
guerra». Per
questo si rende necessaria un'autorità pubblica a difesa della
giustizia e
della pace. E come dice san Paolo «non invano essa porta la
spada».
Resta la questione
centrale in materia di disarmo: il fine della difesa
giustifica allora qualsiasi mezzo?
Di Ruzza:
Certamente no. Il diritto alla legittima difesa non può essere
anzitutto soggetto ad interpretazioni equivoche sul piano politico
o
militare. Esistono poi dei limiti intrinseci, il primo dei quali è radicato
nella inviolabilità e dignità della persona umana, principio
permanente
della dottrina sociale della Chiesa. Anche nel
quadro del diritto
internazionale, ad esempio, la violazione del ius ad bellum (cioè delle
norme sul ricorso alla forza armata) da parte di chi offende
non legittima
la violazione del ius in bello (cioè delle norme sull'uso
della forza
armata) da parte di chi si difende. Non è possibile commettere
un crimine di
guerra come risposta ad un crimine contro la pace. Un ulteriore principio
limita più precisamente il possesso e l'uso delle armi: il
principio di
sufficienza, «in base al quale - chiarisce il Pontificio consiglio
della
Giustizia e della
Pace ne Il commercio internazionale della armi. Una
riflessione etica - ogni Stato può possedere unicamente le armi
necessarie
per assicurare la propria legittima difesa. Questo principio
si oppone
all'accumulo eccessivo di armi o al loro trasferimento
indiscriminato». La
sufficienza è da intendere in senso quantitativo e qualitativo.
Il principio di
sufficienza vieterebbe allora sia l'accumulo eccessivo di
armi
convenzionali, sia l'accumulo e l'uso, anche minimo, di armi
indiscriminate o di distruzione di massa.
Di Ruzza: Esatto.
Non risulta coerente al principio di sufficienza
l'accumulo eccessivo di armi convenzionali, da quelle
pesanti che quelle
leggere e di piccolo calibro sino a quelle cosiddette non
letali, brevettate
cioè per inabilitare aggressori o criminali ma concretamente
capaci di
uccidere. Pensiamo alla crisi del teatro di Dubrovka di Mosca del
2004, dove
ostaggi civili furono uccisi dalle forze speciali intervenute
con armi
chimiche non letali o ai casi di morte da taser, diffusori di
scosse
elettriche in dotazione a molti corpi di polizia nel mondo. Non
solo, non
risulta coerente al principio di sufficienza il possesso e l'uso
di armi
dagli effetti indiscriminati, incapaci cioè di distinguere tra
civili e
combattenti, come le mine antipersona o le munizioni a grappolo. A
maggior
ragione, non risulta coerente al principio di sufficienza il
possesso, l'uso
e la stessa minaccia dell'uso di armi di distruzione di
massa, come accade
con la dottrina della deterrenza nucleare. Come si può
difendere una società
con armi capaci di eliminare la società stessa? La difesa
avrebbe la
capacità o l'effetto tragico e paradossale di provocare un danno
maggiore di
quello realmente subito o semplicemente temuto.
Volendo
schematizzare, qual è la dottrina sociale della Chiesa in materia di
disarmo?
Di Ruzza: La
Chiesa offre una visione integrale del disarmo alla luce dei
suoi principi permanenti e nell'orizzonte dello sviluppo
umano integrale.
Ciò presenta delle
sfide a diversi livelli. Il disarmo è anzitutto una sfida
etica e spirituale. Il riferimento essenziale è infatti la persona umana a
tutti i livelli di convivenza, dal particolare al globale.
Certamente,
esiste una diversità di ruoli e responsabilità ma tutti siamo
implicati nel
disarmo, chiamati a disarmare i cuori e ad abbracciare quelle
che Paolo VI
chiamava le "vere armi della pace". Il disarmo è poi
una sfida educativa che
richiede l'impegno e un'alleanza pedagogica tra la famiglia e i
soggetti
impegnati nella formazione soprattutto quelli di ispirazione
cristiana.
Quindi una sfida economica: di fatti una voce rilevante del
prodotto
mondiale lordo deriva dall'industria e dal commercio nel settore
militare.
Un dato sollecita
che una riflessione critica: ingenti risorse sono infatti
destinate agli armamenti e non allo sviluppo. Una responsabilità
questa che
grava su tutti gli Stati. Sia quelli sviluppati, sia quelli in
via di
sviluppo che impongono sacrifici enormi ai loro popoli pur di
guadagnare
potenza e prestigio sul piano militare. Nella Lettera enciclica
Caritas in
veritate, non a caso Benedetto XVI invita l'umanità a figurare un
nuovo
modello di
sviluppo, sottolineando come la crisi può essere anche
«occasione
di discernimento e di nuova progettualità». Infine, e non
da ultimo, il
disarmo è una sfida diplomatica per la comunità internazionale,
avendo
presente che essa riguarda sia gli attori statali che gli attori
non
statali, sempre più coinvolti nei cosiddetti conflitti
asimmetrici.
A proposito della
sfida diplomatica, da alcuni anni va affermandosi una
sorta di "nuova diplomazia" nel settore del disarmo
e del controllo degli
armamenti: può spiegarci qual è il ruolo delle Organizzazioni non
governative nel settore del disarmo?
Di Ruzza: Nel contesto delle Nazioni Unite spesso i negoziati sono
bloccati
dalla resistenza di paesi particolarmente influenti. Ciò ha
indotto ad
attivare trattative al di fuori dell'Onu con dei risultati
sorprendenti.
Questa nuova
diplomazia ha favorito dunque la partecipazione attiva delle
Organizzazioni non
governative, assai preziosa per il loro essere voce
della
società civile. Nel Processo di Oslo, ad esempio, circa trecento ong riunite
nella Cluster Munition Coalition, hanno fornito rapporti di
natura tecnica e
umanitaria ai delegati degli Stati favorendo l'adozione della
Convenzione
sulle munizioni a grappolo. Un modello di attività
diplomatica, questo, che
mostra gli effetti reali della dottrina sociale della Chiesa, e
la grande
valenza del principio di sussidiarietà, per cui il disarmo non
interessa
solo gli Stati e i canali classici della diplomazia. Un
modello che dovrebbe
motivare molto le ong, in particolare per quelle di ispirazione
cristiana.
Pensiamo al ruolo
che potrebbero giocare le grandi organizzazioni come Pax
Christi o Caritas,
oppure le stesse Commissioni nazionali Iustitia et Pax e
le Conferenze episcopali. Pensiamo alla Lettera pastorale
su guerra e pace
nell'era nucleare pubblicata dai Vescovi degli Stati Uniti nel
1983, che
offrì un notevole contributo al dibattito sulle armi nucleari
in piena
Guerra Fredda. Oppure alla grande campagna pubblica contro il rinnovo del
sistema nucleare Trident della Gran Bretagna animata dalla
Conferenza
episcopale di Scozia e quella di Inghilterra e Galles nel 2007.
Nella prospettiva del disarmo integrale entra allora in gioco la stessa
intelligenza umana. Cioè la direzione della ricerca tecnologica e
scientifica.
Di Ruzza: La
questione resta legata alla libertà e all'intelligenza umana.
Cosa viene ricercato? Lo sviluppo o la semplice potenza? Oltre agli
imperativi di tipo etico, o agli strumenti giuridici di settore,
potrebbero
essere ottimizzati alcune norme già presenti nell'ordinamento
internazionale
generale. Ad esempio i TRIPS (gli
accordi internazionali sugli aspetti
commerciali legati ai diritti di proprietà intellettuale), prevedono
la
possibilità per gli Stati di vietare la registrazione di brevetti il
cui
sfruttamento minacci l'ordine pubblico o la salute e la vita umana.
Ciò
potrebbe essere utile a prevenire lo stesso brevetto di armi
indiscriminate
o di distruzione di massa. Tutto insomma riconduce alla
mentalità umana.
Cambiando questa,
potranno cambiare i sistemi, le istituzioni, i metodi di
convivenza. Erasmo da Rotterdam nel piccolo volume del 1517,
Lamento della
pace, facendo parlare la pace scriveva: «Cominciai ad
augurarmi di trovare
posto almeno nel cuore di un uomo solo. Ma
neppure questo mi fu concesso.
L'uomo lotta con se medesimo, la ragione fa guerra ai sentimenti, e in più
sentimenti sono in conflitto fra di loro, di qui il richiamo della
devozione, di là l'attrazione della bramosia». Nella
prospettiva della
dottrina sociale della Chiesa, pur nella coscienza della
complessità delle
variabili politiche, economiche, militari e strategiche, resta
ferma la
centralità della persona umana. Questo
approccio rende il disarmo una sfida
forse più impegnativa, poiché legata al risanamento dei cuori.
Ma
sicuramente più coerente alla prospettiva dello sviluppo umano
integrale e
del bene comune." Progetto Strategie, de.it.press
Il veleno dei cardinali. Il caso Boffo scuote la Chiesa
Retroscena del
"caso Boffo" scuotono la Chiesa. E svelano
le divisioni nelle gerarchie - Indignazione, e la segreteria di Stato ostenta
tranquillità. Ma gli esiti sono imprevedibili - di ORAZIO LA ROCCA e MARCO ANSALDO
CITTA' DEL
VATICANO - "Fratelli che si mordono e si divorano a vicenda". Il Papa
lo aveva detto, nel marzo scorso. Anzi, lo aveva addirittura scritto a chiare
lettere in un messaggio ai vescovi, citando San Paolo e il suo avvertimento
alla comunità dei Galati, uno dei nuclei cristiani più turbolenti. "Badate
almeno - ammoniva l'apostolo di Tarso - a non distruggervi del tutto gli uni
con gli altri". Quell'invito di Benedetto XVI sembrava quasi presagire il
clima di scontro che si respira ora all'interno della Chiesa con il caso Boffo,
il direttore dell'Avvenire dimessosi dopo una violenta campagna di accuse su
presunte molestie avviata da Il Giornale di Vittorio Feltri, accuse rivelatesi
poi inconsistenti. Un maremoto pian piano salito, e adesso
penetrato fin dentro i Sacri Palazzi, coinvolgendo i porporati più in vista,
subito sotto il Papa.
"Stanno
tentando in tutti i modi di farci entrare in dispute che non ci appartengono
tirandoci per la tonaca", è la frase che si coglie nelle stanze della
Segreteria di Stato, dove tra i più dispiaciuti per lo sconquasso che si è sollevato sembra - a chi gli sta vicino - proprio il
cardinale Tarcisio Bertone. Sua Eminenza - primo collaboratore di Benedetto XVI
- accusato indirettamente da Feltri di essere stato l'occulto ispiratore del
complotto, è appena stato riconfermato al vertice con una lettera affettuosa
scritta a mano dal Pontefice, in tedesco. Controlla in pieno il potere
vaticano. E tuttavia è al centro di un caso che non ha precedenti nelle sacre
stanze, e mescola potere e politica, veleni e gerarchia, porpore e giornali. Una battaglia di cardinali: questa volta però tutta giocata
all'esterno del mondo protetto del Vaticano.
Ufficialmente, la
Segreteria e i suoi uomini non danno peso "alle chiacchiere". Eppure
nel Palazzo Apostolico si ha la netta sensazione di vivere in trincea. Con
vescovi, cardinali e monsignori pronti a fronteggiare una sorta di guerra
invisibile, mentre Papa Ratzinger sembra - in apparenza - non esserne sfiorato,
impegnato com'è in udienze e catechesi pubbliche. Ieri, in effetti, ha
presieduto come tutti i mercoledì alla tradizionale udienza generale, lanciando
un severo monito contro i "tentativi di carrierismo che si possono
annidare anche tra gli uomini di Chiesa". Dietro le
quinte, però, Benedetto XVI si sta dando da fare per cercare di capire
quello che sta veramente succedendo e se le accuse rivolte a Bertone e ai suoi
più stretti collaboratori siano in qualche modo fondate.
Anche monsignore
Angelo Bagnasco è molto colpito da questa vicenda. Ma il
presidente della Conferenza episcopale italiana resta defilato. Il che -
precisano i suoi collaboratori - non significa certo avere gli occhi chiusi su
quel che accade. La Cei ha definito infatti Boffo
"un galantuomo". Pure il cardinale Dionigi Tettamanzi, dal suo
osservatorio di Milano, non prende parte allo scontro in corso. Oggetto
anch'egli di attacchi diretti in passato, guarda molto preoccupato quel che
scrivono i giornali, e pensa che questi scontri non giovino
alla Chiesa. Quando gli chiedono se sta con la Cei, nello scontro in atto, o
con la Segreteria di Stato, risponde ai suoi sacerdoti così: "La Chiesa è
una e una sola, io sto con il Vangelo e vado avanti".
Monsignor Achille
Silvestrini, il più stretto collaboratore all'epoca di Agostino Casaroli
segretario di Stato, commenta: "Non conosco la vicenda, ho solo letto. Ma è sbagliato dire che questa
cosa provenga dal Vaticano. Forse da "qualcuno" del Vaticano, il che
è ben diverso. Siamo nell'età dei misteri. Ma posso dire che
negli anni di Casaroli cose del genere non sono mai successe".
"Di quali
accuse si sta parlando? Qui si tratta solo di fango gratuito lanciato contro
uomini di Chiesa e istituzioni ecclesiali", commenta con fermezza il
cardinale Josè Saraiva Martins. E un altro cardinale, Renato Raffaele Martino,
è dell'opinione che "la Chiesa da sempre venga
attaccata perché difende l'uomo, specialmente il più debole e indifeso. E gli
attacchi di questi giorni non rappresentano, purtroppo, un'eccezione: si sta
cercando in tutti i modi di far pagare alla Chiesa colpe che non ha. Parlare di guerre e scontri è
impensabile. Fa bene quindi la Santa Sede a non replicare a
simili fandonie".
Fuori dal Vaticano
non tutti i prelati la pensano così. "Sarebbe invece opportuno che dalla
Santa Sede arrivasse una parola di chiarimento tramite, magari, il portavoce papale padre Federico Lombardi, persona seria, competente e
puntuale", replica il vescovo Loris Francesco Capovilla, emerito di
Loreto, storico segretario personale del beato Giovanni XXIII, un prelato
dunque che conosce bene la Curia e l'appartamento papale. Di "attacco alla
Chiesa" parla il vescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio
consiglio per i migranti, più volte nel mirino dei partiti di governo, Lega in
testa, per le sue prese di posizione in difesa degli immigrati. "Il vero
problema - dice - è legato al fatto che troppa gente vede la Chiesa come un
soggetto politico e per questo la attacca quando dice delle cose che possono
dare fastidio".
Gli esperti di
cose vaticane guardano tutto con estrema attenzione. Mario
Agnes, oggi direttore emerito dell'Osservatore Romano, afferma: "Non
voglio dire niente. Sono amareggiato, molto amareggiato. Nei miei 23 anni da direttore non ho mai visto niente di simile. Ho sempre deciso di stare zitto perché per me parlava il
giornale". "Il caso è nato dentro la Chiesa - afferma Sandro
Magister, vaticanista di lungo corso e autore del blog Settimo cielo - e è mirato a colpire persone e gruppi interni alla Chiesa
stessa. Quello a cui abbiamo assistito è stato un
attacco personale a Boffo, per cosa lui rappresentava, cioè Avvenire, e per la
linea che esprimeva, quella della Cei diretta dal cardinale Camillo Ruini. Questo era il bersaglio".
Una lotta diretta
fra i due maggiori quotidiani cattolici? Anche. Fra
Avvenire e Osservatore Romano la battaglia dura da tempo,
un braccio di ferro che ha avuto momenti di scontro evidenti, come nella
vicenda di Luana Englaro, dove il giornale della Cei è stato protagonista di
una campagna molto energica, mentre il foglio della Santa Sede si è rivelato
estremamente riservato, elusivo, cauto. "La domanda - continua Magister -
è come Feltri sia stato indotto a presentare le carte su Boffo, e lui in
pratica ha confessato: la figura di cui ha parlato sembra il ritratto di
Giovanni Maria Vian, il direttore dell'Osservatore Romano. Ma
il bersaglio vero, cioè Ruini, non è stato raggiunto. Boffo è stato sostituito
da Marco Tarquinio, il suo vice. E la linea di Avvenire non è
cambiata".
Chi ci sarebbe
dietro Vian? Molti sanno del rapporto stretto fra lui e il segretario di Stato,
Tarcisio Bertone. Chi però ha sentito il direttore
dell'Osservatore Romano spiega così la sua difesa: "É tutto falso.
Le accuse non tengono nemmeno sul piano della logica. Non siamo così gonzi. Presto si vedrà che è tutta una bolla di sapone". Luigi Amicone, direttore del settimanale Tempi, esclude "che
Bertone e Ruini possano essere direttamente coinvolti in questa vicenda.
Credo invece che si tratti di un gioco degli specchi e che gli uni e gli altri,
le vittime e i carnefici, trascinino dentro le autorità della Chiesa. Perché è
illogico che questi si mettano a brigare in ruoli di bassa cucina quando
incarnano poteri d'altro tipo, e potrebbero tranquillamente tagliare
la testa a Boffo senza passaggi bizantini".
La Segreteria di
Stato ieri ha valutato l'ipotesi di smentire le ricostruzioni giornalistiche.
Poi ha optato per la prudenza. Meglio il silenzio. Ma
dal mondo in sofferenza della Chiesa italiana un uomo di vertice commenta così:
"In questo modo è peggio. In Vaticano tireranno
avanti proprio così: come se nulla fosse accaduto. Ma
non è un silenzio di rispetto: semmai di confusione, di paura. Tutti i giornali
parlano di un delitto politico e mediatico ordito addirittura dalla Segreteria
di Stato e dal giornale della Santa Sede, e di fronte a questo inferno tacciono
incredibilmente il portavoce, l'Osservatore Romano, Avvenire e la Radio
Vaticana. Un silenzio nel quale risuonano ancor più i
sospetti che oggi corrono liberamente nei sacri Palazzi". LR 4
Cei: no a pregiudizi e discriminazioni verso gli stranieri
ROMA – L’ottica
con cui la Chiesa guarda all’immigrazione “è quella di cui ha parlato anche il
Papa in un suo recente Angelus: la dignità di ogni persona umana, che non può
essere a priori oggetto di pregiudizi e di discriminazioni”. É quanto ha detto
il Segretario generale della CEI, mons. Mariano Crociata, rispondendo ad una domanda dei giornalisti nel corso della conferenza
stampa di presentazione del Comunicato finale del Consiglio Episcopale
Permanente. Di qui l’esigenza di “guardare con attenzione
alla dignità delle persone migranti, e quindi alle esigenze fondamentali della
persona”.
Tra le domande dei
giornalisti al Segretario generale della CEI quella sul rapporto tra
immigrazione clandestina e criminalità dopo che il Presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi, aveva detto che con meno extracomunitari si avrebbe anche
meno criminalità.
“Le nostre
statistiche - ha risposto mons. Crociata - dimostrano che la percentuale di
criminalità tra italiani e stranieri è uguale, se non identica”.
Infatti secondo una ricerca presentata nel mese di ottobre, su
“La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”,
realizzata dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes e
dall’Agenzia Redattore Sociale, il tasso il “tasso di criminalità” degli
immigrati regolari nel nostro Paese è “solo leggermente più alto di quello
degli italiani (tra l'1,23% e l'1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto
della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani”. A
influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è
addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni.
(Migranti-press)
Caso Boffo, sdegno della Cei. "Menzogne contro il Vaticano"
Cardinale Re
smentisce Feltri: "Non vennero da Oltretevere i falsi documenti. Una squallida manovra ordita
da chi sa chi" - di ORAZIO LA ROCCA
CITTA' DEL
VATICANO - "É una squallida manovra ordita da
chissà chi per coprire la vera fonte ispiratrice di tutta questa discutibile
vicenda. Ma non penso proprio che sia stato qualcuno del
Vaticano a fornire quei falsi documenti" al direttore de Il Giornale,
Vittorio Feltri. Predica "prudenza e
moderazione", il cardinale prefetto della Congregazione dei Vescovi
Giovanni Battista Re. Ma non per questo è disposto ad accettare, senza
battere ciglio, quanto adombrato da Feltri, secondo il quale sarebbe stata "una autorevolissima fonte istituzionale della
Santa Sede" a fornirgli il falso dossier sull'ex direttore di Avvenire,
Dino Boffo, pubblicato a fine agosto scorso sul quotidiano berlusconiano
costringendo Boffo alle dimissioni.
Papa Ratzinger,
intanto, sul ritorno in auge del caso è "molto preoccupato". Chi gli
sta vicino nel Palazzo Apostolico riferisce che Benedetto XVI "è deciso a
capire cosa c'è veramente dietro a tutta questa vicenda" e non nasconde di
essere fortemente "contrariato" dal sospetto che la storia sia
animata da una sorta di grande "burattinaio" nascosto nei piani alti
della curia vaticana. Una clamorosa manovra dietro la quale - stando
all'identikit tracciato dallo stesso Vittorio Feltri a Dino Boffo durante il
pranzo di lunedì scorso in un ristorante milanese e alle notizie riportate da
alcuni giornali nei giorni scorsi - ci sarebbe nientemeno che il direttore
dell'Osservatore Romano Giovanni Battista Vian, "ispirato" dal
cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, per mettere in difficoltà il
duo cardinalizio Bagnasco-Ruini. E forse proprio per questo motivo da qualche
giorno il Papa ha avviato riservatamente una serie di colloqui con cardinali ed alti prelati di curia per "cercare di saperne di
più". "Se fosse vero che l'autore occulto del caso-Boffo si trova in
Vaticano, a squallore si aggiungerebbe altro squallore
e le autorità ecclesiastiche preposte non potrebbero fare finta di
niente", commenta il vescovo Domenico Mogavero, giurista, presidente del
Consiglio per gli Affari Giuridici della Cei, che non a caso invoca
"chiarezza e pulizia per il bene della Chiesa".
Mogavero fu il
primo vescovo, dopo la pubblicazione del falso documento, a chiedere a Boffo di
fare un passo indietro: "É vero e gli ho chiesto scusa, ma ora sono pronto
a chiedere scusa anche a Feltri perché anche lui è un danneggiato pur se -
precisa il presidente Cei per gli Affari giuridici - ha commesso una gravissima
colpa di omissione di controllo". Ma ecco cosa
pensa in merito uno dei più stretti collaboratori di Benedetto XVI, il
cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi.
Cardinale Re, Dino
Boffo costretto a dimettersi dalla direzione di Avvenire per una manovra
partita da oscuri "congiurati" d'Oltretevere. É una eventualità credibile?
"Rispondo
subito che è una ipotesi assolutamente impensabile.
Secondo me, sostenere che i falsi documenti siano stati artatamente fatti
uscire da qualcuno dal Vaticano per danneggiare il direttore Dino Boffo, è una ipotesi che non sta per niente in piedi. Una ipotesi, ripeto, a dir poco impensabile".
Eppure, Feltri non
ha dubbi: lui sostiene che quel falso documento su Boffo gli è stato fornito da
alti funzionari vaticani.
"Ovviamente
non posso sapere chi abbia potuto fornire al dottor
Feltri quelle carte risultate poi false. Ma di una cosa sono, comunque, certo:
chi, o quanti, si è prestato a mettere in atto una manovra così ignobile
nascondendosi nell'anonimato lo ha fatto di sicuro per
colpire prima di tutto il direttore Dino Boffo: ma nello stesso tempo anche per
tentare di mettere in difficoltà lo stesso Osservatore Romano e, di
conseguenza, le gerarchie ecclesiali. In definitiva, si
tratta di un ignobile attacco alla Chiesa costruito su menzogne e
falsità".
A questo punto
sarebbe necessario che Feltri rivelasse il nome o i nomi
di chi gli ha fornito il falso documento?
"Rispondo
solo che è impensabile che tutta questa manovra sia partita da qualcuno
dall'interno della Santa Sede. Questo sento proprio di poterlo escludere. Temo,
però che tutta questa manovra sia stata fatta per tentare di nascondere i veri
mandanti e, di conseguenza, chi ha dato a Feltri le false carte" LR 3
Agenzia Zenit del 1° febbraio 2010 pubblica una riflessione dal
titolo
"Quando un
Papa e un Rabbino commentano le Scritture. Mons. Vincenzo Paglia
analizza la visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma":
" Il tratto
caratterizzante della visita di Benedetto XVI alla grande Sinagoga di
Roma è
stato il fatto che un Capo della Chiesa cattolica e un Rabbino
hanno
commentato insieme le Sacre Scritture. Ad affermarlo a ZENIT è stato mons.
Vincenzo Paglia,
Vescovo di Terni-Narni-Amelia che dal 2004 fino all'anno
scorso ha ricoperto l'incarico di Presidente della Commissione
Ecumenismo e
Dialogo della
Conferenza Episcopale Italiana prima di essere eletto
Presidente della
Conferenza Episcopale Umbra. Anche se "avvenuta in un
momento un po' più turbolento, per certi versi", rispetto a
quella compiuta
nel 1986 da Giovanni Paolo II, secondo il presule "la
visita ha significato,
innanzitutto, la conferma della irreversibilità del nostro cammino
comune".
"Non direi
che siano scomparse tutte le ombre - ha poi precisato -, tuttavia
è emersa la volontà chiara di guardare al futuro, un
futuro che ha
significato per lo meno due piste: una, quella dei campi comuni di
intervento e testimonianza: il valore supremo della vita, la
santità della
famiglia, la tutela del creato, l'attenzione per i bisognosi;
l'altra, che
si è realizzata, riguardante il campo delle
Scritture". L'aspetto innovativo
della prima visita di Benedetto XVI al Tempio maggiore di
Roma, ha
continuato il presule, è che "in Sinagoga, si è compiuto già
un passo in
avanti perché tutti e due hanno commentato le Scritture
accogliendosi a
vicenda". "Per la prima volta un Rabbino ha commentato
la Scrittura davanti
al Papa e viceversa - ha osservato -. Questo evento,
secondo me, si
comprende bene all'interno della visione indicata dal Papa,
secondo cui
anche Israele deve rispondere alla Rivelazione". "Si tratta di un passo in
avanti nella linea spirituale - ha aggiunto -. E l'importanza
del discorso
papale sta proprio in questo passaggio non al piano della
diplomazia ma al
piano spirituale, che a mio avviso è l'aspetto che deve essere
solidificato". Mons. Paglia, che nel 2002 è stato nominato dalla
Santa Sede
Presidente della
Federazione Biblica Cattolica Internazionale, ha poi
posto
l'accento sull' "'invito del Papa a prestare maggiore
attenzione
all'interpretazione ebraica delle Scritture". Nel suo
discorso il Pontefice
ha infatti citato un passaggio del documento pubblicato nel
2001 dalla
Pontificia
Commissione Biblica - quando a presiederla era il
Cardinale
Joseph Ratzinger -
dal titolo "Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture
nella Bibbia cristiana", e il cui intento era anche quello
di contribuire al
dialogo fraterno tra cristiani ed ebrei a partire dal
riconscimento
dell'autorità e dell'importanza delle Sacre Scritture del
popolo ebraico per
la Bibbia cristiana. Nello specifico, durante l'incontro in
Sinagoga, il
Papa ha richiamato
"la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico 'a
livello della loro stessa identità' spirituale e che offre ai
Cristiani
l'opportunità di promuovere 'un rinnovato rispetto per
l'interpretazione
ebraica dell'Antico Testamento'". Mons. Vincenzo Paglia ha
quindi richiamato
la necessità per ebrei e cattolici di "procedere su
spazi comuni percorrendo
quei ponti che man mano rassodano l'incontro". "Io sono convinto - ha detto
ancora - che l'ignorarsi non sia mai foriero di prospettive
positive. Al
contrario, le difficoltà che ci sono non debbono impedirci di
seguire quella
linea di fraternità che ci vincola nelle Scritture". "Le difficoltà,
ovviamente, ci sono poi ognuno le vive in base alla storia passata.
E non
dobbiamo dimenticarci che la sensibilità ebraica su certe
tematiche è molto
attenta", ha continuato. "Però ho notato che c'è una
volontà di superare le
difficoltà, tenendo presente che non tutti erano d'accordo sulla
visita del
Papa in sinagoga -
ha sottolineato il Vescovo -. E il fatto che sia
avvenuta, ugualmente, mostra una chiara volontà di
continuare". Riguardo,
invece, alla questione di Pio XII e ai suoi presunti silenzi
sulla tragedia
della Shoah, "il problema rimane ancora aperto", ha
detto mons. Paglia. "A
mio avviso, lì va distinto, come sottolineato da padre
Federico Lombardi, la
questione storica da altre questioni - ha spiegato -. In ogni caso
questo
non deve impedirci di continuare a incontrarci, proprio
perché la fede nel
Dio dei Padri ci
unisce". Il Vescovo di
Terni-Narni-Amelia ha quindi detto
di condividere le dichiarazioni dell'ambasciatore di
Israele presso la Santa
Sede, Mordechay
Lewy, apparse su "L'Osservatore Romano", e cioè che "solo
pochi rappresentanti dell'ebraismo sono realmente impegnati
nell'attuale
dialogo con i cattolici" e che molti ebrei guardano alla
propria identità
religiosa in termini di "autosufficienza teologica". "L'ebraismo 'italiano
ed europeo' è in genere aperto, dialogante e quindi pronto
anche a
riflettere su temi condivisi insieme ai cattolici - ha commentato
mons.
Paglia -. Un
esempio di novità, in questo caso, è l'attenzione prestata alla
figura di Gesù anche da parte degli ebrei". "Tutto questo è totalmente
assente in un certo ebraismo ortodosso - ha osservato poi -. In
effetti
questo spiega anche perché è importante dialogare: il
rinchiudersi porta
facilmente, in un mondo come l'attuale, alla autoreferenzialità.
Mentre di
fronte ai grandi problemi dobbiamo unire le forze, ad esempio
per parlare di
Dio, per parlare
della dignità dell'uomo. Ma ciò è possibile se c'è di
fatto
un riferimento a Dio". "Noi dobbiamo evitare da un parte una faciloneria
sincretista - ha continuato il presule - che sarebbe soltanto
deleteria e
dall'altra di erigere un altro muro di separazione". "C'è uno spazio stretto
e complesso del dialogo, che è l'unica possiblità ma anche
la grande sfida
che deve unire ebrei e cristiani per rispondere alle nuove
frontiere del
mondo". Il presule ha poi commentato come "un
passaggio dal dialogo al
trialogo" l'accenno fatto durante la visita del Papa da
Riccardo Pacifici,
Presidente della
Comunità Ebraica di Roma, sulla necessità di "solidarizzare
con le forze che nell'Islam interpretano il Corano come
fonte di solidarietà
e fraternità umana, nel rispetto della sacralità della
vita". "Tuttavia, è
chiaro che ormai, come più volte ripetuto dal Papa, il problema
non è
assolutamente il mettere sullo stesso piano tutte le religioni - ha
precisato mons. Paglia -. Questa sarebbe una bestemmia. Altro,
invece, è il
discorso su come convivere e su quali responsabilità comuni
possiamo avere".
"Oggi di
fronte a città, paesi e società di fatto multireligiosi è chiaro
che si chiede la capacità dell'incontro senza rinunciare
alla propria
identità - ha concluso -. Questa è la grande sfida. Anzi
l'incontro è
possibile se restiamo in qualche modo fermi nelle nostre
profonde
convinzioni religiose". " progetto
Strategie, de.it.press
Dal 15 al 20 febbraio, l'ostensione del corpo di sant'Antonio
Dal 15 al 20
febbraio, speciale ostensione del corpo di sant'Antonio all'interno della
basilica del Santo a Padova. Questa sì che è
una notizia! Anche se, nel coro entusiastico dei più, c'è chi la reputa una
notizia fuori luogo. In un mondo flagellato da terremoti, nel bel mezzo di una
crisi economica, che senso ha un evento così insolito come l'esposizione ai
fedeli di ossa vecchie di ottocento anni?
Un buon motivo per
richiamare due nozioni di storia e fare chiarezza.
Il cristianesimo
affonda le radici nel sangue dei martiri. Sulle loro tombe si celebrava
l'Eucaristia e intorno ai resti mortali di questi fratelli "testimoni
della fede" si radunava la comunità cristiana. Terminate le persecuzioni, a partire dal IV secolo il culto liturgico reso ai martiri
si rivolge anche ai santi, uomini e donne di singolari virtù, intrisi di
Vangelo e operatori di carità. Il santo, secondo l'espressione di Paolino di
Nola (355-431), è un "martire che non stilla sangue", nel senso che
dona la sua vita per la causa di Cristo in modo totale ma incruento.
Anche il rapporto
particolare con l'aldilà qualifica il santo cristiano:
generalmente la sua festa liturgica è collocata proprio nel giorno della morte
("dies natalis": giorno della nascita alla nuova vita), e il suo
corpo è vissuto da chi resta come un ponte tra terra e cielo. Diversamente dal mondo greco-romano che aborriva la morte e
collocava i defunti nelle "necropoli" (letteralmente: città dei
morti), i corpi dei cristiani sono deposti nei cimiteri (letteralmente:
dormitori) in vista della risurrezione, e quelli dei santi in luoghi pubblici e
accessibili come chiese e basiliche, che divengono ben presto mete di
pellegrinaggio. Nell'antichità la morte è spartiacque tra due mondi non
comunicanti, per i cristiani la "comunione dei santi" amplia la
comunità credente fino al cielo. Tendono alla santità coloro che sulla terra
sono incamminati al cielo, la godono in Dio le schiere dei santi. Senza questo
presupposto non si può capire perché i santi e, quindi, i loro resti
("reliquia" significa "ciò che resta": il corpo o parte di
esso) sono, ieri come oggi, percepiti come segno e testimonianza di una vita
vissuta in amicizia con Dio e a servizio degli uomini. Le reliquie rendono il
santo vivo e operante agli occhi degli uomini. Esse, infatti, non hanno valore
nella loro materialità, ma in quanto richiamano un
corpo che è traccia di una vita pienamente cristiana e, quindi, realizzata.
Da qui si
comprende perché la gente si avvicini con fiducia ai santi e alle loro
reliquie. Attraverso di esse un pezzo di eternità entra nella storia e diventa
accessibile. E sono poco convincenti quelle razionalizzazioni che immaginano
una fede pura, senza segni, tutta idee precise e valori buonisti.
La nostra fede si fonda sull'incarnazione, realtà di spessore, concreta, che
non diserta mai la storia. Chi si reca ai santuari ha forse una fede semplice -
ricordiamo che cristianamente la semplicità è un valore - ma sana, tenace,
autentica, creativa. La religiosità dei poveri (e la povertà non è solo quella di beni materiali) non è certamente una
religiosità povera, anzi: lascia spazio all'azione, al gesto, al cuore, chiede
di vedere e di toccare, di sperimentare attraverso un "sentire immediato".
Questa religiosità (che qualcuno chiama fede) popolare, contiene la grammatica
stessa dell'esperienza religiosa cristiana che "sente",
"prega", "vive", "partecipa". Perciò, nella
sostanza, le sue forme non sono cambiate di molto attraverso i secoli. La domanda
non è perché la gente va in pellegrinaggio, si reca ai santuari, prega i santi
e venera le reliquie. E nemmeno che senso ha, nel terzo millennio, l'ostensione
del corpo di un santo. Si tratta di eventi che rivitalizzano le radici della
fede, che ricompattano e irrorano l'identità credente, che coniugano di nuovo
tradizione e modernità. "La gente del popolo - scrive il teologo don Paolo
Giannoni - attinge alla rivelazione con la tazza della sua vita: una povertà
che invoca, una fiducia che si affida, un'ammirazione che loda, un senso vivo
della mediazione dei santi che sa che ogni santo - e
in modo particolare sant'Antonio - con la sua vita è un vero e grande commento
di Gesù-Vangelo". Oggi purtroppo è la sete che manca, ma questo non è un
buon motivo per dubitare della tazza con la quale il popolo cristiano si
disseta.
UGO SARTORIO direttore
editoriale e responsabile "Messaggero di sant'Antonio"
Papst-Botschaft zur Fastenzeit: Den Trug der Selbstgenügsamkeit aufgeben
Das Thema Gerechtigkeit steht für den
Papst im Mittelpunkt der bevorstehenden Fastenzeit. Der Text seiner Botschaft
zur Fastenzeit wurde an diesem Donnerstag im Vatikan vorgestellt, und zwar vom
Päpstlichen Hilfswerk „Cor Unum“ unter Leitung des deutschen Kardinals Paul
Josef Cordes. Er sagte in der Pressekonferenz:
„Wie jedes Jahr fordert die
Fastenbotschaft alle Menschen dazu auf, Gutes zu tun. Benedikt drängt darin auf
eine bessere Verteilung von Essen, Wasser und Medizin. Nach dem schrecklichen
Erdbeben in Haiti sehen wir die große Solidarität vieler Menschen - aber die
Worte des Papstes sind vor allem eine Herausforderung für unseren Willen, sich
Gott anzuvertrauen und an ihn zu glauben. Sie machen also das zum Thema, was in
der allgemeinen Diskussion über Gerechtigkeit und Frieden leicht vergessen und
verschwiegen wird. Einer solchen Selbst-Isolierung fernab von Gott – man könnte
von einem ‚durch die Säkularisierung verursachten Autismus des Menschen?
sprechen – stellt Papst Benedikt seinen entschiedenen Verweis auf Gott und dessen
Angebot der Liebe entgegen.“
„Genauso, wie die Menschheit
mehr Brot braucht, braucht sie Gott.“ Das schreibt Papst Benedikt XVI. in
seiner Botschaft zur Fastenzeit. In dem Text beschäftigt sich der Papst mit dem
Thema Gerechtigkeit: Ungerechtigkeit habe „nicht nur einen äußeren Ursprung;
sie gründet im Herzen des Menschen“, mahnt er. Benedikt rät zu einem „Exodus“,
einer tiefgreifenden „Befreiung des Herzens“: Es gelte, „den Trug der
Selbstgenügsamkeit aufzugeben“ und auf das Entgegenkommen Gottes zu hoffen.
„Fest verwurzelt in dieser Hoffnung wird der Christ dazu angetrieben, eine
gerechte Gesellschaft zu schaffen, in der alle das Notwendige erhalten, um
menschenwürdig leben zu können“.
„Die Armut entschlossener bekämpfen!“ -
Der Europapolitiker und ehemalige Präsident des Europaparlaments Hans-Gerd
Pöttering hat bei einem Besuch im Vatikan zu mehr Entschlossenheit im Kampf
gegen die Armut aufgerufen. Bei der Vorstellung der Fastenbotschaft des Papstes
im Vatikanischen Pressesaal meinte der frühere Präsident des EU-Parlaments
wörtlich: „In unserem Verhältnis zu den anderen Völkern der Erde, vor allem zu
den Ärmsten unter ihnen, steckt die Idee der Solidarität bestenfalls in den
Kinderschuhen.“ Während Europa und die Welt schon heute unvorstellbare Summen
für die Bekämpfung der Finanzkrise investiert hätten, lasse die Umsetzung der
Nächstenliebe in anderen Bereichen, etwa beim Kampf gegen den Hunger in der
Welt, „noch zu wünschen übrig“. Pöttering leitet seit Ende letzten Jahres die
deutsche Konrad-Adenauer-Stiftung. Pöttering wurde von Kardinal Cordes
eingeladen, die Fastenbotschaft des Papstes an diesem Donnerstag vor den
Journalisten mit politischen Überlegungen anzureichern. Pöttering sagte im
Gespräch mit uns, was ihm an den Überlegungen Benedikts zur Gerechtigkeit
besonders gefallen hat:
„Der Mensch hat eine Verantwortung für
sich selber, aber auch für die Gemeinschaft. Diese Gemeinschaftsbezogenheit
endet ja nicht mit dem eigenen Volk oder der Europäischen Union, sondern diese
Gemeinschaftsorientierung betrifft im Grunde genommen die gesamte
Weltgemeinschaft - und dazu gehört natürlich insbesondere der Islam.“ (rv 4)
Protestantinnen im Gespräch . Merkel, Käßmann und das Nicht-Thema Afghanistan
Zum ersten Mal seit den umstrittenen
Äußerungen Margot Käßmanns zum Afghanistan-Einsatz traf die Kritikerin
öffentlich auf die Kritisierte: Die EKD-Ratsvorsitzende und Kanzlerin Merkel
begegneten sich in Berlin. Das Streitthema bemühten sich beide auszusparen.
Trotzdem machte Käßmann keine gute Figur.
In Amerika mögen ambitionierte Generäle
mit wortmächtigen Präsidenten um die Strategie für Afghanistan ringen, bei uns
sind es zwei Frauen – und sie ringen nicht einmal, jedenfalls nicht öffentlich.
Oder vielleicht doch? Seit Neujahr, als die Ratsvorsitzende der Evangelischen
Kirche, Margot Käßmann, in zwei Predigten befand, „Nichts ist gut in
Afghanistan“, hat Merkel, die als Bundeskanzlerin tausende Soldaten an den
Hindukusch schickte und bald mehr schicken will, geschwiegen.
Am Mittwochabend trafen die beiden zum
ersten Mal seit der Kritik öffentlich aufeinander – der Evangelische
Pressedienst (EPD) feierte in Berlin seinen 100. Geburtstag. Bei einem Gespräch
im Kanzleramt Mitte Januar hatte es nur Fotos und Statements gegeben. Bei
Käßmanns Einladung in den CDU-Parteivorstand nicht einmal das.
Käßmann, die ein Kreuz um den Hals
trägt, das bei Ungläubigen als modischen Accessoire durchginge, hat hier ein
Heimspiel: Für die Kirchenleute, noch mehr aber für die vielen hier
versammelten linksliberalen Journalisten, ist sie ein Star, seit sie der
allgemeinen pazifistischen Gefühlslage im Volk einen Ausdruck gegeben hat. Die
Chefredakteurin der „taz“, Ines Pohl, küsst Käßman auf die Wange und fragt
solidarisch-besorgt:
- „Wie geht es Dir?“
- „Still standing“, antwortet die
Bischöfin tapfer.
Wie ein taumelnder Boxer wirkt sie
auch. Nur noch wenn eine Kamera auf sie gerichtet ist, schafft Käßmann es, ihr
großes Lächeln anzuknipsen und lebendige Gestik zu entfalten. Die Wucht der
Kritik habe ihr zugesetzt, klagt sie.
Ganz anders die Kanzlerin. Sie kommt
spät, strahlt, geht forsch durch den Saal auf Käßmann zu. Ein Händedruck und
eine angedeutete Berührung am Ellbogen. Vertraulichkeit? Kurz plaudern die
beiden nebeneinander in der ersten Reihe, bevor sich Merkel ihrem Mobiltelefon
widmet und SMS verschickt.
Merkel wirkt locker, regelrecht
fröhlich. Ihren langweiligen Festvortrag garniert sie mit Anekdoten wie zur
angeblichen protestantischen Freudlosigkeit: „Als Pastorentochter hatte ich nie
den Eindruck. Auch wenn man von mir ab und an Bilder mit heruntergezogenen
Mundwinkeln sieht und damit Freudlosigkeit verbindet.“
Sie spricht nicht über Afghanistan,
obwohl sie vom Moderator Jörg Bollmann geradezu dazu eingeladen wird. Der
zitiert als Beispiel für eine gelungene EPD-Meldung: „Bundeskanzlerin Dr.
Angela Merkel erklärte, die Kritik von EKD-Ratspräsidentin Käßmann am
Afghanistan-Einsatz sei zu akzeptieren.“
Merkel verzichtet darauf,
festzustellen, dass dies nur die halbe Wahrheit ist. Zwar schwiegen
am Jahresanfang nicht nur die Kanzlerin, sondern auch ihr Generalsekretär
Hermann Gröhe, der zwölf Jahre lang mit Käßmann im Rat der EKD eng
zusammenarbeitete.
Merkel wartete lange, um dann - vor
vier Tagen erst - im Interview mit der „Welt am Sonntag“ (hier) zu sagen, die
Position Käßmanns sei die „eines Teils meiner Kirche“. Außerdem sprach sie die
EKD-Denkschrift zum Frieden an, deren Differenziertheit Käßmanns Predigt nicht
erreicht hatte. Einseitig und unterkomplex also – ein harter Vorwurf. Aber
wahrscheinlich würde ihr darin sogar die Mehrheit der versammelten Kirchenleute
Recht geben.
Ein Stich mit dem Florett, der so gut
saß, dass er an diesem Abend nicht wiederholt werden muss. Nur Käßmann kommt
noch auf Afghanistan zu sprechen. Auf der Bühne im Gespräch mit Claus Strunz,
dem Chefredakteur des „Hamburger Abendblattes“ lobt sie das Geburtstagskind
EPD: Dort könnten Journalisten recherchieren, was ein „Damaskus-Erlebnis“ sei
und wie das vierte Gebot laute. Einige im Saal lächeln, denn Käßmann hat selbst
neulich in einem Gastbeitrag für „Die Zeit“ den Traum des Pharaos
fälschlicherweise Josef zugeschrieben.
Das Lächeln gefriert, als Strunz
anspricht, dass sie beim Tod von Robert Enke die Türen ihrer Kirche für das
Fernsehen geöffnet hat: „Wieweit wollen Sie in Zonen vorpreschen, die früher
einer Ratsvorsitzenden nicht zugänglich waren?“ Käßmanns letztes Lob für die
evangelische Agentur klingt wie ein Selbstverteidigung.:
„EPD zitiert nicht nur einen Satz, wie ‚nichts ist gut in Afghanistan', sondern
weiß auch, was eine Predigt für ein Genre ist.“ Robin Alexander DW 4
Zurechtweisungen. Von Bischof Heinz Josef Algermissen
Ganz sicher kennen Sie das auch, liebe
Leserinnen und Leser: Sie haben sich über jemanden geärgert, über einen
Bekannten, den Ehepartner, die Ehepartnerin, einen Mitarbeiter, und möchten
diesen Ärger auch loswerden. Aber irgendetwas hindert Sie daran, der
Betreffenden oder dem Betreffenden deutlich zu sagen, was Sie gestört hat.
Vielleicht haben Sie in solchen Augenblicken Angst, sich den Mund zu
verbrennen. Sie befürchten, die Kritisierten könnten sich beleidigt
zurückziehen oder aggressiv werden.
So kommt es dann, dass mancher Ärger,
manche Kritik verdrängt werden zugunsten der seelischen Knoten, die sich
bilden.
Manche Christen vertreten die
oberflächliche Auffassung, Streit und Auseinandersetzungen seien von vornherein
unchristlich. Aber ich frage: Wenn ich alles schlucke, allen Unmut in mich
hineinfresse, steckt dahinter wirklich Nächstenliebe oder ist es vielleicht
eher die Angst vor ehrlicher Aufarbeitung bestehender Konflikte? Und handelt es
sich wirklich um Liebe, wenn ein Stück Wahrheit verschwiegen wird?
Im Evangelium ist häufig von
„brüderlicher Zurechtweisung“ die Rede. Die Texte rechnen damit, dass es auch
zwischen Christen Unstimmigkeiten geben kann und gibt. „Wenn dein Bruder
sündigt, dann geh hin und weise ihn unter vier Augen zurecht“ (Matthäus 18,
15). Wohlgemerkt: unter vier Augen. Oft ist es einfacher, sein Herz bei Dritten
auszuschütten. Das mag uns zwar erleichtern, hilft dem aber nicht, an dem wir
etwas auszusetzen haben.
„Sprich mit ihm, mit ihr unter vier
Augen.“ Ist das nicht eine Aufforderung, Konflikte direkt auszutragen, Kritik
persönlich anzubringen? Im frühen Mönchtum wurde die Kunst der brüderlichen
Korrektur besonders gepflegt. Ein lehrreiches und amüsantes Beispiel ist die
Erzählung über Abt Ammonas. Ihm wurde von aufgebrachten Mönchen zugetragen,
dass sich in der Zelle eines Mitbruders eine Frau aufhalte. Als der Abt samt
seinem Gefolge in der Zelle des besagten Mönchs auftauchte, konnte dieser die
Frau gerade noch in einem Fass verstecken. Abt Ammonas überblickte sofort die
peinliche Lage. Er setzte sich aufs Fass und ordnete eine Durchsuchung der
Zelle an. Man fand natürlich nichts. Darauf sagte der Abt zu den Mönchen: Was
also ist? Gott soll euch vergeben!“ Er ließ ein Gebet verrichten und bat alle
hinauszugehen. Dann nahm er den Bruder bei der Hand und sprach: „Gib auf dich
acht, Bruder!“ Nach diesen Worten ging er weg. – Ich kann mir vorstellen, dass
der Mönch sich die Ermahnung des Abtes zu Herzen nehmen konnte, spürte er doch,
dass der es gut mit ihm meinte.
Ob ein Mitmensch unsere Ermahnungen
annehmen kann, wird davon abhängen, wie wir sie aussprechen. Ich kann Kritik
pharisäerhaft anbringen, von oben herab. So, als würde ich immer alles richtig
machen und der andere alles falsch. Dann muss sich ja die oder der Kritisierte
gedemütigt fühlen und zurückziehen.
Ob Kritik angenommen werden kann, hängt
oft schon von der Wortwahl ab. Worte dienen dazu, dem anderen eine Mitteilung
zu machen, eine Botschaft zu übermitteln. Man unterscheidet Du-Botschaften und
Ich-Botschaften. Die Du-Botschaften haben auf Dauer zumeist eine vernichtende
Wirkung. „Du bist unmöglich!“ – „Du machst aber auch nichts richtig!“ – „Du
stellst dich vielleicht an!“ Du-Botschaften klingen anklagend, erniedrigend. Es
ist schwer, sie anzunehmen. Ich-Botschaften dagegen sind freundlicher, sprechen
davon, was das Verhalten des anderen bei mir auslöst: Ärger, Angst, Wut, Unsicherheit.
Falls Ihr Partner oder Ihre Partnerin
einmal sehr schweigsam ist, können Sie sagen: „Du schweigst wieder einmal wie
ein Grab!“ Sie können aber auch zu verstehen geben: „Wenn du so schweigsam
bist, fühle ich mich unsicher. Dann weiß ich nicht, was in dir vorgeht.“
Wenn ich von meinen Empfindungen rede,
die das Verhalten des anderen Menschen bei mir auslöst, wirkt Kritik nicht
erniedrigend. Und ob meine Kritik den anderen in erster Linie klein machen will
oder ob sie aufrichtet, kann ich schon an der Wahl meiner Worte feststellen.
Ich glaube, es lohnt sich, in den kommenden Tagen der neuen Woche einmal
besonders darauf zu achten. „Bonifatiusbote“ 7
„Tag des geweihten Lebens“ mit Weihbischof Werner Guballa in Mainz-Liebfrauen
Mainz. Zum neunten Mal hat am Dienstag,
2. Februar, im Bistum Mainz der „Tag des geweihten Lebens“ stattgefunden. Zu
der traditionellen Veranstaltung, die vom Ordensrat des Bistums Mainz
veranstaltet wird, waren rund 140 Ordensfrauen- und männer sowie Mitglieder der
Säkularinstitute in die katholische Pfarrgemeinde Mainz-Liebfrauen gekommen.
An dem Tag nahm auch Weihbischof Dr.
Werner Guballa, Bischofsvikar für die Priester und Ordensleute im Bistum Mainz,
teil. Im Rahmen des Tages stellte unter anderem Pfarrer Dr. Friedrich Franz
Röper die pastorale Situation der Gemeinde Liebfrauen vor, die in einem
sozialen Brennpunktgebiet liegt. „Wichtig ist uns die Nähe zu den Menschen. Wir
wollen ihnen hier nahe sein und müssen daher das ablegen, was uns von ihnen
trennt. Wir versuchen, im Leben der Menschen zu stehen und sie zu
begleiten", sagte Röper. Beispielsweise habe er rund 50 Jugendlichen
Ausbildungsplätze vermittelt. „Unsere Arbeit unterscheidet sich sicher von der anderer Pfarreien im Bistum Mainz", betonte Röper.
Er sei aber davon überzeugt, dass diese auch vermehrt auf die Gemeinden
zukomme.
Vor Röper hatten Mechtild Zöll,
ehemalige Musiklehrerin an der Martinus-Schule Gonsemhein, und die Rektorin der
Schule, Elisabeth Schmidt, Statements zur Bedeutung von Ordensgemeinschaft bzw.
Klosterleben gegeben. Schmidt, deren Tante dem Orden der Ursulinen angehörte,
sagte, dass sie durch ihre Verwandte „ein positives Bild einer
Lebensalternative" erhalten habe. Auch sei die Präsenz einer
Ordensgemeinschaft in einem Wohngebiet wichtig. Die vielfältigen Formen des
Klosterlebens seien für Menschen in einem Wohngebiet eine Bereicherung.
„Kirchen und Kapellen, die offen und einladend sind, sind Zufluchtorte",
sagte Schmidt. Sie bat die Ordensleute darum, die „Flamme des Gebets"
nicht ausgehen zu lassen.
Dem Treffen im Gemeindesaal schloss
sich ein Gottesdienst mit Weihbischof Guballa in der Kirche an. Am Beginn des
Gottesdienstes stand eine Statio im Foyer des Saales mit anschließender
Kerzenweihe und Prozession zur Pfarrkirche. Konzelebranten des Gottesdienstes
waren unter anderen Pater Sebastian Annas OP, Vorsitzender des Ordensrates im
Bistum Mainz, Dompräbendat Gerold Reinbott, Ordensreferent im Bistum Mainz,
sowie Pfarrer Röper.
In seiner Predigt ging Weihbischof
Guballa auch auf die Situation der Pfarrgemeinde ein. „In dieser Gemeinde
Liebfrauen sammeln sich viele Menschen, die wissen, was es heißt, auf
Wohnungssuche zu sein. Ihre Not hat viele Gesichter: Sorge um das tägliche
Brot, Sorge um den Arbeitsplatz, Sorge um die Ausbildung der Kinder, Sorge um
die Gesundheit", sagte der Weihbischof. Guballa erinnerte daran, dass in
Mainz-Liebfrauen auch die Spanisch sprechende Gemeinde ihre Heimat habe. „Sie
finden aber hier zusammen - in einer Gemeinde, in der die Schwellen niedrig sind,
die Offenheit groß, die Herzlichkeit ein Kennzeichen. Sie erfahren, dass sie
hier verstanden werden, dass ihr Wort gehört und ernst genommen wird. Sie
erfahren, dass Gott hier zu Hause ist als Gott, der bei ihnen wohnen will. Wo
sich ihm das Herz öffnet, da will er wohnen", unterstrich der Weihbischof.
am (MBN)
Vatikan: Es gab keine Intrige gegen Dino Boffo
Mit äußerstem Befremden reagiert
Kurienkardinal Walter Kasper auf neueste italienische Presse-Spekulationen zum
so genannten „Fall Boffo“: Die „These von einem Komplott“ sei „lächerlich“, und
es seien vermutlich antiklerikale Kräfte, „die die Kirche angreifen, in dem sie
Bandenkriege im Vatikan erfinden“. Das sagte Kasper, der den Päpstlichen
Einheitsrat leitet, der Tageszeitung „La Stampa“. Der Direktor der katholischen
Tageszeitung Italiens, Dino Boffo, war im letzten Herbst zurückgetreten,
nachdem die Zeitung „Il Giornale“ eine heftige Kampagne gegen ihn begonnen
hatte. Mittlerweile behaupten Medien, hinter dieser Kampagne habe letztlich
niemand anderes als Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone gestanden. Kardinal
Kasper nennt diese Theorien „böswillig zusammengebastelt“: „Wenn der Vatikan
jemanden aus seinem Amt entfernen will, dann kann er das doch direkt tun“ –
dazu brauche es kein Komplott. Darum würden diese Theorien im Innern des
Vatikans „von niemandem ernst genommen“. Das „Giornale“ hatte Vorwürfe gegen
Boffo nach dessen Rücktritt wieder zurückgenommen; Informationen über Boffo,
die die Zeitung veröffentlicht hatte, stammten nicht wie behauptet aus den
Akten eines Prozesses, sondern waren eigens „fabriziert“ worden.(rv 4)
Festakt zum 100-jährigen Bestehen des epd
Berlin. Die älteste deutsche
Nachrichtenagentur hat 100. Geburtstag gefeiert: Rund 300 Gäste aus Kirche,
Politik und Medien kamen am Mittwochabend zum Jubiläums-Festakt des
Evangelischen Pressedienstes (epd) ins Museum für Kommunikation in Berlin.
Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) nutzte die Gelegenheit, den Vertretern von
Presse, Rundfunk und Nachrichtenagenturen einige mahnende Worte auf den Weg zu
geben: "Qualität ist mit Sicherheit kein Störfaktor für erfolgreiche
Geschäfte", sagte sie.
Zwar wisse sie, dass "eine gewisse
Zeitnähe zweckdienlich ist" im Geschäft der Nachrichten. Allerdings stellte
die Kanzlerin Gründlichkeit in der Recherche sowie die Schilderung von
Zusammenhängen und Hintergründen als journalistische Tugenden heraus. Die
Festrednerin würdigte insbesondere die Schwerpunktsetzung des epd, der unter
anderem im Bereich der Entwicklungspolitik den Blick auf benachteiligte
Regionen in der Welt richte und in der Medienberichterstattung Akzente setze.
Auch die epd-Sozialberichterstattung sei in Zeiten der Wirtschaftskrise und
anhaltender "Verteilungskämpfe" von besonderem Wert. "Behalten
Sie sich den Blick über den Tellerand", sagte sie an die epd-Journalisten
gewandt.
Rund 80 fest angestellte Redakteure in
mehr als 30 deutschen Städten arbeiten für den Evangelischen Pressedienst. Sitz
der Zentralredaktion ist Frankfurt am Main. Hinzu kommen die acht
Landesdienste, die über die epd-Arbeitsgemeinschaft untereinander sowie mit der
Zentralredaktion verbunden sind.
Auch das Spannungsfeld des epd zur
evangelischen Kirche, die die Nachrichtenagentur trägt, beleuchtete die
Kanzlerin und äußerte Verständnis, dass kritische Berichterstattung bisweilen
schwer zu ertragen sei: "Welcher Pastor oder Bischof möchte schon von sich
lesen, dass er Defizite hat?" fragte Merkel. In der Politik indes sei das
in gewisser Weise üblich.
Nur "Bischöfe im O-Ton" - das
würde den epd-Kunden wohl kaum gefallen, gab sich Thomas Schiller,
Chefredakteur der epd-Zentralredaktion überzeugt. "Gerade in den Jahren
der Krise würden Sie uns sofort abbestellen, wenn wir Ihnen kirchenamtliche
Verlautbarungen liefern würden", sagte er an die Vertreter der Medien
gewandt. Der aktuelle Erfolg der Agentur gibt Schiller Recht: Rund zwei Drittel
der deutschen Tageszeitungen mit rund 37 Millionen Lesern beziehen den epd,
darüber hinaus alle öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten. Hinzu kommen
Online-Kunden. Eine höhere Reichweite hatte der epd in seiner 100-jährigen
Geschichte nie.
Von bisweilen als unfair empfundener
medialer Kritik wusste nach der Kanzlerin auch Bischöfin Margot Käßmann zu
berichten, Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland. Im Gespräch
mit dem Chefredakteur des "Hamburger Abendblatts", Claus Strunz,
machte sie unter anderem eine verkürzte Berichterstattung für den Wirbel um
ihre umstrittene Neujahrspredigt mit der Kritik am Afghanistan-Einsatz aus. Der
epd indes habe verstanden, dass der Satz "Nichts ist gut in
Afghanistan" nur im Zusammenhang mit ihrer Predigt zu verstehen sei.
"Die kennen das Genre einer Predigt", sagte Käßmann über die Arbeit
der epd-Redakteure. Strunz plädierte wie Merkel für gründliche
Berichterstattung. Er empfahl dem epd, "ganz klar die Qualität vor die
Schnelligkeit zu setzen".
Bei der Gründung des epd 1910 war an
den Minutentakt von Nachrichten noch nicht zu denken: Vom Korrespondentendienst
der Kaiserzeit entwickelte sich der epd bis heute zur modernen
Nachrichtenagentur, die sich auf dem deutschen Medienmarkt behauptet. Das ist
gegen die Konkurrenz von fünf Vollanbietern gelungen: Insbesondere der lange
als unangefochten geltende Marktführer Deutsche Presse-Agentur (dpa) liefert
sich seit kurzem mit dem Deutschen Depeschendienst (ddp) einen Preis- und
Qualitätskampf mit harten Bandagen, zumal ddp sich mit dem Deutschen
Auslands-Depeschendienst (DAPD) gerade eine starke Tochter aus der US-Agentur
AP einverleibt hat. Hinzu kommen die Weltagenturen Reuters und Agence
France-Presse (AFP). Einmalig ist außerdem, dass zwei kirchlich getragene
Agenturen ihre Dienste anbieten, neben dem epd die Katholische
Nachrichten-Agentur (KNA). Karsten Frerichs (epd 4)
Missbrauchs-Fälle an Jesuitenschulen: „Aufklären, aber Rechte der Opfer achten“
An diesem Dienstag haben sich neue
Missbrauchsopfer bei der Provinz der Deutschen Jesuiten gemeldet und einen
weiteren Täter benannt. Es handelt sich um einen noch im Orden befindlichen
Jesuiten, der Religionslehrer in Berlin war und auch in Hannover und Hamburg
als Jugendseelsorger gewirkt hat. Danach war er über 20 Jahre lang
Projektleiter eines anerkannten Hilfswerkes. Der Provinzial der Deutschen
Jesuiten, Stefan Dartmann, ist mit diesen jüngsten Kenntnissen am Dienstag Abend an die Öffentlichkeit getreten und hat
gegenüber dem Kölner Domradio seine große Betroffenheit zum Ausdruck gebracht:
„Es ist eine sehr sehr große Tragödie,
die jetzt sichtbar wird. In dem Augenblick, wo sich die Opfer gemeldet haben,
an uns herangetreten sind und das Schweigen gebrochen haben, sehe ich es als
meine Pflicht an, hier einzuschreiten. Ich habe den Täter, der sich zumindest
in einem Fall zu der Tat bekannt hat, gebeten, sich anzuzeigen. Das hat er
getan. Und ich habe ihn auch von der Ausübung des Priesteramtes suspendiert.“
Schweigen und Wegschauen seien die
falschen Antworten, wenn es um die Frage nach dem richtigen Umgang mit den
Missbrauchsfällen gehe, betont der Jesuit. Und dennoch müsse man mit großem Feingefühl
an die Aufklärung der Fälle gehen... (domradio 3)
Vatikan: Papst ermutigt dazu, sich Gott zu weihen
Papst Benedikt XVI. hat die
herausragende Bedeutung des Ordenslebens für die katholische Kirche
unterstrichen. Ohne gottgeweihte Menschen wäre die Welt ärmer; sie seien ein
„wertvolles Geschenk für die Kirche und für die Welt“, betonte er an diesem
Dienstag bei einer Vesper vor mehreren Tausend Mitgliedern geistlicher
Gemeinschaften im Petersdom. Ganz unabhängig von der oberflächlichen Frage nach
Effizienz sei das gottgeweihte Leben ein Signal für die Unentgeltlichkeit der
christlichen Liebe, sagte der Papst. Es sei bedeutsam gerade in einer Welt, die
Gefahr laufe, im Sog von Schnelllebigkeit und Nützlichkeitsdenken zu ersticken.
Die Kirche feiert den 2. Februar, Fest der Darstellung Jesu im Tempel, seit
über zehn Jahren auch als Tag des gottgeweihten Lebens.
Papst bei Generalaudienz: „Glaube ist
nicht Sentimentalität“ Tausende von Menschen haben an diesem Mittwoch wieder an
der Generalaudienz von Benedikt XVI. teilgenommen. In seiner Katechese stellte
der Papst diesmal den heiligen Dominikus vor. Dabei ging er, von seinem
Redetext abweichend, auch auf sein (Benedikts) Lieblingsthema ein, nämlich die
Beziehung von Glaube und Vernunft: „Glaube ist nicht Sentimentalität, sondern
Sache des ganzen Menschen“. Dafür stehe dieser herausragende spanische
Ordensmann des 13. Jahrhunderts.
(rv 3)
Deutschland: „Islamische Religionslehrer hier ausbilden!“
Der Wissenschaftsrat hat die Ausbildung
von islamischen Religionslehrern und Imamen an deutschen Hochschulen gefordert
und damit großes öffentliches Interesse geweckt. Auf Zustimmung ist der
Vorschlag des Rates bei christlichen und islamischen Religionsvertretern
gleichermaßen gestoßen. Peter Strohschneider ist Vorsitzender des
Wissenschaftsrates und erläutert die Forderungen seines Gremiums im Gespräch
mit Radio Vatikan:
„Was der Wissenschaftsrat dem Bund und
den Ländern, aber auch den Universitäten, Kirchen und Religionsgemeinschaften
vorschlägt, ist ein Institutionalisierungsmodell, das die Mitwirkung der
muslimischen Gemeinschaften an der Ausgestaltung der Studiengänge und an der
Berufung des professoralen Personals beschreibt. Die Zeithorizonte kann ich
schwer einschätzen. Es gibt sicher zwei oder drei Universitäten in der
Bundesrepublik, die schon relativ weit sind bei der universitätsseitigen
Vorbereitung dieses Prozesses. Ich glaube, dass es im Grunde – bezogen auf die
Eigenzeiten des Wissenschaftssystems – sehr schnell gehen wird.“ (rv 3)
Islam. Zivilisation des Glaubens
Was bedeutet es, Muslim zu
sein? In "Terra Islamica" berichtet der britische Journalist
Aatish Taseers von seiner Reise durch die islamischen Länder.
Von Gerrit Bartels
Als der britische Journalist Aatish
Taseer im Sommer 2005 einen Artikel über die Attentäter der Terroranschläge
in London veröffentlicht, bekommt er einen Brief von seinem pakistanischen
Vater, dem Gouverneur des Punjab, Salmaan Taseer. Dieser wirft dem Sohn vor,
„gehässige antimuslimische Propaganda“ zu betreiben und nicht einmal
„oberflächliche Kenntnis des pakistanischen Ethos“ zu haben. Taseer ist
verwundert: Sein Vater ist kein gläubiger Muslim – er fastet und betet nicht, er
trinkt Alkohol – und sieht als Politiker im Islam vor allem ein Mittel zum
Zweck. Doch fragt sich der junge Taseer, was er eigentlich vom Islam weiß, was
es bedeutet, ein Muslim zu sein: „Ich würde niemals fähig sein zu begreifen,
wie der Islam an die Stelle einer nationalen Identität treten konnte. Meine
persönliche Erfahrung mit dem Islam war eine große Leerstelle. Und trotzdem war
ich irgendwie doch ein Muslim.“
Aatish Taseer beschließt eine
„islamische Reise“ zu machen. Er begibt sich auf die Suche: nach den Wurzeln
des Islams, nach den Motivationen und Lebensverhältnissen insbesondere
gläubiger Muslime. Aber auch auf die Suche nach seinem Vater, den er erst als
junger Erwachsener kennengelernt hat. Sein Buch „Terra Islamica“, das laut
Verlag 2009 wochenlang die indischen Bestsellerlisten anführte, ist das
Resultat dieser Suche, eine Mischung aus Biografie, Reisereportage und
politischer Analyse. Taseer erzählt, wie er von Istanbul, seiner ersten
Station, nach Syrien und in den Iran reist. Wie er einen Abstecher nach Mekka
macht, wo er zur Großen Moschee pilgert, und wie er schließlich Pakistan
kennenlernt und bei seinem Vater zu Besuch ist. Zwischen den Berichten über
seine Gespräche und Erlebnisse schildert er in kurzen Kapiteln Kindheit und
Jugend in Delhi und die komplizierte indisch-pakistanische Geschichte seiner
Eltern und Großeltern.
1980 in Delhi geboren, ist Taseer das
Kind einer unehelichen Verbindung. Die Eltern lernen sich im März 1980 Delhi
kennen. Dort stellt Salmaan Taseer ein Buch über seinen politischen Mentor, den
pakistanischen Politiker Zulfikar Ali Bhutto vor, und wird von einer jungen
Journalistin interviewt. Beide verlieben sich, sie wird sofort schwanger, er
aber kehrt nach Pakistan zurück, zu seiner Frau und drei Kindern. Eine
intensivere Liaison kommt nicht infrage, auch weil es Salmaan Taseers
politischer Karriere in Pakistan schadet: Immer wieder halten ihm politische
Gegner später die Geburtsurkunde seines in Indien geborenen Kindes vor.
Aatish Taseer wächst bei der Mutter und
den indischen Großeltern auf, wird nicht religiös erzogen, hat aber immer das –
wenn auch schwache – Gefühl, ein Muslim zu sein: Auf dem Subkontinent wird die
religiöse Zugehörigkeit durch den Vater vererbt. Und jener fühlt sich unbedingt
dem muslimischen Kulturkreis zugehörig. Am Ende dieses lesenswerten,
stellenweise faszinierenden Buches, nach einer hanebüchenen Provokation, bei
der es um die Dimension des Holocausts geht, rechnet der Sohn mit der
religiösen Identität des Vaters ab. Er urteilt, dass dieser nur dehalb Muslim
sei, „weil er den Holocaust anzweifelte, Amerika und Israel hasste, die Hindus
für schwach und feige hielt und sich an der ruhmreichen islamischen
Vergangenheit berauschte.“
Aatish Taseer kommt auf seiner Reise
dem Islam näher, er wird ihm verständlicher, auch seine „tiefe Verbundenheit
mit diesem Land Pakistan hatte sich gefestigt“. Zugleich macht er aber nie
einen Hehl aus seiner Befremdung über die Widersprüche, in denen gläubige wie
nicht gläubige Muslime gefangen sind, über ihre mitunter verqueren Ansichten
zum Zustand der Welt im Allgemeinen und dem Islam im Besonderen.
In der Türkei erklärt ihm ein junger
Mann, der Arabisch und Islamische Theologie studiert, Muslim zu sein bedeute,
über der Geschichte zu stehen. Der Westen wolle der übrigen Welt seinen
Lebensstil aufzwingen, das „Weltsystem“, wie der junge Mann den Westen auch
nennt, den Islam bekämpfen und seines Inhalts berauben. Taseer schlussfolgert:
„So ungefähr konnte man auch argumentieren, wenn man überhaupt nicht religiös
war. Dieses Gefühl der Kränkung konnte auch jemand empfinden, dessen Volk von
einer fremden Besatzungsmacht beherrscht wurde.“
In Syrien erlebt Taseer, wie die
islamische Welt auf die zur selben Zeit veröffentlichten dänischen
Mohammed-Karikaturen reagiert. Als eine wie gerufene Kränkung empfindet er das:
„Hätte es keine Karikaturen gegeben, man hätte sie erfinden müssen.“ Und in
Teheran sieht er eine „Tyrannei der Belanglosigkeiten“ am Werk. Hier feiert er
illegale Parties, hier erlebt er, wie viele junge, nicht religiöse Menschen
durch ein „islamisches Sieb“ gedrückt werden und in allen Lebensbereichen
schikaniert werden. Er gerät schließlich selbst in die Fänge der
Disziplinarwächter der Islamischen Republik und muss schleunigst ausreisen. Im
Iran sieht Taseer, wie „die Vision einer islamischen Totalität im Rahmen einer
modernen Gesellschaft an Wirklichkeit gewann. (…) Um in einer komplexen
Gesellschaft ihre Macht zu behaupten, musste die Religion die intelligenten und
oppositionellen gesellschaftlichen Kräfte mit kleinlichen Beschränkungen
niederhalten.“
Pakistan erscheint dagegen fast als
Hort der Freiheit. Wiewohl auch hier der Befund Taseers ernüchternd ausfällt:
ein zutiefst feudalistisch geprägtes Land, dem nach der Gründung 1947, der
Loslösung von Indien, die Mittelschicht abhandengekommen ist. In dem Willkür
und Korruption herrschen, in dem eine herrschende
Elite das Land nie als eine Nation, sondern als private Aktiengesellschaft
betrachtet. Am Ende erzählt ihm ein pakistanischer islamischer Ideologe von der
„Zivilisation des Glaubens“, der der Islam sei, von seiner tausend Jahre alten
Kultur. Und Taseer ist irritiert und fragt sich, wessen es bedarf, um an eine
solche Geschichte inbrünstig zu glauben? Eine Antwort findet er nicht. Stattdessen
singt er, auch im Hinblick auf den Vater, das hohe Lied auf seine
indisch-pakistanische Herkunft, auf die ihm in Indien vererbte „geistige Troika
aus Sanskrit, Urdu und Englisch“, auf die Mischformen, die die Welt bereichern.
Dem politischen Islamismus steht Aatish Taseer nach dem Ende seiner Reise
skeptischer gegenüber als zu Beginn – mit seiner eigenen Geschichte aber hat er
Frieden geschlossen.
Aatish Taseer: Terra Islamica. Auf der Suche nach der Welt meines Vaters.
Aus dem Englischen von Rita Seuß. Verlag C. H. Beck, München 2010. 364 Seiten, 24,95 €. Tsp 3
Sic non tacuisses: Pius und der Jesuit
Ja, Pius XII. hat im Wesentlichen zum
Holocaust geschwiegen – für diese Feststellung braucht man noch nicht einmal
eine vatikanische Archiv-Öffnung. Die wirklich spannende Frage ist doch, warum
der Pacelli-Papst (für den ein Seligsprechungsverfahren in Gang ist) nicht
öffentlich gegen die Judenvernichtung durch die Nazis protestierte, sondern
sich – was auch nicht jeder von sich behaupten kann – auf die Rettung hunderter
verfolgter Juden in Rom „beschränkte“. Zu Pius` Motiven erschien schon 1964 ein
Aufsatz des Jesuitenpaters Paolo Dezza – damals Rektor der Universität
Gregoriana, später Kardinal, verstorben 1999. Wir dokumentieren hier die wesentlichen
Auszüge aus dem Text des Jesuiten.
„Im Dezember 1942 hielt ich die
Exerzitien für den Heiligen Vater im Vatikan. Dabei hatte ich eine lange
Audienz, bei der der Papst mir seinen Schmerz und seine Bestürzung über die
Nazi-Verbrechen in Deutschland und den anderen besetzten Ländern ausdrückte:
„Die Leute beklagen sich, dass der Papst nichts (dazu) sagt. Aber der Papst
kann nicht reden! Wenn er spräche, würde alles nur schlimmer.“ Objektiv kann
man sich streiten; subjektiv gibt es aber keinen Zweifel über die Motive des
Papstes: Er wollte wirklich das Beste tun.“ (rv 2)
Der Skandal am Canisius-Kolleg ist keine Folge von Sexuallehre und Zölibat
Der Missbrauchsskandal ist widerlich.
Viele schwanken zwischen Abscheu und Wut. Was jetzt wieder einmal offenbar
wird, ist erschreckend. Denn hier wird auf besonders perfide Weise verletzt und
seelisch getötet. Wenn das dann noch von Seelsorgern verbrochen wird, widert es
besonders an.
Es ist gut, dass nun versucht wird, ein
Kartell des Wegschauens und Verschweigens zu brechen. Es ist gut, dass im
Jesuitenorden nunmehr eine Kultur des Hinschauens gefördert wird. Und es ist
auch richtig, dass man an die Öffentlichkeit geht und nicht den Ruf der Kirche
über den Schutz der Opfer stellt. Es geht um Aufklärung. Vertuschen und
Verdrängen dürfen keine Chance haben.
Eine ganz eigene Form des Vertuschens
und Verdrängens scheint besonders beliebt in Deutschland. Denn der Empörung
über die verwirrten Patres folgt reflexartig wie automatisch eine einfache
Schuldzuweisung an das System Kirche. Ist nicht diese selbst schuld, dass
pädophile Triebe sich austoben? Ist es nicht die schuldvolle Sexualmoral, die
Menschen in Notsituationen treibt? Und: Fördert nicht der Zölibat letztlich
Pädophilie und Homosexualität?
Abgesehen davon, dass solche
Überlegungen fast alle Priester unter einen bösen Generalverdacht stellen, und
abgesehen davon, dass Pädophilie und Homosexualität kein Spezifikum der
katholischen Kirche sind: Wer sich seine Erklärungsmuster so simpel zurechtlegt,
hat von der Sexuallehre der Kirche ebenso wenig verstanden wie vom Zölibat. Und
er vergrößert den durch einige Einzelpersonen verursachten Schaden nicht nur
für die Kirche.
Hinsehen. Erkennen. Handeln. Darum muss
es gehen. Der Versuch Einzelner, für das abscheuliche Verhalten der Geistlichen
wenigstens teilweise die Sexuallehre der Kirche verantwortlich machen zu
wollen, ist ebenso abwegig wie unlauter. Es wäre eine zusätzliche Verhöhnung
der Opfer, nun Schuldige ausgerechnet in „der“ Kirche zu suchen. Denn die
Sexuallehre der Kirche hat den ganzen Menschen als Einheit von Körper, Geist
und Seele im Blick. Hier geht es um Ehrfurcht und um die Erkenntnis, dass Gott
den Menschen als Mann und Frau, die sich einander ergänzen, erschaffen hat. Die
Kirche betont zu Recht die Kostbarkeit eines geordneten Sexuallebens, in dem
Freiheit und Verantwortung gelebt werden.
Und deshalb ist sie gegen jede
Diskriminierung etwa von Homosexuellen, aber hält nicht jedes Handeln für
gleich wertvoll und richtig. Sie stellt sich gegen die Sünde, nicht gegen den
Sünder. Sie steht allerdings auch im Kontrast zur herrschenden
durchsexualisierten Diktatur des Relativismus, wenn sie betont, dass gerade bei
der Sexualität in hohem Maße Verantwortung gefragt ist.
Wer jetzt allerlei zusammenrührt und
aus falschen Schlüssen zu falschen Vorwürfen kommt, handelt nicht redlich und
wahrhaftig. Wer zum Beispiel den Zölibat als „Zwangszölibat“ verzerrt oder
meint, diese Lebensform sei vor allem und beinahe ausschließlich eine Frage der
Sexualität, wird weder dem Zölibat noch jenen gerecht, die sich ebenso
freiwillig für das Priestertum entschieden haben wie jene, die freiwillig ihr
Leben in einer – pardon – „Zwangs-Einehe“ führen. Auch diese würde übrigens
früher oder später scheitern, wenn sie ausschließlich eine Frage der Sexualität
und des Triebes wäre.
Wir leben in einer Gesellschaft, die
meint, sich alles erlauben zu können. Je absurder, desto interessanter. Auch im
Blick auf Sexualität. Dürfen wir uns da wundern, wenn das zu tragischen
Missverständnissen und Missbräuchen führt? Wer Gebote und Verbote aufhebt und
denen, die für eine geordnete und verantwortungsvolle Sexualität plädieren, als
verklemmt verhöhnt, hat von Freiheit nichts begriffen. Es geht immer um die
Menschenwürde jedes einzelnen und dessen Respektierung. Einen Generalverdacht
darf es nicht geben – weder gegen die Kirche noch gegen den Jesuitenorden noch
gegen Homosexuelle. Martin Lohmann
Der Autor ist Jesuitenschüler und
Sprecher des Arbeitskreises Engagierter Katholiken in der CDU. Tsp 4
Missbrauch an Jesuitenschulen. Bistum gibt Fehler im Umgang mit Pater zu
Das Bistum Hildesheim hat Fehler im
Umgang mit einem der beiden Patres eingestanden, die mehrere Jugendliche in den
siebziger und achtziger Jahren sexuell missbraucht haben sollen. Pater Peter R.
war nach seiner Zeit am Berliner Canisius-Kolleg, an dem er von 1972 bis 1981
unterrichtete, von 1982 bis 2003 mit Unterbrechungen als Seelsorger im Bistum
Hildesheim tätig. Nach Bekanntwerden erster Vorwürfe sei dem Pater 1993 die
Jugendarbeit verboten worden. Dieses Verbot sei aber nicht konsequent
durchgehalten worden, teilte das Bistum mit. 1997 sei Peter R. nach dem Vorwurf
weiterer sexueller Belästigungen nach Wolfsburg versetzt worden. 2003 wurde er
aus gesundheitlichen Gründen in den Ruhestand versetzt und zog nach Berlin.
„Aus heutiger Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen und die
Tragweite der weiteren Entwicklungen eindeutig unterschätzt“, sagte der
damalige Bischof Josef Homeyer. Er bedaure dies zutiefst.
Das Bistum prüfe derzeit, ob der Pater
im Bistum Hildesheim weitere Menschen sexuell missbraucht habe. Derzeit seien
zwei Fälle bekannt. Im Oktober 1993 habe eine Mutter den damaligen Bischof
Homeyer informiert, dass der Pater ihre 14 Jahre alte Tochter unsittlich
berührt habe. 1997 wurden Peter R. Unregelmäßigkeiten in seiner Amtsführung
sowie weitere sexuelle Belästigungen vorgeworfen, daraufhin wurde er versetzt.
Zum Zeitpunkt seiner Einstellung in Niedersachsen sei dem Bistum nichts über
etwaige Verfehlungen des Priesters bekannt gewesen. Von 1982 an war er zunächst
in Göttingen eingesetzt. Es habe damals eine Messerattacke auf den Pater
gegeben. Zu Mutmaßungen, dass ein ehemaliger Jesuitenschüler der Täter war,
wollte sich der Sprecher nicht äußern.
Komplizierte Rechtslage
Der Sprecher der Berliner
Staatsanwaltschaft, Martin Steltner, sagte dieser Zeitung, juristisch seien die
Missbrauchsfälle der siebziger und achtziger Jahre am Berliner Canisius-Kolleg
wahrscheinlich nicht mehr aufzuarbeiten. Sie seien inzwischen mit großer
Wahrscheinlichkeit verjährt. Die Staatsanwaltschaft prüfe das derzeit noch.
Auch Vorwürfe an damalige Verantwortliche des Jesuiten-Ordens, der nach
derzeitigen Erkenntnissen schon 1991 durch Hinweise des Paters Wolfgang S. von
dessen Taten gewusst haben könnte, seien heute aus juristischer Sicht nicht
mehr relevant. Die Rechtslage sei besonders kompliziert, da das
Sexualstrafrecht seit den siebziger Jahren vielfach geändert worden sei, für
die Aufklärung aber die Gesetzeslage zum Tatzeitpunkt gelte.
Wegen mutmaßlicher Übergriffe hat auch
die Staatsanwaltschaft Waldshut-Tiengen Übergriffe von Wolfgang S. im
Jesuiten-Kolleg in Sankt Blasien im Schwarzwald ein Ermittlungsverfahren
eingeleitet. Am Dienstag äußerte sich der Vatikan zu den Vorwürfen. Die Führung
der katholischen Kirche sehe die Bitte um Entschuldigung, wie sie der oberste
deutsche Jesuit Stefan Dartmann vorgebracht habe, als „umfassend“ an, sagte ein
Sprecher des Vatikans. Er werde sich daher nicht noch in einer eigenen
Stellungnahme äußern. Dartmann hatte sich am Montag bei den Opfern für die
Taten und für die unterlassene Hilfe der Verantwortlichen entschuldigt.
Die scharfe Verurteilung des sexuellen
Missbrauchs von Schülern an drei deutschen Jesuiten-Gymnasien wird auch vom
Vatikan unterstützt. Der Vatikan sehe die Bitte um Entschuldigung, wie sie der
deutsche Jesuiten-Chef Stefan Dartmann in dem Missbrauchsskandal vorgebracht
hat, als „umfassend“ an, erklärte Vatikan-Sprecher Pater Ciro Benedettini am
Dienstag auf Anfrage der Deutschen Presse-Agentur dpa. Er werde sich daher
nicht noch in einer eigenen Stellungnahme äußern, sei aber in „völliger
Übereinstimmung“ mit dem, was Dartmann dazu gesagt habe. Dartmann hatte sich am
Montag im Namen des gesamten Ordens bei den „Opfern von Übergriffen unserer
ehemaligen Mitbrüder“ entschuldigt.
Zwei frühere Lehrer und Jesuiten-Pater
haben in den siebziger und achtziger Jahren etwa 20 Schüler am Berliner
Canisius-Gymnasium sexuell missbraucht. Außerdem sollen sie für weitere
Missbrauchsfälle an Schulen in Hamburg und im Schwarzwald sowie in
Einrichtungen in Göttingen, Hildesheim, Chile und Spanien verantwortlich sein.
An einem ehemaligen Jesuiten-Gymnasium in Hamburg wird befürchtet, dass es mehr
als die drei bisher bekannten Fälle gibt. Eines der Opfer habe „entsprechende
Hinweise gegeben“, sagte der Schulleiter der Sankt-Ansgar-Schule, Friedrich
Stolze.
Besonders betroffen gemacht habe ihn
der Fall einer Mutter, die ihm gesagt habe, dass ihr Sohn noch heute unter den
seelischen Folgen des Missbrauchs leide. Die Schüler wurden Opfer eines heute
65- jährigen Jesuitenpaters, der laut dem Hamburger Bistum von 1979 bis 1982 an
der Schule in der Hansestadt unterrichtet hatte. Der Mann hatte zugegeben, auch
Schüler des Canisius-Kollegs in Berlin missbraucht zu haben. Der frühere Lehrer
beantragte 1991 seinen Austritt aus dem Orden und lebt inzwischen in Chile.
Stolze kritisierte, dass der geständige Pater 1979 von Berlin nach Hamburg
versetzt wurde, ohne dass die Hamburger über einen möglichen Verdacht
informiert wurden. „Was ich nicht nachvollziehen kann: Wenn in Berlin was
bekanntgewesen ist, dass dann die Person an eine andere Schule versetzt wird.“
In Sankt Blasien (Baden-Württemberg)
leitete die Staatsanwaltschaft am traditionsreichen Jesuiten-Kolleg ein
Ermittlungsverfahren ein. Der geständige Jesuit war von 1982 bis 1984 in Sankt
Blasien tätig. Zwei dortige Opfer haben sich bereits gemeldet. Die Schulleitung
rechnet mit weiteren Fällen.
Das Bistum Hildesheim räumte Fehler im Umgang
mit einem zweiten beschuldigten Pater ein. Dem Geistlichen sei nach
Bekanntwerden der Vorwürfe 1993 die Jugendarbeit verboten worden, dieses Verbot
sei aber nicht konsequent durchgehalten worden, teilte das Bistum mit. 1997 sei
der Mann nach dem Vorwurf weiterer sexueller Belästigungen versetzt worden.
„Aus heutiger Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen und die
Tragweite der weiteren Entwicklungen eindeutig unterschätzt“, erklärte der
damalige Bischof Josef Homeyer. „Ich bedaure dies zutiefst.“
An einem Bonner Jesuiten-Gymnasium
beraten die Lehrer, ob die „Präventivmaßnahmen in der Sache ausreichen“. Der
Rektor des Aloisiuskollegs in Bonn-Bad Godesberg, Theo Schneider, sagte der
dpa: „Natürlich diskutieren wir im Kollegium diesen Fall mit den Schülern und
der Elternschaft. Bislang sehen wir aber keine Verpflichtung, bei unsere
ehemaligen Schülern nachzufragen.“
Der Arbeitskreis Engagierter Katholiken
in der CDU (AEK) zeigte sich erschüttert über die Missbrauchsfälle und forderte
die Abschaffung der Verjährungsfrist in solchen Fällen. Der Berliner Erzbischof
Georg Kardinal Sterzinsky sieht aber keine Notwendigkeit, aus den Vorfällen am
Canisius-Kolleg weitere Konsequenzen für die Kirche zu ziehen.
Gleichzeitig verteidigte der AEK die
Sexuallehre der katholischen Kirche. „Der Versuch einzelner, für das
abscheuliche Verhalten der Geistlichen wenigstens teilweise die Sexuallehre der
Kirche verantwortlich machen zu wollen, ist ebenso abwegig wie unlauter“,
schrieb Martin Lohmann, Sprecher des Arbeitskreises. Missbrauch und Pädophilie
nähmen insgesamt besorgniserregend zu und seien „sicher kein Spezifikum der
katholischen Kirche“. Marie Katharina Wagner
Dpa 2
Missbrauch in Deutschland: „Professionelle Prävention“
Nach den Missbrauchsfällen am Berliner
Canisius-Kolleg hat sich der deutsche Chef des Jesuitenordens bei Opfern,
Lehrern und Eltern entschuldigt. „Ich bitte um Entschuldigung für das, was von
Verantwortlichen des Ordens damals am notwendigen und genauen Hinschauen und
angemessenen Reagieren unterlassen wurde“, sagte Provinzial Stefan Dartmann am
Montag in einer Pressekonferenz. Pädophile Neigungen könne man zwar nicht
aberziehen, aber in Schach halten. Darauf verweist Prof. Dr. Klaus M. Beier von
der Berliner Charité. Er ist Sexualpsychologe und leitet das Hilfsprojekt „Kein
Täter werden“ für pädophile Männer. Privatpersonen wie Institutionen könnten
sich durch professionelle Prävention vor Missbrauchsfällen schützen. Beier:
„Das muss man sich so vorstellen, dass
Betroffene eine speziell qualifizierte Gruppe von Diagnostikern und Therapeuten
zur Verfügung haben, die eben in adäquater Weise mit diesen Präferenzstörungen
umzugehen verstehen und auch in der Lage sind, gegebenenfalls Medikamente
einzusetzen, um in Gefahrensituationen die sexuellen Impulse noch zu dämpfen,
das geht und ist sehr hilfreich und dies in einem Milieu, wo diese Form der
Auseinandersetzung gefördert und gewünscht wird. Manche Menschen ereilt eben
dieses Schicksal, aber wir haben dafür einen speziellen Ansatz, um ihnen zu
helfen und es ist das Interesse aller, dass es nicht zu Übergriffen kommt, die
aus dieser Neigung resultieren.“
Kartell des Wegschauens“ - diese Formel
findet der Jesuitenpater Bernd Hagenkord, Leiter der deutschsprachigen
Abteilung von Radio Vatikan, für die Missbrauchsfälle in der katholischen
Kirche. Er plädiert für eine strikte Umsetzung der Richtlinien der
Bischofskonferenz, um Missbrauch zukünftig zu verhindern. (rv 2)
Vatikan kennt Fall Canisius nur aus Medien Mertes: Missbrauch passiert auch woanders
Berlin - Der Vatikan kennt die
Missbrauchsfälle an deutschen Jesuitenschulen nur aus den Medien. Sprecher
Federico Lombardi sagte dem Tagesspiegel: „Spezielle Informationen über
Vorfälle wie diese haben wir nicht, der Skandal ist uns durch die Medien
bekannt.“ Der Sprecher betonte, man unterstütze die Aufklärung, allerdings
seien die katholischen Autoritäten im jeweiligen Land zuständig. „Es gibt
Gremien in Deutschland, die genau das jetzt tun müssen“, sagte der Pater.
Die Anzahl der Fälle von sexuellem
Missbrauch steigt unterdessen weiter, zudem wird ein weiterer Jesuit dringend
verdächtigt, Übergriffe begangen zu haben. Der Orden teilte gestern mit, dieser
dritte bekannt gewordene Täter habe einen Missbrauch eingeräumt, den er als Jugendseelsorger
von 1972 bis 1975 in Hannover beging. Drei seiner damaligen Schüler hatten sich
in den vergangenen Tagen an den Orden gewandt.
Nach den 25 bekannt gewordenen Fällen
in Berlin, Hamburg und St. Blasien im Schwarzwald hat gestern das Bistum Hildesheim
mitgeteilt, dass es in der Diozöse zwei Fälle durch Pater Peter R. gegeben
habe, der auch am Canisius-Kolleg Missbrauch begangen haben soll. „Aus heutiger
Sicht haben wir die Vorwürfe zu wenig ernst genommen“, räumte der damalige
Bischof Josef Homeyer ein. R. arbeitete von 1982 bis 1995 als Mitglied der
Göttinger Jesuiten-Niederlassung im Bistum Hildesheim. Der zweite Täter vom
Canisius-Kolleg, Wolfgang S., arbeitete auch in Hamburg und im Schwarzwald.
Ein ehemaliger Canisius-Schüler
schreibt im Tagesspiegel über S.: „Das Potenzial seiner sexuellen Gewalt
erahnten wir nicht.“ Rektor Pater Klaus Mertes sagte dem Tagesspiegel: „Ich
glaube, dass das erst die Spitze des Eisbergs ist. Denn das, was bei uns
sichtbar geworden ist, passiert auch an anderen Schulen, nicht nur an
katholischen.“ ale/clk/hah tsp 3
Senegal: Afrikasynode trägt erste Früchte
Vor etwa vier Monaten begann im Vatikan
die zweite Afrika-Synode. Rund 400 Bischöfe, Ordensleute und Laien diskutierten
dort über das Thema „Die Kirche in Afrika im Dienst von Versöhnung,
Gerechtigkeit und Frieden“. Viele Worte wurden gesprochen, viele Reden gehalten
- doch wie hat sich das so wichtige Treffen bis heute auf dem afrikanischen
Kontinent ausgewirkt? Im Gespräch mit Radio Vatikan erzählt Kardinal Sarr aus
Dakar, was sich in seinem Erzbistum seitdem getan hat.
„Im Senegal hat die Synode
Signalwirkung in der katholischen Gemeinschaft gehabt. Bei uns sind Muslime ja
in der Mehrheit, und die nationale Presse hat nicht viel über die Synode
berichtet; aber die katholische Gemeinschaft hat die Synode gespannt über das
Internet und Radio Vatikan verfolgt. Man konnte im Netz die Arbeit der Synode
und die täglichen Reden miterleben. Es gab großes Interesse, vor allem an der
Abschlussbotschaft.“
Die Abschlussbotschaft der Synodenväter
und Benedikts „Steh’ auf, Afrika!“ sei in seiner Diözese angekommen, so der
Kardinal. Unter den Gläubigen in Dakar sei eine Aufbruchsstimmung
festzustellen. (rv 2)
Gleichstellung in Großbritannien. Empörung wegen Kritik des Papstes
Britische Menschenrechtsgruppen haben
mit Empörung auf Kritik des Papstes an geplanten Gleichstellungsgesetzen in
Großbritannien reagiert. Der Papst sagte während eines Treffens mit den
katholischen Bischöfen von England und Wales in Rom, ihr Land sei zwar
bekanntermaßen der Chancengleichheit in der Gesellschaft verpflichtet, doch die
gegenwärtig erörterte Gesetzgebung drohe „ungerechtfertigte Einschränkungen“ zu
bewirken. Die geplanten Gesetze sollen der Diskriminierung von Frauen und
Homosexuellen am Arbeitsplatz entgegenwirken. Nach Meinung des Papstes könnten
sie jedoch die Freiheit religiöser Gemeinschaften, im Sinn ihres Glaubens zu
handeln, einschränken.
Benedikt XVI. forderte die Bischöfe
auf, sie sollten sich den Absichten der Labour-Mehrheit im Londoner Parlament
mit „missionarischem Eifer“ widersetzen. Die britische Regierung beteuerte, sie
habe Ausnahmen in der Gleichheitsgesetzgebung vorgesehen, sodass Befürchtungen
überflüssig seien, homosexuelle Priester könnten sich künftig juristisch eine
Stelle in der Kirche erstreiten. Doch die Sorgen der Kirche betreffen
offenkundig auch ganz andere Sachverhalte; so fürchten katholische
Adoptionsvermittlungsstellen, künftig gesetzlich verpflichtet zu werden,
Bewerbungen homosexueller Paare um ein Adoptionskind entgegennehmen zu müssen.
Der britische Europaabgeordnete Stephen
Hughes zeigte sich indessen empört: „Als Katholik bin ich von dem Verhalten des
Papstes entsetzt“. Statt das britische Recht zu kritisieren, sollte der Papst
sicherstellen, dass die bestehende EU-Rechtsprechung im Vatikan angewandt wird.
Der Menschenrechtsaktivist Peter Tatchell erklärte, die Bemerkung des Papstes
sei ein „verschlüsselter Angriff“ auf die Rechte von Frauen und Homosexuellen.
Der Papst fügte seine Kritik einer
offiziellen Reiseankündigung hinzu - er wird im Herbst in Großbritannien
erwartet. Es ist der erste Papst-Besuch auf der Insel seit 1982. Die
Gesellschaft zur Förderung der Säkularisierung, The National Secular Society
(NSS), kündigte eine Kampagne gegen den Besuch an. „Der Steuerzahler wird wegen
des Papst-Besuchs eine Rechnung von 20 Millionen Pfund bezahlen müssen. Ein
Besuch, vor dem er bereits angedeutet hat, Gleichstellungsrechte anzugreifen
und somit Diskriminierung zu fördern“, sagte NSS-Präsident Terry Sanderson.
Faz.net 2
Homophobie in der Kirche. Der katholische Eisberg
Die Debatte über sexuellen Missbrauch
von Minderjährigen durch Jesuiten geht an der Sache vorbei. Das Problem ist die
strukturelle Schwulenfeindlichkeit der Kirche. VON JAN FEDDERSEN
BERLIN - Pater Klaus Mertes, Rektor des
Berliner Canisius-Kollegs, wird schon das rechte Gespür für die Tragweite der
Enthüllungen um den sexuellen Missbrauch von minderjährigen Schülern durch
Priesterlehrer an seiner Schule haben. So sagte er zum Stand der mittlerweile
bekannt gewordenen Fälle: "Ich glaube, dass das erst die Spitze des
Eisbergs ist."
Das ist sehr wahrscheinlich. Aus allen
Teilen der Republik werden Tag für Tag weitere Berichte über sexuellem
Missbrauch gemeldet. Ob in St. Blasien im Schwarzwald, dem österreichischen St.
Pölten, aus Chile, Italien oder den USA: Die Opfer trauen sich, ihre Geschichte
nicht mehr zu verschweigen. Am Canisius-Kolleg, von eliteorientierten Eltern
seiner strengen Auffassung von Lehre und Disziplin wegen geschätzt, sind, so
Pater Mertes, sogar "Initiationsriten" bekannt worden, bei denen
Schüler durch Schläge auf den entblößten Hintern in den rechten Korpsgeist
eingewiesen sein sollen.
Man mag diese Fälle für singulär
halten. So betont es der Vatikan, der sich nicht zuständig fühlt und die Causa
dem Jesuitenorden zuschiebt, dessen Angehörige für das Gros der
Missbrauchsfälle verantwortlich sind. In Wahrheit ist das Bild von der Spitze
des Eisbergs durchaus zutreffend; der Fingerzeig auf die Individualität der
Fälle ist nichts als heuchlerisch und antiaufklärerisch.
Die katholische Kirche mit dem Vatikan
an der Spitze selbst ist der Herd, auf dem der Brei aus sexueller Verklemmung,
halbsadistischem Geifer gegen SchülerInnen an deren Lehranstalten und in deren
Gemeinden sowie der Pose der ahnungslosen Unschuld unappetitlich köchelt.
Allenthalben werden seit zwei Jahrzehnten Skandale aufgedeckt, in deren
Mittelpunkt stets der katholische Klerus steht. Männer, die, versehen mit
religiöser Autorität, sexuelle Gefälligkeiten von männlichen und weiblichen
Kindern und Pubertierenden erschleichen oder erzwingen. Und wie Aussagen aus
den USA, Irland und Australien belegen, stets von den Tätern gegenüber ihren
Opfern mit dem Hinweis versehen, dass man ihnen nicht glauben werde, schwiegen
sie nicht, und dass es Gottes Wille sei, was da passiert.
Es hat System, dass all diese Fälle aus
einer Glaubensgemeinschaft heraus berichtet werden, die ihre Priester auf
Antisexualität einschwört und Sex lediglich im Zusammenhang mit dem Zweck der
Fortpflanzung akzeptiert. Entsprechend ist die Politik der katholischen Zweige,
angeheizt seitens des Vatikan, in allen Ländern, in denen in den vergangenen
Jahren Gesetze zur Homoehe oder zum Verbot der Diskriminierung von Homosexuellen
etabliert wurden.
Immer waren es Katholiken, die diese
Liberalisierungen zu verhindern, mindestens zu unterlaufen suchten. In
Deutschland hat, zum Beispiel, das Antidiskriminierungsgesetz keinen Bestand
für die Arbeitsverhältnisse in kirchlichen Einrichtungen: Wer schwul ist oder
lesbisch, wer sich gar hat verpartnern lassen, darf gesetzeskonform gefeuert
werden. Wer hingegen schweigt, darf bleiben: "Sprich nicht drüber"
ist die übliche vatikanische Methode, um den Schmutz am eigenen Soutanensaum
nicht zur Kenntnis nehmen zu müssen.
So auch im Hinblick auf die eigene
Priesterschaft, der früheren wie dem Nachwuchs. Es gibt für die Auswahl von
Priesterkandidaten kein Kriterium, das fragt, ob einer nur deshalb das Zölibat
leben möchte, weil er psychisch zu einem bürgerlichen Lebensentwurf als
Homosexueller nicht fähig ist. Das meint: Kandidaten, die hastig in der
schwulen Community flüchtigen Sex suchen, aber nicht als schwul gelten wollen,
weil sie das für krank halten. In den Worten eines Priesters: "Das
bisschen Wichsen hat noch niemand geschadet."
Aus der jüngsten Geschichte der
katholischen Beteiligung an den Erziehungsinstitutionen ist nur selten Gutes
hervorzuheben: Die monströse Gewalt gegen Heimkinder in den Fünfziger- und
Sechzigerjahren ging hauptsächlich von Priestern und Patern aus. Es waren
hauptsächlich Christen, die die sadistischen Erziehungsregime begünstigten.
Dabei nutzten sie, wie auch beim sexuellen Missbrauch, die Scham von Jungen
aus, die, als Teil ihrer männlichen Identität, nicht anerkennen wollen, schwach
und unterworfen gewesen zu sein. Taz 4
Canisius-Kolleg. Vatikan: Verantwortung liegt bei deutschen Jesuiten
In Hildesheim und Hamburg gibt es neue
Missbrauchsfälle. Die Katholische Kirche ruft Opfer auf, sich zu melden.
Ankläger ermitteln in Baden-Württemberg.
Von Dieter Hanisch, Hannes Heine und
Claudia Keller
Der Vatikan unterstützt die Aufklärung
der Missbrauchsfälle an deutschen Jesuitenschulen. Der Sprecher der
Kirchenführung, Federico Lombardi, sagte aber, dass die katholischen
Autoritäten im jeweiligen Land dafür zuständig seien. „Es gibt Gremien in
Deutschland, die genau das jetzt tun müssen“, sagte der Pater, selbst Mitglied
des Jesuitenordens. „Spezielle Informationen über Vorfälle wie diese haben wir
nicht, der Skandal ist uns durch die Medien bekannt.“
Nach Auskunft von Lombardi betrachtet
der Vatikan die Offensive des deutschen Jesuiten-Chefs Stefan Dartmann als
richtig. Dieser sagte am Montag in Berlin: „Ich bitte um Entschuldigung für das,
was von Verantwortlichen des Ordens damals an Hinschauen und angemessenem
Reagieren unterlassen wurde.“ Vor allem in den 70er Jahren hatten sich zwei
Lehrer des Berliner Canisius-Kollegs in Tiergarten an mehreren Schülern
vergangen. Die Täter sind später in andere kirchliche Einrichtungen
weitergereicht worden. Sie sollen so für Missbrauchsfälle in Hamburg und im
Schwarzwald, möglicherweise auch in Göttingen, Hildesheim, Chile und Spanien
verantwortlich sein.
Gestern teilte der Jesuitenorden mit,
dass inzwischen noch ein weiterer dritter Pater wegen mutmaßlicher Übergriffe
verdächtigt wird. Er soll die Missbräuche von 1972 bis 1975 als
Jugendseelsorger in Hannover begangen haben, er hat sich bisher aber nur zu
einer Tat bekannt. Zuvor sei der Geistliche von 1970 bis 1971 am Berliner
Canisius-Kolleg als Religionslehrer tätig gewesen und später nach seiner Zeit
in Hannover bis 1983 erneut in der Jugendarbeit in Berlin und danach in
Hamburg. Der Orden konfrontierte ihn mit den Vorwürfen, nachdem sich in den
vergangenen Tagen drei seiner einstigen Schüler als Opfer gemeldet hatten.
Einer der beiden Lehrer, die am
Canisius-Kolleg Übergriffe begingen, wechselte nach seinem Dienst in Berlin ins
Bistum Hildesheim, wo er zwischen 1982 und 2003 in verschiedenen Gemeinden als
Pfarrer tätig war. Am Dienstag teilte das Bistum mit, dass Peter R. auch
während dieser Zeit Jugendliche sexuell belästigte, derzeit seien zwei konkrete
Fälle bekannt. So habe bereits 1993 eine Mutter den damaligen Hildesheimer
Bischof Josef Homeyer informiert, dass R. ihre 14-jährigeTochter unsittlich
berührt habe. R. sei daraufhin die Jugendarbeit untersagt, dies Verbot aber
nicht konsequent durchgehalten worden. Als R. 1995 den Jesuitenorden verließ,
nahm ihn das Bistum Hildesheim sogar als Priester auf. 1997 folgte seine
Versetzung nach Wolfsburg. Der dortige Prälat Heinrich Günther sagte, die
Vorgeschichte des Peter R. sei ihm damals nicht bekannt gewesen.
Hans-Joachim Osseforth, Pfarrer der
Gemeinde St. Maximilian Kolbe in Hannover, in der R. von 1999 bis zum Sommer
2003 arbeitete, fragte zwar nach dem Grund für R.s Versetzung. Die Antwort
lautete jedoch, es habe „Unregelmäßigkeiten mit den Finanzen gegeben“.
Daraufhin habe er ihn vom Geld ferngehalten. Von Übergriffen auf Kinder sei jedoch
keine Rede gewesen. Auch habe sich bis heute niemand über R. beschwert, der
auch in Hannover zwei Jugendfreizeiten organisierte. Osseforth will nun in
seiner Predigt am Sonntag die Gemeinde dazu aufrufen, ihm alles bislang
möglichweise verschwiegene mitzuteilen.
In Hamburg wirkte am Dienstag der
Direktor des St. Ansgar Gymnasiums, Friedrich Stolze, erleichtert, als er die
Frage verneinen konnte, ob zu den bereits am Montag bekannt gewordenen drei
Fällen von sexuellem Missbrauch durch Wolfgang S., den früheren Lehrer des
Canisius-Kollegs, noch weitere hinzugekommen seien. Stolze thematisierte in
einer Ansprache vor der Schülerschaft die Übergriffe, ein Brief an alle Eltern
soll folgen. Je offensiver sein Gymnasium mit dem Problem umgehe, desto eher
werde wieder Alltag in die Schule einkehren, sagte er. Stolze erlebte Wolfgang
S. selbst noch ein Jahr als Pädagoge in Hamburg. Im Kollegium sei er geschätzt
worden, Kollegen des damaligen Sportlehrers seien betroffen. Sie versicherten,
dass es zu „keinem Zeitpunkt irgendwelche Hinweise“ zu den nun bekannt
gewordenen Übergriffen durch S. gegeben habe. Er unterrichtete von 1979 bis
1982 an der Hamburger Schule. Die 1946 gegründete Eliteschule wurde bis 1977
nur von Jungen besucht. Geleitet wurde die Schule in diesem Zeitraum von
Jesuiten. Der letzte Jesuit verließ die christliche Schule 1993.
Im Skandal um sexuellen Missbrauch
durch den Berliner Ex-Lehrer Wolfgang S. kündigte auch der Rektor des Kolleg
Sankt Blasien im Schwarzwald rückhaltlose Aufklärung an. Auch dort haben
sich bereits zwei Opfer gemeldet, mit weiteren Fällen wird gerechnet. Zudem
müssten heutige Schüler ermutigt werden, sich öffentlich zu beschweren, wenn
sie Opfer von Gewalt würden, teilte das Rektorat mit. Pater Wolfgang S. war von
1982 bis 1984 an dem Kolleg im Schwarzwald tätig. Die baden-württembergische
Staatsanwaltschaft hat nun ein Ermittlungsverfahren eingeleitet. Die Berliner
Behörden prüfen noch, ob die Fälle in Berlin verjährt sind oder nicht. Tsp 3
Irland: „Für katholische Schulen von hoher Qualität“
Irlands Kirche ist nach den
Missbrauchsskandalen als Ausbilderin in die Kritik geraten. Eine Mehrheit der
Bevölkerung will sie vor allem aus dem Bereich der Grundschulbildung verbannen:
Irische Grundschulen sind zu 90 Prozent in kirchlicher Hand. Um an den
wichtigen Beitrag katholischer Bildung zur gesellschaftlichen Entwicklung zu
erinnern, findet in Irland gerade die Schulwoche „Catholic Schools – A Light
for Every Generation“ statt. Zum Misstrauen der Menschen gegenüber kirchlichen
Bildungseinrichtungen sagte Kardinal Sean Brady, Primas von Irland, im Gespräch
mit Radio Vatikan:
„Es gab da eine alarmierende Abstimmung
in der Irish Times. Ungefähr 60 Prozent der Bevölkerung meinten, die Kirche
sollte sich aus der Erziehung raushalten. Wir aber wollen die Leute zum
Nachdenken darüber bringen, was das bedeuten würde - man sollte ja schließlich
nicht nur den akademischen Fortschritt der Schüler, sondern ihre Entwicklung
insgesamt im Blick behalten. Was wäre denn die Alternative zum bestehenden
System? Effektiv machen diese Schulen Menschen zu gewissenhaften und guten
Bürgern. Das katholische Schulsystem bedient Ausbildung auf allen Ebenen und
gibt eine lebendige Antwort auf die Anforderungen, die die sozialen und
wirtschaftlichen Veränderungen unserer Nation mit sich bringen.“ (rv 2)
Jesuiten. Gefürchtete Elitetruppe des Papstes
Die Geschichte der Jesuiten war immer
von Verschwörungstheorien begleitet. Erziehung und Bildung sind Schwerpunkte
ihrer Arbeit.
Sie sind die „schlauen Jungs“, und für
die einen gelten sie als die reaktionäre, für die anderen als die progressive
Elite der katholischen Kirche. Mal wird ihre Strenge gepriesen, mal gescholten.
Aber eines haftet dem Orden der Jesuiten, der 1534 von einem Freundeskreis um
Ignatius von Loyola in Paris gegründet wurde, bis heute an: Er gilt als
undurchschaubar und einflussreich. Das geheimnisumwitterte Image des Ordens mag
an der Persönlichkeit von Ignatius von Loyola selbst liegen. Der Sohn einer
adligen baskischen Familie machte zunächst im Militär Karriere, bevor er
Gotteserscheinungen hatte, allen Besitz abgab und das Armutsgelübde ablegte.
Seine Zeitgenossen beschreiben ihn als äußerst verschlossenen Mann, der wenig Emotionen zeigte. Wer heute Jesuiten in Berlin
begegnet, im Canisius-Kolleg oder im Flüchtlingsforum in Charlottenburg, trifft
auf weltgewandte, offene Männer, die auch keine Ordenstracht tragen.
Der Kern der jesuitischen Frömmigkeit
besteht in den Exerzitien, spirituellen Erfahrungen, in denen die Anhänger der
„Gesellschaft Jesu“ über ihren Glauben und ihre persönliche Bindung an Jesus
Christus meditieren. Zu ihrem Gelübde gehört Ehelosigkeit, Armut und Gehorsam,
absoluter Gehorsam auch gegenüber dem Papst.
Während der Gegenreformation, mit der
die katholische Kirche auf die protestantische Reformation reagierte, waren die
Jesuiten als quasi militärisch-strenge Kampftruppe des Papstes, als die
„Soldaten Christi“ überall in Europa gefürchtet. Der erste deutsche Jesuit war
Petrus Canisius. Er trat als achtes Mitglied 1543 in den Orden ein und trieb
die Gegenreformation in Deutschland an.
Je weiter sich die Jesuiten
ausbreiteten, umso monströser wurden auch die Verschwörungstheorien, in denen
man ihnen unter anderem unterstellte, alle Königshöfe zu unterwandern. Im 18.
Jahrhundert wurde der Orden in etlichen europäischen Ländern und schließlich
auch vom Papst verboten, später wieder zugelassen. Im 20. Jahrhundert
distanzierte sich der Orden zunehmend von restaurativen Tendenzen und öffneten
sich der Moderne. Pater Alfred Delp wurde wegen seines Widerstands gegen den
Nationalsozialismus in Plötzensee hingerichtet. Patres wie Karl Rahner beeinflussten
maßgeblich die Reformen innerhalb der katholischen Kirche in den 60er Jahren.
Heute sind die Jesuiten nach eigenen Angaben der weltweit größte katholische
Orden mit 22 000 Mitgliedern. Es ist ein reiner Männerorden.
Da Ignatius von Loyola die „Seelsorge
für die Jugend“ besonders am Herzen lag, wurde schon zu seinen Lebzeiten das
erste „Kolleg“ gegründet. In den folgenden Jahrhunderten hatten die Jesuiten
großen Einfluss auf die europäische Bildungslandschaft – zunächst als
Anti-Aufklärer. Heute sind die weltweit 2400 Schulen des Ordens einem
umfassenden humanistischen Bildungsideal verpflichtet. Die jesuitische
Pädagogik basiert auf den vier Prinzipien: Wertschätzung des einzelnen,
Fähigkeit zur Reflexion, Verpflichtung zur Gerechtigkeit, die Frage nach Gott
wachhalten. So gehören der verpflichtende Religionsunterricht, Gottesdienste,
die Einübung in Exerzitien und auch die Möglichkeit zu beichten, zum
Schulalltag.
Eine Besonderheit der Jesuitenkollegs
besteht auch darin, dass neben der Vermittlung des klassischen
Unterrichtsstoffes die Einübung sozialer Kompetenzen eine wichtige Rolle
spielt. In eigenen Jugendzentren auf dem Schulgelände lernen ältere Schüler mit
jüngeren, angeleitet durch die Patres, über sich selbst und ihre Rolle anderen
gegenüber nachzudenken, und trainieren Selbstbewusstsein. Dazu gehört, dass man
die eigenen Grenzen erkennt, und sich wehrt, wenn diese von anderen
überschritten werden. Dies lernen zu können, setzt voraus, dass natürlich auch
der Lehrer die Grenzen des Jugendlichen achtet. Die Abhängigkeit des Schülers
auszunutzen, gar zur Befriedung eigener Triebe, ist deshalb der schlimmste
Verrat, den ein Pater an der jesuitischen Pädagogik begehen kann.
Schon im 18. Jahrhundert besuchten
viele Söhne adliger Familien die Jesuitenschulen. Vertreter niedrigerer
sozialer Klassen konnten mithilfe der Ausbildung sozial aufsteigen und sogar in
Regierungsämter gelangen. Zu den heute wohl bekanntesten Absolventen gehört in
Deutschland der CDU-Politiker Heiner Geißler. Claudia Keller Tsp 4