Notiziario religioso  19-21  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Perchè... i tuoi discepoli non digiunano?”  1

2.       Sabato 20. Il commento al Vangelo. La chiamata di Levi 1

3.       Domenica 21. Il commento al Vangelo. Gesù nel deserto tentato dal diavolo  1

4.       Domenica 21. I di Quaresima. La tentazione: un’opportunità più che un pericolo  2

5.       Quaresima 2010. Le ceneri di papa Benedetto  4

6.       "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo"  5

7.       Quaresima. Vincere l'ostentazione. La gratuità nasce ai piedi della croce  5

8.       La giustizia terrena del Papa  6

9.       Elezioni, l'appello dei vescovi: "Giustizia e integrazione al centro del voto"  6

10.   Conferenza episcolape tedesca su “Economia globale ed etica sociale”  7

11.   Investire in politiche di integrazione e in figure educative  7

12.   Cattolici, duello fra i vescovi e Bersani. "Bonino incompatibile". "E' la migliore"  7

13.   Pedofilia, don Di Noto: 80 sacerdoti coinvolti in Italia in 10 anni 7

14.   Diocesi e crisi. Il territorio a testa alta. Difesa del lavoro, appello alle imprese e nuova progettualità  8

15.   Vittorio Bachelet testimone di speranza  8

16.   Iraq. Con una sola voce. Istituito il Consiglio dei capi delle comunità cristiane  9

 

 

1.       Fastenzeit. Benedikt XVI: „Geht hinein in die Welt!“  9

2.       Bischof Mixa. Der neue Erregungserreger 10

3.       Missbrauchsfälle in Deutschland: „Ungeahntes Ausmaß“  10

4.       Missbrauch in der Kirche. Bischof erzürnt Katholiken  10

5.       Aschermittwoch: Mit Papst Benedikt von Kloster zu Kloster 10

6.       Landgericht Düsseldorf. Das Kreuz des Anstoßes  11

7.       Vatikan/Irland: Sich der Verantwortung stellen  11

8.       Eugen Drewermann: ''Katholische Sexualmoral ist repressiv'' 11

9.       Missbrauch. Bischof Franz-Josef Bode: „Kirche hat Fehler gemacht“  12

10.   Vatikan. Abscheuliche Verbrechen  12

11.   Marokko: „Verschärfte Aggression gegen Christen“  13

12.   Papst nimmt irische Bischöfe ins Gebet 13

13.   Vatikan/Irland: Es geht um die Wahrheit, die ganze Wahrheit 13

14.   Die deutschen Bischöfe treffen sich ab Montag zu ihrer Frühjahrsvollversammlung. 14

15.   Kindesmissbrauch in der Kirche. Bischof Mixa gibt ''sexueller Revolution'' Mitschuld  14

16.   Kritik an Bischof Mixa ''Verhöhnung der Opfer'' 14

17.   Auf CD und DVD: Wie Fasten befreit! 15

18.   Benedikt: „Das Zeugnis weckt Berufungen“  15

19.   Canisius-Colleg. Schulverwaltung fühlt sich nicht zuständig für Canisius-Fälle  15

20.   Katholiken in CSU und CDU Schisma in der Union  16

21.   Brasilien: Der Kampf gegen den Staudamm   16

22.   Debatte katholische Kirche. Vom Schmerz zur Erlösung  16

23.   Missbrauchs-Debatte. Katholische Kirche hinterfragt eigene Sexualmoral 17

24.   Niederlande: Der ungläubige Pfarrer 17

25.   Vietnam: Verhaftungswelle gegen Priester befürchtet 18

26.   Verdacht auf Kindesentführung. Acht US-Missionare in Haiti freigelassen  18

 

 

 

 

 

Venerdì 19. Il commento al Vangelo. “Perchè... i tuoi discepoli non digiunano?”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 9,14-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Le parole di Gesù e le sue prese di posizione suscitano perplessità e dissenso nei farisei e nei discepoli di Giovanni. Essi digiunavano per affrettare la venuta del Messia e per disporsi ad accoglierlo.

I discepoli di Gesù sono convinti che il Messia è già con loro e quindi vivono il tempo della festa, non del digiuno. Più tardi lo Sposo sarà loro tolto (allusione alla morte di Gesù) e allora digiuneranno.

Il digiuno cristiano è rivolto al passato, in quanto commemora la morte di Gesù, ma è rivolto anche al futuro, in quanto attende l’avvento del regno di Dio. La comunità cristiana è radunata sotto la croce di Cristo in attesa di radunarsi con lui nella gloria della risurrezione e della vita eterna. De.it.press

 

 

 

 

 

Sabato 20. Il commento al Vangelo. La chiamata di Levi

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 5,27-32) commentato da P. Lino Pedron 

 

27 Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28 Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

29 Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. 30 I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». 31 Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32 io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

L’essenza del cristianesimo non è una dottrina, ma la persona di Gesù. Egli rivolge ad ogni uomo l’invito: "Seguimi" (v. 27).

Levi lascia tutto e segue Gesù. Non è un atto di rinuncia fine a se stesso. E’ il gesto di uno che ha scoperto il vero tesoro nel campo della sua vita, di chi ha trovato la perla preziosa (cfr Mt 13).

Gesù mangia con Levi e i suoi amici. Dio diventa nostro commensale e noi diventiamo un’unica famiglia con lui. Egli chiama a questo banchetto gli esclusi e i peccatori. La sua cena non è riservata ai "puri". Proprio per questo essi rifiutano di parteciparvi e brontolano.

Gesù si immerge nel mondo dei peccatori per far sorgere in esso la conversione. La sua missione è di salvare i peccatori, come quella del medico è di guarire i malati.

Il guaio dei farisei di tutti i tempi è di non voler capire che la salvezza è dono dell’amore di Dio e non merito dell’uomo. Ciò che salva l’uomo non è il suo amore per Dio, ma l’amore gratuito di Dio per lui. De.it.press

 

 

 

 

 

Domenica 21. Il commento al Vangelo. Gesù nel deserto tentato dal diavolo

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 4,1-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. 3 Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». 4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo». 5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». 8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». 9 Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te,

 perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12 Gesù gli rispose: «E' stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». 13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.

Questo racconto serve per far comprendere il messianismo di Gesù che rifiuta di prendere il potere politico (cfr Mc 6,45; Gv 6,15), di fare un segno divino per costringere tutti a credergli (cfr Lc 11,16; Mc 8,11) e di seguire una via satanica che gli facesse evitare la croce per ottenere il Regno (cfr Mc 8,31-33).

Le tentazioni non sono da relegare solo all’inizio del ministero di Gesù. La sua vita fu tentazione e lotta fino alla fine.

Gesù esce dal Giordano pieno di Spirito. Lo stesso Spirito riempie anche noi e ci conduce nel deserto di questa vita perché usciamo vittoriosi dalla prova.

Il deserto è il simbolo della vita umana; è il cammino verso la terra promessa, verso Dio. E’ figura della vita stessa del battezzato, con tutti i suoi pericoli e le sue paure attraverso i quali lo Spirito lo conduce.

I quaranta giorni sono un’allusione ai quarant’anni trascorsi dal popolo d’Israele nel deserto.

Il diavolo è colui per la cui invidia entrò la morte nel mondo (cfr Sap 2,24), colui che insinuò nel cuore di Adamo il sospetto e la sfiducia in Dio e lo portò a disubbidire e ad allontanarsi da lui (cfr Gen 3). E’ il vero protagonista del male contro il quale Cristo lotta e vince.

La radice con cui questo male si radica nell’uomo è l’egoismo. Il rimedio al male è la fede.

Gesù è venuto nel mondo per mostrare il vero volto del Padre vivendo da Figlio. La tentazione continua dell’uomo è quella di non credersi creatura di Dio.

La forza per vincere la tentazione è il ricorso alle Scritture, l’obbedienza alla parola di Dio. Il primo pane, la prima sorgente della vita è Dio stesso. Egli non si pone in antagonismo con l’uomo, ma in rapporto di priorità rispetto a tutto il resto: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33).

Gesù non ottiene il Regno perché si abbassa a adorare il diavolo, ma proprio perché lo rifiuta radicalmente. E questa scelta lo porterà sulla croce.

Proprio sulla croce Gesù inaugura il suo regno. Uno dei malfattori aggiunse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,42-43).

Il regno di Dio sulla terra è l’adorazione del vero Dio perché è la libertà dell’uomo da ogni idolo. L’uomo, immagine di Dio, realizza se stesso solo se si pone in adorazione davanti a Dio.

Bisogna obbedire a Dio, non tentarlo. La nostra vita è salva se ci mettiamo nelle sue mani senza porre condizioni, vivendo radicalmente la preghiera insegnataci da Gesù: "Padre, … sia fatta la tua volontà".

Gesù supera ogni specie di tentazione. Così egli vince tutto il male dell’uomo e crea lo spazio di libertà dal maligno.

Il "tempo fissato" per il ritorno del diavolo è evidentemente il momento della Passione, dove l’istigazione di satana si manifesterà attraverso i capi del giudaismo e perfino attraverso qualche discepolo.

L’opposizione contro Gesù non è stata mossa da zelo religioso o da interesse per l’onore di Dio e dell’uomo, ma dall’attaccamento al proprio potere e al proprio prestigio.

Luca vuole indicare in Gesù, vincitore delle tentazioni del demonio, un modello a cui i cristiani devono ispirarsi nelle lotte che sostengono per non tradire i propri impegni battesimali. De.it.press

 

 

 

Domenica 21. I di Quaresima. La tentazione: un’opportunità più che un pericolo

 

Dall’analisi dei testi biblici emerge un dato curioso: gli empi non sono mai tentati da Dio; la tentazione è un privilegio riservato ai giusti. Ben Sirac raccomanda al discepolo: “Figlio, preparati alla tentazione. Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perché Dio prova gli uomini ben accetti nel crogiolo del dolore” (Sir 2,1.4-5). Le disgrazie e i fallimenti mettono a dura prova la fedeltà al Signore, ma anche la fortuna ed il successo possono costituire un’insidia per la fede.

La tentazione offre l’opportunità di fare un balzo in avanti, di migliorare, di purificarsi, di consolidare le scelte di fede. Comporta anche il rischio dell’errore: “Il fascino del vizio deturpa anche il bene – afferma l’autore del libro della Sapienza – e il turbine della passione travolge una mente semplice” (Sap 4,12). Tuttavia la tentazione non è una provocazione al male, ma uno stimolo alla crescita, un passaggio obbligato per raggiungere la maturità.

Paolo assicura: “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1 Cor 10,13).

L’autore della Lettera agli Ebrei ricorda un’altra verità consolante: Gesù ha sperimentato le nostre stesse tentazioni, per questo “sa compatire le nostre infermità” e “per il fatto di essere stato messo alla prova, è in grado di venire in aiuto di coloro che subiscono la tentazione” (Eb 4,15; 2,18).

 

Prima Lettura (Dt 26,4-10)

 

Mosè parlò al popolo, e disse: 4 “Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all‘altare del Signore tuo Dio 5 e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. 6 Gli egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. 7 Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; 8 il Signore ci fece uscire dall‘Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, 9 e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele. 10 Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. Le deporrai davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio”.

 

“Il meglio delle primizie del tuo suolo lo porterai alla casa del tuo Dio” (Es 23,19). Questa era la disposizione della Torah e in primavera, all’inizio della mietitura dell’orzo, il primo covone veniva portato nel tempio e offerto al Signore (Es 23,16). Dopo sette settimane, a conclusione della raccolta del grano, si celebrava la festa di Pentecoste e anche in questa occasione erano presentate a Dio le primizie (Es 34,22), non di tutti i frutti del campo, ma solo di quelle sette specie che sono il simbolo della terra d’Israele: il grano, l’orzo, l’uva, i fichi, i melograni, le olive e i datteri (Dt 8,8).

Con questo rito si proclamava solennemente che Dio era il padrone della terra e di quanto essa produce. Oltre a questa offerta pubblica ce n’era un’altra, privata, celebrata da ogni singolo gruppo familiare. E’ a questa che fa riferimento la lettura di oggi.

Quando i frutti cominciavano a spuntare sugli alberi, il contadino segnava con un nastro i primi e, non appena erano maturi, li poneva in un cesto. Poi, accompagnato da tutta la sua famiglia, li portava al tempio. Nel consegnarli al ministro di Dio, diceva: riconosco che questi frutti non mi appartengono, sono un dono del Signore, sono cresciuti sulla terra che egli mi ha dato (Dt 26,1-3).

 

E’ a questo punto che inizia la nostra lettura: il sacerdote prendeva il cesto e lo deponeva davanti all’altare del Signore, poi invitava il contadino a fare la sua professione di fede. Lo aiutava recitando ad alta voce, in ebraico, ogni versetto del Credo e il pellegrino ripeteva, parola per parola, ciò che udiva.

Alcuni pensano che il Credo sia una specie di elenco di verità astratte che è necessario ammettere se non si vuole essere considerati eretici.

Se chiedessimo invece a un ebreo qual è la sua fede, egli ci risponderebbe con un racconto. Comincerebbe così: “Mio padre, Giacobbe, era un arameo errante” e continuerebbe narrando la storia del suo popolo e le gesta compiute dal Signore in suo favore.

La parte centrale della lettura di oggi (vv.5-9) contiene, in sintesi, proprio questa storia di salvezza. In essa si colgono facilmente due contrasti.

Il primo fra la situazione da cui ha avuto origine Israele (…da un “arameo errante”, senza terra, senza sicurezza, senza patria) e la realtà attuale: nel tempio c’è un agricoltore benestante che, con la sua famiglia, celebra sereno la festa, offre i frutti dei suoi campi, si rallegra perché i raccolti si annunciano abbondanti. L’indigenza si è mutata in prosperità.

Il secondo contrasto è fra la condizione di schiavitù e quella della libertà. In terra straniera Israele è stato oppresso, maltrattato, umiliato, ora vive libero e felice.

Viene da chiedersi: chi ha operato questi prodigiosi capovolgimenti?

Nella sua professione di fede, il pio israelita dà la risposta: “Il Signore vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele” (vv.8-9).

Con la cerimonia delle primizie e con la proclamazione della professione della loro fede, gli israeliti riconoscono che Dio è stato fedele alle sue promesse e che la loro vita dipende completamente dalla sua generosità. Tutto ciò che hanno è un dono suo.

 

Che fine facevano le primizie portate al tempio dal contadino?

Forse la risposta che ci viene in mente è: erano donate ai ministri che avevano officiato il rito.

Peccato che la nostra lettura si fermi al v. 10 e non riporti i versetti seguenti. I frutti non venivano bruciati sull’altare né erano dati ai sacerdoti. Erano consegnati ai “rappresentanti Dio”, i poveri. Erano offerti ai leviti, ai forestieri, agli orfani ed alle vedove (Dt 26,11-12). La festa poteva considerarsi ben riuscita e gradita a Dio solo dopo che i bisognosi e gli indigenti erano stati saziati. Prima di lasciare il santuario dove aveva offerto le primizie, il contadino era invitato a proclamare dinanzi al Signore suo Dio anche questa formula: “Ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato e l’ho dato al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova, secondo quanto mi hai ordinato” (Dt 26,13).

C’è un fatto che può essere verificato da tutti: i luoghi di preghiera (non importa di quale religione) costituiscono un richiamo irresistibile per i poveri. Quasi per istinto essi sembrano percepire che chi si avvicina a Dio diviene solidale e generoso con chi è nel bisogno.

 

Questo brano è stato scelto come apertura della Quaresima perché, a tutti coloro che chiama a conversione, Dio mostra le trasformazioni prodigiose che opera in chi si fida di lui.

Non è stato facile per Israele credere nel Signore. Più volte è stato tentato di rimpiangere la situazione di schiavitù in cui era vissuto in Egitto. Dicevano i rabbini: “Non fu solo necessario trarre gli Ebrei dall’Egitto; fu anche necessario trarre l’Egitto dal cuore degli Ebrei”.

Tuttavia, coloro che si sono fidati del Signore hanno verificato e possono testimoniare che quando egli invita ad uscire da una terra è sempre per introdurre in un’altra migliore.

 

Seconda Lettura (Rm 10,8-13)

 

Fratelli, 8 che dice dunque la Scrittura? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo.

9 Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

10 Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso.

12 Poiché non c’è distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. 13 Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

 

Israele ha avuto – dice Paolo all’inizio della lettura – l’opportunità di giungere alla salvezza perché ha avuto vicino la parola del Vangelo, l’ha ascoltata dalla bocca stessa di Cristo e degli apostoli. Purtroppo non ha capito che il suo esodo verso la libertà non era ancora concluso, si è stancato di seguire il Signore, si è fermato. Solo una primizia di questo popolo ha capito e ha seguito Cristo (Rm 11,16).

A costoro viene chiesto di professare la loro fede e di questa fede viene anche enunciata la formula che tutta la riassume: Gesù è il Signore.

E’ questa la prima formula usata come “Credo” nella chiesa primitiva. Paolo lo ha già citato nella prima Lettera ai Corinti: “Nessuno può dire: Gesù è il Signore se non nello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Solo chi è animato dallo Spirito può proclamare che un condannato, uno sconfitto è il Salvatore del mondo. Questa formula è stata conservata nel Gloria e ogni domenica noi ripetiamo: Tu solo sei il Signore, Gesù Cristo!

La fede in Gesù-Signorecontinua Paolo – deve essere proclamata in due modi: con il cuore e con la lingua.

Con il cuore significa: con l’adesione della vita. La fede in Cristo deve portare a scelte basate su principi e su valori completamente nuovi.

Poi è necessaria la professione di fede con la bocca. La bocca è strettamente legata al cuore. Lo ha detto Gesù: “Con la bocca si esprime ciò che si ha nel cuore” (Lc 6,45). Chi è restio o addirittura si vergogna di dichiarare la propria fede vuol dire che è rimasto coinvolto solo in modo superficiale da Cristo.

Chi proclama il Credo insieme ai fratelli prende coscienza di appartenere ad un unico popolo di credenti che costituiscono “come la primizia delle sue creature” (Gc 1,18). Non solo, ma è obbligato a considerare senza senso ogni distinzione fra “giudeo e greco”. L’unica professione di fede abbatte tutte le barriere create dalle differenze di razza, di cultura, di condizioni sociali ed economiche, di temperamento e di carattere.

 

Vangelo (Lc 4,1-13)

 

1 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto 2 dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame.

3 Allora il diavolo gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. 4 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l‘uomo”.

5 Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: 6 “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. 7 Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo”. 8 Gesù gli rispose: “Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai”.

9 Il diavolo lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; 10 sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; 11 e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. 12 Gesù gli rispose: “E‘ stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo”.

13 Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato.

 

Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, la liturgia vuole che si rifletta sulle tentazioni di Gesù. Presenta il modo in cui il Maestro le ha affrontate per indicare a noi come possono essere riconosciute e superate.

Leggendo il brano di oggi, però, si ha l’impressione che l’esperienza di Gesù non ci possa aiutare molto: le sue tentazioni sono troppo diverse dalle nostre, sono strane, addirittura stravaganti. Chi di noi cederebbe mai alla sollecitazione di prostrarsi davanti al diavolo? Chi gli darebbe retta se proponesse di trasformare una pietra in pane o se ci invitasse a buttarci da una finestra? No, le nostre tentazioni sono molto più serie, più difficili da vincere e poi non durano solo una giornata, ma ci accompagnano per tutta la vita.

Questa difficoltà nasce dalla mancata comprensione del “genere letterario”, vale a dire, del modo usato dall’autore per comunicare il suo messaggio. Il Vangelo di oggi non è la cronaca fedele, redatta da un testimone oculare, della sfida fra Gesù e il diavolo (né Luca né alcun altro vi hanno assistito). Il brano è una lezione di catechesi e vuole insegnarci che Gesù è stato messo alla prova non con tre, ma “con ogni specie di tentazione” – come afferma chiaramente il testo (v.13).

Per dirla in parole semplici e chiare: non siamo di fronte al racconto di tre episodi isolati della vita di Gesù, ma a tre parabole in cui, attraverso immagini e richiami biblici, si afferma che Gesù è stato tentato in tutto come noi, con un’unica differenza: egli non è mai stato vinto dal peccato (Eb 4,15). Questi tre quadri sono la sintesi simbolica della lotta contro il male da lui sostenuta in ogni momento della sua vita.

Forse qualcuno resta un po’ sconcertato di fronte all’idea che Gesù abbia avuto dubbi come noi, che abbia incontrato difficoltà nell’adempimento della sua missione, che abbia scoperto solo gradualmente il progetto del Padre. Abbiamo quasi paura di abbassarlo troppo al nostro livello. Ma Dio non ha sentito avversione verso la nostra debolezza, l’ha fatta sua e, nella nostra carne mortale, ha vinto il peccato.

Prima di prendere in esame queste tre “parabole” facciamo un’altra premessa.

A differenza di Matteo che dice che Gesù fu tentato solo alla fine dei quaranta giorni di digiuno (Mt 4,2), Luca afferma che la tentazione ha accompagnato Gesù durante tutto il tempo trascorso nel deserto. Con questo richiamo al deserto e al numero quaranta, Luca intende collegare l’esperienza di Gesù con quella di Israele, messo alla prova durante l’Esodo. Egli ripete l’esperienza del suo popolo: “Dio ti ha fatto percorrere il deserto in questi quarant’anni per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti” (Dt 8,2). A differenza di Israele, Gesù, alla fine dei suoi “quaranta giorni”, uscirà dal “deserto” pienamente vittorioso, il male sarà costretto ad ammettere la sua totale impotenza nei suoi confronti.

Ora consideriamo i tre quadri in cui sono condensate tutte le prove superate da Gesù.

 

La prima tentazione: “Di’ a questa pietra che diventi pane!” (vv.3-4).

Il racconto delle tentazioni viene subito dopo quello del battesimo che è stato commentato nella festa del battesimo del Signore. Abbiamo rilevato allora il fatto che Gesù, il giusto, il santo, non ha iniziato la sua missione rimproverando i peccatori, non si è limitato a dare loro delle indicazioni, mantenendosi a distanza, come facevano i farisei. Egli è andato a farsi battezzare assieme ai peccatori, nel punto più basso della terra, si è confuso in mezzo a loro, è divenuto uno di loro, ha scelto di percorrere al loro fianco il cammino che porta alla liberazione.

Condividere in tutto la nostra condizione umana però non è facile. Ecco allora la prima tentazione che Gesù ha avuto (non una sola volta, ma durante tutta la vita): servirsi del proprio potere divino per sfuggire alle difficoltà che gli uomini comuni incontrano. Essi hanno fame, si ammalano, si stancano, devono studiare per imparare, possono venire ingannati, sono soggetti a disgrazie e oppressi da ingiustizie… Bene, lui può sottrarsi a queste difficoltà e il diavolo lo invita a farlo; gli propone di non esagerare nell’identificarsi con gli uomini, gli suggerisce di fare dei miracoli per il suo tornaconto personale. Se Gesù lo avesse ascoltato avrebbe rinunciato ad essere uno di noi, non sarebbe stato realmente uomo, avrebbe solo fatto finta di esserlo.

Gesù ha capito quanto era diabolico questo progetto; ha usato sì il potere di compiere miracoli, ma mai per sé, sempre per gli altri. Ha lavorato, ha sudato, ha sofferto la fame, la sete, ha passato notti insonni, non ha voluto privilegi. Il momento culminante di questa tentazione fu sulla croce. Lì di nuovo fu invitato a compiere un miracolo per sé, fu sfidato a scendere. Se avesse compiuto il prodigio, se avesse rifiutato la “sconfitta”, Gesù sarebbe stato un trionfatore agli occhi degli uomini, ma sarebbe stato uno sconfitto davanti a Dio.

Questa tentazione si ripresenta, subdola, ogni giorno, anche a noi. Si ripresenta anzitutto come invito al ripiegamento egoistico su noi stessi senza pensare agli altri, come invito al rifiuto dell’atteggiamento solidale assunto da Cristo.

Si cede a questa tentazione quando le capacità che Dio ha dato vengono impiegate per soddisfare i propri capricci e non per aiutare i fratelli; quando ci si adegua alla mentalità corrente in cui ognuno cerca di arrangiarsi, di pensare solo al proprio tornaconto.

Gesù ha preferito essere povero e sconfitto con gli altri piuttosto che divenire ricco e star bene da solo.

In questa prima scena viene identificato e denunciato il modo errato con cui l’uomo si rapporta con le realtà materiali. E’ diabolico l’impiego egoistico dei beni, accumulare per sé, vivere del lavoro degli altri, cercare il piacere ad ogni costo, sperperare nel lusso e nel superfluo, mentre ad altri manca il necessario.

Alla proposta del diavolo Gesù risponde richiamandosi ad un testo della Scrittura: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Dt 8,3). Solo chi considera la propria vita alla luce della parola di Dio è capace di dare alle realtà di questo mondo il giusto valore. Non vanno disprezzate, distrutte, rifiutate, ma nemmeno trasformate in idoli. Sono solo creature, guai a considerarle degli assoluti.

 

La seconda tentazione: “Ti darò tutti questi regni, infatti sono stati posti tutti nelle mie mani…” (vv.5-8). Sembra un po’ esagerato quanto il diavolo afferma. Eppure è vero: la logica che regge il mondo, quella che regola i rapporti fra gli uomini non è quella del discorso della montagna (Mt 5-8), non è quella delle Beatitudini (Lc 6,20-26), ma quella opposta, quella del maligno (Gv 12,31; 14,30; 16,11).

La prima tentazione denunciava il modo errato di rapportarsi con le cose, questa seconda aiuta ad individuare il modo diabolico con cui ci si può rapportare con le persone, con i propri simili.

La scelta è fra il dominare e il servire, fra il competere e il divenire solidali, fra il sopraffare e il considerarsi servi. Questa scelta si manifesta in ogni atteggiamento e in ogni condizione di vita: chi si è fatto una erudizione o ha raggiunto una posizione di prestigio può aiutare a crescere chi ha avuto meno fortuna di lui, ma può anche servirsene per umiliare chi è meno dotato. Chi detiene il potere, chi è ricco, può servire i più poveri e coloro che sono stati meno favoriti, ma può farla da padrone nei loro confronti. La bramosia del potere è così irrefrenabile che anche chi è povero è tentato di sopraffare chi è più debole di lui.

L’autorità è un carisma, è un dono di Dio alla comunità affinché in essa ognuno possa trovare il suo posto ed essere felice. Il potere è invece diabolico, anche se viene esercitato in nome di Dio. Ovunque si esercita il dominio sull’uomo, ovunque si lotta per prevalere sugli altri, ovunque qualcuno è costretto ad inginocchiarsi o a inchinarsi di fronte a un suo simile, lì è all’opera la logica del maligno.

A Gesù non mancavano le doti per emergere, per scalare tutti i gradini del potere religioso e politico. Era intelligente, lucido, coraggioso, incantava le folle. Avrebbe certamente avuto successo… ma a una condizione, che “adorasse satana”, cioè, che si adeguasse ai _rincipi di questo mondo: entrasse in competizione, ricorresse anche alla violenza, sopraffacesse gli altri, si alleasse con i potenti e impiegasse i loro metodi. La sua scelta è stata quella opposta: si è fatto servo.

 

La terza tentazione: è la più pericolosa perché mette in causa il rapporto fra l’uomo e Dio. La proposta diabolica è basata addirittura sulla Bibbia: “Buttati giù dal pinnacolo del tempio – dice il tentatore – perché sta scritto…” (vv.9-12). La più subdola delle astuzie del male è quella di presentarsi con un volto accattivante, di assumere un’aria devota, di servirsi della stessa parola di Dio (storpiata e interpretata in modo fuorviante) per condurre fuori strada.

L’obiettivo massimo del maligno non è quello di provocare qualche cedimento morale, qualche fragilità, qualche debolezza, ma minare alla base il rapporto con Dio. Questo obiettivo viene raggiunto quando, nella mente dell’uomo, si insinua il dubbio che il Signore non mantenga le sue promesse, che manchi di parola, che assicuri la sua protezione, ma abbandoni poi chi gli ha dato fiducia. Da questo dubbio nasce il bisogno di “avere delle prove”. Nel deserto il popolo d’Israele, stremato dalla fame, dalla sete, dalla fatica, ha ceduto a questa tentazione e ha esclamato: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7). Ha provocato il suo Dio dicendo: se sta dalla nostra parte, se realmente ci accompagna con il suo amore, si manifesti concedendoci un segno, compiendo un miracolo.

Gesù non ha mai ceduto a questa tentazione. Anche nei momenti più drammatici si è rifiutato di chiedere al Padre una prova del suo amore. Non ha dubitato della sua fedeltà nemmeno sulla croce quando, di fronte all’assurdità di quanto gli stava accadendo, poteva essere indotto a pensare che anche il Signore lo avesse abbandonato.

Quando il Signore non realizza i nostri sogni cominciano le rimostranze: “Dov‘è Dio? Chissà se esiste! Vale la pena continuare a credere se egli non interviene per favorire chi lo serve?”. Se egli non le prove di amore che esigiamo, la fede fragile rischia di crollare.

Dio non ha promesso ai suoi fedeli di preservarli dalle difficoltà e dalle tribolazioni. Non ha promesso di liberarli miracolosamente dalla malattia, dal dolore, ma di dare loro la forza perché non escano sconfitti dalle prove. Non si può pensare che Dio ci tratti in modo diverso da come ha trattato il proprio Figlio unigenito.

 

Il brano di oggi si conclude con un’annotazione: “Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al tempo fissato” (v.13).

Luca parla anzitutto di ogni specie di tentazione, dunque, i tre quadri che ha dipinto vanno interpretati come una sintesi di tutte le tentazioni. Rappresentano, in modo schematico, i modi errati di rapportarsi con tre realtà: con le cose, con le persone, con Dio.

Luca lascia intravedere, fin dall’inizio del suo Vangelo, il momento in cui la tentazione si manifesterà nel modo più violento e drammatico: sulla croce.

Il diavolo non si è allontanato definitivamente, si è ritirato nell’attesa di tornare al tempo fissato.

 

 Si riparlerà di lui e della sua opera seduttrice più avanti, al momento della passione quando entrerà in Giuda e lo spingerà al tradimento (Lc 22,3). Quella sarà la manifestazione dell’impero delle tenebre (Lc 22,53), impero che, proprio quando penserà di celebrare il proprio trionfo, verrà sconfitto. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Quaresima 2010. Le ceneri di papa Benedetto

 

Il suo cruccio è lo spegnersi della fede. Il suo programma è condurre gli uomini a Dio. Il suo strumento preferito è l'insegnamento. Ma la curia vaticana lo aiuta poco. E talvolta lo danneggia - di Sandro Magister

 

ROMA – Oggi, mercoledì delle ceneri, ha inizio la Quaresima secondo il rito romano. E il vescovo di Roma vi entra, come ogni anno, con le ceneri sul capo, con una processione penitenziale e con una messa celebrata nell'antica basilica di Santa Sabina all'Aventino.

 

La Quaresima è oggi molto sbiadita nella mentalità diffusa dell'Occidente, dove fa più notizia il Ramadan musulmano. Ma a Benedetto XVI, visibilmente, preme ridare senso e vigore a questo tempo di preparazione alla Pasqua.

 

Quest'anno, oltre che con il messaggio ai fedeli riprodotto più sotto e con l'omelia del mercoledì delle ceneri, papa Joseph Ratzinger apre la Quaresima anche con una doppia "lectio divina". La prima l'ha tenuta pochi giorni fa ai seminaristi di Roma, la seconda la terrà domani ai preti della diocesi.

 

La "lectio divina" è una riflessione sul senso delle Sacre Scritture fatta scegliendo un passo biblico e commentandolo. Papa Benedetto usa dettarla a braccio, con lo stile degli antichi Padri delle Chiesa e dei grandi maestri teologi del Medioevo, ma sempre con lo sguardo attento alla cultura di oggi.

 

Venerdì scorso, 12 febbraio, commentando ai seminaristi di Roma un passo del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni, il papa ha riferito di una lettera scrittagli da un professore dell'università di Ratisbona, che contestava la visione cristiana di Dio.

 

Benedetto XVI ha detto d'aver ravvisato nelle obiezioni di questo professore "l’eterna tentazione del dualismo, cioè che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male, e che il Dio buono è solo una parte della realtà".

 

Ed ha aggiunto: "Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?".

 

È impressionante la similitudine tra queste parole del papa e ciò che ha detto Robert Spaemann, un filosofo tedesco da lui molto stimato, al convegno internazionale su Dio promosso a Roma lo scorso dicembre dalla conferenza episcopale italiana:

 

"Chi crede in Dio, crede che la potenza assoluta e il bene assoluto abbiano lo stesso riferimento: la santità di Dio. Gli gnostici dei primi secoli cristiani negavano questa identità. Essi attribuivano i due predicati a due divinità, una potenza cattiva, il 'deus universi', dio e creatore di questo mondo, e un dio che è luce, che appare da lontano nell’oscurità di questo mondo. [...] È importante sottolineare questo oggi, dove addirittura i sacerdoti, anziché invocare su di noi la benedizione del Dio onnipotente, parlano soltanto di 'Dio buono'. Il discorso sulla bontà di Dio, su Dio che è amore, smarrisce il suo punto sconvolgente, se passa sotto silenzio chi è colui di cui si dice che Egli è amore, se cioè passa sotto silenzio che Egli è la potenza che guida la nostra esistenza e il mondo. [...] Se il bene non appartenesse all’essere, l’essere non sarebbe tutto, non sarebbe cioè la totalità. [...] Ma vale anche il contrario: se il bene fosse impotenza, allora non sarebbe il bene tout court. Poiché l’impotenza del bene non è bene. La fede nella potenza del bene è ciò che ci consente di abbandonarci attivamente alla realtà, senza dover temere che in un mondo assurdo anche ogni buona intenzione sia giudicata come una assurdità".

 

Dall'attenzione fortissima data a tale questione è sempre più evidente che Benedetto XVI ha davvero assunto come "priorità" del suo pontificato quella "di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio" (così nella sua lettera ai vescovi del 10 marzo 2009). Priorità da lui recentemente ribadita nel proposito di "aprire un cortile dei gentili" per tutti i cercatori di Dio.

 

In Ratzinger è cioè sempre più manifesta la volontà di concentrare la sua missione di papa nella predicazione orale e scritta. Una predicazione di grande vigore dottrinale, mirata a consolidare i fondamenti della dottrina e a "confermare" nella fede una Chiesa ampiamente tentata da visioni spiritualizzate e riduttive sia di Dio che di Gesù e dei dogmi cristiani.

 

In questa impresa audace, stupisce però che a papa Ratzinger non sia dato un sostegno adeguato, da parte della sua curia.

 

Il comunicato della segreteria di Stato del 9 febbraio scorso è l'ultimo segno di questo dislivello tra il magistero del papa e l'operato della macchina vaticana.

 

Chiamare in causa il papa e farsi scudo di lui per smentire un passaggio di carte dal Vaticano a un giornale, l'utilizzo di un gendarme pontificio come postino e la paternità curiale di un articolo con firma fittizia, sullo sfondo di una vicenda che comunque resta intatta nei suoi tratti sostanziali di conflitto tra la segreteria di Stato e la conferenza episcopale italiana – conflitto al quale il papa era ed è superiore e da nessuno accusato – è parso a molti come un atto fuori misura. Non solo slegato, ma in contrasto stridente con la qualità e i contenuti del magistero di papa Benedetto, a dispetto dell'approvazione formale da lui data alla pubblicazione del comunicato e della fiducia da lui rinnovata ai suoi collaboratori.

 

Di tale vicenda www.chiesa ha dato conto pochi giorni fa in questo servizio:

Italia, Stati Uniti, Brasile. Dal Vaticano alla conquista del mondo

Ma per tornare alle "cose di lassù", ecco qui di seguito il messaggio con cui papa Ratzinger ha voluto introdurre la Quaresima di quest'anno. L’Espresso on line 17

 

 

 

 

 

"La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo"

 

Cari fratelli e sorelle, ogni anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a una sincera revisione della nostra vita alla luce degli insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: "La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo" (cfr. Romani 3, 21-22).

 

Giustizia: “dare cuique suum

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare cuique suum”, dare a ciascuno il suo, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine –, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

 

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Marco 7, 14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Salmo 51, 7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr. Genesi 3, 1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

 

Giustizia e "sedaqah"

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Salmo 113, 7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, "sedaqah", ben lo esprime. "Sedaqah" infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr. Esodo 20, 12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr. Deuteronomio 10, 18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha "ascoltato il lamento" del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr. Esodo 3, 8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr. Siracide 4, 4-5.8-9), il forestiero (cfr. Esodo 22, 20), lo schiavo (cfr. Deuteronomio 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

 

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3, 21-25).

 

Quale è dunque la giustizia di Cristo? È anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr. Galati 3, 13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza: indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

 

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr. Romani 13, 8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

 

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

 

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel triduo pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’apostolica benedizione.

Benedetto XVI

 

 

 

 

Quaresima. Vincere l'ostentazione. La gratuità nasce ai piedi della croce

 

Nel Vangelo del giorno delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18) ritornano alcuni temi e passaggi che costituiscono un invito, quest’anno, a vincere l’ostentazione, un male che sembra diffondersi nella nostra società. Il Vangelo ricorda, infatti, di “praticare la giustizia” come un valore in sé, non strumentale ad alcuni fini da raggiungere. Così pure Matteo richiama il valore dell’elemosina/carità come un gesto che ha in sé la ricompensa, anziché attendere una riconoscenza. Ancora. Matteo applica anche alla preghiera l’aspetto della riservatezza, non solo nei luoghi e nelle parole, ma anche nei gesti. Infine, l’evangelista parla del digiuno, della rinuncia come un luogo per recuperare la consapevolezza di essere liberi e non di essere lodati.

Questi quattro luoghi – la giustizia, il dono, la preghiera, il digiuno – sono i luoghi più comuni del vivere nei quali deve emergere uno stile di vita del cristiano, che vince la superbia, l’individualismo, lo spettacolarismo. Proprio dalla Quaresima, ricordando che siamo “polvere”, viene un invito forte e chiaro a vincere l’ostentazione. L’ostentazione emerge tutte le volte che si sposa il formalismo o il narcisismo, nelle relazioni, nelle parole e nei gesti; lo ritroviamo nella politica, quando lo spettacolo o l’effetto ha più importanza rispetto ai problemi, alla verità delle cose; ricompare ogni volta che vince la prepotenza e l’oppressione; non è distante dai luoghi dell’ingiustizia e dello sfruttamento, che si ripetono e si giustificano ogni giorno; cavalca il pregiudizio e la discriminazione: cerca dei nemici tra le persone, alimenta lo “stigma”; sposa forme “snob” di consumo che si accompagna agli sprechi. Insomma, tutte le volte che si dimenticano il limite,l’alterità, la giustizia nei rapporti con Dio e con l’uomo cresce l’ostentazione, quasi una forma di paura di Dio e dell’altro, la dimenticanza del valore delle relazioni.

Per vincere l’ostentazione occorre anzitutto – è ancora il Vangelo a ricordarlo – ritrovare la paternità di Dio, sentirci a casa in mezzo alle persone, costruire la fraternità “tra cristiani e non cristiani” (Gaudium et Spes 84). La fraternità cresce quando cresce l’universalismo dei diritti, quando cresce la ricerca del superamento delle disuguaglianze, quando non si accetta lo sfruttamento, quando si ama la città, facendo nostre “le attese della povera gente” (Giorgio La Pira). La fraternità cresce nel dono, nella condivisione che aiuta a superare le differenze, le distanze e accompagna l’incontro, spesso difficile, con chi è nuovo o viene da lontano, con chi fa fatica, con chi soffre, con chi è solo. La fraternità cresce nella preghiera semplice, anche distante dai grandi eventi, con “i mezzi poveri”, con gesti semplici (Vittorio Bachelet).

Nel documento dopo Palermo – “Con il dono della carità dentro la storia” (1996) – i vescovi italiani, delineando un’immagine esemplare di Chiesa, ricordavano, tra i diversi tratti, quello di “una Chiesa che celebra la liturgia con canti festosi e gesti semplici, ma significativi” (n. 2). La fraternità cresce nel sacrificio, nella capacità di rinunciare come il gesto di chi sa attendere, di chi sa non dare valore assoluto alle cose, di chi conosce il valore della povertà e della gratuità, da costruire con fatica ogni giorno.

La Quaresima di quest’anno diventa allora un percorso, un cammino educativo per ricostruire la fraternità ai piedi della croce, con Maria e Giovanni, ogni venerdì, e che si conclude nella Veglia pasquale, nell’Exultet, nella gioia di aver saputo ritrovare il senso e il valore di ogni cosa, insieme. È un percorso che dalla paura e dalla diffidenza porta all’incontro; è un percorso di nuova “advocacy”, di tutela dei diritti di tutti; è un percorso di lotta alla povertà e di condivisione. È un percorso di carità, sostenuto dalla verità di una Storia guidata, la storia di Gesù, che ritrova il suo valore anche nella contemporaneità. Oggi come ieri. In questa Quaresima.

Giancarlo Perego, direttore nazionale Migrantes

 

 

 

 

La giustizia terrena del Papa

 

La Chiesa Cattolica come la «grande prostituta» del mondo? Un pregiudizio antico, di almeno cinque secoli, coltivato e declinato in ambiente anglosassone da quando la riforma protestante prima e l’illuminismo poi le hanno attribuito anche un valore confessionale e nazionalistico, in un mix tuttora gradito alla politica. Piaccia o no, da qui bisogna partire per comprendere la vergogna degli abusi sessuali perpetrati sui minori dal clero cattolico, e il perché questo sembri essere l’unico vero scandalo mondiale, quasi un marchio del cattolicesimo contemporaneo. Un pregiudizio tira l’altro e, man mano che la marea immonda dei preti cattolici accusati di pedofilia montava, spesso sui media anglosassoni negli ultimi due decenni si è letto: «è la Chiesa il vero pedofilo».

 

Una macchia, attribuita alla persistenza della legge sul celibato per i sacerdoti cattolici di rito latino, e potenzialmente estesa a i quattrocentomila chierici del cattolicesimo mondiale. In realtà, fonti non confessionali stabiliscono allo 0,3 la percentuale di infamia per il clero cattolico, molto più bassa di quella che colpisce altre categorie professionali e i ministri di altre confessioni religiose i quali perché non cattolici e perché operanti in terre anglosassoni, finiscono - giustamente - in tribunale, ma vengono ignorati dalla stampa quella cattolica inclusa. Questa settimana il Papa superando ogni remora, ha deciso di consegnare inesorabilmente anche i preti pedofili irlandesi alla giustizia.

 

Benché la Chiesa sia dotata di un sistema di giudizi penali infatti, per motivi diversi tra cui l’eccesso di garanzie previste dall’attuale codice di diritto canonico, gli interventi a carico di coloro che, in un’indimenticabile omelia del giovedì santo del 2002 (giorno dell’eucarestia, del sacerdozio e di Giuda) Giovanni Paolo II ha definito «i traditori dell’umano che è in tutti noi», subiscono notevoli rallentamenti. Non a caso, da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede Joseph Ratzinger aveva messo a punto un modulo processuale specifico, più snello e incisivo, bloccato però dai canonisti della curia romana che non volevano sentirsi obbligati ad affrontare la modernità della Chiesa con categorie giuridiche più coerenti con i tempi e le culture del cattolicesimo contemporaneo. Prima in America poi in Australia, ora in Irlanda, Benedetto XVI sta compiendo una rivoluzione copernicana, affidando - quindi fidandosi - alle autorità civili il compito di far luce e giustizia sull’accaduto, e imponendo alle comunità cattoliche coinvolte, l’onere di collaborare all’accertamento della verità e di impegnarsi per la «guarigione delle vittime». Dal 2005 sta edificando, con discorsi e documenti magistrali nella struttura e nei contenuti, un insegnamento spirituale la cui carica “progressista” continua a non essere colta da chi parla e scrive di presunte delusioni ratzingeriane che graverebbero sulla Chiesa.

 

Nelle ultime settimane, quando sulla stampa anche i cattolici erano occupati solo a dare il peggio, le iniziative che le diocesi italiane promuovevano a tutela dei posti di lavoro a favore dell’allentamento della stretta creditizia che sta danneggiando la piccola e media industria, non si contavano. A fianco di «Quelle tute blu guidate più dal Papa che dalla Cgil» (è il titolo di un articolo sul Giornale dell’economista Lodovico Festa del 4 febbraio scorso) e seguendo le indicazioni dell’ultima enciclica dell’attuale pontefice (unico testo-piattaforma sindacale circolante in Italia negli ultimi due anni) la presenza, l’azione e la voce dei pastori è rimasta costante. Come annotava Festa, la Caritas in veritate descrive e contiene indicazioni operative che negli Stati Uniti stanno ispirando anche la grossa sigla sindacale Uaw (United Auto Workers), per trattare con la Casa Bianca e persino con gli interessi americani Fiat, per spingere alla compartecipazione dei lavoratori non solo alla gestione delle aziende, ma anche al loro rilancio produttivo, comprese le necessarie chiusure di alcuni stabilimenti.

 

Oggi, per i cattolici, inizia il periodo quaresimale. E di cenere in testa, per quelli italiani impegnati nella vita pubblica, quest’anno ce n’è da mettere veramente tanta. Non potrebbe essere questa, l’occasione di dichiarare una sorta di tregua mediatica? Capace magari di lasciarci ascoltare le parole importanti, e quasi sempre nuove, che nel magistero pontificio e in quello episcopale ci stanno invitando al dialogo, al lavoro, al coraggio, alla fantasia politica, alla compattezza sociale. Perché, come ricorda don Luigi Ciotti, l’importante, per tutti, è «cercare il Cielo non oltre la vita, ma dentro la Terra dove tutti viviamo, soffriamo, speriamo e dove inseguiamo giustizia e amore». Filippo Di Giacomo  L’U 17

 

 

 

 

Elezioni, l'appello dei vescovi: "Giustizia e integrazione al centro del voto"

 

Per la Cei è "inappropriata e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli immigrati" - "Evitare che il fenomeno sia usato pregiudizialmente e ideologicamente per scopi elettorali"

 

ROMA - Al centro la giustizia e il rispetto per gli immigrati. A poco più di un mese dalle elezioni amministrative i vescovi italiani auspicano che la tornata elettorale "sia un'occasione importante perchè i temi della giustizia sociale e dell'integrazione tornino al centro dei programmi e delle politiche locali, evitando che la tematica dell'immigrazione sia usata pregiudizialmente e ideologicamente per scopi elettorali". Ribandendo anche che è "inappropriata e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli immigrati".

 

Il  comunicato dei vescovi, firmato dalla  Commissione Episcopale per le Migrazioni e dalla  Fondazione Migrantes  è stato pubblicato oggi dall'Osservatore Romano sotto il titolo "L'integrazione torni al centro delle politiche locali".

 

Nella nota, gli organismi della Cei esortano altresì ad "un impegno educativo e sociale del mondo del laicato cattolico, perché anche il tema dell'immigrazione sia al centro dell'interesse comune e della vita delle nostre città".

 

Ma il vero punto forte della presa di posizione dei vescovi riguarda l'immigrazione. E il rapporto tra questa a la criminalità. Per la Cemi e la Fondazione Migrantes questo nesso non esiste e, "pertanto, risulta impropria e falsa ogni criminalizzazione pregiudiziale degli immigrati". Inoltre, si osserva ancora nel comunicato, dal dossier Caritas-Migrantes del 2009 - estrapolando le denunce presentate contro autori noti ed equiparando le classi di età tra italiani e il numero effettivo di immigrati - si evince un uguale tasso di criminalità tra italiani e stranieri residenti.

 

Impossibile non cogliere il riferimento alle politiche leghiste in tema di stranieri e alle parole del premier Silvio Berlusconi che rivendicando i risultati del governo in tema di immigrazione clandestina disse: "Una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali". Un'uscita che, immediatamente, venne criticata dai vescovi.  Che oggi tornano a far sentire la loro voce. LR 18

 

 

 

 

Conferenza episcolape tedesca su “Economia globale ed etica sociale”

 

Francoforte. “Economia globale ed etica sociale” è il titolo dello studio presentato ieri a Francoforte sul Meno condotto da un gruppo di esperti della Conferenza episcopale tedesca (Dbk). “Lo studio si occupa di investimenti ad orientamento etico e la valutazione delle varie offerte presenti sul mercato non è sempre positiva”, come dichiarato da Bernhard Emunds, direttore del progetto e docente al Nell-Breuning-Institut di Francoforte. “Non pochi offerenti scoprono un mercato redditizio e l’opportunità di creare un nuovo segmento clienti grazie all’etichetta dell’etica”, ha detto Emunds che ha messo in guardia dallo snaturare i concetti di “sostenibilità” ed “etica”, trasformandoli in “strumenti di marketing di basso livello”. Per aumentare la credibilità degli operatori nel settore degli investimenti etici, il docente ha proposto la creazione di una “lista di criteri convincente”, l’impiego della “trasparenza nelle procedure di valutazione degli investimenti” e “un’attività di consulenza equa ai clienti”. Per Johannes Wallacher, presidente del gruppo di esperti, “l’investimento riferito all’etica può essere più di un piccolo ingranaggio all’interno del sistema finanziario, qualora venga inteso come segnale di disponibilità da parte degli investitori a sostenere le riforme necessarie delle condizioni generali politiche”.  sir

 

 

 

 

Investire in politiche di integrazione e in figure educative

 

MILANO - “Gli scontri avvenuti a Milano non sono tra etnie, ma tra bande. Non si può fare di un episodio lo strumento per condannare il fenomeno migratorio in generale o per condannare interi gruppi etnici africani o latinoamericani”. É quanto ha affermato mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes dopo i disordini in via Padova a Milano.

Da tempo siamo consapevoli - aggiunge mons. Perego - che nelle aree metropolitane, ma sempre di più anche nelle città di provincia sia necessario rivedere i piani urbanistici per evitare forme di ghettizzazione. Al tempo stesso, sempre di più emerge la necessità di investire, in un Paese come l’Italia ormai ai primi posti in Europa per numero di immigrati e al mondo per pressione immigratoria, in un piano organico per l’integrazione”.

L’integrazione è un processo, come ha detto il card. Bagnasco, “inevitabile, necessario, irrinunciabile”, che richiede voglia di incontrare, di ascoltare; chiede nuovi investimenti sul tema della cittadinanza e della partecipazione, sul tema della scuola; chiede un investimento in figure di educatori e non solo di nuovi poliziotti o vigili di quartiere; chiede un forte investimento sulla mediazione culturale e sulla mediazione sociale. Sono questi i tasselli mancanti o deboli nel nostro Paese di una politica dell’immigrazione. Già ci sono segnali - conclude - positivi in tal senso da parte delle Regioni e dei Comuni, come anche dal mondo ecclesiale e dell’associazionismo e del volontariato, dal mondo della scuola. Serve ora un aiuto organico anche dal mondo dell’informazione, perché le buone prassi e non solo le realtà peggiori del mondo migratorio trovino le prime pagine”. (Migranti-press)

 

 

 

Cattolici, duello fra i vescovi e Bersani. "Bonino incompatibile". "E' la migliore"

 

L'Avvenire all'attacco della scelta del Pd di candidare la leader radicale - Ma il segretario la difende. E in periferia continua l'esodo dal partito - di GIOVANNA CASADIO

 

ROMA - Duello tra Bersani e Avvenire. A quaranta giorni dalle regionali, il quotidiano dei vescovi lancia l'affondo contro i radicali e la scelta del Pd di candidare la leader storica del Pr, Emma Bonino alla guida della Regione Lazio. Il segretario dei Democratici la difende: "Emma è una fuoriclasse, è la scelta migliore". Nega Bersani che il partito stia cambiando ragione sociale mettendo in mora i cattolici. Rivendica anzi, in una lettera scritta al quotidiano, il rispetto e l'attenzione per la cultura, la tradizione e i valori cattolici.

Ma Avvenire non molla e va all'offensiva per il secondo giorno consecutivo. Il direttore Marco Tarquinio parla di "crescente senso di allarme" e osserva: "Il caso Bonino... si sta configurando sempre più come un caso Pd. Le sottovalutazioni e le sufficienze si pagano. Tra radicali e cattolici c'è una incompatibilità irriducibile". Attacco pesante. Il quotidiano dei vescovi parla dell'operazione "insensata e truffaldina" in base alla quale "la superabortista, l'iperliberista" Bonino ha "l'incredibile pretesa di rappresentare i valori cattolici". Sono gli stessi argomenti con cui la teodem Paola Binetti, ultima in ordine di tempo, ha lasciato il Pd per l'Udc di Casini e da ieri è candidata "governatore" nella rossa Umbria per i centristi. "Non a caso - scrive sempre Avvenire - si stanno producendo contraccolpi, crepe e lacerazioni..." nel partito di Bersani.

 

Di crepe se ne scorgono alcune. I transfughi cattolici del Pd - dal co-fondatore e ultimo segretario della Margherita, Francesco Rutelli (che ha creato il movimento Api) a Renzo Lusetti, Enzo Carra, Dorina Bianchi (che sono approdati nell'Udc) - sostengono che i contraccolpi si vedono in periferia. Al netto dei fuoriusciti noti. A Finale Emilia, ad esempio, il sindaco Raimondo Soragni ha convocato un consiglio comunale straordinario per farsi confermare la fiducia dopo che il Pd, il partito da lui abbandonato, lo aveva sollecitato martedì sulla stampa locale a dimettersi. Soragni è candidato consigliere regionale dell'Udc e commenta: "Per i cattolici non c'è più spazio, Bonino è l'esempio eclatante". Marco Calgaro, che è stato il vice di Chiamparino a Torino, un democratico cattolico che ha deciso di andare nell'Api di Rutelli, elenca: "Marco Borgione, ex assessore all'Assistenza, dal Pd è passato all'Api; io e Gavino Olmeo facciamo gruppo in consiglio comunale. Non è che chi va via dal Pd si porta dietro truppe cammellate, però nel tempo si vedrà l'effetto: è evidente che la deriva zapaterista dei Democratici preoccupa".

Nel Lazio l'Udc ha da tempo fatto una campagna acquisti a spese del Pd con Alessandro Onorato consigliere in Campidoglio, Antonio Zanon e, post candidatura Bonino, Matteo Costantini segretario della storica sezione romana di via dei Giubbonari. In Campania, la diaspora vera e propria si era già avuta con i demitiani e il loro leader transitati all'Udc. L'intreccio tra i problemi con i cattolici e le regionali, agita i Democratici. Bersani tuttavia rassicura ("Emma interpreta le anime della coalizione") e a Berlusconi che del voto di marzo vuole fare un test nazionale, risponde: "Noi dove ci cerca, ci trova. Se vuole un confronto alle regionali, abbiamo programmi e candidati. Se ritiene di fare un confronto politico da noi problemi zero, se ci cerca ci troverà". Affermazioni fatte durante una manifestazione elettorale con Bonino. Beppe Fioroni, ex popolare, rincara: "Il ceppo del Ppi e dei cattolici democratici che hanno scelto il Pd continua ad essere la spina dorsale del partito. Le defezioni appartengono all'area rutelliana". Di candidature, di cattolici, di un Pd "largo" parlerà anche "Area democratica", la corrente di Franceschini e Veltroni che si riunisce martedì prossimo, dopo un rinvio per tensioni interne. LR 18

 

 

 

 

Pedofilia, don Di Noto: 80 sacerdoti coinvolti in Italia in 10 anni

 

ROMA - pedofilia anche in italia, con almeno 80 sacerdoti coinvolti negli ultimi dieci anni. È quanto ha sottolineato padre Fortunato Di Noto, fondatore dell'associazione antipedofili “Meter” ai microfoni di Radio Vaticana, precisando che quello della pedofilia è «un fenomeno che esiste, che c'è e nessuno può dire che non è così».

 

L'Italia - ha ribadito - non «è immune», anche se nel paese il fenomeno «forse è più gestito e controllato, anche se ci sono stati dei casi affrontati con imprudenza». Un fenomeno che riguarda, ha poi aggiunto rispondendo ad una domanda dell'intervistatore, anche se in «maniera più blanda» le suore: «Esistono casi, ci sono stati e credo che dobbiamo saperli affrontare», anche se si tratta di un fenomeno che riguarda più gli uomini come dimostrano i dati mondiali che vedono il fenomeno pedofilia riguardare solo nel 4-7% dell'universo femminile.

 

Di Noto, parroco di Avola in Sicilia e presidente dell'associazione Meter per la difesa dell'infanzia, ha così spiegato che «non dobbiamo mai più permettere che qualcuno ci dica: tu sei rimasto in silenzio. Tu non vuoi fare niente. Tu non vuoi affrontare il problema. Credo che ognuno di noi deve assumersi le responsabilità», ha aggiunto il sacerdote, rivolgendo «umilmente» un appello anche ai vescovi: «Credo sia necessaria una azione pastorale molto più decisa».

 

«La Chiesa non può permettersi più di coprire questa azione», ha proseguito, spiegando che «vogliamo una Chiesa che serve l'uomo che sta dalla parte dei poveri, che sta dalla parte dei piccoli, che evita lo scandalo. Perchè lo scandalo è qualcosa di molto serio». «Quando accadono fatti perpetrati da sacerdoti è un danno enorme a tutta la comunità ecclesiale, a tutte le parrocchie e anche alla Chiesa universale: credo che il Santo Padre abbia lanciato un appello» forte, ha detto, ricordando anche la lettera ai vescovi irlandesi annunciata da Benedetto XVI. E, parlando della lettera del pontefice attesa nei prossimi giorni, Di Noto ha sottolineato di ritenere che da quel documento «dovremmo attingere un po' tutti e soprattutto far sì che questa sia una azione pastorale quotidiana, dove i bambini devono essere accompagnati, dove i bambini devono essere educati ma dove gli adulti devono imparare a non offendere mai l'infanzia». IM 18

 

 

 

 

Diocesi e crisi. Il territorio a testa alta. Difesa del lavoro, appello alle imprese e nuova progettualità

 

La crisi economica fa sentire i suoi pesanti effetti sul fronte occupazionale e nelle Chiese locali si moltiplicano gli interventi di vescovi e responsabili di uffici pastorali diocesani e del laicato cattolico a tale riguardo. Ne parliamo con mons. Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

 

Come interpretare quest'attenzione crescente della Chiesa che è nel territorio?

"Il primo compito della Chiesa, anche in questo contesto difficile, è quello della preghiera, che ci rende attenti alle vicende di ogni uomo. Illuminati dalla parola del Vangelo siamo resi capaci di amare concretamente ogni persona, preoccuparci della sua vita, del suo lavoro, della sua famiglia. Quest'attenzione della Chiesa è la stessa che Gesù aveva per gli uomini del suo tempo e che continua nell'opera quotidiana e paziente delle nostre comunità, permettendoci di vivere l'attuale crisi non con incapace rassegnazione, ma come occasione di discernimento, di nuova progettualità, di fiduciosa speranza nelle scelte che riguardano sempre più il destino dell'uomo".

 

Grazie anche all'ultima enciclica di Benedetto XVI, sembra esserci un ritorno alla dottrina sociale…

"Stiamo assistendo a una rinnovata attenzione da parte delle nostre comunità verso la dottrina sociale, definita nella Caritas in veritate 'annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società'. La dottrina sociale illumina con la luce del Vangelo i problemi sempre nuovi che emergono nella nostra società, impegnando in primo luogo il cristiano a 'incarnare' la sua fede. Nostro compito è far brillare la bellezza del Vangelo, far risplendere attraverso la dottrina sociale della Chiesa la verità dell'amore di Dio per ogni uomo".

 

Negli interventi dei vescovi al primo posto vi è la tutela dei diritti dei lavoratori e della loro famiglie. Oltre a questa, doverosa, priorità viene considerata anche la complessità di una crisi economica che ha dimensioni mondiali ed esige risposte non solo locali e nazionali?

"Il lavoro permette a ogni uomo di esprimere stesso, il proprio talento, le proprie capacità: è espressione della creatività di ognuno a immagine del Creatore. Purtroppo assistiamo a scelte occupazionali da parte di alcune imprese che inseguono profitti speculativi e non si mettono a servizio dell'economia reale e della promozione di uno sviluppo stabile nella comunità locale in cui sono inseriti. Tali scelte mettono in discussione la persona come metro della dignità del lavoro e l'impegno verso la promozione di un lavoro che sia dignitoso. Allo stesso tempo, le nostre famiglie, cellule vitali della società, non sono sostenute nelle scelte a favore della vita, che diventano di conseguenza scelte anche economiche".

 

La Chiesa italiana da anni sta realizzando, in molte regioni del Sud, il Progetto Policoro a favore dell'occupazione giovanile: ritiene che possa essere "esportato" anche in altre aree del Paese?

"Di per sé il Progetto Policoro è per tutto il Paese. Il suo promotore, mons. Mario Operti, amava ripetere che 'non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nell'intelligenza e nel cuore delle persone'. Questo è il Progetto Policoro, che rivela ancora oggi tutta la sua positività perché punta a valorizzare i giovani attraverso l'annuncio del Vangelo, l'educazione a una nuova cultura del lavoro e l'espressione di segni di fiducia e speranza in territori che spesso vivono l'esperienza del lavoro nero, della criminalità, della disoccupazione. Il Progetto è attivo prevalentemente al Centro-Sud, ma prevede la reciprocità tra le diocesi del Nord e del Sud, nell'ottica dello scambio dei doni che scaturisce dalla comunione ecclesiale".

 

Diverse diocesi organizzano corsi di dottrina sociale. È utile una struttura "laboratoriale", in cui i concetti si confrontano con persone, situazioni, problemi?

"Compito primario di tali scuole è formare, educare i cristiani ad essere buoni cittadini. Come cristiani abbiamo tre grandi strumenti che ci aiutano in questa missione: la Bibbia, l'enciclica Caritas in veritate e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Dallo studio costante di questi preziosi strumenti - dai quali ricaviamo i principi, lo stile della partecipazione - scaturiscono le possibili risposte ai vari problemi locali, che vanno a interpellare le risorse di persone, enti, beni presenti su un territorio nella reciproca fedeltà a Dio e all'uomo".

 

La prossima Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010) intende mettere "in agenda" alcune problematiche presenti nel Paese. C'è molta partecipazione al percorso preparatorio: si sta aprendo per il laicato cattolico una nuova stagione di impegno sociale e politico?

"Già questo ampio e inedito coinvolgimento di diocesi, associazioni e realtà diverse è un primo 'successo' della Settimana Sociale. Ma è anche un indicatore del fatto che i cattolici ci tengono a delineare prospettive d'intervento nell'ottica del bene comune del nostro Paese. Questa è la meta, raggiungibile solo con un rinnovato impegno dei cattolici, dando forma al 'sogno' di cui ha parlato il card. Bagnasco nella prolusione al recente Consiglio episcopale permanente". Sir

 

 

 

 

Vittorio Bachelet testimone di speranza

 

La Rai ha cancellato la puntata della trasmissione religiosa “A sua immagine” dedicata a Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e Presidente dell’Azione Cattolica, nel trentesimo anniversario della morte avvenuta per mano della follia disperata delle brigate rosse. La decisione della Rai è stata presa in seguito all’avvio del regime di par condicio per le elezioni regionali, poiché tale programma conteneva un’intervista, che non aveva alcun contenuto politico, a Giovanni Bachelet, deputato del Pd, che in occasione della messa funebre del padre pregò pubblicamente anche per i terroristi.

Una decisione che non sento di condividere poiché si priva il popolo italiano di ricordare uno dei suoi uomini migliori che ha donato la vita per il bene comune in un momento di forte crisi morale del nostro Paese ed avremmo più che mai bisogno di sentire vicino testimoni credibili.

La figura di Vittorio Bachelet è quanto mai attuale e, come ha scritto Carlo Azeglio Ciampi, essa è rimasta scolpita nella memoria degli italiani “come un’immagine luminosa”; egli è stato definito unanimemente “martire laico”, servitore fedele dello Stato, mai uomo di parte ma testimone di un impegno teso a costruire nel dialogo il bene di tutti.

L’unità di valori che Vittorio seppe esprimere nelle dimensioni della sua vita forte ed equilibrata rappresenta una cifra emblematica del suo modo di essere “testimone della speranza”, cosa che ha portato ad una sconfitta dei terroristi e del loro disegno di morte rafforzando la democrazia. È per questo che la memoria di Bachelet deve essere onorata e coltivata anche tra le giovani generazioni, per ricordare la fedeltà ai valori ispiratori della Carta costituzionale e capire il vero senso della laicità in politica. Una laicità vissuta con moderazione ed in senso inclusivo, tesa alla ricerca di valori condivisi, nel dialogo e nell’ascolto, per adeguate e concrete prospettive nella costruzione del comune futuro.

In un momento in cui prevale la politica gridata e la sopraffazione sull’altro, l’opera di Bachelet ci richiama a saper ascoltare e a saper unire argomentando le proprie scelte per far crescere i legami che costruiscono una comunità vera e forte. Bachelet ci ricorda il valore della partecipazione e della corresponsabilità che, se pur faticosa, non va accantonata perché assicura un cammino graduale nello sviluppo positivo della società, percorribile se sappiamo tornare alla radice, se sappiamo porre in essere una elaborazione diffusa di cultura politica nella prospettiva della dignità della persona, ripartendo dai diritti umani e dai loro rapporti con la religione e la società.

Bachelet fu il Presidente dell’Azione Cattolica che portò l’Associazione verso la scelta religiosa che consiste - come ha scritto il card. Martini - in “un riandare alle sorgenti così da riscoprire le radici più profonde della vita cristiana” tracciando una linea di discontinuità con il collateralismo politico che caratterizzava i rapporti tra i fedeli laici associati e la DC. Una scelta che richiamava fortemente lo spirito della Lettera a Diogneto e che porta Bachelet a lavorare per la “costruzione di una città comune in cui ci siano meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame”.

”Noi dobbiamo essere in questa società inquieta ed incerta (...) una forza di speranza e cioè una forza positiva” diceva Bachelet e sono convinto che lo direbbe anche oggi per incoraggiare ad adoperarsi per trovare la bussola del futuro in un contesto dove la crisi economica si associa alla crisi morale e politica, in un contesto dove si fa fatica a capire le ragioni di chi crede e di chi non crede. Bachelet ci incoraggerebbe ad intraprendere un cammino di speranza che si incarna in una dimensione di laicità generosa che legata alla ragione porta a orientarsi verso la costruzione di una società che pone al centro il bene di tutti, in una dimensione multiculturale, e che trova riferimento forte in adeguati strumenti costituzionali.

Nel contesto di 30anni fa, in cui la sfida antidemocratica del terrorismo fu lanciata ai massimi livelli, Bachelet tenne fermo l’orizzonte sulla Carta costituzionale quale ancoraggio della coesione sociale e politica dell’Italia in quanto rappresentava un progetto di “società libera, civile e giusta”; un progetto che doveva e io direi deve ancora oggi essere difeso non solo dalle istituzioni ma da tutto il popolo nella corresponsabilità.

A 30 anni dall’uccisione di Vittorio Bachelet, convinto che il seme buono porta sempre frutto passando per i tempi della storia, vorrei riproporre le sue parole sull’ardua funzione della giustizia, perché esse possano esserci di aiuto in un momento di forte conflittualità tra i poteri dello Stato. Bachelet infatti diceva, come vice presidente del CSM, che l’ordine giudiziario ha bisogno di “una autonomia che garantisca sempre meglio la indipendenza e quindi la imparzialità dei giudici, tanto più necessaria in una fase di così rapida e profonda trasformazione della società e degli ordinamenti giuridici, nel cui travaglio la Magistratura non vuole essere un corpo separato ma neppure un legno alla deriva; un collegamento con la società e con le altre istituzioni dello Stato che consenta all’ordine giudiziario di rispondere meglio alla antica e nuova domanda di giustizia, ma anche di ottenere quegli strumenti – il cui apprestamento appartiene alla responsabilità di altri poteri dello Stato – che sono indispensabili per il funzionamento e la tempestività della amministrazione della Giustizia”.  Franco Narducci, Corriere degli Italiani

 

 

 

 

Iraq. Con una sola voce. Istituito il Consiglio dei capi delle comunità cristiane

 

Nel corso di una riunione svoltasi, il 9 febbraio, nel monastero armeno ortodosso san Karabet di Baghdad, ma la notizia è trapelata solo il 13, i principali leader religiosi delle Chiese cristiane presenti nel Paese hanno istituito il "Consiglio dei capi delle comunità cristiane in Iraq" eleggendo alla segreteria generale mons. Avak Asadorian, vescovo della Chiesa armeno apostolica in Iraq e come suo vice, mons. George Casmoussa, vescovo siro cattolico di Mosul. In realtà il Consiglio si era già riunito nel marzo 2009, ma di fatto quella del 9 febbraio è stata la prima riunione operativa. "Lo scopo della riunione - spiega al SIR l'arcivescovo caldeo di Kirkuk, mons. Louis Sako, presente a san Karabet - è quello di formare un corpo dei capi religiosi cristiani per avere una sola voce, una posizione unitaria anche a livello politico, sociale ed anche, speriamo, pastorale. Ci attendono grandi sfide che dobbiamo affrontare restando uniti. L'emigrazione, il dialogo con i musulmani ed anche il prossimo voto del 7 marzo, sono solo alcune di queste". Una posizione ribadita anche dal patriarca vicario caldeo, mons. Shlemon Warduni, che parlando al sito Baghdadhope, ha aggiunto: "È stata una riunione improntata sul dialogo tra le parti, confrontandoci sui principi che dovrebbero muoverci in futuro, primo tra essi quello dell'unità tra le Chiese. Ogni sforzo in questo senso da parte dei rappresentanti delle Chiese è valutato positivamente". All'incontro erano rappresentate 14 denominazioni religiose, tra cui quella caldea, latina, assira, siro ortodossa, siro cattolica, armeno ortodossa, armeno cattolica, presbiteriana e copto ortodossa. Tra i presenti anche il patriarca caldeo, card. Mar Emmanuel III Delly, quello della Chiesa antica d'Oriente, Mar Addai II, 11 vescovi e 4 rappresentanti delle Chiese latina, protestante, evangelica e presbiteriana. Il SIR ha intervistato mons. George Casmoussa, vescovo siro cattolico di Mosul.

 

Cosa rappresenta questo Consiglio per la minoranza cristiana del Paese?

"Si tratta di una pagina molto importante per i cristiani iracheni. Volevamo questo Consiglio da molto tempo per riunire i capi religiosi delle Chiese cristiane, quindi cattolici, ortodossi, protestanti. Lo scopo è quello di rappresentare la minoranza cristiana davanti al governo e alle istituzioni e per promuovere il dialogo ecumenico non solo sul piano teorico ma soprattutto su quello pratico, della vita di tutti i giorni. Abbiamo stabilito che si riunirà due volte l'anno per discutere temi di interesse comuni come la vita dei cristiani nel Paese nelle attuali circostanze politiche e sociali".

 

In chiave ecumenica quali sono stati i principali temi affrontati?

"Promulgheremo presto uno statuto dei cristiani iracheni in cui sono affrontate questioni matrimoniali, catechetiche, pastorali. Stiamo redigendo un programma comune per il catechismo nelle scuole ufficiali. Il Consiglio, tuttavia, non si sovrapporrà al lavoro delle singole Conferenze episcopali o Chiese".

 

Dal punto di vista sociale e politico come pensate di agire? Le difficoltà dei cristiani, attaccati, minacciati e costretti a fuggire dall'Iraq, sono ben note…

"Cercando di avere una voce sola, un punto di vista e posizioni condivise. Tuttavia, in questa fase particolare della vita politica irachena, a circa tre settimane dal voto del 7 marzo, abbiamo deciso di chiedere un incontro al futuro governo, che uscirà dalle urne, per presentare il nuovo Consiglio. Farlo adesso, infatti, significherebbe esporsi ad un gioco di alleanze politiche ed elettorali cui non vogliamo prendere parte".

 

Tuttavia il voto di marzo potrebbe rappresentare un banco di prova per verificare l'unità dei cristiani, anche sul piano politico: eleggere nel futuro Parlamento tutti e cinque i deputati cristiani, previsti dalla legge, sarebbe un successo, non crede?

"Bisogna che le istanze politiche laiche e cristiane abbiano spazio. Al momento non abbiamo molto peso però vorremmo avere una riunione, come segretariato del Consiglio, con i politici cristiani e, in secondo luogo, lavorare affinché questi leader politici si riuniscano insieme per discutere e preparare un piano comune di lavoro. Non abbiamo mai avuto, fino ad oggi, nessun genere di incontro con i politici di fede cristiana. È importante, quindi, vedersi e discutere".

 

Quanto nuoce a questo tentativo la frammentazione politica dei cristiani?

"Il nostro auspicio sarebbe vedere una sola lista di candidati cristiani per mostrarci uniti. Sfortunatamente ci sono varie liste con candidati liberi. Questo rende difficile portare avanti un blocco cristiano".

 

Cosa è realisticamente lecito attendersi da questo voto sotto il profilo del cambiamento politico?

"Gli iracheni non sembrano essere molto ottimisti sui risultati del voto di marzo poiché questo pare poggiare sulle stesse basi settarie e comunitarie del precedente. Da più parti si sente dire che la maggioranza di oggi sarà anche quella di domani. Quindi non si prefigurano molti cambiamenti. Per i cristiani sarà importante che i politici che li rappresenteranno nella prossima assemblea lavorino insieme per far conoscere le loro istanze e ciò vale sia nel caso che facciano parte di un solo schieramento che di più partiti. Solo così potremo contribuire al meglio alla ricostruzione materiale e spirituale del nostro Paese e soprattutto alla riconciliazione nazionale". Sir

 

 

 

Fastenzeit. Benedikt XVI: „Geht hinein in die Welt!“

 

Zum Auftakt der Fastenzeit hat Papst Benedikt Priester zum Gehorsam gegenüber Gott aufgerufen. Bei der jährlichen Audienz für die Priester der Diözese Rom ging das katholische Kirchenoberhaupt am Donnerstagmorgen auf das im Hebräerbrief dargelegte Priesterbild ein. Christus sei Mensch geworden, um als wahrer Priester zwischen Gott und den Menschen zu vermitteln, führte Papst Benedikt in der „lectio divina“ – der sorgsamen Lektüre der Heiligen Schrift – aus. Priester seien in der Nachfolge Christi dazu berufen, Mittler zwischen Gottvater und den Menschen zu sein. Dabei gelte es zu bedenken:

 

„Der Priester braucht eine Autorisierung von Gott. Das Sakrament seiner Weihe ist ein Geschenk aus den Händen Gottes. Nur, wenn sich in ihm beide Sphären, die göttliche und die menschliche, treffen, kann er wirklich eine Brücke sein zwischen Gott und den Menschen. Hierin besteht der wahre Auftrag des Priesters: Er muss diese beiden Wirklichkeiten miteinander vereinen. Auf diese Weise führt der Priester die Menschen dem verborgenen Gott und seiner Erlösung entgegen, hinein in das wahre göttliche Licht und das wahre Leben.“ (rv 18)

 

 

 

Bischof Mixa. Der neue Erregungserreger

 

Walter Mixa hat schon öfter mit umstrittenen Aussagen empört. Der streitbare Bischof weiß, dass man in einer Mediengesellschaft zuspitzen muss, um gehört zu werden. Von Matthias Drobinski

 

Meldungen über den Augsburger Bischof Walter Mixa beginnen mittlerweile mit Floskeln wie: "Wieder einmal sorgt ..." oder: "Erneut hat ..."

Also: Erneut empört Bischof Walter Mixa viele Menschen; diesmal, weil er gesagt hat, "die sogenannte sexuelle Revolution" sei "sicher nicht unschuldig" daran, dass sexueller Missbrauch "ein verbreitetes gesellschaftliches Übel" sei.

So, wie er vorher Empörung hervorrief, weil er sagte, die "Unmenschlichkeit des praktizierten Atheismus" habe sich in Nationalsozialismus und Kommunismus erwiesen. Und davor, weil er Holocaust und Abtreibung in einem Atemzug nannte; davor wiederum, weil er sagte, der Kinderkrippen-Ausbau degradiere Frauen zu "Gebärmaschinen".

 

Der neue Dyba - Bis zu seinem Tod im Jahr 2000 hatte der Fuldaer Erzbischof Johannes Dyba unter den katholischen Bischöfen die Rolle des Erregungserregers inne. Jetzt scheint Mixa diese Rolle zuzuwachsen, wobei ihm das Lustvolle fehlt, mit dem Dyba Streit suchte.

Manchmal tut Mixa leid, was er gesagt hat; dass ihm nach der Holocaust-Abtreibungs-Rede vorgeworfen wurde, er verharmlose den Judenmord, hat ihn getroffen. Manchmal gibt er zu, mit der gleichen Naivität formuliert zu haben, mit der er sich 2002 von einem mazedonischen Bischof in Skopje einen Koffer mit 205.000 Euro in die Hand drücken ließ, um das Geld in Deutschland auf die Bank zu bringen - fast wäre Mixa dafür als Devisenschmuggler im Gefängnis gelandet.

Meistens aber meint er, was er sagt, und er ist stolz darauf, wie er es sagt. Wer nicht zuspitzt, wird nicht gehört in der Mediengesellschaft, findet er, und dass die Kirche laut vernehmbar sein müsse, wenn das Land nicht den Bach hinuntergehen soll.

Und der Niedergang droht, wenn Frauen arbeiten gehen, statt zu Hause Kinder zu erziehen, wenn Abtreibung nicht mehr als Todsünde gilt, sexuelle Freizügigkeit herrscht und die Gottlosigkeit wächst - ohne christlichen Glauben, gerade in seiner katholischen Form, ist für Mixa wahre Menschlichkeit nicht möglich.

Dass Differenzierungen dabei verlorengehen, nimmt er in Kauf. Es geht auch unter, dass der Augsburger Bischof, der zugleich Militärbischof ist, sich nachdenklich und kritisch zum Einsatz der Bundeswehr in Afghanistan geäußert hat. Es bleibt Walter Mixa, der Kämpfer für einen konservativen Katholizismus.

Im Vatikan mag man Mixas Tenor

Auch mancher Mitbruder im Bischofsamt hält inzwischen die Luft an, wenn Mixa redet - weil er fürchten muss, in den kommenden Tagen nur auf das reagieren zu müssen, was der Augsburger vorgegeben hat und was nun die Nachrichten über die Kirche bestimmt.

Im Vatikan mag man den Tenor, wenn auch nicht jede Formulierung des einstigen Pfarrers von Schrobenhausen und Bischofs von Eichstätt schätzen, der 1945 als vierjähriger, heimatvertriebener Bub ins württembergische Heidenheim an der Brenz kam.

Und dennoch blieb Walter Mixa der größte Erfolg seiner Kirchenlaufbahn verwehrt: Er galt als Kandidat für den Münchner Erzbischofs-Stuhl, doch Papst Benedikt XVI. schickte ihn im Juli 2005 nicht an die Isar, sondern an den Lech. Was nur als die kleine, nicht als die ganz große Beförderung gelten kann. SZ 18

 

 

Missbrauchsfälle in Deutschland: „Ungeahntes Ausmaß“

 

An diesem Donnerstag hat die Rechtsanwältin Ursula Raue, die vom Jesuitenorden als unabhängige Sachbearbeiterin mit Aufklärung der Missbrauchsfälle in Jesuitenschulen betraut worden war, auf einer Pressekonferenz erste Ergebnisse vorgelegt. „Was jetzt hier über uns hereingebrochen ist, hat eine Dimension angenommen, die bisher nicht zu erahnen war“, kommentierte sie das vorläufige Ergebnis ihrer Untersuchungen. Ihr Bericht bezieht sich auf Fälle, die sich Ende der siebziger bis Mitte der achtziger Jahre an Jesuitenschulen in Deutschland ereigneten. 115 Missbrauchsopfer hätten sich inzwischen bundesweit bei ihr gemeldet, so Raue vor den Journalisten in Berlin. Zwölf Jesuitenpatres seien namentlich beschuldigt worden. Auch zwei Frauen sowie andere Lehrer und Bedienstete würden des Missbrauchs beschuldigt. Der größte Teil der Opfer habe das Canisius-Kolleg in Berlin besucht. Unter den Opfern seien auch frühere Schülerinnen, so Raue. Zudem hätten sich ehemalige Schüler gemeldet, die nicht an Jesuiten-Schulen waren. „Es gibt Verfehlungen und Wunden, die heilen offenbar nicht. Und diese Wunden gehören dazu“. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, will sich am Montag öffentlich zu den Missbrauchsfällen äußern. (rv 18)

 

 

 

Missbrauch in der Kirche. Bischof erzürnt Katholiken

 

Augsburg. "Verantwortungslos" nennt die Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche" die Äußerungen des Augsburger Bischofs Walter Mixa. Die Initiative "Kirche von unten" hält den Bischof für "persönlich überfordert" mit dem Thema und spricht von einer "Krise des Führungspersonals" in der katholischen Kirche.

 

Mixa hatte zuvor in der Augsburger Allgemeinen die zunehmende Sexualisierung des öffentlichen Lebens für den Missbrauch an katholischen Einrichtungen mitverantwortlich gemacht und gesagt: "Die sogenannte sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen gefordert wurde, ist daran sicher nicht unschuldig."

 

Christian Weisner von "Wir sind Kirche" wies die Aussage im Gespräch mit der FR zurück. Kindesmissbrauch auch in Internaten habe es "lange vor der sexuellen Revolution gegeben". Offenbar sei dem Bischof die Dimension des Problems nicht klar. Weisner widersprach auch Mixas Ansicht, der Zölibat habe mit dem Missbrauch nichts zu tun. Die Debatte dürfe zwar nicht darauf verengt werden, so Weisner, aber mit dem Zölibat werde jungen Menschen "sexuelle Reife und Entwicklung unmöglich gemacht".

 

Der Bundesgeschäftsführer von "Kirche von unten", Bernd Göhrig, nannte Mixas Beitrag "wenig hilfreich". Er warnte die in der nächsten Woche tagende Bischofskonferenz vor nur kosmetischen Beschlüssen. Es dürfe nun nicht darum gehen, das Ansehen der Kirche zu retten. Die Bischöfe müssten sich mit der Frage beschäftigen, "wie die Strukturen der Kirche diese Verbrechen begünstigen". Damit solle sich eine Expertenkommission befassen. Auch kirchliche Jugendverbände sollten beteiligt werden, die sich mit dem Thema befassten, sagte Göhrig der FR.

VON WOLFGANG WAGNER FR 17

 

 

 

Aschermittwoch: Mit Papst Benedikt von Kloster zu Kloster

 

Der Aventin – einer der sieben Hügel Roms – ist der Schauplatz für die feierliche Eröffnung der Fastenzeit durch Papst Benedikt XVI. Traditionsgemäß leitet er dort zur Stunde der Redaktion dieses Newsletters eine Bußprozession leiten, die Radio Vatikan über Partnersender live überträgt. Beginn der Liturgie und auch der Prozession ist das Benediktinerkloster San Anselmo. Der Abtprimas der Benediktiner, Notker Wolf, würdigt die Botschaft des Papstes zur diesjährigen Fastenzeit im Gespräch mit uns so:

 

„Der Heilige Vater gibt gar keine großen moralischen Anweisungen, sondern eine Interpretation des Menschen überhaupt und seines Zustandes, seiner ganzen Verkrümmtheit in sich selbst, der sich nun wieder öffnen soll auf den Anderen hin, und zwar eben mit Gott, durch die Liebe zu Gott.“

 

Die Prozession führt von San Anselmo zu einem weiteren Kloster auf dem Aventin, dem Dominikanerkonvent von Santa Sabina. Der Generalminister des Predigerordens, Pater Carlos Azpiroz Costa, erzählt von dem kleinen Konflikt, in den das Kloster in jedem Jahr gerät...

 

„Wir gehen auf die Auferstehung zu“ - Mit einem Pauluszitat hat Papst Benedikt XVI. seine Gedanken zur Fastenzeit bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch begonnen: „Jetzt ist sie da, die Zeit der Gnade; jetzt ist er da, der Tag der Rettung“. Mit dem Aschekreuz und dem Jesu Aufruf zu Umkehr und Glaube an das Evangelium beginne der Weg zum Osterfest:

 

 

„Umkehr und Glaube an das Evangelium sind nicht zwei getrennte Vorgänge. Christliche Bekehrung ist nicht einfach ein Moralismus, sondern ist die Hinkehr zu dem, was der Herr und sagt, ist Glaube an das Evangelium, Hineintreten in die Botschaft des Evangeliums und sich umwandeln lassen durch das Evangelium. Deswegen ist aber auch die Umkehr nicht ein einmaliger Akt und dann geht alles gut weiter, sondern ein Prozess, der unser ganzes Leben durchzieht...“ (rv 17)

 

 

 

Landgericht Düsseldorf. Das Kreuz des Anstoßes

 

Düsseldorf. Politiker und Amtskirche laufen Sturm gegen den geplanten Verzicht auf Kreuze im neuen Amts- und Landgerichtsgebäude in Düsseldorf. Der Kölner Generalvikar Dominik Schwaderlapp protestierte am Mittwoch gegen die Entscheidung der Gerichtspräsidenten, in dem neuen Justizgebäude nicht mehr die Kruzifixe aus den alten Sälen anzubringen.

 

Schwaderlapp verwies darauf, dass die deutsche Rechtsordnung auf dem christlichen Menschenbild beruhe. "Wer die Kreuze aus unseren Gerichtssälen entfernt, der trennt demonstrativ unsere Rechtsordnung von ihren Wurzeln", so der Generalvikar.

 

Die nordrhein-westfälische Justizministerin Roswitha Müller-Piepenkötter (CDU) forderte ebenfalls, die Entscheidung noch einmal zu überdenken. Es sei aber nicht ihre Aufgabe, "in das Hausrecht der Gerichtspräsidenten einzugreifen" und auf die Anbringung von Kreuzen politisch Einfluss zu nehmen.

 

Landgerichtspräsident Heiner Blaesing berief sich auf das sogenannte Kruzifix-Urteil des Bundesverfassungsgerichts. Danach müssten Kreuze in Gerichtssälen abgehängt werden, wenn Angeklagte Anstoß daran nehmen. Dieses Hin und Her aber störe das Ansehen des Symbols mehr als der komplette Verzicht. Die Entscheidung sei mit der Präsidentin des Oberlandesgerichts, Anne-Jose Paulsen, abgesprochen. In zwei Wochen verlässt die Justiz das bisherige Gebäude und zieht in neue Räume um.

 

Eine Sprecherin des Justizministeriums sagte auf Anfrage, Kreuze hingen nicht auf staatliche Anordnung in Gerichtssälen, sondern aufgrund "überlieferter Übung". In NRW gebe es auch keine entsprechende Verwaltungsvorschrift. Darüber befinde allein die Verwaltung. Im Sinne des Kruzifix-Urteils des Bundesverfassungsgerichts entscheide in jedem Einzelfall der Vorsitzende Richter, ob nach einer Beanstandung ein Kreuz entfernt werde.

 

Der Düsseldorfer Stadtdechant Rolf Steinhäuser sagte, ein Kreuz sei kein beliebiger Einrichtungsgegenstand, den man wie eine Vase oder einen Aktenschrank zurücklassen könne. Er verwies darauf, dass Kreuze im Nationalsozialismus und im Kommunismus abgehängt worden seien. "Beide Systeme haben unser Rechtssystem und unsere Justiz korrumpiert", so Steinhäuser.

 

Superintendent Ulrich Lilie sprach von einer "fatalen Entwicklung. Wir sind noch immer eine christliche Mehrheitsgesellschaft." Der Zeitgeist sei derzeit so liberal, "dass wir nach allen Seiten offen sind und dabei nicht mehr wissen, für was wir stehen".

 

Der katholische Prälat Karl-Heinz Vogt, kritisierte, dass einem Teil der Richter der Sinngehalt des Kreuzes verloren gegangen sei. Das Symbol wolle das Gewissen zur Wahrheit mahnen, sagte er. Er begrüßte geplante Gespräche zwischen Vertretern der Gerichte und der Kirchen.

 

Bereits 2006 hatte die Entscheidung für Aufsehen gesorgt, in dem renovierten Trierer Justizgebäude keine Kreuze mehr anzubringen. Der rheinland-pfälzische Justizminister Heinz Georg Bamberger (SPD) hatte damals die Entscheidung verteidigt. kna 18

 

 

 

Vatikan/Irland: Sich der Verantwortung stellen

 

Reue, Umkehr und Buße – die Themen der jetzt beginnenden Fastenzeit wurden in den letzten Tagen im Vatikan immer wieder angesprochen, beim Treffen der irischen Bischöfe mit Papst Benedikt XVI. Am Dienstag gingen die Beratungen über die Missbrauchsskandale in der irischen Kirche zu Ende, und die Bischöfe nahmen Benedikts Aufforderung, die Krise mit „Mut“ und „Entschlossenheit“ anzugehen, wieder mit nach Hause. Vor der Abreise standen fünf der 24 Oberhirten Journalisten in einer Pressekonferenz am Dienstagnachmittag Rede und Antwort. Und auch hier wurde immer wieder auf die Fastenzeit geschaut, auf notwendige Reue und Umkehr. Der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz und Bischof von Armagh, Seán Brady, sagte uns nach der Konferenz:  „Es gibt hier keine einfachen Antworten oder schnellen Lösungen. Wir sind mehr denn je überzeugt davon, dass wir Buße brauchen. Es wird nicht alles einfach so vorbei gehen. Manche mögen dies alles als Ablenkung von unserer wirklichen Aufgabe sehen, ich sage, das hier ist unsere wirkliche Aufgabe: Die Frohe Botschaft zu verkünden und mit diesem Problem umzugehen, mit unserer eigenen Verantwortung umzugehen und für unsere Handlungen Verantwortung zu übernehmen.“

 

Die Spannung in der Pressekonferenz war mit Händen zu greifen. Und immer wieder kamen die Fragen hervor, die sich auf das „Warum“ bezogen: Wie konnte es so weit kommen? Und was ist der Weg, dass so etwas nie mehr vorkommen kann? Dazu Kardinal Brady auf der Pressekonferenz:

 

„Es gab Versagen in der Leitung der Kirche Irlands. Opfer haben uns gesagt, dass der einzige Weg, die Glaubwürdigkeit wiederzuerlangen, unsere Demütigung sein wird. Das wollen wir tun.“ (rv 17)

 

 

 

 

Eugen Drewermann: ''Katholische Sexualmoral ist repressiv''

 

Eugen Drewermann, katholischer Theologe und Psychotherapeut, sprach mit dem Tagesspiegel über den Druck des Priesteramts und Missbrauchsfälle in der Kirche.

 

Herr Drewermann, vor wenigen Wochen wurden Fälle von sexuellem Missbrauch am katholischen Canisius- Kolleg in Berlin öffentlich. Die katholische Kirche in den USA kämpft seit geraumer Zeit mit einer Flut von Klagen wegen Missbrauchs. In Irland wurden über Jahrzehnte hinweg vermutlich tausende Schüler von ihren geistlichen Lehrern und von Priestern sexuell missbraucht und misshandelt. Sind dies alles Einzelfälle oder gibt es einen Zusammenhang mit der katholischen Kirche?

 

Die katholische Kirche hat das Bild einer von Gott gesetzten, heiligen Institution. Alle Fehler, die passieren, gehen zurück auf das Konto fehlbarer Menschen – nie auf die Kirche. Die Abspaltung von Institution und Person erlaubt nicht die geringste Erfahrungskorrektur. Es gibt keine Rückkopplung. Es gibt nur zwei Ebenen, die miteinander nicht zusammenkommen können. Das ist ein monolithischer und nach unten hierarchisch organisierter, heiliger Apparat, der Gottes Gnade vom Himmel auf die Erde herab- führen soll. Ganz sicher wird nicht in diesem System darüber nachgedacht werden, wie es selber als System und als Idealsetzung die Ursache für so viel Leid ist. Das kann nicht gedacht werden. Dies ist undenkbar, oder das ganze System würde gesprengt werden durch die Erkenntnis, dass die Sexualmoral verkehrt ist, dass das Papsttum verkehrt ist, dass die Spaltung zwischen Gott und Mensch verkehrt ist, dass der Unfehlbarkeitsanspruch verkehrt ist, dass die Unterdrückung der freien Meinung durch das Gehorsamsgebot menschlich und religiös nicht zu halten ist. Es ist nicht irgendwas, was da falsch läuft, die Frage der Sexualität ist ein schweres Symptom, aber sie ist nur ein Thema. Ein Oberflächensymptom für eine Grundstruktur, die im Ganzen nicht stimmt.

 

Die eigentliche Wurzel in der Häufung der Missbrauchsfälle durch Geistliche liegt also in der katholischen Sexualmoral?

 

Die katholische Sexualmoral ist ohne Zweifel repressiv und rigide. Für Außenstehende schwer vorstellbar, aber moraltheologisch gilt nach wie vor, dass jede Erregung sexueller Lust, willentlich oder außerhalb der Ehe, als schwere Sünde zu betrachten ist. Diese Anschauung wird pädagogisch in der Kindererziehung für die Jugendlichen verpflichtend gemacht und, bereits in der Erstkommunion unterrichtet, grundgelegt. Dementsprechend stark sind die Abwehrmechanismen gegen eine natürliche Entwicklung.

 

Was bedeutet das für den Gläubigen?

 

Es sind zwei Faktoren, die sich daraus ergeben: Zum einen wird die Gestalt der Frau in etwas Unberührbares, Heiliges gesetzt. Es gibt hier keine Lernschritte der natürlichen Annäherung. Zum anderen kann das Verbot der Frau zur Fixierung von entwicklungs-homosexuellen Phasen führen. Nicht verboten scheint eine Weile lang Kontakt unter Jungen; wie es ja normal ist im Jugendalter. Aber dann kann da die reifende Sexualität hinein- drängen, mit all ihrer Triebstärke und Grenzen wegsprengend, die zu neuen Ängsten und Schuldgefühlen führen. Es ist ein offenes Geheimnis, dass aus Flucht vor diesen Gefahren eine ganze Reihe von Leuten den Priesterberuf erstreben.

 

Sie meinen, der Weg in den Priesterberuf ist eine Flucht vor der eigenen Sexualität?

 

Ja. Sie fliehen vor der Sexualität, die sie nie haben kennenlernen dürfen, und diese Flucht wird dann sogar noch heilig gesprochen. Das Fatale ist, dass die ganzen, von der Kirche selber verursachten neurotischen Abwehrhaltungen, kirchlicherseits ideologisch als besondere Berufung Gottes interpretiert werden. Es wird unter Eid jemand, der mit 25 oder 28 Jahren sich weihen lässt, für sein ganzes weiteres Leben auf diesen Entwicklungszustand festgeschrieben. Und die Ausbildung in den Konvikten und Priesterseminaren leistet eigentlich keinerlei Beitrag zur Weiterentwicklung und Reife. Das Ganze bleibt ein heiliges Tabu. Dementsprechend sind diejenigen, die sich an Kindern vergangen haben, selbst noch halbe Kinder. Sie sind festgeschrieben in ihrer Erfahrung aus ihrer Jugend, zeitlich begrenzt auf die Phase kindlicher bzw. jugendlicher Zuneigung. Nicht umsonst erlöscht meist das Interesse an den Objekten der Begierde, sobald diese dem Alter entwachsen sind, in dem der Kleriker in seiner Fixierung stecken geblieben ist.

 

Wie lebt der Priester im Zölibat mit seinem Sexualtrieb?

 

Das geht einher mit ständigen Schuldgefühlen, Schuldumkehrungen, Dennochdurchbrüchen, Reueaktionen und Selbsterniedrigung. Eine endlose Mühe im Teufelskreis. Der Sünder muss beichten und bereuen, sich der heiligen Mutter Kirche unterwerfen. Das ist der einzige Weg der Kirche, damit umzugehen. Dass es in Wirklichkeit wieder anders ausgeht, ist klar. Dafür gibt es endlose Rechtfertigungen. Das ist es, was man jetzt in Canisius mit Sicherheit wird betrachten können. Die lange Kette der Entschuldigungen der Kirche für sich selber.

 

Solange die katholische Kirche an ihren Moraldogmen festhält, wird sich also nichts ändern?

 

Das, was wir jetzt erleben, ist eine Momentaufnahme von etwas, was sich in über 500 Jahren nicht verändert hat. Nicht durch die Reformation, nicht durch die Aufklärung, nicht durch die Frauenemanzipation, nicht durch die Demokratie als politischer Kultur im westlichen Abendland. Durch gar nichts! Es ist gegen jede Erfahrung resistent! Das muss es sein, weil es als Solches von Gott gegeben verstanden ist. Der Mensch hat daher gar nicht das Recht, daran etwas zu ändern. Es wäre eine neue Sünde, überhaupt für möglich zu halten, daran etwas zu ändern. Es hat einmal jemand gesagt, die katholische Kirche wäre gar nicht so schlecht beraten, wenn sie lutherisch werden wollte. Da ist was dran.

Das Gespräch führte Erwin Starke.  Tsp 17

 

 

 

Missbrauch. Bischof Franz-Josef Bode: „Kirche hat Fehler gemacht“

 

Der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode hat angesichts der Missbrauchsfälle Fehler der katholischen Kirche eingeräumt. Die Kirche sei in der Vergangenheit offenbar zu leichtfertig mit den Tätern umgegangen, sagte Bode, der auch Vorsitzender der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz ist, am Mittwoch im Deutschlandfunk. Nun komme es darauf an, durch verbesserte Vorbeugung und Kommunikation künftig Missbrauch zu verhindern. Nach Einschätzung des Bischofs wurden Täter in den 70er und 80er Jahren teilweise einfach in andere Bistümer und Gemeinden versetzt oder zu Exerzitien gedrängt. Dabei sei nicht berücksichtigt worden, dass es sich um teilweise lebenslange Prägungen handele.

Skeptisch äußerte sich Bode zu Äußerungen von Bischof Walter Mixa. Der Augsburger Bischof hatte am Dienstag erklärt, an den Übergriffen sei die zunehmende Sexualisierung der Öffentlichkeit in den vergangenen Jahren nicht ganz unschuldig... RV 17

 

 

 

 

 

Vatikan. Abscheuliche Verbrechen

 

Rom,Vatikan - So harte Worte wie bei diesem zweitägigen Krisengipfel werden im Vatikan selten gefallen sein. Von einem "abscheulichen Verbrechen" spricht Papst Benedikt XVI., und die um ihn versammelten 24 Bischöfe Irlands müssen das auch noch - für die Abschlusserklärung - zerknirscht unterschreiben. Gleichzeitig bekennen sie vor dem Papst und der Welt das "Versagen der kirchlichen Autoritäten in Irland über viele Jahre hinweg" im Umgang mit den Tausenden Fällen von Kindesmissbrauch durch Priester und Ordensleute.

 

"Die irischen Bischöfe haben den Ruf der Kirche über die Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt" aus dem "Murphy-Bericht" über Missbrauchsfälle in der irischen katholischen Kirche

 

"Im Geist des Gebets und der brüderlichen Gemeinschaft", fährt die Erklärung vom Dienstag fort, hätten irische Bischöfe, Papst und Spitzenvertreter der Kurie miteinander beraten - im selben Satz aber folgt der Verweis auf die "freimütige und offene Atmosphäre" des Treffens. Übersetzt heißt das: da sind die Fetzen geflogen. Irland ist nach dem gewaltigen Missbrauchsskandal in den USA 2001 das zweite große "Erdbeben", das bis in den Vatikan vordringt - dies vor allem wegen der starken Stellung der katholischen Kirche auf der Grünen Insel: Knapp 88 Prozent der Iren sind katholisch getauft; zusammen mit Italien, Spanien und Portugal galt Irland als eines der katholischsten Bollwerke Europas. Die Missbrauchsfälle, die Deutschland derzeit beschäftigen, sind im Vatikan offiziell noch nicht angekommen.

Missbrauch wurde jahrelang vertuscht

 

Irlands Kirche wird seit mehreren Monaten durch die Untersuchungen zweier Regierungskommissionen erschüttert. Besonders verheerend wirkte der "Murphy-Bericht" vom November 2009, der nicht nur mehrere Hundert Fälle detailliert auflistet, sondern auch vier früheren Dubliner Erzbischöfen eine jahrzehntelange Vertuschung auch schwerwiegendster Vergehen anlastet. Die Bischöfe hätten "den Ruf der Kirche über die Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt"; sie hätten pädophile Priester nicht suspendiert, sondern von Pfarrei zu Pfarrei weitergereicht; sie hätten Schuldige systematisch den staatlichen Gerichten entzogen, nicht nur "um Skandale zu vermeiden", sondern auch "um die Güter der Kirche zu schützen". Die letzte Bemerkung des "Murphy-Berichts" spielt auf die hohen Schadenersatzforderungen an, die nach 2001 auf die Kirche in den USA zugekommen waren und so manche Diözese an den Rand des Bankrotts trieben.

 

Bereits nach Veröffentlichung des Berichts hatte Benedikt XVI. die irischen Bischöfe ein erstes Mal in den Vatikan zitiert, von "Schande" und "Verrat" gegenüber der christlichen Lehre gesprochen und "wirksame Strategien" angefordert, damit solche Vorgänge sich nicht wiederholten. Bis Ostern will der Papst auch einen Brief an die irischen Katholiken schreiben. Benedikt wird darin wohl die Linie bekräftigen, die die katholische Kirche seit dem amerikanischen Skandal fährt: keinerlei Toleranz gegenüber den Schuldigen, deren Auslieferung an ordentliche Gerichte, Entschuldigung und Versuche der Wiedergutmachung gegenüber den Opfern.

 

Die irische Bischofskonferenz ihrerseits hat sich bereits im Dezember "voller Demut" bei den Opfern entschuldigt. Was diesen geschehen sei, "hätte nie passieren dürfen", schrieben die Bischöfe. Seither ist bereits ein Oberhirte zurückgetreten; weitere Rücktrittsangebote liegen beim Papst.

 

Vor dem "Murphy-Report" enthüllte der "Ryan-Report" im Mai 2009 das schockierende Ausmaß einer Schreckensherrschaft. Tausende hilfloser Jungen und Mädchen wurden über sechs Jahrzehnte hinweg in Irlands katholischen "Reformschulen" gequält, erniedrigt, geschlagen und vergewaltigt.

Paul Kreiner St.Z. 17

 

 

 

 

Marokko: „Verschärfte Aggression gegen Christen“

 

Dass die christliche Minderheit in Marokko Anfeindungen ausgesetzt ist, ist nicht neu. Doch die Aggressivität, mit der zuletzt gegen die Teilnehmer einer Bibelstunde vorgegangen wurde, hat eine bisher unbekannte Stärke. Das meint die Nordafrika-Fachfrau von Misereor, Maria Harmann, im Gespräch mit Radio Vatikan. Am letzten Sonntag wurden in der Kleinstadt Amizmiz 50 Kilometer südlich von Marrakesch ein US-Amerikaner und 18 Marokkaner, darunter fünf Kleinkinder, von Sicherheitskräften aufgegriffen und 14 Stunden lang verhört. Harmann dazu:

 

„Marokko sieht sich selbst als ein Land, das Religionsfreiheit gewährt. Diese Religionsfreiheit folgt aber dem Verständnis, das im Nahen Osten davon herrscht, nämlich: Die Religion, in die ich hineingeboren wurde, die soll ich ausüben und nach deren Regeln soll ich leben dürfen. Nicht nur, was die religiöse Praxis, sondern beispielsweise auch, was das Familienleben oder Ehegesetz angeht. Darüber hinaus aber zu versuchen, andere Menschen dem eigenen Glauben zuzuführen, das wird eher als Störung des sozialen Friedens empfunden.“ (rv 18)

 

 

 

Papst nimmt irische Bischöfe ins Gebet

 

Benedikt XVI. will nach Kindsmissbrauch durch Geistliche die Glaubwürdigkeit der Kirche erneuern. 24 Würdenträger der "grünen Insel" wurden in den Vatikan zitiert.

 

Rom  - So harte Worte wie bei diesem eineinhalbtägigen Krisengipfel werden im Vatikan selten gefallen sein. Von einem „abscheulichen Verbrechen“ spricht Papst Benedikt XVI., und die um ihn versammelten 24 Bischöfe Irlands müssen das auch noch – für die Abschlusserklärung – zerknirscht unterschreiben. Gleichzeitig bekennen sie vor dem Papst und der Welt das „Versagen der kirchlichen Autoritäten in Irland über viele Jahre hinweg“ im Umgang mit den tausenden Fällen von Kindesmissbrauch durch Priester und Ordensleute.

 

„Im Geist des Gebets und der brüderlichen Gemeinschaft“, fährt die Erklärung vom Dienstag fort, hätten irische Bischöfe, Papst und Spitzenvertreter der Kurie miteinander beraten – im selben Satz aber folgt der Verweis auf die „freimütige und offene Atmosphäre“ des Treffens. Übersetzt heißt das: Da sind die Fetzen geflogen.

 

Irland ist nach dem Bekanntwerden der gewaltigen Missbrauchsaffäre in den USA 2001 das zweite große „Erdbeben“, das bis in den Vatikan vordringt – dies vor allem wegen der bisher starken Stellung der katholischen Kirche auf der „grünen Insel“: Knapp 88 Prozent der Iren sind katholisch getauft; zusammen mit Italien, Spanien und Portugal galt Irland als eines der katholischsten Bollwerke Europas. Die Missbrauchsfälle, die Deutschland derzeit beschäftigen, sind im Vatikan offiziell noch nicht angekommen.

 

Irlands Kirche wird seit mehreren Monaten durch die Untersuchungen zweier Regierungskommissionen erschüttert. Besonders verheerend wirkte der „Murphy-Bericht“ vom November 2009, der nicht nur mehrere hundert Fälle detailliert auflistet, sondern auch vier früheren Erzbischöfen von Dublin eine jahrzehntelange Vertuschung auch schwerwiegendster Vergehen anlastet. Die Bischöfe hätten „den Ruf der Kirche über die Unversehrtheit schutzloser Kinder gestellt“; sie hätten pädophile Priester nicht suspendiert, sondern von Pfarrei zu Pfarrei weitergereicht; sie hätten Schuldige systematisch den staatlichen Gerichten entzogen, nicht nur „um Skandale zu vermeiden“, sondern auch „um die Güter der Kirche zu schützen“.

 

Die letzte Bemerkung des „Murphy-Berichts“ spielt an auf die hohen Forderungen an Schadenersatz, die nach 2001 auf die katholische Kirche in den USA zugekommen waren und so manche Diözese an den Rand des Bankrotts getrieben hatten.

 

Bereits nach Veröffentlichung des Berichts hatte Benedikt XVI. die irischen Bischöfe ein erstes Mal in den Vatikan zitiert, von „Schande“ und „Verrat“ gegenüber der christlichen Lehre gesprochen und „wirksame Strategien“ angefordert, damit solche Vorgänge sich nicht wiederholten. Bis Ostern will der Papst auch einen Brief an die irischen Katholiken schreiben.

 

Benedikt wird darin wohl die Linie bekräftigen, die die katholische Kirche seit dem amerikanischen Skandal fährt: Keinerlei Toleranz gegenüber den Schuldigen, deren Auslieferung an ordentliche Gerichte, Entschuldigung und Versuche der Wiedergutmachung gegenüber den Opfern.

 

Die irische Bischofskonferenz ihrerseits hat sich bereits im Dezember „voller Demut“ bei den Opfern entschuldigt. Was diesen geschehen sei, „hätte nie passieren dürfen“, schrieben die Bischöfe. Seither ist bereits ein Oberhirte zurückgetreten; weitere Rücktrittsangebote liegen beim Papst. Paul Kreiner Tsp 17

 

 

 

 

Vatikan/Irland: Es geht um die Wahrheit, die ganze Wahrheit

 

An diesem Montag und Dienstag haben im Vatikan die Krisengespräche zu den Missbrauchsfällen in Irland stattgefunden. 24 Bischöfe und damit fast die gesamte Bischofskonferenz des Landes waren in Rom, um mit dem Papst zu sprechen. In Einzelgesprächen und in Anwesenheit der Chefs der wichtigsten Ministerien des Vatikans hatte jeder Bischof eine Privataudienz mit dem Papst, um die Missbrauchsfälle und vor allem den Umgang damit zu besprechen. Unsere Kollegin Emer McCarthy hat Bischof Joseph Duffy zu diesen Gesprächen interviewt. Er ist Bischof von Clogher und Sprecher der Bischofskonferenz des Landes. Mit welcher Einstellung sind die Bischöfe in diese Gespräche hineingegangen?

 

„Ich denke, dass die Bischöfe eine Verantwortung haben, so offen und ehrlich zu sein, wie es ihnen möglich ist. Jeder Bischof wird aus seiner eigenen Erfahrung heraus sprechen, wie er die Dinge vorfindet und wie er meint, dass die Dinge verbessert werden könnten, denn alles ist verbesserungswürdig, soviel müssen wir zugeben. Wir versuchen, einen Weg der moralischen Verantwortung und Ehrlichkeit zu gehen. Wir akzeptieren, das unsere moralische Autorität in Frage gestellt wird und dass es um nichts anderes geht als Wahrheit, die ganze Wahrheit.“

 

Einer der Vorwürfe gegen die Kirche Irlands war, dass die Rolle der Laien, wie sie im letzten Konzil anvisiert war, in Irland nie wirklich umgesetzt wurde. Hier sei eine der Ursachen für die aktuelle Krise zu finden. Dazu sagte Bischof Duffy:

 

„Dem muss ich zustimmen in dem Sinn, dass die Charismen der Laien nicht voll erkannt oder entwickelt oder zugelassen wurden. Ein möglicher Grund dafür war, dass wir eine Überfülle an Klerikern in Irland hatten, es gibt immer noch eine ausreichende Zahl von Priestern dort, um die Struktur der Kirche zu erhalten. Jeder weiß das. Es ist eine Frage des Drucks der Umstände, der der stärkste Einfluss auf die Änderung menschlichen Verhaltens ist. Für uns stellt sich die Frage, ob wir uns in die Sache hineinziehen lassen oder ob wir selbst aktiv werden. Natürlich sollten wir selber aktiv sein.“

 

Nie wieder Missbrauch! - Der Missbrauchsskandal habe für die Kirche des Landes eine schwere Krise ausgelöst und das Vertrauen in die Glaubwürdigkeit der Amtsträger erschüttert – das steht ohne Umschweife in der Schlusserklärung nach dem Krisengipfel. Benedikt XVI. kündigt für die Fastenzeit einen Pastoralbrief an die Katholiken Irlands an. Die Beratungen in Rom hätten in sehr offener und ehrlicher Atmosphäre stattgefunden; die Bischöfe hätten Schmerz und Zorn zur Sprache gebracht, das Gefühl von Verrat und die Scham, die ihnen häufig in Gesprächen mit den Opfern begegnet sei. Irlands Oberhirten versprachen dem Papst, mit den staatlichen Stellen Irlands – im Norden wie im Süden – und mit dem Nationalen Ausschuss für den Schutz von Kindern zusammenzuarbeiten.

 

Es sei klar, dass die augenblickliche schmerzhafte Situation sich nicht schnell lösen lassen wird, gab Papst Benedikt zu bedenken. Die Bischöfe brauchten also jetzt einen langen Atem, um mutig die geistliche und moralische Glaubwürdigkeit der Kirche wieder herzustellen. Letztlich, so Benedikt, gebe es eine Verbindung zwischen der allgemeinen Krise des Glaubens und dem Phänomen des sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Darüber müsse die Kirche auch theologisch noch nachdenken. Ein erster, wichtiger Schritt sei eine bessere Auswahl und Begleitung von Priesteramtskandidaten. (rv 16)

 

 

 

 

 

Die deutschen Bischöfe treffen sich ab Montag zu ihrer Frühjahrsvollversammlung.

 

Erstmals in der Geschichte der Bischofskonferenz finden die Beratungen zu aktuellen kirchlichen und gesellschaftspolitischen Themen in Freiburg statt. Auf der Tagesordnung stehen unter anderem die Missbrauchsfälle an katholischen Schulen, eine Bewertung des Afghanistan-Einsatzes sowie Fragen, wie wieder mehr Priester- und Ordensnachwuchs gewonnen werden kann. An einem eigenen Studientag beraten die Bischöfe über die älter werdende Gesellschaft. Feierlicher Auftakt der Vollversammlung mit 65 Bischöfen aus allen 27 deutschen Diözesen ist der Eröffnungsgottesdienst am Montagabend im Freiburger Münster. Die Konferenz endet am Donnerstag. (kna)

 

 

 

 

Kindesmissbrauch in der Kirche. Bischof Mixa gibt ''sexueller Revolution'' Mitschuld

 

Der Augsburger Bischof Mixa gibt der "sexuellen Revolution" Mitschuld an Missbrauchsfällen in der Kirche. Eine Verhöhnung der Opfer, sagt Grünen-Chefin Roth.

Der Augsburger Bischof Walter Mixa ist überzeugt, dass der Kindesmissbrauch an katholischen Einrichtungen auch eine Folge der zunehmenden Sexualisierung der Öffentlichkeit seit den sechziger Jahren ist.

"Die sogenannte sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen gefordert wurde, ist daran sicher nicht unschuldig", sagte Mixa in einem Interview mit der Augsburger Allgemeinen.

Gleichzeitig verurteilte er die Übergriffe von Geistlichen auf Jugendliche als "besonders abscheuliches Verbrechen".

 

Einen Zusammenhang von priesterlicher Ehelosigkeit und den sexuellen Übergriffen erkennt Mixa indessen nicht. Pädophilie und Zölibat hätten nichts miteinander zu tun. Unabhängige Experten hätten darauf hingewiesen.

Kirchenkritiker wie der katholische Theologe Eugen Drewermann sind anderer Meinung: Der Fehler der Kirche bestehe darin, Priester mit dem Eheverbot zu zwingen, zwischen der Liebe zu Gott oder den Menschen zu wählen.

Und die Grünen-Chefin Claudia Roth reagiert scharf auf Mixas Mixtur. Der Bischof verhöhne die Opfer, wenn er einer Sexualisierung der Gesellschaft eine Mitschuld an den Vorfällen gebe: "Es ist nicht nur haarsträubend, sondern auch eine beispiellose Verhöhnung der Opfer sexuellen Missbrauchs, wenn an diesem Skandal innerhalb der katholischen Kirche nun andere schuld sein sollen“, so die Politikerin

in der Augsburger Allgemeinen.

Angesichts der "unseligen Äußerungen“ des Bischofs, so Roth, stelle sich die Frage, inwieweit es in der Kirche tatsächlich ein glaubwürdiges Interesse daran gebe, "das erschreckende Ausmaß an Missbrauchsfällen schonungslos und selbstkritisch aufzuklären“. Dazu müsse auch "die kritische Auseinandersetzung mit der repressiven Sexualmoral der katholischen Kirche und ihrer Rolle bei diesem furchtbaren Komplex des Wegsehens und der Verheimlichung“ zählen.

Mixa argumentiert dagegen, dass "der ganz überwiegende Teil entsprechender Sexualstraftaten von verheirateten Männern, oft im verwandtschaftlichen Umfeld der Opfer, begangen wird“. Ehelos lebende Priester seien in der Regel sexuell völlig normal orientiert, verzichteten aber freiwillig auf Ehe und Sexualität.

Papst wirft Bischöfen Versagen vor

Leise Kritik äußerte der Bischof am Umgang der Kirche mit den Missbrauchsfällen: Er räumte ein, dass Verantwortliche in der Vergangenheit gegenüber Sexualdelikten an Kindern und Jugendlichen "zu blauäugig" waren. Doch auch dafür macht er gesellschaftliche Fehlentwicklugen verantwortlich: "Da sind kirchliche Verantwortungsträger möglicherweise auch einem Zeitgeist aufgesessen, der selbst im Bereich des staatlichen Strafrechts Resozialisierung statt Strafe propagierte.“

Unterdessen fand Papst Benedikt XVI. klare Worte für einen anderen europäischen Missbrauchsfall: In Irland erschüttern Enthüllungen über Vergewaltigungen und Misshandlungen Hunderter Kinder die katholische Kirche. Bei einem Treffen mit allen irischen Bischöfen in Rom warf Benedikt der Kirchenführung des Landes "Versagen" im Umgang mit den Missbrauchsfällen vor und rief seine Gäste dazu auf, die "moralische und geistige Glaubwürdigkeit" der Kirche wiederherzustellen.

Es bedürfe "konkreter Maßnahmen", um die Wunden der Opfer zu heilen, forderte der Papst am Dienstag nach zweitägigen Gesprächen über den Skandal. Der Papst verurteilte erneut die "abscheulichen Verbrechen", aber auch "die schwere Sünde, die Gott beleidigt und die nach seinem Vorbild geformten Menschen in ihrer Würde verletzt". Von den Bischöfen sei nun "Ehrlichkeit und Mut" gefordert.

(sueddeutsche.de/dpa/AFP)

 

 

 

 

Kritik an Bischof Mixa ''Verhöhnung der Opfer''

 

Der Augsburger Bischof Mixa hat mit seinen Äußerungen zum Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche eine Welle der Entrüstung ausgelöst. Selbst Kirchenorganisationen gehen auf Distanz.

Scharfe Kritik an Bischof Mixa: Nach seinen Äußerungen, die sexuelle Revolution sei mitverantwortlich für den sexuellen Missbrauch in katholischen Einrichtungen, gehen Kirchenorganisationen auf Distanz zu dem Augsburger Kirchenoberen.

Als verantwortungslos hat die Kirchenvolksbewegung "Wir sind Kirche" die Aussagen Mixas kritisiert. Sexuelle Gewalt gegen Kinder, auch in Internaten, habe es "lange vor der sexuellen Revolution gegeben", sagte Christian Weisner von der kirchlichen Organisation der Frankfurter Rundschau. Offenbar sei dem Bischof die "Dimension des Problems nicht klar".

"Haarsträubender" Erklärungsversuch

Auch Bernd Göhrig von der Initiative "Kirche von unten" äußerte sich kritisch über den Bischof: Er halte Mixa für "persönlich überfordert" mit dem Thema. Zudem konstatierte Göhrig eine "Krise des Führungspersonals" in der katholischen Kirche. Er warnte die in der nächsten Woche tagende Bischofskonferenz vor nur kosmetischen Beschlüssen: Es dürfe nun nicht darum gehen, das Ansehen der Kirche zu retten. Die Bischöfe müssten sich mit der Frage beschäftigen, "wie die Strukturen der Kirche diese Verbrechen begünstigen".

Die katholische Kirche bemüht sich seit dem Bekanntwerden der Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg um Schadensbegrenzung.

 

Mixa hatte in einem Interview mit der Augsburger Allgemeinen gesagt, die sogenannte sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen gefordert worden sei, sei sicher nicht unschuldig an dem jüngst bekanntgewordenen jahrelangen sexuellen Missbrauch an Kindern innerhalb der katholischen Kirche.

Auch die Politik zeigt sich empört von Mixas fragwürdigem Erklärungsansatz. Grünen-Chefin Claudia Roth sagte der Augsburger Allgemeinen: "Es ist nicht nur haarsträubend, sondern auch eine beispiellose Verhöhnung der Opfer sexuellen Missbrauchs, wenn an diesem Skandal innerhalb der katholischen Kirche nun andere schuld sein sollen", so die Politikerin.

Der Parlamentarische Geschäftsführer der Grünen, Volker Beck, sagte dem Tagesspiegel: "Das Problem, das die katholische Kirche hat, ist viel älter als die sexuelle Befreiung." Er machte die "systematische Unterdrückung von Sexualität" verantwortlich für die Vorfälle und wies die Thesen Mixas als "historisch absurd" zurück.

Beck forderte auch, dass der Papst sich der Thematik annehmen müsse: "Die weltweiten Skandale haben etwas Systematisches an sich. Der Papst muss dafür sorgen, dass das Thema in allen Teilen der Welt zum Thema gemacht wird. Das ist das Mindeste, was die Opfer erwarten können."  Apn 17

 

 

 

Auf CD und DVD: Wie Fasten befreit!

 

Als Geleit für die Fastenzeit bietet das weltweite katholische Hilfswerk

"Kirche in Not" wahlweise eine Video-DVD oder eine Hör-CD mit Impulsen

bekannter katholischer Geistlicher an. In zwei Interviews berichten

darin der Kapuzinermönch Bruder Paulus Terwitte und der

Zisterzienserpater Karl Wallner über ihre Sichtweise des Fastens.

 

Einig sind sie sich vor allem über die befreiende Wirkung des Verzichts.

Für Bruder Paulus Terwitte ist das Fasten schon allein körperlich ein

Weg für "ein Leben in Fülle". Pater Karl Wallner legt seinen Schwerpunkt

auf die geistlichen Möglichkeiten zur Befreiung von Ängsten und Lasten,

die das Fasten eröffnet.

Die Interviews mit Bruder Paulus Terwitte und Pater Karl Wallner können

unentgeltlich bei "Kirche in Not" in München auf Video-DVD und Hör-CD

bestellt werden: www.kirche-in-not.de/shop KiN, de.it.press

 

 

 

 

Benedikt: „Das Zeugnis weckt Berufungen“

 

Priester sollen nicht traurig und isoliert wirken, sondern die Botschaft des Evangeliums im eigenen Leben ausstrahlen – dann wird es auch wieder mehr Berufungen geben. Das schreibt Papst Benedikt in seiner Botschaft zum Weltgebetstag um geistliche Berufungen; er wird am kommenden 25. April gefeiert. Die Botschaft des Papstes wurde an diesem Dienstag veröffentlicht; sie trägt den Titel „Das Zeugnis weckt Berufungen“.

 

Auf das Thema Missbrauchsskandale geht Benedikt XVI. in dem Text nicht ein. Vielmehr spricht der Papst zunächst über die großen Gestalten der biblischen Geschichte, die in besonderer Weise Gott bezeugt hätten, etwa die Propheten. Der stärkste Zeuge für Gott in der Geschichte der Menschen aber sei Jesus selbst. Die Berufung Petri schildert der Papst als hervorragendes Beispiel christlicher Berufung. Der Berufene wolle seinen Brüdern und Schwestern mitteilen, was er in der Begegnung mit Jesu erfahren hat. Genau das geschehe auch heute in der Kirche. (rv 16)

 

 

 

 

Canisius-Colleg. Schulverwaltung fühlt sich nicht zuständig für Canisius-Fälle

 

Missbrauchs-Opfer fordern klare Standards für Vorgehen bei Missbrauchsverdacht an Institutionen. Von Hadija Haruna

 

Das alljährliche Aschermittwochsgebet ist eine fester Termin der Jesuiten in Deutschland. Doch in diesem Jahr hat das öffentliche Bußgebet ein besonderes Thema: Die Gläubigen bitten um Vergebung und beten für die Opfer sexueller Gewalt. In der Kirche Maria Regina Martyrum in Tegel versammelten sich dazu gestern am Abend rund 100 Bürger und Geistliche. Sie sangen, zündeten Kerzen an und versanken in stilles Gebet. Unter den Teilnehmern waren auch frühere Schüler des Berliner Canisius-Kollegs.

 

Das Wort Missbrauch fiel nicht. Es war dennoch allgegenwärtig: „In unserer Mitte wurden Kinder und Jugendliche, die uns anvertraut waren, hundertfach geschlagen, auf den bloßen Körper“, sagte der Jesuitenpater Christian Herwartz. „Vieles kann ich nicht sagen, weil es so eklig ist. Sie mussten durch diese schwere Prüfung durch, um Gruppenführer zu werden“, sagt Herwartz und deutet die Misshandlungen im Freizeitkeller des Canisius-Kollegs in den 70er und 80er Jahren an. Im Kreis der Jesuiten scheint mehr bekannt zu sein, als an diesem Abend ausgesprochen wird.

 

Erste offizielle Angaben zur Dimension des sexuellen Missbrauchs von Schülern an katholischen Jesuiten-Kollegs will die Berliner Anwältin Ursula Raue heute in einem Zwischenbericht offenlegen. Damit wurde die Anwältin vom Jesuiten-Orden beauftragt. Demnach legten inzwischen mehr als 100 Missbrauchsopfer ihre Fälle – und ihr Schicksal offen.

 

Auch die Berliner Rechtsanwältin Manuela Groll ist um Aufklärung in den Missbrauchsfällen bemüht. Sie vertritt neun der betroffenen ehemaligen Schüler, die sich unabhängig voneinander bei ihr gemeldet haben. „Das ist erst der Anfang. Die Lawine ist losgetreten, doch die Verhandlungen werden noch länger andauern.“ Zu ihrem strategischen Vorgehen könne sie aus Gründen der Schweigepflicht nichts sagen. Die weiteren Schritte hingen jedoch vom Zwischenbericht ab. Eine Sammelklage wie bei einem Flugzeugabsturz sei nicht möglich, jeder Mandant müsse mit seiner individuellen Geschichte vertreten werden. Doch alle fordern Aufklärung und Entschädigung. „Wenn die Taten strafrechtlich nicht verjährt wären, hätten wir keine Schwierigkeiten bei der Akteneinsicht und die Menschen könnten als Nebenkläger auftreten.“ Der Jesuiten-Orden hat sich allerdings bereits gegen finanzielle Entschädigungen ausgesprochen, wolle aber sonst auf die Wünsche der Opfer eingehen. Vertreter des in München ansässigen Jesuiten-Ordens wollen nicht zur Berliner Pressekonferenz von Raue kommen.

 

„Ich weiß, was Schweigen heißt. Es schaltet dein Gehirn ab, damit Du das Gefühl in Dir unterdrücken kannst“, sagt Norbert Denef. Denef wurde acht Jahre lang von einem Pfarrer und einem Kirchenangestellten missbraucht. Als erstes bekannt gewordenes Missbrauchsopfer in Deutschland erhielt er von der katholischen Kirche eine Abfindung in Höhe von 25 000 Euro, unter einer Bedingung: Er sollte sich verpflichten, fortan über das Geschehene zu schweigen. Doch Denef kämpfte gegen die Klausel und machte seinen Fall im Jahr 2000 bekannt. Heute setzt er sich für andere Missbrauchsopfer ein.

 

Zu frühe Verjährung und fehlende Zuständigkeiten seien die Probleme bei Missbrauchsfällen, sagt Denef. Die Kieler Strafrechtlerin Monika Frommel fordert nun klare Standards, wie eine Institution – auch eine Schule – bei einem Missbrauchsverdacht vorzugehen habe. „Bei einem Verfehlen kann sie dann auch leichter als mitverantwortlich belangt werden.“

 

Die Schulaufsicht werde dann aktiv, wenn sie entsprechende Hinweise von einer Schulleitung, Eltern oder Schülern erhalte und die bezichtigten Akteure im Schuldienst tätig seien, sagt Jens Stiller, Sprecher der Berliner Bildungsverwaltung. Die Senatsverwaltung sei über die Vorfälle aus der Vergangenheit informiert worden, es sei aber kein Fall gemeldet worden, bei dem eine Tat an der Schule in die Gegenwart reiche.  Tsp 18

 

 

 

 

Katholiken in CSU und CDU Schisma in der Union

 

Nach drei Monaten spalten sich die Katholiken der CSU von ihren CDU-Glaubensgenossen ab und gründen ein eigenes Forum. Die Bayern werden der Kanzlerin weniger kritisch gegenübertreten. Von Kassian Stroh

Eigentlich wollten sie die Union gemeinsam katholisch machen. Doch nach nur drei Monaten gehen die "engagierten Katholiken" von CDU und CSU getrennte Wege. Für Anfang März lädt der frühere bayerische Wissenschaftsminister Thomas Goppel (CSU) seine Mitstreiter zu einem Gründungstreffen der "ChristSozialen Katholiken (CSK) in der CSU".

Bislang marschierten die gemeinsam mit ihren CDU-Gesinnungsgenossen im "Arbeitskreis Engagierter Katholiken" (AEK). Dessen Initiator, der Publizist Martin Lohmann, begründet die Trennung damit, dass man den "Wunsch nach bayerischer Eigenständigkeit unterschätzt" habe. Goppel wiederum spricht vor allem von organisatorischen und satzungsrechtlichen Fragen, denn man wolle nicht wie Lohmann einen eigenen Verein gründen, sondern verstehe sich als Kreis innerhalb der Partei. "Inhaltlich gibt es keine Differenzen", sagt Goppel.

"Geburtshilfe" von Seehofer

Wohl aber strategische. Denn während Lohmann, der nach eigenen Angaben im AEK mehr als 1000 Mitstreiter gesammelt hat, häufig mit scharfen Worten den Kurs der CDU-Vorsitzenden Angela Merkel kritisiert, haben sich Goppel und die Seinen um Einvernehmen mit ihrer Parteispitze bemüht. Dies sei "im AEK noch nicht so gelungen", sagt der CSU-Bundestagsabgeordnete Norbert Geis, neben Goppel der wichtigste Initiator der CSK.

 

Parteichef Horst Seehofer steht hinter dem Ansinnen; in der CSU-Vorstandssitzung am 8. März werde er "Geburtshilfe" für die CSK leisten, kündigt Goppel an. Entsprechend wohlwollend wertet die CSU den Schritt offiziell. "Ich unterstütze diese Initiative", sagt Generalsekretär Alexander Dobrindt.

Auch der Sprecher des Evangelischen Arbeitskreises in der CSU, Parteivize Ingo Friedrich, sagt, er freue sich auf die Zusammenarbeit mit dem CSK - komme darin doch "die zunehmende Bedeutung christlicher Werte zum Ausdruck". Die CSK-Gründung wird in der CSU indes auch kritisch gesehen: Der für die Beziehungen zur katholischen Kirche zuständige CSU-Landtagsabgeordnete Joachim Unterländer hält sie "nicht für erforderlich"; er werde nicht mitarbeiten.

Eine "Staubkruste"

Dem Gegenargument, die CSU sei doch nicht unkatholisch - nicht einmal ein Viertel der Mitglieder sind Protestanten -, entgegnet Goppel: "Die katholische Stimme wurde in der Union lange Jahre nicht artikuliert, weil jeder geglaubt hat, sie sei ohnehin da." So aber habe eine "Staubkruste" angesetzt, zunehmend kämen auch der CSU katholische Wähler abhanden.

Auch Dobrindt sagt: "Da geht es nicht darum, Defizite auszugleichen, sondern einem Feld, das uns Basis ist, einen zusätzlichen Fokus zu geben." Goppel versteht die CSK vor allem als Diskussionszirkel, der auch zu aktuellen Fragen Stellung beziehen wolle, etwa in der Stammzellenforschung oder beim Adoptionsrecht für Homo-Paare. Diese bezeichnet er als "die, die sich aus dem normalen Lauf der Familie ausklinken wollen".  SZ 17

 

 

 

Brasilien: Der Kampf gegen den Staudamm

 

Eine erste Niederlage hat Don Erwin Kräutler, Bischof der Region Xingu in Brasilien, eingesteckt. Aber er gibt nicht auf. Anfang Februar hatte die Umweltbehörde nach monatelangem Zögern dem umstrittenen Mega-Staudamm Projekt Belo Monte zugestimmt. Mit dem Bau in der Amazonasregion will die Regierung das derzeit drittgrößte Wasserkraftwerk der Welt bauen. Der aus Österreich stammende Bischof wirft den Politikern Dialogverweigerung vor. Kräutler setzt sich als Bischof von Altamira und Präsident des kirchlichen Indianermissionsrates Cimi seit vielen Jahren öffentlich gegen den Bau des Staudamms zur Wehr. So warnte er davor, dass das Projekt der Region „Chaos und Tod“ bringen werde. In einem Interview mit Radio Vatikan kündigt der Bischof nun an, dass die Erteilung der Baugenehmigung zwar eine Niederlage, aber noch nicht das Ende der Aktionen gewesen sei:

 

„Das war für uns natürlich ein tiefer Schlag. Aber dennoch heißt das jetzt nicht, dass bereits die Bagger auffahren. Wir nutzen alle Kanäle, die uns die Verfassung gibt, aus, um – wenn auch in letzter Stunde – gegen dieses Projekt anzukämpfen, das für die Altamira und für den Xingu eine Katastrophe sein wird! Ich weiß, wovon ich rede, denn ich kenne die ganze Situation hier.“

 

Trotz noch vieler Unklarheiten rund um den Staudamm habe die Umweltbehörde eine Entscheidung getroffen, kritisiert Bischof Kräutler. So seien entgegen der Verfahrensvorschriften betroffene Gemeinden nicht öffentlich angehört worden. Auch die Landrechtsfragen seien ungeklärt geblieben. Zudem stünden noch weitere Studien zu den möglichen Auswirkungen des Kraftwerksbaus auf die Umwelt aus. Eines sei aber sicher, so Kräutler: Wenn der Damm gebaut wird, versinkt ein Drittel der Provinz Altamira in den Fluten. (kipa 16)

 

 

 

 Debatte katholische Kirche. Vom Schmerz zur Erlösung

 

Zur katholischen Lehre gehört die Verklärung körperlichen Leids. Das erklärt die Ungerührtheit, mit der die Kirche auf ihre Skandalfälle reagiert. VON ANDREA RÖDIG

 

Papst Benedikt XVI. schreibt in seiner Enzyklika "Spe salvi": "Ich denke an die heilig gesprochene Afrikanerin Giuseppina Bakhita. Mit neun Jahren wurde sie von Sklavenhändlern entführt, blutig geschlagen und fünfmal auf den Sklavenmärkten im Sudan verkauft. Sie wurde täglich bis aufs Blut gegeißelt, wovon ihr lebenslang 144 Narben verblieben." Erschienen ist diese Schrift über die christliche Hoffnung im Jahr 2007. Und natürlich geht die Geschichte der ehemaligen Sklavin noch weiter. Denn Bakhita lernte schließlich "nach so schrecklichen Patronen einen ganz anderen Patron kennen […] den lebendigen Gott, den Gott Jesu Christi. […] Dieser Patron hatte selbst das Schicksal des Geschlagenwerdens auf sich genommen und wartete nun ,zur Rechten des Vaters' auf sie." Fortan lebte Bakhita in Hoffnung und Liebe, widerstand ihren weltlichen Kerkermeistern, trat in einen Orden ein und missionierte in der Welt. Amen.

Man darf die Fabeln, die der Papst zur Veranschaulichung seiner Lehren wählt, nicht auf die ganze katholische Christenheit hochrechnen. Aber Benedikt XVI. ist nicht irgendein Katholik. Und die Geschichte, die in der Enzyklika so rührend erzählt wird, sagt einiges über katholisches Körperverständnis aus. Sie erklärt vermittelt vielleicht auch etwas über die bislang übliche Haltung der Kirche zu ihren dunklen "Sexskandalen", die mit schöner Regelmäßigkeit immer wieder ans Licht kommen - zuletzt die mehr als 20 Fälle von Missbrauch, die in den 1970er- und 1980er-Jahren am Berliner Canisius-Kolleg geschahen.

 

Zwei Argumente, alt und lang wie Rapunzels Zopf, werden zu solchen Anlässen gerne gegen die katholische Kirche ins Feld geführt: ihre Sexualfeindlichkeit und ihre zum Himmel schreiende Doppelmoral. Beide Vorwürfe gehören zusammen, beide sind richtig. Und doch sind sie nicht so einfach und ursächlich mit den Skandalen verknüpft, wie es scheinen mag.

Die katholische Lehre zeichnet sich tatsächlich durch eine Sexualpanik erster Güte aus. Allerdings sind Sinnlichkeit, Emotionalität und Leiblichkeit ebenfalls das Markenzeichen des Katholizismus. In wohl keiner Religion spielt der Körper, die Geschöpflichkeit des Menschen eine so zentrale Rolle. Auch die üblichen bildlichen Darstellungen biblischer Geschichten, vor allem aber der Passionsgeschichte, des Gekreuzigten oder der sieben Schmerzen Mariens leben von einer körperlichen Expressivität, die man nicht gerade asexuell nennen kann.

Genau das ist der Punkt: Die Leiblichkeit des Menschen wird in der katholisch-christlichen Lehre sehr gerne über den Schmerz definiert. Wenn etwas das Christentum als Religion auszeichnet, so ist es die Verklärung des Leids und die Vorstellung, man müsse durch den Schmerz hindurch, um zur Erlösung zu gelangen. Das Leid ist dabei an den Körper gebunden, er ist das Instrument zur Reinigung der Seele. Am vorbildlichsten zeigen dies die Märtyrer, die in der katholischen Kirche deshalb auch sofort heiliggesprochen werden.

Diese Leidverzückung ist auch Papst Benedikts Fabel anzuhören. Die genaue Aufzählung der 144 Narben, die doppelt erwähnten "Schläge bis aufs Blut" und der verniedlichende Ton, in dem von der "kleinen afrikanischen Sklavin" die Rede ist, zeigt deutlich, dass das Christentum ein inniges Verhältnis zu Opfern hat. Es schätzt auch Bußrituale und tut alles, um sie im Kreislauf von Schuld und Vergebung immer wieder neu zu inszenieren. Wehtun, demütigen und dann trösten, so geht der Weg der wahren Erlösung und der Imitatio Christi. In krassen Fällen kann dies - nichts für ungut - offenbar auch so weit gehen, dass im erzwungenen Oralverkehr der priesterliche Schwanz imaginär zum Essigschwamm mutiert, wie ihn der Herr am Kreuze gereicht bekam (so berichtete jedenfalls der Spiegel).

Es geht hier nicht darum, das christliche Leidensmysterium zu diffamieren. Es hat seinen Sinn, seine Tiefe, seinen Wert. Dennoch scheint ein am Körperbild des Märtyrers und des unschuldigen Opferlamms ausgerichtetes Denken einiges mit der unglaublichen Ungerührtheit zu tun zu haben, die die Kirche gegenüber ihren Skandalfällen an den Tag legt.

Natürlich ist das Verschweigen sexuellen Missbrauchs eine gängige Methode in jeder Familie - also auch in der Kirche. Und natürlich gehört es zur Machtpolitik, sich nicht mit Skandalen zu beschmutzen, die so gar nicht ins eigene Selbstbild passen. Doch als tieferes und sozusagen habituelles Motiv schwingt in der kirchlichen Ignoranz eben auch etwas anderes mit. Die Rührung über die arme Bakhita und die Grausamkeit des Schweigens über sexuellen Missbrauch sind zwei Seiten des einen Phänomens, dass man Opfer im Namen der wahren Erlösung gehorsam und demütig annimmt. Im Himmel wird ja alles gut.

Schizophrene Märchenwelt

Ob diese Verklärung von Schmerz und Opfer auch einer Schizophrenie der missbrauchenden Priester Vorschub leistet, die mit strafenden Schlägen Kinder und sich selbst erlösen wollen, ist schwer zu sagen. Die viel gescholtene Doppelmoral der Kirche jedenfalls hat ihre Ursache auch darin, dass in ihrer Lehre die Gegensätze so verdammt gerne ineinander übergehen: fromme Sinnlichkeit in verbotenen Sex, Demut in Autorität, Mitgefühl in Gewalt.

Es wird langsam Zeit für ein bisschen Frischluft. Dass die katholische Kirche zunehmend von einer (hoffentlich) nicht mehr nur voyeuristisch empörten Öffentlichkeit zur Rede gestellt wird, sei es im Fall der gnädigen Duldung von Holocaust-Leugnern oder im Fall des gnädigen Schutzes von klerikalen Sexualstraftätern, ist ein gutes Zeichen. Auch dass die Bischofskonferenz im Jahr 2002 Richtlinien zum Umgang mit sexuellem Missbrauch herausgab und die mutige Intervention des Canisius-Kolleg-Rektors lassen hoffen, dass vernünftigere Zeiten anbrechen.

Eigentlich könnte auch die Rechtsprechung endlich mal ein Zeichen setzen und die Verjährungsfristen für Missbrauch anheben. Damit die klerikalen Herren hin und wieder aus ihrer verzückten Märchenwelt gerissen werden und sich vor ihrem irdischen Richter verantworten müssen. Dessen Existenz ist allemal sicherer als die des himmlischen. ANDREA RÖDIG Taz 18

 

 

 

 

Missbrauchs-Debatte. Katholische Kirche hinterfragt eigene Sexualmoral

 

Die Debatte um sexuellen Missbrauch führt offenbar zu einem Umdenken innerhalb der Katholischen Kirche. Während Bischof Mixa jüngst noch die Sexualisierung der Gesellschaft mitverantwortlich gemacht hatte, räumt der Osnabrücker Bischof Bode nun ein, man sei zu leichtfertig mit den Tätern umgegangen.

 

Am Berliner Canisius-Kolleg in Berlin-Tiergarten wurden über Jahre Kinder und Jugendliche durch zwei Patres missbraucht.

In der katholischen Kirche gewinnt nach einer WELT-ONLINE-Umfrage in mehreren Diözesen allmählich die Einschätzung an Boden, in der Vergangenheit auf Fälle sexuellen Missbrauchs durch Geistliche nicht angemessen reagiert zu haben. Offenbar sei man zu leichtfertig mit den Tätern umgegangen, bedauerte auch der Osnabrücker Bischof Franz Josef Bode.

In den 70er- und 80er-Jahren seien auffällig gewordene Priester in andere Bistümer oder Gemeinden versetzt worden, sagte er im Deutschlandfunk. Bode, der als „Jugendbischof“ der Deutschen Bischofskonferenz firmiert, setzte andere Akzente als zum Beispiel der Augsburger Oberhirte Walter Mixa, der mit seinen Einlassungen eine neue Debatte über Katholizismus und Sexualität entfachte.

Mixa hatte sich von den Missbrauchsfällen in Jesuitenschulen „erschüttert“ gezeigt, aber vor einem Pauschalverdacht gegen die Kirche gewarnt. Er deutete sexuellen Missbrauch von Minderjährigen als ein weit verbreitetes Übel, das auch in Familien, Schulen und Sportvereinen auftrete und ergänzte seine Analyse um den Satz, dass an diesen „abscheulichen Verbrechen“ die „sogenannte sexuelle Revolution sicher nicht unschuldig“ sei. Gerade in den Medien habe man eine zunehmende Sexualisierung der Öffentlichkeit erlebt, „die auch abnorme sexuelle Neigungen eher fördert als begrenzt“.

 

Von „besonders progressiven Moralkritikern“ sei sogar eine „Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen“ gefordert worden, eine Anspielung auf frühere Tendenzen bei den Grünen.

„Jugendbischof“ Bode argumentierte anders: Es sei zwar richtig, dass die Gesellschaft insgesamt „sexualisiert“ sei, allerdings habe auch die Kirche mit ihrer Sexualmoral nicht immer differenziert genug reagiert.

Mit anderen Worten: Es ist jetzt „unsere Sache“, den Vorfällen auf den Grund zu gehen und nicht die Vorgänge mit Hinweisen auf Verfehlungen anderer zu relativieren. Auf das „blauäugige“ Verhalten manches Verantwortlichen in der Kirche hatte freilich auch Mixa hingewiesen. Unberechtigterweise sei auf eine Besserung der Täter in einem anderen Arbeitsfeld gehofft worden.

 

Seine Äußerungen über negative Folgen der „sexuellen Revolution“ wurden von den Grünen im Bundestag „historisch absurd“ genannt. Ihr Parlamentarischer Geschäftsführer Volker Beck nannte die „systematische Unterdrückung der Sexualität“ als Ursache des Fehlverhaltens von Priestern. „Lange vor der sexuellen Revolution“ habe es Missbrauchsfälle gegeben.

In der nächsten Woche will die Deutsche Bischofskonferenz (DBK) während ihrer Frühjahrsvollversammlung in Freiburg über die „Umsetzung“ der 2002 beschlossenen Leitlinien für den Umgang mit sexuellen Verfehlungen von Klerikern beraten. In einigen Bistümern wird gefordert, mehr unabhängige Personen als Ansprechpartner für Opfer zu benennen.

Wie die Debatte ausgehen wird, ist offen. DBK-Sprecher Matthias Kopp wagte „keine Prognose“. In der Diskussion über die Missbrauchsfälle hat sich derweil der Vorsitzende des Episkopats, Erzbischof Robert Zollitsch, bislang nicht zu Wort gemeldet. Gernot Facius  DW 18

 

 

 

 

Niederlande: Der ungläubige Pfarrer

 

Klass Hendrikse glaubt nicht an Gott. Das teilt er mit vielen Niederländern. Was ihn zu einem besonderen Atheisten macht – und als Atheisten bezeichnet er sich: Er ist Pfarrer der protestantischen Gemeinde in Zierikzee und verkündet dort von der Kanzel herab, dass es Gott nicht gebe. Und das schon lange. Ein Buch dazu hat er auch geschrieben: „Glauben an einen Gott, den es nicht gibt“. In einem Interview mit dem niederländischen TV-Sender Niew Amsterdam unterstreicht er seinen Standpunkt.

 

„Meine Definition von Atheismus ist ganz wörtlich: ein Atheist ist ein Nicht-Theist. Ein Theist ist jemand, der an einen Gott auf theistische Art und Weise glaubt, an einen Gott mit Eigenschaften, zum Beispiel Allmächtigkeit, Allgegenwart, Allwissen. Ein Atheist verneint, dass so ein Gott existiert. Ein Atheist ist jemand, der verneint.“

 

Hendrikses Kirche hat nun ein Urteil gefällt, ob er bei diesen Ansichten Pfarrer bleiben kann, oder nicht. Das erstaunliche Urteil: Er kann. Es taste die Fundamente der Kirche nicht an, wenn einer ihrer Pfarrer die Existenz Gottes leugne, so das Urteil seiner Protestantischen Kirche der Niederlande. Das Argument: Eine Kirche müsse eine solche Meinung auch aus ihren Reihen ertragen; dies sei ein Teil der theologischen Diskussion. (nwamsterdam 16)

 

 

 

Vietnam: Verhaftungswelle gegen Priester befürchtet

 

Der Ton der vietnamesischen Regierung gegen die katholische Kirche im

Land wird nach Ansicht von Experten schärfer. In einem Gespräch mit dem

weltweiten katholischen Hilfswerk "Kirche in Not" sagte der

Menschenrechtsexperte der Internationalen Gesellschaft für

Menschenrechte (IGFM), Vu Quoc Dung, die momentane Situation erinnere

ihn an die Zeit kurz nach dem Vietnamkrieg. Damals wie heute sei die

Kirche von der Regierung als "Reaktionär" und "Feind" bezeichnet worden.

Er habe den Eindruck, dass die vietnamesische Regierung die

Öffentlichkeit mit ihrer Propaganda zurzeit auf eine Verhaftungswelle

unter katholischen Priestern vorbereite, sagte Dung.

 

Auch der Besuch des vietnamesischen Staatspräsidenten Nguyen Minh Triet

bei Papst Benedikt XVI. im Dezember letzten Jahres habe an der

feindseligen Haltung der Regierung gegenüber der Kirche nichts geändert.

Daher verspricht sich Dung auch nichts von einer weiteren Öffnung

Vietnams gegenüber der Weltgemeinschaft. So lange die Regierung nicht

zum Dialog mit der eigenen Gesellschaft und der Kirche bereit sei sowie

nicht aufhöre, bezahlte Schläger gegen Religionsgemeinschaften

einzusetzen, sei nicht zu erwarten, dass es in den kommenden Jahren eine

Entspannung gebe. Die Integration Vietnams in die Weltgemeinschaft dürfe

unter diesen Umständen nicht nur einseitig erfolgen, sonst würde sie auf

Kosten der Menschenrechte geschehen, warnte Dung.

 

Nach jedem diplomatischen Erfolg der vietnamesischen Regierung in den

letzten Jahren habe sich gleichzeitig die Menschenrechtssituation im

Land immer weiter verschlechtert, berichtet der Menschenrechtsexperte.

Eine Unterdrückungswelle sei sowohl nach dem Beitritt Vietnams in die

Welthandelsorganisation, als auch nach dem Erhalt eines nicht ständigen

Sitzes im UN-Sicherheitsrat gefolgt. Daher forderte Dung, dass in

Zukunft die Forderung nach einer Verbesserung der Menschenrechte im Land

an jedes neue Zugeständnis gegenüber Vietnam gekoppelt werden müsse.

 

Die kommunistische Partei Vietnams beanspruche weiterhin die alleinige

Macht im Land und dulde keine Opposition oder auch nur Kritik an ihrer

Politik. Während in der Wirtschaft ein ungezügelter Kapitalismus

vorangetrieben werde, bemühe sich die Regierung nach Aussage Dungs

gleichzeitig, das Entstehen einer Zivilgesellschaft mit freiem

Meinungsaustausch und Bürgerrechten zu verhindern. Der Staat greife

rigoros gegen jeden durch, der Pluralität und Demokratie fordere. Nach

wie vor herrsche in Vietnam keine Versammlungs-, Vereinigungs- und

Religionsfreiheit – trotz großer Strömungen in der Bevölkerung, die nach

politischer Freiheit verlangen. All das müsse bedacht werden, bevor die

internationale Gemeinschaft dem Land weitere Zugeständnisse gewähre,

forderte Dung.

In diesem Jahr jährt sich das Ende des Vietnamkriegs zum 35. Mal.

Gleichzeitig feiert die Kirche in Vietnam den 350. Jahrestag der ersten

Apostolischen Vikariate und den 50. Jahrestag der Errichtung der

katholischen Hierarchie im Land. KiN 18

 

 

 

Verdacht auf Kindesentführung. Acht US-Missionare in Haiti freigelassen

 

Nach mehreren Wochen Haft in Haiti wurden acht von zehn Missionare frei gelassen. Der Vorwurf, sie wollen Kinder entführen, bestätigte sich nicht. Die Beschuldigten versuchten ohne Adoptionsdokumente 33 Kinder über die Grenze zu bringen. Zudem war unklar, ob diese wirklich ihre Eltern verloren hatten.

 

Zwei Missionare müssen weiterhin in Haft bleiben, um Fragen zu beantworten

Acht von zehn in Haiti wegen des Verdachts der Kindesentführung festgenommene US-Missionare sind wieder frei. Sie befänden sich auf den Weg in die Vereinigten Staaten, teilte das US-Außenministerium mit.

Das zuständige Gericht habe keine Beweise gefunden, die eine kriminelle Absicht der Freigelassenen belegten.

Allerdings blieben die Leiterin der Gruppe sowie eine weitere Frau in Gewahrsam, weil sie noch zu ihren früheren Reisen nach Haiti befragt werden sollten, hieß es.

 

Die US-Bürger waren zweieinhalb Wochen nach dem verheerenden Erdbeben auf Haiti Mitte Januar festgenommen worden, als sie 33 Kinder außer Landes bringen wollten.

Nach damaligen Angaben der Behörden konnten die fünf Frauen und fünf Männer, von denen die meisten einer Baptisten-Gemeinde in Idaho angehören, keinerlei Adoptionsdokumente vorweisen.

Zudem lägen keine Beweise vor, dass die Kinder bei dem Beben ihre Eltern verloren hätten. Die Leiterin der Gruppe hatte erklärt, sie habe lediglich Waisen helfen wollen.

Haiti wurde durch das Beben stark zerstört. Mindestens 212.000 Menschen starben.

Viele Kinder wurden zu Waisen. Unicef und die Regierung Haitis hatten wiederholt vor Kindesentführungen und illegalen Adoptionen gewarnt.  Rtr 18