Notiziario religioso 15-16 Febbraio 2010
Lunedì 15. Il commento al Vangelo. I farisei chiedono un segno a Gesù
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 8,11-13) commentato da P. Lino Pedron
11 Allora vennero
i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal
cielo, per metterlo alla prova. 12 Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse:
«Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato
alcun segno a questa generazione». 13 E lasciatili, risalì sulla barca e si
avviò all’altra sponda.
A questo punto la
situazione di Gesù è veramente tragica e la sua immagine impressionante. E’ un
uomo addolorato per il rifiuto dei farisei e meravigliato e deluso per il
comportamento dei discepoli che ancora non capiscono.
I primi sono
totalmente chiusi alla fede. Se chiedono a Gesù un segno, un miracolo, non è
perché vogliono credere in lui, ma per tendergli un tranello (v. 11). Gesù
capisce la loro manovra, rifiuta il segno e li abbandona (vv. 12-13). E’ la
rottura definitiva.
La differenza tra
i farisei e i discepoli sta nel fatto che questi ultimi non hanno deciso di
farlo morire e non l’abbandonano. E questo non è poco. Per il resto sono
uguali: il loro atteggiamento di incomprensione nei confronti di Gesù è
colpevole. Hanno il cuore indurito perché si ostinano a non capire e non
riflettono su ciò che vedono e odono (vv. 17-18).
Gesù si sforza di
farli ragionare; ricorda loro le due moltiplicazioni dei pani, ma deve
concludere con una amara constatazione: "E non capite ancora?" (v.
21). Sono ciechi e sordi davanti a Dio che si rivela.
Gesù ci ha già dato
il suo massimo segno donandoci se stesso nel suo pane. Non bisogna chiedergli
altri segni, ma credere nel segno che ci ha dato. Oltre a questo non c’è più
niente: è Dio stesso, tutto per noi. Non resta che riconoscere, adorare,
gustare e viverne.
Il discepolo,
invece di chiedere nuovi segni, chiede la capacità di vedere quelli che Gesù
gli ha già dato. De.it.press
Martedì 16. Il commento al Vangelo. “Avete occhi e non vedete”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 8,14-21) commentato da P. Lino Pedron
14 Ma i discepoli
avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che
un pane solo. 15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi
dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16 E quelli dicevano fra
loro: «Non abbiamo pane». 17 Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché
discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore
indurito? 18 Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi
ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste
colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20 «E quando ho
spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete
portato via?». Gli dissero: «Sette». 21 E disse loro: «Non capite ancora?».
I discepoli sono
talmente immersi nei pensieri terra-terra di ogni giorno, che non riescono a
penetrare nelle severe parole di Gesù e continuano a manifestarsi l’un l’altro
le loro preoccupazioni per il pane.
Gesù interviene e
parla loro in tono di tale rimprovero come non aveva mai fatto prima.
Il loro cuore è
indurito fin dal tempo della moltiplicazione dei pani (6,52); essi non hanno
capito nulla dell’opera messianica di Gesù né hanno compreso il mistero della
sua personalità mentre egli camminava sulle onde del lago. Tuttavia Gesù non
abbandona nemmeno ora i suoi discepoli, ma cerca di portarli a riflettere e a
capire.
I discepoli devono
stare attenti a non lasciarsi contagiare dalla mentalità dei farisei e di
Erode. Gesù vuole che stiano lontani da questi due partiti: da quello dei
farisei, la cui religione è più esteriore che profonda; da quello di Erode che
è totalmente preso dalle cose del mondo e della politica. L’avvertimento è
tutt’altro che fuori posto: Giuda ci cascherà dentro in pieno, purtroppo!
Ma mentre Gesù
diceva loro queste cose, essi pensavano ad altro: «E quelli dicevano tra loro:
"Non abbiamo pane"» (v. 16). E’ evidente la "distrazione"
dei discepoli, la loro incapacità di ascoltare: Sono talmente immersi nella
preoccupazione del pane che non afferrano altro. Non avvertono neppure
l’urgenza e l’importanza di quanto Gesù sta dicendo. Si comportano come se egli
non parlasse.
"Non
intendete e non capite ancora?" (v. 17). Il rimprovero di Gesù assume
un’ampiezza insospettata e si risolve in una diagnosi completa delle malattie
di cui sono afflitti i discepoli: scarsa intelligenza, cecità, sordità, durezza
di cuore, sospetta perdita della memoria.
In questi
versetti, il martellamento delle domande incalzanti, che vanno verso il
fortissimo e passano in rassegna tutti i sensi dell’uomo, fa capire ai
discepoli che non hanno capito proprio nulla.
Essi ricordano
perfettamente i fatti. Rispondono senza alcuna esitazione e sanno ricordare
benissimo ciò che è accaduto. Sono tutt’altro che stupidi, ma non comprendono
il grande dramma che si sta svolgendo sotto i loro occhi.
In questa
circostanza i nodi vengono al pettine e Gesù coglie l’occasione per fare ai
suoi discepoli un esame di coscienza piuttosto ruvido. Non è possibile leggere
questo brano senza sentire il tono alto, altissimo della voce di Gesù, con una
buona dose d’ira, di accoramento e di delusione. Il Maestro si trova davanti
dodici discepoli che non sanno risolvere l’equazione ad un’incognita: e in
questo caso l’incognita è Gesù.
"Avete il
cuore indurito?". La diagnosi di Gesù si concentra essenzialmente su una
malattia: la durezza di cuore. Il cuore, nel linguaggio biblico, indica non
tanto la sede della vita affettiva, quanto la fonte dei pensieri e della
comprensione. Qui è denunciata la mancanza d’intelligenza, l’incapacità di
vedere la portata messianica di ciò che sta accadendo: è l’accecamento dello
spirito. I discepoli sono duri di cuore perché non hanno l’intelligenza per
capire chi è Gesù: e questa intelligenza si identifica, di fatto, con la fede.
"Avete occhi
e non vedete, avete orecchi e non udite?" Tutti questi interrogativi non
sono una condanna, ma un invito accorato e costante a convertirsi, che richiama
i rimproveri di Mosè (Dt 29,3) e dei profeti (Ger 5,21; Ez 12,2) al popolo
ribelle.
Egli li rimanda
alla loro esperienza passata. Come il ricordo dei benefici d’un tempo provocava
Israele a uscire dal suo torpore e a tornare a Dio (cfr Sal 77,4.6.12.13;
105,5), così la memoria di quello che essi avevano fatto, distribuendo alle
folle il pane che sazia in abbondanza, può richiamarli alla loro responsabilità
e aiutarli a capire finalmente chi egli sia.
La funzione di
questo brano corrisponde alla prima fase del miracolo che segue: vuol farci
vedere che non vediamo. Siamo come il cieco che scambia gli uomini per alberi.
De.it.press
Il Papa visita la Caritas di Roma: «Senza volontari non si fa niente»
«Grazie per il vostro
impegno» ha detto il Pontefice ai medici e ai volontari. «No alla logica del
profitto»
ROMA - Benedetto
XVI, accolto dagli applausi dei presenti e dalle grida «viva il Papa», ha
visitato i locali della Caritas di Roma alla Stazione Termini; prima il
poliambulatorio, poi la farmacia, l'ostello e infine la sala mensa. Nel corso
della visita ai locali dell'ostello intitolato a don Luigi Di Liegro, è stato
donato a Papa Benedetto XVI il crocifisso restaurato della chiesa di San Pietro
a Onna, alle porte dell'Aquila.
«SENZA VOLONTARI
NON SI FA NIENTE» - Il personale gli ha illustrato i tanti servizi forniti a
poveri, immigrati, rom, ospiti che provengono da tutte le parti del mondo.
«Grazie per il vostro impegno - ha detto il Pontefice ai medici e ai volontari
-. Il vostro servizio è molto importante, anche se non è facile». In seguito ha
sottolineato: «senza volontari non si fa niente». Durante la visita Benedetto
XVI chiede informazioni agli addetti sul funzionamento dei servizi e
dell'accoglienza.
APPELLO ALLE
ISTITUZIONI - «Desidero incoraggiare non solo i cattolici, ma ogni uomo di
buona volontà - ha detto il Papa -, in particolare quanti hanno responsabilità
nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni, ad impegnarsi nella
costruzione di un futuro degno dell'uomo, riscoprendo nella carità la forza
propulsiva per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più
giusta e fraterna». Il Papa ha spiegato che «la carità è il principio non solo
delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche
delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici».
RIVOLTO AI
POLITICI - «I politici e le Istituzioni, riscoprano "la forza della
carità", soprattutto in un mondo dove sembra prevalere la logica del profitto
e la ricerca del proprio interesse». «Per promuovere una pacifica convivenza
che aiuti gli uomini a riconoscersi membri dell’unica famiglia umana - ha detto
il Papa - è importante che le dimensioni del dono e della gratuità siano
riscoperte come elementi costitutivi del vivere quotidiano e delle relazioni
interpersonali».
LA BIMBA MALATA DI
CUORE - Entrato nella sala mensa della Caritas il Papa si è avvicinato e ha
benedetto una targa commemorativa della visita. Benedetto XVI si è fermato
continuamente a salutare e a stringere le mani degli ospiti delle strutture,
dei tanti operatori e volontari. Ha anche dato la sua benedizione a una bambina
di pochi anni che tra pochi giorni, come gli hanno spiegato gli addetti
dell'ostello Caritas, dovrà essere operata al cuore. Parole di conforto e
incoraggiamento sono state rivolte dal Pontefice ai genitori della bimba.
LA CARITAS, UN
SOSTEGNO DAL 1984 - La Caritas Diocesana di Roma, in campo dal 1984, è
istituita a favore delle persone senza fissa dimora ed è realizzata da
volontari, medici, infermieri e operatori del sociale. Dal 1987 è stato aperto,
in collaborazione con il Comune di Roma il primo Ostello Comunale per i senza
dimora, nei pressi della Stazione Termini, proprio vicino al punto dove
l'emarginazione è più presente.
I SERVIZI - A
tutt'oggi prosegue il lavoro sulla strada attraverso il Servizio Notturno
Itinerante che, grazie all'esclusiva opera di volontari, continua a frequentare
i luoghi soliti della povertà portando panini e bevande calde, ma soprattutto
vuole essere un'occasione di contatto e di possibile rapporto. "Sulla
strada" opera anche il Servizio di Pronto Intervento Sociale del Comune di
Roma (S.P.I.S.), costituito da un'équipe di figure professionali coadiuvate dai
volontari. Attualmente vi è una struttura di "prima accoglienza":
l'Ostello di via Marsala 109 che dovrebbe essere struttura d'emergenza, dove
l'utente viene accolto per una breve permanenza, in attesa di trovare un'altra
collocazione Redazione Online CdS 14
Papa, abbraccio agli “ultimi”: un giorno con barboni e trans
«Giustizia e
carità», Ratzinger nell’ostello della Caritas-
di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Ha scelto il giorno di san Valentino per andare ad abbracciare
barboni, tossici, malati di Aids e trans, gli ultimi che ogni notte trovano
rifugio nell’ostello della Stazione Termini. Un modo per fare arrivare a chi si
sente disperato e solo che «Dio è amore», proprio come sta scritto nel Vangelo.
La mattinata di domenica Benedetto XVI la trascorrerà così, nella struttura
della Caritas, messa in piedi agli inizi degli anni Ottanta con ben poche
risorse e tanta buona volontà, da monsignor Luigi di Liegro, un nome che a Roma
evoca subito dedizione e carità verso il prossimo. Ad accoglierlo a via Marsala
saranno il cardinale Vallini, il ministro Matteoli, in rappresentanza del
Governo, il sindaco Alemanno, l’ad delle Fs Moretti, Gianni Letta e don Feroci,
della Caritas. Saranno però soprattutto loro, gli ospiti della «Cittadella
della Carità», i veri protagonisti della giornata. A nome di tutti Giovanna, 55
anni, una vita di disagio alle spalle, gli darà il benvenuto. E’ stata una
delle prime frequentatrici dell’ostello quando ancora era organizzato con poco.
Oggi, invece, fornisce un tetto a 180 persone, un pasto caldo a 500 e servizi
medici gratuiti nel poliambulatorio. «Giovanna gli leggerà un messaggio di
speranza, perchè questo non vuole essere un luogo solo di disperazione»
spiegano gli organizzatori. «Meglio parlare di uomini e donne che vivono
difficoltà momentanee e che ce la stanno mettendo tutta per rialzarsi». Non un
ghetto, ma un riparo per ritrovare un raggio di luce. Papa Ratzinger entrerà
nelle stanze di alcuni ospiti tra cui Angelo, 70 anni. E’ uscito da Rebibbia
dopo 7 anni di reclusione e si è trovato il vuoto attorno. Non mancheranno le
mamme coi bambini delle case famiglia gestite dalla Caritas, i malati terminali
e i sieropositivi di Villa Glori, i trans che Papa Ratzinger ha già avuto modo
di salutare quando è andato alla mensa di Colle Oppio, l’anno scorso. Tutto si
concluderà intorno alle 11 e mezza, in tempo per l’Angelus. «La visita vuole
incoraggiare a lavorare tutti assieme per un mondo improntato alla giustizia e
alla carità» ha spiegato il cardinale Vallini. Girando nelle parrocchie ha visto
gli effetti della crisi, le famiglie numerose costrette a indebitarsi, il
fenomeno dell’usura che dilaga. A bussare alla porta della Chiesa non ci sono
più solo barboni o disadattati ma sempre più pensionati che non arrivano alla
fine del mese. L’impegno della Caritas, specialmente nell’anno europeo contro
la povertà e l’esclusione sociale, è diretto a far capire che la solidarietà
nasce dalla fede e che la «vera povertà è quella del cuore». Gli ultimi dati
(aggiornati) sono allarmanti: le famiglie in difficoltà sono 2.737.000 (l’11,3%
della famiglie residenti). Si parla di 8.078.000 povere. Peggiorano le
condizioni economiche, aumentano gli italiani che si rivolgono ai centri di
assistenza, e cresce la cosiddetta povertà di ritorno degli immigrati: chiedono
aiuto a distanza di sei anni dal loro arrivo. «Un pessimo segnale per la tenuta
della nostra economia specie nel Nord Est». Im 12
Papa e famiglia. La parte mancante. Un discorso tagliato da molti media
Di che cosa ha
parlato il Papa, lunedì 8 febbraio, ai membri del Pontificio Consiglio per la
famiglia? Di pedofilia. Specificamente: di preti che, agendo in contrasto con i
propri doveri, hanno violato i diritti dei fanciulli! Solo di questo? Certo,
nient'altro.
È questo il
messaggio che gran parte dei media ha dato ai lettori e agli ascoltatori. Come
sempre: il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E così si è fatto anche
stavolta. Si prende un discorso del Papa, se ne estrae una frase, quella
naturalmente che potrà fare più rumore, la si rilancia, la si commenta, si
esaspera qualche parola. E poi stop. Il resto del discorso può trattare anche
tematiche fondamentali, ma non lo si cita nemmeno, perché non tocca argomenti
pruriginosi o scandalistici.
In realtà
Benedetto XVI l'8 febbraio ha fatto un discorso ampio, principalmente su tre
temi: il primo presentava linee importanti di un "vademecum" di
prossima pubblicazione per la preparazione al matrimonio, che "comporta
tre principali momenti: uno remoto, uno prossimo e uno immediato".
Un'indicazione ricca di prospettive. Il pensiero del Papa è chiaro: la
preparazione vera al matrimonio inizia fin dall'infanzia, segnata, in bene o in
male, dall'esperienza che si fa e dall'insegnamento che si riceve nella
famiglia di origine; s'intensifica in tutto il periodo del fidanzamento
attraverso un itinerario di fede e di vita; giunge a compimento al momento di
preparare la celebrazione del sacramento.
Inoltre, in
relazione al tema dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio "I
diritti dell'infanzia", ricordava anzitutto quella verità che i media
difficilmente mettono in luce, e cioè che "la Chiesa, lungo i secoli,
sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei
minori e, in molti modi, si è presa cura di essi". Una premessa imprescindibile
questa, senza la quale l'affermazione successiva - in cui si riconosce con
dolore la violazione di tali diritti da parte di "alcuni" dei membri
della Chiesa stessa - non può essere letta nella sua verità. E la verità è
chiara: lungo i secoli milioni di cristiani, sacerdoti in primis, si sono presi
cura, con amore costruttivo e generoso, dei fanciulli, dedicando alla loro
crescita fisica e morale il meglio delle proprie forze e del proprio tempo.
Proprio per questo, il Papa "deplora e condanna" gli abusi di alcuni
dei suoi membri, che sono la negazione di tutto l'insegnamento di Cristo e
dell'impegno generoso e fedele della Chiesa.
Sempre dei diritti
dell'infanzia s'interessa l'ultima parte del discorso del Pontefice. Oltre che
della violenza di chi abusa di loro, i fanciulli sono vittime innocenti anche
della violenza, meno appariscente ma altrettanto reale, di famiglie che non
consentono loro l'esperienza dell'amore vero. È violenza il non farli vivere in
un clima di amore vero, costringerli a crescere tra gli odi di genitori che si
detestano; è violenza il non permettere loro di crescere insieme al padre e
alla madre a causa della separazione e del divorzio. Insegnamento di grande
valore quest'ultimo che i media non hanno comunicato ai loro lettori. Perché?
La risposta è facile: perché va contro la mentalità corrente, per la quale la
famiglia unita è un optional, i diritti individuali dei genitori sono un dato
assoluto che non tiene conto in alcun modo dei diritti dei figli.
Ancora una volta molta
informazione ha mancato al suo dovere. Non c'è che da rammaricarsene. VINCENZO
RINI direttore "La Vita Cattolica" (Cremona)
Diritti infanzia. Card. Antonelli: "condannare senza ambiguità tutte
le violazioni"
Un appello a
"condannare senza ambiguità tutte le violazioni dei diritti dei bambini,
che purtroppo sono ancora tantissime nel mondo". A lanciarlo, a
conclusione dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia
(Vaticano, 8-10 febbraio), è stato il card. Ennio Antonelli, presidente del
citato dicastero vaticano. Il cardinale ha presentato, in chiusura, una serie
di considerazioni riassuntive che riguardano i "Diritti
dell'infanzia", sui quali nei tre giorni dei lavori hanno offerto
contributi studiosi di ogni parte del mondo.
Troppe violazioni.
"Occorre che la coscienza civile - ha detto il cardinale - condanni senza
esitazioni e senza ambiguità le numerosissime violazioni dei diritti dei minori
che continuano a commettersi nel mondo: stragi di guerra, impiego dei bambini-soldato,
traffico per trapianti di organi, sperimentazioni farmaceutiche, violenze
fisiche, rapimenti, insufficiente o cattiva alimentazione, carenza di cure
sanitarie, discriminazione dei disabili, privazione dell'istruzione,
sfruttamento lavorativo, costrizione a mendicare, a rubare, a spacciare droga,
a prostituirsi, pedofilia, abusi sessuali, pornografia, matrimoni imposti
precocemente, mutilazioni sessuali, sfruttamento". Dopo aver chiarito il
diritto del bambino alla protezione e alle cure "sia prima sia dopo la
nascita", ha poi affrontato il tema del bambino in rapporto alla famiglia.
Un padre e una
madre. "Il fanciullo - ha sottolineato il cardinale - ai fini dello
sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un
ambiente familiare. Il bambino ha diritto ad avere un padre e una madre per
potersi relazionare, fin dalla primissima infanzia, con due persone di sesso
diverso, che si amano tra loro e lo amano, e potersi così costruire una chiara
e solida identità, una personalità definita". Per uno sviluppo sano - ha
continuato il cardinale Antonelli - occorre che il bambino possa "crescere
insieme al padre e alla madre, essere amato ed educato da loro. Il bambino ha
diritto ad essere aiutato ad acquistare autostima, fiducia, sicurezza, senso
della realtà e del limite, armonia psichica, maturità progressiva". Anche
in "caso di adozione, ha diritto ad essere affidato a una coppia formata
da un uomo e una donna, uniti in matrimonio, che dia sufficienti garanzie di
armonia e stabilità. Altro è essere padre e madre - ha precisato - e altro è
fare da padre e da madre; altro ancora è svolgere qualche funzione
genitoriale".
Identità psichica
matura. Il cardinale si è poi soffermato su alcuni aspetti educativi dei
bambini. "L'unità e la coerenza psicofisica del bambino sono un bene da
tutelare e sviluppare con una corretta educazione", ha detto, aggiungendo:
"Non è accettabile un'educazione dei bambini che miri intenzionalmente a
costruire personalità omosessuali o incerte e confuse. Altro è insegnare il
doveroso rispetto verso tutte le persone e altro è proporre ai bambini e agli
adolescenti l'omosessualità come un ideale alternativo. Le persone omosessuali
devono essere rispettate nella loro dignità e nei diritti umani
fondamentali". Riferendosi alle richieste d'istituzionalizzare le coppie
omosessuali, ha detto: "Non ogni desiderio è un diritto. Non i desideri,
ma i beni oggettivi devono essere posti a fondamento della legge. Solo la
coppia uomo-donna, unita in matrimonio e aperta ai figli, è un fatto di
interesse e rilevanza pubblica. Voler istituzionalizzare una forma di
affettività, solo perché si tratta di un sentimento, è come voler
istituzionalizzare un rapporto tra amici. Ingiustizia è trattare cose diverse
allo stesso modo".
L'amore crea
unità. Pertanto, ad avviso del cardinale Antonelli, "altro è provvedere a
bisogni e diritti individuali e altro è istituire il rapporto tra omosessuali.
È paradossale esaltare il pluralismo e le diversità culturali e, nello stesso
tempo, minimizzare le differenze umane fondamentali, quella dei sessi
uomo-donna e quella delle generazioni genitori-figli, in nome dell'uguaglianza
e della non-discriminazione. L'amore crea unità nel rispetto dell'alterità,
armonizza e valorizza le differenze, a cominciare da quelle dei sessi e delle
generazioni". "È una triste contraddizione che ognuno dei genitori
voglia bene ai figli e, nello stesso tempo, infligga loro una profonda e
intensa sofferenza non amando il coniuge e addirittura arrivando alla
separazione e al divorzio", ha poi rilevato, proseguendo con la
considerazione che "destabilizzare il matrimonio e la famiglia è
accrescere l'individualismo e la conflittualità, compromette la coesione, lo
sviluppo e il futuro della società". Da ultimo ha fatto riferimento alle "ideologie
che approvano relazioni sessuali fuori dal matrimonio indissolubile tra un uomo
e una donna", sostenendo che "sono in evidente contrasto con la
Parola di Dio". Sir
Famiglia. Il Papa indica nella serenità la condizione per educare
"In poche
righe il Papa fa un'affermazione di grande importanza e di grande portata nella
cultura odierna, ossia che per tutelare al meglio i diritti dei minori occorre
sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua
unità e stabilità. Una presa di posizione forte e decisamente
controcorrente". È il commento espresso al SIR da Pietro Boffi,
responsabile del centro documentazione del Cisf (Centro internazionale studi
famiglia), sul discorso rivolto l'8 febbraio da Benedetto XVI ai partecipanti
alla XIX assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia, ricevuti
in udienza. L'assise riunisce fino al 13 febbraio membri e consultori intorno
al tema dei diritti dell'infanzia, nel XX anniversario della Convenzione
internazionale sulle misure a tutela del bambino, adottata dalle Nazioni Unite
il 20 novembre 1989.
Una grande sfida.
"L'affermazione del Papa - osserva Boffi - si scontra con una corrente
culturale che a partire dalla fine degli anni Sessanta ha in qualche modo
legittimato come un diritto individuale e una manifestazione di progresso
l'idea di poter spezzare il vincolo matrimoniale mentre invece l'esperienza
continua a dimostrare che la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una
donna è imprescindibile per un sano sviluppo della persona". Non si tratta
quindi "di un legame opprimente che condiziona le libere scelte delle
persone: un discorso apparentemente semplice ma non scontato e oggi difficile
da accogliere e realizzare a causa di una visione troppo privatistica e legata
a un'ipertrofia degli affetti e dei sentimenti rispetto a ciò che serve per
costruire un solido legame a due che dia vita ad una famiglia". Secondo
Boffi, "legare tutto ad emozioni e sentimenti provvisori, come spesso si
fa oggi, impedisce di crescere, progettare nel lungo periodo, imparare a
gestire i conflitti e le inevitabili difficoltà della vita a due. È proprio la
profonda crisi culturale del nostro tempo a rendere difficilmente praticabile
l'assioma espresso ieri da Benedetto XVI ma, allo stesso tempo, essa
costituisce anche una grande sfida".
Serenità e
capacità di difesa dai pericoli. Boffi rammenta che "il Papa ribadisce
inoltre, per la serenità e l'equilibrio dei bambini, l'importanza di due figure
genitoriali di sesso diverso: maschile e femminile". "La mancanza di
una di esse - purtroppo inevitabile con la morte prematura di un genitore -, o
il duplice ruolo genitoriale svolto da persone dello stesso sesso - spiega il
rappresentante del Cisf - può infatti creare degli scompensi nella costruzione
dell'identità di un bambino. Le figure maschile e femminile non sono un
optional; la loro necessaria distinzione influisce armonicamente nella
costruzione di personalità e identità equilibrate e ben definite". A
confermarlo "sono decenni di autorevoli studi che smentiscono gli attuali
e diffusi tentativi di equiparare alla famiglia ciò che famiglia non è, e al
matrimonio qualsiasi forma di unione". Tendenze culturali, avverte Boffi,
"che rischiano di svuotare di significato e scardinare un edificio solido,
normato addirittura dal diritto romano perché ritenuto un modo di regolamentare
il rapporto tra sessi e generazioni utile alla società, e portano in cambio
dissoluzione e fragilità". L'esperto si dice convinto che "la
serenità goduta dai bambini cresciuti in una famiglia unita e stabile finisce
anche per offrire loro strumenti di difesa dai pericoli cui sono esposti:
pedofilia, violenze fisiche e psicologiche e dipendenze da droga, alcol o, come
sta accadendo di recente, anche da Internet".
Investire sulla
famiglia. Secondo Boffi "occorre investire moltissimo sulla solidità della
famiglia, un ambito nel quale la Chiesa è chiamata in prima linea". Oggi,
sostiene, "sta facendo moltissimo a livello di riflessione e di pastorale
'alta', ma a livello di base mi sembra invece ci si stia muovendo con un po'
più di fatica e secondo me rimane ancora preminente il discorso della
preparazione ai sacramenti in cui essa viene coinvolta, ma in modo
diverso". "Ritengo che sia importante - le parole dell'esperto -
concentrarsi un po' di più sugli adulti in quanto protagonisti della coppia e
responsabili della famiglia, saper dialogare con loro e accompagnarli in un
percorso di crescita i cui frutti andranno a vantaggio di tutti i componenti
del nucleo familiare". "Coltivare e valorizzare la famiglia: una
sfida - conclude - che la Chiesa deve cogliere e tradurre nella realtà del
vissuto quotidiano e parrocchiale; in questo modo anche i diritti dell'infanzia
verranno tutelati in modo più consapevole e compiuto". Sir
Lourdes, miracolo di uno sguardo laico
ROMA - Il
santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le
leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti,
senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di
pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con
occhio distaccato, pungente, perfino divertito, ma senza cedere alla facile
dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un
pugno di personaggi pieni di umanità. Un film buffo e insieme solenne, «fra
Dreyer e Tati» dice la sua autrice, che evoca anche Bunuel («Sono ateo, grazie
a Dio») per l’intelligenza con cui scavalca le domande ingombranti per cogliere
quanto quel mondo rivela, miracoli o meno, su ognuno di noi.
Se un buon film si
riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li
usa, Lourdes è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci,
Michael Haneke o Ulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e
ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui.
Al centro c’è Christine, la giovane in sedia a rotelle giunta a Lourdes senza
credere troppo nei miracoli, ma decisa a spezzare la solitudine della malattia
(una Sylvie Testud commovente di essenzialità e emozione). C’è poi la
volontaria dell’Ordine di Malta che si prende cura di lei, la lava, la nutre,
la accompagna alle processioni, ma è troppo giovane e piena di vita per non
concedersi delle “evasioni”. C’è l’anziana scostante che sarà testimone
dell’improvvisa guarigione di Christine, ammesso che sia vera guarigione e non
temporaneo miglioramento...
Poi ci sono gli
altri volontari dell’Ordine di Malta, con le loro divise che li uniformano e li
proteggono, le barzellette sulla Madonna, lo sguardo sornione del volontario
più gentile e piacente (Bruno Todeschini), i piccoli flirt che si intrecciano
nelle retrovie, i rituali sempre uguali di quel mondo solo apparentemente
diverso dal nostro, che la Hausner ricrea con gusto quasi coreografico, quindi
le gite, le festicciole, il premio per il “miglior pellegrino dell’anno”,
assegnato (senza troppi riguardi per gli altri) al miracolato di turno. Mentre
intorno, come in ogni microcosmo, serpeggiano i dubbi, l’invidia (come mai
proprio a lei?), le ipocrisie, perché anche fra i più sfortunati ci sono le
gerarchie, ricchi e poveri, giovani e vecchi, soli e accompagnati.
Il tutto senza mai
scadere in banalità da film a tesi, tanto che a Venezia l’eleganza crudele di
Lourdes ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio
Brian. Un paradosso che la dice lunga sull’arte della Hausner, così preziosa
oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze. Fabio
Ferzetti IM 12
La quaresima. Mettersi in cammino
Forse a prima
vista può sembrare un tempo triste, come l’inverno per le stagioni. La
quaresima sembra un periodo che limita, rinchiude, trattiene e costringe la
vita. Da sempre suggerisce, infatti, un senso di ascesi, una tradizione di
disciplina, un limite in ogni cosa.
Invece, la
quaresima è un tempo meraviglioso, luminoso. Invita a un dinamismo nuovo.
Risveglia a una vitalità insospettata. E fa toccare con mano una forza
straordinaria, la forza di Dio nascosta in ognuno. Essa incoraggia a mettersi
in cammino...
Di fronte alla
continua tentazione di installarsi nell’abitudine, di rifiuto dell’altro o
della novità, di sprofondarsi nei propri interessi essa stimola energicamente a
riprendere il cammino. Ad avanzare verso l’altro, il differente da noi. Ed è
come l’aria fresca del mattino che contiene una forza dinamizzante ad ogni
passo: essa libera la vita che è in noi per la vita dell’altro.
Ricordo un vecchio
sacerdote francese quando spiegava ai bambini il senso del peccato. E mi
stupiva come non ricorresse alla “pastorale della paura”, così abituale un
tempo, quella che scuote gli animi promettendo pene o castighi. Aveva, invece,
un approccio bello, inedito, che lasciava attoniti i suoi ragazzi.
Spiegava loro che
il peccato più grave è quello di omissione. Ricordava, infatti, con entusiasmo:
“Avete delle forze, delle qualità belle, delle energie nascoste con cui poter
rivoluzionare il mondo. E non muovete un dito. Si può rendere più bello il
nostro ambiente, più fraterno il nostro rapporto o più aperta la nostra
comunità e invece si preferisce restare sulle proprie difese. E giocare
piuttosto con l’invidia, l’ambizione, l’arroganza, la gelosia, tutti sentimenti
di chiusura o di paralisi!”
Quaresima è il
tempo di mettersi in cammino, di uscire dalla chiesa. E ricordare che il vero
praticante di una religione non è colui che va in chiesa, ma colui che ne esce
e mette in pratica. Sì, realizza ciò che al suo interno ha cantato, proclamato,
ascoltato o meditato: il perdono, la solidarietà, la riconciliazione,
l’apertura gioiosa e missionaria all’altro, differente da noi.
È il tempo di
tracciare sentieri nuovi, di aprire strade originali di incontro, di seminare
speranza e ottimismo. Questo, in fondo, in una situazione stagnante è “una
forza vitale. La forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di
tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare
gli insuccesssi, una forza he non lascia mai il futuro agli avversari. Il
futuro lo rivendica per sè!” Ripeteva questo con convinzione un pastore
protestante, Dietrich Bonhoeffer. Al momento di essere trascinato alla morte a
39 anni di età, sotto il nazismo, nella notte precedente l’esecuzione scriveva
“La vittoria è sicura!”
Anche la morte
serve alla vita dell’altro o a far vivere i valori in cui si crede. Splendida
lezione del cammino di quaresima. Renato Zilio, missionario a Londra
Torino. L'orizzonte della speranza
Un convegno per
celebrare la XVIII Giornata mondiale del malato
La diocesi di
Torino, in occasione della XVIII Giornata mondiale del malato (11 febbraio), si
è interrogata sulle sfide che deve affrontare chi si accosta ai malati da una prospettiva
cristiana nell'annuale convegno diocesano, sul tema "La Chiesa a servizio
dell'amore per i sofferenti" (tenuto il 6 febbraio). Nell'intervento
introduttivo il card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, ha ricordato che
"non si tratta solo di filantropia ma è la fede che muove alla carità e
all'amore". Esistono due approcci diversi, ha proseguito il cardinale
guidando la preghiera in apertura dei lavori, "quello nostro, dall'esterno
della persona che aiutiamo, sperando che la nostra carità apra la sua mente e
il suo cuore all'incontro col Signore, e quello di Gesù, che parte dal cuore
della persona, guarendola nell'intimo". Noi cristiani dobbiamo
"avvicinarci ai malati con l'amore di Dio accolto in noi e da donare agli
altri perché, come dice Paolo, posso consolare gli altri solo quando sono stato
consolato da Dio". L'arcivescovo, che l'11 febbraio ha celebrato la messa
nella Chiesa Grande del Cottolengo per la ricorrenza liturgica della Madonna di
Lourdes, ha annunciato di aver accettato l'invito della cappellania delle
Molinette per una visita pastorale all'ospedale, incluso il reparto dove sono
ricoverati i carcerati, nei primi giorni di Quaresima.
Partecipare alla
sofferenza. Dopo i saluti di don Marco Brunetti, direttore dell'Ufficio diocesano
di pastorale della salute (Ups), e di padre Aldo Sarotto, superiore del
Cottolengo, don Andrea Manto, direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale
della sanità della Cei, ha presentato il sussidio della Conferenza episcopale
italiana per la Giornata del malato. "La prima parte - ha spiegato -
riprende il tema scelto dall'arcivescovo per l'anno pastorale 'Passio Christi,
passio hominis', sul tema della sofferenza, spesso rimosso, che rimane scandalo
in ogni tempo e in ogni biografia. Oggi però, una certa visione dell'uomo e
un'idea prometeica della scienza, per cui l'uomo può sempre respingere la
malattia e quasi autocrearsi, rende ancora più difficile vivere la
sofferenza". Don Manto ha denunciato, inoltre, "un impoverimento
culturale, il venire meno di un senso antropologico forte", per cui l'uomo
è visto come poco più di un animale "per effetto di un certo modo malato
di leggere Darwin e dell'efficientismo che spinge verso eutanasia ed
eugenetica". Al contrario, la passione di Cristo "ricrea l'umanità
aprendo l'orizzonte di una speranza più ampia delle piccole speranze
terrene": per questo dobbiamo partecipare alla sofferenza dei malati, che
sono "sacramento di Cristo, perché Gesù s'identifica in loro",
facendo incontrare "due solitudini, quella del malato, che vive da solo la
malattia, ma anche quella di chi lo va a trovare, e sperimenta la sua
impotenza".
Accanto a chi
soffre. L'Ups di Torino, ha spiegato al SIR don Marco Brunetti, "lavora su
diversi fronti per sostenere la pastorale delle parrocchie, degli ospedali e
delle unità pastorali della nostra diocesi". Ogni anno per la Giornata
mondiale del malato, ha precisato il direttore dell'Ufficio diocesano,
"organizziamo un convegno di approfondimento sul tema proposto dalla Cei
e, per questa occasione, abbiamo cercato di verificare sul nostro territorio
quanto la Chiesa faccia concretamente per i malati e i sofferenti". Tra i
tanti appuntamenti promossi dall'Ups, ha aggiunto don Brunetti, "abbiamo
dei progetti di avvicinamento dei giovani al mondo della sofferenza, con un
percorso di formazione e volontariato nelle associazioni che si occupano di
malati"; in 7 anni di attività, si è registrata "la partecipazione di
oltre 300 giovani e, di questi, circa un 25% si è inserito nelle varie associazioni".
Inoltre, ha sottolineato don Brunetti, la diocesi compie un "grande sforzo
per favorire una pastorale che sia accanto a chi soffre e sia capace
d'integrarsi con tutto il lavoro svolto sul territorio, all'insegna di un
impegno concreto".
Benessere globale.
La relazione di Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana, si è
concentrata sull'analisi della situazione di Torino evidenziando lo
stravolgimento dell'approccio rispetto al bagaglio di esperienze passate,
quando l'azione pastorale era "caratterizzata dalla cura del tempo della
malattia". Oggi l'orientamento si è spostato verso una "pastorale
della salute" il cui focus "non è più sul disagio-malattia ma sulla
salute, ovvero su quel benessere globale della persona che riconosce il dono
della corporeità e il compito della conservazione dello stesso dono". Per
il futuro, infine, Dovis ha indicato alcune sfide che comprendono
l'appropriazione della dimensione culturale della salute, per ampliare
l'attenzione alla domiciliarità e la presa in cura di alcune frontiere come
"la salute mentale, dalle forme ansiose e depressive fino a quelle
schizoidi, le dipendenze da sostanze, da gioco, da cibo, da atteggiamenti
compulsivi, dal cyber world", ma soprattutto per educare la coscienza di
ciascuno "al fine di abilitarla a farsi parte attiva nel tempo della
propria malattia".
RICCARDO BENOTTI
Sanremo, dall'Osservatore romano un decalogo di "musica vera"
Un «piccolo
prontuario di resistenza musicale» che contiene, fra gli altri, Beatles, Dylan,
Pink Floyd e Santana
CITTA’ DEL
VATICANO - Quest’anno, alla vigilia di Sanremo, l’Osservatore Romano ha diffuso
un «piccolo prontuario di resistenza musicale» come antidoto alla marea
«perniciosa» di canzoni festivaliere. Il popolare festival è un evento che non
ha mai riscontrato l’entusiasmo del Vaticano, come si evince dall’iniziativa
pubbicata dal giornale d’Oltretevere.
Bisogna
prepararsi: «l’onda canora, invece di sommergere a mo’ di castigo le isole
frequentate da ex famosi restii alla rassegnazione, inonderà implacabile
l’etere fino alla prossima estate». Che fare, allora, per non restare
completamente travolti e per ricordare che un’alternativa esiste? Semplice,
tenere a mente una specie di decalogo musicale, il «prontuario della buona
musica» appunto. Un sentiero idealmente segnato da alcune pietre miliari,
«ovvero da alcuni dischi di cui non si può fare a meno per ritemprare gli
esausti padiglioni auricolari dell’uomo mediatico». Ecco il decalogo musicale
degli ever-green. Revolver, dei Beatles, si legge sul giornale della Santa
Sede, è senz’altro la prima opera da consigliare. Il disco è stato pubblicato
dai fab four nell’ormai remotissimo 1966.
Quarantaquattro
anni portati egregiamente a cominciare dalla elegantissima copertina in bianco
e nero di Klaus Voorman. Ma l’attualità del disco non si limita certo alla
veste grafica. «Il disco segna una netta cesura con la produzione precedente e
un punto di non ritorno per la musica leggera contemporanea. Alcune canzoni
come Taxman e Got to get you into my life sembrano composte ieri».
La seconda pietra
miliare è «If I could only remember my name» (1971), manifesto hyppie ascritto
al sognante genio di David Crosby, ma alla cui produzione hanno partecipato
tutti i migliori musicisti della West Coast, da Joni Mitchell a Jerry Garcia,
da Neil Young a Jorma Kaukonen. Erano i giovani della generazione di Woodstock,
ribelle e senza una direzione. Giovani troppo spesso votati
all’autodistruzione, dalle cui canzoni trapela una fragilità esistenziale che
ne spiega l’autolesionismo.
Il terzo disco è
di nuovo inglese. Si tratta di «The dark side of the moon» dei Pink Floyd, che
per quasi un decennio ha stazionato nelle top mondiali. «Forse anche per il suo
enorme successo commerciale l’album è abbastanza inviso ai puristi che
preferiscono altri lavori della band, come Ummagumma, certamente più tormentato
e sperimentale. Ma la differenza che passa tra i due lavori è più o meno la
stessa che distingue un sushi da una carbonara cucinata a regola d’arte».
Segue poi
«Rumours» - dodicesimo disco dei Fleetwood Mac, tra i più venduti di tutti i
tempi. Pubblicato nel 1977, «fonde in un intrigante mix le radici blues del
gruppo statunitense con il meglio del pop inglese e americano, senza
dimenticare il country». La sua forza sta nella deliziosa e riuscita
«combinazione di strumenti acustici ed elettrici, ma ciò che rende Rumours
un’opera importante, è la contraddizione tra la sua superficie allegra e
l’angosciata intimità, fatta di rabbia, recriminazioni e perdita».
Al quinto posto si
trovano atmosfere metropolitane. «The nightfly» di Donald Fagen, pubblicato nel
1982. «Un disco di nicchia, che non ha mai raggiunto il vero successo
commerciale, ma che per i cultori del genere rimane un vero must».
Sempre nel 1982 viene
pubblicato «Thriller» di Michael Jackson che può solo «fino a un certo punto
essere considerato un disco di black music. In effetti Jackson aveva già
cominciato la sua progressiva opera di scoloramento». «Thriller» resta il
capolavoro del re del pop proprio per la sua forza innovativa rispetto agli
schemi, ormai stereotipati, della black music.
Al sesto posto
viene collocato Paul Simon, con «Graceland», che segna in qualche modo la
nascita ufficiale della world music. «Due anni prima Simon si era imbattuto in
un disco con la musica nera dei ghetti di Johannesburg. Ne rimase affascinato
al punto da iniziare una personale ricerca, andando in Sud Africa, per carpire
le sonorità dei musicisti locali».
Al settimo posto
c’è «One» a giustificare la scelta di Achtung baby, settimo album degli U2
datato 1991. Ma One è solo la più riuscita di dodici canzoni ad altissimo
contenuto musicale e testuale. «L’elettronica entra prepotentemente nel sound
del gruppo guidato da Bono, anche se la parte del leone spetta alla chitarra di
The Edge, aggressiva come mai in precedenza».
All’ottavo si
trovano gli Oasis dei terribili fratelli Gallagher, figli inquieti - per usare
un eufemismo - della working-class. «(What’s the story) Morning glory?» (1995)
rimane il «loro piccolo capolavoro».
«Supernatural» di
Carlos Santana (1999) invece offre autentica «dignità a un filone, quello dei
duetti, che si va affermando per ragioni di mercato. Oltre l’aspetto
commerciale, il disco del chitarrista messicano, unico reduce della Woodstock
generation ancora in auge, fa capire che, con chi sa davvero suonare, il tempo
è galantuomo».
Infine il decimo
posto è riservato a Bob Dylan al quale viene riconosciuta una «grande vena
poetica che sconfina spesso nel visionario e, dopo la conversione, nel
messianico». Tuttavia ha una «grandissima colpa» quella di aver dato il via a
intere generazioni di cantautori «belle parole più tre note», che «in tutto il
mondo - ma soprattutto in Italia - hanno messo a durissima prova le orecchie e
la pazienza degli ascoltatori, pretendendo che a qualcuno potessero interessare
i loro tortuosi percorsi». Im 14
Fuci. La coscienza credente. Un impegno culturale sempre più importante
"Dobbiamo
scommettere sulla possibilità che il linguaggio della Chiesa non divenga del
tutto estraneo - se non ostile - a chi intraprende un percorso di studi,
dobbiamo scommettere sulla possibilità che gli universitari si sentano parte
viva della comunità ecclesiale così come di quella civile". È una
relazione piena di fiducia, quella presentata dalla presidenza della Fuci
(Federazione universitaria cattolica italiana) al III incontro nazionale degli
assistenti dell'associazione, svoltosi in questi giorni a Roma sul tema:
"La formazione cristiana nel tempo dell'Università". "La Fuci è
oggi e sarà domani", scrivono i rappresentanti dell'associazione che ha
annoverato fra i suoi membri Aldo Moro e tra gli assistenti Giovanni Battista
Montini, il futuro Paolo VI. "Noi ci crediamo, forti di quanto e di quanti
ci hanno preceduto e protesi verso coloro che incontreranno la Federazione
magari nei prossimi giorni, mesi, anni. A sostenerci non è un ingenuo ottimismo
ma la fiducia di avere tra le mani una proposta e, soprattutto, una proposta
accattivante". "Vivere un percorso di fede cristiana non solo
accidentalmente da universitari, ma specificamente in quanto universitari,
ovvero con la ricchezza e la complessità che l'esperienza intellettuale e
spirituale dell'Università porta con sé - spiega la presidenza nazionale della
Fuci - resta una proposta che fondamentalmente solo la Fuci propone. Una
proposta per certi versi 'inattuale', in un tempo in cui anche nell'ambito
della spiritualità si predilige il tutto-e-subito, la soddisfazione a basso
prezzo e ad alto tasso emotivo. E tuttavia crediamo che di questa proposta ci
sia bisogno, anzi che essa corrisponda ad un bisogno essenziale della nostra
Chiesa e della nostra società: quello di avere coscienze mature, 'rettamente
formate' come si diceva un tempo, che possano poi spendere i talenti maturati
negli ambiti di vita più diversi".
Sviluppare la
coscienza credente. Per la Fuci, "c'è bisogno che la fede torni a parlare
a persone adulte, che non sia un mero intrattenimento per ragazzi e anziani.
C'è bisogno di sviluppare integralmente la coscienza credente,
ri-alfabetizzando il nostro modo di credere e di vivere: non ci si può
accontentare dei percorsi tradizionali di iniziazione ai sacramenti". Di
qui la necessità di chiedersi "come lavorare su quella sfida educativa su
cui Benedetto XVI ha più volte richiamato l'attenzione e che la Chiesa italiana
ha scelto come tema per gli Orientamenti pastorali per il prossimo
decennio". L'altro versante di impegno, per l'associazione, sta nella
risposta alla domanda su "come coniugare in maniera feconda e, al tempo
stesso, rispettosa della specificità dei singoli ambiti l'appartenenza
ecclesiale e l'impegno politico". Due, per la Fuci, sono a questo
proposito gli scogli da evitare: "Il coinvolgimento diretto in un impegno
politico inteso come militanza partitica, da un lato; il disimpegno e la
chiusura intimistico-settaria, dall'altro". La prima strada è rischiosa,
argomenta la presidenza nazionale, "in quanto facilmente finirebbe per
generare equivoci e strumentalizzazioni", la seconda strada è altrettanto
rovinosa "in quanto alimenta il circolo vizioso tra deterioramento della
politica e anonimato della società civile". Resta la prospettiva di un
impegno politico nel senso di Lazzati o di Bachelet: "Una politica intesa
come sforzo per costruire una città dell'uomo a misura d'uomo, come tentativo
di pensare politicamente nonostante tutte le sirene dell'antipolitica, come
impegno nel formare quelle basi pre-politiche, essenzialmente culturali e
morali, che sono la condizione per un autentico e rinnovato impegno politico
dei cattolici".
Il gusto
dell'assoluto. A soffermarsi sul "dinamismo" della coscienza nel
tempo dell'Università, "fascio" di segmenti di vita e tempo di
"relazioni forti" che si rivela "un tempo privilegiato per un
passaggio ad una vita più responsabile", è stato don Guido Benzi,
direttore dell'Ufficio catechistico nazionale della Cei e già assistente della
Fuci di Rimini. In questo particolare momento della vita, secondo don Benzi, è
"fondamentale" un "primo annuncio" che "è primo non in
forma cronologica, ma genetica, in quanto genera costantemente alla fede".
Per una realtà associativa come la Fuci, tutto ciò deve tradursi in "una
cultura aperta con umiltà alla rivelazione di Dio agli uomini, che abbia il
gusto dell'assoluto, del senso ultimo, e coltivi una profonda spiritualità
legata alla Parola ed alla celebrazione eucaristica". Un'azione culturale
dei cattolici, ha spiegato don Benzi, che "sappia valorizzare
l'esperienza, nel senso più ampio del termine, con il gusto della storia, della
tradizione, della capacità di narrare ed interpretare la vicenda delle persone,
anche delle più semplici". Un'azione culturale, in sintesi, che
"sappia nutrirsi del valore della relazione e che dunque abbia una
dimensione comunitaria, civile ed ecclesiale, aperta al contributo di tutti,
cioè che metta sempre al centro la persona e che attraverso il dialogo scopra
il senso ultimo della carità e non dell'autosufficienza". Don Benzi ha
citato un paradigma biblico, per riassumere il senso della testimonianza credente,
da giovani verso altri giovani, in Università: "Non ho ancora
un'esperienza di vita per parlare della vita", l'obiezione di Geremia alla
chiamata del Signore. "Non temere", è la risposta: "Contro la
paura della morte e della solitudine interviene Dio stesso con una parola di
verità che non 'droga' le difficoltà del vivere, ma dona forza, amore e
saggezza per affrontarle e vincere".
M.MICHELA NICOLAIS
La povertà è un fastidio? Napoli: l'accoglienza anche con una guida per
vivere
"Povertà oggi
vuol dire non riuscire a guardare il domani, perdere i fili di quella rete che
ti sostiene per precipitare sul fondo. La Comunità di Sant'Egidio è da 42 anni
affianco ai più poveri, tra questi dai primi anni Novanta a Napoli anche i
senza dimora. Senza dimora, ma persone. Senza questo ogni politica sociale
finisce per essere emergenza, la povertà un fastidio, ogni persona, anche una
sola, un problema troppo grande per essere affrontato". Lo ha detto
Francesca Zuccari, della Comunità di Sant'Egidio, alla presentazione a Napoli,
il 9 febbraio, della nuova edizione della guida per le persone senza fissa
dimora "Dove mangiare, dormire, lavarsi", curata dalla Comunità di
Sant'Egidio e sostenuta dall'assessorato Politiche sociali della Regione
Campania.
Ridare fiducia.
"È in corso la sfida di progettare e rendere stabili servizi rivolti ai
senza dimora o quanto meno di abbassare la soglia di quelli preesistenti per
consentirne l'accesso - ha raccontato Antonio Mattone, della Comunità di
Sant'Egidio -. Abbassare la soglia d'accesso è stata l'esperienza di due
strutture di accoglienza negli ultimi due anni, entrambe collocate al centro di
Napoli. In tal modo, seppur non senza difficoltà, hanno trovato accoglienza
persone mai accolte prima in nessuna struttura", perché senza più identità
e documenti. Abbassare la soglia di accesso alle strutture, ha proseguito,
"ha significato ridare fiducia a queste persone" e "garantirne
la sicurezza e protezione". La presenza dei senza dimora a Napoli si
attesta intorno alle 1.500 persone, dato in forte aumento. Le morti registrate
continuano ad attestarsi sulle venti persone all'anno, con un picco negli
ultimi mesi del 2009 (dai primi di settembre ai primi di dicembre, 10 persone)
e 4 persone decedute finora nel 2010. "Da una recente rilevazione condotta
dalla Comunità - ha affermato Mattone - i senza dimora incontrati nei nostri
servizi, di distribuzione della cena per strada, tra il 26 e il 30 gennaio
2010, risultano poco meno di 500, di cui oltre 100 nelle stazioni, i restanti in
gallerie, porticati, metro, molti in luoghi periferici e nascosti". Tra i
senza dimora, "la componente di uomini è sempre maggioritaria e si aggira
attorno al 90%. Circa il 60% ha un'età compresa tra i 19 e i 34 anni. La
componente di stranieri è del 77%". Tra le domande più frequenti, ha
evidenziato don Antonio Vitiello, direttore del centro "La Tenda",
c'è "sicuramente la domanda di accoglienza a bassa soglia, ma anche di
un'accoglienza diversificata", a seconda dei problemi. "Forte - ha
sostenuto Luciano Gualdieri, medico dell'ambulatorio per immigrati
dell'Ospedale Ascalesi - è anche la domanda di salute, che è resa più fragile
dalla vita per strada e che diventa un diritto sempre più sbiadito. Anche qui è
necessario abbassare la soglia di ambulatori e servizi, ma anche rafforzare
l'attenzione alla strada con auto mediche e camper attrezzati e garantire
presso pronto soccorso e 118 il check-up di protocollo".
Oltre l'emergenza.
La Comunità di Sant'Egidio di Napoli raggiunge con le cene itineranti circa 600
senza dimora al centro e in periferia, con un numero di contatti annui che
supera i 30.000. Le cene consegnate sono oltre 700 a settimana. Quest'inverno
sono state distribuite oltre 1.000 coperte, oltre ai vestiti e alle scarpe.
Ogni settimana inoltre vengono effettuati accompagnamenti ai servizi di
accoglienza e ai servizi sanitari. La guida "Dove mangiare, dormire,
lavarsi" 2010, giunta alla sua quarta edizione napoletana, è composta da
100 pagine ed ha in allegato una mappa a colori della città con i maggiori
servizi presenti (mense, punti di distribuzione di pasti per strada, ospedali e
ambulatori, docce, centri di accoglienza ed infine fontanelle di acqua
pubblica). Tra le novità inserite in quest'edizione, l'elenco dei presidi
ospedalieri con tipologia di pronto soccorso, i centri dei servizi sociali
territoriali per municipalità, una più corposa parte dedicata alla salute dei
cittadini immigrati (curata in collaborazione con il servizio Sasci dell'Asl
Napoli 1), oltre le comunità di recupero, i centri diurni per dipendenti, una
sezione dedicata alla salute mentale, le case famiglia per malati di aids e la
mappa. La guida è dedicata ad Elisa Cariota, amica della Comunità di
Sant'Egidio che viveva alla Stazione centrale di Napoli, morta nel febbraio 1997.
"Anche quest'anno - ha ricordato Mattone - faremo memoria di tutte le
persone morte per strada a Napoli: sono 135 i nomi che verranno letti, uno ad
uno e per ognuno sarà accesa una luce nella liturgia che sarà celebrata
domenica 14 febbraio nella basilica dei Ss.Severino e Sossio, a Napoli".
"Le proposte di cui ci facciamo portatori - conclude Mattone - sono
l'apertura di una struttura di accoglienza a bassa soglia stabile con almeno
100 posti letto, la predisposizione di un piano per emergenza freddo e caldo
che si attivi in automatico, l'apertura di strutture di accoglienza specifiche:
h 24, per degenze post ospedaliere, donne, il monitoraggio della salute dei
senza dimora attraverso una presenza costante, almeno nelle ore notturne, per
strada di camper che distribuiscano bibite e coperte o auto mediche. In
sintesi, vogliamo lanciare uno slogan: accoglienza oltre l'emergenza!".
GIGLIOLA ALFARO
„Menschenwürde bedingungslos schützen“
Menschenwürde in der Wissenschaft
bedingungslos schützen – dazu hat Papst Benedikt an diesem Samstag erneut
aufgerufen, und zwar in seiner Ansprache vor der Päpstlichen Akademie für das
Leben. Sie hält im Vatikan seit Donnerstag ihre Vollversammlung zum Thema
Bioethik und Naturrecht ab.
Das Naturrecht müsse der Bioethik als
Grundlage dienen, führte Benedikt mit einem Verweis auf seine letzte Enzyklika
„Caritas in veritate“ aus. Von diesem unveräußerlichen Recht her müssten
ethische Fragen beantwortet und Entscheidungen getroffen werden. Der Papst
warnte in seiner Ansprache vor allem vor dem instrumentellen Verständnis der
Wissenschaft und des menschlichen Lebens:
„Man muss beständig darauf hinweisen,
dass es kein Verständnis der Menschenwürde gibt, das nur an äußere Elemente
gebunden ist: an den wissenschaftlichen Fortschritt, an die Entwicklung der
Bildung menschlichen Lebens oder an das leichtfertige Mitleid in
Grenzsituationen. Wenn man Respekt vor der Menschenwürde verlangt, geht es
grundlegend um den vollen und vollständigen und bedingungslosen Respekt vor dem
menschlichen Leben. Wissenschaftler dürfen niemals annehmen, dass sie nur
unbelebte und manipulierbare Materie in den Händen halten – vom ersten
Augenblick an hat menschliches Leben immer, überall und trotz allem eine eigene
Würde.“
Die Geschichte habe gezeigt, wie
gefährlich und zerstörend ein Staat sei, der sich selbst zum ethischen Maßstab
mache, so Benedikt mit Blick auf Diktaturen und Ideologien der Moderne. Das
Naturrecht garantiere dagegen wahrhaftigen Respekt vor der Person und der
ganzen Schöpfung, so der Papst. Für Kulturen und Religionen könne es als
„Quelle des Konsens“ dienen. (rv 13)
Rumänien: Flucht vor der Armut
„Vom Exzess zur Schwäche“ – so
beschreibt der rumänische Psychiater Ion Vianu den Wandel seines Heimatlandes
nach dem Fall Ceausescus. „Zwanzig Jahre nach der antikommunistischen
Revolution befinden wir uns noch immer in der Schwebe zwischen einer
postsowjetischen Oligarchie und einer Demokratie nach westlichem Modell“, so
der aus Bukarest stammende Arzt. Dieser prekäre Zustand ist auch in der Kirche
des Landes spürbar. Aufgrund starker Abwanderung vor allem der jungen
Bevölkerung ist die Zahl der Priesteramtskandidaten gesunken. Nach Zeiten von
Unterdrückung und Verfolgung ist auch die Ökumene eine echte Herausforderung.
Der Erzbischof von Bukarest, Ioan Robu, erzählt uns im Interview von den
Schwierigkeiten, mit denen die Glaubensgemeinschaft in Rumänien zu kämpfen hat.
Er und andere rumänische Oberhirten schließen ihren Ad-Limina-Besuch im Vatikan
an diesem Samstag ab.
„In der katholischen Kirche Rumäniens
gibt es drei Riten, den lateinischen, byzantinischen und armenischen, und
drei liturgische Hauptsprachen: Rumänisch, Ungarisch und Deutsch. Das spiegelt
in gewisser Weise die universelle Kirche wider. Unser Kirchenleben nimmt
langsam Normalität an. Vor 1989 konnte man den Glauben nur hinter den
Kirchenmauern leben, heute hat sich der Bereich der Glaubensarbeit verbreitert:
Wir gehen in die Medien, Schulen und Gefängnisse.“ (nzz 13)
Integration: Identität ist nicht etwas, was der Staat verordnet
Die Integration von Muslimen – sie wird
in Europa derzeit mehrfach diskutiert. Nicht nur in Frankreich und der Schweiz,
wo sich Debatten um Burka und Minarett mit Diskussionen um die nationale
Identität verknüpfen, sondern auch in Deutschland. So rief der Wissenschaftsrat
zuletzt zur Ausbildung von islamischen Religionslehrern und Imamen an deutschen
Hochschulen auf. Ein Schritt hin zu kultureller Verständigung und Integration?
Ralph Ghadban, Islamwissenschaftler und Migrationsforscher, hält ihn für
verfrüht. Der gebürtige Libanese arbeitete in Deutschland 18 Jahre lang mit
Flüchtlingen und religiösen Minderheiten.
„Wir erleben das jetzt nach der letzten
Entscheidung des Wissenschaftsrates, islamische Lehrstühle einzurichten – da
haben Muslime sofort den Anspruch erhoben, darüber entscheiden zu können. Sie
wollen dieselben Rechte wie die Kirchen in Deutschland – so weit sind sie. Ich
sage aber immer: Sie haben ihre Hausaufgaben nicht gemacht. Denn um die Rolle
der Kirchen zu übernehmen, müssen sie den Verfassungsweg befolgen. Sie wollen
als Religionsgemeinschaften anerkannt werden. Das ist bis heute nicht der Fall,
weil die Gerichte nicht genau wissen, ob es sich bei diesem Organisationen um religiöse
oder politische Einrichtungen handelt. Weil sie nämlich selber sagen: Wir haben
keine Trennung zwischen Religion und Politik. Der Islam ist für das Diesseits
und das Jenseits zuständig. Solange sie diese Position vertreten, stehen sie
nicht auf dem Boden der Verfassung. In Frankreich versucht man, genau das am
zentralen Punkt der Geschlechtergleichheit zu erzwingen.“
Die derzeit in Frankreich stattfindende
„verordnete Integration“ hält Ghadban zwar für problematisch. Andererseits ist
er der Ansicht, dass muslimische Gemeinschaften in Europa zuerst Verfassung und
Menschenrechte anerkennen müssen - ohne wenn und aber.
„Identität ist nicht etwas, was der
Staat verordnet, sie wird durch die Gesellschaft selbst definiert in ihrer
Entwicklung. Deshalb spielt die Zivilgesellschaft eine wichtige Rolle. Und da
eine offene Diskussion zu führen, ohne Tabus, das ist wichtig. Denn Demokratie
bedeutet Dialog, das ist die einzige Chance.“ (rv 13)
Steuerreform. Kirchen fürchten Milliardenverlust
Die beiden großen Kirchen in
Deutschland erwägen, sich gegen die Pläne der Bundesregierung für eine Reform
der Einkommensteuer zur Wehr zu setzen. Der im Koalitionsvertrag vereinbarte
Stufentarif, wie ihn vor allem die FDP wünscht, werde voll auf die Kirchen
durchschlagen und könnte bis zu einer Milliarde Euro weniger Kirchensteuern pro
Jahr führen, schätzt man in den Finanzabteilungen der Kirchen. Auf die
evangelische Kirche bezogen, entspreche ein solcher Rückgang den Ausgaben für
die Entlohnung der halben evangelischen Pfarrerschaft, rechnet man in der
Evangelischen Kirche in Deutschland.
Derzeit suchen die Kirchen das Gespräch
mit den Parteien. Sie verweisen auf bereits vorgenommene Steuerentlastungen
durch Bürgerentlastungs- und Wachstumsbeschleunigungsgesetz. Diese führten bei
den Kirchen bereits zu Mindereinnahmen von etwa 600 Millionen Euro im Jahr, da
die Kirchensteuer an die Einkommensteuer gebunden ist.
„Dann schreien wir laut aua“
Da man aber die Entlastungen für
Familien befürworte, habe man diese Maßnahmen bisher erduldet und geschwiegen,
obwohl man seit 2008 einen Einnahmenrückgang von „bisher einmaligem Ausmaß“ zu
verzeichnen habe. Sollte aber zu den 10 Prozent Mindereinnahmen durch diese
Steuerentlastungen und den etwa 10 Prozent Mindereinnahmen durch die
Wirtschaftskrise nun noch auch eine Einkommensteuerreform hinzutreten, die zu
weiteren 15 Prozent weniger Einnahmen führe, werde man protestieren. „Dann
schreien wir laut aua“, sagt ein führender Vertreter der evangelischen Kirche.
„Wir sehen die Probleme der Kirchen,
können sie aber nicht über die Steuerpolitik lösen“, sagte die neue
Kirchenbeauftragte von CDU/CSU, Maria Flachsbarth. Die Entlastung der
Arbeitnehmer sei eine „Frage der Gerechtigkeit“, die für die
Regierungskoalition Priorität habe. Ein Haushälter der Kirche sagt,
Schwarz-Gelb plane „ohne Realitätsbewusstsein“, das Steuervorhaben sei nicht
nur im Bezug auf die Kirchen „von Sachverstand wenig geprägt“. Deshalb rechne
man nach wie vor damit, dass die schwarz-gelbe Steuerreform scheitere. Sollte
sie aber verwirklicht werden, werde man als erstes bei den Beratungsleistungen
und den Kindertagesstätten sparen müssen, um den Kernaufgaben der Kirche weiter
nachkommen zu können. bin./F.A.Z. 13
Politiker und Juristen diskutieren über
den Umgang mit Steuerdaten-CD
Die Bundesregierung hat sich für den
Kauf der Steuerdaten-CD entschieden. Einige Juristen bemängeln dagegen eine
fehlende Gesetzesgrundlage und sehen rechtsstaatliche Prinzipien in Gefahr. Das
Bundesland Baden-Württemberg ringt noch um eine Entscheidung, während in der
ganzen Republik sich in den vergangenen zwei Wochen mehr als 400 Steuersünder
selbst anzeigten. Steuernachzahlungen in dreistelliger Millionenhöhe werden
vorhergesagt und ein Lichtensteiner Gericht spricht einem Steuersünder über
sieben Millionen Euro Schadenersatz zu. Da ist die Verwirrung komplett.
Steuerfahndung: Ein Dienst für das
Gemeinwohl
Ein Großteil der Bevölkerung
befürwortet den Kauf der Steuerdaten. Vermögende, die, nicht selten durch
Beratung von Bankberater unterstützt, Geld am Fiskus vorbeigeschafft haben,
würden damit ihrer gerechten Strafe zugeführt. Zugleich würde der ehrliche
Steuerzahler in seinem guten Handeln bestärkt. Als nützlicher Nebeneffekt
wanderten außerdem rund 400 Millionen Euro mehr in den Staatshaushalt – Geld,
das der Staat für Sozialleistungen an Bedürftige gut verwenden kann. Das
Steuersystem will ja gerade die gerechte Verteilung der finanziellen Lasten
einer Gesellschaft sichern. Insofern ist die Steuerfahndung ein Instrument, die
gerechte Verteilung zu schützen. Sie leistet ein unverzichtbarer Dienst für das
Gemeinwohl.
Hehlerei: Durch Unrecht zu mehr Recht
Der Kauf der Daten-CD wird in der
Debatte häufig mit der Arbeit verdeckter Ermittler im Drogenmilieu verglichen.
Ein Fahnder dealt, um später einen Drogenring zerschlagen zu können. Das im
Einzelfall begangene Unrecht führt letztlich zu einer Verbesserung der
öffentlichen Sicherheit. Ohne Zweifel wird hier ein Dienst für das Gemeinwohl geleistet,
wenn durch solch polizeiliches Handeln im schlimmsten Fall sogar der Tod von
Jugendlichen verhindert werden kann. Den Vergleich hält der Trierer
Strafrechtsprofessor Mark A. Zöller dennoch nicht für angemessen. Im Fall einer
verdeckten Ermittlung gibt es einen genauen gesetzlichen Rahmen, in dem der
Ermittler handeln darf. Für die Verwendung von Daten, die vermutlich illegal
beschafft wurden, gibt es diese gesetzliche Regelung nicht. Zudem sind die
Folgen bei einer Unterlassung der Strafverfolgung nicht dieselben. Während es
bei der Drogenfahndung im weitesten Sinne um den Schutz des menschlichen Lebens
geht, handelt es sich bei Steuerhinterziehung zwar um ein schweres Delikt,
nicht aber ein Vergehen mit Lebensgefahr für andere. Drogendeal und Steuerhinterziehung
sind also nicht einfach vergleichbar.
Wertvolle Gesellschaft: Kann man
Gerechtigkeit kaufen?
Die gegenwärtige Debatte zeigt, dass
die Menschen unsicher sind und den Sensus für das Gute und Wertvolle nicht
verloren haben. So richtig es ist, die Schuldigen ihrer rechten Steuerlast
„zuzuführen“, so kann es eben nicht mit unlauteren Mitteln erfolgen. Die
Daten-CD ist aller Wahrscheinlichkeit nach illegal beschafft worden. Dafür nun
eine hohe Summe an Geld zu zahlen, zieht als Konsequenz ein verstärktes
Misstrauen gegenüber Banken nach sich. Aber nicht nur das: Es bleibt ein fader
Beigeschmack. Denn letztlich steht das Geld wieder im Mittelpunkt, sowohl bei
der Höhe des Kaufpreises wie auch bei der Höhe der zurückgezahlten
Steuerschulden. Mit der Konzentration auf das Geld wird auch dem Ausspähen von
weiteren Daten Vorschub geleistet. Dass in der Zumwinkel-Affäre ähnlich
verfahren wurde, kann nicht als Argument für einen erneuten Datenkauf zählen,
wie es der Bundesfinanzminister anführt. Vielmehr könnte der Erfolg von damals
den heutigen Verkäufer der CD zu der Tat animiert haben. Ethisch und juristisch
„sauberes“ Handeln muss im Vordergrund stehen. Das Vertrauen zwischen Bank und
Kunde muss auch dann weiter bestehen, wenn der Bank Daten gestohlen werden und
sie weiß, dass der Kunde ein Steuersünder ist. Ehrlichkeit, Vertrauen und auch
letzte Gerechtigkeit sind und dürfen nicht käuflich sein.
Christliches Handeln: Gott als Garant
der Gerechtigkeit
Ethische Handlungsprinzipien bleiben
die entscheidenden Tragsäulen einer Gesellschaft. Es braucht nicht Drogen- oder
Steuerfahndung, sondern zuerst Ehrlichkeit und Vertrauen. Diese Werte sind die
Basis für das Sozial-, Steuer- und Rechtssystem. Sie sind auch schon die Werte,
die Jesus seinen Jüngern lehrt. Es soll nicht mehr Auge um Auge, nicht mehr
Gleiches mit Gleichem, nicht mehr veruntreutes Steuergeld mit einem steuerlich
finanzierten Kaufpreis vergolten werden, sondern eine neue und gerechte Ordnung
der Liebe und des Guten beginnen. Deshalb sollte die Konzentration auf die
Pflicht zum Guten, wie es Immanuel Kant nennt, die gegenwärtige Diskussion
prägen.
Wie viel Stückwerk das Mühen um
Gerechtigkeit bleibt, sehen wir in anderen Bereichen: Wo war dieser Ehrgeiz
nach Gerechtigkeit, als Banker weitaus höhere Summen an den Börsen blind
verzockten. Noch heute könnte man die Schuldigen dieser „Blase“ im
Kreditgeschäft ausfindig und verantwortlich machen. Stattdessen beginnen sie an
den Börsen der Welt von Neuem das Spiel mit dem Geld.
Ein Trost zum Schluss: Auf Erden wird
der Weg der Gerechtigkeit nicht zum vollen Erfolg führen. Das hat selbst schon
Immanuel Kant festgestellt, wenn er in seiner Kritik der praktischen Vernunft
Gott als Postulat für die Gerechtigkeit einfordert. Wenn Gott nicht einst in
seiner liebenden Zuwendung Gerechtigkeit schafft und sittliches Handeln
belohnt, bleibt auch das gute Tun auf Erde sinnlos, so Kant. Im guten Sinn
gesagt, heißt das aber auch: Wer sich auf ehrlichem Weg um die Gerechtigkeit
müht, ist auf dem Weg zu Gott.
Sebastian Pilz Redaktion kath.de
Kirche und Steuerreform. Keine schlafenden Hunde wecken
Die Hochkonjunktur der Scholastik liegt
zwar schon einige Jahre zurück, die katholische Kirche hält aber bis heute
einen fein ausziselierten Begriffsapparat zur Beschreibung ihrer selbst vor.
Angesichts der Einbrüche bei der Kirchensteuer dürfte sich so mancher Bischof
bald der alten dogmatischen Formeln erinnern – etwa der „ecclesia in
purgatorio“, der Kirche im Fegefeuer. „Einen solchen Rückgang wie jetzt haben
wir noch nie gehabt“, klagen die Haushälter der evangelischen wie der
katholischen Kirche.
Allein in der evangelischen Kirche in
Bayern fließen im Jahr 2010 voraussichtlich 116 Millionen Euro weniger aus der
Kirchensteuer als zwei Jahre zuvor – das entspricht einem Rückgang von 20
Prozent. Die eine Hälfte des Rückgangs geht auf den Konjunktureinbruch zurück,
die andere Hälfte auf bereits vorgenommene Steuerentlastungen, etwa durch das
„Bürgerentlastungsgesetz“. Und die Entlastungen durch das jüngst verabschiedete
„Wachstumsbeschleunigungsgesetz“ sind noch gar nicht eingerechnet. Da die
Steuersenkungen gerade Familien zugutekamen und die Kirchen das befürworten,
orientierten sie sich am dogmatischen Begriff der „ecclesia patiens“, der
erduldenden Kirche, und schwiegen.
Über den Zusammenhang zwischen
Einkommensteuer und den Einnahmen der Kirche wird generell so wenig wie möglich
geredet – von Seiten der Kirchen wie von Seiten der Politik. „Keine schlafenden
Hunde wecken“, heißt es hier wie dort. Man fürchtet, eine Debatte könnte das
gesamte System der kirchlichen Finanzierung in Deutschland ins Wanken bringen.
Dabei arbeitet das System effizient und
ist denkbar unkompliziert: Jeder, der einer Kirche angehört, die am
Kirchensteuersystem teilnimmt, zahlt auf seine Einkommensteuer einen Aufschlag,
der je nach Bundesland zwischen acht und neun Prozent variiert. Die Kirchen
sparen so eine eigene Bürokratie, und der Staat wird für seinen
Verwaltungsaufwand entlohnt, indem er rund vier Prozent der Kirchensteuern bei
sich behalten darf.
Zum Problem für die Kirche wird das
System, wenn der Staat die Einkommensteuersätze immer weiter senkt oder auch
nur die Freibeträge erhöht. Der Staat kann das ausgleichen, indem er andere
Steuern erhöht. Die Kirchen hingegen hängen auf Gedeih und Verderb einzig an
der Einkommensteuer. Sie könnten zwar ihren Anteil von acht beziehungsweise
neun Prozent erhöhen, fürchten aber eine dann einsetzende Austrittswelle. Die
Kirchen haben also allen Grund, sich selbst für Detailfragen der Steuerpolitik
zu interessieren.
Das Problem bestimmt auch ihre
politische Farbenlehre: Der Teufel mag einst an seinen roten Hörnern und
braunen Bocksfüßen zu erkennen gewesen sein, heute tragen die härtesten
Widersacher in den Augen der Kirchenvertreter bei Regenwetter Barbour-Jacken
und legen sich bei Sonnenschein lässig ihre gelben Pullis über die Schulter.
Insbesondere der im Koalitionsvertrag zwischen CDU, CSU und FDP niedergelegte
Stufentarif bei der Einkommensteuer würde die Kirche treffen. Denn „Einfacher,
niedriger und gerechter“ heißt auf die Kirchen übertragen: viel weniger.
500 Millionen Euro Verlust - jedes Jahr
Auf jeweils 500 Millionen Euro im Jahr
beziffern die Haushälter beider Kirchen die Einnahmeverluste pro Jahr, sollte sich
die FDP mit ihren Vorstellungen durchsetzen. Die Verluste entsprächen einer
Einbuße von bis zu 15 Prozent oder, anders ausgedrückt: den Ausgaben für die
halbe Pfarrerschaft der Kirche. Unter den Emissären der Kirche gibt es deshalb
durchaus Überlegungen, das Schweigen zu brechen, sollte Schwarz-Gelb zur Tat
schreiten. Aus der duldsamen „ecclesia patiens“ würde dann womöglich eine
streitbare „ecclesia militans“.
Im Moment versucht man noch, die
Politiker für das Problem zu sensibilisieren, indem man ihnen die Bilder von
geschlossenen Kindertagesstätten und abgewickelten Schuldnerberatungen vor
Augen malt und darauf hinweist, dass sie es bei der Abflachung des sogenannten
Mittelstandsbauchs schon lange nicht mehr mit klerikalen Wohlstandswampen zu
tun hat.
Denn trotz der gegenwärtigen
Einnahmerückgänge ist die Situation derzeit noch geradezu luxuriös im Vergleich
zu dem, was den Kirchen in einigen Jahren droht. Als Beispiel mag abermals die
evangelische Kirche in Bayern mit ihren rund drei Millionen Mitgliedern dienen:
In den vergangenen Jahren sind auch dort nach Jahren der Entspannung die
Kirchenaustritte wieder kräftig angestiegen, in Bayern waren es 2009
schätzungsweise 20.000. Jahr für Jahr sind das etwa 10 bis 15 Millionen Euro an
Einnahmen, derer die Kirche so verlustig geht.
Es gibt noch mehr schlechte Nachrichten
Doch verglichen mit dem demographischen
Wandel, fallen die Austritte, so schmerzlich sie für die Kirche auch sein
mögen, kaum ins Gewicht. Denn die Kirche ist von der Alterung im Unterschied
zum Staat gleich dreifach betroffen: Zur generellen Überalterung tritt bei
ihnen zum einen das Problem, dass überproportional viele der Jüngeren im Land
aufgrund ihrer Herkunft keine Christen sind. Bis zum Jahr 2030, rechnet man in
Bayern, werde die Landeskirche insgesamt 25 bis 30 Prozent weniger Mitglieder
haben.
Zum anderen orientiert sich die Zahl
der Kirchensteuerzahler einzig an der Einkommensteuer – und die muss kaum ein
Rentner zahlen. Lediglich ein Drittel der Kirchenmitglieder trägt derzeit zur Kirchensteuer
bei – die anderen sind Jugendliche, Studenten, Familien mit Kindern, arbeitslos
oder eben Rentner. Weil vor allem die Zahl Letzterer steigt, werde bis 2030 die
Zahl der Kirchensteuerzahler um 50 Prozent einbrechen.
Und damit ist es mit den schlechten
Nachrichten noch nicht genug: Denn eine Kirche im Süden wie die bayerische
profitiert von Wanderungsbewegungen innerhalb Deutschlands. In anderen Gegenden
mögen die Kirchen ihr Spendenaufkommen erhöhen wie sie wollen – den Einbruch
bei den Kirchensteuern werden sie nicht auffangen können. Aus der „ecclesia
visibilis“, um einen Begriff aus der evangelischen Dogmatik zu verfremden,
könnte dort mehr und mehr eine „ecclesia invisibilis“, eine unsichtbare Kirche,
werden. Reinhard Bingener Faz 13
Vorwürfe gegen Frankfurter Imam. Rat der Religionen ist besorgt
Die Auseinandersetzung um den Imam der
Hazrat-Fatima-Gemeinde ist ein Thema für den Frankfurter Rat der Religionen,
sagt Micha Brumlik. Der Frankfurter Professor für Erziehungswissenschaften zählt
zu den Erstunterzeichnern eines Aufrufs gegen den Al-Quds-Tag am 21. Oktober
2006 in Berlin: "Aufruf gegen Islamismus, Judenhass und
Vernichtungsdrohungen gegen Israel. Für Demokratie und Menschenrechte im
Iran" ist dieser überschrieben.
An umstrittenen Al-Quds-Demonstrationen
hat Sebahattin Türkyilmaz teilgenommen. Wer genau die Veranstalter seien, habe
er nicht gewusst, erklärte der Imam im Gespräch mit der FR. Ausschlaggebend für
seine Teilnahme sei der Anlass des Protestmarsches gewesen, nämlich gegen die
Besetzung palästinensischer Gebiete durch Israel zu demonstrieren.
Sondersitzung des Rats der Religionen
Ob man auf Al-Quds-Demonstrationen
auftreten sollte, bezeichnet Brumlik als Thema für den Rat der Religionen. Er
selbst ist der Meinung, dass man dort nicht auftreten sollte. Brumlik will
dabei "nicht in Abrede stellen", dass es kritikwürdig ist, "wie
der israelische Staat Ostjerusalem annektierte und auch jetzt noch dort
siedelt". Es sei die Frage, ob die Teilnahme an der Al-Quds-Demonstration
als "antisemitisch zu bewerten" ist: "Es gibt immer einen Aufruf
zu der Demonstration, man weiß, welche Gruppen dahinter stehen."
Die Haltung des integrationspolitischen
Sprechers der CDU, Thomas Kirchner, ein Antisemit solle nicht bei der
Grundsteinlegung für eine Moschee dabei sein, hält Brumlik für richtig. Er rät,
"die Gelegenheit beim Schopfe zu nehmen, um über das Thema der politischen
Hisbollah und der Hamas in Deutschland und auch in Frankfurt zu sprechen".
Der Vorstand des Rats der Religionen,
einem Gremium aus Vertretern von neun Religionsgemeinschaften, kam
Donnerstagabend zu einer Sondersitzung zusammen, um sich mit den
Anschuldigungen gegen Imam Türkyilmaz und Ünal Kaymakçi als Generalsekretär der
Hazrat-Fatima-Gemeinde zu befassen. Im Vorfeld gab Ratsvorsitzender Athenagoras
Ziliskopolous eine persönliche Erklärung ab: "Ich bin besorgt ob der
Vorwürfe und bedauere, dass die Gemeinde in Verruf gerät. Bisher war die
Hazrat-Fatima-Gemeinde sehr transparent."
"Tod, Tod Israel"
Zu der Kritik von Kaymakçi, dass in dem
am Sonntag gesendeten HR-Beitrag Bilder von zwei unterschiedlichen
Demonstrationen gezeigt und damit gezielt falsche Aussagen transportiert
würden, sagt HR-Pressesprecher Tobias Häuser: "In den Beitrag hat sich ein
Fehler eingeschlichen. Dies ist ärgerlich, ändert aber nichts an dem Inhalt des
Beitrags." Dieser zeichne sich nicht durch Polemik, sondern durch gute
Recherche aus. Von Hetze und Schmutzkampagne könne nicht die Rede sein.
Die defacto-Redaktion erklärt auf
FR-Anfrage: "Bei der einen gezeigten Demonstration vom 12. August 2006
handelt es sich nicht um die jährliche Al-Quds-Demonstration zur ,Solidarität
mit der leidenden Bevölkerung in Palästina´, sondern um eine Demonstration
gegen den Einmarsch Israels im Südlibanon. Diese Demonstration ist von uns
versehentlich als eine Al-Quds-Demonstration bezeichnet worden." Auf
diesen Bildern sei Türkyilmaz mit weiteren Demonstrationsteilnehmern zu sehen.
"Und die Menge skandiert immer wieder: "Tod, Tod Israel", schreibt
die defacto-Redaktion. "Unter welchem Motto die Demonstration stattfinde
sei nicht von wesentlicher Bedeutung, es ist viel wesentlicher, was im Bild
tatsächlich passiert." SUSANNE SCHMIDT-LÜER UND CANAN TOPÇU Fr 12
BA-Angestellte verliert Prozess. Kein Kruzifix am Check-In
Weil ihr British Airways 2006 verbot,
ein Kruzifix am Check-In-Counter zu tragen, sie aber nicht ohne arbeiten
wollte, schickte man sie nach Hause. Sie klagte auf Schadensersatz. Vergeblich.
LONDON - Eine Mitarbeiterin von British Airways hat
vor Gericht den Streit um das gegen sie verhängte Kruzifix-Verbot verloren. Ein
britisches Berufungsgericht wies am Freitag die Diskriminierungsklage der
bekennenden Christin gegen die Fluglinie als unbegründet zurück. Der Fall wird
demnächst vermutlich den Obersten Gerichtshof beschäftigen.
Die 58jährige Check-in-Mitarbeiterin
Nadia Eweida wurde 2006 von BA nach Hause geschickt, weil sie sich weigerte,
sich an die Firmenrichtlinie zu halten, die das Tragen sichtbarer religiöser
Symbole verbietet. Der Fall hatte in Großbritannien eine Debatte über die Rolle
der Religion im öffentlichen Leben angestoßen.
BA hatte ihre Richtlinien schließlich
geändert. Die heute 58-Jährige zog dennoch vor Gericht, um Schadensersatz für
entgangene Gehaltszahlungen einzufordern. Apn 12
Frankfurt/M. Der Antisemiten-Vorwurf und die Nahost-Politik
Die Ansage steht: In Frankfurt soll
kein Antisemit bei der Grundsteinlegung einer Moschee dabeisein. Die
Stadtpolitik hat sich in der Person Thomas Kirchners, integrationspolitischer
Sprecher der Römer-CDU, positioniert und den Fall Sebahattin Türkyilmaz an
seine Gemeinde verwiesen. Dort, in der Hazrat-Fatima, die in Hausen ihre neue
Moschee baut, soll die Gesinnung des aus der östlichen Türkei stammenden Imam
geklärt werden.
Die Rufe nach Aufklärung gehen reihum.
Aus dem Wiesbadener Landtag lässt sich der innenpolitische Sprecher der CDU,
Holger Bellino, vernehmen, dass, wenn die Vorwürfe gegen Türkyilmaz stimmten,
"eine klare Distanzierung des Vereins (der Moscheegemeinde, d.Red.) und
auch personelle Konsequenzen" eingefordert würden. Sein
integrationspolitischer FDP-Kollege, Hans-Christian Mick, stößt ins gleiche
Horn und erklärt, warum die Politik nicht ruhen darf: "Wir haben auf
tragische Weise aus der Geschichte lernen müssen, was für schlimme Folgen
Antisemitismus haben kann." Es sei die "Pflicht" der Deutschen,
dem Rassenhass keinen Raum zu lassen.
Gleichwohl gibt es Lob für Ünal
Kaymakci, Generalsekretär der Gemeinde, als "sehr kompetenten und um gutes
Zusammenleben bemühten Gesprächspartner", sagt Stefan von Wangenheim,
integrationspolitischer Sprecher der Römer-FDP. Und Mick lobt den säkularen
Gemeindevorstand als einen "sehr kompetenten, besonnen und umsichtigen
Mann".
Was der Kritik aber keinen Abbruch tut:
Die auf die am Sonntag, 7. Februar, in der HR-Sendung getätigten Vorwürfe,
Türkyilmaz habe 2001 als Einpeitscher einer Hisbollah-Demo gewirkt und 2006
sich an einem Al-Quds-Aufmarsch beteiligt, wird durchweg ablehnend reagiert.
Die Reaktion der Gemeinde werde "der Sache nicht gerecht", bemängelt
SPD-Fraktionschef Klaus Oesterling, man habe sich da "im Ton
vergriffen". Sein grüner Kollege Olaf Cunitz wird noch deutlicher:
"Al-Quds darf man nicht verharmlosen, wenn es in Berlin ein breites
demokratischen Bündnis gibt, dass zu Gegendemos aufruft. Jeder, der an Al-Quds
teilnimmt, muss sich erklären." Je schneller und deutlicher, umso besser.
Türkyilmaz hatte geäußert, es sei für ihn kein Problem, an der Demo
teilzunehmen. Sie war weltweit eingeführt worden von Ayatollah Chomeini gegen
den Staat Israel und dessen Palästinenser-Politik.
Für die demokratischen Politiker aber
ist das ein Problem. "Wir erwarten eine Distanzierung der Gemeinde von
jeglichem antisemitischen Gedankengut und, falls die Vorwürfe zutreffen sollten,
eine persönliche Konsequenz von Herrn Türkyilmaz", gibt FDP-Mann von
Wangenheim die Marschrichtung vor. Indes bleibt die zweite Figur des
HR-Berichts weiter schattenhaft: Ayatollah Reza Ramezami, Leiter des
Islamischen Zentrums Hamburg (IHZ). Das IHZ ist das schiitische Zentrum der
Republik, das seine Moschee 1965 an der Außenalster einweihte, finanziert von
iranischen Kaufleuten in der Hansestadt.
Mit Ramezami nahm der ranghöchste
schiitische Geistliche des Landes an der Grundsteinlegung in Hausen teil. Der
Rechtsgelehrte führt seit 2009 das IHZ. Seine Ernennung erfolgte - wie alle
seit 1979 - durch Teheran. Der IHZ-Chef vertritt den iranischen
Revolutionsführer in Deutschland. Und als solcher fällt ihm laut
Verfassungschutzbericht 2008 "die leise Propagierung eines islamischen
Gottesstaates nach iranischem Vorbild" zu. Das IHZ hat sich laut Bericht
zwar unter Ramezamis Vorgänger als "unpolitisch und kooperativ"
präsentiert, versuche aber, alle Schiiten unter sich zu vereinen und zu
beeinflussen. Die Hazrat-Fatima-Gemeinde ist schiitisch. PETER RUTKOWSKI Fr 12
Deutschland: Bei den Missbrauchsfällen hat die Sensibilität in der Gesellschaft gefehlt
„Aufklärung, Aufklärung, Aufklärung! Kindern
klar machen, dass man nein sagen darf. Strukturen herstellen, in denen
Beschwerden ernst genommen werden.“
Das braucht es, um Missbrauch wirksam
zu verhindern. Und das sagt Ursula Raue. Sie weiß, wovon sie spricht, denn sie
wurde vom Jesuitenorden als unabhängige Sachbearbeiterin eingesetzt, um die
Missbrauchsfälle in deutschen Jesuitenschulen zu untersuchen. Auch das
Ausbleiben strafrechtlicher Verfolgungen bei Bekanntwerden von
Missbrauchsfällen innerhalb des Ordens müsse jetzt geklärt werden, so Raue
gegenüber Radio Vatikan. Dieses Versäumnis hänge wohl damit zusammen, dass die
Fälle – „Streicheln, Anfassen und Selbstbefriedigung gegen den Willen der
Betroffenen“ – offensichtlich nicht als sexueller Missbrauch wahrgenommen
wurden. Raue vermutet da ein gesellschaftliches Problem:
„Ich denke, dass auch in der
Gesellschaft damals möglicherweise die Sensibilität dafür gefehlt hat, dass
auch solche Geschichten Kindern schaden. Das lerne ich jetzt gerade in diesen
ganzen Aussagen, die zu mir kommen: Dass selbst diese objektiv relativ kleinen
Übergriffe unglaubliche Schäden angerichtet haben.“
Kenntnisse um mögliche Folgen sexuellen
Missbrauchs - wie Traumata, Identifikation mit dem Aggressor, Angst und
Schuldgefühle bei den Opfern - existierten aber nicht erst seit gestern. Ob
solche Kenntnisse im Umgang der Kirche mit den Fällen berücksichtigt worden
seien – auch diese Frage müsse gestellt werden, so Raue. Nach unserem Interview
geht es für Ursula Raue zurück ans Telefon. Sie bekommt viele Anrufe zur Zeit,
sehr viele davon beziehen sich auch auf Missbrauchsfälle an anderen Schulen
oder Jugendeinrichtungen, also außerhalb des Jesuitenordens. (rv 12)
Islam-Studiengänge. Die Fallstricke der deutschen Imam-Ausbildung
Imame in Deutschland sind nicht mehr
nur Vorbeter – sie sind Mediatoren, Seelsorger, Lehrer. Ein Uni-Studium soll
der gewandelten Rolle Rechnung tragen. Doch die akademische Imam-Ausbildung
steckt voller Risiken. Die dort geformten Geistlichen könnten in ihren
Gemeinden auf mangelnde Akzeptanz stoßen.
Eine harte Aufgabe liegt vor Mouhanad
Khorchide. Es geht um nicht weniger, als den Islam mit der Wissenschaft in
Deutschland versöhnen. Der 38 Jahre alte Islampädagoge von der Universität Wien
ist der aussichtsreichste Anwärter für den Lehrstuhl Islamische
Religionspädagogik in Münster – für einen Lehrstuhl, der einen Aufschrei in der
muslimischen Welt auslöste, als der Amtsvorgänger die historische Existenz
Mohammeds anzweifelte. Seither ist die Stelle verwaist, die Stimmung gereizt.
Universitäten buhlen um
Islam-Lehrstühle
Von Münster wird ein Signal ausgehen.
Denn die mögliche Berufung Khorchides fällt mitten in die Debatte, wie die
jüngsten Empfehlungen des Wissenschaftsrates zur Etablierung des Fachs
Islamische Theologie – und akademischer Imam-Ausbildung – an deutschen
Hochschulen umzusetzen seien. Wie erarbeitet man ein Curriculum? Wie soll
Personal berufen werden? Woher soll es angesichts dünner Auswahl in Deutschland
überhaupt kommen? Wie kann der Beirat aussehen, der die Mitwirkung der Muslime
analog zu den Kirchen sicherstellt? Und wer bezahlt das alles? Die Etablierung
einer Disziplin mit fünf Professuren kostet etwa 1,2 Millionen Euro. Pro Jahr,
pro Uni. Der Wissenschaftsrat hat drei Standorte empfohlen.
Trotz dieser Schwierigkeiten geben sich
fast alle in der Politik, in den Islamverbänden und den Universitäten höchst
optimistisch. Denn alle wissen: Die Sache darf nicht scheitern, will man
endlich einen Islam mit deutschem Gesicht. Alles soll nun schnell gehen. Der
Rektor der Uni Tübingen, Bernd Engler, hat als einer der ersten seine
Hochschule als Standort beworben. Schon zum Winter könne man Professuren
ausschreiben. „Das Land muss sich jetzt zu dem Vorhaben bekennen. Wir brauchen
nicht erst jahrelange Diskussion.“
In Niedersachsen ist man noch weiter.
Mit Osnabrück verfügt das Land bereits über einen der wenigen Standorte für
islamische Religion neben Münster, Erlangen und Frankfurt am Main. Bereits vom
kommenden Wintersemester an wird dort eine Weiterbildung für Imame angeboten,
eine grundständige Imam-Ausbildung ist für 2012/13 in Planung. Innenminister
Uwe Schünemann (CDU) weiß, dass dabei ohne die Islamverbände nichts geht, und
betont, jetzt müsse „ein noch intensiverer Dialog geführt werden“. Dann muss
dessen Ergebnis von allen Seiten akzeptiert werden. Doch das dürfte extrem
schwierig werden.
Muslime bangen um Deutungshoheit
So betonen die Universitäten, auch die
Tübinger, ihre „wissenschaftliche und pluralistische“ Ausrichtung, während die
Muslime um die Deutungshoheit über ihren Glauben fürchten. „Ich möchte mein
Kind nicht zu einem Imam schicken, der sagt, der Prophet hätte nicht gelebt“,
formuliert Erol Pürlü vom Verband der Islamischen Kulturzentren (VIKZ) ihre
Sorgen. Grundsätzlich begrüßt man die Pläne, aber der VIKZ, der als einziger
Verein in Deutschland Imame ausbildet, hat auch praktische Bedenken: „Imame von
einer deutschen Uni könnten für die meisten Gemeinden zu teuer sein.“ Völlig
unklar ist auch, wer in der heterogenen Sphäre des Islam die praktische Ausbildung
bezahlen soll, die sich ähnlich wie ein Vikariat an das Studium anschließen
müsste. Braucht es dafür eine Art Kirchensteuer für Muslime?
Auffällig zurückhaltend hat sich
bislang der Dachverband Türkisch-Islamische Union (Ditib) geäußert, der bislang
für den Import der meisten der rund 2500 Imame in Deutschland aus der Türkei
zuständig ist. Eine Ditib-Erklärung zur Ausbildung von Imamen in Deutschland
wird in der kommenden Woche erwartet. Hinter vorgehaltener Hand sagen Kenner,
Ditib würde eine Imam-Ausbildung im Inland am liebsten verhindern. Das freilich
käme einer Sabotage des modernen Islam in Deutschland gleich. Auch Ditib spürt
den öffentlichen Druck.
„Die muslimischen Verbände sind
untereinander sehr unterschiedlich“, formuliert Minister Schünemann vorsichtig
seine Erfahrungen vom „Runden Tisch“ in Niedersachsen. Sie müssten sich jetzt
einigen, wo ihre Prämissen liegen. „Wir können nur eine Imamausbildung für alle
anbieten, wir können uns nicht eine Strömung herauspicken“, sagt Schünemann. Vermischen
sich aber die Rechtsschulen zu sehr, wäre die Imamausbildung praktisch wertlos.
Einen halb lutherischen, halb katholischen Pfarrer würde auch keine
Kirchengemeinde wollen.
Innerislamische Diskussion fehlt
Die Verbände wollen jetzt sehen, dass
man mit ihnen intensiv zusammenarbeiten möchte, sagt Mouhanad Khorchide, der
sich soeben bei den großen muslimischen Interessensgruppen in Deutschland
vorgestellt hat. 2007 sorgte er in Österreich mit einer Studie über
Demokratieskepsis im Islam für Furore. Nun muss er um Zustimmung werben. „Es
hängt alles von der Kommunikation ab“, sagt er. „Uns fehlt eine öffentliche
theologische Diskussion, auch und vor allem innerislamisch.“ Anders als
Minister Schünemann würde sich Khorchide deshalb wünschen, dass sich die
Vielfalt islamischer Strömungen an den neuen Lehrstühlen widerspiegelt und so
endlich wissenschaftlich über religiöse Inhalte gestritten werden kann.
Wie sehr dieser frische Wind im
muslimischen Alltag fehlt, zeigt sich gerade am „Institut für Studien der
Kultur und Religion des Islam“ in Frankfurt am Main. Hier gibt es, so erzählen
Eingeweihte aus Wissenschaft und Landesregierung, Probleme mit Inhalten, die
manche gläubige Muslime nicht akzeptieren wollen. So sei vielen die in
Frankfurt gelehrte Hermeneutik zu modern, einige fürchten gar ein „zweites
Münster“. Allerdings sind in Frankfurt nicht so sehr die Verbände als vielmehr
die Studenten unzufrieden. Die seien, erzogen im traditionellen Milieu zwischen
Moschee und Familie, oft die konservativsten von allen, heißt es bei
Professoren. Studenten, die reaktionärer sind als ihre Lehrer – auch das dürfte
deutsche Universitäten vor ganz neue Herausforderungen stellen. Christina
Brüning DW 14
Irak: Christliche Enklave in Not
So nah, so fremd – das Christentum im
Nahen Osten geht uns viel an, auch wenn wir es kaum kennen. Einer hat sich
vorgenommen, das zu ändern: Hans Hollerweger. Der Österreicher, der in diesen
Tagen seinen achtzigsten Geburtstag feiert, setzt sich seit mehr als zwanzig
Jahren mit der „Initiative christlicher Orient“ für die bedrängten Christen im
Libanon, in Syrien, in der Südosttürkei, im Heiligen Land – und im Irak ein. Er
sagt:
„Die wirtschaftliche Lage hat sich in
letzter Zeit leicht gebessert – aber es ist für sie weiter sehr schwierig.“
Sie – das sind die Christen im Irak.
Genau gesagt: Im Nordirak, im Bistum Zakho-Dohuk. Dort gibt es eine Art
christliche Enklave. Wie sie zustande kam, erklärt Professor Hollerweger:
„In den 1970er-Jahren wurden die
Christen vom Regime Saddam Husseins aus ihrem Land im Nordirak vertrieben und
mussten nach Bagdad oder in den Süden des Irak flüchten. Nach 2003 sind viele
vor dem islamistischen Terror aus den Städten in ihre ländlichen
Ursprungsgebiete zurückgekehrt. Und so gibt es in der Diözese Zakho sechzehn
reine Flüchtlingsdörfer.“ Rv 12
Kunst als Selbsthingabe an Gott
ROM - Ende Januar wurde die
restaurierte Fassade der Kirche des Hl. Ludwig von Frankreich in Rom wieder
enthüllt. Jetzt kann man die Kirche nach mehr als einem Jahr der Arbeiten
wiederentdecken und ihre Schönheit bewundern. Repellin Didier, leitender
Architekt für historische Denkmäler, erklärt die Bedeutung von seiner Seite
aus.
„Die Kirche des Hl. Ludwig von
Frankreich ist ein wunderschönes Meisterwerk. Sie ist unter mehreren Aspekten
ein Meisterwerk, zuerst einmal historisch, was von großer Bedeutung ist, da sie
die Kirche für alle Franzosen und einer königlichen Stiftung in Rom ist",
so der Architekt, Repellin Dedier. "Deren Geburtsjahr war das späte 15.
Jahrhundert, um 1478, die Kirche selber wurde jedoch zwischen 1518 und 1589
gebaut.“
Die Restaurierung bot die Möglichkeit,
technische Details und die Kunst des 16. Jahrhunderts zu studieren und die
Instrumente, die damals benutzt wurden, um die ursprüngliche Fassade zu
gestalten. Nicht zu vergessen natürlich die Art und Weise, in der die Künstler
selber arbeiteten und die deren Glauben widerspiegelt.
„Alle diese Arbeiten wurden zu einer
Zeit gemacht, in der alles zur größeren Ehre Gottes geschah. Die Arbeiter, die
Bildhauer, die Maler gaben sich selber hin. Und dies fasziniert mich besonders,
denn nach einiger Zeit baute man nicht mehr für die Ehre Gottes, sondern für
irgendeine Person. Und in diesem Moment, wie die Bildhauer sagen, entweder wir
geben uns hin, oder wir schmeicheln jemandem. Das ist der Unterschied zwischen
Selbsthingabe und Schmeichelei. Und hier kann man von Selbsthingabe sprechen.“
Zenit 12
Honduras: Präsident mit Ohr für die Armen?
Nach der Präsidentenwahl steht Honduras
vor einem Neuanfang – aber leicht wird dieser nicht, denn es gibt noch viel zu
tun. Das meint Christian Frevel, Lateinamerika-Experte vom Hilfswerk Adveniat.
Mit einer Delegation seines Hilfswerkes reiste er in den letzten Tagen durch
das Land und traf sich mit Kirchenvertretern aus El Salvador und Tegucigalpa,
darunter Kardinal Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga. Arbeitslosigkeit und ein
schlechtes Gesundheitswesen sind nur einige der großen Probleme, mit dem das
Land immer noch zu kämpfen hat. Dennoch – in der Bevölkerung herrsche trotz
allem eine positive Stimmung, so Frevel. Das habe mit dem „demokratisch“
gewählten neuen Präsidenten Porfirio Lobo zu tun. Lobo gilt als konservativ und
volksnah.
„Die Leute, die hier in der
Sozialarbeit engagiert sind, sagen, dass er immer ein Mensch war, der ein Ohr
für seine Wähler hatte. Das ist eine außergewöhnliche Sache hier. Lobo hat zum
Beispiel immer auch Sprechstunden für die Armen gehalten. Jetzt vertrauen die
Leute darauf, dass er die Probleme angeht. Er hat einen ersten Schritt getan,
indem er eine Regierung eingesetzt hat, die nicht nur Leute seiner eigenen
Partei beteiligt – und er hat eine Regierung der Einheit gebildet. Es wurde
etwa jemand, der vorher in der Gewerkschaft gearbeitet hat, zum Arbeitsminister
ernannt. Lobo versucht, die gesamte Gesellschaft in diese Regierung
einzubinden.“(rv 12)