Notiziario religioso  22-24  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 22. Il commento al Vangelo. «Voi chi dite che io sia?»  1

2.       Martedì 23. Il commento al Vangelo. “Padre nostro che sei nei cieli”  1

3.       Mercoledì 24. Il commento al Vangelo. “Generazione malvagia”  2

4.       Il Papa contro potere e beni materiali. "Sono le tentazioni del diavolo"  2

5.       Quaresima. In punta di piedi. Pensieri da L'Aquila  2

6.       «Rubare non è mai giustificato»  3

7.       Questione educativa. La lezione dei grandi. In attesa del messaggio dei vescovi 3

8.       Se l'uomo si fa lupo  3

9.       Rafforzare i legami. 2010, Istanbul capitale culturale d'Europa  4

10.   Benedetto XVI con i vescovi irlandesi: la pedofilia è crimine odioso e peccato grave  4

11.   Agorà dei giovani. Il mare che unisce. Dal 23 febbraio al 6 marzo viaggio nel Nord Africa  5

12.   Il Papa interviene sulla sicurezza nei voli. "Va rispettata l'integrità della persona"  5

13.   Testimoni digitali. Il fiuto dei giovani. Il "Qr code" in un liceo di Padova  5

14.   Scuola. Maturare in umanità. Una grande e nuova passione educativa  6

15.   MacKillop, la prima santa australiana: una vita di lotta all'analfabetismo  6

 

 

1.       Benedikt XVI. zur Fastenzeit: „Erkennen, was wesentlich ist“  7

2.       Deutschland: Misereor-Aktion eröffnet 7

3.       Rüttgers: „Auch Grundgesetz fußt auf dem Kreuz“  7

4.       Berlinale: Ökumenische Jury hat entschieden  7

5.       Religion und Justiz. Islamrat ruft zum Respekt vor dem Kruzifix auf 8

6.       Irland: In Sachen Missbrauch schon etwas weiter... 8

7.       Erzbischof Werner Thissen. "Kirche kann Vorreiterrolle einnehmen"  8

8.       Sexueller Missbrauch. Selektive Empörung  9

9.       Sind alle Geistlichen schwarze Schafe? Missbrauchsfälle in der Kirche: In der Krise liegt die Chance  10

10.   Sportpfarrer in Vancouver. Psalme für Sportler, Reparaturen an der Seele  10

11.   Vatikan/Libanon: Gemeinsam für den Frieden  11

12.   Leitartikel. Reformiert Euch! 11

13.   Österreich: Die Kirche der Zukunft 11

14.   Algerien: Eingeschränkte Religionsfreiheit 12

15.   Deutschland: Aufklärungswille spürbar 12

16.   Pallottinerorden entschuldigt sich für Missbrauch durch Ordensmitglieder 12

17.   Missbrauch am Jesuiten-Kolleg. "Angst, Hilflosigkeit und Ekel"  12

18.   Serbien. Orthodoxer Kirchenstreit 13

19.   Irak: "Panik" unter den Christen in Mossul 13

20.   Hazrat-Fatima-Moscheegemeinde. Frankfurter Moscheeverein unter starkem Druck  13

21.   Frankfurt. Der Imam soll gehen. Politik fordert Absetzung von Türkyilmaz  14

22.   Marienerscheinungen im kroatisch-bosnischen Medjugorje. Kard. Jose Saraiva skeptisch  14

 

 

 

 

Lunedì 22. Il commento al Vangelo. «Voi chi dite che io sia?»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 16,13-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14 Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15 Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16 Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Gesù pone la domanda fondamentale, sulla quale si decide il destino di ogni uomo: "Voi chi dite che io sia?". Dire chi è Gesù è collocare la propria esistenza su un terreno solido, incrollabile.

La risposta di Pietro è decisa e sicura. Ma il suo discernimento non deriva dalla "carne" e dal "sangue", cioè dalle proprie forze, ma dal fatto che ha accolto in sé la fede che il Padre dona.

Gesù costituisce Pietro come roccia della sua Chiesa: la casa fondata sopra la roccia (cfr 7,24) comincia a prendere il suo vero significato.

Non è fuori luogo chiedersi se Pietro era pienamente cosciente di ciò che gli veniva rivelato e di ciò che diceva. Notiamo il forte contrasto tra questa professione di fede seguita dall’elogio di Gesù: "Beato te, Simone…" e l’incomprensione del v. 22: "Dio te ne scampi, Signore…" e infine l’aspro rimprovero di Gesù: "Via da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!".

Questo contrasto mette in evidenza la differenza tra la fede apparente e quella vera: non basta professare la messianicità di Gesù. Bisogna credere e accettare che il progetto del Padre si realizza attraverso la morte e la risurrezione del Figlio.

Pietro riceve le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi sono segno di sovranità e di potere. Pietro dunque insieme alle chiavi riceve piena autorità sul regno dei cieli. Egli esercita tale autorità sulla terra e non in funzione di portinaio del cielo, come comunemente si pensa. In qualità di trasmettitore e garante della dottrina e dei comandamenti di Gesù, la cui osservanza apre all’uomo il regno dei cieli, egli vincola alla loro osservanza.

Gli scribi e i farisei, in quanto detentori delle chiavi fino a quel momento, avevano esercitato la medesima autorità. Ma, rifiutando il vangelo, essi non fanno altro che chiudere il regno dei cieli agli uomini. Simon Pietro subentra al loro posto.

Se si considera attentamente questa contrapposizione, risulta che il compito principale di cui è incaricato Pietro è quello di aprire il regno dei cieli. Il suo incarico va descritto in senso positivo.

Non si potrà identificare la Chiesa con il regno dei cieli. Ma il loro accostamento in quest’unico brano del vangelo offre l’opportunità di riflettere sul loro reciproco rapporto. Alla Chiesa, quale popolo di Dio, è affidato il regno dei cieli (cfr 21,43). In essa vivono gli uomini destinati al Regno. Pietro assolve il proprio sevizio nella Chiesa quando invita a ricordarsi della dottrina di Gesù, che permette agli uomini l’ingresso nel Regno.

Nel giudaismo, gli equivalenti di legare e sciogliere (‘asar e sherà’) hanno il significato specifico di proibire e permettere, in riferimento ai pronunciamenti dottrinali. Accanto al potere di magistero si pone quello disciplinare. In questo campo i due verbi hanno il senso di scomunicare e togliere la scomunica.

Questo duplice potere viene assegnato a Pietro. Non è il caso di separare il potere di magistero da quello disciplinare e riferire l’uno a 16,19 e l’altro a 18,18. Ma non è possibile negare che in questo versetto 19 il potere dottrinale, specialmente nel senso della fissazione della dottrina, sta in primo piano.

Pietro è presentato come maestro supremo, tuttavia con una differenza non trascurabile rispetto al giudaismo: il ministero di Pietro non è ordinato alla legge, ma alla direttiva e all’insegnamento di Gesù.

Il legare e lo sciogliere di Pietro viene riconosciuto in cielo, cioè le decisioni di carattere dottrinale prese da Pietro vengono confermate nel presente da Dio. L’idea del giudizio finale è più lontana, proprio se si includono anche decisioni disciplinari.

Nel vangelo di Matteo, Pietro viene presentato come il discepolo che fa da esempio. Ciò che gli è accaduto è trasferibile ad ogni discepolo. Questo vale sia per i suoi pregi sia per le sue deficienze, che vengono impietosamente riferite. Ma a Pietro rimane una funzione esclusiva ed unica: egli è e resta la roccia della Chiesa del Messia Gesù. Pietro è il garante della tradizione su Cristo com’è presentata dal vangelo di Matteo.

Nel suo ufficio egli subentra agli scribi e ai farisei, che finora hanno portato le chiavi del regno dei cieli. A lui tocca far valere integro l’insegnamento di Gesù in tutta la sua forza. De.it.press 

 

 

 

 

Martedì 23. Il commento al Vangelo. “Padre nostro che sei nei cieli”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,7-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate.

9 Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome;

10 venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

12 e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

13 e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.

14 Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Gesù ci insegna la preghiera cristiana, che si contrappone alla preghiera dei farisei e dei pagani: il Padre nostro.

E’ un testo di grande importanza che ci aiuta a comprendere chi è il cristiano. Il Padre nostro è una parola di Dio rivolta a noi, più che una nostra preghiera rivolta a lui. E’ il riassunto di tutto il vangelo. Non è Dio che deve convertirsi, sollecitato dalle nostre preghiere: siamo noi che dobbiamo convertirci a lui.

Il contenuto di questa preghiera è unico: il regno di Dio. Ciò è in perfetta consonanza con l’insegnamento di Gesù: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).

Padre nostro. Il discepolo ha diritto di pregare come figlio. E sta in questo nuovo rapporto l’originalità cristiana (cfr Gal 4,6; Rm 8,15). La familiarità nel rapporto con Dio, che nasce dalla consapevolezza di essere figli amati dal Padre, è espressa nel Nuovo Testamento con il termine parresìa che può essere tradotto familiarità disinvolta e confidente (cfr Ef 3,11-12). L’aggettivo nostro esprime l’aspetto comunitario della preghiera. Quando uno prega il Padre, tutti pregano in lui e con lui.

L’espressione che sei nei cieli richiama la trascendenza e la signoria di Dio: egli è vicino e lontano, come noi e diverso da noi, Padre e Signore. Il sapere che Dio è Padre porta alla fiducia, all’ottimismo, al senso della provvidenza (cfr Mt 6,26-33).

Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà. Il verbo della prima invocazione è al passivo: ciò significa che il protagonista è Dio, non l’uomo. La santificazione del nome è opera di Dio. La preghiera è semplicemente un atteggiamento che fa spazio all’azione di Dio, una disponibilità. L’espressione santificare il nome dev’essere intesa alla luce dell’Antico Testamento, in particolare di Ez 36,22-29. Essa indica un permettere a Dio di svelare il suo volto nella storia della salvezza e nella comunità credente. Il discepolo prega perché la comunità diventi un involucro trasparente che lasci intravedere la presenza del Padre.

La venuta del Regno comprende la vittoria definitiva sul male, sulla divisione, sul disordine e sulla morte. Il discepolo chiede e attende tutto questo. Ma la sua preghiera implica contemporaneamente un’assunzione di responsabilità: egli attende il Regno come un dono e insieme chiede il coraggio per costruirlo. La volontà di Dio è il disegno di salvezza che deve realizzarsi nella storia.

Come in cielo, così in terra. Bisogna anticipare qui in terra la vita del mondo che verrà. La città terrestre deve costruirsi a imitazione della città di Dio.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il nostro pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, ma è anche, e soprattutto, dono del Padre. Nell’espressione c’è il senso della comunitarietà (il nostro pane) e un senso di sobrietà (il pane per oggi). Il Regno è al primo posto: il resto in funzione del Regno.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Anche queste tre ultime domande riguardano il regno di Dio, ma dentro di noi. Il Regno è innanzitutto l'avvento della misericordia.

Questa preghiera si apre con il Padre e termina con il maligno. L’uomo è nel mezzo, conteso e sollecitato da entrambi. Nessun pessimismo, però. Il discepolo sa che niente e nessuno lo può separare dall’amore di Dio e strappare dalle mani del Padre.

Matteo commenta il Padre nostro su un solo punto, rimetti a noi i nostri debiti…. Ecco il commento: "Se voi, infatti, perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi...".

Nel capitolo precedente Matteo aveva messo in luce l’amore per tutti. Ora mette in luce la sua concreta manifestazione: il perdono. De.it.press 

 

 

 

 

Mercoledì 24. Il commento al Vangelo. “Generazione malvagia”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 11,29-32) commentato da P. Lino Pedron 

 

29 Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. 30 Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31 La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. 32 Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui.

Non dobbiamo invidiare la generazione dei contemporanei di Gesù. Egli stesso la definisce "generazione malvagia" perché è ancora sotto lo spirito del maligno e chiede dei segni invece di convertirsi all’annuncio della sua parola. Egli si rifiuta di dare dei segni "fuorché il segno di Giona". Gesù sarà il segno della misericordia di Dio per tutti. Invece di chiedergli segni, bisogna convertirsi all’annuncio della sua morte e risurrezione. Se la fede è obbedire a Dio, il contrario della fede è la pretesa che Dio obbedisca a noi. E questo avviene quando si instaura con Dio un rapporto di ricatto, chiedendo sempre prove nuove e più grandi, senza decidersi a credere al suo amore. Dio ci concede dei segni per farci arrivare alla fede. Ma chi ne cerca ancora dopo essere arrivato alla fede, instaura con Dio un rapporto di ricatto invece che di fiducia. I segni che Dio ci dà rispettano sempre la nostra libertà, ossia non ci costringono mai a credere. Tutti i segni che Dio concede in Gesù si riassumono nel segno di Giona: egli fu segno di un Dio misericordioso e clemente, di grande amore, che si lascia impietosire (Gio 4,2).

Gesù è il maestro di sapienza al quale i credenti possono rivolgersi sicuri di trovare maggior conforto di quanto ne ebbe la regina di Saba nell’ascoltare i responsi di Salomone. La salvezza dipende dalla nostra risposta all’annuncio di misericordia di colui che è più di Salomone e di Giona, al di sopra dei sapienti e dei profeti.

De.it.press 

 

 

 

 

Il Papa contro potere e beni materiali. "Sono le tentazioni del diavolo"

 

Benedetto XVI affida il suo messaggio all'Angelus, mettendo in guardia dalle "tentazioni diaboliche" - "Il mondo si cambia migliorando noi stessi. La Quaresima è tempo di agonismo spirituale"

 

ROMA - I cristiani debbono "vivere non con orgoglio e presunzione". E devono dire no al potere, alla fame di beni materiali, all'ambizione che, dice Benedetto XVI, "sono tentazioni di Satana, contro cui ogni uomo è chiamato a lottare". Smascherando, come fece Gesù, "l'inganno del potere usando le armi della fede, cioè la preghiera, l'ascolto della Parola di Dio e la penitenza". Benedetto XVI affida il suo  messaggio all'Angelus, mettendo in guardia dalle "tentazioni diaboliche", che tendono a sviare "dal nostro cammino, così come accadde anche a Cristo quando si ritirò nel deserto prima dell'inizio della sua vita pubblica". Definendo la Quaresima "un tempo di agonismo spirituale nel quale lottare con le armi della fede" e paragonandola a "un lungo 'ritiro', durante il quale rientrare in se stessi e ascoltare la voce di Dio, per vincere le tentazioni del Maligno".

 

Il Papa ricorda ai 50 mila fedeli presenti in piazza San Pietro come "le tentazioni non furono un incidente di percorso, ma la conseguenza della scelta di seguire la missione affidatagli dal Padre, di vivere fino in fondo la sua realtà di Figlio amato, che confida totalmente in Lui".

 

"Cristo - continua il Papa - è venuto nel mondo per liberarci dal peccato e dal fascino ambiguo di progettare la nostra vita a prescindere da Dio. Egli l'ha fatto non con proclami altisonanti, ma lottando in prima persona contro il Tentatore, fino alla Croce. Questo esempio vale per tutti: il mondo si migliora incominciando da se stessi, cambiando, con la grazia di Dio, ciò che non va nella propria vita". LR 21

 

 

 

 

Quaresima. In punta di piedi. Pensieri da L'Aquila

 

La Quaresima è sempre per il cristiano un tempo privilegiato in cui la preghiera, il digiuno e la carità diventano strumenti di grazia per riscoprire l’essenzialità di una fede talvolta distratta ed approssimativa.

Quest’anno per il popolo aquilano la Quaresima è qualcosa in più: è la memoria della Settimana Santa del 2009, una Settimana di passione, così straordinariamente coincidente con la passione di Cristo. Il ritiro nel “nostro deserto” non può non riportare alla memoria quei giorni di lutto, di disperazione, di smarrimento, di paura, di freddo in cui però la vita doveva andare avanti, nonostante tutto. A questi stati d’animo fa da contrappeso l’abbraccio ricevuto da tutta l’Italia e dal mondo intero, venuto a portare con la propria presenza e con aiuti materiali il sostegno indispensabile in quei momenti. I volti dei volontari che abbiamo conosciuto, dal Trentino alla Sicilia, erano i volti di Cristo presente nei loro sguardi, nelle mani che aiutavano, nei sorrisi che sostenevano.

Il 6 aprile si avvicina rapidamente, i consuntivi saranno inevitabili, la questione “tante morti potevano essere evitate?” è ancora una ferita dolorosamente aperta che inchioda alla ricerca di una domanda di senso per la nostra vita quando il desiderio di felicità sembra svanito per sempre. Chi ha attraversato un’esperienza così definitiva come quella vissuta dalla gente della conca aquilana probabilmente avrà la vita scandita da una linea di demarcazione: prima del terremoto e dopo il terremoto, ma questa separazione non dà ragione di ciò che il nostro cuore desidera. Un desiderio di pienezza da vivere in ogni momento, nella letizia e nel dolore, perché la vita non ci appartiene, appartiene a un Altro. E se così non fosse la morte significherebbe la fine di tutto, la tragedia.

L’affidamento nelle mani di un Altro consegna il nostro destino ad un disegno buono su di noi. Nella maggior parte dei casi questo progetto divino è incomprensibile perché la fede ancora immatura non permette di capire tutto, e non possiamo fare altro che sollevarci in punta di piedi per vedere meglio, o salire sull’albero come Zaccheo. Questa appartenenza all’Altro è la nostra speranza, è la certezza della comunione futura con chi ha già vissuto la sua pasqua, il suo passaggio dalla morte alla vita.

La nostra preghiera nel tempo di Quaresima ci aiuti a superare il dramma del distacco, dramma e non tragedia. Il nostro digiuno sia soprattutto digiuno dalle distrazioni che ci fanno dimenticare e consumare tutto in fretta senza chiederci il perché dei nostri gesti e la carità possa esprimersi nelle forme più utili per chi la esercita e per chi la riceve. È questo il senso del concerto di beneficenza che si terrà domenica 7 aprile 2010 al Ridotto del Teatro Comunale dell’Aquila, nel centro storico della città, a favore dei fratelli di Haiti. Chi come noi ha conosciuto la misericordia di Dio attraverso l’abbraccio dei fratelli, non può lasciare cadere nel vuoto il grido di chi ha bisogno, la nostra umanità strappata all’anestesia dell’indifferenza diventa la voce di chi non ha voce.  Angela Alfonsi, L'Aquila

 

 

 

 

 

«Rubare non è mai giustificato»

 

Monito del Papa. Colloquio Berlusconi-Bertone - di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - Di questi tempi che si parla tanto di questione morale, Papa Ratzinger ha voluto indossare nuovamente i panni del teologo per rispolverare ai cattolici le Tavole della Legge. Stavolta, soffermandosi (e chissà se è un caso), su due comandamenti, il settimo e l’ottavo, non rubare e non dire falsa testimonianza, all’interno della lunga meditazione preparata per l’incontro annuale coi parroci di Roma ricevuti come di consueto agli inizi della Quaresima. Una lectio divina incentrata su alcuni passi della Lettera agli Ebrei. Il tema centrale ha riguardato il ruolo del sacerdote, un mediatore tra il divino e l’umano, col difficile compito di portare i credenti a comprendere il senso del peccato che «oscura la natura dell’uomo». Missione non sempre facile. E così pur manifestando comprensione per le miserie umane, spetta a lui fare capire all’errante che si può sbagliare ma non si può di certo perseverare. Altrimenti si finisce nel baratro. «Così si dice: ha mentito, è umano, ha rubato, è umano ma questo procedere non è il vero essere umano». Essere «veri uomini», nel senso pieno del termine, fatti a immagine e somiglianza di Dio, implica, ha spiegato Benedetto XVI, essere generosi, buoni, giusti, prudenti e saggi. Il peccato altro non è che un «oscuramento della nostra natura» da correggere, fino a «essere di Dio e con Dio». E’ la seconda volta nell’arco di poche settimane che il Papa riprende i Comandamenti, quasi volesse portare il discorso all’essenziale, ad un codice di base dal quale è imprescindibile il cammino verso Dio. L’argomento affrontato dal pontefice ieri mattina non è sfuggito agli ospiti che ieri pomeriggio affollavano Villa Borromeo, dove ha avuto luogo l’annuale ricevimento per i Patti Lateranensi. «E’ naturale portare l’attenzione sui comandamenti, poichè sono al centro della Dottrina Sociale della Chiesa» ha commentato il cardinale Bagnasco uscendo. Una sfilza di porpore, compreso Sodano e Ruini, si sono mescolati a ministri (Tremonti, Frattini, Matteoli), autorità istituzionali varie, uomini politici (Rutelli, Casini). C’era anche la Polverini, candidata per il Lazio, che è stata incoraggiata dal cardinale Bagnasco. L’incontro bilaterale Italia-Santa Sede che ha avuto l’effetto di rassicurare la Cei e il Vaticano sul fatto che arriveranno altri finanziamenti alle scuole cattoliche, che l’Italia avrà modo di difendere i cristiani laddove sono perseguitati (dall’India alla Cina), che i temi della vita e della famiglia sono ben presenti. Berlusconi ha annunciato che sui temi etici ci sarà libertà di coscienza. Poi non si è tenuto e ha raccontato una barzelletta. Quale? «Non me la ricordo più» ha tagliato corto l’ambasciatore Zanardi Landi. Una fonte governativa ha riferito che la Cei sta preparando delle linee guida per orientare i cattolici in materia di bioetica. Impossibile sapere se il testo uscirà prima delle elezioni o dopo. Intanto i vescovi hanno chiesto ai candidati di parlare di giustizia sociale e dell’integrazione degli immigrati. IM 19

 

 

 

Questione educativa. La lezione dei grandi. In attesa del messaggio dei vescovi

 

Incontrando qualche giorno fa la Pontifica Accademia per la vita, Benedetto XVI ha invitato a costruire un "progetto pedagogico integrale", che permetta di affrontare le grandi problematiche odierne con "una visione positiva, equilibrata e costruttiva, soprattutto nel rapporto tra la fede e la ragione". È su questo binario che si sta muovendo la Chiesa italiana con la scelta dell'educazione quale tema di fondo degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio. Una scelta in piena continuità con l'impegno a dire il Vangelo "in un mondo che cambia", come recitava il precedente piano pastorale, e in cui risalta nuovamente la felice prospettiva del progetto culturale, ossia lo sforzo di essere presente in mezzo alla storia con un progetto di uomo, di famiglia, di relazioni sociali ispirato alla Parola di Dio e declinato in dialogo con la cultura del tempo.

È a questo livello, come una vera crisi di umanità, che sembra infatti situarsi la crisi educativa additata ormai dovunque, ben oltre le mura di casa o delle aule scolastiche, tanto da far invocare la presenza di inedite figure educative nei luoghi virtuali del mondo digitale come in quelli più tradizionali ma profondamente mutati del lavoro, del consumo, dello sport. Per molti aspetti, il compito è divenuto più problematico anche nella comunità cristiana. Parrocchie e associazioni, pur eredi di un'antica tradizione e di una viva attitudine alla progettualità in questo campo, si vedono chiamate ad aggiornare le riflessioni e a costruire, loro per prime, sinergie e "alleanze" per la formazione dei giovani e la crescita della qualità educativa dei diversi ambienti e attori sociali.

Sarebbe un errore però scegliere di rispondere con un nuovo attivismo, anche se maggiormente accordato e calibrato sulle analisi più recenti, all'affanno che ammala le multiformi attività e iniziative in corso. Il cantiere dell'educazione necessita sì di pensiero condiviso, di competenze non sfruttate prima d'ora, di nuovi orizzonti. Ma è soprattutto il fascino legato al mistero dell'uomo e al dispiegarsi della sua vita nel mondo che può accendere vocazioni educative stabili e generose. La fatica e il piacere dell'apprendere, di cercare e seguire i buoni maestri. L'educazione è grazia e avventura allo stesso tempo perché è fiducia nell'esistenza, scommessa nell'uomo che non si vede, artigianato paziente dove scolpire se stessi, lasciarsi modellare e aiutare altri a realizzare il capolavoro della propria umanità. Come insegna la lezione dei grandi testimoni e innumerevoli santi, riconosciuti o nascosti, dell'educazione.

Il messaggio che, nella prossima primavera, uscirà dalla penna dei vescovi non sarà rivolto solo agli addetti ai lavori che animano il catechismo, gli oratori, le mille proposte di corsi e percorsi ecclesiali. La sfida di mettere l'attenzione educativa al centro della propria azione è per tutti. E l'educazione partecipa di quella positiva e sana laicità che valorizza le differenze, esalta le responsabilità ai diversi livelli della convivenza civile e rinuncia ad inseguire una presunta neutralità svuotata di contenuti.

Madre e maestra. A fianco dell'uomo e presa per mano da Dio. È così che la Chiesa italiana si vede - e si propone - oggi, non solo ai piccoli e agli anziani, ma più decisamente anche al mondo adulto, valorizzando nel dialogo la maturità, l'esperienza e la cultura di questa generazione. Almeno di chi, ancora, è capace di sognare e desiderare un futuro buono per tutti.  Ernesto Diaco

 

 

 

 

 

Se l'uomo si fa lupo

 

Mentire, rubare «non è il vero essere umano». Certo, solo gli esseri umani mentono e rubano, è proprio della nostra natura ferita cadere in comportamenti deprecabili, ma l'efficace uscita di Benedetto XVI contiene un senso ben più profondo.

 

Rubare, mentire e più in generale trasgredire uno dei dieci comandamenti - le dieci parole che narrano la verità intima dell'uomo - non è solo questione di commettere un peccato, di infrangere un precetto religioso, vuol dire anche e soprattutto tradire la propria e l'altrui dignità umana. Umano, infatti, non è ciò che fan tutti, cedendo al proprio istinto, assecondando il proprio egoismo o usando in modo distorto delle proprie capacità intellettive. Umano, invece, è ciò che rende l'uomo degno di tal nome, ogni gesto e parola che crea comunione, che accresce la vita, che manifesta solidarietà verso i propri simili. Homo homini lupus recita l'antichissimo adagio ma, appunto, così facendo l'uomo si mostra lupo non uomo!

 

In questo senso il messaggio biblico, e quello evangelico in particolare, sono una «buona notizia» innanzitutto antropologica: ci aiutano a capire, svelano ai nostri occhi l'autentica qualità dell'uomo. «Ecce homo!» ha esclamato Pilato di fronte a Gesù: un'espressione che da parte sua voleva solo additare l'imputato, l'uomo che si stava giudicando. Ma l'evangelista che narra la scena va più in profondità e fa di quell'esclamazione di un pagano l'annuncio che l'uomo secondo il pensiero e il volere di Dio è quel condannato ingiustamente, che non ha mai mentito né rubato ma, al contrario, ha proclamato e vissuto la verità fino a identificarvisi e ha donato tutto se stesso agli altri, nulla trattenendo per sé.

 

Quando diciamo che certi comportamenti appartengono alla «natura umana», che sono inevitabili, quando ne sminuiamo la gravità chiamando tutti a correi, quando ci rifugiamo nell'«errare humanum est», noi in realtà offendiamo la dignità umana, sviliamo l'uomo che invece è capace di pensare, agire, vivere secondo una volontà di bene e non di male. Del resto, quando alcuni gesti malvagi vengono portati all'estremo, la nostra reazione non è forse proprio quella di considerarli disumani, bestiali, estranei all'uomo come lo concepiamo idealmente? Il Vangelo ci dice - e Benedetto XVI ce lo ha ricordato - che in ciascuno di noi alberga l'uomo vero, creato a immagine e somiglianza di Dio, una persona capace di rapportarsi con gli altri e con le cose non nello spazio della preda e della menzogna, ma in quello della condivisione, della solidarietà, della verità che è carità, attenzione agli altri e alla vita piena. ENZO BIANCHI LS 19

 

 

 

 

Rafforzare i legami. 2010, Istanbul capitale culturale d'Europa

 

A credere a certi mass media, questa decisione è sorprendente. Che essa abbia delle ripercussioni politiche non è una sorpresa, ma restiamo al piano culturale. Per coloro che abitano questa città, è una cosa evidente! Si potrebbe perfino dire che l'antica Costantinopoli condivide le radici cristiane d'Europa. Dalla basilica di Santa Sofia, monumento ineguagliato nei secoli, che dal VI secolo domina la città con la sua imponenza, al gioiello della piccola chiesa bizantina del San Salvatore di Chora, la storia resta indelebile. È vero che tutti questi prestigiosi monumenti di valore inestimabile sono oggi dei musei, vestigia di un passato ormai trascorso. Monito a tutti coloro che vogliono occultare il proprio passato dimenticando le proprie radici!

 

Quando si vive in Turchia, non si può che restare colpiti dalla successione dei tre imperi, quello romano, quello bizantino e quello ottomano, tutti e tre fortemente radicati in Europa. Se oggi Istanbul ingloba armoniosamente le due rive del Bosforo, gettando ponti magnifici verso il lato asiatico, essa nondimeno resta saldamente ancorata allo spazio europeo fin dalle origini.

 

La piccola comunità cristiana locale, erede di questa lunga storia, condivide anch'essa questo lungo radicamento in Europa. Come dimenticare che, alla fine del primo millennio, il mondo cristiano si affrontava dal lato europeo, sulle due rive del Corno d'Oro. È dal lato europeo di Costantinopoli che si consumava purtroppo la rottura tra le due Chiese, quella d'Oriente e quella d'Occidente. Per ancora tanto tempo, la riva destra e la riva sinistra del Corno d'Oro costituiranno una specie di cesura naturale tra la Chiesa bizantina e la Chiesa Latina, ed è questa la situazione che ha incontrato il conquistatore ottomano nel 1453, negoziando abilmente con ambo le parti.

 

Ancora quest'anno, durante la Settimana mondiale di preghiera per l'unità dei cristiani, le varie comunità di Istanbul si sono riunite ogni giorno in una chiesa diversa, componendo un bel mosaico culturale e religioso. Significa che la presenza cristiana, per quanto modesta, non è straniera all'immagine multiculturale di Istanbul, come ci ricordano in varie occasioni i più alti responsabili della città. È per questo motivo che anche noi, cristiani di Istanbul, accogliamo con gioia questo avvenimento culturale europeo e cerchiamo di prendervi parte a nostro modo.

 

Abbiamo d'altronde appena terminato I'Anno Paolino, che ci ha portato una cifra record di turisti pellegrini sui passi di San Paolo, venuti a rigenerarsi alle origini della fede, a tal punto che non è esagerato dire che la Turchia di oggi è il prolungamento naturale di quella che i cristiani chiamano Terra Santa.

Tutto ciò non può che rafforzare i nostri legami con l'Europa, specialmente nella sua dimensione cristiana, ed è una gioia e un onore per i cristiani di Turchia apportare il proprio contributo a questo ravvicinamento culturale.

LOUIS PELÂTRE, vicario apostolico di Istanbul ("Presence" n.2/2010)

 

 

 

 

Benedetto XVI con i vescovi irlandesi: la pedofilia è crimine odioso e peccato grave

 

Alla base dello scandalo degli abusi in Irlanda ci sono stati "senza dubbio errori di giudizio e omissioni", tuttavia ora sono state adottate "misure significative per la sicurezza dei bambini e dei giovani" con l'impegno "a cooperare" con le autorità sia giudiziarie che ecclesiali "per garantire che gli standard delle politiche e delle procedure della Chiesa in questo ambito siano i migliori". E' quanto hanno ribadito i vescovi irlandesi, secondo una nota diffusa il 16 febbraio dalla Sala Stampa della Santa Sede, al termine del loro incontro con Benedetto XVI e i cardinali di Curia. Tre le sessioni, due il 15 febbraio ed una conclusiva il 16, nelle quali Benedetto XVI e i vescovi irlandesi hanno parlato dello scandalo degli abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti e religiosi irlandesi.

 

Un peccato contro Dio e contro l'uomo. "Ognuno dei vescovi - si legge nel comunicato - ha fatto le sue osservazioni e dato i suoi suggerimenti. I vescovi hanno parlato con sincerità del senso di pena e di rabbia, di tradimento, di scandalo e di vergogna loro espresso, in più occasioni, dalle vittime degli abusi". "Da parte sua - prosegue la nota - il Papa ha osservato che l'abuso sessuale di bambini e di giovani non è solo un crimine odioso ma anche un grave peccato che offende Dio e ferisce la dignità della persona umana" ed ha esortato i vescovi ad "affrontare i problemi del passato con determinazione e risolutezza e di far fronte alla crisi presente con coraggio ed onestà". Benedetto XVI ha anche espresso "la speranza che l'incontro possa aiutare ad unire i vescovi e renderli capaci di parlare con una sola voce nell'individuare i passi concreti per aiutare le vittime di abusi, e di incoraggiare un rinnovamento della fede in Cristo". "Il Santo Padre - si legge nel comunicato - ha, inoltre, evidenziato la più generale crisi di fede che riguarda la Chiesa collegandola alla mancanza di rispetto per la persona umana e come l'indebolimento della fede abbia rappresentato un fattore decisivo nel fenomeno degli abusi su minori". Da qui la necessità, ravvisata da Benedetto XVI, di "una più profonda riflessione teologica sull'intero problema" e "di una migliore preparazione, umana, spirituale, accademica e pastorale per i candidati al sacerdozio, per quelli alla vita religiosa, e per coloro che sono già ordinati e professi". La nota della Santa Sede informa, infine, che i presuli irlandesi hanno discusso con il Pontefice una bozza della lettera pastorale che Benedetto XVI indirizzerà ai cattolici irlandesi e che sarà diffusa in questa Quaresima.

 

Incontro "franco e aperto". Di "un incontro franco e aperto" ha parlato il card. Sean Brady, arcivescovo di Armagh e primate d'Irlanda, durante la conferenza stampa conclusiva che si è svolta nel pomeriggio del 16 febbraio presso la Radio Vaticana. Sottolineando "il forte incoraggiamento" ricevuto "dal Papa e dai cardinali di curia a gestire questa difficile situazione approfondendo il dialogo con le vittime, sostenendole, e impegnandosi nel rinnovamento spirituale che è la migliore difesa della dignità della persona umana", il card. Brady ha ribadito che la sua Chiesa "intende collaborare strettamente con le autorità giudiziarie" e ha precisato che l'incontro non doveva produrre "l'indicazione di misure concrete", bensì "offrire al Papa alcuni suggerimenti per aiutarlo nel tocco finale alla sua imminente Lettera pastorale". "Le vittime rimangono la nostra priorità e hanno l'ultima parola - ha detto ancora il card. Brady -. Per riguadagnare la nostra credibilità dobbiamo essere pronti all'umiliazione e a testimoniare con la vita la fede che proclamiamo". A proposito del richiamo pontificio all'unità, il primate ha assicurato: "La nostra unità non è mai stata così profonda; in questi due giorni abbiamo vissuto quasi un minisinodo".

 

Imparare la condivisione. Mons. Joseph Duffy, vescovo di Clogher, ha osservato: "Ci siamo preparati molto seriamente a questo incontro e nel Papa abbiamo trovato una grande apertura. È un meraviglioso ascoltatore e risponde ad ogni domanda". "Meritiamo e accettiamo la rabbia delle vittime e dei loro familiari - ha sostenuto il vescovo di Ferns, mons. Dennis Brennan -. Spesso abbiamo gestito male questa vicenda, ma l'incoraggiamento del Pontefice è per noi motivo di grande consolazione". "Veniamo da una cultura dei segreti - ha aggiunto mons. Duffy - ora dobbiamo imparare la condivisione nello spirito non solo dell'unità ma anche della verità e dell'umiltà". Mons. Michael Smith, vescovo di Meath, ha reso noto che nelle diocesi sono attivi centri d'ascolto e "centinaia di persone sono impegnate nella protezione dei bambini e per impedire il ripetersi degli abusi". Dai vescovi la precisazione che la questione delle dimissioni non è di competenza della Chiesa irlandese ma della Santa Sede. Rispondendo a un cronista su un'eventuale visita del Papa in Irlanda, il card. Brady ha concluso: "Lo ho invitato molti mesi fa. In questa occasione non c'è stato tempo per parlarne". sir

 

 

 

 

Agorà dei giovani. Il mare che unisce. Dal 23 febbraio al 6 marzo viaggio nel Nord Africa

 

"Il Mediterraneo é come una piazza o una tavola imbandita, dove incontrare altri fratelli. Significa abbattere muri e creare ponti". Così don Francesco Pierpaoli, direttore del centro "Giovanni Paolo II" di Loreto, spiega al SIR, il significato del viaggio che una delegazione dell'Agorá dei giovani del Mediterraneo intraprenderà dal 23 febbraio al 6 marzo in Nord Africa, tra Libia, Tunisia ed Egitto. "L'Agorá dei giovani del Mediterraneo - afferma il sacerdote - è nata nel 2001 con l'obiettivo di creare un incontro tra i cristiani dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, per incrementare il dialogo ecumenico e interreligioso e creare opportunità di scambio. Nei Paesi che visiteremo, la presenza della Chiesa, per quanto minoritaria, é comunque significativa e vivace". Il viaggio porterà la delegazione di 8 persone, guidata da don Pierpaoli, a conoscere le comunità cristiane locali e i loro pastori. In programma, tra le altre cose, incontri con un'associazione libica che si occupa di disabili, con giovani cristiani di Tunisi, con seminaristi egiziani, e riunioni con il vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, con mons. Makarios Tewfik, vescovo di Ismayliah dei copti, e con il patriarca di Alessandria dei copti cattolici, Sua Beatitudine Antonios Naguib. Non mancheranno visite e celebrazioni nei luoghi cari alla tradizione cristiana locale e in siti storici, come Cartagine e Sabrata, e artistici, come Tripoli e le Piramidi egizie.

 

Don Pierpaoli, qual è l'obiettivo di questo viaggio?

"Il nostro scopo é quello di sostenere ed esprimere vicinanza alle comunità cristiane locali, proprio come quando si sta al fianco di un amico che non sta bene, tenendogli la mano, facendogli sapere che sei lì con lui. Non possiamo dimenticare, infatti, che il cristianesimo del Nord Africa ha dato molto alla Chiesa antica e le nostre radici arrivano anche da questi luoghi, nonostante oggi siano abitati da una popolazione a maggioranza musulmana".

 

Cosa si attende da questo incontro con il cristianesimo nordafricano?

"Molto. Credo che queste Chiese ci possano insegnare veramente tanto, perché noi siamo abituati ad un cristianesimo da catechismo. In questi giorni, mentre preparavo il viaggio, ho percepito che c'è molta gioia tra i fedeli di quelle diocesi, nell'apprendere del nostro arrivo. Sono tutti contenti di farci vedere i loro luoghi e conoscere i loro volti, nonostante questi ultimi non siano così numerosi".

 

"Testimonianza" e "dialogo" saranno le parole chiave dei vostri incontri…

"E anche 'relazione'. Cercheremo di rimettere al centro la relazione, proprio come faceva il missionario Charles de Foucauld che, nel deserto algerino, viveva a fianco degli altri, scoprendo la relazione con il prossimo. Educare significa anche questo, porsi sul piano della dimensione relazionale e non fermarsi alle parole, ma vivere le emozioni e offrire realtà credibili che toccano il cuore, amare l'altro fino in fondo. Questa sponda del Mediterraneo c'insegna a donare sempre, a testimoniare in maniera semplice la fede in Cristo e ad apprezzare le diversità. Da questo bisogna partire e imparare, iniziando proprio con lo sperimentare l'amore e la carità gratuite".

 

Come comunicherete e testimonierete questa esperienza in Nord Africa una volta rientrati?

significativo il fatto che i giovani che saranno con noi in questo viaggio arrivano da diverse zone d'Italia, scelti dal centro 'Giovanni Paolo II' in collaborazione con il Servizio di pastorale giovanile della Cei. In questo modo si vuole gettare un seme nelle diocesi italiane affinché, oltre all'incontro annuale a Loreto e ai viaggi istituzionali, proseguano anche i gemellaggi e gli scambi. Da questi incontri ed esperienze nascono, infatti, legami profondi che portano ad una cultura di pace. Stiamo pensando, poi, ad ulteriori iniziative per celebrare il decennale del centro di Loreto, tra queste: pellegrinaggi in Terra Santa e a Cracovia e un campo estivo ecumenico a Loreto, durante il quale giovani di tutta Europa - luterani, anglicani, ortodossi e cattolici - vivranno insieme un momento di fraternità". FRANCESCA BALDINI

 

 

 

 

Il Papa interviene sulla sicurezza nei voli. "Va rispettata l'integrità della persona"

 

Nel corso di un incontro con dirigenti e dipendenti dell'Enac e dell'Enav

Impliciti i riferimenti all'uso di "body scanner" e altre tecnologie "invasive"

 

ROMA - Anche sugli aerei e negli aeroporti, "il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è la persona, nella sua integrità: essa deve rappresentare il fine e non il mezzo a cui tendere incessantemente". Lo ricorda il Papa che non si pronuncia sui body scanner e le altre tecnologie, che per garantire la sicurezza dei voli rischiano di violare la privacy dei viaggiatori, ma incontrando dirigenti e dipendenti dell'Enac e dell'Enav - accompagnati in Vaticano dal sottosegretario Letta e dal ministro Matteoli - ammette che "il rispetto di tali principi può apparire particolarmente complesso e difficile nell'attuale contesto, a motivo della crisi economica, che provoca problematici effetti nel settore dell'aviazione civile, e della minaccia del terrorismo internazionale, che prende di mira pure gli aeroporti e gli aerei per attuare le proprie trame eversive".

 

"Anche in questa situazione - raccomanda però il Pontefice - occorre non perdere mai di vista che il rispetto del primato della persona e l'attenzione alle sue necessità, non solo non rendono meno efficace il servizio e non penalizzano la gestione economica, ma, al contrario, rappresentano importanti garanzie di vera efficienza e di autentica qualità.l'ultimo secolo, le frontiere della mobilità si sono enormemente ampliate con l'utilizzazione sempre più frequente dell'aereo".

 

"I cieli - ha aggiunto il Papa - rappresentano oggi in maniera crescente quelle che potremmo chiamare le 'autostrade' della viabilità moderna e, di conseguenza, gli aeroporti sono diventati crocevia privilegiati del villaggio globale; in essi, ogni giorno, come è stato ricordato, transitano milioni di persone". Agli operatori di Enac ed Enav, dunque, "è affidata la gestione e l'organizzazione sempre più complessa di questo snodo della vita contemporanea e della comunicazione tra persone e popoli. Si tratta di un lavoro spesso discreto e poco conosciuto, che non sempre viene notato dagli utenti - ha aggiunto Benedetto XVI -  ma che non sfugge agli occhi di Dio, il quale vede la fatica dell'uomo, anche quella nascosta". LR 20

 

 

 

 

 

Testimoni digitali. Il fiuto dei giovani. Il "Qr code" in un liceo di Padova

 

Il Vangelo attraverso il nuovo "codice a barre" ("Qr code"). È l'idea maturata dallo staff di Diweb 2.0 (portale per la pastorale del Servizio informatico della diocesi di Padova), insieme agli alunni del liceo "Maria ausiliatrice" di Padova, per proporre l'accompagnamento quotidiano di Quaresima attraverso i nuovi linguaggi. Il "Qr code" (codice a risposta rapida) è un quadratino stampato con un codice binario che oggi si può trovare su alcune etichette di vestiti e prodotti e ha la prerogativa di poter essere letto da tutti i cellulari che hanno una fotocamera. Basta installare il programma di lettura e puntare la fotocamera sul codice per far apparire testi, link o filmati. "Proporremo su Diweb.it ogni giorno - spiega la redazione del portale - un codice 'Qr' che contiene una frase tratta dalla liturgia del giorno: ci piacerebbe che potesse essere spedito, inoltrato, ma anche stampato e affisso nei centri parrocchiali. È una provocazione per dire che la Scrittura può entrare a pieno titolo nell'era dell'elettronica". Un'iniziativa in linea con il messaggio del Papa per la 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio 2010). Ma anche con il convegno "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale", che si terrà a Roma, dal 22 al 24 aprile, per iniziativa della Cei. In preparazione a questo appuntamento, il SIR ha rivolto alcune domande all'ideatore e direttore di Diweb.it, don Marco Sanavio, che è anche direttore del Servizio informatico della diocesi di Padova e curatore del blog "Tipi da Web" sul sito del convegno Cei (www.testimonidigitali.it).

 

Quali sono le attese per il convegno "Testimoni digitali"?

"Le mie attese sono soprattutto per il dopo convegno. Mi auguro che l'effetto volano creato dall'evento di aprile possa aiutarci a rendere più sensibili gli operatori pastorali al tema della comunicazione e dei nuovi linguaggi".

 

Volendo tracciare l'identikit del "testimone digitale", come dovrebbe essere la sua "fisionomia"?

"Dovrebbe essere disposto a spogliarsi un po' della logica alfabetica e propenso a ristrutturare la mappa cognitiva. Credente e credibile, in grado di raccontare con la tecnologia ciò che lascia tracce della presenza di Dio nella vita. Testimone è chi accetta di rendere concreta la fede con la vita; il passaggio ulteriore richiesto oggi è saper trasferire questa evidenza nel mondo digitale. Abbiamo tutti una grande responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, cresciute a pane e bit, che necessitano di adulti significativi in grado di tracciare sani percorsi di crescita".

 

In che modo portare la propria testimonianza nel "continente digitale"?

"Da una decina d'anni collaboro a stretto contatto con i giovani cercando di offrire qualche approdo nella liquidità in cui si trovano a galleggiare. Ritengo che i testimoni più autentici siano loro, penso valga la pena di mettersi alla loro scuola per guadagnare in spontaneità e autenticità. Hanno fiuto, sanno cosa può funzionare, in modo più o meno efficace, in rete e sanno farsi guide preziose per altri giovani nell'intricata selva digitale".

 

Come utilizzare il web per l'evangelizzazione e la catechesi?

"Mettendosi innanzitutto in ascolto delle peculiarità della galassia digitale, che non accetta forzature o sovrapposizioni di schemi obsoleti. L'intelligenza connettiva, come la definisce il canadese Derrick de Kerckhove, è un ottimo antidoto all'uso improprio della rete impastata con la pastorale. La risposta dei cybernauti ci suggerisce che non è più possibile nutrire attese indebite nei confronti della rete. Non basta trasferire la logica alfabetica nei nuovi mezzi, forse va ripensato l'intero impianto concettuale alla luce del nuovo sfondo integratore, che è il continente digitale. Se gli evangelizzatori sono disposti a ristrutturare il loro approccio logico-alfabetico è probabile che diventino efficaci anche nel web".

 

Il blog "Tipi da Web" raccoglie "alcune suggestioni a cavallo tra il mondo dell'elettronica e quello della pastorale"…

"Cerco di segnalare alcune buone pratiche, suggerimenti o prospettive che gettino una luce nuova sul lavoro pastorale. Metto in evidenza idee originali partorite all'interno delle diocesi perché possano suggerire itinerari digitali anche ad altri giovani e operatori pastorali. Sta emergendo una grande vivacità e fantasia nel panorama dei siti cattolici, ma c'è anche un forte bisogno di orientare gli sforzi per non disperdere energie preziose".

 

Quale può essere il contributo del territorio per il convegno nazionale?

"Abbiamo bisogno dei suggerimenti e dei tracciati di chi lavora sul campo e ha il fiuto per indicare nuovi percorsi. Da responsabile pastorale dei servizi web della diocesi di Padova mi auguro che si vada sempre più verso una logica di condivisione. Internet ci sta aiutando a sgretolare il campanilismo in favore di un percorso comune. Gli operatori della comunicazione nelle diocesi possono restituirci una mappatura fedele dell'esistente e, a convegno terminato, diventare catalizzatori di un rinnovato impulso nel mondo della comunicazione". VINCENZO CORRADO

 

 

 

 

Scuola. Maturare in umanità. Una grande e nuova passione educativa

 

"Bisogna rivendicare la libertà di educazione, non come una battaglia per difendere privilegi confessionali ma come una battaglia civile che garantisca un vero pluralismo e un'autentica laicità, valorizzando le scuole paritarie cattoliche o di ispirazione cristiana come luogo educativo per la società civile, essenziale per il bene comune". Lo ha detto mons. Michele Pennisi, segretario della Commissione Cei per l'educazione cattolica, la scuola e l'università, aprendo il 18 febbraio il convegno nazionale di pastorale della scuola, in corso a Roma (fino al 20 febbraio) sul tema: "La pastorale della scuola e l'istanza educativa". Secondo il vescovo, "non è accettabile la tesi che considera mondo separato ed estraneo alla missione propria della comunità cristiana la scuola pubblica, sia essa paritaria che statale, fondata sull'autonomia e quindi aperta al territorio". "L'apporto degli insegnanti di religione, il servizio delle scuole paritarie e dei centri di formazione professionale di ispirazione cristiana - ha proseguito mons. Pennisi - rappresentano punti di forza del sistema educativo integrato d'istruzione e di formazione": per questo "vanno riconosciuti e sostenuti con ogni risorsa necessaria sia da parte delle nostre comunità sia da parte dello stato e delle sue articolazioni territoriali". In questo decennio dedicato dalla Chiesa italiana alla "sfida educativa", ha concluso mons. Pennisi, "bisogna dar vita a una grande e nuova passione educativa affidata a una nuova generazione di educatori, rilanciando la pastorale educativa e scolastica, che non può essere sacrificata a favore di altre attenzioni ritenute prioritarie all'interno della progettazione pastorale, ma deve recuperare il suo ruolo di raccordo che armonizzi i percorsi educativi e dell'iniziazione cristiana con la pastorale giovanile, vocazionale, familiare, culturale e sociale".

 

Per una "sana laicità". "Anche le scuole statali, secondo forme e modi diversi - è la tesi di mons. Pennisi - possono essere sostenute nel loro compito educativo dalla presenza di insegnanti credenti - in primo luogo, ma non esclusivamente, i docenti di religione cattolica - e di alunni cristianamente formati, oltre che dalla collaborazione di tante famiglie e della stessa comunità cristiana", perché "la sana laicità della scuola, come delle altre istituzioni dello Stato, non implica una chiusura alla trascendenza e una falsa neutralità rispetto a quei valori morali che sono alla base di un'autentica formazione della persona". Le scuole cattoliche e di ispirazione cristiana sono chiamate, dunque, "ad interagire con la Chiesa particolare presente sul territorio, superando la condizione di marginalità e di estraneità che ne caratterizza a volte l'azione dentro il progetto pastorale delle parrocchie". Di qui l'auspicio di "un maggior coordinamento, che non vuol dire appiattimento o omologazione, tra le scuole cattoliche e di ispirazione cristiana esistenti in un territorio", al fine di "consolidare il carattere organico della pastorale della scuola, della formazione professionale e dell'università attraverso l'integrazione con gli altri settori diocesani della pastorale d'ambiente e della pastorale ordinaria".

 

La "pedagogia" di Gesù. "Gesù non ha mai fatto il guru solitario, ma è stato veramente uomo della gente, anzi delle singole figure, e sovente povere, marginali ed emarginate. Gesù ha sempre curato il singolo, pur incontrando la massa". Don Cesare Bissoli, docente emerito di catechesi biblica alla Pontificia Università Salesiana, ha descritto in questi termini la "pedagogia" di Gesù, il cui "stile" era "certamente suggestivo e attraente, fatto di dedizione amorosa, totale e fedele, oggi qualificato con la categoria dell'ospitalità, di una santità ospitale". "Gesù è un educatore credente nel Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosé, dei Padri per realizzare dei credenti nel Dio di Gesù", ha proseguito il relatore, secondo il quale "nell'arte educativa di Gesù lo scopo è il fattore decisivo, è la sua eredità maggiore, perché il fine per lui non era una teoria del bene ma il volto del Padre da svelare agli uomini".

 

Quale pastorale? "La pastorale, orientata verso l'integrazione tra la fede e la vita, ha bisogno del supporto culturale di un'educazione, orientata a far maturare in umanità. Nello stesso tempo, la pastorale dialoga con l'educativo, offrendo quella ispirazione radicale che sostiene, incoraggia e valuta la ricerca autonoma e competente". Ne è convinto don Riccardo Tonelli, docente emerito di pastorale giovanile alla Pontificia Università Salesiana, il quale si è soffermato sul rapporto tra "sfida educativa" e pastorale ordinaria. "Noi accogliamo abitualmente le ragioni di senso e di speranza, le prospettive di futuro e gli inviti alla responsabilità nel presente - ha spiegato il relatore - attraverso quella relazione che mette in accoglienza reciproca le persone, soprattutto assicura un dialogo tra i giovani con le generazioni che li hanno preceduti". Siamo "in emergenza", invece, "quando si rompe questa relazione e non sappiamo più dove andare a ritrovare le ragioni per vivere e per sperare". "Per vivere abbiamo però bisogno almeno di sopravvivere", ha fatto notare don Tonelli: "E così spesso queste ragioni le accogliamo dal primo venuto, da colui che grida più forte o che possiede attributi speciali per sedurre e incantare. L'esito è quello che vediamo e che tanto preoccupa". Di qui la necessità di "ricostruire una figura di educazione, che sappia immaginare contenuti al servizio della vita e della speranza, all'interno di una rinnovata e ricostruita relazione intergenerazionale". Sir

 

 

 

 

MacKillop, la prima santa australiana: una vita di lotta all'analfabetismo

 

Il 17 ottobre agli onori degli altari anche due suore italiane, una spagnola, un prete canadese e un monaco polacco - di Franca Giansoldati

 

CITTA’ DEL VATICANO - Sono in arrivo 6 nuovi santi, tra cui la prima santa australiana: Maria Elena MacKillop (1842-1909), una figura molto popolare che ha dedicato tutta la vita a lottare contro la piaga dell’analfabetismo. Sulla sua tomba il Papa, due anni fa, durante il suo viaggio a Sydney per la Giornata Mondiale della Gioventù, si è voluto raccogliere in preghiera, rimanendo assai impressionato dall’eredità spirituale lasciata da Mary MacKillop. Assieme a lei, il 17 ottobre prossimo, verranno elevati all’onore degli altari da Benedetto XVI a san Pietro, una suora spagnola, un prete canadese, un monaco polacco, e due religiose italiane. Ecco chi sono i nuovi santi.

 

Maria MacKillop è nata a Melbourne quando la vita nelle colonie era particolarmente povera e dura. A 18 anni diviene maestra e si trasferisce in una piccola città del Sud. Col parroco locale inizia a gettare le basi di quella che diventerà la sua missione, insegnare a leggere e scrivere a chi non se lo può permettere. Mette assieme un gruppo di giovani volontarie disposte ad insegnare senza paga e così dà inizio al primo nucleo delle Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù, dette brevemente Giuseppine. Madre Mary, successivamente, si occupa di detenuti. E’ lei l’unica ad entrare nella cella dei condannati a morte per placarne gli istinti di paura e di odio. Ai meriti si sommarono ben presto anche le calunnie: fu accusata di essere una sovversiva che rifiutava il denaro elargito dalle autorità. Pio IX, però, la incoraggiò in quello che stava facendo e la sostenne sempre.

 

Il secondo santo è Andrea Bessette (1845-1937), canadese di Montreal. Per 40 anni fu portinaio di un istituto cattolico, ma anche infermiere, barbiere, ortolano. Soprattutto però dimostrò alla gente di essere un uomo di Dio. La sua devozione a San Giuseppe gli faceva ottenere guarigioni e miracoli e ben presto la sua cella diventò meta di un costante afflusso di pellegrini di ogni condizione. Morì 91enne nel 1937.

 

All’onore degli altari sarà proclamata anche la spagnola Giovanna Giuseppa Cipitria y Barriola (1845-1912). Semianalfabeta, ma devotissima, destinò la sua vita ad alleviare le sofferenze dei poveri, con i quali divise cibo, vestiti e buona parte dello stipendio.

 

Sempre a metà del 1800 nacque a Casoria, vicino Napoli, Giulia Salzano (1846-1929). Cresciuta in un orfanotrofio, riuscì a studiare e diventare maestra elementare; alle sue capacità pedagogiche abbinò un’intensa preparazione spirituale. Mentre insegnava, organizzava laboratori di cucito per l’arredamento delle chiese povere. La sua dedizione era tale da suscitare apprezzamenti sia a livello ecclesiale che civile. La sua consacrazione religiosa avvenne nel 1905, fondando le Suore Catechiste del Sacro Cuore di Gesù.

 

L’altra suora italiana che diventerà santa si chiama Camilla Battista Varano (1458-1524) ed è una mistica, figlia di un principe, Giulio Cesare Da Varano, signore di Camerino. Cresciuta in un sontuoso palazzo, tra i divertimenti che il rango gli assicurava tra gli 8 e i 10 anni, racconta lei stessa in una autobiografia, fece voto di versare ogni venerdì (in ricordo della Passione di Gesù) una lacrima. Il suo percorso umano è segnato dalla forte vocazione. Sceglie così il chiostro contro la volontà paterna. Vestì l’abito francescano nel monastero di Santa Chiara di Urbino, prendendo il nome di suor Battista.

 

Otto anni dopo la morte di suor Battista, nacque in Polonia Stanislao Kazimierczyk (1433-1489) un biblista molto apprezzato per le sue doti didattiche. Fu un grande maestro di spirito che con la parola, e la coerenza della sua vita religiosa, combattè le derive insinuate dai primi venti dell’umanismo, corrente di pensiero chiusa alla trascendenza. Si spense a 56 anni e nel giorno dei funerali, come attestano i documenti, ebbero luogo molti miracoli. IM 19

 

 

 

 

Benedikt XVI. zur Fastenzeit: „Erkennen, was wesentlich ist“

 

Was bedeutet die Fastenzeit? Auf diese Frage hat Papst Benedikt XVI. beim Angelusgebet an diesem Sonntag eine pointierte Antwort gegeben:

 

„Fasten heißt verzichten und frei werden für das Gute. Es geht darum zu erkennen, was wichtig und wesentlich ist, was den Menschen wirklich ausmacht, und danach zu leben. Dieses neue Leben sehen wir in Jesus Christus. Er, der mit unserer menschlichen Schwachheit mitfühlen kann, der wie wir in Versuchung geführt wurde, zeigt uns: Der Mensch lebt von Gott. Bitten wir in diesen Tagen der Vorbereitung auf Ostern den Herrn um die Gnade echter Erneuerung, damit wir nach seinem Willen und in seiner Liebe leben. Der Heilige Geist stärke euch mit seiner Gnade.“

 

In seiner italienischen Katechese hatte der Papst zuvor das Sonntagsevangelium von der Versuchung ausgelegt und als Wegweisung in die Fastenzeit empfohlen. Die Fastenzeit solle eine Zeit des Gebets, der Umkehr und von Werken der Nächstenliebe sein, unterstrich der Papst. Es sei die Phase eines „geistigen Kampfes» und der Verbundenheit mit Christus - nicht in Stolz und Überheblichkeit, sondern in Ruhe und Demut. Macht, Streben nach weltlichen Gütern und Ehrgeiz seien Versuchungen, mit denen der Satan die Menschen auf die Probe stelle. (rv 21)

 

 

 

 

Deutschland: Misereor-Aktion eröffnet

 

Die katholische Kirche in Deutschland hat am Sonntag in Münster ihre Fastenaktion eröffnet. Bei einem Gottesdienst im Dom rief Ortsbischof Felix Genn dazu auf, das Hilfswerk Misereor im Kampf gegen Not, Hunger und Krankheit in armen Ländern zu unterstützen. Genn beklagte, dass die Schere zwischen Arm und Reich sowie zwischen Nord und Süd immer mehr auseinanderklaffe. Die Menschen in den reichen Ländern seien schwer zu bewegen, ihren Lebensstil zu verändern. Dies aber wirke sich schädlich auf das Klima und die armen Länder aus. Misereor stellt in diesem Jahr den Klimawandel in den Mittelpunkt der Aktion. Das Leitwort lautet „Gottes Schöpfung bewahren, damit alle leben können“. Die Kollekte findet am Wochenende des fünften Fastensonntags (20. und 21. März) in allen katholischen Gottesdiensten Deutschlands statt. Nach den Worten Genns ist ein Bewusstsein notwendig, dass die Menschen in Afrika, Asien und Lateinamerika „auch meine Schwestern und Brüder sind. Die Welt als Schöpfung Gottes sei in großen Gefahren. Kaum einer wage es hierzulande, von Einschränkung und Verzicht für andere zu sprechen. Politiker aber, die sich für den Klimaschutz einsetzen, müssten Stimmen gewinnen statt verlieren. - Mit dem Geld aus der Fasten-Kollekte und aus Direktspenden unterstützt Misereor Projekte in den Ländern, die gegen den Klimawandel kämpfen. Im vergangenen Jahr sammelte das Hilfswerk rund 51,1 Millionen Euro; etwa 18,9 Millionen Euro davon erbrachte die Kollekte. Derzeit unterstützt Misereor etwa 4.000 Projekte in 97 Ländern. (kna/domradio 21)

 

 

 

Rüttgers: „Auch Grundgesetz fußt auf dem Kreuz“

 

Das Kreuz ist ein Symbol der christlich-abendländischen Werteordnung, auf der auch das Grundgesetz und die Landesfassung basieren. Daran hat der bekennende Katholik und Ministerpräsident von Nordrhein-Westfalen Jürgen Rüttgers jetzt erinnert. Zuvor hatten die Präsidenten des Düsseldorfer Landes- und Amtsgerichtes entschieden, im neuen Justizgebäude der Stadt keine Kruzifixe mehr anzubringen. Er hätte sich eine andere Entscheidung der Düsseldorfer Gerichte gewünscht, so Rüttgers im Gespräch mit dem Kölner Domradio. Dennoch begrüße er die aktuelle Diskussion:

 

„Ich finde es gut, dass – nachdem die Debatte auch öffentlich geführt worden ist – jetzt Bewegung in die Situation gekommen ist. Die Präsidentin des Oberlandesgerichts hat angekündigt, die Kirchen zum Dialog einzuladen, das finde ich richtig und gut. Es ist ja so, dass es höchstrichterliche Urteile gibt, wie man einen anderen Weg beschreiten kann. Vielleicht findet sich da noch eine andere Lösung.“

Inzwischen haben sich in der Debatte auch weitere Unionspolitiker und Vertreter von Kirchenverbänden zu Wort gemeldet. Der Vorsitzende des Evangelischen Arbeitskreises der CDU/CSU, Thomas Rachel, sieht in der Entfernung der Kreuze eine „bedenkliche Abkehr“ von christlichen kulturellen Wurzeln. Der Bundesverband der Katholiken in Wirtschaft und Verwaltung (KKV) forderte die Verantwortlichen dazu auf, ihre Entscheidung rückgängig zu machen. (domradio 20)

 

 

 

Berlinale: Ökumenische Jury hat entschieden

 

Die Berlinale ist fast vorbei, heute Abend werden auf dem internationalen Festival feierlich die Preise verliehen. Auch die ökumenische Jury hat schon entschieden und gab heute Mittag ihre Entscheidungen bekannt.

Was könnte wohl besser die gelungene Liaison von Mensch und Natur zum Ausdruck bringen: Der Film „Bal“, zu deutsch „Honig“, bekommt von der ökumenischen Jury den ersten Preis. In dem türkischen Werk des Regisseurs Semih Kaplanoglu verwebt sich das Leben von Honigbauern im ländlichen Anatolien aufs Engste mit dem der Bienen. Ein poetisches Werk, voll von Symbolik, in dem es um Schöpfungsverantwortuung und eine liebevolle Vater-Sohn-Beziehung geht. Der Jurypräsident Pfarrer Werner Schneider-Quindeau: „Für uns ist einfach sehr wichtig, dass es hier um mehr geht als materielle Zusammenhänge, es geht  um ein geistliches, spirituelles Verhältnis zur Natur und zur Schöpfung.“ (kap 20)

 

 

 

Religion und Justiz. Islamrat ruft zum Respekt vor dem Kruzifix auf

 

Ausgerechnet der Vorsitzende des Islamrates, Ali Kizilkaya, unterstützt die Verfechter des Kreuzes in deutschen Gerichten. Die weit über ein Jahrtausend gewachsene abendländische Tradition verdiene allemal so viel Respekt, dass man ihre Symbole achte, sagt er WELT ONLINE. Von Till-R. Stoldt

 

Kreuze sollten die Wände deutscher Gerichtssäle auch weiterhin schmücken. Das fordert der Islamratsvorsitzende Ali Kizilkaya im Gespräch mit WELT ONLINE. Er sei überzeugt, dass „ein Kreuz an der Wand keinen Richter davon abhält, nach Maßgabe des deutschen Rechts zu urteilen“, so Kizilkaya. Außerdem verdiene die „weit über ein Jahrtausend gewachsene abendländische Tradition allemal so viel Respekt, dass man ihre Symbole achtet“ - auch wenn er selbst sich mit anderen Symbolen identifiziere. Deshalb rate er persönlich davon ab, das Kreuz in Gerichten abzuhängen.

Damit greift der Islamratsvorsitzende in einen Streit ein, der zurzeit in Nordrhein-Westfalen geführt wird: Die Präsidenten des Düsseldorfer Landes- und Amtsgerichts hatten jüngst entschieden, im neuen Justizgebäude keine Kreuze aufzuhängen. Dabei beriefen sie sich auf das „Kruzifix-Urteil“ von 1995. Damals hatte das Bundesverfassungsgericht entschieden, Kreuze dürften zumindest in staatlichen Schulen nicht mehr aufgehängt werden, weil dies gegen die religiöse Neutralität des Staates verstoße.

Schon vor Kizilkaya hatten die Kirchen sowie Ministerpräsident Jürgen Rüttgers (CDU) die Entscheidung kritisiert. Dagegen verlangten SPD und Grüne, das Urteil zu respektieren.

Bemerkenswert ist die Intervention des Islamrats in diesem Streit, weil sich Muslimverbände anderer europäischer Länder oft gegen christliche Symbole im öffentlichen Raum aussprechen. Die deutschen Verbände hatten sich in dieser Frage bislang nicht eindeutig festgelegt. Kizilkaya gilt jedoch als Fürsprecher einer interreligiösen Allianz gegen die Säkularisierung der Öffentlichkeit. Diese erkennt er aber nicht nur im Verzicht auf Kreuze, sondern auch im Kopftuchverbot für muslimische Lehrerinnen. DW 21

 

 

 

 

Irland: In Sachen Missbrauch schon etwas weiter...

 

Vielleicht ist Irland in Sachen Missbrauch durch Priester schon ein wenig weiter als Deutschland. Die Welle der Empörung schwappte schon vor einigen Jahren über die Insel, und ausführlich haben sich inzwischen kirchliche wie staatliche Kommissionen mit dem Phänomen beschäftigt. Vergangene Woche waren Irlands Bischöfe beim Papst. Dominik Skala hat mit unserer irischen Kollegin Emer Mc Carthy gesprochen, wie sie die Gespräche in Rom einschätzt, aber auch über die Rolle der Kirche im Land und die notwendige Schritte, die jetzt folgen müssen.

 

„Ich glaube, kein irischer Katholik kann über die gegenwärtige Situation froh sein. Wir sprechen von einer Situation, die man nur als Tragödie bezeichnen kann. Und ich glaube, dass man als irischer Katholik sagen kann, dass der Umgang der Kirche mit den Missbrauchsfällen, besonders seitens der Bischöfe, sehr unverständlich war. Beim Treffen mit Papst Benedikt haben die Bischöfe zum ersten Mal gemeinsam bekannt, dass sie im Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen hätten besser agieren müssen und dass sie in der Vergangenheit Vieles nicht ernst genug genommen haben. Das ist sicherlich als positiver Aspekt des Treffens zu betrachten. Es gilt wohl auch das, was Bischof Duffy gesagt hat: Zu lange hat es in der irischen Kirche eine Kultur der Geheimhaltung gegeben. Und genau das ist dafür mit verantwortlich, warum es soviel Leid in der irischen Kirche gegeben hat.“

 

Was kann die Kirche denn tun in dieser Situation? Was sind Schritte, um verlorenes Vertrauen innerhalb der Kirche wieder herzustellen?

 

„Die derzeitigen Bischöfe tun gerade sicherlich ihr Bestes, der Öffentlichkeit zu erklären, dass sie Abbitte leisten und zu den Wurzeln des Glaubens zurückkehren wollen – nämlich zu predigen und mit den Leuten zu beten. Es besteht die große Hoffnung, dass auch in Irland die Laien mehr auch in die Kirchenleitung zumindest eingebunden werden. Kardinal Sean Brady hat gesagt, man wolle endlich Pfarrgemeinderäte einführen – bisher gibt es die in Irland gar nicht. Also, ich denke, wir können nach vorne blicken, aber es wird sehr lange dauern.“ (rv 21)

 

 

Erzbischof Werner Thissen. "Kirche kann Vorreiterrolle einnehmen"

 

Sexueller Missbrauch sei ein Strukturproblem der ganzen Gesellschaft, sagt Erzbischof Werner Thissen im FR-Interview - und in der Kirche "in einem erschreckenden Maße" vorhanden. Trotzdem könne die Kirche mit aktiver Aufklärung eine Vorreiterrolle einnehmen. Zur Person

 

Werner Thissen, geb. 1938, war von 1971 bis 1977 in der Priesterausbildung des Bistums Münster tätig, danach in der Bistumsleitung. Von 1986 an war Thissen Generalvikar des Bistums Münster.

 

1999 wurde er dort Weihbischof. Seit seinem Amtsantritt als Erzbischof von Hamburg 2003 gab es dort nach Thissens Angaben einen Missbrauchsfall. Im Erzbistum Hamburg sind derzeit 160 Priester tätig.

 

Herr Erzbischof, fast täglich werden neue Fälle sexuellen Missbrauchs durch katholische Geistliche bekannt. Was hat die Kirche falsch gemacht?

 

Ich drehe Ihre Frage einmal um: Was macht die Kirche richtig? Ich glaube nämlich, dass wir durch unsere "Leitlinien" aus dem Jahr 2002 dazu beigetragen haben, Tabus zu brechen und die Opfer zu ermutigen, sich zu melden. Und ich bin jedem dankbar, der sich zu dem – wie ich mir vorstelle – schweren Schritt entschließt und sich offenbart.

 

Leitlinien gut, alles gut?

 

Nein, die Leitlinien selbst können aus meiner Sicht durchaus noch verbessert werden – etwa in der Formulierung eines sehr detaillierten Vorgehens bei sexuellem Missbrauch. Im Erzbistum Hamburg haben wir eine entsprechende Ordnung verabschiedet.

 

Die Sie für besser halten als die Leitlinien?

 

Nicht besser, sondern konkreter. Insgesamt glaube ich, an drei Punkten kommt kein Bistum vorbei: 1. Der Bischof muss jeden Fall zur Chefsache machen. 2. Lückenlose Aufklärung. 3. Sorge für die Opfer.

 

Übernimmt das bei Ihnen auch ein Mitglied der Bistumsleitung?

 

Ja, der Personalreferent, zusammen mit der Leiterin einer Beratungsstelle.

 

Beide sind doch nicht unabhängig. Machen Sie es dadurch den Opfern nicht unnötig schwer?

 

Kein Opfer muss sich zwingend bei der Kirche melden. Es gibt etwa in Hamburg ein dichtes Hilfenetz, in dem Betroffene einen Ansprechpartner ihres Vertrauens finden können. Intern aber brauchen wir jemanden, der die Dinge in die Hand nimmt. Das wiederum kann niemand außerhalb des Bistums sein. Aber die Verantwortlichen haben von mir die strikte Weisung, mir jeden einzelnen Fall, jeden Verdacht unverzüglich und persönlich vorzulegen.

 

Die schönsten Ordnungen helfen nichts, wenn sie – wie im Bistum Regensburg – nicht konsequent angewandt werden.

 

Für Regensburg bin ich nicht zuständig. In Hamburg werden sie konsequent angewandt. Ich muss allerdings sagen, dass unsere Ordnung ihre Feuerprobe noch nicht bestanden hat, weil es seit dem Inkrafttreten keinen Missbrauchsfall gegeben hat. Gott sei Dank.

 

Geht es aus Ihrer Sicht um individuelles Versagen einzelner Priester?

 

Wir haben es mit einem Strukturproblem zu tun, von dem die ganze Gesellschaft betroffen ist. Bei aller Bitterkeit und aller Scham, die ich auch persönlich über diese schlimmen Vergehen von Priestern empfinde, glaube ich doch, dass wir als Kirche jetzt eine Vorreiterrolle einnehmen können – mit aktiver Aufklärung. Einmal im eigenen Interesse, denn eine Kirche mit morschem Gebälk hat keinen Bestand. Mit energischer Aufklärung könnten wir darüber hinaus aber auch andere Gruppen der Gesellschaft motivieren, sich genauso zu verhalten.

 

Sie beschreiben die Kirche als Teil der Gesellschaft. Sehen Sie darüber hinaus in den Missbrauchsfällen spezifisch kirchliche Probleme?

 

Ja, schon allein deshalb, weil wir einer der größten Akteure in der Kinder- und Jugendarbeit sind. Unbestreitbar ist auch, dass katholische Priester in ihrer ehelosen Lebensform besonders herausgefordert sind. Umso wichtiger ist es, dass in Aus- und Fortbildung sehr deutlich zur Sprache kommt, wie Priester mit ihrer Sexualität umgehen. Das geschieht zwar bereits, aber wir werden darüber sprechen müssen, das noch zu intensivieren. Ich könnte mir vorstellen, dass wir dazu für alle Bistümer Regeln schaffen, ähnlich wie wir es mit den "Leitlinien" getan haben.

 

Wie ernst nehmen die Bischöfe das Thema Homosexualität im Klerus?

 

Möglicherweise nicht ernst genug. Aber mir ist wichtig, dass wir hier die Themen Pädophilie, Homosexualität und Zölibat nicht vermischen.

 

Was halten Sie von der These, dass die sexuelle Revolution der 68er die Wurzel allen Übels sei?

 

Ich halte nichts für hilfreich, was Schuld zuweist. Und dass wir als Kirche jetzt besonders an den Pranger gestellt werden, ist verständlich. Wir treten als Kirche mit einem hohen moralischen Anspruch auf. Daran müssen wir uns dann eben auch messen lassen – und die Kritik annehmen. Und wir können nur sagen: Es gibt in unseren Reihen sexuellen Missbrauch in einem erschreckenden Maße, das wir nicht für möglich gehalten hätten. Und unsere Pflicht und Schuldigkeit heißt: Aufklärung und Prävention.

 

Sollen Priester, die Kinder oder Jugendliche missbraucht haben, jemals wieder in der Seelsorge eingesetzt werden können?

 

Da bin ich sehr zurückhaltend. Wir wissen heute, dass pädophile Neigungen häufig irreversibel sind. Dementsprechend muss für die Frage eines erneuten Einsatzes Betroffener in der Seelsorge gelten: im Zweifelsfalle nein. Das hat man aber vor 20 Jahren noch anders gesehen. Interview: Joachim Frank FR 19

 

 

 

 

 

Sexueller Missbrauch. Selektive Empörung

 

Die Empörung ist groß. Es geht um Kinder in Deutschland. Die Empörung ist zu Recht groß. Es geht um mehr als hundert Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern durch einige Priester und Ordensleute an kirchlichen und wohl auch anderen Schulen. Eine solch einzigartige Straftatserie verlangt nach rücksichtsloser Aufklärung und strenger staatlicher (wie kirchlicher) Bestrafung der Täter.

Eine solch einzigartige Straftatserie? Jahrzehntelang flogen in ihrer Gesamtzahl Abertausende Deutsche in entlegene Winkel dieser Erde, um dort straflos Kinder sexuell zu missbrauchen. Die Empörung der bundesrepublikanischen Gesellschaft hielt sich an Grenzen ihres Staates. Erst 1998 entschloss sich die Bundesrepublik, solche Täter der deutschen Justiz zuzuführen.

Ein Drittel der Opfer aller sexuellen Übergriffe waren Kinder

Wer alt genug ist, versucht sich auch an die gewiss große Empörung zu erinnern, die beim Bekanntwerden der sexuellen Kindesmissbräuche zum Beispiel im Jahre 1980 aufgebrandet sein muss. Die Bundesrepublik hatte damals ein Viertel weniger Einwohner als heute. Aber die Polizei registrierte 13.165 Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern bis zum Alter von 14 Jahren. 77 Prozent der Opfer waren Mädchen, 23 Prozent Jungen. Ein Drittel der Opfer aller sexuellen Übergriffe und Missbräuche im Lande waren Kinder, auf die übrige Bevölkerung, also auf alle Jugendlichen und Erwachsenen, entfielen insgesamt nur doppelt so viele Fälle wie auf die Schutzlosesten.

Haben wir nicht alle auch noch die sicher jahrelang andauernde Empörung der bundesrepublikanischen Gesellschaft im Ohr, als mit der weitgehenden Freigabe der Pornografie auch die Hintertür zum Untergrundverkehr der pornografischen Erzeugnisse unter „Verwendung“ von Kindern und Babys knarrte? Und braust nicht jedesmal die gemeinschaftliche Empörung über die Hunderte von „Tatverdächtigen“ durchs Land, wenn die Polizei mit europaweitem Aufwand wieder einen Kinderporno-Ring „sprengt“ – während der nächste sich schon bildet? Oder dröhnt eigentlich nur das brüllende gesamtgesellschaftliche Schweigen bei all diesen Verbrechen in den Ohren?

Patentrezept lautet „löschen statt sperren“

Kaum hat sich der Gesetzgeber zu dem Notbehelf durchgerungen, im Internet vor kinderpornografische Darstellungen ein Stoppschild zu stellen, schreiben sich die Liberalen unter Führung der Justizministerin die Beseitigung dieser angeblichen Zensur im weltweiten Netz auf die Fahnen. „Löschen statt sperren“ lautet das neue Patentrezept. Doch wie will der deutsche Gesetzgeber Arm in Arm mit den Behörden die Feuer löschen, die jenseits der Landesgrenzen oder gar der Ozeane gezündet werden und deren schrecklicher Schein bis hierher flackert?

Es ist die alte Masche deutscher Rechtspolitik, das Beste zu versprechen, um das Bessere zu verhindern, nachdem das Gute untergraben ist. Was sollte nicht alles an gesellschaftlichen Bestzuständen erreicht werden mit den Strafrechtsreformgesetzen im Geiste der späten sechziger Jahre, die der Augsburger Bischof Mixa zu Recht eine „sogenannte sexuelle Revolution“ nennt und für die nicht die damals höhnenden und fordernden „68er“, sondern die seinerzeitigen Koalitionspartner CDU, CSU und SPD die Verantwortung tragen. Zuallererst wurden tatsächlich die sexuellen Tatbestände neu bewertet: der Ehebruch, die Erschleichung des außerehelichen Beischlafs, die Unzucht mit Tieren, die einfache Homosexualität sowie die Abtreibung – und die Religionsdelikte, was das Fundament der „alten“ Überzeugungen weiter schwächte.

Wechsel vom Schamvollen zum Schamlosen

Das eherne Verhaltensgesetz der Bürger besagt: Was nicht mehr verboten ist, wird häufiger getan als zuvor, und was verboten geblieben ist, wird so lange unterlaufen, bis das Verbot wirkungslos und hinfällig wird. Sogenannte Aufklärer haben damals mit gespieltem Ernst den Wechsel vom Schamvollen zum Schamlosen vorangetrieben. Damit klar wurde, um welche Altersgrenzen es ging, wurden die Machwerke „Mädchenreport“ genannt: Schülerinnen sind Schülerinnen; ob 18, 16 oder 14 Jahre alt, was macht das für einen Unterschied. Das deutsche Strafrecht beharrt auf dieser Abstufung des Schutzkonzeptes, während die EU-Kommission und der Europarat alle „Kinder“ bis zum 18. Lebensjahr schützen wollen.

Wer als Kind missbraucht wurde, leidet jahrzehntelang darunter. Ihn muss die Gesellschaft in ihr Mitgefühl einschließen. Ebenso wichtig wie die Bewältigung der Vergangenheit ist allerdings die Bewahrung der Zukunft der heutigen Kinder. Denn in drei Jahrzehnten ist nichts besser geworden.

2008 wurden 15.098 Kinder sexuell missbraucht oder bedroht (Dunkelziffer unbekannt); von 8927 Tätern waren 96,1 Prozent männlich, 3,9 Prozent weiblich; von den Opfern 24,7 Prozent Jungen, 75,6 Prozent Mädchen. Ein Viertel der Täter waren selbst Kinder oder Jugendliche, drei Viertel aber Erwachsene: Eltern, Verwandte, Nachbarn, bis hin zu Lehrern, Erziehern und sonstigen. Jedem dieser Kinderschänder muss die Empörung der Öffentlichkeit gelten – nur dann ist sie glaubwürdig. Faz 20

 

 

 

 

Sind alle Geistlichen schwarze Schafe? Missbrauchsfälle in der Kirche: In der Krise liegt die Chance

 

Nein, sexueller Missbrauch ist unter Geistlichen nicht weiter verbreitet als in anderen Gruppen. Rund 29.000 Beschuldigte wurden in den vergangenen 15 Jahren in Deutschland verurteilt, davon etwa 30 Personen im Bereich der katholischen Kirche. Statistisch betrachtet ist das auffällig wenig. Das Entscheidende allerdings ist ohne Frage: Jeder Fall von Kindesmissbrauch ist ein Fall zu viel.

 

Und besonders groß ist der Vertrauensbruch, wenn er von Personen begangen wird, die Schutz und Sicherheit bieten sollen: Verwandte, Lehrer, Trainer oder eben Geistliche. Pädophilie und Gewalttätigkeiten gegenüber Kindern und Heranwachsenden gibt es in den Familien, in den Schulen, in Vereinen und im öffentlichen Leben. Unter dem Dach der Kirche ist Kindesmissbrauch angesichts der moralischen Werte, die die Institution vertritt, selbstverständlich besonders verwerflich.

Besonders schwarze Schafe sind Geistliche dennoch nicht. Der Generalverdacht, dem die Priester der katholischen Kirche in all den aufgedeckten und noch aufkommenden Missbrauchsfällen rund um den Globus mehr und mehr ausgesetzt sind, ist definitiv nicht angebracht. Die Folgen für das Opfer mindert das keineswegs, jeder Missbrauch eines Kindes  ist ein streng zu ahnendes Verbrechen.

 

Allerdings hat die katholische Kirche tatsächlich besonders hohen Aufklärungsbedarf, denn zu lange hat sie weltweit das Thema immer wieder tabuisiert und totgeschwiegen. Fakt aber ist: Auch Priesteramtskandidaten und Priester müssen den Umgang mit ihrer Sexualität lernen. Die Spannungen zwischen Tugend und Laster, Enthaltsamkeit und Lust, Besonnenheit und Gewalt können leicht unerträglich werden. Die Kirche wird positiv aus dieser Krise herausgehen können, wenn sie diese Spannungen nicht länger leugnet und offen mit dieser Thematik umgeht.

 

Und diesbezüglich ist sie auf einem Weg, den es unbedingt weiter auszubauen und zu gehen gilt: So hat der Vatikan im Jahr 2008 neue Richtlinien für die Aufnahme ins Priesterseminar erlassen. Sie sehen psychologische Tests für Weihekandidaten vor. Es soll mehr Wert auf die Förderung der emotionalen Reife gelegt werden, denn es hat sich bei Experten die Einsicht durchgesetzt, dass das katholische Priesteramt besonders attraktiv für Menschen ist, die in ihrer sexuellen Entwicklung auf einer kindlichen oder pubertären Stufe stehen geblieben sind. Es bleiben dennoch Fragen: Wie wird „emotionale Reife“, wie wird ein reifer Umgang mit der Sexualität gemessen? Wann gilt der Test als „bestanden“? Wie sind solche Tests wirklich zu bewerten?

 

Die Missbrauchsfälle, die jetzt nach 30 Jahren erst aufgearbeitet werden, zeigen, wie wichtig es ist, das Thema mit Offenheit zu diskutieren und Maßnahmen zu ergreifen, die die Wahrscheinlichkeit des Kindesmissbrauchs auf ein absolutes Minimum beschränken. Krisen ermöglichen immer auch einen Neubeginn. Ganz ausschließen lässt sich freilich auch in der Kirche möglicher Missbrauch von Minderjährigen nicht. Aber Missbrauchsfälle dürfen nicht mehr so lange verschwiegen noch verharmlost werden. Sie sind in aller Konsequenz zu verurteilen und die Täter zur Verantwortung zu ziehen.

 

Nicht minder wichtig aber ist auch ein fairer Umgang der Medien mit diesem sensiblen Thema. Oft genug hinterlässt der Stil der Berichterstattung in den letzten Wochen einen sehr bitteren Beigeschmack. Immer wieder wird das Bekanntwerden der jüngsten Missbrauchsfälle auf sehr unreflektierte Weise ausgenutzt, pauschal gegen die Kirche und den christlichen Glauben zu wettern – eine Entwicklung, die zu bedauern, aber wohl nicht zu verhindern ist.

 

Sachlicher und fairer aber kann diese Berichterstattung werden, wenn gerade auch die kritische Öffentlichkeit einen glaubwürdigen Umgang der Kirche selber mit dieser heiklen Thematik und der auf sich geladenen Schuld wahrnimmt. Wenig hilfreich sind in diesem Zusammenhang die jüngsten Aussagen des Augsburger Bischofs Walter Mixa. Sie zeigen, wie zwingend erforderlich ein sensibler Umgang mit diesem Thema in der Öffentlichkeit ist. Pauschale Schuldzuweisungen sind nicht nur wenig nützlich, sondern schlechter Stil.

 

Die jetzt publik gemachten Missbrauchsskandale in der Kirche treffen zusammen mit dem Beginn der österlichen Bußzeit, die uns als Einzelne wie auch als Kirche insgesamt einlädt, unser Leben vor Gott zu bedenken und neu auszurichten. Die Opfer, die nun nach langem Schweigen sprechen, erlauben der Kirche ein Hinsehen auf eine ihrer dunkelsten Seiten. Und genau dieses - wenig medienspektakuläre und noch weniger mediengeeignete - Hinschauen und Zuhören eröffnet die Möglichkeit der Umkehr und der Erneuerung. Beten alleine hilft hier sicher nicht. Aber es ermöglicht, die Dinge so zu sehen wie sie sind und sie, wo immer nötig, zu ändern.

Reue, Umkehr und Buße – die vermeintlich völlig altmodischen Themen der Fastenzeit sind aktueller denn je.  Andrea Kronisch Redaktion kath.de

 

 

 

 

Sportpfarrer in Vancouver. Psalme für Sportler, Reparaturen an der Seele

 

Vancouver. Zeit spielt keine Rolle, nicht bei Hans-Gerd Schütt und Thomas Weber. Sie sind Teil der deutschen Olympia-Mannschaft, aber in ihrem Fall geht es nicht um Minuten, nicht um Hundertstelsekunden. Sie treten in Vancouver auf und in Whistler, sie arbeiten flächendeckend. In ihren gelben Jacken, die sie für die Mission Olympia erhalten haben, ähneln Schütt und Weber ein bisschen den „gelben Engeln“, die in Deutschland vom ADAC auf die Straßen geschickt werden. In gewissem Sinne geht es auch bei ihnen um Reparaturen, sie kümmern sich um Wunden, die nicht zu sehen sind, sie sorgen sich um die Seele.

Schütt und Weber sind im Dienste der Kirchen in Kanada, Schütt als katholischer und Weber als evangelischer Pfarrer. Sie sagen, dass der Glaube nicht nur in die Kirchenmauern gehöre, sie betreuen deshalb nun eine Gemeinde auf Zeit, in der Nähe von Pisten und Eisflächen, eine Gemeinde mit Biathleten, Eisschnellläufern oder Snowboardern. Sie bieten während des sportlichen Stresses Oasen der Besinnung, der Ruhe. „Es ist notwendig, dass wir da sind“, betont Weber. Er sagt, dass er und Schütt den Samen ausstreuen würden auf dem olympischen Terrain, ganz im biblischen Sinne, doch ob er wirklich aufgeht, wissen beide natürlich nicht.

Beim Einkaufen, auf der Straße, im Flugzeug

Es gibt im Olympischen Dorf ein Zentrum für die Weltregionen, das ist seit langem Usus bei Olympia. Schütt und Weber, die in einer Privatunterkunft wohnen, haben kein eigenes Büro, sie halten das auch für verzichtbar. „Das würde nicht viel bringen“, sagt Schütt. „Wir machen uns auf den Weg und suchen Kontakte.“ Sie sind das ja aus dem Alltag gewohnt, sie haben festgestellt, dass die besten Gespräche zufällig zustande kommen, beim Einkaufen oder auf der Straße. Oder im Flugzeug. Als sie nach Vancouver geflogen waren, entwickelte sich eine Unterhaltung mit deutschen Eishockeyspielern, und plötzlich war der Tod ein Thema - noch vor dem fürchterlichen Unfall des georgischen Rodlers Nodar Kumaritaschwili.

Einer der Spieler begann von Robert Müller zu erzählen, von dem Eishockeytorwart, der einem Krebsleiden erlegen war. Er sagte, dass er danach darüber nachgedacht habe, was wirklich zähle im Leben - die Familie, die Zeit nach dem Sport. Der Spieler hatte Vertrauen zu Schütt und Weber gefasst, er öffnete sich, und die beiden Sportpfarrer sagen, dass in dieser Situation einer ihrer großen Vorteile deutlich geworden sei: „Wir kommen von außen“, sagt Schütt, „wir sind nicht Bestandteil des Sportsystems, wir stellen einen geschützten Raum dar.“ Einen Raum, in dem Gefühle leichter zu artikulieren sind als in der Begegnung mit anderen Sportlern oder mit Funktionären.

„Alles steht unter Dampf“

Nicht, dass Schütt und Weber nun immer wieder tiefere Unterredungen über den Fall Kumaritaschwili führen würden, dass das Sterben - auch im Zusammenhang mit dem Fußballtorwart Robert Enke - bei ihrem Wirken in Kanada eine zentrale Rolle einnehmen würde. Ohnehin bleibt die Frage unbeantwortet, ob die Ängste und Nöte, die Enke in den Freitod getrieben hatten, tatsächlich zu einem Umdenken im Sport führen werden, zu einem offeneren Umgang mit seelischem Schmerz, auch unter Teilnehmern an Winterspielen. Weber vergleicht das mit einem schweren Autounfall: Vorbeifahrende passieren die Unglücksstelle langsam und vorsichtig - „20 Kilometer weiter wird wieder gerast“.

So ist das ja auch bei Olympia, einem sportlichen Ausnahmezustand. Kaum Gelegenheit innezuhalten, „alles steht unter Dampf“, sagt Schütt, jeder ist auf seinen Wettkampf fokussiert. Vielleicht ist die Auseinandersetzung mit dem Ich erst nach einem solchen sportlichen Kraftakt möglich, Schütt und Weber jedenfalls setzen darauf. Als Ermunterung gewissermaßen haben sie an die Olympia-Starter eine Broschüre mit dem Titel „Mittendrin“ verteilt. Darin sind Gedanken über Gott und die Welt enthalten, über den „Stangenwald des Lebens“, über die Gefahr des Einfädelns - und über Möglichkeiten, wieder Balance und Rhythmus zu finden. Ein Psalm für Sportler zum Beispiel soll als Unterstützung dienen, darin ist zu lesen: „Der Herr ist mein Trainer, ich werde nicht versagen. Er bleibt an meiner Seite, wenn alle mich verlassen. Er ist mein Halt, wenn alle Sicherheiten wegbrechen.“

Gottesdienst mit großem Zulauf

Schütt und Weber haben Erfahrungen mit Athleten in Turin und in Peking gesammelt, und manchmal gab es noch nach den Spielen eine Verbindung. Weber etwa gestaltete die kirchliche Trauung eines Sportlers, der nach Olympia in Peking heiratete. Die Sportpfarrer reichen bei einem Neuanfang die Hand, und sie sind zur Stelle, wenn es um das Ende geht, das Ende einer Karriere. Wenn Sportler schwanken, ob sie - obwohl sie ihren Leistungszenit bereits überschritten haben - wirklich loslassen sollen, ob sie bereit sind für einen neuen Lebensabschnitt. Dann empfiehlt Schütt, auf innere Entdeckungsreise zu gehen, Empfindungen genau auszuloten - in der Regel mit dem Ergebnis, dass der Rücktritt doch die beste Wahl ist.

Schütt hat auch noch in guter Erinnerung, wie ein Rodler, der in Turin als Favorit eine Medaille verpasst hatte, während ihres Zusammenseins eine Bemerkung seiner Großmutter erwähnte: „Wer weiß, wofür es gut war.“ Schütt findet: „Da steckt Lebensweisheit drin.“ Er und Weber wollen ihre Erkenntnisse aus dem Spitzensport bündeln, sie sollen der Basis in den Vereinen zugutekommen, nicht zuletzt dem Nachwuchs. Seit 2003 ist Schütt Olympiapfarrer der Deutschen Bischofskonferenz; er wolle den Jungen „den Rucksack“ so packen, dass sie in wichtigen Angelegenheiten die richtigen Entscheidungen treffen könnten.

In Vancouver planen Schütt und Weber nun auch einen Gottesdienst im deutschen Quartier, sie rechnen mit großem Zulauf. Sie glauben die Sehnsucht vieler Sportler nach einem solchen Refugium zu kennen. „Es wird mehr gebetet“, sagt Weber, „als man denkt.“ Von Rainer Seele Faz 19

 

 

 

 

 

Vatikan/Libanon: Gemeinsam für den Frieden

 

Ein Besuch im Zeichen des Friedens: An diesem Samstag war der Ministerpräsident des Libanon, Saad Hariri, im Vatikan zu Gast. Mit Papst Benedikt hat er über die aktuelle Lage in seinem von zahlreichen Bürgerkriegen gezeichneten Heimatland gesprochen. Das katholische Hilfswerk „Kirche in Not“ hat in der Vergangenheit stark darauf hingearbeitet, die christlichen Abwanderungswellen aus dem Libanon zu stoppen. Pressereferent André Stiefenhofer erklärt im Gespräch mit Radio Vatikan, warum die Situation der Christen wohl nicht alleine im Mittelpunkt der Papstaudienz Hariris gestanden hat: Die grundsätzliche Frage nach dem Frieden im Land sei vordringlich:

 

„Weil ja auch dem Papst daran gelegen ist, die sehr labile Stabilität in der Region zu wahren und einen generellen Frieden zu sichern. Denn der Libanon steht vor großen Problemen. Israel hat über Umwege, nämlich über Syrien, wieder mit einem Militärschlag gedroht, da die Hisbollah im Süden des Libanon angeblich eine neue Boden-Boden-Rakete geliefert bekommen haben soll. Und Israel möchte diese wahrscheinlich auf militärischen Weg ausschalten. Das heißt, der Ministerpräsident hat momentan ganz andere Probleme, als die Christen in seinem Land und muss darauf schauen, den Frieden zu erhalten.“ (rv 20)

 

 

 

 

 

Leitartikel. Reformiert Euch!

 

Walter Mixa hat mit seiner Ignoranz die Bischofskonferenz vor zusätzliche Probleme gestellt. Sie muss endlich schlüssig erläutern, wie sie sexuellen Missbrauch künftig verhindern will. Von Joachim Frank

 

Es gibt keine Lösung, weil es kein Problem gibt. Was Marcel Duchamp einst hintersinnig formulierte, wirkt für die katholische Kirche in der grobschlächtigen Version eines Bischof Mixa problemverschärfend. Da melden sich binnen kürzester Zeit mehr als 100 Opfer aus ganz Deutschland bei der Berliner Rechtsanwältin Ursula Raue. Doch der Augsburger Bischof mag sturheil kein strukturelles Versagen seiner Kirche erkennen. Im Gegenteil: Schuld an allem ist eigentlich die sexuelle Libertinage der 68er.

 

Dieses Abwiegeln und Verdrängen ist so frappant ignorant, dass Mixa damit gegen seinen Willen den Handlungsdruck auf die Bischöfe deutlich erhöht. Wer in der Kirche noch bei Trost ist, wird sich nicht mit Mixa gemein machen wollen, auch wenn der eine oder andere Bischof ähnlich denken und die derzeitige Kritik an der Kirche für einseitig oder übertrieben halten mag. Zu solcher Selbstberuhigung besteht freilich umso weniger Anlass, als jetzt jeden Tag neue Opfergeschichten bekannt werden, die immer demselben Schema folgen: Die Täter - nach Expertenangaben jeder 25. Kleriker - nutzen ihre Vertrauensstellung als Seelsorger niederträchtig aus. Mit dem klerikalen Keuschheitsideal umgeben sie sich wie mit einem Tarnumhang. All das sind hausgemachte Phänomene, die sich eben nicht mit einem schludrigen "In den Familien ist es doch noch viel schlimmer" wegwischen lassen. Zumal keine andere Institution mit einem derart geschlossenen, ja obsessiven Regelwerk zur Sexualität aufwartet wie die katholische Kirche mit der Moralverkündigung an ihre Gläubigen.

 

Die Bischofskonferenz wird sich deshalb auf ihrer Vollversammlung in der kommenden Woche nicht mit einem beruhigenden Hinweis auf ihre "Leitlinien" zum Vorgehen in Missbrauchsfällen aus der Affäre ziehen können. Das Papier von 2002 entstand in der Folge der großen Missbrauchsskandale in den USA, gegen die der damalige Papst Johannes Paul II. den eisernen Besen schwang. Die Bischöfe ihrerseits haben auf sechs Seiten eine Art Konstruktionsplan für ihre deutsche Kirchenkehrmaschine verfasst. Detailliert ist darin beschrieben, wer in der kirchlichen Hierarchie wie zu reagieren hat, wenn ein Missbrauchsverdacht auf Geistliche fällt oder diese angezeigt werden. Geregelt sind kirchliche Strafen für die Täter ebenso wie die Information des Vatikans, der Justiz und der Öffentlichkeit.

 

Dagegen stellen die Bischöfe nicht einmal andeutungsweise die Frage, in welchem Zusammenhang die Missbrauchsfälle mit der katholischen Sexualmoral und speziell dem Zölibat als Zulassungsbedingung für das geistliche Amt stehen. Zum drängenden Thema der Prävention finden sich nur drei lose aneinandergefügte Absätze, die unter anderem empfehlen, "vertrauliche Berührungen" von Kindern und Jugendlichen zu meiden. Ganze fünf Zeilen handeln den wunden Punkt ab, in den Papst Benedikt XVI. höchstpersönlich vor wenigen Tagen den Finger gelegt hat: die Aus- und Fortbildung der Geistlichen. Diese "thematisiert im Rahmen der allgemeinen Persönlichkeitsbildung die Auseinandersetzung mit Fragen und Problemen der Sexualität, vermittelt Kenntnisse über Anzeichen sexuellen Fehlverhaltens und gibt Hilfen für den Umgang mit der eigenen Sexualität", heißt es dazu in den Leitlinien.

 

Wenn die Bischöfe ihr Bürokraten-Deutsch mit Leben füllen wollen, müssen sie in ihren Ausbildungsstätten verstärkt Fachpersonal einsetzen, das nicht die "Berufung" zum Priestertum, sondern das menschliche Format der Kandidaten abklopft und damit nicht zuletzt späteren sexuellen Missbrauch verhindern hilft. Einen Mangel an (sexueller) Reife und Selbstreflexion unter Seminaristen und Priestern beklagen selbst deren Ausbilder seit langem. Vielen Theologen dagegen erscheint die ganze "Psychokacke" als peinlich, lästig oder überflüssig. Das müssen die Bischöfe ändern - aus Sorge um die potenziellen Opfer, aber auch im Interesse der Kirche.

 

Ändern muss sich auch das Regime der kirchlichen "Beauftragten". In der Hälfte aller Bistümer fungieren Hierarchen wie zum Beispiel Personalchefs oder Juristen als Ansprechpartner für die Opfer von Missbrauch, als interne Ermittler und als Nahtstelle zu den staatlichen Behörden. Die unvermeidliche Doppelrolle erschwert Opfern den Zugang und schadet der Sache. Unabhängige Aufklärung braucht externe Aufklärer.

Solche Mindeststandards sollten selbst einem Bischof Mixa beizubringen sein. Auch wenn es für ihn kein Problem gibt. FR 19

 

 

 

Österreich: Die Kirche der Zukunft

 

„Der Reichtum der Kirche sind die Menschen!“ Unter diesem Titel ist in Österreich in diesen Tagen eine groß angelegte Studie vorgestellt worden, die die Arbeit der Pfarrgemeinderäte im Land untersucht hat. Dazu befragte sie die Mitglieder der Gremien nach Gründen für ihr Engagement und ihre Zufriedenheit mit der Arbeit. Das Ergebnis: Die Pfarrgemeinderäte sind oft hoch motiviert – dazu müssen aber die entsprechenden Rahmenbedingungen stimmen. Der Initiator der Umfrage, der Wiener Pastoraltheologe Paul Zulehner, erläutert dieses Resultat:

 

„Zunächst fällt auf, dass die ehrenamtlichen Personen in der Kirche über einen großen Vorrat an Motivationen verfügen. Sie sind bereit, im Sinne des Evangeliums am Reich Gottes mitzuarbeiten. Sie wünschen sich, dass die Kirche in der Gesellschaft präsenter ist. Und sie wollen, das ist das stärkste Argument, dass ihre Pfarrgemeinde lebendig und handlungsfähig ist. Auf der anderen Seite beobachten wir, dass sie dieses in Zukunft nur unter bestimmten Bedingungen bereit sind zu tun. Die Leute wollen etwas für sich haben, sie wollen im Glauben reifen, sie wollen andere Leute kennen lernen. Sie haben den entscheidenden Wunsch, dass sie gestalten können, dass sie in einem Team arbeiten und nicht zuletzt: dass ihnen für ihren Einsatz die entsprechende Anerkennung zukommt.“ (rv 20)

 

 

 

 

 

Algerien: Eingeschränkte Religionsfreiheit

 

In Algerien sind weitere Spannungen um die Einschränkung der Religionsfreiheit entbrannt. Der Erzbischof von Algier, Ghaleb Moussa Abdallah Bader, fordert deshalb die Aufhebung von Beschränkungen der Glaubensausübung für Nicht-Muslime. Bader hat diese Aufforderung bei einem Treffen mit dem algerischen Religionsminister geäußert. Gegenüber Radio Vatikan erklärt der Erzbischof von Algier:

 

„Dieses Beschränkungsgesetz zwingt uns wortwörtlich, uns in den Kirchengebäuden zu verstecken. Wir können nicht frei leben und unsere Gottesdienste feiern. Wir finden es unerhört, dass Jugendliche, die unter einem Baum beten, wie Kriminelle behandelt werden, die einen Mord begangen hätten.“

 

Das Treffen zwischen dem Erzbischof und dem Religionsminister fand im Rahmen einer Tagung in Algier statt. Sie stand unter dem Motto „Freiheit für die Glaubensausübung, zwischen Gottes Gesetz und positivem Recht“. Auch drei weitere algerische Bischöfe sowie Vertreter des französischen Klerus nahmen teil. (zenit 19)

 

 

 

 

Deutschland: Aufklärungswille spürbar

 

Im Jesuitenorden ist ernsthaftes Interesse spürbar, die Missbrauchsfälle aufzuklären. Das sagte die zuständige Missbrauchsbeauftragte Ursula Raue am Donnerstagabend in einer Sendung des Fernsehsenders Phoenix. Raue hatte zuvor öffentlich einen Zwischenbericht zum Missbrauchsskandal vorgelegt. Demnach haben sich bei ihr bislang 115 zumeist männliche Opfer gemeldet. Der Provinzial der deutschen Jesuiten, Stefan Dartmann, kündigte an, Raue zusätzliche Kräfte für die Aufklärung der Fälle zur Seite zu stellen. Zudem sollen Arbeitsstäbe in den drei Jesuiten-Gymnasien in Berlin, Bonn und Sankt Blasien zur Aufarbeitung der Vorwürfe eingerichtet werden.

Das Thema „Missbrauch“ wird am Montag auch auf der Tagesordnung der Deutschen Bischofskonferenz stehen. Am Montag treffen sich die Bischöfe zur Frühjahrsvollversammlung. Von den deutschen Oberhirten wünscht sich deshalb der Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück… „…dass sie die Richtlinien, die sich die Bischofskonferenz schon gegeben hat, nochmals dokumentieren. Sie sollen in allen Diözesen gleichermaßen angewandt werden. Es steht außer Zweifel, dass die erste Priorität den Opfern gilt und der Verpflichtung zur Wirklichkeit und Wahrheit. Das wird sicherlich zum Ausdruck kommen.“ kna 19

 

 

 

Pallottinerorden entschuldigt sich für Missbrauch durch Ordensmitglieder

 

Der Provinzial des deutschen Pallottinerordens, Pater Hans-Peter Becker, sagte in einer an diesem Freitag veröffentlichten Erklärung: „Bei den betroffenen Schülern, denen damals dieses verabscheuungswürdige Unrecht angetan wurde und die heute noch darunter leiden, entschuldige ich mich im Namen aller Pallottiner.“ Becker ermutigte mögliche weitere Opfer von sexuellem Missbrauch, sich zu melden. Er verwies auf den seit 2003 eingesetzten Missbrauchs-Beauftragten des Ordens. Laut Angaben der Pallottiner wurden bislang drei Missbrauchsfälle im ehemaligen Konvikt Sankt Albert in Rheinbach bei Bonn bekannt. Der beschuldigte Pater sei in den 1960er Jahren aus dem Orden ausgeschieden. Die Schule wurde 1967 geschlossen. Zu einem weiteren Vergehen soll es in einem Internat in Rheinberg am Niederrhein gekommen sein. Auch hier sei der Beschuldigte aus dem Dienst genommen und therapeutisch behandelt worden, bevor er in die Altenarbeit ins Ausland wechselte. Das Konvikt am Niederrhein wurde 1970 geschlossen. (pm/kna)

 

Slowakei: Papstbesuch soll Glauben stärken

Die Kirche der Slowakei hofft auf einen Besuch von Papst Benedikt XVI. im Jahr 2012. Grund dafür sind die Jubiläumsfeierlichkeiten zum 1.150. Jahrestag der Ankunft der Slawenapostel Cyrill und Method im Land. Das eigentliche Jubiläumsjahr ist 2013, die Feierlichkeiten beginnen aber schon ein Jahr zuvor. Im Gespräch mit kathpress erklärt der Erzbischof der Diözese Spis (Zips), Frantisek Tondra: „Die offizielle Einladung ist schon nach Rom gegangen. Wir haben auch eine Antwort bekommen, dass es wahrscheinlich möglich ist – aber es ist noch nicht sicher.“

 

Er hoffe auf Unterstützung durch staatliche Stellen in dieser Angelegenheit, so der Erzbischof. Schließlich hätten sich die Beziehungen zwischen dem slowakischen Staat und der Kirche in der letzten Zeit leicht gebessert. (kap 19)

 

 

 

 

Missbrauch am Jesuiten-Kolleg. "Angst, Hilflosigkeit und Ekel"

 

An deutschen Jesuiten-Kollegs haben nach Opferangaben bis zu zwölf Lehrer ihre Schüler missbraucht. Dies geht aus dem Bericht hervor, den der Orden vorlegte VON FELIX LEE

 

BERLIN - Das Ausmaß ist noch schlimmer als bislang bekannt: 115 bis 120 Missbrauchsopfer haben sich bisher gemeldet. Bis zu zwölf Jesuiten-Pater sollen ihre Schüler missbraucht haben, allein am Berliner Canisius-Kolleg habe es zwischen 40 und 50 Fälle gegeben, berichtet die vom Jesuiten-Orden beauftragte unabhängige Rechtsanwältin zur Aufklärung der Missbrauchsfälle, Ursula Raue. Unter den mutmaßlichen Tätern sollen auch zwei Frauen gewesen sein. Was Raue besonders entsetzt: In den bisher ausgewerteten Personalakten des Ordens sei es an keiner Stelle um das Seelenleben der Opfer gegangen.

Im Skandal um sexuellen Missbrauch von Schülern vor allem an katholischen Jugendeinrichtungen hat die Berliner Rechtsanwältin am Donnerstag einen ersten Zwischenbericht vorgelegt. Der Anwältin zufolge berichten die Opfer vor allem von Manipulationen an ihren Genitalien und von zudringlichen Zärtlichkeiten, weniger von körperlichen Verletzungen. Sie habe jedoch auch Berichte über Opfer erhalten, die sich das Leben genommen hätten. Manche Männer offenbarten sich zum ersten Mal und hätten selbst mit ihren Ehefrauen zuvor nicht über ihr Leid gesprochen. "Viele berichten von einer Situation, in der Angst und Hilflosigkeit und oft auch Ekel vorherrschten", so Raue. "Ich habe den Eindruck, dass es noch mehr gibt."

Aufgeflogen sind die Missbrauchsfälle, als Pater Klaus Mertes, der jetzige Rektor des Jesuiten-Gymnasiums, sich Ende Januar in einem Brief an rund 500 ehemalige Schüler des Canisius-Kollegs gewandt hat. Zuvor hatten sich sieben Personen gemeldet, die Opfer sexuellen Missbrauchs durch zwei Pater geworden waren. Nachdem Mertes auch an die Öffentlichkeit gegangen war, meldeten sich Opfer aus dem gesamten Bundesgebiet. Die meisten Betroffenen waren zwar Schüler des Berliner Canisius-Kollegs. Betroffene meldeten sich aber auch vom Kolleg St. Blasien im Schwarzwald, dem St.-Ansgar-Kolleg in Hamburg und jüngst auch vom Aloisiuskolleg in Bonn. Die bisher bekannt gewordenen Fälle hatten sich meist in den 70er- und 80er-Jahren zugetragen. Strafrechtlich seien alle ihr bekannten Fälle verjährt, sagte die Anwältin. Eine finanzielle Entschädigung von Seiten der Kirche werde weiterhin erwogen.

 

Vertreter des Jesuiten-Ordens waren bei der Pressekonferenz nicht anwesend. Damit solle die Unabhängigkeit der Anwältin unterstrichen werden, hatte ein Sprecher zuvor erklärt. Taz 19

 

 

 

 

Serbien. Orthodoxer Kirchenstreit

 

Zerrissene Kutten, zerwühlte Bärte: Am heiligen Sonntag lieferten sich Mönche im Kloster Gracanica im Kosovo eine Schlägerei. Vordergründig geht es beim Streit um die Absetzung des Kosovo-Bischofs Artemije durch den Heiligen Synod, das höchste Gremium der serbisch-orthodoxen Kirche. Ihm werden Unregelmäßigkeiten und Bereicherung vorgeworfen. Dahinter steht ein ernster Richtungsstreit um die europäische Orientierung des Landes.

 

Dem 75-jährigen Artemije, serbischer Bischof des Kosovo seit 1991, wird seit drei Jahren unsauberes Finanzgebaren nachgesagt. Ein enger Mitarbeiter steht im Verdacht, Geld aus einer SMS-Spendenaktion für Arme hinterzogen zu haben. Der Mönch, der zwei Wohnungen unterhielt und ein Auto mit 230 PS fuhr, hat sich nach Griechenland abgesetzt.

 

Zu den Begünstigten der sogenannten Spendenaktion soll auch die frühere Leiterin des staatlichen Instituts für Denkmalschutz, Gordana Markovic, gehören. Das gibt dem Fall auch politische Brisanz: Das Institut prangerte unter dem ehemaligen Premier Vojislav Kostunica die Zerstörung serbischer Objekte im Kosovo durch den albanischen Mob an. Renovieren, wie es seine Aufgabe gewesen wäre, ließ es aber nichts.

Artemije ist auch für die Regierung und den serbischen Präsidenten Boris Tadic ein Ärgernis. Der Bischof brandmarkt den Staatschef öffentlich als "Verräter" und steht mit seiner Weigerung, Vertreter der fremden Truppen und der EU-Verwaltung zu empfangen, Belgrads pragmatischer Kosovo-Politik im Weg.

 

Zwar darf Artemije mit seiner harten Haltung in der stark nationalistischen Kirche im Prinzip auf Sympathie hoffen. Gleichzeitig legt die Kirchenführung traditionell Wert auf ein enges Verhältnis zur Staatsspitze. Den Widerspruch machen sich nun Artemijes Anhänger, etliche rechtsradikale Organisationen sowie die Oppositionspartei von Ex-Premier Kostunica zunutze.

 

Der Streit in der serbischen Kirche schwelt seit langem. Auf der einen Seite stehen eher ökumenisch orientierte Bischöfe, die auch mit Präsident Tadic und dessen Europa-Politik konform gehen, auf der anderen Hardliner, denen die Abgrenzung der Orthodoxie vom "sündigen Rom" am Herzen liegt. Kirchenoberhaupt Pavle, der im November gestorben war, hatte die Strömungen einfach durch Nichtstun im Gleichgewicht gehalten. Sein designierter Nachfolger Amfilohije, ein Nationalist, erhielt im Heiligen Synod nie die nötige Zwei-Drittel-Mehrheit.

Ein "Gottesurteil" bestimmte im Januar mit Irenej wieder einen "Kompromissler" zum Patriarchen. Im Vergleich zu seinem Vorgänger Pavle äußert der 79-jährige sich klarer zu politischen Grundsatzfragen und zeigt im Streit mit Bischof Artemije und der extremen Rechten Tatkraft. NORBERT MAPPES-NIEDIEK  FR 19

 

 

 

 

Irak: "Panik" unter den Christen in Mossul

 

Die Situation der Christen im Nordirak spitzt sich zu. Der Erzbischof

von Mossul, Amil Shamaaoun Nona, sagte gegenüber dem weltweiten

katholischen Hilfswerk "Kirche in Not", wenn es so weitergehe wie in den

vergangenen Tagen, würden bald alle Christen Mossul verlassen haben.

Allein in dieser Woche seien dort vier Christen von Extremisten ermordet

worden. Die Morde seien nach Aussage von Erzbischof Nona politisch

motiviert gewesen und hätten die Vertreibung aller Christen aus der

Stadt zum Ziel gehabt. Wer genau hinter den Anschlägen stecke, sei ihm

nicht bekannt. Er vermutet aber, es sei eine "politische Gruppierung,

die einen Nutzen vom Verschwinden der Christen hätte".

 

Die Stimmung unter seinen Gläubigen beschreibt der Erzbischof als

"blanke Panik". Ob bei der Arbeit, in der Schule oder zu Hause –

nirgendwo seien Christen in Mossul vor Mordanschlägen sicher, sagte

Nona. Unter diesen Umständen falle es den Menschen sehr schwer, noch in

der Stadt zu bleiben. Von den fünftausend christlichen Familien, die

noch im Jahr 2003 in der Stadt lebten, seien heute nur noch wenige

geblieben. Täglich verlassen nach Aussage des Erzbischofs etwa ein

Dutzend Familien Mossul.

 

Abschließend appellierte Erzbischof Nona an die westlichen Medien. Er

betonte, dass über das Leid der Christen in Mossul dringend mehr

berichtet werden müsse, wolle man ihrer Ausrottung nicht tatenlos

zusehen. Den Christen in aller Welt rief Nona zu: "Wir bitten

verzweifelt um Euer Gebet für uns!"

"Kirche in Not" schließt sich diesem Aufruf an und bittet seine

Unterstützer um ihr Gebet für die Christen im Irak. Am 7. März wird in

dem Land ein neues Parlament gewählt. KiN 19

 

 

 

 

Hazrat-Fatima-Moscheegemeinde. Frankfurter Moscheeverein unter starkem Druck

 

Frankfurt - Die Hazrat-Fatima-Moscheegemeinde in Frankfurt will am Dienstag zu den Vorwürfen gegen ihren Imam Sabahattin Türkyilmaz Stellung nehmen. Das hat Ünal Kaymakci, Generalsekretär der Gemeinde, am Freitag angekündigt. Unterdessen wächst der Druck auf die Gemeinde, deutliche Konsequenzen zu ziehen und sich von dem Geistlichen zu trennen. Das fordern Politiker und der Frankfurter Rat der Religionen.

Zunächst war schon für gestern erwartet worden, dass der Vorstand sich zu dem umstrittenen Geistlichen öffentlich äußert. Der Vorstand hatte am Donnerstagabend getagt. Wie Kaymakci sagte, ist sich das Gremium über den weiteren Umgang mit dem Geistlichen tendenziell einig. Was das genau heißt, wollte er aber nicht ausführen. „Das wollen wir am Wochenende zuerst mit der Gemeinde besprechen.“

„Politische und antisemitische Dimensionen“ inakzeptabel

Wie berichtet, ist der Imam in die Kritik geraten, seit ein Fernsehbericht unter anderem gezeigt hatte, dass er in Berlin an einer Al-Quds-Demonstration teilgenommen hatte. Der Rat der Religionen distanzierte sich schon vor einer Woche von dem Imam, da diese regelmäßigen Solidaritätskundgebungen für die Palästinenser antisemitisch seien und das Existenzrecht Israels in Frage stellten. Der Imam bestritt, sich entsprechend geäußert zu haben. Dann wurde eine Predigt des Geistlichen zum Al-Quds-Tag im September 2009 bekannt, in der er sich auf Ajatollah Khomeini berufen und gesagt hatte, nur weil die Muslime zu der Besatzung Palästinas geschwiegen hätten, „konnten die Imperialisten Afghanistan und Irak ebenso besetzen“. Und: „Möge Allah das besetzte Palästina aus den Händen der Zionisten befreien.“

Mit Bezug auf diese Predigt hat die Frankfurter Integrationsdezernentin Nargess Eskandari-Grünberg (Die Grünen) Kaymakci und Türkyilmaz geschrieben und deutlich gemacht, dass die dort implizierten „politischen und antisemitischen Dimensionen“ inakzeptabel seien. Kaymakci sagte, er habe die Predigt nicht gekannt. Ihretwegen habe der Vorstand aber „sehr ernst und bestimmt“ mit dem Imam gesprochen.

 

Koordinierungsstelle gegen Antirassismus  - Eskandari-Grünberg sagte am Freitag, die von der Gemeinde zu ziehenden Konsequenzen seien „überfällig“. Damit forderte sie die Gemeinde indirekt dazu auf, sich von dem Geistlichen zu trennen. Ein Imam sei verpflichtet, die Gesetze und Werte Deutschlands zu wahren und zu verteidigen. „Der Staat kann erwarten, dass Verantwortungsträger ihre Gemeinschaft in diesem Sinne führen und vertreten.“ Athenagoras Ziliaskopoulos, Vorsitzender des Rates der Religionen, forderte ebenso wie CDU, SPD und die Linke in Frankfurt, die Gemeinde solle den Imam abberufen. Thomas Kirchner, integrationspolitischer Sprecher der CDU-Fraktion, sagte, das Maß sei voll. An einer Kundgebung wie der Al-Quds-Demonstration in Berlin könne man „nicht einfach mitlaufen“, wie es bisher von der Gemeinde dargestellt worden sei. In dieser Hinsicht müsse sich auch Kaymakci deutlich äußern.

Der SPD-Fraktionsvorsitzende Klaus Oesterling sagte, wer sich wie Türkyilmaz auf einen menschenfeindlichen Extremisten wie Khomeini berufe, zeige, dass er zur Integration nicht bereit sei. Die Gemeinde solle auch ihr Verhältnis zum Islamischen Zentrum Hamburg klären, das laut Verfassungsschutz als Instrument der iranischen Staatsführung zu betrachten sei. Yildiz Köremezli-Erkiner, integrationspolitische Sprecherin der Linken, sagte, Türkyilmaz dürfe nicht mehr als Imam tätig sein. Sie bekräftigte die Forderung ihrer Fraktion nach einer Koordinierungsstelle gegen Antirassismus in der Stadt.

Hahn: Kein Zwang zur Verschleierung

Der hessische Integrationsminister Jörg-Uwe Hahn (FDP) äußerte, er erwarte eine klare Ablehnung antisemitischer, rassistischer oder als solche zu verstehender Äußerungen und Aktionen. Auch dürfe es keinen Zwang zur Verschleierung von Frauen geben. Die Vorwürfe gegen Türkyilmaz und Kaymakci seien noch nicht ausgeräumt. Ein Urteil darüber, ob Kaymakci weiter am Runden Tisch zur Einführung eines islamischen Religionsunterrichts sitzen dürfe, wollte Hahn nicht abgeben. Für die weitere Zusammenarbeit mit Vertretern der Gemeinde gälten aber „sehr strenge Beurteilungsmaßstäbe“.

Die Hazrat-Fatima-Gemeinde ist eine schiitische Gemeinde, zu der türkisch- und pakistanischstämmige Muslime gehören. Noch hat sie ihren Sitz im Frankfurter Stadtteil Griesheim, sie möchte aber nach Hausen umziehen. Dort ist der Bau einer größeren Moschee geplant, was teils erheblichen Protest hervorgerufen hatte. Stefan Toepfer  Faz 20

 

 

 

Frankfurt. Der Imam soll gehen. Politik fordert Absetzung von Türkyilmaz

 

Nachdem die Hazrat-Fatima-Gemeinde ihrer Ankündigung nicht nachkam, sich am Freitag öffentlich zu den Vorwürfen gegen ihren Imam zu äußern, werden die Töne schärfer. Der hessische Integrationsminister Jörg-Uwe Hahn (FDP) fordert von der Frankfurter Moscheegemeinde, sich von antisemitischen Äußerungen zu distanzieren, die ihrem Imam Sabahaddin Türkyilmaz vorgeworfen werden. "Ich erwarte eine eindeutige Abgrenzung von allen Äußerungen, die das Existenzrecht des Staates Israel in Frage stellen", sagte Hahn am Freitag in Wiesbaden.

 

Der Minister erklärte, es könne "keine Zusammenarbeit" mit Personen oder Vereinigungen geben, an deren Haltung Zweifel bestünden. Das gelte auch für die Vorbereitung eines islamischen Religionsunterrichts durch das Land. Ünal Kaymakçi, Generalsekretär der Hazrat-Fatima-Gemeinde, ist Teilnehmer am Runden Tisch der Landesregierung, an dem die Voraussetzungen für die Einführung des Religionsunterrichts für Muslime geklärt werden sollen. Hahn kündigte an, er werde "sehr strenge Beurteilungsmaßstäbe für die weitere Zusammenarbeit mit Vertretern dieser Gemeinde am Runden Tisch anlegen".

 

Auch die Frankfurter Integrationsdezernentin Nargess Eskandari-Grünberg (Grüne) hat den Druck auf die Gemeinde erhöht und indirekt die Absetzung des Imams gefordert. Die von ihr verlangte "vollumfängliche und unzweideutige Richtigstellung und Distanzierung" von Türkyilmaz sei nicht erfolgt. Diese Schritte seien "jetzt unmissverständlich gefordert, und sie sind überfällig". Die Distanzierung von den Äußerungen des Imams reiche nicht mehr aus.

 

Ein Imam sei "Vorbild und Wortführer einer Gemeinde" und verpflichtet, "die Gesetze und Werte dieses Landes zu wahren und selbst zu verteidigen", erklärte die Integrationsdezernentin. Die SPD-Fraktion im Römer fordert die Gemeinde auf, den Imam "abzuberufen". "Der nun bekanntgewordene Text einer Freitagspredigt von Türkyilmaz ist völlig inakzeptabel", erklärte Fraktionsvorsitzender Klaus Oesterling. Der Sprachduktus des Imams und dessen Berufung auf die Vorstellungen von Ayatollah Khomeini seien ein klares Indiz für eine extremistische Grundhaltung. Oesterling stellt fest, dass Türkyilmaz mit seiner Bezugnahme zu einem "menschenfeindlichen Extremisten wie Khomeini ", der für den Tod und Folterungen unzähliger Menschen verantwortlich sei, deutlich mache, dass er zur Integration nicht bereit sei.

 

"Es stellt sich zudem die Frage, warum der Predigttext in der Gemeinde unbeachtet blieb", erklärt Oesterling. Die SPD-Fraktion fordert die Hazrat-Fatima-Gemeinde zudem auf, über ihr Verhältnis zu dem Islamischen Zentrum Hamburg aufzuklären.

 

Der Vorsitzende des Rats der Religion in Frankfurt, Pfarrer Athenagoras Ziliaskopoulos, erklärte eine Bibelpassage zitierend im Bezug auf die Hazrat-Fatima-Gemeinde, dass die Zeit der Umarmung vorbei sei. Der Moscheevorstand müsse sich im Klaren darüber sein, dass die Gemeinde sich gänzlich isoliere, wenn sie sich nicht von dem Imam trenne.

 

Auch zwei Wochen nachdem die Antisemitismus-Vorwürfe durch einen Fernsehbericht bekanntwurden, steht eine inhaltliche Stellungnahme seiner Hazrat-Fatima-Moschee noch aus.

 

Kaymakçi hatte mitgeteilt, dass der Vorstand des Moscheevereins am Donnerstagabend eine Entscheidung fällen werde. Am Freitag ließ er wissen, dass der Vorstand "seine eigenen Vorstellungen noch über das Wochenende mit der Gemeinde ausführlich erörtern müsse". Wie die Gemeinde zu ihrem Imam stehe und Antworten auf die Fragen, die Eskandari-Grünberg vor einer Woche in einem Brief formuliert hatte, will Kaymakçi auf einer Pressekonferenz erläutern. PITT VON BEBENBURG UND CANAN TOPÇU FR 20

 

 

 

 

Marienerscheinungen im kroatisch-bosnischen Medjugorje. Kard. Jose Saraiva skeptisch

 

Der portugiesische Kardinal Jose Saraiva Martins ist skeptisch, was die angeblichen Marienerscheinungen im kroatisch-bosnischen Medjugorje betrifft.

„Kein Zweifel – solange die Kirche die Erscheinungen durch den Papst nicht offiziell positiv beurteilt, soll man sie nicht als echt ansehen.“ Das sagte frühere Präfekt der vatikanischen Heiligenkongregation jetzt dem Internetdienst „petrus online“ in einem Interview. Berichte über Bekehrungen oder gar Heilungen in Medjugorje bedeuteten „absolut keinen Beweis“ für die Echtheit der Erscheinungen: „Nur weil sich dort jemand bekehrt, heißt das noch lange nicht, dass die Madonna dort erscheint.“ Bekehrungen seien „auch in einer kleinen Landpfarre möglich“, so Saraiva Martins pointiert. Ob die Seher „diese Erscheinungen erfunden haben oder ob sie wirtschaftliche Interessen verfolgen“, wisse er nicht: „Aber mit Sicherheit kann hinter solchen Fällen der Teufel stecken“. Gott sei allerdings „so groß, dass er sich auch des Bösen zum Wohl der Menschheit zu bedienen weiß“ – das erkläre vielleicht „die Wohltaten, die viele in Medjugorje empfangen“.

 

Der Kardinal scheint sich schon darüber zu wundern, dass keiner der Seher das geweihte Leben gewählt hat: „Das wäre ein schönes Zeugnis gewesen“. Er sehe überhaupt „einen großen Unterschied zu Fatima“, wo Maria 1917 drei Hirtenkindern erschien. Saraiva Martins war mit einer der Seherinnen, Schwester Lucia, eng befreundet und gilt als guter Fatima-Kenner: „In Fatima waren die Seherkinder sehr demütig und zogen es vor, zu schweigen; in Medjugorje sehe ich so etwas überhaupt nicht.“ Außerdem habe Schwester Lucia die Botschaften Mariens schriftlich niedergelegt, „während sie die in Medjugorje für sich behalten“. Auch wenn die Erscheinung in Medjugorje offenbar die Seher in einigen Fällen aufgefordert habe, ihrem Bischof nicht zu gehorchen, „dann ist das ein Element, das zu denken gibt“. Saraiva Martins will nicht die Tatsache kommentieren, dass der Wiener Kardinal Christoph Schönborn um den Jahreswechsel herum Medjugorje besucht hat, „aber ich hätte erst einmal mit Monsignor Peric“, also dem Ortsbischof, „gesprochen“. Dies tue er jedesmal, wenn er ein Bistum besuche, und dies gelte erst recht „angesichts der krankhaften Aufmerksamkeit, die sich auf Medjugorje konzentriert“.

(petrus online 20)