Notiziario religioso  25-28  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 25. Il commento al Vangelo. “Chiedete e vi sarà dato”  1

2.       Venerdì 26. Il commento al Vangelo. La “giustizia” chiesta da Gesù ai suoi discepoli 1

3.       Sabato 27. Il commento al Vangelo. “Amate i vostri nemici”  1

4.       Domenica 28. Il commento al Vangelo. La trasfigurazione  2

5.       Domenica 28. II di Quaresima. Le misteriose ragioni del cuore  2

6.       Chiesa e Mezzogiorno. Per un Paese solidale  4

7.       Germania. Si dimette la vescovo star del protestantesimo sorpresa alla guida in stato di ubriachezza  5

8.       Germania, la «papessa» protestante ubriaca al volante passa con il rosso  5

9.       Chiesa e Mezzogiorno. Insieme nella fiducia. Un vescovo del Sud e un vescovo del Nord  6

10.   La "settocrazia" di Cl e Opus Dei nuova insidia all'unità della Chiesa  6

11.   Il monito di Tettamanzi: bisogna reagire a illegalità e immoralità  7

12.   Feltri: "Sbagliai su Boffo, ma molti vescovi sapevano"  7

13.   India, ritratto blasfemo di Gesù. Scontri e due chiese distrutte  7

14.   Iraq.  La strage continua. Ancora morti cristiani a Mosul 8

15.   Dai vescovi tedeschi ultimatum al Governo: ritratti le accuse alla Chiesa  8

16.   Chi sono i deboli? Riflettendo su un’aggressione virtuale  8

17.   Pontificia accademia dei litiganti 9

18.   Dove stiamo andando?  10

19.   Quell'ebreo Gesù che cambiò la vita al gran rabbino di Roma  11

20.   Goito/Solo bambini cristiani a scuola. Razzismo è sentimento cristiano?  11

21.   Frattini: «Fermiamo gli attacchi ai cristiani»  12

 

 

1.       Käßmann tritt von allen Kirchen-Spitzenämtern zurück  12

2.       Kommentar zum Fall Kässmann. Die Freiheit, über Sünden reden zu können  12

3.       Zoff um Missbrauchsfälle. Bischöfe gegen "maßlose Polemik"  13

4.       Rücktritt nach Alkoholfahrt. Ohne Käßmann brechen für die EKD harte Zeiten an  13

5.       Afghanistan-Einsatz. Zollitsch: „Breite Debatte über Friedenspolitik nötig“  14

6.       Haiti-Beben. Katholische Kirche fordert Schuldenerlass  14

7.       Angriff der Justizministerin. Erzbischof ist wütend  15

8.       Käßmanns Alkoholfahrt. Der Fehltritt der Bischöfin  15

9.       Nach Alkoholfahrt. EKD spricht Käßmann volles Vertrauen aus  15

10.   Analyse: Das Kreuz mit der Moral 16

11.   Bischöfin Margot Käßmann. Es knallt - mehr als bei anderen  16

12.   Priester stehen im Dienst an den Menschen  17

13.   Schick: „Haiti Hilfe zur Selbsthilfe leisten“  18

14.   Kritik an katholischer Kirche. Zollitsch empört über Justizministerin  18

15.   DBK: Offen für Veränderung. Zollitsch: Leitlinien für Missbrauchsfälle überprüfen  18

16.   Käßmanns Alkoholfahrt. „Super-GAU, der Konsequenzen haben muss“  19

17.   Käßmanns Kritiker. Krokodilstränen in Strömen  19

18.   Bischöfin Käßmann. Affäre mit Dienstwagen  20

19.   Missbrauchsfälle. Bischöfe sind in der Pflicht 20

20.   Vollversammlung der deutschen Bischöfe. Startschuss in Freiburg  21

21.   Erzbischof Zollitsch entschuldigt sich für Missbrauch  21

22.   Missbrauch in der Kirche. Bischof bittet um Verzeihung  22

23.   Missbrauch in der Katholischen Kirche. Regierung erhöht Druck auf Bischöfe  22

24.   Erlebbare Glaubensboten Gottes in dieser Welt. Tag der Pfarrgemeinderäte fördert Besuchsdienste  22

25.   Geistliche des Don-Bosco-Heims unter Missbrauchsverdacht 23

 

 

 

 

Giovedì 25. Il commento al Vangelo. “Chiedete e vi sarà dato”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt, 7,7-12) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!

12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.

Il cristiano è colui che vuole essere come Cristo. Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla.

San Giacomo scrive: "Se qualcuno manca di sapienza, la domandi a Dio che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento, e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni" (Gc 1,5-8). E aggiunge: "Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male" (Gc 4,2-3).

La preghiera è infallibile se chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, con una fiducia che desidera tutto e non ritiene impossibile nulla, con un’umiltà che tutto attende e nulla pretende.

La preghiera non è un importunare Dio per estorcergli ciò che vogliamo, ma l’atteggiamento di un figlio che chiede ciò che il Padre vuole donare.

Chiedete, cercate, bussate sono degli imperativi presenti che ci comandano di continuare a chiedere, a cercare e a bussare, senza stancarci mai (cfr Lc 18,1).

La condizione dell’efficacia della preghiera non è solo la fede dell’uomo, ma soprattutto la bontà di Dio. Dio è molto migliore di qualsiasi padre. Ciò che vale tra padre e figlio, vale incomparabilmente di più tra Dio e l’uomo che lo invoca.

Il v. 12 è chiamato solitamente "la regola d’oro". Gesù afferma che la perfezione cristiana consiste nella perfezione dell’amore del prossimo. Tutto l’insegnamento evangelico si riassume nel servizio prestato all’altro, anche a prezzo del proprio interesse, perché l’altro è il proprio fratello. L’imperativo "fate" richiede un amore concreto e operoso.

L’amore cristiano è più di una semplice comprensione o benevolenza verso i bisognosi e i deboli: è considerare l’altro come parte integrante del proprio essere. Per questo il peccato più grande è l’egocentrismo, e la virtù più importante è l’impegno sociale e comunitario.

La "regola d’oro" consiste soprattutto nella "regola dell’immedesimazione" o, più prosaicamente, "nel sapersi mettere nei panni degli altri", nella capacità di trasferirsi con amore e fantasia nella situazione dell’altro (anche del nemico). La mancanza di fantasia è mancanza d’amore.

Nel processo di Majdanek risultò evidente che questa mancanza di immedesimazione negli altri può avere conseguenze disastrose. Gli accusati di questo orribile campo di concentramento dimostrarono la quasi totale incapacità di trasferirsi nella situazione delle loro vittime. De.it.press

 

 

 

Venerdì 26. Il commento al Vangelo. La “giustizia” chiesta da Gesù ai suoi discepoli

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,20-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.

23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.

25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

La concezione della giustizia secondo Matteo non può essere confusa con quella di Paolo. Per Paolo la giustizia è la giustificazione di Dio concessa per grazia all’uomo; per Matteo è il retto agire richiesto da Dio all’uomo.

Gesù ha rimesso in vigore la Legge come legge di Dio e documento dell’alleanza, ripulita da tutte le storture e le aggiunte delle tradizioni umane e delle incrostazioni depositate dai secoli.

La migliore giustizia, che deve superare quella degli scribi e dei farisei, richiesta da Cristo ai suoi discepoli sta anche nel fatto che Gesù ha ricondotto i singoli precetti a un principio dominante: l’esigenza dell’amore di Dio e del prossimo, da cui dipendono la Legge e i Profeti.

Gesù non propone una legge diversa, come appare chiaro in Mt 5,17: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento".

Gesù parla con autorità pari a quella di Dio che diede i Dieci Comandamenti. "Ma io vi dico" non contraddice quanto è stato detto, ma lo chiarisce, lo modifica in ciò che suona concessione, e passa dalle semplici azioni ai desideri del cuore, da cui tutto promana.

"Ma io vi dico" non è un’antitesi, ma un completamento: l’uccisione fisica viene da un’uccisione interna dell’altro: dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità nei suoi confronti. L’ira è l’uccisione dell’altro nel proprio cuore. Il disprezzo è l’uccisione interiore che prepara e permette quella esteriore.

Tutte le guerre sono precedute da una campagna denigratoria del nemico, considerato indegno di vivere e meritevole della morte: di conseguenza, ucciderlo è un dovere; anzi, è un’opera gradita a Dio, come ci ha detto Gesù: "Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio" (Gv 16,2).

Il comandamento dell’amore del prossimo è superiore anche a quello del culto. La pace con il fratello è condizione indispensabile per la pace e l’incontro con il Padre. Ciò che impedisce il contatto con i fratelli impedisce anche il contatto con Dio.

Non solo chi ha offeso, ma anche chi è stato offeso, deve riconciliarsi col fratello prima di prendere parte a un atto di culto. Non è questione di ragione o di torto; quando c’è qualcosa che divide due membri della stessa comunità, tale ostacolo deve scomparire per poter comunicare con Dio.

La vita è un cammino di riconciliazione con gli altri. Non importa se si ha torto o ragione: se non si va d’accordo con i fratelli, non si è figli di Dio. La realtà di figli di Dio si manifesta necessariamente nel vivere da fratelli in Cristo.

Se non si passa dalla logica del debito a quella del dono e del perdono, si perde la vita di figli del Padre (cfr Mt 18,21-35). De.it.press

 

 

 

Sabato 27. Il commento al Vangelo. “Amate i vostri nemici”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 5,43-48) commentato da P. Lino Pedron 

 

43 Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 46 Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? 47 E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48 Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Il comandamento dell’amore, esteso indistintamente a tutti, è il supremo completamento della Legge (v. 17). A questa conclusione Gesù è arrivato lentamente dopo aver parlato dell’astensione dall’ira e dell’immediata riconciliazione (vv. 21-26), del rispetto verso la donna (vv. 27-30) e la propria moglie (vv. 31-32), della verità e sincerità nei rapporti interpersonali (vv. 33-37), fino alla rinuncia alla vendetta e alle rivendicazioni (vv. 38-42).

Il principio dell’amore del prossimo è illustrato con due esemplificazioni pratiche: pregare per i nemici e salutare tutti senza discriminazione. La più grande sincerità di amore è chiedere a Dio benedizioni e grazie per il nemico. Questo vertice dell’ideale evangelico si può comprendere solo alla luce dell’esempio di Cristo (cfr Lc 23,34) e dei suoi discepoli (cfr At 7,60). Colui che prega per il suo nemico viene a congiungersi con lui davanti a Dio. In senso cristiano la preghiera è la ricompensa che il nemico riceve in cambio del male che ha fatto.

Il precetto della carità non tiene conto delle antipatie personali e dei comportamenti altrui. Il prossimo di qualsiasi colore, buono o cattivo, benevolo o ingrato dev’essere amato. Il nemico è colui che ha maggiormente bisogno di aiuto: per questo Gesù ci comanda di offrirgli il nostro soccorso.

Il comandamento dell’amore dei nemici rivoluziona i comportamenti tradizionali dell’uomo. La benevolenza cristiana non è filantropia ma partecipazione all’amore di Dio. La sua universalità si giustifica solo in questa luce: "affinché siate figli del Padre vostro (v. 45), e "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli" (v 48). Il cristiano esprime nel modo più sicuro e più vero la sua parentela con Dio amando indistintamente tutti.

L’amore del nemico è l’essenza del cristianesimo. Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio.

In quanto figli di Dio i cristiani devono assomigliare al loro Padre nel modo di essere, di sentire e di agire. L’amore verso i nemici è la via per raggiungere la sua stessa perfezione.

La perfezione di cui parla Matteo è l’imitazione dell’amore misericordioso di Dio verso tutti gli uomini, anche se ingiusti e malvagi. Il cristiano è una nuova creatura (cfr 2Cor 5,17) e non può più agire secondo i suoi istinti e capricci, ma conformemente alla vita nuova in cui è stato rigenerato.

Gesù pone come termine della perfezione l’agire del Padre, che è un punto inarrivabile. L’imitazione del Padre, e conseguentemente di Gesù, è l’unica norma dell’agire cristiano, l’unica via per superare la morale farisaica. Essere perfetti come il Padre è in concreto imitare Cristo nella sua piena ed eroica obbedienza alla volontà del Padre, e nella sua dedizione ai fratelli. E’ perciò diventando perfetti imitatori di Cristo, che si diventa perfetti imitatori del Padre. De.it.press

 

 

 

Domenica 28. Il commento al Vangelo. La trasfigurazione

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 9,28-36) commentato da P. Lino Pedron 

 

28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». 36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

La trasfigurazione svela il mistero di Gesù. Egli è il Figlio del Padre, l’eletto. Il Padre ordina a tutti: "Ascoltatelo!". L’obbedienza a "Gesù solo" (v. 36) è il culmine del racconto. Ora sappiamo chi è Gesù e perché lo dobbiamo ascoltare.

L’ordine di ascoltarlo riguarda particolarmente quanto Gesù ha detto nel brano precedente, dove rivela la necessità della croce per lui e per noi.

I tre discepoli hanno una visione anticipata della gloria per affrontare il passaggio obbligato della croce appena annunciata da Gesù (v. 22). Pietro, Giovanni e Giacomo sono gli stessi testimoni della risurrezione della figlia di Giairo. Per Matteo e Marco sono anche i testimoni dell’agonia di Gesù nel Getsemani.

La definitività e l’importanza di questa rivelazione è richiamata dalla Seconda Lettera di Pietro: «Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E così abbiamo conferma migliore della parola dei profeti…» (1,16-19).

Il monte nella tradizione biblica è il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio. Luca precisa che Gesù salì sul monte a pregare. La trasfigurazione di Gesù è comprovata dall’apparizione dei due personaggi più noti della storia biblica, Mosè ed Elia. La presenza dei due esponenti dell’Antico Testamento non è fortuita. Essi sono venuti per rendere testimonianza a Cristo. Egli è la conclusione e il punto di arrivo della Legge e dei Profeti.

Mosè ed Elia parlavano con Gesù del suo prossimo esodo che doveva compiersi in Gerusalemme. La morte di Gesù non è la fine, ma l’esodo verso la gloria. La passione e morte è un episodio, la gloria della risurrezione sarà lo stato reale e definitivo di Cristo.

La proposta di Pietro (v. 33) parte da una interpretazione superficiale dell’avvenimento. Ha visto il fascino di un mondo raggiunto senza troppa fatica e vorrebbe entrarvi a farne parte subito e, ciò che è peggio, vorrebbe circoscriverlo a una cerchia limitata di persone. Egli vorrebbe conseguire la salvezza senza la morte di croce.

La visione non finisce con la scomparsa di Mosè e di Elia, ma entra in una seconda fase. L’interrogativo "chi è Gesù?" trova risposta da Dio stesso: "Questi è il Figlio mio, l’eletto" (v. 35).

Alla fine sulla scena rimane solo Gesù davanti ai discepoli. La sottolineatura "Gesù solo" è intenzionale. Non c’è nessun altro maestro o profeta all’infuori di lui: egli è assoluto e unico.

La trasfigurazione è un’anticipazione e un’esplicazione dell’annuncio della risurrezione di cui l’evangelista aveva parlato al termine della profezia della passione (v. 22). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 28. II di Quaresima. Le misteriose ragioni del cuore

 

Perdere la testa per qualcuno nel linguaggio popolare è sinonimo di innamorarsi. Lo slancio d’amore non rinnega il razionale, ma lo oltrepassa, spazia in nuovi orizzonti, spicca il volo verso un mondo d’insospettate emozioni.

La fede è una scelta ponderata. Gesù lo ricorda a coloro che intendono divenire suoi discepoli: “Chi di voi volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?” (Lc 14,28). Ma è anche un affidarsi completo e incondizionato a Dio, un librarsi verso di lui e quindi richiede un distacco da questo mondo e dalla sua logica, è un perdere la testa.

Francesco d’Assisi che, durante la crociata, si presenta inerme al sultano viene deriso e preso per folle dai crociati. Non era pazzo, seguiva una logica diversa, era innamorato di Cristo e credeva davvero nel Vangelo.

Nel linguaggio dell’AT questo perdere la testa è reso con l’immagine del dormiveglia o del sogno. Durante il sonno di Adamo viene creata la donna (Gen 2,21); quando il torpore cade su Abramo, il Signore viene a stringere un patto con lui (prima lettura di oggi); sul monte della trasfigurazione i tre discepoli contemplano la gloria del Signore quando sono colti dal sonno (Vangelo di oggi). Sembra quasi che l’affievolimento o un certo ottundimento delle facoltà dell’uomo sia la premessa necessaria alle rivelazioni e agli interventi di Dio.

E’ vero: solo chi perde la testa per Cristo può credere che morendo per amore si giunge alla vita.

 

Prima Lettura (Gn 15,5-12.17-18)

 

In quei giorni, 5 Dio condusse fuori Abram e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. 6 Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. 7 E gli disse: “Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese”. 8 Rispose: “Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”. 9 Gli disse: “Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. 10 Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. 11 Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì.

 17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: “Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate”.

 

Il sogno di tutti i nomadi del deserto è quello di possedere una terra dove l’acqua non venga estratta dai pozzi, ma cada dal cielo; una terra dove le piogge regolari e abbondanti permettano di coltivare campi di grano, vigne e alberi da frutta; una terra dove insediarsi stabilmente, assieme alla propria famiglia e vivere in pace, “seduti tranquilli sotto la vite e sotto il fico” (Mic 4,4).

Abramo è uno di questi nomadi: è partito da un paese lontano, per anni si è spostato da un luogo all’altro come un viandante senza destino. E’ vecchio e senza figli. La sua vita sembra avviata ad una conclusione fallimentare. Un giorno però riceve la rivelazione del Signore che gli promette ciò che egli ha sempre desiderato, ma che non è mai stato in grado di ottenere: una terra (v.7.19) e una discendenza numerosa come le stelle del cielo (v.5).

Come mai Dio ha preso l’iniziativa di fare queste promesse ad Abramo? Perché a lui e non ad altri? Era forse il migliore degli uomini della terra ?

I rabbini del tempo di Gesù – convinti com’erano che il Signore concede favori solo a chi li merita – sostenevano che Abramo aveva attirato le benedizioni di Dio perché aveva praticato la misericordia e la giustizia.

E’ una supposizione gratuita. La Bibbia non accenna ad alcuna opera buona di Abramo e presenta la chiamata e le promesse come un dono gratuito di Dio. Abramo ebbe un unico merito, posteriore, non antecedente: “credette al Signore che glielo accreditò come giustizia” (v.6).

E’ la prima volta che nella Bibbia si dice che un uomo ha avuto fede in Dio.

Il verbo che noi traduciamo con credere, in ebraico significa appoggiarsi su un fondamento solido, stabile, sicuro. Non indica un’adesione intellettuale ad alcuni dogmi, ma una fiducia incondizionata concessa a una persona. Un’immagine espressiva può essere quella della sposa: quando ella afferma che “crede in suo marito” intende dire che si fida ciecamente di lui, che ripone in lui tutte le sue speranze, che gli affida il suo futuro e la sua stessa vita.

Abramo ha udito la voce di Dio e si è abbandonato fra le sue braccia, gli ha dato credito, sicuro che non sarebbe stato tradito. Questa fede “gli fu accreditata come giustizia” (v.6). E’ un’affermazione importante, ripresa anche da Paolo (Rm 4,3; Gal 3,6). Significa che Dio ha considerato giusto Abramo, non perché lo ha visto compiere azioni virtuose e meritorie, ma perché egli ha stabilito un rapporto giusto con il Signore: si è fidato delle sue parole, della sua promessa, è rimasto saldo anche quando le apparenze potevano indurlo a pensare il contrario.

La lettura descrive la risposta del Signore a questa fede: dopo aver fatto la sua promessa, Dio compie un rito per sanzionarla.

Presso i popoli antichi della Mesopotamia i patti solenni venivano stipulati con una cerimonia: si prendeva un animale (un bue, un capretto, o una pecora) e si squartava; poi, coloro che si impegnavano nel giuramento di fedeltà passavano in mezzo ai pezzi delle carni pronunciando questa formula: “Se tradirò il patto, che io venga fatto a pezzi come questo animale!”.

Nella seconda parte della lettura (vv.9-17) Dio avvalora le sue parole compiendo questo rito di alleanza. Tutto accade in una misteriosa visione. Dopo aver fatto la promessa, il Signore ingiunge ad Abramo di uccidere degli animali e di disporne le carni sui due lati di un sentiero; poi, come una fiamma di fuoco, egli passa in mezzo alle vittime.

Si noti bene: solo Dio compie il gesto dell’alleanza, Abramo non passa fra le carni degli animali. La promessa di Dio è assolutamente incondizionata, egli non pretende nulla in cambio. Sa di non poter chiedere nulla perché i figli del patriarca saranno spesso increduli e infedeli. Durante l’esodo arriveranno addirittura a pensare che il Signore li abbia condotti nel deserto per farli perire (Nm 14,1-9).

Le promesse di Dio all’uomo sono sempre gratuite. I profeti presentano Dio come lo sposo fedele sempre e in ogni caso, anche quando la sposa lo tradisce (Is 54,5-10). Il suo amore non si arrende di fronte a nessun tradimento.

 

Seconda Lettura (Fil 3,17-4,1)

 

Fratelli, 17 fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18 Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: 19 la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra.

20 La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21 il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.

4,1 Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

 

Quando sentiamo parlare dei “nemici di Cristo”, forse pensiamo agli atei, ai membri delle sette fanatiche, a chi si comporta in modo dissoluto. Nel brano della lettera di Paolo che oggi leggiamo, i nemici di Cristo sono identificati con un gruppo di cristiani della comunità di Filippi. Essi – dice l’apostolo – “hanno come dio il loro ventre, si vantano delle cose di cui dovrebbero vergognarsi, sono tutti intenti alle cose della terra” (v.19).

Qual è il loro peccato? L’espressione a noi richiama la sensualità, la ricerca sfrenata dei piaceri del cibo e del sesso. In realtà Paolo si riferisce probabilmente all’errore di chi riduce la fede all’osservanza di pratiche tradizionali come la circoncisione, l’astensione da alcuni cibi, i digiuni e le privazioni estenuanti. Si tratta – come Paolo rileva con sarcasmo – di comportamenti che hanno tutti qualche richiamo... alla pancia.

A questo punto ci chiediamo se per essere “amici della croce di Cristo” è necessario soffrire, mortificarsi, fare sacrifici, rinunciare a tutto ciò che è piacevole.

Mortificarsi significa farsi morire e noi vogliamo vivere, non morire.

La morte, qualunque aspetto assuma, ci appare sempre come un male.

Ma non tutto quello che a noi sembra vita lo è realmente.

Gli amici della croce di Cristo sono chiamati a rinunciare solo a ciò che non è vita.

Paolo dichiara che questa è l’unica scelta saggia: “La nostra patria è nei cieli” (v.20) e ci attende la trasfigurazione del nostro misero corpo. Fedele al pensiero biblico, l’Apostolo non parla di annientamento del corpo – come invece sosteneva la filosofia greca – ma di una metamorfosi di tutta la persona che diviene conforme al corpo glorioso di Cristo.

Sbagliano dunque coloro che volgono gli occhi a questa terra come se essa fosse la dimora definitiva e fanno del “ventre” il loro Dio.

In questo mondo l’uomo è uno straniero, è un nomade, come Abramo.

 

Vangelo (Lc 9,28b-36)

 

28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30 Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.

 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”.

 36 Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

Questo brano è interpretato da alcuni come una breve anticipazione dell’esperienza del paradiso, concessa da Gesù ad un gruppo ristretto di amici per prepararli a sopportare la dura prova della sua passione e morte.

Bisogna sempre essere molto circospetti quando ci si accosta a un testo evangelico perché quello che, a prima vista, può sembrare la cronaca di un fatto, ad un esame più attento, può rivelarsi un testo denso di teologia, redatto secondo i canoni del linguaggio biblico. Il racconto della trasfigurazione di Gesù, che viene riferito in modo quasi identico da Marco, Matteo e Luca, ne è un esempio.

Oggi ci soffermeremo soprattutto su alcuni particolari significativi che si ritrovano soltanto nella versione di Luca.

 

Solo questo evangelista specifica la ragione per cui Gesù sale sul monte: va là per pregare (v.28). Gesù è solito dedicare molto tempo alla preghiera. Non sapeva fin dall’inizio come si sarebbe svolta la sua vita, non conosceva il destino che lo attendeva, lo venne scoprendo gradualmente, attraverso le illuminazioni che riceveva durante la preghiera.

E’ in uno di questi momenti spiritualmente intensi che Gesù si rende conto che è chiamato a salvare gli uomini non mediante il trionfo, ma attraverso la sconfitta.

A metà del suo Vangelo, Luca comincia a rilevare i primi segnali dell’insuccesso: le folle, prima entusiaste, abbandonano Gesù, qualcuno lo prende per un esaltato e un sovversivo, i suoi nemici tramano per ucciderlo. E’ comprensibile che egli allora si interroghi sul cammino che il Padre vuole che percorra. Per questo “va sul monte a pregare”.

 

Durante la preghiera, il volto di Gesù cambia d’aspetto (v.29); a differenza degli altri evangelisti, Luca non parla di trasfigurazione, ma di “cambiamento d’aspetto”. Questo splendore è il segno della gloria che avvolge chi è unito a Dio. Anche il volto di Mosè diveniva brillante quando egli entrava in dialogo con il Signore (Es 34,29-35).

Ogni autentico incontro con Dio lascia qualche traccia visibile sul volto dell’uomo.

Dopo una celebrazione della Parola vissuta intensamente, tutti torniamo alle nostre case più felici, più sereni, più buoni, più sorridenti, più disposti ad essere tolleranti, comprensivi, generosi e anche i nostri volti sono più distesi e sembrano rifulgere di luce.

La luce sul volto di Gesù indica che, durante la preghiera, egli ha compreso e fatto suo il progetto del Padre; ha capito che il suo sacrificio non si sarebbe concluso con la sconfitta, ma nella gloria della risurrezione.

 

Durante questa esperienza spirituale di Gesù compaiono due personaggi: Mosè ed Elia (vv.30-31). Essi sono il simbolo della Legge e dei Profeti, rappresentano tutto l’AT. Tutti i libri sacri d’Israele hanno lo scopo di condurre a dialogare con Gesù, sono orientati a lui. Senza Gesù l’AT è incomprensibile, ma anche Gesù, senza l’AT, rimane un mistero. Nel giorno di Pasqua, per far capire ai discepoli il significato della sua morte e risurrezione, egli ricorrerà all’AT: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti – nota l’evangelista – spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

Anche Marco e Matteo introducono Mosè ed Elia, ma solo Luca ricorda il tema del loro dialogo con Gesù: parlavano del suo esodo, cioè del suo passaggio da questo mondo al Padre. Ecco da dove è venuta a Gesù la luce che gli ha svelato la sua missione: dalla parola di Dio contenuta nell’AT. E’ lì che egli ha scoperto che il Messia non era destinato al trionfo, ma alla sconfitta, che doveva soffrire molto, essere umiliato e rigettato dagli uomini, come è detto del servo del Signore (Is 53).

 

I tre discepoli, Pietro, Giacomo e Giovanni non comprendono nulla di quanto sta accadendo (vv.32-33). Sono colti dal sonno. Difficile pensare – anche se qualcuno lo ha fatto – ad un bisogno di appisolarsi perché la salita sul monte è stata faticosa e perché pare che la scena si svolga di notte (v.37).

Notiamo un particolare: nei momenti in cui abbiamo qualche richiamo alla passione e morte di Gesù, questi tre discepoli vengono sempre colti dal sonno. Anche nell’orto degli Ulivi si mettono a dormire (Mc 14,32-42; Lc 22,45). E’ strano che proprio nei momenti cruciali essi abbiano sempre gli occhi appesantiti.

Il sonno è usato spesso dagli autori biblici in senso simbolico. Paolo, ad esempio, scrive ai Romani: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno… la notte è avanzata, il giorno è vicino” (Rm 13,11-12). Con questo richiamo pressante egli vuole scuotere i cristiani dal torpore spirituale, li invita ad aprire la mente per comprendere e assimilare la proposta morale del Vangelo.

Nel nostro racconto il sonno indica l’incapacità dei discepoli di capire e di accettare che il Messia di Dio debba passare attraverso la morte per entrare nella sua gloria.

Quando Gesù compie prodigi, quando le folle lo acclamano, i tre apostoli sono ben svegli; ma quando inizia a parlare del dono della vita, della necessità di occupare l’ultimo posto, di diventare servi, essi non vogliono capire, lentamente chiudono gli occhi ed iniziano a dormire... per continuare a sognare applausi e trionfi.

 

Le tre tende sono il dettaglio più difficile da spiegare (del resto l’evangelista nota che nemmeno Pietro che ne ha parlato sapeva esattamente cosa stesse dicendo).

Chi costruisce una capanna vuole fissare la sua dimora in un posto e non muoversi più, almeno per un certo tempo. Gesù invece è sempre in cammino: deve compiere un “esodo” – dice il Vangelo di oggi – ed i discepoli sono invitati a seguirlo. Le tre tende forse indicano il desiderio di Pietro di fermarsi per perpetuare la gioia sperimentata in un momento di intensa preghiera con il Maestro.

Per comprendere meglio possiamo rifarci alla nostra esperienza: dopo aver dialogato a lungo con Dio non torniamo volentieri alla vita di ogni giorno. I problemi e i drammi concreti che dobbiamo affrontare ci fanno paura. Sappiamo però che l’ascolto della parola di Dio non è tutto. Non si può passare tutta la vita in chiesa o nella casa dei ritiri spirituali, è necessario uscire per incontrare e servire i fratelli, per aiutare chi soffre, per essere vicini a chiunque ha bisogno di amore. Dopo aver scoperto nella preghiera il cammino da percorrere, bisogna mettersi in cammino con Gesù che sale a Gerusalemme per donare la vita.

 

La nube (v.34), specialmente quando scende sulla cima di un monte, indica – secondo il linguaggio biblico – la presenza invisibile di Dio. Soprattutto nell’Esodo è frequente il richiamo alla nube: Mosè entra nella nube che copre il monte (Es 24,15-18), la nube scende sulla tenda del convegno e Mosè non può entrare perché in essa è presente il Signore (Es 40,34s.).

Pietro, Giacomo e Giovanni sono dunque introdotti nel mondo di Dio e lì hanno l’illuminazione che fa loro comprendere il cammino del Maestro: il conflitto con il potere religioso, la persecuzione, la passione e la morte. Si rendono conto che anche il loro destino sarà lo stesso e hanno paura.

 

Da questa nube esce una voce (v.35): è l’interpretazione di Dio su tutto quanto accadrà a Gesù. Per gli uomini sarà lo sconfitto, per il Padre “l’eletto”, il servo fedele del quale si compiace.

Gradito a Dio è chi ne segue le orme. Ascoltate lui – dice la voce del cielo – anche quando egli sembra proporre cammini troppo difficili, strade troppo anguste, scelte paradossali e umanamente assurde.

Alla fine dell’episodio (v.36) Gesù rimane solo. Mosè ed Elia scompaiono. Questo particolare indica la funzione dell’AT: portare a Gesù, far comprendere Gesù. Alla fine gli occhi devono rimanere puntati su di lui.

 

Non è facile credere alla rivelazione di Gesù e accettare la sua proposta di vita. Non è facile seguirlo nel suo “esodo”. Fidarsi di lui è molto rischioso: è vero che egli promette una gloria futura, ma ciò che l’uomo sperimenta qui ed ora è la rinuncia, il dono gratuito di sé. Il seme gettato nella terra è destinato a produrre molto frutto, ma oggi, ciò che lo attende è la morte. Quando e come potrà essere assimilata questa “sapienza di Dio” così contraria alla logica dell’uomo?

La risposta viene data dall’annotazione, apparentemente superflua, con cui inizia il Vangelo di oggi. L’episodio della “trasfigurazione” è collocato da Luca otto giorni dopo che Gesù ha fatto l’annuncio drammatico della sua passione, morte e risurrezione, otto giorni dopo che ha enunciato le condizioni per chi lo vuole seguire: “rinneghi se stesso e prenda la sua croce, ogni giorno” (Lc 9,22-27).

L’ottavo giorno per i cristiani ha un significato ben preciso: è il giorno dopo il sabato, il giorno del Signore, quello in cui la comunità si raduna per ascoltare la Parola e per lo spezzar del pane (Lc 24,13).

Ecco allora cosa intende dire Luca con il richiamo all’ottavo giorno: ogni domenica i discepoli che si ritrovano per celebrare l’Eucaristia salgono “sul monte”, vedono il volto del Signore trasfigurato, cioè risorto, verificano nella fede che il suo “esodo” non si è concluso con la morte e odono nuovamente la voce del cielo che rivolge l’invito: Ascoltate lui!

     Pietro, Giacomo e Giovanni, scesi dal monte, “in quei giorni non dissero nulla a nessuno di quello che avevano visto” (v.36). Non potevano parlare di ciò che non avevano capito: l’esodo di Gesù non si era ancora compiuto. Noi oggi, uscendo dalle nostre chiese, possiamo invece annunciare a tutti ciò che la fede ci ha fatto scoprire: chi dona la vita per amore entra nella gloria di Dio. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

Chiesa e Mezzogiorno. Per un Paese solidale

 

Documento dei vescovi a 20 anni da "Sviluppo nella solidarietà"

 

“Il Paese non crescerà se non insieme”. A ribadirlo, a 20 anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, sono i vescovi italiani, nel documento dal titolo: “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, diffuso il 24 febbraio (testo integrale in .pdf: clicca qui). “Anche oggi – si legge nell’introduzione – riteniamo indispensabile che l’intera nazione conservi e accresca ciò che ha costruito nel tempo”, a partire dalla consapevolezza che “il bene comune è molto più della somma del bene delle singole parti”. “Affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese”, spiegano i vescovi, precisando che il punto di partenza del testo è “la constatazione del perdurare del problema meridionale”, unita alla “consapevolezza della travagliata fase economica che anche il nostro Paese sta attraversando”. Tutti “fattori”, questi, che per la Cei “si coniugano con una trasformazione politico-istituzionale, che ha nel federalismo un punto nevralgico, e con un’evoluzione socio-culturale, in cui si combinano il crescente pluralismo delle opzioni ideali ed etiche e l’inserimento di nuove presenze etnico-religiose per effetto dei fenomeni migratori”. “In una prospettiva di impegno per il cambiamento, soprattutto i giovani sono chiamati a parlare e testimoniare la libertà nel e del Mezzogiorno”, si legge nella parte finale del testo, in cui si auspica “un grande progetto educativo” per promuovere la “cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità”. “Bisogna osare il coraggio della speranza!”, è l’invito finale del documento, caratterizzato “nonostante tutto” da “uno sguardo fiducioso”, che sappia “ricercare il bene comune senza cedere a paure ed egoismi che lamentano miopi interessi di parte e mortificano la nostra tradizione solidaristica”.

 

Rilanciare le politiche di intervento. “Il complesso panorama politico ed economico nazionale e internazionale”, aggravato dalla crisi, “ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. È il grido d’allarme dei vescovi, secondo cui “il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”. Di qui la necessità di “ripensare e rilanciare le politiche di intervento” a favore del Sud, per generare “iniziative auto-propulsive di sviluppo”. Il fenomeno delle “ecomafie” e la “questione ecologica”, la “fragilità del territorio” e la “massiccia immigrazione” che ne ha fatto il “primo approdo della speranza per migliaia di immigrati”: queste le “vecchie e nuove emergenze” del Mezzogiorno, che per i vescovi può diventare un “laboratorio ecclesiale” in materia di “accoglienza, soccorso e ospitalità”, ma anche di dialogo interreligioso con immigrati e profughi.

 

Federalismo e ruolo dello Stato. Un “sano federalismo”, per la Cei, “rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio, se riuscisse a stimolare una spinta virtuosa nel bonificare il sistema dei rapporti sociali, soprattutto attraverso l’azione dei governi regionali e municipali”. Tuttavia – ammoniscono i vescovi – “la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili”. Sul piano nazionale, per la Cei, “sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l’integrazione sociale”.

 

Le mafie, “strutture di peccato”. Una delle “piaghe più profonde e durature” del Sud. Un vero e proprio “cancro”. Così i vescovi definiscono la mafia, anzi le mafie, che “avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud”. “La criminalità organizzata – il monito dei vescovi – non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento, dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale”. Al Sud, “le mafie sono strutture di peccato”, denunciano i vescovi: “Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi”. Come hanno fatto “i numerosi testimoni immolatisi a causa della giustizia”, tra cui don Pino Puglisi, don Giuseppe Diana e il giudice Rosario Livatino. Ma l’economia illegale “non s’identifica totalmente con il fenomeno mafioso”, avverte la Cei, stigmatizzando “diffuse attività illecite ugualmente deleterie”, come usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero.

 

Povertà, disoccupazione e emigrazione interna. Sono queste le principali “emergenze” del Sud. I giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà”, esclamano i vescovi, che al Sud auspicano “migliori politiche del lavoro”. Un esempio virtuoso è rappresentato dal Progetto Policoro della Cei. No, invece, al “lavoro sommerso”, che “non è certo un sano ammortizzatore sociale”. Infine, “il flusso migratorio dei giovani, soprattutto fra i 20 e i 35 anni, verso il Centro Nord e l’estero”, che dà luogo ad una categoria di “nuovi emigranti” composta da figure professionali di livello medio-alto, “cambia i connotati della società meridionale” e provoca “un generale depauperamento”. Sir 24

 

 

 

Germania. Si dimette la vescovo star del protestantesimo sorpresa alla guida in stato di ubriachezza

 

Margot Kaessmann era da pochi mesi alla guida della chiesa evangelica tedesca

Celebre per le sue critiche al governo e per aver chiesto il ritiro dall'Afghanistan

La polizia l'aveva fermata ad Hannover perché passata col semaforo rosso

ed era risultata positiva alla prima prova dell'etilometro - dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Era la star del protestantesimo, era dopo Angela Merkel il secondo simbolo d'una Germania segnata dalle donne al potere. Ma ha commesso un errore, e ha voluto pagare fino in fondo. La vescovo Margot Kaessmann, da pochi mesi alla guida della chiesa evangelica tedesca, si è dimessa ieri da tutti i suoi incarichi: sia la presidenza del Consiglio delle chiese luterane, sia la guida dell'episcopato protestante di Hannover. Scompare così dalla ribalta del grande mondo un personaggio che sembrava destinato a lasciare a lungo il segno nella vita pubblica.

    

Margot Kaessman, 51 anni, un divorzio e una dura terapia antitumorale alle spalle, è stata sorpresa l'altro ieri sera dalla polizia a Hannover al volante della sua auto di servizio, una pesante Volkswagen Phaeton, perché aveva passato un semaforo rosso. Una pattuglia l'ha fermata, gli agenti hanno sentito odore di alcol nel suo alito, alla prima prova dell'etilometro la vescovo è risultata positiva. Condotta in commissariato, è stata sottoposta a un prelievo di sangue, e la percentuale di alcol risultata, cioè 0,154 per cento, era di molto superiore al consentito. Tanto che la vescovo, cui è stata ritirata la patente, rischia un procedimento penale.

 

"Ho commesso un grave errore, me ne pento profondamente", ha dichiarato ieri Margot Kaessmann. Ha voluto annunciare di persona le sue dimissioni, proprio dopo che il vertice della chiesa evangelica le aveva confermato piena fiducia. Non le è bastato. In questa situazione, ella ha spiegato, "non posso restare in carica con la necessaria autorità". Ha aggiunto: "Ho pensato di seguire il consiglio dell'animo, che ti dice di fare quello che ti consiglia il cuore... anche quando cadi in basso, non puoi mai cadere più in basso delle mani di Dio che ti sorreggono".

 

Da stasera, la "Demi Moore dei protestanti", come i suoi fan la chiamano, è solo una semplice pastore luterana. E' uno shock per il mondo dei fedeli, e per tutta l'opinione pubblica. Esce di scena la vescovo che riempiva le chiese con i suoi sermoni, che criticava il governo per i tagli al welfare, e che aveva chiesto il ritiro immediato dall'Afghanistan. Ma la Germania, pur essendo tutt'altro che scevra da scandali, resta un paese rigoroso. Tra i primi a rendere omaggio a Margot Kaessmann è stato Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale cattolica. Ha espresso rammarico per la sua scelta, ma anche rispetto e comprensione. LR 24

 

 

 

 

Germania, la «papessa» protestante ubriaca al volante passa con il rosso

 

È il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover

Margot Kässmann aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue: «Sono sconvolta per quello che ho fatto»

 

BERLINO - Guidava ubriaca con l'auto di servizio ed ha bruciato un semaforo. Responsabile delle due gravi infrazioni è il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover, Margot Kässmann, 51 anni, divorziata e madre di 4 figli, fermata dagli agenti nel centro della capitale della Bassa Sassonia sabato notte alle 23. Il quotidiano Bild rivela che una pattuglia della polizia ha fermato la «Papessa» dopo averla vista passare con il rosso ad un semaforo, poi mentre stavano procedendo al controllo dei documenti gli agenti hanno avvertito nell'alito della signora un forte odore di alcol. La prova dell'etilometro ha subito rivelato che la «Papessa» aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue, ciò che ha provocato l'immediato ritiro della patente ed una denuncia per guida in stato di ebbrezza alcolica.

«GRAVE ERRORE» - Il procuratore di Hannover, Juergen Lendeckel ha spiegato martedì mattina che «il valore di 1,1 grammi di alcol è la soglia a partire dalla quale c'è l'assoluta incapacità di guida e scatta la denuncia penale». Anja Glaeser, della polizia di Hannover, ha confermato l'avvio della denuncia nei confronti della signora Kaessmann, che rischia il ritiro definitivo della patente. Sarà infatti una speciale commissione a decidere se la «Papessa» sarà ammessa ad effettuare un esame medico-psicologico, definito popolarmente in Germania «Idiotentest», necessario per il rilascio del nuovo documento di guida. «Sono sconvolta per quello che ho fatto e so di aver commesso un grave errore», ha affermato la signora Kässmann, aggiungendo di essere «consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile guidare in stato di ebbrezza alcolica. Sono naturalmente pronta ad assumermi le conseguenze penali dell'accaduto». L'associazione delle Chiese protestanti ha preferito per il momento non commentare il fatto. (Agi 23)

 

 

 

 

Chiesa e Mezzogiorno. Insieme nella fiducia. Un vescovo del Sud e un vescovo del Nord

 

Frutto del lavoro di tutti i vescovi italiani, il documento sul Mezzogiorno, dal titolo “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, è stato diffuso dalla Cei mercoledì 24 febbraio. Il SIR ha raccolto i commenti di mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo e vicepresidente della Cei per il Sud, e mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

 

Un segno di solidarietà e fiducia. Il documento rappresenta “un segno di solidarietà e di fiducia offerto a tutta la nazione”, commenta mons. Agostino Superbo, rilevando che esso “giunge da tutti i vescovi italiani”, come già l’altro testo “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, pubblicato nel 1989 e al quale questo fa esplicito riferimento sin dal principio. L’arcivescovo ricorda che “è nello stile del Vangelo partire dalle debolezze e dalle fragilità per donare, anche a chi si sente forte, l’incredibile ricchezza della speranza”. Nel documento, aggiunge, “non manca lo stile realistico dell’analisi delle povertà, mentre si constatano aspetti di validità del cammino percorso dal 1989 ad oggi. Tutto è un segno di amore per la propria terra, anche il riconoscere la piaga profonda della criminalità, che crea, ancora, lutti e sofferenze alla gente del Sud”. I vescovi italiani, prosegue mons. Superbo, “riaffermando la scelta della condivisione fraterna, riconoscono l’impegno di promozione umana manifestato dalla parte migliore della Chiesa nel Sud” che, come si legge nel documento, “si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena”.

 

Creare un rinnovamento. “I molteplici frutti del lavoro umile e silenzioso delle Chiese del Sud, illuminato dai coraggiosi testimoni che hanno donato la loro vita per l’annuncio del Vangelo, vanno dalla vitalità del laicato alla fecondità di vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato”, ricorda mons. Superbo. “Questi frutti – dice l’arcivescovo – vengono presentati a tutta l’Italia, affinché possano essere un vero punto di forza nella creazione di un rinnovamento, che appare urgente, ma che sarà autentico solo se sarà basato, come affermato più volte dal Papa, ‘sulla trasformazione delle coscienze’ e andrà decisamente nella direzione del riconoscimento effettivo dei valori, che rendono dignitosa la vita dell’uomo”. L’invito finale del documento al “coraggio della speranza”, spiega ancora mons. Superbo, presenta “le caratteristiche della concretezza e della solidità: si fonda, infatti, sulla fiducia nell’opera del Signore, incessante e inesauribile, ed è proposto all’interno di un grande progetto educativo, pensato e attuato per dare risposta alle grandi sfide culturali del nostro tempo”. In questo modo, conclude, “viene tracciato un itinerario di crescita per una ‘nuova generazione di cristiani’, pronti a porre competenza, creatività e coraggio al servizio di un’Italia solidale, in cui l’attenzione efficace e privilegiata ai poveri determinerà la realizzazione della giustizia per tutti”.

 

Scoprire le ricchezze del Sud. “Imparare a guardare al Sud senza mettere a fuoco solo gli aspetti negativi, scoprendo le ricchezze che pure ci sono”, è una delle indicazioni del documento ad avviso di mons. Arrigo Miglio. Il vescovo punta l’attenzione sulla “reciprocità”, temine “risuonato più volte” durante la preparazione del testo, che è “espressione di tutto l’episcopato italiano”, da Nord a Sud. “Reciprocità – spiega – significa maggiore conoscenza, nella consapevolezza che le Chiese del Nord hanno molto da ricevere da quelle del Sud”. Il vescovo ricorda “l’esperienza emblematica del Progetto Policoro”, ma anche “le forme di pietà popolare, ancora radicate nel Mezzogiorno, mentre al Nord non sono più conosciute”. Talora queste forme vanno “purificate” da apporti che vanno al di là del senso religioso, ma “indubbiamente costituiscono un patrimonio che per molte Chiese del Nord è da riscoprire”. Ancora, mons. Miglio pone l’attenzione sulle “vocazioni di speciale consacrazione”, la cui presenza numerosa nel Meridione si contrappone alla scarsità che si registra nelle diocesi del Nord Italia.

 

Solidali perché “il Paese non crescerà se non insieme”. “Dal punto di vista dell’educazione – aggiunge – dobbiamo prestare attenzione alla famiglia, risorsa ancora forte nel Mezzogiorno d’Italia rispetto ad alcune zone del Nord. E anche la questione demografica nel Sud si pone in maniera diversa”. Il documento, precisa il vescovo, “in più punti mette in guardia dalla tentazione del vittimismo: il Sud deve avere coscienza delle proprie possibilità e delle risorse”. Fin dal titolo, infine, si richiama la “solidarietà”, dal momento che “il Paese per crescere bene dev’essere solidale”. “È una convinzione, questa, già espressa dai vescovi italiani in occasione del precedente documento sul Mezzogiorno, nel 1989”, annota mons. Miglio, convinto che “il Paese non crescerà se non insieme”.  Sir 24

 

 

 

 

La "settocrazia" di Cl e Opus Dei nuova insidia all'unità della Chiesa

 

Allarme in una parte della gerarchia ecclesiastica. Sodano: ci vuole più umiltà. Ieri 200 messe in tutto il mondo in memoria di don Giussani - di ALBERTO STATERA

 

PIU' DI DUECENTO Sante Messe in 70 paesi del mondo hanno celebrato ieri il quinto anniversario della morte di don Luigi Giussani e segnato l'inizio dell'iter per la beatificazione del fondatore di Comunione e Liberazione. Il più solenne non è stato tanto il rito che il cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale, ha celebrato a Genova, ma quello che il cardinale Dionigi Tettamanzi ha officiato nel Duomo di Milano, capitale mondiale del "ciellismo realizzato", dove nel 1954 il movimento nacque nelle aule del Liceo Berchet come Gioventù Studentesca. Mezzo secolo dopo, la creatura di don Giussani ha il "controllo" non solo spirituale di Milano e della Lombardia, in rapida estensione nel resto d'Italia e nel mondo. Nove milioni di abitanti, 12 Province, 1.546 Comuni, un Pil che eguaglia quelli di alcuni stati del Nord Europa, da quindici anni la Regione è governata da Roberto Formigoni, pio e indiscusso campione politico del movimento ecclesiale, che si appresta al nuovo mandato del ventennio.

 

Ecco perché tra le tante "ancelle" del Papa, Cl è considerata oggi, a ragione o a torto, forse la più vicina al cuore e alla ragione di Benedetto XVI. Più dell'Opus Dei, dei Focolarini, dei Legionari di Cristo, della Comunità di Sant'Egidio, nell'immensa galassia di movimenti ecclesiali che in qualche modo assediano l'assetto istituzionale "classico" della Chiesa di Roma. Tanto che qualcuno in Curia, nelle Nunziature, tra i vescovi, comincia a vivere i movimenti quasi come sette di cosacchi che abbeverano i cavalli nella fontana del Bernini. Di ancelle cielline in carne e ossa, Papa Ratzinger ne ha portate almeno quattro nel Palazzo Apostolico. Carmela e Loredana appartengono ai Memores Domini, il ramo monastico di Cl, praticano i tre dettati evangelici di castità, povertà, obbedienza e negli appartamenti papali curano la cucina, le pulizie e il guardaroba. Due loro consorelle, Emanuela a Cristina, completano la squadra. Il segretario del Papa Georg Gaenswein, il cui ruolo viene dato in crescita, insegnava invece alla Pontificia Università della Santa Croce, l'Ateneo dell'Opus Dei.

 

Sorella Loredana, che veste abiti civili, ha lavorato in passato con il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, quando questi era rettore della Pontificia Università del Laterano. Egli è oggi il grande ambasciatore di Cl nelle alte sfere vaticane. "Don Giussani - sostiene Scola - era un grande realista, e aveva percepito con chiarezza che il potere è inevitabile perché la sua radice è antropologica. Tutti hanno potere, anche il neonato sulla mamma e viceversa". Di qui la creazione della Compagnia delle Opere, il braccio economico, nato dall'intuizione che "bisognava abbandonare una concezione ideologica della politica a favore di una pratica del bene comune".

Il caso Boffo, collettore di tutti i malumori che allignano in Vaticano ruotanti intorno alla famosa lettera al presidente della Cei Angelo Bagnasco con la quale il segretario di Stato Tarcisio Bertone avocava a sé tutti i rapporti con gli Stati, le istituzioni e la politica dopo la lunga stagione di Camillo Ruini alla guida dei vescovi, ha risvegliato anche le sopite polemiche sulla "Chiesa delle sette". A dispetto delle conferenze episcopali, il potere dei "movimenti d'élite", da Cl all'Opus Dei, è in crescita attraverso deleghe "di fatto" concesse dalla Segreteria di Stato in materie come sanità, scuola, bioetica, oltre a finanza e affari. Ecco allora coagularsi, secondo canoni ecclesiastici che ragionano non solo sull'oggi, ma sul mondo e sull'eternità, un fronte "istituzionale" del dissenso preoccupato dall'esplosione in epoca ratzingeriana e bertoniana di movimenti ecclesiali sempre più autonomi e potenti, che minacciano di frantumare l'unità della Chiesa.

 

Non molte sere fa si è tenuta una cena in onore del decano del Collegio Cardinalizio Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006, leader della Scuola diplomatica che accompagnò Papa Wojtyla in 54 viaggi in giro per il mondo e che poi fu uno degli artefici dell'ascesa di Ratzinger al trono papale. Pare che tra i capi di Dicasteri sia stata una corsa per aggiudicarsi l'invito, soprattutto tra i critici del "centralismo" del Segretario Bertone rispetto all'Episcopato, con un riposizionamento dell'asse di potere semmai verso le sette e la tolleranza per la loro eccessiva autonomia, che rischia di produrre errori del Papa, come quello della pace siglata con i lefevriani, mentre il vescovo Richard Williamson riaffermava il negazionismo sull'Olocausto. Insomma la "settarizzazione" aggiunge malumori a malumori. I movimenti ecclesiali per il cardinal Sodano "sono risorse essenziali", ma a patto che siano capaci di "integrarsi nella vita della Chiesa con umiltà". E' umile l'approccio in questa fase di Cl, Opus Dei, Comunità Sant'Egidio? Don Giuseppe Dossetti, sospettoso dei "procedimenti segreti", si chiedeva sull'Opera: "Dove si distingue dalla Massoneria?". Anche la Comunità Sant'Egidio, al comando di Andrea Riccardi, è un'organizzazione piuttosto impenetrabile. Il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, è convolto in una storia di abusi sessuali.

 

Attenti allora alla "settocrazia", non solo alla deriva che il vaticanista Giancarlo Zizola definisce "avignonese", con i fenomeni di ingerenza della Chiesa nello Stato, che oggi potrebbero semplicemente essere trasferiti dalla Cei alla Segreteria di Stato e traslati ad ancelle potenti come Cl. Non a caso, Bertone ha appena partecipato appassionatamente al convegno della formigoniana Reteitalia, che riunisce politici e amministratori del Pdl di ispirazione ciellina. Una pura manifestazione pre-elettorale, nella quale il Segretario di Stato, pur ribadendo ad uso di Berlusconi che l'etica pubblica non può essere distinta da quella privata, ha inneggiato a "una nuova generazione di politici cattolici impegnati a iniettare buona e nuova linfa nella società". Non come Emma Bonino, candidata nel Lazio, abortista e favorevole ad altri costumi incompatibili con la fede.

Forse gli effetti velenosi del caso Boffo, che necessita ancora di molti chiarimenti, non hanno finito di rivelarsi nel corpo sacro della Chiesa, oltre il Portone di Bronzo.

(ha collaborato Ferruccio Pinotti)   LR 23

 

 

 

 

Il monito di Tettamanzi: bisogna reagire a illegalità e immoralità

 

ROMA - Ha parlato del bisogno di reagire al «clima di illegalità e immoralità diffuso e contagiante» l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nella omelia della solenne celebrazione di inizio Quaresima che si è tenuta ieri pomeriggio in Duomo.

L’arcivescovo ha esortato, in questi giorni che portano alla Pasqua, a vivere appieno i dieci comandamenti che sono la strada da seguire indicata da Dio che permettono di «realizzare il bene personale e dell’intera societa». E proprio riferendosi alla società, l’arcivescovo ha spiegato che «occorre reagire con la pratica dei comandamenti al diffuso e contagiante clima di illegalità e immoralità che disorienta i cittadini e spesso finisce col danneggiarli». Non è la prima volta che il cardinale sottolinea le troppe divisioni, le «contrapposizioni» nella società. «Chi non desidera una società più onesta, più giusta, più incorrotta - ha osservato - più solidale, più libera, in una parola più umana? Non c’è altra strada per arrivarci che diventare umili, saggi e coraggiosi nel seguire i comandamenti di Dio». Non solo della società ha parlato, ma anche della Chiesa che deve sempre più essere «santa e pura» vivendo i comandamenti. Una Chiesa che accoglie, annuncia il Vangelo e «fa dell’amore compassionevole e misericordioso di Dio verso tutti, a cominciare dagli ultimi - ha concluso - la grande ”carta costituzionale” del suo servizio al mondo».

Anche in Vaticano ieri si è tornati a parlare del potere e delle tentazioni cui è soggetto. «Se portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra nella nostra vita, possiamo respingere ogni genere di inganno del Tentatore», ha detto Benedetto XVI in occasione dell’Angelus ripercorrendo l’episodio evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto. Gesù, ricorda, «antepone ai criteri umani l’unico criterio autentico: l’obbedienza alla volontà di Dio. Anche questo è un insegnamento fondamentale per noi: se portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra nella nostra vita, possiamo respingere ogni genere di inganno del Tentatore». IM 22

 

 

 

 

Feltri: "Sbagliai su Boffo, ma molti vescovi sapevano"

 

L'Ordine della Lombardia ha ascoltato il direttore del Giornale - Rischia una sanzione, dalla sospensione alla radiazione - di ANDREA MONTANARI

 

MILANO - "Ho fatto il mio mestiere, ma ho sbagliato a non verificare la notizia, che comunque mi era stata data da una fonte autorevolissima e al di sopra di ogni sospetto. La condanna c'era. Quello dell'omosessualità era solo un dettaglio, che abbiamo subito rettificato. La nota era un canovaccio, che conoscevano anche moltissimi vescovi". Parola del direttore del Giornale Vittorio Feltri. Ieri è stato ascoltato per un'ora dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia, che gli chiedeva conto del caso Dino Boffo, l'ex direttore de L'Avvenire costretto alle dimissioni nel settembre 2009 dopo una serie di attacchi firmati da Feltri che annunciavano l'esistenza di una condanna nel 2004 a carico di Boffo per molestie telefoniche e di una nota informativa nella quale si faceva riferimento a una vicenda di omosessualità. Della quale, però, non è poi stata trovata traccia né nel fascicolo processuale poi secretato dai giudici di Terni, ora acquisito dall'Ordine della Lombardia, né negli archivi della polizia.

 

Nei verbali, anch'essi acquisiti, non c'è alcun riferimento al fatto che Boffo fosse stato "attenzionato" dalla polizia come aveva scritto Feltri. Che ora dovrà rispondere anche delle notizie annunciate, ma mai pubblicate, su Gianfranco Fini e degli articoli firmati da Renato Farina prima su Libero e poi sul Giornale nonostante sia radiato dall'albo dal 2007. Il direttore del quotidiano della famiglia Berlusconi rischia una sanzione che va dalla sospensione fino alla radiazione dall'albo. I nove consiglieri dell'Ordine decideranno a maggioranza, stando alle indiscrezioni, non prima di marzo. Feltri ieri ha risposto a tutte le domande, assistito dal suo legale, Gabriele Fava, in un clima definito da tutti sereno. "Sono tranquillo - spiega il direttore del

Giornale - non è vero che ho cambiato opinione sulla vicenda Boffo. Gli ho solo riconosciuto che si è dimesso in un paese dove non lo fa quasi nessuno. Abbiamo titolato solo che un moralizzatore era stato condannato per molestie".

 

L'articolo 6 del codice di deontologia dei giornalisti stabilisce che "la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata, se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica". La legge impone "il rispetto della verità sostanziale dei fatti". Il direttore del  Giornale, invece, pubblicò quella nota informativa rivelatasi priva di fondamento processuale. Poi imbastì una campagna contro Boffo definendolo "un supermoralista condannato per molestie, mentre era impegnato nell'accesa campagna di stampa contro i peccati del premier".

 

Solo "una bagatella", minimizzò tre mesi dopo Feltri. Ammettendo che "la ricostruzione dei fatti descritti nella nota non corrispondeva al contenuto degli atti processuali". Mentre era stata fatta passare come un documento della procura di Terni. Il direttore del Giornale disse allora che la nota proveniva da una fonte vaticana. Senza contare il dovere di indipendenza dagli editori e dal governo previsto dalla Carta dei doveri dei giornalisti, che Feltri avrebbe violato orchestrando la campagna contro Boffo solo per difendere Silvio Berlusconi, il fratello del suo editore. "Ci siamo anche dissociati dalle opinioni di Berlusconi - taglia corto Feltri - Non credo sia rimasto così contento che sia saltato quel famoso incontro con il cardinal Bertone". LR 24

 

 

 

 

India, ritratto blasfemo di Gesù. Scontri e due chiese distrutte

 

In un volume per le scuole elementari l'immagine di Cristo con una sigaretta.

Battaglia tra cristiani e indù nel Punjab

 

NEW DELHI - Due chiese date alle fiamme, dieci feriti finora accertati e una guerriglia urbana tra cristiani ed estremisti indù in atto da due giorni e che non accenna ad allentarsi. Tutto per un’immagine di Gesù ritratto con una birra e una sigaretta in mano, l’ultimo pretesto bastato a riaccendere tensioni che l’India non riesce a reprimere, e che a cadenza quasi regolare, seppure in circostanze diverse, torna a seminare zizzania e a minare la pacifica convivenza tra etnie e religioni.

 

L’ultima ondata di violenza si è scatenata nello Stato nord-occidentale del Punjab, una delle mete predilette dei turisti di tutto il mondo e sede di templi e simboli delle più disparate religioni. In particolare nella città di Batala, una delle più importanti del distretto di Gurdaspur, dove le autorità hanno appena allentato il coprifuoco dichiarato nei giorni scorsi, «per permettere alla gente almeno di uscire da casa per fare la spesa», ha puntualizzato un funzionario di polizia, anche se il livello di «attenzione - ha detto - resta elevato». Gli scontri sono iniziati da un paio di giorni, ma solo oggi l’agenzia vaticana Fides e quella del Pontificio istituto missioni estere, Asianews, hanno cominciato a darne notizia, nonostante ad essere state prese di mira siano state due chiese protestanti.

 

In fiamme è finito, fra l’altro, uno degli edifici religiosi più antichi della città, che fa capo all’Esercito della Salvezza. I pastori sono stati aggrediti e malmenati. Non si ha notizia di vittime, come accadde invece nell’estate del 2008 in Orissa, in cui le violenze si trasformarono per qualche settimana in una cieca persecuzione: una religiosa laica bruciata viva, fedeli braccati casa per casa. All’origine degli scontri di questi giorni, estesi anche ad altre città dell’India, soprattutto del Punjab, l’immagine blasfema di un Gesù che beve e fuma, pubblicata su un libro delle elementari, adottato in scuole di New Delhi. Scritto sotto, in inglese, la parola "Idol", accanto le parole "Jeep" e "jeans", con le rispettive rappresentazioni grafiche. Il libro capita per caso in una scuola di suore del Meghalaya, nel nordest, lontano dal Punjab. Le suore ne chiedono il ritiro alle autorità, che subito acconsentono. Alcuni esponenti dei movimenti più estremisti, "Bajrang Dal" e "Shiv Sena", però, non ci stanno.

 

Nonostante le severe leggi antiblasfemia in vigore nel vicino Pakistan (contro le quali Asianews ha lanciato una campagna), ritengono l’immagine non censurabile, e l’affiggono sui muri delle città. Molti giovani cristiani scendono in piazza per protestare, staccando i manifesti. Lo scoppio delle violenze appare inevitabile. Secondo la Fides, la polizia avrebbe arrestato diversi cristiani, ma nessun estremista indù. Ora il ministro capo del Punjab promette mano dura, condanna la diffusione dell’immagine e punta il dito contro chi «fomenta l’odio interreligioso». Il vescovo di Jalandhar, diocesi a cui appartiene Batala, lancia un appello alla calma, alla quale si sono poi associate, secondo Asianews, anche alcune organizzazioni indù. E tra i cristiani d’India torna la paura.  LS 22

 

 

 

 

Iraq.  La strage continua. Ancora morti cristiani a Mosul

 

Non solo rapimenti, agguati e omicidi in strada: il massacro dei cristiani a Mosul ora continua attraverso dei veri e propri rastrellamenti casa per casa. Vittime dell’ennesimo attentato sono tre cristiani, il padre e i due fratelli di un sacerdote siro cattolico, padre Mazen Ishoa che nel 2007 era stato sequestrato e poi rilasciato. I tre sono stati uccisi il 23 febbraio, secondo quanto riferito da Baghdadhope.blogspot.com, nella loro casa, nel quartiere di Hay Al Saha di Mosul, da individui sconosciuti che vi hanno fatto irruzione. Mons. Shlemon Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad ha parlato di “uccisione a sangue freddo. Muoviamo le coscienze di tutti per fermare il massacro”.

 

Garantire sicurezza. I funerali delle vittime si sono svolti oggi, 24 febbraio, nella chiesa siro cattolica di Mar Benham e Sara, a Karakosh, alla presenza di “alcuni vescovi, molti sacerdoti delle diocesi irachene e tantissimi fedeli”, celebrati dal vescovo siro-cattolico di Mosul, mons. Georges Casmoussa, che al termine del rito ha rilasciato al SIR la seguente dichiarazione: “Per la prima volta gli assassini sono entrati nelle case dei cristiani per ucciderli. Questo è un precedente molto pericoloso per la nostra comunità. Questo vile atto rappresenta il fallimento di tutte le misure che ci avevano promesso di adottare per la nostra sicurezza. Siamo consapevoli che ogni cristiano non può essere guardato a vista da un militare ma questo è il fallimento della situazione. A tale riguardo abbiamo ancora rinnovato le nostre richieste di sicurezza alle Istituzioni locali e centrali con le quali siamo in contatto. Siamo in attesa che mandino sufficienti forze di sicurezza per circondare la zona e tentare di arrestare gli assassini. A Mosul è attesa una delegazione del primo ministro per discutere della situazione”.

 

La risposta cristiana. “Non mancheremo di dare una risposta a questi omicidi – ha aggiunto mons. Casmoussa. Per domenica 28 febbraio stiamo organizzando una marcia in quattro località dell’area di Mosul per una protesta pacifica, mentre nelle chiese della città non ci saranno messe. Questo per fare pressione sulle istituzioni affinché si occupino della sicurezza dei cittadini. So che il nunzio apostolico in Iraq, mons. Francis A. Chullikat, è in stretto contatto con la Santa Sede e che il Pontefice è informato direttamente degli sviluppi di questa situazione. Situazione che rischia di peggiorare in vista del 7 marzo. La nostra speranza è che il dopo elezioni sia più calmo e che la violenza diminuisca. Ma al momento è poco probabile”.

 

Riprende la fuga. L’uccisione a sangue freddo nella loro casa dei tre fedeli ha, chiaramente, gettato “nel panico” la comunità cristiana locale e molte famiglie stanno pensando di lasciare la città, almeno fino a quando non ci saranno le elezioni. Una conferma è arrivata dal vescovo caldeo della città, mons. Emil Shimoun Nona, che al SIR ha spiegato: “La paura è grande. È la prima volta, infatti, che si uccidono cristiani dentro le loro stesse abitazioni. Ci sono tante famiglie che stanno lasciando la città almeno fino alle elezioni del 7 marzo. A nulla è valsa una lettera che abbiamo inviato, insieme al vescovo siro-cattolico, mons. Georges Casmoussa, al governatore della città per chiedere protezione”. Per mons. Nona, “in questo momento non bisogna perdere la speranza, ma la vita è il bene primario e va conservata. Invito i cristiani a mettersi al sicuro, non importa se in città o fuori. Stiamo vivendo, come cristiani iracheni, un deserto che dura ormai dal 2004, quando è iniziata la violenza contro di noi. In questi due ultimi anni si è acuita e stanno uccidendo i cristiani in continuazione entrando anche nelle nostre case. È difficile dire chi siano gli autori materiali di queste violenze, e i motivi che li spingono, anche se questi vanno ricercati specialmente nella politica e non tanto nella religione. Speriamo solo che questa fase drammatica finisca presto e che il nostro Paese si normalizzi. Da parte mia – ha aggiunto – io non ho tanta paura per la mia vita quanto per quella dei miei fedeli che vivono in questa situazione difficilissima. Chiedo alla comunità internazionale, all’Europa di fare pressioni sul nostro governo che non riesce a controllare la situazione. Bisogna muoversi subito, la violenza sta aumentando ogni giorno di più”.

 

“Scempio di vite umane”. Parla di “scempio di vite umane” la Nunziatura apostolica a Baghdad che, in una nota, stigmatizza le violenze anticristiane nel Paese e a Mosul in particolare. “Le comunità cristiane di Mosul sono state recentemente molto colpite ed hanno pagato un alto prezzo, nonostante la loro unanimemente riconosciuta vita pacifica. Si ha l'impressione che il motivo di attacco a queste minoranze sia proprio e solamente la loro fede religiosa o la diversa appartenenza etnica”, si legge nel testo. “È necessario che non cali la pressione dell'opinione pubblica mondiale, perché ogni violenza e discriminazione abbia fine. Affidamento si ripone nell'attenzione e nella solidarietà della comunità internazionale, tanto attenta alle sorti delle minoranze. D'altra parte, si spera che le autorità locali non lascino nulla di intentato per garantire agli indifesi tutta la protezione cui hanno diritto, proprio in forza della loro cittadinanza irachena, che mai hanno tradito”.  Sir

 

 

 

 

Dai vescovi tedeschi ultimatum al Governo: ritratti le accuse alla Chiesa

 

Roma - E' durissimo in Germania lo scontro tra i vescovi cattolici e il governo di Angela Merkel sullo scandalo abusi sessuali nelle scuole cattoliche del Paese. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Robert Zollitsch, arcivescovo di Friburgo, ha lanciato un 'ultimatum' senza precedenti al ministro della Giustizia, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, perche' ritratti nel giro di 24 ore le sue ''false'' accuse nei confronti della Chiesa. Il Guardasigilli del governo Merkel, in un'intervista con la televisione ARD lunedi' sera, aveva accusato i vescovi di non ''aver mostrato un interesse attivo per un chiarimento reale, sincero e completo'' dei casi di pedofilia emersi in queste settimane nei licei gestiti dai gesuiti, e da altri ordini religiosi. Zollitsch ha risposto martedi' in una conferenza stampa, durante la plenaria dei vescovi tedeschi: mai nel passato, ha detto, un ministro si era lanciato in un ''attacco cosi' serio'' contro la Chiesa. Zollitsch ha anche annunciato una telefonata di proteste alla Cancelliera Merkel. Intanto, i vescovi stanno discutendo la possibile revisione delle linee guida contro gli abusi su minori, approvate dalla Conferenza episcopale tedesca nel 2002. (ASCA 24)

 

 

 

 

Chi sono i deboli? Riflettendo su un’aggressione virtuale

 

Leggere dentro di sé spesso si rivela un’impresa ardua, tendiamo a nascondere a noi stessi quanto più ci fa soffrire, quanto più lede la nostra “self-image” e corriamo dietro a chi ci imbonisce con aspetti rassicuranti che poi, in fin dei conti, deludono. I 1.700 aderenti di Facebook, che si ritrovano compatti in una vile aggressione virtuale prospettandone una realmente fisica, dovrebbero ascoltarsi e confrontarsi con persone mature che possano illuminarli su quanto di marcio continua a rodere dentro di loro. Se Facebook è uno strumento di comunicazione moderno, agile e dinamico, se Facebook crea una sorta di comunità che si può estendere dovunque in tempo reale, non per questo deve diventare un bacino di violenza o di strumentalizzazione dei deboli.

I deboli non sono i Down, lo sono proprio i 1.700 aderenti, deboli ed incapaci di guardare con occhio umano chi è diverso, chi non si presenta come loro credono di presentarsi.

Il lato indifeso si dimostra come nella proposta escogitata: nel Down che vogliono colpire e seviziare, colpiscono la loro stessa immagine che, dentro, nel profondo, si aggira delusa ed estremamente povera ed inconcludente. I fatti parlano chiaro e su questi esprimo il mio parere, mentre coloro che li hanno provocati o inventati vanno aiutati e sorretti. A mio avviso, un periodo di lavoro e di servizio gratuito ma faticoso, gomito a gomito con i nostri fratelli e sorelle portatori della sindrome e con i loro educatori, potrebbe essere un ottimo mezzo per tentare il recupero di quella sensibilità che si cela dietro maschere di persecuzione, quella radice che potrebbe ancora fiorire.

Solo chi non ha mai accostato un Down ignora la loro estrema sensibilità, la loro intelligenza nelle relazioni, l’autentica dolcezza che riservano a chi è più debole. Indubbiamente la carenza del nostro modo di esprimerci, detto “normale” da noi normali, loro manca, tuttavia che cosa hanno che a noi manca? Si tratta di una sorta di lingua che noi ignoriamo e, per la semplice ragione che presenta suoni, silenzi e gesti che non siamo in grado d’interpretare, qualifichiamo come negatività.

Posso ricordare le splendide musiche del figlio Down dello scrittore giapponese, premio Nobel per la letteratura, Kenzaburo Oe? Siamo noi che dobbiamo penetrare in un mondo nuovo, diverso appunto ma che non fa paura o incute timore nella misura in cui viviamo in empatia con chiunque abbia in sé il soffio del Creatore.

Una rete come Facebook richiede maturità e giovanile saggezza ma anche una sorta di magna charta che delinei il profilo dell’utente, così da non diventare luogo di spazzatura che contamina.

La reazione indignata di molti è segno che il sentire umano è sano, o ancora sano, e che può purificare delle stagnature pericolose, perché così, nell’altro secolo, pur senza Fb, incominciò quanto di cui noi continuiamo a dire “mai più”.

Oscurare è bene, perché il contagio non si propaghi, ma costruire ed educare è meglio: non si potrebbero contattare quegli utenti e discutere con loro apertamente, far conoscere i nostri fratelli e sorelle che sono degli Adami e delle Eve incontaminati? I Down non devono formare una comunità nella comunità, una sorta di rinascita del ghetto (la storia una volta tanto potrebbe essere magistra vitae?), i Down devono essere nostri, come noi siamo loro.

Vorrei scorgere in Facebook tanti utenti Down pronti a donare quell’attenzione che a noi, i sopraffatti da cultura e da concetti, immersi in pseudo ragionamenti, diventa cura di sé, cura dell’altro, per quello che ciascuno è.

Di più, per il credente, il Down svela le potenzialità di una vita che già da qui si schiude a parametri non funzionali o efficienti ma si avvicina a quell’atto gratuito della creazione, cui si risponde solo con amore e chi conosce i Down sa che lo trasudano e lo comunicano. Cristiana Dobner

 

 

 

Pontificia accademia dei litiganti

 

Si riaccende, dopo una breve tregua, la polemica dentro l'accademia per la vita. Cinque membri sfiduciano il presidente. Il giallo della modifica di un pronunciamento della congregazione per la dottrina della fede. Le parole più sagge vengono dal "cortile dei gentili" - di Sandro Magister

 

ROMA – Non c'è requie per il presidente della pontificia accademia per la vita, l'arcivescovo Salvatore (Rino) Fisichella, sulle cui traversie www.chiesa ha ampiamente riferito in precedenti servizi.

 

L'assemblea plenaria dell'accademia che si è tenuta in Vaticano a porte chiuse dall'11 al 13 febbraio era parsa concludersi pacificamente per lui, anche perché il suo principale oppositore, l'accademico belga Michel Schooyans, era stato trattenuto a Lovanio da un malanno di stagione.

 

Ma alcune battute dette da Fisichella nel discorso con cui ha aperto l'assemblea e poi all'agenzia Catholic News Service della conferenza episcopale degli Stati Uniti hanno indotto alcuni suoi oppositori a riaprire il fuoco contro di lui.

 

Il 16 febbraio Schooyans e altri quattro accademici hanno firmato e diffuso una dichiarazione nella quale tornano a invocare che sia tolta a Fisichella la presidenza dell'accademia.

 

La loro dichiarazione è riprodotta integralmente più sotto. Ed è l'ultimo capitolo di una polemica che si trascina da quasi un anno, dal 15 marzo 2009, quando su "L'Osservatore Romano" uscì un articolo di Fisichella che criticava l'arcivescovo brasiliano di Recife per come aveva scomunicato gli autori di un doppio aborto su una madre bambina.

 

Contro quell'articolo e il suo autore – che l'aveva scritto su richiesta e con l'approvazione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone – le proteste furono forti e numerose, da parte di vescovi brasiliani e di altri paesi e di decine di membri della pontificia accademia per la vita. Arrivarono fino al papa. Il 10 luglio la congregazione per la dottrina della fede pubblicò una "Chiarificazione" sulla dottrina della Chiesa in materia di aborto, contro i fraintendimenti che avevano preso spunto da quell'articolo.

 

Ma Fisichella non ha mai ritenuto di aver scritto qualcosa di sbagliato. Nel discorso di 40 minuti col quale lo scorso 11 febbraio ha introdotto i lavori dell'assemblea plenaria dell'accademia, ha ribadito che la "Chiarificazione" della congregazione per la dottrina della fede gli ha dato ragione in tutto.

 

Il testo del discorso di Fisichella, pronunciato in italiano con traduzioni simultanee, non fu distribuito ai presenti e il giorno dopo "L'Osservatore Romano" ne pubblicò solo una parte, priva dei riferimenti al caso di Recife.

 

Il 12 febbraio, intervistato da Carol Glatz del Catholic News Service, Fisichella se la prese con i suoi critici: "Se un membro dell'accademia, se alcune persone, per ragioni di interesse politico, hanno voluto travisare le mie parole, la responsabilità non è mia. La responsabilità è piuttosto di coloro che hanno voluto creare una situazione di conflitto".

 

Alla vigilia dell'assemblea plenaria dell'accademia, Schooyans aveva pubblicato una requisitoria contro l'uso ingannevole che si fa del concetto di "compassione", finendo col giustificare atti contrari alla morale cristiana.

 

A giudizio di Schooyans, con quell'articolo su "L'Osservatore Romano" Fisichella era caduto proprio nella "trappola" della falsa compassione, a proposito della bambina brasiliana resa gravida dal patrigno e fatta abortire.

 

Anche Benedetto XVI, nel discorso rivolto il 13 febbraio alla pontificia accademia per la vita al termine dell'assemblea, ha messo in guardia dal "facile pietismo dinanzi a situazioni limite". Ma Fisichella ha sempre respinto ogni critica al riguardo.

 

I principali testi della controversia sono tutti controllabili su www.chiesa. Ma ad essa si sono intrecciate anche voci esterne alla Chiesa.

 

Una di queste voci, tra le tante, è quella di Ruggero Guarini, un intellettuale non credente che ha scritto questa breve lettera al quotidiano "il Foglio", che l'ha pubblicata lo scorso 10 febbraio presentandola come "un magnifico esempio di apologia laica" della vita nascente:

 

"Per quale oscura ragione, pur non essendo io un antiabortista militante, riflettendo sul caso dei due gemelli spuntati nel grembo di quella bambina di Recife violentata dal patrigno ma poi eliminati dai medici, mi sorprendo a immaginare che mi piacerebbe che quei piccini fossero nati?

 

"Il vero motivo sono proprio le speciali circostanze di questo episodio insieme atroce e toccante, ossia la generazione di quei due esserini da un atto orribile ma non per questo privo del potere di produrre quel miracolo che è la trasmissione della vita, il loro felice sviluppo nel ventre di una fanciullina ignara del carattere prodigioso del processo in corso nel suo piccolo corpo, infine l’effetto particolarmente sinistro provocato dall’ottusa sicurezza con cui persone del tutto estranee a quella catena di eventi sovrumani si sono arrogate il diritto di impedirne l’esito…

 

"Quale prova abbagliante è insomma questo episodio dell’essenza irriducibilmente misteriosa della vita, del suo ineffabile valore di dono, del suo non essere nostra, nonché della micidiale ridicolezza dell’idea di poterne disporre!".

 

Sarebbe stato bello se la controversia si fosse pacificata sulla traccia di parole così semplici e profonde. Risuonate non dentro il tempio, ma nel "cortile dei gentili"!

 

Tornando alla polemica interna alla pontificia accademia per la vita, i cinque oppositori di Fisichella lo accusano, tra l'altro, di aver ottenuto in extremis una modifica a suo favore della "Chiarificazione" del 10 luglio 2009 della congregazione per la dottrina della fede.

 

In segreteria di Stato la presa di posizione dei cinque accademici è stata accolta con prevedibile irritazione. Alla prima notizia della diffusione del testo, il 19 febbraio, il direttore della sala stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, ha detto che "tale documento non è giunto né al Santo Padre, né al cardinale segretario di Stato, che ne sembrerebbero i naturali destinatari", né è stato presentato nell'assemblea plenaria della pontificia accademia per la vita "che sarebbe stata il luogo naturale per affrontare l'argomento". Quindi "stupisce e appare non corretto che a tale documento venga data una circolazione pubblica".

 

Eccone il testo integrale, a titolo di documentazione:

“La contestazione dell'arcivescovo Rino Fisichella nella sua qualità di presidente della Pontificia accademia per la vita, che vari commentatori avevano preannunciato, durante l'assemblea dell'Accademia della scorsa settimana non c'è stata. Perché? Essenzialmente a motivo di una decisione politica presa da alcuni membri che avevano firmato la lettera del 2 aprile 2009 all'arcivescovo Fisichella e la successiva lettera al cardinale Levada del 1 maggio 2009, chiedendo che fosse corretta l'impressione di grave fraintendimento dell'insegnamento della Chiesa sull'aborto diretto creata dall'articolo dell'arcivescovo Fisichella su "L'Osservatore Romano" del 15 marzo 2009.

 

Le ragioni di questa decisione politica erano di due tipi. a) Un'aperta contestazione di Fisichella nell'assemblea avrebbe diviso l'Accademia, non necessariamente perché gli accademici concordino con la sua condotta ma perché molti avrebbero ritenuto inappropriato trattare in questo modo un uomo nominato dal papa che è anche arcivescovo. Inoltre, un'aperta sfida da parte di accademici laici avrebbe corso il rischio di portare la curia a serrare i ranghi attorno a Fisichella a motivo della mentalità clericale di questa corporazione e nonostante egli manchi di sostegno quasi ovunque. b) Risulta da fonti attendibili che Fisichella è visto da gran parte della curia come inadatto alla presidenza della Pontificia accademia per la vita e c'è una ragionevole speranza che il Santo Padre riconoscerà il bisogno di assegnargli una carica meglio rispondente alle sue capacità.

 

La mancanza di un'aperta contestazione a Fisichella ha creato l'inesatta impressione che gli accademici appoggiassero la sua presidenza, per rassegnazione o per altro motivo. Questa è un'impressione che egli aveva tutto l'interesse a propagare. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità, e uno dei principali motivi per cui tale impressione è falsa è il discorso decisamente inopportuno che egli ha tenuto aprendo l'assemblea.

 

Egli non ha mostrato la minima consapevolezza degli effetti rovinosi del suo articolo su "L'Osservatore Romano" del 15 marzo 2009 o della sua responsabilità circa tali effetti. I rispettosi sforzi di vari accademici di ottenere da lui una correzione (cosa che egli all'epoca rifiutò) li ha descritti come attacchi personali contro di lui motivati da "dispetto"; quando nessuno dei firmatari aveva il più piccolo motivo di coltivare simili sentimenti nei suoi confronti. Ha rivendicato che la "Chiarificazione" finalmente pubblicata l'11 luglio 2009 dalla congregazione per la dottrina della fede gli ha dato ragione.

 

In altre parole, non ha ritrattato nulla di ciò che ha detto nel suo articolo. È facile pensare che Fisichella si ritenga in diritto di rivendicare d'aver avuto ragione grazie all'infelice primo paragrafo della "Chiarificazione", che dice quanto segue:

 

"Recentemente sono pervenute alla Santa Sede diverse lettere, anche da parte di alte personalità della vita politica ed ecclesiale, che hanno informato sulla confusione creatasi in vari Paesi, soprattutto in America Latina, a seguito della manipolazione e strumentalizzazione di un articolo (sottolineatura nostra) di Sua Eccellenza Monsignor Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sulla triste vicenda della 'bambina brasiliana'."

 

Ciò che pochi sanno è che questo non era il testo originale del paragrafo d'apertura, pronto per essere pubblicato su "L'Osservatore Romano". Fisichella ottenne di vedere il testo prima della pubblicazione e volle che il paragrafo originale fosse cambiato così come poi apparve nella versione resa pubblica. In questo modo gli fu consentito, con l'apparente autorità della congregazione per la dottrina della fede, di declinare ogni responsabilità per il rovinoso impatto del suo articolo sulla difesa delle vite umane innocenti dei nascituri. La responsabilità per questa rovina apparterrebbe interamente al modo con cui altri avrebbero "manipolato e strumentalizzato" il suo articolo!

 

Ma non soddisfatto d'aver declinato le responsabilità per il danno arrecato dal suo articolo, Fisichella nel suo discorso dell'11 febbraio all'Accademia ha preteso che il riconoscimento d'aver avuto ragione si estendesse al contenuto del suo articolo. Questa pretesa è particolarmente grave poiché la chiara implicazione del testo del suo articolo è che vi sono situazioni difficili nelle quali i medici hanno la facoltà di un autonomo esercizio della coscienza nel decidere se praticare un aborto diretto.

 

Sembrerebbe, quindi, che la "Chiarificazione" della congregazione per la dottrina della fede non sia stata capace di chiarire il pensiero dell'arcivescovo Rino Fisichella. Se è così, ciò solleva un dubbio preoccupante proprio su quanto la "Chiarificazione" sia stata complessivamente efficace nel confutare la falsa comprensione dell'insegnamento della Chiesa sull'aborto diretto trasmessa dall'articolo del 15 marzo 2009.

 

Lungi dal produrre unità e genuina armonia nell'Accademia, il discorso dell'11 febbraio dell'arcivescovo Fisichella ha avuto l'effetto di rafforzare nelle menti di molti accademici l'impressione di essere guidati da un ecclesiastico che non capisce ciò che comporta l'assoluto rispetto per le vite umane innocenti. Questo è uno stato di cose assurdo in una Pontificia accademia per la vita, che può essere rimediato solo da coloro che sono responsabili della sua nomina come presidente.

 

Luke Gormally, membro ordinario dell'Accademia, già direttore (1981-2000) del Linacre Centre for Healthcare Ethics, Londra, Regno Unito.

Christine de Marcellus Vollmer, membro ordinario dell'Accademia, presidente di Alliance for the Family, Venezuela.

Monsignor Michel Schooyans, membro ordinario dell'Accademia, professore emerito dell'Università di Lovanio, Belgio.

Maria Smereczynska, membro corrispondente dell'Accademia, Polonia.

Thomas Ward, membro corrispondente dell'Accademia, presidente di The National Association of Catholic Families, Regno Unito. L’Espresso on line 20

 

 

 

 

Dove stiamo andando?

 

Ricordo con ammirazione un nostro vecchio professore libanese. Ci spiegava con passione la differenza tra due semplici termini: arabo ed ebreo. E faceva notare come etimologicamente i due sono costruiti sulle stesse medesime tre lettere, ma poste in ordine differente. Poi, puntigliosamente spiegava il senso della loro radice: ärb significa “colui che passa”, mentre invece äbr “colui che passa verso una terra”. In fondo, concludeva, l’arabo nato nel deserto vaga in esso passando da un’oasi ad un’altra, è un nomade. Invece l’altro ha nel sangue uno scopo, una terra promessa, un sogno da raggiungere. Per l’ebreo il suo camminare spirituale e simbolico ha un vero destino.

In tempo di quaresima anche il popolo cristiano vive questo senso del cammino. Avendo alla nostra sorgente il mondo ebraico, naturalmente sarà verso una terra promessa. Spesso, tuttavia, si dimentica che è tutto un popolo che si muove, non solamente degli individui: non è, infatti, un cammino solitario.

Ripenso con emozione alla marcia del deserto di tutta una diocesi a Gibuti. Era qualcosa di suggestivo, come tutto Israele che si muovesse sul suo percorso... dall’Egitto verso casa.  Come la Chiesa intera in cammino verso il Regno.

Ogni anno, infatti, durante la quaresima i cristiani della diocesi di Gibuti con il vescovo in testa vivono un intero giorno di deserto. È per celebrare il sacramento della penitenza e dell’eucarestia, per riflettere e pregare insieme. E così si vedono tantissimi uomini, donne e bambini, venuti da tutte le parti della diocesi, camminare dalle prime ore del giorno sotto un sole sempre piu infuocato del deserto di Oveah.

Era bello osservare questo avanzare comunitario, meditativo e itinerante. Il gruppo dei bambini vocianti precedeva tutti nel loro zigzagare tra canyon, massi e distese vastissime di sabbia... In silenzio noi adulti li seguivamo in un cammino lento e difficile, ma curiosamente pedagogico, interrogativo...“Verso dove, Signore, sto camminando? Verso dove va la nostra comunità? È forse rimasta immobile sulle sue posizioni, con il suo solito giro, le persone abituali, il peso delle strutture, le stesse cose da fare, il ritmo stanco dell’abitudine?

E, in questa ricerca del Regno, si imparava a pregare diversamente: ”Insegnaci a vivere in comunità più ariose, più aperte, missionarie. In un ascolto più attento, vigilante dei segni dei tempi: i giovani, i migranti, chi è piu fragile e vulnerabile...”

 

Perchè il Regno di Dio è ovunque un essere umano è amato. Ovunque si creano delle comunità in cui si impara ad amare, come la famiglia, le associazioni, le nazioni.

Il Regno di Dio è ovunque un migrante è trattato da essere umano, ovunque degli avversari si riconciliano, ovunque la giustizia è promossa, la pace ristabilita.

 

Allora, una comunità o un popolo non si trovano a vagare in un deserto, inseguiti dalla paura dell’altro. Avanzano, invece, verso una terra promessa da Dio: la fratellanza tra gli uomini. Renato Zilio missionario a Londra (de.it.press)

 

 

 

 

Quell'ebreo Gesù che cambiò la vita al gran rabbino di Roma

 

La cambiò a tal punto che si fece battezzare nella Chiesa cattolica. Il suo libro "Il Nazareno" è stato riedito e recensito su "L'Osservatore Romano" da una studiosa ebrea. E intanto va alle stampe il secondo volume del "Gesù di Nazaret" del papa

di Sandro Magister

 

ROMA  – Il primo a cui ha confidato di aver finito di scrivere il suo libro su Gesù è stato un rabbino ebreo, il giorno dopo la visita nella sinagoga di Roma, lo scorso 18 gennaio.

 

Il rabbino è l'americano Jacob Neusner, e l'autore del libro è Benedetto XVI.

 

Il primo volume del "Gesù di Nazaret" di papa Joseph Ratzinger è uscito tre anni fa. E ora è pronto per le traduzioni e per la stampa il secondo e conclusivo volume dell'opera, dedicato alla passione e risurrezione di Gesù e ai Vangeli dell'infanzia.

 

Intanto, però, con significativa coincidenza, è uscita in questi giorni in Italia la ristampa di un altro importante libro su Gesù, intitolato "Il Nazareno", scritto più di settant'anni fa da un grande rabbino italiano.

 

Non solo. Di questa nuova edizione di quel libro è uscita il 20 febbraio su "L'Osservatore Romano" una recensione molto positiva, scritta da una studiosa ebrea di fama, Anna Foa, docente di storia all'Università di Roma "La Sapienza".

 

E anche questa recensione segna una novità importante. L'autore del libro, Israel Zoller, fu gran rabbino della comunità ebraica di Roma. E nel 1945 si convertì alla fede cattolica.

 

La sua clamorosa conversione turbò fortemente la comunità ebraica romana e italiana. Che su di lui calò un silenzio durato decenni.

 

La recensione di Anna Foa sul "giornale del papa" ha definitivamente rotto questo silenzio. E per di più ha riconosciuto che in quel libro, pur scritto molti anni prima della conversione del suo autore, già "sembrava apparire fra le righe un riconoscimento della messianicità di Cristo".

 

Israel Zoller nacque nel 1881 a Brodj, villaggio della Galizia austro-ungarica che oggi è dentro i confini della Polonia. A 6 anni emigrò con la famiglia a Stanislavia, l'attuale Ivano-Frankovsk, in Ucraina. Studiò a Leopoli e poi a Firenze. Stabilitosi in Italia, il suo cognome fu mutato in Zolli. Fu rabbino capo a Trieste e insegnò letteratura ebraica all'università di Padova. Trasferitosi a Roma, fu eletto rabbino capo e direttore del collegio rabbinico. All'inizio del 1945 si dimise e nel febbraio chiese d'essere battezzato nella Chiesa cattolica col nome di Eugenio, lo stesso del papa di allora, Pio XII. Morì nel 1956.

 

La sua autobiografia, scritta nel 1947 e ristampata in Italia sei anni fa, aiuta molto a capire il percorso e il significato della sua conversione alla fede cristiana.

 

Fin da bambino, per lui, Gesù era presente con tutto il suo mistero. Dentro un mondo che ricorda i quadri di Chagall, il pittore ebreo nato e vissuto in quelle stesse terre orientali tra l'Europa e la Russia (vedi foto): col villaggio, la sinagoga, il granturco sulla neve, la scuola ebraica col maestro severo, il galletto sui tetti... E tante figure volanti, nel cielo stellato: i personaggi della Bibbia.

 

Ma, appunto, c'è anche Gesù, da subito. C'è il crocefisso nella casa del compagno di scuola: "Perché fu crocefisso, Lui? Perché noi ragazzi diventiamo così diversi al cospetto di Lui? No, no, Lui non può essere stato cattivo. Forse era e forse non era – chi lo sa – il Servo di Dio i cui canti abbiamo letto a scuola. Io non so nulla, ma d'una cosa sono certo: Lui era buono, e allora... E allora, perché lo hanno crocefisso?".

 

Ci sono da subito i Vangeli e il Nuovo Testamento: "Solo soletto, leggevo il Vangelo e provavo un piacere infinito. Che sorpresa ebbi in mezzo al prato verde: 'Ma io vi dico: amate i vostri nemici'. E dall'alto della croce: 'Padre, perdona loro'. Il Nuovo Testamento è davvero un testamento... nuovo! Tutto ciò mi appariva d'una importanza straordinaria. Insegnamenti sul tipo: 'Beati i puri di cuore' e la preghiera sulla croce segnano una linea di demarcazione tra il mondo di idee antiche e un cosmo morale nuovo. Eh sì! Qui sorge un mondo nuovo. Si delineano le forme sublimi del Regno dei Cieli, dei perseguitati che non hanno perseguitato, ma che hanno amato".

 

Il battesimo arriverà molti anni dopo. E appare nell'autobiografia come naturale fioritura messianica di un ceppo ebraico che resta vivo, già dall'inizio carico di destino.

 

Israel Zoller poi divenuto Eugenio Zolli ha prefigurato nella sua vita il sorgere di un rapporto fraterno tra cristianesimo ed ebraismo che oggi è assurto a programma del vertice supremo della Chiesa.

 

Un rapporto fraterno che si gioca tutto sulla differenza capitale tra le due fedi: il riconoscimento di Gesù come "mio Signore e mio Dio".

 

È la stessa differenza messa in luce da Benedetto XVI nel capitolo sul Discorso della Montagna del primo volume del suo "Gesù di Nazaret". Nel quale è l'amico rabbino Jacob Neusner l'emblema del pio ebreo che rifiuta di accettare la divinità di Gesù, allora come oggi. L’Espresso online 24

 

 

 

Goito/Solo bambini cristiani a scuola. Razzismo è sentimento cristiano?

 

"La vicenda di questi giorni che vede protagonista il Comune di Goito, intento ad approvare un provvedimento che vieterebbe la frequenza della scuola materna comunale ai bambini delle famiglie non-cristiane mi lascia esterrefatta. Le difficoltà che le minoranze incontrano nella convivenza con la società italiana mi colpiscono sia moralmente che istituzionalmente, dato che mi occupo di libertà pubbliche ed immigrazione" afferma Sonia Alfano, eurodeputato dell'IdV, attraverso una nota. "A prescindere dal fatto che questo è un atto palesemente razzista, sentimento che non riconosco nel Cristianesimo, ci tengo a sottolineare che la struttura scolastica di Goito è finanziata con i soldi pubblici, quindi non capisco per quale motivo il sindaco giustifichi la decisione di escludere i bambini figli di non-cristiani dalla scuola dicendo che hanno seguito il regolamento Fism, e ignorando l'articolo 3 della Costituzione, che stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". "Ovviamente - prosegue l'eurodeputato - la giunta è a maggioranza UdC-PdL, e quindi è normale riscontrare provvedimenti discriminatori e mancato rispetto delle regole di convivenza civile, così come insegna il Governo centrale". "Le istituzioni intervengano per evitare - conclude Sonia Alfano - che questa situazione possa degenerare in un disagio sociale irreversibile". De.it.press

 

 

 

Frattini: «Fermiamo gli attacchi ai cristiani»

 

ROMA - Mettere a punto un vero e proprio «manuale» per le ambasciate dei Paesi Ue «nelle nazioni a rischio-persecuzione». Promuovere, forti dell'esperienza maturata con ricorso sulla sentenza del crocifisso, «un gruppo di Paesi like minded (di uguale orientamento) che prenda a cuore il diritto dei cristiani di professare la loro fede in tutto il mondo». E poi, ancora, iniziative da portare in sede Onu per tenere alta l'attenzione «e riaffermare il diritto fondamentale della libertà religiosa». Sono, nelle parole del ministro degli Esteri Franco Frattini, le iniziative con cui l'Italia si pone in prima linea rispetto «a una sistematica violazione dei diritti dei cristiani». Di fronte alla quale, dice ad Avvenire, «noi abbiamo in qualche modo l'obbligo di non limitarci a dichiarazione di principio ma ad agire. E agire, io credo, vuol dire anche tradurre un'azione politica, da noi già compiuta, in decisioni operative».

A novembre lei propose al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue una risoluzione sulla libertà di religione. Cosa è successo da allora?

Abbiamo costituito un tavolo di lavoro, e si stanno definendo quali sono le azioni bilaterali che si possono compiere tra l'Europa e i singoli Paesi in cui i diritti dei cristiani sono messi in pericolo, e quali sono le iniziative internazionali della Ue per mettere a fuoco ancora meglio questo problema. Entro aprile avremo un vero e proprio manuale delle ambasciate europee all'estero, mirato in particolare al trattamento delle minoranze religiose cristiane.

Qual è lo scopo del manuale?

Nel sollecitare questa proposta, sottolineai la necessità che la Ue si muova presso le delegazioni di tutti gli Stati membri affinché, nei diversi Paesi, si capisca che non si tratta di un problema italiano, ma è un problema fatto proprio dai Ventisette. Questa sorta, chiamiamolo così, di “protocollo comune” è un risultato molto importante, non c'era mai stato nulla del genere. Servirà a monitorare da vicino, nei Paesi più sensibili, il trattamento delle minoranze religiose, con particolare riferimento a quelle cristiane. In questa direzione tra l'altro abbiamo già un esempio già molto concreto e importante: abbiamo chiesto e ottenuto che questo tema sia inserito nel piano d’azione Europa-Pakistan che stiamo negoziando. E siccome c'è un interesse di ambedue le parti ad andare avanti rapidamente, mi auguro che quello sarà il primo piano d’azione con un paragrafo contenente un riferimento preciso al tema in questione.

Ha parlato di “monitoraggio”: con quale obiettivo?

E’ una questione seria. Quali sono i Paesi che più ci preoccupano dal punto di vista di cui stiamo parlando? Questo aspetto emerge da un documento pubblicato di recente da una ong americana (vedere grafico in pagina, ndr), che individua una vera e propria lista di Paesi con situazioni di “persecuzione”, “grave persecuzione” , “limitazione” o “problemi” per la libertà religiosa. Il primo al mondo è la Corea del Nord, il secondo, ben distaccato, è l'Iran, poi la Somalia, l'Arabia Saudita e via via gli altri. Una lista in cui troviamo anche il Pakistan e subito dopo l'Iraq, l'India e il Sudan. Sulla base di questi indicatori, abbiamo chiesto alla presidenza spagnola di avere una sorta di “lista critica” di Paesi per i quali occorre una vigilanza speciale. Elenco, questo bisogna dirlo con estrema chiarezza, che non deve rappresentare una “lista nera”, perché non possiamo, né vogliamo, isolare Paesi con i quali abbiamo rapporti politici importanti, ma vogliamo mettere in atto iniziative di migliore collaborazione tra le autorità istituzionali e religiose.

Cos'altro si può fare in sede Ue?

Si potrebbe promuovere, e lo farò attraverso il nostro rappresentante permanente, un gruppo di Paesi che potremmo chiamare like minded , ossia di uguale orientamento, che prenda a cuore il diritto nel mondo dei cristiani di professare la religione. Vede, i cristiani non hanno mai avuto attraverso i governi un gruppo politico di forte sostegno. Lo abbiamo scoperto con la sentenza sul crocifisso, quando ci siamo trovati da soli a impugnarla; con un'azione profonda siamo riusciti ad attirare il consenso di almeno 15-16 Paesi che, formalmente o informalmente, si sono attestati sulla nostra posizione.

Ha accennato anche a iniziative in sede Onu. Quali sono?

L'intenzione in primo luogo è di promuove l'idea, che potremmo certamente sponsorizzare, di svolgere nel corso dell'anno in Italia una Conferenza internazionale sulla libertà religiosa. Non sarebbe dedicata solamente ai cristiani, però potrebbe attirare ancora di più l’attenzione sul principio che la libertà di religione non è solo la libertà di professare la fede nel privato, ma anche di poterla manifestare pubblicamente, altrimenti la libertà è violata. L'altra possibile iniziativa da prendere è di presentare all'Assemblea generale dell'Onu, come facemmo già due anni fa, una risoluzione che parli proprio dei diritti dei cristiani. A due annidi distanza, credo che una nuova risoluzione possa dare un forte impulso all'azione internazionale.

Salvatore Mazza, Avvenire 24

 

 

 

 

Käßmann tritt von allen Kirchen-Spitzenämtern zurück

 

Hannover - Vier Tage nach ihrer Trunkenheitsfahrt ist Margot Käßmann von allen kirchlichen Spitzenämtern zurückgetreten.

Sie lege sowohl den Ratsvorsitz der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) als auch ihr Amt als Landesbischöfin von Hannover nieder, sagte Käßmann am Mittwoch in Hannover.

"Ich kann nicht mit der notwendigen Autorität im Amt bleiben", begründete die Theologin ihren Schritt. Es gehe aber auch "um Respekt und um Achtung vor mir selbst und um meine Geradlinigkeit, die mir viel bedeutet", sagte Käßmann, die am 28. Oktober als erste Frau an die Spitze der EKD gewählt worden war. Sie werde weiter als Pastorin tätig bleiben. Die Fahrt unter Alkoholeinfluss sei ein schwerer Fehler gewesen, den sie bereue.

Die 51-Jährige war am Samstag mit 1,54 Promille am Steuer ihres Autos von der Polizei angehalten worden, nachdem sie eine rote Ampel überfahren hatte. Nach Bekanntwerden der Trunkenheitsfahrt hatte ihr der Rat der EKD am Dienstagabend nach einer Telefon-Schaltkonferenz einmütig sein Vertrauen bekundet. Zugleich hatte das Leitungsgremium ihr selbst die Entscheidung über das weitere Vorgehen überlassen.

Käßmann dankte dem EKD-Rat für das ausgesprochene Vertrauen. "Es tut mir leid, dass ich Viele enttäusche, die mich dringend gebeten haben, im Amt zu bleiben, und die mich auch vertrauensvoll in meine Ämter gewählt haben", sagte die Theologin. "Du kannst nie tiefer fallen als in Gottes Hand, und für diese Glaubensüberzeugung bin ich auch heute dankbar", schloss sie ihre Erklärung.

Seit ihrem Amtsantritt im Oktober hatte sich Käßmann immer wieder auch in politische Debatten eingeschaltet, zuletzt in die Diskussion über einen Missbrauch von Hartz-IV-Leistungen. Vor einigen Wochen hatte sie für Aufsehen gesorgt, als sie in einer Predigt den Krieg in Afghanistan scharf kritisiert hatte. "Die harsche Kritik an einem Predigtzitat wie 'nichts ist gut in Afghanistan' ist nur durchzuhalten, wenn persönliche Überzeugungskraft uneingeschränkt anerkannt wird", sagte Käßmann. Durch ihr Fehlverhalten haben sie aber die Freiheit verloren, ethische und politische Herausforderungen zu benennen und zu beurteilen.

Hohe Vertreter der evangelischen und katholischen Kirche zollten Käßmann Respekt für ihren Schritt. Die oberste Repräsentantin der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Katrin Göring-Eckardt, sagte zu Reuters, Käßmann habe dem Protestantismus in Deutschland Gesicht und Stimme verliehen. Mit ihrer Geradlinigkeit in theologischen und sozialen Fragen werde sie der Kirche fehlen. "Aber dieser Geradlinigkeit entspricht auch ihre Rücktrittsentscheidung", sagte die Grünen-Politikerin, die als Präses dem Kirchenparlament der EKD vorsteht.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, bedauerte den Rücktritt. Er kenne Käßmann als einen Menschen, der bereit sei, Verantwortung zu übernehmen. Daher könne er ihren Schritt verstehen.

SPD-Chef Sigmar Gabriel äußerte Respekt und Bedauern. Käßmann habe den Mut gehabt, wichtige Debatten innerhalb der evangelischen Kirche und für das Land anzustoßen, erklärte er. (Reuters 24)

 

 

 

 

Kommentar zum Fall Kässmann. Die Freiheit, über Sünden reden zu können

 

Die Würde eines hohen Kirchenamtes muss von der Person getrennt werden. So ist der Rücktritt der Bischöfin Margot Käßmann folgerichtig. Sie war eine Bereicherung für dieses Amt., eine streitbare Frau mit Charisma. Dennoch hätte ihr Verbleib an der EKD-Spitze der Kirche Schaden zugefügt.

Bischöfin Margot Käßmann hat in ihrer kurzen Amtszeit die evangelische Kirche in Deutschland beflügelt. Sie hat Menschen, die für die Bibel im Alltag kaum Verwendung fanden, für die Kirche und den Glauben interessiert. Sie hat Frauen das sichere Empfinden gegeben, von nun an werde auf der Kanzel ein ganz neuer Ton gesetzt werden, der weder männerfeindlich noch geschlechtsneutral wäre, sondern im positiven Sinn weiblich.

Es gab viele Männer, die dieses Empfinden ebenfalls als Bereicherung ansahen. Bischöfin Käßmann hatte auch Gegner. Sie hatte Feinde – und Feindinnen. Ihre Anhänger waren, soweit sich das beurteilen lässt, zahlreicher.

Sie hatte viele Feinde, ihre Anhänger waren zahlreicher

 

Nun hat Margot Käßmann die Konsequenz aus einer unhaltbar gewordenen Lage gezogen und ist nicht mehr Bischöfin. Es ist ein harter Einschnitt in ihrem Leben, im Leben der evangelischen Kirche und im Leben vieler Deutscher, ob protestantisch oder nicht. Margot Käßmann hat die Konsequenz daraus gezogen, dass das Amt der EKD-Vorsitzenden zwar Charisma braucht, dass persönliches Charisma aber nicht wichtiger ist als das Amt.

 

Das ist der entscheidende Unterschied zwischen der Kirche und einer Sekte. Die Würde des Spitzenamtes von der Person zu trennen ist die Voraussetzung für die Dauerhaftigkeit des Kirchenamtes. Menschen machen Fehler. Die Fehler wegen der Bedeutung einer Person für das Amt hinzunehmen oder zu entschuldigen hat nur eine einzige sicher eintretende Folge.

Frau Kässmanns Schritt war folgerichtig

Amtsinhaber(innen) mit weniger Charisma als Käßmann würden dasselbe Recht auf Verbleib bei Fehlern in Anspruch nehmen. Auf die Weise ist einst die Autorität der Kirche so sehr untergraben worden, dass Martin Luther seine Thesen an die Schlosskirche schlug.

 

Nach ihrem Rücktritt braucht Margot Käßmann die Zuneigung derer, die ihr nahestehen. Ihr Schritt aber war folgerichtig. „Wer unter euch ohne Sünde ist, der werfe den ersten Stein“ hätte sonst für ein Amt gegolten, dessen Inhaber(in) frei sein muss, über Sünden zu reden.  Torsten Krauel Dw 24

 

 

 

 

Zoff um Missbrauchsfälle. Bischöfe gegen "maßlose Polemik"

 

Der Streit zwischen der Bischofskonferenz und Justizministerin Leutheusser-Schnarrenberger scheint zu eskalieren. Die Bischöfe verbitten sich jede Polemik und beschweren sich bei der Kanzlerin.

 

FREIBURG/BERLIN - Wegen Äußerungen über sexuelle Missbrauchsfälle hat die katholische Kirche Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) ein 24-Stunden-Frist für eine Entschuldigung gesetzt. Er habe der FDP-Politikerin wegen der als "maßlose Polemik" empfundenen Äußerungen einen Brief geschrieben, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), der Freiburger Robert Zollitsch, am Dienstag.

Noch am selben Tag hat sich Zollitzsch auch bei Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) über Leutheusser-Schnarrenberger beschwert. Über das Telefonat wurde Stillschweigen vereinbart, sagte DBK-Sprecher Matthias Kopp am Mittwoch in Freiburg auf Anfrage. Zum Inhalt gab es keine Informationen.

Zollitsch wolle sich zunächst nicht mehr öffentlich zu den Vorwürfen gegen die Justizministerin äußern, sagte Kopp. Auch zur Frage, ob er an dem von ihn am Dienstag gesetzten 24-Stunden-Ultimatum festhalte, wolle er zunächst keine Angaben machen. Abgewartet werde vermutlich eine Reaktion der Ministerin, hieß es.

Der höchste Repräsentant von 25 Millionen Katholiken in Deutschland reagierte damit auf Äußerungen der Justizministerin am Montagabend in den ARD-Tagesthemen. Leutheusser-Schnarrenberger hatte in dem Interview gesagt, die katholische Kirche erwecke bislang nicht den Eindruck, dass sie auch nur bei Verdachtsfällen mit den Strafverfolgungsbehörden konstruktiv zusammenarbeiten wollte.

Nach Zollitschs Empfinden hat es in der Politik noch nie eine "ähnlich schwerwiegende Attacke auf die katholische Kirche gegeben". Er nannte die Äußerungen "undifferenziert und emotional". Er erwarte, dass Leutheusser-Schnarrenberger sie innerhalb von 24 Stunden zurücknehme.

Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) will auf die Kritik von Erzbischof Zollitsch schriftlich reagieren. "Ich werde in angemessener Form schriftlich dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz antworten", sagte sie dem Hamburger Abendblatt. "Ich halte wenig von einem wechselseitigen öffentlichen Schlagabtausch."

Die Laienorganisation Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) wies darauf hin, dass die Missbrauchsfälle durch kirchliche Stellen bekanntgemacht worden waren. Leutheusser-Schnarrenbergers Bewertungen seien "ungerechtfertigt, maßlos und irreführend", sagte Verbandspräsident Alois Glück.

Zollitsch warf der Ministerin auch vor, den Eindruck erweckt zu haben, dass die inzwischen bekannt gewordenen rund 120 Missbrauchsfälle an katholische Schulen und Einrichtungen auch aus der jüngeren Vergangenheit stammten. Fakt sei, dass diese Fälle 25 bis 30 Jahre zurückliegen. "Ich wehre mich nachdrücklich gegen falsche Tatsachenbehauptungen und maßlose Polemik", sagte Zollitsch. Er habe bereits am Montag keinen Zweifel daran gelassen, dass alle Fälle lückenlos aufgeklärt werden müssen. "Die staatlichen Behörden sind schnellstmöglich eingeschaltet", sagte der Bischof. Die Staatsanwaltschaft erhalte alle Einblicke.

Unterdessen wurden am Dienstag weitere, Jahrzehnte zurückliegende Fälle von sexuellem Missbrauch durch Geistliche bekannt. Fünf mutmaßliche Opfer hätten ihr Schicksal geschildert, sagte ein Sprecher des Bistums Essen dem WDR. Es soll sich bei den Beschuldigten um einen Ordensangehörigen, zwei Priester und einen Organisten handeln, die sich in den 50er und 60er Jahren an damals Minderjährigen sexuell vergangen haben sollen. Zwei der mutmaßlichen Täter seien bereits tot. Ein Beschuldigter ist 94 Jahre alt.

Ein Pater der Hiltruper Missionare soll vor mehr als 20 Jahren an Schülern sexuelle Handlungen vorgenommen haben, als er am Gymnasium Johanneum im saarländischen Homburg arbeitete. Das geht aus einer Erklärung des Bistums Münster hervor, die der Münsterschen Zeitung vorliegt. Solange bis die Vorwürfe geprüft seien, sei der Priester beurlaubt worden. Ein Kaplan hat nach Angaben des Bistums Trier Anfang der 1960er Jahre in Gerolstein (Kreis Vulkaneifel) einen Jugendlichen mehrfach sexuell missbraucht. Dpa 24

 

 

 

 

Rücktritt nach Alkoholfahrt. Ohne Käßmann brechen für die EKD harte Zeiten an

 

Ohne gedrängt worden zu sein hat Margot Käßmann ihre hohen Ämter niedergelegt. Für die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) ein kaum zu ermessender Verlust: Sie verliert die bei weitem populärste und auch für Kirchenferne überzeugendste Bischöfin. Und ein gegeigneter Nachfolger ist nicht in Sicht.

Pech hatte der Bischof von Mecklenburg, Andreas von Maltzahn: Er kam elf Minuten zu spät. Als er am Mittwoch um 14.30 Uhr von der Nachrichtenagentur epd mit den Worten zitiert wurde, dass Margot Käßmann im Amt bleiben solle, war seit elf Minuten die Meldung der „Bild“-Zeitung zu lesen, dass die Bischöfin nicht bleiben wolle. Und keine zwei Stunden später stand endgültig fest, dass von Maltzahn den richtigen Zeitpunkt verpasst hatte: Um 16 Uhr bei einer Pressekonferenz im Hannoveraner Kirchenamt der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) teilte Käßmann ihren schon am Vormittag gefassten Entschluss mit, als hannoversche Landesbischöfin und ebenso, nach nur drei Monaten im Amt, als EKD-Ratsvorsitzende zurückzutreten.

 

Doch ganz vergebens war der Beitrag des Mecklenburger Bischofs nicht. Denn er unterstrich, was sich zuvor schon erkennen ließ: Käßmann ist nicht zum Rücktritt gedrängt worden. Das hatte sich auch am Dienstagabend bei einer telefonischen Krisenkonferenz des 14-köpfigen EKD-Rates gezeigt. Nach Informationen von WELT ONLINE versicherten da alle teilnehmenden Bischöfe und Laien der zugeschalteten Käßmann ihre Solidarität und waren sich einig, dass es am besten wäre, wenn sie Ratsvorsitzende bleiben könne.

Zwar berichteten da einige, dass sie von Pfarrern entsetzt gefragt worden seien, wie man nach Käßmanns Alkoholfahrt noch gegen Drogenmissbrauch predigen solle. Doch andere erzählten, dass sie in Gemeinden ermahnt worden seien, zu Käßmann zu stehen. Mithin vermochte der EKD-Rat sich kein einheitliches Bild von der Lage zu machen, es herrschte eine Unschlüssigkeit, in der man nur wusste, was man nicht wollte: über Käßmann herfallen. Woraus folgte, dass sie selbst die Entscheidung treffen sollte, was protestantischer Gewissenstradition entspricht.

So endete denn die Erklärung des Rates am Mittwochmorgen nach der Konferenz mit den Worten: „In ungeteiltem Vertrauen überlässt der Rat seiner Vorsitzenden die Entscheidung über den Weg, der dann gemeinsam eingeschlagen werden soll.“ Das freilich hieß: Das Vertrauen des Rates bestand darin, dass man ihr zutraute, dem Rat eine Rücktrittsempfehlung ersparen zu können.

Nun also hat Käßmann entschieden: Sie könne nach ihrer Alkoholfahrt durch Hannover, nach einem „schweren Fehler, den ich zutiefst bereue“, nun „nicht mit der notwendigen Autorität im Amt bleiben“, erklärte sie. Sie sei wieder einfache „Pastorin meiner hannoverschen Landeskirche“.

Damit nimmt eine steile Kirchenkarriere ihr Ende, in der die heute 51-jährige promovierte Theologin und Pfarrerin zunächst als Jugenddelegierte auf der Vollversammlung des Weltkirchenrates 1983 bei einer Kampfabstimmung triumphierte, sich dann an Universitäten und Evangelischen Akademien profilierte und 1994 Generalsekretärin des Evangelischen Kirchentages wurde.

1999 wurde Käßmann gegen heftige Widerstände zur Bischöfin der hannoverschen Landeskirche gewählt. Rasch bewies sie, wie sich durch Disziplin, poetische Glaubensworte und alltagsnahe Verkündigung das Evangelium wieder neu im Leben der Menschen verankern lässt. Käßmann wurde immer mehr zum Star der Kirche, telegen und erfrischend, offen und neugierig, beliebt bei Linksprotestanten wie bei bibeltreuen Evangelikalen.

Doch nun zieht Käßmann sich mit der gleichen Entschlossenheit, mit der sie in die Afghanistan-Debatte eingriff, abrupt zurück. Für sie selbst ist das ein bitterer, allerdings konsequent evangelischer Schritt. Indes hatte sie früher mehrfach versichert, dass sie den Dauerstress als Bischöfin und Ratsvorsitzende nicht unbedingt haben müsse, vor wenigen Wochen erst ließ sie die „Zeit“ wissen, dass sie gern früher in Rente gehen würde. Doch für die Kirche bedeutet ihr Rücktritt einen kaum zu ermessenden Verlust. Die bei weitem populärste und auch für Kirchenferne überzeugendste Bischöfin tritt ab, sie, von der sich viele Protestanten wohl nicht zu Unrecht erhofft hatten, sie könne den Prozess der Entchristianisierung in Deutschland vielleicht stoppen.

So hat die EKD nun ein gewaltiges Personalproblem. Zunächst ist Käßmanns Stellvertreter, der rheinische Präses Nikolaus Schneider, gefordert, obwohl der 62-Jährige wegen seines Alters bei der Wahl durch die EKD-Synode im Oktober 2009 für den Vorsitz nicht in Frage gekommen war. Schneider ist ein erfahrener, moderater Kirchenmann, sozialpolitisch engagiert, politisch gut vernetzt und auch in Ökumenefragen weithin bekannt.

Anders als die Vorgänger auf dem Vize-Posten, die sich weitgehend zurückhielten, hat Schneider seit seiner Wahl immer wieder in aktuelle Debatten eingegriffen, von der Steuerpolitik bis zum Afghanistan-Einsatz, in Nuancen dabei anders als Käßmann. Zu Schneider, so ist aus informierten Kirchenkreisen zu hören, gibt es zumindest im Augenblick keine Alternative. Gut möglich also, dass tatsächlich bis zum Herbst gewartet wird, bis die dann regulär tagende EKD-Synode den Ratsvorsitz neu bestimmt.

Bis dahin wäre auch Zeit genug, das Feld möglicher Kandidaten neu zu sichten, auf dem vor Käßmanns Wahl die Bischöfe Ulrich Fischer (Baden), Frank Otfried July (Württemberg) und Martin Hein (Kurhessen-Waldeck) gefunden wurden. Wie es hingegen in der hannoverschen Landeskirche weitergeht, ist völlig offen, dort wird nun eine Findungskommission ihr langwieriges Prozedere beginnen.

Für die EKD ist das Vakuum an der Spitze auch insofern bedrohlich, als ein weiterer wichtiger Posten demnächst brachliegt, die Leitung des EKD-Kirchenamts in Hannover. Der bisherig Leiter, Hermann Barth (65), geht in den Ruhestand, und in Sicht ist bisher niemand, der von dem messerscharf analysierenden, hoch disziplinierten und dabei weichherzigen Barth diese Schlüsselposition zur Koordinierung der widerstreitenden Interessen der EKD übernehmen könnte. Auf die EKD, die noch vor wenigen Wochen auf einer Welle der Begeisterung für ihre neue Ratsvorsitzende geschwommen war, kommen harte Zeiten zu.

Matthias Kamann DW 24

 

 

 

Afghanistan-Einsatz. Zollitsch: „Breite Debatte über Friedenspolitik nötig“

 

Der Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan ist ein weiteres Thema der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in Freiburg. Die Londoner Konferenz vom 28. Januar habe eine neue Etappe eingeleitet und die Friedensethik der Kirche herausgefordert, sagte der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, beim Pressegespräch an diesem Dienstag in Freiburg. Besorgt äußerte sich Zollitsch über den Verlauf der Debatte zum Afghanistan-Einsatz in Deutschland in den letzten Jahren.

 

„Es ist höchste Zeit, dass wir in Deutschland eine breite und grundlegende Debatte über die Perspektiven und Möglichkeiten unserer Friedens- und Sicherheitspolitik führen. Die Afghanistan-Debatte steht dabei stellvertretend für die prinzipiellen Schwierigkeiten eines angemessenen Umgangs mit diesen Themen.“

 

Der Debatte in Deutschland habe lange der Mut gefehlt, sich den „entscheidenden Herausforderungen“ und auch „schmerzhaften Problemen“ zu stellen, so Zollitsch.

 

Ackermann: „Strategiewechsel beim Afghanistan-Einsatz“ - Der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Stephan Ackermann hat sich für einen Strategiewechsel der deutschen Regierung beim Afghanistan-Einsatz ausgesprochen. Beim Pressegespräch der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz sagte er zu diesem Thema:

 

„Es ist gut und hilfreich, dass es im Deutschen Bundestag eine breite Mehrheit für den Strategiewechsel in der Afghanistan-Politik gibt. Sowohl die Regierung als auch SPD und Die Grünen haben in den letzten Wochen weitgehend der Versuchung zur parteitaktischen Vorteilnahme widerstanden. Dies ist ein hoffnungsvolles Zeichen dafür, dass auch in Zukunft die lange vernachlässigte Diskussion über das deutsche Engagement in Afghanistan mit dem angemessenen Ethos geführt wird. Das Verhalten von Regierung und Opposition im anstehenden Untersuchungsausschuss zur Kundus-Affäre wird eine erste Probe der Ernsthaftigkeit in der politischen Diskussion nach den Londoner Beschlüssen sein.“

 

Die internationale Staatengemeinschaft müsse „aktiv“ mit den geostrategischen Dimensionen des Afghanistan-Einsatzes umgehen, so Ackermann weiter. (rv 23)

 

 

 

 

Haiti-Beben. Katholische Kirche fordert Schuldenerlass

 

Freiburg. Sechs Wochen nach dem Erdbeben in Haiti haben die katholischen deutschen Bischöfe einen Schuldenerlass für das schlimm getroffene Land gefordert.

 

Die Industrienationen sollten auf ihre finanziellen Forderungen umfassend verzichten, sagte am Dienstag der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick bei der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz in Freiburg. Ein Aussetzen der Forderungen reiche nicht aus. Haiti sei nicht in der Lage, Schulden zurückzuzahlen. Das Land müsse von dieser Last befreit werden.

 

"Angesichts des unglaublichen Elends in Haiti und den enormen Anstrengungen des Wiederaufbaus klingt es fast zynisch, dass die Schuldentilgung jetzt nur gestundet werden soll", sagte Schick, der Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Bischofskonferenz ist. "Haiti ist vielmehr auf einen konditionierten und umfassenden Schuldenerlass angewiesen." Die Industrienationen, darunter Deutschland, müssten dafür die Weichen stellen.

 

"Haiti steckt seit der Anerkennung als unabhängiger Staat 1791 in einer Schuldenfalle, aus der es nie herauskam", sagte Schick. Um die humanitäre Situation in dem Land langfristig zu verbessern, müssten Haitis Staatsschulden beseitigt werden.

 

Deutsche Gottesdienstbesucher haben seit dem Erdbeben in einer Sonderkollekte mindestens 7,5 Millionen Euro gespendet, sagte Schick. Dieses Geld werde für die Katastrophenhilfe und den Wiederaufbau investiert.

 

Der Wiederaufbau werde mehrere Jahre dauern, sagte der frühere Direktor der katholischen Hilfsorganisation Caritas in Haiti, Wilnès Tilus. Neuesten Zahlen zufolge seien bei dem Erdbeben am 12. Januar mehr als 300 000 Menschen ums Leben gekommen. Fast zwei Millionen Menschen seien obdachlos.

 

Ziel müsse es sein, die Eigenverantwortung der Haitianer zu stärken, sagte Tilus. Die Katastrophen- und Entwicklungshilfe müsse sich daran orientieren. Zudem müssten die staatlichen Strukturen Haitis dezentralisiert werden. (dpa 24)

 

 

 

 

Angriff der Justizministerin. Erzbischof ist wütend

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) falsche Tatsachenbehauptungen in der Missbrauchsdebatte vorgeworfen. Er stellte ihr ein Ultimatum, innerhalb von 24 Stunden Interviewäußerungen von Montagabend zum kirchlichen Missbrauchsskandal zu korrigieren.

 

In Kirchenkreisen hieß es, die Fristsetzung sei notwendig, um eventuell mit einer Unterlassungsklage zu unterbinden, dass die Ministerin ihre Behauptungen wiederhole. Leutheusser-Schnarrenberger kündigte am Dienstag an, sie werde in schriftlicher Form reagieren. Sie halte wenig von einem "wechselseitigen öffentlichen Schlagabtausch", sagte sie dem Hamburger Abendblatt.

 

Die Justizministerin hatte am Montagabend in den Tagesthemen verlangt, die Verantwortlichen in der Kirche müssten "endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden zusammenarbeiten". Es sei "leider bisher nicht ersichtlich, dass sie ein aktives Interesse an wirklich rückhaltloser und lückenloser Aufklärung gezeigt haben".

Niemals zuvor habe ein Mitglied der Bundesregierung eine "ähnlich schwerwiegende Attacke" gegen die katholische Kirche geführt, sagte Zollitsch. In der Angelegenheit telefonierte er am Dienstagnachmittag mit Kanzlerin Angela Merkel (CDU). Über den Inhalt des Gesprächs wurde nichts bekannt.

 

Zollitsch warf Leutheusser-Schnarrenberger vor, sie habe "maßlos polemisiert". Offenbar wolle sie sich auf "eine Welle setzen" und verspreche sich dadurch Vorteile. Ihre Vorhaltung entspreche nicht der Wahrheit, sie sei rundweg falsch. Auch gebe es Leitlinien, die eine Zusammenarbeit mit der Staatsanwaltschaft vorsähen. Die Kirche wolle bei der Aufklärung von Missbrauch keinen Sonderweg.

kna 24

 

 

 

 

Käßmanns Alkoholfahrt. Der Fehltritt der Bischöfin

 

Wer ohne Sünde ist, der werfe den ersten Stein. Mahnt die Bibel. Auf Margot Käßmann angewendet, könnte der Satz heißen: Wer von euch noch nie mit einem Glas zu viel am Steuer saß, wer noch nie eine rote Ampel überfuhr, der fordere Konsequenzen von der Ratsvorsitzenden der Evangelischen Kirche. So könnte man argumentieren und sagen: Die Bild-Redaktion jazzt mal wieder die persönliche Verfehlung eines Promis hoch und schaut genüsslich zu, ob er darüber strauchelt oder sich herauswinden kann.

 

Aber es geht eben nicht nur darum, ob viele von uns schon mal angetrunken Auto gefahren sind. Es geht vielmehr um den Fehltritt einer Frau, die wir bisher als moralische Instanz kennen und schätzen gelernt haben. Deren Leben nicht ohne Brüche ist, wie ihre Scheidung gezeigt hat, die aber immer aufrecht ihren ethischen Maßstäben folgte und sich dadurch Glaubwürdigkeit erarbeitet hat.

 

Es geht um eine Amtsträgerin, die sich herausnimmt, nicht nur in die Kirche hineinzuwirken, sondern die auch beherzt in öffentliche Debatten eingreift. So als sie zuletzt dem Afghanistan-Krieg die Rechtfertigung absprach und auf Distanz zum Bundeswehr-Einsatz ging. Oder als sie Guido Westerwelle vorwarf, mit seinen Attacken auf Hartz-IV-Empfänger gefährde er den sozialen Konsens. Eine Frau also, die sich keinen Maulkorb umbinden lässt. Die auch mal die katholische Kirche für ihr verqueres Verhältnis zur Homosexualität angeht oder sich skeptisch zum Zölibat äußert.

 

Was das alles mit dem Alkoholwert in ihrem Blut am Samstag zu tun hat? Eigentlich nichts – und doch sehr viel. Denn jemand, der anderen Ratschläge erteilt, maßt sich an, die Dinge wahrhaft zu durchdringen. Um dabei nicht als Besserwisser bloß Abwehr zu provozieren, sondern nützliche Debatten anzustoßen, ist hohes persönliches Ansehen nötig. Dazu gehört ein möglichst untadeliges Verhalten. Was der Gläubigen in der Kirchenbank verziehen wird, kratzt am Image der Amtsträgerin, die für sich in Anspruch nehmen darf, Millionen Christen zu vertreten. Kurzum: Wer an der Spitze der Evangelischen Kirche in Deutschland steht, hat sich darauf eingelassen, Vorbild zu sein. Vorbilder aber werden zu Recht nicht nur an ihren Worten, sondern auch an ihren Taten gemessen.

 

Insofern ist in diesem Fall nicht der Bild-Bericht das Ärgernis, sondern Käßmann selbst. Die Bischöfin hat dem Boulevard mit ihrer Alkoholfahrt über eine rote Ampel den Anlass geliefert, sie an den Pranger zu stellen. Da hilft auch ihr rasches Eingeständnis nichts, einen schweren Fehler begangen zu haben. Zwar ist es besser, als wenn sie versuchte, die Sache zu vertuschen. Doch ihr Image hat Käßmann ramponiert. Sie wird zwar womöglich menschlicher durch diesen Fehltritt, zugleich aber auch angreifbarer. Das ist deshalb nicht hinnehmbar, weil es sie für die Rolle als streitbare Mahnerin disqualifiziert. Schon wird sie genüsslich mit früheren Aussagen zitiert, sie könne nicht nachvollziehen, dass immer mehr Autofahrer drogenauffällig sind. Nicht nachvollziehen kann vielleicht auch ein Langzeitarbeitsloser, warum die Kirchenchefin mit einer Luxuslimousine durch die Gegend fährt. Und so wird das weitergehen.

 

Das Bild von einer Frau, die Maßstäbe setzt, ist beschädigt. Wegen eines solchen Ausrutschers? Ja. Denn Versagen im Kleinen lässt auf mangelnde Eignung für größere Aufgaben schließen. Zumal es dem Zufall zu verdanken ist, dass aus dem Fehltritt keine Tragödie wurde. Hätte Käßmann jemanden an- oder gar totgefahren, gäbe es keine quälende Debatte, ob sie im Amt zu halten ist.

 

Margot Käßmann selbst wird abwägen müssen, ob sie derart angeschlagen noch die moralische Autorität hat, die sie braucht, um ihr Amt auszufüllen. Sie kann diese Entscheidung nicht einem Ermittlungsverfahren überlassen. Sie braucht auch nicht zu warten, ob die Synode noch hinter ihr steht. Wer zum Vorbild nicht taugt, sollte lieber aus der zweiten Reihe agieren.

 

Das auszusprechen, hat mit Häme nichts zu tun, auch wenn der Verdacht naheliegt, Käßmanns Gegner nutzten ihren Fehler, um sie loszuwerden. Gerade die Fans der Frau werden schweren Herzens sagen: Sie muss Konsequenzen ziehen, auch wenn die EKD keinen auch nur annähernd gleichwertigen Ersatz aufzubieten hat. Träte sie zurück, wäre das der letzte Ausweis ihrer Qualifikation als gesellschaftliches Gewissen. Monika Kappus FR 24

 

 

 

 

Nach Alkoholfahrt. EKD spricht Käßmann volles Vertrauen aus

 

Nach ihrer Alkoholfahrt erhält Bischöfin Margot Käßmann Unterstützung. Der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) bekundete seiner Vorsitzenden in einer Telefonkonferenz am Dienstagabend „einmütig sein Vertrauen“. Wie die EKD am Mittwoch in Hannover weiter mitteilte, soll auf einer regulären Sitzung in dieser Woche eine abschließende Bewertung vorgenommen werden. „In ungeteiltem Vertrauen überlässt der Rat seiner Vorsitzenden die Entscheidung über den Weg, der dann gemeinsam eingeschlagen werden soll“, hieß es weiter.

Auch andere Kirchenmitglieder und Politiker stützen Käßmann. Die Bischöfin hatte am vergangenen Samstag eine rote Ampel missachtet und wies bei einer Polizeikontrolle 1,54 Promille Alkohol im Blut auf. Ihr droht nun ein Ermittlungsverfahren wegen Trunkenheit am Steuer. Die Ratsvorsitzende sagte vorerst alle in den nächsten Tagen geplanten öffentlichen Auftritte ab. Ab 1,1 Promille liegt in Deutschland absolute Fahruntüchtigkeit und eine Straftat vor. Käßmanns Führerschein wurde eingezogen, ein Strafverfahren eingeleitet.

Beckstein: Ein Bischof ist kein Heiliger

Katrin Göring-Eckardt (43), Präses der EKD-Synode, nannte es in der Tagesschau „nicht akzeptabel, dass man mit 1,5 Promille Auto fährt“. Sie wisse aus persönlichen Gesprächen mit Käßmann, dass diese über ihr Fehlverhalten selbst am meisten betroffen sei. „Und deswegen respektiere ich, dass sie sich jetzt zurückzieht für eine Zeit.“ Käßmann hat in dieser Woche sämtliche Termine abgesagt. Göring-Eckardt betonte, sie schätze wie viele andere auch die Arbeit Käßmanns als EKD-Ratsvorsitzende „außerordentlich“. Als Präses der Synode, des EKD-Kirchenparlaments, steht Göring-Eckhardt an der Spitze einer der wichtigsten EKD-Gremien.

Günther Beckstein, Vizepräses der Synode, sagte, ein Bischof sei kein Heiliger. „Ich halte es für eindeutig, dass Frau Käßmann im Amt bleiben kann.“ Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse sagte den „Stuttgarter Nachrichten“, Geistliche seien auch nur Menschen. Er hoffe, dass „die Gläubigen der Landeskirche Niedersachsen und die Bischofskollegen der EKD zu Frau Käßmann stehen und sie stützen.“ Dann werde sie auch diesen groben Fehler heil überstehen. Er glaube nicht, dass Käßmanns „Sympathievorsprung“ aufgebraucht sei.

Der Braunschweiger Landesbischof Friedrich Weber sagte unterdessen der „Hannoverschen Allgemeinen Zeitung“, für Käßmann sollten die gleichen Maßstäbe gelten wie für jeden anderen auch: „Weder Häme noch Beschönigung sind am Platz, was jetzt Not tut, sind Fairness der Öffentlichkeit und Offenheit in der Sache.“ Auf die Frage, ob Käßmann den Vorsitz im Rat der EKD abgeben müsse, sagte Weber: „Das muss der Rat der EKD mit ihr diskutieren, die Situation ist singulär.“ Der Wittenberger Theologe Friedrich Schorlemmer nahm Käsmann in Schutz. „Das ist ein Blackout, der leider immer wieder Leuten passiert, die in öffentlichen Ämtern unter Dauerstress stehen“, sagte er der „Leipziger Volkszeitung“. Gleichwohl sei die Alkoholfahrt eine Verfehlung, die nicht einfach zu rechtfertigen sei.

„Bin über mich selbst erschrocken“

Der Vorsitzende der konservativen Protestanten, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß, erklärte in derselben Zeitung, es sei jetzt nicht angebracht, von außen einen Rücktritt zu fordern. Käßmann sei „sensibel genug“ die entsprechenden Konsequenzen selbst zu ziehen.

Die Bischöfin selbst äußerte sich bislang nicht noch einmal zu den Vorwürfen. In der „Bild“-Zeitung hatte sie am Dienstag erklärt: „Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich so einen schlimmen Fehler gemacht habe.“ Sie werde sich „selbstverständlich“ den rechtlichen Konsequenzen stellen. Die Hannoversche Landesbischöfin hatte das Spitzenamt erst vor vier Monaten vom Berliner Bischof Wolfgang Huber übernommen. Faz.net 24

 

 

 

 

Analyse: Das Kreuz mit der Moral

 

Hamburg. Wenn Hollywoodstars betrunken Schlangenlinien fahren, ein Golfprofi seine Sexsucht therapieren lässt und Rockstars über ihre Drogensucht in Talkshows philosophieren, gilt das vielen als irgendwie menschlich.

 

Die Fallhöhe von Pastoren und Bischöfen ist da erheblich höher. Auf der Kanzel predigen sie die zehn Gebote - Lügen, Ehebrechen, Betrug oder gar Gewalttaten sollen nicht sein. Die Alkoholfahrt von Margot Käßmann, der obersten Repräsentantin von 25 Millionen evangelischen Christen in Deutschland, hat wieder einmal gezeigt, dass Anspruch und Wirklichkeit auseinanderfallen.

 

In einem Interview mit dem TÜV-Nord 2007 hatte sie noch "mangelndes Verantwortungsbewusstsein" von Autofahrern kritisiert, "insbesondere wenn Alkohol oder Drogen mit im Spiel sind". Nun könnten die Folgen für Käßmann verheerend sein. "Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich einen so schlimmen Fehler gemacht habe", zitierte die "Bild"-Zeitung ihre eher hilflose Reaktion auf den Skandal.

 

"Wir treten mit einem hohen moralischen Anspruch auf. Daran müssen wir uns dann eben messen lassen", sagte der Hamburger Erzbischof Werner Thissen erst am vergangenen Wochenende der "Frankfurter Rundschau". Dass die katholische Kirche derzeit besonders am Pranger stehe, sei verständlich. Thissen bezog sich damit auf die inzwischen mehr als 120 bekanntgewordenen Fälle von sexuellem Missbrauch an katholischen Schulen und Einrichtungen in den vergangenen Jahrzehnten.

 

Im Eröffnungsgottesdienst der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz am Montagabend im Freiburger Münster bekannte Erzbischof Robert Zollitsch: "Wir sind eine Kirche, die auch auf Menschen gebaut ist - mit all unseren Stärken, aber auch unseren Fehlern und Schwächen. Wir bleiben leider häufig hinter dem Anspruch des Evangeliums zurück."

 

 

Fürwahr. Sexuelle Missbrauchsfälle erschüttern die katholische Kirche immer wieder - in den USA, in Irland, Deutschland oder Österreich. Im Jahr 1995 musste der Wiener Erzbischof, Kardinal Hans Hermann Groer (1919-2003), zurücktreten, weil er während seiner Zeit als Religionslehrer Schüler sexuell missbraucht haben soll. Im Jahr 2004 wurde der langjährige Bischof der Diözese Phoenix Thomas O'Brien zu vier Jahren Bewährungsstrafe verurteilt wegen Unfallflucht - O'Brien hatte einen Fußgänger überfahren.

 

Die Liste der Vergehen christlicher Mitbrüder schließt praktisch nichts aus. In der Mönchsrepublik Athos bekämpfen sich seit Jahren rivalisierende Gruppen, es gab schon Schwerverletzte. Im Jahr 2008 drohten ultrakonservative Priester, das von ihnen besetzte Kloster Esfighmenou mit Dynamit, Benzinkanistern und Gasflaschen in die Luft zu sprengen. In Irland wurden einer Untersuchung zufolge von den 1930er bis zu den 1990er Jahren tausende Heimkinder von Kirchenleuten geschlagen, kahlgeschoren, mit Feuer oder mit Wasser gequält, vergewaltigt.

 

Vergleichsweise harmlos wirkt dagegen der Fall von Untreue eines bayerischen Priesters: Der 48-Jährige hatte 100 000 Euro Kirchengelder veruntreut, um sich unter anderem einen Mercedes zu kaufen. Das Amtsgericht Kronau sprach im Jahr 2003 eine Bewährungsstrafe gegen den Geistlichen aus.

 

Fast entwaffnend verwies Zollitsch in seiner Predigt auf die schon in der Bibel genannten menschlichen Schwächen der Männer Gottes: Jesus berief Levi, den korrupten Zollbeamten Levi, und er kannte die aufbrausenden "Donnersöhne" Johannes und Jakobus unter seinen Aposteln. Petrus schließlich verleugnete drei Mal Jesus - bis der Hahn krähte.

 

Wie heikel die Frage nach dem Umgang mit der Wahrheit und damit der persönlichen Glaubwürdigkeit ist, zeigte sich bei Zollitsch jüngst in einem Interview mit den dpa-Kindernachrichten. Seine eigentlich völlig harmlose Antwort auf die Frage, wann er selbst zuletzt gelogen habe, ließ der Erzbischof am Ende dann doch lieber streichen.

 

Christian Weisner von der Reformbewegung "Wir sind Kirche" warnt allerdings davor, dass sich jetzt die Öffentlichkeit wie scheinheilig auf Kirchenleute stürzt, die ihre eigenen moralischen Ansprüche verletzen: "Natürlich braucht die Gesellschaft Vorbilder, aber auch Vorbilder sind nur Menschen." (dpa 24)

 

 

 

Bischöfin Margot Käßmann. Es knallt - mehr als bei anderen

 

Die Wahrnehmung hätte hellsichtiger kaum sein können: "Sie knallen auf meine Person", sagte Margot Käßmann nach ihrer umstrittenen Neujahrspredigt über die Lage in Afghanistan und den Bundeswehr-Einsatz am Hindukusch. Die Bemerkung, aus einem längeren Gespräch zitiert, klang aggressiv und entrüstet. Aber halblaut schwang auch die Entgeisterung mit - als hätte die Bischöfin erst jetzt, zwei Monate nach ihrem Antritt als EKD-Ratsvorsitzende realisiert, was ihr im neuen Amt so alles blühen würde.

 

Die Angriffe auf Käßmann sind freilich nur die eine Seite. Die andere ist ihre Art, an Reizthemen heranzugehen. Es knallt nicht einfach so auf ihre Person. Sie zieht die Knaller förmlich auf sich. Unfreiwillig ist das auch jetzt wieder so: Über Alkohol am Steuer, über Verantwortung im Straßenverkehr, auch über den Umgang mit Fehlverhalten und Versagen lässt sich trefflich parlieren - aber wer könnte das Problembündel besser verkörpern als eine Bischöfin, die nachts betrunken an einer roten Ampel vorbeibrettert?

 

1,54 Promille Alkohol hatte Käßmann im Blut, als die Polizei sie am Samstagabend mit ihrem Dienstwagen in Hannover nach dem Missachten einer roten Ampel stoppte. Staatsanwalt Jürgen Lendeckel erklärte, Käßmann sei vorläufig die Fahrerlaubnis entzogen, der Führerschein beschlagnahmt worden. Die folgenden Sanktionen hingen auch von den Einlassungen des Verteidigers der Bischöfin ab. Der Prozess könne bei Ersttätern in einem schriftlichen Verfahren abgewickelt werden - die Bischöfin müsste dann nicht vor Gericht erscheinen.

 

Ob Käßmann am Samstagabend dienstlich oder privat unterwegs war, sagte die EKD zunächst nicht. Zumeist wird der Dienstwagen der Bischöfin, ein VW Phaeton, von einem Chauffeur gefahren. Die Theologin wurde an einer Innenstadtkreuzung nur wenige hundert Meter von ihrer Wohnung entfernt gestoppt. Ihr drohen ein einjähriger Führerscheinentzug und eine Geldstrafe in der Höhe eines Monatsgehalts.

 

Ob Käßmann bei der erneuten Beantragung des Führerscheins eine Medizinisch-Psychologische Untersuchung - den sogenannten "Idiotentest" - absolvieren muss, wird die Führerscheinstelle entscheiden müssen. Von 1,6 Promille an wäre ein solcher Test zwingend.

 

Ungeachtet der juristischen Konsequenzen: Ein Autofahrer mit 1,54 Promille Alkohol im Blut ist eine ungesicherte Waffe. Das sollte auch und gerade Käßmann wissen, die 2007 selbst in einem Gespräch dem TÜV Nord mit moralischem Aplomb vor Trunkenheit am Steuer und der Kraft von Autos gewarnt hatte: "Manche Leute fahren wirklich, als hätten sie überhaupt nicht im Blick, welche Kraft in einem Auto steckt. Schon bei Tempo 50. Also wie lebenszerstörend ein Auto wirken kann."

 

Die Debatte war unausweichlich: Ist eine hohe Kirchenfunktionärin in dieser Situation zu halten? Hat sie ihre Vorbildfunktion nicht unwiderruflich demontiert? Oder muss die Kirche ihre innere Stärke nicht gerade in der Bereitschaft zeigen, dem (Verkehrs)-Sünder zu vergeben?

 

Die Kirche erhebe hohe moralische Ansprüche, hat der Hamburger Erzbischof Werner Thissen gerade erst in anderem Zusammenhang gesagt. Daran müsse sie sich dann eben auch messen lassen. All diese Fragen werden jetzt am "Fall Margot Käßmann" durchgespielt. Die 51-Jährige ist - wieder einmal - eine Projektionsfläche.

 

Zu dieser Rolle hat Käßmann sich spätestens bekannt, als sie vor gut zehn Jahren Landesbischöfin von Hannover wurde. Was sie auch tut oder sagt: Immer wirkt sie zu 100 Prozent involviert, immer bringt sie sich selbst, ihre Überzeugungen und Erfahrungen ins Spiel.

 

Offen sprach sie über ihre Scheidung - und hatte damit die Sympathien auf ihrer Seite. Wenn sie auf Kirchentagen ihre Zuhörer zum Weinen bringt, dann liegt das auch an der Aura von Echtheit und Authentizität, mit der sie sich umgibt.

 

In ihrem Bestseller von 2009 schrieb Käßmann über Frauen um die 50. Im Kapitel über den Umgang mit Krankheiten verwendet sie Tagebucheinträge aus der Zeit nach der Krebsdiagnose. Persönlicher geht´s nicht. Auch darum "knallt" ihre Alkohol-Tour durch das nächtliche Hannover viel mehr als bei anderen.

 

Als Christin und Theologin, argumentiert sie, sei sie nur durch ein persönliches Glaubenszeugnis glaub-würdig. Mit all den blutleeren, papiernen Gestalten in der Kirche kann sie darum auch nichts anfangen. Und auf klare Positionen hat sie stets ebenso viel gehalten wie auf unverblümte Sprache. Da fließen bei ihr Selbstbewusstsein und Predigttradition à la Luther ("tritt frisch auf, tu´s Maul auf") ineinander.

 

Das macht sie angreifbar. Auch in den Reihen der EKD gibt es genügend Leute, denen "Margots Ego-Trips" auf die Nerven gehen. Das sind jene, die es mit klammheimlicher Genugtuung lesen, wenn ein Zeitungsartikel zählt, wie oft Käßmann im Interview "ich" sagt. Glaubt man Käßmann, dann hat sie das bislang nicht angefochten. "Die müssen mich nehmen, wie ich bin", hält sie ihren Kritikern trotzig entgegen.

 

Andererseits hat sie noch nie so angegriffen, dünnhäutig und zerzaust gewirkt wie nach dem stürmischen Gegenwind auf ihre Neujahrspredigt über Afghanistan. Der Wittenberger Pfarrer Friedrich Schorlemmer erklärt Käßmanns Promille-Fahrt mitleidig als Black-out unter Dauerstress.

 

Vor gut sechs Jahren, als Käßmann gegen Wolfgang Huber zum ersten Mal für den EKD-Ratsvorsitz kandidierte, hatte sie ihre "Ich lasse mich nicht verbiegen"-Manier regelrecht zelebriert: Wenn ihr Käßmann wollt, dann kriegt ihr Käßmann pur, oder ihr kriegt sie gar nicht, das war ihre Botschaft an die Mitglieder der EKD-Synode. Prompt wurde sie nicht gewählt. 2009 ging sie die zweite Kandidatur weniger hemdsärmelig an. Sie sprach auf der Synode in Ulm offen über ihre gescheiterte Ehe, nahm das Wahlgremium mit einem zurückhaltenden Auftritt für sich ein - und überzeugte selbst das konservative evangelikale Lager in der EKD, das ihr sonst eher in herzlicher Abneigung verbunden ist. Mit selten einhelligem Applaus begann ihre sechsjährige Amtszeit. Jetzt knallt es. Und zwar gewaltig. JOACHIM FRANK FR 24

 

 

 

 

Priester stehen im Dienst an den Menschen

 

Fastenhirtenbrief von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Was wäre die Kirche ohne die Priester, die sich mit ihrer Person, ihrer ganzen Existenz dafür einsetzten, daß das Wort Gottes verkündet und die Hl. Eucharistie gefeiert werde und Menschen sich göttliche Absolution auch in allem Scheitern schenken ließen sowie aus der Gnade Gottes leben und sterben dürften? Dies fragt Bischof Heinz Josef Algermissen in seinem diesjährigen Fastenhirtenbrief an die Gemeinden in seiner Diözese, der sich unter dem Motto „Bittet den Herrn der Ernte, Arbeiter für seine Ernte auszusenden“ (Mt 9,38) dem Thema „Priesterberufungen“ widmet. Der Oberhirte betont darin, daß die Priester dafür ihre eigenen Zukunftspläne und Lebensentwürfe zurückgestellt und sich in den Dienst der Seelsorge gestellt hätten. „Sie sorgen sich um die sakramentale Heiligung der Ihnen anvertrauten Menschen in den Gemeinden und zunehmend auch in den größeren Verbünden.“ Für „solchen menschlich erfüllenden, aber auch anspruchsvollen und herausfordernden Dienst“ spricht der Oberhirte den Priestern seinen Dank aus und bittet die Gemeinden, deren Arbeit und „selbstlose Hingabe“, gerade auch unter dem Eindruck vielfältiger Belastungen und Begrenztheiten, „in Wort, Tat und Gebet“ mitzutragen.

 

Priesterberuf als geistliche Berufung angesichts Skepsis gegenüber Kirche

Mehr als Erfolg in der Verkündigung und alle pastoralen Aktivitäten und administrativen und baulichen Leistungsbilanzen zählten laut Bischof Algermissen vor Gott das Glaubens- und Lebenszeugnis des Priesters, seine persönliche Frömmigkeit, Integrität und gewinnende Menschlichkeit. Zu danken sie hier auch den hauptberuflichen und ehrenamtlichen Mitarbeitern, die die Priester in ihrer Verantwortung und in den vielfältigen, einen Einzelnen stets überfordernden Aufgaben unterstützten. „Gerade angesichts der belastenden Gottvergessenheit und gesellschaftlichen Skepsis gegenüber kirchlichen Institutionen und geschlossenen Systemen wird der Ruf nach Menschen lauter, die den priesterlichen Beruf als geistliche Berufung verstehen und nicht als Seelsorge-Job im kirchlichen Beamtenverhältnis“, stellt Algermissen klar. Bei der Feier der Priesterweihe lege der Weihekandidat seine Hände und damit sich selbst in die Hände des Bischofs, und dieser nehme „den ihm zum Mitbruder gewordenen Priester“ ganz an. Diese „personale Lebenshingabe auf Gegenseitigkeit“ stelle ein „unglaubliches Zeichen“ einer in Gott gegründeten Verbundenheit dar.

 

Priester lassen sich nicht „machen“ - Als Priester mache man es sich zur Lebensaufgabe, „mit Idealismus und Leidenschaft für die Wirklichkeit und Anwesenheit des lebendigen Gottes einzustehen“, oft über die eigenen Kräfte hinaus, fährt der Hirtenbrief fort. Viele Mitbrüder orientierten sich ganz selbstverständlich, redlich und unspektakulär in dem archaischen, aber immer noch konkurrenzlos gültigen Bild Jesu als „Guter Hirte“, der sein Leben gibt für die ihm anvertrauten Menschen. Die Berufung zum Priester sei zu allen Zeiten ebenso ansprechend wie anspruchsvoll. „Wir können sie nicht machen, aber ich bin überzeugt, daß Gott auch unter uns Menschen anspricht, denen er diese besondere Berufung zu ganzheitlicher Hingabe ins Herz legt.“ Es sei zu fragen, warum auch viele Katholiken denen, die sich von Gott angesprochen fühlten, mit Skepsis, Vorsicht und Ablehnung begegneten. Früher hätten Eltern darum gebetet, daß einer ihrer Söhne Priester werde, und Pfarrgemeinden seien stolz gewesen, wenn auch aus ihren Reihen ein Priester hervorging. Priestern und Ordensleuten, Lehrern und engagierten Laien war es ein besonderes Anliegen, in jungen Menschen den Glauben und die Begeisterung für das Evangelium zu wecken und sie in ihrer geistlichen Berufung zu fördern und zu begleiten.

 

Voraussetzungen für Priesterberufungen schaffen

Bischof Algermissen bezeichnet es als Pflicht aller Gläubigen, Voraussetzungen dafür zu schaffen, daß Gottes Ruf gehört und angenommen werden könne. „Deshalb wende ich mich in diesem weltweiten Priesterjahr, aber auch sonst bei jeder möglichen Gelegenheit mit der eindringlichen Bitte an Sie alle: Machen Sie sich die Sorge um Priesterberufungen zu eigen, damit der Dienst des Guten Hirten auch künftig sichtbar wird in unseren Gemeinden!“ Wo regelmäßig um Priester gebetet werde, könnten junge Menschen eher Mut bekommen, nach ihrer Berufung zu fragen und ihr zu folgen, weil sie spüren könnten, daß Priester in den Gemeinden wichtig und durch niemanden und nichts ersetzbar seien. Wahrscheinlich sehe man heute schärfer als früher die hohen Anforderungen und Erwartungen an die Priester und höre auch die Klage mancher überforderter Priester, erfahre gar vom Scheitern und Versagen Einzelner, ähnlich wie vom Auseinanderbrechen mancher Ehen. „Aber dürfen wir es deshalb wagen, Gott gar nicht erst um seine Gnade zu bitten?“, hinterfragt der Oberhirte.

 

Mitunter werde der Priester als „anachronistisches Relikt“ aus vergangenen Zeiten angesehen, und dennoch suchten die Menschen in der heutigen Gesellschaft nach authentischen und integren Persönlichkeiten, denen man aufgrund ihrer Glaubensüberzeugung und Lebensführung eine hohe moralische Autorität zuspreche in einer Welt, die ansonsten nur das Schachern um den größtmöglichen Vorteil zu kleinstmöglichen Preisen kenne. „Insofern ist der Priester heute, oft ohne sich dessen bewußt zu sein, tatsächlich eine Lichtgestalt und Vertrauensperson, gerade weil er nicht innerweltlichen Interessengruppen zugeordnet werden kann, sondern als Mann des Himmels auf eine transzendente, göttliche Wirklichkeit verweist“, unterstreicht der Bischof. Damit leiste der Priester auch einen wesentlichen gesellschaftlichen Dienst, denn ohne Gottesbeziehung verlören sich Menschen leicht in „hektischer Torschlußpanik“ und gingen mitunter buchstäblich über Leichen.

 

„Was sich vom Himmel schenken will, muß aus der Erde wachsen. Priesterberufungen fallen – recht verstanden – durchaus vom Himmel, aber sie müssen in unseren Gemeinden gefunden und ermutigt, gefördert und begleitet werden“, zeigt sich Algermissen überzeugt. Daran gelte es sich zu erinnern, wenn über Priestermangel und Pastoralverbünde geklagt werde. In diesem Priesterjahr sollten sich die Gläubigen nicht nur darauf zu besinnen, daß Gott ihnen die Berufungen schenken werde, um die sie ihn bitten, sondern es komme auch auf das Gebet und die wohlwollende Unterstützung der Gemeinden an.

 

Der Hirtenbrief wird eine Woche später vollständig im „Bonifatiusboten“ abgedruckt und ist im Internet unter www.bistum-fulda.de abrufbar. Ferner besteht die Möglichkeit, einen Tonträger mit dem Hirtenbrief über die Bischöfliche Pressestelle, Paulustor 5, 36037 Fulda, Tel. 0661/87-355, Fax 0661/87-568, E-Mail: presse@bistum-fulda.de, zu beziehen. (bpf)

 

 

 

Schick: „Haiti Hilfe zur Selbsthilfe leisten“

 

Die Zahl ist erschütternd. Offiziell wurde jetzt in Haiti bekannt gegeben, dass 300.000 Menschen bei dem Erdbeben ums Leben gekommen seien. Und noch einmal soviel Verletzte und Schwerverletzte müssten medizinisch versorgt werden. Allein in der Hauptstadt Port-au-Prince seien eine halbe Millionen Menschen obdachlos. Es müsse um Hilfe zur Selbsthilfe gehen, da seien sich die deutschen Oberhirten in Freiburg einig. Das sagte der Erzbischof Ludwig Schick, der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, auf der Pressekonferenz an diesem Dienstag in Freiburg.

 

„Vor allem steht das Bewusstsein im Mittelpunkt, dass Haiti auch weiterhin Hilfe braucht. Das kann natürlich immer nur vor Ort geschehen. Die Bischofskonferenz gibt Anregungen, aber das muss dann vor Ort weitergehen. Das werden wir auf unserer Konferenz hier in Freiburg ansprechen.“

 

Hilfe zur Selbsthilfe – eine echte Herausforderung. Eine halbe Million Haitianer sind aufs Land geflohen. Die ohnehin arme Landbevölkerung sei mit dieser Situation hoffnungslos überfordert, da sie akute Hilfe leisten müsse. Das sagte Pfarrer Wilnès Tilus, der ehemalige Caritas-Direktor von Haiti, auf der Freiburger Pressekonferenz. Die internationale Hilfe sei angekommen, reiche aber noch lange nicht. Wichtig sei, so der Pfarrer, eine Dezentralisierung der Unterstützung, so dass im ganzen Land Wiederaufbau stattfinden könne. (rv 23)

 

 

 

Kritik an katholischer Kirche. Zollitsch empört über Justizministerin

 

Freiburg - Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) am Dienstagnachmittag dazu aufgefordert, ihre aus seiner Sicht maßlose Kritik am Umgang der katholischen Kirche mit Missbrauchsfällen innerhalb von 24 Stunden zurückzunehmen.

Er könne sich keiner schlimmeren Attacke eines Mitglieds einer Bundesregierung gegen die katholische Kirche entsinnen, sagte Zollitsch bei der Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg. „Sie hat maßlos gegen unsere katholische Kirche polemisiert.“ Noch für Dienstag sei ein Gespräch zwischen Zollitsch und Kanzlerin Angela Merkel (CDU) zu den Einlassungen der Ministerin anberaumt.

 „Kindesmissbrauch ist ein Offizialdelikt“

Bundesjustizministerin Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) hatte am Montagabend in der ARD gesagt, sie habe bisher nicht den Eindruck, dass die „Verantwortlichen der katholischen Kirche mit den Strafverfolgungsbehörden konstruktiv zusammenarbeiten“. Es sei „leider bisher nicht ersichtlich, dass sie ein aktives Interesse an wirklich rückhaltloser und lückenloser Aufklärung“ habe. Sie erwarte, „dass die Verantwortlichen der katholischen Kirche endlich konstruktiv mit den Strafverfolgungsbehörden zusammenarbeiten, Hinweise geben, mit aufklären“.

Über die Leitlinien der Bischofskonferenz zum Umgang mit sexuellem Missbrauch, die zunächst eine kircheninterne Voruntersuchung vorsehen, sagte sie: „Kindesmissbrauch ist ein Offizialdelikt, und da können nicht andere drüber entscheiden, ob dieses Delikt verfolgt wird oder nicht, und da muss es eben andere Richtlinien geben. Ich glaube, es ist vorbei zu versuchen, solche Richtlinien zu rechtfertigen.“

Abermals lud sie Vertreter der katholische Kirche zu einem „Runden Tisch“ mit unabhängigen Vertretern ein, um Aufarbeitung zu ermöglichen. Zollitsch sagte dazu, die Ministerin setze sich offensichtlich „auf eine Welle in der Hoffnung, irgendetwas zu gewinnen“. Dabei erwecke sie fälschlicherweise den Eindruck, die Kirche verweigere sich der Zusammenarbeit mit den Staatsanwaltschaften.

Wer die Ministerin höre, könnte meinen, die bislang 115 bekanntgewordenen Fälle von Missbrauch und Misshandlung an Kindern und Jugendlichen in der katholischen Kirche seien erst in jüngster Zeit begangen worden. Sie lägen aber 25 bis 30 Jahre zurück. Zollitsch versicherte, dass die katholische Kirche den Missbrauchsfällen, für die er sich entschuldige, nachgehen werde.

Die Bischofskonferenz konnte bei ihrer Frühjahrsvollversammlung in Freiburg unterdessen nicht zu einer einheitlichen Bewertung der neuen Afghanistan-Strategie gelangen. Militärbischof Walter Mixa hob hervor, die deutschen Soldaten sorgten in Afghanistan für Befriedung bei Menschen, die ihnen anvertraut seien. Der Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen kritisierte hingegen, die deutschen Soldaten würden zunehmend als Besatzungsregime mit eigennützigen Interessen wahrgenommen. Auch habe die internationale Gemeinschaft ihre finanziellen Zusagen für den zivilen Aufbau bisher nicht so eingehalten wie zugesagt. Reinhard Bingener Faz 23

 

 

 

 

DBK: Offen für Veränderung. Zollitsch: Leitlinien für Missbrauchsfälle überprüfen

 

„Über die bekannt gewordenen Missbrauchsfälle bin ich zutiefst erschüttert. In aller Deutlichkeit unterstreiche ich: Sexueller Missbrauch an Minderjährigen ist  immer ein abscheuliches Verbrechen. Ich mache mir diese Formulierung von Papst Benedikt aus tiefer Überzeugung zu eigen und entschuldige mich bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden.“

 

Sie kam also bereits bei der ersten Pressekonferenz vor Beginn der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in Freiburg: Die Entschuldigung bei den Opfern sexuellen Missbrauchs im Namen der Kirche, aus dem Munde des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz Robert Zollitsch. Mit deutlichen Worten verurteilte der Freiburger Erzbischof sexuellen Missbrauch und kündigte auch mögliche Reformen und Präventionsmaßnahmen an:

 

„Wir werden jetzt auf dieser Konferenz die Leitlinien besprechen und auch über mögliche Änderungen der Leitlinien sprechen. Wir werden auch über Fragen der Prävention sprechen. Unsere künftigen Priester und auch Mitarbeiter der Kirche müssen menschlich und damit auch in sexueller Hinsicht die Eignung und nötige Reife für ihr Amt und ihre Aufgabe haben.

 

DBK: Offen für Veränderung - Unter das Stichwort Veränderung stellte der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, den Beginn der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe in Freiburg.

 

„Wo Gemeinschaft ist, liebe Schwestern, liebe Brüder, da ist Beziehung. Wo Beziehung ist, da ist Leben. Und Leben ist nicht statisch, sondern dynamisch. Wir sind als Kirche unterwegs auf den staubigen Straßen der Geschichte. Wir sind unterwegs als pilgerndes Gottesvolk, als eine Kirche, die immer wieder der Erneuerung bedarf, eine Kirche, die nicht in der Routine aufgeht und keine Angst hat vor dem Neuen. (...) Ecclesia semper reformanda, eine Kirche, die stets der Erneuerung bedarf und zu Veränderungen bereit sein muss.“ (rv 23)

 

 

 

 

Käßmanns Alkoholfahrt. „Super-GAU, der Konsequenzen haben muss“

 

Die Alkoholfahrt der evangelischen Bischöfin und EKD-Ratsvorsitzenden Margot Käßmann ist in der Evangelischen Kirche unterschiedlich aufgenommen worden - und hat eine heftige Debatte über die Gründe und die Konsequenzen des Fehltritts ausgelöst. Der Sprecher der Evangelisch-Lutherischen Landeskirche Hannovers, Johannes Neukirch, sagte der Nachrichtenagentur DAPD am Mittag, Käßmann sei auf einem privaten Termin gewesen. Grundsätzlich könne die Bischöfin für Termine einen Fahrer anfordern, doch der habe „auch irgendwann mal Feierabend“. Darüber, wieviel Käßmann getrunken hat, gebe es keine Auskünfte. Die Bischöfin erledige ihre Arbeit derzeit wie gewohnt. Sollte sich daran etwas ändern, werde man darüber informieren, sagte Neukirch.

Der Leiter der konservativen Konferenz Bekennender Gemeinschaften, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß, bezeichnete den Vorfall gegenüber der „Leipziger Volkszeitung“ als „Super-GAU“, der Konsequenzen haben müsse. Rüß erklärte, nach der Kritik der EKD-Ratsvorsitzenden am Einsatz in Afghanistan hätten viele ihrer Kritiker nun einen dankbaren Vorwand für eine Kirchenschelte. „Das tut mir ausdrücklich leid, denn diese Häme ist unangebracht“, so der Vorsitzende der evangelischen Vereinigung.

 „Blackout“ unter Dauerstress?

Der Wittenberger Theologe Friedrich Schorlemmer nahm Käßmann unterdessen in Schutz und führte ihre Alkoholfahrt auf den Druck ihres Amtes zurück. „Das ist ein Blackout, der leider immer wieder Leuten passiert, die in öffentlichen Ämtern unter Dauerstress stehen“, sagte Schorlemmer der „Leipziger Volkszeitung“ (Mittwochsausgabe). Auch Käßmann stehe in ihrem Amt unter einer enormen Spannung, die sich mit Alkohol abbauen lasse. „Die Häme, die es jetzt geben wird, ist schlimmer als der Strafbefehl“, betonte der Theologe. Zugleich bezeichnete er die Alkoholfahrt als Verfehlung, die nicht einfach zu rechtfertigen sei. Daher sei es gut, dass Käßmann zu ihrem Fehler stehe.

Von Rücktrittsforderungen gegenüber Käßmann ist in der Evangelischen Kirche derzeit indes noch nicht die Rede. EKD-Sprecher Mawick erklärte am Mittag, von solchen Forderungen sei ihm bislang noch nichts bekannt.

Hoch angesehene, jedoch nicht unumstrittene Bischöfin

Die Affäre um Margot Käßmanns Trunkenheitsfahrt trifft eine durchaus streitbare und wegen ihres gesellschaftlichen Engagements hochangesehene Frau. Als die Synode der EKD in Ulm Käßmann im vergangenen Oktober mit überwältigender Mehrheit als erste Frau an die Spitze der evangelischen Kirche in Deutschland wählte, waren fast nur begeisterte Stimmen zu vernehmen. In die politische und gesellschaftliche Diskussion wolle sie sich von Anfang an einmischen, auch und gerade bei so sensiblen Themen wie dem würdigen Sterben, kündigte die ehemalige Gemeindepfarrerin damals an.

Schon nach ihrer Amtsübernahme als Bischöfin von Hannover im Jahr 2009 hatte sich die in Marburg geborene Theologin einen Ruf als streitbare Mahnerin in brisanten sozial- und gesellschaftspolitischen Fragen erworben. Einen ersten Eindruck von ihrem Rollenverständnis als führende Repräsentantin der evangelischen Kirche erlaubte die Auseinandersetzung um ihre Neujahrspredigt, in der sie den Bundeswehr-Einsatz in Afghanistan kritisierte. Anschließend musste sie sich vorwerfen lassen, die Soldaten im Stich zu lassen.

Dass auch ihr Privatleben von nun an verstärkt unter Beobachtung stehen würde, war der 51 Jahre alten Käßmann dabei nur zu bewusst. Ihr Posten bringe „ein heftiges Maß an Öffentlichkeit und Verantwortung mit sich, mein privates Leben wird dadurch sehr eingeschränkt“, sagte sie erst vor wenigen Wochen in einem Interview. Sie träume bereits davon, sich eines Tages wieder mehr ins Private zurückzuziehen.

Text: FAZ.NET 23

 

 

 

Käßmanns Kritiker. Krokodilstränen in Strömen

 

Der Rat der evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) stellt sich hinter seine Vorsitzende Margot Käßmann - einstimmig sprachen ihr die 14 Mitglieder des Rates das Vertrauen aus. Das hatten sie zuvor in einer Telefonkonferenz abgesprochen. In "ungeteiltem Vertrauen" überlasse der Rat Käßmann dann die "Entscheidung über den Weg, der dann gemeinsam eingeschlagen werden soll", hieß es in der Erklärung weiter. Auf einer regulären Sitzung noch in dieser Woche will das Gremium demnach eine abschließende Bewertung vornehmen.

 

Die Evangelisch-lutherische Landeskirche von Hannover ist Margot Käßmanns Dienstgeberin – und ihre stärkste Bastion. Die Bischöfin, seit 1999 im Amt, gilt als hoch anerkannt und beliebt – bei den drei Millionen Gläubigen, aber auch bei der übergroßen Mehrheit der Pfarrer und bei der Kirchenleitung in Hannover. Gern und mit spürbarem Stolz erzählt Käßmann, dass sie auf ihren Besuchen in den Pfarreien als "unsere Bischöfin" begrüßt werde.

 

Für "ihre Bischöfin" nehmen die kirchlichen Gremien nach den jüngsten Vorwürfen bislang eine sehr formale Position ein: keine Extrawürste für Bischöfe. Käßmann werde behandelt "wie jede andere Pastorin auch". Ähnlich hatte die Landeskirche 2007 argumentiert, als Käßmann die bevorstehende Scheidung von ihrem Mann Eckhard bekanntgab, und ihr so den Rückhalt zum Verbleib im Amt geboten. Vor allem unter den Konservativen in der Kirche regte sich Widerstand gegen eine Geschiedene als Bischöfin.

 

Jetzt verweist die Landeskirche auf die Regel, wonach ein Beamter der Landeskirche eine Rüge kassiert, wenn er erstmals mit Alkohol am Steuer ertappt wird. Zudem wolle man die Ermittlungen der Justiz abwarten.

"Käßmann kann im Amt bleiben"

 

Über den Fall beriet der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) laut einem Sprecher noch Mittwochnacht in einer Telefonkonferenz. Die dringliche Aussprache wurde trotz einer regulären Sitzung am Freitag anberaumt. "Das ist nicht akzeptabel, dass man mit 1,5 Promille Auto fährt", sagte die Präses der EKD-Synode und Grünen-Politikerin, Katrin Göring-Eckardt, am Dienstagabend in der ARD. Sie betonte aber auch, dass sie Käßmanns Arbeit sehr schätze.

 

Bundestagsvizepräsident Wolfgang Thierse (SPD) hofft, dass Bischöfe und Landeskirche Käßmann nach ihrer Alkoholfahrt Rückendeckung geben: "Ich hoffe, dass die Gläubigen der Landeskirche Niedersachsen und die Bischofskollegen der EKD zu Frau Käßmann stehen und sie stützen. Dann wird sie auch diesen groben Fehler heil überstehen", sagte Thierse den "Stuttgarter Nachrichten" und der "Kölnischen Rundschau" (Mittwoch). Geistliche seien auch nur Menschen, die Heiligkeit der Kirche beziehe sich nicht auf die Heiligkeit der Amtsträger.

 

Der CSU-Politiker und Vizepräses der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Günther Beckstein, sieht in der Alkoholfahrt von EKD-Ratspräsidentin Margot Käßmann keinen Grund für einen Rücktritt. "Bischöfin Käßmann hat sicher einen Fehler begangen, sie hätte einen Chauffeur oder ein Taxi nehmen sollen", sagte der frühere bayerische Ministerpräsident den "Nürnberger Nachrichten". Aber dieser Fehler werde nicht dazu führen, dass sie von ihrem Amt zurücktreten müsse. Beckstein fügte hinzu: "Auch eine Bischöfin ist keine Heilige, sondern nur ein Mensch, der fehlbar ist." Er halte es für "völlig eindeutig", dass Käßmann im Amt bleiben kann.

 

"Stimme gegen Afghanistan-Krieg beschädigt" - Die Theologin Uta Ranke-Heinemann äußerte sich bestürzt, dass mit Käßmann ausgerechnet die am meisten wahrnehmbare Stimme aus den Kirchen gegen den Afghanistan-Krieg durch eine Alkoholfahrt beschädigt wird. "Jetzt werden wieder alle ihre Gegner triumphieren", sagte sie der "Thüringer Allgemeinen" in Erfurt. Zusammen mit den Kriegsbefürwortern würden sie die Oberhand gewinnen.

 

Braunschweigs evangelischer Bischof Friedrich Weber warnte gleichermaßen vor Häme wie vor Schönfärberei: Die Lage sei sowohl für die hannoversche Landeskirche als auch für die EKD schwierig, sagte der Bischof der "Hannoverschen Allgemeinen Zeitung". Aber für die Bischöfin Käßmann sollten die gleichen Maßstäbe gelten wie für jeden anderen auch: Was jetzt Not tue, seien Fairness der Öffentlichkeit und Offenheit in der Sache. "Wir Protestanten haben gelernt, zwischen der Person und der Tat zu unterscheiden."

 

Alle Termine abgesagt - Käßmann selbst ging auf Tauchstation, nachdem sie der Bild-Zeitung gesagt hatte: "Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich so einen schlimmen Fehler gemacht habe." Auf Anraten ihrer Umgebung sagte sie alle Termine für die nächsten Tage ab. Laut Bild-Zeitung soll sie nicht alleine in dem Wagen gesessen haben.

 

Ihre innerkirchlichen Gegner brachten sich umgehend in Stellung. Der Leiter der konservativen Konferenz Bekennender Gemeinschaften, der Hamburger Pfarrer Ulrich Rüß, sprach von einem drohenden Ansehensverlust: Käßmann liefere Kritikern einen Vorwand zur Kirchenschelte. Es sei jedoch nicht angebracht, von außen etwa einen Rücktritt zu fordern; sie werde sich "aus ihrem Gewissen über mögliche Konsequenzen entscheiden müssen".

 

Der Strom solcher Krokodilstränen dürfte in den nächsten Tagen noch anschwellen. Um ihn abzuleiten, könnte Käßmann ihre Leitungsaufgaben vorübergehend ruhen lassen. Über eine solche Lösung denken jene nach, die an Käßmann festhalten wollen.

Eines freilich scheint klar zu sein: Am Bischofsamt in Hannover hängt der EKD-Ratsvorsitz und umgekehrt. Es ist nur schwer vorstellbar, dass Käßmann ihren Posten als höchste Repräsentantin der 27 Millionen deutschen Protestanten aufgeben, aber Chefin der größten EKD-Mitgliedskirche bleiben könnte.

 

Für eine mögliche Nachfolge an der EKD-Spitze – ob als Interims-Vorsitzender oder auf Dauer – kommt am ehesten Käßmanns Stellvertreter Nikolaus Schneider infrage. Der Präses der Evangelischen Kirche im Rheinland hatte im Oktober auf der EKD-Synode in Ulm bei der Wahl zum Ratsvorsitz nach Käßmann die meisten Stimmen erhalten. Er gilt – wie die amtierende Ratsvorsitzende – als Vertreter eines politisch engagierten Protestantismus. JOACHIM FRANK FR mit dpa/ddp/afp 24

 

 

 

 

Bischöfin Käßmann. Affäre mit Dienstwagen

 

Bischöfin Käßmann fuhr betrunken Auto. Der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland hat der Ratsvorsitzenden das Vertrauen ausgesprochen. Doch wie soll sie sich jetzt weiter als moralische Wegweiserin profilieren? Von Kai Müller

 

Es habe dieses unerquickliche Gefühl gegeben, beobachtet zu werden, diese Frage der anderen: Hält sie durch oder nicht? Damals, als sie sich von ihrem Mann trennte. Unerquicklich vor allem auch deshalb, weil auch sie nicht wusste, „wie weit die Kraft trägt“. Sie fragte sich selbst: „Werde ich standhalten oder werde ich doch flüchten?“

 

So erzählt Margot Käßmann von der Zeit ihrer Scheidung, in einem Buch, das „In der Mitte des Lebens“ heißt. Nach 26 Ehejahren und vier gemeinsamen Töchtern entschieden sie und ihr Mann sich 2007 für eine Trennung. Das war eine Herausforderung für die Evangelische Kirche Deutschlands, die EKD, denn Käßmann war ihre erste Bischöfin. Doch stand man zu ihr, und das Kirchenparlament wählte sie im Oktober 2009 sogar zur EKD-Vorsitzenden.

 

Jetzt steht ihre Kirche vor der nächsten Herausforderung: Käßmann ist in Hannover am Samstagabend um 23 Uhr mit 1,54 Promille Alkohol im Blut in ihrem Dienstwagen über eine rote Ampel gefahren und erwischt worden. Bei 1,54 Promille bestehen nach Expertenmeinung erhebliche Ausfallerscheinungen, wenn man Alkohol nicht gewöhnt ist. Die Staatsanwaltschaft ermittelt. Die Bischöfin hat sich entschuldigt. „Ich bin über mich selbst erschrocken, dass ich so einen schlimmen Fehler gemacht habe.“ Und wieder blicken alle auf sie und fragen: Hält sie durch oder nicht?

 

Sie selbst hat sich dem Vernehmen nach am Dienstag mit der Frage geplagt, ob sie von der Spitze der Evangelischen Kirche zurücktreten soll, sich dann aber dagegen entschieden. Doch für eine Würdenträgerin ihres Kalibers ist Alkohol am Steuer nicht nur ein Verstoß gegen die Straßenverkehrsordnung. Die Bischöfin ist eine moralische Instanz, „ohne Tadel“ soll sie sein, „nüchtern, besonnen“, sagt die Bibel. Zuletzt hat sich Käßmann als Kritikerin des deutschen Afghanistan-Einsatzes mit der politischen Klasse angelegt. Sie gilt als tatkräftig, aber unbedacht, zeigte sich „überrascht“ von den Reaktionen auf ihre Dresdner Neujahrspredigt. Hat unter den Attacken auch gelitten. Ist ihr alles zu viel geworden? Hat sie die Kontrolle verloren?

 

In einem Interview hatte Käßmann, Tochter eines Kfz-Mechanikers, einmal „mangelndes Verantwortungsbewusstsein“ von Autofahrern kritisiert, „insbesondere wenn Alkohol oder Drogen mit im Spiel sind“. Bei ihrer ersten Führerscheinprüfung ist sie allerdings durchgefallen, weil sie zu schnell war.

 

Margot Käßmann ist beliebt, weil sie aus der Mitte des Lebens kommt. Nett, sei sie. Eine, die redet, wie das Herz spricht. Bei der Trauerfeier für Nationaltorhüter Robert Enke fand sie bewegende Worte ohne Pathos, die den Schmerz von Tausenden trafen. Auch über ihre Brustkrebserkrankung sprach sie offen mit den richtigen Worten. Dass sie eine „fabelhafte Sympathieträgerin“ abgeben würde, bescheinigen ihr auch Kirchenleute, die sie widerstrebend ins Amt der EKD-Vorsitzenden gewählt haben. Sie habe das intellektuelle Format nicht, sagen Kritiker, um auf Bundesebene mitzureden. Schon bei der Wahl ging die Sorge um, dass sich die nur 1,60 Meter große Frau übernehmen würde.

 

Wie soll sie sich jetzt weiter als moralische Wegweiserin profilieren? Ihr drohen eine Geldstrafe wegen Trunkenheit am Steuer und ein Jahr Führerscheinentzug. Nach Auskunft eines Kirchensprechers wird der Vorfall darüberhinaus keine disziplinarischen Maßnahmen nach sich ziehen. „Wie bei jedem Pfarrer wird im Fall einer strafrechtlich relevanten Ersttat seit 2008 eine Rüge erteilt.“ Dass der Kirchenrat, der gestern spätabends noch zur Telefonkonferenz rief, ihren Rücktritt verlangen würde, glaubten Insider nicht. Der könne nur von ihr selbst ausgehen.

 

Käßmanns Alkoholfahrt fällt just in die Fastenzeit, in der sich gläubige Christen in Enthaltsamkeit üben. Noch im vergangenen Jahr war auch die Bischöfin dabei. In einem Interview mit „Spiegel Online“ sagte sie damals, dass für sie während der 40-tägigen Fastenperiode Alkohol tabu sei. Und auf die Frage, ob ihr das schwer falle, antwortete sie: „Ja, ich merke auf einmal, wie sehr ein Glas Wein am Abend zur Gewohnheit werden kann.“  Tsp 24

 

 

 

 

Missbrauchsfälle. Bischöfe sind in der Pflicht

 

Die deutschen katholischen Bischöfe kommen am Montag in Freiburg zu ihrer Frühjahrsvollversammlung zusammen. Welche Rolle werden dabei die Missbrauchsfälle an katholischen Schulen spielen? Von Claudia Keller

 

Der Skandal um Missbrauchsfälle in katholischen Einrichtungen stellt die Glaubwürdigkeit der Kirche infrage wie kaum ein anderer Vorfall. Und doch hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch, dazu bisher geschwiegen. Auch die meisten anderen Bischöfe halten sich bedeckt. Dafür verbreitete die hauseigene katholische Nachrichtenagentur die Aussage des Kriminalpsychiaters Hans-Ludwig Kröber von der Berliner Charité: „Es ist geradezu auffällig, wie wenig Fälle von sexuellem Missbrauch es im Bereich der Kirche gibt“ – verglichen mit der Gesamtgesellschaft.

 

Vom heutigen Montag bis zum Donnerstag treffen sich die Bischöfe der 27 deutschen Diözesen zur Frühjahrsvollversammlung der Bischofskonferenz in Freiburg. Dabei soll das Thema auf den Tisch kommen. Und auch Zollitsch will sich zu Beginn der Tagung nun erstmals öffentlich äußern.

 

Allerdings ist die Fähigkeit zur Selbstkritik unter den deutschen Bischöfen auch drei Wochen nachdem die Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg bekannt wurden, nicht sehr ausgeprägt. Es herrscht die Haltung vor: Das Problem ist von den Medien aufgebauscht. Die katholische Kirche hat ihre „Hausaufgaben“ gemacht, indem sie 2002 „Leitlinien zum Vorgehen bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedete. Anlass zu grundsätzlichen Reformen, was den Zölibat oder die katholische Sexualmoral angeht, sieht keiner.

 

„Sexueller Missbrauch spielt in der katholischen Kirche kaum eine Rolle. Das ist ein gesamtgesellschaftliches Problem“, stellte der Bistumssprecher in Münster klar. Er halte nichts von Bischöfen, die sich zu allen Themen äußern, nur weil ein Thema etwas mit der katholischen Kirche zu tun habe, sagte der Sprecher des Erzbistums Hamburg und verwies auf Ausführungsvorschriften zu den Leitlinien der Bischofskonferenz, die das Hamburger Bistum jetzt erlassen hat. Andere Bistümer haben sich solche Vorschriften bereits 2003 gegeben.

 

Der Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller ist ähnlich wie sein Augsburger Amtsbruder Walter Mixa der Ansicht, dass die 68er-Generation, besonders die Partei der Grünen, zu einer zunehmenden Sexualisierung der Gesellschaft beigetragen habe und dadurch mit schuld sei an sexuellen Übergriffen in katholischen Schulen. Im Übrigen stehe die Kirche gar nicht schlecht da. „Wenn Sie schauen, wie in Sportvereinen mit sexuellem Missbrauch umgegangen wird, dann sind die Kirchen vorbildlich“, sagte Clemens Neck, der Sprecher von Bischof Müller. Eine „saubere Lösung“ im Umgang mit pädophilen Männern gebe es nicht. Pädophilie lasse sich nicht heilen, und man könne die Menschen nicht gegen ihren Willen wegsperren.

 

Der Stuttgarter Bischof Gebhard Fürst veröffentlichte am vergangenen Mittwoch einen Brief, in dem er klarstellte, dass sein Bistum zu Unrecht in Verruf geraten sei, besonders viele Verdachtsfälle zu haben. Anlass für sein Schreiben war eine Statistik über die Anzeigen zu sexuellem Missbrauch in den deutschen Diözesen, die das Nachrichtenmagazin „Spiegel“ abgedruckt hatte. Die Diözese Rottenburg-Stuttgart führt die Statistik mit 23 Verdachtsfällen seit 2001 an. Dass es so viele sind, sei nicht problematisch, sondern ein „Indiz eines besonders sorgsamen Umgangs mit der Problematik des sexuellen Missbrauchs“, sagte Fürst. Seit 2002 werde jeder Hinweis verfolgt und „akribisch begleitet“ von einer unabhängigen Kommission.

 

Es gibt aber auch einige Bischöfe, die durchaus Handlungsbedarf innerhalb der Kirche sehen. Sie sitzen in Osnabrück, Essen, Trier und in den ostdeutschen Bistümern. Am weitesten traute sich der Magdeburger Bischof Gerhard Feige aus der Deckung. „Verantwortliche in unserer Kirche haben dem Problem zu lange Zeit nicht die notwendige Aufmerksamkeit zukommen lassen. Hier haben wir Schuld auf uns geladen“, sagte sein Sprecher. „Der Weg, die Vorwürfe zunächst selbst aufklären zu wollen, hat sich als falsch erwiesen.“ Künftig müsse die Kirche in Verdachtsfällen umgehend staatliche Stellen kontaktieren. Auch der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode, der Vorsitzende der Jugendkommission der Bischofskonferenz, räumte Fehler der katholischen Kirche ein und widersprach als Einziger öffentlich Bischof Mixa. Richtig sei, dass die Gesellschaft in den vergangenen Jahrzehnten viel sexualisierter geworden sei, sagte Bode im Deutschlandfunk. Allerdings habe auch die Kirche mit ihrer Sexualmoral nicht immer differenziert genug reagiert.

 

Bei der Frühjahrsvollversammlung der Bischöfe in dieser Woche wird es vermutlich darum gehen, wie die 2002 verabschiedeten Richtlinien konsequenter angewendet werden können. Eine Arbeitsgruppe der Generalvikare in den Diözesen hat dazu Empfehlungen erarbeitet. Sie raten, dass die Bistümer keinen aus der Bistumsleitung zum Missbrauchsbeauftragten ernennen sollen – wie es momentan etwa in der Hälfte der Bistümer der Fall ist –, sondern eine externe Person. Auch sollte sich nicht nur eine einzige Person um die Untersuchung von Verdachtsfällen kümmern, sondern eine feste Kommission. Werde Geld an Opfer gezahlt, müsse sichergestellt sein, dass der Betrag zu Therapiezwecken verwendet werde, um dem Vorwurf zu entgehen, man zahle „Schweigegeld“. Nicht einigen konnten sich die Generalvikare offenbar bei der Frage, ob man künftig bei der Aufklärung der Fälle stärker mit staatlichen Stellen zusammenarbeiten und zum Beispiel auch dann Anzeige erstatten soll, wenn klar ist, dass das Vergehen verjährt ist. Umstritten blieb auch, inwieweit die Öffentlichkeit informiert werden soll.  Tsp 22

 

 

 

 

 

Vollversammlung der deutschen Bischöfe. Startschuss in Freiburg

 

Mit einem Gottesdienst im Freiburger Münster ist die Vollversammlung der deutschen Bischöfe an diesem Montagabend eröffnet worden. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, ist als Freiburger Erzbischof Gastgeber der Konferenz und erklärt, dass er sich trotz der heiklen Aufgabe, die auf ihn und sein Kollegium wartet, über das Treffen, das die Gemeinschaft unter den Bischöfen widerspiegele, freue:

 

„Es ist natürlich schön, dass die deutschen Bischöfe nach Freiburg kommen. Besonders, weil das das erste Mal in der Geschichte der Bischofskonferenz, die es seit 1848 gibt, der Fall ist. Diese Entscheidung ist schon gefallen, bevor ich Vorsitzender der Bischofskonferenz war. Das heißt, die Bischöfe selbst haben das angefragt und kommen wirklich gerne nach Freiburg. Das freut mich. Ich hoffe, dass auch die Freiburger bei den Gottesdiensten gut mitfeiern, dass wir gute Gastgeber sind. Und wenn das rüber kommt, ist das für mich eine wichtige Sache.“

 

Wichtiger ist freilich die Frage nach den in den vergangenen Wochen bekannt gewordenen Fällen von sexuellem Missbrauch an katholischen Schulen. An diesem Wochenende hatte bereits der Hamburger Erzbischof Werner Thissen Versäumnisse der Kirche im Umgang mit dem Thema in der Vergangenheit eingeräumt: „Man hätte sehr viel mehr tun müssen und tun können, um diese Fälle zu verhindern“, so Thissen im Gespräch mit der Katholischen Nachrichten-Agentur.

Auch die deutsche Politik drängt auf eine geschlossene Stellungnahme der Bischöfe und die lückenlose Aufklärung der Vorwürfe. So hatte beispielsweise Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger diesbezüglich einen Runden Tisch aus Staats-, Kirchen- und Opfervertretern vorgeschlagen. (kna/domradio 22)

 

 

 

 

Erzbischof Zollitsch entschuldigt sich für Missbrauch

 

„Über die bekannt gewordenen Missbrauchsfälle bin ich zutiefst erschüttert.“ Mit diesen Worten hat sich der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, in einer ersten Erklärung zum Auftakt der Frühjahrsvollversammlung der Bischöfe in Freiburg zu den Missbrauchsfällen in der Kirche geäußert – und bei den Opfern entschuldigt: „In aller Deutlichkeit unterstreiche ich: Sexueller Missbrauch an Minderjährigen ist immer ein abscheuliches Verbrechen. Ich mache mir diese Formulierung von Papst Benedikt aus tiefer Überzeugung zu Eigen und entschuldige mich bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden“, so Zollitsch wörtlich.

Nicht allein die deutsche Öffentlichkeit hatte hohe Erwartungen in eine offizielle Stellungnahme aus Freiburg gesetzt. Eine gemeinsame Erklärung der Bischöfe werde es an diesem Donnertag geben, wie Zollitsch ankündigte. Die Leitlinien der deutschen Bischöfe zu Missbrauchsfällen hätten sich grundsätzlich bewährt. Dennoch betonte Zollitsch: „Wir werden die Leitlinien überprüfen und über mögliche Änderungen sprechen.“ Die bisherige Aufklärungsarbeit des Jesuitenordens begrüßte der Erzbischof. „Wir müssen den Mut aufbringen, Unrecht sofort beim Namen zu nennen“, so Zollitsch. Bei seinem für März geplanten Rombesuch wolle er die Missbrauchsfälle auch mit Papst Benedikt XVI. erörtern.

 

Ein „entschiedeneres Vorgehen“ der Kirche gegen Missbrauch fordert im Vorfeld der Bischofsversammlung der katholische Theologe und Psychotherapeut Wunibald Müller. Die von den deutschen Bischöfen verabschiedeten Leitlinien müssten überarbeitet werden, so Müller in der Ausgabe der Frankfurter Rundschau von diesem Montag. Gleichzeitig äußerte sich Müller kritisch zu der in den USA praktizierten Nulltoleranz-Linie, wonach jemand, der sich einmal sexuell missbräuchlich verhalten hat, nie mehr als Seelsorger oder Priester tätig sein kann. Das müsse von Fall zu Fall entschieden werden. Schon in der Priesterausbildung sei ein „sorgfältiger Ausleseprozess“ bei den Kandidaten unabdingbar, betonte Müller weiter. Unterdessen hat sich auch der Hauptgeschäftsführer des Ökumenischen Netzwerkes Initiative Kirche von unten (IKvu), Bernd Hans Göhrig, zu Wort gemeldet. Auch die Fragen nach der Entschädigung der Opfer und der Verjährung der Missbrauchsfälle seien von größtem Gewicht. Die Bischöfe hätten sich für eine Aufhebung der Verjährungsfrist zwanzig Jahre nach Eintritt des 18. Lebensjahres der Opfer einzusetzen, so Göhrig.

 

Die Ordensgemeinschaft der Salesianer Don Boscos bedauert jegliches Fehlverhalten im Missbrauchsfall in Berlin-Wannsee. In einer Pressemitteilung an diesem Montag schreibt die Gemeinschaft, dass die Deutsche Provinz umgehend Recherchen aufgenommen habe. Bis vergangene Woche sei den Verantwortlichen des Ordens nicht bekannt gewesen, dass Vorwürfe von sexuellem Missbrauch im Raum stünden. Ehemalige Bewohner des Heims in Berlin-Wannsee hätten sich bisher nicht an die Ordensleitung gewandt. Am Wochenende berichtete der „Spiegel“ über einen Vorwurf des sexuellen Missbrauchs im Don Bosco Heim in Berlin-Wannsee im Zeitraum von 1960 bis 1975. (pm 22)

 

 

 

Missbrauch in der Kirche. Bischof bittet um Verzeihung

 

Freiburg. Dies ist sicherlich der bisher schwierigste Auftritt in der zweijährigen Amtszeit des Freiburger Erzbischofs Robert Zollitsch als Vorsitzendem der Deutschen Bischofskonferenz. Er wirkt angespannt, als er Montagnachmittag zum Auftakt der Frühjahrsvollversammlung vor die Presse tritt: Zollitsch zeigt sich erschüttert von den Fällen sexuellen Missbrauchs an katholischen Schulen. Er sagt: "In aller Deutlichkeit unterstreiche ich: Sexueller Missbrauch an Minderjährigen ist immer ein abscheuliches Verbrechen."

 

Aus tiefster Überzeugung schließe er sich dieser Einschätzung Papst Benedikts XVI. an. Dann folgt ein Bekenntnis, zu dem sich die katholischen Oberhirten in dieser Klarheit bislang nicht hatten durchringen können: "Ich entschuldige mich im Namen der Kirche in Deutschland bei allen, die Opfer eines solchen Verbrechens wurden."

 

Der Freiburger Erzbischof fügte hinzu, im Raum der Kirche wiege Missbrauch besonders schwer, weil es ein besonderes Vertrauen von Kindern und Jugendlichen in Geistliche gebe. Und er sagte eine "lückenlose und absolut transparente Aufklärung" zu.

 

Die Bischöfe werden in den nächsten Tagen hinter verschlossenen Türen auch über Folgerungen aus den Missbrauchsfällen für die Theologenausbildung diskutieren müssen. Kirchliche Reformgruppen dringen darauf, dass der Umgang mit der Sexualität und wissenschaftliche Erkenntnisse über sexuelle Orientierung einen breiteren Raum in der Vorbereitung auf den Priesterdienst erhalten.

 

Die vor allem an mehreren Bildungseinrichtungen des Jesuitenordens bekanntgewordenen Fälle sexueller Übergriffe von Geistlichen auf Kinder werden wohl die versammelten Bischöfe zwingen, konkretere Regeln für den Umgang mit auffällig gewordenen Priestern zu beschließen. Viele Oberhirten tun sich schwer, die Polizei einzuschalten, wenn sie von Übergriffen erfahren.

 

Ein Konfliktthema ist auch die Frage, ob und wie Priester nach einer Therapie oder einer verbüßten Haftstrafe eingesetzt werden sollen. Auch die Erfahrungen mit den Bistums-Beauftragten in Missbrauchsfällen lassen keine einheitliche Linie erkennen. Kritiker fordern unabhängiger Experten als Ombudsleute. HARALD BISKUP FR 24

 

 

 

 

Missbrauch in der Katholischen Kirche. Regierung erhöht Druck auf Bischöfe

 

Kurz vor Beginn der Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz fordert die Regierung eine lückenlose Aufklärung der Missbrauchsfälle. Die Justizministerin plädiert für Runden Tisch.

 

FRANKFURT/MAIN - Die katholische Kirche gerät wegen der rapide steigenden Zahl von Missbrauchsvorwürfen zunehmend unter Druck. Unmittelbar vor Beginn der Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz am Montag in Freiburg drang die Bundesregierung auf eine lückenlose Aufklärung der Fälle. Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger schlug dazu im Spiegel Ombudsleute und einen Runden Tisch aus Staats-, Kirchen- und Opfervertretern vor.

Die FDP-Politikerin sagte, sie erwarte von der katholischen Kirche "konkrete Festlegungen, welche Maßnahmen für eine lückenlose Aufklärung ergriffen werden". Ein Runder Tisch sei ein guter Weg, um Missbrauchsfälle aufzuklären und über Entschädigungen zu reden.

Währenddessen weitet sich der Skandal um Missbrauchsfälle aus den 60er, 70er und 80er Jahren immer weiter aus. Mindestens sechs katholische Einrichtungen sind laut Spiegel mit neuen Vorwürfen konfrontiert, darunter zwei ehemalige Heime der Salesianer Don Boscos in Augsburg und Berlin, wo drei Geistliche und ein Mitarbeiter Minderjährige missbraucht haben sollen.

Ebenfalls betroffen sein sollen ein ehemaliges Kinderheim der Vinzentinerinnen im oberschwäbischen Oggelsbeuren sowie das Maristen-Internat in Mindelheim (Bayern) und das frühere Franziskaner-Internat in Großkrotzenburg bei Hanau. Missbrauchsvorwürfe gibt es demnach auch gegen frühere Mitarbeiter des Franz-Sales-Hauses in Essen, einer Behinderten-Einrichtung.

Hamburger Erzbischof stellt Reformen in Aussicht

Die Missbrauchsfälle sollen auch ein Thema bei der Deutschen Bischofskonferenz sein, deren Frühjahrs-Vollversammlung am Montag in Freiburg beginnt. Der Vorsitzende, Erzbischof Robert Zollitsch, hat eine Stellungnahme zu den Fällen angekündigt.

Die Laienorganisation Wir sind Kirche appellierte an die Bischofskonferenz, die Leitlinien zum sexuellen Missbrauch grundlegend zu überarbeiten und konsequent anzuwenden. Die in den vergangenen Wochen zu Tage getretenen Fälle hätten in erschreckender Weise deutlich gemacht, dass die Leitlinien große Lücken aufwiesen. Die Organisation kündigte zudem für Montag eine Mahnwache vor dem Eröffnungsgottesdienst der Vollversammlung am Freiburger Münster an.

Der Hamburger Erzbischof Werner Thissen stellte derweil Reformen der Aus- und Fortbildung der Priester in Aussicht. Der Umgang der Geistlichen mit ihrer Sexualität müsse noch intensiver als bisher zur Sprache kommen, sagte er der Frankfurter Rundschau. Er sei "jedem dankbar", der sich offenbare. Thissen räumte "in unseren Reihen sexuellen Missbrauch in einem erschreckenden Maße" ein, "das wir nicht für möglich gehalten hätten". Die Kirche könne jetzt mit aktiver Aufklärung eine Vorreiterrolle einnehmen.

Jesuitenorden in den USA meldet Insolvenz an

Einem Focus-Bericht zufolge hat der Berliner Rechtsanwalt Lukas Kawka in den vergangenen Tagen geprüft, ob unter den ehemaligen Schülern, die am Canisius-Kolleg in Berlin und an anderen katholischen Schulen sexuell missbraucht wurden, auch amerikanische Staatsbürger sind. "Dies hätte eventuell eine Klage in den USA ermöglicht, wo wesentlich höhere Schmerzensgelder zugesprochen werden", sagte Kawka dem Nachrichtenmagazin. Da der Orden nun "Chapter 11" beantragt habe, eine nach angelsächsischem Recht mögliche Form des Insolvenzantrags, sei eine Klage in den USA aber aussichtslos.

Amerikanische Gerichte gestehen Missbrauchsopfern immer wieder hohe Schmerzensgelder zu. Mehr als zwei Milliarden Euro hat die katholische Kirche dort laut Focus bereits an Opfer überweisen müssen. Allein die katholische Erzdiözese Los Angeles wurde auf Zahlung von etwa 480 Millionen Euro verurteilt. apn 21

 

 

 

Erlebbare Glaubensboten Gottes in dieser Welt. Tag der Pfarrgemeinderäte fördert Besuchsdienste

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel -  Am Samstag fand in Fulda der Tag der Pfarrgemeinderäte statt. Er stand unter dem Motto „wenn wir das Leben teilen wie das täglich’ Brot“. 120 Pfarrgemeinderäte und Engagierte aus Besuchsdiensten kamen ins Fuldaer Bonifatiushaus.

 

„Da, wo das Kreuz vom Turm ragt, muß auch der gute Geist Gottes wehen“, ermunterte Caritasdirektor Domkapitular Bruno Heller, Erfurt, die Teilnehmerinnen und Teilnehmer des Tages der Pfarrgemeinderäte. Einzelne Gemeindemitglieder aber auch die christliche Gemeinde seien aufgefordert, die Augen vor der Not der Mitmenschen nicht zu verschließen und sensibel zu sein für Ausgrenzung, Einsamkeit und Armut mitten in unserer Gesellschaft.

 

Es gelte eine „wache Grundhaltung“ zu entwickeln, Hand anzulegen und in den zentralen Lebensfeldern der Menschen präsent zu sein. Es gehe darum, sich im Sinne der Heiligen Elisabeth als erlebbaren Glaubensboten Gottes in dieser Welt zu begreifen. Es gehe einerseits darum, respektvoll mit den Menschen am Rande der Gesellschaft umzugehen und ihre Würde zu achten. Es gehe andererseits darum, Wertschätzung dem anderen gegenüber deutlich zu machen, Aufmerksamkeit für die Situation des anderen und einen sensiblen Blick im Umgang miteinander zu pflegen.

 

Der Referent ermutigte die Pfarrgemeinderäte, in den Gemeinden Caritasteams zu bilden und in gegenseitiger Unterstützung von Haupt- und Ehrenamtlichen soziale und seelische Not in den Gemeinden wahrzunehmen und hier Verantwortung zu übernehmen. Letztlich gehe es der Kirche um das „Heil“ für Jede und Jeden. Domkapitular Heller rief dazu auf, daß Pfarrgemeinden und Einrichtungen der Caritas, wie zum Beispiel Schuldner- Sucht- oder Erziehungsberatung zusammenarbeiten und subsidiär - jeder nach seinen Kräften und Kompetenzen - gemeinsame Aufgaben tragen und bewältigen.

 

Steffen Flicker, stellv. Vorsitzender des Katholikenrates, führte durch die Veranstaltung, die erstmals in Kooperation zwischen Katholikenrat und Diözesancaritasverband durchgeführt wurde.

 

„Mit diesem Tag wollen wir einen Beitrag zum Wachsen der Pastoralverbünde in unserer Diözese leisten. Es ging uns darum, den Pfarrgemeinderäten konkrete Hilfen für die Arbeit der pfarrlichen Besuchsdienste zu geben und gleichzeitig die Möglichkeit zu schaffen, die Zusammenarbeit in den neuen pastoralen Räumen unseres Bistums zu vernetzen“, so Steffen Flicker.

 

Nach dem einführenden Vortrag von Domkapitular Bruno Heller, fanden sich die Teilnehmer am Nachmittag in regionalen Arbeitsgruppen zusammen. Ziel war es, die Angebote der Caritas auf Dekanatsebene kennen zu lernen und miteinander zu überlegen, wie gegenseitige Unterstützung und Vernetzung in der Zusammenarbeit verschiedener Pfarrgemeinden auf Pastoralverbunds- und Dekanatsebene möglich sein kann. Der Tag schloß mit einer gemeinsamen Eucharistiefeier, die Ordinariatsrat Pfarrer Elmar Gurk zelebrierte. Armin Schomberg, Andreas Groher und Mathias Ziegler moderierten den Tag. Die Arbeitsgruppen wurden von den Dechanten des Bistums und Regionalreferenten des Diözesancaritasverbandes gestaltet.

 

„Wir sehen diesen Tag als guten weiteren Schritt, die caritative Arbeit von Ehrenamtlichen in unserem Bistum zu stärken und zu unterstützen. Es wäre wünschenswert, wenn sich die gute Zusammenarbeit zwischen Katholikenrat und Caritasverband weiter fortsetzen ließe." so Steffen Flicker abschließend. (mz 22)

 

 

 

 

Geistliche des Don-Bosco-Heims unter Missbrauchsverdacht

 

Die Missbrauchsvorwürfe gegen katholische Geistliche reißen nicht ab. Auch im ehemaligen Kinderheim des Ordens "Salesianer Don Bosco" in Wannsee sollen sich Erzieher an Minderjährigen vergangen haben. Von Hannes Heine

 

Die Missbrauchsvorwürfe gegen katholische Geistliche reißen nicht ab. Auch im ehemaligen Kinderheim des Ordens „Salesianer Don Bosco“ in Wannsee sollen sich Erzieher an Minderjährigen vergangen haben. Noch unbestätigten Vorwürfen zufolge sollen Patres in den 50er, 60er und 70er Jahren Jungen geschlagen, in einigen Fällen auch vergewaltigt haben. Das Haus des Don-Bosco-Werks ist 2005 nach 50 Betriebsjahren wegen Geldmangels geschlossen worden. Bis 1997 wohnten dort Waisenjungen und jugendliche Straftäter, erst danach wurden auch Mädchen in der Sozialeinrichtung untergebracht. Ende der 90er soll der Rapper Bushido dort eine Ausbildung zum Maler und Lackierer gemacht haben.

 

Nach Tagesspiegel-Informationen handelt es sich bei den Berliner Verdächtigen um sechs Geistliche. Drei davon sind dem Orden zufolge inzwischen verstorben, einer hat die Gemeinschaft verlassen, zwei Beschuldigte gehören dem Orden heute noch an. Diese beiden weisen nach Auskunft des Ordens die Vorwürfe zurück. Auch etwaige Vorfälle in einem 1997 geschlossenen Augsburger Schülerheim der Glaubensgemeinschaft werden geprüft. „Wir gehen jedem Missbrauchsvorwurf, sei er sexueller oder anderer Natur, mit großem Nachdruck und ohne Ansehen der Person nach und versuchen, die Sachverhalte – auch wenn sie weit zurückliegen – aufzuklären“, sagte Ordenssprecherin Gabriele Merk. Bisher gebe es jedoch keine Beweise für die erhobenen Vorwürfe. „Aber die Recherchen sind noch nicht abgeschlossen. Sie werden von internen und außenstehenden Personen vorgenommen.“ Der Provinzial der Salesianer entschuldigte sich für alles Leid, das Menschen in einem der Ordenshäuser zugefügt worden sein könnte. Eine zweite Berliner Ordenseinrichtung in Marzahn sei nicht betroffen. In dem erst vor zwei Jahren eröffneten Zentrum werden sozial schwache Jugendliche auf eine Ausbildung vorbereitet.

 

Die 1859 in Italien gegründete und nach dem Heiligen Franz von Sales genannte Glaubensgemeinschaft in der katholischen Kirche zählt weltweit etwa 16 000 Mitglieder. Die Salesianer sind in 129 Staaten aktiv und unterhalten mehr als 7000 Einrichtungen. Nach den Jesuiten gilt der Orden als die zweitgrößte männliche Gemeinschaft innerhalb der katholischen Kirche.

 

In den vergangenen Wochen hatten sich mehr als 100 frühere Schüler von Jesuiten-Gymnasien, so dem Berliner Canisius-Kolleg, an die Öffentlichkeit gewandt. Sie berichteten von regelmäßigen Erniedrigungen durch sadistische Patres. Ebenfalls des Missbrauchs verdächtigt werden inzwischen auch Ex-Mitarbeiter von Häusern der Vinzentinerinnen und Franziskaner vor allem in Süddeutschland. Am Wochenende hat sich Bundesjustizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger in die Debatte eingeschaltet. „Die Ministerin erwartet von der katholischen Kirche konkrete Maßnahmen für eine lückenlose Aufklärung“, sagte ein Sprecher der FDP-Politikerin dem Tagesspiegel. Geeignet sei auch ein Runder Tisch aus Vertretern der Behörden, der Kirche und der Opfer. Am Montag kommt die deutsche Bischofskonferenz in Freiburg zusammen. Papst Benedikt XVI., der kürzlich den Missbrauch tausender Kinder durch irische Priester verurteilt hatte, hat sich zu den deutschen Vorfällen noch nicht geäußert. Tsp 22