Notiziario religioso  15-16  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 15. Il commento al Vangelo. I farisei chiedono un segno a Gesù  1

2.       Martedì 16. Il commento al Vangelo. “Avete occhi e non vedete”  1

3.       Il Papa visita la Caritas di Roma: «Senza volontari non si fa niente»  1

4.       Papa, abbraccio agli “ultimi”: un giorno con barboni e trans  2

5.       Papa e famiglia. La parte mancante. Un discorso tagliato da molti media  2

6.       Diritti infanzia. Card. Antonelli: "condannare senza ambiguità tutte le violazioni"  2

7.       Famiglia. Il Papa indica nella serenità la condizione per educare  3

8.       Lourdes, miracolo di uno sguardo laico  3

9.       La quaresima. Mettersi in cammino  4

10.   Torino. L'orizzonte della speranza  4

11.   Sanremo, dall'Osservatore romano un decalogo di "musica vera"  5

12.   Fuci. La coscienza credente. Un impegno culturale sempre più importante  5

13.   La povertà è un fastidio? Napoli: l'accoglienza anche con una guida per vivere  6

 

 

1.       „Menschenwürde bedingungslos schützen“  6

2.       Rumänien: Flucht vor der Armut 6

3.       Integration: Identität ist nicht etwas, was der Staat verordnet 7

4.       Steuerreform. Kirchen fürchten Milliardenverlust 7

5.       Käufliche Gerechtigkeit 7

6.       Kirche und Steuerreform. Keine schlafenden Hunde wecken  8

7.       Vorwürfe gegen Frankfurter Imam. Rat der Religionen ist besorgt 8

8.       BA-Angestellte verliert Prozess. Kein Kruzifix am Check-In  9

9.       Frankfurt/M. Der Antisemiten-Vorwurf und die Nahost-Politik  9

10.   Deutschland: Bei den Missbrauchsfällen hat die Sensibilität in der Gesellschaft gefehlt 10

11.   Islam-Studiengänge. Die Fallstricke der deutschen Imam-Ausbildung  10

12.   Irak: Christliche Enklave in Not 10

13.   Kunst als Selbsthingabe an Gott 11

14.   Honduras: Präsident mit Ohr für die Armen?  11

 

 

 

Lunedì 15. Il commento al Vangelo. I farisei chiedono un segno a Gesù

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 8,11-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

11 Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda.

A questo punto la situazione di Gesù è veramente tragica e la sua immagine impressionante. E’ un uomo addolorato per il rifiuto dei farisei e meravigliato e deluso per il comportamento dei discepoli che ancora non capiscono.

I primi sono totalmente chiusi alla fede. Se chiedono a Gesù un segno, un miracolo, non è perché vogliono credere in lui, ma per tendergli un tranello (v. 11). Gesù capisce la loro manovra, rifiuta il segno e li abbandona (vv. 12-13). E’ la rottura definitiva.

La differenza tra i farisei e i discepoli sta nel fatto che questi ultimi non hanno deciso di farlo morire e non l’abbandonano. E questo non è poco. Per il resto sono uguali: il loro atteggiamento di incomprensione nei confronti di Gesù è colpevole. Hanno il cuore indurito perché si ostinano a non capire e non riflettono su ciò che vedono e odono (vv. 17-18).

Gesù si sforza di farli ragionare; ricorda loro le due moltiplicazioni dei pani, ma deve concludere con una amara constatazione: "E non capite ancora?" (v. 21). Sono ciechi e sordi davanti a Dio che si rivela.

Gesù ci ha già dato il suo massimo segno donandoci se stesso nel suo pane. Non bisogna chiedergli altri segni, ma credere nel segno che ci ha dato. Oltre a questo non c’è più niente: è Dio stesso, tutto per noi. Non resta che riconoscere, adorare, gustare e viverne.

Il discepolo, invece di chiedere nuovi segni, chiede la capacità di vedere quelli che Gesù gli ha già dato. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 16. Il commento al Vangelo. “Avete occhi e non vedete”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 8,14-21) commentato da P. Lino Pedron 

 

14 Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. 15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16 E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». 17 Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18 Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20 «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21 E disse loro: «Non capite ancora?».

I discepoli sono talmente immersi nei pensieri terra-terra di ogni giorno, che non riescono a penetrare nelle severe parole di Gesù e continuano a manifestarsi l’un l’altro le loro preoccupazioni per il pane.

Gesù interviene e parla loro in tono di tale rimprovero come non aveva mai fatto prima.

Il loro cuore è indurito fin dal tempo della moltiplicazione dei pani (6,52); essi non hanno capito nulla dell’opera messianica di Gesù né hanno compreso il mistero della sua personalità mentre egli camminava sulle onde del lago. Tuttavia Gesù non abbandona nemmeno ora i suoi discepoli, ma cerca di portarli a riflettere e a capire.

I discepoli devono stare attenti a non lasciarsi contagiare dalla mentalità dei farisei e di Erode. Gesù vuole che stiano lontani da questi due partiti: da quello dei farisei, la cui religione è più esteriore che profonda; da quello di Erode che è totalmente preso dalle cose del mondo e della politica. L’avvertimento è tutt’altro che fuori posto: Giuda ci cascherà dentro in pieno, purtroppo!

Ma mentre Gesù diceva loro queste cose, essi pensavano ad altro: «E quelli dicevano tra loro: "Non abbiamo pane"» (v. 16). E’ evidente la "distrazione" dei discepoli, la loro incapacità di ascoltare: Sono talmente immersi nella preoccupazione del pane che non afferrano altro. Non avvertono neppure l’urgenza e l’importanza di quanto Gesù sta dicendo. Si comportano come se egli non parlasse.

"Non intendete e non capite ancora?" (v. 17). Il rimprovero di Gesù assume un’ampiezza insospettata e si risolve in una diagnosi completa delle malattie di cui sono afflitti i discepoli: scarsa intelligenza, cecità, sordità, durezza di cuore, sospetta perdita della memoria.

In questi versetti, il martellamento delle domande incalzanti, che vanno verso il fortissimo e passano in rassegna tutti i sensi dell’uomo, fa capire ai discepoli che non hanno capito proprio nulla.

Essi ricordano perfettamente i fatti. Rispondono senza alcuna esitazione e sanno ricordare benissimo ciò che è accaduto. Sono tutt’altro che stupidi, ma non comprendono il grande dramma che si sta svolgendo sotto i loro occhi.

In questa circostanza i nodi vengono al pettine e Gesù coglie l’occasione per fare ai suoi discepoli un esame di coscienza piuttosto ruvido. Non è possibile leggere questo brano senza sentire il tono alto, altissimo della voce di Gesù, con una buona dose d’ira, di accoramento e di delusione. Il Maestro si trova davanti dodici discepoli che non sanno risolvere l’equazione ad un’incognita: e in questo caso l’incognita è Gesù.

"Avete il cuore indurito?". La diagnosi di Gesù si concentra essenzialmente su una malattia: la durezza di cuore. Il cuore, nel linguaggio biblico, indica non tanto la sede della vita affettiva, quanto la fonte dei pensieri e della comprensione. Qui è denunciata la mancanza d’intelligenza, l’incapacità di vedere la portata messianica di ciò che sta accadendo: è l’accecamento dello spirito. I discepoli sono duri di cuore perché non hanno l’intelligenza per capire chi è Gesù: e questa intelligenza si identifica, di fatto, con la fede.

"Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?" Tutti questi interrogativi non sono una condanna, ma un invito accorato e costante a convertirsi, che richiama i rimproveri di Mosè (Dt 29,3) e dei profeti (Ger 5,21; Ez 12,2) al popolo ribelle.

Egli li rimanda alla loro esperienza passata. Come il ricordo dei benefici d’un tempo provocava Israele a uscire dal suo torpore e a tornare a Dio (cfr Sal 77,4.6.12.13; 105,5), così la memoria di quello che essi avevano fatto, distribuendo alle folle il pane che sazia in abbondanza, può richiamarli alla loro responsabilità e aiutarli a capire finalmente chi egli sia.

La funzione di questo brano corrisponde alla prima fase del miracolo che segue: vuol farci vedere che non vediamo. Siamo come il cieco che scambia gli uomini per alberi. De.it.press

 

 

 

 

Il Papa visita la Caritas di Roma: «Senza volontari non si fa niente»

 

«Grazie per il vostro impegno» ha detto il Pontefice ai medici e ai volontari. «No alla logica del profitto»

 

ROMA - Benedetto XVI, accolto dagli applausi dei presenti e dalle grida «viva il Papa», ha visitato i locali della Caritas di Roma alla Stazione Termini; prima il poliambulatorio, poi la farmacia, l'ostello e infine la sala mensa. Nel corso della visita ai locali dell'ostello intitolato a don Luigi Di Liegro, è stato donato a Papa Benedetto XVI il crocifisso restaurato della chiesa di San Pietro a Onna, alle porte dell'Aquila.

«SENZA VOLONTARI NON SI FA NIENTE» - Il personale gli ha illustrato i tanti servizi forniti a poveri, immigrati, rom, ospiti che provengono da tutte le parti del mondo. «Grazie per il vostro impegno - ha detto il Pontefice ai medici e ai volontari -. Il vostro servizio è molto importante, anche se non è facile». In seguito ha sottolineato: «senza volontari non si fa niente». Durante la visita Benedetto XVI chiede informazioni agli addetti sul funzionamento dei servizi e dell'accoglienza.

APPELLO ALLE ISTITUZIONI - «Desidero incoraggiare non solo i cattolici, ma ogni uomo di buona volontà - ha detto il Papa -, in particolare quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni, ad impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell'uomo, riscoprendo nella carità la forza propulsiva per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna». Il Papa ha spiegato che «la carità è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici».

RIVOLTO AI POLITICI - «I politici e le Istituzioni, riscoprano "la forza della carità", soprattutto in un mondo dove sembra prevalere la logica del profitto e la ricerca del proprio interesse». «Per promuovere una pacifica convivenza che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica famiglia umana - ha detto il Papa - è importante che le dimensioni del dono e della gratuità siano riscoperte come elementi costitutivi del vivere quotidiano e delle relazioni interpersonali».

LA BIMBA MALATA DI CUORE - Entrato nella sala mensa della Caritas il Papa si è avvicinato e ha benedetto una targa commemorativa della visita. Benedetto XVI si è fermato continuamente a salutare e a stringere le mani degli ospiti delle strutture, dei tanti operatori e volontari. Ha anche dato la sua benedizione a una bambina di pochi anni che tra pochi giorni, come gli hanno spiegato gli addetti dell'ostello Caritas, dovrà essere operata al cuore. Parole di conforto e incoraggiamento sono state rivolte dal Pontefice ai genitori della bimba.

LA CARITAS, UN SOSTEGNO DAL 1984 - La Caritas Diocesana di Roma, in campo dal 1984, è istituita a favore delle persone senza fissa dimora ed è realizzata da volontari, medici, infermieri e operatori del sociale. Dal 1987 è stato aperto, in collaborazione con il Comune di Roma il primo Ostello Comunale per i senza dimora, nei pressi della Stazione Termini, proprio vicino al punto dove l'emarginazione è più presente.

I SERVIZI - A tutt'oggi prosegue il lavoro sulla strada attraverso il Servizio Notturno Itinerante che, grazie all'esclusiva opera di volontari, continua a frequentare i luoghi soliti della povertà portando panini e bevande calde, ma soprattutto vuole essere un'occasione di contatto e di possibile rapporto. "Sulla strada" opera anche il Servizio di Pronto Intervento Sociale del Comune di Roma (S.P.I.S.), costituito da un'équipe di figure professionali coadiuvate dai volontari. Attualmente vi è una struttura di "prima accoglienza": l'Ostello di via Marsala 109 che dovrebbe essere struttura d'emergenza, dove l'utente viene accolto per una breve permanenza, in attesa di trovare un'altra collocazione Redazione Online CdS 14

 

 

 

Papa, abbraccio agli “ultimi”: un giorno con barboni e trans

 

«Giustizia e carità», Ratzinger nell’ostello della Caritas-  di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - Ha scelto il giorno di san Valentino per andare ad abbracciare barboni, tossici, malati di Aids e trans, gli ultimi che ogni notte trovano rifugio nell’ostello della Stazione Termini. Un modo per fare arrivare a chi si sente disperato e solo che «Dio è amore», proprio come sta scritto nel Vangelo. La mattinata di domenica Benedetto XVI la trascorrerà così, nella struttura della Caritas, messa in piedi agli inizi degli anni Ottanta con ben poche risorse e tanta buona volontà, da monsignor Luigi di Liegro, un nome che a Roma evoca subito dedizione e carità verso il prossimo. Ad accoglierlo a via Marsala saranno il cardinale Vallini, il ministro Matteoli, in rappresentanza del Governo, il sindaco Alemanno, l’ad delle Fs Moretti, Gianni Letta e don Feroci, della Caritas. Saranno però soprattutto loro, gli ospiti della «Cittadella della Carità», i veri protagonisti della giornata. A nome di tutti Giovanna, 55 anni, una vita di disagio alle spalle, gli darà il benvenuto. E’ stata una delle prime frequentatrici dell’ostello quando ancora era organizzato con poco. Oggi, invece, fornisce un tetto a 180 persone, un pasto caldo a 500 e servizi medici gratuiti nel poliambulatorio. «Giovanna gli leggerà un messaggio di speranza, perchè questo non vuole essere un luogo solo di disperazione» spiegano gli organizzatori. «Meglio parlare di uomini e donne che vivono difficoltà momentanee e che ce la stanno mettendo tutta per rialzarsi». Non un ghetto, ma un riparo per ritrovare un raggio di luce. Papa Ratzinger entrerà nelle stanze di alcuni ospiti tra cui Angelo, 70 anni. E’ uscito da Rebibbia dopo 7 anni di reclusione e si è trovato il vuoto attorno. Non mancheranno le mamme coi bambini delle case famiglia gestite dalla Caritas, i malati terminali e i sieropositivi di Villa Glori, i trans che Papa Ratzinger ha già avuto modo di salutare quando è andato alla mensa di Colle Oppio, l’anno scorso. Tutto si concluderà intorno alle 11 e mezza, in tempo per l’Angelus. «La visita vuole incoraggiare a lavorare tutti assieme per un mondo improntato alla giustizia e alla carità» ha spiegato il cardinale Vallini. Girando nelle parrocchie ha visto gli effetti della crisi, le famiglie numerose costrette a indebitarsi, il fenomeno dell’usura che dilaga. A bussare alla porta della Chiesa non ci sono più solo barboni o disadattati ma sempre più pensionati che non arrivano alla fine del mese. L’impegno della Caritas, specialmente nell’anno europeo contro la povertà e l’esclusione sociale, è diretto a far capire che la solidarietà nasce dalla fede e che la «vera povertà è quella del cuore». Gli ultimi dati (aggiornati) sono allarmanti: le famiglie in difficoltà sono 2.737.000 (l’11,3% della famiglie residenti). Si parla di 8.078.000 povere. Peggiorano le condizioni economiche, aumentano gli italiani che si rivolgono ai centri di assistenza, e cresce la cosiddetta povertà di ritorno degli immigrati: chiedono aiuto a distanza di sei anni dal loro arrivo. «Un pessimo segnale per la tenuta della nostra economia specie nel Nord Est». Im 12

 

 

 

 

Papa e famiglia. La parte mancante. Un discorso tagliato da molti media

 

Di che cosa ha parlato il Papa, lunedì 8 febbraio, ai membri del Pontificio Consiglio per la famiglia? Di pedofilia. Specificamente: di preti che, agendo in contrasto con i propri doveri, hanno violato i diritti dei fanciulli! Solo di questo? Certo, nient'altro.

È questo il messaggio che gran parte dei media ha dato ai lettori e agli ascoltatori. Come sempre: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E così si è fatto anche stavolta. Si prende un discorso del Papa, se ne estrae una frase, quella naturalmente che potrà fare più rumore, la si rilancia, la si commenta, si esaspera qualche parola. E poi stop. Il resto del discorso può trattare anche tematiche fondamentali, ma non lo si cita nemmeno, perché non tocca argomenti pruriginosi o scandalistici.

In realtà Benedetto XVI l'8 febbraio ha fatto un discorso ampio, principalmente su tre temi: il primo presentava linee importanti di un "vademecum" di prossima pubblicazione per la preparazione al matrimonio, che "comporta tre principali momenti: uno remoto, uno prossimo e uno immediato". Un'indicazione ricca di prospettive. Il pensiero del Papa è chiaro: la preparazione vera al matrimonio inizia fin dall'infanzia, segnata, in bene o in male, dall'esperienza che si fa e dall'insegnamento che si riceve nella famiglia di origine; s'intensifica in tutto il periodo del fidanzamento attraverso un itinerario di fede e di vita; giunge a compimento al momento di preparare la celebrazione del sacramento.

Inoltre, in relazione al tema dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio "I diritti dell'infanzia", ricordava anzitutto quella verità che i media difficilmente mettono in luce, e cioè che "la Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi". Una premessa imprescindibile questa, senza la quale l'affermazione successiva - in cui si riconosce con dolore la violazione di tali diritti da parte di "alcuni" dei membri della Chiesa stessa - non può essere letta nella sua verità. E la verità è chiara: lungo i secoli milioni di cristiani, sacerdoti in primis, si sono presi cura, con amore costruttivo e generoso, dei fanciulli, dedicando alla loro crescita fisica e morale il meglio delle proprie forze e del proprio tempo. Proprio per questo, il Papa "deplora e condanna" gli abusi di alcuni dei suoi membri, che sono la negazione di tutto l'insegnamento di Cristo e dell'impegno generoso e fedele della Chiesa.

Sempre dei diritti dell'infanzia s'interessa l'ultima parte del discorso del Pontefice. Oltre che della violenza di chi abusa di loro, i fanciulli sono vittime innocenti anche della violenza, meno appariscente ma altrettanto reale, di famiglie che non consentono loro l'esperienza dell'amore vero. È violenza il non farli vivere in un clima di amore vero, costringerli a crescere tra gli odi di genitori che si detestano; è violenza il non permettere loro di crescere insieme al padre e alla madre a causa della separazione e del divorzio. Insegnamento di grande valore quest'ultimo che i media non hanno comunicato ai loro lettori. Perché? La risposta è facile: perché va contro la mentalità corrente, per la quale la famiglia unita è un optional, i diritti individuali dei genitori sono un dato assoluto che non tiene conto in alcun modo dei diritti dei figli.

Ancora una volta molta informazione ha mancato al suo dovere. Non c'è che da rammaricarsene. VINCENZO RINI direttore "La Vita Cattolica" (Cremona)

 

 

 

 

Diritti infanzia. Card. Antonelli: "condannare senza ambiguità tutte le violazioni"

 

Un appello a "condannare senza ambiguità tutte le violazioni dei diritti dei bambini, che purtroppo sono ancora tantissime nel mondo". A lanciarlo, a conclusione dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia (Vaticano, 8-10 febbraio), è stato il card. Ennio Antonelli, presidente del citato dicastero vaticano. Il cardinale ha presentato, in chiusura, una serie di considerazioni riassuntive che riguardano i "Diritti dell'infanzia", sui quali nei tre giorni dei lavori hanno offerto contributi studiosi di ogni parte del mondo.

 

Troppe violazioni. "Occorre che la coscienza civile - ha detto il cardinale - condanni senza esitazioni e senza ambiguità le numerosissime violazioni dei diritti dei minori che continuano a commettersi nel mondo: stragi di guerra, impiego dei bambini-soldato, traffico per trapianti di organi, sperimentazioni farmaceutiche, violenze fisiche, rapimenti, insufficiente o cattiva alimentazione, carenza di cure sanitarie, discriminazione dei disabili, privazione dell'istruzione, sfruttamento lavorativo, costrizione a mendicare, a rubare, a spacciare droga, a prostituirsi, pedofilia, abusi sessuali, pornografia, matrimoni imposti precocemente, mutilazioni sessuali, sfruttamento". Dopo aver chiarito il diritto del bambino alla protezione e alle cure "sia prima sia dopo la nascita", ha poi affrontato il tema del bambino in rapporto alla famiglia.

 

Un padre e una madre. "Il fanciullo - ha sottolineato il cardinale - ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare. Il bambino ha diritto ad avere un padre e una madre per potersi relazionare, fin dalla primissima infanzia, con due persone di sesso diverso, che si amano tra loro e lo amano, e potersi così costruire una chiara e solida identità, una personalità definita". Per uno sviluppo sano - ha continuato il cardinale Antonelli - occorre che il bambino possa "crescere insieme al padre e alla madre, essere amato ed educato da loro. Il bambino ha diritto ad essere aiutato ad acquistare autostima, fiducia, sicurezza, senso della realtà e del limite, armonia psichica, maturità progressiva". Anche in "caso di adozione, ha diritto ad essere affidato a una coppia formata da un uomo e una donna, uniti in matrimonio, che dia sufficienti garanzie di armonia e stabilità. Altro è essere padre e madre - ha precisato - e altro è fare da padre e da madre; altro ancora è svolgere qualche funzione genitoriale".

 

Identità psichica matura. Il cardinale si è poi soffermato su alcuni aspetti educativi dei bambini. "L'unità e la coerenza psicofisica del bambino sono un bene da tutelare e sviluppare con una corretta educazione", ha detto, aggiungendo: "Non è accettabile un'educazione dei bambini che miri intenzionalmente a costruire personalità omosessuali o incerte e confuse. Altro è insegnare il doveroso rispetto verso tutte le persone e altro è proporre ai bambini e agli adolescenti l'omosessualità come un ideale alternativo. Le persone omosessuali devono essere rispettate nella loro dignità e nei diritti umani fondamentali". Riferendosi alle richieste d'istituzionalizzare le coppie omosessuali, ha detto: "Non ogni desiderio è un diritto. Non i desideri, ma i beni oggettivi devono essere posti a fondamento della legge. Solo la coppia uomo-donna, unita in matrimonio e aperta ai figli, è un fatto di interesse e rilevanza pubblica. Voler istituzionalizzare una forma di affettività, solo perché si tratta di un sentimento, è come voler istituzionalizzare un rapporto tra amici. Ingiustizia è trattare cose diverse allo stesso modo".

 

L'amore crea unità. Pertanto, ad avviso del cardinale Antonelli, "altro è provvedere a bisogni e diritti individuali e altro è istituire il rapporto tra omosessuali. È paradossale esaltare il pluralismo e le diversità culturali e, nello stesso tempo, minimizzare le differenze umane fondamentali, quella dei sessi uomo-donna e quella delle generazioni genitori-figli, in nome dell'uguaglianza e della non-discriminazione. L'amore crea unità nel rispetto dell'alterità, armonizza e valorizza le differenze, a cominciare da quelle dei sessi e delle generazioni". "È una triste contraddizione che ognuno dei genitori voglia bene ai figli e, nello stesso tempo, infligga loro una profonda e intensa sofferenza non amando il coniuge e addirittura arrivando alla separazione e al divorzio", ha poi rilevato, proseguendo con la considerazione che "destabilizzare il matrimonio e la famiglia è accrescere l'individualismo e la conflittualità, compromette la coesione, lo sviluppo e il futuro della società". Da ultimo ha fatto riferimento alle "ideologie che approvano relazioni sessuali fuori dal matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna", sostenendo che "sono in evidente contrasto con la Parola di Dio". Sir

 

 

 

 

Famiglia. Il Papa indica nella serenità la condizione per educare

 

"In poche righe il Papa fa un'affermazione di grande importanza e di grande portata nella cultura odierna, ossia che per tutelare al meglio i diritti dei minori occorre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità. Una presa di posizione forte e decisamente controcorrente". È il commento espresso al SIR da Pietro Boffi, responsabile del centro documentazione del Cisf (Centro internazionale studi famiglia), sul discorso rivolto l'8 febbraio da Benedetto XVI ai partecipanti alla XIX assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia, ricevuti in udienza. L'assise riunisce fino al 13 febbraio membri e consultori intorno al tema dei diritti dell'infanzia, nel XX anniversario della Convenzione internazionale sulle misure a tutela del bambino, adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

 

Una grande sfida. "L'affermazione del Papa - osserva Boffi - si scontra con una corrente culturale che a partire dalla fine degli anni Sessanta ha in qualche modo legittimato come un diritto individuale e una manifestazione di progresso l'idea di poter spezzare il vincolo matrimoniale mentre invece l'esperienza continua a dimostrare che la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è imprescindibile per un sano sviluppo della persona". Non si tratta quindi "di un legame opprimente che condiziona le libere scelte delle persone: un discorso apparentemente semplice ma non scontato e oggi difficile da accogliere e realizzare a causa di una visione troppo privatistica e legata a un'ipertrofia degli affetti e dei sentimenti rispetto a ciò che serve per costruire un solido legame a due che dia vita ad una famiglia". Secondo Boffi, "legare tutto ad emozioni e sentimenti provvisori, come spesso si fa oggi, impedisce di crescere, progettare nel lungo periodo, imparare a gestire i conflitti e le inevitabili difficoltà della vita a due. È proprio la profonda crisi culturale del nostro tempo a rendere difficilmente praticabile l'assioma espresso ieri da Benedetto XVI ma, allo stesso tempo, essa costituisce anche una grande sfida". 

 

Serenità e capacità di difesa dai pericoli. Boffi rammenta che "il Papa ribadisce inoltre, per la serenità e l'equilibrio dei bambini, l'importanza di due figure genitoriali di sesso diverso: maschile e femminile". "La mancanza di una di esse - purtroppo inevitabile con la morte prematura di un genitore -, o il duplice ruolo genitoriale svolto da persone dello stesso sesso - spiega il rappresentante del Cisf - può infatti creare degli scompensi nella costruzione dell'identità di un bambino. Le figure maschile e femminile non sono un optional; la loro necessaria distinzione influisce armonicamente nella costruzione di personalità e identità equilibrate e ben definite". A confermarlo "sono decenni di autorevoli studi che smentiscono gli attuali e diffusi tentativi di equiparare alla famiglia ciò che famiglia non è, e al matrimonio qualsiasi forma di unione". Tendenze culturali, avverte Boffi, "che rischiano di svuotare di significato e scardinare un edificio solido, normato addirittura dal diritto romano perché ritenuto un modo di regolamentare il rapporto tra sessi e generazioni utile alla società, e portano in cambio dissoluzione e fragilità". L'esperto si dice convinto che "la serenità goduta dai bambini cresciuti in una famiglia unita e stabile finisce anche per offrire loro strumenti di difesa dai pericoli cui sono esposti: pedofilia, violenze fisiche e psicologiche e dipendenze da droga, alcol o, come sta accadendo di recente, anche da Internet".

 

Investire sulla famiglia. Secondo Boffi "occorre investire moltissimo sulla solidità della famiglia, un ambito nel quale la Chiesa è chiamata in prima linea". Oggi, sostiene, "sta facendo moltissimo a livello di riflessione e di pastorale 'alta', ma a livello di base mi sembra invece ci si stia muovendo con un po' più di fatica e secondo me rimane ancora preminente il discorso della preparazione ai sacramenti in cui essa viene coinvolta, ma in modo diverso". "Ritengo che sia importante - le parole dell'esperto - concentrarsi un po' di più sugli adulti in quanto protagonisti della coppia e responsabili della famiglia, saper dialogare con loro e accompagnarli in un percorso di crescita i cui frutti andranno a vantaggio di tutti i componenti del nucleo familiare". "Coltivare e valorizzare la famiglia: una sfida - conclude - che la Chiesa deve cogliere e tradurre nella realtà del vissuto quotidiano e parrocchiale; in questo modo anche i diritti dell'infanzia verranno tutelati in modo più consapevole e compiuto". Sir

 

 

Lourdes, miracolo di uno sguardo laico

 

ROMA - Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, perfino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. Un film buffo e insieme solenne, «fra Dreyer e Tati» dice la sua autrice, che evoca anche Bunuel («Sono ateo, grazie a Dio») per l’intelligenza con cui scavalca le domande ingombranti per cogliere quanto quel mondo rivela, miracoli o meno, su ognuno di noi.

 

Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, Lourdes è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Ulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. Al centro c’è Christine, la giovane in sedia a rotelle giunta a Lourdes senza credere troppo nei miracoli, ma decisa a spezzare la solitudine della malattia (una Sylvie Testud commovente di essenzialità e emozione). C’è poi la volontaria dell’Ordine di Malta che si prende cura di lei, la lava, la nutre, la accompagna alle processioni, ma è troppo giovane e piena di vita per non concedersi delle “evasioni”. C’è l’anziana scostante che sarà testimone dell’improvvisa guarigione di Christine, ammesso che sia vera guarigione e non temporaneo miglioramento...

 

Poi ci sono gli altri volontari dell’Ordine di Malta, con le loro divise che li uniformano e li proteggono, le barzellette sulla Madonna, lo sguardo sornione del volontario più gentile e piacente (Bruno Todeschini), i piccoli flirt che si intrecciano nelle retrovie, i rituali sempre uguali di quel mondo solo apparentemente diverso dal nostro, che la Hausner ricrea con gusto quasi coreografico, quindi le gite, le festicciole, il premio per il “miglior pellegrino dell’anno”, assegnato (senza troppi riguardi per gli altri) al miracolato di turno. Mentre intorno, come in ogni microcosmo, serpeggiano i dubbi, l’invidia (come mai proprio a lei?), le ipocrisie, perché anche fra i più sfortunati ci sono le gerarchie, ricchi e poveri, giovani e vecchi, soli e accompagnati.

 

Il tutto senza mai scadere in banalità da film a tesi, tanto che a Venezia l’eleganza crudele di Lourdes ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull’arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze. Fabio Ferzetti IM 12

 

 

 

 

La quaresima. Mettersi in cammino

 

Forse a prima vista può sembrare un tempo triste, come l’inverno per le stagioni. La quaresima sembra un periodo che limita, rinchiude, trattiene e costringe la vita. Da sempre suggerisce, infatti, un senso di ascesi, una tradizione di disciplina, un limite in ogni cosa.

Invece, la quaresima è un tempo meraviglioso, luminoso. Invita a un dinamismo nuovo. Risveglia a una vitalità insospettata. E fa toccare con mano una forza straordinaria, la forza di Dio nascosta in ognuno. Essa incoraggia a mettersi in cammino...

Di fronte alla continua tentazione di installarsi nell’abitudine, di rifiuto dell’altro o della novità, di sprofondarsi nei propri interessi essa stimola energicamente a riprendere il cammino. Ad avanzare verso l’altro, il differente da noi. Ed è come l’aria fresca del mattino che contiene una forza dinamizzante ad ogni passo: essa libera la vita che è in noi per la vita dell’altro.

Ricordo un vecchio sacerdote francese quando spiegava ai bambini il senso del peccato. E mi stupiva come non ricorresse alla “pastorale della paura”, così abituale un tempo, quella che scuote gli animi promettendo pene o castighi. Aveva, invece, un approccio bello, inedito, che lasciava attoniti i suoi ragazzi.

Spiegava loro che il peccato più grave è quello di omissione. Ricordava, infatti, con entusiasmo: “Avete delle forze, delle qualità belle, delle energie nascoste con cui poter rivoluzionare il mondo. E non muovete un dito. Si può rendere più bello il nostro ambiente, più fraterno il nostro rapporto o più aperta la nostra comunità e invece si preferisce restare sulle proprie difese. E giocare piuttosto con l’invidia, l’ambizione, l’arroganza, la gelosia, tutti sentimenti di chiusura o di paralisi!”

Quaresima è il tempo di mettersi in cammino, di uscire dalla chiesa. E ricordare che il vero praticante di una religione non è colui che va in chiesa, ma colui che ne esce e mette in pratica. Sì, realizza ciò che al suo interno ha cantato, proclamato, ascoltato o meditato: il perdono, la solidarietà, la riconciliazione, l’apertura gioiosa e missionaria all’altro, differente da noi.

È il tempo di tracciare sentieri nuovi, di aprire strade originali di incontro, di seminare speranza e ottimismo. Questo, in fondo, in una situazione stagnante è “una forza vitale. La forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccesssi, una forza he non lascia mai il futuro agli avversari. Il futuro lo rivendica per sè!” Ripeteva questo con convinzione un pastore protestante, Dietrich Bonhoeffer. Al momento di essere trascinato alla morte a 39 anni di età, sotto il nazismo, nella notte precedente l’esecuzione scriveva “La vittoria è sicura!” 

Anche la morte serve alla vita dell’altro o a far vivere i valori in cui si crede. Splendida lezione del cammino di quaresima. Renato Zilio, missionario a Londra

 

 

 

Torino. L'orizzonte della speranza

 

Un convegno per celebrare la XVIII Giornata mondiale del malato

 

La diocesi di Torino, in occasione della XVIII Giornata mondiale del malato (11 febbraio), si è interrogata sulle sfide che deve affrontare chi si accosta ai malati da una prospettiva cristiana nell'annuale convegno diocesano, sul tema "La Chiesa a servizio dell'amore per i sofferenti" (tenuto il 6 febbraio). Nell'intervento introduttivo il card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, ha ricordato che "non si tratta solo di filantropia ma è la fede che muove alla carità e all'amore". Esistono due approcci diversi, ha proseguito il cardinale guidando la preghiera in apertura dei lavori, "quello nostro, dall'esterno della persona che aiutiamo, sperando che la nostra carità apra la sua mente e il suo cuore all'incontro col Signore, e quello di Gesù, che parte dal cuore della persona, guarendola nell'intimo". Noi cristiani dobbiamo "avvicinarci ai malati con l'amore di Dio accolto in noi e da donare agli altri perché, come dice Paolo, posso consolare gli altri solo quando sono stato consolato da Dio". L'arcivescovo, che l'11 febbraio ha celebrato la messa nella Chiesa Grande del Cottolengo per la ricorrenza liturgica della Madonna di Lourdes, ha annunciato di aver accettato l'invito della cappellania delle Molinette per una visita pastorale all'ospedale, incluso il reparto dove sono ricoverati i carcerati, nei primi giorni di Quaresima.

 

Partecipare alla sofferenza. Dopo i saluti di don Marco Brunetti, direttore dell'Ufficio diocesano di pastorale della salute (Ups), e di padre Aldo Sarotto, superiore del Cottolengo, don Andrea Manto, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della sanità della Cei, ha presentato il sussidio della Conferenza episcopale italiana per la Giornata del malato. "La prima parte - ha spiegato - riprende il tema scelto dall'arcivescovo per l'anno pastorale 'Passio Christi, passio hominis', sul tema della sofferenza, spesso rimosso, che rimane scandalo in ogni tempo e in ogni biografia. Oggi però, una certa visione dell'uomo e un'idea prometeica della scienza, per cui l'uomo può sempre respingere la malattia e quasi autocrearsi, rende ancora più difficile vivere la sofferenza". Don Manto ha denunciato, inoltre, "un impoverimento culturale, il venire meno di un senso antropologico forte", per cui l'uomo è visto come poco più di un animale "per effetto di un certo modo malato di leggere Darwin e dell'efficientismo che spinge verso eutanasia ed eugenetica". Al contrario, la passione di Cristo "ricrea l'umanità aprendo l'orizzonte di una speranza più ampia delle piccole speranze terrene": per questo dobbiamo partecipare alla sofferenza dei malati, che sono "sacramento di Cristo, perché Gesù s'identifica in loro", facendo incontrare "due solitudini, quella del malato, che vive da solo la malattia, ma anche quella di chi lo va a trovare, e sperimenta la sua impotenza".

 

Accanto a chi soffre. L'Ups di Torino, ha spiegato al SIR don Marco Brunetti, "lavora su diversi fronti per sostenere la pastorale delle parrocchie, degli ospedali e delle unità pastorali della nostra diocesi". Ogni anno per la Giornata mondiale del malato, ha precisato il direttore dell'Ufficio diocesano, "organizziamo un convegno di approfondimento sul tema proposto dalla Cei e, per questa occasione, abbiamo cercato di verificare sul nostro territorio quanto la Chiesa faccia concretamente per i malati e i sofferenti". Tra i tanti appuntamenti promossi dall'Ups, ha aggiunto don Brunetti, "abbiamo dei progetti di avvicinamento dei giovani al mondo della sofferenza, con un percorso di formazione e volontariato nelle associazioni che si occupano di malati"; in 7 anni di attività, si è registrata "la partecipazione di oltre 300 giovani e, di questi, circa un 25% si è inserito nelle varie associazioni". Inoltre, ha sottolineato don Brunetti, la diocesi compie un "grande sforzo per favorire una pastorale che sia accanto a chi soffre e sia capace d'integrarsi con tutto il lavoro svolto sul territorio, all'insegna di un impegno concreto".

 

Benessere globale. La relazione di Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana, si è concentrata sull'analisi della situazione di Torino evidenziando lo stravolgimento dell'approccio rispetto al bagaglio di esperienze passate, quando l'azione pastorale era "caratterizzata dalla cura del tempo della malattia". Oggi l'orientamento si è spostato verso una "pastorale della salute" il cui focus "non è più sul disagio-malattia ma sulla salute, ovvero su quel benessere globale della persona che riconosce il dono della corporeità e il compito della conservazione dello stesso dono". Per il futuro, infine, Dovis ha indicato alcune sfide che comprendono l'appropriazione della dimensione culturale della salute, per ampliare l'attenzione alla domiciliarità e la presa in cura di alcune frontiere come "la salute mentale, dalle forme ansiose e depressive fino a quelle schizoidi, le dipendenze da sostanze, da gioco, da cibo, da atteggiamenti compulsivi, dal cyber world", ma soprattutto per educare la coscienza di ciascuno "al fine di abilitarla a farsi parte attiva nel tempo della propria malattia".

RICCARDO BENOTTI

 

 

 

Sanremo, dall'Osservatore romano un decalogo di "musica vera"

 

Un «piccolo prontuario di resistenza musicale» che contiene, fra gli altri, Beatles, Dylan, Pink Floyd e Santana

 

CITTA’ DEL VATICANO - Quest’anno, alla vigilia di Sanremo, l’Osservatore Romano ha diffuso un «piccolo prontuario di resistenza musicale» come antidoto alla marea «perniciosa» di canzoni festivaliere. Il popolare festival è un evento che non ha mai riscontrato l’entusiasmo del Vaticano, come si evince dall’iniziativa pubbicata dal giornale d’Oltretevere.

 

Bisogna prepararsi: «l’onda canora, invece di sommergere a mo’ di castigo le isole frequentate da ex famosi restii alla rassegnazione, inonderà implacabile l’etere fino alla prossima estate». Che fare, allora, per non restare completamente travolti e per ricordare che un’alternativa esiste? Semplice, tenere a mente una specie di decalogo musicale, il «prontuario della buona musica» appunto. Un sentiero idealmente segnato da alcune pietre miliari, «ovvero da alcuni dischi di cui non si può fare a meno per ritemprare gli esausti padiglioni auricolari dell’uomo mediatico». Ecco il decalogo musicale degli ever-green. Revolver, dei Beatles, si legge sul giornale della Santa Sede, è senz’altro la prima opera da consigliare. Il disco è stato pubblicato dai fab four nell’ormai remotissimo 1966.

 

Quarantaquattro anni portati egregiamente a cominciare dalla elegantissima copertina in bianco e nero di Klaus Voorman. Ma l’attualità del disco non si limita certo alla veste grafica. «Il disco segna una netta cesura con la produzione precedente e un punto di non ritorno per la musica leggera contemporanea. Alcune canzoni come Taxman e Got to get you into my life sembrano composte ieri».

 

La seconda pietra miliare è «If I could only remember my name» (1971), manifesto hyppie ascritto al sognante genio di David Crosby, ma alla cui produzione hanno partecipato tutti i migliori musicisti della West Coast, da Joni Mitchell a Jerry Garcia, da Neil Young a Jorma Kaukonen. Erano i giovani della generazione di Woodstock, ribelle e senza una direzione. Giovani troppo spesso votati all’autodistruzione, dalle cui canzoni trapela una fragilità esistenziale che ne spiega l’autolesionismo.

 

Il terzo disco è di nuovo inglese. Si tratta di «The dark side of the moon» dei Pink Floyd, che per quasi un decennio ha stazionato nelle top mondiali. «Forse anche per il suo enorme successo commerciale l’album è abbastanza inviso ai puristi che preferiscono altri lavori della band, come Ummagumma, certamente più tormentato e sperimentale. Ma la differenza che passa tra i due lavori è più o meno la stessa che distingue un sushi da una carbonara cucinata a regola d’arte».

 

Segue poi «Rumours» - dodicesimo disco dei Fleetwood Mac, tra i più venduti di tutti i tempi. Pubblicato nel 1977, «fonde in un intrigante mix le radici blues del gruppo statunitense con il meglio del pop inglese e americano, senza dimenticare il country». La sua forza sta nella deliziosa e riuscita «combinazione di strumenti acustici ed elettrici, ma ciò che rende Rumours un’opera importante, è la contraddizione tra la sua superficie allegra e l’angosciata intimità, fatta di rabbia, recriminazioni e perdita».

 

Al quinto posto si trovano atmosfere metropolitane. «The nightfly» di Donald Fagen, pubblicato nel 1982. «Un disco di nicchia, che non ha mai raggiunto il vero successo commerciale, ma che per i cultori del genere rimane un vero must».

 

Sempre nel 1982 viene pubblicato «Thriller» di Michael Jackson che può solo «fino a un certo punto essere considerato un disco di black music. In effetti Jackson aveva già cominciato la sua progressiva opera di scoloramento». «Thriller» resta il capolavoro del re del pop proprio per la sua forza innovativa rispetto agli schemi, ormai stereotipati, della black music.

 

Al sesto posto viene collocato Paul Simon, con «Graceland», che segna in qualche modo la nascita ufficiale della world music. «Due anni prima Simon si era imbattuto in un disco con la musica nera dei ghetti di Johannesburg. Ne rimase affascinato al punto da iniziare una personale ricerca, andando in Sud Africa, per carpire le sonorità dei musicisti locali».

 

Al settimo posto c’è «One» a giustificare la scelta di Achtung baby, settimo album degli U2 datato 1991. Ma One è solo la più riuscita di dodici canzoni ad altissimo contenuto musicale e testuale. «L’elettronica entra prepotentemente nel sound del gruppo guidato da Bono, anche se la parte del leone spetta alla chitarra di The Edge, aggressiva come mai in precedenza».

 

All’ottavo si trovano gli Oasis dei terribili fratelli Gallagher, figli inquieti - per usare un eufemismo - della working-class. «(What’s the story) Morning glory?» (1995) rimane il «loro piccolo capolavoro».

 

«Supernatural» di Carlos Santana (1999) invece offre autentica «dignità a un filone, quello dei duetti, che si va affermando per ragioni di mercato. Oltre l’aspetto commerciale, il disco del chitarrista messicano, unico reduce della Woodstock generation ancora in auge, fa capire che, con chi sa davvero suonare, il tempo è galantuomo».

 

Infine il decimo posto è riservato a Bob Dylan al quale viene riconosciuta una «grande vena poetica che sconfina spesso nel visionario e, dopo la conversione, nel messianico». Tuttavia ha una «grandissima colpa» quella di aver dato il via a intere generazioni di cantautori «belle parole più tre note», che «in tutto il mondo - ma soprattutto in Italia - hanno messo a durissima prova le orecchie e la pazienza degli ascoltatori, pretendendo che a qualcuno potessero interessare i loro tortuosi percorsi». Im 14

 

 

 

 

Fuci. La coscienza credente. Un impegno culturale sempre più importante

 

"Dobbiamo scommettere sulla possibilità che il linguaggio della Chiesa non divenga del tutto estraneo - se non ostile - a chi intraprende un percorso di studi, dobbiamo scommettere sulla possibilità che gli universitari si sentano parte viva della comunità ecclesiale così come di quella civile". È una relazione piena di fiducia, quella presentata dalla presidenza della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) al III incontro nazionale degli assistenti dell'associazione, svoltosi in questi giorni a Roma sul tema: "La formazione cristiana nel tempo dell'Università". "La Fuci è oggi e sarà domani", scrivono i rappresentanti dell'associazione che ha annoverato fra i suoi membri Aldo Moro e tra gli assistenti Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. "Noi ci crediamo, forti di quanto e di quanti ci hanno preceduto e protesi verso coloro che incontreranno la Federazione magari nei prossimi giorni, mesi, anni. A sostenerci non è un ingenuo ottimismo ma la fiducia di avere tra le mani una proposta e, soprattutto, una proposta accattivante". "Vivere un percorso di fede cristiana non solo accidentalmente da universitari, ma specificamente in quanto universitari, ovvero con la ricchezza e la complessità che l'esperienza intellettuale e spirituale dell'Università porta con sé - spiega la presidenza nazionale della Fuci - resta una proposta che fondamentalmente solo la Fuci propone. Una proposta per certi versi 'inattuale', in un tempo in cui anche nell'ambito della spiritualità si predilige il tutto-e-subito, la soddisfazione a basso prezzo e ad alto tasso emotivo. E tuttavia crediamo che di questa proposta ci sia bisogno, anzi che essa corrisponda ad un bisogno essenziale della nostra Chiesa e della nostra società: quello di avere coscienze mature, 'rettamente formate' come si diceva un tempo, che possano poi spendere i talenti maturati negli ambiti di vita più diversi".

 

Sviluppare la coscienza credente. Per la Fuci, "c'è bisogno che la fede torni a parlare a persone adulte, che non sia un mero intrattenimento per ragazzi e anziani. C'è bisogno di sviluppare integralmente la coscienza credente, ri-alfabetizzando il nostro modo di credere e di vivere: non ci si può accontentare dei percorsi tradizionali di iniziazione ai sacramenti". Di qui la necessità di chiedersi "come lavorare su quella sfida educativa su cui Benedetto XVI ha più volte richiamato l'attenzione e che la Chiesa italiana ha scelto come tema per gli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio". L'altro versante di impegno, per l'associazione, sta nella risposta alla domanda su "come coniugare in maniera feconda e, al tempo stesso, rispettosa della specificità dei singoli ambiti l'appartenenza ecclesiale e l'impegno politico". Due, per la Fuci, sono a questo proposito gli scogli da evitare: "Il coinvolgimento diretto in un impegno politico inteso come militanza partitica, da un lato; il disimpegno e la chiusura intimistico-settaria, dall'altro". La prima strada è rischiosa, argomenta la presidenza nazionale, "in quanto facilmente finirebbe per generare equivoci e strumentalizzazioni", la seconda strada è altrettanto rovinosa "in quanto alimenta il circolo vizioso tra deterioramento della politica e anonimato della società civile". Resta la prospettiva di un impegno politico nel senso di Lazzati o di Bachelet: "Una politica intesa come sforzo per costruire una città dell'uomo a misura d'uomo, come tentativo di pensare politicamente nonostante tutte le sirene dell'antipolitica, come impegno nel formare quelle basi pre-politiche, essenzialmente culturali e morali, che sono la condizione per un autentico e rinnovato impegno politico dei cattolici".

 

Il gusto dell'assoluto. A soffermarsi sul "dinamismo" della coscienza nel tempo dell'Università, "fascio" di segmenti di vita e tempo di "relazioni forti" che si rivela "un tempo privilegiato per un passaggio ad una vita più responsabile", è stato don Guido Benzi, direttore dell'Ufficio catechistico nazionale della Cei e già assistente della Fuci di Rimini. In questo particolare momento della vita, secondo don Benzi, è "fondamentale" un "primo annuncio" che "è primo non in forma cronologica, ma genetica, in quanto genera costantemente alla fede". Per una realtà associativa come la Fuci, tutto ciò deve tradursi in "una cultura aperta con umiltà alla rivelazione di Dio agli uomini, che abbia il gusto dell'assoluto, del senso ultimo, e coltivi una profonda spiritualità legata alla Parola ed alla celebrazione eucaristica". Un'azione culturale dei cattolici, ha spiegato don Benzi, che "sappia valorizzare l'esperienza, nel senso più ampio del termine, con il gusto della storia, della tradizione, della capacità di narrare ed interpretare la vicenda delle persone, anche delle più semplici". Un'azione culturale, in sintesi, che "sappia nutrirsi del valore della relazione e che dunque abbia una dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale, aperta al contributo di tutti, cioè che metta sempre al centro la persona e che attraverso il dialogo scopra il senso ultimo della carità e non dell'autosufficienza". Don Benzi ha citato un paradigma biblico, per riassumere il senso della testimonianza credente, da giovani verso altri giovani, in Università: "Non ho ancora un'esperienza di vita per parlare della vita", l'obiezione di Geremia alla chiamata del Signore. "Non temere", è la risposta: "Contro la paura della morte e della solitudine interviene Dio stesso con una parola di verità che non 'droga' le difficoltà del vivere, ma dona forza, amore e saggezza per affrontarle e vincere".  M.MICHELA NICOLAIS

 

          

 

 

La povertà è un fastidio? Napoli: l'accoglienza anche con una guida per vivere

 

"Povertà oggi vuol dire non riuscire a guardare il domani, perdere i fili di quella rete che ti sostiene per precipitare sul fondo. La Comunità di Sant'Egidio è da 42 anni affianco ai più poveri, tra questi dai primi anni Novanta a Napoli anche i senza dimora. Senza dimora, ma persone. Senza questo ogni politica sociale finisce per essere emergenza, la povertà un fastidio, ogni persona, anche una sola, un problema troppo grande per essere affrontato". Lo ha detto Francesca Zuccari, della Comunità di Sant'Egidio, alla presentazione a Napoli, il 9 febbraio, della nuova edizione della guida per le persone senza fissa dimora "Dove mangiare, dormire, lavarsi", curata dalla Comunità di Sant'Egidio e sostenuta dall'assessorato Politiche sociali della Regione Campania.

 

Ridare fiducia. "È in corso la sfida di progettare e rendere stabili servizi rivolti ai senza dimora o quanto meno di abbassare la soglia di quelli preesistenti per consentirne l'accesso - ha raccontato Antonio Mattone, della Comunità di Sant'Egidio -. Abbassare la soglia d'accesso è stata l'esperienza di due strutture di accoglienza negli ultimi due anni, entrambe collocate al centro di Napoli. In tal modo, seppur non senza difficoltà, hanno trovato accoglienza persone mai accolte prima in nessuna struttura", perché senza più identità e documenti. Abbassare la soglia di accesso alle strutture, ha proseguito, "ha significato ridare fiducia a queste persone" e "garantirne la sicurezza e protezione". La presenza dei senza dimora a Napoli si attesta intorno alle 1.500 persone, dato in forte aumento. Le morti registrate continuano ad attestarsi sulle venti persone all'anno, con un picco negli ultimi mesi del 2009 (dai primi di settembre ai primi di dicembre, 10 persone) e 4 persone decedute finora nel 2010. "Da una recente rilevazione condotta dalla Comunità - ha affermato Mattone - i senza dimora incontrati nei nostri servizi, di distribuzione della cena per strada, tra il 26 e il 30 gennaio 2010, risultano poco meno di 500, di cui oltre 100 nelle stazioni, i restanti in gallerie, porticati, metro, molti in luoghi periferici e nascosti". Tra i senza dimora, "la componente di uomini è sempre maggioritaria e si aggira attorno al 90%. Circa il 60% ha un'età compresa tra i 19 e i 34 anni. La componente di stranieri è del 77%". Tra le domande più frequenti, ha evidenziato don Antonio Vitiello, direttore del centro "La Tenda", c'è "sicuramente la domanda di accoglienza a bassa soglia, ma anche di un'accoglienza diversificata", a seconda dei problemi. "Forte - ha sostenuto Luciano Gualdieri, medico dell'ambulatorio per immigrati dell'Ospedale Ascalesi - è anche la domanda di salute, che è resa più fragile dalla vita per strada e che diventa un diritto sempre più sbiadito. Anche qui è necessario abbassare la soglia di ambulatori e servizi, ma anche rafforzare l'attenzione alla strada con auto mediche e camper attrezzati e garantire presso pronto soccorso e 118 il check-up di protocollo".

 

Oltre l'emergenza. La Comunità di Sant'Egidio di Napoli raggiunge con le cene itineranti circa 600 senza dimora al centro e in periferia, con un numero di contatti annui che supera i 30.000. Le cene consegnate sono oltre 700 a settimana. Quest'inverno sono state distribuite oltre 1.000 coperte, oltre ai vestiti e alle scarpe. Ogni settimana inoltre vengono effettuati accompagnamenti ai servizi di accoglienza e ai servizi sanitari. La guida "Dove mangiare, dormire, lavarsi" 2010, giunta alla sua quarta edizione napoletana, è composta da 100 pagine ed ha in allegato una mappa a colori della città con i maggiori servizi presenti (mense, punti di distribuzione di pasti per strada, ospedali e ambulatori, docce, centri di accoglienza ed infine fontanelle di acqua pubblica). Tra le novità inserite in quest'edizione, l'elenco dei presidi ospedalieri con tipologia di pronto soccorso, i centri dei servizi sociali territoriali per municipalità, una più corposa parte dedicata alla salute dei cittadini immigrati (curata in collaborazione con il servizio Sasci dell'Asl Napoli 1), oltre le comunità di recupero, i centri diurni per dipendenti, una sezione dedicata alla salute mentale, le case famiglia per malati di aids e la mappa. La guida è dedicata ad Elisa Cariota, amica della Comunità di Sant'Egidio che viveva alla Stazione centrale di Napoli, morta nel febbraio 1997. "Anche quest'anno - ha ricordato Mattone - faremo memoria di tutte le persone morte per strada a Napoli: sono 135 i nomi che verranno letti, uno ad uno e per ognuno sarà accesa una luce nella liturgia che sarà celebrata domenica 14 febbraio nella basilica dei Ss.Severino e Sossio, a Napoli". "Le proposte di cui ci facciamo portatori - conclude Mattone - sono l'apertura di una struttura di accoglienza a bassa soglia stabile con almeno 100 posti letto, la predisposizione di un piano per emergenza freddo e caldo che si attivi in automatico, l'apertura di strutture di accoglienza specifiche: h 24, per degenze post ospedaliere, donne, il monitoraggio della salute dei senza dimora attraverso una presenza costante, almeno nelle ore notturne, per strada di camper che distribuiscano bibite e coperte o auto mediche. In sintesi, vogliamo lanciare uno slogan: accoglienza oltre l'emergenza!".

GIGLIOLA ALFARO

 

 

 

 

„Menschenwürde bedingungslos schützen“

 

Menschenwürde in der Wissenschaft bedingungslos schützen – dazu hat Papst Benedikt an diesem Samstag erneut aufgerufen, und zwar in seiner Ansprache vor der Päpstlichen Akademie für das Leben. Sie hält im Vatikan seit Donnerstag ihre Vollversammlung zum Thema Bioethik und Naturrecht ab.

Das Naturrecht müsse der Bioethik als Grundlage dienen, führte Benedikt mit einem Verweis auf seine letzte Enzyklika „Caritas in veritate“ aus. Von diesem unveräußerlichen Recht her müssten ethische Fragen beantwortet und Entscheidungen getroffen werden. Der Papst warnte in seiner Ansprache vor allem vor dem instrumentellen Verständnis der Wissenschaft und des menschlichen Lebens:

 

„Man muss beständig darauf hinweisen, dass es kein Verständnis der Menschenwürde gibt, das nur an äußere Elemente gebunden ist: an den wissenschaftlichen Fortschritt, an die Entwicklung der Bildung menschlichen Lebens oder an das leichtfertige Mitleid in Grenzsituationen. Wenn man Respekt vor der Menschenwürde verlangt, geht es grundlegend um den vollen und vollständigen und bedingungslosen Respekt vor dem menschlichen Leben. Wissenschaftler dürfen niemals annehmen, dass sie nur unbelebte und manipulierbare Materie in den Händen halten – vom ersten Augenblick an hat menschliches Leben immer, überall und trotz allem eine eigene Würde.“

 

Die Geschichte habe gezeigt, wie gefährlich und zerstörend ein Staat sei, der sich selbst zum ethischen Maßstab mache, so Benedikt mit Blick auf Diktaturen und Ideologien der Moderne. Das Naturrecht garantiere dagegen wahrhaftigen Respekt vor der Person und der ganzen Schöpfung, so der Papst. Für Kulturen und Religionen könne es als „Quelle des Konsens“ dienen. (rv 13)

 

 

 

Rumänien: Flucht vor der Armut

 

„Vom Exzess zur Schwäche“ – so beschreibt der rumänische Psychiater Ion Vianu den Wandel seines Heimatlandes nach dem Fall Ceausescus. „Zwanzig Jahre nach der antikommunistischen Revolution befinden wir uns noch immer in der Schwebe zwischen einer postsowjetischen Oligarchie und einer Demokratie nach westlichem Modell“, so der aus Bukarest stammende Arzt. Dieser prekäre Zustand ist auch in der Kirche des Landes spürbar. Aufgrund starker Abwanderung vor allem der jungen Bevölkerung ist die Zahl der Priesteramtskandidaten gesunken. Nach Zeiten von Unterdrückung und Verfolgung ist auch die Ökumene eine echte Herausforderung. Der Erzbischof von Bukarest, Ioan Robu, erzählt uns im Interview von den Schwierigkeiten, mit denen die Glaubensgemeinschaft in Rumänien zu kämpfen hat. Er und andere rumänische Oberhirten schließen ihren Ad-Limina-Besuch im Vatikan an diesem Samstag ab. 

 

„In der katholischen Kirche Rumäniens gibt es  drei Riten, den lateinischen, byzantinischen und armenischen, und drei liturgische Hauptsprachen: Rumänisch, Ungarisch und Deutsch. Das spiegelt in gewisser Weise die universelle Kirche wider. Unser Kirchenleben nimmt langsam Normalität an. Vor 1989 konnte man den Glauben nur hinter den Kirchenmauern leben, heute hat sich der Bereich der Glaubensarbeit verbreitert: Wir gehen in die Medien, Schulen und Gefängnisse.“ (nzz 13)

 

 

 

Integration: Identität ist nicht etwas, was der Staat verordnet

 

Die Integration von Muslimen – sie wird in Europa derzeit mehrfach diskutiert. Nicht nur in Frankreich und der Schweiz, wo sich Debatten um Burka und Minarett mit Diskussionen um die nationale Identität verknüpfen, sondern auch in Deutschland. So rief der Wissenschaftsrat zuletzt zur Ausbildung von islamischen Religionslehrern und Imamen an deutschen Hochschulen auf. Ein Schritt hin zu kultureller Verständigung und Integration? Ralph Ghadban, Islamwissenschaftler und Migrationsforscher, hält ihn für verfrüht. Der gebürtige Libanese arbeitete in Deutschland 18 Jahre lang mit Flüchtlingen und religiösen Minderheiten.

 

„Wir erleben das jetzt nach der letzten Entscheidung des Wissenschaftsrates, islamische Lehrstühle einzurichten – da haben Muslime sofort den Anspruch erhoben, darüber entscheiden zu können. Sie wollen dieselben Rechte wie die Kirchen in Deutschland – so weit sind sie. Ich sage aber immer: Sie haben ihre Hausaufgaben nicht gemacht. Denn um die Rolle der Kirchen zu übernehmen, müssen sie den Verfassungsweg befolgen. Sie wollen als Religionsgemeinschaften anerkannt werden. Das ist bis heute nicht der Fall, weil die Gerichte nicht genau wissen, ob es sich bei diesem Organisationen um religiöse oder politische Einrichtungen handelt. Weil sie nämlich selber sagen: Wir haben keine Trennung zwischen Religion und Politik. Der Islam ist für das Diesseits und das Jenseits zuständig. Solange sie diese Position vertreten, stehen sie nicht auf dem Boden der Verfassung. In Frankreich versucht man, genau das am zentralen Punkt der Geschlechtergleichheit zu erzwingen.“

 

Die derzeit in Frankreich stattfindende „verordnete Integration“ hält Ghadban zwar für problematisch. Andererseits ist er der Ansicht, dass muslimische Gemeinschaften in Europa zuerst Verfassung und Menschenrechte anerkennen müssen - ohne wenn und aber.

 

„Identität ist nicht etwas, was der Staat verordnet, sie wird durch die Gesellschaft selbst definiert in ihrer Entwicklung. Deshalb spielt die Zivilgesellschaft eine wichtige Rolle. Und da eine offene Diskussion zu führen, ohne Tabus, das ist wichtig. Denn Demokratie bedeutet Dialog, das ist die einzige Chance.“ (rv 13)

 

 

 

Steuerreform. Kirchen fürchten Milliardenverlust

 

Die beiden großen Kirchen in Deutschland erwägen, sich gegen die Pläne der Bundesregierung für eine Reform der Einkommensteuer zur Wehr zu setzen. Der im Koalitionsvertrag vereinbarte Stufentarif, wie ihn vor allem die FDP wünscht, werde voll auf die Kirchen durchschlagen und könnte bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro Jahr führen, schätzt man in den Finanzabteilungen der Kirchen. Auf die evangelische Kirche bezogen, entspreche ein solcher Rückgang den Ausgaben für die Entlohnung der halben evangelischen Pfarrerschaft, rechnet man in der Evangelischen Kirche in Deutschland.

Derzeit suchen die Kirchen das Gespräch mit den Parteien. Sie verweisen auf bereits vorgenommene Steuerentlastungen durch Bürgerentlastungs- und Wachstumsbeschleunigungsgesetz. Diese führten bei den Kirchen bereits zu Mindereinnahmen von etwa 600 Millionen Euro im Jahr, da die Kirchensteuer an die Einkommensteuer gebunden ist.

 „Dann schreien wir laut aua“

Da man aber die Entlastungen für Familien befürworte, habe man diese Maßnahmen bisher erduldet und geschwiegen, obwohl man seit 2008 einen Einnahmenrückgang von „bisher einmaligem Ausmaß“ zu verzeichnen habe. Sollte aber zu den 10 Prozent Mindereinnahmen durch diese Steuerentlastungen und den etwa 10 Prozent Mindereinnahmen durch die Wirtschaftskrise nun noch auch eine Einkommensteuerreform hinzutreten, die zu weiteren 15 Prozent weniger Einnahmen führe, werde man protestieren. „Dann schreien wir laut aua“, sagt ein führender Vertreter der evangelischen Kirche.

„Wir sehen die Probleme der Kirchen, können sie aber nicht über die Steuerpolitik lösen“, sagte die neue Kirchenbeauftragte von CDU/CSU, Maria Flachsbarth. Die Entlastung der Arbeitnehmer sei eine „Frage der Gerechtigkeit“, die für die Regierungskoalition Priorität habe. Ein Haushälter der Kirche sagt, Schwarz-Gelb plane „ohne Realitätsbewusstsein“, das Steuervorhaben sei nicht nur im Bezug auf die Kirchen „von Sachverstand wenig geprägt“. Deshalb rechne man nach wie vor damit, dass die schwarz-gelbe Steuerreform scheitere. Sollte sie aber verwirklicht werden, werde man als erstes bei den Beratungsleistungen und den Kindertagesstätten sparen müssen, um den Kernaufgaben der Kirche weiter nachkommen zu können. bin./F.A.Z. 13

 

 

 

 

Käufliche Gerechtigkeit

 

Politiker und Juristen diskutieren über den Umgang mit Steuerdaten-CD

 

Die Bundesregierung hat sich für den Kauf der Steuerdaten-CD entschieden. Einige Juristen bemängeln dagegen eine fehlende Gesetzesgrundlage und sehen rechtsstaatliche Prinzipien in Gefahr. Das Bundesland Baden-Württemberg ringt noch um eine Entscheidung, während in der ganzen Republik sich in den vergangenen zwei Wochen mehr als 400 Steuersünder selbst anzeigten. Steuernachzahlungen in dreistelliger Millionenhöhe werden vorhergesagt und ein Lichtensteiner Gericht spricht einem Steuersünder über sieben Millionen Euro Schadenersatz zu. Da ist die Verwirrung komplett.

 

Steuerfahndung: Ein Dienst für das Gemeinwohl

Ein Großteil der Bevölkerung befürwortet den Kauf der Steuerdaten. Vermögende, die, nicht selten durch Beratung von Bankberater unterstützt, Geld am Fiskus vorbeigeschafft haben, würden damit ihrer gerechten Strafe zugeführt. Zugleich würde der ehrliche Steuerzahler in seinem guten Handeln bestärkt. Als nützlicher Nebeneffekt wanderten außerdem rund 400 Millionen Euro mehr in den Staatshaushalt – Geld, das der Staat für Sozialleistungen an Bedürftige gut verwenden kann. Das Steuersystem will ja gerade die gerechte Verteilung der finanziellen Lasten einer Gesellschaft sichern. Insofern ist die Steuerfahndung ein Instrument, die gerechte Verteilung zu schützen. Sie leistet ein unverzichtbarer Dienst für das Gemeinwohl.

 

Hehlerei: Durch Unrecht zu mehr Recht

Der Kauf der Daten-CD wird in der Debatte häufig mit der Arbeit verdeckter Ermittler im Drogenmilieu verglichen. Ein Fahnder dealt, um später einen Drogenring zerschlagen zu können. Das im Einzelfall begangene Unrecht führt letztlich zu einer Verbesserung der öffentlichen Sicherheit. Ohne Zweifel wird hier ein Dienst für das Gemeinwohl geleistet, wenn durch solch polizeiliches Handeln im schlimmsten Fall sogar der Tod von Jugendlichen verhindert werden kann. Den Vergleich hält der Trierer Strafrechtsprofessor Mark A. Zöller dennoch nicht für angemessen. Im Fall einer verdeckten Ermittlung gibt es einen genauen gesetzlichen Rahmen, in dem der Ermittler handeln darf. Für die Verwendung von Daten, die vermutlich illegal beschafft wurden, gibt es diese gesetzliche Regelung nicht. Zudem sind die Folgen bei einer Unterlassung der Strafverfolgung nicht dieselben. Während es bei der Drogenfahndung im weitesten Sinne um den Schutz des menschlichen Lebens geht, handelt es sich bei Steuerhinterziehung zwar um ein schweres Delikt, nicht aber ein Vergehen mit Lebensgefahr für andere. Drogendeal und Steuerhinterziehung sind also nicht einfach vergleichbar.

 

Wertvolle Gesellschaft: Kann man Gerechtigkeit kaufen?

Die gegenwärtige Debatte zeigt, dass die Menschen unsicher sind und den Sensus für das Gute und Wertvolle nicht verloren haben. So richtig es ist, die Schuldigen ihrer rechten Steuerlast „zuzuführen“, so kann es eben nicht mit unlauteren Mitteln erfolgen. Die Daten-CD ist aller Wahrscheinlichkeit nach illegal beschafft worden. Dafür nun eine hohe Summe an Geld zu zahlen, zieht als Konsequenz ein verstärktes Misstrauen gegenüber Banken nach sich. Aber nicht nur das: Es bleibt ein fader Beigeschmack. Denn letztlich steht das Geld wieder im Mittelpunkt, sowohl bei der Höhe des Kaufpreises wie auch bei der Höhe der zurückgezahlten Steuerschulden. Mit der Konzentration auf das Geld wird auch dem Ausspähen von weiteren Daten Vorschub geleistet. Dass in der Zumwinkel-Affäre ähnlich verfahren wurde, kann nicht als Argument für einen erneuten Datenkauf zählen, wie es der Bundesfinanzminister anführt. Vielmehr könnte der Erfolg von damals den heutigen Verkäufer der CD zu der Tat animiert haben. Ethisch und juristisch „sauberes“ Handeln muss im Vordergrund stehen. Das Vertrauen zwischen Bank und Kunde muss auch dann weiter bestehen, wenn der Bank Daten gestohlen werden und sie weiß, dass der Kunde ein Steuersünder ist. Ehrlichkeit, Vertrauen und auch letzte Gerechtigkeit sind und dürfen nicht käuflich sein.

 

Christliches Handeln: Gott als Garant der Gerechtigkeit

Ethische Handlungsprinzipien bleiben die entscheidenden Tragsäulen einer Gesellschaft. Es braucht nicht Drogen- oder Steuerfahndung, sondern zuerst Ehrlichkeit und Vertrauen. Diese Werte sind die Basis für das Sozial-, Steuer- und Rechtssystem. Sie sind auch schon die Werte, die Jesus seinen Jüngern lehrt. Es soll nicht mehr Auge um Auge, nicht mehr Gleiches mit Gleichem, nicht mehr veruntreutes Steuergeld mit einem steuerlich finanzierten Kaufpreis vergolten werden, sondern eine neue und gerechte Ordnung der Liebe und des Guten beginnen. Deshalb sollte die Konzentration auf die Pflicht zum Guten, wie es Immanuel Kant nennt, die gegenwärtige Diskussion prägen.

 

Wie viel Stückwerk das Mühen um Gerechtigkeit bleibt, sehen wir in anderen Bereichen: Wo war dieser Ehrgeiz nach Gerechtigkeit, als Banker weitaus höhere Summen an den Börsen blind verzockten. Noch heute könnte man die Schuldigen dieser „Blase“ im Kreditgeschäft ausfindig und verantwortlich machen. Stattdessen beginnen sie an den Börsen der Welt von Neuem das Spiel mit dem Geld.

 

Ein Trost zum Schluss: Auf Erden wird der Weg der Gerechtigkeit nicht zum vollen Erfolg führen. Das hat selbst schon Immanuel Kant festgestellt, wenn er in seiner Kritik der praktischen Vernunft Gott als Postulat für die Gerechtigkeit einfordert. Wenn Gott nicht einst in seiner liebenden Zuwendung Gerechtigkeit schafft und sittliches Handeln belohnt, bleibt auch das gute Tun auf Erde sinnlos, so Kant. Im guten Sinn gesagt, heißt das aber auch: Wer sich auf ehrlichem Weg um die Gerechtigkeit müht, ist auf dem Weg zu Gott.    Sebastian Pilz Redaktion kath.de

 

 

 

 

Kirche und Steuerreform. Keine schlafenden Hunde wecken

 

Die Hochkonjunktur der Scholastik liegt zwar schon einige Jahre zurück, die katholische Kirche hält aber bis heute einen fein ausziselierten Begriffsapparat zur Beschreibung ihrer selbst vor. Angesichts der Einbrüche bei der Kirchensteuer dürfte sich so mancher Bischof bald der alten dogmatischen Formeln erinnern – etwa der „ecclesia in purgatorio“, der Kirche im Fegefeuer. „Einen solchen Rückgang wie jetzt haben wir noch nie gehabt“, klagen die Haushälter der evangelischen wie der katholischen Kirche.

Allein in der evangelischen Kirche in Bayern fließen im Jahr 2010 voraussichtlich 116 Millionen Euro weniger aus der Kirchensteuer als zwei Jahre zuvor – das entspricht einem Rückgang von 20 Prozent. Die eine Hälfte des Rückgangs geht auf den Konjunktureinbruch zurück, die andere Hälfte auf bereits vorgenommene Steuerentlastungen, etwa durch das „Bürgerentlastungsgesetz“. Und die Entlastungen durch das jüngst verabschiedete „Wachstumsbeschleunigungsgesetz“ sind noch gar nicht eingerechnet. Da die Steuersenkungen gerade Familien zugutekamen und die Kirchen das befürworten, orientierten sie sich am dogmatischen Begriff der „ecclesia patiens“, der erduldenden Kirche, und schwiegen.

Über den Zusammenhang zwischen Einkommensteuer und den Einnahmen der Kirche wird generell so wenig wie möglich geredet – von Seiten der Kirchen wie von Seiten der Politik. „Keine schlafenden Hunde wecken“, heißt es hier wie dort. Man fürchtet, eine Debatte könnte das gesamte System der kirchlichen Finanzierung in Deutschland ins Wanken bringen.

Dabei arbeitet das System effizient und ist denkbar unkompliziert: Jeder, der einer Kirche angehört, die am Kirchensteuersystem teilnimmt, zahlt auf seine Einkommensteuer einen Aufschlag, der je nach Bundesland zwischen acht und neun Prozent variiert. Die Kirchen sparen so eine eigene Bürokratie, und der Staat wird für seinen Verwaltungsaufwand entlohnt, indem er rund vier Prozent der Kirchensteuern bei sich behalten darf.

Zum Problem für die Kirche wird das System, wenn der Staat die Einkommensteuersätze immer weiter senkt oder auch nur die Freibeträge erhöht. Der Staat kann das ausgleichen, indem er andere Steuern erhöht. Die Kirchen hingegen hängen auf Gedeih und Verderb einzig an der Einkommensteuer. Sie könnten zwar ihren Anteil von acht beziehungsweise neun Prozent erhöhen, fürchten aber eine dann einsetzende Austrittswelle. Die Kirchen haben also allen Grund, sich selbst für Detailfragen der Steuerpolitik zu interessieren.

Das Problem bestimmt auch ihre politische Farbenlehre: Der Teufel mag einst an seinen roten Hörnern und braunen Bocksfüßen zu erkennen gewesen sein, heute tragen die härtesten Widersacher in den Augen der Kirchenvertreter bei Regenwetter Barbour-Jacken und legen sich bei Sonnenschein lässig ihre gelben Pullis über die Schulter. Insbesondere der im Koalitionsvertrag zwischen CDU, CSU und FDP niedergelegte Stufentarif bei der Einkommensteuer würde die Kirche treffen. Denn „Einfacher, niedriger und gerechter“ heißt auf die Kirchen übertragen: viel weniger.

500 Millionen Euro Verlust - jedes Jahr

Auf jeweils 500 Millionen Euro im Jahr beziffern die Haushälter beider Kirchen die Einnahmeverluste pro Jahr, sollte sich die FDP mit ihren Vorstellungen durchsetzen. Die Verluste entsprächen einer Einbuße von bis zu 15 Prozent oder, anders ausgedrückt: den Ausgaben für die halbe Pfarrerschaft der Kirche. Unter den Emissären der Kirche gibt es deshalb durchaus Überlegungen, das Schweigen zu brechen, sollte Schwarz-Gelb zur Tat schreiten. Aus der duldsamen „ecclesia patiens“ würde dann womöglich eine streitbare „ecclesia militans“.

Im Moment versucht man noch, die Politiker für das Problem zu sensibilisieren, indem man ihnen die Bilder von geschlossenen Kindertagesstätten und abgewickelten Schuldnerberatungen vor Augen malt und darauf hinweist, dass sie es bei der Abflachung des sogenannten Mittelstandsbauchs schon lange nicht mehr mit klerikalen Wohlstandswampen zu tun hat.

Denn trotz der gegenwärtigen Einnahmerückgänge ist die Situation derzeit noch geradezu luxuriös im Vergleich zu dem, was den Kirchen in einigen Jahren droht. Als Beispiel mag abermals die evangelische Kirche in Bayern mit ihren rund drei Millionen Mitgliedern dienen: In den vergangenen Jahren sind auch dort nach Jahren der Entspannung die Kirchenaustritte wieder kräftig angestiegen, in Bayern waren es 2009 schätzungsweise 20.000. Jahr für Jahr sind das etwa 10 bis 15 Millionen Euro an Einnahmen, derer die Kirche so verlustig geht.

Es gibt noch mehr schlechte Nachrichten

Doch verglichen mit dem demographischen Wandel, fallen die Austritte, so schmerzlich sie für die Kirche auch sein mögen, kaum ins Gewicht. Denn die Kirche ist von der Alterung im Unterschied zum Staat gleich dreifach betroffen: Zur generellen Überalterung tritt bei ihnen zum einen das Problem, dass überproportional viele der Jüngeren im Land aufgrund ihrer Herkunft keine Christen sind. Bis zum Jahr 2030, rechnet man in Bayern, werde die Landeskirche insgesamt 25 bis 30 Prozent weniger Mitglieder haben.

Zum anderen orientiert sich die Zahl der Kirchensteuerzahler einzig an der Einkommensteuer – und die muss kaum ein Rentner zahlen. Lediglich ein Drittel der Kirchenmitglieder trägt derzeit zur Kirchensteuer bei – die anderen sind Jugendliche, Studenten, Familien mit Kindern, arbeitslos oder eben Rentner. Weil vor allem die Zahl Letzterer steigt, werde bis 2030 die Zahl der Kirchensteuerzahler um 50 Prozent einbrechen.

Und damit ist es mit den schlechten Nachrichten noch nicht genug: Denn eine Kirche im Süden wie die bayerische profitiert von Wanderungsbewegungen innerhalb Deutschlands. In anderen Gegenden mögen die Kirchen ihr Spendenaufkommen erhöhen wie sie wollen – den Einbruch bei den Kirchensteuern werden sie nicht auffangen können. Aus der „ecclesia visibilis“, um einen Begriff aus der evangelischen Dogmatik zu verfremden, könnte dort mehr und mehr eine „ecclesia invisibilis“, eine unsichtbare Kirche, werden. Reinhard Bingener Faz 13

 

 

 

 

Vorwürfe gegen Frankfurter Imam. Rat der Religionen ist besorgt

 

Die Auseinandersetzung um den Imam der Hazrat-Fatima-Gemeinde ist ein Thema für den Frankfurter Rat der Religionen, sagt Micha Brumlik. Der Frankfurter Professor für Erziehungswissenschaften zählt zu den Erstunterzeichnern eines Aufrufs gegen den Al-Quds-Tag am 21. Oktober 2006 in Berlin: "Aufruf gegen Islamismus, Judenhass und Vernichtungsdrohungen gegen Israel. Für Demokratie und Menschenrechte im Iran" ist dieser überschrieben.

 

An umstrittenen Al-Quds-Demonstrationen hat Sebahattin Türkyilmaz teilgenommen. Wer genau die Veranstalter seien, habe er nicht gewusst, erklärte der Imam im Gespräch mit der FR. Ausschlaggebend für seine Teilnahme sei der Anlass des Protestmarsches gewesen, nämlich gegen die Besetzung palästinensischer Gebiete durch Israel zu demonstrieren.

Sondersitzung des Rats der Religionen

 

Ob man auf Al-Quds-Demonstrationen auftreten sollte, bezeichnet Brumlik als Thema für den Rat der Religionen. Er selbst ist der Meinung, dass man dort nicht auftreten sollte. Brumlik will dabei "nicht in Abrede stellen", dass es kritikwürdig ist, "wie der israelische Staat Ostjerusalem annektierte und auch jetzt noch dort siedelt". Es sei die Frage, ob die Teilnahme an der Al-Quds-Demonstration als "antisemitisch zu bewerten" ist: "Es gibt immer einen Aufruf zu der Demonstration, man weiß, welche Gruppen dahinter stehen."

 

Die Haltung des integrationspolitischen Sprechers der CDU, Thomas Kirchner, ein Antisemit solle nicht bei der Grundsteinlegung für eine Moschee dabei sein, hält Brumlik für richtig. Er rät, "die Gelegenheit beim Schopfe zu nehmen, um über das Thema der politischen Hisbollah und der Hamas in Deutschland und auch in Frankfurt zu sprechen".

 

Der Vorstand des Rats der Religionen, einem Gremium aus Vertretern von neun Religionsgemeinschaften, kam Donnerstagabend zu einer Sondersitzung zusammen, um sich mit den Anschuldigungen gegen Imam Türkyilmaz und Ünal Kaymakçi als Generalsekretär der Hazrat-Fatima-Gemeinde zu befassen. Im Vorfeld gab Ratsvorsitzender Athenagoras Ziliskopolous eine persönliche Erklärung ab: "Ich bin besorgt ob der Vorwürfe und bedauere, dass die Gemeinde in Verruf gerät. Bisher war die Hazrat-Fatima-Gemeinde sehr transparent."

"Tod, Tod Israel"

 

Zu der Kritik von Kaymakçi, dass in dem am Sonntag gesendeten HR-Beitrag Bilder von zwei unterschiedlichen Demonstrationen gezeigt und damit gezielt falsche Aussagen transportiert würden, sagt HR-Pressesprecher Tobias Häuser: "In den Beitrag hat sich ein Fehler eingeschlichen. Dies ist ärgerlich, ändert aber nichts an dem Inhalt des Beitrags." Dieser zeichne sich nicht durch Polemik, sondern durch gute Recherche aus. Von Hetze und Schmutzkampagne könne nicht die Rede sein.

 

Die defacto-Redaktion erklärt auf FR-Anfrage: "Bei der einen gezeigten Demonstration vom 12. August 2006 handelt es sich nicht um die jährliche Al-Quds-Demonstration zur ,Solidarität mit der leidenden Bevölkerung in Palästina´, sondern um eine Demonstration gegen den Einmarsch Israels im Südlibanon. Diese Demonstration ist von uns versehentlich als eine Al-Quds-Demonstration bezeichnet worden." Auf diesen Bildern sei Türkyilmaz mit weiteren Demonstrationsteilnehmern zu sehen. "Und die Menge skandiert immer wieder: "Tod, Tod Israel", schreibt die defacto-Redaktion. "Unter welchem Motto die Demonstration stattfinde sei nicht von wesentlicher Bedeutung, es ist viel wesentlicher, was im Bild tatsächlich passiert." SUSANNE SCHMIDT-LÜER UND CANAN TOPÇU Fr 12

 

 

 

BA-Angestellte verliert Prozess. Kein Kruzifix am Check-In

 

Weil ihr British Airways 2006 verbot, ein Kruzifix am Check-In-Counter zu tragen, sie aber nicht ohne arbeiten wollte, schickte man sie nach Hause. Sie klagte auf Schadensersatz. Vergeblich.

 

LONDON -  Eine Mitarbeiterin von British Airways hat vor Gericht den Streit um das gegen sie verhängte Kruzifix-Verbot verloren. Ein britisches Berufungsgericht wies am Freitag die Diskriminierungsklage der bekennenden Christin gegen die Fluglinie als unbegründet zurück. Der Fall wird demnächst vermutlich den Obersten Gerichtshof beschäftigen.

Die 58jährige Check-in-Mitarbeiterin Nadia Eweida wurde 2006 von BA nach Hause geschickt, weil sie sich weigerte, sich an die Firmenrichtlinie zu halten, die das Tragen sichtbarer religiöser Symbole verbietet. Der Fall hatte in Großbritannien eine Debatte über die Rolle der Religion im öffentlichen Leben angestoßen.

BA hatte ihre Richtlinien schließlich geändert. Die heute 58-Jährige zog dennoch vor Gericht, um Schadensersatz für entgangene Gehaltszahlungen einzufordern. Apn 12

 

 

 

 

Frankfurt/M. Der Antisemiten-Vorwurf und die Nahost-Politik

 

Die Ansage steht: In Frankfurt soll kein Antisemit bei der Grundsteinlegung einer Moschee dabeisein. Die Stadtpolitik hat sich in der Person Thomas Kirchners, integrationspolitischer Sprecher der Römer-CDU, positioniert und den Fall Sebahattin Türkyilmaz an seine Gemeinde verwiesen. Dort, in der Hazrat-Fatima, die in Hausen ihre neue Moschee baut, soll die Gesinnung des aus der östlichen Türkei stammenden Imam geklärt werden.

 

Die Rufe nach Aufklärung gehen reihum. Aus dem Wiesbadener Landtag lässt sich der innenpolitische Sprecher der CDU, Holger Bellino, vernehmen, dass, wenn die Vorwürfe gegen Türkyilmaz stimmten, "eine klare Distanzierung des Vereins (der Moscheegemeinde, d.Red.) und auch personelle Konsequenzen" eingefordert würden. Sein integrationspolitischer FDP-Kollege, Hans-Christian Mick, stößt ins gleiche Horn und erklärt, warum die Politik nicht ruhen darf: "Wir haben auf tragische Weise aus der Geschichte lernen müssen, was für schlimme Folgen Antisemitismus haben kann." Es sei die "Pflicht" der Deutschen, dem Rassenhass keinen Raum zu lassen.

 

Gleichwohl gibt es Lob für Ünal Kaymakci, Generalsekretär der Gemeinde, als "sehr kompetenten und um gutes Zusammenleben bemühten Gesprächspartner", sagt Stefan von Wangenheim, integrationspolitischer Sprecher der Römer-FDP. Und Mick lobt den säkularen Gemeindevorstand als einen "sehr kompetenten, besonnen und umsichtigen Mann".

 

Was der Kritik aber keinen Abbruch tut: Die auf die am Sonntag, 7. Februar, in der HR-Sendung getätigten Vorwürfe, Türkyilmaz habe 2001 als Einpeitscher einer Hisbollah-Demo gewirkt und 2006 sich an einem Al-Quds-Aufmarsch beteiligt, wird durchweg ablehnend reagiert. Die Reaktion der Gemeinde werde "der Sache nicht gerecht", bemängelt SPD-Fraktionschef Klaus Oesterling, man habe sich da "im Ton vergriffen". Sein grüner Kollege Olaf Cunitz wird noch deutlicher: "Al-Quds darf man nicht verharmlosen, wenn es in Berlin ein breites demokratischen Bündnis gibt, dass zu Gegendemos aufruft. Jeder, der an Al-Quds teilnimmt, muss sich erklären." Je schneller und deutlicher, umso besser. Türkyilmaz hatte geäußert, es sei für ihn kein Problem, an der Demo teilzunehmen. Sie war weltweit eingeführt worden von Ayatollah Chomeini gegen den Staat Israel und dessen Palästinenser-Politik.

 

Für die demokratischen Politiker aber ist das ein Problem. "Wir erwarten eine Distanzierung der Gemeinde von jeglichem antisemitischen Gedankengut und, falls die Vorwürfe zutreffen sollten, eine persönliche Konsequenz von Herrn Türkyilmaz", gibt FDP-Mann von Wangenheim die Marschrichtung vor. Indes bleibt die zweite Figur des HR-Berichts weiter schattenhaft: Ayatollah Reza Ramezami, Leiter des Islamischen Zentrums Hamburg (IHZ). Das IHZ ist das schiitische Zentrum der Republik, das seine Moschee 1965 an der Außenalster einweihte, finanziert von iranischen Kaufleuten in der Hansestadt.

 

Mit Ramezami nahm der ranghöchste schiitische Geistliche des Landes an der Grundsteinlegung in Hausen teil. Der Rechtsgelehrte führt seit 2009 das IHZ. Seine Ernennung erfolgte - wie alle seit 1979 - durch Teheran. Der IHZ-Chef vertritt den iranischen Revolutionsführer in Deutschland. Und als solcher fällt ihm laut Verfassungschutzbericht 2008 "die leise Propagierung eines islamischen Gottesstaates nach iranischem Vorbild" zu. Das IHZ hat sich laut Bericht zwar unter Ramezamis Vorgänger als "unpolitisch und kooperativ" präsentiert, versuche aber, alle Schiiten unter sich zu vereinen und zu beeinflussen. Die Hazrat-Fatima-Gemeinde ist schiitisch. PETER RUTKOWSKI Fr 12

 

 

 

Deutschland: Bei den Missbrauchsfällen hat die Sensibilität in der Gesellschaft gefehlt

 

„Aufklärung, Aufklärung, Aufklärung! Kindern klar machen, dass man nein sagen darf. Strukturen herstellen, in denen Beschwerden ernst genommen werden.“

 

Das braucht es, um Missbrauch wirksam zu verhindern. Und das sagt Ursula Raue. Sie weiß, wovon sie spricht, denn sie wurde vom Jesuitenorden als unabhängige Sachbearbeiterin eingesetzt, um die Missbrauchsfälle in deutschen Jesuitenschulen zu untersuchen. Auch das Ausbleiben strafrechtlicher Verfolgungen bei Bekanntwerden von Missbrauchsfällen innerhalb des Ordens müsse jetzt geklärt werden, so Raue gegenüber Radio Vatikan. Dieses Versäumnis hänge wohl damit zusammen, dass die Fälle – „Streicheln, Anfassen und Selbstbefriedigung gegen den Willen der Betroffenen“ – offensichtlich nicht als sexueller Missbrauch wahrgenommen wurden. Raue vermutet da ein gesellschaftliches Problem:

 

„Ich denke, dass auch in der Gesellschaft damals möglicherweise die Sensibilität dafür gefehlt hat, dass auch solche Geschichten Kindern schaden. Das lerne ich jetzt gerade in diesen ganzen Aussagen, die zu mir kommen: Dass selbst diese objektiv relativ kleinen Übergriffe unglaubliche Schäden angerichtet haben.“

 

Kenntnisse um mögliche Folgen sexuellen Missbrauchs - wie Traumata, Identifikation mit dem Aggressor, Angst und Schuldgefühle bei den Opfern - existierten aber nicht erst seit gestern. Ob solche Kenntnisse im Umgang der Kirche mit den Fällen berücksichtigt worden seien – auch diese Frage müsse gestellt werden, so Raue. Nach unserem Interview geht es für Ursula Raue zurück ans Telefon. Sie bekommt viele Anrufe zur Zeit, sehr viele davon beziehen sich auch auf Missbrauchsfälle an anderen Schulen oder Jugendeinrichtungen, also außerhalb des Jesuitenordens. (rv 12)

 

 

 

Islam-Studiengänge. Die Fallstricke der deutschen Imam-Ausbildung

 

Imame in Deutschland sind nicht mehr nur Vorbeter – sie sind Mediatoren, Seelsorger, Lehrer. Ein Uni-Studium soll der gewandelten Rolle Rechnung tragen. Doch die akademische Imam-Ausbildung steckt voller Risiken. Die dort geformten Geistlichen könnten in ihren Gemeinden auf mangelnde Akzeptanz stoßen.

 

Eine harte Aufgabe liegt vor Mouhanad Khorchide. Es geht um nicht weniger, als den Islam mit der Wissenschaft in Deutschland versöhnen. Der 38 Jahre alte Islampädagoge von der Universität Wien ist der aussichtsreichste Anwärter für den Lehrstuhl Islamische Religionspädagogik in Münster – für einen Lehrstuhl, der einen Aufschrei in der muslimischen Welt auslöste, als der Amtsvorgänger die historische Existenz Mohammeds anzweifelte. Seither ist die Stelle verwaist, die Stimmung gereizt.

Universitäten buhlen um Islam-Lehrstühle

Von Münster wird ein Signal ausgehen. Denn die mögliche Berufung Khorchides fällt mitten in die Debatte, wie die jüngsten Empfehlungen des Wissenschaftsrates zur Etablierung des Fachs Islamische Theologie – und akademischer Imam-Ausbildung – an deutschen Hochschulen umzusetzen seien. Wie erarbeitet man ein Curriculum? Wie soll Personal berufen werden? Woher soll es angesichts dünner Auswahl in Deutschland überhaupt kommen? Wie kann der Beirat aussehen, der die Mitwirkung der Muslime analog zu den Kirchen sicherstellt? Und wer bezahlt das alles? Die Etablierung einer Disziplin mit fünf Professuren kostet etwa 1,2 Millionen Euro. Pro Jahr, pro Uni. Der Wissenschaftsrat hat drei Standorte empfohlen.

Trotz dieser Schwierigkeiten geben sich fast alle in der Politik, in den Islamverbänden und den Universitäten höchst optimistisch. Denn alle wissen: Die Sache darf nicht scheitern, will man endlich einen Islam mit deutschem Gesicht. Alles soll nun schnell gehen. Der Rektor der Uni Tübingen, Bernd Engler, hat als einer der ersten seine Hochschule als Standort beworben. Schon zum Winter könne man Professuren ausschreiben. „Das Land muss sich jetzt zu dem Vorhaben bekennen. Wir brauchen nicht erst jahrelange Diskussion.“

In Niedersachsen ist man noch weiter. Mit Osnabrück verfügt das Land bereits über einen der wenigen Standorte für islamische Religion neben Münster, Erlangen und Frankfurt am Main. Bereits vom kommenden Wintersemester an wird dort eine Weiterbildung für Imame angeboten, eine grundständige Imam-Ausbildung ist für 2012/13 in Planung. Innenminister Uwe Schünemann (CDU) weiß, dass dabei ohne die Islamverbände nichts geht, und betont, jetzt müsse „ein noch intensiverer Dialog geführt werden“. Dann muss dessen Ergebnis von allen Seiten akzeptiert werden. Doch das dürfte extrem schwierig werden.

Muslime bangen um Deutungshoheit

So betonen die Universitäten, auch die Tübinger, ihre „wissenschaftliche und pluralistische“ Ausrichtung, während die Muslime um die Deutungshoheit über ihren Glauben fürchten. „Ich möchte mein Kind nicht zu einem Imam schicken, der sagt, der Prophet hätte nicht gelebt“, formuliert Erol Pürlü vom Verband der Islamischen Kulturzentren (VIKZ) ihre Sorgen. Grundsätzlich begrüßt man die Pläne, aber der VIKZ, der als einziger Verein in Deutschland Imame ausbildet, hat auch praktische Bedenken: „Imame von einer deutschen Uni könnten für die meisten Gemeinden zu teuer sein.“ Völlig unklar ist auch, wer in der heterogenen Sphäre des Islam die praktische Ausbildung bezahlen soll, die sich ähnlich wie ein Vikariat an das Studium anschließen müsste. Braucht es dafür eine Art Kirchensteuer für Muslime?

Auffällig zurückhaltend hat sich bislang der Dachverband Türkisch-Islamische Union (Ditib) geäußert, der bislang für den Import der meisten der rund 2500 Imame in Deutschland aus der Türkei zuständig ist. Eine Ditib-Erklärung zur Ausbildung von Imamen in Deutschland wird in der kommenden Woche erwartet. Hinter vorgehaltener Hand sagen Kenner, Ditib würde eine Imam-Ausbildung im Inland am liebsten verhindern. Das freilich käme einer Sabotage des modernen Islam in Deutschland gleich. Auch Ditib spürt den öffentlichen Druck.

„Die muslimischen Verbände sind untereinander sehr unterschiedlich“, formuliert Minister Schünemann vorsichtig seine Erfahrungen vom „Runden Tisch“ in Niedersachsen. Sie müssten sich jetzt einigen, wo ihre Prämissen liegen. „Wir können nur eine Imamausbildung für alle anbieten, wir können uns nicht eine Strömung herauspicken“, sagt Schünemann. Vermischen sich aber die Rechtsschulen zu sehr, wäre die Imamausbildung praktisch wertlos. Einen halb lutherischen, halb katholischen Pfarrer würde auch keine Kirchengemeinde wollen.

Innerislamische Diskussion fehlt

Die Verbände wollen jetzt sehen, dass man mit ihnen intensiv zusammenarbeiten möchte, sagt Mouhanad Khorchide, der sich soeben bei den großen muslimischen Interessensgruppen in Deutschland vorgestellt hat. 2007 sorgte er in Österreich mit einer Studie über Demokratieskepsis im Islam für Furore. Nun muss er um Zustimmung werben. „Es hängt alles von der Kommunikation ab“, sagt er. „Uns fehlt eine öffentliche theologische Diskussion, auch und vor allem innerislamisch.“ Anders als Minister Schünemann würde sich Khorchide deshalb wünschen, dass sich die Vielfalt islamischer Strömungen an den neuen Lehrstühlen widerspiegelt und so endlich wissenschaftlich über religiöse Inhalte gestritten werden kann.

Wie sehr dieser frische Wind im muslimischen Alltag fehlt, zeigt sich gerade am „Institut für Studien der Kultur und Religion des Islam“ in Frankfurt am Main. Hier gibt es, so erzählen Eingeweihte aus Wissenschaft und Landesregierung, Probleme mit Inhalten, die manche gläubige Muslime nicht akzeptieren wollen. So sei vielen die in Frankfurt gelehrte Hermeneutik zu modern, einige fürchten gar ein „zweites Münster“. Allerdings sind in Frankfurt nicht so sehr die Verbände als vielmehr die Studenten unzufrieden. Die seien, erzogen im traditionellen Milieu zwischen Moschee und Familie, oft die konservativsten von allen, heißt es bei Professoren. Studenten, die reaktionärer sind als ihre Lehrer – auch das dürfte deutsche Universitäten vor ganz neue Herausforderungen stellen. Christina Brüning  DW 14

 

 

 

Irak: Christliche Enklave in Not

 

So nah, so fremd – das Christentum im Nahen Osten geht uns viel an, auch wenn wir es kaum kennen. Einer hat sich vorgenommen, das zu ändern: Hans Hollerweger. Der Österreicher, der in diesen Tagen seinen achtzigsten Geburtstag feiert, setzt sich seit mehr als zwanzig Jahren mit der „Initiative christlicher Orient“ für die bedrängten Christen im Libanon, in Syrien, in der Südosttürkei, im Heiligen Land – und im Irak ein. Er sagt:

 

„Die wirtschaftliche Lage hat sich in letzter Zeit leicht gebessert – aber es ist für sie weiter sehr schwierig.“

 

Sie – das sind die Christen im Irak. Genau gesagt: Im Nordirak, im Bistum Zakho-Dohuk. Dort gibt es eine Art christliche Enklave. Wie sie zustande kam, erklärt Professor Hollerweger:

 

„In den 1970er-Jahren wurden die Christen vom Regime Saddam Husseins aus ihrem Land im Nordirak vertrieben und mussten nach Bagdad oder in den Süden des Irak flüchten. Nach 2003 sind viele vor dem islamistischen Terror aus den Städten in ihre ländlichen Ursprungsgebiete zurückgekehrt. Und so gibt es in der Diözese Zakho sechzehn reine Flüchtlingsdörfer.“ Rv 12

 

 

 

 

Kunst als Selbsthingabe an Gott

 

ROM - Ende Januar wurde die restaurierte Fassade der Kirche des Hl. Ludwig von Frankreich in Rom wieder enthüllt. Jetzt kann man die Kirche nach mehr als einem Jahr der Arbeiten wiederentdecken und ihre Schönheit bewundern. Repellin Didier, leitender Architekt für historische Denkmäler, erklärt die Bedeutung von seiner Seite aus.

„Die Kirche des Hl. Ludwig von Frankreich ist ein wunderschönes Meisterwerk. Sie ist unter mehreren Aspekten ein Meisterwerk, zuerst einmal historisch, was von großer Bedeutung ist, da sie die Kirche für alle Franzosen und einer königlichen Stiftung in Rom ist", so der Architekt, Repellin Dedier. "Deren Geburtsjahr war das späte 15. Jahrhundert, um 1478, die Kirche selber wurde jedoch zwischen 1518 und 1589 gebaut.“

Die Restaurierung bot die Möglichkeit, technische Details und die Kunst des 16. Jahrhunderts zu studieren und die Instrumente, die damals benutzt wurden, um die ursprüngliche Fassade zu gestalten. Nicht zu vergessen natürlich die Art und Weise, in der die Künstler selber arbeiteten und die deren Glauben widerspiegelt.

„Alle diese Arbeiten wurden zu einer Zeit gemacht, in der alles zur größeren Ehre Gottes geschah. Die Arbeiter, die Bildhauer, die Maler gaben sich selber hin. Und dies fasziniert mich besonders, denn nach einiger Zeit baute man nicht mehr für die Ehre Gottes, sondern für irgendeine Person. Und in diesem Moment, wie die Bildhauer sagen, entweder wir geben uns hin, oder wir schmeicheln jemandem. Das ist der Unterschied zwischen Selbsthingabe und Schmeichelei. Und hier kann man von Selbsthingabe sprechen.“ Zenit 12

 

 

 

 

Honduras: Präsident mit Ohr für die Armen?

 

Nach der Präsidentenwahl steht Honduras vor einem Neuanfang – aber leicht wird dieser nicht, denn es gibt noch viel zu tun. Das meint Christian Frevel, Lateinamerika-Experte vom Hilfswerk Adveniat. Mit einer Delegation seines Hilfswerkes reiste er in den letzten Tagen durch das Land und traf sich mit Kirchenvertretern aus El Salvador und Tegucigalpa, darunter Kardinal Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga. Arbeitslosigkeit und ein schlechtes Gesundheitswesen sind nur einige der großen Probleme, mit dem das Land immer noch zu kämpfen hat. Dennoch – in der Bevölkerung herrsche trotz allem eine positive Stimmung, so Frevel. Das habe mit dem „demokratisch“ gewählten neuen Präsidenten Porfirio Lobo zu tun. Lobo gilt als konservativ und volksnah.

 

„Die Leute, die hier in der Sozialarbeit engagiert sind, sagen, dass er immer ein Mensch war, der ein Ohr für seine Wähler hatte. Das ist eine außergewöhnliche Sache hier. Lobo hat zum Beispiel immer auch Sprechstunden für die Armen gehalten. Jetzt vertrauen die Leute darauf, dass er die Probleme angeht. Er hat einen ersten Schritt getan, indem er eine Regierung eingesetzt hat, die nicht nur Leute seiner eigenen Partei beteiligt – und er hat eine Regierung der Einheit gebildet. Es wurde etwa jemand, der vorher in der Gewerkschaft gearbeitet hat, zum Arbeitsminister ernannt. Lobo versucht, die gesamte Gesellschaft in diese Regierung einzubinden.“(rv 12)