Notiziario religioso  3-4  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.      Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret 1

2.      Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La missione dei Dodici 1

3.      Benedetto XVI, Raccogliere il grido. Tutto il possibile per tutelare il lavoro  2

4.      Gioia tra gli operai Fiat alle parole del Papa: "Benedetto XVI ha fatto un gesto bellissimo" 2

5.      Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. Il direttore del Giornale chiama in causa Bertone e Vian  2

6.      Sui fronti avanzati. Giornata mondiale della vita consacrata  3

7.      Haiti. Andrà meglio. Dopo il terremoto: intervista con il nunzio apostolico  3

8.      Riflessioni. Il bene comune  4

9.      Il respiro del mondo. Coinvolgere le comunità diocesane in una missionarietà senza confini 5

10.   Per tornare a crescere.  Giovani, formazione, lavoro: le scelte per il futuro  5

11.   Tracce del messaggio. Le parole di Benedetto XVI nei media  6

12.   Un prete cattolico contro il Dio di Giuliano Ferrara  6

13.   Le radici della fede. Un pezzo di eternità  7

14.   Pubblicati gli Atti del Primo Forum Internazionale su Migrazioni e Pace  7

 

 

1.      Papst: Reif für die Insel, sozusagen  8

2.      Benedikt XVI. – radikal, modern und Buddha-gleich  8

3.      Missbrauch in der katholischen Kirche. Das Schweigen der Hirten  9

4.      Kasper: „Von Altorientalen lernen“ 10

5.      Imam-Ausbildung. "Auf dem Boden des Grundgesetzes" 10

6.      Deutschland/Schweiz: Datenklau mit oder ohne Segen?  11

7.      Theologiestudium. Moralpredigt von höchster Stelle  11

8.      Haiti: Angst vor Kinderhändlern  11

9.      Dialog stockt. Piusbrüder greifen den Papst an  11

10.   Religion an der Uni. Politiker begrüßen Islam als Uni-Fach  12

11.   Mahnung gegen den Antisemitismus  12

12.   Berlin. Missbrauch in Heilig Kreuz: Glaube, Unglaube, Zorn  13

13.   50 Jahre Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen  13

14.   Jesuiten-Kolleg. Missbrauch-Skandal entfacht neue Zölibat-Debatte  14

 

 

 

 

Mercoledì 3. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 6,1-6) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.

La visita di Gesù nella sua patria è un avvenimento penoso che riprende il tema della mancanza di fede del popolo ebraico già sottolineata nell’insegnamento delle parabole e nella discussione su Beelzebùl.

I parenti di Gesù prima (cfr Mc 3,21.31-32), e la gente di Nazaret poi, tentano di impadronirsi di lui per impedirgli di illudersi e di nuocere agli altri, ma egli non accetta di lasciarsi circoscrivere entro i legami naturali. Ormai i legami umani si definiscono in rapporto a lui e non viceversa: i "suoi" sono coloro che vivono con lui, ascoltano la sua voce e fanno la volontà del Padre.

Gli abitanti del suo paese credono di conoscere Gesù meglio di chiunque altro. L’hanno visto crescere ed esercitare il suo mestiere. Incontrano ogni giorno sua madre e i membri della sua famiglia di cui conoscono nomi, vita e miracoli. Di fronte a lui si sentono turbati, imbarazzati, irritati. Rifiutano di lasciar mettere in discussione il loro piccolo mondo e la valutazione che si erano fatta sulla sua persona. Si fa fatica a cambiare parere e a ricredersi: è più facile e sbrigativo cancellare una persona dalla nostra vita che l’immagine o il giudizio che ci siamo fatto di lei. Gli abitanti di Nazaret non sanno aprirsi al Gesù reale, perché restano caparbiamente attaccati al ritratto che si erano fatto di lui.

L’episodio va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea: prefigura il rifiuto dell’intero Israele (cfr Gv 1,11). Che un profeta sia rifiutato dal suo popolo non è una novità: c’è perfino un proverbio che lo dice. E’ un proverbio nato da una lunga esperienza che ha accompagnato tutta la storia d’Israele, che trova la sua più clamorosa dimostrazione nella storia del Figlio di Dio e che continuerà a ripetersi puntualmente nella storia successiva.

Dio è dalla parte dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati; gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, salvo poi costruire loro sepolcri e monumenti tardivi (cfr Lc 11,47-48).

"E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì" (v. 5). I miracoli di Gesù sono una risposta alla sincerità dell’uomo che cerca la verità; non sono il tentativo di forzare, in ogni modo, il cuore dell’uomo. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per imporre i propri diritti. E neppure fa miracoli per permettere agli uomini di esimersi dal rischio e dalla fatica del credere.

Anche a Nazaret Gesù ha cercato i malati e i poveri; essi sono il buon terreno arato dalla sofferenza e irrigato dalle lacrime: il seme della Parola viene accolto da loro e produce frutto. Nella sua città purtroppo il bilancio è deludente, ma non fallimentare.

A Nazaret tutti si sono scandalizzati di Gesù. Tutti gli uomini inciampano e cadono davanti alla grandezza dell’amore di un Dio che si fa piccolo e insignificante. Tutti rifiutano un Dio la cui sapienza è la follia e l’impotenza dell’amore. Noi lo pensiamo e lo vogliamo diverso. La nostra mancanza di fede è così incredibile che il Signore stesso se ne meraviglia.

In Gesù ci troviamo davanti allo scandalo di un Dio fatto carne, che sottostà alla legge della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piacerebbe condividere le sue caratteristiche divine, ma non ci piace che egli condivida le nostre prerogative umane, delle quali volentieri faremmo a meno.

Il cristiano e la Chiesa devono sempre misurarsi sulla carne di Gesù, venduta per trenta sicli, il prezzo di un asino o di uno schiavo.

La prima eresia - è e sarà sempre la prima! - non consistette nel negare la divinità di Cristo, ma nel minimizzare e trascurare l’umanità di Gesù che nella sua debolezza e stoltezza crocifissa è la salvezza per tutti. Il cardine della salvezza è la carne crocifissa e risorta di Cristo. De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 4. Il commento al Vangelo. La missione dei Dodici

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 6,7-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

I Dodici erano stati scelti da Gesù perché "stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Mc 3,14-15). Nei capitoli precedenti li abbiamo visti stare con lui, ascoltare e imparare, ora Marco ci mostra la seconda dimensione del discepolo, quella missionaria. Per descrivere la missione degli apostoli, Marco usa le medesime parole con cui ha descritto la missione di Gesù: predicavano la conversione, guarivano i malati e scacciavano i demoni.

L’invio dei discepoli avviene "a due a due", sia in riferimento alla duplice testimonianza (Dt 17, 6; 19, 15; Nm 35, 40), sia secondo il consiglio del saggio Qoelet (4,9-12) adottato poi anche dalla comunità cristiana di Gerusalemme (At 13,2).

Gli ordini che Gesù dà ai suoi inviati riguardano, anzitutto, la povertà e la rinuncia: senza alcun aiuto umano, i discepoli hanno come appoggio solo la fede in colui che li manda.

Queste parole condannano il trionfalismo e la ricchezza e impongono la povertà e la discrezione, L’apostolo non deve usare i mezzi del mondo (denaro, potere e forza) per conquistare l’adesione dei suoi ascoltatori. Il vero apostolo non compera nessuno e non si lascia comperare da nessuno: forse sarà venduto a poco prezzo come il suo Maestro (Mc 14,10-11).

La povertà è una condizione indispensabile per la missione: i missionari devono essere "truppe leggere". Questa povertà è fede, libertà e leggerezza. Un discepolo appesantito dai bagagli diventa sedentario, conservatore, incapace di cogliere la novità di Dio, abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo. La povertà è fede concreta di chi non confida in se stesso e nei propri mezzi, ma nell’assistenza e nella provvidenza di chi l’ha mandato.

L’annuncio del vangelo deve sempre essere in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. Più che ciò che dobbiamo dire, Gesù ci insegna ciò che dobbiamo essere. Ciò che siamo grida più forte di ciò che diciamo. Finché non siamo poveri, ogni cosa che diamo o che diciamo non è dono, ma solo esercizio di potere sugli altri.

Già nell’Antico Testamento, povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cfr 1Sam 2,1-10; Es 3,11; 4,10; Gdc 7,2). Infatti "Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29).

Questa lezione l’aveva imparata bene Pietro, quando compì il primo miracolo. Egli disse allo storpio: "Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina" (At 3,6). Se Pietro e Giovanni avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto un’opera buona, forse avrebbero fondato un istituto per portatori di handicap, avrebbero dato dei soldi, ma non avrebbero pensato che dovevano dare Gesù, il salvatore.

La salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica: "Cristo mi ha mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo" (1Cor 1,17).

Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre aveva mandato lui in povertà. I discepoli, mediante la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che conoscendo l’amore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli.

I Dodici possono annunciare agli altri la conversione mostrando di essere loro stessi convertiti perché sono e vivono come Gesù.

Il vangelo parla anche della possibilità, tutt’altro che teorica, vista la sorte toccata a Gesù, che i discepoli non siano accolti e ascoltati. E’ una sofferenza che il discepolo deve affrontare senza perdersi d’animo. A lui è stato affidato un compito, non garantito il successo.

Sulla attività dei Dodici, Marco non dà alcuna indicazione di tempo e di luogo; gli basta segnalare che essi realizzano esattamente ciò che aveva detto e fatto il Maestro: proclamare la conversione e operare esorcismi e guarigioni. De.it.press

 

 

 

 

Benedetto XVI, Raccogliere il grido. Tutto il possibile per tutelare il lavoro

In piazza san Pietro ci sono gli operai della multinazionale americana dell’alluminio Alcoa, di Portovesme. Il 2 febbraio a Palazzo Chigi è il futuro dell’azienda al centro dei colloqui governo, sindacati e regione Sardegna, con l’obiettivo di trovare una soluzione e scongiurare la cassa integrazione che dovrebbe partire il 6 febbraio mettendo a rischio 2 mila posti di lavoro. Benedetto XVI sceglie il dopo Angelus per affrontare la questione disoccupazione ed esprimere tutta la sua preoccupazione non solo per Portovesme ma anche per Termini Imerese, in Sicilia, dove la Fiat prevede la chiusura dello stabilimento nel 2012: perderanno così il lavoro 1.300 lavoratori Fiat e 600 dell’indotto.

“La crisi economica – dice il Papa all’Angelus – sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro, e questa situazione richiede un grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti”. Ed è a questo punto che nelle sue parole trovano posto i nomi di Termini Imerese e Portovesme, e tornano le preoccupazioni che monsignor Mariano Crociata a nome dei vescovi italiani aveva messo in evidenza solo venerdì 29 gennaio: “Conosciamo il dramma delle famiglie che avevano un lavoro e ora si trovano per strada. Dobbiamo raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili”. Così Benedetto XVI fa sue queste parole; dice di associarsi all’appello della Conferenza episcopale italiana “che ha incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l’occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie”.

Le parole del Papa sono state accolte con commozione e gioia a Termini Imerese: “Il Papa ha fatto un gesto bellissimo, che tutti noi abbiamo apprezzato tantissimo”, ha detto il delegato sindacale degli operai Fiat. Un appello che non può cadere nel vuoto e che deve scuotere le coscienze. “Il Papa dimostra ancora una volta di essere la voce di una Chiesa vicina alle persone che sono in difficoltà, agli ultimi, agli emarginati”, ha detto don Franco Anfuso, arciprete di Termini Imerese.

Non è la prima volta che Benedetto XVI affronta la questione lavoro e disoccupazione. A Cassino, il 24 maggio 2009, aveva detto: “So quanto sia critica la situazione di tanti operai. Esprimo la mia solidarietà a quanti vivono in una precarietà preoccupante, ai lavoratori in cassa-integrazione o addirittura licenziati. La ferita della disoccupazione che affligge questo territorio induca i responsabili della cosa pubblica, gli imprenditori e quanti ne hanno la possibilità a ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni alla crisi occupazionale, creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie”.

Nessun riferimento esplicito alla Fiat, ma a Cassino è l’azienda trainante, la realtà produttiva che da lavoro, direttamente o indirettamente, a gran parte del territorio. Dice, la famiglia ha bisogno di essere tutelata, e ai giovani che “fanno fatica a trovare una degna attività lavorativa che permetta loro di costruirsi una famiglia”, dice: “Non scoraggiatevi, la Chiesa non vi abbandona”.

Di lavoro e occupazione aveva parlato anche due mesi prima, il 1° marzo 2009. All’Angelus si era rivolto ai lavoratori Fiat presenti in piazza san Pietro, “venuti a manifestare la loro preoccupazione per il futuro di quella fabbrica e delle migliaia di persone che, direttamente o indirettamente, dipendono da essa per il loro lavoro”. Nelle parole del Papa anche un riferimento alle situazioni difficili del Sulcis-Inglesiente, in Sardegna, e di Prato, in Toscana: “Mi associo ai Vescovi e alle rispettive Chiese locali nell’esprimere vicinanza alle famiglie interessate dal problema, e le affido nella preghiera alla protezione di Maria Santissima e di San Giuseppe, patrono dei lavoratori. Desidero esprimere il mio incoraggiamento alle autorità sia politiche che civili, come anche agli imprenditori, affinché con il concorso di tutti si possa far fronte a questo delicato momento. C’è bisogno, infatti, di comune e forte impegno, ricordando che la priorità va data ai lavoratori e alle loro famiglie”.

Grande senso di responsabilità da parte di tutti, ricerca di valide soluzioni alla crisi occupazionale e priorità ai lavoratori e alle loro famiglia: è in queste tre affermazioni il filo dell’impegno che il Papa sollecita per mettere al centro la questione lavoro.

Parole che trovano una continuità nella riflessione che il Papa propone nell’enciclica Deus caritas est dedicata al tema dell’amore: “La costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare”. È compito politico, scrive il Papa, ma anche compito umano prioritario e la Chiesa “ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili”. Non deve prendere in mano la battaglia politica per realizzare la società più giusta, ma non deve nemmeno restare ai margini: “La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente”.

Angelus nel quale Benedetto XVI parla, infine, anche di pace, soprattutto in Terra Santa. Con lui, alla finestra dello studio che si affaccia su piazza san Pietro, ci sono anche due ragazzi dell’Azione Cattolica: Simona di 13 e Matteo di 9 anni. Insieme ai loro amici e coetanei hanno concluso il mese della pace che ogni anno accompagna l’impegno in associazione nel mese di gennaio. Alla fine vengono liberate due colombe, in segno di speranza. Una speranza che, attraverso le parole pronunciate, è entrata anche nel cuore di tanti lavoratori che vedono il posto di lavoro e il loro futuro messo a rischio dalla crisi economica. Fabio Zavattaro

 

 

 

Gioia tra gli operai Fiat alle parole del Papa: "Benedetto XVI ha fatto un gesto bellissimo"

 

"Il Papa ha fatto un gesto bellissimo, che tutti noi abbiamo apprezzato tantissimo". Roberto Mastrosimone, delegato sindacale della Fiom Cgil e leader degli operai della Fiat di Termini Imerese, commenta così l'appello lanciato oggi da Benedetto XVI per gli operai della Fiat di Termini Imerese e dell'Alcoa di Portovesme. "Ho sentito al Tg 3 - racconta Mastrosimone - le parole pronunciate dal Pontefice all'Angelus e mi hanno commosso, anche perché nessuno di noi lo

aveva sollecitato pubblicamente a intervenire. Lo dico da non cattolico: Benedetto XVI ha dimostrato una sensibilità e una percezione del dramma sociale che si sta consumando che la politica invece sta ignorando. A cominciare dal presidente del Consiglio Berlusconi, che non ha ancora detto una parola su quanto sta accadendo alla Fiat".

 

"Commosso e felice" per l'appello del Papa si dice anche Don Franco Anfuso, arciprete di Termini Imerese, che in questi anni è stato accanto agli operai in lotta e che nei giorni scorsi è salito sul tetto dello stabilimento per portare conforto ai 18 lavoratori dell'indotto che avevano ricevuto una lettera di licenziamento. "Non trovo le parole per esprimere il ringraziamento mio e di tutti i fedeli di Termini Imerese per l'interessamento del Pontefice. Il Papa dimostra, ancora una volta, di essere la voce di una Chiesa vicina alle persone che sono in difficoltà, agli ultimi, agli emarginati".

 

L'arciprete invita anche l'Ad della Fiat Sergio Marchionne ad ascoltare "l'alto richiamo" di Benedetto XVI: "Il Signore ha dato a ciascuno di noi dei doni per metterli al servizio degli altri. Marchionne impieghi le sue capacità di manager e il suo carisma per trovare una soluzione che consenta agli operai di Termini Imerese e alle loro famiglie di continuare ad avere un lavoro".  ansa 31

 

 

 

Feltri incontra Boffo, si apre un caso Vaticano. Il direttore del Giornale chiama in causa Bertone e Vian

 

Ad agosto scorso l'attacco del Giornale contro il direttore di Avvenire - Il 4 settembre il giornalista lascia la direzione del quotidiano della Cei - di CARMELO LOPAPA

 

ROMA - Il "carnefice" e la vittima allo stesso tavolo. Uno di fronte all'altro per la prima volta. Cinque mesi dopo. Perché ora che l'esecuzione è alle spalle, ora che il primo ha perfino chiesto scusa a modo suo al secondo, ora è venuto il momento di capire cosa ci fosse dietro la macchinazione e soprattutto chi. È l'esigenza che ha spinto l'ex direttore dell'Avvenire Dino Boffo a pranzare ieri con Vittorio Feltri. Proprio col giornalista che, appena insediatosi alla tolda di comando del Giornale della famiglia Berlusconi, il 28 agosto aveva sferrato l'attacco a freddo contro di lui, reo di voler fare "la morale al Cavaliere". Attacco basato su un documento presentato come "informativa allegata al casellario giudiziario" e che sbatteva in prima pagina la presunta omosessualità del direttore del quotidiano dei vescovi. Salvo poi scoprire che quell'"informativa", dalla paternità rimasta misteriosa, non figurava in alcun fascicolo.

 

"Berti" è un ristorante milanese abbastanza noto e ben frequentato. Al tavolo c'è anche Renato Farina, parlamentare Pdl ed editorialista del Giornale benché radiato dall'Ordine dei giornalisti nel 2007 dopo l'accertamento di un suo legame col Sismi. Sullo sfondo, le tante indiscrezioni, i boatos, le voci che corrono veloci tra la Segreteria di Stato e la Cei e finite negli ultimi giorni sulle pagine del Foglio, del Riformista, di Libero. Indizi trapelati da ambienti vaticani e della destra, che riaprono il caso sfociato nelle dimissioni di Boffo e nell'"atto di incolpazione" di Feltri da parte dell'Ordine dei giornalisti. Elementi che iniziano a definire i contorni di quel "blocco di potere" che ha "congegnato la colossale montatura", per dirla coi termini usati dal direttore dell'Avvenire nella lettera con cui il 3 settembre ha rassegnato le dimissioni al presidente della Cei Angelo Bagnasco.

 

"Non l'ho incontrato per perdonare. Avevo piuttosto bisogno di capire chi mi ha ucciso e chi ha armato la sua mano" confidava ieri Boffo agli amici stupiti del faccia a faccia. Al direttore del Giornale, l'ex direttore non sconta alcuna delle sue responsabilità per quanto accaduto, ma dal colloquio sarebbe risultato più chiaro lo "scenario" in cui è maturata l'intera vicenda. Ed è uno scenario da corte dei Borgia. Feltri, che il 4 dicembre aveva ammesso l'errore sul Giornale ("Su Boffo scandalo infondato"), la prende molto alla larga. Al tavolo del Berti non confida alla sua "vittima" chi gli abbia girato quella informativa molto sui generis. Ma gli rivolge due domande. "Perché Bertone (il cardinale segretario di Stato vaticano, ndr) ce l'ha tanto con te? E perché Gian Maria Vian (direttore dell'Osservatore romano, quotidiano vicino alla Segreteria, ndr) ce l'ha tanto con te?" Domande che fanno calare il gelo fra i tre commensali. Ma che pesano come risposte. Tanto che la discussione tra i due prosegue dando per scontato che sia stato il direttore dell'Osservatore a far recapitare l'informativa su mandato - questa la tesi - del segretario di Stato Bertone. Operazione poi rivelatasi di disinformazione e alla quale Feltri si sarebbe "prestato" perché in fondo utile alla causa politica del premier Berlusconi (più volte criticato da Boffo dalle colonne dell'Avvenire), per fare un favore a una "fazione", riconducibile alla Segreteria vaticana - più accondiscendente verso le politiche del governo - in aperto contrasto con l'altra, la Cei, oggi in mano ad Angelo Bagnasco.

 

E infine, perché garantito da una copertura autorevole e da una pezza d'appoggio in apparenza credibile. In questo scontro di potere, tutto interno alle gerarchie cattoliche, l'ex direttore dell'Avvenire sarebbe stato stritolato perché ritenuto "colpevole" di aver fatto da trait d'union tra Camillo Ruini e il suo successore alla Cei, Bagnasco. Un laico ritenuto ingombrante anche per il suo potere: direttore da anni pure di Tv Sat2000 e Radio Inblu.

 

Al ruolo di presunto "ispiratore" di Gian Maria Vian - il quale ieri ha avuto incontro col direttore di un quotidiano nella sede dell'Osservatore - hanno alluso in questi giorni vari giornali. Il "professore" vicino a Bertone, già tre giorni dopo il finto scoop del Giornale aveva rilasciato un'intervista al Corriere per rivendicare di "non aver mai scritto sulle vicende private del premier" e lamentare invece "imprudenze ed esagerazioni" dell'Avvenire in quelle ore sotto attacco. Il 22 settembre Vian bollava come "fantavaticano" le ricostruzioni che lo dipingevano come fonte di un articolo anti-Ruini apparso proprio sul Giornale. Lo va ripetendo in questi giorni anche a chi gli fa notare quel che il Foglio e altri scrivono, quel che nei Palazzi d'Oltretevere si sussurra: "Sono solo polveroni". LR 2

 

 

 

 

Sui fronti avanzati. Giornata mondiale della vita consacrata

 

Il 2 febbraio, festa liturgica della Presentazione del Signore al Tempio, la Chiesa celebra la Giornata mondiale della vita consacrata. Istituita da Giovanni Paolo II, arriva quest’anno alla sua 14ª edizione. I religiosi e le religiose la Chiesa li invia sui fronti più avanzati, delle missioni, della cultura, della carità, della contemplazione. Nel mondo oggi sono oltre 1 milione: 220 mila uomini e 790 mila donne impegnati nel campo delle missioni all’estero, dell’educazione della gioventù, della sanità, della cultura, della carità tra i più emarginati, nella contemplazione.

Non c’è settore della vita sociale che non li veda occupati a tempo pieno.

“Misura alta della vita cristiana” ha definito il loro genere di esistenza Giovanni Paolo II. “Una vita intagliata sull’essenziale” hanno scritto i vescovi italiani nel messaggio per la Giornata di quest’anno.

Si tratta di un mondo vasto e variegato quello di questi corpi speciali: 226 Congregazioni religiose maschili con un totale di 220 mila religiosi tra sacerdoti e “fratelli”; 1.900 Congregazioni femminili di diritto pontificio o diocesano, con circa 790 mila suore.

Particolare ammirazione suscitano i monasteri di clausura femminili che nel mondo sono 3.589 con circa 55 mila monache.

Nella Chiesa italiana sono 90 mila le suore, mentre i religiosi sono 24 mila.

Se, per ipotesi assurda, dovessero venir meno si creerebbe un immenso buco nero nella Chiesa e nel mondo. Non potrebbe vivere la Chiesa senza di loro. Per questo il Concilio Vaticano II ha dedicato loro un importante documento, il decreto sul rinnovamento della vita religiosa (“Perfectae caritatis”) dove definisce il loro tipo particolare di vita “una splendida caratteristica del Regno dei cieli”. Giovanni Paolo II ha consegnato loro una preziosa enciclica dal titolo “Vita Consecrata” (1996).

Dopo il Concilio è rifiorito nella Chiesa l’antichissimo “Ordo virginum”, l’Ordine delle vergini, “categoria di donne” che vivono senza formare un particolare Istituto. Segnata da una consacrazione conferita dal vescovo, ognuna vive, nella Chiesa diocesana, una regola di vita personale approvata dal vescovo. In Italia sono circa 400 e 200 in formazione in ben 85 diocesi. Nel mondo raggiungono il numero di 3.000 in più di 50 Paesi.

I vescovi italiani per questa Giornata mondiale hanno inviato un particolare messaggio dal titolo “Una vita intagliata sull’essenziale”. Ricordando la luminosa figura del Santo Curato d’Ars, in quest’Anno sacerdotale posto da Benedetto XVI sotto la sua particolare protezione, i vescovi esortano i consacrati e le consacrate italiane a vivere mettendo al centro della loro vita e del loro ministero “la ricerca di una pura e semplice essenzialità”. Li incoraggiano anche “a coltivare la compagnia dei Santi”. “Ignorarli, scrivono i vescovi, ci rende poveri e miopi nel discernere il presente e nell’affrontare le responsabilità che ci sono affidate… Il Vangelo è reso visibile, udibile, palpabile dai grandi testimoni che ci precedono nel cammino della Chiesa”.

Martedì 2 febbraio, Benedetto XVI nella basilica vaticana presiederà la celebrazione dei Vespri con i rappresentanti degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica.

Il poeta Thomas Eliot (1888- 1965) premio Nobel per la letteratura nel 1948, ha chiamato i religiosi “i folli di Dio” che percorrono le strade del mondo a gridare a tutti gli uomini che lassù c’è un Dio che li ama.  Giuseppe Rinaldi - Saveriano

 

 

 

 

Haiti. Andrà meglio. Dopo il terremoto: intervista con il nunzio apostolico

 

"Getting better everyday", "andrà meglio di giorno in giorno". Con questo motto sorridente per riportare il buonumore tra tanto dolore e devastazione, mons. Bernardito Auza, nunzio apostolico ad Haiti, tiene le fila dei soccorsi cattolici come rappresentante della Santa Sede a Port-au-Prince e vive in prima persona una sfida impegnativa e difficile, non priva di speranza. Il SIR lo ha intervistato.

 

Innanzitutto come sta? Come sta vivendo questo periodo di dura prova per la Chiesa cattolica e per tutta la popolazione di Haiti?

"Sto bene e sereno, anche se stanco. Sarebbe troppo dire 'allegro', ma occorre mantenere una buona misura di buon umore. Vivo questo periodo con la coscienza del mio dovere di portare il conforto e la vicinanza spirituale del Santo Padre ai terremotati, in particolare ai sacerdoti, alle comunità religiose ed ai seminaristi duramente colpiti dal terremoto. Tra incontri ed il dovere di dare ospitalità a numerose delegazioni dall'estero, non cesso di far visite alle nostre comunità ed ai numerosissimi feriti negli ospedali. Cerco sempre di accogliere nella nunziatura vescovi, sacerdoti ed agenzie cattoliche di aiuto per gli incontri di coordinamento e per discutere le questioni più urgenti. L'ultimo è stato il 27 gennaio: abbiamo ospitato l'importante incontro per pianificare le strategie a medio e lungo termine per l'aiuto che la Chiesa presterà alle vittime, con circa 40 persone tra vescovi, rappresentanti di Caritas nazionali da varie parti del mondo e del Catholic Relief Services. Era presieduto dal presidente della Conferenza episcopale di Haiti, mons. Louis Kébreau. Credo sia stato un incontro molto fruttuoso. Negli incontri di coordinamento a volte emergono tensioni qua e là, ma il dialogo è sempre franco e aperto. Direi che ogni giorno si lavora meglio. Come dico a tutti, anche in modo scherzoso, il nostro motto deve essere 'getting better everyday'".

 

La Chiesa cattolica ha pagato un grosso prezzo in termini di vite umane, chiese, scuole e ospedali distrutti…

"È vero, la Chiesa cattolica, insieme con lo Stato, è stata duramente colpita, soprattutto con la perdita dell'amato arcivescovo di Port-au-Prince, mons. Joseph Serge Miot. Per fortuna, man mano che abbiamo informazioni più precise, il numero dei morti tra sacerdoti, religiosi/se e seminaristi si rivede al ribasso. Ad esempio, proprio oggi il rettore del Seminario teologico mi ha detto che alcuni dei seminaristi che pensavamo fossero sotto le macerie si sono fatti vivi in questi ultimi giorni! Erano talmente scossi che se ne erano andati senza informare nessuno. Ma il numero dei seminaristi maggiori diocesani resta alto (16 morti fino adesso e alcuni feriti, con gambe o braccia rotte). Materialmente, la Chiesa ha perso i suoi gioielli architettonici, parte rilevante del patrimonio culturale nazionale: la cattedrale, la chiesa del Sacro Cuore, il santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso, la chiesa dell'Assunta, la chiesa di Santa Rosa di Lima... L'ospedale San Francesco di Sales che appartiene all'arcidiocesi è stato distrutto al 90%, con un centinaio di persone ancora sotto le macerie. Eppure l'ospedale continua a funzionare, con sale operatorie improvvisate. Abbiamo chiamato medici dell'American College of Surgeons e sono venuti qui per lavorare con un impegno a lungo termine. Ho potuto ottenere una nuova ambulanza per l'ospedale e benefattori per le tanto necessarie medicine. Catholic Relief Services fornisce un grande aiuto, tra cui il cibo e l'acqua per i pazienti e per il personale, ed équipe mediche dall'Università di Maryland".

 

La Caritas, nelle sue diverse componenti, sta facendo un grosso lavoro ad Haiti. Come le sembra procedano i soccorsi cattolici?

"Catholic Relief Services" (Crs) e Caritas Haiti costituiscono un punto di riferimento forte ed innegabile per la distribuzione degli aiuti. Crs ha una grande presenza in Haiti, con uno staff di più di 300 membri che erano già qui prima del terremoto, ai quali se ne sono aggiunti molti altri provenienti dagli Usa (da Baltimore, sede del Crs) e da altre parti del mondo. Caritas Haiti è stata rafforzata da Caritas Internationalis e da diverse Caritas nazionali europee. Nei prossimi giorni, Crs e Caritas dovrebbero raggiungere circa 200.000 persone nella distribuzione degli aiuti. L'ambizione è di arrivare a 500.000 terremotati, non solo a Port-au-Prince e non solo oggi, ma nei mesi a venire. Il ruolo della nostra vasta ed articolata infrastruttura ecclesiale, in primo luogo le parrocchie, è molto importante. Dobbiamo utilizzare la nostra autorità morale per calmare le folle durante le distribuzioni, perché non abbiamo sempre a disposizione le scorte militari".

 

Negli ultimi giorni sono emerse critiche al coordinamento, all'organizzazione generale degli aiuti o al protagonismo dei soccorritori. Concorda?

"La mia risposta dovrebbe essere tanto complessa quanto la problematica, ma dovrei essere breve. Penso che le 'debolezze' siano da entrambe le parti. Da parte haitiana, occorre ricordare che Haiti è un Paese molto povero e già prima del terremoto le infrastrutture erano molto scarse e deboli. Quelle che esistevano sono state poi distrutte dal terremoto, in particolare la torre di controllo dell'aeroporto, il porto, tutte le sedi dei 18 ministeri, il Parlamento, il palazzo presidenziale, ecc. In uno Stato tale, la distribuzione degli aiuti da parte della comunità internazionale ha incontrato e tuttora incontra tante sfide. Da parte di soccorritori e volontari, vi sono quelli che vengono ad aiutare solo per alcuni giorni, per cui, invece di essere di grande aiuto, contribuiscono ad un incubo logistico. Una parte rilevante viene senza un appoggio locale e senza un partner sul terreno. Vengono con aiuti ma non sanno come distribuirli. Vi sono anche organizzazioni che portano aiuti di cui le vittime non hanno bisogno in questa fase dell'emergenza, come vestiti usati. Alcuni, sì, vogliono essere protagonisti e amano prendere il comando in questo o quel settore, ma credo che siano una piccolissima minoranza. Nonostante tutte le critiche - alcune fondate, altre rivelatrici di un'ignoranza sulla realtà haitiana e sulle sfide che incontra la distribuzione su larghissima scala di aiuti umanitari - occorre riconoscere l'immenso lavoro che la comunità internazionale ha fatto e tuttora fa".

 

Quali suggerimenti dare?

"Innanzitutto inviare soldi anziché aiuti materiali, perché è la forma d'aiuto più flessibile e facile da inviare. Possiamo impiegarli a seconda delle necessità della gente. Oggi stesso un volontario mi ha fatto questa osservazione: 'Non riesco a capire come un volo charter sia arrivato solo pieno d'acqua'. L'acqua, evidentemente, è una componente fondamentale dei primi aiuti da fornire. Ma è il modo migliore per aiutare, nel momento in cui i costi del trasporto diventano molto più elevati del valore dell'aiuto stesso?"

 

Grande è stata - e continua ad essere - la solidarietà da tutto il mondo, quali secondo lei devono essere, d'ora in poi, le priorità?

"Come Chiesa cattolica proprio oggi abbiamo definito i principi e le strategie a medio e lungo termine. Come strategia a medio termine, dopo 4/6 settimane di aiuto materiale massiccio, occorrerebbe lanciare il classico 'food for work', ossia far lavorare le persone affinché possano provvedere con dignità alle loro necessità. I lavori da fare non mancano. Certo la distribuzione degli aiuti materiali continuerà, ma speriamo su scala minore. Si aggiungerà, poi, la distribuzione di piccole somme a chi non può lavorare. Vorremmo però evitare la distribuzione massiccia e protratta di aiuti materiali, perché non promuove la dignità delle persone che possono comunque lavorare e non favorisce l'economia e la produzione locale. Come strategia a lungo termine, occorre promuovere progetti che possano contribuire allo sviluppo, all'espansione dell'economia. Ad esempio, aiutare gli agricoltori ad aumentare la loro produzione. Già prima del terremoto Haiti importava circa l'80% dei suoi fabbisogni alimentari. Credo che le strategie che la comunità internazionale adotterà non saranno molto differenti dalle nostre. Come Chiesa, occorre ormai pensare alla ricostruzione degli edifici e delle istituzioni che abbiamo perso. Su questo tema ho già ricevuto numerosi suggerimenti e buone idee da tante parti".

 

Teme che, come spesso accade, una volta spenti i riflettori dei media sull'emergenza, anche le popolazioni di Haiti saranno dimenticate?

"Il timore che il mondo dimentichi di nuovo Haiti una volta spenti i riflettori è certamente ragionevole e realistico. Ma spero che questa volta l'assistenza internazionale sarà davvero a lungo termine. Si parla molto di un 'Piano Marshall' per Haiti. La distruzione della capitale e dintorni è talmente vasta che una strategia di ricostruzione simile al 'Piano Marshall' sarebbe l'unico modo per far uscire Haiti dal suo sottosviluppo, soprattutto per evitare che il Paese diventi ancora più povero di prima".

 

Quale appello vuole rivolgere alla Chiesa italiana e a tutto il mondo?

"Vi preghiamo di aiutarci a ricostruire la cattedrale di Port-au-Prince, le nostre chiese e case parrocchiali, i nostri due seminari maggiori, le nostre numerose scuole e case di formazione che il terremoto ha completamente raso al suolo o messo fuori uso".

PATRIZIA CAIFFA

 

 

 

Riflessioni. Il bene comune

 

Se riprendiamo il Concilio Vaticano II, in particolare la Gaudium et Spes,

ritroviamo una splendida definizione del bene comune: " l'insieme di quelle

condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettivita' sia ai

singoli membri, di raggiungere la propria perfezione piu' pienamente e piu'

celermente ". In tal senso possiamo dire che il bene comune si lega al tema

della "giustizia".

 

Cerchiamo di dare seguito alla nostra elaborazione dicendo che se, come

scrivevamo ieri, il bene comune e' - insieme alla capacita' di analizzare e

di governare i fenomeni umani secondo complessita' - fondamentale per

"uscire" dall'aspetto morale della crisi di convivenza che stiamo vivendo

(ricomponendo l'unita' del reale creato e superando la contraddizione -

separazione fra "natura" e " realta' "), esso va compreso ed applicato -

prima di tutto - guardando all'essenza profonda di ogni persona e di ogni

realta': il principio di "giustizia", infatti, sta a significare che ogni

realta' deve svilupparsi, nell'unita' integrata delle sue componenti,

tendendo a realizzare il "fine" che le e' proprio.

 

Il bene comune non e' "costringibile" all'interno di pre-definiti modelli

organizzativi della convivenza umana: esso, infatti, e' certamente presente

laddove vi e' - ad esempio - la garanzia minima del diritto alla vita ed al

futuro ma non e' sovrapponibile ad un qualsivoglia modello, compreso quello

democratico; il bene comune prescinde dai modelli organizzativi e di

rappresentanza ma si sostanzia nella capacita', che deriva dalla

responsabile partecipazione di ciascuno, di garantire una prospettiva di

senso all'intera ed unica umanita' (partendo da ogni persona e da ogni

comunita').

 

Il bene comune sta alla "natura" e al "progetto" umano, vive nella strategia

dell' "umano integrale". Il bene comune e' il piu' avanzato dei "talenti",

aiuta ciascuno di noi a ri-creare in unita' il reale creato; partendo, come

dicevamo, dalla tensione verso il "giusto fine".

 

Siamo partiti da una citazione del Concilio Vaticano II non per significare

che il bene comune sia un concetto di matrice esclusivamente religiosa ma

per dire che esso riguarda l'intera convivenza e, comprendendo l'intera

esperienza umana, comprende sia l'aspetto immanente che quello trascendente

della vita.

 

Serve il bene comune nella elaborazione di proposte di "governance" ?

Certamente si'. Ogni atto, ogni scelta puo' definirsi efficace soltanto se

realizza il "giusto fine" della realta', a partire dagli ambiti specifici e

dai livelli di competenza. Il bene comune, sul piano morale, richiama alla

necessita' dell'unita' integrale della convivenza umana nel reale creato e

guarda ad un orizzonte temporale di medio e lungo termine, quello a cui le

attivita' umane dovrebbero conformarsi per essere sostenibili e "giuste". Se

guardiamo alla realta', ben lo sappiamo, c'e' molto bisogno di bene comune.

Associazione progetto Strategie, de.it.press

 

 

 

 

Il respiro del mondo. Coinvolgere le comunità diocesane in una missionarietà senza confini

 

"L'Ac nella Chiesa locale e universale: sfide antiche e nuove per una missionarietà senza confini": su questo tema l'Azione Cattolica italiana (Ac) ha promosso il 22 e il 23 gennaio a Roma (Domus Mariae) un seminario. L'Ac del Terzo millennio non può che "avere il respiro del mondo per crescere nell'incontro con chi è lontano geograficamente", ha spiegato Stefania Sbriscia, referente per i rapporti internazionali dell'associazione. Due giorni che hanno visto a confronto le esperienze missionarie delle diocesi e i progetti del Forum internazionale di Ac (Fiac). "Nei suoi più di 140 anni l'Azione Cattolica ha dato sempre un contributo nell'ambito delle missioni", ha ricordato il presidente Franco Miano. "L'obiettivo è coinvolgere tutte le realtà diocesane in questa dinamica concreta di comunione, nella convinzione che essa è un modo di vivere nella Chiesa locale con la capacità di guardare oltre".

 

Il nuovo volto della missione. "Un crescente calo di vocazioni religiose" affiancato per contro da "un aumento di partenze di laici". Il "nuovo volto della missione" è determinato anche da questi elementi, ha illustrato nella relazione introduttiva don Giovanni Cesena, direttore dell'Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei. Ciò, se "ci invita a ripensare in modo nuovo l'invio missionario", "non significa che dobbiamo immaginare i laici come sostituti dei missionari religiosi", ma piuttosto che è tempo di valorizzare "una nuova specifica missionarietà". La "formazione", "l'accompagnamento delle partenze", il "progettare l'animazione", sono gli strumenti indicati dal relatore che ha poi individuato nello scenario delle migrazioni l'altro volto del cambiamento. Da un lato, "la sempre maggiore presenza nel Paese di personale apostolico del Sud del mondo" che rende importante "stabilire una cooperazione, uno scambio di vedute". Da un altro, "i nuovi terreni di missione che si aprono qui da noi". Incluso il dialogo interreligioso: "Viviamo quotidianamente a fianco di altre fedi e ciò ci costringe a ripensare l'annuncio". Nello scenario della globalizzazione, in definitiva, "il primo elemento da cui non si può prescindere per ripensare la missione in modo nuovo è quello di intenderla come comunione e scambio fra le Chiese, un'occasione per ricevere l'entusiasmo della fede vissuta in altri continenti". Detto in altre parole: "Da ciò che apprendiamo nelle missioni in altri Paesi, abbiamo molto da imparare per la missione da noi".

 

Dalle diocesi. Proprio questa è l'esperienza riferita nei laboratori da alcune diocesi che hanno avviato da tempo gemellaggi nei Balcani. Dal 2000 i giovani dell'Ac di Parma portano avanti uno scambio con la diocesi di Sarajevo, con campi scuola e animazione ragazzi. "L'impatto con alcune realtà in cui convivono pacificamente diverse religioni - hanno spiegato i giovani di Parma - ha suscitato la voglia di incontrare persone di fedi diverse che vivono nelle nostra città. Perciò con i ragazzi bosniaci stiamo organizzando un campo multi-religioso qui da noi". In Bosnia sono una trentina le diocesi coinvolte nei gemellaggi dell'Ac che iniziati subito dopo il conflitto, ora puntano soprattutto alla formazione dei laici. In Albania invece l'Ac è presente in due ambiti: l'animazione dei bambini, come il caso della diocesi di Avezzano che, dal 1996, ha stabilito un legame con una missione a Tirana coinvolgendo l'Acr e i corsi per insegnanti del Fiac, che coinvolgono diverse diocesi soprattutto in Piemonte. Si lavora sulla didattica, ma anche sulla valorizzazione del bambino e della donna nella società albanese, mentre nasce l'esigenza di formare gruppi in cui italiani e albanesi possano confrontarsi sul modo di vivere la fede. Dai laboratori è emersa l'esperienza del "sentire i territori di missione parte della Chiesa locale" e l'esigenza di individuare, al ritorno, strade per "rivivere la missione" nei propri territori verso le fasce in difficoltà.

 

I giovani e il Fiac. Durante il seminario sono stati illustrati anche altri progetti del Fiac, impegnato a promuovere l'Ac in varie realtà, dall'Africa, all'Asia, all'Europa dell'Est. Chiara Finocchietti, responsabile nel Forum del Coordinamento giovani di Ac, ha parlato degli impegni per i cristiani di Terra Santa. "Il primo è quello della preghiera che, iniziato durante il viaggio di Benedetto XVI, continua con altri momenti tra cui quello del 31 gennaio, che unirà un gruppo di aggregazioni giovanili di tutto il mondo. Accanto alla preghiera vi è l'aiuto materiale, ad esempio la 'Colletta del Venerdì Santo'. Infine i pellegrinaggi e i gemellaggi che rientrano nel progetto di formare un laicato di giovani di Ac. Nelle ultime estati, ragazzi di vari Paesi sono andati ad animare l'Ac locale e ragazzi della Terra Santa hanno partecipato ai nostri campi nazionali". La prospettiva, ha aggiunto Maria Grazia Tibaldi, segretaria del Fiac, è moltiplicare queste occasioni di incontro, tanto più in vista del Sinodo sul Medio Oriente, anche per incoraggiare i giovani a restare in queste terre dove i cristiani sono un punto di equilibrio".  MICHELA CUBELLIS

 

 

 

 

Per tornare a crescere.  Giovani, formazione, lavoro: le scelte per il futuro

 

Affrontare e approfondire la problematica della preparazione al lavoro dei giovani, con particolare attenzione alla formazione professionale, destinata a ragazzi e ragazze con potenzialità, ma che faticano a stare sui banchi. Questo l'obiettivo del seminario "L'impegno delle istituzioni per la valorizzazione delle risorse giovanili nella formazione e nel lavoro", che si è tenuto il 26 gennaio a Roma. Promosso dall'Associazione nazionale enti di formazione professionale (Forma) insieme al Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani e organizzato dal Centro italiano opere femminili salesiane (Ciofs-Fp), l'appuntamento costituisce una delle tappe di avvicinamento alla 46a Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010).

 

Una visione integrale. Recuperare "una visione integrale del lavoro", superando la "dimensione economicista", è l'invito giunto in apertura dal presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, mons. Arrigo Miglio. "L'impegno comune per una visione integrale del lavoro, visto come la strada maestra attraverso cui l'uomo e la donna sviluppano le loro potenzialità, è uno dei punti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa", ha ribadito mons. Miglio. È anche un compito specifico dei cattolici "per evitare il rischio che tutto venga ricondotto soltanto a una prospettiva economicista". Il vescovo ha poi evidenziato come oggi in Italia sia "largamente carente la qualità media e la quantità complessiva delle opportunità di formazione e di ricerca": un limite che si ripercuote in particolare su "giovani istruiti e inviati alla ricerca", che "faticano a esprimersi nella nostra società e a contribuire al bene comune".

 

Il lavoro ben fatto. Di "dignità del lavoro" che porta a un "lavoro ben fatto" ha parlato suor Alessandra Smerilli, docente alla Pontificia Facoltà di scienze dell'educazione "Auxilium" e membro del Comitato organizzatore delle Settimane Sociali, citando Primo Levi: nel campo di concentramento di Auschwitz "il muratore di Fossoli (…) detestava la Germania, i tedeschi, il loro cibo, la loro parlata, la loro guerra; ma quando lo misero a tirate su muri di protezione contro le bombe, li faceva dritti, solidi, con mattoni bene intrecciati e con tutta la calcina che ci voleva; non per ossequio agli ordini ma per dignità professionale". Ecco, ha aggiunto la docente, "la formazione professionale non prepara solo ad occupare un posto, ma provvede a una vera e propria educazione al lavoro", e questo è "ciò che oggi manca di più all'Italia per tornare a crescere". "Il lavoro va costruito, talora creato - ha aggiunto il segretario del Comitato, Edoardo Patriarca - ripensandolo come vocazione". Da parte sua, il vicepresidente di Forma, Mario Tonini, ha espresso "meraviglia" in riferimento alle notizie di cronaca sul "riordino dell'apprendistato", poiché tale proposta "è stata avanzata senza considerare i "percorsi sperimentali triennali di istruzione e formazione professionale", progetti che hanno ottenuto "buoni risultati nel prevenire la dispersione scolastica".

 

Differenti capacità. "Realizzare un percorso di apprendimento secondo le proprie capacità" è il segreto del "successo formativo", secondo Franco Venturella, dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale di Padova: non dunque formule uguali per tutti, ma attenzione a ciascun ragazzo e ragazza affinché possano essere "soggetti attivi di una cittadinanza consapevole". Sulla stessa linea Claudio Gentili, direttore della rivista scientifica "La Società" e direttore Education di Confindustria, che ha esortato a "differenziare, personalizzare, adeguare l'offerta formativa alle esigenze dei giovani". D'altra parte, ha aggiunto Gentili, "l'Italia deve affrontare il fenomeno della dispersione, ma anche quello di un calo della qualità", come dimostra l'incremento dei debiti formativi.

 

La posta in gioco. Oggi, tuttavia, il dibattito sulla formazione si gioca senza tener presenti gli effettivi destinatari. "Gli interessi in gioco non sono quelli dello studente", ha denunciato Michele Pellerey, docente all'Università Pontificia Salesiana, e "i giovani rischiano di diventare fannulloni perché il sistema d'istruzione non li porta ad essere appieno cittadini-lavoratori", ha rimarcato Giulio Salerno (Università di Macerata) chiedendo una "stabilità" a livello istituzionale. "I percorsi tipici della formazione professionale - ha aggiunto Pellerey - aiutano il soggetto ad acquisire competenza non in astratto, ma concretamente, con un dialogo continuo tra il centro di formazione e il mondo che lo circonda". Peccato che, ha rilevato Claudia Donati del Censis, tra Regione e Regione ci siano "diversi stadi di sviluppo": in alcune si parla di poli formativi per la formazione professionale, in altre ai poli si aggiungono Istituti per la formazione tecnico-scientifica, altre ancora non hanno nulla. Mentre non è ancora decollata l'istruzione tecnica superiore, necessaria "per dare senso a tutta la formazione professionale" accompagnando i giovani dal conseguimento della qualifica al posto di lavoro. FRANCESCO ROSSI

 

 

 

 

Tracce del messaggio. Le parole di Benedetto XVI nei media

 

Il messaggio del Papa per la 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali - "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" - ha avuto risonanze diverse sui media. Sabato 23, a caldo, i principali telegiornali nazionali ne hanno dato ampiamente conto nelle loro edizioni del giorno; mentre i quotidiani - dal canto loro - hanno dovuto attendere l'uscita di domenica 24 per poter rilanciare la notizia. Mentre, però, in tv sabato l'argomento è stato uno dei principali, il giorno successivo sui giornali è finito in secondo o terzo piano.

Il "Corriere della Sera" non aveva alcun accenno in prima pagina al tema, a cui però è stata dedicata pressoché integralmente la pagina 26 all'interno. Titolo: "Il Papa crea i cyber preti: ora evangelizzare la Rete". Occhiello: "La religione e il Web. Il Vaticano invita a creare parrocchie digitali". Sommario: "Raggiungere con i nuovi mezzi chi non crede". A fianco dell'articolo sul messaggio papale, il quotidiano riportava un pezzo storico sugli "alimentatori" di fede (da san Paolo a Robert Speer) e un piede dedicato all'appuntamento che sabato ha visto il cardinale Tettamanzi dialogare con i direttori responsabili di "Corriere", "Repubblica" e "Avvenire", in occasione della festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Anche la prima pagina de "La Repubblica" domenica non ha riportato alcun rimando al messaggio, riprendendone i contenuti a pagina16. Titolo di apertura: "Il Papa esorta i sacerdoti: Evangelizzate sul web". Sommario: "Svolta di Benedetto XVI: Più vicini ai fedeli". Anche in questo caso, l'articolo ha riportato molti stralci del documento in maniera referenziale, lasciando che a parlare fosse lo stesso Benedetto XVI. Il pezzo affiancato a quello sul messaggio ha riportato un'intervista a mons. Gennaro Matino, vicario per la comunicazione della diocesi di Napoli, che ha favorito lo "sbarco" su Facebook del cardinale Crescenzio Sepe.

Neppure "La Stampa" ha dato cenno al tema in prima pagina, riservandone la trattazione a pagina 18. Titolo: "In missione sul Web per conto di Dio". Sommario: "Il Papa lancia l'evangelizzazione dei cyber-preti". A fianco dell'articolo l'opinione di don Bruno Fasani, portavoce della diocesi di Verona, delle cui parole sono state messe in evidenza soltanto le più critiche: "Scorciatoia illusoria: così le chiese si svuoteranno".

In Internet la risonanza del messaggio papale è stata più immediata e meno duratura, come del resto è caratteristico del mezzo stesso. Sabato la ripresa del tema era su tutte le prime pagine dei quotidiani online, da cui però è sparita nei giorni immediatamente successivi.

Al di là della quantità di spazio, qualche osservazione specifica si può fare sulla qualità del trattamento, in particolare nella titolazione. Gli esempi citati sopra riguardo ai tre principali quotidiani nazionali evidenziano differenti approcci connotativi, ma anche alcune costanti a livello concettuale e metaforico. Tra queste ultime, l'immagine ricorrente dei "cyber preti", tanto efficace a livello metaforico quanto arbitraria e fuorviante. Come se un sacerdote capace di parlare ai fedeli anche attraverso le nuove tecnologie somigliasse più a un robot che a una persona…

Qualche forzatura si rileva nelle sintesi a cui, forzatamente, la titolazione giornalistica deve ricorrere, laddove viene presentata come una "svolta" o un cambio di rotta l'apertura del Papa e della Chiesa ai nuovi media. In realtà, la Chiesa è sempre stata non soltanto sensibile ma addirittura ottimista verso le potenzialità positive dei media. Se nei documenti ufficiali sono stati affrontati anche i possibili rischi di un uso distorto, è proprio in forza della preoccupazione di salvaguardare e valorizzare appieno l'utilità dei mezzi per l'uomo.

Tornando al messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali di quest'anno, bisogna peraltro notare che - a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni - stavolta i media che ne hanno parlato si sono sentiti coinvolti meno direttamente e in generale hanno usato toni più neutri.

Diversa l'accoglienza del messaggio nei media cattolici: da Avvenire al Sir, dai settimanali diocesani ai siti e ai periodici. In tutti una ripresa puntuale del testo con molti commenti e note.  MARCO DERIU

 

 

 

Un prete cattolico contro il Dio di Giuliano Ferrara

 

Su Micromega.net la replica di don Paolo Farinella all'articolo “Amano Dio e votano Emma” di Pietrangelo Buttafuoco pubblicato su "Il Foglio"

 

Sul “Foglio” (30 gennaio 2010) a firma di Pietrangelo Buttafuoco è apparso un articolo dal titolo “Amano Dio e votano Emma”. Il riferimento è alle prossime elezioni regionali laziali, ma lo sguardo si allarga all’orizzonte dell’Italia e del mondo. Un nuovo «padrino della Chiesa» è sorto alla fine di gennaio dalla cattedra patriarcale del «Foglio» dei dintorni berlusconiani e come da programma, incluso nel cognome, butta nel fuoco delle Gehènna tutto e tutti, salvando solo il piccolo «dio» personalizzato, fatto a propria immagine e somiglianza. Un «dio» tascabile, utile in ogni circostanza. A luogo e fuori luogo.

 

Se fosse stato un tema da scuola media, l’insegnante l’avrebbe cassato tutto con la motivazione: fuori tema, da cima a fondo. L’impressione alla prima lettura è di depressione spinta perché sembra che da un momento all’altro l’autore si voglia suicidare perché incompreso in un mondo di atei, di senza Dio, in una chiesa traditrice dei bei tempi andati; in una parola di coloro che dicono di credere in Dio. La confusione è totale e non basta riordinare le idee, ma è necessario oltre ad un supporto psicologico, una rifondazione della teologia, specialmente tradizionale, perché l’autore deve avere studiato solo su un bignamino da bancarella.

 

In poche righe riscrive la storia del mondo e del pensiero filosofico-teologico: da Platone a Virgilio, dai sacerdoti ebrei al Vaticano; da Papini a Mel Gibson; dalla Russia comunista a Franco, non Ciccio, ma il generalissimo, quello che garrotava i detenuti politici, mentre quatto quatto se ne stava con il rappresentante papale in adorazione al Santissimo Sacramento: così per restare in tema di rispetto della vita.

 

Il dato più evidente è che il “Foglio” di Ferrara, come il cardinale Ruini, non digerisce la candidatura di Emma Bonino alla presidenza della Regione Lazio e non avendo argomenti di analisi logica, propina una frittata di temi religiosi o pseudo-tali per incitare alla rivolta contro il sistema «chiesa» italiana che non corrisponde più ai canoni del direttore del "Foglio".

 

Giuliano Ferrara è reduce da una sconfitta cogente sul tema dell’aborto e gli brucia che non abbia raccolto nemmeno l’1%, lui che pensava di avere dietro le armate vaticane e i plotoni delle parrocchie. Povero Ferrara! Povero Buttafuoco! Credono ancora di vivere in regime di «Christianitas» e infatti la foto che correda l’articolo lo vale tutto: una foto anni 50, processione con stuolo di preti inamidati in cotta, crocifisso avanti come alabarda e folla-folklore attorno e dietro. Una saga da paese. Ecco la fede dell’articolista. E’ meglio che si metta l’anima e il fegato in pace: quei tempi non torneranno più. Non gli va bene nemmeno la chiesuola di Ratzinger che è tutto dire. Cosa vuole una chiesa presocratica?

 

Non è sufficiente che papa Ratzinger stia tentando di ritornare indietro a marce forzate, reclutando lefebvriani e anglicani, seppur sposati, ma tutti con la testa rivolta al trapassato remoto; non basta che la Cei risusciti il già ex Ruini per riabilitare Berlusconi con un lauto pranzo di candidature e voti di scambio; non è sufficiente ancora che Berlusconi governi come satrapo persiano; no, ora il “Foglio” e le propaggini sue vogliono nominare il papa, i vescovi, i preti per riformare la Chiesa a modo loro, quella Chiesa di cui non hanno mai conosciuto l’indirizzo perché essi ne sono sempre stati fuori, salvo usarla come una puttana per buttarla via quando non serve.

 

Il pistolotto sul Concilio poi è sorpassato dopo che tutti a cominciare dal papa stesso, da buona parte della Cei, da tutta la curia romana, sparano ad alzo-zero su di esso, facendo un distinguo di lana caprina per dire in modo ecclesiastico che non c’è discontinuità tra il Vaticano II e il magistero precedente, Concili compresi. Un modo meschino per dire: al Concilio ci pensiamo noi, lo eliminiamo lasciandolo in piedi. Anzi, lo citeremo sempre di più, ma lo svuoteremo della sua anima e della sua carne. Stia tranquillo, il Pietrangelo: su questo versante il concilio, causa di tutti i mali, compresi il fuoco di Sant’Antonio, i reumatismi e il disgelo del popolo nord, non esiste più.

 

Le lamentazioni di Buttafuoco sono, infine, provvidenziali perché devono fare riflettere la gerarchia cattolica che è pericoloso giocare a fare gli apprendisti stregoni. Ecco i frutti della denigrazione del Concilio: poiché non si condivide la politica e qualche ciambella non viene col buco sperato, si dà fuoco a tutto, a Dio col quale è bene vedersela da soli, alla Chiesa (non si sa di cosa parli il Buttafuoco) che dovrebbe essere una combriccola di estrema destra, perché la gerarchia cattolica che è dichiaratamente di destra non basta più: deve andare oltre se stessa ed essere eversiva, a supporto all’attuale governo.

 

Non credo che Giuliano Ferrara, mandante armato di questo ballon d’essai, sia un ingenuo; al contrario, penso che abbia dichiarato guerra alla gerarchia cattolica perché se non rientra nei ranghi e non molla il centro casiniano per privilegiare il berlusconismo, avrà vita dura e una campagna denigratoria sullo stile delle mitragliatrici di famiglia: il Giornale e Libero. Boffo docet! Che altro potrebbe essere questo articoletto senza capo né coda, senza pensiero, scritto da uno sotto effetti allucinogeni, se non un ricatto?

 

Emma Bonino, è arma ignara, usata come fantasma per fare paura ad una gerarchia disorientata, che ha perso il polso del paese e annaspa nelle sabbie mobili dell’incertezza. La vicenda di Vendola ha fatto tremare più di una sedia al potere: i partiti ordinano, ma la gente li sfotte e quando può votare, vota contro. Emma Bonino sarà eletta nel Lazio se non altro perché la gente voterà contro le indicazioni dei caporioni e della gerarchia cattolica. Non fa paura la Emma, ma la possibilità che possa mettere le mani sulla sanità privata e tagliare le mani avide che mangiano ai quattro palmenti attraverso il sistema immorale delle cliniche private. Hanno paura che metta mano al sistema delle scuole e favorisca quella pubblica a scapito della privata.

 

Non temono la Bonino radicale, abortista, libertaria e donna, temono che una volta al potere la fantasia possa fare il resto. Da qui a maciullare lo stato di diritto il passo è cortissimo: ormai siamo in uno Stato di sopruso che ha scippato la democrazia del diritto di voto che deve essere libero; mentre «lorsignori» vogliono un sistema di guarentigie che garantisca privilegi e posti ad uomini pii e devoti obbedienti. Il Vaticano e la Cei sono avvertiti anche dal “Foglio”: la guerra è cominciata e non si guarderà in faccia ad alcuno. Anche Dio diventa un proiettile all’uranio arricchito perché questa volta, come diceva l’ex avvocato Cesare Previti: “questa volta non faremo prigionieri”. Paolo Farinella, prete (Micromega 2)

 

 

 

 

Le radici della fede. Un pezzo di eternità

 

Dal 15 al 20 febbraio, l'ostensione del corpo di sant'AntonioDal 15 al 20 febbraio, speciale ostensione del corpo di sant’Antonio all’interno della basilica del Santo a Padova. Questa sì che è una notizia! Anche se, nel coro entusiastico dei più, c’è chi la reputa una notizia fuori luogo. In un mondo flagellato da terremoti, nel bel mezzo di una crisi economica, che senso ha un evento così insolito come l’esposizione ai fedeli di ossa vecchie di ottocento anni?

Un buon motivo per richiamare due nozioni di storia e fare chiarezza.

Il cristianesimo affonda le radici nel sangue dei martiri. Sulle loro tombe si celebrava l’Eucaristia e intorno ai resti mortali di questi fratelli “testimoni della fede” si radunava la comunità cristiana. Terminate le persecuzioni, a partire dal IV secolo il culto liturgico reso ai martiri si rivolge anche ai santi, uomini e donne di singolari virtù, intrisi di Vangelo e operatori di carità. Il santo, secondo l’espressione di Paolino di Nola (355-431), è un “martire che non stilla sangue”, nel senso che dona la sua vita per la causa di Cristo in modo totale ma incruento.

Anche il rapporto particolare con l’aldilà qualifica il santo cristiano: generalmente la sua festa liturgica è collocata proprio nel giorno della morte (“dies natalis”: giorno della nascita alla nuova vita), e il suo corpo è vissuto da chi resta come un ponte tra terra e cielo. Diversamente dal mondo greco-romano che aborriva la morte e collocava i defunti nelle “necropoli” (letteralmente: città dei morti), i corpi dei cristiani sono deposti nei cimiteri (letteralmente: dormitori) in vista della risurrezione, e quelli dei santi in luoghi pubblici e accessibili come chiese e basiliche, che divengono ben presto mete di pellegrinaggio. Nell’antichità la morte è spartiacque tra due mondi non comunicanti, per i cristiani la “comunione dei santi” amplia la comunità credente fino al cielo. Tendono alla santità coloro che sulla terra sono incamminati al cielo, la godono in Dio le schiere dei santi. Senza questo presupposto non si può capire perché i santi e, quindi, i loro resti (“reliquia” significa “ciò che resta”: il corpo o parte di esso) sono, ieri come oggi, percepiti come segno e testimonianza di una vita vissuta in amicizia con Dio e a servizio degli uomini. Le reliquie rendono il santo vivo e operante agli occhi degli uomini. Esse, infatti, non hanno valore nella loro materialità, ma in quanto richiamano un corpo che è traccia di una vita pienamente cristiana e, quindi, realizzata.

Da qui si comprende perché la gente si avvicini con fiducia ai santi e alle loro reliquie. Attraverso di esse un pezzo di eternità entra nella storia e diventa accessibile. E sono poco convincenti quelle razionalizzazioni che immaginano una fede pura, senza segni, tutta idee precise e valori buonisti. La nostra fede si fonda sull’incarnazione, realtà di spessore, concreta, che non diserta mai la storia. Chi si reca ai santuari ha forse una fede semplice – ricordiamo che cristianamente la semplicità è un valore – ma sana, tenace, autentica, creativa. La religiosità dei poveri (e la povertà non è solo quella di beni materiali) non è certamente una religiosità povera, anzi: lascia spazio all’azione, al gesto, al cuore, chiede di vedere e di toccare, di sperimentare attraverso un “sentire immediato”. Questa religiosità (che qualcuno chiama fede) popolare, contiene la grammatica stessa dell’esperienza religiosa cristiana che “sente”, “prega”, “vive”, “partecipa”. Perciò, nella sostanza, le sue forme non sono cambiate di molto attraverso i secoli. La domanda non è perché la gente va in pellegrinaggio, si reca ai santuari, prega i santi e venera le reliquie. E nemmeno che senso ha, nel terzo millennio, l’ostensione del corpo di un santo. Si tratta di eventi che rivitalizzano le radici della fede, che ricompattano e irrorano l’identità credente, che coniugano di nuovo tradizione e modernità. “La gente del popolo – scrive il teologo don Paolo Giannoni – attinge alla rivelazione con la tazza della sua vita: una povertà che invoca, una fiducia che si affida, un’ammirazione che loda, un senso vivo della mediazione dei santi che sa che ogni santo – e in modo particolare sant’Antonio – con la sua vita è un vero e grande commento di Gesù-Vangelo”. Oggi purtroppo è la sete che manca, ma questo non è un buon motivo per dubitare della tazza con la quale il popolo cristiano si disseta.

Ugo Sartorio, direttore editoriale e responsabile “Messaggero di sant’Antonio”

 

 

 

Pubblicati gli Atti del Primo Forum Internazionale su Migrazioni e Pace

 

  NEW YORK - Nei giorni 29 e 30 gennaio 2009, si tenne ad Antigua, Guatemala, il Primo Forum Internazionale su Migrazioni e Pace, organizzato dallo Scalabrini International Migration Network (SIMN).  I lavori del Forum sono stati ora pubblicati in due volumi, uno in spagnolo e uno in inglese. Copie della pubblicazione sono disponibili presso:  SIMN, 27 Carmine Street. Nueva York, NY 10014-4423 - Teléfono: (212) 675-3993 - E-Mail: secretary@simn-cs.net

  Ricordiamo che l'evento si è svolto attorno alla discussione del tema "Frontiere: Muri o Ponti?" Nei due giorni del Forum, i 218 partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, azioni e idee per promuovere una convivenza veramente umana e pacifica nel rispetto dei diritti umani a livello internazionale e con particolare attenzione verso le Americhe. Tra i partecipanti c'erano rappresentanti di quasi tutti gli stati americani, rappresentanti di governo e di organizzazioni internazionali, sociali, ecclesiastiche, centri accademici e dei media, politici, esperti in materia di migrazione, organizzazioni di immigrati, migranti e alcuni Premi Nobel della Pace, come la guatemalteca Rigoberta Menchú, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Medici Senza Frontiere e l'UNHCR.

  Gli obiettivi del Forum sono stati: Acquisire e fornire nuove intuizioni sul rapporto tra migrazioni internazionali e i processi di riconciliazione e di costruzione di processi di pace; Promuovere un dialogo a alto livello sui processi migratori e la promozione di una convivenza veramente umana e pacifica per tutti a livello internazionale tra i premi Nobel per la Pace, i rappresentanti dei governi, le organizzazioni internazionali e sociali, i centri accademici, i media e i rappresentanti di organizzazioni di immigrati; Promuovere l'adozione di politiche di rispetto e protezione dei diritti di tutti i migranti e delle loro famiglie; Elaborare proposte che impegnano tutti i diversi attori sociali e politici nella costruzione di una cultura dell'accoglienza, della solidarietà e della pace; Condividere l'impegno della Chiesa con i migranti, le loro famiglie e le loro comunità, nel contesto della celebrazione dei dieci anni della promulgazione del documento Ecclesia in America; Stabilire una rete di appoggio per la convivenza pacifica tra le comunità di migranti e le comunità locali; Motivare i partecipanti del Forum a continuare ad essere agenti di cambiamento socio-culturale e promotori di un mondo più pacifico.  (Inform)

 

 

Papst: Reif für die Insel, sozusagen

 

Benedikt XVI. freut sich auf seine Reise nach Großbritannien. Das sagte der Papst an diesem Montag den englischen und walisischen Bischöfe im Vatikan. Die Oberhirten halten sich derzeit zu ihrem Ad-Limina-Besuch in Rom auf. Genaueres über seine Reise verriet das katholische Kirchenoberhaupt aber nicht. Vielmehr zählte er auf, welche Fortschritte auf der Britischen Insel in Sachen Glauben gemacht wurden.

 

„Auch in Anbetracht des Säkularismus gibt es in England und Wales ein starkes Zeichen für den Glauben. Ich denke vor allem an den Enthusiasmus bei den Pilgerreisen zu den Reliquien der heiligen Therese von Lisieux oder an das Interesse für die Seligsprechung von Kardinal John Henry Newman, aber auch die rege Teilnahme bei den kirchlichen Weltjugendtagen.“

 

Königin Elisabeth II. von England, als Monarchin auch Oberhaupt der anglikanischen Staatskirche, ist laut britischen Presseberichten besorgt über das Angebot des Vatikans, für übertrittswillige Anglikaner eigene kirchliche Strukturen zu schaffen. Den englischen katholischen Bischöfen sagte der Papst über die entsprechende Apostolische Konstitution „Anglicanorum Coetibus“:

 

„Der ökumenische sowie auch der interreligiöse Dialog sind in England und Wales sehr wichtig, da die Bevölkerung in sich sehr verschieden ist. Ich bitte aber darum, all jene anglikanischen Gruppen zu unterstützen, die sich die volle Gemeinschaft mit der katholischen Kirche wünschen. Ich bin davon überzeugt: Wenn wir sie herzlich empfangen, dann sind diese Gruppen für die gesamte Kirche ein Segen.“ (rv 1)

 

 

 

Benedikt XVI. – radikal, modern und Buddha-gleich

 

Gerne wird dem Papst vorgeworfen, er sei von vorgestern. Dabei ist er von vorvorvorgestern: Benedikt XVI. verkörpert eine 2000 Jahre alte Tradition und steht deshalb im Kreuzfeuer. Doch der Papst ist trotz allem nicht nur radikal und modern, sondern auch ein Fels im Meer der kurzlebigen Trends.

Wir sind nicht Papst und waren es nie, Gott sei Dank, weder der Autor dieser Zeilen noch Klaus Wowereit oder Dieter Bohlen, und das ist gut so. Nicht einmal Angela Merkel oder Margot Käßmann waren je Papst und wir Deutschen alle zusammen erst recht nicht. Der Kalauer, der einmal das Gegenteil behauptete, war eine geniale Titelzeile auf Seite eins, aber eigentlich doch augenzwinkernder Blödsinn aus der Witzfabrik der Frankfurter Schule. Wir sind auch keine Franzosen, seit Joseph Kardinal Ratzinger 1992 in die Académie Française gewählt wurde.

Doch auch Alexander Smoltczyks schöne Beobachtung im "Spiegel", dass die Deutschen im April 2005 "den Glauben an die Gottlosigkeit verloren" hätten, stimmte natürlich nie. Das so zu empfinden war nur der überwältigenden Erfahrung jener Tage auf dem Petersplatz geschuldet, als selbst religiös ganz unmusikalische Menschen im Röcheln von Papst Johannes Paul II. wieder etwas von den Chören der Engel zu vernehmen meinten. Andere wurden damals mit der Wahl Benedikts XVI. von der trügerischen Annahme überwältigt, der große Weltkrieg der Völker sei erst damit endlich an ein Ende gekommen. Diese Euphorien sind heute aufgebraucht. Jetzt melden sich die Gottlosen wieder zurück, verbissener als je zuvor zu meinen Lebzeiten und so aggressiv, als gelte es, verlorenes Terrain zurückzuerobern.

Klar, dass Benedikt XVI. wie von selbst in das Fadenkreuz ihres Trommelfeuers geraten ist. Er wehrt sich ja nicht. Er verteidigt sich nicht. Er wird nicht in Talkshows aufkreuzen. Aber es gibt eben keinen, der dem Furor der gescheiterten linken Sozialingenieure von gestern aufreizender im Wege steht. Nicht wenige von ihnen sind inzwischen als Wortpolizisten oder Blockwarte einer neuen Zivilreligion zu Lohn und Brot gekommen, die (außer Gott) alles anbetet, was der Selbstermächtigung des Menschen über Leben und Tod und Schicksal dient. Unter ihnen wird der gute alte Agitprop nun gegen die letzte Bastion in Stellung gebracht, die diesem Projekt noch widersteht: Kirche und Papst.

Publizistische Sippenhaft ins dritte Glied retro

Befremdlich für römische Beobachter bleibt aber, wie leise sich so viele tapfere Helden in Deutschland wegducken vor den diffamierenden, demagogischen Anwürfen. Hier verfällt sogar die Bischofskonferenz in ängstliche Schreckstarre - und lässt ihre Presseagentur, statt mutig die Wahrheit zu sagen, die Schauernachricht noch einmal in jede Redaktion zwischen Aachen und Passau pumpen, was Joseph Alois Ratzingers Großonkel (!) im 19. Jahrhundert (!!) einmal über die Juden gesagt habe: eine Art publizistischer Sippenhaft ins dritte Glied retro. Kein Wort der Empörung dazu aus Berlin.

In Italien sorgt indes fast jedes Wort des Papstes von Belang für heftige Debatten in den Zeitungen von links bis rechts. Die Polen haben in ihrer Identifikation mit ihrem Papst das Sowjetsystem von Berlin bis zur Beringstraße zum Einsturz gebracht. Der schlimmste Vorwurf aus Deutschland gegen Papst Benedikt XVI. ist nach Analyse aller Argumente aber nun wahrhaftig dieser: dass er Deutscher ist (und deshalb natürlich auch in der Wolle gefärbter Antisemit et cetera, et cetera). Dass Engländer diesen Vorwurf gleich nach der Wahl erhoben haben, ist selbstverständlich. Doch dass er nun im Land der Reformation ventiliert wird, darüber können sich in Rom oder Warschau oder Paris viele nur noch verwundert oder erschrocken die Augen reiben. In Deutschland darf man sich nicht mit dem Papst solidarisieren.

Er ist der modernste Pontifex, den es jemals gab, sein gelehrter Scharfsinn weltberühmt, seine Doktrin der Trennung von Kirche und Staat radikal, er ist ein Buddha auf dem Sessel Petri, er ist der Papst, der sich wie kein anderer tief mit dem Glauben der Juden beschäftigt hat, er ist der ökumenischste, den wir vielleicht je haben werden (doch nicht zum Nulltarif), auch wenn das viele - falls jemals - wohl erst beim nächsten Papst aus China oder Brasilien begreifen werden. Doch er ist ein Deutscher. Aua! Deshalb muss jetzt hier einmal kurz über seinen Glauben geredet werden.

Lauter spukende Zeitgeist

Denn Katholiken glauben nicht nur an einen einzigen Gott. Sie glauben zudem, als Konsequenz dieser Überzeugung, dass es Wahrheit gibt. Und zwar eine Wahrheit, also nicht zwei, drei, vier oder unzählige. Und was wahr ist, kann nicht gleichzeitig unwahr sein; auch dreiste Wiederholungen machen Lügen nicht wahr. Den Glauben an die Existenz einer Wahrheit teilen fromme Katholiken im Übrigen mit frommen Juden und frommen Muslimen, und zumindest das katholische Credo muss dank der Religionsfreiheit heute keiner mehr teilen. Denn in unserer Weltgegend ist diesem Glauben an die Wahrheit in der Moderne ja das Bekenntnis des großen Katholiken Alexis de Tocqueville zur Seite getreten, der als Zeitgenosse von Karl Marx zu der Erkenntnis kam: "Ich glaube, ich würde die Freiheit in allen Zeiten geliebt haben. In der Zeit aber, in der wir leben, fühle ich mich geneigt, sie anzubeten."

 

Dennoch macht ihr rigider Umgang mit der Wahrheit die katholische Kirche auch weiterhin ein wenig ungeschmeidig gegenüber all denen, die heute eine und morgen eine andere Meinung haben und vertreten, weil es ihrer Ansicht nach ja keine allgemeingültige Wahrheit gibt. Nur lauter spukende Zeitgeister. Da spuken sie eben mit. Gestern Kommunist, morgen Buddhist, übermorgen vielleicht einmal Mondanbeter. Es ist irgendwie auch menschlich, allzu menschlich. Weniger human ist allerdings der inquisitorische Furor, mit dem hier bei jeder neuen Wende und Kurve wieder Vollgas gegeben wird.

Ich muss nicht ausführen, dass es zwei unkompatible Welten sind, die sich da gegenüberstehen. Wo Glaubende an der Wahrheit (selbst wo sie zum Teil noch verborgen ist) als einer tief verankerten Seinsweise lehnen, fehlt echten Atheisten dieser ruhende Pol. Sie können sich letztlich an nichts anlehnen, weil nichts zuverlässigen Bestand hat. Sie möchten auf der richtigen Seite sein, diesmal, endlich einmal. Das ist es, was sie umtreibt, und das ist nicht ungefährlich. Es ist genau das, wovor Joseph Kardinal Ratzinger am Vorabend seiner Wahl zum Papst warnte, als er eine drohende "Diktatur des Relativismus" beschwor. Denn wer den Unterschied zwischen der Wahrheit und der Lüge einebnen will, wird auch andere Unterscheidungen einebnen wollen. Warum denn nicht? Kann man doch alles sagen. Alles ist relativ. Es gibt keine Wahrheit. Es gibt nur die, die sich anmaßen, es gäbe sie.

Er ist 2000 Jahre alt, er ist Petrus

Was wird dem Papst vorgeworfen? Dass er nicht genug gesagt und getan habe in Auschwitz, in Jerusalem? Was ist genug? Soll er sich aufgeben und in Dienst nehmen lassen als düsterer Ministrant eines Ritus, in dessen Mitte die totalitäre Apokalypse steht? Die Wahrheit ist: Nicht die katholische Kirche hat den verbrecherischen Zivilisationsbruch des vergangenen Jahrhunderts begangen oder auch nur zu verantworten, sondern die neuen Heiden à la mode des 20. Jahrhunderts. Diesem blubbernden Becken entsteigt aber auch heute der Hass auf den Papst, der genauso duftet wie der Hass, den schon die Nazis gegen Pius XII. hegten.

Denn Benedikt XVI. stört. Darum wird er als Taliban beschimpft. Sei's drum. Doch dann musste ich lesen, der Mann aus Bayern sei nicht nur Deutscher, sondern auch "von vorgestern", und da wurde es endgültig lächerlich. Ach, Jungs, er ist doch kein Mann von vorgestern. Er ist von vorvorvorvorgestern. Er ist 2000 Jahre alt. Er ist Petrus. Er ist Galiläer und stammt aus Bethsaida am See. Darum versöhnt er die katholische Kirche so radikal mit ihrer authentischen, apostolischen, trotz aller Brüche letztlich ungebrochenen Tradition, zurück zu ihrem Ursprung in Jesus von Nazareth, der von sich gesagt hat: "Ich bin der Weg, die Wahrheit und das Leben."

Wer das nicht versteht, hat von der katholischen Kirche nichts verstanden. Benedikt XVI. hat sich mit Haut und Haar der ewigen Wahrheit des barmherzigen Gottes verschrieben, für den er auch sterben wird wie sein Vorgänger. Er ist ein Mann von vorvorgestern und von überübermorgen. Wie viele Imperien sind in den letzten 2000 Jahren zerbröselt? Der Papst bleibt. Petrus ist der Fels in dieser Welt. Paul Badde DW 1

 

 

 

Missbrauch in der katholischen Kirche. Das Schweigen der Hirten

 

Berlin. Im Herbst 2002 mochten auch die deutschen Bischöfe nicht länger wegsehen. Nach einer Serie von Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche sahen sich die Hirten gezwungen, hierzulande zu reagieren. Gerade erst war im Vatikan, ausgelöst durch beschämende Skandale in den USA, ein Krisengipfel zuende gegangen. Weil auch deutsche Priester immer wieder in die Schlagzeilen geraten waren, beschloss die Bischofskonferenz, zu handeln. Sieben Jahre nach ihren Amtskollegen aus den Niederlanden, sechs Jahre nach Österreichs Bischöfen und eineinhalb Jahre nach ihren südafrikanischen Glaubensbrüdern veröffentlichten sie Leitlinien zum "Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger in der katholischen Kirche".

 

Auf den ersten Blick las sich das Regelwerk beeindruckend. "Die Fürsorge der Kirche gilt zuerst dem Opfer", hieß es unmissverständlich in dem etwas anderen Hirtenbrief. In allen Bistümern würden künftig zentrale Anlaufstellen für Missbrauchsopfer geschaffen; diese werde man "im Einzelfall" auch finanziell unterstützen. Die Täter dagegen werde man kirchenintern maßregeln, gegebenenfalls auch die staatlichen Strafverfolgungsbehörden einschalten. Nie mehr würden die gefallenen Priester "in Bereichen eingesetzt, die sie mit Kindern und Jugendlichen in Verbindung bringen". So weit die Theorie.

 

Was in der Praxis von den hehren Leitlinien zu halten ist, wurde fünf Jahre später im Herrschaftsgebiet des Regensburger Bischofs Gerhard Ludwig Müller deutlich. Dieser hatte 2004 seinem Pfarrer Peter K. die 800-Seelen-Gemeinde Riekofen bei Regensburg überantwortet. Was er für sich behielt: K. war vier Jahre zuvor wegen sexuellen Missbrauchs verurteilt worden. Als die Sache 2007 aufflog, weil K. sich erneut an Minderjährigen vergriffen hatte, rechtfertigte sich Bischof Müller mit einem Gutachten, wonach der Pfarrer als geheilt von seiner pädophilen Neigung galt. Dass Fachleute Pädophilie für unheilbar halten, war ihm wohl entgangen.

 

Ein Einzelfall? Eher nicht. Im Zuge des Missbrauchs-Skandals am Berliner Canisius-Kolleg wurde in Berlin ein neuer Vertuschungsfall bekannt. Diesmal an der katholischen Kirchengemeinde Heilig Kreuz in Hohenschönhausen. Deren Gemeinderat erfuhr erst jetzt, dass ihr Priester sich 2001 an einem Kind vergangen haben soll. Berlins Erzbischof Georg Kardinal Sterzinsky war schon im Juli 2009 informiert und suspendierte den Geistlichen - aus "gesundheitlichen Gründen".

 

Fälle wie diese sind es, die Bernd Hans Göhrig, den Geschäftsführer des ökumenischen Netzwerks "Kirche von unten" grundsätzlich skeptisch stimmen, ob Deutschlands katholische Bischöfe tatsächlich an Aufklärung interessiert sind. Göhrigs Initiative hatte schon 2002 "schwerwiegende Zweifel" an den Leitlinien der Ober-Hirten angemeldet. Diese seien vorwiegend "täterorientiert" und ermöglichten Kirchen sogar die Strafvereitelung. Im Jahr 2007 wiederholte die Initiative ihre Kritik und wies, nach etlichen weiteren Skandalen, nachdrücklich darauf hin, dass sexuelle Gewalt bei den Katholiken "ein strukturelles Problem" sei. Die Einwände wurden gehört - und dann beiseite gewischt.

 

Dabei liegt das Problem nach Göhrigs Dafürhalten auf der Hand. Anders als oft behauptet sei der Zölibat - also die erzwungene sexuelle Enthaltsamkeit von Priestern - nicht so sehr Ursache für die stetige Wiederkehr von Missbrauchs-Skandalen. Vielmehr begünstige "das System katholische Kirche" mit seinen festgefahrenen Machtstrukturen die sexuelle Gewaltausübung von geweihten Amtsträgern. Unter Glaubensbrüdern herrsche nach wie vor ein "Korpsgeist", der dazu führe, das einer den anderen decke.

 

Ähnlich sieht es Sigrid Grabmeier, Sprecherin von "Wir sind Kirche". Sie bezweifelt, dass die Kirche über ausreichende Selbstreinigungskräfte verfügt. Zwar wurden mit den Leitlinien von 2002 in allen Bistümern Anlaufstellen für Missbrauchsopfer geschaffen. Nur säßen dort zumeist selbst Verantwortliche in Priesterrobe, sagte Grabmeier der Frankfurter Rundschau. "Das sind Brüder im Amt - da pinkelt man sich nicht ans Bein." Seit Jahren fordern die kircheninternen Kritiker unabhängige Ombusleute wie Ärzte, Juristen oder Therapeuten. Mit mäßigem Erfolg.

 

Um die Katholiken zum Umdenken zu zwingen, sammelt der ehemalige Ministrant Norbert Denef seit geraumer Zeit im Internet Unterschriften. Sein Ziel: Er will vor dem Europäischen Menschenrechts-Gerichtshof eine Aufhebung der im deutschen Zivilrecht gültigen Verjährungsfrist für sexuellen Missbrauch erreichen. Dann hätten Opfer ein Recht auf Entschädigung. Denef war als Kind von Priestern missbraucht worden und stritt mit dem Bistum Magdeburg jahrelang um ein angemessenes Schmerzensgeld. 25000 Euro wollten die Kirchenmänner ihm zunächst zahlen, aber nur, wenn er "alles unterlasse", um das Thema publik zu machen. Das war im November 2003 - ein Jahr, nachdem die Bischöfe ihre Leitlinien vorgestellt hatten. JÖRG SCHINDLER FR 2

 

 

 

Kasper: „Von Altorientalen lernen“

 

Wenn das Stichwort „Ökumene“ fällt, denkt man im Vatikan nicht nur an die Gespräche mit den orthodoxen und protestantischen Kirchen. Ein wichtiger Gesprächspartner sind auch die so genannten altorientalischen Kirchen im Nahen und Mittleren Osten: Dazu gibt es die Gemischte Kommission für den theologischen Dialog zwischen den orientalisch-orthodoxen Kirchen und der römisch-katholischen Kirche. Für die katholische Kirche hat Kardinal Walter Kasper in den letzten Tagen an der jährlichen Dialog-Tagung im Libanon teilgenommen. Gegenüber Radio Vatikan berichtet er an diesem Montag über die Begegnung mit Kirchen, die trotz 1.500-jähriger Trennung eine mit der katholischen Kirche ähnliche Kirchenstruktur teilen.

„Es war überaus interessant auch für mich zu sehen, wie Kirchen, die außerhalb des damaligen Römischen Reiches lebten – in Persien, Armenien oder Indien – nur auf indirekte Art und Weise mit Rom in Gemeinschaft waren. Aber es war doch eine brüderliche Gemeinschaft des gemeinsamen apostolischen Glaubens, den wir bis heute bewahrt haben.“ (rv 1)

 

 

 

 

 

Imam-Ausbildung. "Auf dem Boden des Grundgesetzes"

 

Religionspädagoge Bülent Ucar über die Ausbildung islamischer Theologen in Deutschland. Bülent Ucar, geboren 1977 in Oberhausen, ist seit 2007 Professor für "Islamische Religionspädagogik" an der Universität Osnabrück. Er hat in Bonn und Bochum Islamkunde studiert und an Schulen "Islamische Unterweisung" unterrichtet.

 

Herr Ucar, wo sonst noch, außer in Osnabrück, werden an unseren Universitäten islamische Religionslehrer für deutsche Schulen ausgebildet?

 

Inzwischen gibt es auch Studienangebote an den Universitäten in Erlangen und Münster. Wenngleich noch nicht in der wünschenswerten personellen Stärke. Für die Koranexegese, die übrige Überlieferung, das Arabische, die Religionspädagogik, Fachdidaktik und die christlichen Theologien sind jeweils fünf bis sechs Lehrstühle nötig. Wichtig ist nicht die Zahl der Standorte, sondern ihre breite Fachkompetenz.

 

Wie viele Pädagogen sind nötig, um einen bekenntnisorientierten Religionsunterricht zu gewährleisten?

 

Einen Muster-Lehrplan für bekenntnisorientierten Religionsunterricht hat Bülent Ucar zudem für das nordrhein-westfälische Schulministerium erarbeitet. H.H.

Mindestens 900 000 Schüler bundesweit wollen einen islamischen Religionsunterricht. Für sie braucht man zwei- bis dreitausend Lehrer.

 

Bekenntnisunterricht findet hierzulande immer in Absprache zwischen dem Staat und der jeweiligen Religionsgemeinschaft statt. Wer ist der Ansprechpartner für den Staat auf muslimischer Seite?

 

Bislang gibt es keine vom Staat anerkannten Stellen. Die Behörden wollen echte Religionsgemeinschaften als Partner und keine aus dem Ausland ferngesteuerten Organisationen. Gleichwohl kann man die heutigen Spitzenverbände nicht ausklammern, solange sie über die Moscheegemeinden verfügen. Sie sollten also auch in den vom Wissenschaftsrat empfohlenen "Beiräten" der Universitäten Platz finden. Führend müssen in diesen Beiräten aber international anerkannte Theologen sein.

 

Die bisherigen Spitzenverbände geraten oft in den Verdacht einer Fremdsteuerung aus dem Ausland. Sehen Sie Chancen für eine Vertretung der deutschen Moscheegemeinden, die von der lokalen Basis legitimiert wird?

 

Das türkische Religionsministerium beispielsweise hat kein Interesse an einer deutschen Prediger- oder Imam-Ausbildung. Es entsendet und finanziert vielmehr Imame als türkische Staatsbeamte. Wenn das anders werden soll, muss der deutsche Staat bodenständige, demokratische und transparente Organisationen aktiv fördern.

 

Ist das Koranstudium zwingend ans Arabische gebunden oder auch in anderen Sprachen genauso gut möglich?

 

In der Türkei wird islamische Theologie auf Türkisch, im Iran auf Persisch, in Deutschland auf Deutsch gelehrt und gelernt. Der Student muss allerdings Arabisch beherrschen, um die grundlegenden Texte zu verstehen.

 

Dürfen auch Frauen islamische Religionslehre unterrichten?

 

Ihnen steht die Ausbildung und Ausübung des Lehramts für islamische Religionspädagogik offen. Lediglich der Imam in der Moschee ist immer ein Mann.

 

Lehrer müssen auf das Grundgesetz schwören. Ist die muslimische Religion mit unserer Verfassung vereinbar?

 

Die Lehre an Schule und Hochschule ist ohne Wenn und Aber an das Grundgesetz gebunden. Das schließt nicht aus, theologische Einzelfragen offen und kontrovers, also akademisch zu erörtern, selbstverständlich immer auf dem Boden des Grundgesetzes. Interview: Hermann Horstkotte FR 2

 

 

 

 

 

Deutschland/Schweiz: Datenklau mit oder ohne Segen?

 

Es ist eine heikle Frage: Sollte der Staat illegal erworbene Bankdaten aus der Schweiz ankaufen, um damit Steuerbetrüger zu überführen? Die katholische Kirche in Deutschland zeigt sich in ihrer Haltung gespalten. Ein Informant hat dem Bundesfinanzministerium für 2,5 Millionen Euro die Daten von 1.500 Steuersündern mit Schweizer Konten zum Kauf angeboten. Experten zufolge könnten damit nachträglich 100 Millionen Euro Steuern eingetrieben werden.

Der Augsburger Weihbischof Anton Losinger spricht von Hehlerei und verweist auf das Rechtsstaatsgebot - doch der Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke hält den Ankauf der Daten unter bestimmten Bedingungen durchaus für möglich. Der „Bild“-Zeitung sagte Jaschke, der Staat sei verpflichtet, Schaden von der Gesellschaft abzuwenden. Losinger dagegen meinte im Deutschlandradio, der Zweck heilige nicht die Mittel. Wenn man eines Tages auf die Idee käme, man könnte mit Folter Gewaltverbrechen aufdecken und eventuell Geiseln befreien, „wo ist dann die Grenze, wenn der Staat sich an das Prinzip der Rechtsstaatlichkeit nicht mehr hielte?“ kna 1

 

 

 

 

Theologiestudium. Moralpredigt von höchster Stelle

 

Die theologischen Fachbereiche der christlichen Konfessionen scheinen sich mit einem Mauerblümchendasein an den Universitäten abzufinden - statt die wechselseitig inspirierende Zusammenarbeit mit anderen zu suchen. Das kritisiert der Wissenschaftsrat in seinen Empfehlungen zur Weiterentwicklung der geistlichen Disziplinen.

 

Er führt die Selbstgenügsamkeit darauf zurück, dass die vom Staat eingerichteten und bezahlten Professuren grundsätzlich durch Verträge mit dem Vatikan oder der Evangelischen Kirche in ihrem Bestand abgesichert sind. Mangels Nachfrage haben sich die Partner aber zum Beispiel in Bamberg und Passau 2007 darauf geeinigt, den katholischen Lehr- und Forschungsbetrieb auf eine Handvoll Lehrstühle zu reduzieren. Während Kernfächer wie die Dogmatik bei unvermeidlichen Stellenstreichungen auch an anderen Standorten meist ungeschoren bleiben, werden sogenannte "Randfächer" wie die Christlichen Archäologie am ehesten geopfert - obwohl sie eine direkte Verbindung in andere Disziplinen, zum Beispiel zur Geschichte der Antike haben. Bei der Neubesetzung von Lehrstühlen vermisst das oberste Ratgebergremium der Hochschulpolitik oft ein ausreichendes Verständnis für die "Zeichen der Zeit", also etwa eine Erweiterung der "Missionswissenschaften" auf "außereuropäische Theologien".

 

Die fachliche Horizonterweiterung ist schon deshalb unvermeidlich, weil die meisten der gut 40 000 Theologie-Studenten Religion als Zweit- oder Drittfach für den Lehrerberuf oder im Bereich der sozialen Arbeit mitnehmen. Weit weniger als die Hälfte wollen Volltheologen (im Erstfach) werden. Ihnen genügt womöglich ein Bachelor-Abschluss. Aber die Umstellung auf die neuen internationalen Studiengänge kommt in den Theologien langsamer voran als in den anderen Kulturwissenschaften.Die akademische Nachwuchsausbildung stagniert bei jeweils hundert Doktoren der beiden großen Bekenntnisse. Der neue Weg der Hochschullehrer-Qualifizierung über Juniorprofessuren wird links liegen gelassen. Üblich ist nach wie vor die traditionelle Habilitation. Über das Bestehen entscheiden nicht zuletzt die Kirchen mit.

 

Der Wissenschaftsrat fordert die Gottesdiener aber nachdrücklich auf, auf dieses Recht zu verzichten. Die Habilitation sei eine rein akademische Angelegenheit und keine Frage des wahren Glaubens. Die Moralpredigt von höchster Warte fällt diesmal unverblümter aus als sonst üblich. HERMANN HORSTKOTTE FR 2

 

 

 

 

Haiti: Angst vor Kinderhändlern

 

In Haiti geht die Angst vor Kinderhändlern um. In Heimen sei die Lage katastrophal und spitze sich weiter zu, berichten Helfer und Experten. Am Wochenende wurden zehn US-Bürger verhaftet, die offenbar mehr als dreißig Kinder außer Landes bringen wollten - nach Angaben des haitianischen Sozialministers Yves Christallin konnten die an der Grenze zur Dominikanischen Republik Festgenommenen weder Ausreisedokumente noch Adoptionsurkunden vorweisen. Auch lägen keine Beweise dafür vor, dass die Kinder wirklich Waisen seien. Die Beschuldigten weisen die Vorwürfe zurück. Man habe die Kinder nur vorübergehend in einem Hotel in der Dominikanischen Republik unterbringen wollen.

 

Unter großem Sicherheitsaufgebot hat unterdessen das Welternährungsprogramm (WFP) der UNO am Sonntag in Haiti mit der Verteilung von Lebensmitteln begonnen. Soldaten der UNO-Mission und der US-Armee sowie einheimische Sicherheitskräfte überwachen die Aktion. Auch das Internationale Rote Kreuz hilft mit, wie uns dessen Mitarbeiter vor Ort, Tommaso Della Longa, sagte.

 

„Die allgemeine Lage hat sich eindeutig verbessert. Wir vom Roten Kreuz konnten innerhalb einer Woche etwa 10.000 Familien erreichen und ihnen helfen. Täglich verteilen wir rund eine Million Liter Wasser; außerdem haben wir zwei Krankenhäuser aufbauen können. Doch die große Schwierigkeit steht uns erst noch im Juni bevor, wenn die Regenzeit beginnt.“ (dw/afp/reuters 1)

 

 

 

 

 

Dialog stockt. Piusbrüder greifen den Papst an

 

Rom. Der Vatikan tut sich schwer mit der von Papst Benedikt XVI. angestrebten Aussöhnung mit den erzkonservativen Piusbrüdern. Der Dialogprozess stockt erheblich. Bischof Williamson, der sich im April in Regensburg wegen Volksverhetzung vor Gericht verantworten muss, leugnet den Holocaust weiter.

 

Vor etwas mehr als einem Jahr hatte der Papst ein Dekret unterzeichnet, das im Vatikan zunächst als Meilenstein der innerkirchlichen Aussöhnung betrachtet wurde. Mit seiner Unterschrift hob Benedikt XVI. die Exkommunikation der vier sogenannten Lefebvre-Bischöfe auf, die zur Piusbruderschaft gehören. Erst drei Tage später wurde der Beschluss veröffentlicht - und löste weltweit einen Sturm der Empörung aus. Denn unterdessen war auch ein Interview eines der vier Bischöfe bekannt geworden, das dieser einem schwedischen Fernsehsender gegeben hatte. Darin hatte der Brite Richard Williamson einmal mehr den Holocaust geleugnet.

 

Oberstes Ziel ist die Einheit - In Rom aber hielt man an dem Beschluss fest - im Sinne der Einheit der Kirche, die schon dem Kardinal Joseph Ratzinger wichtiger gewesen war als die politisch-weltanschaulichen Ansichten der Piusbruderschaft, die kirchenrechtlich als irrelevant gelten. Zwar räumte der Papst später Kommunikationspannen ein, doch treibt er die Aussöhnung weiter voran. Alle zwei Monate treffen sich Delegierte beider Seiten, um über die heikle Annäherung zu beraten.

 

Doch die Gespräche sind schwierig. Würdigte man in Rom nach dem ersten Treffen noch das "herzliche und vertrauensvolle Klima", wurde über das zweite im Januar kaum etwas bekannt. Benedikt sagte lediglich vor der Glaubenskongregation, er "vertraue" darauf, dass die Differenzen überwunden werden könnten, die seitens der Piusbruderschaft einer "vollen Gemeinschaft mit der Kirche" im Wege stehen. Dass das just zwei Tage vor seinem ersten, von Spannungen überschatteten Besuch in der Römer Synagoge erfolgte, sorgte für neue Aufregung. Wegen seiner umstrittenen Entscheidung, die Seligsprechung von Pius XII. voranzutreiben, blieben jüdische Würdenträger dem Treffen fern.

 

Zwar fand Benedikt dann in der Synagoge versöhnliche Töne, die in Italiens jüdischen Gemeinden positiv aufgenommen wurden, die Piusbruderschaft aber kritisierte den Besuch scharf. Benedikt sei von der "Lehre der Apostel Petrus und Paulus" abgewichen, denn seine Rede habe keinen Aufruf zur Missionierung der Juden enthalten, ließ man verbreiten. Die Piusbruderschaft lehnt den Dialog mit anderen christlichen Gemeinschaften und anderen Religionen ab und erkennt die Beschlüsse des Zweiten Vatikanischen Konzils nicht an.

 

Williamson selbst, der nach seiner Ausweisung aus Argentinien wieder in London lebt, hat die Gespräche mit dem Vatikan jüngst sogar als "Gespräch unter Taubstummen" bezeichnet. Den Holocaust leugnet er weiter, wie der Spiegel berichtet. "Tatsache bleibt, dass die sechs Millionen Vergasten eine Riesenlüge darstellen", soll er jüngst in einer E- Mail geschrieben haben. Auch innerhalb der eigenen Bruderschaft ist der Bischof umstritten, doch wagt man es nicht ihn auszuschließen - aus Angst, er könne eine neue Gegenkirche gründen.

 

Ab Mitte April muss sich Williamson in Regensburg wegen Volksverhetzung vor Gericht verantworten, da das Interview mit dem schwedischen Sender im bayrischen Zaitzkofen geführt worden war. Ob er zu dem Verfahren erscheinen wird, ist fraglich. KORDULA DOERFLER  FR 1

 

 

 

 

Religion an der Uni. Politiker begrüßen Islam als Uni-Fach

 

Experten sehen in den Empfehlungen des Wissenschaftsrates zur Ausbildung von Imamen einen großen Forschritt für die Integration. Bisher scheiterte die Verankerung islamischer Theologie an den Universitäten und bekenntnisorientierter Religionsunterricht für muslimische Kinder stets an der Vielfalt des Islams.

Von Andrea Dernbach

 

Berlin - Die Forderung des Wissenschaftsrats, islamische Theologie als Fach an den deutschen Hochschulen zu verankern, stößt auf Zustimmung aus allen politischen Lagern. Zustimmend äußerten sich neben Grünen-Chef Cem Özdemir und SPD-Bildungspolitikern auch die muslimischen Verbände, die Türkische Gemeinde und mehrere CDU-Politiker, darunter Bundesbildungsministerin Annette Schavan. Nordrhein-Westfalens Integrationsminister Armin Laschet (CDU) sagte dem Tagesspiegel: „Wir brauchen mehr Imame, die unserer Gesellschaft entstammen und an deutschen Universitäten ausgebildet werden. Imame, die ohne Deutschkenntnisse wie Diplomaten für wenige Jahre aus der Türkei einreisen und die deutsche Gesellschaft nicht kennen, passen nicht mehr in die Zeit einer modernen Integrationspolitik. Deshalb muss der Vorschlag des Wissenschaftsrats bald umgesetzt werden.“

 

Der Wissenschaftsrat, das wichtigste Beratungsgremium zur Wissenschaftspolitik, wird am Montag seine Empfehlungen zur Reform der Universitätstheologie und Religionswissenschaft vorstellen. Die Einrichtung von Zentren islamisch-theologischer Forschung bezeichnet der Wissenschaftsrat darin als „vordringlich“ und schlägt vor, sie zunächst an zwei bis drei Universitäten einzurichten, die bereits über einen religionswissenschaftlichen Schwerpunkt verfügen.

 

Einen Durchbruch in der seit Jahren festgefahrenen Debatte um die Rolle des Islam im deutschen Religionsverfassungsrecht könnte der Vorschlag des Wissenschaftsrats für die Einbeziehung der muslimischen Religionsgemeinschaften selbst sein – das Grundgesetz schreibt dies vor. Das Gremium, in dem neben Hochschulpolitikern und Wissenschaftlern auch Vertreter des Bundes und der für die Kulturpolitik zuständigen Länder sitzen, schlägt dafür nämlich Beiräte vor, die die gesamte Breite des muslimischen Spektrums repräsentieren und jederzeit offen für Vertreter weiterer Richtungen sein sollen. Zudem soll sich an jeder Universität ein eigener Beirat bilden. Nach fünf Jahren werde man dann prüfen, welches Modell sich bewährt hat.

 

Bisher scheiterte die Verankerung islamischer Theologie an den Universitäten und bekenntnisorientierter Religionsunterricht für muslimische Kinder stets an der Vielfalt des Islams; die Kultusbehörden verwiesen darauf, dass ihnen ein klarer Ansprechpartner fehle. Der Wissenschaftsrat empfiehlt nun die in einzelnen Städten und Regionen bereits existierenden Beiräte ausdrücklich als Möglichkeit, das Problem zu lösen.

 

Darin sieht die Berliner Islamwissenschaftlerin Riem Spielhaus einen großen Fortschritt. „Es ist gut, dass der Wissenschaftsrat auch ausdrücklich den Koordinationsrat der Muslime als Ansprechpartner akzeptiert. Er ist schließlich die einzige Vertretung der organisierten Muslime“, sagt Spielhaus, die seit langem in der islamischen Seelsorgeausbildung engagiert ist und derzeit am „Centre for European Islamic Thought“ der Theologischen Fakultät der Universität Kopenhagen forscht. „Wichtig wird es auch sein, bei den Beiräten lokale Initiativen – die es etwa in Erlangen gibt – einzubinden. Und natürlich müssen die religiösen Ansprechpartner des Staates auch die ganze Vielfalt des Islams repräsentieren.“ Es sei „ allerhöchste Zeit, dass sich die deutschen Hochschulen da öffnen“. Ideen dazu gebe es freilich schon lange, auch an den Universitäten selbst. Der inzwischen emeritierte Islamwissenschaftler an der Humboldt-Universität Peter Heine verwies im Gespräch mit dem Tagesspiegel darauf, dass schon in den 90er-Jahren muslimische Organisationen ihn um Hilfe zur Einrichtung gebeten hätten. Seinerzeit sei das aber am Desinteresse auch der Universität gescheitert.  tsp 1

 

 

 

 

 

Mahnung gegen den Antisemitismus

 

Bischof Algermissen am Holocaust-Gedenktag in Pax-Christi-Kirche Essen

 

Essen/Fulda. Der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen rief am Holocaust-Gedenktag, 27. Januar, in Essen zu einer permanenten Aufarbeitung der jüngsten Vergangenheit auf. In einem Pontifikalamt in der Pax-Christi-Kirche am 65. Jahrestag der Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz hinterfragte der Oberhirte, wie nachhaltig Deutschland und Europa aus der alle Maßen übersteigenden Katastrophe gelernt hätten. Immer wieder flackere der Antisemitismus auf. Auch in Deutschland werde er deutlich sichtbar. „So liegt weiterhin ein langer Weg der Läuterung und der Auseinandersetzung vor uns. Gehen wir ihn miteinander“, forderte der Bischof auf.

 

In seiner Predigt hatte Bischof Algermissen zuvor betont, daß Auschwitz wie kein anderer Ort für den größten Genozid in der Geschichte der Menschheit stehe, die Vernichtung von rund sechs Millionen Juden. „In Auschwitz ist unsere Zivilisation in furchtbarer Weise mit dem Abgrund ihrer eigenen Möglichkeiten konfrontiert worden. Der Schrecken über das Ausmaß des Bösen, das dort begangen wurde, hält uns bis heute gefangen. Noch immer haben wir für dieses Verbrechen, das die hebräische Sprache als ‚Schoa’ bezeichnet, kein angemessenes deutsches Wort gefunden.“ Dem bekannten Ausspruch, nach Auschwitz könne es keine Dichtung mehr geben, liege die Erfahrung dieser Unfähigkeit zugrunde, mit den Mitteln der Sprache das Geschehen von Auschwitz und dessen andauernde Folgen für das Selbstverständnis des Menschen, für Zivilisation und Gesellschaft angemessen zu fassen. Gerade die Überlebenden selbst aber hätten sich immer wieder auf die Suche nach einer Sprache begeben, die diesem Menschheitsverbrechen Ausdruck verleihen könnte.

 

Das deutsche Volk habe lange gebraucht, sagte der Bischof, um sich der Verantwortung „für das monströse Verbrechen zu stellen, das von Deutschen und im deutschen Namen begangen wurde“. Bis heute seien Mechanismen der Verdrängung wirksam. Zweifellos sei es richtig, die Vorstellung einer Kollektivschuld abzulehnen. „Wahr ist aber auch, daß sich weit mehr Deutsche persönlich schuldig gemacht haben, als ihre Mitschuld einzugestehen bereit waren. Schuld tragen nicht allein die Täter vor Ort und die politische Führung. In verschiedenen Graden haben auch die Mitläufer und alle diejenigen, die weggesehen haben, Mitschuld auf sich geladen.“

 

Den 27. Januar zu begehen, sei für Christen eine Verpflichtung, stellte Algermissen heraus. „Wir handeln als solche, die nicht davon lassen können, Menschengeschichte immer auch vor das Angesicht Gottes zu stellen in aller Ratlosigkeit und mitunter ohne Antwort.“ Vielleicht liege die Hauptaufgabe christlicher Erinnerung darin, die Wunden offen zu halten, nicht zu versuchen, das Unvorstellbare plausibel zu machen, den Abgrund zuzuschütten. Es folge daraus, daß christliche Erinnerung letztlich unspektakulär Widerstand leiste gegen eine schleichende kulturelle Amnesie, in der es nur noch Siegertypen geben dürfe und keine Opfer mehr vorkommen könnten. „Wenn namhafte Theologen heutzutage als Charakteristikum unserer Gesellschaft die Gottes-Amnesie, die Gottvergessenheit, ausmachen, bedeutet das nicht auch, daß dort, wo Gott vergessen wird, auch der Mensch, der erniedrigt, entwürdigt und entmenschlicht wurde, vergessen ist?“

 

Ein solches Erinnern aus dem Glauben an einen mitleidenden Gott wisse auch um die dunklen Seiten Gottes, die nicht einfach erklärt werden könnten. Der Schrei des Gottessohnes am Kreuz „Mein Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?“ sei nicht unmittelbar beantwortet worden. Die Frage des Karfreitags treffe sich mit so vielen Fragen der Menschen in Verzweiflung und Angst. „Seitdem können wir mit unseren furchtbaren offenen Fragen leben – in der Hoffnung, daß sie im Licht des Ostermorgens beantwortet werden.“ Christliches Erinnern lebe letztlich aus der Hoffnung, daß nur Gott selbst die Tränen abwischen könne und daß nur ER selbst am Ende Richter sei. „Es ist jene Hoffnung, die uns heißt, den Blick auf den Gekreuzigten zu richten – trotz allem.“

 

Es stelle sich auch der katholischen Kirche die Frage von Mitverantwortung, so der Bischof weiter. Das Schuldbekenntnis der Kirche, vor aller Welt am 12. März 2000 von Papst Johannes Paul II. ausgesprochen, enthalte auch das „Schuldbekenntnis im Verhältnis zu Israel“: „Laß die Christen der Leiden gedenken, die dem Volk Israel in der Geschichte auferlegt wurden. Laß sie ihre Sünden anerkennen, die nicht wenige von ihnen gegen das Volk des Bundes und der Verheißung begangen haben.“ Während seiner anschließenden Pilgerreise nach Israel habe der Papst am 23. März 2000 in der Gedenkstätte Yad Vashem dieses Bekenntnis vertieft und es dann symbolkräftig an der Klagemauer hinterlegt: „Als Bischof von Rom und Nachfolger des Apostels Petrus versichere ich dem jüdischen Volk, daß die katholische Kirche, motiviert durch das biblische Gesetz der Wahrheit und der Liebe und nicht durch politische Überlegungen, tiefste Trauer empfindet über den Haß, die Verfolgungen und alle antisemitischen Akte, die jemals irgendwo gegen Juden von Christen verübt wurden. Die Kirche verurteilt Rassismus in jeder Form als eine Leugnung des Abbildes Gottes in jedem menschlichen Wesen.“

 

Diese Symbole der Versöhnung von Papst Johannes Paul II. seien zu einer Quelle der Erneuerung geworden. Am 15. Januar 2005 hatte der Papst in seiner Botschaft zum 60. Jahrestag der Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz gesagt: „Dieser Versuch, ein ganzes Volk planmäßig zu vernichten, liegt wie ein Schatten über Europa und der ganzen Welt; es ist ein Verbrechen, das für immer die Geschichte der Menschheit befleckt. Heute zumindest und für die Zukunft gelte dies als Mahnung: Man darf nicht nachgeben gegenüber den Ideologien, die die Möglichkeit rechtfertigen, die Menschenwürde aufgrund der Verschiedenheit von Rasse, Hautfarbe, Sprache oder Religion mit Füßen zu treten.“ (bpf)

 

 

 

Berlin. Missbrauch in Heilig Kreuz: Glaube, Unglaube, Zorn

 

Die Kirchengemeinde Heilig Kreuz wurde im Sonntagsgottesdienst über einen Missbrauchsfall informiert. Der Gemeinderatsvorsitzende sieht nun das Erzbistum in der Pflicht. Von Gunda Bartels

 

Eingangslied, Gebet, Lesungen, Lied, Abendmahl und dazwischen eine Predigt über Glaube, Liebe, Hoffnung, die gedanklich an den letzten Sonntag anknüpft, wie Vakanzpfarrer Peter Kaschubowski sagt. Letzten Sonntag? Der ist, seit sich die katholische Kirchengemeinde Heilig Kreuz in Hohenschönhausen mit sexuellen Missbrauchsvorwürfen gegen ihren ehemaligen Pfarrer W. konfrontiert sieht, diesmal besonders lange her. Rund 200 Leute sitzen auf den Holzbänken im lichten Kirchbau, bauen auf die rituelle Unbeirrbarkeit oder beruhigende Kraft der Liturgie und wirken trotzdem angespannt. Eine knappe Stunde lang. Dann übergibt Pfarrer Kaschubowski dem zu Beginn des Gottesdienst erklärungslos begrüßten Domprobst Stefan Dybowski das Wort mit den Worten: „Wegen der durch Rundfunk und Fernsehen angeregten Dinge haben Sie möglicherweise Informationsbedarf, wie es mit unserem Pfarrer W. steht.“

 

Domprobst Dybowski, der Beauftragte des Erzbistums für sexuelle Missbrauchsfälle, beginnt seine Erklärung mit einer Entschuldigung. Dafür, dass die Gemeinde von dem seit Juli 2009 untersuchten Missbrauchsvorwurf erst am Freitag aus den Medien erfuhr. Kinder, Eltern und Alte hören ruhig zu, als Dybowski den Vorwurf, ohne Einzelheiten zu nennen, schildert, die kircheninternen Reaktionen aufzählt und das lange Schweigen der Gemeinde gegenüber mit Sorgfalt und Diskretion begründet. Erst habe Pfarrer W. gestanden, dann widerrufen, und solange nichts erwiesen sei, gelte für die Untersuchungskommission weiter die Unschuldsvermutung. Dann lädt der Domprobst zu einem Gesprächsabend: Mittwoch in einer Woche, am 10. Februar. „Danke schön“, ruft ein Mann, schwacher Applaus vertröpfelt schnell wieder.

 

Am Ausgang steht der Gemeinderatsvorsitzende Matthias Kramer und verteilt Einladungszettel, auf denen auch die Telefonnummern von Ansprechpartnern für mögliche weitere Opfer stehen. „Wir sind zufrieden, dass das Gespräch endlich eröffnet ist“, sagt er. Nun sei das Erzbistum in der Pflicht. Der dazutretende Domprobst nickt und rechnet mit weiteren Betroffenen. Ob sich der bisher bekannte Jugendliche doch noch zu einer Anzeige bei der Polizei entschließt, ist offen, sagt er.

 

Vor der Kirche stehen die Leute grüppchenweise im Schnee. Viele sind ratlos und schweigen lieber. Sie habe bewusst den Gottesdienst mitgefeiert und gebetet, sagt eine Frau, die mit zwei Töchtern da ist. Andere reden von Verleumdung oder haltlosem Verdacht. Bestimmt ist das ein Einzelfall, sagt ein Mann, „dass er sich mal vergriffen hat“. Zornig über die schleppende Informationspolitik des Erzbistums sind auch ein paar. Unglaublich, was sich die Amtskirche leiste, empört sich eine Mutter. „Ich fühle mich hier nicht mehr zu Hause“, sagt sie, womöglich seien die Kinder nicht sicher. „Von einem Tag auf den anderen ist die Sommerfreizeit mit Pfarrer W. letztes Jahr abgesagt worden“, erzählt ihr großer Sohn. Daraufhin riefen sie besorgt um den vermeintlich kranken Pfarrer beim Erzbistum an. „Und sind nur blöd abgewimmelt worden.“ Tsp 1

 

 

 

50 Jahre Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen

 

Wiesbaden. Anläßlich seines 50jährigen Bestehens hat der hessische Ministerpräsident Roland Koch die Zusammenarbeit zwischen dem Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen und den hessischen Landesregierungen als erfolgreich und vertrauensvoll gewürdigt. „Die Landesregierung betrachtet es als erfreuliche Entwicklung des Bundeslandes Hessen, daß wir 50 Jahre gemeinsame Arbeit von Kommissariat der Bischöfe und Land Hessen begehen können“, sagte Koch bei einer Feierstunde in den Räumen der Wiesbadener Casino-Gesellschaft am Dienstagabend, 26. Januar, in Wiesbaden. Weiter lobte Koch die jahrzehntelange Tradition der gemeinsamen Gespräche und die „Normalität der Kommunikation“ zwischen den Kirchen und der Landesregierung. Zu der Feierstunde waren rund 250 Gäste gekommen, darunter zahlreiche ranghohe Vertreter aus Kirchen und Politik. Fuldas Bischof Heinz Josef Algermissen, der mit Weihbischof Prof. Dr. Karlheinz Diez angereist war, sprach am Ende der Feierstunde das Schlußwort. Die Begrüßung der Gäste nahm der Limburger Bischof Prof. Dr. Franz-Peter Tebartz-van Elst vor.

 

In seinem Festvortrag bezeichnete der Mainzer Bischof Kardinal Karl Lehmann die Gründung des Kommissariats vor 50 Jahren als eine „Sternstunde in der Beziehung von Staat und Kirche“. „Es war ein Gewinn, daß die Arbeit dieser 50 Jahre in einem wesentlichen Einvernehmen mit der Evangelischen Kirche erfolgte und nicht zuletzt dadurch auch zu einem Gelingen beigetragen hat“, sagte der Kardinal. Das Geheimnis des Erfolgs der kirchlichen Verbindungsstellen liege dabei in der gemeinsamen Zielsetzung von Kirche und Staat, betonte er weiter. „Wir wollen bei aller Verschiedenheit je auf eigene Weise dem einen und ganzen Menschen dienen, der zugleich Bürger und Christ ist. Dafür will und muß die Kirche eigene Einrichtungen schaffen und erhalten. Dies ist unser einziges Ziel. Wir sind keine Agentur eines Interessenverbands oder gar Lobbyisten. Wir wollen freilich die Stimme erheben für die Sprachlosen, zu denen vornehmlich, aber nicht nur die Armen dieser Welt gehören“, sagte Lehmann.

 

Auch Norbert Kartmann, Präsident des Hessischen Landtages, dankte für die gute Zusammenarbeit, „die man auch in Zukunft pflegen“ wolle. Die Kirchen seien ein „wesentlicher Teil der Gesellschaft“ und dienten auch „ein Stück dazu, was wir als demokratischer Staat als Kontrolle brauchen“. „Die Kirchen leisten einen unverzichtbaren Beitrag zur Entwicklung der Gesellschaft“, sagte Kartmann. In seiner Begrüßung hatte der Limburger Bischof Tebartz-van Elst darauf hingewiesen, daß „die Geschichte des Kommissariates der Bischöfe im Bundesland Hessen in 50 Jahren ein Netzwerk von Kommunikation hervorgebracht“ habe. Dies habe eine „Kooperation zwischen Staat und Kirche entstehen lassen“, die sich dem Auftrag verpflichtet wisse, „das Beste für die Menschen in diesem Land zu suchen“. Bischof Algermissen bezeichnete in seinem Schlußwort das Kommissariat der Bischöfe als „ein Instrument des Dialoges“, das in den vergangenen 50 Jahren vorzüglich funktioniert habe. „Wir werden diesen Dialog zu Gunsten der Menschen unseres Bundeslandes weiterführen“, sagte Algermissen. Algermissen dankte auch für die gute Zusammenarbeit mit den evangelischen Landeskirchen in Hessen bei den Beziehungen zum Staat. Dies sei ein „hoffnungsvolles Zeichen konkreter und nachhaltiger Ökumene“. Der Festakt wurde mitgestaltet von Barbara Anton-Kügler (Klavier) und Tobias Feldmann (Violine), die Stücke aus der „Sonate in A-Dur“ von César Franck spielten.

 

Stichwort: Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen

Die Bischöfe der hessischen Bistümer Fulda, Limburg, Mainz und Paderborn gründeten im Jahr 1959 als Verbindungsstelle zur hessischen Landesregierung ein „Bischöfliches Büro“, wie es anfangs noch genannt wurde. Das Kommissariat der Katholischen Bischöfe im Lande Hessen, das auch als Katholisches Büro bezeichnet wird, vertritt laut seiner Satzung die Belange der hessischen Diözesen bei der Landesregierung, dem Landtag und den politischen Parteien sowie bei den gesellschaftlichen Gruppen und Verbänden auf Landesebene. Die Leiter des Kommissariats waren seit 1959 Domdekan Dr. Hermann Berg (1959-1978), Prälat Dr. Franz Kasper (1979-2003) – heute Generalvikar des Bistums Limburg – sowie Dr. Guido Amend (seit 2004). Amend wird Ende März in den Ruhestand gehen, zu seinem Nachfolger wurde Dr. Michael Kinnen berufen, der sein Amt zum 1. April antreten wird.

 

Neben regelmäßig stattfindenden politischen Gesprächen mit der Landesregierung, den Parteien und Fraktionen werden auch Treffen mit dem Handwerk, den Gewerkschaften und den Arbeitgeberorganisationen vereinbart. Das Kommissariat soll dabei als Vertretung der Bistümer die Verbindung zwischen der Landesregierung und den anderen öffentlichen Körperschaften einerseits und den Diözesen andererseits vermitteln und erleichtern. Wichtige Themen der Gespräche waren und sind unter anderem die Schul- und Bildungspolitik, vor allem der Religionsunterricht und die kirchlichen Privatschulen, der Hochschulbereich, die Religionslehrerausbildung an den Universitäten und Hochschulen, der sozialpolitische Bereich mit Kindergärten, Krankenhäusern, Beratungsdiensten und allen Aufgaben der kirchlichen Caritas bzw. Diakonie. (Mbn/bpf)

 

 

 

 

 

Jesuiten-Kolleg. Missbrauch-Skandal entfacht neue Zölibat-Debatte

 

Der Skandal um Kindesmissbrauch bei den Jesuiten weitet sich aus. Auch in Hamburg, Hildesheim und Göttingen melden sich Opfer. Jahr für Jahr werden aus Pfarreien, Seminaren und Schulen ähnliche Vorkommnisse gemeldet. Die Debatte über den Zölibat wird neu entfacht.

Nach Berlin melden sich nun auch drei ehemalige Schüler der Hamburger Sankt-Ansgar-Schule und gaben an, vom Jesuitenpater Wolfgang S. (65) sexuell missbraucht worden zu sein. Sie sagten auch, dass es noch weitere Opfer gebe. S., der derzeit in Chile lebt, war von 1979 bis 1982 Sportlehrer in Hamburg, davor hatte er am Canisius-Kolleg in Berlin Religion und Deutsch unterrichtet.

Auch an einer anderen früheren Station des Priesters, dem Jesuiten-Kolleg St. Blasien im Südschwarzwald, haben sich inzwischen missbrauchte Schüler gemeldet. Der Provinzial der Jesuiten in Deutschland, Stefan Dartmann, sagte, außerdem gebe es Verdachtsfälle in Göttingen und Hildesheim sowie Spanien und Chile. Insgesamt seien ihm bislang 25 Opfer bekannt, so Dartmann.

Ist der Zölibat schuld?

In der vergangenen Woche war bekannt geworden, dass mindestens zwei Berliner Jesuitenpatres in den 70er- und 80er-Jahren Dutzende Jugendliche sexuell missbraucht hatten. Rektor Pater Klaus Mertes war damit an die Öffentlichkeit gegangen, nachdem ihm mehrere ehemalige Schüler von den Übergriffen berichtet hatten. Allerdings waren Mertes und auch die deutsche Leitung der Jesuiten bereits seit Jahren über Missbrauchsfälle informiert. Pater Wolfgang S. hat die Berliner Taten zugegeben, zu seiner Zeit in Hamburg und St. Blasien schweigt er. Der andere Pater, Peter R., bestreitet die Vorwürfe.

Die Staatsanwaltschaft Berlin prüft noch, ob die Fälle verjährt sind; sexueller Missbrauch kann je nach Schwere höchstens 20 Jahre nach der Tat bestraft werden. Die Deutsche Kinderhilfe forderte, die Verjährungsfrist zu verlängern. „Das Fatale an der Verjährungsfrist zeigt sich hier in seiner ganzen Tragik“, sagte der Vorsitzende Georg Ehrmann WELT ONLINE.

„Gerade weil es so typisch für Sexualstraftaten an Kindern ist, dass die Opfer oft erst nach Jahrzehnten darüber sprechen können, dürfen solche Straftaten wie andere Delikte erst nach 30 Jahren verjähren“, sagte Ehrmann. Die Jesuiten haben nach Bekanntwerden des Sex-Skandals eine Schlichterin eingesetzt, die mit Opfern und mutmaßlichen Tätern spricht. Sie sagt, dass frühere Schüler noch weitere Namen als diese beiden Patres genannt hätten.

Die mutmaßliche Missbrauchsserie in Berlin ist der vorläufige Höhepunkt einschlägiger Sex-Skandale in der katholischen Kirche: Jahr für Jahr werden aus Pfarreien, Seminaren und Schulen ähnliche Vorkommnisse gemeldet.

Nun rückt wieder die Frage in den Fokus: Ist der Zölibat an allem schuld? Der Augsburger Autor und Theologieprofessor Hanspeter Heinz sagt, das Problem sei die sexuelle Unreife, die bei Priestern und Seminaristen besonders häufig sei. „Wer eine Freundin hat, muss mit ihr partnerschaftlich zurechtkommen und reift dabei leichter“, sagte Heinz WELT ONLINE.

Im Klartext: Das Problem bei sexuellen Verfehlungen ist nicht unbedingt der Zölibat, sondern die sexuelle Unreife. Allerdings schafft der Zölibat in Verbindung mit einer hierarchischen Struktur Risikozonen. Von den rund 18.000 katholischen Geistlichen, so schätzte 2005 der Essener Weihbischof Franz Grave, hätten zwei Prozent pädophile Neigungen.

Wegschauen oder Wegversetzen, das war viele Jahre lang eine Methode in den Diözesen. Zerknirscht gestand 2002 der Hildesheimer Domkapitular Werner Holst Fehler ein: „Auch ich dachte, wenn man die Täter in ein Kloster bringt, wo sie Buße tun, sei das genug. Das war falsch.“

Heute hat die Kirche in Deutschland genaue Richtlinien: Es soll nichts mehr vertuscht werden, die Staatsanwaltschaft soll eingeschaltet werden, und den Opfern wird Hilfe zugesagt. Doch noch immer wirken im Gedächtnis der Menschen alte kirchliche Sünden nach.

"Meine Kirche leidet an Homophobie"

Im Fall Irland erinnerte man sich: 1962 verschickte der damalige Chef der vatikanischen Glaubenskongregation, Kardinal Alfredo Ottaviani, einen bis heute umstrittenen Brief an die Bischofskonferenzen. Missbrauchsfälle sollten geheim gehalten und lediglich dem zuständigen Bischof gemeldet werden. Auf die Opfer wurde eingewirkt, Stillschweigen zu bewahren – unter Androhung der Exkommunikation. 2002 hat Kardinal Joseph Ratzinger erklärt, das Dokument sei noch gültig. Der Vorwurf der Vertuschung wurde deshalb auch gegen ihn erhoben.

Die jüngsten Missbrauchsfälle beleben nun auch die Diskussion über den kirchlichen Umgang mit der Homosexualität. Rektor Klaus Mertes vom Canisius-Kolleg stellte die These auf: „Meine Kirche leidet an Homophobie.“ Nach Schätzungen gelten etwa 20 Prozent der römisch-katholischen Priester als homosexuell. In der katholischen Kirche gibt es seit Jahren einen vorsichtigen Wandel in ihrer generellen Haltung gegenüber gleichgeschlechtlich Veranlagten.

Der Katechismus von 1992 sagt zwar, homosexuelle Handlungen verstießen gegen das „natürliche Gesetz, denn die Weitergabe des Lebens bleibt beim Geschlechtsakt ausgeschlossen“.

Dennoch fragen immer mehr katholische Theologen, ob sich Sexualität auf die Möglichkeit der Fortpflanzung reduzieren lasse. Auch das katholische „Lexikon für Theologie und Kirche“ kommt zu einer anderen Auffassung. Es hält eine grundsätzliche Ablehnung homosexuellen Verhaltens dort für problematisch, „wo die Betroffenen ihre Homosexualität in eine dauerhafte, auf personale Bindung gerichtete partnerschaftliche Beziehung integrieren“.  G. Facius und L. Wiegelmann DW 2