Notiziario religioso 3-4 Febbraio 2010
Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 6,1-6) commentato da P. Lino Pedron
1 Partito quindi di
là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato,
incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti
e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che
sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue
mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di
Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue
sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano
di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato
che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi poté
operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6
E si meravigliava della loro incredulità.
La visita di Gesù
nella sua patria è un avvenimento penoso che riprende il tema della mancanza di
fede del popolo ebraico già sottolineata
nell’insegnamento delle parabole e nella discussione su Beelzebùl.
I parenti di Gesù
prima (cfr Mc 3,21.31-32), e la gente di Nazaret poi,
tentano di impadronirsi di lui per impedirgli di
illudersi e di nuocere agli altri, ma egli non accetta di lasciarsi
circoscrivere entro i legami naturali. Ormai i legami umani si definiscono in
rapporto a lui e non viceversa: i "suoi" sono coloro
che vivono con lui, ascoltano la sua voce e fanno la volontà del Padre.
Gli abitanti del
suo paese credono di conoscere Gesù meglio di chiunque
altro. L’hanno visto crescere ed esercitare il suo mestiere. Incontrano ogni
giorno sua madre e i membri della sua famiglia di cui conoscono nomi, vita e
miracoli. Di fronte a lui si sentono turbati, imbarazzati, irritati. Rifiutano
di lasciar mettere in discussione il loro piccolo mondo e la valutazione che si
erano fatta sulla sua persona. Si fa fatica a cambiare
parere e a ricredersi: è più facile e sbrigativo cancellare una persona dalla
nostra vita che l’immagine o il giudizio che ci siamo fatto
di lei. Gli abitanti di Nazaret non sanno aprirsi al
Gesù reale, perché restano caparbiamente attaccati al ritratto che si erano fatto di lui.
L’episodio va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea:
prefigura il rifiuto dell’intero Israele (cfr Gv
1,11). Che un profeta sia rifiutato dal suo popolo non è una novità: c’è
perfino un proverbio che lo dice. E’ un proverbio nato da una lunga esperienza
che ha accompagnato tutta la storia d’Israele, che trova la sua più clamorosa
dimostrazione nella storia del Figlio di Dio e che continuerà a ripetersi
puntualmente nella storia successiva.
Dio è dalla parte
dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati;
gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, salvo poi
costruire loro sepolcri e monumenti tardivi (cfr Lc
11,47-48).
"E non vi
poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li
guarì" (v. 5). I miracoli di Gesù sono una risposta alla sincerità
dell’uomo che cerca la verità; non sono il tentativo di forzare, in ogni modo,
il cuore dell’uomo. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per
imporre i propri diritti. E neppure fa miracoli per permettere agli uomini di
esimersi dal rischio e dalla fatica del credere.
Anche a Nazaret Gesù ha cercato i malati e i poveri; essi sono il
buon terreno arato dalla sofferenza e irrigato dalle lacrime: il seme della
Parola viene accolto da loro e produce frutto. Nella
sua città purtroppo il bilancio è deludente, ma non fallimentare.
A Nazaret tutti si sono scandalizzati di Gesù. Tutti gli
uomini inciampano e cadono davanti alla grandezza dell’amore di un Dio che si
fa piccolo e insignificante. Tutti rifiutano un Dio la cui sapienza è la follia
e l’impotenza dell’amore. Noi lo pensiamo e lo vogliamo diverso. La nostra
mancanza di fede è così incredibile che il Signore stesso se
ne meraviglia.
In Gesù ci
troviamo davanti allo scandalo di un Dio fatto carne, che sottostà alla legge
della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del
sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piacerebbe condividere
le sue caratteristiche divine, ma non ci piace che egli condivida le nostre
prerogative umane, delle quali volentieri faremmo a meno.
Il cristiano e la
Chiesa devono sempre misurarsi sulla carne di Gesù, venduta per trenta sicli,
il prezzo di un asino o di uno schiavo.
La prima eresia -
è e sarà sempre la prima! - non consistette nel negare la divinità di Cristo,
ma nel minimizzare e trascurare l’umanità di Gesù che nella sua debolezza e
stoltezza crocifissa è la salvezza per tutti. Il
cardine della salvezza è la carne crocifissa e risorta
di Cristo. De.it.press
Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La missione dei Dodici
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 6,7-13) commentato da P. Lino Pedron
7 Allora chiamò i
Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro
potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non
prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.
10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi
fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi
riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti,
predicavano che la gente si convertisse, 13
scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.
I Dodici erano
stati scelti da Gesù perché "stessero con lui e anche per mandarli a
predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15).
Nei capitoli precedenti li abbiamo visti stare con lui, ascoltare e imparare,
ora Marco ci mostra la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria.
Per descrivere la missione degli apostoli, Marco usa le medesime parole con cui
ha descritto la missione di Gesù: predicavano la conversione, guarivano i
malati e scacciavano i demoni.
L’invio dei
discepoli avviene "a due a due", sia in
riferimento alla duplice testimonianza (Dt 17, 6; 19,
15; Nm 35, 40), sia secondo il consiglio del saggio Qoelet (4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana
di Gerusalemme (At 13,2).
Gli ordini che
Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: senza
alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda.
Queste parole
condannano il trionfalismo e la ricchezza e impongono
la povertà e la discrezione, L’apostolo non deve usare i mezzi del mondo
(denaro, potere e forza) per conquistare l’adesione dei suoi ascoltatori. Il
vero apostolo non compera nessuno e non si lascia
comperare da nessuno: forse sarà venduto a poco prezzo come il suo Maestro (Mc
14,10-11).
La povertà è una
condizione indispensabile per la missione: i missionari devono essere
"truppe leggere". Questa povertà è fede, libertà e leggerezza. Un
discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di
cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo. La
povertà è fede concreta di chi non confida in se stesso e nei propri mezzi, ma
nell’assistenza e nella provvidenza di chi l’ha mandato.
L’annuncio del
vangelo deve sempre essere in povertà, perché proclama
la croce che ha salvato il mondo. Più che ciò che dobbiamo dire, Gesù ci
insegna ciò che dobbiamo essere. Ciò che siamo grida più
forte di ciò che diciamo. Finché non siamo poveri, ogni cosa che diamo o
che diciamo non è dono, ma solo esercizio di potere
sugli altri.
Già nell’Antico
Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per
vincere (cfr 1Sam 2,1-10; Es 3,11; 4,10; Gdc 7,2). Infatti "Dio ha scelto ciò
che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel
mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è
ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla
le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio"
(1Cor 1,27-29).
Questa lezione
l’aveva imparata bene Pietro, quando compì il primo miracolo. Egli disse allo
storpio: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel
nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At
3,6). Se Pietro e Giovanni avessero avuto argento e oro, avrebbero
fatto un’opera buona, forse avrebbero fondato un istituto per portatori di
handicap, avrebbero dato dei soldi, ma non avrebbero pensato che dovevano dare
Gesù, il salvatore.
La salvezza viene
dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza
la vanifica: "Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un
discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce
di Cristo" (1Cor 1,17).
Gesù invia i suoi
in povertà, come il Padre aveva mandato lui in povertà. I discepoli, mediante
la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono
pienamente associati al Figlio, che conoscendo l’amore del Padre, è spinto
verso tutti i fratelli.
I Dodici possono
annunciare agli altri la conversione mostrando di essere loro stessi convertiti
perché sono e vivono come Gesù.
Il vangelo parla
anche della possibilità, tutt’altro che teorica, vista la sorte toccata a Gesù,
che i discepoli non siano accolti e ascoltati. E’ una sofferenza che il
discepolo deve affrontare senza perdersi d’animo. A lui è stato affidato un
compito, non garantito il successo.
Sulla attività dei Dodici, Marco non dà alcuna indicazione di
tempo e di luogo; gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che
aveva detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione e operare esorcismi e
guarigioni. De.it.press
Benedetto XVI, Raccogliere il grido. Tutto il possibile per tutelare il
lavoro
In piazza san
Pietro ci sono gli operai della multinazionale americana dell’alluminio Alcoa, di Portovesme. Il 2
febbraio a Palazzo Chigi è il futuro dell’azienda al centro dei colloqui
governo, sindacati e regione Sardegna, con l’obiettivo di trovare una soluzione
e scongiurare la cassa integrazione che dovrebbe
partire il 6 febbraio mettendo a rischio 2 mila posti di lavoro. Benedetto XVI sceglie il dopo Angelus per affrontare la questione
disoccupazione ed esprimere tutta la sua preoccupazione non solo per Portovesme ma anche per Termini Imerese,
in Sicilia, dove la Fiat prevede la chiusura dello stabilimento nel 2012:
perderanno così il lavoro 1.300 lavoratori Fiat e 600 dell’indotto.
“La crisi
economica – dice il Papa all’Angelus – sta causando la perdita di numerosi
posti di lavoro, e questa situazione richiede un grande senso di responsabilità
da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti”. Ed è a questo punto
che nelle sue parole trovano posto i nomi di Termini Imerese
e Portovesme, e tornano le preoccupazioni che
monsignor Mariano Crociata a nome dei vescovi italiani
aveva messo in evidenza solo venerdì 29 gennaio: “Conosciamo il dramma delle
famiglie che avevano un lavoro e ora si trovano per strada. Dobbiamo
raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili”. Così
Benedetto XVI fa sue queste parole; dice di associarsi all’appello della
Conferenza episcopale italiana “che ha incoraggiato a fare tutto il possibile
per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e
adeguato al sostentamento delle famiglie”.
Le parole del Papa
sono state accolte con commozione e gioia a Termini Imerese:
“Il Papa ha fatto un gesto bellissimo, che tutti noi abbiamo apprezzato
tantissimo”, ha detto il delegato sindacale degli operai Fiat. Un appello che
non può cadere nel vuoto e che deve scuotere le coscienze. “Il Papa dimostra
ancora una volta di essere la voce di una Chiesa vicina alle persone che sono
in difficoltà, agli ultimi, agli emarginati”, ha detto don Franco Anfuso, arciprete di Termini Imerese.
Non è la prima
volta che Benedetto XVI affronta la questione lavoro e disoccupazione. A Cassino, il 24 maggio 2009, aveva detto: “So quanto sia critica
la situazione di tanti operai. Esprimo la mia solidarietà a quanti
vivono in una precarietà preoccupante, ai lavoratori in cassa-integrazione o
addirittura licenziati. La ferita della disoccupazione che affligge questo
territorio induca i responsabili della cosa pubblica, gli imprenditori e quanti
ne hanno la possibilità a ricercare, con il contributo di tutti, valide
soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie”.
Nessun riferimento
esplicito alla Fiat, ma a Cassino è l’azienda trainante, la realtà produttiva
che da lavoro, direttamente o indirettamente, a gran parte del territorio.
Dice, la famiglia ha bisogno di essere tutelata, e ai giovani che “fanno fatica
a trovare una degna attività lavorativa che permetta loro di costruirsi una
famiglia”, dice: “Non scoraggiatevi, la Chiesa non vi abbandona”.
Di lavoro e
occupazione aveva parlato anche due mesi prima, il 1° marzo 2009. All’Angelus
si era rivolto ai lavoratori Fiat presenti in piazza san Pietro, “venuti a
manifestare la loro preoccupazione per il futuro di quella fabbrica e delle
migliaia di persone che, direttamente o indirettamente, dipendono da essa per
il loro lavoro”. Nelle parole del Papa anche un riferimento
alle situazioni difficili del Sulcis-Inglesiente, in
Sardegna, e di Prato, in Toscana: “Mi associo ai Vescovi e alle rispettive
Chiese locali nell’esprimere vicinanza alle famiglie interessate dal problema,
e le affido nella preghiera alla protezione di Maria Santissima e di San
Giuseppe, patrono dei lavoratori. Desidero esprimere il mio
incoraggiamento alle autorità sia politiche che
civili, come anche agli imprenditori, affinché con il concorso di tutti si
possa far fronte a questo delicato momento. C’è
bisogno, infatti, di comune e forte impegno, ricordando che la priorità va data
ai lavoratori e alle loro famiglie”.
Grande senso di
responsabilità da parte di tutti, ricerca di valide soluzioni alla crisi
occupazionale e priorità ai lavoratori e alle loro famiglia:
è in queste tre affermazioni il filo dell’impegno che il Papa sollecita per
mettere al centro la questione lavoro.
Parole che trovano
una continuità nella riflessione che il Papa propone nell’enciclica Deus caritas est dedicata al tema dell’amore: “La costruzione di
un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che
ogni generazione deve nuovamente affrontare”. È compito politico, scrive il
Papa, ma anche compito umano prioritario e la Chiesa “ha il dovere di offrire
attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze
della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili”. Non deve prendere in mano la battaglia politica per realizzare la
società più giusta, ma non deve nemmeno restare ai margini: “La società giusta
non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica.
Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per
l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la
interessa profondamente”.
Angelus nel quale
Benedetto XVI parla, infine, anche di pace, soprattutto in Terra Santa. Con
lui, alla finestra dello studio che si affaccia su piazza san Pietro, ci sono
anche due ragazzi dell’Azione Cattolica: Simona di 13
e Matteo di 9 anni. Insieme ai loro amici e coetanei hanno concluso
il mese della pace che ogni anno accompagna l’impegno in associazione nel mese
di gennaio. Alla fine vengono liberate due colombe, in
segno di speranza. Una speranza che, attraverso le parole pronunciate, è
entrata anche nel cuore di tanti lavoratori che vedono il posto di lavoro e il
loro futuro messo a rischio dalla crisi economica. Fabio Zavattaro
Gioia tra gli operai Fiat alle parole del Papa: "Benedetto XVI ha fatto un gesto
bellissimo"
"Il Papa ha
fatto un gesto bellissimo, che tutti noi abbiamo apprezzato tantissimo".
Roberto Mastrosimone, delegato sindacale della Fiom
Cgil e leader degli operai della Fiat di Termini Imerese, commenta così l'appello lanciato oggi da Benedetto
XVI per gli operai della Fiat di Termini Imerese e
dell'Alcoa di Portovesme.
"Ho sentito al Tg 3 - racconta Mastrosimone - le
parole pronunciate dal Pontefice all'Angelus e mi hanno commosso, anche perché
nessuno di noi lo
aveva sollecitato pubblicamente a intervenire. Lo dico da non
cattolico: Benedetto XVI ha dimostrato una sensibilità e una percezione del
dramma sociale che si sta consumando che la politica invece sta
ignorando. A cominciare dal presidente del Consiglio Berlusconi, che non ha
ancora detto una parola su quanto sta accadendo alla
Fiat".
"Commosso e
felice" per l'appello del Papa si dice anche Don Franco Anfuso, arciprete di Termini Imerese,
che in questi anni è stato accanto agli operai in lotta e che nei giorni scorsi
è salito sul tetto dello stabilimento per portare conforto ai 18 lavoratori dell'indotto che avevano ricevuto una lettera
di licenziamento. "Non trovo le parole per esprimere il ringraziamento mio
e di tutti i fedeli di Termini Imerese per
l'interessamento del Pontefice. Il Papa dimostra, ancora una volta, di essere
la voce di una Chiesa vicina alle persone che sono in difficoltà, agli ultimi,
agli emarginati".
L'arciprete invita
anche l'Ad della Fiat Sergio Marchionne ad ascoltare "l'alto
richiamo" di Benedetto XVI: "Il Signore ha dato a ciascuno di noi dei
doni per metterli al servizio degli altri. Marchionne impieghi le sue capacità
di manager e il suo carisma per trovare una soluzione che consenta agli operai
di Termini Imerese e alle loro famiglie di continuare
ad avere un lavoro". ansa 31
Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. Il direttore del Giornale
chiama in causa Bertone e Vian
Ad agosto scorso
l'attacco del Giornale contro il direttore di Avvenire - Il 4 settembre il
giornalista lascia la direzione del quotidiano della Cei - di CARMELO LOPAPA
ROMA - Il
"carnefice" e la vittima allo stesso tavolo. Uno di fronte all'altro
per la prima volta. Cinque mesi dopo. Perché ora che l'esecuzione è alle
spalle, ora che il primo ha perfino chiesto scusa a modo suo al
secondo, ora è venuto il momento di capire cosa ci fosse dietro la
macchinazione e soprattutto chi. È l'esigenza che ha spinto l'ex direttore
dell'Avvenire Dino Boffo a pranzare ieri con Vittorio
Feltri. Proprio col giornalista che, appena insediatosi alla tolda di comando
del Giornale della famiglia Berlusconi, il 28 agosto
aveva sferrato l'attacco a freddo contro di lui, reo di voler fare "la
morale al Cavaliere". Attacco basato su un documento presentato come
"informativa allegata al casellario giudiziario"
e che sbatteva in prima pagina la presunta omosessualità del direttore del
quotidiano dei vescovi. Salvo poi scoprire che quell'"informativa",
dalla paternità rimasta misteriosa, non figurava in alcun fascicolo.
"Berti"
è un ristorante milanese abbastanza noto e ben frequentato. Al tavolo c'è anche Renato Farina, parlamentare Pdl
ed editorialista del Giornale benché radiato dall'Ordine dei giornalisti nel
2007 dopo l'accertamento di un suo legame col Sismi. Sullo sfondo, le tante
indiscrezioni, i boatos, le voci che corrono veloci
tra la Segreteria di Stato e la Cei e finite negli ultimi giorni sulle pagine
del Foglio, del Riformista, di Libero. Indizi trapelati da ambienti vaticani e
della destra, che riaprono il caso sfociato nelle dimissioni di Boffo e nell'"atto di incolpazione" di Feltri da parte dell'Ordine dei
giornalisti. Elementi che iniziano a definire i contorni di quel "blocco
di potere" che ha "congegnato la colossale montatura", per dirla
coi termini usati dal direttore dell'Avvenire nella
lettera con cui il 3 settembre ha rassegnato le dimissioni al presidente della
Cei Angelo Bagnasco.
"Non l'ho
incontrato per perdonare. Avevo piuttosto
bisogno di capire chi mi ha ucciso e chi ha armato la sua mano" confidava
ieri Boffo agli amici stupiti del faccia
a faccia. Al direttore del Giornale, l'ex direttore non sconta alcuna
delle sue responsabilità per quanto accaduto, ma dal colloquio sarebbe risultato più chiaro lo "scenario" in cui è
maturata l'intera vicenda. Ed è uno scenario da corte dei Borgia. Feltri, che
il 4 dicembre aveva ammesso l'errore sul Giornale ("Su Boffo
scandalo infondato"), la prende molto alla larga. Al tavolo del Berti non
confida alla sua "vittima" chi gli abbia girato quella informativa
molto sui generis. Ma gli rivolge due domande.
"Perché Bertone (il cardinale segretario di
Stato vaticano, ndr) ce l'ha tanto con te? E perché
Gian Maria Vian (direttore dell'Osservatore romano,
quotidiano vicino alla Segreteria, ndr) ce l'ha tanto
con te?" Domande che fanno calare il gelo fra i tre commensali. Ma che pesano come risposte. Tanto che la discussione tra i
due prosegue dando per scontato che sia stato il direttore dell'Osservatore a
far recapitare l'informativa su mandato - questa la
tesi - del segretario di Stato Bertone. Operazione
poi rivelatasi di disinformazione e alla quale Feltri si sarebbe "prestato" perché in fondo utile alla causa politica del
premier Berlusconi (più volte criticato da Boffo
dalle colonne dell'Avvenire), per fare un favore a una "fazione",
riconducibile alla Segreteria vaticana - più accondiscendente verso le
politiche del governo - in aperto contrasto con l'altra, la Cei, oggi in mano
ad Angelo Bagnasco.
E infine, perché
garantito da una copertura autorevole e da una pezza d'appoggio in apparenza
credibile. In questo
scontro di potere, tutto interno alle gerarchie cattoliche, l'ex direttore
dell'Avvenire sarebbe stato stritolato perché ritenuto "colpevole" di
aver fatto da trait d'union tra Camillo Ruini e il
suo successore alla Cei, Bagnasco. Un laico ritenuto
ingombrante anche per il suo potere: direttore da anni pure di Tv Sat2000 e
Radio Inblu.
Al ruolo di
presunto "ispiratore" di Gian Maria Vian -
il quale ieri ha avuto incontro col direttore di un quotidiano nella sede
dell'Osservatore - hanno alluso in questi giorni vari giornali. Il
"professore" vicino a Bertone, già tre
giorni dopo il finto scoop del Giornale aveva rilasciato un'intervista al
Corriere per rivendicare di "non aver mai scritto sulle vicende private del
premier" e lamentare invece "imprudenze ed esagerazioni"
dell'Avvenire in quelle ore sotto attacco. Il 22 settembre Vian
bollava come "fantavaticano" le
ricostruzioni che lo dipingevano come fonte di un articolo anti-Ruini
apparso proprio sul Giornale. Lo va ripetendo in questi giorni anche a chi gli
fa notare quel che il Foglio e altri scrivono, quel che nei Palazzi d'Oltretevere si sussurra:
"Sono solo polveroni". LR 2
Sui fronti avanzati. Giornata mondiale della vita consacrata
Il 2 febbraio, festa
liturgica della Presentazione del Signore al Tempio, la Chiesa celebra la
Giornata mondiale della vita consacrata. Istituita da Giovanni Paolo II, arriva
quest’anno alla sua 14ª edizione. I religiosi e le religiose la Chiesa li invia sui fronti più avanzati, delle missioni, della
cultura, della carità, della contemplazione. Nel mondo oggi sono
oltre 1 milione: 220 mila uomini e 790 mila donne impegnati nel campo delle
missioni all’estero, dell’educazione della gioventù, della sanità, della
cultura, della carità tra i più emarginati, nella contemplazione.
Non c’è settore
della vita sociale che non li veda occupati a tempo pieno.
“Misura alta della
vita cristiana” ha definito il loro genere di esistenza Giovanni Paolo II. “Una
vita intagliata sull’essenziale” hanno scritto i
vescovi italiani nel messaggio per la Giornata di quest’anno.
Si tratta di un
mondo vasto e variegato quello di questi corpi speciali: 226 Congregazioni
religiose maschili con un totale di 220 mila religiosi tra sacerdoti e “fratelli”;
1.900 Congregazioni femminili di diritto pontificio o diocesano, con circa 790
mila suore.
Particolare
ammirazione suscitano i monasteri di clausura
femminili che nel mondo sono 3.589 con circa 55 mila monache.
Nella Chiesa
italiana sono 90 mila le suore, mentre i religiosi
sono 24 mila.
Se, per ipotesi
assurda, dovessero venir meno si creerebbe un immenso
buco nero nella Chiesa e nel mondo. Non potrebbe vivere la Chiesa senza di
loro. Per questo il Concilio Vaticano II ha dedicato
loro un importante documento, il decreto sul rinnovamento della vita religiosa
(“Perfectae caritatis”)
dove definisce il loro tipo particolare di vita “una splendida caratteristica
del Regno dei cieli”. Giovanni Paolo II ha consegnato
loro una preziosa enciclica dal titolo “Vita Consecrata”
(1996).
Dopo il Concilio è rifiorito nella Chiesa l’antichissimo “Ordo
virginum”, l’Ordine delle vergini, “categoria di
donne” che vivono senza formare un particolare Istituto. Segnata da una
consacrazione conferita dal vescovo, ognuna vive, nella Chiesa diocesana, una
regola di vita personale approvata dal vescovo. In Italia sono circa 400 e 200
in formazione in ben 85 diocesi. Nel mondo raggiungono
il numero di 3.000 in più di 50 Paesi.
I vescovi italiani
per questa Giornata mondiale hanno inviato un particolare messaggio dal titolo
“Una vita intagliata sull’essenziale”. Ricordando la luminosa figura del Santo
Curato d’Ars, in quest’Anno sacerdotale posto da Benedetto XVI sotto la sua
particolare protezione, i vescovi esortano i consacrati e le consacrate
italiane a vivere mettendo al centro della loro vita e del loro ministero “la
ricerca di una pura e semplice essenzialità”. Li incoraggiano anche “a
coltivare la compagnia dei Santi”. “Ignorarli, scrivono i vescovi, ci rende poveri
e miopi nel discernere il presente e nell’affrontare le responsabilità che ci
sono affidate… Il Vangelo è reso visibile, udibile,
palpabile dai grandi testimoni che ci precedono nel cammino della Chiesa”.
Martedì 2
febbraio, Benedetto XVI nella basilica vaticana presiederà la celebrazione dei
Vespri con i rappresentanti degli Istituti di vita
consacrata e delle Società di vita apostolica.
Il poeta Thomas
Eliot (1888- 1965) premio Nobel per la letteratura nel 1948, ha chiamato i
religiosi “i folli di Dio” che percorrono le strade del mondo a gridare a tutti
gli uomini che lassù c’è un Dio che li ama.
Giuseppe Rinaldi - Saveriano
Haiti. Andrà meglio. Dopo il terremoto: intervista con il nunzio apostolico
"Getting better everyday", "andrà meglio di giorno in
giorno". Con questo motto sorridente per riportare il buonumore tra tanto
dolore e devastazione, mons. Bernardito Auza, nunzio apostolico ad Haiti,
tiene le fila dei soccorsi cattolici come rappresentante della Santa Sede a
Port-au-Prince e vive in prima persona una sfida impegnativa e difficile, non
priva di speranza. Il SIR lo ha intervistato.
Innanzitutto come
sta? Come sta vivendo questo periodo di dura prova per la Chiesa cattolica e
per tutta la popolazione di Haiti?
"Sto bene e
sereno, anche se stanco. Sarebbe troppo dire 'allegro', ma occorre mantenere
una buona misura di buon umore. Vivo questo periodo
con la coscienza del mio dovere di portare il conforto e la vicinanza
spirituale del Santo Padre ai terremotati, in particolare ai sacerdoti, alle
comunità religiose ed ai seminaristi duramente colpiti
dal terremoto. Tra incontri ed il dovere di dare
ospitalità a numerose delegazioni dall'estero, non cesso di far visite alle
nostre comunità ed ai numerosissimi feriti negli ospedali. Cerco sempre di
accogliere nella nunziatura vescovi, sacerdoti ed
agenzie cattoliche di aiuto per gli incontri di coordinamento e per discutere
le questioni più urgenti. L'ultimo è stato il 27 gennaio: abbiamo ospitato
l'importante incontro per pianificare le strategie a medio e lungo termine per
l'aiuto che la Chiesa presterà alle vittime, con circa
40 persone tra vescovi, rappresentanti di Caritas nazionali da varie parti del
mondo e del Catholic Relief
Services. Era presieduto dal presidente della
Conferenza episcopale di Haiti, mons. Louis Kébreau.
Credo sia stato un incontro molto fruttuoso. Negli incontri di coordinamento a
volte emergono tensioni qua e là, ma il dialogo è sempre franco e aperto. Direi
che ogni giorno si lavora meglio. Come dico a tutti, anche in
modo scherzoso, il nostro motto deve essere 'getting better everyday'".
La Chiesa
cattolica ha pagato un grosso prezzo in termini di vite umane, chiese, scuole e
ospedali distrutti…
"È vero, la
Chiesa cattolica, insieme con lo Stato, è stata duramente colpita, soprattutto
con la perdita dell'amato arcivescovo di Port-au-Prince,
mons. Joseph Serge Miot.
Per fortuna, man mano che abbiamo informazioni più precise, il numero dei morti
tra sacerdoti, religiosi/se e seminaristi si rivede al ribasso. Ad esempio,
proprio oggi il rettore del Seminario teologico mi ha detto che alcuni dei
seminaristi che pensavamo fossero sotto le macerie si sono fatti vivi in questi
ultimi giorni! Erano talmente scossi che se ne erano andati senza informare
nessuno. Ma il numero dei seminaristi maggiori
diocesani resta alto (16 morti fino adesso e alcuni feriti, con gambe o braccia
rotte). Materialmente, la Chiesa ha perso i suoi gioielli architettonici, parte
rilevante del patrimonio culturale nazionale: la cattedrale, la chiesa del
Sacro Cuore, il santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso, la chiesa
dell'Assunta, la chiesa di Santa Rosa di Lima...
L'ospedale San Francesco di Sales che appartiene
all'arcidiocesi è stato distrutto al 90%, con un centinaio di persone ancora sotto
le macerie. Eppure l'ospedale continua a funzionare, con sale operatorie
improvvisate. Abbiamo chiamato medici dell'American College of
Surgeons e sono venuti qui
per lavorare con un impegno a lungo termine. Ho potuto ottenere una nuova
ambulanza per l'ospedale e benefattori per le tanto necessarie medicine. Catholic Relief Services fornisce un grande aiuto, tra cui il cibo e
l'acqua per i pazienti e per il personale, ed équipe
mediche dall'Università di Maryland".
La Caritas, nelle
sue diverse componenti, sta facendo un grosso lavoro
ad Haiti. Come le sembra procedano i soccorsi cattolici?
"Catholic Relief Services" (Crs) e Caritas
Haiti costituiscono un punto di riferimento forte ed
innegabile per la distribuzione degli aiuti. Crs ha
una grande presenza in Haiti, con uno staff di più di 300 membri che erano già
qui prima del terremoto, ai quali se ne sono aggiunti molti altri provenienti
dagli Usa (da Baltimore, sede del Crs) e da altre
parti del mondo. Caritas Haiti è stata rafforzata da Caritas Internationalis e da diverse Caritas nazionali europee. Nei
prossimi giorni, Crs e Caritas dovrebbero raggiungere
circa 200.000 persone nella distribuzione degli aiuti. L'ambizione è di
arrivare a 500.000 terremotati, non solo a Port-au-Prince
e non solo oggi, ma nei mesi a venire. Il ruolo della nostra vasta ed articolata infrastruttura ecclesiale, in primo luogo le
parrocchie, è molto importante. Dobbiamo utilizzare la nostra
autorità morale per calmare le folle durante le distribuzioni, perché non
abbiamo sempre a disposizione le scorte militari".
Negli ultimi
giorni sono emerse critiche al coordinamento, all'organizzazione generale degli
aiuti o al protagonismo dei soccorritori. Concorda?
"La mia
risposta dovrebbe essere tanto complessa quanto la problematica, ma dovrei
essere breve. Penso che le 'debolezze' siano da entrambe le parti. Da parte
haitiana, occorre ricordare che Haiti è un Paese molto povero e già prima del
terremoto le infrastrutture erano molto scarse e deboli. Quelle che esistevano
sono state poi distrutte dal terremoto, in particolare la torre di controllo
dell'aeroporto, il porto, tutte le sedi dei 18
ministeri, il Parlamento, il palazzo presidenziale, ecc. In uno Stato tale, la
distribuzione degli aiuti da parte della comunità internazionale ha incontrato
e tuttora incontra tante sfide. Da parte di
soccorritori e volontari, vi sono quelli che vengono ad aiutare solo per alcuni
giorni, per cui, invece di essere di grande aiuto, contribuiscono ad un incubo logistico. Una parte rilevante viene senza un
appoggio locale e senza un partner sul terreno. Vengono con aiuti ma non sanno
come distribuirli. Vi sono anche organizzazioni che portano aiuti di cui le
vittime non hanno bisogno in questa fase dell'emergenza, come vestiti usati.
Alcuni, sì, vogliono essere protagonisti e amano prendere
il comando in questo o quel settore, ma credo che siano una piccolissima
minoranza. Nonostante tutte le critiche - alcune fondate, altre rivelatrici di
un'ignoranza sulla realtà haitiana e sulle sfide che incontra la distribuzione
su larghissima scala di aiuti umanitari - occorre
riconoscere l'immenso lavoro che la comunità internazionale ha fatto e tuttora
fa".
Quali suggerimenti
dare?
"Innanzitutto
inviare soldi anziché aiuti materiali, perché è la forma
d'aiuto più flessibile e facile da inviare. Possiamo impiegarli a seconda delle necessità della gente. Oggi stesso un
volontario mi ha fatto questa osservazione: 'Non
riesco a capire come un volo charter sia arrivato solo pieno d'acqua'. L'acqua,
evidentemente, è una componente fondamentale dei primi
aiuti da fornire. Ma è il modo migliore per aiutare, nel momento in cui i costi
del trasporto diventano molto più elevati del valore dell'aiuto stesso?"
Grande è stata - e
continua ad essere - la solidarietà da tutto il mondo,
quali secondo lei devono essere, d'ora in poi, le priorità?
"Come Chiesa
cattolica proprio oggi abbiamo definito i principi e
le strategie a medio e lungo termine. Come strategia a medio termine, dopo 4/6
settimane di aiuto materiale massiccio, occorrerebbe lanciare il classico 'food for
work', ossia far lavorare le persone affinché possano provvedere con dignità
alle loro necessità. I lavori da fare non mancano. Certo la distribuzione degli
aiuti materiali continuerà, ma speriamo su scala minore. Si aggiungerà, poi, la
distribuzione di piccole somme a chi non può lavorare. Vorremmo però evitare la
distribuzione massiccia e protratta di aiuti materiali, perché non promuove la
dignità delle persone che possono comunque lavorare e non favorisce l'economia
e la produzione locale. Come strategia a lungo termine, occorre promuovere
progetti che possano contribuire allo sviluppo, all'espansione dell'economia.
Ad esempio, aiutare gli agricoltori ad aumentare la loro produzione. Già prima
del terremoto Haiti importava circa l'80% dei suoi
fabbisogni alimentari. Credo che le strategie che la comunità internazionale
adotterà non saranno molto differenti dalle nostre. Come Chiesa, occorre ormai
pensare alla ricostruzione degli edifici e delle istituzioni che abbiamo perso.
Su questo tema ho già ricevuto numerosi suggerimenti e buone
idee da tante parti".
Teme che, come
spesso accade, una volta spenti i riflettori dei media sull'emergenza, anche le
popolazioni di Haiti saranno dimenticate?
"Il timore
che il mondo dimentichi di nuovo Haiti una volta
spenti i riflettori è certamente ragionevole e realistico. Ma
spero che questa volta l'assistenza internazionale sarà davvero a lungo
termine. Si parla molto di un 'Piano Marshall' per
Haiti. La distruzione della capitale e dintorni è talmente vasta che una
strategia di ricostruzione simile al 'Piano Marshall'
sarebbe l'unico modo per far uscire Haiti dal suo sottosviluppo, soprattutto
per evitare che il Paese diventi ancora più povero di prima".
Quale appello
vuole rivolgere alla Chiesa italiana e a tutto il mondo?
"Vi preghiamo
di aiutarci a ricostruire la cattedrale di Port-au-Prince,
le nostre chiese e case parrocchiali, i nostri due seminari maggiori, le nostre
numerose scuole e case di formazione che il terremoto ha completamente raso al
suolo o messo fuori uso".
PATRIZIA CAIFFA
Se riprendiamo il
Concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et Spes,
ritroviamo una splendida definizione del bene comune: "
l'insieme di quelle
condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettivita' sia ai
singoli membri, di raggiungere la propria perfezione piu' pienamente e piu'
celermente ". In tal senso possiamo dire che il bene comune si
lega al tema
della "giustizia".
Cerchiamo di dare
seguito alla nostra elaborazione dicendo che se, come
scrivevamo ieri, il bene comune e' - insieme alla capacita' di analizzare e
di governare i fenomeni umani secondo complessita'
- fondamentale per
"uscire"
dall'aspetto morale della crisi di convivenza che stiamo vivendo
(ricomponendo l'unita' del reale creato e superando la contraddizione
-
separazione fra "natura" e " realta'
"), esso va compreso ed applicato -
prima di tutto - guardando
all'essenza profonda di ogni persona e di ogni
realta': il principio di "giustizia", infatti, sta a
significare che ogni
realta' deve svilupparsi, nell'unita' integrata delle sue
componenti,
tendendo a realizzare il "fine" che le e' proprio.
Il bene comune non
e' "costringibile" all'interno di
pre-definiti modelli
organizzativi della convivenza umana: esso, infatti, e' certamente
presente
laddove vi e' - ad esempio - la garanzia minima del diritto alla
vita ed al
futuro ma non e' sovrapponibile ad un qualsivoglia modello,
compreso quello
democratico; il bene comune prescinde dai modelli organizzativi e di
rappresentanza ma si sostanzia nella capacita',
che deriva dalla
responsabile partecipazione di ciascuno, di garantire una prospettiva
di
senso all'intera ed unica umanita'
(partendo da ogni persona e da ogni
comunita').
Il bene comune sta
alla "natura" e al "progetto" umano, vive nella strategia
dell' "umano integrale". Il bene comune e' il piu' avanzato dei
"talenti",
aiuta ciascuno di noi a ri-creare in unita'
il reale creato; partendo, come
dicevamo, dalla tensione verso il "giusto fine".
Siamo partiti da
una citazione del Concilio Vaticano II non per significare
che il bene comune sia un concetto di matrice esclusivamente
religiosa ma
per dire che esso riguarda l'intera convivenza e,
comprendendo l'intera
esperienza umana, comprende sia l'aspetto immanente che quello
trascendente
della vita.
Serve il bene
comune nella elaborazione di proposte di "governance" ?
Certamente si'. Ogni atto, ogni scelta puo'
definirsi efficace soltanto se
realizza il "giusto fine" della realta',
a partire dagli ambiti specifici e
dai livelli di competenza. Il bene comune, sul piano morale,
richiama alla
necessita' dell'unita' integrale della convivenza umana nel reale
creato e
guarda ad un orizzonte temporale di medio e lungo termine,
quello a cui le
attivita' umane dovrebbero conformarsi per essere sostenibili e
"giuste". Se
guardiamo alla realta', ben lo sappiamo,
c'e' molto bisogno di bene comune.
Associazione
progetto Strategie, de.it.press
Il respiro del mondo. Coinvolgere le comunità diocesane in una missionarietà
senza confini
"L'Ac nella Chiesa locale e universale: sfide antiche e nuove
per una missionarietà senza confini": su questo
tema l'Azione Cattolica italiana (Ac) ha promosso il 22 e il 23 gennaio a Roma (Domus Mariae) un seminario. L'Ac del
Terzo millennio non può che "avere il respiro del mondo per crescere
nell'incontro con chi è lontano geograficamente", ha spiegato Stefania Sbriscia, referente per i rapporti internazionali
dell'associazione. Due giorni che hanno visto a confronto le esperienze
missionarie delle diocesi e i progetti del Forum internazionale di Ac (Fiac). "Nei suoi più di
140 anni l'Azione Cattolica ha dato sempre un contributo nell'ambito delle
missioni", ha ricordato il presidente Franco Miano.
"L'obiettivo è coinvolgere tutte le realtà diocesane in questa dinamica
concreta di comunione, nella convinzione che essa è un modo di vivere nella
Chiesa locale con la capacità di guardare oltre".
Il nuovo volto
della missione. "Un crescente calo di vocazioni
religiose" affiancato per contro da "un aumento di partenze di
laici". Il "nuovo volto della missione" è determinato
anche da questi elementi, ha illustrato nella relazione introduttiva don
Giovanni Cesena, direttore dell'Ufficio nazionale per la cooperazione
missionaria tra le Chiese della Cei. Ciò, se "ci invita a ripensare in
modo nuovo l'invio missionario", "non significa che dobbiamo
immaginare i laici come sostituti dei missionari religiosi", ma piuttosto
che è tempo di valorizzare "una nuova specifica missionarietà".
La "formazione", "l'accompagnamento delle partenze", il
"progettare l'animazione", sono gli strumenti indicati dal relatore
che ha poi individuato nello scenario delle migrazioni l'altro volto del
cambiamento. Da un lato, "la sempre maggiore presenza nel Paese di
personale apostolico del Sud del mondo" che rende
importante "stabilire una cooperazione, uno scambio di vedute". Da un
altro, "i nuovi terreni di missione che si aprono qui da noi".
Incluso il dialogo interreligioso: "Viviamo quotidianamente a fianco di
altre fedi e ciò ci costringe a ripensare l'annuncio". Nello scenario della
globalizzazione, in definitiva, "il primo elemento da cui non si può
prescindere per ripensare la missione in modo nuovo è quello di intenderla come
comunione e scambio fra le Chiese, un'occasione per ricevere l'entusiasmo della
fede vissuta in altri continenti". Detto in altre parole: "Da ciò che
apprendiamo nelle missioni in altri Paesi, abbiamo molto da imparare per la
missione da noi".
Dalle diocesi.
Proprio questa è l'esperienza riferita nei laboratori da alcune diocesi che
hanno avviato da tempo gemellaggi nei Balcani. Dal 2000
i giovani dell'Ac di Parma portano avanti uno scambio
con la diocesi di Sarajevo, con campi scuola e animazione ragazzi.
"L'impatto con alcune realtà in cui convivono pacificamente diverse
religioni - hanno spiegato i giovani di Parma - ha
suscitato la voglia di incontrare persone di fedi diverse che vivono nelle
nostra città. Perciò con i ragazzi bosniaci stiamo organizzando un campo multi-religioso qui da
noi". In Bosnia sono una trentina le diocesi
coinvolte nei gemellaggi dell'Ac che iniziati subito
dopo il conflitto, ora puntano soprattutto alla formazione dei laici. In
Albania invece l'Ac è presente in due ambiti:
l'animazione dei bambini, come il caso della diocesi di Avezzano che, dal 1996,
ha stabilito un legame con una missione a Tirana coinvolgendo l'Acr e i corsi per insegnanti del Fiac,
che coinvolgono diverse diocesi soprattutto in Piemonte. Si lavora sulla
didattica, ma anche sulla valorizzazione del bambino e della donna nella
società albanese, mentre nasce l'esigenza di formare gruppi in cui italiani e
albanesi possano confrontarsi sul modo di vivere la fede. Dai laboratori è
emersa l'esperienza del "sentire i territori di missione parte della
Chiesa locale" e l'esigenza di individuare, al ritorno, strade per
"rivivere la missione" nei propri territori verso le fasce in
difficoltà.
I giovani e il Fiac.
Durante il seminario sono stati illustrati anche altri progetti del Fiac, impegnato a promuovere l'Ac
in varie realtà, dall'Africa, all'Asia, all'Europa dell'Est. Chiara
Finocchietti, responsabile nel Forum del Coordinamento
giovani di Ac, ha parlato degli impegni per i
cristiani di Terra Santa. "Il primo è quello della preghiera che, iniziato
durante il viaggio di Benedetto XVI, continua con altri momenti tra cui quello
del 31 gennaio, che unirà un gruppo di aggregazioni
giovanili di tutto il mondo. Accanto alla preghiera vi è
l'aiuto materiale, ad esempio la 'Colletta del Venerdì Santo'. Infine i
pellegrinaggi e i gemellaggi che rientrano nel progetto di formare un laicato
di giovani di Ac. Nelle ultime estati, ragazzi di vari Paesi sono andati ad animare
l'Ac locale e ragazzi della Terra Santa hanno
partecipato ai nostri campi nazionali". La prospettiva, ha aggiunto
Maria Grazia Tibaldi, segretaria del Fiac, è moltiplicare queste occasioni di incontro,
tanto più in vista del Sinodo sul Medio Oriente, anche per incoraggiare i
giovani a restare in queste terre dove i cristiani sono un punto di
equilibrio". MICHELA CUBELLIS
Per tornare a crescere. Giovani,
formazione, lavoro: le scelte per il futuro
Affrontare e
approfondire la problematica della preparazione al lavoro dei giovani, con
particolare attenzione alla formazione professionale, destinata a ragazzi e
ragazze con potenzialità, ma che faticano a stare sui banchi. Questo l'obiettivo
del seminario "L'impegno delle istituzioni per la valorizzazione delle
risorse giovanili nella formazione e nel lavoro", che si è tenuto il 26
gennaio a Roma. Promosso dall'Associazione nazionale enti di formazione
professionale (Forma) insieme al Comitato scientifico e organizzatore delle
Settimane Sociali dei cattolici italiani e organizzato dal Centro italiano
opere femminili salesiane (Ciofs-Fp), l'appuntamento
costituisce una delle tappe di avvicinamento alla 46a Settimana Sociale (Reggio
Calabria, 14-17 ottobre 2010).
Una visione
integrale. Recuperare "una visione integrale del lavoro", superando
la "dimensione economicista", è l'invito
giunto in apertura dal presidente del Comitato scientifico e organizzatore
delle Settimane Sociali, mons. Arrigo Miglio. "L'impegno comune per una
visione integrale del lavoro, visto come la strada maestra attraverso cui
l'uomo e la donna sviluppano le loro potenzialità, è uno dei punti fondamentali
della dottrina sociale della Chiesa", ha ribadito
mons. Miglio. È anche un compito specifico dei cattolici "per evitare il
rischio che tutto venga ricondotto soltanto a una
prospettiva economicista". Il vescovo ha poi
evidenziato come oggi in Italia sia "largamente carente la qualità media e
la quantità complessiva delle opportunità di formazione e di ricerca": un
limite che si ripercuote in particolare su "giovani istruiti e inviati
alla ricerca", che "faticano a esprimersi
nella nostra società e a contribuire al bene comune".
Il lavoro ben
fatto. Di "dignità del lavoro" che porta a un "lavoro ben
fatto" ha parlato suor Alessandra Smerilli,
docente alla Pontificia Facoltà di scienze dell'educazione "Auxilium" e membro del Comitato organizzatore delle
Settimane Sociali, citando Primo Levi: nel campo di concentramento di Auschwitz
"il muratore di Fossoli (…) detestava la
Germania, i tedeschi, il loro cibo, la loro parlata, la loro guerra; ma quando
lo misero a tirate su muri di protezione contro le bombe, li faceva
dritti, solidi, con mattoni bene intrecciati e con tutta la calcina che ci
voleva; non per ossequio agli ordini ma per dignità professionale". Ecco,
ha aggiunto la docente, "la formazione professionale non prepara solo ad occupare un posto, ma provvede a una vera e propria
educazione al lavoro", e questo è "ciò che oggi manca di più
all'Italia per tornare a crescere". "Il lavoro va costruito, talora
creato - ha aggiunto il segretario del Comitato, Edoardo Patriarca -
ripensandolo come vocazione". Da parte sua, il vicepresidente di Forma,
Mario Tonini, ha espresso "meraviglia" in
riferimento alle notizie di cronaca sul "riordino
dell'apprendistato", poiché tale proposta "è stata avanzata senza
considerare i "percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione
professionale", progetti che hanno ottenuto "buoni risultati nel
prevenire la dispersione scolastica".
Differenti
capacità. "Realizzare un percorso di apprendimento secondo le proprie
capacità" è il segreto del "successo formativo", secondo Franco Venturella, dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale
di Padova: non dunque formule uguali per tutti, ma attenzione a ciascun ragazzo
e ragazza affinché possano essere "soggetti attivi di una cittadinanza
consapevole". Sulla stessa linea Claudio Gentili, direttore della rivista
scientifica "La Società" e direttore Education
di Confindustria, che ha esortato a "differenziare, personalizzare,
adeguare l'offerta formativa alle esigenze dei giovani". D'altra parte, ha
aggiunto Gentili, "l'Italia deve affrontare il fenomeno della dispersione,
ma anche quello di un calo della qualità", come dimostra l'incremento dei
debiti formativi.
La posta in gioco.
Oggi, tuttavia, il dibattito sulla formazione si gioca senza tener presenti gli
effettivi destinatari. "Gli interessi in gioco non sono quelli dello
studente", ha denunciato Michele Pellerey,
docente all'Università Pontificia Salesiana, e "i giovani rischiano di
diventare fannulloni perché il sistema d'istruzione non li porta
ad essere appieno cittadini-lavoratori", ha rimarcato Giulio Salerno
(Università di Macerata) chiedendo una "stabilità" a livello
istituzionale. "I percorsi tipici della formazione professionale - ha
aggiunto Pellerey - aiutano il soggetto ad acquisire
competenza non in astratto, ma concretamente, con un dialogo continuo tra il centro
di formazione e il mondo che lo circonda". Peccato che, ha rilevato
Claudia Donati del Censis, tra Regione e Regione ci siano "diversi stadi
di sviluppo": in alcune si parla di poli formativi per la formazione
professionale, in altre ai poli si aggiungono Istituti
per la formazione tecnico-scientifica, altre ancora non hanno nulla. Mentre non
è ancora decollata l'istruzione tecnica superiore, necessaria "per dare senso a tutta la formazione professionale"
accompagnando i giovani dal conseguimento della qualifica al posto di lavoro.
FRANCESCO ROSSI
Tracce del messaggio. Le parole di Benedetto XVI nei media
Il messaggio del
Papa per la 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali - "Il
sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della
Parola" - ha avuto risonanze diverse sui media. Sabato 23, a caldo, i
principali telegiornali nazionali ne hanno dato ampiamente conto nelle loro
edizioni del giorno; mentre i quotidiani - dal canto loro - hanno dovuto
attendere l'uscita di domenica 24 per poter rilanciare
la notizia. Mentre, però, in tv sabato l'argomento è stato uno dei principali,
il giorno successivo sui giornali è finito in secondo o terzo piano.
Il "Corriere
della Sera" non aveva alcun accenno in prima pagina al tema, a cui però è stata dedicata pressoché integralmente la
pagina 26 all'interno. Titolo: "Il Papa crea i cyber
preti: ora evangelizzare la Rete". Occhiello:
"La religione e il Web. Il Vaticano invita a
creare parrocchie digitali". Sommario: "Raggiungere con i
nuovi mezzi chi non crede". A fianco dell'articolo sul messaggio papale, il quotidiano riportava un pezzo storico sugli
"alimentatori" di fede (da san Paolo a Robert Speer)
e un piede dedicato all'appuntamento che sabato ha visto il cardinale Tettamanzi
dialogare con i direttori responsabili di "Corriere",
"Repubblica" e "Avvenire", in occasione della festa di san
Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
Anche la prima
pagina de "La Repubblica" domenica non ha riportato alcun rimando al
messaggio, riprendendone i contenuti a pagina16. Titolo di
apertura: "Il Papa esorta i sacerdoti: Evangelizzate sul web".
Sommario: "Svolta di Benedetto XVI: Più vicini ai
fedeli". Anche in questo caso, l'articolo ha riportato molti
stralci del documento in maniera referenziale, lasciando che a parlare fosse lo
stesso Benedetto XVI. Il pezzo affiancato a quello sul messaggio ha riportato
un'intervista a mons. Gennaro Matino, vicario per la
comunicazione della diocesi di Napoli, che ha favorito lo "sbarco" su
Facebook del cardinale Crescenzio
Sepe.
Neppure "La
Stampa" ha dato cenno al tema in prima pagina, riservandone la trattazione
a pagina 18. Titolo: "In missione sul Web per
conto di Dio". Sommario: "Il Papa lancia l'evangelizzazione dei
cyber-preti". A fianco dell'articolo l'opinione di don Bruno Fasani, portavoce della diocesi di Verona, delle cui parole
sono state messe in evidenza soltanto le più critiche:
"Scorciatoia illusoria: così le chiese si svuoteranno".
In Internet la
risonanza del messaggio papale è stata più immediata e
meno duratura, come del resto è caratteristico del mezzo stesso. Sabato la
ripresa del tema era su tutte le prime pagine dei quotidiani
online, da cui però è sparita nei giorni immediatamente successivi.
Al di là della quantità di spazio, qualche osservazione specifica si
può fare sulla qualità del trattamento, in particolare nella titolazione. Gli
esempi citati sopra riguardo ai tre principali quotidiani nazionali evidenziano
differenti approcci connotativi, ma anche alcune costanti a livello concettuale
e metaforico. Tra queste ultime, l'immagine ricorrente dei
"cyber preti", tanto efficace a livello metaforico quanto arbitraria
e fuorviante. Come se un sacerdote capace di parlare ai fedeli anche
attraverso le nuove tecnologie somigliasse più a un robot che a una persona…
Qualche forzatura
si rileva nelle sintesi a cui, forzatamente, la
titolazione giornalistica deve ricorrere, laddove viene presentata come una
"svolta" o un cambio di rotta l'apertura del Papa e della Chiesa ai
nuovi media. In realtà, la Chiesa è sempre stata non soltanto sensibile ma
addirittura ottimista verso le potenzialità positive dei media. Se nei
documenti ufficiali sono stati affrontati anche i possibili rischi di un uso
distorto, è proprio in forza della preoccupazione di salvaguardare e
valorizzare appieno l'utilità dei mezzi per l'uomo.
Tornando al
messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali di quest'anno, bisogna
peraltro notare che - a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni -
stavolta i media che ne hanno parlato si sono sentiti coinvolti meno
direttamente e in generale hanno usato toni più neutri.
Diversa
l'accoglienza del messaggio nei media cattolici: da Avvenire al Sir, dai
settimanali diocesani ai siti e ai periodici. In tutti una ripresa puntuale del
testo con molti commenti e note.
MARCO DERIU
Un prete cattolico contro il Dio di Giuliano Ferrara
Su Micromega.net
la replica di don Paolo Farinella all'articolo “Amano
Dio e votano Emma” di Pietrangelo Buttafuoco
pubblicato su "Il Foglio"
Sul “Foglio” (30
gennaio 2010) a firma di Pietrangelo Buttafuoco è
apparso un articolo dal titolo “Amano Dio e votano Emma”. Il riferimento è alle
prossime elezioni regionali laziali, ma lo sguardo si allarga all’orizzonte
dell’Italia e del mondo. Un nuovo «padrino della Chiesa» è sorto alla fine di
gennaio dalla cattedra patriarcale del «Foglio» dei dintorni berlusconiani e
come da programma, incluso nel cognome, butta nel fuoco delle Gehènna tutto e tutti, salvando solo il piccolo «dio»
personalizzato, fatto a propria immagine e somiglianza. Un «dio» tascabile,
utile in ogni circostanza. A luogo e fuori luogo.
Se fosse stato un
tema da scuola media, l’insegnante l’avrebbe cassato tutto con la motivazione: fuori
tema, da cima a fondo. L’impressione alla prima lettura è di depressione spinta
perché sembra che da un momento all’altro l’autore si voglia suicidare perché
incompreso in un mondo di atei, di senza Dio, in una chiesa traditrice dei bei
tempi andati; in una parola di coloro che dicono di
credere in Dio. La confusione è totale e non basta riordinare le idee, ma è
necessario oltre ad un supporto psicologico, una rifondazione della teologia,
specialmente tradizionale, perché l’autore deve avere studiato solo su un
bignamino da bancarella.
In poche righe
riscrive la storia del mondo e del pensiero filosofico-teologico:
da Platone a Virgilio, dai sacerdoti ebrei al Vaticano; da Papini a Mel Gibson;
dalla Russia comunista a Franco, non Ciccio, ma il generalissimo, quello che garrotava i detenuti politici, mentre quatto quatto se ne stava con il rappresentante papale
in adorazione al Santissimo Sacramento: così per restare in tema di rispetto
della vita.
Il dato più
evidente è che il “Foglio” di Ferrara, come il cardinale Ruini, non digerisce
la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio e non avendo
argomenti di analisi logica, propina una frittata di temi religiosi o pseudo-tali per incitare alla rivolta contro il sistema
«chiesa» italiana che non corrisponde più ai canoni del direttore del
"Foglio".
Giuliano Ferrara è
reduce da una sconfitta cogente sul tema dell’aborto e gli brucia che non abbia
raccolto nemmeno l’1%, lui che pensava di avere dietro
le armate vaticane e i plotoni delle parrocchie. Povero
Ferrara! Povero Buttafuoco! Credono ancora di vivere in regime di «Christianitas» e infatti la foto
che correda l’articolo lo vale tutto: una foto anni 50, processione con stuolo
di preti inamidati in cotta, crocifisso avanti come alabarda e folla-folklore
attorno e dietro. Una saga da paese. Ecco la fede dell’articolista. E’ meglio
che si metta l’anima e il fegato in pace: quei tempi non torneranno più. Non
gli va bene nemmeno la chiesuola di Ratzinger che è tutto
dire. Cosa vuole una chiesa presocratica?
Non è sufficiente
che papa Ratzinger stia tentando di ritornare indietro a marce forzate,
reclutando lefebvriani e anglicani, seppur sposati,
ma tutti con la testa rivolta al trapassato remoto; non basta che la Cei
risusciti il già ex Ruini per riabilitare Berlusconi con un lauto pranzo di
candidature e voti di scambio; non è sufficiente ancora che Berlusconi governi
come satrapo persiano; no, ora il “Foglio” e le propaggini sue vogliono
nominare il papa, i vescovi, i preti per riformare la Chiesa a modo loro,
quella Chiesa di cui non hanno mai conosciuto l’indirizzo perché essi ne sono
sempre stati fuori, salvo usarla come una puttana per buttarla via quando non
serve.
Il pistolotto sul
Concilio poi è sorpassato dopo che tutti a cominciare dal papa stesso, da buona
parte della Cei, da tutta la curia romana, sparano ad alzo-zero su di esso,
facendo un distinguo di lana caprina per dire in modo ecclesiastico che non c’è
discontinuità tra il Vaticano II e il magistero precedente, Concili compresi.
Un modo meschino per dire: al Concilio ci pensiamo noi, lo eliminiamo
lasciandolo in piedi. Anzi, lo citeremo sempre di più, ma lo svuoteremo della
sua anima e della sua carne. Stia tranquillo, il Pietrangelo: su questo versante il concilio, causa
di tutti i mali, compresi il fuoco di Sant’Antonio, i reumatismi e il disgelo
del popolo nord, non esiste più.
Le lamentazioni di
Buttafuoco sono, infine, provvidenziali perché devono fare riflettere la
gerarchia cattolica che è pericoloso giocare a fare gli apprendisti stregoni.
Ecco i frutti della denigrazione del Concilio: poiché non si condivide la
politica e qualche ciambella non viene col buco
sperato, si dà fuoco a tutto, a Dio col quale è bene vedersela da soli, alla
Chiesa (non si sa di cosa parli il Buttafuoco) che dovrebbe essere una
combriccola di estrema destra, perché la gerarchia cattolica che è
dichiaratamente di destra non basta più: deve andare oltre se stessa ed essere
eversiva, a supporto all’attuale governo.
Non credo che
Giuliano Ferrara, mandante armato di questo ballon d’essai, sia un ingenuo; al
contrario, penso che abbia dichiarato guerra alla gerarchia cattolica perché se
non rientra nei ranghi e non molla il centro casiniano
per privilegiare il berlusconismo,
avrà vita dura e una campagna denigratoria sullo stile delle mitragliatrici di
famiglia: il Giornale e Libero. Boffo docet! Che altro potrebbe essere questo
articoletto senza capo né coda, senza pensiero, scritto da uno sotto effetti
allucinogeni, se non un ricatto?
Emma Bonino, è
arma ignara, usata come fantasma per fare paura ad una
gerarchia disorientata, che ha perso il polso del paese e annaspa nelle sabbie
mobili dell’incertezza. La vicenda di Vendola ha
fatto tremare più di una sedia al potere: i partiti ordinano, ma la gente li
sfotte e quando può votare, vota contro. Emma Bonino
sarà eletta nel Lazio se non altro perché la gente voterà contro le indicazioni
dei caporioni e della gerarchia cattolica. Non fa paura la
Emma, ma la possibilità che possa mettere le mani sulla sanità privata e
tagliare le mani avide che mangiano ai quattro palmenti attraverso il sistema
immorale delle cliniche private. Hanno paura che metta mano al sistema delle
scuole e favorisca quella pubblica a scapito della privata.
Non temono la Bonino radicale, abortista, libertaria e donna, temono
che una volta al potere la fantasia possa fare il resto. Da qui a maciullare lo
stato di diritto il passo è cortissimo: ormai siamo in uno Stato di sopruso che
ha scippato la democrazia del diritto di voto che deve essere libero; mentre «lorsignori»
vogliono un sistema di guarentigie che garantisca privilegi e posti ad uomini
pii e devoti obbedienti. Il Vaticano e la Cei sono avvertiti anche dal
“Foglio”: la guerra è cominciata e non si guarderà in faccia ad alcuno. Anche
Dio diventa un proiettile all’uranio arricchito perché questa volta, come
diceva l’ex avvocato Cesare Previti: “questa volta non
faremo prigionieri”. Paolo Farinella, prete (Micromega 2)
Le radici della fede. Un pezzo di eternità
Dal 15 al 20
febbraio, l'ostensione del corpo di sant'AntonioDal
15 al 20 febbraio, speciale ostensione del corpo di sant’Antonio all’interno della basilica del Santo a Padova. Questa sì che è una
notizia! Anche se, nel coro entusiastico dei più, c’è chi la reputa una notizia
fuori luogo. In un mondo flagellato da terremoti, nel bel mezzo di una crisi
economica, che senso ha un evento così insolito come l’esposizione ai fedeli di
ossa vecchie di ottocento anni?
Un buon motivo per
richiamare due nozioni di storia e fare chiarezza.
Il cristianesimo
affonda le radici nel sangue dei martiri. Sulle loro tombe si celebrava
l’Eucaristia e intorno ai resti mortali di questi fratelli “testimoni della
fede” si radunava la comunità cristiana. Terminate le persecuzioni, a partire dal IV secolo il culto liturgico reso ai martiri
si rivolge anche ai santi, uomini e donne di singolari virtù, intrisi di
Vangelo e operatori di carità. Il santo, secondo l’espressione di Paolino di
Nola (355-431), è un “martire che non stilla sangue”, nel senso che dona la sua
vita per la causa di Cristo in modo totale ma incruento.
Anche il rapporto
particolare con l’aldilà qualifica il santo cristiano:
generalmente la sua festa liturgica è collocata proprio nel giorno della morte
(“dies natalis”: giorno
della nascita alla nuova vita), e il suo corpo è vissuto da chi resta come un
ponte tra terra e cielo. Diversamente dal mondo greco-romano
che aborriva la morte e collocava i defunti nelle “necropoli” (letteralmente:
città dei morti), i corpi dei cristiani sono deposti nei cimiteri
(letteralmente: dormitori) in vista della risurrezione, e quelli dei santi in
luoghi pubblici e accessibili come chiese e basiliche, che divengono ben presto
mete di pellegrinaggio. Nell’antichità la morte è spartiacque tra due
mondi non comunicanti, per i cristiani la “comunione dei santi” amplia la
comunità credente fino al cielo. Tendono alla santità coloro che sulla terra
sono incamminati al cielo, la godono in Dio le schiere dei santi. Senza questo
presupposto non si può capire perché i santi e, quindi, i loro resti
(“reliquia” significa “ciò che resta”: il corpo o parte di esso) sono, ieri
come oggi, percepiti come segno e testimonianza di una vita vissuta in amicizia
con Dio e a servizio degli uomini. Le reliquie rendono il santo vivo e operante
agli occhi degli uomini. Esse, infatti, non hanno valore nella loro
materialità, ma in quanto richiamano un corpo che è
traccia di una vita pienamente cristiana e, quindi, realizzata.
Da qui si comprende
perché la gente si avvicini con fiducia ai santi e alle loro reliquie.
Attraverso di esse un pezzo di eternità entra nella storia e diventa
accessibile. E sono poco convincenti quelle razionalizzazioni che immaginano
una fede pura, senza segni, tutta idee precise e valori
buonisti. La nostra fede si fonda sull’incarnazione, realtà di spessore,
concreta, che non diserta mai la storia. Chi si reca ai santuari ha forse una
fede semplice – ricordiamo che cristianamente la semplicità è un valore – ma sana,
tenace, autentica, creativa. La religiosità dei poveri (e la povertà non è solo quella di beni materiali) non è certamente una
religiosità povera, anzi: lascia spazio all’azione, al gesto, al cuore, chiede
di vedere e di toccare, di sperimentare attraverso un “sentire immediato”.
Questa religiosità (che qualcuno chiama fede) popolare, contiene la grammatica
stessa dell’esperienza religiosa cristiana che “sente”, “prega”, “vive”,
“partecipa”. Perciò, nella sostanza, le sue forme non sono cambiate di molto
attraverso i secoli. La domanda non è perché la gente va in pellegrinaggio, si
reca ai santuari, prega i santi e venera le reliquie. E nemmeno che senso ha,
nel terzo millennio, l’ostensione del corpo di un santo. Si tratta di eventi
che rivitalizzano le radici della fede, che ricompattano e irrorano l’identità
credente, che coniugano di nuovo tradizione e modernità. “La gente del popolo –
scrive il teologo don Paolo Giannoni – attinge alla
rivelazione con la tazza della sua vita: una povertà che invoca, una fiducia
che si affida, un’ammirazione che loda, un senso vivo della mediazione dei
santi che sa che ogni santo – e in modo particolare
sant’Antonio – con la sua vita è un vero e grande commento di Gesù-Vangelo”. Oggi purtroppo è la sete che manca, ma questo
non è un buon motivo per dubitare della tazza con la quale il popolo cristiano
si disseta.
Ugo Sartorio,
direttore editoriale e responsabile “Messaggero di sant’Antonio”
Pubblicati gli Atti del Primo Forum Internazionale su Migrazioni e Pace
NEW
YORK - Nei giorni 29 e 30 gennaio 2009, si tenne ad Antigua, Guatemala, il
Primo Forum Internazionale su Migrazioni e Pace, organizzato dallo Scalabrini International Migration
Network (SIMN). I lavori del Forum sono stati ora pubblicati in due volumi,
uno in spagnolo e uno in inglese. Copie della pubblicazione sono disponibili
presso: SIMN, 27 Carmine Street. Nueva York, NY 10014-4423 - Teléfono: (212) 675-3993 -
E-Mail: secretary@simn-cs.net
Ricordiamo che l'evento si è svolto attorno
alla discussione del tema "Frontiere: Muri o Ponti?" Nei due giorni
del Forum, i 218 partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, azioni e idee
per promuovere una convivenza veramente umana e pacifica nel rispetto dei
diritti umani a livello internazionale e con particolare attenzione verso le Americhe. Tra i partecipanti c'erano rappresentanti di
quasi tutti gli stati americani, rappresentanti di governo e di organizzazioni
internazionali, sociali, ecclesiastiche, centri accademici e dei media,
politici, esperti in materia di migrazione, organizzazioni di
immigrati, migranti e alcuni Premi Nobel della Pace, come la
guatemalteca Rigoberta Menchú,
il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Medici Senza Frontiere e l'UNHCR.
Gli obiettivi del Forum sono stati: Acquisire
e fornire nuove intuizioni sul rapporto tra migrazioni internazionali e i
processi di riconciliazione e di costruzione di processi di pace; Promuovere un
dialogo a alto livello sui processi migratori e la
promozione di una convivenza veramente umana e pacifica per tutti a livello
internazionale tra i premi Nobel per la Pace, i rappresentanti dei governi, le
organizzazioni internazionali e sociali, i centri accademici, i media e i
rappresentanti di organizzazioni di immigrati; Promuovere l'adozione di
politiche di rispetto e protezione dei diritti di tutti i migranti e delle loro
famiglie; Elaborare proposte che impegnano tutti i diversi attori sociali e
politici nella costruzione di una cultura dell'accoglienza, della solidarietà e
della pace; Condividere l'impegno della Chiesa con i migranti, le loro famiglie
e le loro comunità, nel contesto della celebrazione dei dieci anni della
promulgazione del documento Ecclesia in America; Stabilire una rete di appoggio
per la convivenza pacifica tra le comunità di migranti e le comunità locali;
Motivare i partecipanti del Forum a continuare ad essere agenti di cambiamento
socio-culturale e promotori di un mondo più pacifico. (Inform)
Papst: Reif für die Insel, sozusagen
Benedikt XVI. freut sich auf seine
Reise nach Großbritannien. Das sagte der Papst an diesem Montag den englischen
und walisischen Bischöfe im Vatikan. Die Oberhirten halten sich derzeit zu
ihrem Ad-Limina-Besuch in Rom auf. Genaueres über
seine Reise verriet das katholische Kirchenoberhaupt aber nicht. Vielmehr
zählte er auf, welche Fortschritte auf der Britischen Insel in Sachen Glauben
gemacht wurden.
„Auch in Anbetracht des Säkularismus
gibt es in England und Wales ein starkes Zeichen für den Glauben. Ich denke vor
allem an den Enthusiasmus bei den Pilgerreisen zu den Reliquien der heiligen
Therese von Lisieux oder an das Interesse für die
Seligsprechung von Kardinal John Henry Newman, aber auch die rege Teilnahme bei
den kirchlichen Weltjugendtagen.“
Königin Elisabeth II. von England, als
Monarchin auch Oberhaupt der anglikanischen Staatskirche, ist laut britischen
Presseberichten besorgt über das Angebot des Vatikans, für übertrittswillige
Anglikaner eigene kirchliche Strukturen zu schaffen. Den englischen
katholischen Bischöfen sagte der Papst über die entsprechende Apostolische
Konstitution „Anglicanorum Coetibus“:
„Der ökumenische sowie auch der
interreligiöse Dialog sind in England und Wales sehr wichtig, da die
Bevölkerung in sich sehr verschieden ist. Ich bitte aber darum, all jene
anglikanischen Gruppen zu unterstützen, die sich die volle Gemeinschaft mit der
katholischen Kirche wünschen. Ich bin davon überzeugt: Wenn wir sie herzlich
empfangen, dann sind diese Gruppen für die gesamte Kirche ein Segen.“ (rv 1)
Benedikt XVI. – radikal, modern und Buddha-gleich
Gerne wird dem Papst vorgeworfen, er
sei von vorgestern. Dabei ist er von vorvorvorgestern:
Benedikt XVI. verkörpert eine 2000 Jahre alte Tradition und steht deshalb im
Kreuzfeuer. Doch der Papst ist trotz allem nicht nur radikal und modern,
sondern auch ein Fels im Meer der kurzlebigen Trends.
Wir sind nicht Papst und waren es nie,
Gott sei Dank, weder der Autor dieser Zeilen noch Klaus Wowereit oder Dieter
Bohlen, und das ist gut so. Nicht einmal Angela Merkel oder Margot Käßmann waren je Papst und wir Deutschen alle zusammen erst
recht nicht. Der Kalauer, der einmal das Gegenteil behauptete, war eine geniale
Titelzeile auf Seite eins, aber eigentlich doch augenzwinkernder Blödsinn aus
der Witzfabrik der Frankfurter Schule. Wir sind auch keine Franzosen, seit
Joseph Kardinal Ratzinger 1992 in die Académie
Française gewählt wurde.
Doch auch Alexander Smoltczyks schöne
Beobachtung im "Spiegel", dass die Deutschen im April 2005 "den
Glauben an die Gottlosigkeit verloren" hätten, stimmte natürlich nie. Das
so zu empfinden war nur der überwältigenden Erfahrung jener Tage auf dem
Petersplatz geschuldet, als selbst religiös ganz unmusikalische Menschen im
Röcheln von Papst Johannes Paul II. wieder etwas von den Chören der Engel zu
vernehmen meinten. Andere wurden damals mit der Wahl Benedikts XVI. von der
trügerischen Annahme überwältigt, der große Weltkrieg der Völker sei erst damit
endlich an ein Ende gekommen. Diese Euphorien sind
heute aufgebraucht. Jetzt melden sich die Gottlosen wieder zurück, verbissener
als je zuvor zu meinen Lebzeiten und so aggressiv, als gelte es, verlorenes
Terrain zurückzuerobern.
Klar, dass Benedikt XVI. wie von selbst
in das Fadenkreuz ihres Trommelfeuers geraten ist. Er wehrt sich ja nicht. Er
verteidigt sich nicht. Er wird nicht in Talkshows aufkreuzen. Aber es gibt eben
keinen, der dem Furor der gescheiterten linken Sozialingenieure von gestern
aufreizender im Wege steht. Nicht wenige von ihnen sind inzwischen als
Wortpolizisten oder Blockwarte einer neuen Zivilreligion zu Lohn und Brot
gekommen, die (außer Gott) alles anbetet, was der Selbstermächtigung des
Menschen über Leben und Tod und Schicksal dient. Unter ihnen wird der gute alte
Agitprop nun gegen die letzte Bastion in Stellung gebracht, die diesem Projekt
noch widersteht: Kirche und Papst.
Publizistische Sippenhaft ins dritte
Glied retro
Befremdlich für römische Beobachter
bleibt aber, wie leise sich so viele tapfere Helden in Deutschland wegducken
vor den diffamierenden, demagogischen Anwürfen. Hier verfällt sogar die
Bischofskonferenz in ängstliche Schreckstarre - und lässt ihre Presseagentur,
statt mutig die Wahrheit zu sagen, die Schauernachricht noch einmal in jede
Redaktion zwischen Aachen und Passau pumpen, was Joseph Alois Ratzingers
Großonkel (!) im 19. Jahrhundert (!!) einmal über die Juden gesagt habe: eine
Art publizistischer Sippenhaft ins dritte Glied retro.
Kein Wort der Empörung dazu aus Berlin.
In Italien sorgt indes fast jedes Wort
des Papstes von Belang für heftige Debatten in den Zeitungen von links bis
rechts. Die Polen haben in ihrer Identifikation mit ihrem Papst das
Sowjetsystem von Berlin bis zur Beringstraße zum Einsturz gebracht. Der
schlimmste Vorwurf aus Deutschland gegen Papst Benedikt XVI. ist nach Analyse
aller Argumente aber nun wahrhaftig dieser: dass er Deutscher ist (und deshalb
natürlich auch in der Wolle gefärbter Antisemit et cetera,
et cetera). Dass Engländer diesen Vorwurf gleich nach
der Wahl erhoben haben, ist selbstverständlich. Doch dass er nun im Land der
Reformation ventiliert wird, darüber können sich in
Rom oder Warschau oder Paris viele nur noch verwundert oder erschrocken die
Augen reiben. In Deutschland darf man sich nicht mit dem Papst solidarisieren.
Er ist der modernste Pontifex, den es
jemals gab, sein gelehrter Scharfsinn weltberühmt, seine Doktrin der Trennung
von Kirche und Staat radikal, er ist ein Buddha auf dem Sessel Petri, er ist
der Papst, der sich wie kein anderer tief mit dem Glauben der Juden beschäftigt
hat, er ist der ökumenischste, den wir vielleicht je haben werden (doch nicht
zum Nulltarif), auch wenn das viele - falls jemals - wohl erst beim nächsten
Papst aus China oder Brasilien begreifen werden. Doch er ist ein Deutscher.
Aua! Deshalb muss jetzt hier einmal kurz über seinen Glauben geredet werden.
Lauter spukende Zeitgeist
Denn Katholiken glauben nicht nur an
einen einzigen Gott. Sie glauben zudem, als Konsequenz dieser Überzeugung, dass
es Wahrheit gibt. Und zwar eine Wahrheit, also nicht zwei, drei, vier oder
unzählige. Und was wahr ist, kann nicht gleichzeitig unwahr sein; auch dreiste
Wiederholungen machen Lügen nicht wahr. Den Glauben an die Existenz einer
Wahrheit teilen fromme Katholiken im Übrigen mit frommen Juden und frommen
Muslimen, und zumindest das katholische Credo muss dank der Religionsfreiheit
heute keiner mehr teilen. Denn in unserer Weltgegend ist diesem Glauben an die
Wahrheit in der Moderne ja das Bekenntnis des großen Katholiken Alexis de
Tocqueville zur Seite getreten, der als Zeitgenosse von Karl Marx zu der
Erkenntnis kam: "Ich glaube, ich würde die Freiheit in allen Zeiten
geliebt haben. In der Zeit aber, in der wir leben, fühle ich mich geneigt, sie
anzubeten."
Dennoch macht ihr rigider Umgang mit
der Wahrheit die katholische Kirche auch weiterhin ein wenig ungeschmeidig
gegenüber all denen, die heute eine und morgen eine andere Meinung haben und
vertreten, weil es ihrer Ansicht nach ja keine allgemeingültige Wahrheit gibt.
Nur lauter spukende Zeitgeister. Da spuken sie eben mit. Gestern Kommunist,
morgen Buddhist, übermorgen vielleicht einmal Mondanbeter. Es ist irgendwie
auch menschlich, allzu menschlich. Weniger human ist allerdings der
inquisitorische Furor, mit dem hier bei jeder neuen Wende und Kurve wieder
Vollgas gegeben wird.
Ich muss nicht ausführen, dass es zwei unkompatible Welten sind, die sich da gegenüberstehen. Wo
Glaubende an der Wahrheit (selbst wo sie zum Teil noch verborgen ist) als einer
tief verankerten Seinsweise lehnen, fehlt echten
Atheisten dieser ruhende Pol. Sie können sich letztlich an nichts anlehnen,
weil nichts zuverlässigen Bestand hat. Sie möchten auf der richtigen Seite
sein, diesmal, endlich einmal. Das ist es, was sie umtreibt, und das ist nicht
ungefährlich. Es ist genau das, wovor Joseph Kardinal Ratzinger am Vorabend
seiner Wahl zum Papst warnte, als er eine drohende "Diktatur des
Relativismus" beschwor. Denn wer den Unterschied zwischen der Wahrheit und
der Lüge einebnen will, wird auch andere Unterscheidungen einebnen wollen.
Warum denn nicht? Kann man doch alles sagen. Alles ist relativ. Es gibt keine
Wahrheit. Es gibt nur die, die sich anmaßen, es gäbe sie.
Er ist 2000 Jahre alt, er ist Petrus
Was wird dem Papst vorgeworfen? Dass er
nicht genug gesagt und getan habe in Auschwitz, in Jerusalem? Was ist genug?
Soll er sich aufgeben und in Dienst nehmen lassen als düsterer Ministrant eines
Ritus, in dessen Mitte die totalitäre Apokalypse steht? Die Wahrheit ist: Nicht
die katholische Kirche hat den verbrecherischen Zivilisationsbruch des
vergangenen Jahrhunderts begangen oder auch nur zu verantworten, sondern die
neuen Heiden à la mode des 20. Jahrhunderts. Diesem
blubbernden Becken entsteigt aber auch heute der Hass auf den Papst, der
genauso duftet wie der Hass, den schon die Nazis gegen Pius XII. hegten.
Denn Benedikt XVI. stört. Darum wird er
als Taliban beschimpft. Sei's drum. Doch dann musste ich lesen, der Mann aus
Bayern sei nicht nur Deutscher, sondern auch "von vorgestern", und da
wurde es endgültig lächerlich. Ach, Jungs, er ist doch kein Mann von
vorgestern. Er ist von vorvorvorvorgestern. Er ist
2000 Jahre alt. Er ist Petrus. Er ist Galiläer und stammt aus Bethsaida am See. Darum versöhnt er die katholische Kirche
so radikal mit ihrer authentischen, apostolischen, trotz aller Brüche letztlich
ungebrochenen Tradition, zurück zu ihrem Ursprung in Jesus von Nazareth, der
von sich gesagt hat: "Ich bin der Weg, die Wahrheit und das Leben."
Wer das nicht versteht, hat von der
katholischen Kirche nichts verstanden. Benedikt XVI. hat sich mit Haut und Haar
der ewigen Wahrheit des barmherzigen Gottes verschrieben, für den er auch
sterben wird wie sein Vorgänger. Er ist ein Mann von vorvorgestern und von
überübermorgen. Wie viele Imperien sind in den letzten 2000 Jahren zerbröselt?
Der Papst bleibt. Petrus ist der Fels in dieser Welt. Paul Badde
DW 1
Missbrauch in der katholischen Kirche. Das Schweigen der Hirten
Berlin. Im Herbst 2002 mochten auch die
deutschen Bischöfe nicht länger wegsehen. Nach einer Serie von
Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche sahen sich die Hirten gezwungen,
hierzulande zu reagieren. Gerade erst war im Vatikan, ausgelöst durch
beschämende Skandale in den USA, ein Krisengipfel zuende
gegangen. Weil auch deutsche Priester immer wieder in die Schlagzeilen geraten
waren, beschloss die Bischofskonferenz, zu handeln. Sieben Jahre nach ihren
Amtskollegen aus den Niederlanden, sechs Jahre nach Österreichs Bischöfen und
eineinhalb Jahre nach ihren südafrikanischen Glaubensbrüdern veröffentlichten
sie Leitlinien zum "Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger in
der katholischen Kirche".
Auf den ersten Blick las sich das
Regelwerk beeindruckend. "Die Fürsorge der Kirche gilt zuerst dem
Opfer", hieß es unmissverständlich in dem etwas anderen Hirtenbrief. In
allen Bistümern würden künftig zentrale Anlaufstellen für Missbrauchsopfer geschaffen;
diese werde man "im Einzelfall" auch finanziell unterstützen. Die
Täter dagegen werde man kirchenintern maßregeln, gegebenenfalls auch die
staatlichen Strafverfolgungsbehörden einschalten. Nie mehr würden die
gefallenen Priester "in Bereichen eingesetzt, die sie mit Kindern und
Jugendlichen in Verbindung bringen". So weit die
Theorie.
Was in der Praxis von den hehren
Leitlinien zu halten ist, wurde fünf Jahre später im Herrschaftsgebiet des
Regensburger Bischofs Gerhard Ludwig Müller deutlich. Dieser hatte 2004 seinem
Pfarrer Peter K. die 800-Seelen-Gemeinde Riekofen bei
Regensburg überantwortet. Was er für sich behielt: K. war vier Jahre zuvor
wegen sexuellen Missbrauchs verurteilt worden. Als die Sache 2007 aufflog, weil
K. sich erneut an Minderjährigen vergriffen hatte, rechtfertigte sich Bischof
Müller mit einem Gutachten, wonach der Pfarrer als geheilt von seiner
pädophilen Neigung galt. Dass Fachleute Pädophilie für unheilbar halten, war
ihm wohl entgangen.
Ein Einzelfall? Eher nicht. Im Zuge des
Missbrauchs-Skandals am Berliner Canisius-Kolleg
wurde in Berlin ein neuer Vertuschungsfall bekannt. Diesmal an der katholischen
Kirchengemeinde Heilig Kreuz in Hohenschönhausen. Deren Gemeinderat erfuhr erst
jetzt, dass ihr Priester sich 2001 an einem Kind vergangen haben soll. Berlins
Erzbischof Georg Kardinal Sterzinsky war schon im Juli 2009 informiert und
suspendierte den Geistlichen - aus "gesundheitlichen Gründen".
Fälle wie diese sind es, die Bernd Hans
Göhrig, den Geschäftsführer des ökumenischen
Netzwerks "Kirche von unten" grundsätzlich skeptisch stimmen, ob
Deutschlands katholische Bischöfe tatsächlich an Aufklärung interessiert sind. Göhrigs Initiative hatte schon 2002 "schwerwiegende
Zweifel" an den Leitlinien der Ober-Hirten angemeldet. Diese seien
vorwiegend "täterorientiert" und ermöglichten Kirchen sogar die
Strafvereitelung. Im Jahr 2007 wiederholte die Initiative ihre Kritik und wies,
nach etlichen weiteren Skandalen, nachdrücklich darauf hin, dass sexuelle
Gewalt bei den Katholiken "ein strukturelles Problem" sei. Die
Einwände wurden gehört - und dann beiseite gewischt.
Dabei liegt das Problem nach Göhrigs Dafürhalten auf der Hand. Anders als oft behauptet
sei der Zölibat - also die erzwungene sexuelle Enthaltsamkeit von Priestern -
nicht so sehr Ursache für die stetige Wiederkehr von Missbrauchs-Skandalen.
Vielmehr begünstige "das System katholische Kirche" mit seinen
festgefahrenen Machtstrukturen die sexuelle Gewaltausübung von geweihten
Amtsträgern. Unter Glaubensbrüdern herrsche nach wie vor ein
"Korpsgeist", der dazu führe, das einer den
anderen decke.
Ähnlich sieht es Sigrid Grabmeier,
Sprecherin von "Wir sind Kirche". Sie bezweifelt, dass die Kirche
über ausreichende Selbstreinigungskräfte verfügt. Zwar wurden mit den Leitlinien
von 2002 in allen Bistümern Anlaufstellen für Missbrauchsopfer geschaffen. Nur
säßen dort zumeist selbst Verantwortliche in Priesterrobe, sagte Grabmeier der
Frankfurter Rundschau. "Das sind Brüder im Amt - da pinkelt man sich nicht
ans Bein." Seit Jahren fordern die kircheninternen Kritiker unabhängige Ombusleute wie Ärzte, Juristen oder Therapeuten. Mit
mäßigem Erfolg.
Um die Katholiken zum Umdenken zu
zwingen, sammelt der ehemalige Ministrant Norbert Denef
seit geraumer Zeit im Internet Unterschriften. Sein Ziel: Er will vor dem
Europäischen Menschenrechts-Gerichtshof eine Aufhebung der im deutschen
Zivilrecht gültigen Verjährungsfrist für sexuellen Missbrauch erreichen. Dann
hätten Opfer ein Recht auf Entschädigung. Denef war
als Kind von Priestern missbraucht worden und stritt mit dem Bistum Magdeburg
jahrelang um ein angemessenes Schmerzensgeld. 25000 Euro wollten die
Kirchenmänner ihm zunächst zahlen, aber nur, wenn er "alles
unterlasse", um das Thema publik zu machen. Das war im November 2003 - ein
Jahr, nachdem die Bischöfe ihre Leitlinien vorgestellt hatten. JÖRG SCHINDLER
FR 2
Kasper: „Von Altorientalen lernen“
Wenn das Stichwort „Ökumene“ fällt,
denkt man im Vatikan nicht nur an die Gespräche mit den orthodoxen und protestantischen
Kirchen. Ein wichtiger Gesprächspartner sind auch die so genannten
altorientalischen Kirchen im Nahen und Mittleren Osten: Dazu gibt es die
Gemischte Kommission für den theologischen Dialog zwischen den
orientalisch-orthodoxen Kirchen und der römisch-katholischen Kirche. Für die
katholische Kirche hat Kardinal Walter Kasper in den letzten Tagen an der
jährlichen Dialog-Tagung im Libanon teilgenommen. Gegenüber Radio Vatikan
berichtet er an diesem Montag über die Begegnung mit Kirchen, die trotz
1.500-jähriger Trennung eine mit der katholischen Kirche ähnliche
Kirchenstruktur teilen.
„Es war überaus interessant auch für
mich zu sehen, wie Kirchen, die außerhalb des damaligen Römischen Reiches
lebten – in Persien, Armenien oder Indien – nur auf indirekte Art und Weise mit
Rom in Gemeinschaft waren. Aber es war doch eine brüderliche Gemeinschaft des
gemeinsamen apostolischen Glaubens, den wir bis heute bewahrt haben.“ (rv 1)
Imam-Ausbildung. "Auf dem Boden des Grundgesetzes"
Religionspädagoge Bülent Ucar über die
Ausbildung islamischer Theologen in Deutschland. Bülent Ucar, geboren 1977 in
Oberhausen, ist seit 2007 Professor für "Islamische
Religionspädagogik" an der Universität Osnabrück. Er hat in Bonn und
Bochum Islamkunde studiert und an Schulen "Islamische Unterweisung"
unterrichtet.
Herr Ucar, wo sonst noch, außer in
Osnabrück, werden an unseren Universitäten islamische Religionslehrer für
deutsche Schulen ausgebildet?
Inzwischen gibt es auch Studienangebote
an den Universitäten in Erlangen und Münster. Wenngleich noch nicht in der
wünschenswerten personellen Stärke. Für die Koranexegese, die übrige
Überlieferung, das Arabische, die Religionspädagogik, Fachdidaktik und die
christlichen Theologien sind jeweils fünf bis sechs Lehrstühle nötig. Wichtig
ist nicht die Zahl der Standorte, sondern ihre breite Fachkompetenz.
Wie viele Pädagogen sind nötig, um
einen bekenntnisorientierten Religionsunterricht zu gewährleisten?
Einen Muster-Lehrplan für
bekenntnisorientierten Religionsunterricht hat Bülent Ucar zudem für das
nordrhein-westfälische Schulministerium erarbeitet. H.H.
Mindestens 900 000 Schüler bundesweit
wollen einen islamischen Religionsunterricht. Für sie braucht man zwei- bis
dreitausend Lehrer.
Bekenntnisunterricht findet hierzulande
immer in Absprache zwischen dem Staat und der jeweiligen Religionsgemeinschaft
statt. Wer ist der Ansprechpartner für den Staat auf muslimischer Seite?
Bislang gibt es keine vom Staat
anerkannten Stellen. Die Behörden wollen echte Religionsgemeinschaften als
Partner und keine aus dem Ausland ferngesteuerten Organisationen. Gleichwohl
kann man die heutigen Spitzenverbände nicht ausklammern, solange sie über die Moscheegemeinden verfügen. Sie sollten also auch in den vom
Wissenschaftsrat empfohlenen "Beiräten" der Universitäten Platz
finden. Führend müssen in diesen Beiräten aber international anerkannte
Theologen sein.
Die bisherigen Spitzenverbände geraten
oft in den Verdacht einer Fremdsteuerung aus dem Ausland. Sehen Sie Chancen für
eine Vertretung der deutschen Moscheegemeinden, die
von der lokalen Basis legitimiert wird?
Das türkische Religionsministerium
beispielsweise hat kein Interesse an einer deutschen Prediger- oder Imam-Ausbildung.
Es entsendet und finanziert vielmehr Imame als türkische Staatsbeamte. Wenn das
anders werden soll, muss der deutsche Staat bodenständige, demokratische und
transparente Organisationen aktiv fördern.
Ist das Koranstudium zwingend ans Arabische
gebunden oder auch in anderen Sprachen genauso gut möglich?
In der Türkei wird islamische Theologie
auf Türkisch, im Iran auf Persisch, in Deutschland auf Deutsch gelehrt und
gelernt. Der Student muss allerdings Arabisch beherrschen, um die grundlegenden
Texte zu verstehen.
Dürfen auch Frauen islamische
Religionslehre unterrichten?
Ihnen steht die Ausbildung und Ausübung
des Lehramts für islamische Religionspädagogik offen. Lediglich der Imam in der
Moschee ist immer ein Mann.
Lehrer müssen auf das Grundgesetz
schwören. Ist die muslimische Religion mit unserer Verfassung vereinbar?
Die Lehre an Schule und Hochschule ist
ohne Wenn und Aber an das Grundgesetz gebunden. Das schließt nicht aus,
theologische Einzelfragen offen und kontrovers, also akademisch zu erörtern,
selbstverständlich immer auf dem Boden des Grundgesetzes. Interview: Hermann Horstkotte FR 2
Deutschland/Schweiz: Datenklau mit oder ohne Segen?
Es ist eine heikle Frage: Sollte der
Staat illegal erworbene Bankdaten aus der Schweiz ankaufen, um damit
Steuerbetrüger zu überführen? Die katholische Kirche in Deutschland zeigt sich
in ihrer Haltung gespalten. Ein Informant hat dem Bundesfinanzministerium für
2,5 Millionen Euro die Daten von 1.500 Steuersündern mit Schweizer Konten zum
Kauf angeboten. Experten zufolge könnten damit nachträglich 100 Millionen Euro
Steuern eingetrieben werden.
Der Augsburger Weihbischof Anton Losinger spricht von Hehlerei und verweist auf das
Rechtsstaatsgebot - doch der Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke hält den
Ankauf der Daten unter bestimmten Bedingungen durchaus für möglich. Der
„Bild“-Zeitung sagte Jaschke, der Staat sei verpflichtet, Schaden von der
Gesellschaft abzuwenden. Losinger dagegen meinte im
Deutschlandradio, der Zweck heilige nicht die Mittel. Wenn man eines Tages auf
die Idee käme, man könnte mit Folter Gewaltverbrechen aufdecken und eventuell
Geiseln befreien, „wo ist dann die Grenze, wenn der Staat sich an das Prinzip
der Rechtsstaatlichkeit nicht mehr hielte?“ kna 1
Theologiestudium. Moralpredigt von höchster Stelle
Die theologischen Fachbereiche der
christlichen Konfessionen scheinen sich mit einem Mauerblümchendasein an den
Universitäten abzufinden - statt die wechselseitig inspirierende Zusammenarbeit
mit anderen zu suchen. Das kritisiert der Wissenschaftsrat in seinen
Empfehlungen zur Weiterentwicklung der geistlichen Disziplinen.
Er führt die Selbstgenügsamkeit darauf
zurück, dass die vom Staat eingerichteten und bezahlten Professuren
grundsätzlich durch Verträge mit dem Vatikan oder der Evangelischen Kirche in
ihrem Bestand abgesichert sind. Mangels Nachfrage haben sich die Partner aber
zum Beispiel in Bamberg und Passau 2007 darauf geeinigt, den katholischen Lehr-
und Forschungsbetrieb auf eine Handvoll Lehrstühle zu reduzieren. Während
Kernfächer wie die Dogmatik bei unvermeidlichen Stellenstreichungen auch an
anderen Standorten meist ungeschoren bleiben, werden sogenannte
"Randfächer" wie die Christlichen Archäologie am ehesten geopfert -
obwohl sie eine direkte Verbindung in andere Disziplinen, zum Beispiel zur
Geschichte der Antike haben. Bei der Neubesetzung von Lehrstühlen vermisst das
oberste Ratgebergremium der Hochschulpolitik oft ein
ausreichendes Verständnis für die "Zeichen der Zeit", also etwa eine
Erweiterung der "Missionswissenschaften" auf "außereuropäische
Theologien".
Die fachliche Horizonterweiterung ist
schon deshalb unvermeidlich, weil die meisten der gut 40 000
Theologie-Studenten Religion als Zweit- oder Drittfach für den Lehrerberuf oder
im Bereich der sozialen Arbeit mitnehmen. Weit weniger als die Hälfte wollen
Volltheologen (im Erstfach) werden. Ihnen genügt womöglich ein
Bachelor-Abschluss. Aber die Umstellung auf die neuen internationalen
Studiengänge kommt in den Theologien langsamer voran als in den anderen Kulturwissenschaften.Die akademische Nachwuchsausbildung
stagniert bei jeweils hundert Doktoren der beiden großen Bekenntnisse. Der neue
Weg der Hochschullehrer-Qualifizierung über Juniorprofessuren wird links liegen
gelassen. Üblich ist nach wie vor die traditionelle Habilitation. Über das
Bestehen entscheiden nicht zuletzt die Kirchen mit.
Der Wissenschaftsrat fordert die
Gottesdiener aber nachdrücklich auf, auf dieses Recht zu verzichten. Die
Habilitation sei eine rein akademische Angelegenheit und keine Frage des wahren
Glaubens. Die Moralpredigt von höchster Warte fällt diesmal unverblümter aus
als sonst üblich. HERMANN HORSTKOTTE FR 2
Haiti: Angst vor Kinderhändlern
In Haiti geht die Angst vor
Kinderhändlern um. In Heimen sei die Lage katastrophal und spitze sich weiter
zu, berichten Helfer und Experten. Am Wochenende wurden zehn US-Bürger
verhaftet, die offenbar mehr als dreißig Kinder außer Landes bringen wollten -
nach Angaben des haitianischen Sozialministers Yves Christallin
konnten die an der Grenze zur Dominikanischen Republik Festgenommenen weder
Ausreisedokumente noch Adoptionsurkunden vorweisen. Auch lägen keine Beweise
dafür vor, dass die Kinder wirklich Waisen seien. Die Beschuldigten weisen die
Vorwürfe zurück. Man habe die Kinder nur vorübergehend in einem Hotel in der
Dominikanischen Republik unterbringen wollen.
Unter großem Sicherheitsaufgebot hat
unterdessen das Welternährungsprogramm (WFP) der UNO am Sonntag in Haiti mit
der Verteilung von Lebensmitteln begonnen. Soldaten der UNO-Mission und der
US-Armee sowie einheimische Sicherheitskräfte überwachen die Aktion. Auch das
Internationale Rote Kreuz hilft mit, wie uns dessen Mitarbeiter vor Ort,
Tommaso Della Longa, sagte.
„Die allgemeine Lage hat sich eindeutig
verbessert. Wir vom Roten Kreuz konnten innerhalb einer Woche etwa 10.000
Familien erreichen und ihnen helfen. Täglich verteilen wir rund eine Million
Liter Wasser; außerdem haben wir zwei Krankenhäuser aufbauen können. Doch die
große Schwierigkeit steht uns erst noch im Juni bevor, wenn die Regenzeit
beginnt.“ (dw/afp/reuters 1)
Dialog stockt. Piusbrüder greifen den Papst an
Rom. Der Vatikan tut sich schwer mit
der von Papst Benedikt XVI. angestrebten Aussöhnung mit den erzkonservativen
Piusbrüdern. Der Dialogprozess stockt erheblich. Bischof Williamson, der sich
im April in Regensburg wegen Volksverhetzung vor Gericht verantworten muss,
leugnet den Holocaust weiter.
Vor etwas mehr als einem Jahr hatte der
Papst ein Dekret unterzeichnet, das im Vatikan zunächst als Meilenstein der
innerkirchlichen Aussöhnung betrachtet wurde. Mit seiner Unterschrift hob
Benedikt XVI. die Exkommunikation der vier sogenannten Lefebvre-Bischöfe auf,
die zur Piusbruderschaft gehören. Erst drei Tage später wurde der Beschluss
veröffentlicht - und löste weltweit einen Sturm der Empörung aus. Denn
unterdessen war auch ein Interview eines der vier Bischöfe bekannt geworden,
das dieser einem schwedischen Fernsehsender gegeben hatte. Darin hatte der Brite
Richard Williamson einmal mehr den Holocaust geleugnet.
Oberstes Ziel ist die Einheit - In Rom
aber hielt man an dem Beschluss fest - im Sinne der Einheit der Kirche, die
schon dem Kardinal Joseph Ratzinger wichtiger gewesen war als die politisch-weltanschaulichen
Ansichten der Piusbruderschaft, die kirchenrechtlich als irrelevant gelten.
Zwar räumte der Papst später Kommunikationspannen ein, doch treibt er die
Aussöhnung weiter voran. Alle zwei Monate treffen sich Delegierte beider Seiten,
um über die heikle Annäherung zu beraten.
Doch die Gespräche sind schwierig.
Würdigte man in Rom nach dem ersten Treffen noch das "herzliche und
vertrauensvolle Klima", wurde über das zweite im Januar kaum etwas
bekannt. Benedikt sagte lediglich vor der Glaubenskongregation, er
"vertraue" darauf, dass die Differenzen überwunden werden könnten,
die seitens der Piusbruderschaft einer "vollen Gemeinschaft mit der
Kirche" im Wege stehen. Dass das just zwei Tage vor seinem ersten, von Spannungen
überschatteten Besuch in der Römer Synagoge erfolgte, sorgte für neue
Aufregung. Wegen seiner umstrittenen Entscheidung, die Seligsprechung von Pius
XII. voranzutreiben, blieben jüdische Würdenträger dem Treffen fern.
Zwar fand Benedikt dann in der Synagoge
versöhnliche Töne, die in Italiens jüdischen Gemeinden positiv aufgenommen
wurden, die Piusbruderschaft aber kritisierte den Besuch scharf. Benedikt sei
von der "Lehre der Apostel Petrus und Paulus" abgewichen, denn seine
Rede habe keinen Aufruf zur Missionierung der Juden enthalten, ließ man
verbreiten. Die Piusbruderschaft lehnt den Dialog mit anderen christlichen
Gemeinschaften und anderen Religionen ab und erkennt die Beschlüsse des Zweiten
Vatikanischen Konzils nicht an.
Williamson selbst, der nach seiner Ausweisung
aus Argentinien wieder in London lebt, hat die Gespräche mit dem Vatikan jüngst
sogar als "Gespräch unter Taubstummen" bezeichnet. Den Holocaust
leugnet er weiter, wie der Spiegel berichtet. "Tatsache bleibt, dass die
sechs Millionen Vergasten eine Riesenlüge darstellen", soll er jüngst in
einer E- Mail geschrieben haben. Auch innerhalb der eigenen Bruderschaft ist
der Bischof umstritten, doch wagt man es nicht ihn auszuschließen - aus Angst,
er könne eine neue Gegenkirche gründen.
Ab Mitte April muss sich Williamson in
Regensburg wegen Volksverhetzung vor Gericht verantworten, da das Interview mit
dem schwedischen Sender im bayrischen Zaitzkofen
geführt worden war. Ob er zu dem Verfahren erscheinen wird, ist fraglich.
KORDULA DOERFLER FR 1
Religion an der Uni. Politiker begrüßen Islam als Uni-Fach
Experten sehen in den Empfehlungen des
Wissenschaftsrates zur Ausbildung von Imamen einen großen Forschritt
für die Integration. Bisher scheiterte die Verankerung islamischer Theologie an
den Universitäten und bekenntnisorientierter Religionsunterricht für
muslimische Kinder stets an der Vielfalt des Islams.
Von Andrea Dernbach
Berlin - Die Forderung des
Wissenschaftsrats, islamische Theologie als Fach an den deutschen Hochschulen
zu verankern, stößt auf Zustimmung aus allen politischen Lagern. Zustimmend
äußerten sich neben Grünen-Chef Cem Özdemir und SPD-Bildungspolitikern auch die
muslimischen Verbände, die Türkische Gemeinde und mehrere CDU-Politiker,
darunter Bundesbildungsministerin Annette Schavan. Nordrhein-Westfalens
Integrationsminister Armin Laschet (CDU) sagte
dem Tagesspiegel: „Wir brauchen mehr Imame, die unserer Gesellschaft
entstammen und an deutschen Universitäten ausgebildet werden. Imame, die
ohne Deutschkenntnisse wie Diplomaten für wenige Jahre aus der Türkei einreisen
und die deutsche Gesellschaft nicht kennen, passen nicht mehr in die Zeit einer
modernen Integrationspolitik. Deshalb muss der Vorschlag des Wissenschaftsrats
bald umgesetzt werden.“
Der Wissenschaftsrat, das wichtigste
Beratungsgremium zur Wissenschaftspolitik, wird am Montag seine Empfehlungen
zur Reform der Universitätstheologie und Religionswissenschaft vorstellen. Die
Einrichtung von Zentren islamisch-theologischer Forschung bezeichnet der
Wissenschaftsrat darin als „vordringlich“ und schlägt vor, sie zunächst an zwei
bis drei Universitäten einzurichten, die bereits über einen
religionswissenschaftlichen Schwerpunkt verfügen.
Einen Durchbruch in der seit Jahren
festgefahrenen Debatte um die Rolle des Islam im deutschen
Religionsverfassungsrecht könnte der Vorschlag des Wissenschaftsrats für die
Einbeziehung der muslimischen Religionsgemeinschaften selbst sein – das
Grundgesetz schreibt dies vor. Das Gremium, in dem neben Hochschulpolitikern
und Wissenschaftlern auch Vertreter des Bundes und der für die Kulturpolitik
zuständigen Länder sitzen, schlägt dafür nämlich Beiräte vor, die die gesamte
Breite des muslimischen Spektrums repräsentieren und jederzeit offen für
Vertreter weiterer Richtungen sein sollen. Zudem soll sich an jeder Universität
ein eigener Beirat bilden. Nach fünf Jahren werde man dann prüfen, welches
Modell sich bewährt hat.
Bisher scheiterte die Verankerung
islamischer Theologie an den Universitäten und bekenntnisorientierter
Religionsunterricht für muslimische Kinder stets an der Vielfalt des
Islams; die Kultusbehörden verwiesen darauf, dass ihnen ein klarer
Ansprechpartner fehle. Der Wissenschaftsrat empfiehlt nun die in einzelnen
Städten und Regionen bereits existierenden Beiräte ausdrücklich als
Möglichkeit, das Problem zu lösen.
Darin sieht die Berliner
Islamwissenschaftlerin Riem Spielhaus einen großen Fortschritt. „Es ist gut,
dass der Wissenschaftsrat auch ausdrücklich den Koordinationsrat der Muslime
als Ansprechpartner akzeptiert. Er ist schließlich die einzige Vertretung der
organisierten Muslime“, sagt Spielhaus, die seit langem in der islamischen
Seelsorgeausbildung engagiert ist und derzeit am „Centre
for European Islamic Thought“ der Theologischen Fakultät der Universität
Kopenhagen forscht. „Wichtig wird es auch sein, bei den
Beiräten lokale Initiativen – die es etwa in Erlangen gibt
– einzubinden. Und natürlich müssen die religiösen Ansprechpartner des
Staates auch die ganze Vielfalt des Islams repräsentieren.“ Es sei „
allerhöchste Zeit, dass sich die deutschen Hochschulen da öffnen“. Ideen dazu
gebe es freilich schon lange, auch an den Universitäten selbst. Der inzwischen
emeritierte Islamwissenschaftler an der Humboldt-Universität Peter Heine
verwies im Gespräch mit dem Tagesspiegel darauf, dass schon in den 90er-Jahren
muslimische Organisationen ihn um Hilfe zur Einrichtung gebeten hätten.
Seinerzeit sei das aber am Desinteresse auch der Universität gescheitert. tsp 1
Mahnung gegen den Antisemitismus
Bischof Algermissen
am Holocaust-Gedenktag in Pax-Christi-Kirche Essen
Essen/Fulda. Der Fuldaer Bischof Heinz
Josef Algermissen rief am Holocaust-Gedenktag, 27.
Januar, in Essen zu einer permanenten Aufarbeitung der jüngsten Vergangenheit
auf. In einem Pontifikalamt in der Pax-Christi-Kirche am 65. Jahrestag der
Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz hinterfragte der Oberhirte, wie
nachhaltig Deutschland und Europa aus der alle Maßen übersteigenden Katastrophe
gelernt hätten. Immer wieder flackere der Antisemitismus auf. Auch in
Deutschland werde er deutlich sichtbar. „So liegt weiterhin ein langer Weg der
Läuterung und der Auseinandersetzung vor uns. Gehen wir ihn miteinander“,
forderte der Bischof auf.
In seiner Predigt hatte Bischof Algermissen zuvor betont, daß
Auschwitz wie kein anderer Ort für den größten Genozid in der Geschichte der
Menschheit stehe, die Vernichtung von rund sechs Millionen Juden. „In Auschwitz
ist unsere Zivilisation in furchtbarer Weise mit dem Abgrund ihrer eigenen
Möglichkeiten konfrontiert worden. Der Schrecken über das Ausmaß des Bösen, das
dort begangen wurde, hält uns bis heute gefangen. Noch immer haben wir für
dieses Verbrechen, das die hebräische Sprache als ‚Schoa’
bezeichnet, kein angemessenes deutsches Wort gefunden.“ Dem bekannten Ausspruch,
nach Auschwitz könne es keine Dichtung mehr geben, liege die Erfahrung dieser
Unfähigkeit zugrunde, mit den Mitteln der Sprache das Geschehen von Auschwitz
und dessen andauernde Folgen für das Selbstverständnis des Menschen, für
Zivilisation und Gesellschaft angemessen zu fassen. Gerade die Überlebenden
selbst aber hätten sich immer wieder auf die Suche nach einer Sprache begeben,
die diesem Menschheitsverbrechen Ausdruck verleihen könnte.
Das deutsche Volk habe lange gebraucht,
sagte der Bischof, um sich der Verantwortung „für das monströse Verbrechen zu
stellen, das von Deutschen und im deutschen Namen begangen wurde“. Bis heute
seien Mechanismen der Verdrängung wirksam. Zweifellos sei es richtig, die
Vorstellung einer Kollektivschuld abzulehnen. „Wahr ist aber auch, daß sich weit mehr Deutsche persönlich schuldig gemacht
haben, als ihre Mitschuld einzugestehen bereit waren.
Schuld tragen nicht allein die Täter vor Ort und die politische Führung. In
verschiedenen Graden haben auch die Mitläufer und alle diejenigen, die
weggesehen haben, Mitschuld auf sich geladen.“
Den 27. Januar zu begehen, sei für
Christen eine Verpflichtung, stellte Algermissen
heraus. „Wir handeln als solche, die nicht davon lassen können,
Menschengeschichte immer auch vor das Angesicht Gottes zu stellen in aller
Ratlosigkeit und mitunter ohne Antwort.“ Vielleicht liege die Hauptaufgabe
christlicher Erinnerung darin, die Wunden offen zu halten, nicht zu versuchen,
das Unvorstellbare plausibel zu machen, den Abgrund zuzuschütten. Es folge
daraus, daß christliche Erinnerung letztlich
unspektakulär Widerstand leiste gegen eine schleichende kulturelle Amnesie, in
der es nur noch Siegertypen geben dürfe und keine Opfer mehr vorkommen könnten.
„Wenn namhafte Theologen heutzutage als Charakteristikum unserer Gesellschaft
die Gottes-Amnesie, die Gottvergessenheit, ausmachen, bedeutet das nicht auch, daß dort, wo Gott vergessen wird, auch der Mensch, der
erniedrigt, entwürdigt und entmenschlicht wurde, vergessen ist?“
Ein solches Erinnern aus dem Glauben an
einen mitleidenden Gott wisse auch um die dunklen Seiten Gottes, die nicht
einfach erklärt werden könnten. Der Schrei des Gottessohnes am Kreuz „Mein
Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?“ sei nicht unmittelbar
beantwortet worden. Die Frage des Karfreitags treffe sich mit so vielen Fragen
der Menschen in Verzweiflung und Angst. „Seitdem können wir mit unseren
furchtbaren offenen Fragen leben – in der Hoffnung, daß
sie im Licht des Ostermorgens beantwortet werden.“ Christliches Erinnern lebe
letztlich aus der Hoffnung, daß nur Gott selbst die
Tränen abwischen könne und daß nur ER selbst am Ende
Richter sei. „Es ist jene Hoffnung, die uns heißt, den Blick auf den
Gekreuzigten zu richten – trotz allem.“
Es stelle sich auch der katholischen
Kirche die Frage von Mitverantwortung, so der Bischof weiter. Das
Schuldbekenntnis der Kirche, vor aller Welt am 12. März 2000 von Papst Johannes
Paul II. ausgesprochen, enthalte auch das „Schuldbekenntnis im Verhältnis zu
Israel“: „Laß die Christen der Leiden gedenken, die
dem Volk Israel in der Geschichte auferlegt wurden. Laß
sie ihre Sünden anerkennen, die nicht wenige von ihnen gegen das Volk des
Bundes und der Verheißung begangen haben.“ Während seiner anschließenden
Pilgerreise nach Israel habe der Papst am 23. März 2000 in der Gedenkstätte Yad Vashem dieses Bekenntnis
vertieft und es dann symbolkräftig an der Klagemauer hinterlegt: „Als Bischof
von Rom und Nachfolger des Apostels Petrus versichere ich dem jüdischen Volk, daß die katholische Kirche, motiviert durch das biblische
Gesetz der Wahrheit und der Liebe und nicht durch politische Überlegungen,
tiefste Trauer empfindet über den Haß, die
Verfolgungen und alle antisemitischen Akte, die jemals irgendwo gegen Juden von
Christen verübt wurden. Die Kirche verurteilt Rassismus in jeder Form als eine
Leugnung des Abbildes Gottes in jedem menschlichen Wesen.“
Diese Symbole der Versöhnung von Papst
Johannes Paul II. seien zu einer Quelle der Erneuerung geworden. Am 15. Januar
2005 hatte der Papst in seiner Botschaft zum 60. Jahrestag der Befreiung des
Konzentrationslagers Auschwitz gesagt: „Dieser Versuch, ein ganzes Volk
planmäßig zu vernichten, liegt wie ein Schatten über Europa und der ganzen
Welt; es ist ein Verbrechen, das für immer die Geschichte der Menschheit
befleckt. Heute zumindest und für die Zukunft gelte dies als Mahnung: Man darf
nicht nachgeben gegenüber den Ideologien, die die Möglichkeit rechtfertigen,
die Menschenwürde aufgrund der Verschiedenheit von Rasse, Hautfarbe, Sprache
oder Religion mit Füßen zu treten.“ (bpf)
Berlin. Missbrauch in Heilig Kreuz: Glaube, Unglaube, Zorn
Die Kirchengemeinde Heilig Kreuz wurde
im Sonntagsgottesdienst über einen Missbrauchsfall informiert. Der
Gemeinderatsvorsitzende sieht nun das Erzbistum in der Pflicht. Von Gunda
Bartels
Eingangslied, Gebet, Lesungen, Lied,
Abendmahl und dazwischen eine Predigt über Glaube, Liebe, Hoffnung, die
gedanklich an den letzten Sonntag anknüpft, wie Vakanzpfarrer
Peter Kaschubowski sagt. Letzten Sonntag? Der ist,
seit sich die katholische Kirchengemeinde Heilig Kreuz in Hohenschönhausen mit
sexuellen Missbrauchsvorwürfen gegen ihren ehemaligen Pfarrer W. konfrontiert
sieht, diesmal besonders lange her. Rund 200 Leute sitzen auf den Holzbänken im
lichten Kirchbau, bauen auf die rituelle
Unbeirrbarkeit oder beruhigende Kraft der Liturgie und wirken trotzdem
angespannt. Eine knappe Stunde lang. Dann übergibt Pfarrer Kaschubowski
dem zu Beginn des Gottesdienst erklärungslos begrüßten Domprobst Stefan Dybowski das Wort mit den Worten: „Wegen der durch Rundfunk
und Fernsehen angeregten Dinge haben Sie möglicherweise Informationsbedarf, wie
es mit unserem Pfarrer W. steht.“
Domprobst Dybowski,
der Beauftragte des Erzbistums für sexuelle Missbrauchsfälle, beginnt seine
Erklärung mit einer Entschuldigung. Dafür, dass die Gemeinde von dem seit Juli
2009 untersuchten Missbrauchsvorwurf erst am Freitag aus den Medien erfuhr.
Kinder, Eltern und Alte hören ruhig zu, als Dybowski
den Vorwurf, ohne Einzelheiten zu nennen, schildert, die kircheninternen
Reaktionen aufzählt und das lange Schweigen der Gemeinde gegenüber mit Sorgfalt
und Diskretion begründet. Erst habe Pfarrer W. gestanden, dann widerrufen, und
solange nichts erwiesen sei, gelte für die Untersuchungskommission weiter die
Unschuldsvermutung. Dann lädt der Domprobst zu einem Gesprächsabend: Mittwoch
in einer Woche, am 10. Februar. „Danke schön“, ruft ein Mann, schwacher Applaus
vertröpfelt schnell wieder.
Am Ausgang steht der
Gemeinderatsvorsitzende Matthias Kramer und verteilt Einladungszettel, auf
denen auch die Telefonnummern von Ansprechpartnern für mögliche weitere Opfer
stehen. „Wir sind zufrieden, dass das Gespräch endlich eröffnet ist“, sagt er.
Nun sei das Erzbistum in der Pflicht. Der dazutretende
Domprobst nickt und rechnet mit weiteren Betroffenen. Ob sich der bisher
bekannte Jugendliche doch noch zu einer Anzeige bei der Polizei entschließt,
ist offen, sagt er.
Vor der Kirche stehen die Leute
grüppchenweise im Schnee. Viele sind ratlos und schweigen lieber. Sie habe
bewusst den Gottesdienst mitgefeiert und gebetet, sagt eine Frau, die mit zwei
Töchtern da ist. Andere reden von Verleumdung oder haltlosem Verdacht. Bestimmt
ist das ein Einzelfall, sagt ein Mann, „dass er sich mal vergriffen hat“.
Zornig über die schleppende Informationspolitik des Erzbistums sind auch ein
paar. Unglaublich, was sich die Amtskirche leiste, empört sich eine Mutter.
„Ich fühle mich hier nicht mehr zu Hause“, sagt sie, womöglich seien die Kinder
nicht sicher. „Von einem Tag auf den anderen ist die Sommerfreizeit mit Pfarrer
W. letztes Jahr abgesagt worden“, erzählt ihr großer Sohn. Daraufhin riefen sie
besorgt um den vermeintlich kranken Pfarrer beim Erzbistum an. „Und sind nur
blöd abgewimmelt worden.“ Tsp 1
50 Jahre Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen
Wiesbaden. Anläßlich
seines 50jährigen Bestehens hat der hessische Ministerpräsident Roland Koch die
Zusammenarbeit zwischen dem Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande
Hessen und den hessischen Landesregierungen als erfolgreich und vertrauensvoll
gewürdigt. „Die Landesregierung betrachtet es als erfreuliche Entwicklung des
Bundeslandes Hessen, daß wir 50 Jahre gemeinsame
Arbeit von Kommissariat der Bischöfe und Land Hessen begehen können“, sagte
Koch bei einer Feierstunde in den Räumen der Wiesbadener Casino-Gesellschaft am
Dienstagabend, 26. Januar, in Wiesbaden. Weiter lobte Koch die jahrzehntelange
Tradition der gemeinsamen Gespräche und die „Normalität der Kommunikation“
zwischen den Kirchen und der Landesregierung. Zu der Feierstunde waren rund 250
Gäste gekommen, darunter zahlreiche ranghohe Vertreter aus Kirchen und Politik.
Fuldas Bischof Heinz Josef Algermissen, der mit Weihbischof
Prof. Dr. Karlheinz Diez angereist war, sprach am Ende der Feierstunde das Schlußwort. Die Begrüßung der Gäste nahm der Limburger
Bischof Prof. Dr. Franz-Peter Tebartz-van Elst vor.
In seinem Festvortrag bezeichnete der
Mainzer Bischof Kardinal Karl Lehmann die Gründung des Kommissariats vor 50
Jahren als eine „Sternstunde in der Beziehung von Staat und Kirche“. „Es war
ein Gewinn, daß die Arbeit dieser 50 Jahre in einem
wesentlichen Einvernehmen mit der Evangelischen Kirche erfolgte und nicht zuletzt
dadurch auch zu einem Gelingen beigetragen hat“, sagte der Kardinal. Das
Geheimnis des Erfolgs der kirchlichen Verbindungsstellen liege dabei in der
gemeinsamen Zielsetzung von Kirche und Staat, betonte er weiter. „Wir wollen
bei aller Verschiedenheit je auf eigene Weise dem einen und ganzen Menschen
dienen, der zugleich Bürger und Christ ist. Dafür will und muß
die Kirche eigene Einrichtungen schaffen und erhalten. Dies ist unser einziges
Ziel. Wir sind keine Agentur eines Interessenverbands oder gar Lobbyisten. Wir
wollen freilich die Stimme erheben für die Sprachlosen, zu denen vornehmlich,
aber nicht nur die Armen dieser Welt gehören“, sagte Lehmann.
Auch Norbert Kartmann, Präsident des
Hessischen Landtages, dankte für die gute Zusammenarbeit, „die man auch in
Zukunft pflegen“ wolle. Die Kirchen seien ein „wesentlicher Teil der
Gesellschaft“ und dienten auch „ein Stück dazu, was wir als demokratischer
Staat als Kontrolle brauchen“. „Die Kirchen leisten einen unverzichtbaren
Beitrag zur Entwicklung der Gesellschaft“, sagte Kartmann. In seiner Begrüßung
hatte der Limburger Bischof Tebartz-van Elst darauf hingewiesen, daß „die
Geschichte des Kommissariates der Bischöfe im
Bundesland Hessen in 50 Jahren ein Netzwerk von Kommunikation hervorgebracht“
habe. Dies habe eine „Kooperation zwischen Staat und Kirche entstehen lassen“,
die sich dem Auftrag verpflichtet wisse, „das Beste für die Menschen in diesem
Land zu suchen“. Bischof Algermissen bezeichnete in
seinem Schlußwort das Kommissariat der Bischöfe als
„ein Instrument des Dialoges“, das in den vergangenen 50 Jahren vorzüglich
funktioniert habe. „Wir werden diesen Dialog zu Gunsten der Menschen unseres
Bundeslandes weiterführen“, sagte Algermissen. Algermissen dankte auch für die gute Zusammenarbeit mit den
evangelischen Landeskirchen in Hessen bei den Beziehungen zum Staat. Dies sei
ein „hoffnungsvolles Zeichen konkreter und nachhaltiger Ökumene“. Der Festakt
wurde mitgestaltet von Barbara Anton-Kügler (Klavier)
und Tobias Feldmann (Violine), die Stücke aus der „Sonate in A-Dur“ von César
Franck spielten.
Stichwort: Kommissariat der
Katholischen Bischöfe im Lande Hessen
Die Bischöfe der hessischen Bistümer
Fulda, Limburg, Mainz und Paderborn gründeten im Jahr 1959 als
Verbindungsstelle zur hessischen Landesregierung ein „Bischöfliches Büro“, wie
es anfangs noch genannt wurde. Das Kommissariat der Katholischen Bischöfe im
Lande Hessen, das auch als Katholisches Büro bezeichnet wird, vertritt laut
seiner Satzung die Belange der hessischen Diözesen bei der Landesregierung, dem
Landtag und den politischen Parteien sowie bei den gesellschaftlichen Gruppen
und Verbänden auf Landesebene. Die Leiter des Kommissariats waren seit 1959
Domdekan Dr. Hermann Berg (1959-1978), Prälat Dr. Franz Kasper (1979-2003) – heute
Generalvikar des Bistums Limburg – sowie Dr. Guido Amend
(seit 2004). Amend wird Ende März in den Ruhestand
gehen, zu seinem Nachfolger wurde Dr. Michael Kinnen berufen, der sein Amt zum
1. April antreten wird.
Neben regelmäßig stattfindenden
politischen Gesprächen mit der Landesregierung, den Parteien und Fraktionen
werden auch Treffen mit dem Handwerk, den Gewerkschaften und den
Arbeitgeberorganisationen vereinbart. Das Kommissariat soll dabei als
Vertretung der Bistümer die Verbindung zwischen der Landesregierung und den
anderen öffentlichen Körperschaften einerseits und den Diözesen andererseits
vermitteln und erleichtern. Wichtige Themen der Gespräche waren und sind unter
anderem die Schul- und Bildungspolitik, vor allem der Religionsunterricht und
die kirchlichen Privatschulen, der Hochschulbereich, die
Religionslehrerausbildung an den Universitäten und Hochschulen, der
sozialpolitische Bereich mit Kindergärten, Krankenhäusern, Beratungsdiensten
und allen Aufgaben der kirchlichen Caritas bzw. Diakonie. (Mbn/bpf)
Jesuiten-Kolleg. Missbrauch-Skandal entfacht neue Zölibat-Debatte
Der Skandal um Kindesmissbrauch bei den
Jesuiten weitet sich aus. Auch in Hamburg, Hildesheim und Göttingen melden sich
Opfer. Jahr für Jahr werden aus Pfarreien, Seminaren und Schulen ähnliche
Vorkommnisse gemeldet. Die Debatte über den Zölibat wird neu entfacht.
Nach Berlin melden sich nun auch drei
ehemalige Schüler der Hamburger Sankt-Ansgar-Schule und gaben an, vom
Jesuitenpater Wolfgang S. (65) sexuell missbraucht worden zu sein. Sie sagten
auch, dass es noch weitere Opfer gebe. S., der derzeit in Chile lebt, war von
1979 bis 1982 Sportlehrer in Hamburg, davor hatte er am Canisius-Kolleg
in Berlin Religion und Deutsch unterrichtet.
Auch an einer anderen früheren Station
des Priesters, dem Jesuiten-Kolleg St. Blasien im
Südschwarzwald, haben sich inzwischen missbrauchte Schüler gemeldet. Der
Provinzial der Jesuiten in Deutschland, Stefan Dartmann,
sagte, außerdem gebe es Verdachtsfälle in Göttingen und Hildesheim sowie
Spanien und Chile. Insgesamt seien ihm bislang 25 Opfer bekannt, so Dartmann.
Ist der Zölibat schuld?
In der vergangenen Woche war bekannt
geworden, dass mindestens zwei Berliner Jesuitenpatres
in den 70er- und 80er-Jahren Dutzende Jugendliche sexuell missbraucht hatten.
Rektor Pater Klaus Mertes war damit an die Öffentlichkeit gegangen, nachdem ihm
mehrere ehemalige Schüler von den Übergriffen berichtet hatten. Allerdings
waren Mertes und auch die deutsche Leitung der Jesuiten bereits seit Jahren
über Missbrauchsfälle informiert. Pater Wolfgang S. hat die Berliner Taten
zugegeben, zu seiner Zeit in Hamburg und St. Blasien
schweigt er. Der andere Pater, Peter R., bestreitet die Vorwürfe.
Die Staatsanwaltschaft Berlin prüft
noch, ob die Fälle verjährt sind; sexueller Missbrauch kann je nach Schwere
höchstens 20 Jahre nach der Tat bestraft werden. Die Deutsche Kinderhilfe
forderte, die Verjährungsfrist zu verlängern. „Das Fatale an der
Verjährungsfrist zeigt sich hier in seiner ganzen Tragik“, sagte der
Vorsitzende Georg Ehrmann WELT ONLINE.
„Gerade weil es so typisch für
Sexualstraftaten an Kindern ist, dass die Opfer oft erst nach Jahrzehnten
darüber sprechen können, dürfen solche Straftaten wie andere Delikte erst nach 30
Jahren verjähren“, sagte Ehrmann. Die Jesuiten haben nach Bekanntwerden des
Sex-Skandals eine Schlichterin eingesetzt, die mit Opfern und mutmaßlichen
Tätern spricht. Sie sagt, dass frühere Schüler noch weitere Namen als diese
beiden Patres genannt hätten.
Die mutmaßliche Missbrauchsserie in
Berlin ist der vorläufige Höhepunkt einschlägiger Sex-Skandale in der
katholischen Kirche: Jahr für Jahr werden aus Pfarreien, Seminaren und Schulen
ähnliche Vorkommnisse gemeldet.
Nun rückt wieder die Frage in den
Fokus: Ist der Zölibat an allem schuld? Der Augsburger Autor und
Theologieprofessor Hanspeter Heinz sagt, das Problem
sei die sexuelle Unreife, die bei Priestern und Seminaristen besonders häufig
sei. „Wer eine Freundin hat, muss mit ihr partnerschaftlich zurechtkommen und
reift dabei leichter“, sagte Heinz WELT ONLINE.
Im Klartext: Das Problem bei sexuellen
Verfehlungen ist nicht unbedingt der Zölibat, sondern die sexuelle Unreife.
Allerdings schafft der Zölibat in Verbindung mit einer hierarchischen Struktur
Risikozonen. Von den rund 18.000 katholischen Geistlichen, so schätzte 2005 der
Essener Weihbischof Franz Grave, hätten zwei Prozent pädophile Neigungen.
Wegschauen oder Wegversetzen, das war
viele Jahre lang eine Methode in den Diözesen. Zerknirscht gestand 2002 der
Hildesheimer Domkapitular Werner Holst Fehler ein: „Auch ich dachte, wenn man
die Täter in ein Kloster bringt, wo sie Buße tun, sei das genug. Das war
falsch.“
Heute hat die Kirche in Deutschland
genaue Richtlinien: Es soll nichts mehr vertuscht werden, die
Staatsanwaltschaft soll eingeschaltet werden, und den Opfern wird Hilfe
zugesagt. Doch noch immer wirken im Gedächtnis der Menschen alte kirchliche
Sünden nach.
"Meine Kirche leidet an
Homophobie"
Im Fall Irland erinnerte man sich: 1962
verschickte der damalige Chef der vatikanischen Glaubenskongregation, Kardinal
Alfredo Ottaviani, einen bis heute umstrittenen Brief
an die Bischofskonferenzen. Missbrauchsfälle sollten geheim gehalten und
lediglich dem zuständigen Bischof gemeldet werden. Auf die Opfer wurde
eingewirkt, Stillschweigen zu bewahren – unter Androhung der Exkommunikation.
2002 hat Kardinal Joseph Ratzinger erklärt, das Dokument sei noch gültig. Der
Vorwurf der Vertuschung wurde deshalb auch gegen ihn erhoben.
Die jüngsten Missbrauchsfälle beleben
nun auch die Diskussion über den kirchlichen Umgang mit der Homosexualität.
Rektor Klaus Mertes vom Canisius-Kolleg stellte die
These auf: „Meine Kirche leidet an Homophobie.“ Nach Schätzungen gelten etwa 20
Prozent der römisch-katholischen Priester als homosexuell. In der katholischen
Kirche gibt es seit Jahren einen vorsichtigen Wandel in ihrer generellen
Haltung gegenüber gleichgeschlechtlich Veranlagten.
Der Katechismus von 1992 sagt zwar,
homosexuelle Handlungen verstießen gegen das „natürliche Gesetz, denn die
Weitergabe des Lebens bleibt beim Geschlechtsakt ausgeschlossen“.
Dennoch fragen immer mehr katholische
Theologen, ob sich Sexualität auf die Möglichkeit der Fortpflanzung reduzieren
lasse. Auch das katholische „Lexikon für Theologie und Kirche“ kommt zu einer
anderen Auffassung. Es hält eine grundsätzliche Ablehnung homosexuellen
Verhaltens dort für problematisch, „wo die Betroffenen ihre Homosexualität in
eine dauerhafte, auf personale Bindung gerichtete partnerschaftliche Beziehung
integrieren“. G. Facius
und L. Wiegelmann DW 2