Notiziario religioso  17-18  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. Bando alla vanità  1

2.       Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”  1

3.       La rivoluzione cristiana. La Chiesa, la povertà e l'esclusione sociale  2

4.       Pedofilia, vescovi irlandesi a colloquio col Papa  2

5.       Svizzera: vescovi e ricerca sull' essere umano  2

6.       «Caro Pontefice, sia pieno di speranza. Come noi»  3

7.       Scandalo abusi, vescovi irlandesi pronti a collaborare. Papa: pedofilia crimine odioso  3

8.       Germania: preghiere ecumeniche per gli atleti olimpici 3

9.       Il tesoro più prezioso. La visita del Papa ai luoghi dell'accoglienza della Caritas di Roma  4

10.   Padova, migliaia in fila all’alba per le spoglie di Sant’Antonio  4

11.   Il Papa: "La pedofilia è un crimine odioso". La Chiesa irlandese collaborerà coi giudici 4

12.   Al centro la persona. L’intervento di mons. Perego al convegno “Strada facendo”  5

13.   Mai per potere. Polonia: laurea "honoris causa" al card. Tarcisio Bertone  5

14.   Comunità cristiana e immigrati. Una nota della diocesi di Vittorio Veneto  6

15.   Nel calvario croato. A cinquant'anni dalla morte del card. Stepinac  6

16.   Revisione della legge ecclesiale nel Cantone di Zurigo  7

 

 

1.       Fastenzeit. Mehr als nur Diät 7

2.       Vatikan/Irland: Krisengespräche über Missbrauch  7

3.       Mainz. Heckwolf: Wir können die Tage zählen, aber nicht festhalten  7

4.       Angelus: Papst-Grüße zum chinesischen Neujahr 8

5.       Missbrauchsfälle in Irland. Vatikan beginnt Krisengespräche  8

6.       Jesuitenschulen. Anwältin: Bundesweit rund 100 Opfer von Missbrauch  8

7.       Olympia-Seelsorger: „Spiele verbinden“  9

8.       Die Kirchen in Deutschland gegen die Steuerreform   9

9.       Kurt Biedenkopf: „Auf katholische Soziallehre besinnen“  9

10.   Schwarz-gelbe Steuerreform. Kirchen fürchten um ihre Einnahmen  9

11.   Kloster im Kosovo. Mönche gehen sich an die Kutte  9

12.   Vatikan/Israel. Verhandlungen fortgesetzt 10

13.   Im Zeichen des Films. Rundfunkgottesdienst zur Berlinale in der Gedächtniskirche  10

14.   Grausamkeiten im Namen der Kirche. Drewermann predigt vor gefesselten Eseln. 10

 

 

 

Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. Bando alla vanità

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 6,1-6.16-18) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

5 Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

16 E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

17 Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18 perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il discorso riprende l’enunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per sintetizzare i rapporti dell’uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.

I rapporti con Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e soprattutto alla sincerità.

L’autentica giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa presso il Padre.

Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli ipocriti, che cercano l’approvazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.

L’ipocrisia consiste nel fatto che un’azione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. L’elemosina, la preghiera e il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.

Queste azioni fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete: indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre e non per essere visti dagli uomini. E’ l’intenzione profonda che conta perché la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è l’autenticità del rapporto con il Padre.

Il cristiano deve fare l’elemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dell’aiuto prestato al fratello per amore del Padre.

La strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.

Gesù nel suo intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica, solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando l’ostentazione, il formalismo, l’ipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora fissa, non prega con il cuore".

Il richiamo di Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.

Il digiuno è un’altra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia". Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.

Gesù, come i profeti, non condanna il digiuno, ma il modo nel quale era fatto. Invece di esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di orgoglio.

Il digiuno cristiano, come l’elemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto. Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.

Il digiuno, come ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior avvicinamento a Dio. L’invito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo invece che tetro, sottolinea il significato definitivo della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19). De.it.press

 

 

 

 

 

Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 9,22-25) commentato da P. Lino Pedron 

 

22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».

23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?

Gesù è il Servo sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo scandalo che esige conversione profonda e continua. La fede e la scelta di seguire Cristo si decidono sulla strettoia della croce.

Gesù qui rivela il mistero del pensiero di Dio che l’uomo non può né pensare né accettare. Il problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma "come" è il Cristo di Dio.

Gesù non è il Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo che affronta il cammino del Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e risurrezione.

Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori. Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.

Gesù non salva se stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde per solidarietà con noi perduti: E’ il Dio-Amore, solidale con il nostro male, che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).

L’invito di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro a me…" è una chiamata universale a entrare con lui nel suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.

Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove, delle contraddizioni e delle persecuzioni.

La via del Regno è quella della croce, sia per Cristo che per i cristiani.

L’unico problema fondamentale per l’uomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e rinnegare se stessi è la questione fondamentale della vita: è questione di vita o di morte.

L’uomo non può essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita: non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e pensa a me.

L’uomo si realizza amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui perché Gesù per primo l’ha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per tutti vincendo le barriere del male e della paura.

"Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?" (v. 25). Il primo tentativo dell’uomo per salvare se stesso è quello di accumulare dei beni. Insidiato dal suo limite, l’uomo si garantisce cibo e vita guadagnando, accumulando e divorando tutto. E’ la falsa sicurezza dei beni (cfr Lc 12,15-21; Sal 49): ciò che uno ha deve riempire il vuoto di ciò che non è. L’insaziabilità di beni è via alla perdizione: "L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali" (1Tm 6,10). Gli unici beni che troveremo nell’eternità saranno quelli che abbiamo donato per misericordia nella vita presente. De.it.press

 

 

 

 

La rivoluzione cristiana. La Chiesa, la povertà e l'esclusione sociale

Non ha le gambe, non ha le mani, il Cristo crocifisso che gli ospiti dell'ostello della Caritas donano al Papa in occasione della sua visita alla struttura della Stazione Termini, intitolata a don Luigi Di Liegro. Viene dalla chiesa di San Pietro di Onna, uno dei centri più colpiti dal terremoto dell'aprile dello scorso anno. Ma in un certo senso è l'immagine di questa visita di Benedetto XVI. E lo spiega Giovanna Contaldo, "memoria lunga" dell'ostello, rivolgendo il saluto al Papa, dopo le parole del cardinale Agostino Vallini, e dell'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti: quel Cristo ha visto la chiesa di Onna "cadere sotto la furia del terremoto e ha rinnovato l'offerta di se stesso come progetto di riscatto, come certezza di rinascita. Su quella Croce, spezzata dal terremoto, c'è il dolore di noi che abitiamo l'Ostello, della gente d'Abruzzo, dei piccoli di Haiti, lo straziante martirio dei padri e delle madri che nella morte dei loro figli rinnovano ogni volta il dolore di Maria. Un dolore inspiegabile, lancinante, ma non disperato. La Croce che le doniamo restaurata, non è, quindi, l'immagine della sofferenza ma l'attesa dell'alba e del riscatto".

Dolore ma anche speranza, dunque; ed è sempre Giovanna Contaldo a sottolinearlo al Papa: "Se dovesse, nel viaggio di ritorno, poter portare con lei una cosa soltanto, porti, la prego, la speranza".

Gli ospiti sono persone ferite nella vita; ferite che in alcuni casi sono ancora doloranti. Ferite di chi ha perso tutto, un gregge "così smarrito, così insufficiente, così inadeguato". In 800 mila hanno avuto bisogno di essere assistiti nel poliambulatorio. Un milione 200 mila, le persone che sono passate nell'ostello per sostarvi un giorno, un mese o diversi anni come Giovanna.

Visita i locali, papa Benedetto; si ferma a parlare con la mamma di una bambina che, a giorni, sarà sottoposta a un intervento al c uore. Stringe mani, mentre con gli occhi sembra cercare ogni volto, ogni sguardo. "La Chiesa vi ama profondamente e non vi abbandona". Nei volti degli ospiti dell'ostello la Chiesa riconosce il volto di Cristo, che "ha voluto identificarsi in maniera del tutto particolare con coloro che si trovano nella povertà e nell'indigenza".

Parole che si richiamano alle letture di questa quinta domenica del tempo ordinario, con il racconto di Cristo che discende dalla montagna verso un luogo pianeggiante, come scrive Luca. Discende verso l'uomo, lo raggiunge e lo consola nei molti luoghi delle nostre povertà, delle nostre mancanze, delle nostre afflizioni. Così la visita al centro Caritas sottolinea questo andare verso l'uomo che, dice il Papa, "non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su se stesso, sulla sua dignità".

Una verità che la Chiesa, con il suo servizio ai poveri, è impegnata ad annunciare: l'uomo è amato da Dio e creato a sua immagine. "Tante persone hanno potuto così riscoprire, e tuttora riscoprono, la propria dignità, smarrita a volte per tragici eventi, e ritrovano fiducia in se stessi e speranza nell'avvenire". Una speranza, afferma ancora Benedetto XVI, "forte, solida, luminosa, una speranza che dona il coraggio di proseguire nel cammino della vita nonostante i fallimenti, le difficoltà e le prove che la accompagnano".

È possibile costruire un futuro degno dell'uomo, afferma ancora papa Benedetto rivolgendosi non solo ai cattolici ma anche a quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni; è possibile se si riscopre la carità come forza propulsiva "per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna". Riscoprire, dunque, le dimensioni del dono e della gratuità per "promuovere una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell'unica famiglia umana". Tutto questo "diventa giorno dopo giorno sempre più urgente in un mondo nel quale, invece, sembra prevalere la logica del profitto e della ricerca del proprio interesse".

Poi c'è il messaggio ai volontari, perché lavorare nel centro Caritas è "un'autentica scuola in cui si impara ad essere costruttori della civiltà dell'amore, capaci di accogliere l'altro nella sua unicità e differenza". Nello stesso tempo è luogo dove la comunità cristiana "collabora utilmente con le istituzioni civili per la promozione del bene comune".

Ricorda a tutti il Papa che "Gesù non propone una rivoluzione di tipo sociale e politico, ma quella dell'amore, che ha già realizzato con la sua Croce e la sua Risurrezione". È questo l'orizzonte di giustizia, la speranza che non delude.

Fabio Zavattaro

 

 

 

Pedofilia, vescovi irlandesi a colloquio col Papa

 

«Ammettiamo abusi» - Cardinal Bertone: che ci sia pentimento

 

CITTÀ DEL VATICANO - Sono cominciati questa mattina, a porte chiuse, i colloqui tra Benedetto XVI e i vescovi della Conferenza episcopale irlandese, voluti dallo stesso Papa dopo lo scandalo degli abusi su minori commessi lungo 30 anni nel Paese ad opera di uomini di chiesa. Gli abusi, oltre 300 i casi denunciati, sono emersi da due distinti rapporti giudiziari, a seguito dei quali papa Ratzinger ha già convocato diverse volte i presuli irlandesi, annunciando con chiarezza di voler affrontare la questione senza omissioni e attraverso concrete decisioni. Tra queste, anche una lettera pastorale ai fedeli d'Irlanda, attesa a breve.

 

Ai colloqui, aperti oggi alle 9:30 nella sala Bologna del Palazzo apostolico e che dovrebbero concludersi domani intorno alle 13, partecipano, oltre ai vescovi irlandesi, i massimi vertici della segreteria di Stato vaticana e numerosi esponenti dei dicasteri competenti della Curia romana. Tra questi, il prefetto della Congregazione dei vescovi, cardinale Giovanni Battista Re, il prefetto per la Dottrina della Fede, cardinal William Joseph Levada e monsignor Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Per oggi non è previsto alcun discorso o comunicato ufficiale. I colloqui proseguiranno fino alle 19, con una pausa tra le 13 e le 16:30, e riprenderanno nella mattinata di domani.

 

Vescovi irlandesi: ammettiamo abusi. Il responsabile per le Comunicazioni della Conferenza episcopale irlandese, mond. Joseph Duffy, vescovo di Clogher, le sue parole, pronunciate a nome di tutti i vescovi, sono state riportate questa mattina da diversi siti anglofoni. «Ammetto con molta franchezza quello che tutti sanno», ha detto Duffy, secondo quanto riportato dalle fonti, episodi che hanno inferto alla Chiesa «ferite profonde», mettendola in una «situazione molto seria». Un «grave danno», «all'autorità della Chiesa e alla fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo» rispetto al quale l'incontro di oggi e domani con il Papa non si rivelerà «un semplice esercizio cosmetico».

 

Cardinal Brady: Papa molto preoccupato. Alla vigilia del terzo incontro in Vaticano sull'argomento in sette mesi cardinal Brady ha detto di ritenere che «il Santo Padre sia molto preoccupato; questo incontro ha avuto una preparazione molto accurata ma è soltanto un passo di un cammino molto lungo: speriamo che, al nostro rientro in Irlanda, questo si traduca in un processo di pentimento, rinnovamento e riconciliazione, per il bene di tutti». «Sono venuto a Roma molte volte nella mia vita ma mai con tante preghiere come quelle che mi accompagnano questa volta. So che la stessa cosa vale per il Santo Padre ed i membri della Curia».

 

Bertone: riconoscano le loro colpe. Per la Chiesa «le prove che provengono dall'interno sono naturalmente più dure e umilianti», ma «ogni sorta di prove può diventare motivo di purificazione e santificazione purchè illuminata dalla fede» e «purchè il peccatore riconosca la propria colpa». Così il cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, nell'omelia della messa, stamani nelle Grotte Vaticane, che ha preceduto l'udienza del papa con i vescovi della Chiesa irlandese, scossa da decenni di abusi pedofili. «Sì, le tempeste fanno paura. Anche quelle che scuotono la barca della Chiesa per colpa dei peccati dei suoi membri. Ma da queste tempeste può venire la grazia della conversione e una fede più grande». IM 15

 

 

 

Svizzera: vescovi e ricerca sull' essere umano

 

"Sì" al progetto di articolo costituzionale in materia di ricerca sull'essere umano, che verrà sottoposto a votazione popolare il prossimo 7 marzo, ma "vigilanza sull'elaborazione della futura legge". Questa, in sintesi, la posizione della Commissione di bioetica della Conferenza episcopale svizzera circa l'articolo costituzionale 118b sul quale il 7 marzo si terrà una consultazione federale. Tre, affermano i vescovi in una nota, gli obiettivi del progetto di articolo: anzitutto "proteggere la dignità e la personalità dell'essere umano nella ricerca medica", vigilando al tempo stesso sulla libertà di questa ricerca e "tenendo conto della sua importanza per la salute e la società". Il dispositivo intende inoltre "promuovere la qualità e la trasparenza" della ricerca sull'essere umano, e "creare una base" che consenta di regolamentarla "in modo uniforme in Svizzera". La Commissione di bioetica della Ces "approva questo articolo costituzionale - prosegue la nota - laddove  il principio della dignità umana, in quanto diritto fondamentale, gode di assoluta protezione, viene promossa la libertà di ricerca e a quest'ultima viene dato un corretto orientamento", In particolare, spiegano i vescovi svizzeri, "la libertà dei soggetti di ricerca è garantita", il principio di sussidiarietà "viene rispettato, così come il principio di proporzionalità fra la ricerca effettuata e i suoi potenziali rischi". Di qui la richiesta al Parlamento di "adottare la legge in materia" solo a condizione "che i principi guida dell'art.118b vengano scrupolosamente rispettati". Queste, secondo i vescovi, le modalità necessarie:  "evitare ogni ideologia utilitaristica che non consideri che gli interessi degli esseri umani, a detrimento del bene oggettivo della persona e della sua dignità; evitare qualsiasi utilitarismo che consideri solo il rapporto benefici/rischi; mettere in pratica l'affermazione secondo cui 'la dignità impone di trattare con rispetto la vita prima della nascita e dopo la morte', contenuta nel messaggio del Consiglio federale; stabilire termini che rispettino l'embrione 'in vivo' e di conseguenza l'embrione 'in vitro'"; vigilare, infine, affinché "su persona incapaci di discernimento venga praticata solo una ricerca a rischio minimo (ad esempio il prelievo di campioni)". La Commissione di bioetica della Conferenza episcopale svizzera, conclude la nota, "si pronuncia dunque a favore dell'articolo costituzionale 118b". Esso "rispetta il principio della dignità umana, al quale rimane subordinata la ricerca", e "crea una base che consente di regolamentare la ricerca medica in maniera uniforme in Svizzera, promuovendone al tempo stesso qualità e trasparenza". Sir eu

 

 

 

«Caro Pontefice, sia pieno di speranza. Come noi»

 

CITTA’ DEL VATICANO - Tremava come una foglia dall’emozione ma è riuscita lo stesso ad arrivare in fondo alla lettura di uno dei messaggi più teneri che il Papa abbia mai ascoltato. Quasi una poesia. Chi l’avrebbe mai detto che lei, Giovanna Cataldo, una dei senza fissa dimora recuperata alla vita grazie all’amore dei volontari della Caritas, sarebbe riuscita a fare inumidire gli occhi del Santo Padre. «Dio le dia la forza di essere sereno, forte e pieno di speranza, proprio come lo siamo tutti noi». Nel passato tribolatissimo di questa ex professoressa di mezza età sono racchiuse le vite di tutti coloro che ogni notte bussano all’ostello per trovarvi riparo. Via Marsala è decisamente un luogo di sofferenza ma anche di speranza. «Ci piace pensare che nel suo viaggio di ritorno possa riportare con lei proprio la speranza». Giovanna guarda dritto negli occhi Benedetto XVI: «Accetti l’umiltà di un cuore semplice e l’amore che da esso può scaturire». Il dono che hanno scelto per l’illustre ospite è il restauro del crocifisso ligneo della chiesetta di Onna, il paesino abruzzese raso al suolo dal terremoto. Quel Cristo rimesso a posto è esattamente come loro: «non l’immagine della sofferenza, piuttosto l’alba del riscatto». Terminata la lettura il Papa si alza dallo scranno, fa alcuni passi e si dirige verso Giovanna. La abbraccia forte. Adesso può davvero riprendere la via del Vaticano rinfrancato, il «pane spezzato e condiviso con gli ultimi» lo sosterrà nei «giorni di pioggia». Una mezz’ora più tardi, ad incontro ultimato, il sindaco Alemanno non vuole andarsene prima di aver salutato Giovanna. «Lei ha scritto un discorso bellissimo. Le sue parole sono profonde e fanno riflettere». Subito dopo è il turno delle tv. Che effetto le ha fatto incontrare il Papa a tu per tu? Giovanna sorride spiazzata. «E’ stato emozionante, un po’ come incontrare la direttrice della Caritas per la prima volta, o come incontrare il mio primo professore quando mi sono iscritta alla scuola superiore». L’incontro se lo immaginava esattamente così, si era preparata, aveva letto più e più volte quei due foglietti di carta davanti a Roberta Molina, la direttrice dell’ostello. «E’ bello potersi rivolgere ad un Padre». «Dopo quello che gli è successo a dicembre, volevamo incitarlo ad andare avanti imperterrito. Noi lo proteggeremo e lo scorteremo con le nostre preghiere. Ciò rende più forti anche noi perchè non siamo dei derelitti, dato che siamo inseriti in questo quadro storico». Giovanna si guarda l’abito nero. Non le manca l’ironia e scherza: «Mi hanno sempre incuriosito quelle lady che davanti al Papa potevano indossare begli abiti neri. E oggi eccomi qua, sono anche io con un tailleur nero e mi sento perfettamente a mio agio». F.GIA. im 15

 

 

 

Scandalo abusi, vescovi irlandesi pronti a collaborare. Papa: pedofilia crimine odioso

 

Summit in Vaticano con i prelati dell'isola britannica per discutere del grave scandalo sugli abusi sessuali che ha travolto dal 1975 al 2004 la diocesi di Dublino.

 

Città del Vaticano - ''L'abuso sessuale contro i bambini e i ragazzi, è non solo un crimine odioso, ma un peccato che offende Dio e ferisce la dignità della persona umana creata a sua immagine''. E' quanto ha affermato il Papa nel corso del'incontro con i vescovi irlandesi che si è tenuto fra ieri e oggi in Vaticano dedicato al grave scandalo degli abusi sessuali che ha travolto dal 1975 al 2004 la diocesi di Dublino.

Benedetto XVI ha chiesto alla Chiesa irlandese di ''affrontare i problemi del passato con determinazione e risolverli e di far fronte alla crisi presente con coraggio ed onestà". E ha espresso 'la speranza'' che l'incontro aiuti i vescovi ad essere uniti e ''capaci di parlare con una sola voce'', nell'identificare tutti i passi necessari in favore delle vittime degli abusi. Quindi il Pontefice ha incoraggiato ''un rinnovamento della fede in Cristo e una ricostruzione spirituale della Chiesa'' e della sua ''credibilità morale''.

Al termine del meeting è stato diffuso, dalla Sala stampa vaticana, un comunicato nel quale sono stati riportati alcuni dei temi salienti emersi dai colloqui. Nel corso del summit ''ognuno dei vescovi - si legge nel comunicato - ha fatto le sue osservazioni e dato i suoi suggerimenti. I vescovi hanno parlato con sincerità del senso di pena e di rabbia, di tradimento, di scandalo e di vergogna loro espresso, in pià occasioni, dalle vittime degli abusi" e, in accordo con il Pontefice, hanno riaffermato la volontà di ''impegnarsi a cooperare" sia con le autorità sia giudiziarie che ecclesiali ''per garantire che gli standard delle politiche e delle procedure della Chiesa in questo ambito siano i migliori''. Ancora nel testo si afferma che alla base dello scandalo degli abusi in Irlanda ci sono stati ''senza dubbio errori di giudizio e omissioni'', tuttavia adesso sono state adottate ''misure significative per la sicurezza dei bambini e dei giovani''.

Secondo quanto affermato dal direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, tra qualche settimana, il prossimo marzo, sarà diffusa la lettera pastorale del Papa dedicata al tema dello scandalo pedofilia in Irlanda. La lettera, infatti verrà resa pubblica, dopo la riunione della Conferenza episcopale irlandese che si svolgerà il prossimo mese. Padre Lombardi ha anche spiegato che nessuna decisione è stata presa durante i due giorni di lavori in relazione alle dimissioni di altri vescovi coinvolti nello scandalo, in quanto il problema non era all'ordine del giorno.

 

 

 

Germania: preghiere ecumeniche per gli atleti olimpici

 

Alla vigilia dell'inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Vancouver, il 12 febbraio, la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica tedesca hanno diffuso un appello congiunto alla sportività e allo spirito di squadra. In un opuscolo distribuito agli atleti tedeschi che partecipano alla manifestazione, mons. Robert Zollitsch, Presidente della Conferenza episcopale tedesca e Margot Käßmann, Presidente del consiglio della Chiesa evangelica sottolineano l'importanza dell'evento che riunisce persone di tante nazioni e culture.  "Quale immagine di Dio, l'essere umano riconosce i suoi limiti, così come la sua responsabilità per gli altri e l'ambiente in cui vive", si legge nel documento. I capi delle due Chiese ricordano il concetto di "responsabilità" con cui gli atleti sono tenuti a confrontarsi continuamente: "responsabilità verso gli altri membri della squadra o verso gli avversari sportivi, senza la quale non esisterebbero le gare". La brochure contiene testi biblici, preghiere e meditazioni. Gli atleti tedeschi saranno accompagnati a Vancouver dai rispettivi cappellani olimpici Hans-Gerd Schütt (cattolico) e Thomas Weber (evangelico). Anche la squadra polacca a Vancouver sarà accompagnata dal suo cappellano, il vescovo Marian Florczyk, responsabile per conto dell'episcopato dell'assistenza spirituale degli sportivi, coadiuvato da padre Edward Plen. Sir eu

 

 

 

 

Il tesoro più prezioso. La visita del Papa ai luoghi dell'accoglienza della Caritas di Roma

Un “piccolo villaggio della carità” nel cuore di Roma, dove “i nostri fratelli e sorelle meno fortunati” trovano “accoglienza, ascolto, aiuto alle loro necessità”. Nel saluto introduttivo per la visita di Benedetto XVI all’Ostello della Caritas di Roma (domenica 14 febbraio), il card. Agostino Vallini, vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, ha ricordato tutti coloro che “generosamente si prodigano ogni giorno per dimostrare concretamente che l’emarginazione può essere contrastata e vinta dall’amore, in nome della carità di Cristo e della dignità che va sempre riconosciuta e garantita ad ogni persona umana”. La comunità ecclesiale, ha aggiunto il cardinale, “parla alla città con la volontà di riparare in tanti casi alla giustizia negata e offre il primo contributo per una cultura in cui i poveri non sono fonte di problemi, ma persone meno provvedute e come noi titolari di diritti”.

 

Speranza luminosa. “L’uomo non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su se stesso, sulla sua dignità”. È il messaggio lanciato da Benedetto XVI nei locali della Caritas di Roma. Per la terza volta un Pontefice si è recato in un luogo di accoglienza dell’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana: il 20 dicembre 1992 Giovanni Paolo II fece visita alla mensa di Colle Oppio, dove lo stesso Benedetto XVI è tornato il 4 gennaio 2007. Grazie al servizio di quanti si adoperano nella Chiesa “a favore dei poveri”, ha sottolineato il Papa, “tante persone hanno potuto riscoprire, e tuttora riscoprono, la propria dignità” e “ritrovano fiducia in se stessi e speranza nell’avvenire”; attraverso “i gesti, gli sguardi e le parole” di coloro che operano per la Caritas diocesana, “numerosi uomini e donne toccano con mano che le loro vite sono custodite dall’Amore, che è Dio, e grazie ad esso hanno un senso e un’importanza”. Una certezza che, ha precisato il Pontefice, “genera nel cuore dell’uomo una speranza forte, solida, luminosa, una speranza che dona il coraggio di proseguire nel cammino della vita nonostante i fallimenti, le difficoltà e le prove che la accompagnano”. A quanti sono impegnati nella Caritas diocesana, ha proseguito il Papa, l’invito ad essere “gioiosi testimoni dell’infinita carità di Dio” e considerare “questi vostri amici uno dei tesori più preziosi della vostra vita”.

 

Forza propulsiva. La sollecitazione del Santo Padre, rivolta non solo ai cattolici ma ad “ogni uomo di buona volontà, in particolare quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni”, è quella di “impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell’uomo, riscoprendo nella carità la forza propulsiva per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna”. Tuttavia, “per promuovere una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica famiglia umana è importante che le dimensioni del dono e della gratuità siano riscoperte come elementi costitutivi del vivere quotidiano e delle relazioni interpersonali”. L’Ostello della Caritas, dunque, “manifesta concretamente che la comunità cristiana” collabora “utilmente con le istituzioni civili per la promozione del bene comune” in una “feconda sinergia”. Nel servizio alle persone in difficoltà, ha aggiunto il Papa, “la Chiesa è mossa unicamente dal desiderio di esprimere la propria fede in quel Dio che è il difensore dei poveri e che ama ogni uomo per quello che è e non per quello che possiede o realizza”. La Caritas diocesana, ha concluso Benedetto XVI, è dunque “un luogo dove l’amore non è solo una parola o un sentimento, ma una realtà concreta, che consente di far entrare la luce di Dio nella vita degli uomini e dell’intera comunità civile”.

 

Attesa dell’alba. Nel corso della visita alla Caritas di Roma, il Santo Padre ha ricevuto in dono un crocifisso restaurato, proveniente da Onna, il paese abruzzese distrutto dal terremoto del 6 aprile 2009. La croce porta con sé “un dolore inspiegabile, lancinante, ma non disperato”, ha spiegato Giovanna Contaldo, ospite dell’Ostello. Tuttavia, essa “non è l’immagine della sofferenza ma l’attesa dell’alba e del riscatto” ed è per questo che, “nel viaggio di ritorno”, il Papa non deve portare il dolore ma soltanto “la speranza”. Quello con il Pontefice è stato “un incontro emozionante”, ha commentato al SIR Roberta Molina, responsabile del’Ostello, la quale ha guidato la visita. È il segnale che “una città può essere solidale e le persone che abitano questo posto sono persone con voglia di rinascere, che noi dobbiamo aiutare”. L’arrivo di Benedetto XVI era atteso, fin dal mattino, da numerosi volontari fuori e dentro i locali del centro di accoglienza che ogni notte ospita 188 senza fissa dimora e offre 500 pasti a sera oltre ad un servizio sanitario, con poliambulatorio, una farmacia e l’assistenza legale. sir

 

 

 

Padova, migliaia in fila all’alba per le spoglie di Sant’Antonio

 

Il corpo esposto dopo 29 anni. Attesi centomila fedeli - di GIOVANNI LUGARESI

 

PADOVA - Il “popolo antoniano” non ha bisogno di cartoline precetto o di esortazioni: spontaneamente va e fa. Come ieri, prima dell’alba, quando la piazza antistante il santuario padovano si andava progressivamente animando di presenze. Erano dapprima in duemila: gente proveniente dalla provincia, dalla regione, e poi da più lontano, Emilia-Romagna, Lombardia, Liguria. Poi sono aumentati, ora dopo ora: a fine giornata, la prima dell’ostensione di Sant’Antonio, si sono contati circa 15mila pellegrini.

Una giornata intensa, quella di ieri: il corpo del Santo, ricomposto e visibile nell’urna di cristallo posata su di un catafalco nella Cappella delle Reliquie della Basilica, è stato esposto dopo 29 anni dall’ultima “ricognizione” canonica e medico-scientifica avvenuta nel gennaio 1981, a 750 anni dalla morte del Santo, cui seguì una memorabile ostensione, che si prolungò fino al 1° marzo 1981.

«Sono rimasto sbalordito dalla coda di pellegrini già alle 3 di notte - commenta il rettore della basilica pontificia padre Enzo Pojana - Ho chiesto ai fedeli perchè fossero in coda già prima dell’alba e mi hanno risposto che per chiedere una grazia bisogna fare un di penitenza. È stata una giornata lunga ed emozionante. Oltre all’emozione di aver visto Sant’Antonio, quella di aver incontrato pellegrini da tutto il mondo».

Già domenica, il centralino del convento era stato tempestato da telefonate provenienti da tutta Italia: a chiedere informazioni sul tempo (da Alessandria, perché là nevicava, per esempio), o sul periodo dell’ostensione. Ieri un lavoro febbrile è stato compiuto all’Ufficio informazioni nel Chiostro della Magnolia, per telefonate provenienti da Lombardia, Puglia, Umbria.

La comunità cingalese di Milano chiedeva “lumi” su questo e su quello, e intanto, fuori, la lunghissima fila di devoti procedeva da Prato della Valle (in più di un periodo della giornata), o da metà di via Luca Belludi: attorno alla basilica carabinieri, polizia e volontari di protezione civile, croce rossa ed associazioni religiose ptonte a dare l’orientamento ed l’assistenza ai devoti in arrivo sul sagrato.

Le porte della chiesa si sono aperte ieri alle sei, ma i pellegrini erano già in coda durante la notte, vegliati da diversi frati a turno e, nel corso della giornata, dai macellai della Milizia dell’Immacolata avvolti negli azzurri mantelli e dai componenti dell’Arciconfraternita del Santo in costume medioevale. Da oggi a sabato sono previsti più di 100 mila fedeli provenienti da tutto il mondo. Arriveranno anche i frati minori conventuali della Provincia Bolognese, la quale, ai tempi del Taumaturgo era tutt’uno con quella padovana, e che nel 2013 tornerà a unirsi ad essa.

Sono previsti pellegrinaggi da Croazia, Slovenia, Polonia, persino dal Libano. «Padova è in festa per questo evento e saprà accogliere i fedeli con gioia - commenta il vicesindaco Ivo Rossi, ieri mattina alle 8 in visita alla basilica - nelle ultime quattro settimane assieme a tutte le altre istituzioni abbiamo approntato un piano del traffico con parcheggi di scambio, bus rafforzati e percorsi preferenziali che questa mattina ha retto. Ci aspettiamo il picco dell’affluenza sabato, giornata in cui raccomandiamo a padovani e pellegrini l’uso, per quanto possibile, dei mezzi pubblici». Im 16

 

 

 

 

Il Papa: "La pedofilia è un crimine odioso". La Chiesa irlandese collaborerà coi giudici

 

La decisione al termine del vertice con i vescovi d'Irlanda che si sono impegnati a far piena luce sugli scandali sessuali dal 1975 al 2004

 

ROMA - "La pedofilia è un crimine odioso e un peccato contro la dignità umana". Benedetto XVI prende di petto la questione durante il summit con i vescovi irlandesi che si è concluso oggi in Vaticano. Tre sessioni: due ieri e una oggi con i 24 prelati dell'isola britannica, il Papa e il cardinale Tarcisio Bertone. La conclusione, questa volta, sembra avere importanti effetti pratici: la Chiesa irlandese si è infatti impegnata a collaborare subito con le autorità giudiziarie per fare piena luce sullo scandalo degli abusi sessuali su minori che  dal 1975 al 2004 sono stati perpetrati nella diocesi di Dublino.

 

Nel suo intervento di apertura Benedetto XVI ha chiesto alla Chiesa irlandese di agire "in fretta", con "determinazione", "onestà e coraggio" per uscire dalla presente crisi, e "ha espresso la speranza che il presente incontro aiuti ad unire i vescovi dell'Irlanda e li renda capaci di parlare con una voce sola nell'identificare i passi concreti tesi a portare sollievo a coloro che sono stati abusati, incoraggiando un rinnovo della fede in Cristo e recuperando la credibilità morale e spirituale della Chiesa". Il Pontefice ha inoltre lanciato ai vescovi irlandesi un forte appello all'unità.

 

Il Papa "ha sottolineato la necessità di una più profonda riflessione sull'intera questione" dei preti pedofili, "e ha fatto appello a una maggiore preparazione umana, spirituale, accademica e pastorale sia per i candidati al sacerdozio e alla vita religiosa che per coloro che sono già stati ordinati e professati".

 

Tuttavia molti preti e alcuni vescovi hanno criticato la 'linea dura' adottata dall'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, nei confronti dei responsabili degli abusi e di chi li aveva protetti. Uno dei vescovi accusati dal Rapporto Murphy, monsignor Drennan, ha resistito finora agli appelli delle vittime perché si dimettesse ed era presente a Roma in questi giorni.

 

Oltre ad affrontare lo specifico tema dei preti pedofili irlandesi, Benedetto XVI ha "puntato l'attenzione sulla più generale crisi della fede e l'ha messa in relazione con la mancanza di rispetto per la persona umana e su come l'indebolimento della fede è stato un fattore che ha significativamente contribuito al fenomeno del'abuso sessuale sui minori".

 

Un comunicato del Vaticano riassume il senso dell'incontro sottolineando che papa Ratzinger ha incoraggiato la Chiesa irlandese  "ad un rinnovamento nella fede e a ritrovare la sua credibilità spirituale e morale".  LR 16

 

 

 

Al centro la persona. L’intervento di mons. Perego al convegno “Strada facendo”

 

TERNI - La prima consapevolezza della mobilità è “superare l’idea dell’emigrazione e dell’immigrazione, per approfondire l’idea di una nuova città globale, di una nuova cittadinanza globale. È un’idea che non schiaccia la città su meccanismi di protezione identitaria, ma apre la città sull’interpretazione della mobilità come componente che cambia la vita, le relazioni, la formazione, l’amministrazione”. Così si è espresso il 5 febbraio scorso mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, intervenendo al convegno “Strada Facendo” che si è svolto a Terni su iniziativa del Gruppo Abele, Libera e Cnca.

Per mons. Perego “una prima conseguenza relazionale della mobilità è ritornare a mettere al centro la persona, la sua dignità prima che la sua appartenenza: questo significa la tutela dei diritti prima della tutela della residenza; la tutela della dignità della persona prima della conoscenza anche della sua identità. Nel mondo che si muove noi non possiamo fingere che ci siano degli ‘invisibili’, ma dobbiamo anzitutto riconoscere che ci sono persone nuove, non conosciute con le quali prima di tutto costruire relazioni, andare incontro e non costruire il rifiuto, l’allontanamento, lo scontro”.

Per mons. Perego la “vera sicurezza di una città è la relazione e la mediazione con le persone nuove che incrociamo, e la storia ci insegna questo. Tanto più oggi, in cui la consapevolezza che la nostra città è una briciola di fronte al mondo e che numeri, denatalità, malattie, cambiamenti la renderanno presto conquistata da un altro mondo: nel 2019 la città di Milano vedrà per la prima volta più bambini nati da 100 nazionalità diverse rispetto alle nascite di bambini italiani”.

La mobilità e il cambiamento chiedono “una nuova cultura, una cultura delle relazioni, dell’ascolto per imparare prima che per parlare, dell’incontro aperto alle sorprese delle persone, del dialogo che apre al confronto, della conoscenza che si apre all’amore. Solo così si salva l’identità, che è anzitutto mettere al centro la dignità propria e degli altri”.

Al convegno hanno partecipato circa 800 persone e oltre 70 relatori. Sono stati tre giorni di confronto fra associazioni, volontari, operatori, studiosi, studenti, politici e amministratori locali. Con “Strada Facendo”, giunta quest’anno alla quarta edizione, il Gruppo Abele, Libera e il Cnca, in collaborazione con la Regione Umbria e il Comune di Terni, riuniscono il mondo degli operatori per fare il punto sulle politiche sociali in Italia. (Migranti-press)

 

 

 

 

Mai per potere. Polonia: laurea "honoris causa" al card. Tarcisio Bertone

 

"I diritti umani sono universali non perché approvati e riconosciuti da maggioranze parlamentari o della pubblica opinione, bensì perché poggiano sulla natura dell'essere umano, che resta inalterata pur nel mutare delle condizioni sociali e storiche". A ribadirlo è stato il card. Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, nella "lectio magistralis" tenuta l'11 febbraio in Polonia, in occasione del Conferimento della laurea "honoris causa" da parte della Pontificia Facoltà Teologica presso l'Università di Wroclaw. "Oggi - la denuncia del porporato - si parla spesso più che di diritti umani di diritti individuali, trasformando desideri da soddisfare in diritti". Al contrario, come disse il Papa nel suo storico discorso all'Onu del 2008, "questi diritti trovano il loro fondamento nella legge naturale", e separarli da essa "significherebbe e cedere a una concezione relativista". Di qui la necessità di "leggi che non siano frutto dell'adesione ad un mero proceduralismo, ma che discendano dalla volontà di tendere all'autentico bene della persona e della società e per questo facciano riferimento alla legge naturale". "Instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio tutelati i diritti della persona e il suo adeguato sviluppo sociale": è questo, per il card. Bertone, il compito fondamentale delle "moderne democrazie elettive".

 

Nella Chiesa non c'è "ripartizione di potere". "La democrazia, come ogni sistema costituzionale, è una struttura di potere, che si pone perciò, al pari di ogni sistema di governo, essenzialmente in termini di ripartizione di potere". Questa "dinamica di potere", ha puntualizzato però il card. Bertone, "se trasportata nell'ambito ecclesiale, non può non diventare radicalmente equivoca, perché nella Chiesa il rapporto strutturale, anche al livello decisionale-operativo, tra la gerarchia e il resto del popolo di Dio, non può mai ultimamente essere posto in termini di ripartizione di potere". "All'interno della Chiesa - ha spiegato il cardinale - il problema di una necessaria e ordinata ripartizione delle competenze non può mai coincidere, come ultimamente avviene all'interno dell'ambito statale, con il problema del possesso di una porzione più o meno grande del potere, perché il potere - se per potere si intende la responsabilità ultima e perciò il servizio specifico dei Vescovi di fronte alla vita della Chiesa - non è divisibile". Se in una democrazia politica, inoltre, si procede "con il sistema della rappresentanza", in base al quale "la minoranza deve inchinarsi alla maggioranza", una Chiesa "che riposi solamente sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana, dove l'opinione sostituisce la fede".

 

I laici e lo "stile sinodale". Nella Chiesa, serve "uno stile nuovo e nuovi spazi" per i laici. Ne è convinto il card. Bertone, che nella "lectio" polacca si è soffermato, all'interno del tema più generale, anche sullo "specifico ruolo dei laici" nella comunità ecclesiale. Per il cardinale, sono ancora attuali oggi la "teoria" sul laicato espressa dal Concilio e le indicazioni della "Christifideles laici" di Giovanni Paolo II. Tra i problemi emergenti, il card. Bertone ha citato "i ministeri e i servizi ecclesiali da affidare ai laici; la diffusione dei nuovi movimenti, il posto e il ruolo della donna". Lo stile nuovo" di presenza dei laici della Chiesa, ha affermato il segretario di Stato vaticano, "non può essere che quello sinodale, valido non soltanto per la celebrazione del Sinodo, ma anche come metodo per l'approccio ai problemi". "Quello sinodale - ha spiegato il relatore - è uno stile che ha il pregio di coinvolgere tutte le comunità, chiamandole alla partecipazione attiva e responsabile; uno stile che esige ricerca e dialogo, elaborazione di proposte con risposte non prefabbricate; uno stile che domanda l'ascolto di tutti, o quanto meno delle rappresentanze delle comunità", perché  "il pluralismo ecclesiale non può esser concepito come pluralismo di individui, ma come pluralismo di chiese particolari o di comunità".

 

Nella Chiesa "testimonianza invece di rappresentatività". Se l'idea fondamentale del parlamentarismo è quella della rappresentatività, "la traduzione più corretta del concetto di rappresentanza è in sede ecclesiale quello di testimonianza". Ecco perché, ha spiegato il cardinale, "il rapporto tra il vescovo e i fedeli non può essere risolto ultimamente in termini di controllo di potere, ma solo in termini di esperienza di comunione. Le forme di controllo introdotte nel corso della storia per contenere gli abusi di potere da parte della gerarchia, raramente hanno generato un'autentica esperienza di comunione cristiana". Il rapporto tra laicato e gerarchia, ha puntualizzato il segretario di Stato vaticano, "è un rapporto di comunione, non di sottomissione né di potere". I cristiani, infatti, "non si riuniscono mai solo per decidere qualcosa assieme, per dare una prestazione, ma per vivere la comunione facendo e decidendo insieme. La comunione non è in funzione dell'attività, ma l'attività in funzione della vita di comunione". No, dunque, ad ogni forma di "attivismo associazionistico", sì invece al compito di "costruire la Chiesa", primo compito del cristiano, attraverso il quale "il cristiano costruisce il mondo, lo anima, lo trasforma e lo redime perché la Chiesa è nel mondo".  Sir eu

 

 

 

 

 

Comunità cristiana e immigrati. Una nota della diocesi di Vittorio Veneto

 

VITTORIO VENETO - “Le nostre comunità cristiane abbiano la ‘pazienza dei tempi lunghi’, resistendo alla tentazione di un’integrazione affrettata. Consapevoli del difficile cammino che gli immigrati devono percorrere per inserirsi nel nuovo ambiente di vita, siano premurose nell’offrire l’aiuto necessario a superare le conseguenze dello sradicamento dal Paese di origine”. È quanto si legge in una nota del Consiglio Pastorale della diocesi di Vittorio Veneto dal titolo “Comunità cristiana e immigrati” presentata nei giorni scorsi.

La nota - spiega il Vescovo Mons. Corrado Pizziolo - è il “frutto” di un lungo lavoro di riflessione da parte del Consiglio Pastorale diocesano che viene “offerto all’attenzione di tutta la diocesi” e ha preso le mosse da una “precisa indicazione” contenuta nel Piano Pastorale della diocesi dello scorso anno che suggeriva “una serie di comportamenti, personali e comunitari, tesi a rilanciare una pratica di vita cristiana coerente con la vita battesimale: vita di figli, di fratelli e di persone libere per amare”. In particolare il presule cita la parte del piano dove c’erano delle indicazioni volte a “favorire un vivere da persone libere di accogliere, di amare e di servire”.

“Una forma di accoglienza di grande attualità - si leggeva nel piano pastorale dello scorso anno - va rivolta ai fratelli e sorelle di fede cattolica provenienti da altre regioni del mondo. Ovviamente l’accoglienza non deve essere riservata solo agli immigrati cattolici, ma deve essere aperta a tutti, ai cristiani non cattolici e agli immigrati di altre religioni, tuttavia, nei confronti dei cattolici, abbiamo undebito’ particolare che ci viene dall’essere partecipi dello stesso Battesimo e della stessa Eucaristia. Oltre ad aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro, è doveroso accoglierli nei vari momenti di vita delle nostre Comunità parrocchiali, facendo in modo che la fraternità battesimale ed eucaristica che ci lega a loro non sia una vuota parola, ma diventi realtà effettiva. In questo senso si abbia una particolare attenzione perché i neofiti adulti provenienti da altre nazioni si inseriscano nelle nostre comunità parrocchiali mediante opportune proposte”. Da qui la richiesta di Mons. Pizziolo a coinvolgere il Consiglio Pastorale attorno a questo tema, chiedendo di approfondire la conoscenza del fenomeno dell’immigrazione nel territorio, con “speciale riguardo all’accoglienza” riservata a “questi fratelli da parte delle nostre comunità parrocchiali”. Un secondo obiettivo della richiesta del presule era quello di “maturare insieme una mentalità dell’accoglienza basata sulla realtà battesimale condivisa, illuminata dalla Parola di Dio e sostenuta dalle indicazioni del Magistero della Chiesa”.

“Nel volgere di pochi anni il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni molto vaste - si legge nella nota - per numero di persone che si sono trasferite in Italia e per le diverse provenienze”. Nel territorio della diocesi di Vittorio Veneto la presenza di immigrati ha superato nel 2009 l’11% della popolazione residente. “Eventi di tale portata storica e così repentini, sebbene l’Italia sia anche Paese di immigrazione almeno dal 1973, faticano ad essere compresi adeguatamente e richiedono grande attenzione e competenza per poter affrontare le sfide che essi pongono: cambia notevolmente l’aspetto della nostra società e si introducono in essa elementi di criticità; si innesca spesso una reazione di contrasto, talora di netto rifiuto”.

La nota parla delle fatiche per chi arriva per far valere i propri diritti e superare alcuni pregiudizi che “classificano chi arriva come non assimilabile, perché portatore di idee e comportamenti che contrastano con le nostre abitudini”: l’immigrato è “sentito come una minaccia per il nostro benessere e un pericoloso competitore in tempi in cui le opportunità di lavoro tendono a diminuire e perfino a venire meno, a motivo di una crisi economica di cui ben si avverte la gravità, ma non facilmente la via d’uscita”.

Dopo un esame del fenomeno il documento si sofferma sulla situazione degli immigrati cattolici dando alcune linee di azione pastorale perché la loro presenza “sollecita un’adeguata azione pastorale”.

“La differenza linguistica - si legge - pone sempre grandi problemi per l’incontro e la relazione: anche la comunità cristiana prenda iniziative e investa risorse per rimuovere questo ostacolo”. Inoltre “l’accostamento quotidiano, nella normalità delle situazioni di vita, abbatte barriere, promuove la conoscenza e vince il reciproco isolamento”. Per questo vanno favoriti l’accoglienza e l’inserimento nelle comunità parrocchiali, “nel rispetto di una gradualità che prevede la preziosa presenza di sacerdoti e religiosi della stessa nazionalità o gruppo linguistico oppure di laici responsabili e adeguatamente formati”.

“Sia però evitata la costituzione di gruppi a sé stanti, completamente isolati rispetto alla vita della comunità parrocchiale”; “siano valorizzate le loro tradizioni culturali ed espressioni liturgiche” e sia “garantita una loro rappresentanza nei Consigli Pastorali Parrocchiali, Foraniali e Diocesano”.

Il documento è corredato da alcuni dati statistici sulla presenza degli immigrati nel territorio della diocesi di Vittorio Veneto. Su circa 360mila residenti gli stranieri sono 40mila (11%) di cui 10mila minori (26%). (Migranti-press)

 

 

 

Nel calvario croato. A cinquant'anni dalla morte del card. Stepinac

 

"Oggi celebriamo la memoria del Beato Luigi cardinale Stepinac, vescovo e martire, che ha sacrificato la sua vita cinquanta anni fa in testimonianza della fede. Custodite la memoria dei vostri martiri, e sul loro eroico esempio nell'oggi della Chiesa siate 'il sale della terra e la luce del Mondo'". Così Benedetto XVI, nel saluto ai pellegrini croati al termine dell'udienza generale del 10 febbraio, ha voluto ricordare la figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac.

"Non è sorprendente e meraviglioso che qualcuno, del quale alcuni hanno cercato di distruggerne la memoria e il bene compiuto, continui brillare di luce e con lui la sua grande verità?". Anche il card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, ha ricordato la figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac, cardinale croato, arcivescovo di Zagabria, di cui ricorre il 50° anniversario della morte, eroico martire della fede nel periodo più buio della persecuzione comunista nei Paesi dell'Est. "Luigi ci ha lasciato una testimonianza della sapienza della Croce - ha detto il card. Bozanic nel corso di una celebrazione svoltasi il 10 febbraio nella cattedrale di Zagabria - Tutte le ideologie del suo tempo hanno voluto dominare la verità, ma sono state costrette ad ammettere la sconfitta. Crocifisso e umiliato è diventato ancora più forte. Stepinac ha scelto la fedeltà a Dio e alla Chiesa". "Ci sono valori - ha aggiunto il card. Bozanic - che non possono essere negati perché non si può negare la verità. Se questo accade, la vita rimane senza senso, senza gioia. Ha accettato la sofferenza come pastore fedele. Il suo coraggio e la sua generosità hanno dato vita ad una nuova alleanza dalla quale sono scaturite nuove vocazioni sacerdotali e religiose. Intorno alla sua tomba molti che erano nel dubbio hanno ritrovato la forza per andare avanti, genitori preoccupati per i loro figli, coniugi in difficoltà, giovani. Alojzije è la nostra eredità". Per il card. Bozanic, la memoria del beato Stepinac è "un invito alla santità" rivolto alla Chiesa croata, in tutte le sue componenti, sacerdoti, laici, giovani, religiosi e religiose, famiglie, intellettuali, politici. "Dopo 50 anni - ha concluso - la sua memoria ci indica sempre più chiaramente l'urgenza di proclamare il Vangelo e ci suggerisce come dovremmo vivere".

 

Biografia - Il 10 febbraio 1960 si spegneva a Krasic, suo paese natale, dove era stato confinato, il cardinale croato Alojzije (Luigi) Stepinac, arcivescovo di Zagabria. Finiva così, dopo anni di sofferenze fisiche e morali, la vicenda umana di un eroico martire della fede, testimone scomodo, come tanti altri confratelli nel sacerdozio e nell'episcopato, del periodo più buio della persecuzione comunista nei Paesi dell'Est. Occorse uno speciale permesso del governo di Tito per celebrare solennemente i funerali nella cattedrale di Zagabria.

Nel 1946, l'11 ottobre, si era concluso il processo che aveva visto Stepinac condannato a sedici anni di reclusione perché riconosciuto "colpevole" di tradimento e di collaborazione con i tedeschi. In realtà la ragione vera di quel processo-farsa, simile a tanti altri imbastiti dai regimi comunisti in quegli anni, era stato il fermo rifiuto dell'arcivescovo di Zagabria di costituire una Chiesa iugoslava autonoma da Roma, così come nel febbraio 1992 doveva riconoscere il Parlamento della Croazia indipendente, allorché ne riabilitò definitivamente la figura. Stepinac era stato arrestato una prima volta il 17 maggio 1945 e condannato a diciassette giorni di carcere: un "assaggio" del calvario che lo attendeva un anno dopo. Fu rinchiuso dapprima nella prigione di Lepoglava, dove trascorse cinque anni, durante i quali il regime di Tito rimase sordo agli appelli che da più parti, Pio XII in testa, chiedevano la liberazione del prigioniero. Il caso Stepinac divenne ben presto un affare internazionale (dall'Inghilterra intervenne anche Churchill) che rischiava di ritorcersi pesantemente contro Tito, sempre più isolato dopo che aveva rotto i ponti con Mosca. Alla fine il dittatore, sotto la pressione mondiale, concesse gli arresti domiciliari. Stepinac fu trasferito a Krasic, il suo paese natale, sotto continua sorveglianza della polizia. Ma lo schiaffo al regime doveva venire con l'elevazione alla porpora di Stepinac, creato cardinale da Pio XII nel concistoro del 12 gennaio 1953. Tito prese la nomina come un'offesa personale e "ruppe" con il Vaticano. Mons. Silvio Oddi, allora unico rappresentante della Santa Sede come incaricato d'affari presso la nunziatura di Belgrado, fu espulso, ultimo diplomatico vaticano a lasciare la "cortina di ferro". A Stepinac le insegne cardinalizie vennero recapitate a domicilio. Non volle andare a Roma, sotto la minaccia di vedersi rifiutare l'ingresso in patria al ritorno, né accettò mai l'idea della sua liberazione purché lasciasse per sempre il territorio iugoslavo. Rimase coraggiosamente al confino, strettamente sorvegliato, senza poter riprendere il suo posto a Zagabria. Morì minato da numerosi mali contratti durante la prigionia e forse (ipotesi tutt'altro che inverosimile) avvelenato lentamente dai suoi carcerieri che non vollero mai rendere noti i risultati dell'autopsia. Le tappe del suo calvario sono ripercorribili nei vecchi Annuari pontifici dove le brevi note biografiche si concludono immancabilmente, per 14 anni di seguito, con le annotazioni "in prigione", "confinato", "impedito".

Nato l'8 maggio 1898 a Krasic, ordinato nel 1930, eletto alla Chiesa titolare di Nicopsi nel 1934, fu consacrato vescovo il 24 giugno dello stesso anno; successe per coadiuzione il 7 dicembre del 1937 alla sede metropolitana di Zagabria, uno degli arcivescovi più giovani, allora come oggi, alla guida di sedi altrettanto prestigiose. Giovanni Paolo II, in visita pastorale nella Croazia ormai indipendente, lo ha proclamato beato il 3 ottobre 1998 davanti al santuario di Marija Bistrica. Quello stesso santuario al quale per diversi anni, prima del suo arresto, Stepinac aveva guidato i pellegrinaggi del popolo croato. Sir eu

 

 

 

Revisione della legge ecclesiale nel Cantone di Zurigo

 

ZURIGO - Il 27 settembre 2009, gli aventi diritto hanno accettato la revisione della legge ecclesiale della Chiesa Cattolica del Cantone di Zurigo, la quale, tra l’altro, stabilisce le regole in materia di diritto di voto (e quindi d’eleggibilità). La nuova legge, che è entrata in vigore con l’anno nuovo, mette tutti i cattolici ivi residenti, sullo stesso piano - non importa di quale nazionalità siamo: nelle “Kirchgemeindeversammlungen”, tutti noi cattolici, abbiamo il diritto di votare e di essere eletti (anche nella Kirchenpflege!). Prendendo spunto da questa nuova situazione, la MCLI Oberland-Glattal, in occasione d’un incontro del Gruppo Maria della Pace di Dübendorf, ha invitato tutta la comunità a partecipare ad un momento di formazione presieduto da Mons. Peter Henrici, Vescovo ausiliare emerito della nostra diocesi. Mons. Henrici, oltre a conoscere benissimo la Chiesa Cattolica in Italia (è stato per più di vent’anni a Roma) è, ovviamente, un profondo conoscitore della Chiesa Cattolica locale: il nostro relatore ci ha informato sulle varie istanze che compongono la Chiesa Cattolica nel Cantone di Zurigo - dal Sinodo al “Sinodalrat”, dalla “Kirchgemeinde” alla “Kirchenpflege”, dal Parroco al “Pfarreirat”; solo per citarne alcune - e su come interagiscono tra di loro. Con la citata legge, oggi siamo messi alla pari dei nostri fratelli svizzeri; ciò non ci dà solo più diritti, ma c’impone anche dei doveri, uno di questi è quello di conoscere la Chiesa Cattolica della nostra diocesi. La serata ha raggiunto proprio questo scopo.

Prima dell’incontro, Mons. Peter Henrici ha presieduto la Santa Messa feriale. Il caso ha voluto che la Lettura fosse tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 4,7-10). Questo brano è un inno all’amore che Dio ha per noi e che ci esorta ad avere gli uni verso gli altri. Come dire: non c’è legge che tenga, non ci sono strutture che funzionano se la base non è sorretta dall’AMORE.  (S. Trivellin, Migranti-press)

 

 

 

 

Fastenzeit. Mehr als nur Diät

 

"Besser ist es, die Zunge zu beherrschen, als zu fasten bei Wasser und Brot."

 

WIEN - Die 40 Tage der Fastenzeit sind mehr als nur eine Zeit der Kur, um überflüssige Kilos loszuwerden. Es geht um einen inneren Reinigungsprozess, der den Geist frei machen soll und um eine Vorbereitung auf die Begegnung mit Gott. Mit dem Aschermittwoch beginnt die Vorbereitungszeit auf das wichtigste Fest der Christen, das Osterfest. Insgesamt 46 Tage dauert die Fastenzeit. Ein anderer Name für diese Wochen ist "österliche Bußzeit". Dass immer von der 40-tägigen Bußzeit gesprochen wird, liegt daran, dass die Sonntage nicht dazugezählt werden, sie sind sozusagen kleine Ruhepausen von der Fastenzeit. Die 40 Tage erinnern an die Zeit, die Jesus in der Wüste verbracht hat. Die Zahl 40 hat in der Bibel eine besondere Bedeutung, so findet sich im 1. Buch der Könige die 40-tägige Wanderung Elias zum Berg Horeb (1 Kön 19,8), 40 Tage bleibt Mose auf dem Berg Sinai (Ex 24,18) und 40 Jahre wandern die Israeliten durch die Wüste (Ex 16,35).

In der Fastenzeit geht es nicht um Selbstkasteiung und um hungern, sondern um ein Überdenken der eigenen Haltungen. Ein wesentlicher Hinweis zum christlichen Fasten stammt vom christlichen Mystiker Johannes vom Kreuz, von dem überliefert wird: "Besser ist es, die Zunge zu beherrschen, als zu fasten bei Wasser und Brot."

Der Grazer Bischof Egon Kapellari schrieb im Fastenhirtenbrief im Jahr 2007: "Christlich fasten ist nicht nur ein zeitweiliger Verzicht auf manche Nahrungsmittel, sondern auch ein Teilen von Geld, Zeit und Aufmerksamkeit mit Menschen, die eine solche Hilfe brauchen." Dabei betonte der Bischof auch, dass christlich fasten ein radikaleres Offenwerden auf Gott hin durch Gebet, durch Reue und Buße bezogen auf eigene Schuld und dies besonders durch die weithin vergessene Beichte, das Bußsakrament, das als eine Quelle der Freude gestiftet ist, sei. "Ein rechtes christliches Fasten macht uns zu einer offenen Schale, in die hinein Gott das verschenken kann, was wir Gnade nennen. Wir sind dann nicht bloß eine oft bedrohlich leere Zisterne, sondern eine Quelle, die strömt und überfließt", so Bischof Kapellari.

Wenn in Kirchen und Klöstern eine Fastenzeit angeboten wird, geht es nicht vorrangig um körperliches Abnehmen und auch nicht um ein Erlernen der ausgewogenen Ernährung, das ist sozusagen das "Nebenprodukt". Es geht vielmehr um einen Reinigungsprozess der Seele.

Dabei wird dem Essen geringe Bedeutung beigemessen, denn so kann der Geist frei werden und die Gedanken sich der Besinnung zuwenden. Auf Speisen und Getränke für einen bestimmten Zeitraum zu verzichten, ist nicht allein eine christliche Verhaltensweise, in vielen Religionen ist das Fasten als Ausdruck der Trauer und Sühne bekannt. Vor allem aber geht es beim Fasten um die Vorbereitung auf die Begegnung mit Gott.

Aber der Verzicht auf Speis und Trank steht nicht im Vordergrund. Die einmalige Sättigung am Tag ist bei Katholiken nur mehr am Aschermittwoch und Karfreitag verpflichtend.

"Christlich fasten, das ist nicht nur eine Maßnahme, um gesund oder schön zu bleiben oder zu werden, sondern ein Sich-Zurücknehmen, damit andere Menschen und schließlich Gott bei uns mehr Raum haben", schrieb Bischof Egon Kapellari in seinem Fastenhirtenbrief.

Eine Hilfe zum Fasten ist ein Fastenkalender. Im Vikariat Unter dem Wienerwald in der Erzdiözese Wien gibt es seit 1977 einen Fastenkalender, der auf Initiative von Weihbischof Florian Kuntner gestaltet wurde. Der Grundgedanke ist Nächstenliebe und Teilen. Der Fastenkalender will aber zum Gespräch in Familien, Gruppen und Runden motivieren. Er möchte einladen, Fasten nicht nur als Verzicht, sondern als bewussten Dienst an den Menschen zu sehen. Zenit 16

 

 

 

Vatikan/Irland: Krisengespräche über Missbrauch

 

Fast alle der sechsundzwanzig irischen Bischöfe sind an diesem Wochenende nach Rom gereist, um sich mit Papst Benedikt XVI. zu treffen. Es geht wieder einmal um Missbrauch, und zwar in kirchlichen Einrichtungen in Irland im Zeitraum 1975 bis 2004. Missbrauchsfälle sollen dort systematisch vertuscht worden sein. Das ging aus dem Bericht der so genannten Murphy-Kommission hervor, der Ende letzten Jahres erschien und die irische Kirche in eine der größten Krisen ihrer Geschichte stürzte. Am Sonntagabend äußerte sich die irische Delegation schon in einer ersten Pressekonferenz im päpstlichen irischen Studienkolleg in Rom. Der Bischof von Clogher, Joseph Duffy, auch Vorsitzender der Bischofskommission für Kommunikation, nahm die Stimmung unter den Oberhirten als ernst und nüchtern wahr. Im Interview mit Radio Vatikan sagte er: 

 

„Der Veröffentlichung des Murphy-Reports folgend hat der heilige Vater einzelne Bischöfe zu sich gerufen, um über die ernste Situation der Kirche in Irland zu sprechen. Das Treffen wird Montag und Dienstag bis 13:00 Uhr dauern. Wir werden gemeinsam die entstandenen Probleme untersuchen und ein gemeinsames Vorgehen verabreden, das für die Familien Sicherheit, Gelassenheit und das Vertrauen zwischen Gläubigen und Klerus wieder herstellen soll.“

 

Vor Beginn der Gespräche trafen sich die Bischöfe an diesem Montagmorgen im Vatikan zur Messfeier getroffen. In seiner Predigt betonte Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone, dass die Aufklärung der Missbrauchsfälle auch eine geistliche Dimension haben müsse. Neben aller Notwendigkeit, die Herausforderungen entschieden anzupacken, gehe es auch darum, demütig um den Beistand Gottes in diesem schwierigen Prozess zu bitten. Das erste Gespräch mit dem Papst soll der Primas von Irland und Bischof von Armagh, Sean Brady, führen. Er sagte uns:

 

„Ich bin schon oft in Rom gewesen, aber noch nie kam ich begleitet von so vielen Gebeten wie dieses Mal. Ich denke, dass das ein sehr wichtiges Treffen ist, ein weiterer Schritt in einem Prozess, der uns hoffentlich Antrieb sein wird, wenn wir nach Irland zurückkehren. Dieser Prozess wird uns hoffentlich auf einen Weg der Reue und Versöhnung führen.“ (rv 15)

 

 

 

Mainz. Heckwolf: Wir können die Tage zählen, aber nicht festhalten

 

Zum 14. Mal Gottesdienst mit den Fastnachtsvereinen im Mainzer Dom

 

Mainz. Das Fastnachtslied „So ein Tag, so wunderschön wie heute“ stand im Mittelpunkt der Predigt beim diesjährigen Fastnachtsgottesdienst im Mainzer Dom. Mit der Strophe „Schau die bunten Sterne am Firmament hier stehen, ach, ich blieb so gerne, doch leider muss ich gehen“ sei nicht nur der Stimmungssänger gemeint, „sondern damit kann jeder von uns gemeint sein, weil wir irgendwann die Bühne dieses Lebens verlassen müssen“.

Das sagte der Mainzer Domdekan, Prälat Heinz Heckwolf, am Sonntag, 14. Februar, bei einer Eucharistiefeier mit den Mitgliedern der Mainzer Fastnachtskorporationen und -vereine im vollbesetzten Mainzer Dom. Der Fastnachtsgottesdienst mit Domdekan Heckwolf im Mainzer Dom fand in diesem Jahr zum 14. Mal statt.

Der Gedanke an die Vergänglichkeit löse bei manchen Menschen das Gefühl von Dankbarkeit aus. Genauso gebe es „Tage, da sind wir froh, wenn sie vorbei sind", aber auch „Tage, an denen man sich wundert, dass Dinge, die zunächst schrecklich waren, im Nachhinein etwas gebracht haben, das man innerlich als ganz wertvoll einordnen kann". Im Gebet könne der Mensch sich jeden Tag der Güte Gottes anvertrauen. Wem bewusst sei, dass er seine Tage zwar zählen, aber nicht festhalten könne, der wisse auch, „dass mit jedem Tag, der zu Ende geht, ein Abschnitt unserer Lebenszeit unwiederholbar vergangnen ist", sagte Heckwolf. Deshalb sei es wichtig, „diese Grundbedingung unseres Lebens anzuerkennen und im Wissen um die Kostbarkeit der Zeit, jeden Tag so gut wie möglich zu nutzen".

Der gläubige Mensch könne jeden Tag „in die Hand Gottes legen". Im Gebet könne der Mensch „jeden Tag der Güte Gottes anvertrauen, um aus seinen Händen entgegen zu nehmen, was er uns gibt oder auch zumutet". Besonders schön sei dies in Psalm 23 zum Ausdruck gebracht, wo es heißt: „Der Herr ist mein Hirte, nicht wird mir fehlen. Er lässt mich lagern auf grünen Auen und führt mich zum Ruheplatz am Wasser." Dieser Psalm könne „das Grundgefühl des Vertauens in uns wecken", sagte der Domdekan.

In den Fürbitten des Gottesdienste wurde unter anderem um eine gesunde Heimkehr aller Teilnehmer des Mainzer Rosenmontagszuges gebetet. Die Kollekte des Gottesdienstes wird auf Anregung der Mainzer Ranzengarde den Erdbebenopfern in Haiti zu Gute kommen. Musikalisch gestaltet wurde der Gottesdienst von Domorganist Albert Schönberger an der Domorgel, dem „Wonnegauer Blasorchester" aus Osthofen unter Leitung von Matthias Merkelbach, und den „Finther Schoppesängern" unter Leitung von Thomas Höpp. Tob (mbn)

 

 

 

Angelus: Papst-Grüße zum chinesischen Neujahr

 

Es ist eine Premiere: Papst Benedikt XVI. hat den Chinesen zu ihrem Neujahrsfest gratuliert. Beim Angelusgebet wünschte er allen Asiaten, die derzeit zu Hause oder irgendwo in der weiten Welt Neujahr feiern, ein schönes Fest im Kreis der Familie: „Ich wünsche allen, dass sie ihr reiches Erbe an spirituellen und moralischen Werten beibehalten und pflegen – es ist tief in der Kultur dieser Völker verwurzelt.“

 

In einer kurzen Betrachtung beschäftigte sich der Papst ansonsten mit den biblischen Seligpreisungen: „Das Evangelium Christi gibt eine Antwort auf den Durst des Menschen nach Gerechtigkeit – aber es tut dies auf unerwartete und überraschende Weise. Er predigt keine soziale oder politische Revolution, sondern eine der Liebe, und er hat sie in Kreuz und Auferstehung schon vollzogen. Darauf gründen sich die Seligpreisungen: Sie stecken einen neuen Horizont der Gerechtigkeit ab, der von Ostern eingeleitet wird. Dadurch können wir gerecht werden und eine bessere Welt aufbauen.“ (rv 14)

 

 

 

Missbrauchsfälle in Irland. Vatikan beginnt Krisengespräche

 

Im Vatikan haben am Montag zweitägige Krisengespräche zum Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche in Irland begonnen. Tausende Heimkinder waren bis in die 90er Jahre von Geistlichen in kirchlichen Einrichtungen des Landes gequält und vergewaltigt worden. Zwei Untersuchungsberichte hatten die Fälle im vergangenen Jahr aufgedeckt. Die Opfer forderten vom Papst Rechenschaft und von der Kirche finanzielle Entschädigung.

Bis Dienstagmittag werden die Katholiken nun über Strategien diskutieren, „um jede Wiederholung zu verhindern“. Dabei sollen die Bischöfe einzeln - jeweils etwa sieben Minuten lang - mit dem Papst sprechen, wie der Bischof von Clogher, Joseph Duffy, am Sonntagabend erklärte. Duffy erwartet von der Begegnung angesichts der „tiefen Wunden“ der Kirche mehr als nur „kosmetische Maßnahmen“.

Das erste Gespräch soll der Papst mit dem Präsidenten der irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, führen. Brady wollte dem Kirchenoberhaupt erstmals auch Stellungnahmen der Opfer übergeben. Der Delegation aus Irland gehören insgesamt 24 Mitglieder an.

Vier Bischöfe traten zurück

Die Untersuchungsberichte hatten die Kirche 2009 in eine ihrer tiefsten Krisen gestürzt. Der erste Report zeigte im Mai, dass in Irland von 1930 bis in die 1990er Jahre hinein tausende Kinder von Kirchenleuten geschlagen, kahlgeschoren, mit Feuer oder mit Wasser gequält und vergewaltigt worden waren. Sie hatten Nummern statt Namen. Manchmal waren sie so hungrig, dass sie Abfall aßen.

Im November zeigte der sogenannte Murphy-Report, wie die Kirche grausame Taten jahrelang systematisch unter den Teppich gekehrt hatte. Die Kirchenleitungen schwiegen demnach aus Furcht vor einem Skandal, staatliche Behörden schauten weg.

Opfer fordern weiteren Rücktritt

Vier von fünf Bischöfen, die in dem Murphy-Bericht kritisiert werden, traten zurück - allerdings erst nach starkem öffentlichen Druck. Drei Rücktritte muss der Papst noch akzeptieren. Die Opfer fordern, dass auch der fünfte - der Bischof von Galway, Martin Drennan - geht. Drennan hat nach eigenen Worten niemals Kinder in Gefahr gebracht. Nach dem Bericht hatten Priester zwischen 1975 und 2004 allein in der Erzdiözese Dublin über 300 Kinder misshandelt.

„Wir wollen, dass der Papst sich entschuldigt, nicht allgemein, sondern für das, was in Irland geschehen ist“, zitierte der irische Sender RTE das Opfer Michael O'Brien. Es handele sich außerdem nicht um ein rein irisches Problem, sondern „um ein Problem der katholischen Kirche weltweit“, so O'Brien. Für John Kelly vom Verband ehemaliger Missbrauchsopfer geht es auch darum, Irland „die Ehre zurückzuerstatten“. Diese sei „schwer beschädigt worden durch die von einem Anti-Christ in den letzten 50 Jahren begangenen Grausamkeiten“.

Einige Betroffene hatten von Benedikt eine Buße in der irischen Kirche gefordert. Doch auf seiner für September geplanten Großbritannien-Reise ist ein Besuch in Dublin nicht vorgesehen.

Nach dem ersten Missbrauchsreport im Mai hatte eine Katholische Bruderschaft, die viele Heime leitete, in denen Kinder misshandelt wurden, Entschädigungen in Höhe von 161 Millionen Euro zugesagt. Das Geld sollte an Stiftungen fließen. Mehr als 12 000 Opfer waren bereits mit mehr als einer Milliarde Euro entschädigt worden.

Papst „tief bestürzt“

Der Papst selbst hatte die Fälle bereits bei einem ersten Treffen im Dezember „tief bestürzt und betrübt“ verurteilt und angekündigt dem Fall höchste Aufmerksamkeit zu widmen.

Der Skandal um den sexuellen Missbrauch an deutschen katholischen Schulen und Gemeinden steht in Rom zunächst nicht zur Debatte (Siehe auch: Missbrauchskandal weitet sich aus). Der Vatikan hatte sich kürzlich hinter die Bitte um Entschuldigung des deutschen Jesuiten-Chefs Stefan Dartmann gestellt. Man werde sich daher nicht in einer eigenen Stellungnahme äußern, sei aber in „völliger Übereinstimmung“ mit dem, was Dartmann gesagt habe. Benedikt äußerte sich während seines Pontifikats schon mehrfach unmissverständlich zum Thema Kindesmissbrauch in der Kirche. Auf seiner USA-Reise 2008 war er als erster Papst mit Opfern pädophiler Priester zusammengekommen.

Ein ähnliches Treffen wie das jetzige gab es im Jahr 2002, als amerikanische Kardinäle von Papst Johannes Paul II. vorgeladen wurden, um Missbrauchsfälle in der amerikanischen Kirche zu diskutieren.  dpa 15

 

 

 

 

Jesuitenschulen. Anwältin: Bundesweit rund 100 Opfer von Missbrauch

 

Nach Angaben der Berliner Rechtsanwältin Ursula Raue haben sich bei ihr oder beim Canisius-Kolleg inzwischen rund 100 Opfer von sexuellem Missbrauch gemeldet. Raue hob hervor, dass es sich dabei auch um Schüler anderer Jesuiten-Schulen in Deutschland handele. Auch aus dem Bistum Hildesheim wurden weitere verjährte Fälle gemeldet.

Viele hätten sich an die beiden Stellen in der Hauptstadt gemeldet, weil der Rektor des Kollegs vor zwei Wochen Missbrauchsfälle öffentlich gemacht habe. Raue kündigte an, genaue Zahlen im Laufe dieser Woche in einem Zwischenbericht zu veröffentlichen. Sie arbeitet im Auftrag der Jesuiten, aber unabhängig von der Ordensleitung an einer Aufklärung.

Alle Fällen liegen Jahrzehnte zurück

Derweil teilte das Bistum Hildesheim mit, neue Hinweise auf sexuellen Missbrauch durch Geistliche erhalten zu haben. Dabei geht es überwiegend um Beschuldigungen gegen die drei Jesuiten, die im Mittelpunkt des Skandals stehen. Bis auf einen lägen alle neu gemeldeten Fälle 35 bis 50 Jahre zurück. Bischof Norbert Trelle hatte in einem am 7. Februar in allen Gottesdiensten verlesenen Brief mögliche Opfer aufgerufen, sich zu melden. Nach diesem Aufruf seien die meisten Hinweise erfolgt.

Die bayerische Justizministerin Beate Merk (CSU) drängt auf mehr Rechte für die Opfer von Missbrauch. Lange zurückliegende Taten sollten deutlich später verjähren als bisher, sagte Merk der „Passauer Neuen Presse“ (Montag). Bei sexuellem Missbrauch von Kindern sei eine Verlängerung der strafrechtlichen Verjährungsfrist auf 30 Jahre „unabdingbar“. Merk plädierte zudem dafür, die Frist wie im Zivilrecht erst ab dem 21. Lebensjahr des Opfers beginnen zu lassen. Die Opfer sollten zivilrechtliche Schadensersatzansprüche auch länger einklagen können.  Kna 15

 

 

 

 

Olympia-Seelsorger: „Spiele verbinden“

 

Seelsorge im Extremsport ist genauso wichtig wie Seelsorge im Alltag. Daran erinnert der jüngste, traurige Todesfall bei den olympischen Winterspielen in Vancouver, der den Wettkampf überschattete. Der „Olympia-Kaplan“ Bernhard Maier ist mit dem österreichischen Team nach Vancouver gereist. Die Spiele tragen dazu bei, dass die Menschheitsgemeinschaft weltweit mehr und mehr zusammenwächst, meint er. Der Salesianer-Pater nimmt zum 15. Mal an dem Großereignis teil.

 

„Man darf unter keinen Umständen aufdringlich sein oder jemanden in diesen Tagen massiv bearbeiten wollen. Für Österreich, Deutschland und Italien ist es üblich, dass ein eigener Seelsorger dabei ist. Und nachdem das institutionalisiert ist, rechnet auch jeder damit. Inzwischen kommen die Betreuer auf mich zu und fragen, wann wir wieder mal eine Messe machen können. Nach fast dreißig Jahren in der Sportlerseelsorge ist es selbstverständlich, dass ich Gesprächspartner bin. Ich sitze mit im Aufenthaltsraum, werde wie ein Mannschaftsmitglied angesehen und man kommt ins Reden. Zwischen den Wettbewerben, dass sagen auch die Sportler, brauchen sie einfach mal so eine Stunde, um abschalten zu können.“  (rv 15)

 

 

 

 

Die Kirchen in Deutschland gegen die Steuerreform

 

Die beiden großen Kirchen in Deutschland wollen sich offenbar gegen die geplante Steuerreform wehren. Das berichtet die „Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung“. Der im Koalitionsvertrag vereinbarte Stufentarif werde voll auf die Kirchen durchschlagen und könnte zu bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro Jahr führen. Dem Bericht zufolgen suchen die Kirchen das Gespräch mit den Parteien über die Steuerpolitik. Sie verwiesen dabei auf bereits vorgenommene Steuerentlastungen, hieß es. Diese führten bei den Kirchen bereits jetzt zu Mindereinnahmen von jeweils etwa 600 Millionen Euro im Jahr, da die Kirchensteuer an die Einkommenssteuer gebunden ist. Weil man aber Entlastungen für Familien befürworte, habe man diese Maßnahmen bisher erduldet. Dabei hätten die Kirchen seit 2008 einen Einnahmenrückgang von „bisher einmaligem Ausmaß“ zu verzeichnen. Sollte jedoch zu den rund 20 Prozent Mindereinnahmen durch Steuerentlastungen und Wirtschaftskrise nun auch noch eine Reform der Einkommenssteuer hinzutreten, die zu weiteren 15 Prozent weniger Einnahmen führe, werde man protestieren. „Dann schreien wir laut Aua“, sagte ein Vertreter der evangelischen Kirche der Zeitung. Mit einem Drei-Stufentarif, wie ihn vor allem die FDP wünscht, drohe die Lage der Kirchen bedrohlich zu werden. (kna)

 

 

 

Kurt Biedenkopf: „Auf katholische Soziallehre besinnen“

 

Anlässlich von Kurt Biedenkopfs 80. Geburtstag hat unser Redakteur Aldo Parmeggiani ein langes Interview mit dem früheren Ministerpräsidenten von Sachsen geführt. Biedenkopf fordert von der deutschen Politik eine Rückbesinnung auf die katholische Soziallehre, denn diese gehöre zum „Fundament“ der CDU. Überhaupt spiele Religion eine wichtige Rolle in der deutschen Gesellschaft, so Biedenkopf. Die Menschen verlagern nach seiner Beobachtung die „Suche nach der Sinngebung des Lebens“ langsam „von der materiellen auf die nicht materiellen Dinge“.

 

„Wenn heute junge Leute gefragt werden, was ihnen das Wichtigste ist, dann sagen sie nicht Einkommen oder Wohlstand, sondern Familie, Freunde, ein gutes und friedliches Zusammenleben. Viele erwähnen auch die Religionen, aber sie realisieren möglicherweise noch nicht, dass es eigentlich der Glaube ist, der ihnen dauerhafte Stabilität verleihen kann. In dem Begriff Religion verbirgt sich eben nicht nur der Glaube, sondern auch die Organisation. Und da gibt es erhebliche Spannungen und Schwierigkeiten. Viele Menschen sind gläubig, ohne sich Christen zu nennen. Ich habe viele Erfahrungen mit dieser fast dialektischen Situation gemacht...“ (rv 15)

 

 

 

Schwarz-gelbe Steuerreform. Kirchen fürchten um ihre Einnahmen

 

Frankfurt/Main. Die beiden großen Kirchen in Deutschland erwägen Widerstand gegen die Pläne der schwarz-gelben Bundesregierung für eine Reform der Einkommensteuer. Die "Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung" berichtete vorab, der im Koalitionsvertrag vereinbarte Stufentarif könne nach Schätzungen in den Finanzabteilungen der Kirchen bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro Jahr führen. Auf die evangelische Kirche bezogen, entspreche ein solcher Rückgang den Ausgaben für die Entlohnung der halben Pfarrerschaft.

 

Da die Kirchensteuer an die Einkommenssteuer gebunden ist, hätten die Kirchen nach eigener Darstellung bereits wegen des Bürgerentlastungsgesetzes und des Wachstumsbeschleunigungsgesetzes Mindereinnahmen von etwa 600 Millionen Euro im Jahr zu verzeichnen, schrieb das Blatt. Sie hätten dies hingenommen, weil sie Entlastungen für Familien wollten.

 

Sollte aber zu den 10 Prozent Mindereinnahmen durch diese Steuerentlastungen und den etwa 10 Prozent Mindereinnahmen durch die Wirtschaftskrise nun noch auch eine Einkommenssteuerreform hinzutreten, die zu weiteren 15 Prozent weniger Einnahmen führe, werde man protestieren.

 

Die Kirchenbeauftragte der Union, Maria Flachsbarth (CDU) sagte dem Blatt: "Wir sehen die Probleme der Kirchen, können sie aber nicht über die Steuerpolitik lösen." Die Entlastung der Arbeitnehmer sei eine Frage der Gerechtigkeit, die für die Regierungskoalition Priorität habe.

 

Die Kirchen argumentieren der Zeitung zufolge, dass sie noch flächendeckend seelsorgerliche und diakonische Einrichtungen vorhalten und damit dem Gemeinwohl dienten. Man sei mit mehr als einer Million Beschäftigten zudem der größte Arbeitgeber nach dem Staat. Sollten die Steuervorhaben der Koalition verwirklicht werden, müssten die Kirchen als erstes bei den Beratungsangeboten und den Kindertagesstätten sparen.  (ddp 15)

 

 

 

Kloster im Kosovo. Mönche gehen sich an die Kutte

 

Im serbisch-orthodoxen Kloster Gracanica kommt es zu Prügeleien - Polizei und KFOR greifen ein. Grund ist die Absetzung des umstrittenen Erzbischofs Artemije. VON ANDREJ IVANJI

 

BELGRAD - Zwischen Mönchen des serbisch-orthodoxen Klosters Gracanica in der Nähe von Prishtina, der Hauptstadt des Kosovo, ist es am Sonntag zu handfesten Auseinandersetzungen gekommen. Die eine Gruppe wollte in das Kloster hinein, die andere wollte sie nicht hineinlassen. Die einen unterstützten den neuen, die anderen den alten Chef der kosovarischen Diözese.

"Verräter", schrien sowohl die einen als auch die anderen. Man fluchte, schubste sich und ging schließlich mit Fäusten aufeinander los. Sondereinheiten der Kosovo-Polizei und Einheiten der internationalen Friedenstruppe KFOR samt Kampfwagen mussten die tobenden Klosterbrüder trennen, damit sie sich nicht die Köpfe einschlugen.

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Den Aufruhr soll laut serbischen Medien der am Samstag von der Heiligen Synode (Kirchenregierung) in Belgrad abgesetzte Erzbischof des Kosovo, Artemije, 75, organisiert haben. Er hatte sich aus Protest in eine Zelle in Gracanica eingeschlossen und um Hilfe gerufen. Treue Anhänger folgten dem Ruf und wollten ihn "befreien", als der neu ernannte Diözesenchef, Erzbischof Atanasije, am Sonntag eine Liturgie halten wollte. Atanasije beschuldigte darauf hin Artemije, parakirchliche Gruppen organisieren zu wollen.

Die Entmachtung von Artemije war zwar ein Präzedenzfall in der serbisch-orthodoxen Kirche, doch keine Überraschung. Man wusste schon lange von den zwielichtigen Geschäften des ranghohen Gottesdieners - in und auch außerhalb seiner Diözese. Medien berichteten über Strohfirmen, die er mit Bauarbeiten im Kosovo beauftragte, über Häuser und Wohnungen, die er in Serbien besaß.

Seine Diözese soll 2003 die Baufirma Rade Neimar gegründet haben. Artemije soll den damaligen serbischen Premier, einzelne Minister und öffentliche Betriebe dazu aufgefordert haben, mit dieser Firma Millionengeschäfte abzuschließen. Über das Geld der Firma verfügte der Bischof höchstpersönlich.

So manche geistige Würdenträger ließ die heilige Synode der serbisch-orthodoxen Kirche in den vergangenen Jahren mit so mancher Schweinerei davonkommen: vermeintliche Kinderschänder, geldgierige Popen, kriegslüsterne Bischöfe, Klosterbrüder, die Drogensüchtige mit Prügel kurieren wollten, Kuttenträgerer, die Schwule auf der Straße zusammenschlugen.

Vor allem offener Prunk und Luxus sind der orthodoxen Geistlichkeit nicht fremd. Der 2009 verstorbene, bescheiden lebende Patriarch Pavle soll, als er bei einem Kirchentreffen viele Luxusschlitten sah, gesagt haben: "Was würden die erst fahren, wenn sie nicht das Mönchsgelübde abgelegt hätten."

Wäre seine Unternehmerlust seine einzige Sünde, hätte die Kirchenführung Artemije das wohl verziehen und seine Geldaffären unter den Teppich gekehrt, so wie sie bisher zahlreiche Affären ihrer geistigen Hirten aus der Welt geschafft hatte. Doch Artemije war bockig und wollte sich nicht unterordnen.

Wie die Regierung Serbiens will auch die serbisch-orthodoxe Kirche die Unabhängigkeit des Kosovo "nie und nimmer" anerkennen. Doch als die Synode Artemije befahl, mit der EU-Mission Eulex beim Bau von Häusern für serbische Flüchtlinge zusammenzuarbeiten, lehnte er es ab, mit der "Okkupationsmacht" auch nur zu reden.

Als die Synode anordnete, den US-Vizepräsidenten Joe Biden im Kosovo zu empfangen, lehnte Artemje das ab. Vor zwei Jahren forderte er Belgrad auf, Truppen in das Kosovo zu entsenden, und rief Russland dazu auf, Militärbasen in Serbien an der Grenze zum Kosovo zu errichten. Aber auch vom neuen Interimschef Atanasije sind keine milderen Töne zu erwarten. "Nein, danke" sagte er in seinen Predigten zu Europa, falls der Preis dafür die "Entfremdung" des serbischen Volkes sein sollte. Denn die Serben sollten ihren Nationalismus preisen, weil nicht nur Kirchen und Klöster, sondern auch serbische Ställe älter seien als der US-Kongress. ANDREJ IVANJI  taz 16

 

 

 

Vatikan/Israel. Verhandlungen fortgesetzt

 

Der Vatikan und Israel haben ihre Verhandlungen über offene Eigentums-, Wirtschafts- und Rechtsfragen fortgesetzt. Das Gespräch der bilateralen Arbeitskommission am 10. Februar in Jerusalem sei „nützlich“ gewesen und habe in einer „Atmosphäre großer Herzlichkeit“ stattgefunden, heißt es in einem gemeinsamen Communiqué, das am Samstag im Vatikan verbreitet wurde. Die Verhandlungen, bei denen es unter anderem um die traditionelle Steuerbefreiung für kirchliche Nonprofitorganisationen im Heiligen Land geht, werden seit 16 Jahren geführt, ohne dass ein konkretes Ergebnis erzielt wurde. Der Ende 1993 zwischen Vatikan und Israel geschlossene Grundlagenvertrag, auf den ein halbes Jahres später den Austausch von Botschaftern folgte, hatte eine Reihe von weiteren Verhandlungen eingeschlossen. Im Paragraf 10 des Abkommens heißt es: „Der Heilige Stuhl und der Staat Israel werden in gutem Glauben ein umfassendes Abkommen aushandeln, das für beide Seiten annehmbare Lösungen für unklare, ungeregelte und strittige Fragen betreffend Eigentum, Wirtschafts- und Steuerangelegenheiten der katholischen Kirche allgemein oder bestimmter katholischer Gemeinden oder Einrichtungen beinhaltet.“ Zu dem Zweck war ein ständiger bilateraler Arbeitsausschuss samt Untergruppen gebildet worden. Der Vertrag von 1993 sah vor, „mit den besagten Verhandlungen innerhalb von drei Monaten nach Inkrafttreten dieses Vertrags zu beginnen und innerhalb von zwei Jahren nach Beginn der Verhandlungen Einigkeit zu erzielen.“ Eine solche abschließende Einigung ist aber bisher immer noch nicht erzielt. (kipa 14)

 

 

 

Im Zeichen des Films. Rundfunkgottesdienst zur Berlinale in der Gedächtniskirche

 

Die Melodien wirkten vertraut, doch von einer Kirchenorgel werden sie selten gespielt. Mit Filmmusiken aus „Der Pate“ und „Doktor Schiwago“ begrüßte Kirchenmusikdirektor Helmut Hoeft die Besucher eines im Radio übertragenen Gottesdienstes, der am Sonntag in der Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche am Breitscheidplatz stattfand. „Cineastisch“ solle es in diesem Gottesdienst aus Anlass der Berlinale zugehen, erklärte die Kirchenälteste Edda Bahnemann zu Beginn.

 

Zu Füßen der golden glänzenden Christusfigur hörten die über 200 Gottesdienstbesucher auf Bibelstellen und nacherzählte Filmszenen – etwa aus dem in den 60er Jahren produzierten Film „Blow up“, in dem ein Fotograf zwei Sportler beim imaginären „Lufttennis“ beobachtet. Immer stärker versetzt er sich in das Spiel mit dem unsichtbaren Ball hinein. Schließlich bückt er sich, so, als ob der über den Zaun geflogene Ball tatsächlich existierte. „Selig sind, die nicht sehen und doch glauben“, zitiert eine Lektorin die Worte Jesu aus dem Johannes-Evangelium.

 

„Gute Filme zeigen, was der Mensch ist – deshalb können sie Erkenntnisfutter und Lebensnahrung sein“, sagte Generalsuperintendent Ralf Meister. „Wenn Filme gut sind, öffnen sie den Horizont, loten innere Räume aus und zeigen, dass alles, was wir über Gott und die Welt kennen, nur Stückwerk ist.“ Der Theologe erinnerte daran, dass auch die Menschen als Spiegelbild Gottes geschaffen wurden. Aneinander könnten sie erkennen, wer sie seien und von wo sie kommen. Und auch Filme könnten zeigen, „mit welcher Macht die Liebe das Unverfügbare in unser Leben trägt.“ Benjamin Lassiwe, Tsp 15

 

 

 

Grausamkeiten im Namen der Kirche. Drewermann predigt vor gefesselten Eseln.

 

Mit Entsetzen mussten die Tierfreunde von der Wahrheit am Montag folgende Tickermeldung lesen: "Erstmals Kirchentag für Mensch und Tier. Die Aktion Kirche und Tiere (AKUT e. V.) lädt zum ersten ökumenischen Kirchentag ,Mensch und Tier' nach Dortmund ein.

Vom 27. bis zum 29. August seien mehr als 40 Veranstaltungen mit Bibelarbeiten, Gottesdiensten, Vorträgen, Ausstellungen und Konzerten geplant." Weiter lasen wir dort, der Theologe Eugen Drewermann hätte bereits als Referent zugesagt. Die armen Tiere! Schon sehen wir es vor uns, wie Eugen Drewermann eine Herde wehrloser, gefesselter Esel zutextet.

Wir sehen gepeinigte Katzen mit Buckel und gesträubtem Fell, fauchend mit dem Rücken zur Wand stehen und kein Entkommen finden, sobald Drewermann sich so richtig warmgebetet hat und kein Halten mehr findet. Wir sehen Hunde mit eingezogenen Ruten, die unter den Predigt-Attacken winselnd ihre Kehle darbieten. Wie kann Gott so etwas zulassen? Und all diese Grausamkeiten finden im Namen der Kirche statt! Wo bleibt die Tierschutzorganisation PETA, wenn man sie mal braucht? Taz 16