Notiziario religioso 22-24 Febbraio 2010
Lunedì 22. Il commento al Vangelo. «Voi chi dite che io sia?»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 16,13-19) commentato da P. Lino Pedron
13 Essendo giunto
Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente
chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero:
«Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei
profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?».
16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E
Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona,
perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta
nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro
di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Gesù pone la
domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi
chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su
un terreno solido, incrollabile.
La risposta di
Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non
deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie
forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.
Gesù costituisce
Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24)
comincia a prendere il suo vero significato.
Non è fuori luogo
chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva
rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione
di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…"
e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù:
"Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non
pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".
Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e
quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e
accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la
risurrezione del Figlio.
Pietro riceve le
chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere.
Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul
regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di
portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di
trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui
osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.
Gli scribi e i
farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel
momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma,
rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli
agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.
Se si considera
attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui
è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei
cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.
Non si potrà
identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il
loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di
riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è
affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al
Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a
ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel
Regno.
Nel giudaismo, gli
equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e
permettere, in riferimento ai pronunciamenti
dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In
questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.
Questo duplice
potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di
separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19
e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della
fissazione della dottrina, sta in primo piano.
Pietro è
presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile
rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma
alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.
Il legare e lo
sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè
le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel
presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.
Nel vangelo di
Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che
fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad
ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che
vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane
una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la
roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su
Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.
Nel suo ufficio
egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del
regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta
la sua forza. De.it.press
Martedì
23. Il commento al Vangelo.
“Padre nostro che sei nei cieli”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 6,7-15) commentato da P. Lino Pedron
7 Pregando poi,
non sprecate parole come i pagani, i quali credono di
venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il
Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor
prima che gliele chiediate.
9 Voi dunque
pregate così:
Padre nostro che
sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo
regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11 Dacci oggi il
nostro pane quotidiano,
12 e rimetti a noi
i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13 e non ci
indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre
vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini,
neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.
Gesù ci insegna la
preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera
dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.
E’ un testo di
grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro
è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui.
E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi,
sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.
Il contenuto di
questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con
l’insegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Padre nostro. Il
discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto
l’originalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La
familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere
figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e
confidente (cfr Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro
esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno
prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.
L’espressione che
sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e
lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre
porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).
Sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà.
Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il
protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La
preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una
disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere
intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez
36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia
della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità
diventi un involucro trasparente che lasci intravedere
la presenza del Padre.
La venuta del
Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine
e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma
la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità:
egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo.
La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.
Come in cielo,
così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La
città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.
Dacci oggi il
nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro
dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il
nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo
posto: il resto in funzione del Regno.
Rimetti a noi i
nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in
tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il
regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della
misericordia.
Questa preghiera
si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e
sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e
nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.
Matteo commenta il
Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti….
Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe,
il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".
Nel capitolo
precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la
sua concreta manifestazione: il perdono. De.it.press
Mercoledì
24. Il commento al Vangelo.
“Generazione malvagia”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 11,29-32) commentato da P. Lino Pedron
29 Mentre le folle
si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa
generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà
dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30
Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa
generazione. 31 La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini
di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della
terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è
qui. 32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio
insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla
predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben
più di Giona c'è qui.
Non dobbiamo
invidiare la generazione dei contemporanei di Gesù. Egli stesso la definisce
"generazione malvagia" perché è ancora sotto lo spirito del maligno e
chiede dei segni invece di convertirsi all’annuncio della
sua parola. Egli si rifiuta di dare dei segni "fuorché il segno di Giona". Gesù sarà il
segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna
convertirsi all’annuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire
a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo
avviene quando si instaura con Dio un rapporto di
ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere
al suo amore. Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede,
instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia. I segni che Dio
ci dà rispettano sempre la nostra libertà, ossia non ci costringono mai a
credere. Tutti i segni che Dio concede in Gesù si riassumono nel segno di Giona: egli fu segno di un Dio
misericordioso e clemente, di grande amore, che si lascia impietosire (Gio 4,2).
Gesù è il maestro
di sapienza al quale i credenti possono rivolgersi sicuri di trovare maggior
conforto di quanto ne ebbe la regina di Saba nell’ascoltare i responsi di Salomone. La salvezza dipende dalla nostra
risposta all’annuncio di misericordia di colui che è
più di Salomone e di Giona, al di sopra dei sapienti
e dei profeti.
De.it.press
Il Papa contro potere e beni materiali. "Sono le tentazioni del
diavolo"
Benedetto XVI affida il suo messaggio all'Angelus, mettendo in guardia
dalle "tentazioni diaboliche" - "Il mondo si cambia migliorando
noi stessi. La Quaresima è tempo di agonismo spirituale"
ROMA - I cristiani
debbono "vivere non con orgoglio e
presunzione". E devono dire no al potere, alla fame di beni materiali,
all'ambizione che, dice Benedetto XVI, "sono tentazioni di Satana, contro cui ogni uomo è chiamato a lottare". Smascherando, come
fece Gesù, "l'inganno del potere usando le armi della fede, cioè la
preghiera, l'ascolto della Parola di Dio e la penitenza". Benedetto XVI affida il suo messaggio all'Angelus, mettendo in
guardia dalle "tentazioni diaboliche", che tendono a sviare "dal
nostro cammino, così come accadde anche a Cristo quando si ritirò nel deserto
prima dell'inizio della sua vita pubblica". Definendo la
Quaresima "un tempo di agonismo spirituale nel quale lottare con le armi
della fede" e paragonandola a "un lungo 'ritiro', durante il
quale rientrare in se stessi e ascoltare la voce di Dio, per vincere le
tentazioni del Maligno".
Il Papa ricorda ai
50 mila fedeli presenti in piazza San Pietro come
"le tentazioni non furono un incidente di percorso, ma la conseguenza
della scelta di seguire la missione affidatagli dal Padre, di vivere fino in
fondo la sua realtà di Figlio amato, che confida totalmente in Lui".
"Cristo -
continua il Papa - è venuto nel mondo per liberarci dal peccato e dal fascino
ambiguo di progettare la nostra vita a prescindere da Dio. Egli l'ha fatto non con proclami altisonanti, ma
lottando in prima persona contro il Tentatore, fino alla Croce. Questo esempio vale per tutti: il mondo si migliora incominciando
da se stessi, cambiando, con la grazia di Dio, ciò che non va nella propria
vita". LR 21
Quaresima. In punta di piedi. Pensieri da
L'Aquila
La Quaresima è
sempre per il cristiano un tempo privilegiato in cui la preghiera, il digiuno e
la carità diventano strumenti di grazia per riscoprire l’essenzialità di una
fede talvolta distratta ed approssimativa.
Quest’anno per il
popolo aquilano la Quaresima è qualcosa in più: è la memoria della Settimana
Santa del 2009, una Settimana di passione, così straordinariamente coincidente
con la passione di Cristo. Il ritiro nel “nostro
deserto” non può non riportare alla memoria quei giorni di lutto, di
disperazione, di smarrimento, di paura, di freddo in cui però la vita doveva
andare avanti, nonostante tutto. A questi stati d’animo fa da contrappeso
l’abbraccio ricevuto da tutta l’Italia e dal mondo intero, venuto a portare con
la propria presenza e con aiuti materiali il sostegno indispensabile in quei
momenti. I volti dei volontari che abbiamo conosciuto, dal Trentino alla
Sicilia, erano i volti di Cristo presente nei loro sguardi, nelle mani che
aiutavano, nei sorrisi che sostenevano.
Il 6 aprile si
avvicina rapidamente, i consuntivi saranno inevitabili, la questione “tante
morti potevano essere evitate?” è ancora una ferita dolorosamente aperta che
inchioda alla ricerca di una domanda di senso per la nostra vita quando il
desiderio di felicità sembra svanito per sempre. Chi ha attraversato
un’esperienza così definitiva come quella vissuta dalla gente della conca
aquilana probabilmente avrà la vita scandita da una linea di demarcazione:
prima del terremoto e dopo il terremoto, ma questa
separazione non dà ragione di ciò che il nostro cuore desidera. Un desiderio di
pienezza da vivere in ogni momento, nella letizia e nel dolore, perché la vita
non ci appartiene, appartiene a un Altro. E se così
non fosse la morte significherebbe la fine di tutto,
la tragedia.
L’affidamento
nelle mani di un Altro consegna il nostro destino ad
un disegno buono su di noi. Nella maggior parte dei casi questo progetto divino
è incomprensibile perché la fede ancora immatura non permette di capire tutto,
e non possiamo fare altro che sollevarci in punta di piedi per vedere meglio, o
salire sull’albero come Zaccheo. Questa
appartenenza all’Altro è la nostra speranza, è la certezza della comunione
futura con chi ha già vissuto la sua pasqua, il suo passaggio dalla morte alla
vita.
La nostra
preghiera nel tempo di Quaresima ci aiuti a superare il dramma del distacco, dramma e non tragedia. Il nostro digiuno sia soprattutto
digiuno dalle distrazioni che ci fanno dimenticare e consumare tutto in fretta
senza chiederci il perché dei nostri gesti e la carità possa esprimersi nelle
forme più utili per chi la esercita e per chi la riceve. È questo il senso del
concerto di beneficenza che si terrà domenica 7 aprile 2010 al Ridotto del
Teatro Comunale dell’Aquila, nel centro storico della città, a favore dei
fratelli di Haiti. Chi come noi ha conosciuto la misericordia di Dio attraverso
l’abbraccio dei fratelli, non può lasciare cadere nel vuoto il grido di chi ha
bisogno, la nostra umanità strappata all’anestesia dell’indifferenza diventa la
voce di chi non ha voce. Angela Alfonsi,
L'Aquila
«Rubare non è mai giustificato»
Monito del Papa.
Colloquio Berlusconi-Bertone - di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Di questi tempi che si parla tanto di questione morale, Papa
Ratzinger ha voluto indossare nuovamente i panni del teologo per rispolverare
ai cattolici le Tavole della Legge. Stavolta, soffermandosi (e chissà se è un
caso), su due comandamenti, il settimo e l’ottavo, non rubare e non dire falsa
testimonianza, all’interno della lunga meditazione preparata per l’incontro
annuale coi parroci di Roma ricevuti come di consueto
agli inizi della Quaresima. Una lectio divina incentrata su alcuni passi della
Lettera agli Ebrei. Il tema centrale ha riguardato il ruolo del sacerdote, un
mediatore tra il divino e l’umano, col difficile compito di portare i credenti
a comprendere il senso del peccato che «oscura la natura dell’uomo». Missione
non sempre facile. E così pur manifestando comprensione per le miserie umane,
spetta a lui fare capire all’errante che si può sbagliare
ma non si può di certo perseverare. Altrimenti si finisce nel baratro. «Così si
dice: ha mentito, è umano, ha rubato, è umano ma
questo procedere non è il vero essere umano». Essere «veri uomini», nel senso
pieno del termine, fatti a immagine e somiglianza di Dio, implica, ha spiegato
Benedetto XVI, essere generosi, buoni, giusti, prudenti e saggi. Il peccato
altro non è che un «oscuramento della nostra natura»
da correggere, fino a «essere di Dio e con Dio». E’ la seconda volta nell’arco
di poche settimane che il Papa riprende i
Comandamenti, quasi volesse portare il discorso all’essenziale, ad un codice di
base dal quale è imprescindibile il cammino verso Dio. L’argomento affrontato
dal pontefice ieri mattina non è sfuggito agli ospiti che ieri pomeriggio
affollavano Villa Borromeo, dove ha avuto luogo l’annuale ricevimento per i
Patti Lateranensi. «E’ naturale portare l’attenzione sui comandamenti, poichè sono al centro della
Dottrina Sociale della Chiesa» ha commentato il cardinale Bagnasco uscendo. Una
sfilza di porpore, compreso Sodano e Ruini, si sono
mescolati a ministri (Tremonti, Frattini, Matteoli), autorità istituzionali
varie, uomini politici (Rutelli, Casini). C’era anche la Polverini, candidata
per il Lazio, che è stata incoraggiata dal cardinale Bagnasco.
L’incontro bilaterale Italia-Santa Sede che ha avuto
l’effetto di rassicurare la Cei e il Vaticano sul fatto che arriveranno altri
finanziamenti alle scuole cattoliche, che l’Italia avrà modo di difendere i
cristiani laddove sono perseguitati (dall’India alla
Cina), che i temi della vita e della famiglia sono ben presenti. Berlusconi ha
annunciato che sui temi etici ci sarà libertà di coscienza. Poi non si è tenuto
e ha raccontato una barzelletta. Quale? «Non me la ricordo più» ha tagliato
corto l’ambasciatore Zanardi Landi. Una fonte
governativa ha riferito che la Cei sta preparando delle linee guida per
orientare i cattolici in materia di bioetica. Impossibile sapere se il testo
uscirà prima delle elezioni o dopo. Intanto i vescovi hanno chiesto ai
candidati di parlare di giustizia sociale e dell’integrazione degli immigrati.
IM 19
Questione educativa. La lezione dei grandi. In attesa del messaggio dei
vescovi
Incontrando
qualche giorno fa la Pontifica Accademia per la vita, Benedetto XVI ha invitato
a costruire un "progetto pedagogico integrale", che permetta di
affrontare le grandi problematiche odierne con "una visione positiva,
equilibrata e costruttiva, soprattutto nel rapporto tra la fede e la
ragione". È su questo binario che si sta muovendo la Chiesa italiana con
la scelta dell'educazione quale tema di fondo degli
Orientamenti pastorali del prossimo decennio. Una scelta in piena continuità
con l'impegno a dire il Vangelo "in un mondo che cambia", come
recitava il precedente piano pastorale, e in cui risalta nuovamente la felice
prospettiva del progetto culturale, ossia lo sforzo di essere presente in mezzo
alla storia con un progetto di uomo, di famiglia, di relazioni sociali ispirato
alla Parola di Dio e declinato in dialogo con la cultura del tempo.
È a questo
livello, come una vera crisi di umanità, che sembra infatti
situarsi la crisi educativa additata ormai dovunque, ben oltre le mura di casa
o delle aule scolastiche, tanto da far invocare la presenza di inedite figure
educative nei luoghi virtuali del mondo digitale come in quelli più
tradizionali ma profondamente mutati del lavoro, del consumo, dello sport. Per
molti aspetti, il compito è divenuto più problematico
anche nella comunità cristiana. Parrocchie e associazioni, pur eredi di
un'antica tradizione e di una viva attitudine alla progettualità
in questo campo, si vedono chiamate ad aggiornare le riflessioni e a costruire,
loro per prime, sinergie e "alleanze" per la formazione dei giovani e
la crescita della qualità educativa dei diversi ambienti e attori sociali.
Sarebbe un errore
però scegliere di rispondere con un nuovo attivismo, anche se maggiormente
accordato e calibrato sulle analisi più recenti, all'affanno che ammala le
multiformi attività e iniziative in corso. Il cantiere dell'educazione
necessita sì di pensiero condiviso, di competenze non sfruttate prima d'ora, di
nuovi orizzonti. Ma è soprattutto il fascino legato al
mistero dell'uomo e al dispiegarsi della sua vita nel mondo che può accendere
vocazioni educative stabili e generose. La fatica e il
piacere dell'apprendere, di cercare e seguire i buoni maestri.
L'educazione è grazia e avventura allo stesso tempo perché è fiducia nell'esistenza,
scommessa nell'uomo che non si vede, artigianato paziente dove scolpire se
stessi, lasciarsi modellare e aiutare altri a realizzare il capolavoro della
propria umanità. Come insegna la lezione dei grandi testimoni e innumerevoli
santi, riconosciuti o nascosti, dell'educazione.
Il messaggio che,
nella prossima primavera, uscirà dalla penna dei vescovi non sarà rivolto solo
agli addetti ai lavori che animano il catechismo, gli oratori, le mille
proposte di corsi e percorsi ecclesiali. La sfida di mettere l'attenzione
educativa al centro della propria azione è per tutti. E l'educazione partecipa
di quella positiva e sana laicità che valorizza le differenze, esalta le
responsabilità ai diversi livelli della convivenza civile e rinuncia ad inseguire una presunta neutralità svuotata di contenuti.
Madre e maestra. A fianco dell'uomo e presa per mano da Dio. È così che la
Chiesa italiana si vede - e si propone - oggi, non solo ai piccoli e agli
anziani, ma più decisamente anche al mondo adulto,
valorizzando nel dialogo la maturità, l'esperienza e la cultura di questa
generazione. Almeno di chi, ancora, è capace di sognare e desiderare un futuro
buono per tutti. Ernesto Diaco
Mentire, rubare
«non è il vero essere umano». Certo, solo gli esseri umani mentono e rubano, è
proprio della nostra natura ferita cadere in comportamenti deprecabili, ma
l'efficace uscita di Benedetto XVI contiene un senso ben più profondo.
Rubare, mentire e
più in generale trasgredire uno dei dieci comandamenti - le dieci parole che
narrano la verità intima dell'uomo - non è solo
questione di commettere un peccato, di infrangere un precetto religioso, vuol
dire anche e soprattutto tradire la propria e l'altrui dignità umana. Umano,
infatti, non è ciò che fan tutti, cedendo al proprio istinto, assecondando il
proprio egoismo o usando in modo distorto delle proprie capacità intellettive.
Umano, invece, è ciò che rende l'uomo degno di tal nome, ogni gesto e parola
che crea comunione, che accresce la vita, che manifesta solidarietà verso i
propri simili. Homo homini lupus recita
l'antichissimo adagio ma, appunto, così facendo l'uomo si mostra lupo non uomo!
In questo senso il
messaggio biblico, e quello evangelico in particolare, sono una «buona notizia»
innanzitutto antropologica: ci aiutano a capire, svelano ai nostri occhi
l'autentica qualità dell'uomo. «Ecce homo!» ha esclamato Pilato di fronte a
Gesù: un'espressione che da parte sua voleva solo additare l'imputato, l'uomo
che si stava giudicando. Ma l'evangelista che narra la scena va più in
profondità e fa di quell'esclamazione di un pagano l'annuncio che l'uomo
secondo il pensiero e il volere di Dio è quel
condannato ingiustamente, che non ha mai mentito né rubato ma, al contrario, ha
proclamato e vissuto la verità fino a identificarvisi
e ha donato tutto se stesso agli altri, nulla trattenendo per sé.
Quando diciamo che
certi comportamenti appartengono alla «natura umana», che sono inevitabili,
quando ne sminuiamo la gravità chiamando tutti a correi, quando ci rifugiamo
nell'«errare humanum est», noi in realtà offendiamo
la dignità umana, sviliamo l'uomo che invece è capace di pensare, agire, vivere
secondo una volontà di bene e non di male. Del resto, quando alcuni gesti
malvagi vengono portati all'estremo, la nostra
reazione non è forse proprio quella di considerarli disumani, bestiali,
estranei all'uomo come lo concepiamo idealmente? Il Vangelo ci dice - e
Benedetto XVI ce lo ha ricordato - che in ciascuno di
noi alberga l'uomo vero, creato a immagine e somiglianza di Dio, una persona
capace di rapportarsi con gli altri e con le cose non nello spazio della preda
e della menzogna, ma in quello della condivisione, della solidarietà, della
verità che è carità, attenzione agli altri e alla vita piena. ENZO BIANCHI LS 19
Rafforzare i legami. 2010, Istanbul capitale culturale d'Europa
A credere a certi
mass media, questa decisione è sorprendente. Che essa abbia delle ripercussioni
politiche non è una sorpresa, ma restiamo al piano culturale. Per coloro che abitano questa città, è una cosa evidente! Si
potrebbe perfino dire che l'antica Costantinopoli condivide le radici cristiane
d'Europa. Dalla basilica di Santa Sofia, monumento ineguagliato nei secoli, che
dal VI secolo domina la
città con la sua imponenza, al gioiello della piccola chiesa bizantina del San
Salvatore di Chora, la storia resta indelebile. È
vero che tutti questi prestigiosi monumenti di valore
inestimabile sono oggi dei musei, vestigia di un passato ormai trascorso.
Monito a tutti coloro che vogliono occultare il
proprio passato dimenticando le proprie radici!
Quando si vive in
Turchia, non si può che restare colpiti dalla successione dei tre imperi,
quello romano, quello bizantino e quello ottomano, tutti e tre fortemente
radicati in Europa. Se oggi Istanbul ingloba armoniosamente le due rive del
Bosforo, gettando ponti magnifici verso il lato asiatico, essa nondimeno resta
saldamente ancorata allo spazio europeo fin dalle origini.
La piccola
comunità cristiana locale, erede di questa lunga storia, condivide anch'essa
questo lungo radicamento in Europa. Come dimenticare
che, alla fine del primo millennio, il mondo cristiano si affrontava dal lato
europeo, sulle due rive del Corno d'Oro. È dal lato
europeo di Costantinopoli che si consumava purtroppo la rottura tra le due
Chiese, quella d'Oriente e quella d'Occidente. Per ancora tanto tempo, la riva
destra e la riva sinistra del Corno d'Oro
costituiranno una specie di cesura naturale tra la Chiesa bizantina e la Chiesa
Latina, ed è questa la situazione che ha incontrato il conquistatore ottomano
nel 1453, negoziando abilmente con ambo le parti.
Ancora quest'anno,
durante la Settimana mondiale di preghiera per l'unità dei cristiani, le varie
comunità di Istanbul si sono riunite ogni giorno in una chiesa diversa,
componendo un bel mosaico culturale e religioso. Significa che la presenza
cristiana, per quanto modesta, non è straniera all'immagine multiculturale di
Istanbul, come ci ricordano in varie occasioni i più alti responsabili della
città. È per questo motivo che anche noi, cristiani di Istanbul, accogliamo con
gioia questo avvenimento culturale europeo e cerchiamo
di prendervi parte a nostro modo.
Abbiamo d'altronde
appena terminato I'Anno Paolino, che ci ha portato una cifra record di turisti
pellegrini sui passi di San Paolo, venuti a rigenerarsi alle origini della
fede, a tal punto che non è esagerato dire che la Turchia di oggi è il
prolungamento naturale di quella che i cristiani chiamano
Terra Santa.
Tutto ciò non può
che rafforzare i nostri legami con l'Europa, specialmente nella sua dimensione
cristiana, ed è una gioia e un onore per i cristiani di Turchia apportare il
proprio contributo a questo ravvicinamento culturale.
LOUIS PELÂTRE,
vicario apostolico di Istanbul ("Presence"
n.2/2010)
Benedetto XVI con i vescovi irlandesi: la pedofilia è crimine odioso e
peccato grave
Alla base dello
scandalo degli abusi in Irlanda ci sono stati "senza dubbio errori di
giudizio e omissioni", tuttavia ora sono state
adottate "misure significative per la sicurezza dei bambini e dei
giovani" con l'impegno "a cooperare" con le autorità sia giudiziarie
che ecclesiali "per garantire che gli standard delle politiche e delle
procedure della Chiesa in questo ambito siano i migliori". E' quanto hanno
ribadito i vescovi irlandesi, secondo una nota diffusa
il 16 febbraio dalla Sala Stampa della Santa Sede, al termine del loro incontro
con Benedetto XVI e i cardinali di Curia. Tre le sessioni, due il 15 febbraio ed una conclusiva il 16, nelle quali Benedetto XVI e i
vescovi irlandesi hanno parlato dello scandalo degli abusi sessuali su minori
commessi da sacerdoti e religiosi irlandesi.
Un peccato contro
Dio e contro l'uomo. "Ognuno dei vescovi - si legge nel
comunicato - ha fatto le sue osservazioni e dato i suoi suggerimenti. I vescovi hanno parlato con sincerità del senso di pena e di
rabbia, di tradimento, di scandalo e di vergogna loro espresso, in più
occasioni, dalle vittime degli abusi". "Da parte sua -
prosegue la nota - il Papa ha osservato che l'abuso sessuale di bambini e di
giovani non è solo un crimine odioso ma anche un grave peccato che offende Dio
e ferisce la dignità della persona umana" ed ha esortato i vescovi ad "affrontare i problemi del passato con
determinazione e risolutezza e di far fronte alla crisi presente con coraggio
ed onestà". Benedetto XVI ha anche espresso
"la speranza che l'incontro possa aiutare ad unire i vescovi e renderli
capaci di parlare con una sola voce nell'individuare i passi concreti per
aiutare le vittime di abusi, e di incoraggiare un rinnovamento della fede in
Cristo". "Il Santo Padre - si legge nel comunicato - ha, inoltre,
evidenziato la più generale crisi di fede che riguarda la Chiesa collegandola
alla mancanza di rispetto per la persona umana e come l'indebolimento della
fede abbia rappresentato un fattore decisivo nel fenomeno degli abusi su minori".
Da qui la necessità, ravvisata da Benedetto XVI, di "una più profonda
riflessione teologica sull'intero problema" e "di una migliore
preparazione, umana, spirituale, accademica e pastorale per i candidati al
sacerdozio, per quelli alla vita religiosa, e per coloro che
sono già ordinati e professi". La nota della Santa Sede informa,
infine, che i presuli irlandesi hanno discusso con il Pontefice una bozza della
lettera pastorale che Benedetto XVI indirizzerà ai cattolici irlandesi e che
sarà diffusa in questa Quaresima.
Incontro
"franco e aperto". Di "un incontro franco e aperto" ha
parlato il card. Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate d'Irlanda, durante la conferenza stampa
conclusiva che si è svolta nel pomeriggio del 16 febbraio presso la Radio Vaticana.
Sottolineando "il forte incoraggiamento"
ricevuto "dal Papa e dai cardinali di curia a gestire questa difficile
situazione approfondendo il dialogo con le vittime, sostenendole, e
impegnandosi nel rinnovamento spirituale che è la migliore difesa della dignità
della persona umana", il card. Brady ha ribadito
che la sua Chiesa "intende collaborare strettamente con le autorità
giudiziarie" e ha precisato che l'incontro non doveva produrre
"l'indicazione di misure concrete", bensì "offrire al Papa alcuni
suggerimenti per aiutarlo nel tocco finale alla sua imminente Lettera
pastorale". "Le vittime rimangono la nostra priorità e hanno l'ultima
parola - ha detto ancora il card. Brady -. Per
riguadagnare la nostra credibilità dobbiamo essere
pronti all'umiliazione e a testimoniare con la vita la fede che
proclamiamo". A proposito del richiamo pontificio all'unità, il primate ha
assicurato: "La nostra unità non è mai stata così profonda; in questi due
giorni abbiamo vissuto quasi un minisinodo".
Imparare la
condivisione. Mons. Joseph Duffy,
vescovo di Clogher, ha osservato: "Ci siamo
preparati molto seriamente a questo incontro e nel Papa abbiamo trovato una
grande apertura. È un meraviglioso ascoltatore e risponde ad ogni domanda". "Meritiamo e
accettiamo la rabbia delle vittime e dei loro familiari - ha sostenuto il
vescovo di Ferns, mons. Dennis Brennan
-. Spesso abbiamo gestito male questa vicenda, ma
l'incoraggiamento del Pontefice è per noi motivo di grande consolazione".
"Veniamo da una cultura dei segreti - ha aggiunto mons. Duffy - ora dobbiamo imparare la condivisione nello spirito
non solo dell'unità ma anche della verità e dell'umiltà". Mons. Michael
Smith, vescovo di Meath, ha reso
noto che nelle diocesi sono attivi centri d'ascolto e "centinaia di
persone sono impegnate nella protezione dei bambini e per impedire il ripetersi
degli abusi". Dai vescovi la precisazione che la questione delle
dimissioni non è di competenza della Chiesa irlandese
ma della Santa Sede. Rispondendo a un cronista su un'eventuale visita del Papa
in Irlanda, il card. Brady ha concluso:
"Lo ho invitato molti mesi fa. In questa
occasione non c'è stato tempo per parlarne". sir
Agorà dei giovani. Il mare che unisce. Dal 23 febbraio al 6 marzo viaggio
nel Nord Africa
"Il Mediterraneo
é come una piazza o una tavola imbandita, dove incontrare altri fratelli. Significa abbattere muri e creare
ponti". Così don Francesco Pierpaoli,
direttore del centro "Giovanni Paolo II" di Loreto, spiega al SIR, il
significato del viaggio che una delegazione dell'Agorá dei giovani del
Mediterraneo intraprenderà dal 23 febbraio al 6 marzo in Nord
Africa, tra Libia, Tunisia ed Egitto. "L'Agorá
dei giovani del Mediterraneo - afferma il sacerdote - è nata nel 2001 con
l'obiettivo di creare un incontro tra i cristiani dei Paesi che si affacciano
sul Mediterraneo, per incrementare il dialogo ecumenico e interreligioso e
creare opportunità di scambio. Nei Paesi che visiteremo, la presenza
della Chiesa, per quanto minoritaria, é comunque significativa
e vivace". Il viaggio porterà la delegazione di 8
persone, guidata da don Pierpaoli, a conoscere le
comunità cristiane locali e i loro pastori. In programma, tra le altre cose,
incontri con un'associazione libica che si occupa di disabili, con giovani
cristiani di Tunisi, con seminaristi egiziani, e riunioni con il vicario
apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, con mons. Makarios
Tewfik, vescovo di Ismayliah
dei copti, e con il patriarca di Alessandria dei copti cattolici, Sua
Beatitudine Antonios Naguib.
Non mancheranno visite e celebrazioni nei luoghi cari alla tradizione cristiana
locale e in siti storici, come Cartagine e Sabrata, e artistici, come Tripoli e le Piramidi egizie.
Don Pierpaoli, qual è l'obiettivo di questo viaggio?
"Il nostro
scopo é quello di sostenere ed esprimere vicinanza alle comunità cristiane
locali, proprio come quando si sta al fianco di un
amico che non sta bene, tenendogli la mano, facendogli sapere che sei lì con
lui. Non possiamo dimenticare, infatti, che il cristianesimo del Nord Africa ha dato molto alla Chiesa antica e le nostre
radici arrivano anche da questi luoghi, nonostante oggi siano abitati da una
popolazione a maggioranza musulmana".
Cosa si attende da
questo incontro con il cristianesimo nordafricano?
"Molto. Credo
che queste Chiese ci possano insegnare veramente tanto, perché noi siamo
abituati ad un cristianesimo da catechismo. In questi
giorni, mentre preparavo il viaggio, ho percepito che c'è molta gioia tra i
fedeli di quelle diocesi, nell'apprendere del nostro arrivo. Sono tutti
contenti di farci vedere i loro luoghi e conoscere i loro volti, nonostante
questi ultimi non siano così numerosi".
"Testimonianza"
e "dialogo" saranno le parole chiave dei vostri incontri…
"E anche
'relazione'. Cercheremo di rimettere al centro la relazione, proprio come
faceva il missionario Charles de Foucauld che, nel deserto algerino, viveva a
fianco degli altri, scoprendo la relazione con il prossimo. Educare significa
anche questo, porsi sul piano della dimensione relazionale e non fermarsi alle
parole, ma vivere le emozioni e offrire realtà credibili che toccano il cuore,
amare l'altro fino in fondo. Questa sponda del Mediterraneo c'insegna a donare
sempre, a testimoniare in maniera semplice la fede in Cristo e ad apprezzare le
diversità. Da questo bisogna partire e imparare, iniziando
proprio con lo sperimentare l'amore e la carità gratuite".
Come comunicherete
e testimonierete questa esperienza in Nord Africa una
volta rientrati?
"È significativo il fatto che i giovani che saranno con noi in
questo viaggio arrivano da diverse zone d'Italia, scelti dal centro 'Giovanni
Paolo II' in collaborazione con il Servizio di pastorale giovanile della Cei.
In questo modo si vuole gettare un seme nelle diocesi italiane affinché, oltre
all'incontro annuale a Loreto e ai viaggi istituzionali, proseguano anche i
gemellaggi e gli scambi. Da questi incontri ed esperienze nascono, infatti,
legami profondi che portano ad una cultura di pace.
Stiamo pensando, poi, ad ulteriori iniziative per
celebrare il decennale del centro di Loreto, tra queste: pellegrinaggi in Terra
Santa e a Cracovia e un campo estivo ecumenico a Loreto, durante il quale
giovani di tutta Europa - luterani, anglicani, ortodossi e cattolici - vivranno
insieme un momento di fraternità". FRANCESCA BALDINI
Il Papa interviene sulla sicurezza nei voli. "Va rispettata
l'integrità della persona"
Nel corso di un
incontro con dirigenti e dipendenti dell'Enac e dell'Enav
Impliciti i
riferimenti all'uso di "body scanner" e
altre tecnologie "invasive"
ROMA - Anche sugli
aerei e negli aeroporti, "il primo capitale da salvaguardare e valorizzare
è la persona, nella sua integrità: essa deve rappresentare il fine e non il
mezzo a cui tendere incessantemente". Lo ricorda
il Papa che non si pronuncia sui body scanner e le
altre tecnologie, che per garantire la sicurezza dei voli rischiano di violare
la privacy dei viaggiatori, ma incontrando dirigenti e dipendenti dell'Enac e
dell'Enav - accompagnati in Vaticano dal
sottosegretario Letta e dal ministro Matteoli - ammette che "il rispetto
di tali principi può apparire particolarmente complesso e difficile
nell'attuale contesto, a motivo della crisi economica, che provoca problematici
effetti nel settore dell'aviazione civile, e della minaccia del terrorismo
internazionale, che prende di mira pure gli aeroporti e gli aerei per attuare
le proprie trame eversive".
"Anche in
questa situazione - raccomanda però il Pontefice - occorre non perdere mai di
vista che il rispetto del primato della persona e l'attenzione alle sue
necessità, non solo non rendono meno efficace il servizio e non penalizzano la
gestione economica, ma, al contrario, rappresentano importanti garanzie di vera
efficienza e di autentica qualità.l'ultimo secolo, le frontiere della mobilità si sono
enormemente ampliate con l'utilizzazione sempre più frequente dell'aereo".
"I cieli - ha
aggiunto il Papa - rappresentano oggi in maniera crescente quelle che potremmo chiamare le 'autostrade' della viabilità moderna e,
di conseguenza, gli aeroporti sono diventati crocevia privilegiati del
villaggio globale; in essi, ogni giorno, come è stato ricordato, transitano
milioni di persone". Agli operatori di Enac ed Enav,
dunque, "è affidata la gestione e l'organizzazione sempre più complessa di questo snodo della vita contemporanea e della
comunicazione tra persone e popoli. Si tratta di un lavoro spesso discreto e
poco conosciuto, che non sempre viene notato dagli
utenti - ha aggiunto Benedetto XVI - ma che non sfugge agli occhi di Dio,
il quale vede la fatica dell'uomo, anche quella nascosta". LR 20
Testimoni digitali. Il fiuto dei giovani. Il "Qr code" in un
liceo di Padova
Il Vangelo
attraverso il nuovo "codice a barre" ("Qr
code"). È l'idea maturata dallo staff di Diweb
2.0 (portale per la pastorale del Servizio informatico della diocesi di Padova), insieme agli alunni del liceo "Maria
ausiliatrice" di Padova, per proporre l'accompagnamento quotidiano di
Quaresima attraverso i nuovi linguaggi. Il "Qr
code" (codice a risposta rapida) è un quadratino stampato con un codice
binario che oggi si può trovare su alcune etichette di vestiti e prodotti e ha
la prerogativa di poter essere letto da tutti i cellulari che hanno una
fotocamera. Basta installare il programma di lettura e puntare la fotocamera
sul codice per far apparire testi, link o filmati. "Proporremo su Diweb.it ogni giorno
- spiega la redazione del portale - un codice 'Qr'
che contiene una frase tratta dalla liturgia del giorno: ci piacerebbe che
potesse essere spedito, inoltrato, ma anche stampato e affisso nei centri
parrocchiali. È una provocazione per dire che la
Scrittura può entrare a pieno titolo nell'era dell'elettronica". Un'iniziativa in linea con il messaggio del Papa per la 44ª Giornata
mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio 2010). Ma anche con il convegno "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale", che si terrà a
Roma, dal 22 al 24 aprile, per iniziativa della Cei. In preparazione a questo appuntamento, il SIR ha rivolto alcune domande
all'ideatore e direttore di Diweb.it, don Marco Sanavio, che è anche direttore del Servizio informatico
della diocesi di Padova e curatore del blog "Tipi da Web" sul sito
del convegno Cei (www.testimonidigitali.it).
Quali sono le
attese per il convegno "Testimoni digitali"?
"Le mie
attese sono soprattutto per il dopo convegno. Mi auguro che l'effetto volano
creato dall'evento di aprile possa aiutarci a rendere più sensibili gli
operatori pastorali al tema della comunicazione e dei nuovi linguaggi".
Volendo tracciare
l'identikit del "testimone digitale", come dovrebbe essere la sua
"fisionomia"?
"Dovrebbe
essere disposto a spogliarsi un po' della logica alfabetica e
propenso a ristrutturare la mappa cognitiva. Credente e credibile, in
grado di raccontare con la tecnologia ciò che lascia tracce della presenza di
Dio nella vita. Testimone è chi accetta di rendere concreta la fede con la
vita; il passaggio ulteriore richiesto oggi è saper
trasferire questa evidenza nel mondo digitale. Abbiamo tutti una grande
responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, cresciute a pane e bit,
che necessitano di adulti significativi in grado di
tracciare sani percorsi di crescita".
In che modo
portare la propria testimonianza nel "continente
digitale"?
"Da una
decina d'anni collaboro a stretto contatto con i giovani cercando di offrire
qualche approdo nella liquidità in cui si trovano a galleggiare. Ritengo che i
testimoni più autentici siano loro, penso valga la pena di mettersi alla loro
scuola per guadagnare in spontaneità e autenticità. Hanno fiuto, sanno cosa può
funzionare, in modo più o meno efficace, in rete e
sanno farsi guide preziose per altri giovani nell'intricata selva
digitale".
Come utilizzare il
web per l'evangelizzazione e la catechesi?
"Mettendosi
innanzitutto in ascolto delle peculiarità della galassia digitale, che non
accetta forzature o sovrapposizioni di schemi obsoleti. L'intelligenza
connettiva, come la definisce il canadese Derrick de Kerckhove,
è un ottimo antidoto all'uso improprio della rete impastata con la pastorale.
La risposta dei cybernauti ci suggerisce che non è più possibile nutrire attese
indebite nei confronti della rete. Non basta trasferire la logica alfabetica
nei nuovi mezzi, forse va ripensato l'intero impianto concettuale alla luce del
nuovo sfondo integratore, che è il continente digitale. Se
gli evangelizzatori sono disposti a ristrutturare il loro approccio
logico-alfabetico è probabile che diventino efficaci anche nel web".
Il blog "Tipi
da Web" raccoglie "alcune suggestioni a cavallo tra il mondo
dell'elettronica e quello della pastorale"…
"Cerco di
segnalare alcune buone pratiche, suggerimenti o prospettive che gettino una
luce nuova sul lavoro pastorale. Metto in evidenza
idee originali partorite all'interno delle diocesi perché possano suggerire
itinerari digitali anche ad altri giovani e operatori pastorali. Sta emergendo una grande vivacità e fantasia nel panorama dei siti
cattolici, ma c'è anche un forte bisogno di orientare gli sforzi per non
disperdere energie preziose".
Quale può essere
il contributo del territorio per il convegno nazionale?
"Abbiamo bisogno
dei suggerimenti e dei tracciati di chi lavora sul campo e ha il fiuto per
indicare nuovi percorsi. Da responsabile
pastorale dei servizi web della diocesi di Padova mi
auguro che si vada sempre più verso una logica di condivisione. Internet ci sta
aiutando a sgretolare il campanilismo in favore di un percorso comune. Gli operatori della comunicazione nelle diocesi possono restituirci
una mappatura fedele dell'esistente e, a convegno terminato, diventare
catalizzatori di un rinnovato impulso nel mondo della comunicazione".
VINCENZO CORRADO
Scuola. Maturare in umanità. Una grande e nuova passione educativa
"Bisogna
rivendicare la libertà di educazione, non come una battaglia per difendere
privilegi confessionali ma come una battaglia civile che garantisca un vero
pluralismo e un'autentica laicità, valorizzando le scuole paritarie cattoliche
o di ispirazione cristiana come luogo educativo per la
società civile, essenziale per il bene comune". Lo ha
detto mons. Michele Pennisi, segretario della Commissione
Cei per l'educazione cattolica, la scuola e l'università, aprendo il 18
febbraio il convegno nazionale di pastorale della scuola, in corso a Roma (fino
al 20 febbraio) sul tema: "La pastorale della scuola e l'istanza
educativa". Secondo il vescovo, "non è
accettabile la tesi che considera mondo separato ed estraneo alla missione
propria della comunità cristiana la scuola pubblica, sia essa paritaria che
statale, fondata sull'autonomia e quindi aperta al territorio".
"L'apporto degli insegnanti di religione, il servizio delle scuole
paritarie e dei centri di formazione professionale di ispirazione
cristiana - ha proseguito mons. Pennisi -
rappresentano punti di forza del sistema educativo integrato d'istruzione e di
formazione": per questo "vanno riconosciuti e sostenuti con ogni
risorsa necessaria sia da parte delle nostre comunità sia da parte dello stato
e delle sue articolazioni territoriali". In questo decennio dedicato dalla
Chiesa italiana alla "sfida educativa", ha concluso
mons. Pennisi, "bisogna dar vita a una grande e
nuova passione educativa affidata a una nuova generazione di educatori,
rilanciando la pastorale educativa e scolastica, che non può essere sacrificata
a favore di altre attenzioni ritenute prioritarie all'interno della progettazione
pastorale, ma deve recuperare il suo ruolo di raccordo che armonizzi i percorsi
educativi e dell'iniziazione cristiana con la pastorale giovanile, vocazionale,
familiare, culturale e sociale".
Per una "sana
laicità". "Anche le scuole statali, secondo forme e modi diversi - è
la tesi di mons. Pennisi - possono essere sostenute
nel loro compito educativo dalla presenza di insegnanti
credenti - in primo luogo, ma non esclusivamente, i docenti di religione
cattolica - e di alunni cristianamente formati, oltre che dalla collaborazione
di tante famiglie e della stessa comunità cristiana", perché "la sana
laicità della scuola, come delle altre istituzioni dello Stato, non implica una
chiusura alla trascendenza e una falsa neutralità rispetto a quei valori morali
che sono alla base di un'autentica formazione della persona". Le scuole
cattoliche e di ispirazione cristiana sono chiamate,
dunque, "ad interagire con la Chiesa particolare presente sul territorio,
superando la condizione di marginalità e di estraneità che ne caratterizza a
volte l'azione dentro il progetto pastorale delle parrocchie". Di qui
l'auspicio di "un maggior coordinamento, che non vuol dire appiattimento o
omologazione, tra le scuole cattoliche e di ispirazione
cristiana esistenti in un territorio", al fine di "consolidare il
carattere organico della pastorale della scuola, della formazione professionale
e dell'università attraverso l'integrazione con gli altri settori diocesani
della pastorale d'ambiente e della pastorale ordinaria".
La "pedagogia"
di Gesù. "Gesù non ha mai fatto il guru solitario, ma è
stato veramente uomo della gente, anzi delle singole figure, e sovente povere,
marginali ed emarginate. Gesù ha sempre curato il
singolo, pur incontrando la massa". Don Cesare Bissoli,
docente emerito di catechesi biblica alla Pontificia Università Salesiana, ha
descritto in questi termini la "pedagogia" di Gesù, il cui
"stile" era "certamente suggestivo e
attraente, fatto di dedizione amorosa, totale e fedele, oggi qualificato con la
categoria dell'ospitalità, di una santità ospitale". "Gesù è un
educatore credente nel Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosé, dei Padri per realizzare dei credenti nel Dio di Gesù", ha proseguito il relatore, secondo il quale
"nell'arte educativa di Gesù lo scopo è il fattore decisivo, è la sua
eredità maggiore, perché il fine per lui non era una teoria del bene ma il
volto del Padre da svelare agli uomini".
Quale pastorale? "La pastorale, orientata verso l'integrazione tra la fede e la
vita, ha bisogno del supporto culturale di un'educazione, orientata a far
maturare in umanità. Nello stesso tempo, la pastorale dialoga con
l'educativo, offrendo quella ispirazione radicale che
sostiene, incoraggia e valuta la ricerca autonoma e competente". Ne è
convinto don Riccardo Tonelli, docente emerito di
pastorale giovanile alla Pontificia Università Salesiana, il
quale si è soffermato sul rapporto tra "sfida educativa" e
pastorale ordinaria. "Noi accogliamo abitualmente le ragioni di senso e di
speranza, le prospettive di futuro e gli inviti alla responsabilità nel
presente - ha spiegato il relatore - attraverso quella relazione che mette in
accoglienza reciproca le persone, soprattutto assicura
un dialogo tra i giovani con le generazioni che li hanno preceduti". Siamo
"in emergenza", invece, "quando si rompe questa relazione e non
sappiamo più dove andare a ritrovare le ragioni per
vivere e per sperare". "Per vivere abbiamo però
bisogno almeno di sopravvivere", ha fatto notare don Tonelli:
"E così spesso queste ragioni le accogliamo dal primo venuto, da colui che
grida più forte o che possiede attributi speciali per sedurre e incantare. L'esito è quello che vediamo e che tanto preoccupa". Di
qui la necessità di "ricostruire una figura di educazione, che sappia
immaginare contenuti al servizio della vita e della speranza, all'interno di
una rinnovata e ricostruita relazione intergenerazionale". Sir
MacKillop,
la prima santa australiana: una vita di lotta all'analfabetismo
Il 17 ottobre agli
onori degli altari anche due suore italiane, una spagnola, un prete canadese e
un monaco polacco - di Franca Giansoldati
CITTA’ DEL
VATICANO - Sono in arrivo 6 nuovi santi, tra cui la
prima santa australiana: Maria Elena MacKillop (1842-1909),
una figura molto popolare che ha dedicato tutta la vita a lottare contro la
piaga dell’analfabetismo. Sulla sua tomba il Papa, due anni fa, durante il suo
viaggio a Sydney per la Giornata Mondiale della Gioventù, si è voluto
raccogliere in preghiera, rimanendo assai impressionato dall’eredità spirituale
lasciata da Mary MacKillop. Assieme a lei, il 17
ottobre prossimo, verranno elevati all’onore degli
altari da Benedetto XVI a san Pietro, una suora spagnola, un prete canadese, un
monaco polacco, e due religiose italiane. Ecco chi sono i nuovi santi.
Maria MacKillop è nata a Melbourne quando la vita nelle colonie
era particolarmente povera e dura. A 18 anni diviene
maestra e si trasferisce in una piccola città del Sud. Col parroco locale
inizia a gettare le basi di quella che diventerà la sua missione, insegnare a
leggere e scrivere a chi non se lo può permettere. Mette assieme un gruppo di
giovani volontarie disposte ad insegnare senza paga e
così dà inizio al primo nucleo delle Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di
Gesù, dette brevemente Giuseppine. Madre Mary, successivamente, si occupa di detenuti. E’ lei l’unica ad entrare nella cella dei condannati a morte per placarne
gli istinti di paura e di odio. Ai meriti si sommarono ben presto anche le calunnie:
fu accusata di essere una sovversiva che rifiutava il denaro elargito dalle
autorità. Pio IX, però, la incoraggiò in quello che stava facendo e la sostenne
sempre.
Il secondo santo è
Andrea Bessette (1845-1937), canadese di Montreal.
Per 40 anni fu portinaio di un istituto cattolico, ma
anche infermiere, barbiere, ortolano. Soprattutto però dimostrò alla gente di
essere un uomo di Dio. La sua devozione a San Giuseppe gli faceva ottenere
guarigioni e miracoli e ben presto la sua cella diventò meta di un costante
afflusso di pellegrini di ogni condizione. Morì 91enne
nel 1937.
All’onore degli
altari sarà proclamata anche la spagnola Giovanna Giuseppa Cipitria
y Barriola (1845-1912). Semianalfabeta,
ma devotissima, destinò la sua vita ad alleviare le sofferenze dei
poveri, con i quali divise cibo, vestiti e buona parte dello stipendio.
Sempre a metà del
1800 nacque a Casoria, vicino Napoli, Giulia Salzano (1846-1929). Cresciuta in un orfanotrofio, riuscì a
studiare e diventare maestra elementare; alle sue capacità pedagogiche abbinò
un’intensa preparazione spirituale. Mentre insegnava, organizzava laboratori di
cucito per l’arredamento delle chiese povere. La sua dedizione era tale da
suscitare apprezzamenti sia a livello ecclesiale che
civile. La sua consacrazione religiosa avvenne nel 1905, fondando le Suore
Catechiste del Sacro Cuore di Gesù.
L’altra suora
italiana che diventerà santa si chiama Camilla Battista Varano (1458-1524) ed è
una mistica, figlia di un principe, Giulio Cesare Da Varano, signore di
Camerino. Cresciuta in un sontuoso palazzo, tra i divertimenti che il rango gli
assicurava tra gli 8 e i 10 anni, racconta lei stessa
in una autobiografia, fece voto di versare ogni venerdì (in ricordo della
Passione di Gesù) una lacrima. Il suo percorso umano è segnato dalla forte
vocazione. Sceglie così il chiostro contro la volontà paterna. Vestì l’abito
francescano nel monastero di Santa Chiara di Urbino, prendendo il nome di suor
Battista.
Otto anni dopo la
morte di suor Battista, nacque in Polonia Stanislao Kazimierczyk (1433-1489) un biblista molto apprezzato per
le sue doti didattiche. Fu un grande maestro di spirito che con la parola, e la
coerenza della sua vita religiosa, combattè le derive
insinuate dai primi venti dell’umanismo, corrente di pensiero chiusa alla
trascendenza. Si spense a 56 anni e nel giorno dei
funerali, come attestano i documenti, ebbero luogo molti miracoli. IM
19
Benedikt XVI. zur Fastenzeit: „Erkennen, was wesentlich ist“
Was bedeutet die Fastenzeit? Auf diese
Frage hat Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet an
diesem Sonntag eine pointierte Antwort gegeben:
„Fasten heißt verzichten und frei
werden für das Gute. Es geht darum zu erkennen, was wichtig und wesentlich ist,
was den Menschen wirklich ausmacht, und danach zu leben. Dieses neue Leben
sehen wir in Jesus Christus. Er, der mit unserer menschlichen Schwachheit
mitfühlen kann, der wie wir in Versuchung geführt wurde, zeigt uns: Der Mensch
lebt von Gott. Bitten wir in diesen Tagen der Vorbereitung auf Ostern den Herrn
um die Gnade echter Erneuerung, damit wir nach seinem Willen und in seiner
Liebe leben. Der Heilige Geist stärke euch mit seiner Gnade.“
In seiner italienischen Katechese hatte
der Papst zuvor das Sonntagsevangelium von der Versuchung ausgelegt und als
Wegweisung in die Fastenzeit empfohlen. Die Fastenzeit solle eine Zeit des
Gebets, der Umkehr und von Werken der Nächstenliebe sein, unterstrich der
Papst. Es sei die Phase eines „geistigen Kampfes» und der Verbundenheit mit
Christus - nicht in Stolz und Überheblichkeit, sondern in Ruhe und Demut.
Macht, Streben nach weltlichen Gütern und Ehrgeiz seien Versuchungen, mit denen
der Satan die Menschen auf die Probe stelle. (rv 21)
Deutschland: Misereor-Aktion eröffnet
Die katholische Kirche in Deutschland
hat am Sonntag in Münster ihre Fastenaktion eröffnet. Bei einem Gottesdienst im
Dom rief Ortsbischof Felix Genn dazu auf, das
Hilfswerk Misereor im Kampf gegen Not, Hunger und Krankheit in armen Ländern zu
unterstützen. Genn beklagte, dass die Schere zwischen
Arm und Reich sowie zwischen Nord und Süd immer mehr auseinanderklaffe. Die
Menschen in den reichen Ländern seien schwer zu bewegen, ihren Lebensstil zu
verändern. Dies aber wirke sich schädlich auf das Klima und die armen Länder
aus. Misereor stellt in diesem Jahr den Klimawandel in den Mittelpunkt der
Aktion. Das Leitwort lautet „Gottes Schöpfung bewahren, damit alle leben
können“. Die Kollekte findet am Wochenende des fünften Fastensonntags (20. und
21. März) in allen katholischen Gottesdiensten Deutschlands statt. Nach den
Worten Genns ist ein Bewusstsein notwendig, dass die
Menschen in Afrika, Asien und Lateinamerika „auch meine Schwestern und Brüder
sind. Die Welt als Schöpfung Gottes sei in großen Gefahren. Kaum einer wage es
hierzulande, von Einschränkung und Verzicht für andere zu sprechen. Politiker
aber, die sich für den Klimaschutz einsetzen, müssten Stimmen gewinnen statt verlieren.
- Mit dem Geld aus der Fasten-Kollekte und aus Direktspenden unterstützt
Misereor Projekte in den Ländern, die gegen den Klimawandel kämpfen. Im
vergangenen Jahr sammelte das Hilfswerk rund 51,1 Millionen Euro; etwa 18,9
Millionen Euro davon erbrachte die Kollekte. Derzeit unterstützt Misereor etwa
4.000 Projekte in 97 Ländern. (kna/domradio 21)
Rüttgers: „Auch Grundgesetz fußt auf dem Kreuz“
Das Kreuz ist ein Symbol der
christlich-abendländischen Werteordnung, auf der auch das Grundgesetz und die
Landesfassung basieren. Daran hat der bekennende Katholik und Ministerpräsident
von Nordrhein-Westfalen Jürgen Rüttgers jetzt erinnert. Zuvor hatten die
Präsidenten des Düsseldorfer Landes- und Amtsgerichtes entschieden, im neuen
Justizgebäude der Stadt keine Kruzifixe mehr anzubringen. Er hätte sich eine
andere Entscheidung der Düsseldorfer Gerichte gewünscht, so Rüttgers im
Gespräch mit dem Kölner Domradio. Dennoch begrüße er
die aktuelle Diskussion:
„Ich finde es gut, dass – nachdem die
Debatte auch öffentlich geführt worden ist – jetzt Bewegung in die Situation
gekommen ist. Die Präsidentin des Oberlandesgerichts hat angekündigt, die
Kirchen zum Dialog einzuladen, das finde ich richtig und gut. Es ist ja so,
dass es höchstrichterliche Urteile gibt, wie man einen anderen Weg beschreiten
kann. Vielleicht findet sich da noch eine andere Lösung.“
Inzwischen haben sich in der Debatte
auch weitere Unionspolitiker und Vertreter von Kirchenverbänden zu Wort
gemeldet. Der Vorsitzende des Evangelischen Arbeitskreises der CDU/CSU, Thomas
Rachel, sieht in der Entfernung der Kreuze eine „bedenkliche Abkehr“ von
christlichen kulturellen Wurzeln. Der Bundesverband der Katholiken in
Wirtschaft und Verwaltung (KKV) forderte die Verantwortlichen dazu auf, ihre Entscheidung
rückgängig zu machen. (domradio 20)
Berlinale: Ökumenische Jury hat entschieden
Die Berlinale ist fast vorbei, heute
Abend werden auf dem internationalen Festival feierlich die Preise verliehen.
Auch die ökumenische Jury hat schon entschieden und gab heute Mittag ihre
Entscheidungen bekannt.
Was könnte wohl besser die gelungene
Liaison von Mensch und Natur zum Ausdruck bringen: Der Film „Bal“, zu deutsch
„Honig“, bekommt von der ökumenischen Jury den ersten Preis. In dem türkischen
Werk des Regisseurs Semih Kaplanoglu verwebt sich das
Leben von Honigbauern im ländlichen Anatolien aufs Engste mit dem der Bienen.
Ein poetisches Werk, voll von Symbolik, in dem es um Schöpfungsverantwortuung
und eine liebevolle Vater-Sohn-Beziehung geht. Der Jurypräsident Pfarrer Werner
Schneider-Quindeau: „Für uns ist einfach sehr
wichtig, dass es hier um mehr geht als materielle Zusammenhänge, es geht
um ein geistliches, spirituelles Verhältnis zur Natur und zur Schöpfung.“ (kap 20)
Religion und Justiz. Islamrat ruft zum Respekt vor dem Kruzifix auf
Ausgerechnet der Vorsitzende des
Islamrates, Ali Kizilkaya, unterstützt die Verfechter des Kreuzes in deutschen
Gerichten. Die weit über ein Jahrtausend gewachsene abendländische Tradition
verdiene allemal so viel Respekt, dass man ihre Symbole achte, sagt er WELT
ONLINE. Von Till-R. Stoldt
Kreuze sollten die Wände deutscher
Gerichtssäle auch weiterhin schmücken. Das fordert der Islamratsvorsitzende Ali
Kizilkaya im Gespräch mit WELT ONLINE. Er sei überzeugt, dass „ein Kreuz an der
Wand keinen Richter davon abhält, nach Maßgabe des deutschen Rechts zu
urteilen“, so Kizilkaya. Außerdem verdiene die „weit über ein Jahrtausend
gewachsene abendländische Tradition allemal so viel Respekt, dass man ihre
Symbole achtet“ - auch wenn er selbst sich mit anderen Symbolen identifiziere.
Deshalb rate er persönlich davon ab, das Kreuz in Gerichten abzuhängen.
Damit greift der Islamratsvorsitzende
in einen Streit ein, der zurzeit in Nordrhein-Westfalen geführt wird: Die
Präsidenten des Düsseldorfer Landes- und Amtsgerichts hatten jüngst
entschieden, im neuen Justizgebäude keine Kreuze aufzuhängen. Dabei beriefen
sie sich auf das „Kruzifix-Urteil“ von 1995. Damals hatte das Bundesverfassungsgericht
entschieden, Kreuze dürften zumindest in staatlichen Schulen nicht mehr
aufgehängt werden, weil dies gegen die religiöse Neutralität des Staates
verstoße.
Schon vor Kizilkaya hatten die Kirchen
sowie Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU) die Entscheidung kritisiert.
Dagegen verlangten SPD und Grüne, das Urteil zu respektieren.
Bemerkenswert ist die Intervention des
Islamrats in diesem Streit, weil sich Muslimverbände
anderer europäischer Länder oft gegen christliche Symbole im öffentlichen Raum
aussprechen. Die deutschen Verbände hatten sich in dieser Frage bislang nicht
eindeutig festgelegt. Kizilkaya gilt jedoch als Fürsprecher einer
interreligiösen Allianz gegen die Säkularisierung der Öffentlichkeit. Diese
erkennt er aber nicht nur im Verzicht auf Kreuze, sondern auch im
Kopftuchverbot für muslimische Lehrerinnen. DW 21
Irland: In Sachen Missbrauch schon etwas weiter...
Vielleicht ist Irland in Sachen
Missbrauch durch Priester schon ein wenig weiter als Deutschland. Die Welle der
Empörung schwappte schon vor einigen Jahren über die Insel, und ausführlich
haben sich inzwischen kirchliche wie staatliche Kommissionen mit dem Phänomen
beschäftigt. Vergangene Woche waren Irlands Bischöfe beim Papst. Dominik Skala
hat mit unserer irischen Kollegin Emer Mc Carthy gesprochen, wie sie die Gespräche in Rom einschätzt,
aber auch über die Rolle der Kirche im Land und die notwendige Schritte, die
jetzt folgen müssen.
„Ich glaube, kein irischer Katholik
kann über die gegenwärtige Situation froh sein. Wir sprechen von einer
Situation, die man nur als Tragödie bezeichnen kann. Und ich glaube, dass man
als irischer Katholik sagen kann, dass der Umgang der Kirche mit den
Missbrauchsfällen, besonders seitens der Bischöfe, sehr unverständlich war.
Beim Treffen mit Papst Benedikt haben die Bischöfe zum ersten Mal gemeinsam
bekannt, dass sie im Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen hätten besser
agieren müssen und dass sie in der Vergangenheit Vieles nicht ernst genug
genommen haben. Das ist sicherlich als positiver Aspekt des Treffens zu
betrachten. Es gilt wohl auch das, was Bischof Duffy gesagt hat: Zu lange hat
es in der irischen Kirche eine Kultur der Geheimhaltung gegeben. Und genau das
ist dafür mit verantwortlich, warum es soviel Leid in der irischen Kirche gegeben hat.“
Was kann die Kirche denn tun in dieser
Situation? Was sind Schritte, um verlorenes Vertrauen innerhalb der Kirche
wieder herzustellen?
„Die derzeitigen Bischöfe tun gerade
sicherlich ihr Bestes, der Öffentlichkeit zu erklären, dass sie Abbitte leisten
und zu den Wurzeln des Glaubens zurückkehren wollen – nämlich zu predigen und
mit den Leuten zu beten. Es besteht die große Hoffnung, dass auch in Irland die
Laien mehr auch in die Kirchenleitung zumindest eingebunden werden. Kardinal
Sean Brady hat gesagt, man wolle endlich Pfarrgemeinderäte einführen – bisher
gibt es die in Irland gar nicht. Also, ich denke, wir können nach vorne
blicken, aber es wird sehr lange dauern.“ (rv 21)
Erzbischof Werner Thissen. "Kirche kann Vorreiterrolle einnehmen"
Sexueller Missbrauch sei ein
Strukturproblem der ganzen Gesellschaft, sagt Erzbischof Werner Thissen im FR-Interview - und in der Kirche "in einem
erschreckenden Maße" vorhanden. Trotzdem könne die Kirche mit aktiver
Aufklärung eine Vorreiterrolle einnehmen. Zur Person
Werner Thissen,
geb. 1938, war von 1971 bis 1977 in der Priesterausbildung des Bistums Münster
tätig, danach in der Bistumsleitung. Von 1986 an war Thissen
Generalvikar des Bistums Münster.
1999 wurde er dort Weihbischof. Seit
seinem Amtsantritt als Erzbischof von Hamburg 2003 gab es dort nach Thissens Angaben einen Missbrauchsfall. Im Erzbistum
Hamburg sind derzeit 160 Priester tätig.
Herr Erzbischof, fast täglich werden
neue Fälle sexuellen Missbrauchs durch katholische Geistliche bekannt. Was hat
die Kirche falsch gemacht?
Ich drehe Ihre Frage einmal um: Was
macht die Kirche richtig? Ich glaube nämlich, dass wir durch unsere
"Leitlinien" aus dem Jahr 2002 dazu beigetragen haben, Tabus zu
brechen und die Opfer zu ermutigen, sich zu melden. Und ich bin jedem dankbar,
der sich zu dem – wie ich mir vorstelle – schweren Schritt entschließt und sich
offenbart.
Leitlinien gut, alles gut?
Nein, die Leitlinien selbst können aus
meiner Sicht durchaus noch verbessert werden – etwa in der Formulierung eines
sehr detaillierten Vorgehens bei sexuellem Missbrauch. Im Erzbistum Hamburg
haben wir eine entsprechende Ordnung verabschiedet.
Die Sie für besser halten als die
Leitlinien?
Nicht besser, sondern konkreter.
Insgesamt glaube ich, an drei Punkten kommt kein Bistum vorbei: 1. Der Bischof
muss jeden Fall zur Chefsache machen. 2. Lückenlose Aufklärung. 3. Sorge für
die Opfer.
Übernimmt das bei Ihnen auch ein
Mitglied der Bistumsleitung?
Ja, der Personalreferent, zusammen mit
der Leiterin einer Beratungsstelle.
Beide sind doch nicht unabhängig.
Machen Sie es dadurch den Opfern nicht unnötig schwer?
Kein Opfer muss sich zwingend bei der
Kirche melden. Es gibt etwa in Hamburg ein dichtes Hilfenetz, in dem Betroffene
einen Ansprechpartner ihres Vertrauens finden können. Intern aber brauchen wir
jemanden, der die Dinge in die Hand nimmt. Das wiederum kann niemand außerhalb
des Bistums sein. Aber die Verantwortlichen haben von mir die strikte Weisung,
mir jeden einzelnen Fall, jeden Verdacht unverzüglich und persönlich
vorzulegen.
Die schönsten Ordnungen helfen nichts,
wenn sie – wie im Bistum Regensburg – nicht konsequent angewandt werden.
Für Regensburg bin ich nicht zuständig.
In Hamburg werden sie konsequent angewandt. Ich muss allerdings sagen, dass
unsere Ordnung ihre Feuerprobe noch nicht bestanden hat, weil es seit dem
Inkrafttreten keinen Missbrauchsfall gegeben hat. Gott sei Dank.
Geht es aus Ihrer Sicht um
individuelles Versagen einzelner Priester?
Wir haben es mit einem Strukturproblem
zu tun, von dem die ganze Gesellschaft betroffen ist. Bei aller Bitterkeit und
aller Scham, die ich auch persönlich über diese schlimmen Vergehen von
Priestern empfinde, glaube ich doch, dass wir als Kirche jetzt eine
Vorreiterrolle einnehmen können – mit aktiver Aufklärung. Einmal im eigenen
Interesse, denn eine Kirche mit morschem Gebälk hat keinen Bestand. Mit
energischer Aufklärung könnten wir darüber hinaus aber auch andere Gruppen der
Gesellschaft motivieren, sich genauso zu verhalten.
Sie beschreiben die Kirche als Teil der
Gesellschaft. Sehen Sie darüber hinaus in den Missbrauchsfällen spezifisch
kirchliche Probleme?
Ja, schon allein deshalb, weil wir
einer der größten Akteure in der Kinder- und Jugendarbeit sind. Unbestreitbar
ist auch, dass katholische Priester in ihrer ehelosen Lebensform besonders
herausgefordert sind. Umso wichtiger ist es, dass in Aus- und Fortbildung sehr
deutlich zur Sprache kommt, wie Priester mit ihrer Sexualität umgehen. Das
geschieht zwar bereits, aber wir werden darüber sprechen müssen, das noch zu
intensivieren. Ich könnte mir vorstellen, dass wir dazu für alle Bistümer
Regeln schaffen, ähnlich wie wir es mit den "Leitlinien" getan haben.
Wie ernst nehmen die Bischöfe das Thema
Homosexualität im Klerus?
Möglicherweise nicht ernst genug. Aber
mir ist wichtig, dass wir hier die Themen Pädophilie, Homosexualität und
Zölibat nicht vermischen.
Was halten Sie von der These, dass die
sexuelle Revolution der 68er die Wurzel allen Übels sei?
Ich halte nichts für hilfreich, was
Schuld zuweist. Und dass wir als Kirche jetzt besonders an den Pranger gestellt
werden, ist verständlich. Wir treten als Kirche mit einem hohen moralischen
Anspruch auf. Daran müssen wir uns dann eben auch messen lassen – und die
Kritik annehmen. Und wir können nur sagen: Es gibt in unseren Reihen sexuellen
Missbrauch in einem erschreckenden Maße, das wir nicht für möglich gehalten
hätten. Und unsere Pflicht und Schuldigkeit heißt: Aufklärung und Prävention.
Sollen Priester, die Kinder oder
Jugendliche missbraucht haben, jemals wieder in der Seelsorge eingesetzt werden
können?
Da bin ich sehr zurückhaltend. Wir
wissen heute, dass pädophile Neigungen häufig irreversibel sind.
Dementsprechend muss für die Frage eines erneuten Einsatzes Betroffener in der
Seelsorge gelten: im Zweifelsfalle nein. Das hat man aber vor 20 Jahren noch
anders gesehen. Interview: Joachim Frank FR 19
Sexueller Missbrauch. Selektive Empörung
Die Empörung ist groß. Es geht um
Kinder in Deutschland. Die Empörung ist zu Recht groß. Es geht um mehr als
hundert Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern durch einige Priester und
Ordensleute an kirchlichen und wohl auch anderen Schulen. Eine solch einzigartige
Straftatserie verlangt nach rücksichtsloser Aufklärung und strenger staatlicher
(wie kirchlicher) Bestrafung der Täter.
Eine solch einzigartige Straftatserie?
Jahrzehntelang flogen in ihrer Gesamtzahl Abertausende Deutsche in entlegene
Winkel dieser Erde, um dort straflos Kinder sexuell zu missbrauchen. Die
Empörung der bundesrepublikanischen Gesellschaft hielt sich an Grenzen ihres
Staates. Erst 1998 entschloss sich die Bundesrepublik, solche Täter der
deutschen Justiz zuzuführen.
Ein Drittel der Opfer aller sexuellen
Übergriffe waren Kinder
Wer alt genug ist, versucht sich auch
an die gewiss große Empörung zu erinnern, die beim Bekanntwerden der sexuellen
Kindesmissbräuche zum Beispiel im Jahre 1980 aufgebrandet sein muss. Die
Bundesrepublik hatte damals ein Viertel weniger Einwohner als heute. Aber die
Polizei registrierte 13.165 Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern bis zum
Alter von 14 Jahren. 77 Prozent der Opfer waren Mädchen, 23 Prozent Jungen. Ein
Drittel der Opfer aller sexuellen Übergriffe und Missbräuche im Lande waren
Kinder, auf die übrige Bevölkerung, also auf alle Jugendlichen und Erwachsenen,
entfielen insgesamt nur doppelt so viele Fälle wie auf die Schutzlosesten.
Haben wir nicht alle auch noch die
sicher jahrelang andauernde Empörung der bundesrepublikanischen Gesellschaft im
Ohr, als mit der weitgehenden Freigabe der Pornografie auch die Hintertür zum
Untergrundverkehr der pornografischen Erzeugnisse unter „Verwendung“ von
Kindern und Babys knarrte? Und braust nicht jedesmal
die gemeinschaftliche Empörung über die Hunderte von „Tatverdächtigen“ durchs
Land, wenn die Polizei mit europaweitem Aufwand wieder einen Kinderporno-Ring
„sprengt“ – während der nächste sich schon bildet? Oder dröhnt eigentlich nur
das brüllende gesamtgesellschaftliche Schweigen bei all diesen Verbrechen in
den Ohren?
Patentrezept lautet „löschen statt
sperren“
Kaum hat sich der Gesetzgeber zu dem
Notbehelf durchgerungen, im Internet vor kinderpornografische Darstellungen ein
Stoppschild zu stellen, schreiben sich die Liberalen unter Führung der
Justizministerin die Beseitigung dieser angeblichen Zensur im weltweiten Netz
auf die Fahnen. „Löschen statt sperren“ lautet das neue Patentrezept. Doch wie
will der deutsche Gesetzgeber Arm in Arm mit den Behörden die Feuer löschen,
die jenseits der Landesgrenzen oder gar der Ozeane gezündet werden und deren
schrecklicher Schein bis hierher flackert?
Es ist die alte Masche deutscher
Rechtspolitik, das Beste zu versprechen, um das Bessere zu verhindern, nachdem
das Gute untergraben ist. Was sollte nicht alles an gesellschaftlichen
Bestzuständen erreicht werden mit den Strafrechtsreformgesetzen im Geiste der
späten sechziger Jahre, die der Augsburger Bischof Mixa
zu Recht eine „sogenannte sexuelle Revolution“ nennt und für die nicht die
damals höhnenden und fordernden „68er“, sondern die seinerzeitigen
Koalitionspartner CDU, CSU und SPD die Verantwortung tragen. Zuallererst wurden
tatsächlich die sexuellen Tatbestände neu bewertet: der Ehebruch, die
Erschleichung des außerehelichen Beischlafs, die Unzucht mit Tieren, die
einfache Homosexualität sowie die Abtreibung – und die Religionsdelikte, was
das Fundament der „alten“ Überzeugungen weiter schwächte.
Wechsel vom Schamvollen zum Schamlosen
Das eherne Verhaltensgesetz der Bürger
besagt: Was nicht mehr verboten ist, wird häufiger getan als zuvor, und was
verboten geblieben ist, wird so lange unterlaufen, bis das Verbot wirkungslos
und hinfällig wird. Sogenannte Aufklärer haben damals mit gespieltem Ernst den
Wechsel vom Schamvollen zum Schamlosen vorangetrieben. Damit klar wurde, um
welche Altersgrenzen es ging, wurden die Machwerke „Mädchenreport“ genannt:
Schülerinnen sind Schülerinnen; ob 18, 16 oder 14 Jahre alt, was macht das für
einen Unterschied. Das deutsche Strafrecht beharrt auf dieser Abstufung des
Schutzkonzeptes, während die EU-Kommission und der Europarat alle „Kinder“ bis
zum 18. Lebensjahr schützen wollen.
Wer als Kind missbraucht wurde, leidet
jahrzehntelang darunter. Ihn muss die Gesellschaft in ihr Mitgefühl einschließen.
Ebenso wichtig wie die Bewältigung der Vergangenheit ist allerdings die
Bewahrung der Zukunft der heutigen Kinder. Denn in drei Jahrzehnten ist nichts
besser geworden.
2008 wurden 15.098 Kinder sexuell
missbraucht oder bedroht (Dunkelziffer unbekannt); von 8927 Tätern waren 96,1
Prozent männlich, 3,9 Prozent weiblich; von den Opfern 24,7 Prozent Jungen,
75,6 Prozent Mädchen. Ein Viertel der Täter waren selbst Kinder oder
Jugendliche, drei Viertel aber Erwachsene: Eltern, Verwandte, Nachbarn, bis hin
zu Lehrern, Erziehern und sonstigen. Jedem dieser Kinderschänder muss die
Empörung der Öffentlichkeit gelten – nur dann ist sie glaubwürdig. Faz 20
Sind alle Geistlichen schwarze Schafe? Missbrauchsfälle in der Kirche: In der Krise liegt die Chance
Nein, sexueller Missbrauch ist unter
Geistlichen nicht weiter verbreitet als in anderen Gruppen. Rund 29.000
Beschuldigte wurden in den vergangenen 15 Jahren in Deutschland verurteilt,
davon etwa 30 Personen im Bereich der katholischen Kirche. Statistisch
betrachtet ist das auffällig wenig. Das Entscheidende allerdings ist ohne
Frage: Jeder Fall von Kindesmissbrauch ist ein Fall zu viel.
Und besonders groß ist der
Vertrauensbruch, wenn er von Personen begangen wird, die Schutz und Sicherheit
bieten sollen: Verwandte, Lehrer, Trainer oder eben Geistliche. Pädophilie und
Gewalttätigkeiten gegenüber Kindern und Heranwachsenden gibt es in den
Familien, in den Schulen, in Vereinen und im öffentlichen Leben. Unter dem Dach
der Kirche ist Kindesmissbrauch angesichts der moralischen Werte, die die
Institution vertritt, selbstverständlich besonders verwerflich.
Besonders schwarze Schafe sind
Geistliche dennoch nicht. Der Generalverdacht, dem die Priester der
katholischen Kirche in all den aufgedeckten und noch aufkommenden
Missbrauchsfällen rund um den Globus mehr und mehr ausgesetzt sind, ist
definitiv nicht angebracht. Die Folgen für das Opfer mindert das keineswegs,
jeder Missbrauch eines Kindes ist ein streng zu ahnendes Verbrechen.
Allerdings hat die katholische Kirche
tatsächlich besonders hohen Aufklärungsbedarf, denn zu lange hat sie weltweit
das Thema immer wieder tabuisiert und totgeschwiegen. Fakt aber ist: Auch
Priesteramtskandidaten und Priester müssen den Umgang mit ihrer Sexualität
lernen. Die Spannungen zwischen Tugend und Laster, Enthaltsamkeit und Lust,
Besonnenheit und Gewalt können leicht unerträglich werden. Die Kirche wird
positiv aus dieser Krise herausgehen können, wenn sie diese Spannungen nicht
länger leugnet und offen mit dieser Thematik umgeht.
Und diesbezüglich ist sie auf einem
Weg, den es unbedingt weiter auszubauen und zu gehen gilt: So hat der Vatikan
im Jahr 2008 neue Richtlinien für die Aufnahme ins Priesterseminar erlassen.
Sie sehen psychologische Tests für Weihekandidaten vor. Es soll mehr Wert auf
die Förderung der emotionalen Reife gelegt werden, denn es hat sich bei
Experten die Einsicht durchgesetzt, dass das katholische Priesteramt besonders
attraktiv für Menschen ist, die in ihrer sexuellen Entwicklung auf einer
kindlichen oder pubertären Stufe stehen geblieben sind. Es bleiben dennoch
Fragen: Wie wird „emotionale Reife“, wie wird ein reifer Umgang mit der
Sexualität gemessen? Wann gilt der Test als „bestanden“? Wie sind solche Tests
wirklich zu bewerten?
Die Missbrauchsfälle, die jetzt nach 30
Jahren erst aufgearbeitet werden, zeigen, wie wichtig es ist, das Thema mit
Offenheit zu diskutieren und Maßnahmen zu ergreifen, die die Wahrscheinlichkeit
des Kindesmissbrauchs auf ein absolutes Minimum beschränken. Krisen ermöglichen
immer auch einen Neubeginn. Ganz ausschließen lässt sich freilich auch in der
Kirche möglicher Missbrauch von Minderjährigen nicht. Aber Missbrauchsfälle
dürfen nicht mehr so lange verschwiegen noch verharmlost werden. Sie sind in
aller Konsequenz zu verurteilen und die Täter zur Verantwortung zu ziehen.
Nicht minder wichtig aber ist auch ein
fairer Umgang der Medien mit diesem sensiblen Thema. Oft genug hinterlässt der
Stil der Berichterstattung in den letzten Wochen einen sehr bitteren Beigeschmack.
Immer wieder wird das Bekanntwerden der jüngsten Missbrauchsfälle auf sehr
unreflektierte Weise ausgenutzt, pauschal gegen die Kirche und den christlichen
Glauben zu wettern – eine Entwicklung, die zu bedauern, aber wohl nicht zu
verhindern ist.
Sachlicher und fairer aber kann diese
Berichterstattung werden, wenn gerade auch die kritische Öffentlichkeit einen
glaubwürdigen Umgang der Kirche selber mit dieser heiklen Thematik und der auf
sich geladenen Schuld wahrnimmt. Wenig hilfreich sind in diesem Zusammenhang
die jüngsten Aussagen des Augsburger Bischofs Walter Mixa.
Sie zeigen, wie zwingend erforderlich ein sensibler Umgang mit diesem Thema in
der Öffentlichkeit ist. Pauschale Schuldzuweisungen sind nicht nur wenig
nützlich, sondern schlechter Stil.
Die jetzt publik gemachten
Missbrauchsskandale in der Kirche treffen zusammen mit dem Beginn der
österlichen Bußzeit, die uns als Einzelne wie auch als Kirche insgesamt
einlädt, unser Leben vor Gott zu bedenken und neu auszurichten. Die Opfer, die
nun nach langem Schweigen sprechen, erlauben der Kirche ein Hinsehen auf eine
ihrer dunkelsten Seiten. Und genau dieses - wenig medienspektakuläre und noch
weniger mediengeeignete - Hinschauen und Zuhören eröffnet die Möglichkeit der
Umkehr und der Erneuerung. Beten alleine hilft hier sicher nicht. Aber es
ermöglicht, die Dinge so zu sehen wie sie sind und sie, wo immer nötig, zu
ändern.
Reue, Umkehr und Buße – die
vermeintlich völlig altmodischen Themen der Fastenzeit sind aktueller denn
je. Andrea Kronisch
Redaktion kath.de
Sportpfarrer in Vancouver. Psalme für Sportler, Reparaturen an der Seele
Vancouver. Zeit spielt keine Rolle,
nicht bei Hans-Gerd Schütt und Thomas Weber. Sie sind Teil der deutschen
Olympia-Mannschaft, aber in ihrem Fall geht es nicht um Minuten, nicht um
Hundertstelsekunden. Sie treten in Vancouver auf und in Whistler, sie arbeiten
flächendeckend. In ihren gelben Jacken, die sie für die Mission Olympia
erhalten haben, ähneln Schütt und Weber ein bisschen den „gelben Engeln“, die
in Deutschland vom ADAC auf die Straßen geschickt werden. In gewissem Sinne
geht es auch bei ihnen um Reparaturen, sie kümmern sich um Wunden, die nicht zu
sehen sind, sie sorgen sich um die Seele.
Schütt und Weber sind im Dienste der
Kirchen in Kanada, Schütt als katholischer und Weber als evangelischer Pfarrer.
Sie sagen, dass der Glaube nicht nur in die Kirchenmauern gehöre, sie betreuen
deshalb nun eine Gemeinde auf Zeit, in der Nähe von Pisten und Eisflächen, eine
Gemeinde mit Biathleten, Eisschnellläufern oder Snowboardern. Sie bieten
während des sportlichen Stresses Oasen der Besinnung, der Ruhe. „Es ist
notwendig, dass wir da sind“, betont Weber. Er sagt, dass er und Schütt den
Samen ausstreuen würden auf dem olympischen Terrain, ganz im biblischen Sinne,
doch ob er wirklich aufgeht, wissen beide natürlich nicht.
Beim Einkaufen, auf der Straße, im
Flugzeug
Es gibt im Olympischen Dorf ein Zentrum
für die Weltregionen, das ist seit langem Usus bei Olympia. Schütt und Weber,
die in einer Privatunterkunft wohnen, haben kein eigenes Büro, sie halten das
auch für verzichtbar. „Das würde nicht viel bringen“, sagt Schütt. „Wir machen
uns auf den Weg und suchen Kontakte.“ Sie sind das ja aus dem Alltag gewohnt,
sie haben festgestellt, dass die besten Gespräche zufällig zustande kommen,
beim Einkaufen oder auf der Straße. Oder im Flugzeug. Als sie nach Vancouver
geflogen waren, entwickelte sich eine Unterhaltung mit deutschen
Eishockeyspielern, und plötzlich war der Tod ein Thema - noch vor dem
fürchterlichen Unfall des georgischen Rodlers Nodar Kumaritaschwili.
Einer der Spieler begann von Robert
Müller zu erzählen, von dem Eishockeytorwart, der einem Krebsleiden erlegen
war. Er sagte, dass er danach darüber nachgedacht habe, was wirklich zähle im
Leben - die Familie, die Zeit nach dem Sport. Der Spieler hatte Vertrauen zu
Schütt und Weber gefasst, er öffnete sich, und die beiden Sportpfarrer sagen,
dass in dieser Situation einer ihrer großen Vorteile deutlich geworden sei:
„Wir kommen von außen“, sagt Schütt, „wir sind nicht Bestandteil des
Sportsystems, wir stellen einen geschützten Raum dar.“ Einen Raum, in dem
Gefühle leichter zu artikulieren sind als in der Begegnung mit anderen
Sportlern oder mit Funktionären.
„Alles steht unter Dampf“
Nicht, dass Schütt und Weber nun immer
wieder tiefere Unterredungen über den Fall Kumaritaschwili
führen würden, dass das Sterben - auch im Zusammenhang mit dem Fußballtorwart
Robert Enke - bei ihrem Wirken in Kanada eine zentrale Rolle einnehmen würde.
Ohnehin bleibt die Frage unbeantwortet, ob die Ängste und Nöte, die Enke in den
Freitod getrieben hatten, tatsächlich zu einem Umdenken im Sport führen werden,
zu einem offeneren Umgang mit seelischem Schmerz, auch unter Teilnehmern an
Winterspielen. Weber vergleicht das mit einem schweren Autounfall:
Vorbeifahrende passieren die Unglücksstelle langsam und vorsichtig - „20
Kilometer weiter wird wieder gerast“.
So ist das ja auch bei Olympia, einem
sportlichen Ausnahmezustand. Kaum Gelegenheit innezuhalten, „alles steht unter
Dampf“, sagt Schütt, jeder ist auf seinen Wettkampf fokussiert. Vielleicht ist
die Auseinandersetzung mit dem Ich erst nach einem solchen sportlichen Kraftakt
möglich, Schütt und Weber jedenfalls setzen darauf. Als Ermunterung
gewissermaßen haben sie an die Olympia-Starter eine Broschüre mit dem Titel
„Mittendrin“ verteilt. Darin sind Gedanken über Gott und die Welt enthalten,
über den „Stangenwald des Lebens“, über die Gefahr des Einfädelns - und über
Möglichkeiten, wieder Balance und Rhythmus zu finden. Ein Psalm für Sportler
zum Beispiel soll als Unterstützung dienen, darin ist zu lesen: „Der Herr ist
mein Trainer, ich werde nicht versagen. Er bleibt an meiner Seite, wenn alle
mich verlassen. Er ist mein Halt, wenn alle Sicherheiten wegbrechen.“
Gottesdienst mit großem Zulauf
Schütt und Weber haben Erfahrungen mit
Athleten in Turin und in Peking gesammelt, und manchmal gab es noch nach den
Spielen eine Verbindung. Weber etwa gestaltete die kirchliche Trauung eines
Sportlers, der nach Olympia in Peking heiratete. Die Sportpfarrer reichen bei
einem Neuanfang die Hand, und sie sind zur Stelle, wenn es um das Ende geht,
das Ende einer Karriere. Wenn Sportler schwanken, ob sie - obwohl sie ihren
Leistungszenit bereits überschritten haben - wirklich loslassen sollen, ob sie
bereit sind für einen neuen Lebensabschnitt. Dann empfiehlt Schütt, auf innere
Entdeckungsreise zu gehen, Empfindungen genau auszuloten - in der Regel mit dem
Ergebnis, dass der Rücktritt doch die beste Wahl ist.
Schütt hat auch noch in guter
Erinnerung, wie ein Rodler, der in Turin als Favorit eine Medaille verpasst
hatte, während ihres Zusammenseins eine Bemerkung seiner Großmutter erwähnte:
„Wer weiß, wofür es gut war.“ Schütt findet: „Da steckt Lebensweisheit drin.“
Er und Weber wollen ihre Erkenntnisse aus dem Spitzensport bündeln, sie sollen
der Basis in den Vereinen zugutekommen, nicht zuletzt dem Nachwuchs. Seit 2003
ist Schütt Olympiapfarrer der Deutschen Bischofskonferenz; er wolle den Jungen
„den Rucksack“ so packen, dass sie in wichtigen Angelegenheiten die richtigen
Entscheidungen treffen könnten.
In Vancouver planen Schütt und Weber
nun auch einen Gottesdienst im deutschen Quartier, sie rechnen mit großem
Zulauf. Sie glauben die Sehnsucht vieler Sportler nach einem solchen Refugium
zu kennen. „Es wird mehr gebetet“, sagt Weber, „als man denkt.“ Von Rainer
Seele Faz 19
Vatikan/Libanon: Gemeinsam für den Frieden
Ein Besuch im Zeichen des Friedens: An
diesem Samstag war der Ministerpräsident des Libanon, Saad Hariri, im Vatikan
zu Gast. Mit Papst Benedikt hat er über die aktuelle Lage in seinem von
zahlreichen Bürgerkriegen gezeichneten Heimatland gesprochen. Das katholische
Hilfswerk „Kirche in Not“ hat in der Vergangenheit stark darauf hingearbeitet,
die christlichen Abwanderungswellen aus dem Libanon zu stoppen. Pressereferent
André Stiefenhofer erklärt im Gespräch mit Radio
Vatikan, warum die Situation der Christen wohl nicht alleine im Mittelpunkt der
Papstaudienz Hariris gestanden hat: Die
grundsätzliche Frage nach dem Frieden im Land sei vordringlich:
„Weil ja auch dem Papst daran gelegen
ist, die sehr labile Stabilität in der Region zu wahren und einen generellen
Frieden zu sichern. Denn der Libanon steht vor großen Problemen. Israel hat
über Umwege, nämlich über Syrien, wieder mit einem Militärschlag gedroht, da
die Hisbollah im Süden des Libanon angeblich eine neue Boden-Boden-Rakete
geliefert bekommen haben soll. Und Israel möchte diese wahrscheinlich auf
militärischen Weg ausschalten. Das heißt, der Ministerpräsident hat momentan
ganz andere Probleme, als die Christen in seinem Land und muss darauf schauen,
den Frieden zu erhalten.“ (rv 20)
Walter Mixa
hat mit seiner Ignoranz die Bischofskonferenz vor zusätzliche Probleme
gestellt. Sie muss endlich schlüssig erläutern, wie sie sexuellen Missbrauch
künftig verhindern will. Von Joachim Frank
Es gibt keine Lösung, weil es kein
Problem gibt. Was Marcel Duchamp einst hintersinnig formulierte, wirkt für die
katholische Kirche in der grobschlächtigen Version eines Bischof Mixa problemverschärfend. Da melden sich binnen kürzester
Zeit mehr als 100 Opfer aus ganz Deutschland bei der Berliner Rechtsanwältin
Ursula Raue. Doch der Augsburger Bischof mag sturheil
kein strukturelles Versagen seiner Kirche erkennen. Im Gegenteil: Schuld an
allem ist eigentlich die sexuelle Libertinage der 68er.
Dieses Abwiegeln und Verdrängen ist so
frappant ignorant, dass Mixa damit gegen seinen
Willen den Handlungsdruck auf die Bischöfe deutlich erhöht. Wer in der Kirche
noch bei Trost ist, wird sich nicht mit Mixa gemein
machen wollen, auch wenn der eine oder andere Bischof ähnlich denken und die
derzeitige Kritik an der Kirche für einseitig oder übertrieben halten mag. Zu
solcher Selbstberuhigung besteht freilich umso weniger Anlass, als jetzt jeden
Tag neue Opfergeschichten bekannt werden, die immer demselben Schema folgen:
Die Täter - nach Expertenangaben jeder 25. Kleriker - nutzen ihre
Vertrauensstellung als Seelsorger niederträchtig aus. Mit dem klerikalen
Keuschheitsideal umgeben sie sich wie mit einem Tarnumhang. All das sind
hausgemachte Phänomene, die sich eben nicht mit einem schludrigen "In den
Familien ist es doch noch viel schlimmer" wegwischen lassen. Zumal keine
andere Institution mit einem derart geschlossenen, ja obsessiven Regelwerk zur
Sexualität aufwartet wie die katholische Kirche mit der Moralverkündigung an
ihre Gläubigen.
Die Bischofskonferenz wird sich deshalb
auf ihrer Vollversammlung in der kommenden Woche nicht mit einem beruhigenden
Hinweis auf ihre "Leitlinien" zum Vorgehen in Missbrauchsfällen aus
der Affäre ziehen können. Das Papier von 2002 entstand in der Folge der großen
Missbrauchsskandale in den USA, gegen die der damalige Papst Johannes Paul II.
den eisernen Besen schwang. Die Bischöfe ihrerseits haben auf sechs Seiten eine
Art Konstruktionsplan für ihre deutsche Kirchenkehrmaschine verfasst.
Detailliert ist darin beschrieben, wer in der kirchlichen Hierarchie wie zu
reagieren hat, wenn ein Missbrauchsverdacht auf Geistliche fällt oder diese
angezeigt werden. Geregelt sind kirchliche Strafen für die Täter ebenso wie die
Information des Vatikans, der Justiz und der Öffentlichkeit.
Dagegen stellen die Bischöfe nicht
einmal andeutungsweise die Frage, in welchem Zusammenhang die Missbrauchsfälle
mit der katholischen Sexualmoral und speziell dem Zölibat als
Zulassungsbedingung für das geistliche Amt stehen. Zum drängenden Thema der
Prävention finden sich nur drei lose aneinandergefügte Absätze, die unter
anderem empfehlen, "vertrauliche Berührungen" von Kindern und
Jugendlichen zu meiden. Ganze fünf Zeilen handeln den wunden Punkt ab, in den
Papst Benedikt XVI. höchstpersönlich vor wenigen Tagen den Finger gelegt hat:
die Aus- und Fortbildung der Geistlichen. Diese "thematisiert im Rahmen
der allgemeinen Persönlichkeitsbildung die Auseinandersetzung mit Fragen und
Problemen der Sexualität, vermittelt Kenntnisse über Anzeichen sexuellen Fehlverhaltens
und gibt Hilfen für den Umgang mit der eigenen Sexualität", heißt es dazu
in den Leitlinien.
Wenn die Bischöfe ihr
Bürokraten-Deutsch mit Leben füllen wollen, müssen sie in ihren
Ausbildungsstätten verstärkt Fachpersonal einsetzen, das nicht die "Berufung"
zum Priestertum, sondern das menschliche Format der Kandidaten abklopft und
damit nicht zuletzt späteren sexuellen Missbrauch verhindern hilft. Einen
Mangel an (sexueller) Reife und Selbstreflexion unter Seminaristen und
Priestern beklagen selbst deren Ausbilder seit langem. Vielen Theologen dagegen
erscheint die ganze "Psychokacke" als peinlich, lästig oder
überflüssig. Das müssen die Bischöfe ändern - aus Sorge um die potenziellen
Opfer, aber auch im Interesse der Kirche.
Ändern muss sich auch das Regime der
kirchlichen "Beauftragten". In der Hälfte aller Bistümer fungieren
Hierarchen wie zum Beispiel Personalchefs oder Juristen als Ansprechpartner für
die Opfer von Missbrauch, als interne Ermittler und als Nahtstelle zu den
staatlichen Behörden. Die unvermeidliche Doppelrolle erschwert Opfern den
Zugang und schadet der Sache. Unabhängige Aufklärung braucht externe Aufklärer.
Solche Mindeststandards sollten selbst
einem Bischof Mixa beizubringen sein. Auch wenn es
für ihn kein Problem gibt. FR 19
Österreich: Die Kirche der Zukunft
„Der Reichtum der Kirche sind die
Menschen!“ Unter diesem Titel ist in Österreich in diesen Tagen eine groß
angelegte Studie vorgestellt worden, die die Arbeit der Pfarrgemeinderäte im
Land untersucht hat. Dazu befragte sie die Mitglieder der Gremien nach Gründen
für ihr Engagement und ihre Zufriedenheit mit der Arbeit. Das Ergebnis: Die
Pfarrgemeinderäte sind oft hoch motiviert – dazu müssen aber die entsprechenden
Rahmenbedingungen stimmen. Der Initiator der Umfrage, der Wiener
Pastoraltheologe Paul Zulehner, erläutert dieses
Resultat:
„Zunächst fällt auf, dass die
ehrenamtlichen Personen in der Kirche über einen großen Vorrat an Motivationen
verfügen. Sie sind bereit, im Sinne des Evangeliums am Reich Gottes mitzuarbeiten.
Sie wünschen sich, dass die Kirche in der Gesellschaft präsenter ist. Und sie
wollen, das ist das stärkste Argument, dass ihre Pfarrgemeinde lebendig und
handlungsfähig ist. Auf der anderen Seite beobachten wir, dass sie dieses in
Zukunft nur unter bestimmten Bedingungen bereit sind zu tun. Die Leute wollen
etwas für sich haben, sie wollen im Glauben reifen, sie wollen andere Leute
kennen lernen. Sie haben den entscheidenden Wunsch, dass sie gestalten können,
dass sie in einem Team arbeiten und nicht zuletzt: dass ihnen für ihren Einsatz
die entsprechende Anerkennung zukommt.“ (rv 20)
Algerien: Eingeschränkte Religionsfreiheit
In Algerien sind weitere Spannungen um
die Einschränkung der Religionsfreiheit entbrannt. Der Erzbischof von Algier,
Ghaleb Moussa Abdallah Bader, fordert deshalb die Aufhebung von Beschränkungen
der Glaubensausübung für Nicht-Muslime. Bader hat diese Aufforderung bei einem
Treffen mit dem algerischen Religionsminister geäußert. Gegenüber Radio Vatikan
erklärt der Erzbischof von Algier:
„Dieses Beschränkungsgesetz zwingt uns
wortwörtlich, uns in den Kirchengebäuden zu verstecken. Wir können nicht frei
leben und unsere Gottesdienste feiern. Wir finden es unerhört, dass
Jugendliche, die unter einem Baum beten, wie Kriminelle behandelt werden, die
einen Mord begangen hätten.“
Das Treffen zwischen dem Erzbischof und
dem Religionsminister fand im Rahmen einer Tagung in Algier statt. Sie stand
unter dem Motto „Freiheit für die Glaubensausübung, zwischen Gottes Gesetz und
positivem Recht“. Auch drei weitere algerische Bischöfe sowie Vertreter des
französischen Klerus nahmen teil. (zenit 19)
Deutschland: Aufklärungswille spürbar
Im Jesuitenorden ist ernsthaftes
Interesse spürbar, die Missbrauchsfälle aufzuklären. Das sagte die zuständige
Missbrauchsbeauftragte Ursula Raue am Donnerstagabend in einer Sendung des
Fernsehsenders Phoenix. Raue hatte zuvor öffentlich einen Zwischenbericht zum
Missbrauchsskandal vorgelegt. Demnach haben sich bei ihr bislang 115 zumeist
männliche Opfer gemeldet. Der Provinzial der deutschen Jesuiten, Stefan Dartmann, kündigte an, Raue zusätzliche Kräfte für die
Aufklärung der Fälle zur Seite zu stellen. Zudem sollen Arbeitsstäbe in den
drei Jesuiten-Gymnasien in Berlin, Bonn und Sankt Blasien
zur Aufarbeitung der Vorwürfe eingerichtet werden.
Das Thema „Missbrauch“ wird am Montag
auch auf der Tagesordnung der Deutschen Bischofskonferenz stehen. Am Montag
treffen sich die Bischöfe zur Frühjahrsvollversammlung. Von den deutschen
Oberhirten wünscht sich deshalb der Vorsitzende des Zentralkomitees der
deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück… „…dass sie
die Richtlinien, die sich die Bischofskonferenz schon gegeben hat, nochmals
dokumentieren. Sie sollen in allen Diözesen gleichermaßen angewandt werden. Es
steht außer Zweifel, dass die erste Priorität den Opfern gilt und der
Verpflichtung zur Wirklichkeit und Wahrheit. Das wird sicherlich zum Ausdruck
kommen.“ kna 19
Pallottinerorden entschuldigt sich für Missbrauch durch Ordensmitglieder
Der Provinzial des deutschen
Pallottinerordens, Pater Hans-Peter Becker, sagte in einer an diesem Freitag
veröffentlichten Erklärung: „Bei den betroffenen Schülern, denen damals dieses
verabscheuungswürdige Unrecht angetan wurde und die heute noch darunter leiden,
entschuldige ich mich im Namen aller Pallottiner.“ Becker ermutigte mögliche
weitere Opfer von sexuellem Missbrauch, sich zu melden. Er verwies auf den seit
2003 eingesetzten Missbrauchs-Beauftragten des Ordens. Laut Angaben der
Pallottiner wurden bislang drei Missbrauchsfälle im ehemaligen Konvikt Sankt
Albert in Rheinbach bei Bonn bekannt. Der beschuldigte Pater sei in den 1960er
Jahren aus dem Orden ausgeschieden. Die Schule wurde 1967 geschlossen. Zu einem
weiteren Vergehen soll es in einem Internat in Rheinberg am Niederrhein
gekommen sein. Auch hier sei der Beschuldigte aus dem Dienst genommen und
therapeutisch behandelt worden, bevor er in die Altenarbeit ins Ausland
wechselte. Das Konvikt am Niederrhein wurde 1970 geschlossen. (pm/kna)
Slowakei: Papstbesuch soll Glauben
stärken
Die Kirche der Slowakei hofft auf einen
Besuch von Papst Benedikt XVI. im Jahr 2012. Grund dafür sind die
Jubiläumsfeierlichkeiten zum 1.150. Jahrestag der Ankunft der Slawenapostel Cyrill und Method
im Land. Das eigentliche Jubiläumsjahr ist 2013, die Feierlichkeiten beginnen
aber schon ein Jahr zuvor. Im Gespräch mit kathpress
erklärt der Erzbischof der Diözese Spis (Zips),
Frantisek Tondra: „Die offizielle Einladung ist schon
nach Rom gegangen. Wir haben auch eine Antwort bekommen, dass es wahrscheinlich
möglich ist – aber es ist noch nicht sicher.“
Er hoffe auf Unterstützung durch
staatliche Stellen in dieser Angelegenheit, so der Erzbischof. Schließlich
hätten sich die Beziehungen zwischen dem slowakischen Staat und der Kirche in
der letzten Zeit leicht gebessert. (kap 19)
Missbrauch am Jesuiten-Kolleg. "Angst, Hilflosigkeit und Ekel"
An deutschen Jesuiten-Kollegs haben
nach Opferangaben bis zu zwölf Lehrer ihre Schüler missbraucht. Dies geht aus
dem Bericht hervor, den der Orden vorlegte VON FELIX LEE
BERLIN - Das Ausmaß ist noch
schlimmer als bislang bekannt: 115 bis 120 Missbrauchsopfer haben sich bisher
gemeldet. Bis zu zwölf Jesuiten-Pater sollen ihre Schüler missbraucht haben,
allein am Berliner Canisius-Kolleg habe es zwischen
40 und 50 Fälle gegeben, berichtet die vom Jesuiten-Orden beauftragte
unabhängige Rechtsanwältin zur Aufklärung der Missbrauchsfälle, Ursula Raue.
Unter den mutmaßlichen Tätern sollen auch zwei Frauen gewesen sein. Was Raue
besonders entsetzt: In den bisher ausgewerteten Personalakten des Ordens sei es
an keiner Stelle um das Seelenleben der Opfer gegangen.
Im Skandal um sexuellen Missbrauch von
Schülern vor allem an katholischen Jugendeinrichtungen hat die Berliner
Rechtsanwältin am Donnerstag einen ersten Zwischenbericht vorgelegt. Der
Anwältin zufolge berichten die Opfer vor allem von Manipulationen an ihren
Genitalien und von zudringlichen Zärtlichkeiten,
weniger von körperlichen Verletzungen. Sie habe jedoch auch Berichte über Opfer
erhalten, die sich das Leben genommen hätten. Manche Männer offenbarten sich
zum ersten Mal und hätten selbst mit ihren Ehefrauen zuvor nicht über ihr Leid
gesprochen. "Viele berichten von einer Situation, in der Angst und
Hilflosigkeit und oft auch Ekel vorherrschten", so Raue. "Ich habe
den Eindruck, dass es noch mehr gibt."
Aufgeflogen sind die Missbrauchsfälle,
als Pater Klaus Mertes, der jetzige Rektor des Jesuiten-Gymnasiums, sich Ende
Januar in einem Brief an rund 500 ehemalige Schüler des Canisius-Kollegs
gewandt hat. Zuvor hatten sich sieben Personen gemeldet, die Opfer sexuellen
Missbrauchs durch zwei Pater geworden waren. Nachdem Mertes auch an die
Öffentlichkeit gegangen war, meldeten sich Opfer aus dem gesamten Bundesgebiet.
Die meisten Betroffenen waren zwar Schüler des Berliner Canisius-Kollegs.
Betroffene meldeten sich aber auch vom Kolleg St. Blasien
im Schwarzwald, dem St.-Ansgar-Kolleg in Hamburg und jüngst auch vom Aloisiuskolleg in Bonn. Die bisher bekannt gewordenen Fälle
hatten sich meist in den 70er- und 80er-Jahren zugetragen. Strafrechtlich seien
alle ihr bekannten Fälle verjährt, sagte die Anwältin. Eine finanzielle
Entschädigung von Seiten der Kirche werde weiterhin erwogen.
Vertreter des Jesuiten-Ordens waren bei
der Pressekonferenz nicht anwesend. Damit solle die Unabhängigkeit der Anwältin
unterstrichen werden, hatte ein Sprecher zuvor erklärt. Taz 19
Serbien. Orthodoxer Kirchenstreit
Zerrissene Kutten, zerwühlte Bärte: Am
heiligen Sonntag lieferten sich Mönche im Kloster Gracanica
im Kosovo eine Schlägerei. Vordergründig geht es beim Streit um die Absetzung
des Kosovo-Bischofs Artemije durch den Heiligen
Synod, das höchste Gremium der serbisch-orthodoxen Kirche. Ihm werden
Unregelmäßigkeiten und Bereicherung vorgeworfen. Dahinter steht ein ernster
Richtungsstreit um die europäische Orientierung des Landes.
Dem 75-jährigen Artemije,
serbischer Bischof des Kosovo seit 1991, wird seit drei Jahren unsauberes Finanzgebaren
nachgesagt. Ein enger Mitarbeiter steht im Verdacht, Geld aus einer
SMS-Spendenaktion für Arme hinterzogen zu haben. Der Mönch, der zwei Wohnungen
unterhielt und ein Auto mit 230 PS fuhr, hat sich nach Griechenland abgesetzt.
Zu den Begünstigten der sogenannten
Spendenaktion soll auch die frühere Leiterin des staatlichen Instituts für
Denkmalschutz, Gordana Markovic, gehören. Das gibt dem Fall auch politische
Brisanz: Das Institut prangerte unter dem ehemaligen Premier Vojislav Kostunica die Zerstörung serbischer Objekte im Kosovo durch
den albanischen Mob an. Renovieren, wie es seine Aufgabe gewesen wäre, ließ es
aber nichts.
Artemije
ist auch für die Regierung und den serbischen Präsidenten Boris Tadic ein
Ärgernis. Der Bischof brandmarkt den Staatschef öffentlich als
"Verräter" und steht mit seiner Weigerung, Vertreter der fremden
Truppen und der EU-Verwaltung zu empfangen, Belgrads pragmatischer
Kosovo-Politik im Weg.
Zwar darf Artemije
mit seiner harten Haltung in der stark nationalistischen Kirche im Prinzip auf
Sympathie hoffen. Gleichzeitig legt die Kirchenführung traditionell Wert auf
ein enges Verhältnis zur Staatsspitze. Den Widerspruch machen sich nun Artemijes Anhänger, etliche rechtsradikale Organisationen
sowie die Oppositionspartei von Ex-Premier Kostunica
zunutze.
Der Streit in der serbischen Kirche
schwelt seit langem. Auf der einen Seite stehen eher ökumenisch orientierte
Bischöfe, die auch mit Präsident Tadic und dessen Europa-Politik konform gehen,
auf der anderen Hardliner, denen die Abgrenzung der
Orthodoxie vom "sündigen Rom" am Herzen liegt. Kirchenoberhaupt
Pavle, der im November gestorben war, hatte die Strömungen einfach durch
Nichtstun im Gleichgewicht gehalten. Sein designierter Nachfolger Amfilohije, ein Nationalist, erhielt im Heiligen Synod nie
die nötige Zwei-Drittel-Mehrheit.
Ein "Gottesurteil" bestimmte
im Januar mit Irenej wieder einen
"Kompromissler" zum Patriarchen. Im Vergleich zu seinem Vorgänger
Pavle äußert der 79-jährige sich klarer zu politischen Grundsatzfragen und
zeigt im Streit mit Bischof Artemije und der extremen
Rechten Tatkraft. NORBERT MAPPES-NIEDIEK
FR 19
Irak: "Panik" unter den Christen in Mossul
Die Situation der Christen im Nordirak
spitzt sich zu. Der Erzbischof
von Mossul, Amil Shamaaoun Nona, sagte gegenüber dem weltweiten
katholischen
Hilfswerk "Kirche in Not", wenn es so weitergehe wie in den
vergangenen Tagen,
würden bald alle Christen Mossul verlassen haben.
Allein in dieser Woche seien dort vier
Christen von Extremisten ermordet
worden. Die Morde seien nach Aussage
von Erzbischof Nona politisch
motiviert gewesen und hätten die
Vertreibung aller Christen aus der
Stadt zum Ziel gehabt. Wer genau hinter
den Anschlägen stecke, sei ihm
nicht bekannt. Er vermutet aber, es sei
eine "politische Gruppierung,
die einen
Nutzen vom Verschwinden der Christen hätte".
Die Stimmung unter seinen Gläubigen
beschreibt der Erzbischof als
"blanke Panik". Ob bei der
Arbeit, in der Schule oder zu Hause –
nirgendwo seien Christen in Mossul vor Mordanschlägen sicher, sagte
Nona.
Unter diesen Umständen falle es den Menschen sehr schwer, noch in
der Stadt zu bleiben. Von den
fünftausend christlichen Familien, die
noch im Jahr 2003 in der Stadt lebten,
seien heute nur noch wenige
geblieben. Täglich verlassen nach
Aussage des Erzbischofs etwa ein
Dutzend Familien Mossul.
Abschließend appellierte
Erzbischof Nona an die westlichen Medien. Er
betonte, dass über das Leid der
Christen in Mossul dringend mehr
berichtet werden müsse, wolle man ihrer
Ausrottung nicht tatenlos
zusehen. Den Christen in aller Welt
rief Nona zu: "Wir bitten
verzweifelt um Euer Gebet für
uns!"
"Kirche in Not" schließt sich
diesem Aufruf an und bittet seine
Unterstützer um ihr Gebet für die
Christen im Irak. Am 7. März wird in
dem Land ein neues Parlament gewählt. KiN 19
Hazrat-Fatima-Moscheegemeinde. Frankfurter Moscheeverein unter starkem Druck
Frankfurt - Die Hazrat-Fatima-Moscheegemeinde in Frankfurt will am Dienstag zu den Vorwürfen
gegen ihren Imam Sabahattin Türkyilmaz Stellung nehmen. Das hat Ünal Kaymakci, Generalsekretär der Gemeinde, am Freitag
angekündigt. Unterdessen wächst der Druck auf die Gemeinde, deutliche
Konsequenzen zu ziehen und sich von dem Geistlichen zu trennen. Das fordern
Politiker und der Frankfurter Rat der Religionen.
Zunächst war schon für gestern erwartet
worden, dass der Vorstand sich zu dem umstrittenen Geistlichen öffentlich
äußert. Der Vorstand hatte am Donnerstagabend getagt. Wie Kaymakci
sagte, ist sich das Gremium über den weiteren Umgang mit dem Geistlichen
tendenziell einig. Was das genau heißt, wollte er aber nicht ausführen. „Das
wollen wir am Wochenende zuerst mit der Gemeinde besprechen.“
„Politische und antisemitische
Dimensionen“ inakzeptabel
Wie berichtet, ist der Imam in die
Kritik geraten, seit ein Fernsehbericht unter anderem gezeigt hatte, dass er in
Berlin an einer Al-Quds-Demonstration teilgenommen
hatte. Der Rat der Religionen distanzierte sich schon vor einer Woche von dem
Imam, da diese regelmäßigen Solidaritätskundgebungen für die Palästinenser
antisemitisch seien und das Existenzrecht Israels in Frage stellten. Der Imam
bestritt, sich entsprechend geäußert zu haben. Dann wurde eine Predigt des
Geistlichen zum Al-Quds-Tag im September 2009
bekannt, in der er sich auf Ajatollah Khomeini berufen und gesagt hatte, nur
weil die Muslime zu der Besatzung Palästinas geschwiegen hätten, „konnten die
Imperialisten Afghanistan und Irak ebenso besetzen“. Und: „Möge Allah das
besetzte Palästina aus den Händen der Zionisten befreien.“
Mit Bezug auf diese Predigt hat die
Frankfurter Integrationsdezernentin Nargess Eskandari-Grünberg (Die Grünen) Kaymakci
und Türkyilmaz geschrieben und deutlich gemacht, dass die dort implizierten
„politischen und antisemitischen Dimensionen“ inakzeptabel seien. Kaymakci sagte, er habe die Predigt nicht gekannt.
Ihretwegen habe der Vorstand aber „sehr ernst und bestimmt“ mit dem Imam
gesprochen.
Koordinierungsstelle gegen
Antirassismus - Eskandari-Grünberg
sagte am Freitag, die von der Gemeinde zu ziehenden Konsequenzen seien
„überfällig“. Damit forderte sie die Gemeinde indirekt dazu auf, sich von dem
Geistlichen zu trennen. Ein Imam sei verpflichtet, die Gesetze und Werte
Deutschlands zu wahren und zu verteidigen. „Der Staat kann erwarten, dass
Verantwortungsträger ihre Gemeinschaft in diesem Sinne führen und vertreten.“ Athenagoras Ziliaskopoulos,
Vorsitzender des Rates der Religionen, forderte ebenso wie CDU, SPD und die
Linke in Frankfurt, die Gemeinde solle den Imam abberufen. Thomas Kirchner,
integrationspolitischer Sprecher der CDU-Fraktion, sagte, das Maß sei voll. An
einer Kundgebung wie der Al-Quds-Demonstration in
Berlin könne man „nicht einfach mitlaufen“, wie es bisher von der Gemeinde
dargestellt worden sei. In dieser Hinsicht müsse sich auch Kaymakci
deutlich äußern.
Der SPD-Fraktionsvorsitzende Klaus Oesterling sagte, wer sich wie Türkyilmaz auf einen
menschenfeindlichen Extremisten wie Khomeini berufe, zeige, dass er zur
Integration nicht bereit sei. Die Gemeinde solle auch ihr Verhältnis zum
Islamischen Zentrum Hamburg klären, das laut Verfassungsschutz als Instrument
der iranischen Staatsführung zu betrachten sei. Yildiz Köremezli-Erkiner,
integrationspolitische Sprecherin der Linken, sagte, Türkyilmaz dürfe nicht
mehr als Imam tätig sein. Sie bekräftigte die Forderung ihrer Fraktion nach
einer Koordinierungsstelle gegen Antirassismus in der Stadt.
Hahn: Kein Zwang zur Verschleierung
Der hessische Integrationsminister
Jörg-Uwe Hahn (FDP) äußerte, er erwarte eine klare Ablehnung antisemitischer,
rassistischer oder als solche zu verstehender Äußerungen und Aktionen. Auch
dürfe es keinen Zwang zur Verschleierung von Frauen geben. Die Vorwürfe gegen
Türkyilmaz und Kaymakci seien noch nicht ausgeräumt. Ein
Urteil darüber, ob Kaymakci weiter am Runden Tisch
zur Einführung eines islamischen Religionsunterrichts sitzen dürfe, wollte Hahn
nicht abgeben. Für die weitere Zusammenarbeit mit Vertretern der Gemeinde
gälten aber „sehr strenge Beurteilungsmaßstäbe“.
Die Hazrat-Fatima-Gemeinde
ist eine schiitische Gemeinde, zu der türkisch- und pakistanischstämmige
Muslime gehören. Noch hat sie ihren Sitz im Frankfurter Stadtteil Griesheim,
sie möchte aber nach Hausen umziehen. Dort ist der Bau einer größeren Moschee
geplant, was teils erheblichen Protest hervorgerufen hatte. Stefan Toepfer Faz 20
Frankfurt. Der Imam soll gehen. Politik fordert Absetzung von Türkyilmaz
Nachdem die Hazrat-Fatima-Gemeinde
ihrer Ankündigung nicht nachkam, sich am Freitag öffentlich zu den Vorwürfen
gegen ihren Imam zu äußern, werden die Töne schärfer. Der hessische
Integrationsminister Jörg-Uwe Hahn (FDP) fordert von der Frankfurter Moscheegemeinde, sich von antisemitischen Äußerungen zu
distanzieren, die ihrem Imam Sabahaddin Türkyilmaz
vorgeworfen werden. "Ich erwarte eine eindeutige Abgrenzung von allen
Äußerungen, die das Existenzrecht des Staates Israel in Frage stellen",
sagte Hahn am Freitag in Wiesbaden.
Der Minister erklärte, es könne
"keine Zusammenarbeit" mit Personen oder Vereinigungen geben, an
deren Haltung Zweifel bestünden. Das gelte auch für die Vorbereitung eines
islamischen Religionsunterrichts durch das Land. Ünal Kaymakçi,
Generalsekretär der Hazrat-Fatima-Gemeinde, ist Teilnehmer
am Runden Tisch der Landesregierung, an dem die Voraussetzungen für die
Einführung des Religionsunterrichts für Muslime geklärt werden sollen. Hahn
kündigte an, er werde "sehr strenge Beurteilungsmaßstäbe für die weitere
Zusammenarbeit mit Vertretern dieser Gemeinde am Runden Tisch anlegen".
Auch die Frankfurter
Integrationsdezernentin Nargess Eskandari-Grünberg
(Grüne) hat den Druck auf die Gemeinde erhöht und indirekt die Absetzung des
Imams gefordert. Die von ihr verlangte "vollumfängliche und unzweideutige
Richtigstellung und Distanzierung" von Türkyilmaz sei nicht erfolgt. Diese
Schritte seien "jetzt unmissverständlich gefordert, und sie sind
überfällig". Die Distanzierung von den Äußerungen des Imams reiche nicht
mehr aus.
Ein Imam sei "Vorbild und
Wortführer einer Gemeinde" und verpflichtet, "die Gesetze und Werte
dieses Landes zu wahren und selbst zu verteidigen", erklärte die
Integrationsdezernentin. Die SPD-Fraktion im Römer fordert die Gemeinde auf,
den Imam "abzuberufen". "Der nun bekanntgewordene Text einer
Freitagspredigt von Türkyilmaz ist völlig inakzeptabel", erklärte
Fraktionsvorsitzender Klaus Oesterling. Der
Sprachduktus des Imams und dessen Berufung auf die Vorstellungen von Ayatollah
Khomeini seien ein klares Indiz für eine extremistische Grundhaltung. Oesterling stellt fest, dass Türkyilmaz mit seiner
Bezugnahme zu einem "menschenfeindlichen Extremisten wie Khomeini ",
der für den Tod und Folterungen unzähliger Menschen verantwortlich sei,
deutlich mache, dass er zur Integration nicht bereit sei.
"Es stellt sich zudem die Frage,
warum der Predigttext in der Gemeinde unbeachtet blieb", erklärt Oesterling. Die SPD-Fraktion fordert die Hazrat-Fatima-Gemeinde zudem auf, über ihr Verhältnis zu
dem Islamischen Zentrum Hamburg aufzuklären.
Der Vorsitzende des Rats der Religion
in Frankfurt, Pfarrer Athenagoras Ziliaskopoulos,
erklärte eine Bibelpassage zitierend im Bezug auf die Hazrat-Fatima-Gemeinde,
dass die Zeit der Umarmung vorbei sei. Der Moscheevorstand
müsse sich im Klaren darüber sein, dass die Gemeinde sich gänzlich isoliere,
wenn sie sich nicht von dem Imam trenne.
Auch zwei Wochen nachdem die
Antisemitismus-Vorwürfe durch einen Fernsehbericht bekanntwurden,
steht eine inhaltliche Stellungnahme seiner Hazrat-Fatima-Moschee
noch aus.
Kaymakçi
hatte mitgeteilt, dass der Vorstand des Moscheevereins
am Donnerstagabend eine Entscheidung fällen werde. Am Freitag ließ er wissen,
dass der Vorstand "seine eigenen Vorstellungen noch über das Wochenende
mit der Gemeinde ausführlich erörtern müsse". Wie die Gemeinde zu ihrem
Imam stehe und Antworten auf die Fragen, die Eskandari-Grünberg
vor einer Woche in einem Brief formuliert hatte, will Kaymakçi
auf einer Pressekonferenz erläutern. PITT VON BEBENBURG UND CANAN TOPÇU FR 20
Marienerscheinungen im kroatisch-bosnischen Medjugorje. Kard. Jose Saraiva skeptisch
Der portugiesische Kardinal Jose Saraiva Martins ist skeptisch, was die angeblichen
Marienerscheinungen im kroatisch-bosnischen Medjugorje
betrifft.
„Kein Zweifel – solange die Kirche die
Erscheinungen durch den Papst nicht offiziell positiv beurteilt, soll man sie
nicht als echt ansehen.“ Das sagte frühere Präfekt der
vatikanischen Heiligenkongregation jetzt dem Internetdienst „petrus online“ in einem Interview. Berichte über
Bekehrungen oder gar Heilungen in Medjugorje
bedeuteten „absolut keinen Beweis“ für die Echtheit der Erscheinungen: „Nur
weil sich dort jemand bekehrt, heißt das noch lange nicht, dass die Madonna
dort erscheint.“ Bekehrungen seien „auch in einer kleinen Landpfarre möglich“,
so Saraiva Martins pointiert. Ob die Seher „diese
Erscheinungen erfunden haben oder ob sie wirtschaftliche Interessen verfolgen“,
wisse er nicht: „Aber mit Sicherheit kann hinter solchen Fällen der Teufel
stecken“. Gott sei allerdings „so groß, dass er sich auch des Bösen zum Wohl
der Menschheit zu bedienen weiß“ – das erkläre vielleicht „die Wohltaten, die
viele in Medjugorje empfangen“.
Der Kardinal scheint sich schon darüber
zu wundern, dass keiner der Seher das geweihte Leben gewählt hat: „Das wäre ein
schönes Zeugnis gewesen“. Er sehe überhaupt „einen großen Unterschied zu
Fatima“, wo Maria 1917 drei Hirtenkindern erschien. Saraiva
Martins war mit einer der Seherinnen, Schwester Lucia, eng befreundet und gilt
als guter Fatima-Kenner: „In Fatima waren die Seherkinder sehr demütig und
zogen es vor, zu schweigen; in Medjugorje sehe ich so
etwas überhaupt nicht.“ Außerdem habe Schwester Lucia die Botschaften Mariens
schriftlich niedergelegt, „während sie die in Medjugorje
für sich behalten“. Auch wenn die Erscheinung in Medjugorje
offenbar die Seher in einigen Fällen aufgefordert habe, ihrem Bischof nicht zu
gehorchen, „dann ist das ein Element, das zu denken gibt“. Saraiva
Martins will nicht die Tatsache kommentieren, dass der Wiener Kardinal
Christoph Schönborn um den Jahreswechsel herum Medjugorje
besucht hat, „aber ich hätte erst einmal mit Monsignor
Peric“, also dem Ortsbischof, „gesprochen“. Dies tue er jedesmal,
wenn er ein Bistum besuche, und dies gelte erst recht „angesichts der
krankhaften Aufmerksamkeit, die sich auf Medjugorje
konzentriert“.
(petrus
online 20)