Notiziario religioso 25-28 Febbraio 2010
Giovedì 25. Il commento al Vangelo. “Chiedete e vi sarà dato”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt, 7,7-12) commentato da P. Lino Pedron
7 Chiedete e vi
sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8
perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli
chiede un pesce, darà una serpe? 11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare
cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
12 Tutto quanto
volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.
Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita
di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per
riceverla è volerla e chiederla.
San Giacomo
scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti
generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento,
e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante
e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8).
E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete
e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,2-3).
La preghiera è
infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una
fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con un’umiltà che
tutto attende e nulla pretende.
La preghiera non è
un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma l’atteggiamento di un
figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.
Chiedete, cercate,
bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a
chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc
18,1).
La condizione
dell’efficacia della preghiera non è solo la fede dell’uomo, ma soprattutto la
bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e
figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e l’uomo
che lo invoca.
Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola d’oro". Gesù
afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione
dell’amore del prossimo. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel
servizio prestato all’altro, anche a prezzo del proprio interesse, perché
l’altro è il proprio fratello. L’imperativo
"fate" richiede un amore concreto e operoso.
L’amore cristiano
è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli:
è considerare l’altro come parte integrante del proprio essere. Per questo il
peccato più grande è l’egocentrismo, e la virtù più importante è l’impegno
sociale e comunitario.
La "regola
d’oro" consiste soprattutto nella "regola
dell’immedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei
panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia
nella situazione dell’altro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza d’amore.
Nel processo di Majdanek risultò evidente che
questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze
disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di
concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella
situazione delle loro vittime. De.it.press
Venerdì 26. Il commento al Vangelo. La “giustizia” chiesta da Gesù ai suoi
discepoli
"Dacci oggi il
nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 5,20-26) commentato da P. Lino Pedron
20 Poiché io vi
dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi
avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con
il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello:
stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al
fuoco della Geenna.
23 Se dunque
presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche
cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti
all'altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad
offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto
d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario
non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga
gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai
di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!
La concezione
della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per
Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all’uomo;
per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all’uomo.
Gesù ha rimesso in
vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte
le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni
depositate dai secoli.
La migliore
giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da
Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli
precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del prossimo,
da cui dipendono la Legge e i Profeti.
Gesù non propone
una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia
venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono
venuto per abolire, ma per dare compimento".
Gesù parla con
autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma
lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici
azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.
"Ma io vi
dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da
un’uccisione interna dell’altro: dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della
fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il disprezzo è
l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.
Tutte le guerre
sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di
vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è
un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà l’ora in cui
chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a
Dio" (Gv 16,2).
Il comandamento
dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il
fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò
che impedisce il contatto con i fratelli impedisce
anche il contatto con Dio.
Non solo chi ha
offeso, ma anche chi è stato offeso, deve
riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è
questione di ragione o di torto; quando c’è qualcosa che divide due membri
della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per
poter comunicare con Dio.
La vita è un
cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha
torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio.
La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli
in Cristo.
Se non si passa
dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di
figli del Padre (cfr Mt 18,21-35). De.it.press
Sabato
27. Il commento al Vangelo.
“Amate i vostri nemici”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt
5,43-48) commentato da P. Lino Pedron
43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai
il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri
persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il
suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra
gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano,
quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il
saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno
così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è
perfetto il Padre vostro celeste.
Il comandamento
dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della
Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver
parlato dell’astensione dall’ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la
donna (vv. 27-30) e la propria
moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità
nei rapporti interpersonali (vv. 33-37),
fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv.
38-42).
Il principio
dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare
per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di
amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice
dell’ideale evangelico si può comprendere solo alla luce dell’esempio di Cristo
(cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il
suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la
preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.
Il precetto della
carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il
prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere amato. Il nemico è colui che
ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il
nostro soccorso.
Il comandamento
dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La
benevolenza cristiana non è filantropia ma partecipazione all’amore di Dio. La
sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché
siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il
Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cristiano esprime nel modo più
sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.
L’amore del nemico
è l’essenza del cristianesimo. Sant’Agostino ci insegna che "la misura
dell’amore è amare senza misura", ossia
infinitamente, come ama Dio.
In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro
Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la
via per raggiungere la sua stessa perfezione.
La perfezione di
cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore misericordioso di Dio verso tutti
gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr
2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma
conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.
Gesù pone come
termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione
del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano,
l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti
come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica obbedienza
alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E’ perciò diventando
perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti
imitatori del Padre. De.it.press
Domenica 28. Il commento al Vangelo. La trasfigurazione
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 9,28-36) commentato da P. Lino Pedron
28 Circa otto
giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul
monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua
veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui:
erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e
parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno;
tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con
lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una
per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva
quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse;
all'entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che
diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». 36 Appena la voce
cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno
ciò che avevano visto.
La trasfigurazione
svela il mistero di Gesù. Egli è il Figlio del Padre, l’eletto. Il Padre ordina
a tutti: "Ascoltatelo!". L’obbedienza a "Gesù solo" (v. 36)
è il culmine del racconto. Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo
ascoltare.
L’ordine di
ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente,
dove rivela la necessità della croce per lui e per noi.
I tre discepoli
hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato
della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono
gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di
Giairo. Per Matteo e Marco sono anche i testimoni
dell’agonia di Gesù nel Getsemani.
La definitività e l’importanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di Pietro: «Non per
essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto
conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché
siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa
gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel
quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal
cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così
abbiamo conferma migliore della parola dei profeti…» (1,16-19).
Il monte nella
tradizione biblica è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio.
Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è
comprovata dall’apparizione dei due personaggi più noti della storia biblica,
Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dell’Antico Testamento non è
fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la
conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti.
Mosè ed Elia
parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme.
La morte di Gesù non è la fine, ma l’esodo verso la gloria. La passione e morte
è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di
Cristo.
La proposta di
Pietro (v. 33) parte da una interpretazione
superficiale dell’avvenimento. Ha visto il fascino di un mondo raggiunto senza
troppa fatica e vorrebbe entrarvi a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia limitata di
persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di croce.
La visione non
finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase.
L’interrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso:
"Questi è il Figlio mio, l’eletto" (v. 35).
Alla fine sulla
scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù
solo" è intenzionale. Non c’è nessun altro maestro o profeta all’infuori
di lui: egli è assoluto e unico.
La trasfigurazione
è un’anticipazione e un’esplicazione dell’annuncio della risurrezione di cui l’evangelista aveva parlato al termine della profezia
della passione (v. 22). De.it.press
Domenica 28. II di Quaresima. Le misteriose ragioni del cuore
Perdere la testa
per qualcuno nel linguaggio popolare è sinonimo di innamorarsi. Lo slancio
d’amore non rinnega il razionale, ma lo oltrepassa, spazia in nuovi orizzonti,
spicca il volo verso un mondo d’insospettate emozioni.
La fede è una
scelta ponderata. Gesù lo ricorda a coloro che intendono
divenire suoi discepoli: “Chi di voi volendo costruire una torre, non si siede
prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14,28). Ma è anche un affidarsi
completo e incondizionato a Dio, un librarsi verso di lui e quindi richiede un
distacco da questo mondo e dalla sua logica, è un perdere la testa.
Francesco d’Assisi
che, durante la crociata, si presenta inerme al sultano viene
deriso e preso per folle dai crociati. Non era pazzo, seguiva una logica
diversa, era innamorato di Cristo e credeva davvero nel Vangelo.
Nel linguaggio
dell’AT questo perdere la testa è reso con l’immagine
del dormiveglia o del sogno. Durante il sonno di Adamo viene
creata la donna (Gen 2,21); quando il torpore cade su
Abramo, il Signore viene a stringere un patto con lui (prima lettura di oggi);
sul monte della trasfigurazione i tre discepoli contemplano la gloria del
Signore quando sono colti dal sonno (Vangelo di oggi). Sembra quasi che
l’affievolimento o un certo ottundimento delle facoltà dell’uomo sia la
premessa necessaria alle rivelazioni e agli interventi di Dio.
E’ vero: solo chi
perde la testa per Cristo può credere che morendo per amore si giunge alla
vita.
Prima Lettura (Gn 15,5-12.17-18)
In quei giorni, 5 Dio condusse fuori Abram e gli
disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse:
“Tale sarà la tua discendenza”. 6 Egli credette al
Signore, che glielo accreditò come giustizia. 7 E gli disse: “Io sono il
Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo
paese”. 8 Rispose: “Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il
possesso?”. 9 Gli disse: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. 10
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due
e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli
uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare,
un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore
lo assalì.
17 Quando, tramontato il sole, si era fatto
buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo
agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse
questa alleanza con Abram: “Alla tua discendenza io
do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”.
Il sogno di tutti
i nomadi del deserto è quello di possedere una terra
dove l’acqua non venga estratta dai pozzi, ma cada dal cielo; una terra dove le
piogge regolari e abbondanti permettano di coltivare campi di grano, vigne e
alberi da frutta; una terra dove insediarsi stabilmente, assieme alla propria famiglia
e vivere in pace, “seduti tranquilli sotto la vite e sotto il fico” (Mic 4,4).
Abramo è uno di
questi nomadi: è partito da un paese lontano, per anni si è spostato da un
luogo all’altro come un viandante senza destino. E’ vecchio e senza figli. La sua
vita sembra avviata ad una conclusione fallimentare.
Un giorno però riceve la rivelazione del Signore che gli promette ciò che egli
ha sempre desiderato, ma che non è mai stato in grado
di ottenere: una terra (v.7.19) e una discendenza numerosa come le stelle del
cielo (v.5).
Come mai Dio ha
preso l’iniziativa di fare queste promesse ad Abramo? Perché a lui e non ad
altri? Era forse il migliore degli uomini della terra ?
I rabbini del
tempo di Gesù – convinti com’erano che il Signore concede favori solo a chi li
merita – sostenevano che Abramo aveva attirato le benedizioni di Dio perché
aveva praticato la misericordia e la giustizia.
E’ una
supposizione gratuita. La Bibbia non accenna ad alcuna opera buona di Abramo e
presenta la chiamata e le promesse come un dono gratuito di Dio. Abramo ebbe un
unico merito, posteriore, non antecedente: “credette al Signore che glielo accreditò come
giustizia” (v.6).
E’ la prima volta
che nella Bibbia si dice che un uomo ha avuto fede in Dio.
Il verbo che noi traduciamo con credere, in ebraico significa appoggiarsi su
un fondamento solido, stabile, sicuro. Non indica un’adesione intellettuale ad
alcuni dogmi, ma una fiducia incondizionata concessa a una persona. Un’immagine
espressiva può essere quella della sposa: quando ella
afferma che “crede in suo marito” intende dire che si fida ciecamente di lui,
che ripone in lui tutte le sue speranze, che gli affida il suo futuro e la sua
stessa vita.
Abramo ha udito la
voce di Dio e si è abbandonato fra le sue braccia, gli ha dato credito, sicuro
che non sarebbe stato tradito. Questa fede “gli fu accreditata come giustizia”
(v.6). E’ un’affermazione importante, ripresa anche da Paolo (Rm 4,3; Gal 3,6). Significa che Dio ha considerato giusto
Abramo, non perché lo ha visto compiere azioni
virtuose e meritorie, ma perché egli ha stabilito un rapporto giusto con il
Signore: si è fidato delle sue parole, della sua promessa, è rimasto saldo
anche quando le apparenze potevano indurlo a pensare il contrario.
La lettura
descrive la risposta del Signore a questa fede: dopo aver fatto la sua
promessa, Dio compie un rito per sanzionarla.
Presso i popoli
antichi della Mesopotamia i patti solenni venivano
stipulati con una cerimonia: si prendeva un animale (un bue, un capretto, o una
pecora) e si squartava; poi, coloro che si impegnavano nel giuramento di
fedeltà passavano in mezzo ai pezzi delle carni pronunciando questa formula:
“Se tradirò il patto, che io venga fatto a pezzi come questo animale!”.
Nella seconda
parte della lettura (vv.9-17) Dio avvalora le sue
parole compiendo questo rito di alleanza. Tutto accade in una misteriosa
visione. Dopo aver fatto la promessa, il Signore ingiunge ad Abramo di uccidere
degli animali e di disporne le carni sui due lati di un sentiero; poi, come una
fiamma di fuoco, egli passa in mezzo alle vittime.
Si noti bene: solo
Dio compie il gesto dell’alleanza, Abramo non passa fra le carni degli animali.
La promessa di Dio è assolutamente incondizionata, egli non pretende nulla in
cambio. Sa di non poter chiedere nulla perché i figli del patriarca saranno
spesso increduli e infedeli. Durante l’esodo arriveranno addirittura a pensare
che il Signore li abbia condotti nel deserto per farli perire (Nm 14,1-9).
Le promesse di Dio
all’uomo sono sempre gratuite. I profeti presentano Dio come lo sposo fedele
sempre e in ogni caso, anche quando la sposa lo tradisce (Is
54,5-10). Il suo amore non si arrende di fronte a nessun tradimento.
Seconda Lettura
(Fil 3,17-4,1)
Fratelli, 17 fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che
si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già
detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione
però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si
vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della
terra.
20 La nostra
patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro
misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha
di sottomettere a sé tutte le cose.
4,1 Perciò,
fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete
saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!
Quando sentiamo
parlare dei “nemici di Cristo”, forse pensiamo agli atei, ai membri delle sette
fanatiche, a chi si comporta in modo dissoluto. Nel brano della lettera di
Paolo che oggi leggiamo, i nemici di Cristo sono
identificati con un gruppo di cristiani della comunità di Filippi. Essi – dice
l’apostolo – “hanno come dio il loro ventre, si vantano delle cose di cui
dovrebbero vergognarsi, sono tutti intenti alle cose della terra” (v.19).
Qual è il loro
peccato? L’espressione a noi richiama la sensualità, la ricerca sfrenata dei
piaceri del cibo e del sesso. In realtà Paolo si riferisce probabilmente
all’errore di chi riduce la fede all’osservanza di pratiche tradizionali come
la circoncisione, l’astensione da alcuni cibi, i digiuni e le privazioni estenuanti.
Si tratta – come Paolo rileva con sarcasmo – di comportamenti che hanno tutti
qualche richiamo... alla pancia.
A questo punto ci
chiediamo se per essere “amici della croce di Cristo” è necessario soffrire,
mortificarsi, fare sacrifici, rinunciare a tutto ciò che è piacevole.
Mortificarsi
significa farsi morire e noi vogliamo vivere, non morire.
La morte,
qualunque aspetto assuma, ci appare sempre come un male.
Ma non tutto quello che a noi sembra vita lo è realmente.
Gli amici della
croce di Cristo sono chiamati a rinunciare solo a ciò che non è vita.
Paolo dichiara che
questa è l’unica scelta saggia: “La nostra patria è
nei cieli” (v.20) e ci attende la trasfigurazione del nostro misero corpo.
Fedele al pensiero biblico, l’Apostolo non parla di annientamento del corpo –
come invece sosteneva la filosofia greca – ma di una metamorfosi di tutta la
persona che diviene conforme al corpo glorioso di Cristo.
Sbagliano dunque coloro che volgono gli occhi a questa terra come se essa
fosse la dimora definitiva e fanno del “ventre” il loro Dio.
In questo mondo
l’uomo è uno straniero, è un nomade, come Abramo.
Vangelo (Lc 9,28b-36)
28 Circa otto
giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e
salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e
la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con
lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria,
e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.
32 Pietro e i suoi compagni
erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i
due uomini che stavano con lui.
33 Mentre questi si
separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui.
Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”.
Egli non sapeva quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li
avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una
voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.
36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi
tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Questo brano è
interpretato da alcuni come una breve anticipazione dell’esperienza del paradiso,
concessa da Gesù ad un gruppo ristretto di amici per
prepararli a sopportare la dura prova della sua passione e morte.
Bisogna sempre
essere molto circospetti quando ci si accosta a un testo evangelico perché
quello che, a prima vista, può sembrare la cronaca di un fatto, ad un esame più attento, può rivelarsi un testo denso di
teologia, redatto secondo i canoni del linguaggio biblico. Il racconto della
trasfigurazione di Gesù, che viene riferito in modo
quasi identico da Marco, Matteo e Luca, ne è un esempio.
Oggi ci
soffermeremo soprattutto su alcuni particolari significativi
che si ritrovano soltanto nella versione di Luca.
Solo questo
evangelista specifica la ragione per cui Gesù sale sul monte: va là per pregare
(v.28). Gesù è solito dedicare molto tempo alla preghiera. Non sapeva fin
dall’inizio come si sarebbe svolta la sua vita, non conosceva il destino che lo
attendeva, lo venne scoprendo gradualmente, attraverso le illuminazioni che
riceveva durante la preghiera.
E’ in uno di
questi momenti spiritualmente intensi che Gesù si rende conto che è chiamato a
salvare gli uomini non mediante il trionfo, ma attraverso la sconfitta.
A metà del suo
Vangelo, Luca comincia a rilevare i primi segnali dell’insuccesso: le folle,
prima entusiaste, abbandonano Gesù, qualcuno lo prende
per un esaltato e un sovversivo, i suoi nemici tramano per ucciderlo. E’
comprensibile che egli allora si interroghi sul
cammino che il Padre vuole che percorra. Per questo “va sul monte a pregare”.
Durante la
preghiera, il volto di Gesù cambia d’aspetto (v.29); a differenza degli altri
evangelisti, Luca non parla di trasfigurazione, ma di “cambiamento d’aspetto”.
Questo splendore è il segno della gloria che avvolge chi è unito a Dio. Anche
il volto di Mosè diveniva brillante quando egli entrava in dialogo con il
Signore (Es 34,29-35).
Ogni autentico
incontro con Dio lascia qualche traccia visibile sul volto dell’uomo.
Dopo una
celebrazione della Parola vissuta intensamente, tutti torniamo alle nostre case
più felici, più sereni, più buoni, più sorridenti, più disposti
ad essere tolleranti, comprensivi, generosi e anche i nostri volti sono più
distesi e sembrano rifulgere di luce.
La luce sul volto
di Gesù indica che, durante la preghiera, egli ha compreso e fatto suo il
progetto del Padre; ha capito che il suo sacrificio non si sarebbe
concluso con la sconfitta, ma nella gloria della risurrezione.
Durante questa
esperienza spirituale di Gesù compaiono due personaggi: Mosè ed Elia (vv.30-31). Essi sono il simbolo della
Legge e dei Profeti, rappresentano tutto l’AT. Tutti i libri sacri
d’Israele hanno lo scopo di condurre a dialogare con Gesù, sono orientati a
lui. Senza Gesù l’AT è incomprensibile, ma anche Gesù,
senza l’AT, rimane un mistero. Nel giorno di Pasqua, per far capire ai
discepoli il significato della sua morte e risurrezione, egli ricorrerà all’AT: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti – nota
l’evangelista – spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).
Anche Marco e
Matteo introducono Mosè ed Elia, ma solo Luca ricorda
il tema del loro dialogo con Gesù: parlavano del suo esodo, cioè del suo
passaggio da questo mondo al Padre. Ecco da dove è venuta a Gesù la luce che
gli ha svelato la sua missione: dalla parola di Dio contenuta nell’AT. E’ lì che egli ha scoperto che il Messia non era
destinato al trionfo, ma alla sconfitta, che doveva soffrire molto, essere
umiliato e rigettato dagli uomini, come è detto del
servo del Signore (Is 53).
I tre discepoli,
Pietro, Giacomo e Giovanni non comprendono nulla di quanto sta accadendo (vv.32-33). Sono colti dal sonno. Difficile pensare – anche
se qualcuno lo ha fatto – ad un bisogno di appisolarsi
perché la salita sul monte è stata faticosa e perché pare che la scena si
svolga di notte (v.37).
Notiamo un
particolare: nei momenti in cui abbiamo qualche richiamo alla passione e morte
di Gesù, questi tre discepoli vengono sempre colti dal
sonno. Anche nell’orto degli Ulivi si mettono a dormire (Mc 14,32-42; Lc 22,45). E’ strano che proprio nei momenti cruciali essi
abbiano sempre gli occhi appesantiti.
Il sonno è usato
spesso dagli autori biblici in senso simbolico. Paolo, ad esempio, scrive ai
Romani: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno… la
notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12).
Con questo richiamo pressante egli vuole scuotere i cristiani dal torpore
spirituale, li invita ad aprire la mente per comprendere e assimilare la
proposta morale del Vangelo.
Nel nostro
racconto il sonno indica l’incapacità dei discepoli di capire e di accettare
che il Messia di Dio debba passare attraverso la morte per entrare nella sua
gloria.
Quando Gesù compie
prodigi, quando le folle lo acclamano, i tre apostoli sono ben svegli; ma
quando inizia a parlare del dono della vita, della necessità di occupare
l’ultimo posto, di diventare servi, essi non vogliono capire, lentamente
chiudono gli occhi ed iniziano a dormire... per
continuare a sognare applausi e trionfi.
Le tre tende sono
il dettaglio più difficile da spiegare (del resto l’evangelista nota che
nemmeno Pietro che ne ha parlato sapeva esattamente cosa
stesse dicendo).
Chi costruisce una
capanna vuole fissare la sua dimora in un posto e non muoversi più, almeno per
un certo tempo. Gesù invece è sempre in cammino: deve compiere un “esodo” –
dice il Vangelo di oggi – ed i discepoli sono invitati
a seguirlo. Le tre tende forse indicano il desiderio di Pietro di fermarsi per
perpetuare la gioia sperimentata in un momento di intensa
preghiera con il Maestro.
Per comprendere meglio possiamo rifarci alla nostra esperienza: dopo aver
dialogato a lungo con Dio non torniamo volentieri alla vita di ogni giorno. I
problemi e i drammi concreti che dobbiamo affrontare ci fanno paura. Sappiamo
però che l’ascolto della parola di Dio non è tutto. Non si può passare tutta la
vita in chiesa o nella casa dei ritiri spirituali, è necessario uscire per
incontrare e servire i fratelli, per aiutare chi soffre, per essere vicini a
chiunque ha bisogno di amore. Dopo aver scoperto nella preghiera il cammino da
percorrere, bisogna mettersi in cammino con Gesù che
sale a Gerusalemme per donare la vita.
La nube (v.34),
specialmente quando scende sulla cima di un monte, indica – secondo il
linguaggio biblico – la presenza invisibile di Dio. Soprattutto nell’Esodo è
frequente il richiamo alla nube: Mosè entra nella nube
che copre il monte (Es 24,15-18), la nube scende
sulla tenda del convegno e Mosè non può entrare perché in essa è presente il
Signore (Es 40,34s.).
Pietro, Giacomo e
Giovanni sono dunque introdotti nel mondo di Dio e lì hanno l’illuminazione che
fa loro comprendere il cammino del Maestro: il conflitto con il potere
religioso, la persecuzione, la passione e la morte. Si rendono
conto che anche il loro destino sarà lo stesso e hanno paura.
Da questa nube
esce una voce (v.35): è l’interpretazione di Dio su tutto quanto accadrà a
Gesù. Per gli uomini sarà lo sconfitto, per il Padre “l’eletto”, il servo
fedele del quale si compiace.
Gradito a Dio è
chi ne segue le orme. Ascoltate lui – dice la voce del cielo – anche quando
egli sembra proporre cammini troppo difficili, strade troppo anguste, scelte
paradossali e umanamente assurde.
Alla fine
dell’episodio (v.36) Gesù rimane solo. Mosè ed Elia scompaiono. Questo
particolare indica la funzione dell’AT: portare a
Gesù, far comprendere Gesù. Alla fine gli occhi devono rimanere puntati su di
lui.
Non è facile
credere alla rivelazione di Gesù e accettare la sua proposta di vita. Non è
facile seguirlo nel suo “esodo”. Fidarsi di lui è molto rischioso: è vero che
egli promette una gloria futura, ma ciò che l’uomo sperimenta qui ed ora è la rinuncia, il dono gratuito di sé. Il seme
gettato nella terra è destinato a produrre molto frutto, ma
oggi, ciò che lo attende è la morte. Quando e come potrà essere assimilata
questa “sapienza di Dio” così contraria alla logica dell’uomo?
La risposta viene data dall’annotazione, apparentemente superflua, con
cui inizia il Vangelo di oggi. L’episodio della “trasfigurazione” è collocato
da Luca otto giorni dopo che Gesù ha fatto l’annuncio drammatico della sua
passione, morte e risurrezione, otto giorni dopo che ha enunciato le condizioni
per chi lo vuole seguire: “rinneghi se stesso e prenda
la sua croce, ogni giorno” (Lc 9,22-27).
L’ottavo giorno
per i cristiani ha un significato ben preciso: è il giorno dopo il sabato, il giorno del Signore, quello in cui la comunità si raduna per
ascoltare la Parola e per lo spezzar del pane (Lc
24,13).
Ecco allora cosa
intende dire Luca con il richiamo all’ottavo giorno: ogni domenica i discepoli
che si ritrovano per celebrare l’Eucaristia salgono “sul monte”, vedono il
volto del Signore trasfigurato, cioè risorto, verificano nella fede che il suo
“esodo” non si è concluso con la morte e odono
nuovamente la voce del cielo che rivolge l’invito: Ascoltate lui!
Pietro, Giacomo e Giovanni, scesi dal
monte, “in quei giorni non dissero nulla a nessuno di
quello che avevano visto” (v.36). Non potevano parlare di ciò che non avevano
capito: l’esodo di Gesù non si era ancora compiuto. Noi oggi, uscendo dalle
nostre chiese, possiamo invece annunciare a tutti ciò che la fede ci ha fatto
scoprire: chi dona la vita per amore entra nella gloria di Dio. P. Fernando Armellini, de.it.press
Chiesa e Mezzogiorno. Per un Paese solidale
Documento dei
vescovi a 20 anni da "Sviluppo nella
solidarietà"
“Il Paese non
crescerà se non insieme”. A ribadirlo, a 20 anni dalla
pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e
Mezzogiorno”, sono i vescovi italiani, nel documento
dal titolo: “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso il
24 febbraio (testo integrale in .pdf: clicca qui).
“Anche oggi – si legge nell’introduzione – riteniamo indispensabile che
l’intera nazione conservi e accresca ciò che ha costruito nel tempo”, a partire dalla consapevolezza che “il bene comune è molto
più della somma del bene delle singole parti”. “Affrontare la questione
meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e
sul cammino delle nostre Chiese”, spiegano i vescovi, precisando che il punto
di partenza del testo è “la constatazione del perdurare del problema
meridionale”, unita alla “consapevolezza della travagliata fase economica che
anche il nostro Paese sta attraversando”. Tutti “fattori”, questi, che per la
Cei “si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel
federalismo un punto nevralgico, e con un’evoluzione socio-culturale, in cui si
combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali
ed etiche e l’inserimento di nuove presenze etnico-religiose
per effetto dei fenomeni migratori”. “In una prospettiva di impegno
per il cambiamento, soprattutto i giovani sono chiamati a parlare e
testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno”, si legge nella parte finale del
testo, in cui si auspica “un grande progetto educativo” per promuovere la
“cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona
amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità”. “Bisogna osare
il coraggio della speranza!”, è l’invito finale del documento, caratterizzato
“nonostante tutto” da “uno sguardo fiducioso”, che sappia “ricercare il bene
comune senza cedere a paure ed egoismi che lamentano miopi interessi di parte e
mortificano la nostra tradizione solidaristica”.
Rilanciare le
politiche di intervento. “Il complesso panorama
politico ed economico nazionale e internazionale”, aggravato dalla crisi, “ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un
po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai
canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di
voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. È il grido
d’allarme dei vescovi, secondo cui “il cambiamento istituzionale provocato
dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle
regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani
nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una
democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. Di qui
la necessità di “ripensare e rilanciare le politiche di intervento”
a favore del Sud, per generare “iniziative auto-propulsive di sviluppo”. Il
fenomeno delle “ecomafie” e la “questione ecologica”, la “fragilità del
territorio” e la “massiccia immigrazione” che ne ha fatto il “primo approdo
della speranza per migliaia di immigrati”: queste le
“vecchie e nuove emergenze” del Mezzogiorno, che per i vescovi può diventare un
“laboratorio ecclesiale” in materia di “accoglienza, soccorso e ospitalità”, ma
anche di dialogo interreligioso con immigrati e profughi.
Federalismo e
ruolo dello Stato. Un “sano federalismo”, per la Cei, “rappresenterebbe una
sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a
stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il
sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi
regionali e municipali”. Tuttavia – ammoniscono i vescovi – “la corretta
applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al
divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive,
infrastrutturali e civili”. Sul piano nazionale, per la Cei, “sarà necessario
un sistema integrato di investimenti pubblici e privati,
con un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e
l’integrazione sociale”.
Le mafie,
“strutture di peccato”. Una delle “piaghe più profonde e
durature” del Sud. Un vero e proprio “cancro”. Così i vescovi
definiscono la mafia, anzi le mafie, che “avvelenano
la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano
l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. “La criminalità organizzata
– il monito dei vescovi – non può e non deve dettare i tempi e i ritmi
dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di
ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il
sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio
porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento,
dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento della
corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del
lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel
sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero
territorio nazionale”. Al Sud, “le mafie sono strutture di peccato”, denunciano
i vescovi: “Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità
mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e
immolarsi”. Come hanno fatto “i numerosi testimoni immolatisi a causa della
giustizia”, tra cui don Pino Puglisi,
don Giuseppe Diana e il giudice Rosario Livatino.
Ma l’economia illegale “non s’identifica totalmente con il fenomeno mafioso”,
avverte la Cei, stigmatizzando “diffuse attività
illecite ugualmente deleterie”, come usura, estorsione, evasione fiscale,
lavoro nero.
Povertà,
disoccupazione e emigrazione interna. Sono queste le
principali “emergenze” del Sud. I giovani del Meridione non
devono sentirsi condannati a una perenne precarietà”, esclamano i vescovi, che
al Sud auspicano “migliori politiche del lavoro”. Un esempio virtuoso è
rappresentato dal Progetto Policoro della Cei. No, invece, al “lavoro
sommerso”, che “non è certo un sano ammortizzatore sociale”. Infine, “il flusso
migratorio dei giovani, soprattutto fra i 20 e i 35
anni, verso il Centro Nord e l’estero”, che dà luogo ad una categoria di “nuovi
emigranti” composta da figure professionali di livello medio-alto,
“cambia i connotati della società meridionale” e provoca “un generale
depauperamento”. Sir 24
Germania. Si dimette la
vescovo star del protestantesimo sorpresa alla guida in stato di ubriachezza
Margot Kaessmann era da pochi mesi alla guida della chiesa
evangelica tedesca
Celebre per le sue
critiche al governo e per aver chiesto il ritiro dall'Afghanistan
La polizia l'aveva
fermata ad Hannover perché passata col semaforo rosso
ed era risultata positiva alla prima prova dell'etilometro
- dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Era la
star del protestantesimo, era dopo Angela Merkel il
secondo simbolo d'una Germania segnata dalle donne al
potere. Ma ha commesso un errore, e ha voluto pagare
fino in fondo. La vescovo Margot Kaessmann,
da pochi mesi alla guida della chiesa evangelica tedesca, si è dimessa ieri da
tutti i suoi incarichi: sia la presidenza del Consiglio delle chiese luterane,
sia la guida dell'episcopato protestante di Hannover. Scompare così dalla
ribalta del grande mondo un personaggio che sembrava destinato a lasciare a
lungo il segno nella vita pubblica.
Margot Kaessman, 51 anni, un divorzio e
una dura terapia antitumorale alle spalle, è stata sorpresa l'altro ieri sera
dalla polizia a Hannover al volante della sua auto di servizio, una pesante
Volkswagen Phaeton, perché aveva passato un semaforo rosso. Una pattuglia l'ha
fermata, gli agenti hanno sentito odore di alcol nel suo alito, alla prima
prova dell'etilometro la vescovo è risultata positiva.
Condotta in commissariato, è stata sottoposta a un prelievo di sangue, e la
percentuale di alcol risultata, cioè 0,154 per cento, era di molto superiore al
consentito. Tanto che la vescovo, cui è stata ritirata
la patente, rischia un procedimento penale.
"Ho commesso
un grave errore, me ne pento profondamente", ha dichiarato ieri Margot Kaessmann. Ha voluto annunciare di persona le sue
dimissioni, proprio dopo che il vertice della chiesa evangelica le aveva
confermato piena fiducia. Non le è bastato. In questa situazione, ella ha spiegato, "non posso restare in carica con la
necessaria autorità". Ha aggiunto: "Ho pensato di seguire il
consiglio dell'animo, che ti dice di fare quello che ti consiglia il cuore...
anche quando cadi in basso, non puoi mai cadere più in
basso delle mani di Dio che ti sorreggono".
Da stasera, la "Demi Moore dei protestanti", come i suoi fan
la chiamano, è solo una semplice pastore luterana. E' uno shock per il mondo
dei fedeli, e per tutta l'opinione pubblica. Esce di
scena la vescovo che riempiva le chiese con i suoi sermoni, che criticava il
governo per i tagli al welfare, e che aveva chiesto il ritiro immediato
dall'Afghanistan. Ma la Germania, pur essendo tutt'altro
che scevra da scandali, resta un paese rigoroso. Tra i primi a rendere omaggio
a Margot Kaessmann è stato Robert Zollitsch,
presidente della Conferenza episcopale cattolica. Ha espresso rammarico per la
sua scelta, ma anche rispetto e comprensione. LR 24
Germania, la «papessa» protestante ubriaca al volante passa con il rosso
È il presidente
delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover
Margot Kässmann aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue: «Sono
sconvolta per quello che ho fatto»
BERLINO - Guidava
ubriaca con l'auto di servizio ed ha bruciato un semaforo. Responsabile delle
due gravi infrazioni è il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e
vescovo di Hannover, Margot Kässmann, 51 anni, divorziata e madre di 4 figli, fermata dagli agenti
nel centro della capitale della Bassa Sassonia sabato notte alle 23. Il
quotidiano Bild rivela che una pattuglia della
polizia ha fermato la «Papessa» dopo averla vista passare con il rosso ad un semaforo, poi mentre stavano procedendo al controllo
dei documenti gli agenti hanno avvertito nell'alito della signora un forte
odore di alcol. La prova dell'etilometro ha subito rivelato che la «Papessa»
aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue, ciò che ha provocato l'immediato ritiro
della patente ed una denuncia per guida in stato di
ebbrezza alcolica.
«GRAVE ERRORE» -
Il procuratore di Hannover, Juergen Lendeckel ha spiegato martedì mattina che «il valore di 1,1
grammi di alcol è la soglia a partire dalla quale c'è
l'assoluta incapacità di guida e scatta la denuncia penale». Anja Glaeser, della polizia di
Hannover, ha confermato l'avvio della denuncia nei confronti della signora Kaessmann, che rischia il ritiro definitivo della patente.
Sarà infatti una speciale commissione a decidere se la
«Papessa» sarà ammessa ad effettuare un esame medico-psicologico, definito
popolarmente in Germania «Idiotentest», necessario
per il rilascio del nuovo documento di guida. «Sono sconvolta per quello che ho
fatto e so di aver commesso un grave errore», ha affermato la signora Kässmann, aggiungendo di essere «consapevole
di quanto sia pericoloso e irresponsabile guidare in stato di ebbrezza
alcolica. Sono naturalmente pronta ad assumermi le conseguenze penali
dell'accaduto». L'associazione delle Chiese
protestanti ha preferito per il momento non commentare il fatto. (Agi 23)
Chiesa e Mezzogiorno. Insieme nella fiducia. Un vescovo del Sud e un vescovo
del Nord
Frutto del lavoro
di tutti i vescovi italiani, il documento sul Mezzogiorno, dal titolo “Per un
Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, è stato diffuso dalla Cei mercoledì
24 febbraio. Il SIR ha raccolto i commenti di mons. Agostino Superbo,
arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e
vicepresidente della Cei per il Sud, e mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e
presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la
giustizia e la pace.
Un segno di
solidarietà e fiducia. Il documento rappresenta “un segno di
solidarietà e di fiducia offerto a tutta la nazione”, commenta mons. Agostino
Superbo, rilevando che esso “giunge da tutti i vescovi italiani”, come già
l’altro testo “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa
italiana e Mezzogiorno”, pubblicato nel 1989 e al quale questo fa esplicito
riferimento sin dal principio. L’arcivescovo ricorda che “è nello stile
del Vangelo partire dalle debolezze e dalle fragilità per donare, anche a chi
si sente forte, l’incredibile ricchezza della speranza”. Nel documento,
aggiunge, “non manca lo stile realistico dell’analisi delle povertà, mentre si constatano aspetti di validità del cammino percorso dal 1989
ad oggi. Tutto è un segno di amore per la propria terra,
anche il riconoscere la piaga profonda della criminalità, che crea, ancora,
lutti e sofferenze alla gente del Sud”. I vescovi italiani, prosegue
mons. Superbo, “riaffermando la scelta della condivisione fraterna, riconoscono
l’impegno di promozione umana manifestato dalla parte migliore della Chiesa nel
Sud” che, come si legge nel documento, “si è presentata come testimone
credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una
convivenza civile più giusta e serena”.
Creare un
rinnovamento. “I molteplici frutti del lavoro umile e silenzioso delle Chiese
del Sud, illuminato dai coraggiosi testimoni che hanno donato la loro vita per
l’annuncio del Vangelo, vanno dalla vitalità del laicato alla fecondità di
vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato”, ricorda mons. Superbo.
“Questi frutti – dice l’arcivescovo – vengono
presentati a tutta l’Italia, affinché possano essere un vero punto di forza
nella creazione di un rinnovamento, che appare urgente, ma che sarà autentico
solo se sarà basato, come affermato più volte dal Papa, ‘sulla trasformazione
delle coscienze’ e andrà decisamente nella direzione del riconoscimento effettivo
dei valori, che rendono dignitosa la vita dell’uomo”. L’invito finale del
documento al “coraggio della speranza”, spiega ancora mons. Superbo, presenta
“le caratteristiche della concretezza e della solidità: si fonda, infatti,
sulla fiducia nell’opera del Signore, incessante e inesauribile, ed è proposto
all’interno di un grande progetto educativo, pensato e attuato per dare
risposta alle grandi sfide culturali del nostro tempo”. In questo modo, conclude, “viene tracciato un itinerario di crescita per una
‘nuova generazione di cristiani’, pronti a porre competenza, creatività e
coraggio al servizio di un’Italia solidale, in cui l’attenzione efficace e
privilegiata ai poveri determinerà la realizzazione della giustizia per tutti”.
Scoprire le ricchezze
del Sud. “Imparare a guardare al Sud senza mettere a fuoco solo gli aspetti
negativi, scoprendo le ricchezze che pure ci sono”, è una delle indicazioni del
documento ad avviso di mons. Arrigo Miglio. Il vescovo
punta l’attenzione sulla “reciprocità”, temine “risuonato più volte” durante la
preparazione del testo, che è “espressione di tutto l’episcopato italiano”, da
Nord a Sud. “Reciprocità – spiega – significa maggiore conoscenza, nella
consapevolezza che le Chiese del Nord hanno molto da ricevere da quelle del
Sud”. Il vescovo ricorda “l’esperienza emblematica del
Progetto Policoro”, ma anche “le forme di pietà popolare, ancora radicate nel
Mezzogiorno, mentre al Nord non sono più conosciute”. Talora queste forme vanno
“purificate” da apporti che vanno al di là del senso
religioso, ma “indubbiamente costituiscono un patrimonio che per molte Chiese
del Nord è da riscoprire”. Ancora, mons. Miglio pone l’attenzione sulle
“vocazioni di speciale consacrazione”, la cui presenza numerosa nel Meridione
si contrappone alla scarsità che si registra nelle diocesi del Nord Italia.
Solidali perché
“il Paese non crescerà se non insieme”. “Dal punto di vista
dell’educazione – aggiunge – dobbiamo prestare attenzione alla famiglia,
risorsa ancora forte nel Mezzogiorno d’Italia rispetto ad alcune zone del Nord.
E anche la questione demografica nel Sud si pone in maniera
diversa”. Il documento, precisa il vescovo, “in più punti mette in
guardia dalla tentazione del vittimismo: il Sud deve avere coscienza delle
proprie possibilità e delle risorse”. Fin dal titolo, infine, si richiama la
“solidarietà”, dal momento che “il Paese per crescere
bene dev’essere solidale”. “È una convinzione,
questa, già espressa dai vescovi italiani in occasione del precedente documento
sul Mezzogiorno, nel 1989”, annota mons. Miglio, convinto che “il Paese non
crescerà se non insieme”. Sir 24
La
"settocrazia" di Cl e Opus Dei nuova
insidia all'unità della Chiesa
Allarme in una
parte della gerarchia ecclesiastica. Sodano: ci vuole più umiltà. Ieri 200 messe in tutto il mondo in memoria di don Giussani - di
ALBERTO STATERA
PIU' DI DUECENTO Sante Messe in 70
paesi del mondo hanno celebrato ieri il quinto anniversario della morte di don
Luigi Giussani e segnato l'inizio dell'iter per la beatificazione del fondatore
di Comunione e Liberazione. Il più solenne non è stato tanto il rito che il
cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale, ha celebrato
a Genova, ma quello che il cardinale Dionigi Tettamanzi ha officiato nel Duomo
di Milano, capitale mondiale del "ciellismo
realizzato", dove nel 1954 il movimento nacque nelle aule del Liceo Berchet come Gioventù Studentesca. Mezzo secolo dopo, la
creatura di don Giussani ha il "controllo" non solo spirituale di
Milano e della Lombardia, in rapida estensione nel resto d'Italia e nel mondo.
Nove milioni di abitanti, 12 Province, 1.546 Comuni,
un Pil che eguaglia quelli di alcuni stati del Nord Europa, da quindici anni la
Regione è governata da Roberto Formigoni, pio e indiscusso campione politico
del movimento ecclesiale, che si appresta al nuovo mandato del ventennio.
Ecco perché tra le
tante "ancelle" del Papa, Cl è considerata
oggi, a ragione o a torto, forse la più vicina al cuore e alla ragione di
Benedetto XVI. Più dell'Opus Dei, dei Focolarini, dei
Legionari di Cristo, della Comunità di Sant'Egidio, nell'immensa galassia di
movimenti ecclesiali che in qualche modo assediano l'assetto istituzionale
"classico" della Chiesa di Roma. Tanto che qualcuno in Curia, nelle
Nunziature, tra i vescovi, comincia a vivere i movimenti quasi come sette di
cosacchi che abbeverano i cavalli nella fontana del Bernini. Di ancelle
cielline in carne e ossa, Papa Ratzinger ne ha portate almeno quattro nel
Palazzo Apostolico. Carmela e Loredana appartengono ai Memores
Domini, il ramo monastico di Cl, praticano i tre dettati evangelici di castità,
povertà, obbedienza e negli appartamenti papali curano
la cucina, le pulizie e il guardaroba. Due loro consorelle, Emanuela a
Cristina, completano la squadra. Il segretario del Papa Georg Gaenswein, il cui ruolo viene dato
in crescita, insegnava invece alla Pontificia Università della Santa Croce,
l'Ateneo dell'Opus Dei.
Sorella Loredana,
che veste abiti civili, ha lavorato in passato con il cardinale Angelo Scola,
patriarca di Venezia, quando questi era rettore della Pontificia Università del
Laterano. Egli è oggi il grande ambasciatore di Cl nelle alte sfere vaticane. "Don Giussani - sostiene Scola - era un grande realista, e
aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice
è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato
sulla mamma e viceversa". Di qui la creazione della Compagnia delle Opere, il braccio economico, nato dall'intuizione che
"bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore
di una pratica del bene comune".
Il caso Boffo, collettore di tutti i malumori che allignano in
Vaticano ruotanti intorno alla famosa lettera al presidente della Cei Angelo
Bagnasco con la quale il segretario di Stato Tarcisio Bertone
avocava a sé tutti i rapporti con gli Stati, le istituzioni e la politica dopo
la lunga stagione di Camillo Ruini alla guida dei vescovi, ha risvegliato anche
le sopite polemiche sulla "Chiesa delle
sette". A dispetto delle conferenze episcopali, il potere dei
"movimenti d'élite", da Cl all'Opus Dei, è in crescita attraverso
deleghe "di fatto" concesse dalla Segreteria di Stato in materie come
sanità, scuola, bioetica, oltre a finanza e affari. Ecco allora coagularsi, secondo
canoni ecclesiastici che ragionano non solo sull'oggi, ma sul mondo e
sull'eternità, un fronte "istituzionale" del dissenso preoccupato
dall'esplosione in epoca ratzingeriana e bertoniana di movimenti ecclesiali sempre più autonomi e
potenti, che minacciano di frantumare l'unità della Chiesa.
Non molte sere fa
si è tenuta una cena in onore del decano del Collegio
Cardinalizio Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006, leader della
Scuola diplomatica che accompagnò Papa Wojtyla in 54 viaggi in giro per il
mondo e che poi fu uno degli artefici dell'ascesa di Ratzinger al trono papale.
Pare che tra i capi di Dicasteri sia stata una corsa per aggiudicarsi l'invito,
soprattutto tra i critici del "centralismo" del Segretario Bertone rispetto all'Episcopato, con un riposizionamento
dell'asse di potere semmai verso le sette e la tolleranza per la loro eccessiva
autonomia, che rischia di produrre errori del Papa, come quello della pace
siglata con i lefevriani, mentre il vescovo Richard Williamson riaffermava il negazionismo sull'Olocausto.
Insomma la "settarizzazione" aggiunge malumori a malumori. I movimenti ecclesiali per il cardinal
Sodano "sono risorse essenziali", ma a patto che siano capaci di
"integrarsi nella vita della Chiesa con umiltà". E' umile l'approccio
in questa fase di Cl, Opus Dei, Comunità Sant'Egidio? Don Giuseppe Dossetti,
sospettoso dei "procedimenti segreti", si chiedeva sull'Opera:
"Dove si distingue dalla Massoneria?". Anche la Comunità Sant'Egidio,
al comando di Andrea Riccardi, è un'organizzazione
piuttosto impenetrabile. Il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, è convolto in una storia di abusi sessuali.
Attenti allora
alla "settocrazia", non solo alla deriva
che il vaticanista Giancarlo Zizola definisce
"avignonese", con i fenomeni di ingerenza
della Chiesa nello Stato, che oggi potrebbero semplicemente essere trasferiti
dalla Cei alla Segreteria di Stato e traslati ad ancelle potenti come Cl. Non a
caso, Bertone ha appena partecipato appassionatamente
al convegno della formigoniana Reteitalia,
che riunisce politici e amministratori del Pdl di
ispirazione ciellina. Una pura manifestazione pre-elettorale, nella quale il
Segretario di Stato, pur ribadendo ad uso di
Berlusconi che l'etica pubblica non può essere distinta da quella privata, ha
inneggiato a "una nuova generazione di politici cattolici impegnati a
iniettare buona e nuova linfa nella società". Non come
Emma Bonino, candidata nel Lazio, abortista e favorevole ad altri costumi
incompatibili con la fede.
Forse gli effetti
velenosi del caso Boffo, che necessita ancora di
molti chiarimenti, non hanno finito di rivelarsi nel corpo sacro della Chiesa,
oltre il Portone di Bronzo.
(ha collaborato Ferruccio Pinotti)
LR 23
Il monito di Tettamanzi: bisogna reagire a illegalità e immoralità
ROMA - Ha parlato
del bisogno di reagire al «clima di illegalità e
immoralità diffuso e contagiante» l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi
Tettamanzi, nella omelia della solenne celebrazione di inizio Quaresima che si
è tenuta ieri pomeriggio in Duomo.
L’arcivescovo ha
esortato, in questi giorni che portano alla Pasqua, a vivere appieno i dieci
comandamenti che sono la strada da seguire indicata da Dio che permettono di
«realizzare il bene personale e dell’intera societa».
E proprio riferendosi alla società, l’arcivescovo ha spiegato che «occorre
reagire con la pratica dei comandamenti al diffuso e contagiante clima di illegalità e immoralità che disorienta i cittadini e
spesso finisce col danneggiarli». Non è la prima volta che il cardinale sottolinea le troppe divisioni, le «contrapposizioni» nella
società. «Chi non desidera una società più onesta, più
giusta, più incorrotta - ha osservato - più solidale, più libera, in una parola
più umana? Non c’è altra strada per arrivarci che diventare umili, saggi e
coraggiosi nel seguire i comandamenti di Dio». Non
solo della società ha parlato, ma anche della Chiesa che deve sempre più essere
«santa e pura» vivendo i comandamenti. Una Chiesa che accoglie, annuncia il
Vangelo e «fa dell’amore compassionevole e misericordioso di Dio verso tutti, a
cominciare dagli ultimi - ha concluso - la grande
”carta costituzionale” del suo servizio al mondo».
Anche in Vaticano
ieri si è tornati a parlare del potere e delle tentazioni cui è soggetto. «Se
portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra nella nostra
vita, possiamo respingere ogni genere di inganno del
Tentatore», ha detto Benedetto XVI in occasione dell’Angelus ripercorrendo
l’episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Gesù, ricorda, «antepone ai criteri umani l’unico criterio autentico:
l’obbedienza alla volontà di Dio. Anche questo è un insegnamento fondamentale
per noi: se portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra
nella nostra vita, possiamo respingere ogni genere di inganno
del Tentatore». IM 22
Feltri: "Sbagliai su Boffo, ma molti vescovi
sapevano"
L'Ordine della
Lombardia ha ascoltato il direttore del Giornale - Rischia una sanzione, dalla
sospensione alla radiazione - di ANDREA MONTANARI
MILANO - "Ho
fatto il mio mestiere, ma ho sbagliato a non verificare la notizia, che
comunque mi era stata data da una fonte autorevolissima e al
di sopra di ogni sospetto. La condanna c'era. Quello dell'omosessualità
era solo un dettaglio, che abbiamo subito rettificato. La
nota era un canovaccio, che conoscevano anche moltissimi vescovi".
Parola del direttore del Giornale Vittorio Feltri. Ieri è stato ascoltato per
un'ora dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia, che gli chiedeva conto del
caso Dino Boffo, l'ex direttore de L'Avvenire
costretto alle dimissioni nel settembre 2009 dopo una serie di attacchi firmati
da Feltri che annunciavano l'esistenza di una condanna nel 2004 a carico di Boffo per molestie telefoniche e di una nota informativa
nella quale si faceva riferimento a una vicenda di omosessualità. Della quale,
però, non è poi stata trovata traccia né nel fascicolo processuale poi secretato dai giudici di Terni, ora acquisito dall'Ordine
della Lombardia, né negli archivi della polizia.
Nei verbali,
anch'essi acquisiti, non c'è alcun riferimento al fatto che Boffo
fosse stato "attenzionato" dalla polizia
come aveva scritto Feltri. Che ora dovrà rispondere anche delle notizie
annunciate, ma mai pubblicate, su Gianfranco Fini e degli articoli firmati da
Renato Farina prima su Libero e poi sul Giornale nonostante sia radiato
dall'albo dal 2007. Il direttore del quotidiano della famiglia Berlusconi
rischia una sanzione che va dalla sospensione fino alla radiazione dall'albo. I
nove consiglieri dell'Ordine decideranno a maggioranza, stando alle
indiscrezioni, non prima di marzo. Feltri ieri ha risposto a tutte le domande,
assistito dal suo legale, Gabriele Fava, in un clima definito da tutti sereno. "Sono tranquillo - spiega il direttore del
Giornale - non è
vero che ho cambiato opinione sulla vicenda Boffo.
Gli ho solo riconosciuto che si è dimesso in un paese dove non lo fa quasi
nessuno. Abbiamo titolato solo che un moralizzatore era stato
condannato per molestie".
L'articolo 6 del codice di deontologia dei giornalisti stabilisce che
"la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche
deve essere rispettata, se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro
ruolo o sulla loro vita pubblica". La legge impone "il rispetto della
verità sostanziale dei fatti". Il direttore del Giornale,
invece, pubblicò quella nota informativa rivelatasi priva di fondamento
processuale. Poi imbastì una campagna contro Boffo
definendolo "un supermoralista condannato per molestie,
mentre era impegnato nell'accesa campagna di stampa contro i peccati del
premier".
Solo "una
bagatella", minimizzò tre mesi dopo Feltri. Ammettendo che "la
ricostruzione dei fatti descritti nella nota non corrispondeva al contenuto
degli atti processuali". Mentre era stata fatta passare come un documento
della procura di Terni. Il direttore del Giornale disse allora che la nota
proveniva da una fonte vaticana. Senza contare il dovere di indipendenza
dagli editori e dal governo previsto dalla Carta dei doveri dei giornalisti,
che Feltri avrebbe violato orchestrando la campagna contro Boffo
solo per difendere Silvio Berlusconi, il fratello del suo editore. "Ci
siamo anche dissociati dalle opinioni di Berlusconi - taglia
corto Feltri - Non credo sia rimasto così contento che sia saltato quel
famoso incontro con il cardinal Bertone". LR 24
India, ritratto blasfemo di Gesù. Scontri e due chiese distrutte
In un volume per
le scuole elementari l'immagine di Cristo con una sigaretta.
Battaglia tra cristiani
e indù nel Punjab
NEW DELHI - Due
chiese date alle fiamme, dieci feriti finora accertati e una guerriglia urbana
tra cristiani ed estremisti indù in atto da due giorni e che non accenna ad
allentarsi. Tutto per un’immagine di Gesù ritratto con una birra e una
sigaretta in mano, l’ultimo pretesto bastato a riaccendere tensioni che l’India
non riesce a reprimere, e che a cadenza quasi regolare, seppure in circostanze
diverse, torna a seminare zizzania e a minare la
pacifica convivenza tra etnie e religioni.
L’ultima ondata di
violenza si è scatenata nello Stato nord-occidentale del Punjab,
una delle mete predilette dei turisti di tutto il
mondo e sede di templi e simboli delle più disparate religioni. In particolare
nella città di Batala, una delle più importanti del
distretto di Gurdaspur, dove le autorità hanno appena
allentato il coprifuoco dichiarato nei giorni scorsi, «per permettere alla
gente almeno di uscire da casa per fare la spesa», ha puntualizzato un
funzionario di polizia, anche se il livello di «attenzione - ha detto - resta elevato». Gli scontri sono iniziati da un paio di
giorni, ma solo oggi l’agenzia vaticana Fides e
quella del Pontificio istituto missioni estere, Asianews,
hanno cominciato a darne notizia, nonostante ad essere
state prese di mira siano state due chiese protestanti.
In fiamme è
finito, fra l’altro, uno degli edifici religiosi più antichi della città, che
fa capo all’Esercito della Salvezza. I pastori sono stati aggrediti e
malmenati. Non si ha notizia di vittime, come accadde invece nell’estate del
2008 in Orissa, in cui le violenze si trasformarono
per qualche settimana in una cieca persecuzione: una religiosa laica bruciata
viva, fedeli braccati casa per casa. All’origine degli
scontri di questi giorni, estesi anche ad altre città dell’India, soprattutto
del Punjab, l’immagine blasfema di un Gesù che beve e
fuma, pubblicata su un libro delle elementari, adottato in scuole di New Delhi.
Scritto sotto, in inglese, la parola "Idol",
accanto le parole "Jeep" e
"jeans", con le rispettive rappresentazioni grafiche. Il libro capita
per caso in una scuola di suore del Meghalaya, nel
nordest, lontano dal Punjab. Le suore ne chiedono il
ritiro alle autorità, che subito acconsentono. Alcuni esponenti dei movimenti
più estremisti, "Bajrang Dal" e "Shiv Sena", però, non ci stanno.
Nonostante le
severe leggi antiblasfemia in vigore nel vicino Pakistan (contro le quali Asianews ha lanciato una campagna), ritengono l’immagine
non censurabile, e l’affiggono sui muri delle città.
Molti giovani cristiani scendono in piazza per protestare, staccando i
manifesti. Lo scoppio delle violenze appare inevitabile. Secondo la Fides, la polizia avrebbe
arrestato diversi cristiani, ma nessun estremista indù. Ora il ministro capo
del Punjab promette mano dura, condanna la diffusione
dell’immagine e punta il dito contro chi «fomenta l’odio interreligioso». Il
vescovo di Jalandhar, diocesi a cui
appartiene Batala, lancia un appello alla calma, alla
quale si sono poi associate, secondo Asianews, anche
alcune organizzazioni indù. E tra i cristiani d’India torna la paura. LS 22
Iraq. La strage continua. Ancora
morti cristiani a Mosul
Non solo
rapimenti, agguati e omicidi in strada: il massacro dei cristiani a Mosul ora continua attraverso dei veri e propri
rastrellamenti casa per casa.
Vittime dell’ennesimo attentato sono tre cristiani, il padre e i due fratelli
di un sacerdote siro cattolico, padre Mazen Ishoa che nel 2007 era stato sequestrato e poi rilasciato.
I tre sono stati uccisi il 23 febbraio, secondo quanto riferito da
Baghdadhope.blogspot.com, nella loro casa, nel quartiere di Hay
Al Saha di Mosul, da
individui sconosciuti che vi hanno fatto irruzione. Mons. Shlemon Warduni, vicario
patriarcale caldeo di Baghdad ha parlato di “uccisione a sangue freddo. Muoviamo le coscienze di tutti per fermare il massacro”.
Garantire
sicurezza. I funerali delle vittime si sono svolti oggi, 24
febbraio, nella chiesa siro cattolica di Mar Benham e Sara, a Karakosh, alla
presenza di “alcuni vescovi, molti sacerdoti delle diocesi irachene e
tantissimi fedeli”, celebrati dal vescovo siro-cattolico
di Mosul, mons. Georges Casmoussa,
che al termine del rito ha rilasciato al SIR la seguente dichiarazione: “Per la
prima volta gli assassini sono entrati nelle case dei cristiani per ucciderli.
Questo è un precedente molto pericoloso per la nostra comunità. Questo vile
atto rappresenta il fallimento di tutte le misure che ci avevano promesso di
adottare per la nostra sicurezza. Siamo consapevoli che ogni cristiano non può
essere guardato a vista da un militare ma questo è il fallimento della
situazione. A tale riguardo abbiamo ancora rinnovato le nostre richieste di
sicurezza alle Istituzioni locali e centrali con le quali siamo in contatto.
Siamo in attesa che mandino sufficienti forze di sicurezza per circondare la
zona e tentare di arrestare gli assassini. A Mosul è attesa una delegazione del primo ministro per
discutere della situazione”.
La risposta
cristiana. “Non mancheremo di dare una risposta a questi omicidi
– ha aggiunto mons. Casmoussa –. Per domenica
28 febbraio stiamo organizzando una marcia in quattro località dell’area di Mosul per una protesta pacifica, mentre nelle chiese della
città non ci saranno messe. Questo per fare pressione sulle istituzioni
affinché si occupino della sicurezza dei cittadini. So
che il nunzio apostolico in Iraq, mons. Francis A. Chullikat,
è in stretto contatto con la Santa Sede e che il Pontefice è informato
direttamente degli sviluppi di questa situazione. Situazione che rischia di
peggiorare in vista del 7 marzo. La nostra speranza è che il
dopo elezioni sia più calmo e che la violenza diminuisca. Ma al momento è poco probabile”.
Riprende la fuga.
L’uccisione a sangue freddo nella loro casa dei tre fedeli ha, chiaramente,
gettato “nel panico” la comunità cristiana locale e molte famiglie stanno
pensando di lasciare la città, almeno fino a quando non ci saranno le elezioni.
Una conferma è arrivata dal vescovo caldeo della città, mons.
Emil Shimoun Nona, che al
SIR ha spiegato: “La paura è grande. È la prima volta, infatti, che si
uccidono cristiani dentro le loro stesse abitazioni. Ci sono tante famiglie che
stanno lasciando la città almeno fino alle elezioni del 7 marzo. A nulla è
valsa una lettera che abbiamo inviato, insieme al
vescovo siro-cattolico, mons. Georges Casmoussa, al governatore della città per chiedere
protezione”. Per mons. Nona, “in questo momento non bisogna
perdere la speranza, ma la vita è il bene primario e va conservata.
Invito i cristiani a mettersi al sicuro, non importa se in città o fuori.
Stiamo vivendo, come cristiani iracheni, un deserto che dura ormai dal 2004,
quando è iniziata la violenza contro di noi. In questi due ultimi anni si è
acuita e stanno uccidendo i cristiani in continuazione entrando anche nelle
nostre case. È difficile dire chi siano gli autori materiali di queste
violenze, e i motivi che li spingono, anche se questi vanno ricercati
specialmente nella politica e non tanto nella religione. Speriamo solo che
questa fase drammatica finisca presto e che il nostro Paese si normalizzi. Da
parte mia – ha aggiunto – io non ho tanta paura per la mia vita quanto per
quella dei miei fedeli che vivono in questa situazione difficilissima. Chiedo
alla comunità internazionale, all’Europa di fare pressioni sul nostro governo
che non riesce a controllare la situazione. Bisogna muoversi
subito, la violenza sta aumentando ogni giorno di più”.
“Scempio di vite
umane”. Parla di “scempio di vite umane” la Nunziatura apostolica a Baghdad
che, in una nota, stigmatizza le violenze
anticristiane nel Paese e a Mosul in particolare. “Le comunità cristiane di Mosul sono
state recentemente molto colpite ed hanno pagato un alto prezzo, nonostante la
loro unanimemente riconosciuta vita pacifica. Si ha
l'impressione che il motivo di attacco a queste minoranze sia proprio e
solamente la loro fede religiosa o la diversa appartenenza etnica”, si legge
nel testo. “È necessario che non cali la pressione
dell'opinione pubblica mondiale, perché ogni violenza e discriminazione abbia
fine. Affidamento si ripone nell'attenzione e nella solidarietà della
comunità internazionale, tanto attenta alle sorti delle minoranze. D'altra
parte, si spera che le autorità locali non lascino nulla di intentato
per garantire agli indifesi tutta la protezione cui hanno diritto, proprio in
forza della loro cittadinanza irachena, che mai hanno tradito”. Sir
Dai vescovi tedeschi ultimatum al Governo: ritratti le accuse alla Chiesa
Roma - E'
durissimo in Germania lo scontro tra i vescovi cattolici e il governo di Angela
Merkel sullo scandalo abusi sessuali nelle scuole
cattoliche del Paese. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons.
Robert Zollitsch, arcivescovo di Friburgo, ha
lanciato un 'ultimatum' senza precedenti al ministro
della Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger,
perche' ritratti nel giro di 24 ore le sue ''false''
accuse nei confronti della Chiesa. Il Guardasigilli del governo Merkel, in un'intervista con la televisione ARD lunedi' sera, aveva accusato i vescovi di non ''aver mostrato un interesse attivo per un chiarimento
reale, sincero e completo'' dei casi di pedofilia
emersi in queste settimane nei licei gestiti dai gesuiti, e da altri ordini
religiosi. Zollitsch ha risposto martedi'
in una conferenza stampa, durante la plenaria dei vescovi tedeschi: mai nel
passato, ha detto, un ministro si era lanciato in un ''attacco
cosi' serio'' contro la
Chiesa. Zollitsch ha anche annunciato una telefonata
di proteste alla Cancelliera Merkel.
Intanto, i vescovi stanno discutendo la possibile revisione
delle linee guida contro gli abusi su minori, approvate dalla Conferenza
episcopale tedesca nel 2002. (ASCA 24)
Chi sono i deboli? Riflettendo su un’aggressione virtuale
Leggere dentro di
sé spesso si rivela un’impresa ardua, tendiamo a nascondere a noi stessi quanto
più ci fa soffrire, quanto più lede la nostra “self-image”
e corriamo dietro a chi ci imbonisce con aspetti rassicuranti che poi, in fin
dei conti, deludono. I 1.700 aderenti di Facebook,
che si ritrovano compatti in una vile aggressione virtuale prospettandone una
realmente fisica, dovrebbero ascoltarsi e confrontarsi con persone mature che
possano illuminarli su quanto di marcio continua a
rodere dentro di loro. Se Facebook è uno strumento di
comunicazione moderno, agile e dinamico, se Facebook crea una sorta di comunità che si può estendere
dovunque in tempo reale, non per questo deve diventare un bacino di violenza o
di strumentalizzazione dei deboli.
I deboli non sono
i Down, lo sono proprio i 1.700 aderenti, deboli ed
incapaci di guardare con occhio umano chi è diverso, chi non si presenta come
loro credono di presentarsi.
Il lato indifeso
si dimostra come nella proposta escogitata: nel Down che vogliono colpire e
seviziare, colpiscono la loro stessa immagine che,
dentro, nel profondo, si aggira delusa ed estremamente povera ed inconcludente.
I fatti parlano chiaro e su questi esprimo il mio parere, mentre coloro che li
hanno provocati o inventati vanno aiutati e sorretti. A mio avviso, un periodo
di lavoro e di servizio gratuito ma faticoso, gomito a gomito
con i nostri fratelli e sorelle portatori della sindrome e con i loro
educatori, potrebbe essere un ottimo mezzo per tentare il recupero di quella
sensibilità che si cela dietro maschere di persecuzione, quella radice che
potrebbe ancora fiorire.
Solo chi non ha
mai accostato un Down ignora la loro estrema sensibilità, la loro intelligenza
nelle relazioni, l’autentica dolcezza che riservano a
chi è più debole. Indubbiamente la carenza del nostro
modo di esprimerci, detto “normale” da noi normali, loro manca, tuttavia che
cosa hanno che a noi manca? Si tratta di una sorta di lingua che noi ignoriamo
e, per la semplice ragione che presenta suoni, silenzi e gesti che non siamo in
grado d’interpretare, qualifichiamo come negatività.
Posso ricordare le
splendide musiche del figlio Down dello scrittore giapponese, premio Nobel per
la letteratura, Kenzaburo Oe?
Siamo noi che dobbiamo penetrare in un mondo nuovo, diverso appunto ma che non
fa paura o incute timore nella misura in cui viviamo in empatia con chiunque
abbia in sé il soffio del Creatore.
Una rete come Facebook richiede maturità e giovanile saggezza ma anche
una sorta di magna charta che delinei
il profilo dell’utente, così da non diventare luogo di spazzatura che
contamina.
La reazione
indignata di molti è segno che il sentire umano è sano, o ancora
sano, e che può purificare delle stagnature pericolose, perché così,
nell’altro secolo, pur senza Fb, incominciò quanto di
cui noi continuiamo a dire “mai più”.
Oscurare è bene,
perché il contagio non si propaghi, ma costruire ed
educare è meglio: non si potrebbero contattare quegli utenti e discutere con
loro apertamente, far conoscere i nostri fratelli e sorelle che sono degli Adami e delle Eve incontaminati?
I Down non devono formare una comunità nella comunità, una sorta di rinascita
del ghetto (la storia una volta tanto potrebbe essere magistra
vitae?), i Down devono essere nostri, come noi siamo
loro.
Vorrei scorgere in
Facebook tanti utenti Down pronti a donare
quell’attenzione che a noi, i sopraffatti da cultura e da concetti, immersi in
pseudo ragionamenti, diventa cura di sé, cura dell’altro, per quello che
ciascuno è.
Di più, per il
credente, il Down svela le potenzialità di una vita che già da qui si schiude a
parametri non funzionali o efficienti ma si avvicina a
quell’atto gratuito della creazione, cui si risponde solo con amore e chi
conosce i Down sa che lo trasudano e lo comunicano. Cristiana Dobner
Pontificia accademia dei litiganti
Si riaccende, dopo
una breve tregua, la polemica dentro l'accademia per la vita. Cinque membri
sfiduciano il presidente. Il giallo della modifica di un
pronunciamento della congregazione per la dottrina della fede. Le parole
più sagge vengono dal "cortile dei gentili" - di Sandro Magister
ROMA – Non c'è
requie per il presidente della pontificia accademia per la vita, l'arcivescovo
Salvatore (Rino) Fisichella, sulle cui traversie www.chiesa ha ampiamente
riferito in precedenti servizi.
L'assemblea
plenaria dell'accademia che si è tenuta in Vaticano a porte chiuse dall'11 al 13 febbraio era parsa concludersi pacificamente per
lui, anche perché il suo principale oppositore, l'accademico belga Michel Schooyans, era stato trattenuto a Lovanio
da un malanno di stagione.
Ma alcune battute
dette da Fisichella nel discorso con cui ha aperto l'assemblea e poi all'agenzia
Catholic News Service della
conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno indotto alcuni suoi oppositori a
riaprire il fuoco contro di lui.
Il 16 febbraio Schooyans e altri quattro accademici hanno firmato e
diffuso una dichiarazione nella quale tornano a invocare che sia tolta a
Fisichella la presidenza dell'accademia.
La loro
dichiarazione è riprodotta integralmente più sotto. Ed è l'ultimo capitolo di
una polemica che si trascina da quasi un anno, dal 15 marzo 2009, quando su
"L'Osservatore Romano" uscì un articolo di Fisichella che criticava
l'arcivescovo brasiliano di Recife per come aveva scomunicato gli autori di un
doppio aborto su una madre bambina.
Contro
quell'articolo e il suo autore – che l'aveva scritto su richiesta e con
l'approvazione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone
– le proteste furono forti e numerose, da parte di vescovi brasiliani e di
altri paesi e di decine di membri della pontificia
accademia per la vita. Arrivarono fino al papa. Il 10 luglio la congregazione per
la dottrina della fede pubblicò una "Chiarificazione" sulla dottrina
della Chiesa in materia di aborto, contro i fraintendimenti che avevano preso
spunto da quell'articolo.
Ma Fisichella non ha mai ritenuto di aver scritto qualcosa
di sbagliato. Nel discorso di 40 minuti col quale lo
scorso 11 febbraio ha introdotto i lavori dell'assemblea plenaria
dell'accademia, ha ribadito che la "Chiarificazione" della
congregazione per la dottrina della fede gli ha dato ragione in tutto.
Il testo del
discorso di Fisichella, pronunciato in italiano con traduzioni simultanee, non
fu distribuito ai presenti e il giorno dopo "L'Osservatore Romano" ne
pubblicò solo una parte, priva dei riferimenti al caso
di Recife.
Il 12 febbraio,
intervistato da Carol Glatz del Catholic
News Service, Fisichella se la prese con i suoi
critici: "Se un membro dell'accademia, se alcune persone, per ragioni di
interesse politico, hanno voluto travisare le mie parole, la responsabilità non
è mia. La responsabilità è piuttosto di coloro che hanno
voluto creare una situazione di conflitto".
Alla vigilia
dell'assemblea plenaria dell'accademia, Schooyans
aveva pubblicato una requisitoria contro l'uso ingannevole che si fa del
concetto di "compassione", finendo col giustificare atti contrari
alla morale cristiana.
A giudizio di Schooyans, con quell'articolo su "L'Osservatore
Romano" Fisichella era caduto proprio nella "trappola" della
falsa compassione, a proposito della bambina brasiliana resa gravida dal
patrigno e fatta abortire.
Anche Benedetto
XVI, nel discorso rivolto il 13 febbraio alla pontificia accademia per la vita
al termine dell'assemblea, ha messo in guardia dal "facile pietismo
dinanzi a situazioni limite". Ma Fisichella ha
sempre respinto ogni critica al riguardo.
I principali testi
della controversia sono tutti controllabili su www.chiesa. Ma ad essa si sono intrecciate anche voci esterne alla Chiesa.
Una di queste
voci, tra le tante, è quella di Ruggero Guarini, un
intellettuale non credente che ha scritto questa breve lettera al quotidiano
"il Foglio", che l'ha pubblicata lo scorso 10 febbraio presentandola
come "un magnifico esempio di apologia laica" della vita nascente:
"Per quale
oscura ragione, pur non essendo io un antiabortista militante, riflettendo sul
caso dei due gemelli spuntati nel grembo di quella bambina di Recife violentata
dal patrigno ma poi eliminati dai medici, mi sorprendo
a immaginare che mi piacerebbe che quei piccini fossero nati?
"Il vero
motivo sono proprio le speciali circostanze di questo episodio insieme atroce e
toccante, ossia la generazione di quei due esserini
da un atto orribile ma non per questo privo del potere di produrre quel
miracolo che è la trasmissione della vita, il loro felice sviluppo nel ventre
di una fanciullina ignara del carattere prodigioso del processo in corso nel
suo piccolo corpo, infine l’effetto particolarmente sinistro provocato
dall’ottusa sicurezza con cui persone del tutto estranee a quella catena di
eventi sovrumani si sono arrogate il diritto di impedirne l’esito…
"Quale prova
abbagliante è insomma questo episodio dell’essenza irriducibilmente misteriosa
della vita, del suo ineffabile valore di dono, del suo non
essere nostra, nonché della micidiale ridicolezza dell’idea di poterne
disporre!".
Sarebbe stato
bello se la controversia si fosse pacificata sulla traccia di parole così
semplici e profonde. Risuonate non dentro il tempio, ma nel "cortile dei
gentili"!
Tornando alla
polemica interna alla pontificia accademia per la vita, i cinque oppositori di
Fisichella lo accusano, tra l'altro, di aver ottenuto in extremis una modifica
a suo favore della "Chiarificazione" del 10 luglio 2009 della
congregazione per la dottrina della fede.
In segreteria di
Stato la presa di posizione dei cinque accademici è
stata accolta con prevedibile irritazione. Alla prima notizia della diffusione
del testo, il 19 febbraio, il direttore della sala stampa della Santa Sede, il
gesuita Federico Lombardi, ha detto che "tale documento non è giunto né al
Santo Padre, né al cardinale segretario di Stato, che ne sembrerebbero i
naturali destinatari", né è stato presentato nell'assemblea plenaria della
pontificia accademia per la vita "che sarebbe stata il luogo naturale per
affrontare l'argomento". Quindi "stupisce e appare non corretto che a
tale documento venga data una circolazione
pubblica".
Eccone il testo
integrale, a titolo di documentazione:
“La contestazione
dell'arcivescovo Rino Fisichella nella sua qualità di presidente della
Pontificia accademia per la vita, che vari commentatori avevano preannunciato, durante l'assemblea dell'Accademia della
scorsa settimana non c'è stata. Perché? Essenzialmente a
motivo di una decisione politica presa da alcuni membri che avevano
firmato la lettera del 2 aprile 2009 all'arcivescovo Fisichella e la successiva
lettera al cardinale Levada del 1 maggio 2009,
chiedendo che fosse corretta l'impressione di grave fraintendimento
dell'insegnamento della Chiesa sull'aborto diretto creata dall'articolo
dell'arcivescovo Fisichella su "L'Osservatore Romano" del 15 marzo
2009.
Le ragioni di
questa decisione politica erano di due tipi. a) Un'aperta contestazione di
Fisichella nell'assemblea avrebbe diviso l'Accademia, non necessariamente
perché gli accademici concordino con la sua condotta ma perché molti avrebbero
ritenuto inappropriato trattare in questo modo un uomo nominato dal papa che è
anche arcivescovo. Inoltre, un'aperta sfida da parte di accademici laici
avrebbe corso il rischio di portare la curia a serrare i ranghi attorno a
Fisichella a motivo della mentalità clericale di
questa corporazione e nonostante egli manchi di sostegno quasi ovunque. b)
Risulta da fonti attendibili che Fisichella è visto da gran parte della curia
come inadatto alla presidenza della Pontificia
accademia per la vita e c'è una ragionevole speranza che il Santo Padre
riconoscerà il bisogno di assegnargli una carica meglio rispondente alle sue
capacità.
La mancanza di
un'aperta contestazione a Fisichella ha creato l'inesatta impressione che gli
accademici appoggiassero la sua presidenza, per rassegnazione o per altro
motivo. Questa è un'impressione che egli aveva tutto l'interesse a propagare.
Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità, e uno dei principali motivi
per cui tale impressione è falsa è il discorso
decisamente inopportuno che egli ha tenuto aprendo l'assemblea.
Egli non ha
mostrato la minima consapevolezza degli effetti rovinosi del suo articolo su
"L'Osservatore Romano" del 15 marzo 2009 o della sua responsabilità
circa tali effetti. I rispettosi sforzi di vari accademici di ottenere da lui
una correzione (cosa che egli all'epoca rifiutò) li ha
descritti come attacchi personali contro di lui motivati da
"dispetto"; quando nessuno dei firmatari aveva il più piccolo motivo
di coltivare simili sentimenti nei suoi confronti. Ha rivendicato che la
"Chiarificazione" finalmente pubblicata l'11 luglio 2009 dalla
congregazione per la dottrina della fede gli ha dato ragione.
In altre parole,
non ha ritrattato nulla di ciò che ha detto nel suo articolo. È facile pensare
che Fisichella si ritenga in diritto di rivendicare d'aver avuto ragione grazie
all'infelice primo paragrafo della "Chiarificazione", che dice quanto segue:
"Recentemente
sono pervenute alla Santa Sede diverse lettere, anche
da parte di alte personalità della vita politica ed ecclesiale, che hanno
informato sulla confusione creatasi in vari Paesi, soprattutto in America
Latina, a seguito della manipolazione e strumentalizzazione di un articolo
(sottolineatura nostra) di Sua Eccellenza Monsignor Rino Fisichella, Presidente
della Pontificia Accademia per la Vita, sulla triste vicenda della 'bambina
brasiliana'."
Ciò che pochi
sanno è che questo non era il testo originale del paragrafo d'apertura, pronto
per essere pubblicato su "L'Osservatore Romano". Fisichella ottenne
di vedere il testo prima della pubblicazione e volle che il paragrafo originale
fosse cambiato così come poi apparve nella versione resa pubblica. In questo
modo gli fu consentito, con l'apparente autorità della congregazione per la
dottrina della fede, di declinare ogni responsabilità per il rovinoso impatto
del suo articolo sulla difesa delle vite umane innocenti dei nascituri. La
responsabilità per questa rovina apparterrebbe interamente al modo con cui
altri avrebbero "manipolato e strumentalizzato"
il suo articolo!
Ma non soddisfatto d'aver declinato le responsabilità per
il danno arrecato dal suo articolo, Fisichella nel suo discorso dell'11
febbraio all'Accademia ha preteso che il riconoscimento d'aver avuto ragione si
estendesse al contenuto del suo articolo. Questa pretesa è particolarmente
grave poiché la chiara implicazione del testo del suo articolo è che vi sono
situazioni difficili nelle quali i medici hanno la facoltà di un autonomo
esercizio della coscienza nel decidere se praticare un aborto diretto.
Sembrerebbe,
quindi, che la "Chiarificazione" della congregazione per la dottrina
della fede non sia stata capace di chiarire il pensiero dell'arcivescovo Rino
Fisichella. Se è così, ciò solleva un dubbio preoccupante proprio su quanto la
"Chiarificazione" sia stata complessivamente efficace nel confutare
la falsa comprensione dell'insegnamento della Chiesa sull'aborto diretto
trasmessa dall'articolo del 15 marzo 2009.
Lungi dal produrre
unità e genuina armonia nell'Accademia, il discorso dell'11 febbraio
dell'arcivescovo Fisichella ha avuto l'effetto di rafforzare nelle menti di
molti accademici l'impressione di essere guidati da un ecclesiastico che non capisce
ciò che comporta l'assoluto rispetto per le vite umane innocenti. Questo è uno
stato di cose assurdo in una Pontificia accademia per la vita, che può essere
rimediato solo da coloro che sono responsabili della
sua nomina come presidente.
Luke Gormally, membro ordinario dell'Accademia, già direttore
(1981-2000) del Linacre Centre
for Healthcare Ethics, Londra, Regno Unito.
Christine de Marcellus Vollmer, membro
ordinario dell'Accademia, presidente di Alliance for the Family, Venezuela.
Monsignor Michel Schooyans, membro ordinario dell'Accademia, professore
emerito dell'Università di Lovanio, Belgio.
Maria Smereczynska, membro corrispondente dell'Accademia,
Polonia.
Thomas Ward, membro corrispondente dell'Accademia, presidente di
The National Association of
Catholic Families, Regno
Unito. L’Espresso on line 20
Ricordo con
ammirazione un nostro vecchio professore libanese. Ci spiegava con passione la
differenza tra due semplici termini: arabo ed ebreo. E faceva notare come
etimologicamente i due sono costruiti sulle stesse
medesime tre lettere, ma poste in ordine differente. Poi, puntigliosamente
spiegava il senso della loro radice: ärb significa “colui che passa”, mentre invece äbr
“colui che passa verso una terra”. In fondo, concludeva,
l’arabo nato nel deserto vaga in esso passando da un’oasi ad un’altra, è un
nomade. Invece l’altro ha nel sangue uno scopo, una terra promessa, un sogno da
raggiungere. Per l’ebreo il suo camminare spirituale e simbolico ha un vero
destino.
In tempo di quaresima anche il popolo cristiano vive questo senso del
cammino. Avendo alla nostra sorgente il mondo ebraico, naturalmente sarà verso
una terra promessa. Spesso, tuttavia, si dimentica che è tutto un popolo che si
muove, non solamente degli individui: non è, infatti, un cammino solitario.
Ripenso con
emozione alla marcia del deserto di tutta una diocesi a Gibuti. Era qualcosa di
suggestivo, come tutto Israele che si muovesse sul suo
percorso... dall’Egitto verso casa. Come
la Chiesa intera in cammino verso il Regno.
Ogni anno,
infatti, durante la quaresima i cristiani della
diocesi di Gibuti con il vescovo in testa vivono un intero giorno di deserto. È
per celebrare il sacramento della penitenza e dell’eucarestia, per riflettere e
pregare insieme. E così si vedono tantissimi uomini, donne e bambini, venuti da
tutte le parti della diocesi, camminare dalle prime ore del giorno sotto un
sole sempre piu infuocato del deserto di Oveah.
Era bello osservare
questo avanzare comunitario, meditativo e itinerante. Il gruppo dei bambini
vocianti precedeva tutti nel loro zigzagare tra canyon, massi e distese
vastissime di sabbia... In silenzio noi adulti li seguivamo in un cammino lento
e difficile, ma curiosamente pedagogico, interrogativo...“Verso
dove, Signore, sto camminando? Verso dove va la nostra comunità? È forse
rimasta immobile sulle sue posizioni, con il suo solito giro, le persone
abituali, il peso delle strutture, le stesse cose da fare, il ritmo stanco
dell’abitudine?”
E, in questa
ricerca del Regno, si imparava a pregare diversamente:
”Insegnaci a vivere in comunità più ariose, più aperte, missionarie. In un
ascolto più attento, vigilante dei segni dei tempi: i giovani, i migranti, chi è piu fragile e vulnerabile...”
Perchè il Regno di Dio è ovunque un essere umano
è amato. Ovunque si creano delle comunità in cui si impara
ad amare, come la famiglia, le associazioni, le nazioni.
Il Regno di Dio è
ovunque un migrante è trattato da essere umano, ovunque degli avversari si
riconciliano, ovunque la giustizia è promossa, la pace ristabilita.
Allora, una
comunità o un popolo non si trovano a vagare in un deserto, inseguiti dalla
paura dell’altro. Avanzano, invece, verso una terra promessa da Dio: la
fratellanza tra gli uomini. Renato Zilio missionario
a Londra (de.it.press)
Quell'ebreo Gesù che cambiò la vita al gran rabbino di Roma
La cambiò a tal
punto che si fece battezzare nella Chiesa cattolica. Il suo libro "Il
Nazareno" è stato riedito e recensito su
"L'Osservatore Romano" da una studiosa ebrea. E intanto va alle
stampe il secondo volume del "Gesù di Nazaret"
del papa
di Sandro Magister
ROMA – Il primo a cui ha
confidato di aver finito di scrivere il suo libro su Gesù è stato un rabbino
ebreo, il giorno dopo la visita nella sinagoga di Roma, lo scorso 18 gennaio.
Il rabbino è
l'americano Jacob Neusner, e l'autore del libro è
Benedetto XVI.
Il primo volume
del "Gesù di Nazaret" di papa Joseph
Ratzinger è uscito tre anni fa. E ora è pronto per le traduzioni e per la
stampa il secondo e conclusivo volume dell'opera, dedicato alla passione e
risurrezione di Gesù e ai Vangeli dell'infanzia.
Intanto, però, con
significativa coincidenza, è uscita in questi giorni
in Italia la ristampa di un altro importante libro su Gesù, intitolato "Il
Nazareno", scritto più di settant'anni fa da un grande rabbino italiano.
Non solo. Di
questa nuova edizione di quel libro è uscita il 20
febbraio su "L'Osservatore Romano" una recensione molto positiva,
scritta da una studiosa ebrea di fama, Anna Foa, docente di storia
all'Università di Roma "La Sapienza".
E anche questa
recensione segna una novità importante. L'autore del libro, Israel Zoller, fu gran rabbino della comunità ebraica di Roma. E
nel 1945 si convertì alla fede cattolica.
La sua clamorosa
conversione turbò fortemente la comunità ebraica romana e italiana. Che su di
lui calò un silenzio durato decenni.
La recensione di
Anna Foa sul "giornale del papa" ha definitivamente rotto questo
silenzio. E per di più ha riconosciuto che in quel libro, pur scritto molti
anni prima della conversione del suo autore, già "sembrava apparire fra le
righe un riconoscimento della messianicità di Cristo".
Israel Zoller nacque nel 1881 a Brodj,
villaggio della Galizia austro-ungarica che oggi è
dentro i confini della Polonia. A 6 anni emigrò con la
famiglia a Stanislavia, l'attuale Ivano-Frankovsk,
in Ucraina. Studiò a Leopoli e poi a Firenze.
Stabilitosi in Italia, il suo cognome fu mutato in Zolli.
Fu rabbino capo a Trieste e insegnò letteratura ebraica all'università di
Padova. Trasferitosi a Roma, fu eletto rabbino capo e direttore del collegio
rabbinico. All'inizio del 1945 si dimise e nel febbraio chiese d'essere
battezzato nella Chiesa cattolica col nome di Eugenio, lo stesso del papa di
allora, Pio XII. Morì nel 1956.
La sua
autobiografia, scritta nel 1947 e ristampata in Italia sei anni fa, aiuta molto
a capire il percorso e il significato della sua conversione alla fede
cristiana.
Fin da bambino,
per lui, Gesù era presente con tutto il suo mistero. Dentro
un mondo che ricorda i quadri di Chagall, il pittore ebreo nato e vissuto in
quelle stesse terre orientali tra l'Europa e la Russia (vedi foto): col villaggio,
la sinagoga, il granturco sulla neve, la scuola ebraica col maestro severo, il
galletto sui tetti... E tante figure volanti, nel cielo stellato: i personaggi
della Bibbia.
Ma, appunto, c'è anche Gesù, da subito. C'è
il crocefisso nella casa del compagno di scuola: "Perché fu crocefisso,
Lui? Perché noi ragazzi diventiamo così diversi al cospetto
di Lui? No, no, Lui non può essere stato cattivo. Forse era e forse non
era – chi lo sa – il Servo di Dio i cui canti abbiamo
letto a scuola. Io non so nulla, ma d'una cosa sono certo: Lui era buono, e
allora... E allora, perché lo hanno crocefisso?".
Ci sono da subito
i Vangeli e il Nuovo Testamento: "Solo soletto, leggevo il Vangelo e
provavo un piacere infinito. Che sorpresa
ebbi in mezzo al prato verde: 'Ma io vi dico: amate i
vostri nemici'. E dall'alto della croce: 'Padre,
perdona loro'. Il Nuovo Testamento è davvero un testamento... nuovo! Tutto ciò
mi appariva d'una importanza straordinaria.
Insegnamenti sul tipo: 'Beati i puri di cuore' e la
preghiera sulla croce segnano una linea di demarcazione tra il mondo di idee
antiche e un cosmo morale nuovo. Eh sì! Qui sorge un mondo nuovo. Si delineano le forme sublimi del Regno dei Cieli, dei
perseguitati che non hanno perseguitato, ma che hanno amato".
Il battesimo
arriverà molti anni dopo. E appare nell'autobiografia come naturale fioritura
messianica di un ceppo ebraico che resta vivo, già dall'inizio carico di
destino.
Israel Zoller poi divenuto Eugenio Zolli
ha prefigurato nella sua vita il sorgere di un rapporto fraterno tra
cristianesimo ed ebraismo che oggi è assurto a programma del vertice supremo
della Chiesa.
Un rapporto
fraterno che si gioca tutto sulla differenza capitale tra le due fedi: il
riconoscimento di Gesù come "mio Signore e mio Dio".
È la stessa
differenza messa in luce da Benedetto XVI nel capitolo sul Discorso della
Montagna del primo volume del suo "Gesù di Nazaret". Nel quale è l'amico rabbino Jacob Neusner l'emblema
del pio ebreo che rifiuta di accettare la divinità di Gesù, allora come oggi. L’Espresso online 24
Goito/Solo
bambini cristiani a scuola. Razzismo è sentimento cristiano?
"La vicenda
di questi giorni che vede protagonista il Comune di Goito,
intento ad approvare un provvedimento che vieterebbe la frequenza della scuola
materna comunale ai bambini delle famiglie non-cristiane mi lascia esterrefatta. Le difficoltà che le minoranze incontrano nella
convivenza con la società italiana mi colpiscono sia moralmente che istituzionalmente, dato che mi occupo di libertà
pubbliche ed immigrazione" afferma Sonia Alfano, eurodeputato dell'IdV, attraverso una nota. "A prescindere dal fatto che
questo è un atto palesemente razzista, sentimento che non riconosco nel
Cristianesimo, ci tengo a sottolineare che la
struttura scolastica di Goito è finanziata con i
soldi pubblici, quindi non capisco per quale motivo il sindaco giustifichi la
decisione di escludere i bambini figli di non-cristiani dalla scuola dicendo
che hanno seguito il regolamento Fism, e ignorando
l'articolo 3 della Costituzione, che stabilisce che tutti i cittadini hanno
pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni
personali e sociali". "Ovviamente - prosegue l'eurodeputato - la
giunta è a maggioranza UdC-PdL, e quindi è normale
riscontrare provvedimenti discriminatori e mancato rispetto delle regole di
convivenza civile, così come insegna il Governo centrale". "Le
istituzioni intervengano per evitare - conclude Sonia
Alfano - che questa situazione possa degenerare in un disagio sociale
irreversibile". De.it.press
Frattini: «Fermiamo gli attacchi ai cristiani»
ROMA - Mettere a punto un vero e proprio «manuale» per le
ambasciate dei Paesi Ue «nelle nazioni a rischio-persecuzione». Promuovere,
forti dell'esperienza maturata con ricorso sulla sentenza del crocifisso, «un gruppo di Paesi like
minded (di uguale orientamento) che prenda a cuore il
diritto dei cristiani di professare la loro fede in tutto il mondo». E poi,
ancora, iniziative da portare in sede Onu per tenere alta l'attenzione «e
riaffermare il diritto fondamentale della libertà religiosa». Sono, nelle
parole del ministro degli Esteri Franco Frattini, le iniziative con cui
l'Italia si pone in prima linea rispetto «a una
sistematica violazione dei diritti dei cristiani». Di fronte alla quale, dice
ad Avvenire, «noi abbiamo in qualche modo l'obbligo di
non limitarci a dichiarazione di principio ma ad agire. E agire, io credo, vuol
dire anche tradurre un'azione politica, da noi già compiuta, in decisioni
operative».
A novembre lei
propose al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue una
risoluzione sulla libertà di religione. Cosa è
successo da allora?
Abbiamo costituito
un tavolo di lavoro, e si stanno definendo quali sono le azioni bilaterali che
si possono compiere tra l'Europa e i singoli Paesi in cui i diritti dei
cristiani sono messi in pericolo, e quali sono le iniziative internazionali della Ue per mettere a fuoco ancora meglio questo problema.
Entro aprile avremo un vero e proprio manuale delle ambasciate europee
all'estero, mirato in particolare al trattamento delle minoranze religiose
cristiane.
Qual è lo scopo
del manuale?
Nel sollecitare
questa proposta, sottolineai la necessità che la Ue si
muova presso le delegazioni di tutti gli Stati membri affinché, nei diversi
Paesi, si capisca che non si tratta di un problema italiano, ma è un problema
fatto proprio dai Ventisette. Questa sorta, chiamiamolo così, di “protocollo
comune” è un risultato molto importante, non c'era mai stato nulla del genere.
Servirà a monitorare da vicino, nei Paesi più sensibili, il trattamento delle
minoranze religiose, con particolare riferimento a quelle cristiane. In questa
direzione tra l'altro abbiamo già un esempio già molto concreto e importante:
abbiamo chiesto e ottenuto che questo tema sia inserito nel piano d’azione Europa-Pakistan che stiamo negoziando. E siccome c'è un interesse di ambedue le parti ad andare avanti
rapidamente, mi auguro che quello sarà il primo piano d’azione con un paragrafo
contenente un riferimento preciso al tema in questione.
Ha parlato di
“monitoraggio”: con quale obiettivo?
E’ una questione
seria. Quali sono i Paesi che più ci preoccupano dal punto di vista di cui
stiamo parlando? Questo aspetto emerge da un documento
pubblicato di recente da una ong americana (vedere
grafico in pagina, ndr), che individua una vera e propria lista di Paesi con
situazioni di “persecuzione”, “grave persecuzione” , “limitazione” o “problemi”
per la libertà religiosa. Il primo al mondo è la Corea del Nord, il secondo,
ben distaccato, è l'Iran, poi la Somalia, l'Arabia Saudita e via via gli altri. Una lista in cui troviamo anche il Pakistan
e subito dopo l'Iraq, l'India e il Sudan. Sulla base di
questi indicatori, abbiamo chiesto alla presidenza spagnola di avere una sorta
di “lista critica” di Paesi per i quali occorre una vigilanza speciale. Elenco,
questo bisogna dirlo con estrema chiarezza, che non deve rappresentare una
“lista nera”, perché non possiamo, né vogliamo, isolare Paesi con i quali
abbiamo rapporti politici importanti, ma vogliamo mettere in atto iniziative di
migliore collaborazione tra le autorità istituzionali e religiose.
Cos'altro si può fare in sede Ue?
Si potrebbe
promuovere, e lo farò attraverso il nostro rappresentante permanente, un gruppo
di Paesi che potremmo chiamare like minded , ossia di uguale
orientamento, che prenda a cuore il diritto nel mondo dei cristiani di
professare la religione. Vede, i cristiani non hanno
mai avuto attraverso i governi un gruppo politico di forte sostegno. Lo abbiamo
scoperto con la sentenza sul crocifisso, quando ci
siamo trovati da soli a impugnarla; con un'azione profonda siamo riusciti ad
attirare il consenso di almeno 15-16 Paesi che, formalmente o informalmente, si
sono attestati sulla nostra posizione.
Ha accennato anche
a iniziative in sede Onu. Quali sono?
L'intenzione in
primo luogo è di promuove l'idea, che potremmo
certamente sponsorizzare, di svolgere nel corso dell'anno in Italia una
Conferenza internazionale sulla libertà religiosa. Non sarebbe dedicata
solamente ai cristiani, però potrebbe attirare ancora di più l’attenzione sul
principio che la libertà di religione non è solo la libertà di professare la
fede nel privato, ma anche di poterla manifestare pubblicamente, altrimenti la
libertà è violata. L'altra possibile iniziativa da prendere è di presentare
all'Assemblea generale dell'Onu, come facemmo già due anni fa, una risoluzione
che parli proprio dei diritti dei cristiani. A due annidi distanza, credo che
una nuova risoluzione possa dare un forte impulso all'azione internazionale.
Salvatore Mazza, Avvenire
24
Käßmann tritt von allen Kirchen-Spitzenämtern zurück
Hannover - Vier Tage nach ihrer
Trunkenheitsfahrt ist Margot Käßmann von allen
kirchlichen Spitzenämtern zurückgetreten.
Sie lege sowohl den Ratsvorsitz der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) als auch ihr Amt als Landesbischöfin
von Hannover nieder, sagte Käßmann am Mittwoch in
Hannover.
"Ich kann nicht mit der
notwendigen Autorität im Amt bleiben", begründete die Theologin ihren
Schritt. Es gehe aber auch "um Respekt und um Achtung vor mir selbst und
um meine Geradlinigkeit, die mir viel bedeutet", sagte Käßmann,
die am 28. Oktober als erste Frau an die Spitze der EKD gewählt worden war. Sie
werde weiter als Pastorin tätig bleiben. Die Fahrt unter Alkoholeinfluss sei
ein schwerer Fehler gewesen, den sie bereue.
Die 51-Jährige war am Samstag mit 1,54
Promille am Steuer ihres Autos von der Polizei angehalten worden, nachdem sie
eine rote Ampel überfahren hatte. Nach Bekanntwerden der Trunkenheitsfahrt
hatte ihr der Rat der EKD am Dienstagabend nach einer Telefon-Schaltkonferenz
einmütig sein Vertrauen bekundet. Zugleich hatte das Leitungsgremium ihr selbst
die Entscheidung über das weitere Vorgehen überlassen.
Käßmann
dankte dem EKD-Rat für das ausgesprochene Vertrauen. "Es tut mir leid,
dass ich Viele enttäusche, die mich dringend gebeten haben, im Amt zu bleiben,
und die mich auch vertrauensvoll in meine Ämter gewählt haben", sagte die
Theologin. "Du kannst nie tiefer fallen als in Gottes Hand, und für diese
Glaubensüberzeugung bin ich auch heute dankbar", schloss sie ihre
Erklärung.
Seit ihrem Amtsantritt im Oktober hatte
sich Käßmann immer wieder auch in politische Debatten
eingeschaltet, zuletzt in die Diskussion über einen Missbrauch von
Hartz-IV-Leistungen. Vor einigen Wochen hatte sie für Aufsehen gesorgt, als sie
in einer Predigt den Krieg in Afghanistan scharf kritisiert hatte. "Die
harsche Kritik an einem Predigtzitat wie 'nichts ist gut in Afghanistan' ist
nur durchzuhalten, wenn persönliche Überzeugungskraft uneingeschränkt anerkannt
wird", sagte Käßmann. Durch ihr Fehlverhalten
haben sie aber die Freiheit verloren, ethische und politische Herausforderungen
zu benennen und zu beurteilen.
Hohe Vertreter der evangelischen und
katholischen Kirche zollten Käßmann Respekt für ihren
Schritt. Die oberste Repräsentantin der Synode der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD), Präses Katrin Göring-Eckardt,
sagte zu Reuters, Käßmann habe dem Protestantismus in
Deutschland Gesicht und Stimme verliehen. Mit ihrer Geradlinigkeit in
theologischen und sozialen Fragen werde sie der Kirche fehlen. "Aber
dieser Geradlinigkeit entspricht auch ihre Rücktrittsentscheidung", sagte
die Grünen-Politikerin, die als Präses dem
Kirchenparlament der EKD vorsteht.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, bedauerte den
Rücktritt. Er kenne Käßmann als einen Menschen, der
bereit sei, Verantwortung zu übernehmen. Daher könne er ihren Schritt
verstehen.
SPD-Chef Sigmar Gabriel äußerte Respekt
und Bedauern. Käßmann habe den Mut gehabt, wichtige
Debatten innerhalb der evangelischen Kirche und für das Land anzustoßen,
erklärte er. (Reuters 24)
Kommentar zum Fall Kässmann. Die Freiheit, über Sünden reden zu können
Die Würde eines hohen Kirchenamtes muss
von der Person getrennt werden. So ist der Rücktritt der Bischöfin Margot Käßmann folgerichtig. Sie war eine Bereicherung für dieses Amt., eine streitbare Frau mit Charisma. Dennoch hätte ihr
Verbleib an der EKD-Spitze der Kirche Schaden zugefügt.
Bischöfin Margot Käßmann
hat in ihrer kurzen Amtszeit die evangelische Kirche in Deutschland beflügelt.
Sie hat Menschen, die für die Bibel im Alltag kaum Verwendung fanden, für die
Kirche und den Glauben interessiert. Sie hat Frauen das sichere Empfinden
gegeben, von nun an werde auf der Kanzel ein ganz neuer Ton gesetzt werden, der
weder männerfeindlich noch geschlechtsneutral wäre, sondern im positiven Sinn
weiblich.
Es gab viele Männer, die dieses
Empfinden ebenfalls als Bereicherung ansahen. Bischöfin Käßmann
hatte auch Gegner. Sie hatte Feinde – und Feindinnen. Ihre Anhänger waren,
soweit sich das beurteilen lässt, zahlreicher.
Sie hatte viele Feinde, ihre Anhänger
waren zahlreicher
Nun hat Margot Käßmann
die Konsequenz aus einer unhaltbar gewordenen Lage gezogen und ist nicht mehr
Bischöfin. Es ist ein harter Einschnitt in ihrem Leben, im Leben der
evangelischen Kirche und im Leben vieler Deutscher, ob protestantisch oder
nicht. Margot Käßmann hat die Konsequenz daraus
gezogen, dass das Amt der EKD-Vorsitzenden zwar Charisma braucht, dass
persönliches Charisma aber nicht wichtiger ist als das Amt.
Das ist der entscheidende Unterschied
zwischen der Kirche und einer Sekte. Die Würde des Spitzenamtes von der Person
zu trennen ist die Voraussetzung für die Dauerhaftigkeit des Kirchenamtes.
Menschen machen Fehler. Die Fehler wegen der Bedeutung einer Person für das Amt
hinzunehmen oder zu entschuldigen hat nur eine einzige sicher eintretende
Folge.
Frau Kässmanns
Schritt war folgerichtig
Amtsinhaber(innen) mit weniger Charisma
als Käßmann würden dasselbe Recht auf Verbleib bei
Fehlern in Anspruch nehmen. Auf die Weise ist einst die Autorität der Kirche so
sehr untergraben worden, dass Martin Luther seine Thesen an die Schlosskirche
schlug.
Nach ihrem Rücktritt braucht Margot Käßmann die Zuneigung derer, die ihr nahestehen. Ihr
Schritt aber war folgerichtig. „Wer unter euch ohne Sünde ist, der werfe den
ersten Stein“ hätte sonst für ein Amt gegolten, dessen Inhaber(in) frei sein
muss, über Sünden zu reden. Torsten Krauel Dw 24
Zoff um Missbrauchsfälle. Bischöfe gegen "maßlose Polemik"
Der Streit zwischen der
Bischofskonferenz und Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger scheint zu
eskalieren. Die Bischöfe verbitten sich jede Polemik und beschweren sich bei
der Kanzlerin.
FREIBURG/BERLIN - Wegen Äußerungen über
sexuelle Missbrauchsfälle hat die katholische Kirche Bundesjustizministerin
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) ein
24-Stunden-Frist für eine Entschuldigung gesetzt. Er habe der FDP-Politikerin
wegen der als "maßlose Polemik" empfundenen Äußerungen einen Brief
geschrieben, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), der
Freiburger Robert Zollitsch, am Dienstag.
Noch am selben Tag hat sich Zollitzsch auch bei Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU)
über Leutheusser-Schnarrenberger beschwert. Über das Telefonat wurde
Stillschweigen vereinbart, sagte DBK-Sprecher Matthias Kopp am Mittwoch in
Freiburg auf Anfrage. Zum Inhalt gab es keine Informationen.
Zollitsch
wolle sich zunächst nicht mehr öffentlich zu den Vorwürfen gegen die
Justizministerin äußern, sagte Kopp. Auch zur Frage, ob er an dem von ihn am Dienstag gesetzten 24-Stunden-Ultimatum festhalte,
wolle er zunächst keine Angaben machen. Abgewartet werde vermutlich eine
Reaktion der Ministerin, hieß es.
Der höchste Repräsentant von 25
Millionen Katholiken in Deutschland reagierte damit auf Äußerungen der
Justizministerin am Montagabend in den ARD-Tagesthemen. Leutheusser-Schnarrenberger
hatte in dem Interview gesagt, die katholische Kirche erwecke bislang nicht den
Eindruck, dass sie auch nur bei Verdachtsfällen mit den
Strafverfolgungsbehörden konstruktiv zusammenarbeiten wollte.
Nach Zollitschs
Empfinden hat es in der Politik noch nie eine "ähnlich schwerwiegende
Attacke auf die katholische Kirche gegeben". Er nannte die Äußerungen
"undifferenziert und emotional". Er erwarte, dass
Leutheusser-Schnarrenberger sie innerhalb von 24 Stunden zurücknehme.
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) will
auf die Kritik von Erzbischof Zollitsch schriftlich
reagieren. "Ich werde in angemessener Form schriftlich dem Vorsitzenden
der Deutschen Bischofskonferenz antworten", sagte sie dem Hamburger
Abendblatt. "Ich halte wenig von einem wechselseitigen öffentlichen
Schlagabtausch."
Die Laienorganisation Zentralkomitee
der deutschen Katholiken (ZdK) wies darauf hin, dass
die Missbrauchsfälle durch kirchliche Stellen bekanntgemacht worden waren.
Leutheusser-Schnarrenbergers Bewertungen seien
"ungerechtfertigt, maßlos und irreführend", sagte Verbandspräsident
Alois Glück.
Zollitsch
warf der Ministerin auch vor, den Eindruck erweckt zu haben, dass die
inzwischen bekannt gewordenen rund 120 Missbrauchsfälle an katholische Schulen
und Einrichtungen auch aus der jüngeren Vergangenheit stammten. Fakt sei, dass
diese Fälle 25 bis 30 Jahre zurückliegen. "Ich wehre mich nachdrücklich
gegen falsche Tatsachenbehauptungen und maßlose Polemik", sagte Zollitsch. Er habe bereits am Montag keinen Zweifel daran
gelassen, dass alle Fälle lückenlos aufgeklärt werden müssen. "Die
staatlichen Behörden sind schnellstmöglich eingeschaltet", sagte der
Bischof. Die Staatsanwaltschaft erhalte alle Einblicke.
Unterdessen wurden am Dienstag weitere,
Jahrzehnte zurückliegende Fälle von sexuellem Missbrauch durch Geistliche
bekannt. Fünf mutmaßliche Opfer hätten ihr Schicksal geschildert, sagte ein
Sprecher des Bistums Essen dem WDR. Es soll sich bei den Beschuldigten um einen
Ordensangehörigen, zwei Priester und einen Organisten handeln, die sich in den
50er und 60er Jahren an damals Minderjährigen sexuell vergangen haben sollen.
Zwei der mutmaßlichen Täter seien bereits tot. Ein Beschuldigter ist 94 Jahre
alt.
Ein Pater der Hiltruper Missionare soll
vor mehr als 20 Jahren an Schülern sexuelle Handlungen vorgenommen haben, als
er am Gymnasium Johanneum im saarländischen Homburg
arbeitete. Das geht aus einer Erklärung des Bistums Münster hervor, die der Münsterschen Zeitung vorliegt. Solange bis die Vorwürfe
geprüft seien, sei der Priester beurlaubt worden. Ein Kaplan hat nach Angaben
des Bistums Trier Anfang der 1960er Jahre in Gerolstein
(Kreis Vulkaneifel) einen Jugendlichen mehrfach sexuell missbraucht. Dpa 24
Rücktritt nach Alkoholfahrt. Ohne Käßmann brechen für die EKD harte Zeiten an
Ohne gedrängt worden zu sein hat Margot
Käßmann ihre hohen Ämter niedergelegt. Für die
Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) ein kaum zu ermessender Verlust: Sie
verliert die bei weitem populärste und auch für Kirchenferne überzeugendste Bischöfin.
Und ein gegeigneter Nachfolger ist nicht in Sicht.
Pech hatte der Bischof von Mecklenburg,
Andreas von Maltzahn: Er kam elf Minuten zu spät. Als
er am Mittwoch um 14.30 Uhr von der Nachrichtenagentur epd mit den Worten
zitiert wurde, dass Margot Käßmann im Amt bleiben
solle, war seit elf Minuten die Meldung der „Bild“-Zeitung zu lesen, dass die
Bischöfin nicht bleiben wolle. Und keine zwei Stunden später stand endgültig
fest, dass von Maltzahn den richtigen Zeitpunkt
verpasst hatte: Um 16 Uhr bei einer Pressekonferenz im Hannoveraner Kirchenamt
der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) teilte Käßmann
ihren schon am Vormittag gefassten Entschluss mit, als hannoversche
Landesbischöfin und ebenso, nach nur drei Monaten im Amt, als EKD-Ratsvorsitzende
zurückzutreten.
Doch ganz vergebens war der Beitrag des
Mecklenburger Bischofs nicht. Denn er unterstrich, was sich zuvor schon
erkennen ließ: Käßmann ist nicht zum Rücktritt
gedrängt worden. Das hatte sich auch am Dienstagabend bei einer telefonischen
Krisenkonferenz des 14-köpfigen EKD-Rates gezeigt. Nach Informationen von WELT
ONLINE versicherten da alle teilnehmenden Bischöfe und Laien der zugeschalteten
Käßmann ihre Solidarität und waren sich einig, dass
es am besten wäre, wenn sie Ratsvorsitzende bleiben könne.
Zwar berichteten da einige, dass sie
von Pfarrern entsetzt gefragt worden seien, wie man nach Käßmanns
Alkoholfahrt noch gegen Drogenmissbrauch predigen solle. Doch andere erzählten,
dass sie in Gemeinden ermahnt worden seien, zu Käßmann
zu stehen. Mithin vermochte der EKD-Rat sich kein einheitliches Bild von der
Lage zu machen, es herrschte eine Unschlüssigkeit, in der man nur wusste, was
man nicht wollte: über Käßmann herfallen. Woraus
folgte, dass sie selbst die Entscheidung treffen sollte, was protestantischer
Gewissenstradition entspricht.
So endete denn die Erklärung des Rates
am Mittwochmorgen nach der Konferenz mit den Worten: „In ungeteiltem Vertrauen
überlässt der Rat seiner Vorsitzenden die Entscheidung über den Weg, der dann gemeinsam
eingeschlagen werden soll.“ Das freilich hieß: Das Vertrauen des Rates bestand
darin, dass man ihr zutraute, dem Rat eine Rücktrittsempfehlung ersparen zu
können.
Nun also hat Käßmann
entschieden: Sie könne nach ihrer Alkoholfahrt durch Hannover, nach einem
„schweren Fehler, den ich zutiefst bereue“, nun „nicht mit der notwendigen
Autorität im Amt bleiben“, erklärte sie. Sie sei wieder einfache „Pastorin
meiner hannoverschen Landeskirche“.
Damit nimmt eine steile Kirchenkarriere
ihr Ende, in der die heute 51-jährige promovierte Theologin und Pfarrerin
zunächst als Jugenddelegierte auf der Vollversammlung des Weltkirchenrates 1983
bei einer Kampfabstimmung triumphierte, sich dann an Universitäten und
Evangelischen Akademien profilierte und 1994 Generalsekretärin des
Evangelischen Kirchentages wurde.
1999 wurde Käßmann
gegen heftige Widerstände zur Bischöfin der hannoverschen Landeskirche gewählt.
Rasch bewies sie, wie sich durch Disziplin, poetische Glaubensworte und
alltagsnahe Verkündigung das Evangelium wieder neu im Leben der Menschen
verankern lässt. Käßmann wurde immer mehr zum Star
der Kirche, telegen und erfrischend, offen und neugierig, beliebt bei
Linksprotestanten wie bei bibeltreuen Evangelikalen.
Doch nun zieht Käßmann
sich mit der gleichen Entschlossenheit, mit der sie in die Afghanistan-Debatte
eingriff, abrupt zurück. Für sie selbst ist das ein bitterer, allerdings
konsequent evangelischer Schritt. Indes hatte sie früher mehrfach versichert,
dass sie den Dauerstress als Bischöfin und Ratsvorsitzende nicht unbedingt
haben müsse, vor wenigen Wochen erst ließ sie die „Zeit“ wissen, dass sie gern
früher in Rente gehen würde. Doch für die Kirche bedeutet ihr Rücktritt einen
kaum zu ermessenden Verlust. Die bei weitem populärste und auch für
Kirchenferne überzeugendste Bischöfin tritt ab, sie, von der sich viele
Protestanten wohl nicht zu Unrecht erhofft hatten, sie könne den Prozess der Entchristianisierung in Deutschland vielleicht stoppen.
So hat die EKD nun ein gewaltiges
Personalproblem. Zunächst ist Käßmanns
Stellvertreter, der rheinische Präses Nikolaus
Schneider, gefordert, obwohl der 62-Jährige wegen seines Alters bei der Wahl
durch die EKD-Synode im Oktober 2009 für den Vorsitz nicht in Frage gekommen
war. Schneider ist ein erfahrener, moderater Kirchenmann, sozialpolitisch
engagiert, politisch gut vernetzt und auch in Ökumenefragen
weithin bekannt.
Anders als die Vorgänger auf dem
Vize-Posten, die sich weitgehend zurückhielten, hat Schneider seit seiner Wahl
immer wieder in aktuelle Debatten eingegriffen, von der Steuerpolitik bis zum
Afghanistan-Einsatz, in Nuancen dabei anders als Käßmann.
Zu Schneider, so ist aus informierten Kirchenkreisen zu hören, gibt es
zumindest im Augenblick keine Alternative. Gut möglich also, dass tatsächlich
bis zum Herbst gewartet wird, bis die dann regulär tagende EKD-Synode den
Ratsvorsitz neu bestimmt.
Bis dahin wäre auch Zeit genug, das
Feld möglicher Kandidaten neu zu sichten, auf dem vor Käßmanns
Wahl die Bischöfe Ulrich Fischer (Baden), Frank Otfried July
(Württemberg) und Martin Hein (Kurhessen-Waldeck) gefunden wurden. Wie es
hingegen in der hannoverschen Landeskirche weitergeht, ist völlig offen, dort
wird nun eine Findungskommission ihr langwieriges
Prozedere beginnen.
Für die EKD ist das Vakuum an der
Spitze auch insofern bedrohlich, als ein weiterer wichtiger Posten demnächst
brachliegt, die Leitung des EKD-Kirchenamts in Hannover. Der bisherig Leiter,
Hermann Barth (65), geht in den Ruhestand, und in Sicht ist bisher niemand, der
von dem messerscharf analysierenden, hoch disziplinierten und dabei
weichherzigen Barth diese Schlüsselposition zur Koordinierung der
widerstreitenden Interessen der EKD übernehmen könnte. Auf die EKD, die noch
vor wenigen Wochen auf einer Welle der Begeisterung für ihre neue
Ratsvorsitzende geschwommen war, kommen harte Zeiten zu.
Matthias Kamann DW 24
Afghanistan-Einsatz. Zollitsch: „Breite Debatte über Friedenspolitik nötig“
Der Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan
ist ein weiteres Thema der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in
Freiburg. Die Londoner Konferenz vom 28. Januar habe eine neue Etappe
eingeleitet und die Friedensethik der Kirche herausgefordert, sagte der
Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, beim Pressegespräch an diesem Dienstag in
Freiburg. Besorgt äußerte sich Zollitsch über den
Verlauf der Debatte zum Afghanistan-Einsatz in Deutschland in den letzten
Jahren.
„Es ist höchste Zeit, dass wir in
Deutschland eine breite und grundlegende Debatte über die Perspektiven und
Möglichkeiten unserer Friedens- und Sicherheitspolitik führen. Die
Afghanistan-Debatte steht dabei stellvertretend für die prinzipiellen
Schwierigkeiten eines angemessenen Umgangs mit diesen Themen.“
Der Debatte in Deutschland habe lange
der Mut gefehlt, sich den „entscheidenden Herausforderungen“ und auch
„schmerzhaften Problemen“ zu stellen, so Zollitsch.
Ackermann: „Strategiewechsel beim
Afghanistan-Einsatz“ - Der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et
Pax, Bischof Stephan Ackermann hat sich für einen Strategiewechsel der
deutschen Regierung beim Afghanistan-Einsatz ausgesprochen. Beim Pressegespräch
der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz sagte er zu diesem
Thema:
„Es ist gut und hilfreich, dass es im
Deutschen Bundestag eine breite Mehrheit für den Strategiewechsel in der
Afghanistan-Politik gibt. Sowohl die Regierung als auch SPD und Die Grünen
haben in den letzten Wochen weitgehend der Versuchung zur parteitaktischen Vorteilnahme
widerstanden. Dies ist ein hoffnungsvolles Zeichen dafür, dass auch in Zukunft
die lange vernachlässigte Diskussion über das deutsche Engagement in
Afghanistan mit dem angemessenen Ethos geführt wird. Das Verhalten von
Regierung und Opposition im anstehenden Untersuchungsausschuss zur Kundus-Affäre wird eine erste Probe der Ernsthaftigkeit in
der politischen Diskussion nach den Londoner Beschlüssen sein.“
Die internationale Staatengemeinschaft
müsse „aktiv“ mit den geostrategischen Dimensionen des Afghanistan-Einsatzes
umgehen, so Ackermann weiter. (rv 23)
Haiti-Beben. Katholische Kirche fordert Schuldenerlass
Freiburg. Sechs Wochen nach dem
Erdbeben in Haiti haben die katholischen deutschen Bischöfe einen
Schuldenerlass für das schlimm getroffene Land gefordert.
Die Industrienationen sollten auf ihre
finanziellen Forderungen umfassend verzichten, sagte am Dienstag der Bamberger
Erzbischof Ludwig Schick bei der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen
Bischofskonferenz in Freiburg. Ein Aussetzen der Forderungen reiche nicht aus.
Haiti sei nicht in der Lage, Schulden zurückzuzahlen. Das Land müsse von dieser
Last befreit werden.
"Angesichts des unglaublichen
Elends in Haiti und den enormen Anstrengungen des Wiederaufbaus klingt es fast
zynisch, dass die Schuldentilgung jetzt nur gestundet werden soll", sagte
Schick, der Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Bischofskonferenz ist.
"Haiti ist vielmehr auf einen konditionierten und umfassenden
Schuldenerlass angewiesen." Die Industrienationen, darunter Deutschland,
müssten dafür die Weichen stellen.
"Haiti steckt seit der Anerkennung
als unabhängiger Staat 1791 in einer Schuldenfalle, aus der es nie
herauskam", sagte Schick. Um die humanitäre Situation in dem Land
langfristig zu verbessern, müssten Haitis Staatsschulden beseitigt werden.
Deutsche Gottesdienstbesucher haben
seit dem Erdbeben in einer Sonderkollekte mindestens 7,5 Millionen Euro
gespendet, sagte Schick. Dieses Geld werde für die Katastrophenhilfe und den
Wiederaufbau investiert.
Der Wiederaufbau werde mehrere Jahre
dauern, sagte der frühere Direktor der katholischen Hilfsorganisation Caritas
in Haiti, Wilnès Tilus.
Neuesten Zahlen zufolge seien bei dem Erdbeben am 12. Januar mehr als 300 000
Menschen ums Leben gekommen. Fast zwei Millionen Menschen seien obdachlos.
Ziel müsse es sein, die
Eigenverantwortung der Haitianer zu stärken, sagte Tilus.
Die Katastrophen- und Entwicklungshilfe müsse sich daran orientieren. Zudem
müssten die staatlichen Strukturen Haitis dezentralisiert werden. (dpa 24)
Angriff der Justizministerin. Erzbischof ist wütend
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) falsche
Tatsachenbehauptungen in der Missbrauchsdebatte vorgeworfen. Er stellte ihr ein
Ultimatum, innerhalb von 24 Stunden Interviewäußerungen von Montagabend zum
kirchlichen Missbrauchsskandal zu korrigieren.
In Kirchenkreisen hieß es, die
Fristsetzung sei notwendig, um eventuell mit einer Unterlassungsklage zu
unterbinden, dass die Ministerin ihre Behauptungen wiederhole.
Leutheusser-Schnarrenberger kündigte am Dienstag an, sie werde in schriftlicher
Form reagieren. Sie halte wenig von einem "wechselseitigen öffentlichen
Schlagabtausch", sagte sie dem Hamburger Abendblatt.
Die Justizministerin hatte am
Montagabend in den Tagesthemen verlangt, die Verantwortlichen in der Kirche
müssten "endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden
zusammenarbeiten". Es sei "leider bisher nicht ersichtlich, dass sie
ein aktives Interesse an wirklich rückhaltloser und lückenloser Aufklärung
gezeigt haben".
Niemals zuvor habe ein Mitglied der
Bundesregierung eine "ähnlich schwerwiegende Attacke" gegen die
katholische Kirche geführt, sagte Zollitsch. In der
Angelegenheit telefonierte er am Dienstagnachmittag mit Kanzlerin Angela Merkel
(CDU). Über den Inhalt des Gesprächs wurde nichts bekannt.
Zollitsch
warf Leutheusser-Schnarrenberger vor, sie habe "maßlos polemisiert".
Offenbar wolle sie sich auf "eine Welle setzen" und verspreche sich
dadurch Vorteile. Ihre Vorhaltung entspreche nicht der Wahrheit, sie sei
rundweg falsch. Auch gebe es Leitlinien, die eine Zusammenarbeit mit der
Staatsanwaltschaft vorsähen. Die Kirche wolle bei der Aufklärung von Missbrauch
keinen Sonderweg.
kna
24
Käßmanns Alkoholfahrt. Der Fehltritt der Bischöfin
Wer ohne Sünde ist, der werfe den
ersten Stein. Mahnt die Bibel. Auf Margot Käßmann
angewendet, könnte der Satz heißen: Wer von euch noch nie mit einem Glas zu
viel am Steuer saß, wer noch nie eine rote Ampel überfuhr, der fordere
Konsequenzen von der Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche. So könnte man
argumentieren und sagen: Die Bild-Redaktion jazzt mal wieder die persönliche
Verfehlung eines Promis hoch und schaut genüsslich zu, ob er darüber strauchelt
oder sich herauswinden kann.
Aber es geht eben nicht nur darum, ob
viele von uns schon mal angetrunken Auto gefahren sind. Es geht vielmehr um den
Fehltritt einer Frau, die wir bisher als moralische Instanz kennen und schätzen
gelernt haben. Deren Leben nicht ohne Brüche ist, wie ihre Scheidung gezeigt
hat, die aber immer aufrecht ihren ethischen Maßstäben folgte und sich dadurch
Glaubwürdigkeit erarbeitet hat.
Es geht um eine Amtsträgerin, die sich
herausnimmt, nicht nur in die Kirche hineinzuwirken, sondern die auch beherzt
in öffentliche Debatten eingreift. So als sie zuletzt dem Afghanistan-Krieg die
Rechtfertigung absprach und auf Distanz zum Bundeswehr-Einsatz ging. Oder als
sie Guido Westerwelle vorwarf, mit seinen Attacken auf Hartz-IV-Empfänger
gefährde er den sozialen Konsens. Eine Frau also, die sich keinen Maulkorb
umbinden lässt. Die auch mal die katholische Kirche für ihr verqueres
Verhältnis zur Homosexualität angeht oder sich skeptisch zum Zölibat äußert.
Was das alles mit dem Alkoholwert in
ihrem Blut am Samstag zu tun hat? Eigentlich nichts – und doch sehr viel. Denn
jemand, der anderen Ratschläge erteilt, maßt sich an,
die Dinge wahrhaft zu durchdringen. Um dabei nicht als Besserwisser bloß Abwehr
zu provozieren, sondern nützliche Debatten anzustoßen, ist hohes persönliches
Ansehen nötig. Dazu gehört ein möglichst untadeliges Verhalten. Was der
Gläubigen in der Kirchenbank verziehen wird, kratzt am Image der Amtsträgerin,
die für sich in Anspruch nehmen darf, Millionen Christen zu vertreten. Kurzum:
Wer an der Spitze der Evangelischen Kirche in Deutschland steht, hat sich
darauf eingelassen, Vorbild zu sein. Vorbilder aber werden zu Recht nicht nur
an ihren Worten, sondern auch an ihren Taten gemessen.
Insofern ist in diesem Fall nicht der
Bild-Bericht das Ärgernis, sondern Käßmann selbst.
Die Bischöfin hat dem Boulevard mit ihrer Alkoholfahrt über eine rote Ampel den
Anlass geliefert, sie an den Pranger zu stellen. Da hilft auch ihr rasches
Eingeständnis nichts, einen schweren Fehler begangen zu haben. Zwar ist es
besser, als wenn sie versuchte, die Sache zu vertuschen. Doch ihr Image hat Käßmann ramponiert. Sie wird zwar womöglich menschlicher
durch diesen Fehltritt, zugleich aber auch angreifbarer. Das ist deshalb nicht
hinnehmbar, weil es sie für die Rolle als streitbare Mahnerin disqualifiziert.
Schon wird sie genüsslich mit früheren Aussagen zitiert, sie könne nicht
nachvollziehen, dass immer mehr Autofahrer drogenauffällig sind. Nicht
nachvollziehen kann vielleicht auch ein Langzeitarbeitsloser, warum die
Kirchenchefin mit einer Luxuslimousine durch die Gegend fährt. Und so wird das
weitergehen.
Das Bild von einer Frau, die Maßstäbe
setzt, ist beschädigt. Wegen eines solchen Ausrutschers? Ja. Denn Versagen im
Kleinen lässt auf mangelnde Eignung für größere
Aufgaben schließen. Zumal es dem Zufall zu verdanken ist, dass aus dem
Fehltritt keine Tragödie wurde. Hätte Käßmann
jemanden an- oder gar totgefahren, gäbe es keine quälende Debatte, ob sie im
Amt zu halten ist.
Margot Käßmann
selbst wird abwägen müssen, ob sie derart angeschlagen noch die moralische
Autorität hat, die sie braucht, um ihr Amt auszufüllen. Sie kann diese
Entscheidung nicht einem Ermittlungsverfahren überlassen. Sie braucht auch
nicht zu warten, ob die Synode noch hinter ihr steht. Wer zum Vorbild nicht
taugt, sollte lieber aus der zweiten Reihe agieren.
Das auszusprechen, hat mit Häme nichts
zu tun, auch wenn der Verdacht naheliegt, Käßmanns
Gegner nutzten ihren Fehler, um sie loszuwerden. Gerade die Fans der Frau
werden schweren Herzens sagen: Sie muss Konsequenzen ziehen, auch wenn die EKD
keinen auch nur annähernd gleichwertigen Ersatz aufzubieten hat. Träte sie
zurück, wäre das der letzte Ausweis ihrer Qualifikation als gesellschaftliches
Gewissen. Monika Kappus FR 24
Nach Alkoholfahrt. EKD spricht Käßmann volles Vertrauen aus
Nach ihrer Alkoholfahrt erhält
Bischöfin Margot Käßmann Unterstützung. Der Rat der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) bekundete seiner
Vorsitzenden in einer Telefonkonferenz am Dienstagabend „einmütig sein
Vertrauen“. Wie die EKD am Mittwoch in Hannover weiter mitteilte, soll auf
einer regulären Sitzung in dieser Woche eine abschließende Bewertung
vorgenommen werden. „In ungeteiltem Vertrauen überlässt der Rat seiner
Vorsitzenden die Entscheidung über den Weg, der dann gemeinsam eingeschlagen
werden soll“, hieß es weiter.
Auch andere Kirchenmitglieder und
Politiker stützen Käßmann. Die Bischöfin hatte am
vergangenen Samstag eine rote Ampel missachtet und wies bei einer
Polizeikontrolle 1,54 Promille Alkohol im Blut auf. Ihr droht nun ein
Ermittlungsverfahren wegen Trunkenheit am Steuer. Die Ratsvorsitzende sagte
vorerst alle in den nächsten Tagen geplanten öffentlichen Auftritte ab. Ab 1,1
Promille liegt in Deutschland absolute Fahruntüchtigkeit und eine Straftat vor.
Käßmanns Führerschein wurde eingezogen, ein
Strafverfahren eingeleitet.
Beckstein: Ein Bischof ist kein
Heiliger
Katrin Göring-Eckardt (43), Präses der EKD-Synode, nannte es in der Tagesschau „nicht
akzeptabel, dass man mit 1,5 Promille Auto fährt“. Sie wisse aus persönlichen
Gesprächen mit Käßmann, dass diese über ihr
Fehlverhalten selbst am meisten betroffen sei. „Und deswegen respektiere ich,
dass sie sich jetzt zurückzieht für eine Zeit.“ Käßmann
hat in dieser Woche sämtliche Termine abgesagt. Göring-Eckardt betonte, sie
schätze wie viele andere auch die Arbeit Käßmanns als
EKD-Ratsvorsitzende „außerordentlich“. Als Präses der
Synode, des EKD-Kirchenparlaments, steht Göring-Eckhardt an der Spitze einer
der wichtigsten EKD-Gremien.
Günther Beckstein, Vizepräses
der Synode, sagte, ein Bischof sei kein Heiliger. „Ich halte es für eindeutig,
dass Frau Käßmann im Amt bleiben kann.“
Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse sagte den „Stuttgarter Nachrichten“,
Geistliche seien auch nur Menschen. Er hoffe, dass „die Gläubigen der
Landeskirche Niedersachsen und die Bischofskollegen der EKD zu Frau Käßmann stehen und sie stützen.“ Dann werde sie auch diesen
groben Fehler heil überstehen. Er glaube nicht, dass Käßmanns
„Sympathievorsprung“ aufgebraucht sei.
Der Braunschweiger Landesbischof
Friedrich Weber sagte unterdessen der „Hannoverschen Allgemeinen Zeitung“, für Käßmann sollten die gleichen Maßstäbe gelten wie für jeden
anderen auch: „Weder Häme noch Beschönigung sind am Platz, was jetzt Not tut,
sind Fairness der Öffentlichkeit und Offenheit in der Sache.“ Auf die Frage, ob
Käßmann den Vorsitz im Rat der EKD abgeben müsse,
sagte Weber: „Das muss der Rat der EKD mit ihr diskutieren, die Situation ist
singulär.“ Der Wittenberger Theologe Friedrich Schorlemmer nahm Käsmann in Schutz. „Das ist ein Blackout, der leider immer
wieder Leuten passiert, die in öffentlichen Ämtern unter Dauerstress stehen“,
sagte er der „Leipziger Volkszeitung“. Gleichwohl sei die Alkoholfahrt eine
Verfehlung, die nicht einfach zu rechtfertigen sei.
„Bin über mich selbst erschrocken“
Der Vorsitzende der konservativen
Protestanten, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß,
erklärte in derselben Zeitung, es sei jetzt nicht angebracht, von außen einen
Rücktritt zu fordern. Käßmann sei „sensibel genug“
die entsprechenden Konsequenzen selbst zu ziehen.
Die Bischöfin selbst äußerte sich
bislang nicht noch einmal zu den Vorwürfen. In der „Bild“-Zeitung hatte sie am
Dienstag erklärt: „Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich so einen
schlimmen Fehler gemacht habe.“ Sie werde sich „selbstverständlich“ den
rechtlichen Konsequenzen stellen. Die Hannoversche Landesbischöfin hatte das
Spitzenamt erst vor vier Monaten vom Berliner Bischof Wolfgang Huber
übernommen. Faz.net 24
Analyse: Das Kreuz mit der Moral
Hamburg. Wenn Hollywoodstars betrunken
Schlangenlinien fahren, ein Golfprofi seine Sexsucht
therapieren lässt und Rockstars über ihre Drogensucht in Talkshows
philosophieren, gilt das vielen als irgendwie menschlich.
Die Fallhöhe von Pastoren und Bischöfen
ist da erheblich höher. Auf der Kanzel predigen sie die zehn Gebote - Lügen,
Ehebrechen, Betrug oder gar Gewalttaten sollen nicht sein. Die Alkoholfahrt von
Margot Käßmann, der obersten Repräsentantin von 25
Millionen evangelischen Christen in Deutschland, hat wieder einmal gezeigt,
dass Anspruch und Wirklichkeit auseinanderfallen.
In einem Interview mit dem TÜV-Nord
2007 hatte sie noch "mangelndes Verantwortungsbewusstsein" von
Autofahrern kritisiert, "insbesondere wenn Alkohol oder Drogen mit im
Spiel sind". Nun könnten die Folgen für Käßmann
verheerend sein. "Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich einen so
schlimmen Fehler gemacht habe", zitierte die "Bild"-Zeitung ihre
eher hilflose Reaktion auf den Skandal.
"Wir treten mit einem hohen
moralischen Anspruch auf. Daran müssen wir uns dann eben messen lassen", sagte
der Hamburger Erzbischof Werner Thissen erst am
vergangenen Wochenende der "Frankfurter Rundschau". Dass die
katholische Kirche derzeit besonders am Pranger stehe, sei verständlich. Thissen bezog sich damit auf die inzwischen mehr als 120
bekanntgewordenen Fälle von sexuellem Missbrauch an katholischen Schulen und
Einrichtungen in den vergangenen Jahrzehnten.
Im Eröffnungsgottesdienst der
Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz am Montagabend im
Freiburger Münster bekannte Erzbischof Robert Zollitsch:
"Wir sind eine Kirche, die auch auf Menschen gebaut ist - mit all unseren
Stärken, aber auch unseren Fehlern und Schwächen. Wir bleiben leider häufig
hinter dem Anspruch des Evangeliums zurück."
Fürwahr. Sexuelle Missbrauchsfälle
erschüttern die katholische Kirche immer wieder - in den USA, in Irland,
Deutschland oder Österreich. Im Jahr 1995 musste der Wiener Erzbischof,
Kardinal Hans Hermann Groer (1919-2003), zurücktreten, weil er während seiner
Zeit als Religionslehrer Schüler sexuell missbraucht haben soll. Im Jahr 2004
wurde der langjährige Bischof der Diözese Phoenix Thomas O'Brien zu vier Jahren
Bewährungsstrafe verurteilt wegen Unfallflucht - O'Brien hatte einen Fußgänger
überfahren.
Die Liste der Vergehen christlicher
Mitbrüder schließt praktisch nichts aus. In der Mönchsrepublik Athos bekämpfen
sich seit Jahren rivalisierende Gruppen, es gab schon Schwerverletzte. Im Jahr
2008 drohten ultrakonservative Priester, das von ihnen besetzte Kloster Esfighmenou mit Dynamit, Benzinkanistern und Gasflaschen in
die Luft zu sprengen. In Irland wurden einer Untersuchung zufolge von den
1930er bis zu den 1990er Jahren tausende Heimkinder von Kirchenleuten
geschlagen, kahlgeschoren, mit Feuer oder mit Wasser gequält, vergewaltigt.
Vergleichsweise harmlos wirkt dagegen
der Fall von Untreue eines bayerischen Priesters: Der 48-Jährige hatte
100 000 Euro Kirchengelder veruntreut, um sich unter anderem einen
Mercedes zu kaufen. Das Amtsgericht Kronau sprach im
Jahr 2003 eine Bewährungsstrafe gegen den Geistlichen aus.
Fast entwaffnend verwies Zollitsch in seiner Predigt auf die schon in der Bibel
genannten menschlichen Schwächen der Männer Gottes: Jesus berief Levi, den
korrupten Zollbeamten Levi, und er kannte die aufbrausenden
"Donnersöhne" Johannes und Jakobus unter seinen Aposteln. Petrus
schließlich verleugnete drei Mal Jesus - bis der Hahn krähte.
Wie heikel die Frage nach dem Umgang
mit der Wahrheit und damit der persönlichen Glaubwürdigkeit ist, zeigte sich
bei Zollitsch jüngst in einem Interview mit den
dpa-Kindernachrichten. Seine eigentlich völlig harmlose Antwort auf die Frage,
wann er selbst zuletzt gelogen habe, ließ der Erzbischof am Ende dann doch
lieber streichen.
Christian Weisner
von der Reformbewegung "Wir sind Kirche" warnt allerdings davor, dass
sich jetzt die Öffentlichkeit wie scheinheilig auf Kirchenleute stürzt, die
ihre eigenen moralischen Ansprüche verletzen: "Natürlich braucht die
Gesellschaft Vorbilder, aber auch Vorbilder sind nur Menschen." (dpa 24)
Bischöfin Margot Käßmann. Es knallt - mehr als bei anderen
Die Wahrnehmung hätte hellsichtiger
kaum sein können: "Sie knallen auf meine Person", sagte Margot Käßmann nach ihrer umstrittenen Neujahrspredigt über die
Lage in Afghanistan und den Bundeswehr-Einsatz am Hindukusch. Die Bemerkung,
aus einem längeren Gespräch zitiert, klang aggressiv und entrüstet. Aber
halblaut schwang auch die Entgeisterung mit - als
hätte die Bischöfin erst jetzt, zwei Monate nach ihrem Antritt als
EKD-Ratsvorsitzende realisiert, was ihr im neuen Amt so alles blühen würde.
Die Angriffe auf Käßmann
sind freilich nur die eine Seite. Die andere ist ihre Art, an Reizthemen
heranzugehen. Es knallt nicht einfach so auf ihre Person. Sie zieht die Knaller
förmlich auf sich. Unfreiwillig ist das auch jetzt wieder so: Über Alkohol am
Steuer, über Verantwortung im Straßenverkehr, auch über den Umgang mit
Fehlverhalten und Versagen lässt sich trefflich parlieren - aber wer könnte das
Problembündel besser verkörpern als eine Bischöfin, die nachts betrunken an
einer roten Ampel vorbeibrettert?
1,54 Promille Alkohol hatte Käßmann im Blut, als die Polizei sie am Samstagabend mit
ihrem Dienstwagen in Hannover nach dem Missachten einer roten Ampel stoppte.
Staatsanwalt Jürgen Lendeckel erklärte, Käßmann sei vorläufig die Fahrerlaubnis entzogen, der
Führerschein beschlagnahmt worden. Die folgenden Sanktionen hingen auch von den
Einlassungen des Verteidigers der Bischöfin ab. Der Prozess könne bei
Ersttätern in einem schriftlichen Verfahren abgewickelt werden - die Bischöfin
müsste dann nicht vor Gericht erscheinen.
Ob Käßmann am
Samstagabend dienstlich oder privat unterwegs war, sagte die EKD zunächst
nicht. Zumeist wird der Dienstwagen der Bischöfin, ein VW Phaeton, von einem
Chauffeur gefahren. Die Theologin wurde an einer Innenstadtkreuzung nur wenige
hundert Meter von ihrer Wohnung entfernt gestoppt. Ihr drohen ein einjähriger
Führerscheinentzug und eine Geldstrafe in der Höhe eines Monatsgehalts.
Ob Käßmann
bei der erneuten Beantragung des Führerscheins eine Medizinisch-Psychologische
Untersuchung - den sogenannten "Idiotentest" - absolvieren muss, wird
die Führerscheinstelle entscheiden müssen. Von 1,6 Promille an wäre ein solcher
Test zwingend.
Ungeachtet der juristischen
Konsequenzen: Ein Autofahrer mit 1,54 Promille Alkohol im Blut ist eine
ungesicherte Waffe. Das sollte auch und gerade Käßmann
wissen, die 2007 selbst in einem Gespräch dem TÜV Nord mit moralischem Aplomb
vor Trunkenheit am Steuer und der Kraft von Autos gewarnt hatte: "Manche
Leute fahren wirklich, als hätten sie überhaupt nicht im Blick, welche Kraft in
einem Auto steckt. Schon bei Tempo 50. Also wie lebenszerstörend ein Auto
wirken kann."
Die Debatte war unausweichlich: Ist
eine hohe Kirchenfunktionärin in dieser Situation zu halten? Hat sie ihre
Vorbildfunktion nicht unwiderruflich demontiert? Oder muss die Kirche ihre
innere Stärke nicht gerade in der Bereitschaft zeigen, dem (Verkehrs)-Sünder zu
vergeben?
Die Kirche erhebe hohe moralische
Ansprüche, hat der Hamburger Erzbischof Werner Thissen
gerade erst in anderem Zusammenhang gesagt. Daran müsse sie sich dann eben auch
messen lassen. All diese Fragen werden jetzt am "Fall Margot Käßmann" durchgespielt. Die 51-Jährige ist - wieder
einmal - eine Projektionsfläche.
Zu dieser Rolle hat Käßmann
sich spätestens bekannt, als sie vor gut zehn Jahren Landesbischöfin von
Hannover wurde. Was sie auch tut oder sagt: Immer wirkt sie zu 100 Prozent
involviert, immer bringt sie sich selbst, ihre Überzeugungen und Erfahrungen
ins Spiel.
Offen sprach sie über ihre Scheidung -
und hatte damit die Sympathien auf ihrer Seite. Wenn sie auf Kirchentagen ihre
Zuhörer zum Weinen bringt, dann liegt das auch an der Aura von Echtheit und
Authentizität, mit der sie sich umgibt.
In ihrem Bestseller von 2009 schrieb Käßmann über Frauen um die 50. Im Kapitel über den Umgang
mit Krankheiten verwendet sie Tagebucheinträge aus der Zeit nach der
Krebsdiagnose. Persönlicher geht´s nicht. Auch darum "knallt" ihre
Alkohol-Tour durch das nächtliche Hannover viel mehr als bei anderen.
Als Christin und Theologin,
argumentiert sie, sei sie nur durch ein persönliches Glaubenszeugnis
glaub-würdig. Mit all den blutleeren, papiernen Gestalten in der Kirche kann
sie darum auch nichts anfangen. Und auf klare Positionen hat sie stets ebenso
viel gehalten wie auf unverblümte Sprache. Da fließen bei ihr Selbstbewusstsein
und Predigttradition à la Luther ("tritt frisch auf, tu´s Maul auf")
ineinander.
Das macht sie angreifbar. Auch in den
Reihen der EKD gibt es genügend Leute, denen "Margots Ego-Trips" auf
die Nerven gehen. Das sind jene, die es mit klammheimlicher Genugtuung lesen,
wenn ein Zeitungsartikel zählt, wie oft Käßmann im
Interview "ich" sagt. Glaubt man Käßmann,
dann hat sie das bislang nicht angefochten. "Die müssen mich nehmen, wie
ich bin", hält sie ihren Kritikern trotzig entgegen.
Andererseits hat sie noch nie so
angegriffen, dünnhäutig und zerzaust gewirkt wie nach dem stürmischen Gegenwind
auf ihre Neujahrspredigt über Afghanistan. Der Wittenberger Pfarrer Friedrich
Schorlemmer erklärt Käßmanns Promille-Fahrt mitleidig
als Black-out unter Dauerstress.
Vor gut sechs Jahren, als Käßmann gegen Wolfgang Huber zum ersten Mal für den
EKD-Ratsvorsitz kandidierte, hatte sie ihre "Ich lasse mich nicht
verbiegen"-Manier regelrecht zelebriert: Wenn ihr Käßmann
wollt, dann kriegt ihr Käßmann pur, oder ihr kriegt
sie gar nicht, das war ihre Botschaft an die Mitglieder der EKD-Synode. Prompt
wurde sie nicht gewählt. 2009 ging sie die zweite Kandidatur weniger
hemdsärmelig an. Sie sprach auf der Synode in Ulm offen über ihre gescheiterte
Ehe, nahm das Wahlgremium mit einem zurückhaltenden Auftritt für sich ein - und
überzeugte selbst das konservative evangelikale Lager in der EKD, das ihr sonst
eher in herzlicher Abneigung verbunden ist. Mit selten einhelligem Applaus
begann ihre sechsjährige Amtszeit. Jetzt knallt es. Und zwar gewaltig. JOACHIM
FRANK FR 24
Priester stehen im Dienst an den Menschen
Fastenhirtenbrief von Bischof Heinz
Josef Algermissen
Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Was wäre
die Kirche ohne die Priester, die sich mit ihrer Person, ihrer ganzen Existenz
dafür einsetzten, daß das Wort Gottes verkündet und
die Hl. Eucharistie gefeiert werde und Menschen sich göttliche Absolution auch
in allem Scheitern schenken ließen sowie aus der Gnade Gottes leben und sterben
dürften? Dies fragt Bischof Heinz Josef Algermissen
in seinem diesjährigen Fastenhirtenbrief an die Gemeinden in seiner Diözese,
der sich unter dem Motto „Bittet den Herrn der Ernte, Arbeiter für seine Ernte
auszusenden“ (Mt 9,38) dem Thema „Priesterberufungen“
widmet. Der Oberhirte betont darin, daß die Priester
dafür ihre eigenen Zukunftspläne und Lebensentwürfe zurückgestellt und sich in
den Dienst der Seelsorge gestellt hätten. „Sie sorgen sich um die sakramentale
Heiligung der Ihnen anvertrauten Menschen in den Gemeinden und zunehmend auch
in den größeren Verbünden.“ Für „solchen menschlich
erfüllenden, aber auch anspruchsvollen und herausfordernden Dienst“ spricht der
Oberhirte den Priestern seinen Dank aus und bittet die Gemeinden, deren Arbeit
und „selbstlose Hingabe“, gerade auch unter dem Eindruck vielfältiger
Belastungen und Begrenztheiten, „in Wort, Tat und Gebet“ mitzutragen.
Priesterberuf als geistliche Berufung
angesichts Skepsis gegenüber Kirche
Mehr als Erfolg in der Verkündigung und
alle pastoralen Aktivitäten und administrativen und baulichen Leistungsbilanzen
zählten laut Bischof Algermissen vor Gott das
Glaubens- und Lebenszeugnis des Priesters, seine persönliche Frömmigkeit,
Integrität und gewinnende Menschlichkeit. Zu danken sie hier auch den
hauptberuflichen und ehrenamtlichen Mitarbeitern, die die Priester in ihrer
Verantwortung und in den vielfältigen, einen Einzelnen stets überfordernden
Aufgaben unterstützten. „Gerade angesichts der belastenden Gottvergessenheit
und gesellschaftlichen Skepsis gegenüber kirchlichen Institutionen und
geschlossenen Systemen wird der Ruf nach Menschen lauter, die den
priesterlichen Beruf als geistliche Berufung verstehen und nicht als
Seelsorge-Job im kirchlichen Beamtenverhältnis“, stellt Algermissen
klar. Bei der Feier der Priesterweihe lege der Weihekandidat seine Hände und
damit sich selbst in die Hände des Bischofs, und dieser nehme „den ihm zum
Mitbruder gewordenen Priester“ ganz an. Diese „personale Lebenshingabe auf
Gegenseitigkeit“ stelle ein „unglaubliches Zeichen“ einer in Gott gegründeten
Verbundenheit dar.
Priester lassen sich nicht „machen“ - Als
Priester mache man es sich zur Lebensaufgabe, „mit Idealismus und Leidenschaft
für die Wirklichkeit und Anwesenheit des lebendigen Gottes einzustehen“, oft
über die eigenen Kräfte hinaus, fährt der Hirtenbrief fort. Viele Mitbrüder
orientierten sich ganz selbstverständlich, redlich und unspektakulär in dem
archaischen, aber immer noch konkurrenzlos gültigen Bild Jesu als „Guter
Hirte“, der sein Leben gibt für die ihm anvertrauten Menschen. Die Berufung zum
Priester sei zu allen Zeiten ebenso ansprechend wie anspruchsvoll. „Wir können
sie nicht machen, aber ich bin überzeugt, daß Gott
auch unter uns Menschen anspricht, denen er diese besondere Berufung zu
ganzheitlicher Hingabe ins Herz legt.“ Es sei zu fragen, warum auch viele
Katholiken denen, die sich von Gott angesprochen fühlten, mit Skepsis, Vorsicht
und Ablehnung begegneten. Früher hätten Eltern darum gebetet, daß einer ihrer Söhne Priester werde, und Pfarrgemeinden
seien stolz gewesen, wenn auch aus ihren Reihen ein Priester hervorging.
Priestern und Ordensleuten, Lehrern und engagierten Laien war es ein besonderes
Anliegen, in jungen Menschen den Glauben und die Begeisterung für das
Evangelium zu wecken und sie in ihrer geistlichen Berufung zu fördern und zu
begleiten.
Voraussetzungen für Priesterberufungen
schaffen
Bischof Algermissen
bezeichnet es als Pflicht aller Gläubigen, Voraussetzungen dafür zu schaffen, daß Gottes Ruf gehört und angenommen werden könne. „Deshalb
wende ich mich in diesem weltweiten Priesterjahr, aber auch sonst bei jeder
möglichen Gelegenheit mit der eindringlichen Bitte an Sie alle: Machen Sie sich
die Sorge um Priesterberufungen zu eigen, damit der Dienst des Guten Hirten
auch künftig sichtbar wird in unseren Gemeinden!“ Wo regelmäßig um Priester
gebetet werde, könnten junge Menschen eher Mut bekommen, nach ihrer Berufung zu
fragen und ihr zu folgen, weil sie spüren könnten, daß
Priester in den Gemeinden wichtig und durch niemanden und nichts ersetzbar
seien. Wahrscheinlich sehe man heute schärfer als früher die hohen
Anforderungen und Erwartungen an die Priester und höre auch die Klage mancher
überforderter Priester, erfahre gar vom Scheitern und Versagen Einzelner,
ähnlich wie vom Auseinanderbrechen mancher Ehen. „Aber dürfen wir es deshalb
wagen, Gott gar nicht erst um seine Gnade zu bitten?“, hinterfragt der
Oberhirte.
Mitunter werde der Priester als
„anachronistisches Relikt“ aus vergangenen Zeiten angesehen, und dennoch
suchten die Menschen in der heutigen Gesellschaft nach authentischen und integren Persönlichkeiten, denen man aufgrund ihrer
Glaubensüberzeugung und Lebensführung eine hohe moralische Autorität zuspreche
in einer Welt, die ansonsten nur das Schachern um den größtmöglichen Vorteil zu
kleinstmöglichen Preisen kenne. „Insofern ist der Priester heute, oft ohne sich
dessen bewußt zu sein, tatsächlich eine Lichtgestalt
und Vertrauensperson, gerade weil er nicht innerweltlichen Interessengruppen
zugeordnet werden kann, sondern als Mann des Himmels auf eine transzendente,
göttliche Wirklichkeit verweist“, unterstreicht der Bischof. Damit leiste der
Priester auch einen wesentlichen gesellschaftlichen Dienst, denn ohne
Gottesbeziehung verlören sich Menschen leicht in „hektischer Torschlußpanik“ und gingen mitunter buchstäblich über
Leichen.
„Was sich vom Himmel schenken will, muß aus der Erde wachsen. Priesterberufungen fallen – recht
verstanden – durchaus vom Himmel, aber sie müssen in unseren Gemeinden gefunden
und ermutigt, gefördert und begleitet werden“, zeigt sich Algermissen
überzeugt. Daran gelte es sich zu erinnern, wenn über Priestermangel und
Pastoralverbünde geklagt werde. In diesem Priesterjahr sollten sich die
Gläubigen nicht nur darauf zu besinnen, daß Gott
ihnen die Berufungen schenken werde, um die sie ihn bitten, sondern es komme
auch auf das Gebet und die wohlwollende Unterstützung der Gemeinden an.
Der Hirtenbrief wird eine Woche später
vollständig im „Bonifatiusboten“ abgedruckt und ist
im Internet unter www.bistum-fulda.de abrufbar. Ferner besteht die Möglichkeit,
einen Tonträger mit dem Hirtenbrief über die Bischöfliche Pressestelle,
Paulustor 5, 36037 Fulda, Tel. 0661/87-355, Fax 0661/87-568, E-Mail:
presse@bistum-fulda.de, zu beziehen. (bpf)
Schick: „Haiti Hilfe zur Selbsthilfe leisten“
Die Zahl ist erschütternd. Offiziell
wurde jetzt in Haiti bekannt gegeben, dass 300.000 Menschen bei dem Erdbeben
ums Leben gekommen seien. Und noch einmal soviel
Verletzte und Schwerverletzte müssten medizinisch versorgt werden. Allein in
der Hauptstadt Port-au-Prince seien eine halbe Millionen Menschen obdachlos. Es
müsse um Hilfe zur Selbsthilfe gehen, da seien sich die deutschen Oberhirten in
Freiburg einig. Das sagte der Erzbischof Ludwig Schick, der Vorsitzende der
Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, auf der Pressekonferenz
an diesem Dienstag in Freiburg.
„Vor allem steht das Bewusstsein im
Mittelpunkt, dass Haiti auch weiterhin Hilfe braucht. Das kann natürlich immer
nur vor Ort geschehen. Die Bischofskonferenz gibt Anregungen, aber das muss
dann vor Ort weitergehen. Das werden wir auf unserer Konferenz hier in Freiburg
ansprechen.“
Hilfe zur Selbsthilfe – eine echte
Herausforderung. Eine halbe Million Haitianer sind aufs Land geflohen. Die
ohnehin arme Landbevölkerung sei mit dieser Situation hoffnungslos überfordert,
da sie akute Hilfe leisten müsse. Das sagte Pfarrer Wilnès
Tilus, der ehemalige Caritas-Direktor von Haiti, auf
der Freiburger Pressekonferenz. Die internationale Hilfe sei angekommen, reiche
aber noch lange nicht. Wichtig sei, so der Pfarrer, eine Dezentralisierung der
Unterstützung, so dass im ganzen Land Wiederaufbau stattfinden könne. (rv 23)
Kritik an katholischer Kirche. Zollitsch empört über Justizministerin
Freiburg - Der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
hat Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) am Dienstagnachmittag
dazu aufgefordert, ihre aus seiner Sicht maßlose Kritik am Umgang der
katholischen Kirche mit Missbrauchsfällen innerhalb von 24 Stunden
zurückzunehmen.
Er könne sich keiner schlimmeren
Attacke eines Mitglieds einer Bundesregierung gegen die katholische Kirche
entsinnen, sagte Zollitsch bei der
Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg. „Sie hat maßlos
gegen unsere katholische Kirche polemisiert.“ Noch für Dienstag sei ein
Gespräch zwischen Zollitsch und Kanzlerin Angela Merkel
(CDU) zu den Einlassungen der Ministerin anberaumt.
„Kindesmissbrauch ist ein Offizialdelikt“
Bundesjustizministerin
Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte am Montagabend in der ARD gesagt, sie
habe bisher nicht den Eindruck, dass die „Verantwortlichen der katholischen
Kirche mit den Strafverfolgungsbehörden konstruktiv zusammenarbeiten“. Es sei
„leider bisher nicht ersichtlich, dass sie ein aktives Interesse an wirklich
rückhaltloser und lückenloser Aufklärung“ habe. Sie erwarte, „dass die Verantwortlichen
der katholischen Kirche endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden
zusammenarbeiten, Hinweise geben, mit aufklären“.
Über die Leitlinien der
Bischofskonferenz zum Umgang mit sexuellem Missbrauch, die zunächst eine
kircheninterne Voruntersuchung vorsehen, sagte sie: „Kindesmissbrauch ist ein
Offizialdelikt, und da können nicht andere drüber entscheiden, ob dieses Delikt
verfolgt wird oder nicht, und da muss es eben andere Richtlinien geben. Ich
glaube, es ist vorbei zu versuchen, solche Richtlinien zu rechtfertigen.“
Abermals lud sie Vertreter der katholische Kirche zu einem „Runden Tisch“ mit unabhängigen
Vertretern ein, um Aufarbeitung zu ermöglichen. Zollitsch
sagte dazu, die Ministerin setze sich offensichtlich „auf eine Welle in der Hoffnung,
irgendetwas zu gewinnen“. Dabei erwecke sie fälschlicherweise den Eindruck, die
Kirche verweigere sich der Zusammenarbeit mit den Staatsanwaltschaften.
Wer die Ministerin höre, könnte meinen,
die bislang 115 bekanntgewordenen Fälle von Missbrauch und Misshandlung an
Kindern und Jugendlichen in der katholischen Kirche seien erst in jüngster Zeit
begangen worden. Sie lägen aber 25 bis 30 Jahre zurück. Zollitsch
versicherte, dass die katholische Kirche den Missbrauchsfällen, für die er sich
entschuldige, nachgehen werde.
Die Bischofskonferenz konnte bei ihrer
Frühjahrsvollversammlung in Freiburg unterdessen nicht zu einer einheitlichen
Bewertung der neuen Afghanistan-Strategie gelangen. Militärbischof Walter Mixa hob hervor, die deutschen Soldaten sorgten in
Afghanistan für Befriedung bei Menschen, die ihnen anvertraut seien. Der
Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen kritisierte
hingegen, die deutschen Soldaten würden zunehmend als Besatzungsregime mit
eigennützigen Interessen wahrgenommen. Auch habe die internationale
Gemeinschaft ihre finanziellen Zusagen für den zivilen Aufbau bisher nicht so
eingehalten wie zugesagt. Reinhard Bingener Faz 23
DBK: Offen für Veränderung. Zollitsch: Leitlinien für Missbrauchsfälle überprüfen
„Über die bekannt gewordenen
Missbrauchsfälle bin ich zutiefst erschüttert. In aller Deutlichkeit
unterstreiche ich: Sexueller Missbrauch an Minderjährigen ist immer ein
abscheuliches Verbrechen. Ich mache mir diese Formulierung von Papst Benedikt
aus tiefer Überzeugung zu eigen und entschuldige mich
bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden.“
Sie kam also bereits bei der ersten
Pressekonferenz vor Beginn der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe
in Freiburg: Die Entschuldigung bei den Opfern sexuellen Missbrauchs im Namen
der Kirche, aus dem Munde des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz
Robert Zollitsch. Mit deutlichen Worten verurteilte
der Freiburger Erzbischof sexuellen Missbrauch und kündigte auch mögliche
Reformen und Präventionsmaßnahmen an:
„Wir werden jetzt auf dieser Konferenz
die Leitlinien besprechen und auch über mögliche Änderungen der Leitlinien
sprechen. Wir werden auch über Fragen der Prävention sprechen. Unsere künftigen
Priester und auch Mitarbeiter der Kirche müssen menschlich und damit auch in
sexueller Hinsicht die Eignung und nötige Reife für ihr Amt und ihre Aufgabe
haben.
DBK: Offen für Veränderung - Unter das
Stichwort Veränderung stellte der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz,
Erzbischof Robert Zollitsch, den Beginn der
Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in Freiburg.
„Wo Gemeinschaft ist, liebe Schwestern,
liebe Brüder, da ist Beziehung. Wo Beziehung ist, da ist Leben. Und Leben ist
nicht statisch, sondern dynamisch. Wir sind als Kirche unterwegs auf den
staubigen Straßen der Geschichte. Wir sind unterwegs als pilgerndes Gottesvolk,
als eine Kirche, die immer wieder der Erneuerung bedarf, eine Kirche, die nicht
in der Routine aufgeht und keine Angst hat vor dem Neuen. (...) Ecclesia semper
reformanda, eine Kirche, die stets der Erneuerung
bedarf und zu Veränderungen bereit sein muss.“ (rv
23)
Käßmanns Alkoholfahrt. „Super-GAU, der Konsequenzen haben muss“
Die Alkoholfahrt der evangelischen
Bischöfin und EKD-Ratsvorsitzenden Margot Käßmann ist
in der Evangelischen Kirche unterschiedlich aufgenommen worden - und hat eine
heftige Debatte über die Gründe und die Konsequenzen des Fehltritts ausgelöst.
Der Sprecher der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Hannovers, Johannes Neukirch, sagte der Nachrichtenagentur DAPD am Mittag, Käßmann sei auf einem privaten Termin gewesen.
Grundsätzlich könne die Bischöfin für Termine einen Fahrer anfordern, doch der
habe „auch irgendwann mal Feierabend“. Darüber, wieviel
Käßmann getrunken hat, gebe es keine Auskünfte. Die
Bischöfin erledige ihre Arbeit derzeit wie gewohnt. Sollte sich daran etwas
ändern, werde man darüber informieren, sagte Neukirch.
Der Leiter der konservativen Konferenz
Bekennender Gemeinschaften, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß,
bezeichnete den Vorfall gegenüber der „Leipziger Volkszeitung“ als „Super-GAU“,
der Konsequenzen haben müsse. Rüß erklärte, nach der
Kritik der EKD-Ratsvorsitzenden am Einsatz in Afghanistan hätten viele ihrer
Kritiker nun einen dankbaren Vorwand für eine Kirchenschelte. „Das tut mir
ausdrücklich leid, denn diese Häme ist unangebracht“, so der Vorsitzende der
evangelischen Vereinigung.
„Blackout“ unter Dauerstress?
Der Wittenberger Theologe Friedrich
Schorlemmer nahm Käßmann unterdessen in Schutz und
führte ihre Alkoholfahrt auf den Druck ihres Amtes zurück. „Das ist ein
Blackout, der leider immer wieder Leuten passiert, die in öffentlichen Ämtern
unter Dauerstress stehen“, sagte Schorlemmer der „Leipziger Volkszeitung“
(Mittwochsausgabe). Auch Käßmann stehe in ihrem Amt
unter einer enormen Spannung, die sich mit Alkohol abbauen lasse. „Die Häme,
die es jetzt geben wird, ist schlimmer als der Strafbefehl“, betonte der
Theologe. Zugleich bezeichnete er die Alkoholfahrt als Verfehlung, die nicht
einfach zu rechtfertigen sei. Daher sei es gut, dass Käßmann
zu ihrem Fehler stehe.
Von Rücktrittsforderungen gegenüber Käßmann ist in der Evangelischen Kirche derzeit indes noch
nicht die Rede. EKD-Sprecher Mawick erklärte am
Mittag, von solchen Forderungen sei ihm bislang noch nichts bekannt.
Hoch angesehene, jedoch nicht
unumstrittene Bischöfin
Die Affäre um Margot Käßmanns Trunkenheitsfahrt trifft eine durchaus streitbare
und wegen ihres gesellschaftlichen Engagements hochangesehene Frau. Als die
Synode der EKD in Ulm Käßmann im vergangenen Oktober
mit überwältigender Mehrheit als erste Frau an die Spitze der evangelischen
Kirche in Deutschland wählte, waren fast nur begeisterte Stimmen zu vernehmen.
In die politische und gesellschaftliche Diskussion wolle sie sich von Anfang an
einmischen, auch und gerade bei so sensiblen Themen wie dem würdigen Sterben,
kündigte die ehemalige Gemeindepfarrerin damals an.
Schon nach ihrer Amtsübernahme als
Bischöfin von Hannover im Jahr 2009 hatte sich die in Marburg geborene
Theologin einen Ruf als streitbare Mahnerin in brisanten sozial- und
gesellschaftspolitischen Fragen erworben. Einen ersten Eindruck von ihrem
Rollenverständnis als führende Repräsentantin der evangelischen Kirche erlaubte
die Auseinandersetzung um ihre Neujahrspredigt, in der sie den
Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan kritisierte. Anschließend musste sie sich
vorwerfen lassen, die Soldaten im Stich zu lassen.
Dass auch ihr Privatleben von nun an
verstärkt unter Beobachtung stehen würde, war der 51 Jahre alten Käßmann dabei nur zu bewusst. Ihr Posten bringe „ein
heftiges Maß an Öffentlichkeit und Verantwortung mit sich, mein privates Leben
wird dadurch sehr eingeschränkt“, sagte sie erst vor wenigen Wochen in einem
Interview. Sie träume bereits davon, sich eines Tages wieder mehr ins Private
zurückzuziehen.
Text: FAZ.NET 23
Käßmanns Kritiker. Krokodilstränen in Strömen
Der Rat der evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD) stellt sich hinter seine Vorsitzende Margot Käßmann - einstimmig sprachen ihr die 14 Mitglieder des
Rates das Vertrauen aus. Das hatten sie zuvor in einer Telefonkonferenz
abgesprochen. In "ungeteiltem Vertrauen" überlasse der Rat Käßmann dann die "Entscheidung über den Weg, der dann
gemeinsam eingeschlagen werden soll", hieß es in der Erklärung weiter. Auf
einer regulären Sitzung noch in dieser Woche will das Gremium demnach eine
abschließende Bewertung vornehmen.
Die Evangelisch-lutherische
Landeskirche von Hannover ist Margot Käßmanns
Dienstgeberin – und ihre stärkste Bastion. Die Bischöfin, seit 1999 im Amt,
gilt als hoch anerkannt und beliebt – bei den drei Millionen Gläubigen, aber
auch bei der übergroßen Mehrheit der Pfarrer und bei der Kirchenleitung in
Hannover. Gern und mit spürbarem Stolz erzählt Käßmann,
dass sie auf ihren Besuchen in den Pfarreien als "unsere Bischöfin"
begrüßt werde.
Für "ihre Bischöfin" nehmen
die kirchlichen Gremien nach den jüngsten Vorwürfen bislang eine sehr formale
Position ein: keine Extrawürste für Bischöfe. Käßmann
werde behandelt "wie jede andere Pastorin auch". Ähnlich hatte die
Landeskirche 2007 argumentiert, als Käßmann die
bevorstehende Scheidung von ihrem Mann Eckhard bekanntgab, und ihr so den
Rückhalt zum Verbleib im Amt geboten. Vor allem unter den Konservativen in der
Kirche regte sich Widerstand gegen eine Geschiedene als Bischöfin.
Jetzt verweist die Landeskirche auf die
Regel, wonach ein Beamter der Landeskirche eine Rüge kassiert, wenn er erstmals
mit Alkohol am Steuer ertappt wird. Zudem wolle man die Ermittlungen der Justiz
abwarten.
"Käßmann
kann im Amt bleiben"
Über den Fall beriet der Rat der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) laut einem Sprecher noch
Mittwochnacht in einer Telefonkonferenz. Die dringliche Aussprache wurde trotz
einer regulären Sitzung am Freitag anberaumt. "Das ist nicht akzeptabel,
dass man mit 1,5 Promille Auto fährt", sagte die Präses
der EKD-Synode und Grünen-Politikerin, Katrin Göring-Eckardt, am Dienstagabend
in der ARD. Sie betonte aber auch, dass sie Käßmanns
Arbeit sehr schätze.
Bundestagsvizepräsident Wolfgang
Thierse (SPD) hofft, dass Bischöfe und Landeskirche Käßmann
nach ihrer Alkoholfahrt Rückendeckung geben: "Ich hoffe, dass die
Gläubigen der Landeskirche Niedersachsen und die Bischofskollegen der EKD zu Frau
Käßmann stehen und sie stützen. Dann wird sie auch
diesen groben Fehler heil überstehen", sagte Thierse den "Stuttgarter
Nachrichten" und der "Kölnischen Rundschau" (Mittwoch).
Geistliche seien auch nur Menschen, die Heiligkeit der Kirche beziehe sich nicht
auf die Heiligkeit der Amtsträger.
Der CSU-Politiker und Vizepräses der Synode der Evangelischen Kirche in
Deutschland (EKD), Günther Beckstein, sieht in der Alkoholfahrt von
EKD-Ratspräsidentin Margot Käßmann keinen Grund für
einen Rücktritt. "Bischöfin Käßmann hat sicher
einen Fehler begangen, sie hätte einen Chauffeur oder ein Taxi nehmen
sollen", sagte der frühere bayerische Ministerpräsident den
"Nürnberger Nachrichten". Aber dieser Fehler werde nicht dazu führen,
dass sie von ihrem Amt zurücktreten müsse. Beckstein fügte hinzu: "Auch
eine Bischöfin ist keine Heilige, sondern nur ein Mensch, der fehlbar
ist." Er halte es für "völlig eindeutig", dass Käßmann im Amt bleiben kann.
"Stimme gegen Afghanistan-Krieg
beschädigt" - Die Theologin Uta Ranke-Heinemann äußerte sich bestürzt,
dass mit Käßmann ausgerechnet die am meisten
wahrnehmbare Stimme aus den Kirchen gegen den Afghanistan-Krieg durch eine
Alkoholfahrt beschädigt wird. "Jetzt werden wieder alle ihre Gegner
triumphieren", sagte sie der "Thüringer Allgemeinen" in Erfurt.
Zusammen mit den Kriegsbefürwortern würden sie die Oberhand gewinnen.
Braunschweigs evangelischer Bischof
Friedrich Weber warnte gleichermaßen vor Häme wie vor Schönfärberei: Die Lage
sei sowohl für die hannoversche Landeskirche als auch für die EKD schwierig,
sagte der Bischof der "Hannoverschen Allgemeinen Zeitung". Aber für
die Bischöfin Käßmann sollten die gleichen Maßstäbe
gelten wie für jeden anderen auch: Was jetzt Not tue, seien Fairness der
Öffentlichkeit und Offenheit in der Sache. "Wir Protestanten haben
gelernt, zwischen der Person und der Tat zu unterscheiden."
Alle Termine abgesagt - Käßmann selbst ging auf Tauchstation, nachdem sie der
Bild-Zeitung gesagt hatte: "Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich
so einen schlimmen Fehler gemacht habe." Auf Anraten ihrer Umgebung sagte
sie alle Termine für die nächsten Tage ab. Laut Bild-Zeitung soll sie nicht
alleine in dem Wagen gesessen haben.
Ihre innerkirchlichen Gegner brachten
sich umgehend in Stellung. Der Leiter der konservativen Konferenz Bekennender
Gemeinschaften, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß,
sprach von einem drohenden Ansehensverlust: Käßmann
liefere Kritikern einen Vorwand zur Kirchenschelte. Es sei jedoch nicht
angebracht, von außen etwa einen Rücktritt zu fordern; sie werde sich "aus
ihrem Gewissen über mögliche Konsequenzen entscheiden müssen".
Der Strom solcher Krokodilstränen
dürfte in den nächsten Tagen noch anschwellen. Um ihn abzuleiten, könnte Käßmann ihre Leitungsaufgaben vorübergehend ruhen lassen.
Über eine solche Lösung denken jene nach, die an Käßmann
festhalten wollen.
Eines freilich scheint klar zu sein: Am
Bischofsamt in Hannover hängt der EKD-Ratsvorsitz und umgekehrt. Es ist nur
schwer vorstellbar, dass Käßmann ihren Posten als
höchste Repräsentantin der 27 Millionen deutschen Protestanten aufgeben, aber
Chefin der größten EKD-Mitgliedskirche bleiben könnte.
Für eine mögliche Nachfolge an der
EKD-Spitze – ob als Interims-Vorsitzender oder auf Dauer – kommt am ehesten Käßmanns Stellvertreter Nikolaus Schneider infrage. Der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland hatte im
Oktober auf der EKD-Synode in Ulm bei der Wahl zum Ratsvorsitz nach Käßmann die meisten Stimmen erhalten. Er gilt – wie die
amtierende Ratsvorsitzende – als Vertreter eines politisch engagierten
Protestantismus. JOACHIM FRANK FR mit dpa/ddp/afp 24
Bischöfin Käßmann. Affäre mit Dienstwagen
Bischöfin Käßmann
fuhr betrunken Auto. Der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland hat der
Ratsvorsitzenden das Vertrauen ausgesprochen. Doch wie soll sie sich jetzt
weiter als moralische Wegweiserin profilieren? Von Kai Müller
Es habe dieses unerquickliche Gefühl
gegeben, beobachtet zu werden, diese Frage der anderen: Hält sie durch oder
nicht? Damals, als sie sich von ihrem Mann trennte. Unerquicklich vor allem
auch deshalb, weil auch sie nicht wusste, „wie weit die Kraft trägt“. Sie
fragte sich selbst: „Werde ich standhalten oder werde ich doch flüchten?“
So erzählt Margot Käßmann
von der Zeit ihrer Scheidung, in einem Buch, das „In der Mitte des Lebens“
heißt. Nach 26 Ehejahren und vier gemeinsamen Töchtern entschieden sie und ihr
Mann sich 2007 für eine Trennung. Das war eine Herausforderung für die
Evangelische Kirche Deutschlands, die EKD, denn Käßmann
war ihre erste Bischöfin. Doch stand man zu ihr, und das Kirchenparlament
wählte sie im Oktober 2009 sogar zur EKD-Vorsitzenden.
Jetzt steht ihre Kirche vor der
nächsten Herausforderung: Käßmann ist in Hannover am
Samstagabend um 23 Uhr mit 1,54 Promille Alkohol im Blut in ihrem Dienstwagen
über eine rote Ampel gefahren und erwischt worden. Bei 1,54 Promille bestehen
nach Expertenmeinung erhebliche Ausfallerscheinungen, wenn man Alkohol nicht
gewöhnt ist. Die Staatsanwaltschaft ermittelt. Die Bischöfin hat sich
entschuldigt. „Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich so einen
schlimmen Fehler gemacht habe.“ Und wieder blicken alle auf sie und fragen:
Hält sie durch oder nicht?
Sie selbst hat sich dem Vernehmen nach
am Dienstag mit der Frage geplagt, ob sie von der Spitze der Evangelischen
Kirche zurücktreten soll, sich dann aber dagegen entschieden. Doch für eine
Würdenträgerin ihres Kalibers ist Alkohol am Steuer nicht nur ein Verstoß gegen
die Straßenverkehrsordnung. Die Bischöfin ist eine moralische Instanz, „ohne
Tadel“ soll sie sein, „nüchtern, besonnen“, sagt die Bibel. Zuletzt hat sich Käßmann als Kritikerin des deutschen Afghanistan-Einsatzes
mit der politischen Klasse angelegt. Sie gilt als tatkräftig, aber unbedacht,
zeigte sich „überrascht“ von den Reaktionen auf ihre Dresdner Neujahrspredigt.
Hat unter den Attacken auch gelitten. Ist ihr alles zu viel geworden? Hat sie
die Kontrolle verloren?
In einem Interview hatte Käßmann, Tochter eines Kfz-Mechanikers, einmal „mangelndes
Verantwortungsbewusstsein“ von Autofahrern kritisiert, „insbesondere wenn
Alkohol oder Drogen mit im Spiel sind“. Bei ihrer ersten Führerscheinprüfung
ist sie allerdings durchgefallen, weil sie zu schnell war.
Margot Käßmann
ist beliebt, weil sie aus der Mitte des Lebens kommt. Nett, sei sie. Eine, die
redet, wie das Herz spricht. Bei der Trauerfeier für Nationaltorhüter Robert
Enke fand sie bewegende Worte ohne Pathos, die den Schmerz von Tausenden
trafen. Auch über ihre Brustkrebserkrankung sprach sie offen mit den richtigen
Worten. Dass sie eine „fabelhafte Sympathieträgerin“ abgeben würde,
bescheinigen ihr auch Kirchenleute, die sie widerstrebend ins Amt der
EKD-Vorsitzenden gewählt haben. Sie habe das intellektuelle Format nicht, sagen
Kritiker, um auf Bundesebene mitzureden. Schon bei der Wahl ging die Sorge um,
dass sich die nur 1,60 Meter große Frau übernehmen würde.
Wie soll sie sich jetzt weiter als
moralische Wegweiserin profilieren? Ihr drohen eine Geldstrafe wegen
Trunkenheit am Steuer und ein Jahr Führerscheinentzug. Nach Auskunft eines
Kirchensprechers wird der Vorfall darüberhinaus keine
disziplinarischen Maßnahmen nach sich ziehen. „Wie bei jedem Pfarrer wird im
Fall einer strafrechtlich relevanten Ersttat seit
2008 eine Rüge erteilt.“ Dass der Kirchenrat, der gestern spätabends noch zur
Telefonkonferenz rief, ihren Rücktritt verlangen würde, glaubten Insider nicht.
Der könne nur von ihr selbst ausgehen.
Käßmanns
Alkoholfahrt fällt just in die Fastenzeit, in der sich gläubige Christen in
Enthaltsamkeit üben. Noch im vergangenen Jahr war auch die Bischöfin dabei. In
einem Interview mit „Spiegel Online“ sagte sie damals, dass für sie während der
40-tägigen Fastenperiode Alkohol tabu sei. Und auf die Frage, ob ihr das schwer
falle, antwortete sie: „Ja, ich merke auf einmal, wie sehr ein Glas Wein am
Abend zur Gewohnheit werden kann.“ Tsp 24
Missbrauchsfälle. Bischöfe sind in der Pflicht
Die deutschen katholischen Bischöfe
kommen am Montag in Freiburg zu ihrer Frühjahrsvollversammlung zusammen. Welche
Rolle werden dabei die Missbrauchsfälle an katholischen Schulen spielen? Von
Claudia Keller
Der Skandal um Missbrauchsfälle in
katholischen Einrichtungen stellt die Glaubwürdigkeit der Kirche infrage wie
kaum ein anderer Vorfall. Und doch hat der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch,
dazu bisher geschwiegen. Auch die meisten anderen Bischöfe halten sich bedeckt.
Dafür verbreitete die hauseigene katholische Nachrichtenagentur die Aussage des
Kriminalpsychiaters Hans-Ludwig Kröber von der Berliner Charité: „Es ist
geradezu auffällig, wie wenig Fälle von sexuellem Missbrauch es im Bereich der
Kirche gibt“ – verglichen mit der Gesamtgesellschaft.
Vom heutigen Montag bis zum Donnerstag
treffen sich die Bischöfe der 27 deutschen Diözesen zur
Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg. Dabei soll das
Thema auf den Tisch kommen. Und auch Zollitsch will
sich zu Beginn der Tagung nun erstmals öffentlich äußern.
Allerdings ist die Fähigkeit zur
Selbstkritik unter den deutschen Bischöfen auch drei Wochen nachdem die
Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg bekannt
wurden, nicht sehr ausgeprägt. Es herrscht die Haltung vor: Das Problem ist von
den Medien aufgebauscht. Die katholische Kirche hat ihre „Hausaufgaben“
gemacht, indem sie 2002 „Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch
Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedete. Anlass zu grundsätzlichen
Reformen, was den Zölibat oder die katholische Sexualmoral angeht, sieht
keiner.
„Sexueller Missbrauch spielt in der
katholischen Kirche kaum eine Rolle. Das ist ein gesamtgesellschaftliches
Problem“, stellte der Bistumssprecher in Münster klar. Er halte nichts von
Bischöfen, die sich zu allen Themen äußern, nur weil ein Thema etwas mit der
katholischen Kirche zu tun habe, sagte der Sprecher des Erzbistums Hamburg und
verwies auf Ausführungsvorschriften zu den Leitlinien der Bischofskonferenz,
die das Hamburger Bistum jetzt erlassen hat. Andere Bistümer haben sich solche
Vorschriften bereits 2003 gegeben.
Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig
Müller ist ähnlich wie sein Augsburger Amtsbruder Walter Mixa
der Ansicht, dass die 68er-Generation, besonders die Partei der Grünen, zu
einer zunehmenden Sexualisierung der Gesellschaft beigetragen habe und dadurch
mit schuld sei an sexuellen Übergriffen in katholischen Schulen. Im Übrigen
stehe die Kirche gar nicht schlecht da. „Wenn Sie schauen, wie in Sportvereinen
mit sexuellem Missbrauch umgegangen wird, dann sind die Kirchen vorbildlich“,
sagte Clemens Neck, der Sprecher von Bischof Müller. Eine „saubere Lösung“ im
Umgang mit pädophilen Männern gebe es nicht. Pädophilie lasse sich nicht
heilen, und man könne die Menschen nicht gegen ihren Willen wegsperren.
Der Stuttgarter Bischof Gebhard Fürst
veröffentlichte am vergangenen Mittwoch einen Brief, in dem er klarstellte,
dass sein Bistum zu Unrecht in Verruf geraten sei, besonders viele
Verdachtsfälle zu haben. Anlass für sein Schreiben war eine Statistik über die
Anzeigen zu sexuellem Missbrauch in den deutschen Diözesen, die das
Nachrichtenmagazin „Spiegel“ abgedruckt hatte. Die Diözese Rottenburg-Stuttgart
führt die Statistik mit 23 Verdachtsfällen seit 2001 an. Dass es so viele sind,
sei nicht problematisch, sondern ein „Indiz eines besonders sorgsamen Umgangs
mit der Problematik des sexuellen Missbrauchs“, sagte Fürst. Seit 2002 werde
jeder Hinweis verfolgt und „akribisch begleitet“ von einer unabhängigen
Kommission.
Es gibt aber auch einige Bischöfe, die
durchaus Handlungsbedarf innerhalb der Kirche sehen. Sie sitzen in Osnabrück,
Essen, Trier und in den ostdeutschen Bistümern. Am weitesten traute sich der
Magdeburger Bischof Gerhard Feige aus der Deckung. „Verantwortliche in unserer
Kirche haben dem Problem zu lange Zeit nicht die notwendige Aufmerksamkeit
zukommen lassen. Hier haben wir Schuld auf uns geladen“, sagte sein Sprecher.
„Der Weg, die Vorwürfe zunächst selbst aufklären zu wollen, hat sich als falsch
erwiesen.“ Künftig müsse die Kirche in Verdachtsfällen umgehend staatliche
Stellen kontaktieren. Auch der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode, der
Vorsitzende der Jugendkommission der Bischofskonferenz, räumte Fehler der
katholischen Kirche ein und widersprach als Einziger öffentlich Bischof Mixa. Richtig sei, dass die Gesellschaft in den vergangenen
Jahrzehnten viel sexualisierter geworden sei, sagte Bode im Deutschlandfunk.
Allerdings habe auch die Kirche mit ihrer Sexualmoral nicht immer differenziert
genug reagiert.
Bei der Frühjahrsvollversammlung der
Bischöfe in dieser Woche wird es vermutlich darum gehen, wie die 2002
verabschiedeten Richtlinien konsequenter angewendet werden können. Eine
Arbeitsgruppe der Generalvikare in den Diözesen hat dazu Empfehlungen
erarbeitet. Sie raten, dass die Bistümer keinen aus der Bistumsleitung zum
Missbrauchsbeauftragten ernennen sollen – wie es momentan etwa in der Hälfte
der Bistümer der Fall ist –, sondern eine externe Person. Auch sollte sich
nicht nur eine einzige Person um die Untersuchung von Verdachtsfällen kümmern,
sondern eine feste Kommission. Werde Geld an Opfer gezahlt, müsse
sichergestellt sein, dass der Betrag zu Therapiezwecken verwendet werde, um dem
Vorwurf zu entgehen, man zahle „Schweigegeld“. Nicht einigen konnten sich die
Generalvikare offenbar bei der Frage, ob man künftig bei der Aufklärung der
Fälle stärker mit staatlichen Stellen zusammenarbeiten und zum Beispiel auch
dann Anzeige erstatten soll, wenn klar ist, dass das Vergehen verjährt ist.
Umstritten blieb auch, inwieweit die Öffentlichkeit informiert werden
soll. Tsp 22
Vollversammlung der deutschen Bischöfe. Startschuss in Freiburg
Mit einem Gottesdienst im Freiburger
Münster ist die Vollversammlung der deutschen Bischöfe an diesem Montagabend
eröffnet worden. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ist als Freiburger Erzbischof Gastgeber der
Konferenz und erklärt, dass er sich trotz der heiklen Aufgabe, die auf ihn und
sein Kollegium wartet, über das Treffen, das die Gemeinschaft unter den
Bischöfen widerspiegele, freue:
„Es ist natürlich schön, dass die
deutschen Bischöfe nach Freiburg kommen. Besonders, weil das das erste Mal in
der Geschichte der Bischofskonferenz, die es seit 1848 gibt, der Fall ist.
Diese Entscheidung ist schon gefallen, bevor ich Vorsitzender der
Bischofskonferenz war. Das heißt, die Bischöfe selbst haben das angefragt und
kommen wirklich gerne nach Freiburg. Das freut mich. Ich hoffe, dass auch die
Freiburger bei den Gottesdiensten gut mitfeiern, dass wir gute Gastgeber sind.
Und wenn das rüber kommt, ist das für mich eine wichtige Sache.“
Wichtiger ist freilich die Frage nach
den in den vergangenen Wochen bekannt gewordenen Fällen von sexuellem
Missbrauch an katholischen Schulen. An diesem Wochenende hatte bereits der
Hamburger Erzbischof Werner Thissen Versäumnisse der
Kirche im Umgang mit dem Thema in der Vergangenheit eingeräumt: „Man hätte sehr
viel mehr tun müssen und tun können, um diese Fälle zu verhindern“, so Thissen im Gespräch mit der Katholischen
Nachrichten-Agentur.
Auch die deutsche Politik drängt auf
eine geschlossene Stellungnahme der Bischöfe und die lückenlose Aufklärung der
Vorwürfe. So hatte beispielsweise Bundesjustizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger diesbezüglich einen Runden Tisch aus Staats-,
Kirchen- und Opfervertretern vorgeschlagen. (kna/domradio 22)
Erzbischof Zollitsch entschuldigt sich für Missbrauch
„Über die bekannt gewordenen Missbrauchsfälle
bin ich zutiefst erschüttert.“ Mit diesen Worten hat sich der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
in einer ersten Erklärung zum Auftakt der Frühjahrsvollversammlung der Bischöfe
in Freiburg zu den Missbrauchsfällen in der Kirche geäußert – und bei den
Opfern entschuldigt: „In aller Deutlichkeit unterstreiche ich: Sexueller
Missbrauch an Minderjährigen ist immer ein abscheuliches Verbrechen. Ich mache
mir diese Formulierung von Papst Benedikt aus tiefer Überzeugung zu Eigen und
entschuldige mich bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden“, so Zollitsch wörtlich.
Nicht allein die deutsche
Öffentlichkeit hatte hohe Erwartungen in eine offizielle Stellungnahme aus
Freiburg gesetzt. Eine gemeinsame Erklärung der Bischöfe werde es an diesem
Donnertag geben, wie Zollitsch ankündigte. Die
Leitlinien der deutschen Bischöfe zu Missbrauchsfällen hätten sich
grundsätzlich bewährt. Dennoch betonte Zollitsch:
„Wir werden die Leitlinien überprüfen und über mögliche Änderungen sprechen.“
Die bisherige Aufklärungsarbeit des Jesuitenordens begrüßte der Erzbischof.
„Wir müssen den Mut aufbringen, Unrecht sofort beim Namen zu nennen“, so Zollitsch. Bei seinem für März geplanten Rombesuch wolle er
die Missbrauchsfälle auch mit Papst Benedikt XVI. erörtern.
Ein „entschiedeneres Vorgehen“ der
Kirche gegen Missbrauch fordert im Vorfeld der Bischofsversammlung der
katholische Theologe und Psychotherapeut Wunibald
Müller. Die von den deutschen Bischöfen verabschiedeten Leitlinien müssten
überarbeitet werden, so Müller in der Ausgabe der Frankfurter Rundschau von
diesem Montag. Gleichzeitig äußerte sich Müller kritisch zu der in den USA
praktizierten Nulltoleranz-Linie, wonach jemand, der sich einmal sexuell
missbräuchlich verhalten hat, nie mehr als Seelsorger oder Priester tätig sein
kann. Das müsse von Fall zu Fall entschieden werden. Schon in der
Priesterausbildung sei ein „sorgfältiger Ausleseprozess“ bei den Kandidaten
unabdingbar, betonte Müller weiter. Unterdessen hat sich auch der
Hauptgeschäftsführer des Ökumenischen Netzwerkes Initiative Kirche von unten (IKvu), Bernd Hans Göhrig, zu Wort
gemeldet. Auch die Fragen nach der Entschädigung der Opfer und der Verjährung
der Missbrauchsfälle seien von größtem Gewicht. Die Bischöfe hätten sich für
eine Aufhebung der Verjährungsfrist zwanzig Jahre nach Eintritt des 18.
Lebensjahres der Opfer einzusetzen, so Göhrig.
Die Ordensgemeinschaft der Salesianer
Don Boscos bedauert jegliches Fehlverhalten im
Missbrauchsfall in Berlin-Wannsee. In einer Pressemitteilung an diesem Montag
schreibt die Gemeinschaft, dass die Deutsche Provinz umgehend Recherchen
aufgenommen habe. Bis vergangene Woche sei den Verantwortlichen des Ordens
nicht bekannt gewesen, dass Vorwürfe von sexuellem Missbrauch im Raum stünden.
Ehemalige Bewohner des Heims in Berlin-Wannsee hätten sich bisher nicht an die
Ordensleitung gewandt. Am Wochenende berichtete der „Spiegel“ über einen
Vorwurf des sexuellen Missbrauchs im Don Bosco Heim in Berlin-Wannsee im Zeitraum
von 1960 bis 1975. (pm 22)
Missbrauch in der Kirche. Bischof bittet um Verzeihung
Freiburg. Dies ist sicherlich der
bisher schwierigste Auftritt in der zweijährigen Amtszeit des Freiburger
Erzbischofs Robert Zollitsch als Vorsitzendem der
Deutschen Bischofskonferenz. Er wirkt angespannt, als er Montagnachmittag zum
Auftakt der Frühjahrsvollversammlung vor die Presse tritt: Zollitsch
zeigt sich erschüttert von den Fällen sexuellen Missbrauchs an katholischen
Schulen. Er sagt: "In aller Deutlichkeit unterstreiche ich: Sexueller
Missbrauch an Minderjährigen ist immer ein abscheuliches Verbrechen."
Aus tiefster Überzeugung schließe er
sich dieser Einschätzung Papst Benedikts XVI. an. Dann folgt ein Bekenntnis, zu
dem sich die katholischen Oberhirten in dieser Klarheit bislang nicht hatten
durchringen können: "Ich entschuldige mich im Namen der Kirche in
Deutschland bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden."
Der Freiburger Erzbischof fügte hinzu,
im Raum der Kirche wiege Missbrauch besonders schwer, weil es ein besonderes
Vertrauen von Kindern und Jugendlichen in Geistliche gebe. Und er sagte eine
"lückenlose und absolut transparente Aufklärung" zu.
Die Bischöfe werden in den nächsten
Tagen hinter verschlossenen Türen auch über Folgerungen aus den
Missbrauchsfällen für die Theologenausbildung diskutieren müssen. Kirchliche
Reformgruppen dringen darauf, dass der Umgang mit der Sexualität und
wissenschaftliche Erkenntnisse über sexuelle Orientierung einen breiteren Raum
in der Vorbereitung auf den Priesterdienst erhalten.
Die vor allem an mehreren
Bildungseinrichtungen des Jesuitenordens bekanntgewordenen Fälle sexueller
Übergriffe von Geistlichen auf Kinder werden wohl die versammelten Bischöfe
zwingen, konkretere Regeln für den Umgang mit auffällig gewordenen Priestern zu
beschließen. Viele Oberhirten tun sich schwer, die Polizei einzuschalten, wenn
sie von Übergriffen erfahren.
Ein Konfliktthema ist auch die Frage,
ob und wie Priester nach einer Therapie oder einer verbüßten Haftstrafe
eingesetzt werden sollen. Auch die Erfahrungen mit den Bistums-Beauftragten in
Missbrauchsfällen lassen keine einheitliche Linie erkennen. Kritiker fordern
unabhängiger Experten als Ombudsleute. HARALD BISKUP FR
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Missbrauch in der Katholischen Kirche. Regierung erhöht Druck auf Bischöfe
Kurz vor Beginn der
Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz fordert die Regierung
eine lückenlose Aufklärung der Missbrauchsfälle. Die Justizministerin plädiert
für Runden Tisch.
FRANKFURT/MAIN - Die katholische Kirche
gerät wegen der rapide steigenden Zahl von Missbrauchsvorwürfen zunehmend unter
Druck. Unmittelbar vor Beginn der Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen
Bischofskonferenz am Montag in Freiburg drang die Bundesregierung auf eine
lückenlose Aufklärung der Fälle. Justizministerin Sabine
Leutheusser-Schnarrenberger schlug dazu im Spiegel Ombudsleute
und einen Runden Tisch aus Staats-, Kirchen- und Opfervertretern vor.
Die FDP-Politikerin sagte, sie erwarte
von der katholischen Kirche "konkrete Festlegungen, welche Maßnahmen für
eine lückenlose Aufklärung ergriffen werden". Ein Runder Tisch sei ein
guter Weg, um Missbrauchsfälle aufzuklären und über Entschädigungen zu reden.
Währenddessen weitet sich der Skandal
um Missbrauchsfälle aus den 60er, 70er und 80er Jahren immer weiter aus.
Mindestens sechs katholische Einrichtungen sind laut Spiegel mit neuen
Vorwürfen konfrontiert, darunter zwei ehemalige Heime der Salesianer Don Boscos in Augsburg und Berlin, wo drei Geistliche und ein
Mitarbeiter Minderjährige missbraucht haben sollen.
Ebenfalls betroffen sein sollen ein
ehemaliges Kinderheim der Vinzentinerinnen im oberschwäbischen Oggelsbeuren sowie das Maristen-Internat in Mindelheim
(Bayern) und das frühere Franziskaner-Internat in Großkrotzenburg bei Hanau.
Missbrauchsvorwürfe gibt es demnach auch gegen frühere Mitarbeiter des
Franz-Sales-Hauses in Essen, einer Behinderten-Einrichtung.
Hamburger Erzbischof stellt Reformen in
Aussicht
Die Missbrauchsfälle sollen auch ein Thema
bei der Deutschen Bischofskonferenz sein, deren Frühjahrs-Vollversammlung am
Montag in Freiburg beginnt. Der Vorsitzende, Erzbischof Robert Zollitsch, hat eine Stellungnahme zu den Fällen
angekündigt.
Die Laienorganisation Wir sind Kirche
appellierte an die Bischofskonferenz, die Leitlinien zum sexuellen Missbrauch
grundlegend zu überarbeiten und konsequent anzuwenden. Die in den vergangenen
Wochen zu Tage getretenen Fälle hätten in erschreckender Weise deutlich
gemacht, dass die Leitlinien große Lücken aufwiesen. Die Organisation kündigte
zudem für Montag eine Mahnwache vor dem Eröffnungsgottesdienst der
Vollversammlung am Freiburger Münster an.
Der Hamburger Erzbischof Werner Thissen stellte derweil Reformen der Aus- und Fortbildung
der Priester in Aussicht. Der Umgang der Geistlichen mit ihrer Sexualität müsse
noch intensiver als bisher zur Sprache kommen, sagte er der Frankfurter
Rundschau. Er sei "jedem dankbar", der sich offenbare. Thissen räumte "in unseren Reihen sexuellen Missbrauch
in einem erschreckenden Maße" ein, "das wir nicht für möglich
gehalten hätten". Die Kirche könne jetzt mit aktiver Aufklärung eine
Vorreiterrolle einnehmen.
Jesuitenorden in den USA meldet
Insolvenz an
Einem Focus-Bericht zufolge hat der
Berliner Rechtsanwalt Lukas Kawka in den vergangenen
Tagen geprüft, ob unter den ehemaligen Schülern, die am Canisius-Kolleg
in Berlin und an anderen katholischen Schulen sexuell missbraucht wurden, auch
amerikanische Staatsbürger sind. "Dies hätte eventuell eine Klage in den
USA ermöglicht, wo wesentlich höhere Schmerzensgelder zugesprochen
werden", sagte Kawka dem Nachrichtenmagazin. Da
der Orden nun "Chapter 11" beantragt habe, eine nach angelsächsischem
Recht mögliche Form des Insolvenzantrags, sei eine Klage in den USA aber aussichtslos.
Amerikanische Gerichte gestehen
Missbrauchsopfern immer wieder hohe Schmerzensgelder zu. Mehr als zwei
Milliarden Euro hat die katholische Kirche dort laut Focus bereits an Opfer
überweisen müssen. Allein die katholische Erzdiözese Los Angeles wurde auf
Zahlung von etwa 480 Millionen Euro verurteilt. apn
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Erlebbare Glaubensboten Gottes in dieser Welt. Tag der Pfarrgemeinderäte fördert Besuchsdienste
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Am Samstag fand in Fulda der Tag der
Pfarrgemeinderäte statt. Er stand unter dem Motto „wenn wir das Leben teilen
wie das täglich’ Brot“. 120 Pfarrgemeinderäte und Engagierte aus
Besuchsdiensten kamen ins Fuldaer Bonifatiushaus.
„Da, wo das Kreuz vom Turm ragt, muß auch der gute Geist Gottes wehen“, ermunterte Caritasdirektor Domkapitular Bruno Heller, Erfurt, die
Teilnehmerinnen und Teilnehmer des Tages der Pfarrgemeinderäte. Einzelne
Gemeindemitglieder aber auch die christliche Gemeinde seien aufgefordert, die
Augen vor der Not der Mitmenschen nicht zu verschließen und sensibel zu sein
für Ausgrenzung, Einsamkeit und Armut mitten in unserer Gesellschaft.
Es gelte eine „wache Grundhaltung“ zu
entwickeln, Hand anzulegen und in den zentralen Lebensfeldern der Menschen
präsent zu sein. Es gehe darum, sich im Sinne der Heiligen Elisabeth als
erlebbaren Glaubensboten Gottes in dieser Welt zu begreifen. Es gehe einerseits
darum, respektvoll mit den Menschen am Rande der Gesellschaft umzugehen und
ihre Würde zu achten. Es gehe andererseits darum, Wertschätzung dem anderen
gegenüber deutlich zu machen, Aufmerksamkeit für die Situation des anderen und
einen sensiblen Blick im Umgang miteinander zu pflegen.
Der Referent ermutigte die
Pfarrgemeinderäte, in den Gemeinden Caritasteams zu
bilden und in gegenseitiger Unterstützung von Haupt- und Ehrenamtlichen soziale
und seelische Not in den Gemeinden wahrzunehmen und hier Verantwortung zu
übernehmen. Letztlich gehe es der Kirche um das „Heil“ für Jede und Jeden.
Domkapitular Heller rief dazu auf, daß Pfarrgemeinden
und Einrichtungen der Caritas, wie zum Beispiel Schuldner- Sucht- oder
Erziehungsberatung zusammenarbeiten und subsidiär - jeder nach seinen Kräften
und Kompetenzen - gemeinsame Aufgaben tragen und bewältigen.
Steffen Flicker,
stellv. Vorsitzender des Katholikenrates, führte durch die Veranstaltung, die
erstmals in Kooperation zwischen Katholikenrat und Diözesancaritasverband
durchgeführt wurde.
„Mit diesem Tag wollen wir einen
Beitrag zum Wachsen der Pastoralverbünde in unserer Diözese leisten. Es ging
uns darum, den Pfarrgemeinderäten konkrete Hilfen für die Arbeit der pfarrlichen Besuchsdienste zu geben und gleichzeitig die
Möglichkeit zu schaffen, die Zusammenarbeit in den neuen pastoralen Räumen
unseres Bistums zu vernetzen“, so Steffen Flicker.
Nach dem einführenden Vortrag von
Domkapitular Bruno Heller, fanden sich die Teilnehmer am Nachmittag in
regionalen Arbeitsgruppen zusammen. Ziel war es, die Angebote der Caritas auf Dekanatsebene kennen zu lernen und miteinander zu
überlegen, wie gegenseitige Unterstützung und Vernetzung in der Zusammenarbeit
verschiedener Pfarrgemeinden auf Pastoralverbunds- und Dekanatsebene
möglich sein kann. Der Tag schloß mit einer
gemeinsamen Eucharistiefeier, die Ordinariatsrat
Pfarrer Elmar Gurk zelebrierte. Armin Schomberg,
Andreas Groher und Mathias Ziegler moderierten den
Tag. Die Arbeitsgruppen wurden von den Dechanten des Bistums und
Regionalreferenten des Diözesancaritasverbandes gestaltet.
„Wir sehen diesen Tag als guten
weiteren Schritt, die caritative Arbeit von Ehrenamtlichen in unserem Bistum zu
stärken und zu unterstützen. Es wäre wünschenswert, wenn sich die gute
Zusammenarbeit zwischen Katholikenrat und Caritasverband weiter fortsetzen
ließe." so Steffen Flicker abschließend. (mz 22)
Geistliche des Don-Bosco-Heims unter Missbrauchsverdacht
Die Missbrauchsvorwürfe gegen
katholische Geistliche reißen nicht ab. Auch im ehemaligen Kinderheim des
Ordens "Salesianer Don Bosco" in Wannsee sollen sich Erzieher an
Minderjährigen vergangen haben. Von Hannes Heine
Die Missbrauchsvorwürfe gegen
katholische Geistliche reißen nicht ab. Auch im ehemaligen Kinderheim des
Ordens „Salesianer Don Bosco“ in Wannsee sollen sich Erzieher an Minderjährigen
vergangen haben. Noch unbestätigten Vorwürfen zufolge sollen Patres in den 50er, 60er und 70er Jahren Jungen geschlagen,
in einigen Fällen auch vergewaltigt haben. Das Haus des Don-Bosco-Werks ist
2005 nach 50 Betriebsjahren wegen Geldmangels geschlossen worden. Bis 1997
wohnten dort Waisenjungen und jugendliche Straftäter, erst danach wurden auch
Mädchen in der Sozialeinrichtung untergebracht. Ende der 90er soll der Rapper Bushido dort eine Ausbildung zum Maler und Lackierer
gemacht haben.
Nach Tagesspiegel-Informationen handelt
es sich bei den Berliner Verdächtigen um sechs Geistliche. Drei davon sind dem
Orden zufolge inzwischen verstorben, einer hat die Gemeinschaft verlassen, zwei
Beschuldigte gehören dem Orden heute noch an. Diese beiden weisen nach Auskunft
des Ordens die Vorwürfe zurück. Auch etwaige Vorfälle in einem 1997
geschlossenen Augsburger Schülerheim der Glaubensgemeinschaft werden geprüft.
„Wir gehen jedem Missbrauchsvorwurf, sei er sexueller oder anderer Natur, mit
großem Nachdruck und ohne Ansehen der Person nach und versuchen, die
Sachverhalte – auch wenn sie weit zurückliegen – aufzuklären“, sagte
Ordenssprecherin Gabriele Merk. Bisher gebe es jedoch keine Beweise für die
erhobenen Vorwürfe. „Aber die Recherchen sind noch nicht abgeschlossen. Sie
werden von internen und außenstehenden Personen vorgenommen.“ Der Provinzial
der Salesianer entschuldigte sich für alles Leid, das Menschen in einem der
Ordenshäuser zugefügt worden sein könnte. Eine zweite Berliner
Ordenseinrichtung in Marzahn sei nicht betroffen. In dem erst vor zwei Jahren
eröffneten Zentrum werden sozial schwache Jugendliche auf eine Ausbildung
vorbereitet.
Die 1859 in Italien gegründete und nach
dem Heiligen Franz von Sales genannte Glaubensgemeinschaft in der katholischen
Kirche zählt weltweit etwa 16 000 Mitglieder. Die Salesianer sind in 129
Staaten aktiv und unterhalten mehr als 7000 Einrichtungen. Nach den Jesuiten
gilt der Orden als die zweitgrößte männliche Gemeinschaft innerhalb der
katholischen Kirche.
In den vergangenen Wochen hatten sich
mehr als 100 frühere Schüler von Jesuiten-Gymnasien, so dem Berliner Canisius-Kolleg, an die Öffentlichkeit gewandt. Sie
berichteten von regelmäßigen Erniedrigungen durch sadistische Patres. Ebenfalls des Missbrauchs verdächtigt werden
inzwischen auch Ex-Mitarbeiter von Häusern der Vinzentinerinnen und
Franziskaner vor allem in Süddeutschland. Am Wochenende hat sich
Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger in die Debatte
eingeschaltet. „Die Ministerin erwartet von der katholischen Kirche konkrete
Maßnahmen für eine lückenlose Aufklärung“, sagte ein Sprecher der
FDP-Politikerin dem Tagesspiegel. Geeignet sei auch ein Runder Tisch aus
Vertretern der Behörden, der Kirche und der Opfer. Am Montag kommt die deutsche Bischofskonferenz in Freiburg zusammen. Papst
Benedikt XVI., der kürzlich den Missbrauch tausender Kinder durch irische
Priester verurteilt hatte, hat sich zu den deutschen Vorfällen noch nicht
geäußert. Tsp 22