Notiziario religioso 19-21 Febbraio 2010
Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Perchè...
i tuoi discepoli non digiunano?”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 9,14-15) commentato da P. Lino Pedron
14 Allora gli si
accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i
farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».
15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a
nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando
lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.
Le parole di Gesù
e le sue prese di posizione suscitano perplessità e dissenso nei farisei e nei
discepoli di Giovanni. Essi digiunavano per affrettare la venuta del Messia e
per disporsi ad accoglierlo.
I discepoli di
Gesù sono convinti che il Messia è già con loro e
quindi vivono il tempo della festa, non del digiuno. Più tardi lo Sposo sarà
loro tolto (allusione alla morte di Gesù) e allora digiuneranno.
Il digiuno
cristiano è rivolto al passato, in quanto commemora la
morte di Gesù, ma è rivolto anche al futuro, in quanto attende l’avvento del
regno di Dio. La comunità cristiana è radunata sotto la croce di Cristo in
attesa di radunarsi con lui nella gloria della risurrezione e della vita
eterna. De.it.press
Sabato
20. Il commento al Vangelo.
La chiamata di Levi
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 5,27-32) commentato da P. Lino Pedron
27 Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al
banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28
Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
29 Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla
di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. 30 I farisei e i loro
scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con
i pubblicani e i peccatori?». 31 Gesù rispose: «Non
sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32 io non sono venuto a
chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».
L’essenza del
cristianesimo non è una dottrina, ma la persona di Gesù. Egli rivolge ad ogni uomo l’invito: "Seguimi"
(v. 27).
Levi lascia tutto
e segue Gesù. Non è un atto di rinuncia fine a se stesso. E’ il gesto di uno
che ha scoperto il vero tesoro nel campo della sua vita, di chi ha trovato la
perla preziosa (cfr Mt 13).
Gesù mangia con
Levi e i suoi amici. Dio diventa nostro commensale e noi diventiamo
un’unica famiglia con lui. Egli chiama a questo banchetto gli esclusi e i
peccatori. La sua cena non è riservata ai "puri". Proprio per questo
essi rifiutano di parteciparvi e brontolano.
Gesù si immerge nel mondo dei peccatori per far sorgere in esso
la conversione. La sua missione è di salvare i peccatori, come quella del
medico è di guarire i malati.
Il guaio dei
farisei di tutti i tempi è di non voler capire che la salvezza è dono
dell’amore di Dio e non merito dell’uomo. Ciò che salva l’uomo non è il suo
amore per Dio, ma l’amore gratuito di Dio per lui. De.it.press
Domenica 21. Il commento al Vangelo. Gesù nel deserto tentato dal diavolo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 4,1-13) commentato da P. Lino Pedron
1 Gesù, pieno di
Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel
deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal
diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati
ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa
pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta
scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e,
mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò
tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle
mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti
prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul
pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te,
perché essi ti
custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede
non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «E'
stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni
specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo
fissato.
Questo racconto
serve per far comprendere il messianismo di Gesù che rifiuta di prendere il potere politico (cfr Mc 6,45; Gv 6,15), di fare un segno divino per costringere tutti a
credergli (cfr Lc 11,16; Mc 8,11) e di seguire una
via satanica che gli facesse evitare la croce per ottenere il Regno (cfr Mc
8,31-33).
Le tentazioni non
sono da relegare solo all’inizio del ministero di Gesù. La sua vita fu
tentazione e lotta fino alla fine.
Gesù esce dal
Giordano pieno di Spirito. Lo stesso Spirito riempie anche noi e ci conduce nel
deserto di questa vita perché usciamo vittoriosi dalla prova.
Il deserto è il
simbolo della vita umana; è il cammino verso la terra promessa, verso Dio. E’ figura
della vita stessa del battezzato, con tutti i suoi pericoli e le sue paure
attraverso i quali lo Spirito lo conduce.
I quaranta giorni
sono un’allusione ai quarant’anni trascorsi dal popolo d’Israele nel deserto.
Il diavolo è colui
per la cui invidia entrò la morte nel mondo (cfr Sap
2,24), colui che insinuò nel cuore di Adamo il
sospetto e la sfiducia in Dio e lo portò a disubbidire e ad allontanarsi da lui
(cfr Gen 3). E’ il vero protagonista del male contro
il quale Cristo lotta e vince.
La radice con cui
questo male si radica nell’uomo è l’egoismo. Il
rimedio al male è la fede.
Gesù è venuto nel
mondo per mostrare il vero volto del Padre vivendo da Figlio. La tentazione
continua dell’uomo è quella di non credersi creatura
di Dio.
La forza per vincere
la tentazione è il ricorso alle Scritture, l’obbedienza alla parola di Dio. Il
primo pane, la prima sorgente della vita è Dio stesso.
Egli non si pone in antagonismo con l’uomo, ma in rapporto di priorità rispetto
a tutto il resto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e
tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).
Gesù non ottiene
il Regno perché si abbassa a adorare il diavolo, ma
proprio perché lo rifiuta radicalmente. E questa scelta lo porterà sulla croce.
Proprio sulla croce
Gesù inaugura il suo regno. Uno dei malfattori aggiunse: "Gesù, ricordati
di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti
dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc
23,42-43).
Il regno di Dio
sulla terra è l’adorazione del vero Dio perché è la libertà dell’uomo da ogni
idolo. L’uomo, immagine di Dio, realizza se stesso solo se si pone in
adorazione davanti a Dio.
Bisogna obbedire a
Dio, non tentarlo. La nostra vita è salva se ci mettiamo nelle sue mani senza
porre condizioni, vivendo radicalmente la preghiera insegnataci da Gesù:
"Padre, … sia fatta la tua volontà".
Gesù supera ogni
specie di tentazione. Così egli vince tutto il male dell’uomo e crea lo spazio
di libertà dal maligno.
Il "tempo
fissato" per il ritorno del diavolo è evidentemente il momento della
Passione, dove l’istigazione di satana si manifesterà attraverso i capi del
giudaismo e perfino attraverso qualche discepolo.
L’opposizione
contro Gesù non è stata mossa da zelo religioso o da
interesse per l’onore di Dio e dell’uomo, ma dall’attaccamento al proprio
potere e al proprio prestigio.
Luca vuole
indicare in Gesù, vincitore delle tentazioni del demonio, un modello a cui i cristiani devono ispirarsi nelle lotte che
sostengono per non tradire i propri impegni battesimali. De.it.press
Domenica 21. I di Quaresima. La tentazione: un’opportunità più che un
pericolo
Dall’analisi dei
testi biblici emerge un dato curioso: gli empi non sono mai tentati da Dio; la
tentazione è un privilegio riservato ai giusti. Ben Sirac raccomanda al discepolo: “Figlio, preparati alla
tentazione. Accetta quanto ti capita, sii paziente
nelle vicende dolorose, perché Dio prova gli uomini ben accetti nel crogiolo
del dolore” (Sir 2,1.4-5). Le disgrazie e i fallimenti mettono a dura
prova la fedeltà al Signore, ma anche la fortuna ed il
successo possono costituire un’insidia per la fede.
La tentazione
offre l’opportunità di fare un balzo in avanti, di migliorare, di purificarsi,
di consolidare le scelte di fede. Comporta anche il rischio dell’errore: “Il
fascino del vizio deturpa anche il bene – afferma l’autore del libro della
Sapienza – e il turbine della passione travolge una mente semplice” (Sap 4,12). Tuttavia la tentazione non è una provocazione al
male, ma uno stimolo alla crescita, un passaggio obbligato per raggiungere la
maturità.
Paolo assicura:
“Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con
la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1 Cor 10,13).
L’autore della
Lettera agli Ebrei ricorda un’altra verità consolante: Gesù ha sperimentato le
nostre stesse tentazioni, per questo “sa compatire le nostre infermità” e “per
il fatto di essere stato messo alla prova, è in grado di venire in aiuto di coloro che subiscono la tentazione” (Eb
4,15; 2,18).
Prima Lettura (Dt 26,4-10)
Mosè parlò al
popolo, e disse: 4 “Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà
davanti all‘altare del Signore tuo Dio 5 e tu
pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un
forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. 6
Gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.
7 Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri,
e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra
miseria e la nostra oppressione; 8 il Signore ci fece uscire dall‘Egitto con
mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi,
9 e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e
miele. 10 Ora, ecco, io presento le primizie dei
frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. Le deporrai
davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio”.
“Il meglio delle
primizie del tuo suolo lo porterai alla casa del tuo Dio” (Es
23,19). Questa era la disposizione della Torah e in primavera, all’inizio della
mietitura dell’orzo, il primo covone veniva portato
nel tempio e offerto al Signore (Es 23,16). Dopo
sette settimane, a conclusione della raccolta del grano, si celebrava la festa
di Pentecoste e anche in questa occasione erano
presentate a Dio le primizie (Es 34,22), non di tutti
i frutti del campo, ma solo di quelle sette specie che sono il simbolo della
terra d’Israele: il grano, l’orzo, l’uva, i fichi, i melograni, le olive e i
datteri (Dt 8,8).
Con questo rito si
proclamava solennemente che Dio era il padrone della terra e di quanto essa produce. Oltre a questa offerta
pubblica ce n’era un’altra, privata, celebrata da ogni singolo gruppo
familiare. E’ a questa che fa riferimento la lettura
di oggi.
Quando i frutti
cominciavano a spuntare sugli alberi, il contadino segnava con un nastro i
primi e, non appena erano maturi, li poneva in un cesto. Poi, accompagnato da
tutta la sua famiglia, li portava al tempio. Nel consegnarli al ministro di
Dio, diceva: riconosco che questi frutti non mi appartengono, sono un dono del
Signore, sono cresciuti sulla terra che egli mi ha dato (Dt
26,1-3).
E’ a questo punto
che inizia la nostra lettura: il sacerdote prendeva il cesto e lo deponeva
davanti all’altare del Signore, poi invitava il contadino a fare la sua
professione di fede. Lo aiutava recitando ad alta voce, in ebraico, ogni
versetto del Credo e il pellegrino ripeteva, parola per parola,
ciò che udiva.
Alcuni pensano che
il Credo sia una specie di elenco di verità astratte che è necessario ammettere
se non si vuole essere considerati eretici.
Se chiedessimo
invece a un ebreo qual è la sua fede, egli ci
risponderebbe con un racconto. Comincerebbe così: “Mio padre, Giacobbe, era un arameo errante” e continuerebbe narrando la storia del suo
popolo e le gesta compiute dal Signore in suo favore.
La parte centrale
della lettura di oggi (vv.5-9) contiene, in sintesi,
proprio questa storia di salvezza. In essa si colgono facilmente due contrasti.
Il primo fra la
situazione da cui ha avuto origine Israele (…da un “arameo errante”, senza terra, senza sicurezza, senza
patria) e la realtà attuale: nel tempio c’è un agricoltore benestante che, con
la sua famiglia, celebra sereno la festa, offre i
frutti dei suoi campi, si rallegra perché i raccolti si annunciano abbondanti.
L’indigenza si è mutata in prosperità.
Il secondo
contrasto è fra la condizione di schiavitù e quella della libertà. In terra
straniera Israele è stato oppresso, maltrattato, umiliato, ora vive libero e
felice.
Viene da
chiedersi: chi ha operato questi prodigiosi capovolgimenti?
Nella sua
professione di fede, il pio israelita dà la risposta: “Il Signore vide la
nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci
fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore
e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo
paese, dove scorre latte e miele” (vv.8-9).
Con la cerimonia
delle primizie e con la proclamazione della professione della loro fede, gli
israeliti riconoscono che Dio è stato fedele alle sue promesse e che la loro
vita dipende completamente dalla sua generosità. Tutto ciò che hanno è un dono suo.
Che fine facevano le primizie portate al tempio dal contadino?
Forse la risposta
che ci viene in mente è: erano donate ai ministri che avevano officiato il
rito.
Peccato che la
nostra lettura si fermi al v. 10 e non riporti i
versetti seguenti. I frutti non venivano bruciati
sull’altare né erano dati ai sacerdoti. Erano consegnati ai “rappresentanti
Dio”, i poveri. Erano offerti ai leviti, ai forestieri, agli orfani ed alle vedove (Dt 26,11-12). La
festa poteva considerarsi ben riuscita e gradita a Dio solo dopo che i
bisognosi e gli indigenti erano stati saziati. Prima di lasciare il santuario
dove aveva offerto le primizie, il contadino era invitato a proclamare dinanzi
al Signore suo Dio anche questa formula: “Ho tolto dalla mia casa ciò che era
consacrato e l’ho dato al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova,
secondo quanto mi hai ordinato” (Dt 26,13).
C’è un fatto che
può essere verificato da tutti: i luoghi di preghiera (non importa di quale
religione) costituiscono un richiamo irresistibile per i poveri. Quasi per
istinto essi sembrano percepire che chi si avvicina a Dio diviene solidale e
generoso con chi è nel bisogno.
Questo brano è
stato scelto come apertura della Quaresima perché, a tutti coloro
che chiama a conversione, Dio mostra le trasformazioni prodigiose che opera in
chi si fida di lui.
Non è stato facile
per Israele credere nel Signore. Più volte è stato tentato
di rimpiangere la situazione di schiavitù in cui era vissuto in Egitto.
Dicevano i rabbini: “Non fu solo necessario trarre gli Ebrei dall’Egitto; fu
anche necessario trarre l’Egitto dal cuore degli Ebrei”.
Tuttavia, coloro
che si sono fidati del Signore hanno verificato e possono testimoniare che
quando egli invita ad uscire da una terra è sempre per
introdurre in un’altra migliore.
Seconda Lettura (Rm 10,8-13)
Fratelli, 8 che dice dunque la Scrittura? Vicino a te è la parola,
sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo.
9 Poiché se
confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore
che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.
10 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca
si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice
infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso.
12 Poiché non c’è
distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso è
il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13 Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà
salvato.
Israele ha avuto –
dice Paolo all’inizio della lettura – l’opportunità di giungere alla salvezza
perché ha avuto vicino la parola del Vangelo, l’ha ascoltata dalla bocca stessa
di Cristo e degli apostoli. Purtroppo non ha capito che il suo esodo verso la
libertà non era ancora concluso, si è stancato di seguire il Signore, si è
fermato. Solo una primizia di questo popolo ha capito e ha seguito Cristo (Rm 11,16).
A costoro viene chiesto di professare la loro fede e di questa fede
viene anche enunciata la formula che tutta la riassume: Gesù è il Signore.
E’ questa la prima
formula usata come “Credo” nella chiesa primitiva. Paolo lo ha
già citato nella prima Lettera ai Corinti: “Nessuno
può dire: Gesù è il Signore se non nello Spirito Santo” (1 Cor
12,3). Solo chi è animato dallo Spirito può proclamare che un condannato, uno
sconfitto è il Salvatore del mondo. Questa formula è stata conservata nel
Gloria e ogni domenica noi ripetiamo: Tu solo sei il Signore, Gesù Cristo!
La fede in Gesù-Signore – continua Paolo –
deve essere proclamata in due modi: con il cuore e con la lingua.
Con il cuore
significa: con l’adesione della vita. La fede in Cristo deve portare a scelte
basate su principi e su valori completamente nuovi.
Poi è necessaria
la professione di fede con la bocca. La bocca è strettamente legata al cuore. Lo ha detto Gesù: “Con la bocca si esprime ciò che si ha nel
cuore” (Lc 6,45). Chi è restio o addirittura si
vergogna di dichiarare la propria fede vuol dire che è rimasto coinvolto solo
in modo superficiale da Cristo.
Chi proclama il
Credo insieme ai fratelli prende coscienza di appartenere ad
un unico popolo di credenti che costituiscono “come la primizia delle sue creature”
(Gc 1,18). Non solo, ma è obbligato a considerare
senza senso ogni distinzione fra “giudeo e greco”. L’unica professione di fede
abbatte tutte le barriere create dalle differenze di razza, di cultura, di
condizioni sociali ed economiche, di temperamento e di carattere.
Vangelo (Lc 4,1-13)
1 Gesù, pieno di
Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel
deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal
diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati
ebbe fame.
3 Allora il
diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi
pane”. 4 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo
pane vivrà l‘uomo”.
5 Il diavolo lo
condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli
disse: 6 “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è
stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7
Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”. 8 Gesù gli
rispose: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti
prostrerai, lui solo adorerai”.
9 Il diavolo lo
condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se tu
sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto
infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e
anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una
pietra”. 12 Gesù gli rispose: “E‘ stato detto: Non
tenterai il Signore Dio tuo”.
13 Dopo aver
esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per
ritornare al tempo fissato.
Ogni anno, nella
prima domenica di Quaresima, la liturgia vuole che si rifletta sulle tentazioni
di Gesù. Presenta il modo in cui il Maestro le ha affrontate per indicare a noi
come possono essere riconosciute e superate.
Leggendo il brano
di oggi, però, si ha l’impressione che l’esperienza di Gesù non ci possa
aiutare molto: le sue tentazioni sono troppo diverse dalle nostre, sono strane,
addirittura stravaganti. Chi di noi cederebbe mai alla sollecitazione di
prostrarsi davanti al diavolo? Chi gli darebbe retta se proponesse di
trasformare una pietra in pane o se ci invitasse a buttarci da una finestra?
No, le nostre tentazioni sono molto più serie, più difficili da vincere e poi
non durano solo una giornata, ma ci accompagnano per
tutta la vita.
Questa difficoltà
nasce dalla mancata comprensione del “genere letterario”, vale a dire, del modo
usato dall’autore per comunicare il suo messaggio. Il Vangelo di oggi non è la
cronaca fedele, redatta da un testimone oculare, della sfida fra Gesù e il
diavolo (né Luca né alcun altro vi hanno assistito). Il brano è una lezione di
catechesi e vuole insegnarci che Gesù è stato messo alla prova non con tre, ma
“con ogni specie di tentazione” – come afferma chiaramente il testo (v.13).
Per dirla in
parole semplici e chiare: non siamo di fronte al racconto di tre episodi
isolati della vita di Gesù, ma a tre parabole in cui, attraverso immagini e
richiami biblici, si afferma che Gesù è stato tentato in tutto come noi, con
un’unica differenza: egli non è mai stato vinto dal peccato (Eb 4,15). Questi tre quadri sono la sintesi simbolica della lotta contro il male da
lui sostenuta in ogni momento della sua vita.
Forse qualcuno
resta un po’ sconcertato di fronte all’idea che Gesù abbia
avuto dubbi come noi, che abbia incontrato difficoltà nell’adempimento della
sua missione, che abbia scoperto solo gradualmente il progetto del Padre.
Abbiamo quasi paura di abbassarlo troppo al nostro livello. Ma
Dio non ha sentito avversione verso la nostra debolezza, l’ha fatta sua e,
nella nostra carne mortale, ha vinto il peccato.
Prima di prendere
in esame queste tre “parabole” facciamo un’altra premessa.
A differenza di
Matteo che dice che Gesù fu tentato solo alla fine dei quaranta giorni di
digiuno (Mt 4,2), Luca afferma che la tentazione ha accompagnato Gesù durante
tutto il tempo trascorso nel deserto. Con questo richiamo al deserto e al
numero quaranta, Luca intende collegare l’esperienza di Gesù con quella di
Israele, messo alla prova durante l’Esodo. Egli ripete l’esperienza del suo
popolo: “Dio ti ha fatto percorrere il deserto in questi quarant’anni per
metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti
osservato o no i suoi comandamenti” (Dt 8,2). A
differenza di Israele, Gesù, alla fine dei suoi “quaranta giorni”, uscirà dal
“deserto” pienamente vittorioso, il male sarà costretto ad ammettere la sua
totale impotenza nei suoi confronti.
Ora consideriamo i
tre quadri in cui sono condensate tutte le prove superate da Gesù.
La prima
tentazione: “Di’ a questa pietra che diventi pane!” (vv.3-4).
Il racconto delle
tentazioni viene subito dopo quello del battesimo che
è stato commentato nella festa del battesimo del Signore. Abbiamo rilevato
allora il fatto che Gesù, il giusto, il santo, non ha iniziato la sua missione
rimproverando i peccatori, non si è limitato a dare loro delle indicazioni,
mantenendosi a distanza, come facevano i farisei. Egli è andato a farsi
battezzare assieme ai peccatori, nel punto più basso della terra, si è confuso
in mezzo a loro, è divenuto uno di loro, ha scelto di percorrere al loro fianco
il cammino che porta alla liberazione.
Condividere in
tutto la nostra condizione umana però non è facile. Ecco allora la prima
tentazione che Gesù ha avuto (non una sola volta, ma durante tutta la vita):
servirsi del proprio potere divino per sfuggire alle difficoltà che gli uomini
comuni incontrano. Essi hanno fame, si ammalano, si stancano, devono studiare
per imparare, possono venire ingannati, sono soggetti
a disgrazie e oppressi da ingiustizie… Bene, lui può
sottrarsi a queste difficoltà e il diavolo lo invita a farlo; gli propone di
non esagerare nell’identificarsi con gli uomini, gli suggerisce di fare dei
miracoli per il suo tornaconto personale. Se Gesù lo avesse ascoltato
avrebbe rinunciato ad essere uno di noi, non sarebbe stato realmente uomo,
avrebbe solo fatto finta di esserlo.
Gesù ha capito
quanto era diabolico questo progetto; ha usato sì il potere di compiere
miracoli, ma mai per sé, sempre per gli altri. Ha lavorato, ha sudato, ha
sofferto la fame, la sete, ha passato notti insonni, non ha voluto privilegi.
Il momento culminante di questa tentazione fu sulla croce. Lì di nuovo fu
invitato a compiere un miracolo per sé, fu sfidato a scendere. Se avesse compiuto
il prodigio, se avesse rifiutato la “sconfitta”, Gesù sarebbe stato un
trionfatore agli occhi degli uomini, ma sarebbe stato uno sconfitto davanti a
Dio.
Questa tentazione
si ripresenta, subdola, ogni giorno, anche a noi. Si ripresenta anzitutto come
invito al ripiegamento egoistico su noi stessi senza pensare agli altri, come
invito al rifiuto dell’atteggiamento solidale assunto da Cristo.
Si cede a questa
tentazione quando le capacità che Dio ha dato vengono
impiegate per soddisfare i propri capricci e non per aiutare i fratelli; quando
ci si adegua alla mentalità corrente in cui ognuno cerca di arrangiarsi, di
pensare solo al proprio tornaconto.
Gesù ha preferito
essere povero e sconfitto con gli altri piuttosto che divenire ricco e star
bene da solo.
In questa prima
scena viene identificato e denunciato il modo errato
con cui l’uomo si rapporta con le realtà materiali. E’ diabolico l’impiego
egoistico dei beni, accumulare per sé, vivere del lavoro degli altri, cercare
il piacere ad ogni costo, sperperare nel lusso e nel superfluo, mentre ad altri
manca il necessario.
Alla proposta del
diavolo Gesù risponde richiamandosi ad un testo della
Scrittura: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3).
Solo chi considera la propria vita alla luce della parola di Dio è capace di dare alle realtà di questo mondo il giusto valore. Non
vanno disprezzate, distrutte, rifiutate, ma nemmeno trasformate in idoli. Sono
solo creature, guai a considerarle degli assoluti.
La seconda
tentazione: “Ti darò tutti questi regni, infatti sono
stati posti tutti nelle mie mani…” (vv.5-8). Sembra un po’ esagerato quanto il diavolo afferma.
Eppure è vero: la logica che regge il mondo, quella che regola i rapporti fra
gli uomini non è quella del discorso della montagna (Mt 5-8), non è quella
delle Beatitudini (Lc 6,20-26), ma quella opposta,
quella del maligno (Gv 12,31; 14,30; 16,11).
La prima
tentazione denunciava il modo errato di rapportarsi con le cose, questa seconda
aiuta ad individuare il modo diabolico con cui ci si
può rapportare con le persone, con i propri simili.
La scelta è fra il
dominare e il servire, fra il competere e il divenire
solidali, fra il sopraffare e il considerarsi servi. Questa scelta si
manifesta in ogni atteggiamento e in ogni condizione di vita: chi si è fatto una erudizione o ha raggiunto una posizione di
prestigio può aiutare a crescere chi ha avuto meno fortuna di lui, ma può anche
servirsene per umiliare chi è meno dotato. Chi detiene il potere, chi è ricco,
può servire i più poveri e coloro che sono stati meno
favoriti, ma può farla da padrone nei loro confronti. La bramosia del potere è
così irrefrenabile che anche chi è povero è tentato di sopraffare chi è più
debole di lui.
L’autorità è un
carisma, è un dono di Dio alla comunità affinché in essa ognuno possa trovare
il suo posto ed essere felice. Il potere è invece diabolico, anche se viene esercitato in nome di Dio. Ovunque si esercita il
dominio sull’uomo, ovunque si lotta per prevalere sugli altri, ovunque qualcuno
è costretto ad inginocchiarsi o a inchinarsi di fronte
a un suo simile, lì è all’opera la logica del maligno.
A Gesù non
mancavano le doti per emergere, per scalare tutti i gradini del potere
religioso e politico. Era intelligente, lucido, coraggioso, incantava le folle.
Avrebbe certamente avuto successo… ma a una
condizione, che “adorasse satana”, cioè, che si adeguasse ai _rincipi di questo mondo: entrasse in competizione,
ricorresse anche alla violenza, sopraffacesse gli altri, si alleasse
con i potenti e impiegasse i loro metodi. La sua scelta è stata quella opposta:
si è fatto servo.
La terza
tentazione: è la più pericolosa perché mette in causa il
rapporto fra l’uomo e Dio. La proposta diabolica è basata addirittura sulla
Bibbia: “Buttati giù dal pinnacolo del tempio – dice il tentatore – perché sta scritto…” (vv.9-12). La più
subdola delle astuzie del male è quella di presentarsi
con un volto accattivante, di assumere un’aria devota, di servirsi della stessa
parola di Dio (storpiata e interpretata in modo fuorviante) per condurre fuori
strada.
L’obiettivo
massimo del maligno non è quello di provocare qualche cedimento morale, qualche
fragilità, qualche debolezza, ma minare alla base il rapporto con Dio. Questo obiettivo viene raggiunto quando, nella mente
dell’uomo, si insinua il dubbio che il Signore non mantenga le sue promesse,
che manchi di parola, che assicuri la sua protezione, ma abbandoni poi chi gli
ha dato fiducia. Da questo dubbio nasce il bisogno di “avere delle prove”. Nel
deserto il popolo d’Israele, stremato dalla fame, dalla sete, dalla fatica, ha
ceduto a questa tentazione e ha esclamato: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o
no?” (Es 17,7). Ha provocato il suo Dio dicendo: se
sta dalla nostra parte, se realmente ci accompagna con il suo amore, si
manifesti concedendoci un segno, compiendo un miracolo.
Gesù non ha mai
ceduto a questa tentazione. Anche nei momenti più drammatici si è rifiutato di chiedere al Padre una prova del suo amore. Non
ha dubitato della sua fedeltà nemmeno sulla croce quando, di fronte
all’assurdità di quanto gli stava accadendo, poteva essere indotto a pensare
che anche il Signore lo avesse abbandonato.
Quando il Signore
non realizza i nostri sogni cominciano le rimostranze:
“Dov‘è Dio? Chissà se esiste! Vale la pena continuare a
credere se egli non interviene per favorire chi lo serve?”. Se egli non dà le prove di amore che esigiamo, la fede fragile rischia
di crollare.
Dio non ha
promesso ai suoi fedeli di preservarli dalle difficoltà e dalle tribolazioni.
Non ha promesso di liberarli miracolosamente dalla malattia, dal dolore, ma di
dare loro la forza perché non escano sconfitti dalle
prove. Non si può pensare che Dio ci tratti in modo diverso da come ha trattato
il proprio Figlio unigenito.
Il brano di oggi
si conclude con un’annotazione: “Dopo aver esaurito
ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al tempo
fissato” (v.13).
Luca parla
anzitutto di ogni specie di tentazione, dunque, i tre quadri che ha dipinto vanno interpretati come una sintesi di tutte le
tentazioni. Rappresentano, in modo schematico, i modi
errati di rapportarsi con tre realtà: con le cose, con le persone, con Dio.
Luca lascia
intravedere, fin dall’inizio del suo Vangelo, il momento in cui la tentazione
si manifesterà nel modo più violento e drammatico: sulla croce.
Il diavolo non si
è allontanato definitivamente, si è ritirato nell’attesa di tornare al tempo
fissato.
Si riparlerà di lui e della sua opera
seduttrice più avanti, al momento della passione quando entrerà in Giuda e lo
spingerà al tradimento (Lc 22,3). Quella sarà la
manifestazione dell’impero delle tenebre (Lc 22,53),
impero che, proprio quando penserà di celebrare il proprio trionfo, verrà sconfitto. P. Fernando Armellini,
de.it.press
Quaresima 2010. Le ceneri di papa Benedetto
Il suo cruccio è
lo spegnersi della fede. Il suo programma è condurre gli uomini a Dio. Il suo
strumento preferito è l'insegnamento. Ma la curia
vaticana lo aiuta poco. E talvolta lo danneggia - di Sandro Magister
ROMA – Oggi,
mercoledì delle ceneri, ha inizio la Quaresima secondo il rito romano. E il
vescovo di Roma vi entra, come ogni anno, con le ceneri sul capo, con una
processione penitenziale e con una messa celebrata nell'antica basilica di
Santa Sabina all'Aventino.
La Quaresima è
oggi molto sbiadita nella mentalità diffusa dell'Occidente, dove fa più notizia
il Ramadan musulmano. Ma a Benedetto XVI,
visibilmente, preme ridare senso e vigore a questo tempo di preparazione alla
Pasqua.
Quest'anno, oltre
che con il messaggio ai fedeli riprodotto più sotto e
con l'omelia del mercoledì delle ceneri, papa Joseph Ratzinger apre la
Quaresima anche con una doppia "lectio divina". La prima l'ha tenuta
pochi giorni fa ai seminaristi di Roma, la seconda la terrà domani ai preti
della diocesi.
La "lectio
divina" è una riflessione sul senso delle Sacre
Scritture fatta scegliendo un passo biblico e commentandolo. Papa
Benedetto usa dettarla a braccio, con lo stile degli antichi Padri delle Chiesa
e dei grandi maestri teologi del Medioevo, ma sempre con lo sguardo attento
alla cultura di oggi.
Venerdì scorso, 12
febbraio, commentando ai seminaristi di Roma un passo del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, il papa ha riferito di una
lettera scrittagli da un professore dell'università di Ratisbona,
che contestava la visione cristiana di Dio.
Benedetto XVI ha detto d'aver ravvisato nelle obiezioni di questo
professore "l’eterna tentazione del dualismo, cioè che forse non c’è solo
un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male, e che
il Dio buono è solo una parte della realtà".
Ed ha aggiunto:
"Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In
questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del
male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera
apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come
potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del
male?".
È impressionante
la similitudine tra queste parole del papa e ciò che ha detto Robert Spaemann, un filosofo tedesco da lui molto stimato, al
convegno internazionale su Dio promosso a Roma lo
scorso dicembre dalla conferenza episcopale italiana:
"Chi crede in
Dio, crede che la potenza assoluta e il bene assoluto
abbiano lo stesso riferimento: la santità di Dio. Gli gnostici dei primi secoli
cristiani negavano questa identità. Essi attribuivano i due predicati a due
divinità, una potenza cattiva, il 'deus universi', dio
e creatore di questo mondo, e un dio che è luce, che appare da lontano
nell’oscurità di questo mondo. [...] È importante sottolineare questo oggi, dove addirittura i sacerdoti,
anziché invocare su di noi la benedizione del Dio onnipotente, parlano soltanto
di 'Dio buono'. Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce
il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice
che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la potenza che guida
la nostra esistenza e il mondo. [...] Se il bene non
appartenesse all’essere, l’essere non sarebbe tutto, non sarebbe cioè la
totalità. [...] Ma vale anche
il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout
court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è
ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere
che in un mondo assurdo anche ogni buona intenzione sia giudicata come una assurdità".
Dall'attenzione
fortissima data a tale questione è sempre più evidente
che Benedetto XVI ha davvero assunto come "priorità" del suo
pontificato quella "di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire
agli uomini l'accesso a Dio" (così nella sua lettera ai vescovi del 10
marzo 2009). Priorità da lui recentemente ribadita nel
proposito di "aprire un cortile dei gentili" per tutti i cercatori di
Dio.
In Ratzinger è
cioè sempre più manifesta la volontà di concentrare la sua missione di papa
nella predicazione orale e scritta. Una predicazione di grande vigore
dottrinale, mirata a consolidare i fondamenti della dottrina e a
"confermare" nella fede una Chiesa ampiamente tentata da visioni
spiritualizzate e riduttive sia di Dio che di Gesù e
dei dogmi cristiani.
In questa impresa
audace, stupisce però che a papa Ratzinger non sia dato un sostegno adeguato,
da parte della sua curia.
Il comunicato
della segreteria di Stato del 9 febbraio scorso è l'ultimo segno di questo
dislivello tra il magistero del papa e l'operato della
macchina vaticana.
Chiamare in causa il papa e farsi scudo di lui per smentire un passaggio
di carte dal Vaticano a un giornale, l'utilizzo di un gendarme pontificio come
postino e la paternità curiale di un articolo con firma fittizia, sullo sfondo
di una vicenda che comunque resta intatta nei suoi tratti sostanziali di
conflitto tra la segreteria di Stato e la conferenza episcopale italiana –
conflitto al quale il papa era ed è superiore e da nessuno accusato – è parso a
molti come un atto fuori misura. Non solo slegato, ma in
contrasto stridente con la qualità e i contenuti del magistero di papa
Benedetto, a dispetto dell'approvazione formale da lui data alla
pubblicazione del comunicato e della fiducia da lui rinnovata ai suoi
collaboratori.
Di tale vicenda
www.chiesa ha dato conto pochi giorni fa in questo servizio:
Italia, Stati
Uniti, Brasile. Dal Vaticano alla conquista del mondo
Ma per tornare alle "cose di lassù", ecco qui di
seguito il messaggio con cui papa Ratzinger ha voluto introdurre la Quaresima
di quest'anno. L’Espresso on line 17
"La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo"
Cari fratelli e
sorelle, ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una
sincera revisione della nostra vita alla luce degli
insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul
vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in
Cristo" (cfr. Romani 3, 21-22).
Giustizia: “dare cuique suum”
Mi soffermo in
primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune
implica “dare cuique suum”,
dare a ciascuno il suo, secondo la nota espressione di
Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà,
però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da
assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno
non può essergli garantito per legge. Per godere di
un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può
essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di
quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e
somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto
Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo
seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia
di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di
medicine –, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il
“suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la
giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia
dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate
Dei, XIX, 21).
Da dove viene
l’ingiustizia?
L’evangelista
Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono
nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla
fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma
sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è
quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti,
cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Marco 7,
14-15.20-21). Al di là della questione immediata
relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione
permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa
esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo
presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni
la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono
l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope.
L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha
origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza
col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato,
nel peccato mi ha concepito mia madre” (Salmo 51, 7).
Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che
lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per
natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana
forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e
contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva,
sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il
comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella
del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere
fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr.
Genesi 3, 1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine
e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta
egoistica e aprirsi all’amore?
Giustizia e "sedaqah"
Nel cuore della
saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva
dalla polvere il debole” (Salmo 113, 7) e giustizia verso il prossimo. La
parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù
della giustizia, "sedaqah", ben lo esprime.
"Sedaqah" infatti
significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele;
dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr. Esodo 20, 12-17), in modo
speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr.
Deuteronomio 10, 18-19). Ma i due significati sono
legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il
contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo.
Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene
dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la
fede nel Dio che per primo ha "ascoltato il lamento" del suo popolo
ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr. Esodo 3, 8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia
verso il povero (cfr. Siracide 4, 4-5.8-9), il
forestiero (cfr. Esodo 22, 20), lo schiavo (cfr. Deuteronomio 15,12-18). Per
entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di
auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa
dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello
che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola
della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di
giustizia?
Cristo, giustizia
di Dio
L’annuncio
cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma
l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla
Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù
Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza,
perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono
giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è
in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come
strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3, 21-25).
Quale è dunque la giustizia di Cristo? È anzitutto la
giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se
stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù
significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe,
ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare
in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la
“benedizione” che spetta a Dio (cfr. Galati 3,
13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale
giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve
in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a
ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia
divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo
Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero
esorbitante. Di fronte alla giustizia della croce l’uomo si può ribellare,
perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un
essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo
proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e
accettare la propria indigenza: indigenza degli altri e di Dio, esigenza del
suo perdono e della sua amicizia.
Si capisce allora
come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre
umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per
darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della
penitenza e dell’eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare
nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr. Romani 13, 8-10),
la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore,
perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.
Proprio forte di
questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società
giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità
di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Cari fratelli e
sorelle, la Quaresima culmina nel triduo pasquale, nel quale
anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di
dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del
mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti,
imparto di cuore a tutti l’apostolica benedizione.
Benedetto XVI
Quaresima. Vincere l'ostentazione. La gratuità nasce ai piedi della croce
Nel Vangelo del
giorno delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18) ritornano alcuni
temi e passaggi che costituiscono un invito, quest’anno, a vincere
l’ostentazione, un male che sembra diffondersi nella nostra società. Il Vangelo
ricorda, infatti, di “praticare la giustizia” come un valore in sé, non
strumentale ad alcuni fini da raggiungere. Così pure Matteo richiama il valore
dell’elemosina/carità come un gesto che ha in sé la ricompensa, anziché
attendere una riconoscenza. Ancora. Matteo applica anche alla preghiera
l’aspetto della riservatezza, non solo nei luoghi e nelle parole, ma anche nei
gesti. Infine, l’evangelista parla del digiuno, della rinuncia come un luogo
per recuperare la consapevolezza di essere liberi e non di essere lodati.
Questi quattro
luoghi – la giustizia, il dono, la preghiera, il digiuno – sono i luoghi più
comuni del vivere nei quali deve emergere uno stile di vita del cristiano, che
vince la superbia, l’individualismo, lo spettacolarismo.
Proprio dalla Quaresima, ricordando che siamo
“polvere”, viene un invito forte e chiaro a vincere l’ostentazione.
L’ostentazione emerge tutte le volte che si sposa il formalismo o il
narcisismo, nelle relazioni, nelle parole e nei gesti; lo ritroviamo nella
politica, quando lo spettacolo o l’effetto ha più importanza rispetto ai
problemi, alla verità delle cose; ricompare ogni volta che vince la prepotenza
e l’oppressione; non è distante dai luoghi dell’ingiustizia e dello
sfruttamento, che si ripetono e si giustificano ogni giorno; cavalca il
pregiudizio e la discriminazione: cerca dei nemici tra le persone, alimenta lo
“stigma”; sposa forme “snob” di consumo che si accompagna agli sprechi.
Insomma, tutte le volte che si dimenticano il limite,l’alterità,
la giustizia nei rapporti con Dio e con l’uomo cresce l’ostentazione, quasi una
forma di paura di Dio e dell’altro, la dimenticanza del valore delle relazioni.
Per vincere
l’ostentazione occorre anzitutto – è ancora il Vangelo a ricordarlo – ritrovare
la paternità di Dio, sentirci a casa in mezzo alle persone, costruire la
fraternità “tra cristiani e non cristiani” (Gaudium et Spes
84). La fraternità cresce quando cresce
l’universalismo dei diritti, quando cresce la ricerca del superamento delle
disuguaglianze, quando non si accetta lo sfruttamento, quando si ama la città,
facendo nostre “le attese della povera gente” (Giorgio La Pira). La fraternità
cresce nel dono, nella condivisione che aiuta a superare le differenze, le
distanze e accompagna l’incontro, spesso difficile, con chi è nuovo o viene da
lontano, con chi fa fatica, con chi soffre, con chi è solo. La fraternità
cresce nella preghiera semplice, anche distante dai grandi eventi, con “i mezzi
poveri”, con gesti semplici (Vittorio Bachelet).
Nel documento dopo
Palermo – “Con il dono della carità dentro la storia” (1996) – i vescovi
italiani, delineando un’immagine esemplare di Chiesa,
ricordavano, tra i diversi tratti, quello di “una Chiesa che celebra la
liturgia con canti festosi e gesti semplici, ma significativi” (n. 2). La
fraternità cresce nel sacrificio, nella capacità di rinunciare come il gesto di
chi sa attendere, di chi sa non dare valore assoluto
alle cose, di chi conosce il valore della povertà e della gratuità, da
costruire con fatica ogni giorno.
La Quaresima di
quest’anno diventa allora un percorso, un cammino educativo per ricostruire la
fraternità ai piedi della croce, con Maria e Giovanni, ogni venerdì, e che si conclude nella Veglia pasquale, nell’Exultet,
nella gioia di aver saputo ritrovare il senso e il valore di ogni cosa,
insieme. È un percorso che dalla paura e dalla diffidenza porta all’incontro; è
un percorso di nuova “advocacy”, di tutela dei
diritti di tutti; è un percorso di lotta alla povertà
e di condivisione. È un percorso di carità, sostenuto dalla verità di una
Storia guidata, la storia di Gesù, che ritrova il suo valore anche nella
contemporaneità. Oggi come ieri. In questa Quaresima.
Giancarlo Perego,
direttore nazionale Migrantes
La Chiesa
Cattolica come la «grande prostituta» del mondo? Un pregiudizio antico, di
almeno cinque secoli, coltivato e declinato in ambiente anglosassone da quando
la riforma protestante prima e l’illuminismo poi le hanno attribuito anche un
valore confessionale e nazionalistico, in un mix tuttora gradito alla politica.
Piaccia o no, da qui bisogna partire per comprendere la vergogna degli abusi
sessuali perpetrati sui minori dal clero cattolico, e il perché questo sembri essere l’unico vero scandalo mondiale, quasi un
marchio del cattolicesimo contemporaneo. Un pregiudizio tira l’altro e, man
mano che la marea immonda dei preti cattolici accusati di pedofilia montava,
spesso sui media anglosassoni negli ultimi due decenni si è letto: «è la Chiesa il vero pedofilo».
Una macchia,
attribuita alla persistenza della legge sul celibato per i sacerdoti cattolici
di rito latino, e potenzialmente estesa a i
quattrocentomila chierici del cattolicesimo mondiale. In realtà, fonti non
confessionali stabiliscono allo 0,3 la percentuale di infamia
per il clero cattolico, molto più bassa di quella che colpisce altre categorie
professionali e i ministri di altre confessioni religiose i quali perché non
cattolici e perché operanti in terre anglosassoni, finiscono - giustamente - in
tribunale, ma vengono ignorati dalla stampa quella cattolica inclusa. Questa
settimana il Papa superando ogni remora, ha deciso di consegnare
inesorabilmente anche i preti pedofili irlandesi alla giustizia.
Benché la Chiesa
sia dotata di un sistema di giudizi penali infatti,
per motivi diversi tra cui l’eccesso di garanzie previste dall’attuale codice
di diritto canonico, gli interventi a carico di coloro che, in
un’indimenticabile omelia del giovedì santo del 2002 (giorno dell’eucarestia,
del sacerdozio e di Giuda) Giovanni Paolo II ha definito «i traditori
dell’umano che è in tutti noi», subiscono notevoli rallentamenti. Non a caso,
da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede Joseph Ratzinger
aveva messo a punto un modulo processuale specifico,
più snello e incisivo, bloccato però dai canonisti della curia romana che non
volevano sentirsi obbligati ad affrontare la modernità della Chiesa con
categorie giuridiche più coerenti con i tempi e le culture del cattolicesimo
contemporaneo. Prima in America poi in Australia, ora in Irlanda, Benedetto XVI
sta compiendo una rivoluzione copernicana, affidando - quindi fidandosi - alle
autorità civili il compito di far luce e giustizia sull’accaduto, e imponendo
alle comunità cattoliche coinvolte, l’onere di collaborare all’accertamento
della verità e di impegnarsi per la «guarigione delle vittime». Dal 2005 sta
edificando, con discorsi e documenti magistrali nella struttura e nei
contenuti, un insegnamento spirituale la cui carica “progressista” continua a
non essere colta da chi parla e scrive di presunte delusioni ratzingeriane che graverebbero sulla Chiesa.
Nelle ultime
settimane, quando sulla stampa anche i cattolici erano occupati solo a dare il
peggio, le iniziative che le diocesi italiane promuovevano a tutela dei posti
di lavoro a favore dell’allentamento della stretta
creditizia che sta danneggiando la piccola e media industria, non si contavano.
A fianco di «Quelle tute blu guidate più dal Papa che dalla Cgil» (è il titolo
di un articolo sul Giornale dell’economista Lodovico Festa del 4 febbraio
scorso) e seguendo le indicazioni dell’ultima enciclica dell’attuale pontefice
(unico testo-piattaforma sindacale circolante in Italia negli ultimi due anni)
la presenza, l’azione e la voce dei pastori è rimasta
costante. Come annotava Festa, la Caritas in veritate
descrive e contiene indicazioni operative che negli Stati Uniti stanno
ispirando anche la grossa sigla sindacale Uaw (United Auto Workers), per
trattare con la Casa Bianca e persino con gli interessi americani Fiat, per
spingere alla compartecipazione dei lavoratori non solo alla gestione delle
aziende, ma anche al loro rilancio produttivo, comprese le necessarie chiusure
di alcuni stabilimenti.
Oggi, per i
cattolici, inizia il periodo quaresimale. E di cenere
in testa, per quelli italiani impegnati nella vita pubblica, quest’anno ce n’è da mettere veramente tanta. Non potrebbe essere questa,
l’occasione di dichiarare una sorta di tregua mediatica? Capace magari di
lasciarci ascoltare le parole importanti, e quasi sempre
nuove, che nel magistero pontificio e in quello episcopale ci stanno invitando
al dialogo, al lavoro, al coraggio, alla fantasia politica, alla compattezza
sociale. Perché, come ricorda don Luigi Ciotti, l’importante, per tutti, è
«cercare il Cielo non oltre la vita, ma dentro la Terra dove tutti viviamo,
soffriamo, speriamo e dove inseguiamo giustizia e amore». Filippo Di Giacomo L’U 17
Elezioni,
l'appello dei vescovi: "Giustizia e integrazione al centro del voto"
Per la Cei è
"inappropriata e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli
immigrati" - "Evitare che il fenomeno sia usato pregiudizialmente e
ideologicamente per scopi elettorali"
ROMA - Al centro
la giustizia e il rispetto per gli immigrati. A poco più di un mese dalle
elezioni amministrative i vescovi italiani auspicano che la tornata elettorale
"sia un'occasione importante perchè i temi della
giustizia sociale e dell'integrazione tornino al centro dei programmi e delle
politiche locali, evitando che la tematica
dell'immigrazione sia usata pregiudizialmente e ideologicamente per scopi
elettorali". Ribandendo anche che è
"inappropriata e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli
immigrati".
Il comunicato dei vescovi, firmato dalla
Commissione Episcopale per le Migrazioni e dalla Fondazione Migrantes è stato pubblicato oggi dall'Osservatore
Romano sotto il titolo "L'integrazione torni al centro delle politiche
locali".
Nella nota, gli
organismi della Cei esortano altresì ad "un
impegno educativo e sociale del mondo del laicato cattolico, perché anche il
tema dell'immigrazione sia al centro dell'interesse comune e della vita delle
nostre città".
Ma il vero punto forte della presa di posizione dei vescovi
riguarda l'immigrazione. E il rapporto tra questa a la
criminalità. Per la Cemi e la Fondazione Migrantes questo nesso non esiste e, "pertanto, risulta impropria e falsa ogni criminalizzazione
pregiudiziale degli immigrati". Inoltre, si osserva ancora nel comunicato,
dal dossier Caritas-Migrantes del 2009 - estrapolando
le denunce presentate contro autori noti ed equiparando le classi di età tra
italiani e il numero effettivo di immigrati - si
evince un uguale tasso di criminalità tra italiani e stranieri residenti.
Impossibile non
cogliere il riferimento alle politiche leghiste in tema di stranieri e alle
parole del premier Silvio Berlusconi che rivendicando i risultati del governo
in tema di immigrazione clandestina disse: "Una
riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a
ingrossare le schiere dei criminali". Un'uscita che, immediatamente, venne criticata dai vescovi. Che oggi tornano a far
sentire la loro voce. LR 18
Conferenza episcolape
tedesca su “Economia globale ed etica sociale”
Francoforte.
“Economia globale ed etica sociale” è il titolo dello studio presentato ieri a
Francoforte sul Meno condotto da un gruppo di esperti della Conferenza
episcopale tedesca (Dbk). “Lo studio si occupa di investimenti ad orientamento etico e la valutazione delle
varie offerte presenti sul mercato non è sempre positiva”, come dichiarato da Bernhard Emunds, direttore del
progetto e docente al Nell-Breuning-Institut di
Francoforte. “Non pochi offerenti scoprono un mercato redditizio e
l’opportunità di creare un nuovo segmento clienti grazie all’etichetta
dell’etica”, ha detto Emunds che ha messo in guardia
dallo snaturare i concetti di “sostenibilità” ed
“etica”, trasformandoli in “strumenti di marketing di basso livello”. Per
aumentare la credibilità degli operatori nel settore
degli investimenti etici, il docente ha proposto la creazione di una “lista di
criteri convincente”, l’impiego della “trasparenza nelle procedure di
valutazione degli investimenti” e “un’attività di consulenza equa ai clienti”.
Per Johannes Wallacher, presidente del gruppo di esperti,
“l’investimento riferito all’etica può essere più di un piccolo ingranaggio
all’interno del sistema finanziario, qualora venga
inteso come segnale di disponibilità da parte degli investitori a sostenere le
riforme necessarie delle condizioni generali politiche”. sir
Investire in politiche di integrazione
e in figure educative
MILANO - “Gli
scontri avvenuti a Milano non sono tra etnie, ma tra bande. Non si può fare di un episodio lo
strumento per condannare il fenomeno migratorio in generale o per condannare
interi gruppi etnici africani o latinoamericani”. É quanto ha affermato
mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes
dopo i disordini in via Padova a Milano.
“Da tempo siamo consapevoli - aggiunge mons. Perego - che
nelle aree metropolitane, ma sempre di più anche nelle città di provincia sia
necessario rivedere i piani urbanistici per evitare forme di ghettizzazione. Al
tempo stesso, sempre di più emerge la necessità di investire, in un Paese come
l’Italia ormai ai primi posti in Europa per numero di immigrati
e al mondo per pressione immigratoria, in un piano organico per
l’integrazione”.
L’integrazione è
un processo, come ha detto il card. Bagnasco, “inevitabile, necessario,
irrinunciabile”, che richiede voglia di incontrare, di ascoltare; chiede nuovi
investimenti sul tema della cittadinanza e della partecipazione, sul tema della
scuola; chiede un investimento in figure di educatori e non solo di nuovi
poliziotti o vigili di quartiere; chiede un forte investimento sulla mediazione
culturale e sulla mediazione sociale. Sono questi i
tasselli mancanti o deboli nel nostro Paese di una politica dell’immigrazione.
Già ci sono segnali - conclude - positivi in tal senso
da parte delle Regioni e dei Comuni, come anche dal mondo ecclesiale e
dell’associazionismo e del volontariato, dal mondo della scuola. Serve ora un aiuto organico anche dal mondo dell’informazione,
perché le buone prassi e non solo le realtà peggiori del mondo migratorio
trovino le prime pagine”. (Migranti-press)
Cattolici, duello fra i vescovi e Bersani. "Bonino
incompatibile". "E' la migliore"
L'Avvenire
all'attacco della scelta del Pd di candidare la leader
radicale - Ma il segretario la difende. E in periferia continua l'esodo dal
partito - di GIOVANNA CASADIO
ROMA - Duello tra
Bersani e Avvenire. A quaranta giorni dalle regionali, il quotidiano dei
vescovi lancia l'affondo contro i radicali e la scelta del Pd di candidare la
leader storica del Pr, Emma Bonino alla guida della Regione Lazio. Il segretario
dei Democratici la difende: "Emma è una
fuoriclasse, è la scelta migliore". Nega Bersani che il partito stia
cambiando ragione sociale mettendo in mora i cattolici. Rivendica
anzi, in una lettera scritta al quotidiano, il rispetto e l'attenzione per la
cultura, la tradizione e i valori cattolici.
Ma Avvenire non molla e va all'offensiva per il secondo
giorno consecutivo. Il direttore Marco Tarquinio parla di
"crescente senso di allarme" e osserva: "Il caso Bonino... si
sta configurando sempre più come un caso Pd. Le sottovalutazioni e le
sufficienze si pagano. Tra radicali e cattolici c'è una incompatibilità
irriducibile". Attacco pesante. Il quotidiano dei vescovi parla
dell'operazione "insensata e truffaldina" in base alla quale "la
superabortista, l'iperliberista" Bonino ha
"l'incredibile pretesa di rappresentare i valori cattolici". Sono gli
stessi argomenti con cui la teodem Paola Binetti, ultima in ordine di tempo, ha lasciato il Pd per
l'Udc di Casini e da ieri è candidata
"governatore" nella rossa Umbria per i centristi. "Non a caso -
scrive sempre Avvenire - si stanno producendo contraccolpi, crepe e lacerazioni..." nel partito di Bersani.
Di crepe se ne
scorgono alcune. I transfughi cattolici del Pd - dal co-fondatore e ultimo
segretario della Margherita, Francesco Rutelli (che ha creato il movimento Api)
a Renzo Lusetti, Enzo Carra, Dorina
Bianchi (che sono approdati nell'Udc) - sostengono che
i contraccolpi si vedono in periferia. Al netto dei fuoriusciti noti. A Finale
Emilia, ad esempio, il sindaco Raimondo Soragni ha
convocato un consiglio comunale straordinario per farsi confermare la fiducia
dopo che il Pd, il partito da lui abbandonato, lo aveva sollecitato martedì
sulla stampa locale a dimettersi. Soragni è candidato
consigliere regionale dell'Udc e commenta: "Per i cattolici non c'è più
spazio, Bonino è l'esempio eclatante". Marco Calgaro, che è stato il vice di Chiamparino a Torino, un
democratico cattolico che ha deciso di andare nell'Api di Rutelli, elenca:
"Marco Borgione, ex assessore all'Assistenza,
dal Pd è passato all'Api; io e Gavino Olmeo facciamo gruppo in consiglio comunale. Non è che chi va via dal Pd si porta dietro truppe cammellate, però
nel tempo si vedrà l'effetto: è evidente che la deriva zapaterista
dei Democratici preoccupa".
Nel Lazio l'Udc ha
da tempo fatto una campagna acquisti a spese del Pd
con Alessandro Onorato consigliere in Campidoglio, Antonio Zanon
e, post candidatura Bonino, Matteo Costantini
segretario della storica sezione romana di via dei Giubbonari.
In Campania, la diaspora vera e propria si era già avuta con i demitiani e il loro leader transitati all'Udc. L'intreccio
tra i problemi con i cattolici e le regionali, agita i
Democratici. Bersani tuttavia rassicura ("Emma interpreta le anime della coalizione") e a Berlusconi che del voto di marzo vuole
fare un test nazionale, risponde: "Noi dove ci cerca, ci trova. Se vuole
un confronto alle regionali, abbiamo programmi e candidati. Se ritiene di fare
un confronto politico da noi problemi zero, se ci cerca
ci troverà". Affermazioni fatte durante una manifestazione elettorale con
Bonino. Beppe Fioroni, ex popolare, rincara: "Il ceppo del Ppi e dei cattolici democratici che hanno scelto il Pd continua ad essere la spina dorsale del partito. Le defezioni appartengono all'area rutelliana".
Di candidature, di cattolici, di un Pd "largo" parlerà anche
"Area democratica", la corrente di Franceschini e Veltroni che si
riunisce martedì prossimo, dopo un rinvio per tensioni interne. LR 18
Pedofilia, don Di Noto: 80
sacerdoti coinvolti in Italia in 10 anni
ROMA - pedofilia
anche in italia, con almeno 80
sacerdoti coinvolti negli ultimi dieci anni. È quanto ha sottolineato
padre Fortunato Di Noto, fondatore dell'associazione antipedofili “Meter” ai microfoni di Radio Vaticana, precisando che
quello della pedofilia è «un fenomeno che esiste, che c'è e nessuno può dire
che non è così».
L'Italia - ha ribadito - non «è immune», anche se nel paese il fenomeno
«forse è più gestito e controllato, anche se ci sono stati dei casi affrontati
con imprudenza». Un fenomeno che riguarda, ha poi aggiunto rispondendo ad una domanda dell'intervistatore, anche se in «maniera più
blanda» le suore: «Esistono casi, ci sono stati e credo che dobbiamo saperli
affrontare», anche se si tratta di un fenomeno che riguarda più gli uomini come
dimostrano i dati mondiali che vedono il fenomeno pedofilia riguardare solo nel
4-7% dell'universo femminile.
Di Noto, parroco
di Avola in Sicilia e presidente dell'associazione Meter
per la difesa dell'infanzia, ha così spiegato che «non
dobbiamo mai più permettere che qualcuno ci dica: tu sei rimasto in silenzio.
Tu non vuoi fare niente. Tu non vuoi affrontare il problema. Credo che ognuno
di noi deve assumersi le responsabilità», ha aggiunto
il sacerdote, rivolgendo «umilmente» un appello anche ai vescovi: «Credo sia
necessaria una azione pastorale molto più decisa».
«La Chiesa non può
permettersi più di coprire questa azione», ha
proseguito, spiegando che «vogliamo una Chiesa che serve l'uomo che sta dalla
parte dei poveri, che sta dalla parte dei piccoli, che evita lo scandalo. Perchè lo scandalo è qualcosa di molto serio». «Quando accadono fatti perpetrati da sacerdoti
è un danno enorme a tutta la comunità ecclesiale, a tutte le parrocchie e anche
alla Chiesa universale: credo che il Santo Padre abbia lanciato un appello»
forte, ha detto, ricordando anche la lettera ai vescovi irlandesi annunciata da
Benedetto XVI. E, parlando della lettera del pontefice attesa nei prossimi
giorni, Di Noto ha sottolineato di ritenere che da
quel documento «dovremmo attingere un po' tutti e soprattutto far sì che questa
sia una azione pastorale quotidiana, dove i bambini devono essere accompagnati,
dove i bambini devono essere educati ma dove gli adulti devono imparare a non
offendere mai l'infanzia». IM 18
Diocesi e crisi. Il territorio a testa alta. Difesa del lavoro, appello
alle imprese e nuova progettualità
La crisi economica
fa sentire i suoi pesanti effetti sul fronte occupazionale e nelle Chiese
locali si moltiplicano gli interventi di vescovi e responsabili di uffici
pastorali diocesani e del laicato cattolico a tale riguardo. Ne parliamo con
mons. Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Cei per i
problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.
Come interpretare
quest'attenzione crescente della Chiesa che è nel territorio?
"Il primo
compito della Chiesa, anche in questo contesto
difficile, è quello della preghiera, che ci rende attenti alle vicende di ogni
uomo. Illuminati dalla parola del Vangelo siamo resi
capaci di amare concretamente ogni persona, preoccuparci della sua vita, del
suo lavoro, della sua famiglia. Quest'attenzione della Chiesa è la stessa che
Gesù aveva per gli uomini del suo tempo e che continua nell'opera quotidiana e
paziente delle nostre comunità, permettendoci di vivere l'attuale crisi non con
incapace rassegnazione, ma come occasione di discernimento, di nuova progettualità, di fiduciosa speranza nelle scelte che
riguardano sempre più il destino dell'uomo".
Grazie anche
all'ultima enciclica di Benedetto XVI, sembra esserci un ritorno alla dottrina sociale…
"Stiamo
assistendo a una rinnovata attenzione da parte delle nostre comunità verso la
dottrina sociale, definita nella Caritas in veritate
'annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società'. La dottrina sociale
illumina con la luce del Vangelo i problemi sempre nuovi che emergono nella
nostra società, impegnando in primo luogo il cristiano a 'incarnare' la sua
fede. Nostro compito è far brillare la bellezza del Vangelo, far risplendere
attraverso la dottrina sociale della Chiesa la verità
dell'amore di Dio per ogni uomo".
Negli interventi
dei vescovi al primo posto vi è la tutela dei diritti dei lavoratori e della loro famiglie. Oltre a questa, doverosa, priorità viene considerata anche la complessità di una crisi
economica che ha dimensioni mondiali ed esige risposte non solo locali e
nazionali?
"Il lavoro
permette a ogni uomo di esprimere sé stesso, il
proprio talento, le proprie capacità: è espressione della creatività di ognuno
a immagine del Creatore. Purtroppo assistiamo a scelte occupazionali da parte
di alcune imprese che inseguono profitti speculativi e non si mettono a
servizio dell'economia reale e della promozione di uno
sviluppo stabile nella comunità locale in cui sono inseriti. Tali scelte
mettono in discussione la persona come metro della dignità del lavoro e l'impegno
verso la promozione di un lavoro che sia dignitoso. Allo stesso tempo, le nostre famiglie, cellule vitali della
società, non sono sostenute nelle scelte a favore della vita, che diventano di
conseguenza scelte anche economiche".
La Chiesa italiana
da anni sta realizzando, in molte regioni del Sud, il Progetto Policoro a
favore dell'occupazione giovanile: ritiene che possa essere
"esportato" anche in altre aree del Paese?
"Di per sé il
Progetto Policoro è per tutto il Paese. Il suo promotore, mons. Mario Operti, amava ripetere che 'non esistono formule magiche
per creare lavoro. Occorre investire nell'intelligenza e nel cuore delle
persone'. Questo è il Progetto Policoro, che rivela ancora oggi tutta la sua
positività perché punta a valorizzare i giovani attraverso l'annuncio del
Vangelo, l'educazione a una nuova cultura del lavoro e l'espressione di segni
di fiducia e speranza in territori che spesso vivono l'esperienza del lavoro
nero, della criminalità, della disoccupazione. Il Progetto è attivo prevalentemente
al Centro-Sud, ma prevede la reciprocità tra le diocesi del Nord e del Sud, nell'ottica dello scambio dei doni che scaturisce dalla
comunione ecclesiale".
Diverse diocesi
organizzano corsi di dottrina sociale. È utile una struttura "laboratoriale", in cui i concetti si confrontano con
persone, situazioni, problemi?
"Compito
primario di tali scuole è formare, educare i cristiani ad
essere buoni cittadini. Come cristiani abbiamo tre
grandi strumenti che ci aiutano in questa missione: la Bibbia, l'enciclica
Caritas in veritate e il Compendio della dottrina
sociale della Chiesa. Dallo studio costante di questi
preziosi strumenti - dai quali ricaviamo i principi, lo stile della
partecipazione - scaturiscono le possibili risposte ai vari problemi locali,
che vanno a interpellare le risorse di persone, enti, beni presenti su un
territorio nella reciproca fedeltà a Dio e all'uomo".
La prossima
Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010) intende mettere
"in agenda" alcune problematiche presenti nel Paese. C'è molta
partecipazione al percorso preparatorio: si sta aprendo per il laicato
cattolico una nuova stagione di impegno sociale e
politico?
"Già questo
ampio e inedito coinvolgimento di diocesi, associazioni e realtà diverse è un
primo 'successo' della Settimana Sociale. Ma è anche un indicatore del fatto che i cattolici ci
tengono a delineare prospettive d'intervento
nell'ottica del bene comune del nostro Paese. Questa è la meta, raggiungibile
solo con un rinnovato impegno dei cattolici, dando forma al 'sogno'
di cui ha parlato il card. Bagnasco nella prolusione al recente Consiglio
episcopale permanente". Sir
Vittorio Bachelet testimone di speranza
La Rai ha
cancellato la puntata della trasmissione religiosa “A sua immagine” dedicata a
Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e
Presidente dell’Azione Cattolica, nel trentesimo anniversario della morte
avvenuta per mano della follia disperata delle brigate rosse. La decisione
della Rai è stata presa in seguito all’avvio del regime di par condicio per le
elezioni regionali, poiché tale programma conteneva un’intervista, che non
aveva alcun contenuto politico, a Giovanni Bachelet, deputato del Pd, che in
occasione della messa funebre del padre pregò pubblicamente anche per i
terroristi.
Una decisione che
non sento di condividere poiché si priva il popolo italiano di ricordare uno
dei suoi uomini migliori che ha donato la vita per il bene comune in un momento
di forte crisi morale del nostro Paese ed avremmo più
che mai bisogno di sentire vicino testimoni credibili.
La figura di
Vittorio Bachelet è quanto mai attuale e, come ha scritto Carlo Azeglio Ciampi,
essa è rimasta scolpita nella memoria degli italiani “come un’immagine
luminosa”; egli è stato definito unanimemente “martire laico”, servitore fedele
dello Stato, mai uomo di parte ma testimone di un impegno teso a costruire nel
dialogo il bene di tutti.
L’unità di valori
che Vittorio seppe esprimere nelle dimensioni della sua vita forte ed equilibrata
rappresenta una cifra emblematica del suo modo di
essere “testimone della speranza”, cosa che ha portato ad una sconfitta dei
terroristi e del loro disegno di morte rafforzando la democrazia. È per questo che la memoria di Bachelet deve essere onorata e
coltivata anche tra le giovani generazioni, per ricordare la fedeltà ai valori
ispiratori della Carta costituzionale e capire il vero senso della laicità in
politica. Una laicità vissuta con moderazione ed in
senso inclusivo, tesa alla ricerca di valori condivisi, nel dialogo e
nell’ascolto, per adeguate e concrete prospettive nella costruzione del comune
futuro.
In un momento in
cui prevale la politica gridata e la sopraffazione
sull’altro, l’opera di Bachelet ci richiama a saper ascoltare e a saper unire
argomentando le proprie scelte per far crescere i legami che costruiscono una
comunità vera e forte. Bachelet ci ricorda il valore della partecipazione e
della corresponsabilità che, se pur faticosa, non va accantonata perché
assicura un cammino graduale nello sviluppo positivo della società,
percorribile se sappiamo tornare alla radice, se sappiamo porre in essere una elaborazione diffusa di cultura politica nella
prospettiva della dignità della persona, ripartendo dai diritti umani e dai
loro rapporti con la religione e la società.
Bachelet fu il
Presidente dell’Azione Cattolica che portò l’Associazione verso la scelta
religiosa che consiste - come ha scritto il card. Martini - in “un riandare
alle sorgenti così da riscoprire le radici più profonde della vita cristiana”
tracciando una linea di discontinuità con il collateralismo politico che
caratterizzava i rapporti tra i fedeli laici associati e la DC. Una scelta che
richiamava fortemente lo spirito della Lettera a Diogneto
e che porta Bachelet a lavorare per la “costruzione di una città comune in cui
ci siano meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame”.
”Noi dobbiamo
essere in questa società inquieta ed incerta (...) una
forza di speranza e cioè una forza positiva” diceva Bachelet e sono convinto
che lo direbbe anche oggi per incoraggiare ad adoperarsi per trovare la bussola
del futuro in un contesto dove la crisi economica si associa alla crisi morale
e politica, in un contesto dove si fa fatica a capire le ragioni di chi crede e
di chi non crede. Bachelet ci incoraggerebbe ad
intraprendere un cammino di speranza che si incarna in una dimensione di
laicità generosa che legata alla ragione porta a orientarsi verso la
costruzione di una società che pone al centro il bene di tutti, in una dimensione
multiculturale, e che trova riferimento forte in adeguati strumenti
costituzionali.
Nel contesto di 30anni fa, in cui la sfida antidemocratica del
terrorismo fu lanciata ai massimi livelli, Bachelet tenne fermo l’orizzonte
sulla Carta costituzionale quale ancoraggio della coesione sociale e politica
dell’Italia in quanto rappresentava un progetto di “società libera, civile e
giusta”; un progetto che doveva e io direi deve ancora oggi essere difeso non
solo dalle istituzioni ma da tutto il popolo nella corresponsabilità.
A 30 anni dall’uccisione di Vittorio Bachelet, convinto che il
seme buono porta sempre frutto passando per i tempi della storia, vorrei
riproporre le sue parole sull’ardua funzione della giustizia, perché esse
possano esserci di aiuto in un momento di forte conflittualità tra i poteri
dello Stato. Bachelet infatti diceva, come vice
presidente del CSM, che l’ordine giudiziario ha bisogno di “una autonomia che
garantisca sempre meglio la indipendenza e quindi la imparzialità dei giudici,
tanto più necessaria in una fase di così rapida e profonda trasformazione della
società e degli ordinamenti giuridici, nel cui travaglio la Magistratura non
vuole essere un corpo separato ma neppure un legno alla deriva; un collegamento
con la società e con le altre istituzioni dello Stato che consenta all’ordine
giudiziario di rispondere meglio alla antica e nuova domanda di giustizia, ma
anche di ottenere quegli strumenti – il cui apprestamento appartiene alla
responsabilità di altri poteri dello Stato – che sono indispensabili per il
funzionamento e la tempestività della amministrazione della Giustizia”. Franco Narducci, Corriere
degli Italiani
Iraq. Con una sola voce. Istituito il Consiglio dei capi delle comunità cristiane
Nel corso di una
riunione svoltasi, il 9 febbraio, nel monastero armeno ortodosso san Karabet di Baghdad, ma la notizia è trapelata solo il 13, i principali leader religiosi delle Chiese cristiane
presenti nel Paese hanno istituito il "Consiglio dei capi delle comunità
cristiane in Iraq" eleggendo alla segreteria generale mons. Avak Asadorian, vescovo della
Chiesa armeno apostolica in Iraq e come suo vice, mons. George Casmoussa, vescovo siro cattolico
di Mosul. In realtà il Consiglio si era già riunito
nel marzo 2009, ma di fatto quella del 9 febbraio è
stata la prima riunione operativa. "Lo scopo della
riunione - spiega al SIR l'arcivescovo caldeo di Kirkuk,
mons. Louis Sako, presente a san Karabet
- è quello di formare un corpo dei capi religiosi cristiani per avere una sola
voce, una posizione unitaria anche a livello politico, sociale ed anche,
speriamo, pastorale. Ci attendono grandi sfide che dobbiamo affrontare
restando uniti. L'emigrazione, il dialogo con i musulmani ed anche il prossimo
voto del 7 marzo, sono solo alcune di queste". Una posizione ribadita anche dal patriarca vicario caldeo, mons. Shlemon Warduni, che parlando al
sito Baghdadhope, ha aggiunto: "È stata una
riunione improntata sul dialogo tra le parti, confrontandoci sui principi che dovrebbero
muoverci in futuro, primo tra essi quello dell'unità tra le Chiese. Ogni sforzo in questo senso da parte dei rappresentanti delle
Chiese è valutato positivamente". All'incontro erano rappresentate 14 denominazioni religiose, tra cui quella caldea, latina,
assira, siro ortodossa, siro
cattolica, armeno ortodossa, armeno cattolica, presbiteriana e copto ortodossa.
Tra i presenti anche il patriarca caldeo, card. Mar Emmanuel
III Delly, quello della Chiesa antica d'Oriente, Mar Addai II, 11 vescovi e 4
rappresentanti delle Chiese latina, protestante, evangelica e presbiteriana. Il
SIR ha intervistato mons. George Casmoussa, vescovo siro cattolico di Mosul.
Cosa rappresenta questo Consiglio per la minoranza cristiana del Paese?
"Si tratta di
una pagina molto importante per i cristiani iracheni. Volevamo questo Consiglio
da molto tempo per riunire i capi religiosi delle Chiese cristiane, quindi
cattolici, ortodossi, protestanti. Lo scopo è quello di
rappresentare la minoranza cristiana davanti al governo e alle istituzioni e
per promuovere il dialogo ecumenico non solo sul piano teorico ma soprattutto
su quello pratico, della vita di tutti i giorni. Abbiamo stabilito che si
riunirà due volte l'anno per discutere temi di interesse
comuni come la vita dei cristiani nel Paese nelle attuali circostanze politiche
e sociali".
In chiave
ecumenica quali sono stati i principali temi affrontati?
"Promulgheremo
presto uno statuto dei cristiani iracheni in cui sono affrontate questioni
matrimoniali, catechetiche, pastorali. Stiamo redigendo un programma comune per
il catechismo nelle scuole ufficiali. Il Consiglio, tuttavia,
non si sovrapporrà al lavoro delle singole Conferenze episcopali o
Chiese".
Dal punto di vista
sociale e politico come pensate di agire? Le difficoltà
dei cristiani, attaccati, minacciati e costretti a fuggire dall'Iraq, sono ben note…
"Cercando di
avere una voce sola, un punto di vista e posizioni condivise. Tuttavia, in questa fase particolare della vita
politica irachena, a circa tre settimane dal voto del 7 marzo, abbiamo deciso
di chiedere un incontro al futuro governo, che uscirà dalle urne, per
presentare il nuovo Consiglio. Farlo adesso, infatti, significherebbe esporsi ad un gioco di alleanze politiche ed elettorali cui non
vogliamo prendere parte".
Tuttavia il voto
di marzo potrebbe rappresentare un banco di prova per verificare l'unità dei
cristiani, anche sul piano politico: eleggere nel futuro Parlamento tutti e
cinque i deputati cristiani, previsti dalla legge, sarebbe un successo, non
crede?
"Bisogna che
le istanze politiche laiche e cristiane abbiano
spazio. Al momento non abbiamo molto peso però
vorremmo avere una riunione, come segretariato del Consiglio, con i politici
cristiani e, in secondo luogo, lavorare affinché questi leader politici si
riuniscano insieme per discutere e preparare un piano comune di lavoro. Non
abbiamo mai avuto, fino ad oggi, nessun genere di incontro
con i politici di fede cristiana. È importante, quindi,
vedersi e discutere".
Quanto nuoce a
questo tentativo la frammentazione politica dei cristiani?
"Il nostro
auspicio sarebbe vedere una sola lista di candidati cristiani per mostrarci
uniti. Sfortunatamente ci sono varie liste con candidati liberi. Questo rende difficile portare avanti un blocco cristiano".
Cosa è realisticamente lecito attendersi da questo voto sotto
il profilo del cambiamento politico?
"Gli iracheni
non sembrano essere molto ottimisti sui risultati del voto di marzo poiché
questo pare poggiare sulle stesse basi settarie e comunitarie del precedente. Da più parti si sente dire che la maggioranza di oggi
sarà anche quella di domani. Quindi non si prefigurano
molti cambiamenti. Per i cristiani sarà importante che i politici che li
rappresenteranno nella prossima assemblea lavorino insieme per far conoscere le
loro istanze e ciò vale sia nel caso che facciano
parte di un solo schieramento che di più partiti. Solo così
potremo contribuire al meglio alla ricostruzione materiale e spirituale del
nostro Paese e soprattutto alla riconciliazione nazionale". Sir
Fastenzeit. Benedikt XVI: „Geht hinein in die Welt!“
Zum Auftakt der Fastenzeit hat Papst
Benedikt Priester zum Gehorsam gegenüber Gott aufgerufen. Bei der jährlichen
Audienz für die Priester der Diözese Rom ging das katholische Kirchenoberhaupt
am Donnerstagmorgen auf das im Hebräerbrief dargelegte Priesterbild ein.
Christus sei Mensch geworden, um als wahrer Priester zwischen Gott und den
Menschen zu vermitteln, führte Papst Benedikt in der „lectio
divina“ – der sorgsamen Lektüre der Heiligen Schrift
– aus. Priester seien in der Nachfolge Christi dazu berufen, Mittler zwischen
Gottvater und den Menschen zu sein. Dabei gelte es zu bedenken:
„Der Priester braucht eine
Autorisierung von Gott. Das Sakrament seiner Weihe ist ein Geschenk aus den
Händen Gottes. Nur, wenn sich in ihm beide Sphären, die göttliche und die
menschliche, treffen, kann er wirklich eine Brücke sein zwischen Gott und den Menschen.
Hierin besteht der wahre Auftrag des Priesters: Er muss diese beiden
Wirklichkeiten miteinander vereinen. Auf diese Weise führt der Priester die
Menschen dem verborgenen Gott und seiner Erlösung entgegen, hinein in das wahre
göttliche Licht und das wahre Leben.“ (rv 18)
Bischof Mixa. Der neue Erregungserreger
Walter Mixa
hat schon öfter mit umstrittenen Aussagen empört. Der streitbare Bischof weiß,
dass man in einer Mediengesellschaft zuspitzen muss, um gehört zu werden. Von
Matthias Drobinski
Meldungen über den Augsburger Bischof
Walter Mixa beginnen mittlerweile mit Floskeln wie:
"Wieder einmal sorgt ..." oder: "Erneut hat ..."
Also: Erneut empört Bischof Walter Mixa viele Menschen; diesmal, weil er gesagt hat, "die
sogenannte sexuelle Revolution" sei "sicher nicht unschuldig"
daran, dass sexueller Missbrauch "ein verbreitetes gesellschaftliches
Übel" sei.
So, wie er vorher Empörung hervorrief,
weil er sagte, die "Unmenschlichkeit des praktizierten Atheismus"
habe sich in Nationalsozialismus und Kommunismus erwiesen. Und davor, weil er
Holocaust und Abtreibung in einem Atemzug nannte; davor wiederum, weil er
sagte, der Kinderkrippen-Ausbau degradiere Frauen zu
"Gebärmaschinen".
Der neue Dyba - Bis zu seinem Tod im
Jahr 2000 hatte der Fuldaer Erzbischof Johannes Dyba unter den katholischen
Bischöfen die Rolle des Erregungserregers inne. Jetzt scheint Mixa diese Rolle zuzuwachsen, wobei ihm das Lustvolle
fehlt, mit dem Dyba Streit suchte.
Manchmal tut Mixa
leid, was er gesagt hat; dass ihm nach der Holocaust-Abtreibungs-Rede
vorgeworfen wurde, er verharmlose den Judenmord, hat ihn getroffen. Manchmal
gibt er zu, mit der gleichen Naivität formuliert zu haben, mit der er sich 2002
von einem mazedonischen Bischof in Skopje einen Koffer mit 205.000 Euro in die
Hand drücken ließ, um das Geld in Deutschland auf die Bank zu bringen - fast
wäre Mixa dafür als Devisenschmuggler im Gefängnis
gelandet.
Meistens aber meint er, was er sagt,
und er ist stolz darauf, wie er es sagt. Wer nicht zuspitzt, wird nicht gehört
in der Mediengesellschaft, findet er, und dass die Kirche laut vernehmbar sein
müsse, wenn das Land nicht den Bach hinuntergehen soll.
Und der Niedergang droht, wenn Frauen
arbeiten gehen, statt zu Hause Kinder zu erziehen, wenn Abtreibung nicht mehr
als Todsünde gilt, sexuelle Freizügigkeit herrscht und die Gottlosigkeit wächst
- ohne christlichen Glauben, gerade in seiner katholischen Form, ist für Mixa wahre Menschlichkeit nicht möglich.
Dass Differenzierungen dabei
verlorengehen, nimmt er in Kauf. Es geht auch unter, dass der Augsburger
Bischof, der zugleich Militärbischof ist, sich nachdenklich und kritisch zum
Einsatz der Bundeswehr in Afghanistan geäußert hat. Es bleibt Walter Mixa, der Kämpfer für einen konservativen Katholizismus.
Im Vatikan mag man Mixas
Tenor
Auch mancher Mitbruder im Bischofsamt
hält inzwischen die Luft an, wenn Mixa redet - weil
er fürchten muss, in den kommenden Tagen nur auf das reagieren zu müssen, was
der Augsburger vorgegeben hat und was nun die Nachrichten über die Kirche
bestimmt.
Im Vatikan mag man den Tenor, wenn auch
nicht jede Formulierung des einstigen Pfarrers von Schrobenhausen und Bischofs
von Eichstätt schätzen, der 1945 als vierjähriger, heimatvertriebener Bub ins
württembergische Heidenheim an der Brenz kam.
Und dennoch blieb Walter Mixa der größte Erfolg seiner Kirchenlaufbahn verwehrt: Er
galt als Kandidat für den Münchner Erzbischofs-Stuhl, doch Papst Benedikt XVI.
schickte ihn im Juli 2005 nicht an die Isar, sondern an den Lech. Was nur als
die kleine, nicht als die ganz große Beförderung gelten kann. SZ 18
Missbrauchsfälle in Deutschland: „Ungeahntes Ausmaß“
An diesem Donnerstag hat die
Rechtsanwältin Ursula Raue, die vom Jesuitenorden als unabhängige
Sachbearbeiterin mit Aufklärung der Missbrauchsfälle in Jesuitenschulen betraut
worden war, auf einer Pressekonferenz erste Ergebnisse vorgelegt. „Was jetzt
hier über uns hereingebrochen ist, hat eine Dimension angenommen, die bisher
nicht zu erahnen war“, kommentierte sie das vorläufige Ergebnis ihrer
Untersuchungen. Ihr Bericht bezieht sich auf Fälle, die sich Ende der siebziger
bis Mitte der achtziger Jahre an Jesuitenschulen in Deutschland ereigneten. 115
Missbrauchsopfer hätten sich inzwischen bundesweit bei ihr gemeldet, so Raue
vor den Journalisten in Berlin. Zwölf Jesuitenpatres
seien namentlich beschuldigt worden. Auch zwei Frauen sowie andere Lehrer und
Bedienstete würden des Missbrauchs beschuldigt. Der größte Teil der Opfer habe
das Canisius-Kolleg in Berlin besucht. Unter den
Opfern seien auch frühere Schülerinnen, so Raue. Zudem hätten sich ehemalige
Schüler gemeldet, die nicht an Jesuiten-Schulen waren. „Es gibt Verfehlungen
und Wunden, die heilen offenbar nicht. Und diese Wunden gehören dazu“. Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, will sich am Montag öffentlich zu den
Missbrauchsfällen äußern. (rv 18)
Missbrauch in der Kirche. Bischof erzürnt Katholiken
Augsburg. "Verantwortungslos"
nennt die Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche" die Äußerungen des
Augsburger Bischofs Walter Mixa. Die Initiative
"Kirche von unten" hält den Bischof für "persönlich
überfordert" mit dem Thema und spricht von einer "Krise des
Führungspersonals" in der katholischen Kirche.
Mixa
hatte zuvor in der Augsburger Allgemeinen die zunehmende Sexualisierung des
öffentlichen Lebens für den Missbrauch an katholischen Einrichtungen
mitverantwortlich gemacht und gesagt: "Die sogenannte sexuelle Revolution,
in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die
Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen
gefordert wurde, ist daran sicher nicht unschuldig."
Christian Weisner
von "Wir sind Kirche" wies die Aussage im Gespräch mit der FR zurück.
Kindesmissbrauch auch in Internaten habe es "lange vor der sexuellen
Revolution gegeben". Offenbar sei dem Bischof die Dimension des Problems
nicht klar. Weisner widersprach auch Mixas Ansicht, der Zölibat habe mit dem Missbrauch nichts
zu tun. Die Debatte dürfe zwar nicht darauf verengt werden, so Weisner, aber mit dem Zölibat werde jungen Menschen
"sexuelle Reife und Entwicklung unmöglich gemacht".
Der Bundesgeschäftsführer von
"Kirche von unten", Bernd Göhrig, nannte Mixas Beitrag "wenig hilfreich". Er warnte die in
der nächsten Woche tagende Bischofskonferenz vor nur kosmetischen Beschlüssen.
Es dürfe nun nicht darum gehen, das Ansehen der Kirche zu retten. Die Bischöfe
müssten sich mit der Frage beschäftigen, "wie die Strukturen der Kirche
diese Verbrechen begünstigen". Damit solle sich eine Expertenkommission
befassen. Auch kirchliche Jugendverbände sollten beteiligt werden, die sich mit
dem Thema befassten, sagte Göhrig der FR.
VON WOLFGANG WAGNER FR 17
Aschermittwoch: Mit Papst Benedikt von Kloster zu Kloster
Der Aventin –
einer der sieben Hügel Roms – ist der Schauplatz für die feierliche Eröffnung
der Fastenzeit durch Papst Benedikt XVI. Traditionsgemäß leitet er dort zur
Stunde der Redaktion dieses Newsletters eine Bußprozession leiten, die Radio
Vatikan über Partnersender live überträgt. Beginn der Liturgie und auch der
Prozession ist das Benediktinerkloster San Anselmo. Der Abtprimas der
Benediktiner, Notker Wolf, würdigt die Botschaft des
Papstes zur diesjährigen Fastenzeit im Gespräch mit uns so:
„Der Heilige Vater gibt gar keine
großen moralischen Anweisungen, sondern eine Interpretation des Menschen
überhaupt und seines Zustandes, seiner ganzen Verkrümmtheit
in sich selbst, der sich nun wieder öffnen soll auf den Anderen hin, und zwar
eben mit Gott, durch die Liebe zu Gott.“
Die Prozession führt von San Anselmo zu
einem weiteren Kloster auf dem Aventin, dem
Dominikanerkonvent von Santa Sabina. Der Generalminister des Predigerordens,
Pater Carlos Azpiroz Costa, erzählt von dem kleinen
Konflikt, in den das Kloster in jedem Jahr gerät...
„Wir gehen auf die Auferstehung zu“ -
Mit einem Pauluszitat hat Papst Benedikt XVI. seine Gedanken zur Fastenzeit bei
der Generalaudienz an diesem Mittwoch begonnen: „Jetzt ist sie da, die Zeit der
Gnade; jetzt ist er da, der Tag der Rettung“. Mit dem Aschekreuz und dem Jesu
Aufruf zu Umkehr und Glaube an das Evangelium beginne der Weg zum Osterfest:
„Umkehr und Glaube an das Evangelium
sind nicht zwei getrennte Vorgänge. Christliche Bekehrung ist nicht einfach ein
Moralismus, sondern ist die Hinkehr zu dem, was der
Herr und sagt, ist Glaube an das Evangelium, Hineintreten in die Botschaft des
Evangeliums und sich umwandeln lassen durch das Evangelium. Deswegen ist aber
auch die Umkehr nicht ein einmaliger Akt und dann geht alles gut weiter,
sondern ein Prozess, der unser ganzes Leben durchzieht...“ (rv
17)
Landgericht Düsseldorf. Das Kreuz des Anstoßes
Düsseldorf. Politiker und Amtskirche
laufen Sturm gegen den geplanten Verzicht auf Kreuze im neuen Amts- und
Landgerichtsgebäude in Düsseldorf. Der Kölner Generalvikar Dominik Schwaderlapp protestierte am Mittwoch gegen die
Entscheidung der Gerichtspräsidenten, in dem neuen Justizgebäude nicht mehr die
Kruzifixe aus den alten Sälen anzubringen.
Schwaderlapp
verwies darauf, dass die deutsche Rechtsordnung auf dem christlichen
Menschenbild beruhe. "Wer die Kreuze aus unseren Gerichtssälen entfernt,
der trennt demonstrativ unsere Rechtsordnung von ihren Wurzeln", so der
Generalvikar.
Die nordrhein-westfälische
Justizministerin Roswitha Müller-Piepenkötter (CDU)
forderte ebenfalls, die Entscheidung noch einmal zu überdenken. Es sei aber
nicht ihre Aufgabe, "in das Hausrecht der Gerichtspräsidenten
einzugreifen" und auf die Anbringung von Kreuzen politisch Einfluss zu
nehmen.
Landgerichtspräsident Heiner Blaesing berief sich auf das sogenannte Kruzifix-Urteil des
Bundesverfassungsgerichts. Danach müssten Kreuze in Gerichtssälen abgehängt
werden, wenn Angeklagte Anstoß daran nehmen. Dieses Hin und Her aber störe das
Ansehen des Symbols mehr als der komplette Verzicht. Die Entscheidung sei mit
der Präsidentin des Oberlandesgerichts, Anne-Jose Paulsen, abgesprochen. In
zwei Wochen verlässt die Justiz das bisherige Gebäude und zieht in neue Räume
um.
Eine Sprecherin des Justizministeriums
sagte auf Anfrage, Kreuze hingen nicht auf staatliche Anordnung in
Gerichtssälen, sondern aufgrund "überlieferter Übung". In NRW gebe es
auch keine entsprechende Verwaltungsvorschrift. Darüber befinde allein die
Verwaltung. Im Sinne des Kruzifix-Urteils des Bundesverfassungsgerichts
entscheide in jedem Einzelfall der Vorsitzende Richter, ob nach einer
Beanstandung ein Kreuz entfernt werde.
Der Düsseldorfer Stadtdechant Rolf
Steinhäuser sagte, ein Kreuz sei kein beliebiger Einrichtungsgegenstand, den
man wie eine Vase oder einen Aktenschrank zurücklassen könne. Er verwies
darauf, dass Kreuze im Nationalsozialismus und im Kommunismus abgehängt worden
seien. "Beide Systeme haben unser Rechtssystem und unsere Justiz
korrumpiert", so Steinhäuser.
Superintendent Ulrich Lilie sprach von
einer "fatalen Entwicklung. Wir sind noch immer eine christliche
Mehrheitsgesellschaft." Der Zeitgeist sei derzeit so liberal, "dass
wir nach allen Seiten offen sind und dabei nicht mehr wissen, für was wir stehen".
Der katholische Prälat Karl-Heinz Vogt,
kritisierte, dass einem Teil der Richter der Sinngehalt des Kreuzes verloren
gegangen sei. Das Symbol wolle das Gewissen zur Wahrheit mahnen, sagte er. Er
begrüßte geplante Gespräche zwischen Vertretern der Gerichte und der Kirchen.
Bereits 2006 hatte die Entscheidung für
Aufsehen gesorgt, in dem renovierten Trierer Justizgebäude keine Kreuze mehr
anzubringen. Der rheinland-pfälzische Justizminister Heinz Georg Bamberger
(SPD) hatte damals die Entscheidung verteidigt. kna
18
Vatikan/Irland: Sich der Verantwortung stellen
Reue, Umkehr und Buße – die Themen der
jetzt beginnenden Fastenzeit wurden in den letzten Tagen im Vatikan immer
wieder angesprochen, beim Treffen der irischen Bischöfe mit Papst Benedikt XVI.
Am Dienstag gingen die Beratungen über die Missbrauchsskandale in der irischen
Kirche zu Ende, und die Bischöfe nahmen Benedikts Aufforderung, die Krise mit
„Mut“ und „Entschlossenheit“ anzugehen, wieder mit nach Hause. Vor der Abreise
standen fünf der 24 Oberhirten Journalisten in einer Pressekonferenz am
Dienstagnachmittag Rede und Antwort. Und auch hier wurde immer wieder auf die
Fastenzeit geschaut, auf notwendige Reue und Umkehr. Der Vorsitzende der
irischen Bischofskonferenz und Bischof von Armagh, Seán Brady, sagte uns nach der Konferenz: „Es gibt hier keine einfachen Antworten oder
schnellen Lösungen. Wir sind mehr denn je überzeugt davon, dass wir Buße
brauchen. Es wird nicht alles einfach so vorbei gehen. Manche mögen dies alles
als Ablenkung von unserer wirklichen Aufgabe sehen, ich sage, das hier ist
unsere wirkliche Aufgabe: Die Frohe Botschaft zu verkünden und mit diesem
Problem umzugehen, mit unserer eigenen Verantwortung umzugehen und für unsere
Handlungen Verantwortung zu übernehmen.“
Die Spannung in der Pressekonferenz war
mit Händen zu greifen. Und immer wieder kamen die Fragen hervor, die sich auf
das „Warum“ bezogen: Wie konnte es so weit kommen? Und was ist der Weg, dass so
etwas nie mehr vorkommen kann? Dazu Kardinal Brady auf der Pressekonferenz:
„Es gab Versagen in der Leitung der
Kirche Irlands. Opfer haben uns gesagt, dass der einzige Weg, die
Glaubwürdigkeit wiederzuerlangen, unsere Demütigung sein wird. Das wollen wir
tun.“ (rv 17)
Eugen Drewermann: ''Katholische Sexualmoral ist repressiv''
Eugen Drewermann, katholischer Theologe
und Psychotherapeut, sprach mit dem Tagesspiegel über den Druck des
Priesteramts und Missbrauchsfälle in der Kirche.
Herr Drewermann, vor wenigen Wochen wurden
Fälle von sexuellem Missbrauch am katholischen Canisius-
Kolleg in Berlin öffentlich. Die katholische Kirche in den USA kämpft seit
geraumer Zeit mit einer Flut von Klagen wegen Missbrauchs. In Irland wurden
über Jahrzehnte hinweg vermutlich tausende Schüler von ihren geistlichen
Lehrern und von Priestern sexuell missbraucht und misshandelt. Sind dies alles
Einzelfälle oder gibt es einen Zusammenhang mit der katholischen Kirche?
Die katholische Kirche hat das Bild
einer von Gott gesetzten, heiligen Institution. Alle Fehler, die passieren,
gehen zurück auf das Konto fehlbarer Menschen – nie auf die Kirche. Die
Abspaltung von Institution und Person erlaubt nicht die geringste
Erfahrungskorrektur. Es gibt keine Rückkopplung. Es gibt nur zwei Ebenen, die miteinander
nicht zusammenkommen können. Das ist ein monolithischer und nach unten
hierarchisch organisierter, heiliger Apparat, der Gottes Gnade vom Himmel auf
die Erde herab- führen soll. Ganz sicher wird nicht in diesem System darüber
nachgedacht werden, wie es selber als System und als Idealsetzung die Ursache
für so viel Leid ist. Das kann nicht gedacht werden. Dies ist undenkbar, oder
das ganze System würde gesprengt werden durch die Erkenntnis, dass die
Sexualmoral verkehrt ist, dass das Papsttum verkehrt ist, dass die Spaltung
zwischen Gott und Mensch verkehrt ist, dass der Unfehlbarkeitsanspruch verkehrt
ist, dass die Unterdrückung der freien Meinung durch das Gehorsamsgebot
menschlich und religiös nicht zu halten ist. Es ist nicht irgendwas, was da
falsch läuft, die Frage der Sexualität ist ein schweres Symptom, aber sie ist
nur ein Thema. Ein Oberflächensymptom für eine Grundstruktur, die im Ganzen
nicht stimmt.
Die eigentliche Wurzel in der Häufung
der Missbrauchsfälle durch Geistliche liegt also in der katholischen
Sexualmoral?
Die katholische Sexualmoral ist ohne
Zweifel repressiv und rigide. Für Außenstehende schwer vorstellbar, aber
moraltheologisch gilt nach wie vor, dass jede Erregung sexueller Lust,
willentlich oder außerhalb der Ehe, als schwere Sünde zu betrachten ist. Diese
Anschauung wird pädagogisch in der Kindererziehung für die Jugendlichen
verpflichtend gemacht und, bereits in der Erstkommunion unterrichtet,
grundgelegt. Dementsprechend stark sind die Abwehrmechanismen gegen eine natürliche
Entwicklung.
Was bedeutet das für den Gläubigen?
Es sind zwei Faktoren, die sich daraus
ergeben: Zum einen wird die Gestalt der Frau in etwas Unberührbares, Heiliges
gesetzt. Es gibt hier keine Lernschritte der natürlichen Annäherung. Zum anderen
kann das Verbot der Frau zur Fixierung von entwicklungs-homosexuellen Phasen
führen. Nicht verboten scheint eine Weile lang Kontakt unter Jungen; wie es ja
normal ist im Jugendalter. Aber dann kann da die reifende Sexualität hinein-
drängen, mit all ihrer Triebstärke und Grenzen wegsprengend, die zu neuen
Ängsten und Schuldgefühlen führen. Es ist ein offenes Geheimnis, dass aus
Flucht vor diesen Gefahren eine ganze Reihe von Leuten den Priesterberuf erstreben.
Sie meinen, der Weg in den
Priesterberuf ist eine Flucht vor der eigenen Sexualität?
Ja. Sie fliehen vor der Sexualität, die
sie nie haben kennenlernen dürfen, und diese Flucht wird dann sogar noch heilig gesprochen. Das Fatale ist, dass die ganzen, von der
Kirche selber verursachten neurotischen Abwehrhaltungen, kirchlicherseits
ideologisch als besondere Berufung Gottes interpretiert werden. Es wird unter
Eid jemand, der mit 25 oder 28 Jahren sich weihen lässt, für sein ganzes
weiteres Leben auf diesen Entwicklungszustand festgeschrieben. Und die Ausbildung
in den Konvikten und Priesterseminaren leistet eigentlich keinerlei Beitrag zur
Weiterentwicklung und Reife. Das Ganze bleibt ein heiliges Tabu.
Dementsprechend sind diejenigen, die sich an Kindern vergangen haben, selbst
noch halbe Kinder. Sie sind festgeschrieben in ihrer Erfahrung aus ihrer
Jugend, zeitlich begrenzt auf die Phase kindlicher bzw. jugendlicher Zuneigung.
Nicht umsonst erlöscht meist das Interesse an den Objekten der Begierde, sobald
diese dem Alter entwachsen sind, in dem der Kleriker in seiner Fixierung
stecken geblieben ist.
Wie lebt der Priester im Zölibat mit
seinem Sexualtrieb?
Das geht einher mit ständigen
Schuldgefühlen, Schuldumkehrungen, Dennochdurchbrüchen,
Reueaktionen und Selbsterniedrigung. Eine endlose Mühe im Teufelskreis. Der
Sünder muss beichten und bereuen, sich der heiligen Mutter Kirche unterwerfen.
Das ist der einzige Weg der Kirche, damit umzugehen. Dass es in Wirklichkeit
wieder anders ausgeht, ist klar. Dafür gibt es endlose Rechtfertigungen. Das
ist es, was man jetzt in Canisius mit Sicherheit wird
betrachten können. Die lange Kette der Entschuldigungen der Kirche für sich
selber.
Solange die katholische Kirche an ihren
Moraldogmen festhält, wird sich also nichts ändern?
Das, was wir jetzt erleben, ist eine
Momentaufnahme von etwas, was sich in über 500 Jahren nicht verändert hat.
Nicht durch die Reformation, nicht durch die Aufklärung, nicht durch die
Frauenemanzipation, nicht durch die Demokratie als politischer Kultur im
westlichen Abendland. Durch gar nichts! Es ist gegen jede Erfahrung resistent!
Das muss es sein, weil es als Solches von Gott gegeben verstanden ist. Der
Mensch hat daher gar nicht das Recht, daran etwas zu ändern. Es wäre eine neue
Sünde, überhaupt für möglich zu halten, daran etwas zu ändern. Es hat einmal
jemand gesagt, die katholische Kirche wäre gar nicht so schlecht beraten, wenn
sie lutherisch werden wollte. Da ist was dran.
Das Gespräch führte Erwin Starke. Tsp 17
Missbrauch. Bischof Franz-Josef Bode: „Kirche hat Fehler gemacht“
Der Osnabrücker Bischof Franz-Josef
Bode hat angesichts der Missbrauchsfälle Fehler der katholischen Kirche
eingeräumt. Die Kirche sei in der Vergangenheit offenbar zu leichtfertig mit
den Tätern umgegangen, sagte Bode, der auch Vorsitzender der Jugendkommission
der Deutschen Bischofskonferenz ist, am Mittwoch im Deutschlandfunk. Nun komme
es darauf an, durch verbesserte Vorbeugung und Kommunikation künftig Missbrauch
zu verhindern. Nach Einschätzung des Bischofs wurden Täter in den 70er und 80er
Jahren teilweise einfach in andere Bistümer und Gemeinden versetzt oder zu
Exerzitien gedrängt. Dabei sei nicht berücksichtigt worden, dass es sich um
teilweise lebenslange Prägungen handele.
Skeptisch äußerte sich Bode zu Äußerungen
von Bischof Walter Mixa. Der Augsburger Bischof hatte
am Dienstag erklärt, an den Übergriffen sei die zunehmende Sexualisierung der
Öffentlichkeit in den vergangenen Jahren nicht ganz unschuldig... RV 17
Vatikan. Abscheuliche Verbrechen
Rom,Vatikan
- So harte Worte wie bei diesem zweitägigen Krisengipfel werden im Vatikan
selten gefallen sein. Von einem "abscheulichen Verbrechen" spricht
Papst Benedikt XVI., und die um ihn versammelten 24 Bischöfe Irlands müssen das
auch noch - für die Abschlusserklärung - zerknirscht unterschreiben.
Gleichzeitig bekennen sie vor dem Papst und der Welt das "Versagen der
kirchlichen Autoritäten in Irland über viele Jahre hinweg" im Umgang mit
den Tausenden Fällen von Kindesmissbrauch durch Priester und Ordensleute.
"Die irischen Bischöfe haben den
Ruf der Kirche über die Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt" aus
dem "Murphy-Bericht" über Missbrauchsfälle in der irischen
katholischen Kirche
"Im Geist des Gebets und der
brüderlichen Gemeinschaft", fährt die Erklärung vom Dienstag fort, hätten
irische Bischöfe, Papst und Spitzenvertreter der Kurie miteinander beraten - im
selben Satz aber folgt der Verweis auf die "freimütige und offene
Atmosphäre" des Treffens. Übersetzt heißt das: da sind die Fetzen geflogen.
Irland ist nach dem gewaltigen Missbrauchsskandal in den USA 2001 das zweite
große "Erdbeben", das bis in den Vatikan vordringt - dies vor allem
wegen der starken Stellung der katholischen Kirche auf der Grünen Insel: Knapp
88 Prozent der Iren sind katholisch getauft; zusammen mit Italien, Spanien und
Portugal galt Irland als eines der katholischsten Bollwerke Europas. Die
Missbrauchsfälle, die Deutschland derzeit beschäftigen, sind im Vatikan
offiziell noch nicht angekommen.
Missbrauch wurde jahrelang vertuscht
Irlands Kirche wird seit mehreren
Monaten durch die Untersuchungen zweier Regierungskommissionen erschüttert.
Besonders verheerend wirkte der "Murphy-Bericht" vom November 2009,
der nicht nur mehrere Hundert Fälle detailliert auflistet, sondern auch vier
früheren Dubliner Erzbischöfen eine jahrzehntelange Vertuschung auch
schwerwiegendster Vergehen anlastet. Die Bischöfe hätten "den Ruf der
Kirche über die Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt"; sie hätten
pädophile Priester nicht suspendiert, sondern von Pfarrei zu Pfarrei
weitergereicht; sie hätten Schuldige systematisch den staatlichen Gerichten
entzogen, nicht nur "um Skandale zu vermeiden", sondern auch "um
die Güter der Kirche zu schützen". Die letzte Bemerkung des "Murphy-Berichts"
spielt auf die hohen Schadenersatzforderungen an, die nach 2001 auf die Kirche
in den USA zugekommen waren und so manche Diözese an den Rand des Bankrotts
trieben.
Bereits nach Veröffentlichung des
Berichts hatte Benedikt XVI. die irischen Bischöfe ein erstes Mal in den
Vatikan zitiert, von "Schande" und "Verrat" gegenüber der
christlichen Lehre gesprochen und "wirksame Strategien" angefordert,
damit solche Vorgänge sich nicht wiederholten. Bis Ostern will der Papst auch
einen Brief an die irischen Katholiken schreiben. Benedikt wird darin wohl die
Linie bekräftigen, die die katholische Kirche seit dem amerikanischen Skandal
fährt: keinerlei Toleranz gegenüber den Schuldigen, deren Auslieferung an
ordentliche Gerichte, Entschuldigung und Versuche der Wiedergutmachung
gegenüber den Opfern.
Die irische Bischofskonferenz
ihrerseits hat sich bereits im Dezember "voller Demut" bei den Opfern
entschuldigt. Was diesen geschehen sei, "hätte nie passieren dürfen",
schrieben die Bischöfe. Seither ist bereits ein Oberhirte zurückgetreten;
weitere Rücktrittsangebote liegen beim Papst.
Vor dem "Murphy-Report"
enthüllte der "Ryan-Report" im Mai 2009 das schockierende Ausmaß
einer Schreckensherrschaft. Tausende hilfloser Jungen und Mädchen wurden über
sechs Jahrzehnte hinweg in Irlands katholischen "Reformschulen"
gequält, erniedrigt, geschlagen und vergewaltigt.
Paul Kreiner St.Z.
17
Marokko: „Verschärfte Aggression gegen Christen“
Dass die christliche Minderheit in
Marokko Anfeindungen ausgesetzt ist, ist nicht neu. Doch die Aggressivität, mit
der zuletzt gegen die Teilnehmer einer Bibelstunde vorgegangen wurde, hat eine
bisher unbekannte Stärke. Das meint die Nordafrika-Fachfrau von Misereor, Maria
Harmann, im Gespräch mit Radio Vatikan. Am letzten
Sonntag wurden in der Kleinstadt Amizmiz 50 Kilometer
südlich von Marrakesch ein US-Amerikaner und 18 Marokkaner, darunter fünf
Kleinkinder, von Sicherheitskräften aufgegriffen und 14 Stunden lang verhört. Harmann dazu:
„Marokko sieht sich selbst als ein
Land, das Religionsfreiheit gewährt. Diese Religionsfreiheit folgt aber dem
Verständnis, das im Nahen Osten davon herrscht, nämlich: Die Religion, in die
ich hineingeboren wurde, die soll ich ausüben und nach deren Regeln soll ich
leben dürfen. Nicht nur, was die religiöse Praxis, sondern beispielsweise auch,
was das Familienleben oder Ehegesetz angeht. Darüber hinaus aber zu versuchen,
andere Menschen dem eigenen Glauben zuzuführen, das wird eher als Störung des
sozialen Friedens empfunden.“ (rv 18)
Papst nimmt irische Bischöfe ins Gebet
Benedikt XVI. will nach Kindsmissbrauch
durch Geistliche die Glaubwürdigkeit der Kirche erneuern. 24 Würdenträger der
"grünen Insel" wurden in den Vatikan zitiert.
Rom
- So harte Worte wie bei diesem eineinhalbtägigen Krisengipfel werden im
Vatikan selten gefallen sein. Von einem „abscheulichen Verbrechen“ spricht
Papst Benedikt XVI., und die um ihn versammelten 24 Bischöfe Irlands müssen das
auch noch – für die Abschlusserklärung – zerknirscht unterschreiben.
Gleichzeitig bekennen sie vor dem Papst und der Welt das „Versagen der
kirchlichen Autoritäten in Irland über viele Jahre hinweg“ im Umgang mit den
tausenden Fällen von Kindesmissbrauch durch Priester und Ordensleute.
„Im Geist des Gebets und der brüderlichen
Gemeinschaft“, fährt die Erklärung vom Dienstag fort, hätten irische Bischöfe,
Papst und Spitzenvertreter der Kurie miteinander beraten – im selben Satz aber
folgt der Verweis auf die „freimütige und offene Atmosphäre“ des Treffens.
Übersetzt heißt das: Da sind die Fetzen geflogen.
Irland ist nach dem Bekanntwerden der
gewaltigen Missbrauchsaffäre in den USA 2001 das zweite große „Erdbeben“, das
bis in den Vatikan vordringt – dies vor allem wegen der bisher starken Stellung
der katholischen Kirche auf der „grünen Insel“: Knapp 88 Prozent der Iren sind
katholisch getauft; zusammen mit Italien, Spanien und Portugal galt Irland als
eines der katholischsten Bollwerke Europas. Die Missbrauchsfälle, die
Deutschland derzeit beschäftigen, sind im Vatikan offiziell noch nicht
angekommen.
Irlands Kirche wird seit mehreren
Monaten durch die Untersuchungen zweier Regierungskommissionen erschüttert.
Besonders verheerend wirkte der „Murphy-Bericht“ vom November 2009, der nicht
nur mehrere hundert Fälle detailliert auflistet, sondern auch vier früheren
Erzbischöfen von Dublin eine jahrzehntelange Vertuschung auch schwerwiegendster
Vergehen anlastet. Die Bischöfe hätten „den Ruf der Kirche über die
Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt“; sie hätten pädophile Priester
nicht suspendiert, sondern von Pfarrei zu Pfarrei weitergereicht; sie hätten
Schuldige systematisch den staatlichen Gerichten entzogen, nicht nur „um
Skandale zu vermeiden“, sondern auch „um die Güter der Kirche zu schützen“.
Die letzte Bemerkung des
„Murphy-Berichts“ spielt an auf die hohen Forderungen an Schadenersatz, die
nach 2001 auf die katholische Kirche in den USA zugekommen waren und so manche
Diözese an den Rand des Bankrotts getrieben hatten.
Bereits nach Veröffentlichung des
Berichts hatte Benedikt XVI. die irischen Bischöfe ein erstes Mal in den
Vatikan zitiert, von „Schande“ und „Verrat“ gegenüber der christlichen Lehre
gesprochen und „wirksame Strategien“ angefordert, damit solche Vorgänge sich
nicht wiederholten. Bis Ostern will der Papst auch einen Brief an die irischen
Katholiken schreiben.
Benedikt wird darin wohl die Linie
bekräftigen, die die katholische Kirche seit dem amerikanischen Skandal fährt:
Keinerlei Toleranz gegenüber den Schuldigen, deren Auslieferung an ordentliche
Gerichte, Entschuldigung und Versuche der Wiedergutmachung gegenüber den
Opfern.
Die irische Bischofskonferenz
ihrerseits hat sich bereits im Dezember „voller Demut“ bei den Opfern
entschuldigt. Was diesen geschehen sei, „hätte nie passieren dürfen“, schrieben
die Bischöfe. Seither ist bereits ein Oberhirte zurückgetreten; weitere
Rücktrittsangebote liegen beim Papst. Paul Kreiner Tsp
17
Vatikan/Irland: Es geht um die Wahrheit, die ganze Wahrheit
An diesem Montag und Dienstag haben im
Vatikan die Krisengespräche zu den Missbrauchsfällen in Irland stattgefunden.
24 Bischöfe und damit fast die gesamte Bischofskonferenz des Landes waren in
Rom, um mit dem Papst zu sprechen. In Einzelgesprächen und in Anwesenheit der
Chefs der wichtigsten Ministerien des Vatikans hatte jeder Bischof eine
Privataudienz mit dem Papst, um die Missbrauchsfälle und vor allem den Umgang
damit zu besprechen. Unsere Kollegin Emer McCarthy hat Bischof Joseph Duffy zu
diesen Gesprächen interviewt. Er ist Bischof von Clogher
und Sprecher der Bischofskonferenz des Landes. Mit welcher Einstellung sind die
Bischöfe in diese Gespräche hineingegangen?
„Ich denke, dass die Bischöfe eine
Verantwortung haben, so offen und ehrlich zu sein, wie es ihnen möglich ist.
Jeder Bischof wird aus seiner eigenen Erfahrung heraus sprechen, wie er die
Dinge vorfindet und wie er meint, dass die Dinge verbessert werden könnten,
denn alles ist verbesserungswürdig, soviel müssen wir zugeben. Wir versuchen,
einen Weg der moralischen Verantwortung und Ehrlichkeit zu gehen. Wir
akzeptieren, das unsere moralische Autorität in Frage gestellt wird und dass es
um nichts anderes geht als Wahrheit, die ganze Wahrheit.“
Einer der Vorwürfe gegen die Kirche
Irlands war, dass die Rolle der Laien, wie sie im letzten Konzil anvisiert war,
in Irland nie wirklich umgesetzt wurde. Hier sei eine der Ursachen für die
aktuelle Krise zu finden. Dazu sagte Bischof Duffy:
„Dem muss ich zustimmen in dem Sinn,
dass die Charismen der Laien nicht voll erkannt oder entwickelt oder zugelassen
wurden. Ein möglicher Grund dafür war, dass wir eine Überfülle an Klerikern in
Irland hatten, es gibt immer noch eine ausreichende Zahl von Priestern dort, um
die Struktur der Kirche zu erhalten. Jeder weiß das. Es ist eine Frage des
Drucks der Umstände, der der stärkste Einfluss auf die Änderung menschlichen
Verhaltens ist. Für uns stellt sich die Frage, ob wir uns in die Sache
hineinziehen lassen oder ob wir selbst aktiv werden. Natürlich sollten wir
selber aktiv sein.“
Nie wieder Missbrauch! - Der
Missbrauchsskandal habe für die Kirche des Landes eine schwere Krise ausgelöst
und das Vertrauen in die Glaubwürdigkeit der Amtsträger erschüttert – das steht
ohne Umschweife in der Schlusserklärung nach dem Krisengipfel. Benedikt XVI.
kündigt für die Fastenzeit einen Pastoralbrief an die Katholiken Irlands an.
Die Beratungen in Rom hätten in sehr offener und ehrlicher Atmosphäre
stattgefunden; die Bischöfe hätten Schmerz und Zorn zur Sprache gebracht, das
Gefühl von Verrat und die Scham, die ihnen häufig in Gesprächen mit den Opfern
begegnet sei. Irlands Oberhirten versprachen dem Papst, mit den staatlichen
Stellen Irlands – im Norden wie im Süden – und mit dem Nationalen Ausschuss für
den Schutz von Kindern zusammenzuarbeiten.
Es sei klar, dass die augenblickliche
schmerzhafte Situation sich nicht schnell lösen lassen wird, gab Papst Benedikt
zu bedenken. Die Bischöfe brauchten also jetzt einen langen Atem, um mutig die
geistliche und moralische Glaubwürdigkeit der Kirche wieder herzustellen.
Letztlich, so Benedikt, gebe es eine Verbindung zwischen der allgemeinen Krise
des Glaubens und dem Phänomen des sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Darüber
müsse die Kirche auch theologisch noch nachdenken. Ein erster, wichtiger Schritt
sei eine bessere Auswahl und Begleitung von Priesteramtskandidaten. (rv 16)
Die deutschen Bischöfe treffen sich ab Montag zu ihrer Frühjahrsvollversammlung.
Erstmals in der Geschichte der
Bischofskonferenz finden die Beratungen zu aktuellen kirchlichen und
gesellschaftspolitischen Themen in Freiburg statt. Auf der Tagesordnung stehen
unter anderem die Missbrauchsfälle an katholischen Schulen, eine Bewertung des
Afghanistan-Einsatzes sowie Fragen, wie wieder mehr Priester- und
Ordensnachwuchs gewonnen werden kann. An einem eigenen Studientag beraten die
Bischöfe über die älter werdende Gesellschaft. Feierlicher Auftakt der
Vollversammlung mit 65 Bischöfen aus allen 27 deutschen Diözesen ist der
Eröffnungsgottesdienst am Montagabend im Freiburger Münster. Die Konferenz
endet am Donnerstag. (kna)
Kindesmissbrauch in der Kirche. Bischof Mixa gibt ''sexueller Revolution'' Mitschuld
Der Augsburger Bischof Mixa gibt der "sexuellen Revolution" Mitschuld an
Missbrauchsfällen in der Kirche. Eine Verhöhnung der Opfer, sagt Grünen-Chefin
Roth.
Der Augsburger Bischof Walter Mixa ist überzeugt, dass der Kindesmissbrauch an
katholischen Einrichtungen auch eine Folge der zunehmenden Sexualisierung der
Öffentlichkeit seit den sechziger Jahren ist.
"Die sogenannte sexuelle
Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die
Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen
gefordert wurde, ist daran sicher nicht unschuldig", sagte Mixa in einem Interview mit der Augsburger Allgemeinen.
Gleichzeitig verurteilte er die
Übergriffe von Geistlichen auf Jugendliche als "besonders abscheuliches
Verbrechen".
Einen Zusammenhang von priesterlicher
Ehelosigkeit und den sexuellen Übergriffen erkennt Mixa
indessen nicht. Pädophilie und Zölibat hätten nichts miteinander zu tun.
Unabhängige Experten hätten darauf hingewiesen.
Kirchenkritiker wie der katholische
Theologe Eugen Drewermann sind anderer Meinung: Der Fehler der Kirche bestehe
darin, Priester mit dem Eheverbot zu zwingen, zwischen der Liebe zu Gott oder
den Menschen zu wählen.
Und die Grünen-Chefin Claudia Roth
reagiert scharf auf Mixas Mixtur. Der Bischof
verhöhne die Opfer, wenn er einer Sexualisierung der Gesellschaft eine
Mitschuld an den Vorfällen gebe: "Es ist nicht nur haarsträubend, sondern
auch eine beispiellose Verhöhnung der Opfer sexuellen Missbrauchs, wenn an
diesem Skandal innerhalb der katholischen Kirche nun andere schuld sein
sollen“, so die Politikerin
in der
Augsburger Allgemeinen.
Angesichts der "unseligen
Äußerungen“ des Bischofs, so Roth, stelle sich die Frage, inwieweit es in der
Kirche tatsächlich ein glaubwürdiges Interesse daran gebe, "das
erschreckende Ausmaß an Missbrauchsfällen schonungslos und selbstkritisch
aufzuklären“. Dazu müsse auch "die kritische Auseinandersetzung mit der
repressiven Sexualmoral der katholischen Kirche und ihrer Rolle bei diesem
furchtbaren Komplex des Wegsehens und der Verheimlichung“ zählen.
Mixa
argumentiert dagegen, dass "der ganz überwiegende Teil entsprechender
Sexualstraftaten von verheirateten Männern, oft im verwandtschaftlichen Umfeld
der Opfer, begangen wird“. Ehelos lebende Priester seien in der Regel sexuell
völlig normal orientiert, verzichteten aber freiwillig auf Ehe und Sexualität.
Papst wirft Bischöfen Versagen vor
Leise Kritik äußerte der Bischof am
Umgang der Kirche mit den Missbrauchsfällen: Er räumte ein, dass
Verantwortliche in der Vergangenheit gegenüber Sexualdelikten an Kindern und
Jugendlichen "zu blauäugig" waren. Doch auch dafür macht er
gesellschaftliche Fehlentwicklugen verantwortlich:
"Da sind kirchliche Verantwortungsträger möglicherweise auch einem
Zeitgeist aufgesessen, der selbst im Bereich des staatlichen Strafrechts
Resozialisierung statt Strafe propagierte.“
Unterdessen fand Papst Benedikt XVI.
klare Worte für einen anderen europäischen Missbrauchsfall: In Irland
erschüttern Enthüllungen über Vergewaltigungen und Misshandlungen Hunderter Kinder
die katholische Kirche. Bei einem Treffen mit allen irischen Bischöfen in Rom
warf Benedikt der Kirchenführung des Landes "Versagen" im Umgang mit
den Missbrauchsfällen vor und rief seine Gäste dazu auf, die "moralische
und geistige Glaubwürdigkeit" der Kirche wiederherzustellen.
Es bedürfe "konkreter
Maßnahmen", um die Wunden der Opfer zu heilen, forderte der Papst am
Dienstag nach zweitägigen Gesprächen über den Skandal. Der Papst verurteilte
erneut die "abscheulichen Verbrechen", aber auch "die schwere
Sünde, die Gott beleidigt und die nach seinem Vorbild geformten Menschen in
ihrer Würde verletzt". Von den Bischöfen sei nun "Ehrlichkeit und
Mut" gefordert.
(sueddeutsche.de/dpa/AFP)
Kritik an Bischof Mixa ''Verhöhnung der Opfer''
Der Augsburger Bischof Mixa hat mit seinen Äußerungen zum Kindesmissbrauch in der
katholischen Kirche eine Welle der Entrüstung ausgelöst. Selbst
Kirchenorganisationen gehen auf Distanz.
Scharfe Kritik an Bischof Mixa: Nach seinen Äußerungen, die sexuelle Revolution sei
mitverantwortlich für den sexuellen Missbrauch in katholischen Einrichtungen,
gehen Kirchenorganisationen auf Distanz zu dem Augsburger Kirchenoberen.
Als verantwortungslos hat die
Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche" die Aussagen Mixas kritisiert. Sexuelle Gewalt gegen Kinder, auch in
Internaten, habe es "lange vor der sexuellen Revolution gegeben",
sagte Christian Weisner von der kirchlichen
Organisation der Frankfurter Rundschau. Offenbar sei dem Bischof die
"Dimension des Problems nicht klar".
"Haarsträubender"
Erklärungsversuch
Auch Bernd Göhrig
von der Initiative "Kirche von unten" äußerte sich kritisch über den
Bischof: Er halte Mixa für "persönlich
überfordert" mit dem Thema. Zudem konstatierte Göhrig
eine "Krise des Führungspersonals" in der katholischen Kirche. Er
warnte die in der nächsten Woche tagende Bischofskonferenz vor nur kosmetischen
Beschlüssen: Es dürfe nun nicht darum gehen, das Ansehen der Kirche zu retten.
Die Bischöfe müssten sich mit der Frage beschäftigen, "wie die Strukturen
der Kirche diese Verbrechen begünstigen".
Die katholische Kirche bemüht sich seit
dem Bekanntwerden der Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg
um Schadensbegrenzung.
Mixa
hatte in einem Interview mit der Augsburger Allgemeinen gesagt, die sogenannte
sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern
auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und
Minderjährigen gefordert worden sei, sei sicher nicht unschuldig an dem jüngst
bekanntgewordenen jahrelangen sexuellen Missbrauch an Kindern innerhalb der
katholischen Kirche.
Auch die Politik zeigt sich empört von Mixas fragwürdigem Erklärungsansatz. Grünen-Chefin Claudia
Roth sagte der Augsburger Allgemeinen: "Es ist nicht nur haarsträubend, sondern
auch eine beispiellose Verhöhnung der Opfer sexuellen Missbrauchs, wenn an
diesem Skandal innerhalb der katholischen Kirche nun andere schuld sein
sollen", so die Politikerin.
Der Parlamentarische Geschäftsführer
der Grünen, Volker Beck, sagte dem Tagesspiegel: "Das Problem, das die
katholische Kirche hat, ist viel älter als die sexuelle Befreiung." Er
machte die "systematische Unterdrückung von Sexualität"
verantwortlich für die Vorfälle und wies die Thesen Mixas
als "historisch absurd" zurück.
Beck forderte auch, dass der Papst sich
der Thematik annehmen müsse: "Die weltweiten Skandale haben etwas
Systematisches an sich. Der Papst muss dafür sorgen, dass das Thema in allen
Teilen der Welt zum Thema gemacht wird. Das ist das Mindeste, was die Opfer erwarten
können." Apn
17
Auf CD und DVD: Wie Fasten befreit!
Als Geleit für die Fastenzeit bietet
das weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" wahlweise
eine Video-DVD oder eine Hör-CD mit Impulsen
bekannter katholischer Geistlicher an.
In zwei Interviews berichten
darin der Kapuzinermönch Bruder Paulus Terwitte und der
Zisterzienserpater Karl Wallner über
ihre Sichtweise des Fastens.
Einig sind sie sich vor allem über die
befreiende Wirkung des Verzichts.
Für Bruder Paulus Terwitte
ist das Fasten schon allein körperlich ein
Weg für "ein Leben in Fülle".
Pater Karl Wallner legt seinen Schwerpunkt
auf die geistlichen Möglichkeiten zur
Befreiung von Ängsten und Lasten,
die das Fasten eröffnet.
Die Interviews mit Bruder Paulus Terwitte und Pater Karl Wallner können
unentgeltlich bei "Kirche in
Not" in München auf Video-DVD und Hör-CD
bestellt werden:
www.kirche-in-not.de/shop KiN, de.it.press
Benedikt: „Das Zeugnis weckt Berufungen“
Priester sollen nicht traurig und
isoliert wirken, sondern die Botschaft des Evangeliums im eigenen Leben
ausstrahlen – dann wird es auch wieder mehr Berufungen geben. Das schreibt
Papst Benedikt in seiner Botschaft zum Weltgebetstag um geistliche Berufungen;
er wird am kommenden 25. April gefeiert. Die Botschaft des Papstes wurde an
diesem Dienstag veröffentlicht; sie trägt den Titel „Das Zeugnis weckt
Berufungen“.
Auf das Thema Missbrauchsskandale geht
Benedikt XVI. in dem Text nicht ein. Vielmehr spricht der Papst zunächst über
die großen Gestalten der biblischen Geschichte, die in besonderer Weise Gott
bezeugt hätten, etwa die Propheten. Der stärkste Zeuge für Gott in der
Geschichte der Menschen aber sei Jesus selbst. Die Berufung Petri schildert der
Papst als hervorragendes Beispiel christlicher Berufung. Der Berufene wolle
seinen Brüdern und Schwestern mitteilen, was er in der Begegnung mit Jesu
erfahren hat. Genau das geschehe auch heute in der Kirche. (rv
16)
Canisius-Colleg. Schulverwaltung fühlt sich nicht zuständig für Canisius-Fälle
Missbrauchs-Opfer fordern klare
Standards für Vorgehen bei Missbrauchsverdacht an Institutionen. Von Hadija Haruna
Das alljährliche Aschermittwochsgebet
ist eine fester Termin der Jesuiten in Deutschland. Doch
in diesem Jahr hat das öffentliche Bußgebet ein besonderes Thema: Die Gläubigen
bitten um Vergebung und beten für die Opfer sexueller Gewalt. In der Kirche
Maria Regina Martyrum in Tegel versammelten sich dazu
gestern am Abend rund 100 Bürger und Geistliche. Sie sangen, zündeten Kerzen an
und versanken in stilles Gebet. Unter den Teilnehmern waren auch frühere
Schüler des Berliner Canisius-Kollegs.
Das Wort Missbrauch fiel nicht. Es war
dennoch allgegenwärtig: „In unserer Mitte wurden Kinder und Jugendliche, die
uns anvertraut waren, hundertfach geschlagen, auf den bloßen Körper“, sagte der
Jesuitenpater Christian Herwartz. „Vieles kann ich
nicht sagen, weil es so eklig ist. Sie mussten durch diese schwere Prüfung
durch, um Gruppenführer zu werden“, sagt Herwartz und
deutet die Misshandlungen im Freizeitkeller des Canisius-Kollegs
in den 70er und 80er Jahren an. Im Kreis der Jesuiten scheint mehr bekannt zu
sein, als an diesem Abend ausgesprochen wird.
Erste offizielle Angaben zur Dimension
des sexuellen Missbrauchs von Schülern an katholischen Jesuiten-Kollegs will
die Berliner Anwältin Ursula Raue heute in einem Zwischenbericht offenlegen.
Damit wurde die Anwältin vom Jesuiten-Orden beauftragt. Demnach legten
inzwischen mehr als 100 Missbrauchsopfer ihre Fälle – und ihr Schicksal offen.
Auch die Berliner Rechtsanwältin
Manuela Groll ist um Aufklärung in den Missbrauchsfällen bemüht. Sie vertritt
neun der betroffenen ehemaligen Schüler, die sich unabhängig voneinander bei
ihr gemeldet haben. „Das ist erst der Anfang. Die Lawine ist losgetreten, doch
die Verhandlungen werden noch länger andauern.“ Zu ihrem strategischen Vorgehen
könne sie aus Gründen der Schweigepflicht nichts sagen. Die weiteren Schritte
hingen jedoch vom Zwischenbericht ab. Eine Sammelklage wie bei einem
Flugzeugabsturz sei nicht möglich, jeder Mandant müsse mit seiner individuellen
Geschichte vertreten werden. Doch alle fordern Aufklärung und Entschädigung.
„Wenn die Taten strafrechtlich nicht verjährt wären, hätten wir keine Schwierigkeiten
bei der Akteneinsicht und die Menschen könnten als Nebenkläger auftreten.“ Der
Jesuiten-Orden hat sich allerdings bereits gegen finanzielle Entschädigungen
ausgesprochen, wolle aber sonst auf die Wünsche der Opfer eingehen. Vertreter
des in München ansässigen Jesuiten-Ordens wollen nicht zur Berliner
Pressekonferenz von Raue kommen.
„Ich weiß, was Schweigen heißt. Es
schaltet dein Gehirn ab, damit Du das Gefühl in Dir unterdrücken kannst“, sagt
Norbert Denef. Denef wurde
acht Jahre lang von einem Pfarrer und einem Kirchenangestellten missbraucht.
Als erstes bekannt gewordenes Missbrauchsopfer in Deutschland erhielt er von
der katholischen Kirche eine Abfindung in Höhe von 25 000 Euro, unter einer
Bedingung: Er sollte sich verpflichten, fortan über das Geschehene zu
schweigen. Doch Denef kämpfte gegen die Klausel und
machte seinen Fall im Jahr 2000 bekannt. Heute setzt er sich für andere
Missbrauchsopfer ein.
Zu frühe Verjährung und fehlende
Zuständigkeiten seien die Probleme bei Missbrauchsfällen, sagt Denef. Die Kieler Strafrechtlerin Monika Frommel fordert
nun klare Standards, wie eine Institution – auch eine Schule – bei einem
Missbrauchsverdacht vorzugehen habe. „Bei einem Verfehlen kann sie dann auch
leichter als mitverantwortlich belangt werden.“
Die Schulaufsicht werde dann aktiv,
wenn sie entsprechende Hinweise von einer Schulleitung, Eltern oder Schülern
erhalte und die bezichtigten Akteure im Schuldienst tätig seien, sagt Jens
Stiller, Sprecher der Berliner Bildungsverwaltung. Die Senatsverwaltung sei
über die Vorfälle aus der Vergangenheit informiert worden, es sei aber kein
Fall gemeldet worden, bei dem eine Tat an der Schule in die Gegenwart reiche. Tsp 18
Katholiken in CSU und CDU Schisma in der Union
Nach drei Monaten spalten sich die
Katholiken der CSU von ihren CDU-Glaubensgenossen ab und gründen ein eigenes
Forum. Die Bayern werden der Kanzlerin weniger kritisch gegenübertreten. Von Kassian Stroh
Eigentlich wollten sie die Union
gemeinsam katholisch machen. Doch nach nur drei Monaten gehen die
"engagierten Katholiken" von CDU und CSU getrennte Wege. Für Anfang
März lädt der frühere bayerische Wissenschaftsminister Thomas Goppel (CSU) seine
Mitstreiter zu einem Gründungstreffen der "ChristSozialen Katholiken (CSK)
in der CSU".
Bislang marschierten die gemeinsam mit
ihren CDU-Gesinnungsgenossen im "Arbeitskreis Engagierter Katholiken"
(AEK). Dessen Initiator, der Publizist Martin Lohmann, begründet die Trennung
damit, dass man den "Wunsch nach bayerischer Eigenständigkeit
unterschätzt" habe. Goppel wiederum spricht vor allem von
organisatorischen und satzungsrechtlichen Fragen, denn man wolle nicht wie
Lohmann einen eigenen Verein gründen, sondern verstehe sich als Kreis innerhalb
der Partei. "Inhaltlich gibt es keine Differenzen", sagt Goppel.
"Geburtshilfe" von Seehofer
Wohl aber strategische. Denn während
Lohmann, der nach eigenen Angaben im AEK mehr als 1000 Mitstreiter gesammelt
hat, häufig mit scharfen Worten den Kurs der CDU-Vorsitzenden Angela Merkel
kritisiert, haben sich Goppel und die Seinen um Einvernehmen mit ihrer
Parteispitze bemüht. Dies sei "im AEK noch nicht so gelungen", sagt
der CSU-Bundestagsabgeordnete Norbert Geis, neben Goppel der wichtigste
Initiator der CSK.
Parteichef Horst Seehofer steht hinter
dem Ansinnen; in der CSU-Vorstandssitzung am 8. März werde er
"Geburtshilfe" für die CSK leisten, kündigt Goppel an. Entsprechend
wohlwollend wertet die CSU den Schritt offiziell. "Ich unterstütze diese
Initiative", sagt Generalsekretär Alexander Dobrindt.
Auch der Sprecher des Evangelischen
Arbeitskreises in der CSU, Parteivize Ingo Friedrich, sagt, er freue sich auf
die Zusammenarbeit mit dem CSK - komme darin doch "die zunehmende
Bedeutung christlicher Werte zum Ausdruck". Die CSK-Gründung wird in der
CSU indes auch kritisch gesehen: Der für die Beziehungen zur katholischen
Kirche zuständige CSU-Landtagsabgeordnete Joachim Unterländer hält sie
"nicht für erforderlich"; er werde nicht mitarbeiten.
Eine "Staubkruste"
Dem Gegenargument, die CSU sei doch
nicht unkatholisch - nicht einmal ein Viertel der
Mitglieder sind Protestanten -, entgegnet Goppel: "Die katholische Stimme
wurde in der Union lange Jahre nicht artikuliert, weil jeder geglaubt hat, sie
sei ohnehin da." So aber habe eine "Staubkruste" angesetzt,
zunehmend kämen auch der CSU katholische Wähler abhanden.
Auch Dobrindt
sagt: "Da geht es nicht darum, Defizite auszugleichen, sondern einem Feld,
das uns Basis ist, einen zusätzlichen Fokus zu geben." Goppel versteht die
CSK vor allem als Diskussionszirkel, der auch zu aktuellen Fragen Stellung
beziehen wolle, etwa in der Stammzellenforschung oder beim Adoptionsrecht für
Homo-Paare. Diese bezeichnet er als "die, die sich aus dem normalen Lauf
der Familie ausklinken wollen". SZ
17
Brasilien: Der Kampf gegen den Staudamm
Eine erste Niederlage hat Don Erwin
Kräutler, Bischof der Region Xingu in Brasilien,
eingesteckt. Aber er gibt nicht auf. Anfang Februar hatte die Umweltbehörde
nach monatelangem Zögern dem umstrittenen Mega-Staudamm Projekt Belo Monte
zugestimmt. Mit dem Bau in der Amazonasregion will die Regierung das derzeit
drittgrößte Wasserkraftwerk der Welt bauen. Der aus Österreich stammende
Bischof wirft den Politikern Dialogverweigerung vor. Kräutler setzt sich als
Bischof von Altamira und Präsident des kirchlichen Indianermissionsrates Cimi seit vielen Jahren öffentlich gegen den Bau des
Staudamms zur Wehr. So warnte er davor, dass das Projekt der Region „Chaos und
Tod“ bringen werde. In einem Interview mit Radio Vatikan kündigt der Bischof
nun an, dass die Erteilung der Baugenehmigung zwar eine Niederlage, aber noch
nicht das Ende der Aktionen gewesen sei:
„Das war für uns natürlich ein tiefer
Schlag. Aber dennoch heißt das jetzt nicht, dass bereits die Bagger auffahren.
Wir nutzen alle Kanäle, die uns die Verfassung gibt, aus, um – wenn auch in
letzter Stunde – gegen dieses Projekt anzukämpfen, das für die
Altamira und für den Xingu eine Katastrophe sein
wird! Ich weiß, wovon ich rede, denn ich kenne die ganze Situation hier.“
Trotz noch vieler Unklarheiten rund um
den Staudamm habe die Umweltbehörde eine Entscheidung getroffen, kritisiert
Bischof Kräutler. So seien entgegen der Verfahrensvorschriften betroffene
Gemeinden nicht öffentlich angehört worden. Auch die Landrechtsfragen seien
ungeklärt geblieben. Zudem stünden noch weitere Studien zu den möglichen
Auswirkungen des Kraftwerksbaus auf die Umwelt aus. Eines sei aber sicher, so
Kräutler: Wenn der Damm gebaut wird, versinkt ein Drittel der Provinz Altamira
in den Fluten. (kipa 16)
Debatte katholische Kirche. Vom Schmerz zur Erlösung
Zur katholischen Lehre gehört die
Verklärung körperlichen Leids. Das erklärt die Ungerührtheit, mit der die
Kirche auf ihre Skandalfälle reagiert. VON ANDREA RÖDIG
Papst Benedikt XVI. schreibt in seiner
Enzyklika "Spe salvi": "Ich denke an
die heilig gesprochene Afrikanerin Giuseppina Bakhita. Mit neun Jahren wurde sie von Sklavenhändlern entführt,
blutig geschlagen und fünfmal auf den Sklavenmärkten im Sudan verkauft. Sie
wurde täglich bis aufs Blut gegeißelt, wovon ihr lebenslang 144 Narben
verblieben." Erschienen ist diese Schrift über die christliche Hoffnung im
Jahr 2007. Und natürlich geht die Geschichte der ehemaligen Sklavin noch
weiter. Denn Bakhita lernte schließlich "nach so
schrecklichen Patronen einen ganz anderen Patron kennen […] den lebendigen
Gott, den Gott Jesu Christi. […] Dieser Patron hatte selbst das Schicksal des Geschlagenwerdens auf sich genommen und wartete nun ,zur Rechten des Vaters' auf sie." Fortan lebte Bakhita in Hoffnung und Liebe, widerstand ihren weltlichen
Kerkermeistern, trat in einen Orden ein und missionierte in der Welt. Amen.
Man darf die Fabeln, die der Papst zur
Veranschaulichung seiner Lehren wählt, nicht auf die ganze katholische
Christenheit hochrechnen. Aber Benedikt XVI. ist nicht irgendein Katholik. Und
die Geschichte, die in der Enzyklika so rührend erzählt wird, sagt einiges über
katholisches Körperverständnis aus. Sie erklärt vermittelt vielleicht auch
etwas über die bislang übliche Haltung der Kirche zu ihren dunklen
"Sexskandalen", die mit schöner Regelmäßigkeit immer wieder ans Licht
kommen - zuletzt die mehr als 20 Fälle von Missbrauch, die in den 1970er- und
1980er-Jahren am Berliner Canisius-Kolleg geschahen.
Zwei Argumente, alt und lang wie Rapunzels Zopf, werden zu solchen Anlässen gerne gegen die
katholische Kirche ins Feld geführt: ihre Sexualfeindlichkeit und ihre zum
Himmel schreiende Doppelmoral. Beide Vorwürfe gehören zusammen, beide sind
richtig. Und doch sind sie nicht so einfach und ursächlich mit den Skandalen
verknüpft, wie es scheinen mag.
Die katholische Lehre zeichnet sich
tatsächlich durch eine Sexualpanik erster Güte aus. Allerdings sind
Sinnlichkeit, Emotionalität und Leiblichkeit ebenfalls das Markenzeichen des
Katholizismus. In wohl keiner Religion spielt der Körper, die Geschöpflichkeit des Menschen eine so zentrale Rolle. Auch
die üblichen bildlichen Darstellungen biblischer Geschichten, vor allem aber
der Passionsgeschichte, des Gekreuzigten oder der sieben Schmerzen Mariens
leben von einer körperlichen Expressivität, die man nicht gerade asexuell
nennen kann.
Genau das ist der Punkt: Die
Leiblichkeit des Menschen wird in der katholisch-christlichen Lehre sehr gerne
über den Schmerz definiert. Wenn etwas das Christentum als Religion
auszeichnet, so ist es die Verklärung des Leids und die Vorstellung, man müsse
durch den Schmerz hindurch, um zur Erlösung zu gelangen. Das Leid ist dabei an
den Körper gebunden, er ist das Instrument zur Reinigung der Seele. Am
vorbildlichsten zeigen dies die Märtyrer, die in der katholischen Kirche
deshalb auch sofort heiliggesprochen werden.
Diese Leidverzückung ist auch Papst
Benedikts Fabel anzuhören. Die genaue Aufzählung der 144 Narben, die doppelt
erwähnten "Schläge bis aufs Blut" und der verniedlichende Ton, in dem
von der "kleinen afrikanischen Sklavin" die Rede ist, zeigt deutlich,
dass das Christentum ein inniges Verhältnis zu Opfern hat. Es schätzt auch
Bußrituale und tut alles, um sie im Kreislauf von Schuld und Vergebung immer
wieder neu zu inszenieren. Wehtun, demütigen und dann trösten, so geht der Weg
der wahren Erlösung und der Imitatio Christi. In
krassen Fällen kann dies - nichts für ungut - offenbar auch so weit gehen, dass
im erzwungenen Oralverkehr der priesterliche Schwanz imaginär zum Essigschwamm
mutiert, wie ihn der Herr am Kreuze gereicht bekam (so berichtete jedenfalls
der Spiegel).
Es geht hier nicht darum, das
christliche Leidensmysterium zu diffamieren. Es hat seinen Sinn, seine Tiefe,
seinen Wert. Dennoch scheint ein am Körperbild des Märtyrers und des
unschuldigen Opferlamms ausgerichtetes Denken einiges mit der unglaublichen
Ungerührtheit zu tun zu haben, die die Kirche gegenüber ihren Skandalfällen an
den Tag legt.
Natürlich ist das Verschweigen
sexuellen Missbrauchs eine gängige Methode in jeder Familie - also auch in der
Kirche. Und natürlich gehört es zur Machtpolitik, sich nicht mit Skandalen zu
beschmutzen, die so gar nicht ins eigene Selbstbild passen. Doch als tieferes
und sozusagen habituelles Motiv schwingt in der kirchlichen Ignoranz eben auch
etwas anderes mit. Die Rührung über die arme Bakhita
und die Grausamkeit des Schweigens über sexuellen Missbrauch sind zwei Seiten
des einen Phänomens, dass man Opfer im Namen der wahren Erlösung gehorsam und
demütig annimmt. Im Himmel wird ja alles gut.
Schizophrene Märchenwelt
Ob diese Verklärung von Schmerz und
Opfer auch einer Schizophrenie der missbrauchenden Priester Vorschub leistet,
die mit strafenden Schlägen Kinder und sich selbst erlösen wollen, ist schwer
zu sagen. Die viel gescholtene Doppelmoral der Kirche jedenfalls hat ihre
Ursache auch darin, dass in ihrer Lehre die Gegensätze so verdammt gerne
ineinander übergehen: fromme Sinnlichkeit in verbotenen Sex, Demut in
Autorität, Mitgefühl in Gewalt.
Es wird langsam Zeit für ein bisschen
Frischluft. Dass die katholische Kirche zunehmend von einer (hoffentlich) nicht
mehr nur voyeuristisch empörten Öffentlichkeit zur Rede gestellt wird, sei es
im Fall der gnädigen Duldung von Holocaust-Leugnern oder im Fall des gnädigen
Schutzes von klerikalen Sexualstraftätern, ist ein gutes Zeichen. Auch dass die
Bischofskonferenz im Jahr 2002 Richtlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch
herausgab und die mutige Intervention des Canisius-Kolleg-Rektors
lassen hoffen, dass vernünftigere Zeiten anbrechen.
Eigentlich könnte auch die
Rechtsprechung endlich mal ein Zeichen setzen und die Verjährungsfristen für
Missbrauch anheben. Damit die klerikalen Herren hin und wieder aus ihrer
verzückten Märchenwelt gerissen werden und sich vor ihrem irdischen Richter
verantworten müssen. Dessen Existenz ist allemal sicherer als die des
himmlischen. ANDREA RÖDIG Taz 18
Missbrauchs-Debatte. Katholische Kirche hinterfragt eigene Sexualmoral
Die Debatte um sexuellen Missbrauch
führt offenbar zu einem Umdenken innerhalb der Katholischen Kirche. Während
Bischof Mixa jüngst noch die Sexualisierung der
Gesellschaft mitverantwortlich gemacht hatte, räumt der Osnabrücker Bischof
Bode nun ein, man sei zu leichtfertig mit den Tätern umgegangen.
Am Berliner Canisius-Kolleg
in Berlin-Tiergarten wurden über Jahre Kinder und Jugendliche durch zwei Patres missbraucht.
In der katholischen Kirche gewinnt nach
einer WELT-ONLINE-Umfrage in mehreren Diözesen allmählich die Einschätzung an
Boden, in der Vergangenheit auf Fälle sexuellen Missbrauchs durch Geistliche
nicht angemessen reagiert zu haben. Offenbar sei man zu leichtfertig mit den
Tätern umgegangen, bedauerte auch der Osnabrücker Bischof Franz Josef Bode.
In den 70er- und 80er-Jahren seien
auffällig gewordene Priester in andere Bistümer oder Gemeinden versetzt worden,
sagte er im Deutschlandfunk. Bode, der als „Jugendbischof“ der Deutschen
Bischofskonferenz firmiert, setzte andere Akzente als zum Beispiel der
Augsburger Oberhirte Walter Mixa, der mit seinen
Einlassungen eine neue Debatte über Katholizismus und Sexualität entfachte.
Mixa
hatte sich von den Missbrauchsfällen in Jesuitenschulen „erschüttert“ gezeigt,
aber vor einem Pauschalverdacht gegen die Kirche gewarnt. Er deutete sexuellen
Missbrauch von Minderjährigen als ein weit verbreitetes Übel, das auch in
Familien, Schulen und Sportvereinen auftrete und ergänzte seine Analyse um den
Satz, dass an diesen „abscheulichen Verbrechen“ die „sogenannte sexuelle
Revolution sicher nicht unschuldig“ sei. Gerade in den Medien habe man eine
zunehmende Sexualisierung der Öffentlichkeit erlebt, „die auch abnorme sexuelle
Neigungen eher fördert als begrenzt“.
Von „besonders progressiven
Moralkritikern“ sei sogar eine „Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen
Erwachsenen und Minderjährigen“ gefordert worden, eine Anspielung auf frühere
Tendenzen bei den Grünen.
„Jugendbischof“ Bode argumentierte
anders: Es sei zwar richtig, dass die Gesellschaft insgesamt „sexualisiert“
sei, allerdings habe auch die Kirche mit ihrer Sexualmoral nicht immer
differenziert genug reagiert.
Mit anderen Worten: Es ist jetzt
„unsere Sache“, den Vorfällen auf den Grund zu gehen und nicht die Vorgänge mit
Hinweisen auf Verfehlungen anderer zu relativieren. Auf das „blauäugige“
Verhalten manches Verantwortlichen in der Kirche hatte freilich auch Mixa hingewiesen. Unberechtigterweise sei auf eine
Besserung der Täter in einem anderen Arbeitsfeld gehofft worden.
Seine Äußerungen über negative Folgen
der „sexuellen Revolution“ wurden von den Grünen im Bundestag „historisch
absurd“ genannt. Ihr Parlamentarischer Geschäftsführer Volker Beck nannte die
„systematische Unterdrückung der Sexualität“ als Ursache des Fehlverhaltens von
Priestern. „Lange vor der sexuellen Revolution“ habe es Missbrauchsfälle
gegeben.
In der nächsten Woche will die Deutsche
Bischofskonferenz (DBK) während ihrer Frühjahrsvollversammlung in Freiburg über
die „Umsetzung“ der 2002 beschlossenen Leitlinien für den Umgang mit sexuellen
Verfehlungen von Klerikern beraten. In einigen Bistümern wird gefordert, mehr
unabhängige Personen als Ansprechpartner für Opfer zu benennen.
Wie die Debatte ausgehen wird, ist
offen. DBK-Sprecher Matthias Kopp wagte „keine Prognose“. In der Diskussion
über die Missbrauchsfälle hat sich derweil der Vorsitzende des Episkopats,
Erzbischof Robert Zollitsch, bislang nicht zu Wort
gemeldet. Gernot Facius DW 18
Niederlande: Der ungläubige Pfarrer
Klass
Hendrikse glaubt nicht an Gott. Das teilt er mit
vielen Niederländern. Was ihn zu einem besonderen Atheisten macht – und als
Atheisten bezeichnet er sich: Er ist Pfarrer der protestantischen Gemeinde in Zierikzee und verkündet dort von der Kanzel herab, dass es
Gott nicht gebe. Und das schon lange. Ein Buch dazu hat er auch geschrieben:
„Glauben an einen Gott, den es nicht gibt“. In einem Interview mit dem
niederländischen TV-Sender Niew Amsterdam unterstreicht
er seinen Standpunkt.
„Meine Definition von Atheismus ist
ganz wörtlich: ein Atheist ist ein Nicht-Theist. Ein Theist ist jemand, der an
einen Gott auf theistische Art und Weise glaubt, an einen Gott mit
Eigenschaften, zum Beispiel Allmächtigkeit, Allgegenwart, Allwissen. Ein
Atheist verneint, dass so ein Gott existiert. Ein Atheist ist jemand, der
verneint.“
Hendrikses
Kirche hat nun ein Urteil gefällt, ob er bei diesen Ansichten Pfarrer bleiben
kann, oder nicht. Das erstaunliche Urteil: Er kann. Es taste die Fundamente der
Kirche nicht an, wenn einer ihrer Pfarrer die Existenz Gottes leugne, so das
Urteil seiner Protestantischen Kirche der Niederlande. Das Argument: Eine
Kirche müsse eine solche Meinung auch aus ihren Reihen ertragen; dies sei ein
Teil der theologischen Diskussion. (nwamsterdam 16)
Vietnam: Verhaftungswelle gegen Priester befürchtet
Der Ton der vietnamesischen Regierung
gegen die katholische Kirche im
Land wird nach Ansicht von Experten
schärfer. In einem Gespräch mit dem
weltweiten katholischen
Hilfswerk "Kirche in Not" sagte der
Menschenrechtsexperte der
Internationalen Gesellschaft für
Menschenrechte (IGFM), Vu Quoc Dung, die momentane
Situation erinnere
ihn an die Zeit kurz nach dem
Vietnamkrieg. Damals wie heute sei die
Kirche von der Regierung als
"Reaktionär" und "Feind" bezeichnet worden.
Er habe den Eindruck, dass die
vietnamesische Regierung die
Öffentlichkeit mit ihrer Propaganda
zurzeit auf eine Verhaftungswelle
unter katholischen Priestern
vorbereite, sagte Dung.
Auch der Besuch des vietnamesischen
Staatspräsidenten Nguyen Minh Triet
bei Papst Benedikt XVI. im Dezember
letzten Jahres habe an der
feindseligen Haltung der Regierung
gegenüber der Kirche nichts geändert.
Daher verspricht sich Dung auch nichts
von einer weiteren Öffnung
Vietnams gegenüber der
Weltgemeinschaft. So lange die Regierung nicht
zum Dialog mit der eigenen Gesellschaft
und der Kirche bereit sei sowie
nicht aufhöre,
bezahlte Schläger gegen Religionsgemeinschaften
einzusetzen, sei nicht zu erwarten,
dass es in den kommenden Jahren eine
Entspannung gebe. Die Integration
Vietnams in die Weltgemeinschaft dürfe
unter diesen Umständen nicht nur
einseitig erfolgen, sonst würde sie auf
Kosten der Menschenrechte geschehen,
warnte Dung.
Nach jedem diplomatischen Erfolg der
vietnamesischen Regierung in den
letzten Jahren habe sich gleichzeitig
die Menschenrechtssituation im
Land immer weiter verschlechtert,
berichtet der Menschenrechtsexperte.
Eine Unterdrückungswelle sei sowohl
nach dem Beitritt Vietnams in die
Welthandelsorganisation, als auch nach
dem Erhalt eines nicht ständigen
Sitzes im UN-Sicherheitsrat gefolgt.
Daher forderte Dung, dass in
Zukunft die Forderung nach einer
Verbesserung der Menschenrechte im Land
an jedes neue Zugeständnis gegenüber
Vietnam gekoppelt werden müsse.
Die kommunistische Partei Vietnams
beanspruche weiterhin die alleinige
Macht im Land und dulde keine
Opposition oder auch nur Kritik an ihrer
Politik. Während in der Wirtschaft ein
ungezügelter Kapitalismus
vorangetrieben werde, bemühe sich die
Regierung nach Aussage Dungs
gleichzeitig, das Entstehen einer
Zivilgesellschaft mit freiem
Meinungsaustausch und Bürgerrechten zu
verhindern. Der Staat greife
rigoros gegen jeden durch, der
Pluralität und Demokratie fordere. Nach
wie vor herrsche in Vietnam keine
Versammlungs-, Vereinigungs- und
Religionsfreiheit – trotz großer Strömungen
in der Bevölkerung, die nach
politischer Freiheit verlangen. All das
müsse bedacht werden, bevor die
internationale Gemeinschaft dem Land
weitere Zugeständnisse gewähre,
forderte Dung.
In diesem Jahr jährt sich das Ende des
Vietnamkriegs zum 35. Mal.
Gleichzeitig feiert die Kirche in
Vietnam den 350. Jahrestag der ersten
Apostolischen Vikariate und den 50.
Jahrestag der Errichtung der
katholischen
Hierarchie im Land. KiN 18
Verdacht auf Kindesentführung. Acht US-Missionare in Haiti freigelassen
Nach mehreren Wochen Haft in Haiti
wurden acht von zehn Missionare frei gelassen. Der
Vorwurf, sie wollen Kinder entführen, bestätigte sich nicht. Die Beschuldigten
versuchten ohne Adoptionsdokumente 33 Kinder über die Grenze zu bringen. Zudem
war unklar, ob diese wirklich ihre Eltern verloren hatten.
Zwei Missionare müssen weiterhin in
Haft bleiben, um Fragen zu beantworten
Acht von zehn in Haiti wegen des
Verdachts der Kindesentführung festgenommene US-Missionare sind wieder frei.
Sie befänden sich auf den Weg in die Vereinigten Staaten, teilte das
US-Außenministerium mit.
Das zuständige Gericht habe keine
Beweise gefunden, die eine kriminelle Absicht der Freigelassenen belegten.
Allerdings blieben die Leiterin der
Gruppe sowie eine weitere Frau in Gewahrsam, weil sie noch zu ihren früheren
Reisen nach Haiti befragt werden sollten, hieß es.
Die US-Bürger waren zweieinhalb Wochen
nach dem verheerenden Erdbeben auf Haiti Mitte Januar festgenommen worden, als
sie 33 Kinder außer Landes bringen wollten.
Nach damaligen Angaben der Behörden
konnten die fünf Frauen und fünf Männer, von denen die meisten einer
Baptisten-Gemeinde in Idaho angehören, keinerlei Adoptionsdokumente vorweisen.
Zudem lägen keine Beweise vor, dass die
Kinder bei dem Beben ihre Eltern verloren hätten. Die Leiterin der Gruppe hatte
erklärt, sie habe lediglich Waisen helfen wollen.
Haiti wurde durch das Beben stark
zerstört. Mindestens 212.000 Menschen starben.
Viele Kinder wurden zu Waisen. Unicef und die Regierung Haitis hatten wiederholt vor
Kindesentführungen und illegalen Adoptionen gewarnt. Rtr 18