Notiziario religioso 17-18 Febbraio 2010
Mercoledì 17. Il commento al Vangelo. Bando alla vanità
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 6,1-6.16-18) commentato da P. Lino Pedron
1 Guardatevi dal
praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro
ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il
Padre vostro che è nei cieli. 2 Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la
tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per
essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro
ricompensa. 3 Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò
che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti
segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5 Quando pregate,
non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e
negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico:
hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo
nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
16 E quando
digiunate, non assumete aria malinconica come gli
ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano.
In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
17 Tu invece,
quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, 18
perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e
il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Il discorso
riprende l’enunciato di 5,20; "Se la vostra giustizia non supererà quella
degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Il termine
giustizia (sedaqah) è usato nella Bibbia per
sintetizzare i rapporti dell’uomo con Dio, la pietà, la religiosità, la fede.
I rapporti con
Dio, nostro Padre, devono essere improntati alla fiducia, alla confidenza e
soprattutto alla sincerità.
L’autentica
giustizia non ha come punto di riferimento gli uomini, ma va esercitata davanti
al Padre che è nei cieli. Farsi notare dagli uomini è perdere ogni ricompensa
presso il Padre.
Matteo sottolinea la vanità di un gesto puramente umano: gli
ipocriti, che cercano l’approvazione, hanno già ricevuto la loro ricompensa.
L’ipocrisia
consiste nel fatto che un’azione, che ha Dio come destinatario, viene deviata dal suo termine. L’elemosina, la preghiera e
il digiuno devono essere fatti per il Padre che vede nel segreto.
Queste azioni
fatte "nel segreto" non significano necessariamente azioni segrete:
indicano ogni azione, anche pubblica, fatta per il Padre
e non per essere visti dagli uomini. E’ l’intenzione profonda che conta perché
la ricompensa si situa a questo livello: la ricompensa è l’autenticità del
rapporto con il Padre.
Il cristiano deve
fare l’elemosina in modo da salvaguardare la rettitudine dell’aiuto prestato al
fratello per amore del Padre.
La
strumentalizzazione della preghiera è la deformazione più inspiegabile della
pietà, perché mette a proprio servizio anche ciò che è essenzialmente di Dio.
Gesù nel suo
intervento non si propone di modificare il rituale della preghiera giudaica,
solo suggerisce un modo più retto di compierla, evitando l’ostentazione, il
formalismo, l’ipocrisia. Gli stessi rabbini insegnavano: "Colui che fa della preghiera un dovere, che ritorna a ora
fissa, non prega con il cuore".
Il richiamo di
Gesù è sulla stessa linea della tradizione profetica e sapienziale e trova
conferma nei suoi successivi insegnamenti e più ancora nella sua vita.
Il digiuno è
un’altra importante pratica della vecchia e della nuova "giustizia".
Esso è un atto penitenziale che completa e aiuta la preghiera.
Gesù, come i
profeti, non condanna il digiuno, ma il modo nel quale era fatto. Invece di
esprimere la propria umiliazione, esso diventava una manifestazione di
orgoglio.
Il digiuno
cristiano, come l’elemosina e la preghiera, deve essere compiuto di nascosto.
Il cristiano non deve fare ostentazione della sua penitenza; deve
anzi nasconderla con un atteggiamento gioioso.
Il digiuno, come
ogni altra sofferenza, è una fonte di gioia perché ottiene un maggior
avvicinamento a Dio. L’invito di Gesù ad assumere un atteggiamento giulivo
invece che tetro, sottolinea il significato definitivo
della penitenza cristiana: poter soffrire è una grazia (cfr 1Pt 2,19). De.it.press
Giovedì 18. Il commento al Vangelo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 9,22-25) commentato da P. Lino Pedron
22 «Il Figlio
dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai
sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo
giorno».
23 Poi, a tutti,
diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà
salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la
propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo
intero, se poi si perde o rovina se stesso?
Gesù è il Servo
sofferente che si consegna al Padre. La croce è lo scandalo che esige
conversione profonda e continua. La fede e la scelta di seguire Cristo si
decidono sulla strettoia della croce.
Gesù qui rivela il
mistero del pensiero di Dio che l’uomo non può né pensare né accettare. Il
problema non è tanto il riconoscere che Gesù è il Cristo di Dio, ma
"come" è il Cristo di Dio.
Gesù non è il
Cristo dell’attesa umana, ma il Figlio dell’uomo che affronta il cammino del
Servo sofferente di Dio. Questa è la prima autorivelazione
piena di Gesù, il nocciolo della fede cristiana, il suo mistero di morte e
risurrezione.
Il "bisogna" indica il compimento della volontà di Dio rivelata
nella Scrittura. Questa volontà è il suo amore riversato su di noi peccatori.
Dio "deve" morire in croce per noi, perché ci ama e noi siamo sulla
croce. Il mistero di Gesù è la sofferenza del Servo di Dio che ama il Padre e i
fratelli. La croce è il nostro male che lui si addossa perché ci ama.
Gesù non salva se
stesso (cfr Lc 23,34-39), ma si perde
per solidarietà con noi perduti: E’ il Dio-Amore, solidale con il nostro male,
che ci dona il suo regno (cfr Lc 23,40-43).
L’invito di Gesù:
"Se qualcuno vuol venire dietro a me…" è una chiamata universale a entrare con lui nel
suo cammino verso il Padre. Per condividere il destino di Gesù in cammino verso
il Padre bisogna rinnegare se stessi e portare ogni giorno la propria croce.
Rinnegare se stessi significa ricevere la propria vita come grazia di cui
non si dispone da padroni, portare ogni giorno il peso del servizio ai fratelli
e del dono della vita per gli altri, e addossarsi il fardello delle prove,
delle contraddizioni e delle persecuzioni.
La via del Regno è
quella della croce, sia per Cristo che per i
cristiani.
L’unico problema
fondamentale per l’uomo è salvare o perdere la vita. Quindi seguire Gesù e
rinnegare se stessi è la questione fondamentale della
vita: è questione di vita o di morte.
L’uomo non può
essere il salvatore di se stesso, non ha in sé la sorgente della propria vita:
non è il Creatore, ma una creatura. La salvezza è accettare Dio che mi ama e
pensa a me.
L’uomo si realizza
amando. Amando Dio si realizza come Dio. Ma per amare
bisogna essere amati. Il cristiano può amare Gesù e perdere la vita per lui
perché Gesù per primo l’ha amato e ha dato se stesso per lui (cfr Gal 2,20). Il
credente si affida a lui, nella vita e nella morte, perché Cristo è morto per
tutti vincendo le barriere del male e della paura.
"Che giova
all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso?" (v.
25). Il primo tentativo dell’uomo per salvare se stesso è quello di accumulare
dei beni. Insidiato dal suo limite, l’uomo si garantisce cibo e vita
guadagnando, accumulando e divorando tutto. E’ la falsa sicurezza dei beni (cfr
Lc 12,15-21; Sal 49): ciò
che uno ha deve riempire il vuoto di ciò che non è. L’insaziabilità di beni è
via alla perdizione: "L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i
mali" (1Tm 6,10). Gli unici beni che troveremo nell’eternità saranno
quelli che abbiamo donato per misericordia nella vita presente. De.it.press
La rivoluzione cristiana. La Chiesa, la povertà e l'esclusione sociale
Non ha le gambe,
non ha le mani, il Cristo crocifisso che gli ospiti
dell'ostello della Caritas donano al Papa in occasione della sua visita alla
struttura della Stazione Termini, intitolata a don Luigi Di Liegro.
Viene dalla chiesa di San Pietro di Onna, uno dei
centri più colpiti dal terremoto dell'aprile dello scorso anno. Ma in un certo senso è l'immagine di questa visita di
Benedetto XVI. E lo spiega Giovanna Contaldo,
"memoria lunga" dell'ostello, rivolgendo il saluto al Papa, dopo le
parole del cardinale Agostino Vallini, e
dell'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti: quel
Cristo ha visto la chiesa di Onna "cadere sotto
la furia del terremoto e ha rinnovato l'offerta di se stesso come progetto di
riscatto, come certezza di rinascita. Su quella Croce, spezzata dal
terremoto, c'è il dolore di noi che abitiamo l'Ostello, della gente d'Abruzzo,
dei piccoli di Haiti, lo straziante martirio dei padri e delle madri che nella
morte dei loro figli rinnovano ogni volta il dolore di Maria. Un dolore inspiegabile, lancinante, ma non disperato. La Croce che le doniamo restaurata, non è, quindi, l'immagine della
sofferenza ma l'attesa dell'alba e del riscatto".
Dolore ma anche
speranza, dunque; ed è sempre Giovanna Contaldo a sottolinearlo al Papa: "Se dovesse, nel viaggio di
ritorno, poter portare con lei una cosa soltanto, porti, la prego, la
speranza".
Gli ospiti sono
persone ferite nella vita; ferite che in alcuni casi sono ancora doloranti.
Ferite di chi ha perso tutto, un gregge "così smarrito, così
insufficiente, così inadeguato". In 800 mila hanno avuto bisogno di essere
assistiti nel poliambulatorio. Un milione 200 mila, le
persone che sono passate nell'ostello per sostarvi un giorno, un mese o diversi
anni come Giovanna.
Visita i locali,
papa Benedetto; si ferma a parlare con la mamma di una bambina che, a giorni,
sarà sottoposta a un intervento al c uore. Stringe
mani, mentre con gli occhi sembra cercare ogni volto, ogni sguardo. "La
Chiesa vi ama profondamente e non vi abbandona". Nei volti degli ospiti
dell'ostello la Chiesa riconosce il volto di Cristo, che "ha voluto
identificarsi in maniera del tutto particolare con coloro che si trovano nella
povertà e nell'indigenza".
Parole che si
richiamano alle letture di questa quinta domenica del tempo ordinario, con il
racconto di Cristo che discende dalla montagna verso un luogo pianeggiante,
come scrive Luca. Discende verso l'uomo, lo raggiunge e lo consola nei molti
luoghi delle nostre povertà, delle nostre mancanze, delle nostre afflizioni.
Così la visita al centro Caritas sottolinea questo
andare verso l'uomo che, dice il Papa, "non ha soltanto bisogno di essere
nutrito materialmente o aiutato a superare i momenti di difficoltà, ma ha anche
la necessità di sapere chi egli sia e di conoscere la verità su se stesso,
sulla sua dignità".
Una verità che la
Chiesa, con il suo servizio ai poveri, è impegnata ad annunciare: l'uomo è
amato da Dio e creato a sua immagine. "Tante persone hanno potuto così
riscoprire, e tuttora riscoprono, la propria dignità,
smarrita a volte per tragici eventi, e ritrovano fiducia in se stessi e
speranza nell'avvenire". Una speranza, afferma ancora Benedetto XVI,
"forte, solida, luminosa, una speranza che dona il coraggio di proseguire
nel cammino della vita nonostante i fallimenti, le difficoltà e le prove che la
accompagnano".
È possibile
costruire un futuro degno dell'uomo, afferma ancora papa Benedetto rivolgendosi
non solo ai cattolici ma anche a quanti hanno responsabilità nella pubblica
amministrazione e nelle diverse istituzioni; è possibile se si riscopre la
carità come forza propulsiva "per un autentico sviluppo e per la
realizzazione di una società più giusta e fraterna". Riscoprire, dunque,
le dimensioni del dono e della gratuità per "promuovere una pacifica
convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell'unica famiglia
umana". Tutto questo "diventa giorno dopo giorno
sempre più urgente in un mondo nel quale, invece, sembra prevalere la logica
del profitto e della ricerca del proprio interesse".
Poi c'è il
messaggio ai volontari, perché lavorare nel centro Caritas
è "un'autentica scuola in cui si impara ad essere costruttori della
civiltà dell'amore, capaci di accogliere l'altro nella sua unicità e
differenza". Nello stesso tempo è luogo dove la comunità cristiana
"collabora utilmente con le istituzioni civili per la promozione
del bene comune".
Ricorda a tutti il
Papa che "Gesù non propone una rivoluzione di tipo sociale e politico, ma
quella dell'amore, che ha già realizzato con la sua Croce e la sua
Risurrezione". È questo l'orizzonte di giustizia, la speranza che non
delude.
Fabio Zavattaro
Pedofilia, vescovi irlandesi a colloquio col Papa
«Ammettiamo abusi»
- Cardinal Bertone: che ci sia pentimento
CITTÀ DEL VATICANO
- Sono cominciati questa mattina, a porte chiuse, i colloqui tra Benedetto XVI
e i vescovi della Conferenza episcopale irlandese, voluti dallo stesso Papa
dopo lo scandalo degli abusi su minori commessi lungo 30 anni
nel Paese ad opera di uomini di chiesa. Gli abusi, oltre 300 i casi denunciati,
sono emersi da due distinti rapporti giudiziari, a seguito dei quali papa
Ratzinger ha già convocato diverse volte i presuli irlandesi, annunciando con
chiarezza di voler affrontare la questione senza omissioni e attraverso
concrete decisioni. Tra queste, anche una lettera pastorale
ai fedeli d'Irlanda, attesa a breve.
Ai colloqui,
aperti oggi alle 9:30 nella sala Bologna del Palazzo apostolico e che
dovrebbero concludersi domani intorno alle 13,
partecipano, oltre ai vescovi irlandesi, i massimi vertici della segreteria di
Stato vaticana e numerosi esponenti dei dicasteri competenti della Curia romana.
Tra questi, il prefetto della Congregazione dei vescovi, cardinale Giovanni
Battista Re, il prefetto per la Dottrina della Fede, cardinal William Joseph Levada e monsignor Francesco Coccopalmerio,
presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Per oggi non è
previsto alcun discorso o comunicato ufficiale. I colloqui proseguiranno fino
alle 19, con una pausa tra le 13 e le 16:30, e
riprenderanno nella mattinata di domani.
Vescovi irlandesi:
ammettiamo abusi. Il responsabile per le Comunicazioni della Conferenza
episcopale irlandese, mond. Joseph Duffy, vescovo di Clogher, le sue parole, pronunciate a nome di tutti i
vescovi, sono state riportate questa mattina da diversi siti anglofoni.
«Ammetto con molta franchezza quello che tutti sanno», ha detto Duffy, secondo quanto riportato dalle fonti, episodi che
hanno inferto alla Chiesa «ferite profonde», mettendola in una «situazione
molto seria». Un «grave danno», «all'autorità della Chiesa e alla fedeltà al
Vangelo di Gesù Cristo» rispetto al quale l'incontro di oggi e domani con il
Papa non si rivelerà «un semplice esercizio cosmetico».
Cardinal Brady: Papa molto preoccupato. Alla vigilia del terzo
incontro in Vaticano sull'argomento in sette mesi cardinal Brady ha detto di ritenere che «il Santo Padre sia
molto preoccupato; questo incontro ha avuto una preparazione molto accurata ma
è soltanto un passo di un cammino molto lungo: speriamo che, al nostro rientro
in Irlanda, questo si traduca in un processo di pentimento, rinnovamento e riconciliazione,
per il bene di tutti». «Sono venuto a Roma molte volte
nella mia vita ma mai con tante preghiere come quelle che mi accompagnano
questa volta. So che la stessa cosa vale per il Santo Padre ed
i membri della Curia».
Bertone: riconoscano le loro colpe. Per la Chiesa «le prove che
provengono dall'interno sono naturalmente più dure e umilianti», ma «ogni sorta
di prove può diventare motivo di purificazione e santificazione purchè illuminata dalla fede» e «purchè
il peccatore riconosca la propria colpa». Così il cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, nell'omelia della
messa, stamani nelle Grotte Vaticane, che ha preceduto l'udienza del papa con i
vescovi della Chiesa irlandese, scossa da decenni di abusi pedofili. «Sì, le tempeste fanno paura. Anche quelle che scuotono la
barca della Chiesa per colpa dei peccati dei suoi
membri. Ma da queste tempeste può venire la grazia
della conversione e una fede più grande». IM 15
Svizzera: vescovi e ricerca sull'
essere umano
"Sì" al
progetto di articolo costituzionale in materia di ricerca sull'essere umano,
che verrà sottoposto a votazione popolare il prossimo
7 marzo, ma "vigilanza sull'elaborazione della futura legge". Questa,
in sintesi, la posizione della Commissione di bioetica della Conferenza
episcopale svizzera circa l'articolo costituzionale 118b
sul quale il 7 marzo si terrà una consultazione federale. Tre, affermano i
vescovi in una nota, gli obiettivi del progetto di articolo: anzitutto
"proteggere la dignità e la personalità dell'essere umano nella ricerca
medica", vigilando al tempo stesso sulla libertà di questa ricerca e
"tenendo conto della sua importanza per la salute e la società". Il
dispositivo intende inoltre "promuovere la qualità e la trasparenza"
della ricerca sull'essere umano, e "creare una base" che consenta di regolamentarla "in modo uniforme in Svizzera". La
Commissione di bioetica della Ces "approva questo articolo costituzionale - prosegue la nota -
laddove il principio della dignità
umana, in quanto diritto fondamentale, gode di assoluta protezione, viene
promossa la libertà di ricerca e a quest'ultima viene dato un corretto
orientamento", In particolare, spiegano i vescovi svizzeri, "la
libertà dei soggetti di ricerca è garantita", il principio di sussidiarietà
"viene rispettato, così come il principio di proporzionalità fra la
ricerca effettuata e i suoi potenziali rischi". Di qui la richiesta al
Parlamento di "adottare la legge in materia" solo a condizione
"che i principi guida dell'art.118b vengano
scrupolosamente rispettati". Queste, secondo i vescovi, le modalità necessarie:
"evitare ogni ideologia utilitaristica che non consideri che gli
interessi degli esseri umani, a detrimento del bene oggettivo della persona e
della sua dignità; evitare qualsiasi utilitarismo che consideri solo il
rapporto benefici/rischi; mettere in pratica l'affermazione secondo cui 'la
dignità impone di trattare con rispetto la vita prima della nascita e dopo la
morte', contenuta nel messaggio del Consiglio federale; stabilire termini che
rispettino l'embrione 'in vivo' e di conseguenza l'embrione 'in vitro'";
vigilare, infine, affinché "su persona incapaci di discernimento venga
praticata solo una ricerca a rischio minimo (ad esempio il prelievo di
campioni)". La Commissione di bioetica della Conferenza episcopale
svizzera, conclude la nota, "si pronuncia dunque
a favore dell'articolo costituzionale 118b". Esso "rispetta il
principio della dignità umana, al quale rimane subordinata la ricerca", e
"crea una base che consente di regolamentare la
ricerca medica in maniera uniforme in Svizzera, promuovendone al tempo stesso
qualità e trasparenza". Sir eu
«Caro
Pontefice, sia pieno di speranza. Come noi»
CITTA’ DEL
VATICANO - Tremava come una foglia dall’emozione ma è riuscita lo stesso ad
arrivare in fondo alla lettura di uno dei messaggi più teneri che il Papa abbia
mai ascoltato. Quasi una poesia. Chi l’avrebbe mai detto che lei, Giovanna
Cataldo, una dei senza fissa dimora recuperata alla
vita grazie all’amore dei volontari della Caritas, sarebbe riuscita a fare
inumidire gli occhi del Santo Padre. «Dio le dia la forza di essere sereno,
forte e pieno di speranza, proprio come lo siamo tutti noi». Nel passato tribolatissimo di questa ex professoressa di mezza età sono
racchiuse le vite di tutti coloro che ogni notte
bussano all’ostello per trovarvi riparo. Via Marsala è decisamente
un luogo di sofferenza ma anche di speranza. «Ci piace pensare che nel suo
viaggio di ritorno possa riportare con lei proprio la speranza». Giovanna
guarda dritto negli occhi Benedetto XVI: «Accetti l’umiltà di un cuore semplice
e l’amore che da esso può scaturire». Il dono che hanno
scelto per l’illustre ospite è il restauro del crocifisso ligneo della
chiesetta di Onna, il paesino abruzzese raso al suolo
dal terremoto. Quel Cristo rimesso a posto è esattamente come loro: «non
l’immagine della sofferenza, piuttosto l’alba del riscatto». Terminata la lettura il Papa si alza dallo scranno, fa alcuni passi e si
dirige verso Giovanna. La abbraccia forte. Adesso può davvero riprendere la via
del Vaticano rinfrancato, il «pane spezzato e condiviso con gli ultimi» lo
sosterrà nei «giorni di pioggia». Una mezz’ora più tardi, ad
incontro ultimato, il sindaco Alemanno non vuole andarsene prima di aver salutato
Giovanna. «Lei ha scritto un discorso bellissimo. Le
sue parole sono profonde e fanno riflettere». Subito
dopo è il turno delle tv. Che effetto le ha fatto incontrare il Papa a tu per
tu? Giovanna sorride spiazzata. «E’ stato emozionante, un po’ come incontrare
la direttrice della Caritas per la prima volta, o come incontrare il mio primo
professore quando mi sono iscritta alla scuola superiore». L’incontro se lo
immaginava esattamente così, si era preparata, aveva letto più e più volte quei
due foglietti di carta davanti a Roberta Molina, la
direttrice dell’ostello. «E’ bello potersi rivolgere ad
un Padre». «Dopo quello che gli è successo a dicembre,
volevamo incitarlo ad andare avanti imperterrito. Noi lo proteggeremo e lo
scorteremo con le nostre preghiere. Ciò rende più forti anche noi perchè non siamo dei derelitti, dato che
siamo inseriti in questo quadro storico». Giovanna si guarda l’abito nero. Non
le manca l’ironia e scherza: «Mi hanno sempre incuriosito
quelle lady che davanti al Papa potevano indossare begli abiti neri. E oggi
eccomi qua, sono anche io con un tailleur nero e mi
sento perfettamente a mio agio». F.GIA. im 15
Scandalo abusi, vescovi irlandesi pronti a collaborare. Papa: pedofilia
crimine odioso
Summit in Vaticano
con i prelati dell'isola britannica per discutere del grave scandalo sugli
abusi sessuali che ha travolto dal 1975 al 2004 la diocesi di Dublino.
Città del Vaticano
- ''L'abuso sessuale contro i bambini e i ragazzi, è
non solo un crimine odioso, ma un peccato che offende Dio e ferisce la dignità
della persona umana creata a sua immagine''. E' quanto ha affermato il Papa nel
corso del'incontro con i vescovi irlandesi che si è
tenuto fra ieri e oggi in Vaticano dedicato al grave scandalo degli abusi
sessuali che ha travolto dal 1975 al 2004 la diocesi di Dublino.
Benedetto XVI ha chiesto alla Chiesa irlandese di ''affrontare i
problemi del passato con determinazione e risolverli e di far fronte alla crisi
presente con coraggio ed onestà". E ha espresso 'la speranza'' che
l'incontro aiuti i vescovi ad essere uniti e ''capaci
di parlare con una sola voce'', nell'identificare tutti i passi necessari in
favore delle vittime degli abusi. Quindi il Pontefice ha incoraggiato ''un
rinnovamento della fede in Cristo e una ricostruzione spirituale della Chiesa''
e della sua ''credibilità morale''.
Al termine del
meeting è stato diffuso, dalla Sala stampa vaticana, un comunicato nel quale
sono stati riportati alcuni dei temi salienti emersi dai colloqui. Nel corso
del summit ''ognuno dei vescovi - si legge nel
comunicato - ha fatto le sue osservazioni e dato i suoi suggerimenti. I vescovi
hanno parlato con sincerità del senso di pena e di rabbia, di tradimento, di
scandalo e di vergogna loro espresso, in pià
occasioni, dalle vittime degli abusi" e, in accordo con il Pontefice,
hanno riaffermato la volontà di ''impegnarsi a cooperare" sia con le
autorità sia giudiziarie che ecclesiali ''per
garantire che gli standard delle politiche e delle procedure della Chiesa in
questo ambito siano i migliori''. Ancora nel testo si afferma che alla base
dello scandalo degli abusi in Irlanda ci sono stati ''senza dubbio errori di
giudizio e omissioni'', tuttavia adesso sono state adottate ''misure significative per la sicurezza dei bambini e dei giovani''.
Secondo quanto
affermato dal direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi,
tra qualche settimana, il prossimo marzo, sarà diffusa
la lettera pastorale del Papa dedicata al tema dello scandalo pedofilia in
Irlanda. La lettera, infatti verrà resa pubblica, dopo
la riunione della Conferenza episcopale irlandese che si svolgerà il prossimo
mese. Padre Lombardi ha anche spiegato che nessuna decisione è stata presa
durante i due giorni di lavori in relazione alle
dimissioni di altri vescovi coinvolti nello scandalo, in quanto il problema non
era all'ordine del giorno.
Germania: preghiere ecumeniche per gli atleti olimpici
Alla vigilia
dell'inaugurazione delle Olimpiadi invernali di
Vancouver, il 12 febbraio, la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica tedesca
hanno diffuso un appello congiunto alla sportività e allo spirito di squadra.
In un opuscolo distribuito agli atleti tedeschi che partecipano alla
manifestazione, mons. Robert Zollitsch, Presidente
della Conferenza episcopale tedesca e Margot Käßmann,
Presidente del consiglio della Chiesa evangelica sottolineano
l'importanza dell'evento che riunisce persone di tante nazioni e culture. "Quale immagine di Dio, l'essere umano
riconosce i suoi limiti, così come la sua responsabilità per gli altri e
l'ambiente in cui vive", si legge nel documento. I capi delle due Chiese
ricordano il concetto di "responsabilità" con cui gli atleti sono
tenuti a confrontarsi continuamente: "responsabilità
verso gli altri membri della squadra o verso gli avversari sportivi, senza la
quale non esisterebbero le gare". La brochure contiene testi biblici,
preghiere e meditazioni. Gli atleti tedeschi saranno accompagnati a Vancouver
dai rispettivi cappellani olimpici Hans-Gerd Schütt (cattolico) e Thomas Weber (evangelico). Anche la
squadra polacca a Vancouver sarà accompagnata dal suo cappellano, il vescovo Marian Florczyk, responsabile per
conto dell'episcopato dell'assistenza spirituale degli sportivi, coadiuvato da
padre Edward Plen. Sir eu
Il tesoro più prezioso. La
visita del Papa ai luoghi dell'accoglienza della Caritas di Roma
Un “piccolo
villaggio della carità” nel cuore di Roma, dove “i nostri fratelli e sorelle
meno fortunati” trovano “accoglienza, ascolto, aiuto alle loro necessità”. Nel
saluto introduttivo per la visita di Benedetto XVI all’Ostello della Caritas di
Roma (domenica 14 febbraio), il card. Agostino Vallini,
vicario del Santo Padre per la diocesi di Roma, ha ricordato tutti coloro che “generosamente si prodigano ogni giorno per
dimostrare concretamente che l’emarginazione può essere contrastata e vinta
dall’amore, in nome della carità di Cristo e della dignità che va sempre
riconosciuta e garantita ad ogni persona umana”. La comunità ecclesiale, ha
aggiunto il cardinale, “parla alla città con la volontà di riparare in tanti
casi alla giustizia negata e offre il primo contributo per una cultura in cui i
poveri non sono fonte di problemi, ma persone meno
provvedute e come noi titolari di diritti”.
Speranza luminosa.
“L’uomo non ha soltanto bisogno di essere nutrito materialmente o aiutato a
superare i momenti di difficoltà, ma ha anche la necessità di sapere chi egli
sia e di conoscere la verità su se stesso, sulla sua dignità”. È il messaggio
lanciato da Benedetto XVI nei locali della Caritas di Roma. Per la terza volta
un Pontefice si è recato in un luogo di accoglienza
dell’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana: il 20 dicembre
1992 Giovanni Paolo II fece visita alla mensa di Colle Oppio, dove lo stesso Benedetto
XVI è tornato il 4 gennaio 2007. Grazie al servizio di quanti si adoperano
nella Chiesa “a favore dei poveri”, ha sottolineato il
Papa, “tante persone hanno potuto riscoprire, e tuttora riscoprono, la propria
dignità” e “ritrovano fiducia in se stessi e speranza nell’avvenire”;
attraverso “i gesti, gli sguardi e le parole” di coloro che operano per la
Caritas diocesana, “numerosi uomini e donne toccano con mano che le loro vite
sono custodite dall’Amore, che è Dio, e grazie ad esso hanno un senso e
un’importanza”. Una certezza che, ha precisato il Pontefice, “genera nel cuore
dell’uomo una speranza forte, solida, luminosa, una speranza
che dona il coraggio di proseguire nel cammino della vita nonostante i
fallimenti, le difficoltà e le prove che la accompagnano”. A quanti sono
impegnati nella Caritas diocesana, ha proseguito il Papa, l’invito ad essere “gioiosi testimoni dell’infinita carità di Dio” e
considerare “questi vostri amici uno dei tesori più preziosi della vostra
vita”.
Forza propulsiva. La
sollecitazione del Santo Padre, rivolta non solo ai cattolici ma ad “ogni uomo di buona volontà, in particolare quanti hanno
responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni”, è
quella di “impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell’uomo,
riscoprendo nella carità la forza propulsiva per un autentico sviluppo e per la
realizzazione di una società più giusta e fraterna”. Tuttavia, “per promuovere
una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica
famiglia umana è importante che le dimensioni del dono e della gratuità siano
riscoperte come elementi costitutivi del vivere quotidiano e delle relazioni
interpersonali”. L’Ostello della Caritas, dunque, “manifesta concretamente che
la comunità cristiana” collabora “utilmente con le istituzioni civili per la promozione del bene comune” in una “feconda sinergia”. Nel
servizio alle persone in difficoltà, ha aggiunto il Papa, “la Chiesa è mossa
unicamente dal desiderio di esprimere la propria fede in quel Dio che è il
difensore dei poveri e che ama ogni uomo per quello che è e non per quello che
possiede o realizza”. La Caritas diocesana, ha concluso
Benedetto XVI, è dunque “un luogo dove l’amore non è solo una parola o un
sentimento, ma una realtà concreta, che consente di far entrare la luce di Dio
nella vita degli uomini e dell’intera comunità civile”.
Attesa dell’alba.
Nel corso della visita alla Caritas di Roma, il Santo Padre ha ricevuto in dono
un crocifisso restaurato, proveniente da Onna, il paese abruzzese distrutto dal terremoto del 6
aprile 2009. La croce porta con sé “un dolore inspiegabile, lancinante, ma non
disperato”, ha spiegato Giovanna Contaldo, ospite
dell’Ostello. Tuttavia, essa “non è l’immagine della sofferenza ma l’attesa
dell’alba e del riscatto” ed è per questo che, “nel
viaggio di ritorno”, il Papa non deve portare il dolore ma soltanto “la
speranza”. Quello con il Pontefice è stato “un incontro emozionante”, ha
commentato al SIR Roberta Molina,
responsabile del’Ostello, la quale ha guidato la visita. È il segnale che “una
città può essere solidale e le persone che abitano questo posto sono persone con voglia di rinascere, che noi dobbiamo aiutare”.
L’arrivo di Benedetto XVI era atteso, fin dal mattino, da numerosi volontari
fuori e dentro i locali del centro di accoglienza che ogni notte ospita 188
senza fissa dimora e offre 500 pasti a sera oltre ad un servizio sanitario, con
poliambulatorio, una farmacia e l’assistenza legale. sir
Padova,
migliaia in fila all’alba per le spoglie di Sant’Antonio
Il corpo esposto
dopo 29 anni. Attesi centomila fedeli - di GIOVANNI LUGARESI
PADOVA - Il
“popolo antoniano” non ha bisogno di cartoline
precetto o di esortazioni: spontaneamente va e fa. Come ieri, prima dell’alba,
quando la piazza antistante il santuario padovano si
andava progressivamente animando di presenze. Erano dapprima in duemila: gente
proveniente dalla provincia, dalla regione, e poi da più lontano,
Emilia-Romagna, Lombardia, Liguria. Poi sono aumentati, ora dopo ora: a fine giornata, la prima dell’ostensione di Sant’Antonio,
si sono contati circa 15mila pellegrini.
Una giornata
intensa, quella di ieri: il corpo del Santo, ricomposto e visibile nell’urna di
cristallo posata su di un catafalco nella Cappella delle Reliquie della Basilica,
è stato esposto dopo 29 anni dall’ultima
“ricognizione” canonica e medico-scientifica avvenuta nel gennaio 1981, a 750
anni dalla morte del Santo, cui seguì una memorabile ostensione, che si
prolungò fino al 1° marzo 1981.
«Sono rimasto
sbalordito dalla coda di pellegrini già alle 3 di
notte - commenta il rettore della basilica pontificia padre Enzo Pojana - Ho chiesto ai fedeli perchè
fossero in coda già prima dell’alba e mi hanno risposto che per chiedere una
grazia bisogna fare un pò di penitenza. È stata una
giornata lunga ed emozionante. Oltre all’emozione di aver
visto Sant’Antonio, quella di aver incontrato pellegrini da tutto il mondo».
Già domenica, il
centralino del convento era stato tempestato da telefonate provenienti da tutta
Italia: a chiedere informazioni sul tempo (da Alessandria, perché là nevicava,
per esempio), o sul periodo dell’ostensione. Ieri un lavoro febbrile è stato
compiuto all’Ufficio informazioni nel Chiostro della
Magnolia, per telefonate provenienti da Lombardia, Puglia, Umbria.
La comunità
cingalese di Milano chiedeva “lumi” su questo e su quello, e intanto, fuori, la
lunghissima fila di devoti procedeva da Prato della Valle (in più di un periodo
della giornata), o da metà di via Luca Belludi:
attorno alla basilica carabinieri, polizia e volontari di protezione civile,
croce rossa ed associazioni religiose ptonte a dare l’orientamento ed l’assistenza ai devoti in
arrivo sul sagrato.
Le porte della
chiesa si sono aperte ieri alle sei, ma i pellegrini erano già in coda durante
la notte, vegliati da diversi frati a turno e, nel corso
della giornata, dai macellai della Milizia dell’Immacolata avvolti negli
azzurri mantelli e dai componenti dell’Arciconfraternita del Santo in costume
medioevale. Da oggi a sabato sono previsti più di 100
mila fedeli provenienti da tutto il mondo. Arriveranno anche i frati minori
conventuali della Provincia Bolognese, la quale, ai tempi del Taumaturgo era
tutt’uno con quella padovana, e che nel 2013 tornerà a unirsi ad essa.
Sono previsti
pellegrinaggi da Croazia, Slovenia, Polonia, persino dal Libano. «Padova è in
festa per questo evento e saprà accogliere i fedeli con gioia - commenta il
vicesindaco Ivo Rossi, ieri mattina alle 8 in visita
alla basilica - nelle ultime quattro settimane assieme a tutte le altre
istituzioni abbiamo approntato un piano del traffico con parcheggi di scambio,
bus rafforzati e percorsi preferenziali che questa mattina ha retto. Ci
aspettiamo il picco dell’affluenza sabato, giornata in cui raccomandiamo a
padovani e pellegrini l’uso, per quanto possibile, dei mezzi pubblici». Im 16
Il Papa: "La pedofilia è un crimine odioso". La Chiesa irlandese
collaborerà coi
giudici
La decisione al
termine del vertice con i vescovi d'Irlanda che si sono impegnati a far piena
luce sugli scandali sessuali dal 1975 al 2004
ROMA - "La
pedofilia è un crimine odioso e un peccato contro la dignità umana".
Benedetto XVI prende di petto la questione durante il
summit con i vescovi irlandesi che si è concluso oggi in Vaticano. Tre
sessioni: due ieri e una oggi con i 24 prelati
dell'isola britannica, il Papa e il cardinale Tarcisio Bertone.
La conclusione, questa volta, sembra avere importanti effetti pratici: la
Chiesa irlandese si è infatti impegnata a collaborare
subito con le autorità giudiziarie per fare piena luce sullo scandalo degli
abusi sessuali su minori che dal 1975 al 2004 sono stati perpetrati nella
diocesi di Dublino.
Nel suo intervento
di apertura Benedetto XVI ha chiesto alla Chiesa irlandese di agire "in
fretta", con "determinazione", "onestà e coraggio" per
uscire dalla presente crisi, e "ha espresso la speranza che il presente
incontro aiuti ad unire i vescovi dell'Irlanda e li
renda capaci di parlare con una voce sola nell'identificare i passi concreti
tesi a portare sollievo a coloro che sono stati abusati, incoraggiando un
rinnovo della fede in Cristo e recuperando la credibilità morale e spirituale
della Chiesa". Il Pontefice ha inoltre lanciato ai vescovi irlandesi un
forte appello all'unità.
Il Papa "ha sottolineato la necessità di una più profonda riflessione
sull'intera questione" dei preti pedofili, "e ha fatto appello a una
maggiore preparazione umana, spirituale, accademica e pastorale sia per i
candidati al sacerdozio e alla vita religiosa che per coloro che sono già stati
ordinati e professati".
Tuttavia molti
preti e alcuni vescovi hanno criticato la 'linea dura' adottata
dall'arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid
Martin, nei confronti dei responsabili degli abusi e di chi li aveva protetti. Uno
dei vescovi accusati dal Rapporto Murphy, monsignor Drennan,
ha resistito finora agli appelli delle vittime perché si dimettesse ed era
presente a Roma in questi giorni.
Oltre ad
affrontare lo specifico tema dei preti pedofili irlandesi, Benedetto XVI ha
"puntato l'attenzione sulla più generale crisi della fede e l'ha messa in
relazione con la mancanza di rispetto per la persona umana e su come
l'indebolimento della fede è stato un fattore che ha significativamente
contribuito al fenomeno del'abuso sessuale sui
minori".
Un comunicato del
Vaticano riassume il senso dell'incontro sottolineando
che papa Ratzinger ha incoraggiato la Chiesa irlandese "ad un
rinnovamento nella fede e a ritrovare la sua credibilità spirituale e
morale". LR 16
Al centro la persona. L’intervento di mons. Perego al convegno “Strada
facendo”
TERNI - La prima
consapevolezza della mobilità è “superare l’idea dell’emigrazione e
dell’immigrazione, per approfondire l’idea di una nuova città globale, di una
nuova cittadinanza globale. È un’idea che
non schiaccia la città su meccanismi di protezione identitaria,
ma apre la città sull’interpretazione della mobilità come componente
che cambia la vita, le relazioni, la formazione, l’amministrazione”. Così si è
espresso il 5 febbraio scorso mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della
Fondazione Migrantes, intervenendo al convegno
“Strada Facendo” che si è svolto a Terni su iniziativa del Gruppo Abele, Libera
e Cnca.
Per mons. Perego
“una prima conseguenza relazionale della mobilità è ritornare a mettere al
centro la persona, la sua dignità prima che la sua appartenenza: questo
significa la tutela dei diritti prima della tutela della residenza; la tutela
della dignità della persona prima della conoscenza anche della sua identità. Nel mondo che si muove noi non
possiamo fingere che ci siano degli ‘invisibili’, ma dobbiamo anzitutto
riconoscere che ci sono persone nuove, non conosciute con le quali prima di
tutto costruire relazioni, andare incontro e non costruire il rifiuto,
l’allontanamento, lo scontro”.
Per mons. Perego
la “vera sicurezza di una città è la relazione e la mediazione con le persone
nuove che incrociamo, e la storia ci insegna questo. Tanto più oggi, in cui la consapevolezza che la nostra
città è una briciola di fronte al mondo e che numeri, denatalità, malattie,
cambiamenti la renderanno presto conquistata da un altro mondo: nel 2019 la
città di Milano vedrà per la prima volta più bambini
nati da 100 nazionalità diverse rispetto alle nascite di bambini italiani”.
La mobilità e il
cambiamento chiedono “una nuova cultura, una cultura delle relazioni,
dell’ascolto per imparare prima che per parlare, dell’incontro aperto alle
sorprese delle persone, del dialogo che apre al confronto, della conoscenza che
si apre all’amore. Solo così si salva l’identità, che è anzitutto mettere al centro la
dignità propria e degli altri”.
Al convegno hanno
partecipato circa 800 persone e oltre 70 relatori.
Sono stati tre giorni di confronto fra associazioni, volontari, operatori,
studiosi, studenti, politici e amministratori locali. Con “Strada Facendo”,
giunta quest’anno alla quarta edizione, il Gruppo Abele, Libera e il Cnca, in collaborazione con la Regione Umbria e il Comune
di Terni, riuniscono il mondo degli operatori per fare
il punto sulle politiche sociali in Italia. (Migranti-press)
Mai per potere. Polonia: laurea "honoris causa" al card. Tarcisio
Bertone
"I diritti
umani sono universali non perché approvati e riconosciuti da maggioranze
parlamentari o della pubblica opinione, bensì perché poggiano sulla natura
dell'essere umano, che resta inalterata pur nel mutare delle condizioni sociali
e storiche". A ribadirlo è stato il card.
Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, nella
"lectio magistralis" tenuta l'11 febbraio
in Polonia, in occasione del Conferimento della laurea "honoris
causa" da parte della Pontificia Facoltà Teologica presso l'Università di Wroclaw. "Oggi - la denuncia del porporato - si parla
spesso più che di diritti umani di diritti
individuali, trasformando desideri da soddisfare in diritti". Al
contrario, come disse il Papa nel suo storico discorso all'Onu del 2008,
"questi diritti trovano il loro fondamento nella legge naturale", e
separarli da essa "significherebbe e cedere a una concezione
relativista". Di qui la necessità di "leggi che non siano frutto
dell'adesione ad un mero proceduralismo,
ma che discendano dalla volontà di tendere all'autentico bene della persona e
della società e per questo facciano riferimento alla legge naturale".
"Instaurare un ordine politico-giuridico nel quale siano meglio tutelati i
diritti della persona e il suo adeguato sviluppo sociale": è questo, per
il card. Bertone, il compito fondamentale delle
"moderne democrazie elettive".
Nella Chiesa non
c'è "ripartizione di potere". "La democrazia, come ogni sistema
costituzionale, è una struttura di potere, che si pone perciò, al pari di ogni
sistema di governo, essenzialmente in termini di ripartizione di potere".
Questa "dinamica di potere", ha puntualizzato però il card. Bertone, "se trasportata nell'ambito ecclesiale, non
può non diventare radicalmente equivoca, perché nella Chiesa il rapporto
strutturale, anche al livello decisionale-operativo,
tra la gerarchia e il resto del popolo di Dio, non può
mai ultimamente essere posto in termini di ripartizione di potere".
"All'interno della Chiesa - ha spiegato il cardinale - il problema di una
necessaria e ordinata ripartizione delle competenze non può mai coincidere,
come ultimamente avviene all'interno dell'ambito statale, con il problema del
possesso di una porzione più o meno grande del potere,
perché il potere - se per potere si intende la responsabilità ultima e perciò
il servizio specifico dei Vescovi di fronte alla vita della Chiesa - non è
divisibile". Se in una democrazia politica, inoltre, si procede "con
il sistema della rappresentanza", in base al quale
"la minoranza deve inchinarsi alla maggioranza", una Chiesa "che
riposi solamente sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa
puramente umana, dove l'opinione sostituisce la fede".
I laici e lo
"stile sinodale". Nella Chiesa, serve "uno
stile nuovo e nuovi spazi" per i laici. Ne è convinto il card. Bertone, che nella "lectio" polacca si è
soffermato, all'interno del tema più generale, anche sullo "specifico
ruolo dei laici" nella comunità ecclesiale. Per il cardinale, sono ancora attuali oggi la "teoria" sul laicato
espressa dal Concilio e le indicazioni della "Christifideles
laici" di Giovanni Paolo II. Tra i problemi emergenti, il card. Bertone ha citato "i ministeri e i servizi ecclesiali
da affidare ai laici; la diffusione dei nuovi movimenti, il posto e il ruolo
della donna". Lo stile nuovo" di presenza dei laici
della Chiesa, ha affermato il segretario di Stato vaticano, "non può essere
che quello sinodale, valido non soltanto per la celebrazione del Sinodo, ma
anche come metodo per l'approccio ai problemi". "Quello
sinodale - ha spiegato il relatore - è uno stile che ha il pregio di
coinvolgere tutte le comunità, chiamandole alla partecipazione attiva e
responsabile; uno stile che esige ricerca e dialogo, elaborazione di proposte
con risposte non prefabbricate; uno stile che domanda l'ascolto di tutti, o quanto meno delle rappresentanze delle comunità",
perché "il pluralismo ecclesiale
non può esser concepito come pluralismo di individui, ma come pluralismo di
chiese particolari o di comunità".
Nella Chiesa
"testimonianza invece di rappresentatività". Se l'idea fondamentale
del parlamentarismo è quella della rappresentatività, "la traduzione più
corretta del concetto di rappresentanza è in sede ecclesiale quello di
testimonianza". Ecco perché, ha spiegato il cardinale,
"il rapporto tra il vescovo e i fedeli non può essere risolto ultimamente
in termini di controllo di potere, ma solo in termini di esperienza di
comunione. Le forme di controllo introdotte nel corso
della storia per contenere gli abusi di potere da parte della gerarchia,
raramente hanno generato un'autentica esperienza di comunione cristiana".
Il rapporto tra laicato e gerarchia, ha puntualizzato il segretario di Stato
vaticano, "è un rapporto di comunione, non di sottomissione né di
potere". I cristiani, infatti, "non si riuniscono
mai solo per decidere qualcosa assieme, per dare una prestazione, ma per vivere
la comunione facendo e decidendo insieme. La comunione
non è in funzione dell'attività, ma l'attività in funzione della vita di
comunione". No, dunque, ad ogni forma di
"attivismo associazionistico", sì invece al compito di
"costruire la Chiesa", primo compito del cristiano, attraverso il
quale "il cristiano costruisce il mondo, lo anima, lo trasforma e lo
redime perché la Chiesa è nel mondo".
Sir eu
Comunità cristiana e immigrati. Una nota della diocesi di Vittorio Veneto
VITTORIO VENETO -
“Le nostre comunità cristiane abbiano la ‘pazienza dei tempi lunghi’,
resistendo alla tentazione di un’integrazione affrettata. Consapevoli del difficile cammino che
gli immigrati devono percorrere per inserirsi nel nuovo ambiente di vita, siano
premurose nell’offrire l’aiuto necessario a superare le conseguenze dello
sradicamento dal Paese di origine”. È quanto si legge in una nota del
Consiglio Pastorale della diocesi di Vittorio Veneto
dal titolo “Comunità cristiana e immigrati” presentata nei giorni scorsi.
La nota - spiega
il Vescovo Mons. Corrado Pizziolo - è il “frutto” di
un lungo lavoro di riflessione da parte del Consiglio Pastorale diocesano che
viene “offerto all’attenzione di tutta la diocesi” e ha preso le mosse da una
“precisa indicazione” contenuta nel Piano Pastorale della diocesi dello scorso
anno che suggeriva “una serie di comportamenti, personali e comunitari, tesi a
rilanciare una pratica di vita cristiana coerente con la vita
battesimale: vita di figli, di fratelli e di persone libere per amare”. In
particolare il presule cita la parte del piano dove
c’erano delle indicazioni volte a “favorire un vivere da persone libere di
accogliere, di amare e di servire”.
“Una forma di
accoglienza di grande attualità - si leggeva nel piano pastorale dello scorso
anno - va rivolta ai fratelli e sorelle di fede cattolica provenienti da altre
regioni del mondo. Ovviamente l’accoglienza non deve essere riservata solo agli
immigrati cattolici, ma deve essere aperta a tutti, ai cristiani non cattolici
e agli immigrati di altre religioni, tuttavia, nei confronti dei cattolici,
abbiamo un ‘debito’ particolare che ci viene
dall’essere partecipi dello stesso Battesimo e della stessa Eucaristia. Oltre
ad aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro, è
doveroso accoglierli nei vari momenti di vita delle nostre Comunità
parrocchiali, facendo in modo che la fraternità battesimale ed eucaristica che
ci lega a loro non sia una vuota parola, ma diventi realtà effettiva. In questo
senso si abbia una particolare attenzione perché i neofiti adulti provenienti
da altre nazioni si inseriscano nelle nostre comunità
parrocchiali mediante opportune proposte”. Da qui la
richiesta di Mons. Pizziolo a coinvolgere il
Consiglio Pastorale attorno a questo tema, chiedendo di approfondire la
conoscenza del fenomeno dell’immigrazione nel territorio, con “speciale
riguardo all’accoglienza” riservata a “questi fratelli da parte delle nostre
comunità parrocchiali”. Un secondo obiettivo della richiesta del presule era quello di “maturare insieme una mentalità dell’accoglienza
basata sulla realtà battesimale condivisa, illuminata dalla Parola di Dio e
sostenuta dalle indicazioni del Magistero della Chiesa”.
“Nel volgere di
pochi anni il fenomeno migratorio ha assunto proporzioni molto vaste - si legge
nella nota - per numero di persone che si sono trasferite in Italia e per le
diverse provenienze”. Nel territorio della diocesi di Vittorio Veneto la
presenza di immigrati ha superato nel 2009 l’11% della
popolazione residente. “Eventi di tale portata storica e così repentini,
sebbene l’Italia sia anche Paese di immigrazione
almeno dal 1973, faticano ad essere compresi adeguatamente e richiedono grande
attenzione e competenza per poter affrontare le sfide che essi pongono: cambia
notevolmente l’aspetto della nostra società e si introducono in essa elementi
di criticità; si innesca spesso una reazione di contrasto, talora di netto
rifiuto”.
La nota parla
delle fatiche per chi arriva per far valere i propri diritti e superare alcuni
pregiudizi che “classificano chi arriva come non assimilabile, perché portatore
di idee e comportamenti che contrastano con le nostre
abitudini”: l’immigrato è “sentito come una minaccia per il nostro benessere e
un pericoloso competitore in tempi in cui le opportunità di lavoro tendono a
diminuire e perfino a venire meno, a motivo di una crisi economica di cui ben
si avverte la gravità, ma non facilmente la via d’uscita”.
Dopo un esame del fenomeno il documento si sofferma sulla situazione degli
immigrati cattolici dando alcune linee di azione pastorale perché la loro
presenza “sollecita un’adeguata azione pastorale”.
“La differenza
linguistica - si legge - pone sempre grandi problemi per l’incontro e la
relazione: anche la comunità cristiana prenda iniziative e investa risorse per
rimuovere questo ostacolo”. Inoltre “l’accostamento
quotidiano, nella normalità delle situazioni di vita, abbatte barriere,
promuove la conoscenza e vince il reciproco isolamento”. Per questo vanno
favoriti l’accoglienza e l’inserimento nelle comunità parrocchiali, “nel rispetto
di una gradualità che prevede la preziosa presenza di sacerdoti e religiosi
della stessa nazionalità o gruppo linguistico oppure di laici responsabili e
adeguatamente formati”.
“Sia però evitata
la costituzione di gruppi a sé stanti, completamente isolati rispetto alla vita
della comunità parrocchiale”; “siano valorizzate le loro tradizioni culturali
ed espressioni liturgiche” e sia “garantita una loro rappresentanza nei
Consigli Pastorali Parrocchiali, Foraniali e
Diocesano”.
Il documento è
corredato da alcuni dati statistici sulla presenza degli immigrati nel
territorio della diocesi di Vittorio Veneto. Su circa
360mila residenti gli stranieri sono 40mila (11%) di cui 10mila minori (26%). (Migranti-press)
Nel calvario croato. A cinquant'anni dalla morte del card. Stepinac
"Oggi
celebriamo la memoria del Beato Luigi cardinale Stepinac,
vescovo e martire, che ha sacrificato la sua vita cinquanta anni fa in
testimonianza della fede. Custodite la memoria dei vostri martiri, e sul loro eroico esempio
nell'oggi della Chiesa siate 'il sale della terra e la luce del Mondo'". Così Benedetto XVI, nel saluto ai
pellegrini croati al termine dell'udienza generale del 10 febbraio, ha voluto
ricordare la figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac.
"Non è sorprendente
e meraviglioso che qualcuno, del quale alcuni hanno cercato di distruggerne la
memoria e il bene compiuto, continui brillare di luce
e con lui la sua grande verità?". Anche il card. Josip
Bozanic, arcivescovo di Zagabria, ha ricordato la
figura del beato Alojzije (Luigi) Stepinac,
cardinale croato, arcivescovo di Zagabria, di cui ricorre il 50° anniversario
della morte, eroico martire della fede nel periodo più buio della persecuzione
comunista nei Paesi dell'Est. "Luigi ci ha lasciato una
testimonianza della sapienza della Croce - ha detto il card. Bozanic nel corso di una celebrazione svoltasi il 10
febbraio nella cattedrale di Zagabria - Tutte le ideologie del suo tempo hanno
voluto dominare la verità, ma sono state costrette ad ammettere la sconfitta.
Crocifisso e umiliato è diventato ancora più forte. Stepinac ha
scelto la fedeltà a Dio e alla Chiesa". "Ci sono valori - ha
aggiunto il card. Bozanic - che non possono essere
negati perché non si può negare la verità. Se questo
accade, la vita rimane senza senso, senza gioia. Ha accettato la sofferenza
come pastore fedele. Il suo coraggio e la sua generosità hanno dato vita ad una nuova alleanza dalla quale sono scaturite
nuove vocazioni sacerdotali e religiose. Intorno alla sua tomba molti che erano
nel dubbio hanno ritrovato la forza per andare avanti, genitori preoccupati per
i loro figli, coniugi in difficoltà, giovani. Alojzije è la nostra eredità".
Per il card. Bozanic, la memoria del beato Stepinac è "un invito alla santità" rivolto alla
Chiesa croata, in tutte le sue componenti, sacerdoti,
laici, giovani, religiosi e religiose, famiglie, intellettuali, politici.
"Dopo 50 anni - ha concluso - la sua memoria ci
indica sempre più chiaramente l'urgenza di proclamare il Vangelo e ci
suggerisce come dovremmo vivere".
Biografia - Il 10
febbraio 1960 si spegneva a Krasic, suo paese natale,
dove era stato confinato, il cardinale croato Alojzije
(Luigi) Stepinac, arcivescovo di Zagabria. Finiva
così, dopo anni di sofferenze fisiche e morali, la vicenda umana di un eroico
martire della fede, testimone scomodo, come tanti altri confratelli nel
sacerdozio e nell'episcopato, del periodo più buio della persecuzione comunista
nei Paesi dell'Est. Occorse uno speciale permesso del governo
di Tito per celebrare solennemente i funerali nella cattedrale di Zagabria.
Nel 1946, l'11
ottobre, si era concluso il processo che aveva visto Stepinac condannato a sedici anni di reclusione perché
riconosciuto "colpevole" di tradimento e di collaborazione con i
tedeschi. In realtà la ragione vera di quel processo-farsa, simile a tanti
altri imbastiti dai regimi comunisti in quegli anni, era stato
il fermo rifiuto dell'arcivescovo di Zagabria di costituire una Chiesa iugoslava
autonoma da Roma, così come nel febbraio 1992 doveva riconoscere il Parlamento
della Croazia indipendente, allorché ne riabilitò definitivamente la figura. Stepinac era stato arrestato una prima volta il 17 maggio
1945 e condannato a diciassette giorni di carcere: un "assaggio" del
calvario che lo attendeva un anno dopo. Fu rinchiuso dapprima nella prigione di
Lepoglava, dove trascorse cinque anni, durante i
quali il regime di Tito rimase sordo agli appelli che da più parti, Pio XII in
testa, chiedevano la liberazione del prigioniero. Il caso Stepinac
divenne ben presto un affare internazionale (dall'Inghilterra intervenne anche
Churchill) che rischiava di ritorcersi pesantemente contro Tito, sempre più
isolato dopo che aveva rotto i ponti con Mosca. Alla fine il dittatore, sotto
la pressione mondiale, concesse gli arresti domiciliari. Stepinac
fu trasferito a Krasic, il suo paese natale, sotto
continua sorveglianza della polizia. Ma lo schiaffo al
regime doveva venire con l'elevazione alla porpora di Stepinac,
creato cardinale da Pio XII nel concistoro del 12 gennaio 1953. Tito prese la
nomina come un'offesa personale e "ruppe" con il Vaticano. Mons.
Silvio Oddi, allora unico rappresentante della Santa
Sede come incaricato d'affari presso la nunziatura di Belgrado, fu espulso,
ultimo diplomatico vaticano a lasciare la "cortina di ferro". A Stepinac le insegne cardinalizie vennero
recapitate a domicilio. Non volle andare a Roma, sotto la minaccia di vedersi
rifiutare l'ingresso in patria al ritorno, né accettò mai l'idea della sua
liberazione purché lasciasse per sempre il territorio iugoslavo. Rimase coraggiosamente al confino, strettamente sorvegliato, senza
poter riprendere il suo posto a Zagabria. Morì minato da numerosi mali
contratti durante la prigionia e forse (ipotesi tutt'altro che inverosimile)
avvelenato lentamente dai suoi carcerieri che non vollero mai rendere noti i risultati dell'autopsia. Le tappe del suo
calvario sono ripercorribili nei vecchi Annuari pontifici
dove le brevi note biografiche si concludono immancabilmente, per 14
anni di seguito, con le annotazioni "in prigione",
"confinato", "impedito".
Nato l'8 maggio
1898 a Krasic, ordinato nel 1930, eletto alla Chiesa
titolare di Nicopsi nel 1934, fu consacrato vescovo
il 24 giugno dello stesso anno; successe per coadiuzione
il 7 dicembre del 1937 alla sede metropolitana di Zagabria, uno degli
arcivescovi più giovani, allora come oggi, alla guida di sedi altrettanto prestigiose. Giovanni Paolo II, in visita pastorale nella
Croazia ormai indipendente, lo ha proclamato beato il
3 ottobre 1998 davanti al santuario di Marija Bistrica. Quello stesso santuario al quale per diversi
anni, prima del suo arresto, Stepinac aveva guidato i
pellegrinaggi del popolo croato. Sir eu
Revisione
della legge ecclesiale nel Cantone di Zurigo
ZURIGO - Il 27
settembre 2009, gli aventi diritto hanno accettato la revisione
della legge ecclesiale della Chiesa Cattolica del Cantone di Zurigo, la quale,
tra l’altro, stabilisce le regole in materia di diritto di voto (e quindi
d’eleggibilità). La nuova legge, che è entrata in vigore con l’anno nuovo,
mette tutti i cattolici ivi residenti, sullo stesso piano - non importa di
quale nazionalità siamo: nelle “Kirchgemeindeversammlungen”,
tutti noi cattolici, abbiamo il diritto di votare e di essere eletti (anche
nella Kirchenpflege!). Prendendo spunto da questa
nuova situazione, la MCLI Oberland-Glattal, in
occasione d’un incontro del Gruppo Maria della Pace di Dübendorf,
ha invitato tutta la comunità a partecipare ad un momento
di formazione presieduto da Mons. Peter Henrici,
Vescovo ausiliare emerito della nostra diocesi. Mons. Henrici,
oltre a conoscere benissimo la Chiesa Cattolica in Italia (è stato per più di
vent’anni a Roma) è, ovviamente, un profondo conoscitore della Chiesa Cattolica
locale: il nostro relatore ci ha informato sulle varie istanze
che compongono la Chiesa Cattolica nel Cantone di Zurigo - dal Sinodo al “Sinodalrat”, dalla “Kirchgemeinde”
alla “Kirchenpflege”, dal Parroco al “Pfarreirat”; solo per citarne alcune - e su come
interagiscono tra di loro. Con la citata legge, oggi siamo messi alla pari dei
nostri fratelli svizzeri; ciò non ci dà solo più diritti, ma c’impone anche dei
doveri, uno di questi è quello di conoscere la Chiesa Cattolica della nostra
diocesi. La serata ha raggiunto proprio questo scopo.
Prima
dell’incontro, Mons. Peter Henrici ha presieduto la
Santa Messa feriale. Il caso ha voluto che la Lettura fosse tratta dalla prima
lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 4,7-10). Questo brano è un inno all’amore
che Dio ha per noi e che ci esorta ad avere gli uni verso gli altri. Come dire:
non c’è legge che tenga, non ci sono strutture che funzionano se la base non è
sorretta dall’AMORE. (S.
Trivellin, Migranti-press)
"Besser ist es, die Zunge zu
beherrschen, als zu fasten bei Wasser und Brot."
WIEN - Die 40 Tage der Fastenzeit sind
mehr als nur eine Zeit der Kur, um überflüssige Kilos loszuwerden. Es geht um
einen inneren Reinigungsprozess, der den Geist frei machen soll und um eine
Vorbereitung auf die Begegnung mit Gott. Mit dem Aschermittwoch beginnt die
Vorbereitungszeit auf das wichtigste Fest der Christen, das Osterfest.
Insgesamt 46 Tage dauert die Fastenzeit. Ein anderer Name für diese Wochen ist "österliche
Bußzeit". Dass immer von der 40-tägigen Bußzeit gesprochen wird, liegt
daran, dass die Sonntage nicht dazugezählt werden,
sie sind sozusagen kleine Ruhepausen von der Fastenzeit. Die 40 Tage erinnern
an die Zeit, die Jesus in der Wüste verbracht hat. Die Zahl 40 hat in der Bibel
eine besondere Bedeutung, so findet sich im 1. Buch der Könige die 40-tägige
Wanderung Elias zum Berg Horeb (1 Kön
19,8), 40 Tage bleibt Mose auf dem Berg Sinai (Ex 24,18) und 40 Jahre wandern
die Israeliten durch die Wüste (Ex 16,35).
In der Fastenzeit geht es nicht um
Selbstkasteiung und um hungern, sondern um ein Überdenken der eigenen
Haltungen. Ein wesentlicher Hinweis zum christlichen Fasten stammt vom
christlichen Mystiker Johannes vom Kreuz, von dem überliefert wird: "Besser
ist es, die Zunge zu beherrschen, als zu fasten bei Wasser und Brot."
Der Grazer Bischof Egon Kapellari
schrieb im Fastenhirtenbrief im Jahr 2007: "Christlich fasten ist nicht
nur ein zeitweiliger Verzicht auf manche Nahrungsmittel, sondern auch ein
Teilen von Geld, Zeit und Aufmerksamkeit mit Menschen, die eine solche Hilfe
brauchen." Dabei betonte der Bischof auch, dass christlich fasten ein
radikaleres Offenwerden auf Gott hin durch Gebet, durch Reue und Buße bezogen
auf eigene Schuld und dies besonders durch die weithin vergessene Beichte, das
Bußsakrament, das als eine Quelle der Freude gestiftet ist, sei. "Ein
rechtes christliches Fasten macht uns zu einer offenen Schale, in die hinein
Gott das verschenken kann, was wir Gnade nennen. Wir sind dann nicht bloß eine
oft bedrohlich leere Zisterne, sondern eine Quelle, die strömt und
überfließt", so Bischof Kapellari.
Wenn in Kirchen und Klöstern eine
Fastenzeit angeboten wird, geht es nicht vorrangig um körperliches Abnehmen und
auch nicht um ein Erlernen der ausgewogenen Ernährung, das ist sozusagen das
"Nebenprodukt". Es geht vielmehr um einen Reinigungsprozess der
Seele.
Dabei wird dem Essen geringe Bedeutung
beigemessen, denn so kann der Geist frei werden und die Gedanken sich der
Besinnung zuwenden. Auf Speisen und Getränke für einen bestimmten Zeitraum zu
verzichten, ist nicht allein eine christliche Verhaltensweise, in vielen
Religionen ist das Fasten als Ausdruck der Trauer und Sühne bekannt. Vor allem
aber geht es beim Fasten um die Vorbereitung auf die Begegnung mit Gott.
Aber der Verzicht auf Speis und Trank
steht nicht im Vordergrund. Die einmalige Sättigung am Tag ist bei Katholiken
nur mehr am Aschermittwoch und Karfreitag verpflichtend.
"Christlich fasten, das ist nicht
nur eine Maßnahme, um gesund oder schön zu bleiben oder zu werden, sondern ein
Sich-Zurücknehmen, damit andere Menschen und schließlich Gott bei uns mehr Raum
haben", schrieb Bischof Egon Kapellari in seinem Fastenhirtenbrief.
Eine Hilfe zum Fasten ist ein
Fastenkalender. Im Vikariat Unter dem Wienerwald in der Erzdiözese Wien gibt es
seit 1977 einen Fastenkalender, der auf Initiative von Weihbischof Florian Kuntner gestaltet wurde. Der Grundgedanke ist Nächstenliebe
und Teilen. Der Fastenkalender will aber zum Gespräch in Familien, Gruppen und
Runden motivieren. Er möchte einladen, Fasten nicht nur als Verzicht, sondern
als bewussten Dienst an den Menschen zu sehen. Zenit 16
Vatikan/Irland: Krisengespräche über Missbrauch
Fast alle der sechsundzwanzig irischen
Bischöfe sind an diesem Wochenende nach Rom gereist, um sich mit Papst Benedikt
XVI. zu treffen. Es geht wieder einmal um Missbrauch, und zwar in kirchlichen
Einrichtungen in Irland im Zeitraum 1975 bis 2004. Missbrauchsfälle sollen dort
systematisch vertuscht worden sein. Das ging aus dem Bericht der so genannten
Murphy-Kommission hervor, der Ende letzten Jahres erschien und die irische
Kirche in eine der größten Krisen ihrer Geschichte stürzte. Am Sonntagabend
äußerte sich die irische Delegation schon in einer ersten Pressekonferenz im
päpstlichen irischen Studienkolleg in Rom. Der Bischof von Clogher,
Joseph Duffy, auch Vorsitzender der Bischofskommission für Kommunikation, nahm
die Stimmung unter den Oberhirten als ernst und nüchtern wahr. Im Interview mit
Radio Vatikan sagte er:
„Der Veröffentlichung des
Murphy-Reports folgend hat der heilige Vater einzelne
Bischöfe zu sich gerufen, um über die ernste Situation der Kirche in Irland zu
sprechen. Das Treffen wird Montag und Dienstag bis 13:00 Uhr dauern. Wir werden
gemeinsam die entstandenen Probleme untersuchen und ein gemeinsames Vorgehen
verabreden, das für die Familien Sicherheit, Gelassenheit und das Vertrauen
zwischen Gläubigen und Klerus wieder herstellen soll.“
Vor Beginn der Gespräche trafen sich die
Bischöfe an diesem Montagmorgen im Vatikan zur Messfeier
getroffen. In seiner Predigt betonte Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone, dass die Aufklärung der Missbrauchsfälle auch eine
geistliche Dimension haben müsse. Neben aller Notwendigkeit, die Herausforderungen
entschieden anzupacken, gehe es auch darum, demütig um den Beistand Gottes in
diesem schwierigen Prozess zu bitten. Das erste Gespräch mit dem Papst soll der
Primas von Irland und Bischof von Armagh, Sean Brady,
führen. Er sagte uns:
„Ich bin schon oft in Rom gewesen, aber
noch nie kam ich begleitet von so vielen Gebeten wie dieses Mal. Ich denke,
dass das ein sehr wichtiges Treffen ist, ein weiterer Schritt in einem Prozess,
der uns hoffentlich Antrieb sein wird, wenn wir nach Irland zurückkehren.
Dieser Prozess wird uns hoffentlich auf einen Weg der Reue und Versöhnung
führen.“ (rv 15)
Mainz. Heckwolf: Wir können die Tage zählen, aber nicht festhalten
Zum 14. Mal Gottesdienst mit den
Fastnachtsvereinen im Mainzer Dom
Mainz. Das Fastnachtslied „So ein Tag,
so wunderschön wie heute“ stand im Mittelpunkt der Predigt beim diesjährigen
Fastnachtsgottesdienst im Mainzer Dom. Mit der Strophe „Schau die bunten Sterne
am Firmament hier stehen, ach, ich blieb so gerne, doch leider muss ich gehen“
sei nicht nur der Stimmungssänger gemeint, „sondern damit kann jeder von uns
gemeint sein, weil wir irgendwann die Bühne dieses Lebens verlassen müssen“.
Das sagte der Mainzer Domdekan, Prälat
Heinz Heckwolf, am Sonntag, 14. Februar, bei einer
Eucharistiefeier mit den Mitgliedern der Mainzer Fastnachtskorporationen und
-vereine im vollbesetzten Mainzer Dom. Der Fastnachtsgottesdienst mit Domdekan Heckwolf im Mainzer Dom fand in diesem Jahr zum 14. Mal
statt.
Der Gedanke an die Vergänglichkeit löse
bei manchen Menschen das Gefühl von Dankbarkeit aus. Genauso gebe es „Tage, da
sind wir froh, wenn sie vorbei sind", aber auch „Tage, an denen man sich
wundert, dass Dinge, die zunächst schrecklich waren, im Nachhinein etwas
gebracht haben, das man innerlich als ganz wertvoll einordnen kann". Im
Gebet könne der Mensch sich jeden Tag der Güte Gottes anvertrauen. Wem bewusst
sei, dass er seine Tage zwar zählen, aber nicht festhalten könne, der wisse
auch, „dass mit jedem Tag, der zu Ende geht, ein Abschnitt unserer Lebenszeit
unwiederholbar vergangnen ist", sagte Heckwolf. Deshalb sei es wichtig, „diese Grundbedingung
unseres Lebens anzuerkennen und im Wissen um die Kostbarkeit der Zeit, jeden
Tag so gut wie möglich zu nutzen".
Der gläubige Mensch könne jeden Tag „in
die Hand Gottes legen". Im Gebet könne der Mensch „jeden Tag der Güte
Gottes anvertrauen, um aus seinen Händen entgegen zu nehmen, was er uns gibt
oder auch zumutet". Besonders schön sei dies in Psalm 23 zum Ausdruck
gebracht, wo es heißt: „Der Herr ist mein Hirte, nicht wird mir fehlen. Er
lässt mich lagern auf grünen Auen und führt mich zum Ruheplatz am Wasser."
Dieser Psalm könne „das Grundgefühl des Vertauens in
uns wecken", sagte der Domdekan.
In den Fürbitten des
Gottesdienste wurde unter anderem um eine gesunde Heimkehr
aller Teilnehmer des Mainzer Rosenmontagszuges gebetet. Die Kollekte des
Gottesdienstes wird auf Anregung der Mainzer Ranzengarde
den Erdbebenopfern in Haiti zu Gute kommen. Musikalisch gestaltet wurde der
Gottesdienst von Domorganist Albert Schönberger an der Domorgel,
dem „Wonnegauer Blasorchester" aus Osthofen unter Leitung von Matthias Merkelbach,
und den „Finther Schoppesängern" unter Leitung von Thomas Höpp. Tob (mbn)
Angelus: Papst-Grüße zum chinesischen Neujahr
Es ist eine Premiere: Papst Benedikt
XVI. hat den Chinesen zu ihrem Neujahrsfest gratuliert. Beim Angelusgebet wünschte er allen Asiaten, die derzeit zu
Hause oder irgendwo in der weiten Welt Neujahr feiern, ein schönes Fest im
Kreis der Familie: „Ich wünsche allen, dass sie ihr reiches Erbe an
spirituellen und moralischen Werten beibehalten und pflegen – es ist tief in
der Kultur dieser Völker verwurzelt.“
In einer kurzen Betrachtung
beschäftigte sich der Papst ansonsten mit den biblischen Seligpreisungen: „Das
Evangelium Christi gibt eine Antwort auf den Durst des Menschen nach
Gerechtigkeit – aber es tut dies auf unerwartete und überraschende Weise. Er
predigt keine soziale oder politische Revolution, sondern eine der Liebe, und
er hat sie in Kreuz und Auferstehung schon vollzogen. Darauf gründen sich die
Seligpreisungen: Sie stecken einen neuen Horizont der Gerechtigkeit ab, der von
Ostern eingeleitet wird. Dadurch können wir gerecht werden und eine bessere
Welt aufbauen.“ (rv 14)
Missbrauchsfälle in Irland. Vatikan beginnt Krisengespräche
Im Vatikan haben am Montag zweitägige
Krisengespräche zum Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche in Irland
begonnen. Tausende Heimkinder waren bis in die 90er Jahre von Geistlichen in
kirchlichen Einrichtungen des Landes gequält und vergewaltigt worden. Zwei
Untersuchungsberichte hatten die Fälle im vergangenen Jahr aufgedeckt. Die
Opfer forderten vom Papst Rechenschaft und von der Kirche finanzielle
Entschädigung.
Bis Dienstagmittag werden die Katholiken
nun über Strategien diskutieren, „um jede Wiederholung zu verhindern“. Dabei
sollen die Bischöfe einzeln - jeweils etwa sieben Minuten lang - mit dem Papst
sprechen, wie der Bischof von Clogher, Joseph Duffy,
am Sonntagabend erklärte. Duffy erwartet von der Begegnung angesichts der
„tiefen Wunden“ der Kirche mehr als nur „kosmetische Maßnahmen“.
Das erste Gespräch soll der Papst mit
dem Präsidenten der irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, führen.
Brady wollte dem Kirchenoberhaupt erstmals auch Stellungnahmen der Opfer
übergeben. Der Delegation aus Irland gehören insgesamt 24 Mitglieder an.
Vier Bischöfe traten zurück
Die Untersuchungsberichte hatten die
Kirche 2009 in eine ihrer tiefsten Krisen gestürzt. Der erste Report zeigte im
Mai, dass in Irland von 1930 bis in die 1990er Jahre hinein tausende Kinder von
Kirchenleuten geschlagen, kahlgeschoren, mit Feuer oder mit Wasser gequält und
vergewaltigt worden waren. Sie hatten Nummern statt Namen. Manchmal waren sie
so hungrig, dass sie Abfall aßen.
Im November zeigte der sogenannte
Murphy-Report, wie die Kirche grausame Taten jahrelang systematisch unter den
Teppich gekehrt hatte. Die Kirchenleitungen schwiegen demnach aus Furcht vor
einem Skandal, staatliche Behörden schauten weg.
Opfer fordern weiteren Rücktritt
Vier von fünf Bischöfen, die in dem
Murphy-Bericht kritisiert werden, traten zurück - allerdings erst nach starkem öffentlichen Druck. Drei Rücktritte muss der Papst noch
akzeptieren. Die Opfer fordern, dass auch der fünfte - der Bischof von Galway, Martin Drennan - geht. Drennan hat nach eigenen Worten niemals Kinder in Gefahr
gebracht. Nach dem Bericht hatten Priester zwischen 1975 und 2004 allein in der
Erzdiözese Dublin über 300 Kinder misshandelt.
„Wir wollen, dass der Papst sich entschuldigt,
nicht allgemein, sondern für das, was in Irland geschehen ist“, zitierte der
irische Sender RTE das Opfer Michael O'Brien. Es handele sich außerdem nicht um
ein rein irisches Problem, sondern „um ein Problem der katholischen Kirche
weltweit“, so O'Brien. Für John Kelly vom Verband ehemaliger Missbrauchsopfer
geht es auch darum, Irland „die Ehre zurückzuerstatten“. Diese sei „schwer
beschädigt worden durch die von einem Anti-Christ in den letzten 50 Jahren
begangenen Grausamkeiten“.
Einige Betroffene hatten von Benedikt
eine Buße in der irischen Kirche gefordert. Doch auf seiner für September
geplanten Großbritannien-Reise ist ein Besuch in Dublin nicht vorgesehen.
Nach dem ersten Missbrauchsreport im
Mai hatte eine Katholische Bruderschaft, die viele Heime leitete, in denen
Kinder misshandelt wurden, Entschädigungen in Höhe von 161 Millionen Euro
zugesagt. Das Geld sollte an Stiftungen fließen. Mehr als 12 000 Opfer waren
bereits mit mehr als einer Milliarde Euro entschädigt worden.
Papst „tief bestürzt“
Der Papst selbst hatte die Fälle
bereits bei einem ersten Treffen im Dezember „tief bestürzt und betrübt“
verurteilt und angekündigt dem Fall höchste Aufmerksamkeit zu widmen.
Der Skandal um den sexuellen Missbrauch
an deutschen katholischen Schulen und Gemeinden steht in Rom zunächst nicht zur
Debatte (Siehe auch: Missbrauchskandal weitet sich
aus). Der Vatikan hatte sich kürzlich hinter die Bitte um Entschuldigung des
deutschen Jesuiten-Chefs Stefan Dartmann gestellt.
Man werde sich daher nicht in einer eigenen Stellungnahme äußern, sei aber in
„völliger Übereinstimmung“ mit dem, was Dartmann
gesagt habe. Benedikt äußerte sich während seines Pontifikats schon mehrfach
unmissverständlich zum Thema Kindesmissbrauch in der Kirche. Auf seiner
USA-Reise 2008 war er als erster Papst mit Opfern pädophiler Priester
zusammengekommen.
Ein ähnliches Treffen wie das jetzige
gab es im Jahr 2002, als amerikanische Kardinäle von Papst Johannes Paul II.
vorgeladen wurden, um Missbrauchsfälle in der amerikanischen Kirche zu
diskutieren. dpa 15
Jesuitenschulen. Anwältin: Bundesweit rund 100 Opfer von Missbrauch
Nach Angaben der Berliner
Rechtsanwältin Ursula Raue haben sich bei ihr oder beim Canisius-Kolleg
inzwischen rund 100 Opfer von sexuellem Missbrauch gemeldet. Raue hob hervor,
dass es sich dabei auch um Schüler anderer Jesuiten-Schulen in Deutschland
handele. Auch aus dem Bistum Hildesheim wurden weitere verjährte Fälle
gemeldet.
Viele hätten sich an die beiden Stellen
in der Hauptstadt gemeldet, weil der Rektor des Kollegs vor zwei Wochen
Missbrauchsfälle öffentlich gemacht habe. Raue kündigte an, genaue Zahlen im
Laufe dieser Woche in einem Zwischenbericht zu veröffentlichen. Sie arbeitet im
Auftrag der Jesuiten, aber unabhängig von der Ordensleitung an einer
Aufklärung.
Alle Fällen
liegen Jahrzehnte zurück
Derweil teilte das Bistum Hildesheim
mit, neue Hinweise auf sexuellen Missbrauch durch Geistliche erhalten zu haben.
Dabei geht es überwiegend um Beschuldigungen gegen die drei Jesuiten, die im
Mittelpunkt des Skandals stehen. Bis auf einen lägen alle neu gemeldeten Fälle
35 bis 50 Jahre zurück. Bischof Norbert Trelle hatte
in einem am 7. Februar in allen Gottesdiensten verlesenen Brief mögliche Opfer
aufgerufen, sich zu melden. Nach diesem Aufruf seien die meisten Hinweise
erfolgt.
Die bayerische Justizministerin Beate
Merk (CSU) drängt auf mehr Rechte für die Opfer von Missbrauch. Lange
zurückliegende Taten sollten deutlich später verjähren als bisher, sagte Merk
der „Passauer Neuen Presse“ (Montag). Bei sexuellem Missbrauch von Kindern sei
eine Verlängerung der strafrechtlichen Verjährungsfrist auf 30 Jahre
„unabdingbar“. Merk plädierte zudem dafür, die Frist wie im Zivilrecht erst ab
dem 21. Lebensjahr des Opfers beginnen zu lassen. Die Opfer sollten
zivilrechtliche Schadensersatzansprüche auch länger einklagen können. Kna 15
Olympia-Seelsorger: „Spiele verbinden“
Seelsorge im Extremsport ist genauso
wichtig wie Seelsorge im Alltag. Daran erinnert der jüngste, traurige Todesfall
bei den olympischen Winterspielen in Vancouver, der den Wettkampf
überschattete. Der „Olympia-Kaplan“ Bernhard Maier ist mit dem österreichischen
Team nach Vancouver gereist. Die Spiele tragen dazu bei, dass die
Menschheitsgemeinschaft weltweit mehr und mehr zusammenwächst, meint er. Der
Salesianer-Pater nimmt zum 15. Mal an dem Großereignis teil.
„Man darf unter keinen Umständen
aufdringlich sein oder jemanden in diesen Tagen massiv bearbeiten wollen. Für
Österreich, Deutschland und Italien ist es üblich, dass ein eigener Seelsorger
dabei ist. Und nachdem das institutionalisiert ist, rechnet auch jeder damit.
Inzwischen kommen die Betreuer auf mich zu und fragen, wann wir wieder mal eine
Messe machen können. Nach fast dreißig Jahren in der Sportlerseelsorge ist es
selbstverständlich, dass ich Gesprächspartner bin. Ich sitze mit im
Aufenthaltsraum, werde wie ein Mannschaftsmitglied angesehen und man kommt ins
Reden. Zwischen den Wettbewerben, dass sagen auch die Sportler, brauchen sie
einfach mal so eine Stunde, um abschalten zu können.“ (rv 15)
Die Kirchen in Deutschland gegen die Steuerreform
Die beiden großen Kirchen in
Deutschland wollen sich offenbar gegen die geplante Steuerreform wehren. Das berichtet
die „Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung“. Der im Koalitionsvertrag
vereinbarte Stufentarif werde voll auf die Kirchen durchschlagen und könnte zu
bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro Jahr führen. Dem Bericht
zufolgen suchen die Kirchen das Gespräch mit den
Parteien über die Steuerpolitik. Sie verwiesen dabei auf bereits vorgenommene
Steuerentlastungen, hieß es. Diese führten bei den Kirchen bereits jetzt zu
Mindereinnahmen von jeweils etwa 600 Millionen Euro im Jahr, da die Kirchensteuer
an die Einkommenssteuer gebunden ist. Weil man aber Entlastungen für Familien
befürworte, habe man diese Maßnahmen bisher erduldet. Dabei hätten die Kirchen
seit 2008 einen Einnahmenrückgang von „bisher
einmaligem Ausmaß“ zu verzeichnen. Sollte jedoch zu den rund 20 Prozent
Mindereinnahmen durch Steuerentlastungen und Wirtschaftskrise nun auch noch
eine Reform der Einkommenssteuer hinzutreten, die zu weiteren 15 Prozent
weniger Einnahmen führe, werde man protestieren. „Dann schreien wir laut Aua“,
sagte ein Vertreter der evangelischen Kirche der Zeitung. Mit einem
Drei-Stufentarif, wie ihn vor allem die FDP wünscht, drohe die Lage der Kirchen
bedrohlich zu werden. (kna)
Kurt Biedenkopf: „Auf katholische Soziallehre besinnen“
Anlässlich von Kurt Biedenkopfs 80.
Geburtstag hat unser Redakteur Aldo Parmeggiani ein
langes Interview mit dem früheren Ministerpräsidenten von Sachsen geführt.
Biedenkopf fordert von der deutschen Politik eine Rückbesinnung auf die
katholische Soziallehre, denn diese gehöre zum „Fundament“ der CDU. Überhaupt
spiele Religion eine wichtige Rolle in der deutschen Gesellschaft, so
Biedenkopf. Die Menschen verlagern nach seiner Beobachtung die „Suche nach der
Sinngebung des Lebens“ langsam „von der materiellen auf die nicht materiellen
Dinge“.
„Wenn heute junge Leute gefragt werden,
was ihnen das Wichtigste ist, dann sagen sie nicht Einkommen oder Wohlstand,
sondern Familie, Freunde, ein gutes und friedliches Zusammenleben. Viele
erwähnen auch die Religionen, aber sie realisieren möglicherweise noch nicht,
dass es eigentlich der Glaube ist, der ihnen dauerhafte Stabilität verleihen
kann. In dem Begriff Religion verbirgt sich eben nicht nur der Glaube, sondern
auch die Organisation. Und da gibt es erhebliche Spannungen und Schwierigkeiten.
Viele Menschen sind gläubig, ohne sich Christen zu nennen. Ich habe viele
Erfahrungen mit dieser fast dialektischen Situation gemacht...“ (rv 15)
Schwarz-gelbe Steuerreform. Kirchen fürchten um ihre Einnahmen
Frankfurt/Main. Die beiden großen
Kirchen in Deutschland erwägen Widerstand gegen die Pläne der schwarz-gelben
Bundesregierung für eine Reform der Einkommensteuer. Die "Frankfurter
Allgemeine Sonntagszeitung" berichtete vorab, der im Koalitionsvertrag
vereinbarte Stufentarif könne nach Schätzungen in den Finanzabteilungen der
Kirchen bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro Jahr führen. Auf
die evangelische Kirche bezogen, entspreche ein solcher Rückgang den Ausgaben
für die Entlohnung der halben Pfarrerschaft.
Da die Kirchensteuer an die
Einkommenssteuer gebunden ist, hätten die Kirchen nach eigener Darstellung
bereits wegen des Bürgerentlastungsgesetzes und des
Wachstumsbeschleunigungsgesetzes Mindereinnahmen von etwa 600 Millionen Euro im
Jahr zu verzeichnen, schrieb das Blatt. Sie hätten dies hingenommen, weil sie
Entlastungen für Familien wollten.
Sollte aber zu den 10 Prozent
Mindereinnahmen durch diese Steuerentlastungen und den etwa 10 Prozent
Mindereinnahmen durch die Wirtschaftskrise nun noch auch eine
Einkommenssteuerreform hinzutreten, die zu weiteren 15 Prozent weniger
Einnahmen führe, werde man protestieren.
Die Kirchenbeauftragte der Union, Maria
Flachsbarth (CDU) sagte dem Blatt: "Wir sehen die Probleme der Kirchen,
können sie aber nicht über die Steuerpolitik lösen." Die Entlastung der
Arbeitnehmer sei eine Frage der Gerechtigkeit, die für die Regierungskoalition
Priorität habe.
Die Kirchen argumentieren der Zeitung
zufolge, dass sie noch flächendeckend seelsorgerliche und diakonische
Einrichtungen vorhalten und damit dem Gemeinwohl dienten. Man sei mit mehr als
einer Million Beschäftigten zudem der größte Arbeitgeber nach dem Staat.
Sollten die Steuervorhaben der Koalition verwirklicht werden, müssten die
Kirchen als erstes bei den Beratungsangeboten und den Kindertagesstätten
sparen. (ddp
15)
Kloster im Kosovo. Mönche gehen sich an die Kutte
Im serbisch-orthodoxen Kloster Gracanica kommt es zu Prügeleien - Polizei und KFOR greifen
ein. Grund ist die Absetzung des umstrittenen Erzbischofs Artemije.
VON ANDREJ IVANJI
BELGRAD - Zwischen Mönchen des
serbisch-orthodoxen Klosters Gracanica in der Nähe
von Prishtina, der Hauptstadt des Kosovo, ist es am
Sonntag zu handfesten Auseinandersetzungen gekommen. Die eine Gruppe wollte in
das Kloster hinein, die andere wollte sie nicht hineinlassen. Die einen
unterstützten den neuen, die anderen den alten Chef der kosovarischen
Diözese.
"Verräter", schrien sowohl
die einen als auch die anderen. Man fluchte, schubste sich und ging schließlich
mit Fäusten aufeinander los. Sondereinheiten der Kosovo-Polizei und Einheiten
der internationalen Friedenstruppe KFOR samt Kampfwagen mussten die tobenden
Klosterbrüder trennen, damit sie sich nicht die Köpfe einschlugen.
Anzeige
Den Aufruhr soll laut serbischen Medien
der am Samstag von der Heiligen Synode (Kirchenregierung) in Belgrad abgesetzte
Erzbischof des Kosovo, Artemije, 75, organisiert
haben. Er hatte sich aus Protest in eine Zelle in Gracanica
eingeschlossen und um Hilfe gerufen. Treue Anhänger folgten dem Ruf und wollten
ihn "befreien", als der neu ernannte Diözesenchef,
Erzbischof Atanasije, am Sonntag eine Liturgie halten
wollte. Atanasije beschuldigte darauf hin Artemije, parakirchliche Gruppen organisieren zu wollen.
Die Entmachtung von Artemije
war zwar ein Präzedenzfall in der serbisch-orthodoxen Kirche, doch keine
Überraschung. Man wusste schon lange von den zwielichtigen Geschäften des
ranghohen Gottesdieners - in und auch außerhalb seiner Diözese. Medien
berichteten über Strohfirmen, die er mit Bauarbeiten im Kosovo beauftragte,
über Häuser und Wohnungen, die er in Serbien besaß.
Seine Diözese soll 2003 die Baufirma
Rade Neimar gegründet haben. Artemije
soll den damaligen serbischen Premier, einzelne Minister und öffentliche Betriebe
dazu aufgefordert haben, mit dieser Firma Millionengeschäfte abzuschließen.
Über das Geld der Firma verfügte der Bischof höchstpersönlich.
So manche geistige Würdenträger ließ
die heilige Synode der serbisch-orthodoxen Kirche in den vergangenen Jahren mit
so mancher Schweinerei davonkommen: vermeintliche Kinderschänder, geldgierige
Popen, kriegslüsterne Bischöfe, Klosterbrüder, die Drogensüchtige mit Prügel
kurieren wollten, Kuttenträgerer, die Schwule auf der Straße zusammenschlugen.
Vor allem offener Prunk und Luxus sind
der orthodoxen Geistlichkeit nicht fremd. Der 2009 verstorbene, bescheiden
lebende Patriarch Pavle soll, als er bei einem Kirchentreffen viele
Luxusschlitten sah, gesagt haben: "Was würden die erst fahren, wenn sie
nicht das Mönchsgelübde abgelegt hätten."
Wäre seine Unternehmerlust seine
einzige Sünde, hätte die Kirchenführung Artemije das
wohl verziehen und seine Geldaffären unter den Teppich gekehrt, so wie sie
bisher zahlreiche Affären ihrer geistigen Hirten aus der Welt geschafft hatte.
Doch Artemije war bockig und wollte sich nicht
unterordnen.
Wie die Regierung Serbiens will auch
die serbisch-orthodoxe Kirche die Unabhängigkeit des Kosovo "nie und
nimmer" anerkennen. Doch als die Synode Artemije
befahl, mit der EU-Mission Eulex beim Bau von Häusern
für serbische Flüchtlinge zusammenzuarbeiten, lehnte er es ab, mit der
"Okkupationsmacht" auch nur zu reden.
Als die Synode anordnete, den
US-Vizepräsidenten Joe Biden im Kosovo zu empfangen, lehnte Artemje
das ab. Vor zwei Jahren forderte er Belgrad auf, Truppen in das Kosovo zu
entsenden, und rief Russland dazu auf, Militärbasen in Serbien an der Grenze
zum Kosovo zu errichten. Aber auch vom neuen Interimschef Atanasije
sind keine milderen Töne zu erwarten. "Nein, danke" sagte er in
seinen Predigten zu Europa, falls der Preis dafür die "Entfremdung"
des serbischen Volkes sein sollte. Denn die Serben sollten ihren Nationalismus
preisen, weil nicht nur Kirchen und Klöster, sondern auch serbische Ställe
älter seien als der US-Kongress. ANDREJ IVANJI
taz 16
Vatikan/Israel. Verhandlungen fortgesetzt
Der Vatikan und Israel haben ihre
Verhandlungen über offene Eigentums-, Wirtschafts- und Rechtsfragen fortgesetzt.
Das Gespräch der bilateralen Arbeitskommission am 10. Februar in Jerusalem sei
„nützlich“ gewesen und habe in einer „Atmosphäre großer Herzlichkeit“
stattgefunden, heißt es in einem gemeinsamen Communiqué, das am Samstag im
Vatikan verbreitet wurde. Die Verhandlungen, bei denen es unter anderem um die
traditionelle Steuerbefreiung für kirchliche Nonprofitorganisationen
im Heiligen Land geht, werden seit 16 Jahren geführt, ohne dass ein konkretes
Ergebnis erzielt wurde. Der Ende 1993 zwischen Vatikan und Israel geschlossene
Grundlagenvertrag, auf den ein halbes Jahres später den Austausch von
Botschaftern folgte, hatte eine Reihe von weiteren Verhandlungen
eingeschlossen. Im Paragraf 10 des Abkommens heißt es: „Der Heilige Stuhl und
der Staat Israel werden in gutem Glauben ein umfassendes Abkommen aushandeln,
das für beide Seiten annehmbare Lösungen für unklare, ungeregelte und strittige
Fragen betreffend Eigentum, Wirtschafts- und Steuerangelegenheiten der
katholischen Kirche allgemein oder bestimmter katholischer Gemeinden oder
Einrichtungen beinhaltet.“ Zu dem Zweck war ein ständiger bilateraler
Arbeitsausschuss samt Untergruppen gebildet worden. Der Vertrag von 1993 sah
vor, „mit den besagten Verhandlungen innerhalb von drei Monaten nach Inkrafttreten
dieses Vertrags zu beginnen und innerhalb von zwei Jahren nach Beginn der
Verhandlungen Einigkeit zu erzielen.“ Eine solche abschließende Einigung ist
aber bisher immer noch nicht erzielt. (kipa 14)
Im Zeichen des Films. Rundfunkgottesdienst zur Berlinale in der Gedächtniskirche
Die Melodien wirkten vertraut, doch von
einer Kirchenorgel werden sie selten gespielt. Mit Filmmusiken aus „Der Pate“
und „Doktor Schiwago“ begrüßte Kirchenmusikdirektor
Helmut Hoeft die Besucher eines im Radio übertragenen Gottesdienstes, der am
Sonntag in der Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche am Breitscheidplatz
stattfand. „Cineastisch“ solle es in diesem Gottesdienst aus Anlass der
Berlinale zugehen, erklärte die Kirchenälteste Edda Bahnemann
zu Beginn.
Zu Füßen der golden glänzenden
Christusfigur hörten die über 200 Gottesdienstbesucher auf Bibelstellen und
nacherzählte Filmszenen – etwa aus dem in den 60er Jahren produzierten Film „Blow up“, in dem ein Fotograf
zwei Sportler beim imaginären „Lufttennis“ beobachtet. Immer stärker versetzt
er sich in das Spiel mit dem unsichtbaren Ball hinein. Schließlich bückt er
sich, so, als ob der über den Zaun geflogene Ball tatsächlich existierte.
„Selig sind, die nicht sehen und doch glauben“, zitiert eine Lektorin die Worte
Jesu aus dem Johannes-Evangelium.
„Gute Filme zeigen, was der Mensch ist
– deshalb können sie Erkenntnisfutter und Lebensnahrung sein“, sagte
Generalsuperintendent Ralf Meister. „Wenn Filme gut sind, öffnen sie den
Horizont, loten innere Räume aus und zeigen, dass alles, was wir über Gott und
die Welt kennen, nur Stückwerk ist.“ Der Theologe erinnerte daran, dass auch
die Menschen als Spiegelbild Gottes geschaffen wurden. Aneinander könnten sie
erkennen, wer sie seien und von wo sie kommen. Und auch Filme könnten zeigen,
„mit welcher Macht die Liebe das Unverfügbare in unser Leben trägt.“ Benjamin Lassiwe, Tsp 15
Grausamkeiten im Namen der Kirche. Drewermann predigt vor gefesselten Eseln.
Mit Entsetzen mussten die Tierfreunde
von der Wahrheit am Montag folgende Tickermeldung
lesen: "Erstmals Kirchentag für Mensch und Tier. Die Aktion Kirche und
Tiere (AKUT e. V.) lädt zum ersten ökumenischen Kirchentag
,Mensch und Tier' nach Dortmund ein.
Vom 27. bis zum 29. August seien mehr
als 40 Veranstaltungen mit Bibelarbeiten, Gottesdiensten, Vorträgen,
Ausstellungen und Konzerten geplant." Weiter lasen wir dort, der Theologe
Eugen Drewermann hätte bereits als Referent zugesagt. Die armen Tiere! Schon
sehen wir es vor uns, wie Eugen Drewermann eine Herde wehrloser, gefesselter
Esel zutextet.
Wir sehen gepeinigte Katzen mit Buckel
und gesträubtem Fell, fauchend mit dem Rücken zur Wand stehen und kein
Entkommen finden, sobald Drewermann sich so richtig warmgebetet hat und kein
Halten mehr findet. Wir sehen Hunde mit eingezogenen Ruten, die unter den
Predigt-Attacken winselnd ihre Kehle darbieten. Wie kann Gott so etwas
zulassen? Und all diese Grausamkeiten finden im Namen der Kirche statt! Wo
bleibt die Tierschutzorganisation PETA, wenn man sie mal braucht? Taz 16