Notiziario religioso  12-14  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del sordomuto  1

2.       Sabato 13. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani 1

3.       Domenica 14. Il commento al Vangelo. Le beatitudini 1

4.       Domenica 11. VI del tempo ordinario. Le beatitudini: una lieta notizia  2

5.       L’udienza del mercoledì. Benedetto XVI: “L’economia ha bisogno di un’etica amica della persona”  4

6.       Rosarno. Non è un deserto. Una nota dei vescovi di Calabria  5

7.       Italia, Stati Uniti, Brasile. Dal Vaticano alla conquista del mondo  5

8.       Già un milione verso la Sindone  6

9.       Boffo-Santa Sede, il gelo dell'Avvenire. Scambio di "scortesie" tra i due quotidiani 7

10.   Straordinaria eredità. Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro: il "punto" sul fine-vita  7

11.   Bertone: "Nella Chiesa cattolica il potere non è divisibile"  8

12.   Infanzia. Crescere nella serenità. Il Papa al Pontificio Consiglio per la famiglia  8

13.   Caso Boffo, il blitz dopo una inchiesta  8

14.   I giornali di Berlusconi all’attacco del Papa  9

15.   Parole che educano. Quale pedagogia nella Bibbia?  10

16.   Con chi soffre. Sono 117 mila i centri sanitari cattolici nel mondo  10

17.   Un fratello di nome Karol Wojtyla  11

18.   "Il Dio dei mafiosi", la religiosità degli uomini di Cosa Nostra  12

19.   IRAQ. Ancora più uniti. I cristiani a un mese dal voto  12

 

 

1.       Benedikt: „Krankenleid bestimmt unsere Humanität“  13

2.       Missbrauch: Licht im Dunkel 13

3.       Benedikt XVI.: „Schauen auf Christus heißt, die Menschenwürde zu leben“  14

4.       Andrea Gensel: ''Viele Priester sind einsam, wütend und verzweifelt'' 14

5.       Kindersoldaten: Caritas fordert besseren Schutz. Internationaler Aktionstag am 12. Februar 15

6.       Ökumene: „Keiner darf die Hände in den Schoß legen“  15

7.       Gottesdienste für Verliebte und Verlobte zum Valentinstag  15

8.       Leitartikel. Zölibat unter Verdacht 16

9.       Bischof Ackermann: Zölibat nicht Auslöser für Kindesmissbrauch  16

10.   Missbrauchsskandal Erdrückende Vorwürfe: Jesuiten-Rektor geht 16

11.   In Eritrea droht eine Hungersnot 17

12.   Mainz. Generalvikar empfing Weihbischof Yosyf Milan aus Kiew   17

13.   Deutschland: Kinder sind keine kleinen Erwachsenen  17

 

 

 

 

Venerdì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del sordomuto

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 7, 31-37) commentato da P. Lino Pedron 

 

31 Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. 33 E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». 35 E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Nel territorio della Decapoli (che significa "dieci città") portano a Gesù un uomo sordo e muto, supplicandolo di imporgli le mani. Gesù conduce quest’uomo in disparte dalla folla, mette della saliva nelle orecchie e gli tocca la lingua; poi alzando gli occhi al cielo emette un sospiro e dice: "Effatà" cioè "Apriti". La citazione in lingua aramaica vuole riportarci la parola detta da Gesù, che parlava aramaico. Di fronte a questo avvenimento viene spontaneo il ricordo del testo di Isaia:" Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio. Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto" (Is 35,4-6).

L’uomo diventa la parola a cui presta ascolto e dà risposta. Se ascolta Dio diventa Dio, se ascolta il demonio diventa demonio. Eva ha ascoltato il maligno e ha partorito tutto il male del mondo. Maria ha ascoltato Dio e ha partorito tutto il bene dell’umanità.

Dio è parola, comunicazione e dono di sé. L’uomo è prima di tutto orecchio, e poi lingua. Ascoltando Dio è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui. La religione cristiana è la religione della parola e dell’ascolto, della comunicazione con Dio che ci parla. Per questo, essere sordi e muti (nel senso religioso) è il più grande dei mali.

Con questo miracolo Gesù ci fa capire che cosa vuole operare nei suoi ascoltatori. Noi tutti siamo spiritualmente sordi, chi più chi meno; anche coloro che ascoltano la parola di Dio rischiano di essere dei sordi selettivi, ossia ascoltano quello che fa comodo e eliminano automaticamente tutto quello che può turbare il loro placido sonno. Gesù è il medico venuto a ridarci la capacità di dialogo con Dio e con i fratelli. Il cristiano, forse come tutti, è un fenomenale divoratore di tante chiacchiere, ma risulta sovente sordo e muto davanti alla Parola che lo fa uomo e figlio di Dio.

Gesù è venuto per guarire il mutismo e la sordità dall’umanità per farla diventare il vero popolo di Dio, un popolo che ascolta e risponde a colui che gli dice:" Ascolta, Israele!" (Dt 6,4-5); " Ascoltate!" (Mc 4,3); "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!" (Mc 9,7).

Chi professa la fede cristiana è, di professione, un ascoltatore di Gesù.

A parlare non si impara nulla, ad ascoltare gli stupidi si diventa stupidi, ad ascoltare i saggi si diventa saggi, ad ascoltare Dio si diventa Dio. De.it.press

 

 

 

Sabato 13. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 8,1-10) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». 4 Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5 E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». 6 Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. 8 Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. 9 Erano circa quattromila. E li congedò.

10 Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.

Marco riporta due moltiplicazioni dei pani (6,35-46; 8,1-9).

Ciò che anzitutto impressiona in questi racconti è la folla: una folla numerosa, venuta a piedi da ogni parte, che segue Gesù giorni e giorni.

Secondo alcuni, tanta folla farebbe sospettare la formazione di un movimento messianico di tipo politico che vedeva in Gesù un possibile capo. Ciò è verosimile: del resto Giovanni, a proposito del medesimo episodio, annota che le folle cercavano Gesù per farlo re (Gv 6,15).

Il clima politico della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare fanatismi messianici. Scrive ad esempio Giuseppe Flavio: "Uomini ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse mostrato loro i segni della libertà imminente" (Guerra giudaica 2, 259).

In questa luce, nella prima moltiplicazione dei pani, acquista importanza l’annotazione che Gesù obbligò i discepoli ad allontanarsi, ed egli, dopo aver congedata la folla, si ritirò sulla montagna a pregare (6,45-46).

Gesù non accondiscende alle attese politiche della folla, ma si allontana da essa, ritrovando nella preghiera la chiarezza della via messianica della croce e il coraggio per percorrerla.

Questa seconda moltiplicazione dei pani avviene in pieno territorio pagano come prefigurazione dell’eucaristia universale, offerta in pienezza anche ai pagani. Le sette ceste di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica ebraica (cfr Gen 10).

Ancora una volta Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia. Non si stanca di noi, non si scoraggia per la nostra durezza di cuore. Insiste con il suo dono infinite volte. Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 14. Il commento al Vangelo. Le beatitudini

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 6,17.20-26) commentato da P. Lino Pedron 

 

17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.

20 Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:

«Beati voi poveri,

perché vostro è il regno di Dio.

21 Beati voi che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi che ora piangete,

perché riderete.

22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. 23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.

24 Ma guai a voi, ricchi,

perché avete già la vostra consolazione.

25 Guai a voi che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Guai a voi che ora ridete,

perché sarete afflitti e piangerete.

26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.

Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

In questo testo del vangelo Gesù annuncia l’arrivo della salvezza promessa da Dio. Egli proclama il mondo dei valori di Dio, capovolge la scala dei valori dell’uomo e annuncia il modo con il quale Dio salva. Le beatitudini per i poveri e le lamentazioni per i ricchi non vanno lette in chiave moralistica, cioè non dicono che cosa deve fare l’uomo. Manifestano invece che cosa fa Dio in Gesù e rivelano come agisce Dio nella storia umana. Nella discesa di Mosè dal monte Dio, per mezzo dei dieci comandamenti, rivelò all’uomo cosa doveva fare; nella discesa di Gesù dal monte Dio rivela che cosa fa lui. L’intento di questo proclama è di rivelarci il volto di Dio in Cristo. In lui vediamo come Dio dona a noi il suo regno.

Il verbo al presente della prima beatitudine e della prima lamentazione (v. 20: è, v. 24: avete) significa che il regno di Dio è già ora dei poveri e che già ora i ricchi se ne escludono con un surrogato di consolazione.

Le beatitudini si possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore per tutti. Per questo la sua giustizia è togliere a chi ha abusivamente e dare a chi non ha ingiustamente. Il nostro concetto di giustizia "a ciascuno il suo", più che sulla giustizia di Dio che è amore, si fonda sull’ingiustizia umana e ne codifica l’egoismo da cui trae origine.

La distinzione poveri-ricchi è di facile attribuzione all’esterno, ma di difficilissima lettura all’interno della coscienza dell’uomo. Solo la parola di Dio che penetra nel profondo dell’uomo ci fa capire se siamo dei poveri-beati o dei ricchi-infelici.

Gesù proclama felici i poveri non perché sono bravi o hanno dei meriti speciali, ma perché Dio ama ciascuno secondo il suo bisogno, e il povero è colui che ha più bisogno.

Il cristiano deve impegnarsi a favore dei poveri per imitare Gesù. La storia e la cronaca del mondo attuale, piena di miserie, di fame, di pianto e di ogni genere di mali è lo spazio d’azione del credente, se vuole essere anche credibile.

I discepoli sono beati anche perché partecipando al mistero di persecuzione e di morte del Cristo sono associati più profondamente alla sua missione di salvezza. In questa circostanza non devono accontentarsi di avere pazienza o di attendere che passi al più presto il momento della prova, ma devono vivere intensamente in sé quanto dice il Maestro:" Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli" (6,23).

Le felicitazioni e le congratulazioni per i poveri si fanno lamentazioni e condoglianze per i ricchi. Il "guai a voi" non è un grido di vendetta o di minaccia, ma un estremo grido di compianto, di compassione e di lamento che Gesù rivolge ai ricchi perché mettono le cose al posto di Dio e non hanno ancora sperimentato la gioia di colui che vende tutto per acquistare il tesoro che è Cristo (cfr Mt 13,44).

Il regno di Dio progredisce là dove il male e la miseria di ogni genere regrediscono e scompaiono. La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti, e lotta contro le persone o le situazioni che sono la causa di questi squilibri. L’ingordigia di alcuni è la causa della miseria di molti. E quel che è peggio è che i ricchi hanno sempre ragione. Per questo la Chiesa deve stare molto attenta a non "benedire" i tiranni, i malfattori, gli affamatori di popoli..., o a tacere, a fin di bene, lì dove Cristo avrebbe alzato solennemente la sua voce senza paura di andare alla morte di croce. Una Chiesa che non è osteggiata e perseguitata dai potenti di questo mondo può essere veramente la Chiesa di Cristo?

Il messaggio cristiano ha pure una prospettiva oltre la morte: la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Ma prima bisogna giocare tutte le carte che la situazione presente ci fornisce. E’ vero costruttore del regno di Dio chi si impegna con tutte le sue possibilità a rendere più abitabile la terra. La risurrezione non cancella la storia, ma divinizza tutto ciò che noi stiamo umanizzando. De.it.press

 

 

 

 

 

 

Domenica 11. VI del tempo ordinario. Le beatitudini: una lieta notizia

 

     Chi ha del denaro da investire, non lo affida al primo imbonitore che trova per strada. Si informa, chiede consiglio a qualche esperto in economia, verifica quali sono le azioni in calo e quali in rialzo, quali danno maggior affidamento, quali sono in svendita. Solo alla fine, dopo aver ben ponderato i rischi, sceglie quali comperare.

La nostra vita è un capitale prezioso che Dio ha messo nelle nostre mani e che va fatto rendere. Su quali valori giocarla? Quali sono le azioni che faranno lievitare il capitale? Alcune sono richiestissime e la maggioranza degli uomini punta tutto su di esse: il successo ad ogni costo, la carriera, il denaro, la salute, la gloria, il look, la ricerca del piacere. Sarà una scelta indovinata?

Altre azioni sono invece svalutate: il servizio agli ultimi svolto senza tornaconto, la pazienza, la sopportazione, la rinuncia al superfluo, la generosità verso chi è nel bisogno, la rettitudine morale… Come viene considerato nella nostra cultura chi punta su questi valori: un saggio, un ingenuo, un sognatore, un idealista?

Avessimo molte vite, potremmo tentare di giocarne una su ogni ruota, ma ne abbiamo una sola, irrepetibile: non è permesso sbagliare.

E’ indispensabile e urgente il parere di un intenditore affidabile, ma incombe il pericolo di scegliere il consigliere sbagliato.

Mai come in questo caso si rivela saggio il detto: “Non ti fidare di nessuno, nemmeno degli amici”. Punta sui valori che Dio ti garantisce.

 

Prima Lettura (Ger 17,5-8)

 

Così dice il Signore:

5 “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,

 che pone nella carne il suo sostegno

 e il cui cuore si allontana dal Signore.

 6 Egli sarà come un tamerisco nella steppa,

 quando viene il bene non lo vede;

 dimorerà in luoghi aridi nel deserto,

 in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.

 7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore

 e il Signore è sua fiducia.

 8 Egli è come un albero piantato lungo l’acqua,

 verso la corrente stende le radici;

 non teme quando viene il caldo,

 le sue foglie rimangono verdi;

 nell’anno della siccità non intristisce,

 non smette di produrre i suoi frutti”.

 

La lettura inizia con un’affermazione nitida, ma anche sconcertante: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo.

C’è già tanta sfiducia nel mondo, siamo già tanto diffidenti e circospetti! Le dolorose esperienze di tradimenti, infedeltà e intrighi messi in atto a volte da persone insospettabili e da amici ci hanno portato a coniare il detto fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Siamo indotti ad immaginare secondi fini, a supporre inconfessati progetti egoistici anche dietro le proposte più sincere e disinteressate. Geremia c’invita forse ad essere ancora più prudenti, a stare ancor più in guardia?

Non è questo il significato della raccomandazione del profeta. Egli vuole darci un criterio di vita e di sapienza.

Non riponete – dice – la vostra fiducia nei valori che vengono proposti dagli uomini. Chi lo fa è come un tamerisco piantato in luoghi aridi, in una terra di salsedine dove nessun arbusto può svilupparsi e crescere. Il mondo basato su questi pseudo-valori è come un deserto inabitabile, è un luogo dove non si può sviluppare una vita sociale, dove è impossibile vivere.

La seconda parte della lettura (vv.7-8) descrive l’uomo benedetto, quello che punta sulle azioni giuste, quelle garantite da Dio. Costui è come un albero piantato presso le sorgenti d’acqua. Anche nel periodo della siccità mantiene le foglie verdi, produce frutti gustosi.

Chi gioca la sua vita sui valori proposti dagli uomini è maledetto. Non vuol dire che Dio lo castigherà, ma che si è rovinato puntando sui valori sbagliati. Il profeta constata che la vita costruita sulle proposte degli uomini si conclude con un disastro: di tutti i beni ai quali sono stati dedicati tempo, energie, sacrifici non rimarrà nulla. Tutto verrà consumato quando “il fuoco metterà alla prova la qualità dell’opera di ciascuno” (1 Cor 3,13).

Chi fonda la sua vita su Dio invece, chi crede nei valori da lui proposti, anche se agli occhi degli uomini appare come un fallito… è beato! Non si dice che riceverà un premio, ma che ha indovinato la vita.

Il bene fatto, l’amore seminato, la pace che ha costruito rimarranno per sempre. “Il crogiuolo è per l’argento e il forno è per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore” (Prv 17,3) e, alla fine, quello che conta è il suo giudizio.

 

Seconda Lettura (1 Cor 15,12.15-20)

 

Fratelli, 12 se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 15 Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.

16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; 17 ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. 18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. 19 Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.

 20 Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.

 

Per i corinti non costituiva un problema la risurrezione di Cristo della quale erano fermamente convinti, ma la risurrezione degli uomini. Su questo punto Paolo vuole che i cristiani abbiano le idee chiare: “Se i morti non risorgono – dice – neanche Cristo è risorto” (v.16). E se Cristo non è risorto le conseguenze sono drammatiche: la fede rimane senza alcun fondamento, coloro che sono morti credendo in Cristo sono persi per sempre, sono scomparsi, è come se non fossero mai esistiti. E i cristiani che ancora sono vivi? Questi meritano solo di essere commiserati perché non si godono nemmeno i piaceri della vita, come fanno invece i pagani. Paolo calca evidentemente un po’ le tinte perché, in realtà, ci sono molti che conducono una vita austera pur non credendo nella risurrezione. Resta il dato di fatto: se Cristo non è risorto, i cristiani sono degli illusi.

 

Per spiegare meglio il proprio pensiero, l’apostolo ricorre all’immagine delle primizie. I primi frutti non sono qualcosa di diverso dal resto del raccolto, sono soltanto l’inizio. Cristo è come la primizia dei risorti, tutti gli altri uomini che muoiono dopo di lui lo seguono e ne condividono la sorte.

A tutti noi è capitato di trovare persone molto buone, generose, che si comportano in modo esemplare, benché non credano in un’altra vita. Non v’è dubbio che queste saranno accolte nella casa del Padre, anzi, passeranno avanti a tanti che di cristiano hanno solo il nome. Ora, se queste persone stanno già comportandosi tanto bene, perché disturbarle, perché annunciare loro la risurrezione, perché parlare loro di una vita eterna?

Il Vangelo non è un codice di leggi da osservare, come purtroppo qualcuno continua a pensare, ma è un annuncio di gioia per ciò che Dio ha fatto per noi. Non è giusto che qualcuno viva nell’ignoranza della grande notizia che lo riguarda. Gli si deve dire subito: “Dio ha un progetto d’amore su di te, tu godrai della sua salvezza, tu vieni dal nulla, ma non precipiterai di nuovo nel nulla, sei nato da un gesto d’amore e sei destinato all’incontro con l’Amore”. Tutti devono sapere che la vita in questo mondo è una gestazione che ci prepara alla nascita ad una nuova forma di vita. Questa speranza fa valutare tutto ciò che accade in questa vita – le gioie e i dolori, le fortune e le disgrazie – in una prospettiva completamente nuova.

 

Vangelo (Lc 6,17.20-26)

 

17 Disceso con i Dodici, Gesù si fermò in un luogo pianeggiante.

C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.

20 Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:

 “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.

 21 Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.

 Beati voi che ora piangete, perché riderete.

 22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. 23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.

24 Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.

25 Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.

26 Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.

Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”.

 

A tutti fanno piacere i complimenti. Sono particolarmente graditi quelli delle persone prestigiose, potenti, illustri.

Anche Gesù rivolge i suoi complimenti (“beato” significa: mi congratulo con te per la scelta che hai fatto).

Li rivolge a quattro categorie di persone e mette in guardia da altrettante scelte opposte, pericolose perché allettanti e apparentemente assai gratificanti.

I rabbini del tempo di Gesù si servivano spesso della forma letteraria delle beatitudini e delle maledizioni.

Per inculcare i valori sui quali vale la pena costruire la vita dicevano: “Beato colui che…”; per mettere in guardia da proposte ingannevoli e illusorie usavano invece l’espressione: “Guai a chi si comporta in questo o in quest’altro modo”. Anche Geremia – lo abbiamo sentito nella prima lettura – usa lo stesso linguaggio sapienziale, parla di beato e di maledetto. Essendo questo il modo di comunicare impiegato dai saggi in Israele, non desta meraviglia che nei Vangeli si trovino alcune decine di beatitudini e anche ripetute minacce. Ricordiamo alcune di queste beatitudini: “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45); “Beato il ventre che ti ha portato” (Mt 12,49); “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Lc 12,37); “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20,29); “Quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato” (Lc 14,13-14); “Beato chi non si scandalizza di me” (Mt 11,6); “Beati i vostri occhi che vedono” (Mt 13,16)...

Bastano queste poche citazioni per evidenziare come, al tempo di Gesù, fosse usuale il ricorso alla beatitudine per veicolare un insegnamento.

Le più note delle beatitudini sono quelle di Matteo (Mt 5,1-12) e quelle di Luca (Lc 6,20-26) che sono proposte nel Vangelo di oggi. Vale la pena rilevare le principali differenze fra questi due elenchi.

In Matteo Gesù proclama le beatitudini seduto in cima ad un monte (Mt 5,1), mentre in Luca le annuncia in una pianura (Lc 6,17) e questo è un dettaglio marginale. Più significativo è il fatto che in Matteo le beatitudini sono otto, mentre in Luca sono solo quattro e sono accompagnate da altrettanti “guai a voi!”.

Matteo “spiritualizza” le beatitudini, parla di “poveri... in spirito”, di gente che “ha fame e sete... di giustizia”. In Luca invece le beatitudini sono fortemente “terrestri”, dice: “Beati voi poveri, voi che ora avete fame, voi che ora piangete” e denuncia come pericolose le situazioni opposte: “Guai a voi ricchi, a voi che ora siete sazi, a voi che ora ridete”. Nulla di “spirituale”. In Luca tutto è molto concreto.

Veniamo ora al brano di oggi. Per comprenderlo è necessario stabilire a chi sono rivolte le beatitudini. “C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente... Alzati gli occhi verso i suoi discepoli diceva: Beati voi poveri...” (vv. 17-20). E’ evidente che i destinatari delle “beatitudini” e dei successivi “guai a voi” non sono le folle, ma soltanto i discepoli e, in prospettiva, la comunità cristiana.

 

Cominciamo dalla prima beatitudine: Beati voi poveri!.

In che senso Pietro, Andrea, Giovanni e gli altri apostoli vengono considerati poveri? Certo non sono ricchi, ma neppure miserabili, possiedono una casa ed una barca; molta gente sta peggio di loro. Come mai solo loro sono proclamati beati? Cos’hanno fatto di straordinario?

Per capire il significato di questa beatitudine possiamo partire dall’ultimo versetto del Vangelo della scorsa domenica. Al termine della pesca miracolosa, Gesù affida a Simone il compito di sottrarre gli uomini alla morte e portarli alla vita e Luca conclude: “Essi, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11). Un po’ più avanti, nello stesso capitolo, viene narrata un’altra chiamata, quella di Levi e la conclusione è la stessa: “Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì” (Lc 5,28).

Nel Vangelo di Luca, lasciare tutto viene ripreso, come una specie di ritornello, al termine di ogni chiamata: “Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri” – chiede Gesù al notabile ricco (Lc 18,22).

Questa povertà volontaria non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad alcuni che vogliano comportarsi da eroi o essere più bravi degli altri, è ciò che caratterizza il cristiano: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).

Come privarsi di tutti i beni? Bisogna forse gettare fuori della finestra ciò che si ha – col rischio che vada in mano a dei fannulloni – e ridursi in miseria, diventare accattoni? Sarebbe una stoltezza, un’interpretazione dissennata delle parole di Gesù. Egli non ha mai disprezzato la ricchezza, non ha mai invitato a distruggerla. Ne ha denunciato, sì, i rischi e i pericoli: ad essa si può attaccare il cuore e può divenire un ostacolo insuperabile per chi vuole entrare nel regno di Dio (Lc 18,24-25). I beni di questo mondo sono preziosi, indispensabili alla vita, ma vanno mantenuti al loro posto, guai sopravvalutarli o peggio trasformarli in idoli.

Povero in senso evangelico è colui che, illuminato dalla parola di Cristo, dà ai beni il loro giusto valore. Li apprezza, li stima, sa che sono un dono di Dio, ma proprio perché sono un dono non se ne appropria, capisce che non gli appartengono, si rende conto di essere solo un amministratore e li investe in conformità ai progetti del padrone. Tutto ha ricevuto in dono, tutto trasforma in dono.

Povero in senso evangelico è colui che non possiede nulla per sé, che rinuncia a adorare il denaro, rifiuta l’uso egoistico del proprio tempo, delle proprie capacità intellettuali, dell’erudizione, dei diplomi, della posizione sociale… E’ colui che si fa simile al Padre che sta nei cieli il quale, pur possedendo tutto, è infinitamente povero perché non trattiene nulla per sé, è dono totale.

L’ideale del cristiano non è l’indigenza, ma un mondo di poveri evangelici, un mondo in cui nessuno accumula per sé, nessuno sperpera, ognuno mette a disposizione dei fratelli tutto ciò che ha ricevuto da Dio. “Beati voi poveri!” non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza, speranza in un mondo nuovo dove nessuno più sia bisognoso (At 4,34).

La promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda ad un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: “Vostro è il regno di Dio”. Dal momento in cui si sceglie di essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno di Dio”, nella condizione nuova.

Coloro che non compiono questo passo decisivo continuano a ragionare secondo la logica terrena, hanno il cuore legato alle ricchezze che possiedono e ripongono in esse le loro speranze di felicità. Non sono liberi... Non sono ancora beati.

Solo i veri discepoli sono beati perché hanno capito che la vita dell’uomo non dipende dai beni che possiede e, non avendo il cuore legato al “denaro”, lo possono aprire anche a quella salvezza che va al di là di questo mondo.

 

Quali saranno le conseguenze della scelta della povertà evangelica? Che cosa devono aspettarsi i discepoli che rinunciano all’uso egoistico delle ricchezze?

A queste domande Gesù risponde con la seconda beatitudine: Beati voi che ora avete fame (v.21).

Nessuna illusione, nessun raggiro, nessuna promessa di una vita facile, agiata e comoda. La fame reale, non quella spirituale, sarà la conseguenza inevitabile cui andranno incontro coloro che mettono tutto ciò che possiedono a servizio dei fratelli. Proveranno l’indigenza, i disagi, le privazioni; a volte mancheranno anche del necessario, ma saranno beati.

A loro Gesù rivolge i suoi complimenti e assicura: “Il Signore vi sazierà”. Attraverso di voi Dio costruirà il mondo nuovo in cui ogni fame, ogni bisogno verrà soddisfatto; attraverso di voi, Dio preparerà un banchetto per tutti coloro che non dispongono del minimo indispensabile per la sussistenza (Is 25,6-8), attraverso di voi egli “sazierà di pane i suoi poveri” (Sal 132,15), “darà il pane agli affamati” (Sal 146,7).

 

Anche la terza beatitudine – Beati voi che ora piangete – prende in considerazione uno stato di disagio concreto e penoso (v.21). Chi si è fatto povero prova tristezza e sconforto perché, malgrado tutti i suoi sacrifici e il suo impegno, non vede immediatamente e miracolosamente risolti i problemi dei poveri. Sperimenta la delusione e giunge anche a piangere.

Dio lo consolerà tramutando il suo pianto in gioia. I semi di bene da lui gettati nel dolore cresceranno e daranno frutti copiosi (Sal 126,6). La sua condizione è simile a quella della donna che sta per partorire: “è afflitta, ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21).

 

L’ultima beatitudine – Beati voi quando sarete perseguitati, insultati, odiati… – è diversa dalle precedenti. E’ più lunga, non descrive la condizione attuale dei discepoli, ma annuncia qualcosa di doloroso che accadrà in futuro, non contiene la promessa di un capovolgimento della situazione, ma invita a rallegrarsi e gioire proprio quando si diverrà oggetto di vessazioni per causa del Figlio dell’uomo (vv.22-23).

Chi rifiuta di adeguarsi ai principi che dominano in questo mondo – quelli dell’egoismo, della competizione, della sopraffazione, della ricerca del proprio interesse – viene combattuto e messo al bando come pericoloso per l’ordine stabilito. Il mondo antico non si rassegna a scomparire, non acconsente di cedere in modo pacifico il passo ad una società fondata sui principi del dono gratuito, della disponibilità al servizio disinteressato, della ricerca dell’ultimo posto. Chi opta per questo mondo nuovo si pone in contrasto con la mentalità condivisa dai più e subito viene isolato e perseguitato. L’approvazione e il consenso degli uomini è un segno negativo. La persecuzione è il destino che da sempre accomuna tutti i giusti: così sono stati trattati i profeti dell’AT.

Il discepolo non è felice “malgrado” la persecuzione, non esulta perché un giorno le sofferenze finiranno e in futuro godrà di un premio in cielo. E’ beato nel momento stesso in cui è perseguitato. La persecuzione infatti è la prova inconfutabile che sta seguendo il Maestro.

 

I quattro guai non aggiungono nulla a questo messaggio, riaffermano semplicemente, in forma negativa, le beatitudini.

Sono diretti ai discepoli per metterli in guardia dal pericolo sempre incombente anche su di loro di lasciarsi di nuovo adescare dalla “logica di satana”, dai principi di questo mondo.

Chi ricomincia a rendere culto al conto in banca e alla carriera, chi pensa al proprio interesse, si perde dietro le lusinghe e le seduzioni dalle ricchezze, accumula per sé e sperpera, mentre altri piangono e muoiono di fame, costui è “maledetto”. Non che Dio lo odi o lo punisca, è “maledetto” perché ha fatto la scelta sbagliata, si è collocato fuori del “regno di Dio”. Riceve le lodi e i complimenti degli uomini, ma non quelli di Dio. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

 

L’udienza del mercoledì. Benedetto XVI: “L’economia ha bisogno di un’etica amica della persona

 

“L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”. A ribadirlo, citando la “Caritas in Veritate”, è stato il Papa, durante la catechesi dell’udienza generale di mercoledì, dedicata alla figura di S. Antonio da Padova, che “ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della spiritualità francescana”. “Soltanto un’anima che prega può compiere progressi nella vita spirituale”: è questo, per Benedetto XVI, “l’oggetto privilegiato della predicazione di sant’Antonio”, che “conosce bene i difetti della natura umana, la tendenza a cadere nel peccato”, per cui “esorta continuamente a combattere l’inclinazione all’avidità, all’orgoglio, all’impurità, e a praticare invece le virtù della povertà e della generosità, dell’umiltà e dell’obbedienza, della castità e della purezza”. “Agli inizi del XIII secolo, nel contesto della rinascita delle città e del fiorire del commercio – ha fatto notare il Santo Padre - cresceva il numero di persone insensibili alle necessità dei poveri”. Per questo Antonio “invita i fedeli a pensare alla vera ricchezza, quella del cuore, che rendendo buoni e misericordiosi, fa accumulare tesori per il Cielo”. Un “insegnamento”, questo, “molto importante anche oggi, quando la crisi finanziaria e i gravi squilibri economici impoveriscono non poche persone, e creano condizioni di miseria”.

 

Crocifisso come “specchio” in cui tutti, “cedenti e non credenti”, possono trovare “un significato che arricchisce la vita”. “Antonio, alla scuola di Francesco – le parole di Benedetto XVI - mette sempre Cristo al centro della vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione”. È il “cristocentrismo”, dunque, un altro tratto tipico della teologia francescana, che “volentieri contempla, e invita a contemplare, i misteri dell’umanità del Signore, in modo particolare, quello della Natività”. “Anche la visione del Crocifisso – ha sottolineato il Papa - gli ispira pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della persona umana, così che tutti, credenti e non credenti, possano trovarvi un significato che arricchisce la vita”. Di qui l’attualità delle parole di Antonio: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore. In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce”.

“In quest’anno sacerdotale, preghiamo perché i sacerdoti e i diaconi svolgano con sollecitudine questo ministero di annuncio e attualizzazione della Parola di Dio ai fedeli, soprattutto attraverso le omelie liturgiche”. Con queste parole il Papa ha concluso la catechesi dell’udienza generale, dedicata alla figura di san’Antonio da Padova. In particolare, Benedetto XVI ha auspicato che le omelie siano “una presentazione efficace dell’eterna bellezza di Cristo, proprio come Antonio raccomandava”. “Possa Antonio di Padova, tanto venerato dai fedeli, intercedere per la Chiesa intera, e soprattutto per coloro che si dedicano alla predicazione”, la preghiera del Santo Padre, che ha auspicato che questi ultimi, “traendo ispirazione dal suo esempio, abbiano cura di unire solida e sana dottrina, pietà sincera e fervorosa, incisività nella comunicazione”. Tra i “tratti specifici della teologia francescana” insegnata da Antonio, la preghiera come “un rapporto di amore” con il Signore, che crea “una gioia ineffabile” e “ha bisogno di un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno, ma è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell’anima”. C’è poi il “ruolo assegnato all’amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore”, e da cui “sgorga una conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza”. sir

 

 

 

 

Rosarno. Non è un deserto. Una nota dei vescovi di Calabria

 

I vescovi calabresi, riuniti a Reggio Calabria (8-9 febbraio) per la sessione invernale della Conferenza episcopale calabra, sotto la presidenza di mons. Vittorio Mondello, hanno sentito "il dovere di riflettere congiuntamente sui fatti di Rosarno", per offrire ai fedeli delle "nostre Chiese e a tutte le persone di buona volontà, capaci di senso critico, una lettura dei fatti. A sufficiente distanza di tempo da quanto è accaduto, crediamo si possa avere maggiore capacità per una lettura oggettiva degli avvenimenti". A Rosarno, un comune della Piana di Gioia Tauro, circa un mese fa alcune centinaia di lavoratori extracomunitari, impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in alcune strutture abbandonate, protestando per il ferimento di due di loro, hanno dato vita a una guerriglia urbana. Questo ha causato anche una reazione della cittadinanza locale ed ha portato quindi all'allontanamento di questi immigrati dalla Calabria.

 

No alle strumentalizzazioni dei media. A Rosarno "non abbiamo assistito a fenomeni di razzismo da parte dei cittadini. Ciò va gridato contro tutte le strumentalizzazioni dei media, e di quanti stanno dietro di loro, sempre pronti a fare dei fatti che succedono in Calabria un'occasione per gettare fango su di noi calabresi e sulla nostra Regione", scrivono i vescovi della Calabria in una nota diffusa il 9 febbraio, chiedendo perché la Regione debba essere "additata" come un "deserto di inumanità". La Calabria "non lo merita: i calabresi, almeno quelli degni della loro storia di civiltà e di cristianità, e sono la maggioranza, hanno sempre manifestato accoglienza, solidarietà, fraternità con tutti. Sul nostro territorio hanno sempre vissuto in fraternità gente di cultura diversa; basti ricordare la presenza sul territorio di una comunità italo-albanese, costituita ecclesiasticamente in una diocesi con tradizioni e riti bizantini". Quel che è successo a Rosarno è stata "la logica conseguenza di un disinteresse economico e sociale, grave e imperdonabile". Le condizioni di vita degli immigrati - scrivono i vescovi - erano "note a tutti, anche alle autorità governative, che avevano fatto pure sopralluoghi, senza poi intervenire. Lo sfruttamento ad opera della malavita locale era anch'esso risaputo. Chi non sapeva che gli immigrati lavoravano sottocosto e che da quella misera paga doveva essere tolta la parte da pagare al 'caporale' di turno che decideva chi e dove andare a lavorare?".

 

Fare luce sull'intera vicenda. "L'irreparabile, facilmente pronosticabile, è accaduto - proseguono i vescovi calabri - tuttavia non per razzismo da parte dei rosarnesi, ma perché qualcuno degli immigrati ha deciso di ribellarsi a questa forma moderna di schiavitù che la malavita locale ha voluto imporre. Quel che poi è seguito è stato solo la deprecabile reazione, dall'una e dall'altra parte, che nulla aveva a che vedere con il razzismo". Per i vescovi "è bene, forse, inserire il problema nel contesto più vasto della situazione in cui è venuto a trovarsi il mercato degli agrumi, oggetto ormai di poca attenzione da parte delle forze politiche. È a tutti noto come su questo mercato la malavita organizzata da sempre ha allungato le sue mani voraci. A qualunque osservatore attento viene il dubbio che nella situazione di crisi in cui versa questo mercato, chi da sempre ne ha tenuto in mano le fila abbia mollato tutto decidendo di buttare fuori anche gli immigrati, non più necessari. Ci auguriamo che si sappia far luce su chi è stato dietro a tutta la vicenda". I vescovi esprimono "solidarietà" a tutti i rosarnesi "animati da amore cristiano e concretamente solidali con gli immigrati. Non possiamo tacere che nella zona di Rosarno ci sono circa 1.500 di loro con regolare permesso di soggiorno e che sono parte attiva ormai della vita delle comunità ove risiedono".

 

Debellare la piaga dello sfruttamento sul lavoro. "Vogliamo a loro chiedere scusa per quanto hanno subito a causa dello sfruttamento e della violenza, del modo troppo sbrigativo, forse, con il quale sono stati allontanati da Rosarno, lasciando tutte le loro piccole 'sicurezze', anche il denaro da percepire e poi, dopo i debiti controlli, abbandonati a loro stessi".I vescovi calabresi invitano "a non farsi giustizia da sé, ma ad aver fiducia nello Stato e in quanti per venire loro incontro cercano di coniugare legalità e solidarietà". E a chi governa un invito "pressante" perché "prevenga i mali con una politica attenta e con interventi programmati di lungo respiro, piuttosto che intervenire poi per ripararli. L'accoglienza non può essere limitata alla semplice assistenza. Aggiungiamo - scrivono - ancora l'appello ad arrivare al cuore della delinquenza organizzata, quella palese, ma soprattutto quella occulta, per debellare la piaga dello sfruttamento del lavoro nero e di ogni altra forma di illegalità". A tutti coloro che cercano i loro profitti al di fuori della legalità "calpestando i valori cristiani nei quali ostentano di credere praticando riti e tradizioni religiose", i vescovi rivolgono l'invito "a ritornare sui loro passi e a convertirsi al Signore: questa sarebbe vera fede" ed esortano i fedeli "a continuare sulla strada della testimonianza della carità cristiana". Nella nota i vescovi ringraziano Benedetto XVI per le parole pronunciate ed esprimono "fraterna solidarietà" a mons. Luciano Bux, vescovo di Oppido-Palmi, e a tutta la comunità cristiana di quella diocesi per come hanno "testimoniato il Vangelo dell'accoglienza nei confronti dei fratelli immigrati non solo durante i giorni drammatici della contestazione, ma sin da quando il fenomeno dell'immigrazione ha cominciato ad interessare la nostra Regione". sir

 

 

 

Italia, Stati Uniti, Brasile. Dal Vaticano alla conquista del mondo

L'ambizioso condottiere è il cardinale segretario di Stato, con l'ausilio de "L'Osservatore Romano". L'obiettivo è di sottomettere a sé le Chiese nazionali, sul terreno politico. Ma i vescovi resistono e reagiscono. La lezione del caso italiano

di Sandro Magister

 

ROMA – Dopo più di due settimane di silenzio dal nuovo esplodere delle polemiche, la segreteria di Stato vaticana, con un comunicato di due giorni fa, ha rigettato le accuse che, partite la scorsa estate contro Dino Boffo, avevano nel frattempo cambiato bersaglio, alzando il tiro sul direttore de "L'Osservatore Romano", Giovanni Maria Vian, e sullo stesso cardinale Tarcisio Bertone.

 

Nel comunicato, riprodotto integralmente più sotto, non solo si nega che l'uno e l'altro abbiano trasmesso o accreditato le carte, poi rivelatesi false, che avevano infangato la persona di Boffo e l'avevano portato a dimettersi dalla direzione del quotidiano dei vescovi italiani "Avvenire"; non solo si respinge "una campagna diffamatoria che coinvolge lo stesso romano pontefice"; ma si attesta che Benedetto XVI "rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori".

 

Roma locuta, causa finita? Più no che sì. Il caso Boffo ha aperto lo sguardo su una realtà di conflitti intraecclesiali che vanno oltre la meccanica della vicenda. Conflitti e disordini non toccati né cancellati dalla smentita di pochi giorni fa. E dei quali il caso Boffo è solo un capitolo, molto italiano ma alla fin fine mondiale, la cui chiave esplicativa era già tutta nella sua puntata d'inizio.

 

Quel giorno, il 28 di agosto, uscì su "il Giornale" diretto da Vittorio Feltri la prima micidiale bordata contro l'allora direttore di "Avvenire", accusato, sulla base di carte giudiziarie presentate come inoppugnabili, di molestie contro "la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione".

 

Ma quella stessa mattina ci fu anche dell'altro: su "la Repubblica", il giornale leader dell'Italia laica e progressista, il "teologo" Vito Mancuso accusò il cardinale Bertone di sedersi a tavola con Erode, ovvero col premier Silvio Berlusconi, col quale in effetti il segretario di Stato aveva programmato un incontro.

 

Nel pomeriggio di quello stesso giorno "L'Osservatore Romano" mostrò subito da che parte stava.

 

Il quotidiano della Santa Sede difese a spada tratta il cardinale Bertone, in prima pagina, con un editoriale della sua commentatrice di punta, Lucetta Scaraffia. E liquidò invece in sole tre righe d'agenzia, in una pagina interna, la difesa di Boffo fatta dai vescovi.

 

A chi gli chiedeva il perché di quel trattamento dispari, Vian rispondeva che il vero nemico della Chiesa è chi attacca Bertone "e quindi il papa", non chi se la prende con Boffo. Anzi, aggiungeva, contro Boffo "il Giornale" era fin troppo benevolo: agiva "con esemplare misura" e "con stile anglosassone"

 

Tre giorni dopo, mentre l'attacco a Boffo era al culmine, Vian si scoprì ancora di più. Non solo non difese Boffo e "Avvenire", ma li accusò di contribuire anch'essi a far danno alle supreme autorità vaticane. Lo disse al "Corriere della Sera" in un'intervista che, fece poi sapere, aveva "l'approvazione" del cardinale Bertone.

 

E che cosa rappresentavano Boffo e "Avvenire" se non il progetto del cardinale Camillo Ruini, presidente della conferenza episcopale italiana dal 1991 al 2007, quel "progetto culturale cristianamente orientato" che Vian irrise poi equiparandolo a "un'araba fenice"?

 

La storia proseguì con le dimissioni di Boffo. Con il cardinale Bertone che confidò a un politico amico e molto ciarliero: "Il mio più grande sbaglio è stato di mettere il cardinale Angelo Bagnasco a capo della CEI, al posto di Ruini". Con Feltri che riscontrò che le carte che accusavano Boffo di condotta immorale erano false, e ritrattò, dando la colpa all'"informatore attendibile, direi insospettabile" che gliele aveva date per vere. E ancora con Feltri che specificò che questa sua fonte era "una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente", descrivendola con particolari che facevano correre il pensiero al Vaticano, al direttore de "L'Osservatore Romano" e al suo editore, il cardinale Bertone: identificazione ora negata dal comunicato della segreteria di Stato del 9 febbraio.

 

L'antagonismo tra segreteria di Stato e conferenze episcopali è un classico della storia recente della Chiesa. Appena Bertone fu nominato segretario di Stato, nel settembre del 2006, non fece mistero di voler assoggettare la CEI alla sua guida. Manovrò perché il successore del cardinale Ruini fosse un vescovo di seconda fila, docile ai dettami d'oltre Tevere. Poi ripiegò su Bagnasco, e appena questo s'insediò, il 25 marzo 2007, gli scrisse nero su bianco, in una lettera pubblica, che il vero capo sarebbe stato comunque lui, Bertone, "per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche". La CEI si ribellò, a cominciare dal suo neopresidente, e da lì in avanti lesse ogni atto di Bertone con il sospetto che celasse questa sua pretesa di comando.

 

Anche in Vaticano l'attuale segretario di Stato è isolato. I diplomatici di lungo corso non gli perdonano di non essere uno dei loro. E infatti Bertone non è venuto dalla diplomazia, ma dalla congregazione per la dottrina della fede, dove a lui affidavano i casi più spinosi e turbolenti, dal segreto di Fatima a monsignor Emmanuel Milingo. E lui vi si prodigava con ardore indefesso, salvo poi, come avvenne nel secondo caso, vedersi scappare di nuovo il bizzarro arcivescovo africano che s'era illuso di addomesticare.

 

All'isolamento interno, Bertone supplisce con una esuberanza di attività esterne di ogni tipo: feste, saluti, anniversari, prolusioni, inaugurazioni, interviste.

 

Del suo predecessore Agostino Casaroli, grande diplomatico, in carica dodici anni dal 1979 al 1990, si ricordano in tutto 40 discorsi. Bertone, in poco più di tre anni, ne ha prodotti 365.

 

E poi i viaggi. È stato in Argentina, Croazia, Bielorussia, Ucraina, Armenia, Azerbaigian, Cuba, Polonia, Messico, dove ha incontrato e parlato a capi di Stato e vescovi, ambasciatori e professori, con un'agenda simile a quella dei viaggi papali.

 

Da un anno non fa più lunghi viaggi all'estero e si dedica maggiormente al governo della curia, che per statuto fa perno su di lui. Ma l'ultimo anno è stato anche il più orribile, per quantità e gravità di disastri, dal caso Williamson al caso Boffo.

 

L'unico fortilizio sicuro di Bertone è "L'Osservatore Romano", con Vian direttore. Il legame tra i due è saldissimo, scandito dalla telefonata che ogni giorno si scambiano a tarda sera. E i compiti del secondo non si limitano allo storico giornale vaticano.

 

Bertone ha affidato a Vian anche il ruolo che all'epoca di Giovanni Paolo II era svolto da Joaquín Navarro Valls: quello di orientare da dietro le quinte la grande stampa italiana e mondiale.

 

Vian lo svolge qua e là con successo (o almeno così è stato fino a ieri, visti i commenti non positivi della generalità della stampa al comunicato vaticano del 9 febbraio). Sul "Corriere della Sera" è lui l'oracolo vaticano più consultato. La prossimità tra Vian e il "Corriere" è corroborata dalla sua amicizia con l'editorialista Ernesto Galli della Loggia, marito di Lucetta Scaraffia che a sua volta è grande firma de "L'Osservatore", e con Paolo Mieli, che da direttore del più diffuso giornale italiano, nel 2005, fu uno dei più agguerriti avversari laici del cardinale Ruini, nella battaglia dei referendum sulla fecondazione assistita.

 

Incredibile ma vero: il più aspro momento di scontro tra "L'Osservatore Romano" e "Avvenire", prima del caso Boffo, fu proprio un'altra grande battaglia bioetica, quella sulla vita di Eluana Englaro, tra il 2008 e il 2009. Col giornale dei vescovi italiani impegnatissimo a mantenere in vita questa giovane donna in stato vegetativo. E col giornale vaticano invece molto più taciturno, anzi, a tratti persino polemico contro gli argomenti "non abbastanza convincenti" e i toni "esaltati ed esibiti" del quotidiano di Boffo. Al di là del quale il bersaglio ultimo era di nuovo il progetto ruiniano di una Chiesa molto presente e attiva sul terreno culturale e politico, una Chiesa "meglio contestata che irrilevante".

 

La tentata e fallita conquista vaticana del quotidiano della CEI è dunque un capitolo di un antagonismo che vede contrapposti molto più che due giornali: due visioni del governo della Chiesa, su scala mondiale.

 

Oltre che con la Chiesa italiana, infatti, la segreteria di Stato vaticana s'è messa in urto con altre Chiese nazionali, e tra le più vive.

 

Gli attori e il copione sono quasi sempre gli stessi: il cardinale Bertone, "L'Osservatore Romano", un episcopato nazionale molto vivace, le battaglie a difesa della vita e della famiglia.

 

Sono oggi sul piede di guerra con Roma, tra altri, i due episcopati più numerosi del globo, quello degli Stati Uniti e quello del Brasile.

 

Negli Stati Uniti, a far inalberare l'ala marciante dei vescovi, presieduti dall'arcivescovo di Chicago, cardinale Francis George, fu anzitutto un editoriale de "L'Osservatore Romano" che, nel valutare i primi cento giorni di Barack Obama, non solo gli diede un voto positivo, ma riconobbe al nuovo presidente un "riequilibrio a sostegno della maternità" che secondo i vescovi americani proprio non c'era stato, perché anzi era accaduto l'opposto.

 

Un secondo elemento di conflitto fu la decisione dell'Università di Notre Dame, la più rinomata università cattolica degli Stati Uniti, di conferire a Obama una laurea ad honorem. Un'ottantina di vescovi si ribellarono contro quell'onorificenza data a un leader politico le cui posizioni bioetiche erano contrarie alla dottrina della Chiesa. E prima e dopo la laurea di Notre Dame manifestarono il loro disappunto per aver visto le loro critiche ignorate da "L'Osservatore Romano".

 

Altre polemiche sono scoppiate tra gli Stati Uniti e Roma a proposito della comunione negata ai politici cattolici sostenitori dell'aborto. Su questo molti vescovi americani non transigono e vedono il silenzio della segreteria di Stato e del giornale vaticano come una sconfessione nei loro confronti, oltre che una resa morale.

 

La volontà di intrattenere rapporti istituzionali pacifici con i poteri costituiti, di qualsiasi colore siano, è tipica di Bertone. In questo egli applica un canone classico della diplomazia vaticana, tradizionalmente "realista", anche a costo di scontrarsi con gli episcopati nazionali che spesso sono critici con i rispettivi governi.

 

Ma gli effetti appaiono talora contraddittori. Lo scorso marzo un articolo de "L'Osservatore Romano" sconfessò il vescovo brasiliano di Recife per aver condannato gli autori di un doppio aborto su una madre bambina. Ma in tal modo i vescovi del Brasile si videro traditi da Roma proprio mentre stavano combattendo con il governo di Luiz Inácio Lula da Silva una difficile battaglia contro la piena liberalizzazione dell'aborto.

 

L'autore dell'articolo era l'arcivescovo Salvatore Fisichella, che l'aveva scritto su richiesta di Bertone. E così, alla protesta dei vescovi brasiliani, si sommò una ribellione dentro la pontificia accademia per la vita, di cui Fisichella è presidente. Un buon numero di accademici reclamò la sua destituzione, e alcuni fecero appello a papa Joseph Ratzinger, che ordinò alla congregazione per la dottrina della fede di emettere una nota di "chiarificazione", in difesa del vescovo di Recife.

 

Ma Fisichella resterà al suo posto, e così Vian, e così Bertone, fresco di riconferma.

Sul caso Boffo, papa Benedetto "sa". E personalmente vede le cose più come le vedono i cardinali Bagnasco e Ruini che non il suo segretario di Stato.

Ma il passo del papa è quello della Chiesa di sempre. Lungo e paziente. L’Espresso on line 10

 

 

 

 

Già un milione verso la Sindone

 

L'ultima ostensione della Sindone risale al Duemila. Fu esposta in estate per 79 giorni - Boom di prenotazioni per l’ostensione che si apre il 10 aprile - maria teresa martinengo

 

TORINO - Per conoscere il volto, o almeno la provenienza, del milionesimo pellegrino prenotato per l’ostensione della Sindone che si aprirà il 10 aprile, si dovrà attendere ancora soltanto una manciata di ore. I clic in www.sindone.org stanno procedendo al ritmo di 15-20 mila al giorno e, se ieri mattina erano 967 mila, è ormai certo che stasera la cifra tonda sarà raggiunta. In pratica, lo stesso numero di visitatori contati al termine dell’ostensione del 2000, quando il misterioso Telo che racconta la Passione di Cristo fu esposto per 79 giorni durante l’estate. Due anni prima, nel ‘98 (a 20 anni dall’ultima Ostensione), la Sindone era stata vista da due milioni e 400 mila persone in 57 giorni.

 

Questa volta, con 40 giorni di esposizione, fino al 23 maggio, si calcola che i pellegrini possano arrivare ad oltre un milione e mezzo. «I fine settimana sono già molto saturi, abbiamo 35 mila presenze in ogni sabato e in ogni domenica, ed è verosimile pensare che alla fine saranno 50 mila», spiega l’assessore alla Cultura della Città Fiorenzo Alfieri, presidente del Comitato per l’ostensione (di cui fanno parte gli enti locali e la Curia). «Siamo convinti - aggiunge - che questa volta non potranno arrivare a Torino tutte le persone che vorrebbero, e per una semplice ragione: sotto i tre minuti di sosta davanti alla Sindone non si può scendere, non sarebbe giusto. E non è pensabile che il lunedì ci siano le stesse richieste del fine settimana». In ogni caso, se i clic - il 98% delle prenotazioni avviene on line e solo 2% al numero verde universale 0080007463663 - sono in continuo aggiornamento, gli organizzatori sono certi - com’era avvenuto nelle ultime due occasioni -, che in prossimità della data e ad inaugurazione avvenuta le richieste si intensificheranno ulteriormente.

 

Al momento i pellegrini prenotati dall’estero sono 61 mila. Tra loro 12.900 francesi, 8386 tedeschi, 5803 americani, 5508 spagnoli, 4678 polacchi, 2410 russi, 1755 ungheresi e via elencando, fino ai 5 cittadini dell’Arabia Saudita, i 40 cinesi, gli 8 in arrivo dalle terre polari artiche. Oltre 353 mila provengono dal Piemonte, 203 mila dalla Lombardia, 54 mila dal Veneto e altrettante dal Lazio, 46 mila dall’Emilia Romagna. Il 64% delle prenotazioni complessive viene da gruppi organizzati, mentre solo il 12,57% è da attribuire a singoli o piccoli gruppi fino a 10 persone.

 

Intanto, in Duomo e nell’area vicina in cui si svilupperà il percorso di avvicinamento e la pre-lettura (un filmato ad alta definizione che permette di arrivare davanti al Sacro Lino con la preparazione storica e religiosa indispensabile per «leggerlo»), si sta lavorando alacremente. Il Duomo è ormai off limits, all’interno sono in corso le prime fasi di allestimento che preludono al trasferimento della Sindone dalla teca della conservazione a quella, già utilizzata nel ‘98 e nel 2000, dell’esposizione. E i lavori sono in corso anche nell’area dei Giardini Reali bassi dove è stato aperto un nuovo varco per consentire l’accesso dei pellegrini.

 

Per ora, in città, questi sono i soli segni dell’evento che il cardinale Severino Poletto aprirà sabato 10 aprile e al quale ha assicurato la sua presenza, domenica 2 maggio, il Papa. «In realtà la città si sta mobilitando - dice Fiorenzo Alfieri - e ovunque c’è interesse. Gli albergatori sono contenti per come stanno procedendo le prenotazioni». Chi verrà a Torino per visitare la Sindone troverà un’ampia offerta di iniziative culturali e turistiche. Dai percorsi collegati alle opere dei santi sociali torinesi alla grande mostra alla Reggia di Venaria «Gesù. Il corpo, il volto nell’arte». Ls 10

 

 

 

 

 

Boffo-Santa Sede, il gelo dell'Avvenire. Scambio di "scortesie" tra i due quotidiani

 

Nota papale senza il distico dell'"Osservatore". Berlusconi: io più colpito

di ORAZIO LA ROCCA

 

CITTA' DEL VATICANO - Non c'è stata sintonia tra l'Avvenire, il giornale dei vescovi, e l'Osservatore Romano, il quotidiano vaticano, sulla pubblicazione del comunicato emesso dalla Segreteria di Stato per smentire le accuse apparse sulla stampa - in relazione al caso-Boffo - contro Giovanni Maria Vian, direttore del quotidiano pontificio, e il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Differenze non solo grafiche, a partire dal distico ("Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione") con cui l'Osservatore Romano martedì in prima pagina ha presentato il comunicato della Segreteria di Stato. Due righe importanti non apparse - inspiegabilmente - su Avvenire, che ieri ha inserito la nota vaticana in seconda pagina, senza commento e senza richiamo in prima, affiancandola allo scarno comunicato con cui la presidenza Cei ha "accolto" il testo pontificio.

 

Una differente impostazione grafica - "non casuale", filtra dal quotidiano cattolico - letta quasi come una forma di autocensura per marcare un certo distacco da come il comunicato è stato presentato sul giornale pontificio, dove - forse nemmeno tanto casualmente - la nota della Presidenza Cei è stata relegata a pagina 6 e senza richiamo in prima. Quasi una palese forma di "retrocessione" per il testo Cei, in sintonia con la freddezza con cui in Segreteria di Stato - si fa notare Oltretevere - hanno accolto l'intervento dell'episcopato, giudicato "tardivo" ed emesso solo dopo la pubblicazione del testo pontificio.

 

Ieri, intanto, sulla vicenda è intervenuto anche il premier Silvio Berlusconi per esprimere il suo "dispiacere per quanto accaduto al dottor Boffo". Puntualizzando, però, che è lui, Berlusconi, "quello che dovrebbe ricevere più scuse perché sono il campione internazionale in assoluto" di attacchi ricevuti dalla stampa.

 

Di "assoluta certezza che il comunicato vaticano dica la pura verità", parla l'arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte, dicendosi, però, "addolorato per il grande peso che ha assunto il gossip, segno di una certa disgregazione del tessuto della comunicazione pubblica in Italia". "Ora la vicenda può  dirsi conclusa", dice sicuro il portavoce dell'Opus Dei Giuseppe Corigliano, il quale si augura che "si tratti davvero, per tutti i media, dell'ultima puntata".  LR 11

 

 

 

 

Straordinaria eredità. Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro: il "punto" sul fine-vita

 

"Eluana Englaro ci ha lasciato una straordinaria eredità: difendere la vita e il suo intrinseco valore soprattutto nelle condizioni di massima fragilità". Con queste parole l'associazione Scienza & Vita, promotrice della campagna "Liberi per Vivere", ricorda la giovane donna morta - esattamente un anno fa - per sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione assistite. Per Lucio Romano, copresidente dell'Associazione Scienza & Vita, "le questioni delicatissime in merito alle gravi disabilità e al fine-vita appaiono oggi come una grande questione democratica, che richiede il coinvolgimento di tutti coloro che vogliono tutelare la vita delle persone come Eluana Englaro". Secondo Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, "ci sono molte Eluana ancora vive e bisogna amarle, star loro vicino, non ucciderle, per non tornare ai tempi barbari in cui i neonati deformi venivano offerti in pasto alle bestie feroci". Il presidente del Mpv chiede che la legge sul "fine-vita" sia fatta "senza perdere altro tempo in correzioni inutili del testo già approvato al Senato". Anche Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori, auspica che "il ricordo di Eluana sia seguito da una rapida approvazione di un legge sul fine-vita, che eviti per il futuro simili crudeltà". Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, chiede che "in tutti i modi si cerchi di alleviare la sofferenza del malato e sostenere i suoi familiari, senza trovare come soluzione l'eliminazione dei malati più gravi".

 

Rispetto, attenzione, cura. "Eluana è ancora viva, nel ricordo e nella memoria collettiva, come una persona molto malata in qualche modo sopraffatta da decisioni che sono state prese sopra la sua testa". Con queste parole Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all'Università di Messina, ricorda la giovane donna di Lecco. Eluana "simbolo della libertà individuale"? "Non so come si possa parlare di libertà - risponde al SIR - a fronte di una persona malata con una soglia di coscienza minimale. Bisogna parlare di un valore più alto, che è quello del rispetto, dell'attenzione, della cura: come quelli testimoniati dalle suore che hanno accudito Eluana, e che sono ancora negli occhi di tutti, al di là delle strumentalizzazioni che si sono fatte attorno a questa triste vicenda". Quanto al dibattito in corso sul testamento biologico, Ricci Sindoni commenta: "Quando una vita umana ha come solo criterio la libertà di avere tutti i diritti, è difficile trovare un punto di incontro con chi ritiene che la vita sia un bene comunque da custodire sempre, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità. Qualunque legge si faccia, è difficile che possa tener conto di questi poli estremi". Ciò che serve è "una maggiore umanizzazione del fine-vita, all'insegna del primato della relazione tra il malato e tutti gli altri soggetti coinvolti".

 

"Recuperare il senso del limite". È questa l'unica strada per "ritrovare un dialogo tra due concezioni diametralmente opposte della vita: quella di chi intende la libertà in senso puramente individualistico, e quella di chi vede la realizzazione della propria libertà nella relazionalità e nel recupero dei legami forti tra le persone". Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro, la sociologa Giulia Paola Di Nicola descrive in questi termini la situazione dell'opinione pubblica rispetto ai temi del "fine-vita". Mentre si discute in merito ad una legge sul testamento biologico, gli italiani appaiono "ancora lontani e divisi", osserva Di Nicola, e ciò che prevale è una "libertà individuale" che spinge ad "eliminare ciò che dà fastidio" e che "non accetta il senso del limite, tranne quello oggettivo della natura". Libertà, insomma, come "autodeterminazione, mancanza di vincoli, di legami": un "individualismo antropologico in base al quale l'individuo nasce e muore in funzione di se stesso". Sul versante opposto, invece, c'è la concezione personalista, che è "intrinsecamente relazionale ed implica il limite dell'io: un limite che l'io sa darsi da se stesso, perché riconosce il valore dell'alterità e della relazionalità". È a favore di questa concezione, secondo Di Nicola, che "occorre continuare a combattere una 'lotta culturale'. Altrimenti si finisce in un vicolo cieco".

 

Centrale la relazione medico-paziente. Nelle questioni del fine-vita, "rimane centrale la relazione tra medico e paziente", e vanno rivalutate le indicazioni già presenti nel Codice deontologico dei medici, "sottovalutate perché in Italia non hanno valore giuridico, rispetto ad altri Paesi". A "fare il punto" sul dibattito in corso è Antonio Spagnolo, presidente dell'Istituto di bioetica dell'Università Cattolica di Roma. "Il tentativo di limitare la 'creatività' dei magistrati è un'iniziativa senz'altro opportuna - spiega il bioeticista - soprattutto per evitare, come di fatto è accaduto con Eluana, interpretazioni che interrompano la vita di una persona sottraendo ad essa l'alimentazione e l'idratazione". Se, però, "è corretto limitare le interpretazioni arbitrarie", riguardo al ddl sul fine-vita - argomenta Spagnolo - "occorre chiedersi quale sia il modo migliore per raggiungere tale obiettivo: se un articolato molto dettagliato, o un ddl di ampio respiro molto chiaro su alcuni punti", come il divieto dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico, ma anche "la definizione di stato vegetativo e di molte altre situazioni simili". Spagnolo considera preferibile la seconda opzione, perché "la casistica del fine-vita è talmente vasta che in un testo di legge non si potrebbero contemplare tutte le eventualità e i casi singoli". sir

 

 

 

 

Bertone: "Nella Chiesa cattolica il potere non è divisibile"

 

Il segretario di Stato vaticano, in Polonia, per una "lectio" alla locale università e per ricevere un dottorato honoris causa - "Le decisioni non possono essere  prese a maggioranza, sarebbe una dinamica equivoca"

 

WROCLAW (POLONIA) - Nella Chiesa cattolica il potere non può essere "divisibile" né le decisioni possono serre prese a maggioranza. Dopo le settimane di veleni del 'Boffo-bis', il segretario di Stato vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, vola a Breslavia, in Polonia, per una "lectio" alla locale università e per ricevere un dottorato honoris causa.

 

Parla della democrazia, Bertone, definendola un sistema di governo che si basa "sulla ripartizione di potere". Ed è a questo punto che pronuncia parole che sembrano suonare un riferimento alle vicende del dopo Boffo e alle tensioni che agiterebbero i vertici vaticani. "Una dinamica di potere che se trasportata nell'ambito ecclesiale, non può non diventare radicalmente equivoca, perché nella Chiesa il rapporto strutturale tra la gerarchia e il resto del popolo di Dio, non può mai ultimamente essere posto in termini di ripartizione di potere".

 

"All'interno della Chiesa - continua il cardinale - il problema di una necessaria e ordinata ripartizione delle competenze non può mai coincidere con il problema del possesso di una porzione più o meno grande del potere, perché il potere - se per potere si intende la responsabilità ultima e perciò il servizio specifico dei vescovi di fronte alla vita della Chiesa - non è divisibile".

 

Quello che vale per la poltica, insomma, non vale per la Chiesa. Se la prima procede "con il sistema della rappresentanza", in base al quale "la minoranza deve inchinarsi alla maggioranza", la seconda deve seguire un diverso cammino che non "riposi solamente sulle decisioni di una maggioranza, perché diventerebbe una Chiesa puramente umana, dove l'opinione sostituisce la fede". LR 11

 

 

 

 

Infanzia. Crescere nella serenità. Il Papa al Pontificio Consiglio per la famiglia

 

"I diritti dell'infanzia". Questo il tema della XIX assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la famiglia, che dall'8 al 13 febbraio riunisce membri e consultori intorno al tema dei diritti dell'infanzia, nel XX anniversario della Convenzione internazionale sulle misure a tutela del bambino, adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Il Papa ha ricevuto in udienza, l'8 febbraio, i partecipanti ai lavori rivolgendo loro un discorso inaugurale, nel quale ha richiamato alcuni temi centrali nella riflessione odierna sulla famiglia. Ne proponiamo una sintesi.

 

Promuovere il vero bene della famiglia. I fanciulli, ha detto Benedetto XVI, "vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché la figura materna e paterna sono complementari nell'educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità". Per il Papa, "è importante che si faccia il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile". Benedetto XVI ha quindi aggiunto che "un ambiente familiare non sereno, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori".

 

Una risorsa per la Chiesa e la società. Dopo aver ricordato il VI incontro mondiale delle famiglie celebrato a Città del Messico nel 2009, il Papa ha parlato del prossimo appuntamento costituito dal VII incontro mondiale delle famiglie, in programma a Milano nel 2012. Ha quindi fatto riferimento ad alcune iniziative del Pontificio Consiglio per la famiglia, tra cui il progetto "La famiglia soggetto di evangelizzazione" con cui - ha detto - "si vuole predisporre una raccolta, a livello mondiale, di valide esperienze nei diversi ambiti della pastorale familiare, perché servano di ispirazione ed incoraggiamento per nuove iniziative". Ha richiamato anche un altro progetto, denominato "La famiglia risorsa per la società", "con cui si intende porre in evidenza presso l'opinione pubblica i benefici che la famiglia reca alla società, alla sua coesione e al suo sviluppo". Parlando poi della preparazione al matrimonio, "più che mai necessaria ai giorni nostri", ha citato la redazione di un "Vademecum" a cura del dicastero, in cui si delineeranno "tre tappe dell'itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale". Tali tappe sono una "preparazione remota", che - ha detto - "coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come vocazione all'amore", nelle "modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli".

 

Diritti non rispettati. La seconda tappa della preparazione al matrimonio è quella che papa Benedetto XVI ha definito "prossima" da configurarsi "come un itinerario di fede e di vita cristiana" che "preveda gli interventi del sacerdote e di vari esperti, come pure… di qualche coppia esemplare di sposi cristiani". Infine il Papa ha citato la preparazione "immediata, che ha luogo in prossimità del matrimonio", parlando di "catechesi sul Rito del matrimonio", di ritiro spirituale, di cura perché la celebrazione sia percepita "come un dono per tutta la Chiesa". A proposito del tema generale dell'assemblea plenaria, Benedetto XVI ha richiamato il fatto che "la Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo - ha aggiunto - in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare". Circa la Convenzione sui diritti dell'infanzia, ha poi ricordato che "è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l'adozione, le cure sanitarie, l'educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l'abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo".

sir

 

 

 

Caso Boffo, il blitz dopo una inchiesta

 

Dopo il comunicato della S. Sede in difesa di Vian - "Con il timore diffuso che la vicenda non si fermerà qui""Questa è solo la prima puntata" - di ORAZIO LA ROCCA

 

CITTA' DEL VATICANO - "Ma siamo solo alla prima puntata e quel Feltri potrebbe sempre parlare...". Per il resto, "è solo una questione di soldi e di potere il vero motivo per cui è stato sacrificato Dino Boffo. E la Santa Sede non c'entra nulla. Piuttosto, sarebbe il caso di guardare meglio alla guerra in corso per il rinnovo del consiglio di amministrazione del Toniolo, la fondazione che sovrintende alla Università Cattolica di Milano". Ecco i timori e la "verità" che hanno fatto breccia dietro le quinte vaticane in merito al caso Boffo-Feltri. Più di un monsignore, nella Curia vaticana, lo ha riservatamente sibilato per spiegare l'inusuale comunicato emesso per smentire le accuse che, dal 23 gennaio scorso, circolavano sui giornali in merito ad un presunto complotto ai danni dell'ex direttore di Avvenire, Dino Boffo, messo a segno dal direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian su mandato del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Voci che da giorni indicavano in Vian e Bertone gli identikit di quelle "autorevoli personalità vaticane" che avrebbero fornito a Vittorio Feltri i falsi documenti a carico di Boffo. Un comunicato - non firmato dal portavoce ufficiale del Papa, padre Federico Lombardi - ma emesso direttamente dalla Segreteria di Stato, facendolo precedere da un distico di apertura, altrettanto inusuale, nel quale si puntualizza che "il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinalo la pubblicazione".

 

Non tutti, però, in Vaticano l'hanno capito. "In 50 anni - ha commentato in Curia più di un alto prelato - non ho mai visto nulla di simile". Nessuna "meraviglia", controbattono all'Osservatore, dove si puntualizza che "testo, distico e collocazione in prima pagina è stato deciso" dalla "più alta e indiscussa" autorità pontificia. Vale a dire il Papa in persona. "Se è vero che lo ha voluto il Santo Padre - commenta un cardinale - la Segreteria di Stato ha fatto bene a diffondere questo comunicato. Ma perché hanno aspettato tanto? Perché si è intervenuto dopo diciotto giorni dall'avvio di una campagna di stampa contro Vian e Bertone? Fa bene leggere che sarebbe tutto falso, ma forse qualche cosa è successo e temo che la cosa non finirà". "Sono contento che la Segreteria di Stato sia intervenuta, pur non conoscendo la vicenda", confessa il vescovo Antonio Mario Vegliò, presidente del Pontificio consiglio dei migranti, uno dei rari prelati di Curia che commenta apertamente il comunicato. "Se hanno aspettato tanto ad intervenire vuol dire che hanno avuto bisogno di verificare tutti i termini del problema, ed ora - conclude Vegliò - mi auguro che veramente il clima si rassereni".

 

I "termini del problema" di cui parla il presule sarebbero stati individuati - si apprende Oltretevere - dopo una serie di consultazioni fatte dal segretario del Papa, monsignor George Gaerswein. Alla fine sarebbe emerso che nessuno dal Vaticano avrebbe fornito i falsi documenti a Feltri. In Vaticano si sarebbero convinti che gli attacchi a Boffo sarebbero partiti dalla faida che da qualche tempo si sta combattendo per il rinnovo del consiglio di amministrazione della Fondazione Toniolo, dove l'ex direttore di Avvenire occupava un posto su indicazione dell'ex presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Da qui la diffusione di un testo che - si vocifera Oltretevere - per questo sembra cucito su misura sulla figura di Vian. Quanto al distico, più d'uno in Curia giura che sia stato scritto per tentare di fugare il sospetto che la Segreteria di Stato della Santa Sede non fosse più al servizio del Papa. Qualcun altro, però, non esclude che l'intervento sia stato fatto anche di intesa con Berlusconi "per coprirsi da Feltri", il quale Oltretevere è sempre temuto per "quello che sa e che un domani potrebbe dire". Una preoccupazione che emerge indirettamente anche dallo stesso comunicato della Segreteria che definisce per ben 3 volte "false" le accuse a Vian, ma non nega che il fatto - cioè le false accuse che hanno indotto Boffo alle dimissioni - non sia effettivamente avvenuto. Ecco perché, si teme in Vaticano, "questa storia non finirà qui". LR 10

 

 

 

 

I giornali di Berlusconi all’attacco del Papa

 

Il Papa fuori dalla grazia di Dio, gli assist di Ferrara, la strategia di Feltri e le suorine di Berlusconi. Boffo scende dalla croce e al suo posto…

 

“Il Papa è fuori dalla grazia di Dio”, annuncia a tutta pagina, il Giornale di Berlusconi. Non è un titolo che farà ballare di gioia gli austeri abitanti dei Sacri Palazzi. Non sono abituati a subire le folate che vengono dall’altra riva del Tevere. La politica s’intromette nelle cose di Chiesa e  le gerarchie non sono affatto abituati a subirla. Hanno consuetudine e disposizione d’animo adatte a trattarla con passo felpato e la moderazione che si conviene ad uomini di chiesa a condizione che sia il Vaticano a dirigere l’orchestra ed il coro. Nei Sacri Palazzi non sono gradite le invasioni barbariche, nel senso letterale del termine.

 

Il Papa non è fuori dalla Grazia di Dio, comunque la si intenda l’espressione confezionata dal Giornale per affidare all’opinione pubblica, attonita, quanto sta avvenendo sotto la cupola di San Pietro. La Grazia non è venuta meno al papa teologo, né la pazienza. Solo che qualche volta è meglio fare sentire la propria voce, seppure per interposta persona. Benedetto XVI non le manda a dire, ma si comporta come se lo facesse, perché non può fare diversamente. Dovrebbe scrivere di suo pugno a Vittorio Feltri? O direttamente al suo editore, il Premier Berlusconi, per fare tacere le illazioni che vengono azzardate giorno dopo giorno dai quotidiani vicini alla Santa Sede.  Perché di questo, paradossalmente si tratta, le bugie, i sospetti, l’incarognimento arrivano dal Giornale, Libero e Il Foglio, tutti sulla carta ben disposti verso la Santa Sede. Fuoco amico, dunque, se a questa espressione viene data l’accezione “presunta”.

 

Facciamo il punto sulla disputa che coinvolge le più alte gerarchie della Chiesa cattolica. Vittorio Feltri dedica edizioni monografiche a Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, quando viene a sapere che ha subito una condanna per molestie alcuni anni or sono, e pubblica – tra l’altro – una velina della questura che fa di Boffo un omosessuale oltre che un  molestatore.

 

Perché tanto spazio a Boffo? Rappresaglia mediatica. Boffo fa il moralista a sproposito a proposito dello stile di vita di Silvio Berlusconi. Non  può permetterselo visto i trascorsi. L’attacco, furibondo, al direttore del quotidiano dei Vescovi italiani, provoca reazioni disparate e costringe Boffo alle dimissioni. La Chiesa si chiuse nel silenzio, ma non esce affatto contenta dalla vicenda, per via della scelta del Giornale di Berliusconi. Tutto finito?

 

Pareva proprio che fosse così, ma la coda velenosa è arrivata.

Feltri si concilia con un Boffo molto conciliante. Ospita quattro righe su una colonna e mezzo per correggere quanto scritto su Boffo. L’ex direttore dell’Avvenire non è gay, è persona per bene visto che si è dimesso, atto estremamente inconsueto nel panorama italiano. A suggello della ritrovata concordia, una cena, della quale i giornali danno puntuale notizia. La pace arriva però sull’abbrivio di insinuazioni, sospetti non troppo velati, grazie ai quali Feltri spiega la sua decisione di sbattere Boffo in prima pagina come un gay e molestatore con documenti arrivati da fonti insospettabili, istituzionali, assolutamente sicure. Quali?

 

Per rispondere bisogna ricorrere al convitato di pietra, Giuliano Ferrara, il quale ha offerto un prezioso assisti a Vittorio feltri, conducendo una indagine assai particolare, a conclusione della quale ha indirizzato l’attenzione verso il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il direttore dell’Osservatore Romani, Gian Maria Vian. Sarebbero stati loro a confezionare la polpetta avvelenata al Giornale.

 

Feltri non fa il delatore perché non rivela i suoi informatori – contravvenendo all’etica professionale – ma lo fa capire ampiamente che le indagini del Foglio sono abbastanza corrette. Non ci sono i nomi, ma i luoghi di provenienza della polpetta ci sono.

 

La vicenda assume così proporzioni gravi. Bertone e Vian avrebbero infamato Boffo per colpire la Cei passata da Ruini a Bagnasco. Una lite di potere nella Santa Sede, all’ombra di un Pontefice tenuto forse all’oscuro di tutto.

Fra mezze parole e mezze conferme, illazioni ed allusioni, il quadro di riferimento, grazie al Foglio di Ferrara ed al Giornale di Berlusconi, diventa sempre più chiaro e viene adottato da tutta la stampa italiana, che fa i commenti più disparati ma su una cosa appare certa, che c’è una lotta al coltello nei Sacri Palazzi.

 

Ed è a questo punto che il Vaticano decide di uscire al naturale con una nota insolitamente aspra, durissima, che chiama sul banco degli imputati calunniatori e diffamatori. Vian e Bertone, insomma, sono vittime di bugie  che tendono a dipingere a tinte fosche il governo della Chiesa e lo stesso Pontefice.

Con chi ce l’ha il Vaticano? Non ci sono nomi, ma di sicuro non può essersela presa con le testate che di questa storia hanno raccontato ciò che apprendevano altrove, cioè sul Foglio.

 

Nella nota del Vaticano, tra l’altro, c’è un indizio che conduce a coloro che si ritengono vicini alla Chiesa. I papisti, insomma. O gli atei devoti. Senza precedenti, la Santa Sede non aveva mai perso la pazienza. Non ha sopportato che ad uscirne indenne dalla querelle erano quelli che hanno provocato il caso Boffo, ed a esserne coinvolti erano le massime autorità della Chiesa, in testa il cardinale Segretario di Stato.

 

Il Giornale, infatti, sostiene ancora oggi che non avrebbe prestato fede ad alcuno se non avesse avuto i documenti, risultati poi errati (quanto all’omosessualità) da fonti istituzionali ( “una informativa che circolava all’ombra delle cupole”). La colpa del tremendo attacco sferrato al direttore dell’Avvenire non va ricercata quindi che dentro il Vaticano. Ma se così fosse, le bugie le avrebbe scritto la Santa sede e le avrebbe avallate lo stesso Pontefice.

 

Il silenzio etico di Feltri fa più danno, oggettivamente, di una ricostruzione della vicenda secondo verità, anche perché l’assist di Giuliano Ferrara è stato accolto, confermando i sospetti del Foglio.

 

Sullo sfondo c’è la politica, naturalmente. Il Premier – ispirato da Ferrara? - manda lettere alle suorine misericordine nell’anniversario della fine di Eluana Englaro per fare sapere al mondo che, fosse stato per lui, Eluana sarebbe ancora viva( E papà Englaro gli rimprovera di non avere trovato il tempo di venirla a vedere per rendersi conto del suo stato). E Feltri, assertore dell’occhio per occhio dente per dente, torna a scaricare sul Porporato le maldicenze legate al caso Boffo.

I rapporti fra Santa Sede e Governo subiscono colpi di coda frequentemente. Di sicuro non sono sereni. C’è chi soffia sul fuoco per vocazione e chi lo fa a ragion veduta. Il Pontefice è stato costretto a scendere fra gli uomini. Nei Sacri Palazzi se lo legheranno al dito. SicInf 10

 

 

 

 

 

Parole che educano. Quale pedagogia nella Bibbia?

 

 "È la Bibbia stessa ad educare: con i suoi contenuti, con i suoi messaggi, soprattutto con la forza illuminante della storia della salvezza". Ne è convinto mons. Carlo Ghidelli, arcivescovo di Lanciano-Ortona, intervenuto il 5 febbraio al convegno nazionale del settore Apostolato biblico della Cei, che si è svolto in questi giorni a Roma sul tema: "La prospettiva educativa nell'apostolato biblico. Riflessioni, approfondimenti, proposte". "Quella narrata dalla Bibbia - ha proseguito il biblista, soffermandosi sul rapporto tra la Parola di Dio e i nuovi Orientamenti pastorali della Cei - è una storia educante, che genera una comunità educante e perciò offre molteplici processi educativi che rendono interessante e avvincente ogni pagina del'Antico e del Nuovo Testamento". "L'intenzione di Dio possiede sempre un'intenzione pedagogica", ha spiegato il vescovo: "Dio intende sempre educare colui o coloro ai quali rivolge la sua parola. Rivelandosi Dio si dà a conoscere per quello che è e mette il suo popolo sulla buona strada per comprendere quello che Dio si aspetta, non solo per poter intavolare un dialogo costruttivo ma anche per portare a compimento nella storia il piano di salvezza a favore dell'intera umanità". "In questa luce e in questo contesto - ha sottolineato l'arcivescovo - possiamo dire che il processo educativo è l'anima e il metodo della Bibbia". "Rafforzare ed estendere" il servizio di apostolato biblico: questo, ha spiegato il coordinatore, don Cesare Bissoli, l'impegno del competente settore della Cei, in sintonia con i nuovi Orientamenti pastorali e in attesa dell'esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI su "La parola di Dio nella vita della Chiesa", cui sarà dedicato il convegno nazionale del 2011. Altro anniversario importante di cui tener conto: il 40° del Documento di base "Il rinnovamento della catechesi". Ne ha parlato don Guido Benzi, direttore dell'Ufficio catechistico della Cei, ricordando come in esso si ribadisce che la catechesi ha come finalità quella di "educare la mentalità di fede, iniziare alla vita ecclesiale, integrare fede e vita".

 

L'"arte pedagogica" di Gesù. La "dimensione educativa" è "insita in tutta la Bibbia", e "la missione stessa di Gesù si caratterizza per la sua valenza pedagogica". "Quando Gesù va in aiuto a Pietro e compagni - ha proseguito mons. Ghidelli, facendo alcuni esempi di quella che ha definito 'l'arte pedagogica di Gesù' - e chiama il primo degli apostoli a condividere la sua missione, 'd'ora in poi sarai pescatore di uomini', non fa altro che manifestare fino a che punto egli vuole spingere il suo progetto verso i suoi discepoli. Per Gesù responsabilizzare equivale a educare. Quando, secondo la testimonianza dell'evangelista Luca, Gesù invita Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, a scendere dall'albero e gli dice che deve fermarsi a casa sua non fa altro che stabilire un rapporto nuovo con lui, un rapporto educante di primissimo ordine. Per Gesù dialogare equivale a educare". Il biblista ha poi ricordato due episodi evangelici significativi, entrambi tratti dal Vangelo di Giovanni: "Quando si trova davanti la donna adultera e, dopo aver sistemato i farisei, le parla e le offre la possibilità di vivere una vita nuova non fa altro che dimostrare come il suo metodo pedagogico non conosca limiti. Per Gesù perdonare equivale a educare. Quando Gesù proclama la sua regalità dinanzi a Pilato e afferma: 'Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità', non fa altro che esplicitare la dimensione educativa della sua missione salvifica. Per Gesù salvare equivale a educare".

 

Catecumenato e gruppi biblici. Predisporre apposite celebrazioni della Parola per "avvicinare i cercatori di Dio"; mettere sempre di più in contatto la Bibbia con la vita delle persone e i cinque ambiti individuati nel Convegno ecclesiale di Verona; formare animatori biblici con "competenze" in grado di allargare la "rete" della comunità cristiana. Sono alcune proposte formulate nei laboratori del convegno. Sul rapporto tra Bibbia e catecumenato si è soffermato don Andrea Fontana, responsabile per il catecumenato di Torino, secondo il quale nell'itinerario catecumenale "si impara a vedere la vita con gli occhi della fede", facendo dialogare "le vite della Bibbia con le nostre vite, la sua storia con la nostra storia". Don Giovanni Giavini, biblista, illustrando il notevole successo che nelle nostre diocesi riscuotono i gruppi biblici, ormai diffusi in tutta Italia, ha menzionato tra le altre l'esperienza dei gruppi biblici attivi nelle "università della terza età", dove spesso sono gli anziani stessi gli animatori. "Forse - ha commentato Giavini - riparano il vuoto del 1968, avvertono la crisi di fede del post-moderno, rimediano a una fede troppo tradizionale o devozionale, cercano speranza per il futuro. O semplicemente volevano riempire il tempo libero e trovare aiuto per rispondere ai nipotini più biblicamente aggiornati…". Nota dolente, invece, risulta essere proprio la scarsa presenza di gruppi biblici per ragazzi, tranne alcune eccezioni. Come una "tre giorni" residenziale biblica - ha raccontato il relatore - con la guida di biblisti e di esperti in didattica, dove i ragazzi vengono guidati alla lettura di qualche pagina biblica adatta per loro, che essi poi attualizzano con giochi, disegni, costruzioni, mimi, canti… Attività simili sono in atto anche in alcuni gruppi di bambini e ragazzi del catechismo in parrocchia.  M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

 

Con chi soffre. Sono 117 mila i centri sanitari cattolici nel mondo

 

Sono 117 mila i centri sanitari cattolici nel mondo, tra i quali migliaia di ospedali, cliniche e case di accoglienza per disabili e orfani, oltre a 18 mila dispensari, 521 lebbrosari: le "cifre" della sanità cattolica nel mondo, che rappresenta il 26% delle strutture ospedaliere mondiali, sono state fornite in Vaticano, in occasione della presentazione delle celebrazioni previste per il 25° di istituzione del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari. Per la concomitanza con la XVIII Giornata mondiale del malato, è stato promosso un simposio internazionale, sul tema "La Chiesa al servizio dell'amore per i sofferenti" (9-11 febbraio). "La ricorrenza -ha spiegato il presidente del Pontificio Consiglio, mons. Zygmunt Zimowski - vedrà la presenza del Papa che, nella giornata di giovedì 11, memoria della Beata Vergine di Lourdes, presiederà la liturgia in S.Pietro per la Giornata mondiale del malato". Il simposio in particolare è dedicato alla riflessione sulle lettere apostoliche "Salvifici doloris" e "Dolentium Hominum", cui partecipano oltre 500 tra medici, ricercatori, operatori pastorali, cappellani, provenienti da 35 Paesi di tutti i continenti.

 

Giovanni Paolo II e il dolore. "Noi vogliamo rileggere la 'Salvifici Doloris' per ricavarne non solo un forte stimolo per proseguire i nostri sforzi, ma anche e soprattutto una profonda illuminazione spirituale che ci fa abbracciare l'umanità sofferente e ce ne rende amorevolmente solidali, non tanto in vista della totale eliminazione della sofferenza, umanamente impossibile come ricorda opportunamente Benedetto XVI (Spe Salvi, 36), ma della sua trasformazione in riscatto e redenzione in unione a Cristo nostra speranza, per noi sofferto, morto e risorto": lo ha detto mons. Zimowski, soffermandosi sulla "Salvifici Doloris", emanata da Giovanni Paolo II l'11 febbraio 1984. Ricordando papa Wojtyla, mons. Zimowski ha detto tra l'altro: "Ci ha regalato la perla che ci accingiamo a scrutare con grande attenzione. La 'Salvifici Doloris' non reca solo la sua firma materiale: essa trasuda soprattutto della sua intima esperienza di sofferenza profondamente vissuta e trasformata, sulla scia di san Paolo, in fecondità spirituale: 'Completo nella mia carne… quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa', sono le parole con cui si apre la lettera".

 

Fede, malattia e miracoli a Lourdes. "La ristrutturazione delle piscine dove si immergono i pellegrini, malati e non, è giunta ormai alle sue ultime fasi organizzative. Siamo agli adempimenti burocratici e si pensa che i lavori possano iniziare presto": con queste parole il vescovo di Tarbes e Lourdes, mons. Jacques Perrier, ha richiamato il ruolo di uno dei luoghi della fede più amati, specie dalle persone malate. Il vescovo ha sottolineato la presenza a Roma delle reliquie di Santa Bernadette, che verranno portate in processione lungo via Conciliazione e fino a piazza San Pietro in occasione della Giornata del malato. "Ai fedeli che giungono a Lourdes per pregare e impetrare la Vergine - ha detto il vescovo - si propone un messaggio basato sull'affidamento al Signore e sulla guarigione spirituale, anzitutto, cui in alcuni casi segue anche la guarigione fisica. Quando i pellegrini rientrano alle loro case non sono mai delusi o disperati, anche se non hanno ottenuto la guarigione fisica. Ciò che conta è aver accolto il messaggio della Madonna di affidarsi con fiducia al Signore". Il vescovo ha richiamato le tre volte in cui i Papi hanno visitato Lourdes: le prime due (nel 1983 e nel 2004) sono state le visite di Giovanni Paolo II, mentre due anni fa vi si recò Benedetto XVI in occasione del giubileo delle apparizioni.

 

Allargare le cure a tutti gli uomini. "Lo scorso anno ho partecipato a un simposio promosso dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che aveva per tema l'accesso alle cure per tutti gli uomini di tutti i Paesi del mondo. Noi come Chiesa cattolica non vogliamo entrare nel dibattito politico, ma piuttosto ribadire che l'uomo ha una dignità inalienabile e che le cure cui ha diritto riguardano la sua persona, da tutti i punti di vista, non solo strettamente sanitari": così mons. Zimowski, sulle politiche sanitarie nei vari Paesi del mondo. "Da parte nostra - ha aggiunto mons. Jean-Marie Musivi Mpendawatu, sottosegretario dello stesso Pontificio Consiglio - noi puntiamo su una presenza capillare delle strutture sanitarie cattoliche, gestite per lo più dalle diocesi e dagli istituti religiosi. Abbiamo anche avuto l'istituzione della "Fondazione Buon Samaritano", che ha erogato aiuti a 15 Paesi, specialmente in Africa, America Latina e Asia. Si raccolgono fondi e donazioni, anche piccolissime da parte dei fedeli, e si creano poi linee di aiuto che vanno fin nei più sperduti dispensari dei paesi più poveri. Questo è il modo di agire della Chiesa".

LUIGI CRIMELLA

 

 

 

Un fratello di nome Karol Wojtyla

 

      E’ arrivato in libreria l’ennesimo libro dedicato a Giovanni Paolo II: un grosso volume di 640 pagine pubblicato dalle Edizioni San Paolo con il  titolo “Diario di un’amicizia” e il sottotitolo “La famiglia Poltawski e Karol Wojtyla”.

     Tra i numerosi libri che sono stati scritti sul Papa polacco, questo è una cosa a se stante. Autrice, Wanda Poltawska, medico psichiatra polacca, che fu amica e collaboratrice di Wojtyla fin dal 1950,  quando il futuro Papa era un semplice sacerdote, assistente spirituale dei giovani universitari, amicizia che è continuata fino alla morte del grande Pontefice.

    E’ un libro fuori dai normali schemi, che contiene molti scritti inediti di Wojtyla,  riflessioni, appunti, suggerimenti per la vita spirituale e soprattutto parecchie lettere.

     Non è una biografia. Non ha niente a che fare con la storia pubblica e cronologica di Wojtyla. Non è neppure stato scritto per essere pubblicato. Si tratta di una raccolta di appunti, di impressioni, che la dottoressa Poltawska ha fissato in vari quaderni nel corso degli anni, una specie di diario, dal quale ha tratto questo libro, utilizzando, in pratica, una piccola parte dell’enorme materiale che possiede. E fu lo stesso Giovanni Paolo II , che aveva letto i quaderni di appunti, a suggerire che se ne facesse una pubblicazione, ritenendo che sarebbe stata utile.

      Nel giugno dello scorso anno, quando il libro venne pubblicato in Polonia, fece parlare i giornali di mezzo mondo, suscitando critiche e scandalo. Molti giudicarono sconveniente che Karol Wojtyla avesse coltivato una amicizia così profonda con una donna al punto da continuare a scriverle lettere anche da Papa.  Altri condannarono la dottoressa Poltawska, accusandola di protagonismo e smania di pubblicità,  per aver rese pubbliche quelle lettere che, secondo loro, dovevano rimanere segrete e affermando che la pubblicazione poteva addirittura nuocere alla causa di beatificazione. Per fortuna, questo non è accaduto. La Chiesa, nei suoi rappresentanti qualificati allo scopo, era al corrente del contenuto del libro, lo aveva già esaminato, e nessun riverbero negativo si è avuto sul processo che, per la parte dell’esame della vita e degli scritti di Wojtyla, è stato concluso con il decreto di riconoscimento delle virtù eroiche firmato dal Benedetto XVI a metà dicembre scorso. E si prevede che la solenne beatificazione possa avvenire ad ottobre o al più tardi nell’aprile del 2011.

      Leggendo questo libro con calma e attenzione, si rimane profondamente colpiti dal contenuto altamente spirituale. Scritto con uno stile asciutto, conciso, e pochi pochi accenni personali da parte dell’autrice, ha un fascino irresistibile. Fa scoprire innumerevoli dettagli dell’animo di Karol Wojtyla e di quello della dottoressa Poltawska. Le lettere di Wojtyla, non essendo ufficiali,  ma destinate a una singola persona, palesano la sua straordinaria sensibilità, la grandissima umanità e soprattutto l’eccezionale santità. Svelano come egli fosse in continuo contatto con Dio. Non in forma pietistica, formalistica, ma concreta e permanente. Viveva come se camminasse davanti allo sguardo di Dio. Mai, in nessun momento della sua giornata, perdeva questa consapevolezza e la trasmetteva a chi gli era vicino.

       Per la quasi totalità,  il libro è costituito da “esercizi scritti” per  un cammino ascetico che la dottoressa Poltawska ha fatto sotto la guida del suo direttore spirituale che era appunto Karol Wojtyla. Lui le indicava i temi delle meditazioni quotidiane e lei metteva per scritto i pensieri e le riflessioni che faceva, inviandoli poi al direttore spirituale che valutava, suggeriva, guidava verso nuovi traguardi interiori. E inviava lui stesso i propri appunti sugli stessi temi, quasi a confrontarsi. Una lunga ascesi, precisa, quotidiana, costante, che la dottoressa Poltawska ha compiuto insieme al proprio marito, Andrzej, e alle proprie figlie,  e, si può dire, anche insieme allo stesso Wojtyla che ha voluto farsi,  con loro e per loro, “fratello”,  e “ viandante”  nel cammino verso Dio.

     Un’esperienza eccezionale, diventata nel tempo amicizia profonda. Scrivendo le sue lettere, Wojtyla chiamava la dottoressa  con il diminutivo di “Dusia” (sorellina) e si firmava con la sigla “Fr”, (fratello). Esperienza  certamente originale e d’avanguardia,  ma viva, concreta e sublime,  che richiama la vita dei primitivi cristiani,  di santi come Francesco e Chiara,   e in particolare l’amicizia di San Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal. Solo un uomo come Wojtyla, santo e poeta, drammaturgo e mistico, grande e umile, poteva realizzare un’esperienza del genere, che diventa ora, attraverso il libro, un vero “patrimonio spirituale” per chi ha il coraggio di leggere e di lasciarsi conquistare.

      Per capire bene questa meravigliosa avventura umana e spirituale, bisogna conoscere la storia che l’ha originata.  In particolare quella dell’autrice, donna molto nota in Polonia per la mole di iniziative cui ha dato vita nella sua ormai lunga esistenza, ma anche, in un certo senso,  “sconosciuta” perché riservata, chiusa, gelosa della propria esistenza privata. Consapevole, però, del ruolo che le è stato riservato dalla Provvidenza, giunta a un’età che si avvicina ai novant’anni ha ceduto alle pressioni degli amici e al desiderio che aveva già espresso Wojtyla,  mettendo a disposizione in questo libro le esperienze fatte accanto a un grande uomo e un grandissimo santo.

    Wanda Poltawska conobbe Karol Wojtyla nel 1950, a Cracovia.  Lei aveva  29 anni, lui 30. Wojtyla, sacerdote da quattro anni, era assistente dei giovani studenti universitari, e Wanda, già laureata in medicina, frequentava i corsi di psicologia e psichiatria.

    Aveva alle spalle una terribile esperienza.  Nata a Liblino, in una famiglia molto cattolica, aveva avuto una infanzia e una prima giovinezza serene, impegnata nel movimento degli Scout.  Nel 1939,  quando i nazisti invasero la Polonia, Wanda, che aveva 18 anni, come altri suoi coetanei era entrata nella Resistenza partigiana, per difendere la patria. Ma venne scoperta e arrestata e inviata nel famigerato campo di concentramento nazista di Ravensbriick, dove visse uno spaventoso calvario durato oltre quattro anni.

      Anni di autentico martirio. Non solo per le umiliazioni, la fame, i lavori pesanti, il freddo, le violenze fisiche e morali, pane quotidiano in quei luoghi di sterminio, ma perché, ad un certo momento, lei e alcune altre compagne furono scelte come cavie per misteriosi esperimenti medici. Trasferite in una specie di infermeria, erano sottoposte a interventi chirurgici, ad orribili mutilazioni, asportazioni di pezzi di ossa, iniezioni di batteri nelle ferite per provocare infezioni e cancrene, che erano poi trattate con altri prodotti chimici. Un calvario spaventoso e interminabile. Quasi tutte le ragazze morirono una dopo l’altra e Wanda sopravvisse per miracolo.

    Tornata a casa, era una larva umana. Riprese a studiare, si laureò in medicina, ma dentro di lei il tarlo degli incubi continuava a roderla e a tormentarla.  Si sentiva una donna finita, che lottava disperatamente con i fantasmi del passato, senza riuscire a sconfiggerli. Aveva paura di se stessa, degli altri, della vita. I principi cristiani che aveva ricevuto da bambina cozzavano spaventosamente con la crudeltà che aveva subito nel Lager.

    Cercava aiuto. Lo cercava soprattutto dai sacerdoti, ma non trovava nessuno disponibile ad ascoltarla e a capire i suoi problemi. Nel 1950 incontrò Karol Wojtyla, e rimase colpita dal fatto che era una persona che “ascoltava”. Divenne il suo confessore e direttore spirituale.

     Fu lui a “guarire” la sua anima, ad aiutarla a ritrovare se stessa e la fiducia nei propri simili. E, mano a mano che la conosceva bene,  Wojtyla capì che quell’incontro non era casuale. Abituato a vedere le cose da un punto di vista mistico, si convinse che le terribili sofferenze che quella giovane donna aveva subito e sopportato non erano cosa che riguardasse solo lei stessa. Per il mistero del “Corpo mistico di Cristo”, riguardavano tutti, in particolare forse proprio lui, che  dalla guerra era stato risparmiato. Negli anni in cui Wanda “moriva” nel Lager, egli aveva scoperto la propria vocazione al sacerdozio. E poi, era toccato a lui, sacerdote,  il compito di “curare” le ferite che il Lager aveva lasciato nell’anima di quella persona. Non erano coincidenze casuali, c’era un nesso, un legame, e questa sua convinzione divenne, a poco a poco, consapevolezza. Lo rivelò lui stesso alla dottoressa Wanda in uno dei momenti più importanti della sua esistenza, il 20 ottobre 1978, quattro giorni dopo essere stato eletto Pontefice della Chiesa. In una lunga e bellissima lettera, la prima che le scrisse da Papa, volle affrontare apertamente il tema della loro amicizia. Amicizia che ora, dopo che lui era diventato Papa, poteva anche essere giudicata male da estranei.  Ma era un’amicizia “radicata e fissata in Dio, nella sua grazia”, come egli scrisse, e quindi doveva continuare.

     Ecco la parte di quella lettera che parla esplicitamente di questo argomento.

     <<Il Signore Gesù ha voluto che quello che a volte veniva detto, quello che tu stessa avevi detto il giorno dopo la morte di Paolo VI, diventasse realtà. Ringrazio Dio per avermi dato, questa volta, così tanta pace interiore – quella pace che mi mancava in modo evidente ancora in agosto – che ho potuto vivere tutto ciò senza tensione. Con la fiducia che Lui e sua Madre dirigeranno tutto, anche in queste relazioni, preoccupazioni e responsabilità più personali. Con la convinzione che – se non seguirò la chiamata – anche in questi rapporti posso rovinare tutto

     <<Capisci che, in tutto questo, penso a te. Da oltre vent'anni, da quando Andrzej mi disse per la prima volta: “Duska è stata a Ravensbriick”, è nata nella mia consapevolezza la convinzione che Dio mi dava e mi assegnava te, affinché in un certo senso io “compensassi” quello che avevi sofferto lì. E ho pensato: lei ha sofferto al mio posto. A me Dio ha risparmiato quella prova, perché lei è stata lì. Si può dire che questa convinzione fosse “irrazionale”, tuttavia essa è sempre stata in me - e continua a rimanerci. Su questa convinzione si è sviluppata gradualmente tutta la consapevolezza della “sorella”. E anche questa appartiene alla dimensione di tutta la vita. Anch'essa continua a rimanere. Mia cara Dusia! Tutta quella dimensione rimane in me e deve rimanere in te. È sempre stata radicata e “fissata” in Dio, nella sua grazia - ora deve esserci fissata ancora di più>>.

    Sono parole che spiegano in modo chiaro la natura e la qualità dell’amicizia che ha legato Karol Wojtyla a Wanda Poltawska. Un’amicizia così straordinaria e sublime che può nascere e crescere solo nel cuore e nell’anima dei grandi santi.

Renzo Allegri, de.it.press

    

 

 

 

 

"Il Dio dei mafiosi", la religiosità degli uomini di Cosa Nostra

 

L’analisi del fenomeno mafioso svela un inquietante paradosso: gli uomini di “Cosa Nostra” sono, nella quasi generalità, cattolici e, non di rado, credenti pieni di fervore. Come è possibile ciò? La mafia, con l’efferatezza dei suoi crimini, non è sorda al richiamo di Dio? Come si spiega allora l’ostentata religiosità degli “uomini d’onore”?

 

A questi interrogativi risponde Augusto Cavadi, sociologo e teologo palermitano, nel suo recentissimo “Il Dio dei mafiosi”, edito da San Paolo. Cavadi parte da un’analisi, penetrante e aliena da luoghi comuni, della mafia.

 

Autore di diversi scritti sulla realtà mafiosa, Cavadi ne delinea i principali tratti che la connotano: l’omertà che preserva la segretezza dell’organizzazione, la struttura gerarchizzata e piramidale, il familismo amorale, il ruolo subalterno della donna, l’ideologia pervasa di dogmatismo e fondamentalismo che si accompagna alla pratica dell’ obbedienza cieca al potere carismatico del boss, la sottovalutazione della vita terrena a cui fa da contraltare l’esaltazione della virilità e dell’onore, l’individualismo e la diffidenza nei confronti della vita pubblica.

 

Nell’universo mafioso, più complesso di quanto possa apparire, Cavadi scorge aspetti tribali e arcaici che si coniugano ad altri moderni e, soprattutto, l’assimilazione di elementi desunti da modelli culturali borghesi-capitalisti (quale, ad esempio, l’assenza della solidarietà, se non limitata al ristretto nucleo familiare), dal “cattolicesimo mediterraneo”, da canoni comportamentali meridionali e siciliani.

 

Sviscerata la mafia nei suoi diversi e problematici profili e svelatone l’intreccio con culture da essa esteriormente lontane, Cavadi dimostra, con sorprendente lucidità, come possa configurarsi una “teologia dei mafiosi”. Una “teologia” cioè che indica in che modo gli uomini d’onore credono, come vivono la loro religiosità, come raffigurano Dio, la madonna, i santi.

 

Il Dio dei mafiosi è onnipotente, punitivo, privo di misericordia, trascendente , “garante dell’ordine cosmico e dell’ordine sociale”, in quest’ultimo aspetto simile a quello del cattolicesimo borghese. Esige obbedienza assoluta e sacrifici fini a se stessi. E’ inarrivabile, se non attraverso la mediazione dei santi e della madonna, che infatti sono oggetto di particolare venerazione (si pensi alle tante processioni sovvenzionate dai mafiosi). In ciò si evidenzia l’influsso delle tradizioni cattoliche mediterranee, come pure nell’enfatizzazione della passione e della crocifissione e,  di contro, nel minimizzare la resurrezione. Nel sentire religioso dei mafiosi prevalgono i registri lugubri, la mancanza di gioia e di bellezza. Il Dio della mafia è’ una divinità quasi spietata, che non conosce tenerezze e perdono e che, in qualche modo, assomiglia ai boss stessi. Lo si potrebbe identificare in una loro proiezione.

 

Nelle pagine del saggio si evidenzia anche come una parte della comunità ecclesiale retrograda e miope, per usare eufemismi, si sia resa complice di “Cosa Nostra”, assecondandone i culti e accettandone protezione e offerte e che, similmente, tanta borghesia “accomodante” la abbia agevolata, disconoscendola o ridimensionando la sua pericolosità sociale.

 

Nel 1993, ad Agrigento, le dure parole di condanna di Giovanni Paolo II: “Dio ha detto una volta: “Non uccidere!. Nessun uomo, nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio”. E di recente, alla conferenza episcopale di Assisi, monsignore Mariano Crociata ha stroncato ogni equivoco: “Non c’è bisogno di comminare esplicite scomuniche, perché chi fa parte delle organizzazioni criminali già automaticamente è fuori dalla comunione ecclesiale”.

 

Tutto ciò  rivela  una nuova consapevolezza della malvagità mafiosa da parte della istituzioni della Chiesa. Ma Cavadi, che conosce bene il fenomeno mafioso e talune ambiguità tuttora presenti nel mondo religioso, sente il bisogno, nell’ultimo capitolo del libro, di individuare una serie di anticorpi di cui la cristianità deve munirsi per arginare il triste legame tra “Cosa Nostra” e la chiesa. E ciò sulla scorta dell’esempio dei tanti preti di elevato spessore etico, primo tra tutti Don Pino Puglisi (da non perdersi il suo ironico “padrenostro del picciotto” ricordato nel volume), e nel nome del messaggio misericordioso del vangelo. SicInf 10

 

 

 

 

 

IRAQ. Ancora più uniti. I cristiani a un mese dal voto

 

In un clima di violenza e di tensioni politiche l'Iraq si prepara alle elezioni legislative del 7 marzo. Stragi di civili si registrano quasi ogni giorno alzando il livello di scontro tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita. Quest'ultima si è vista togliere dalla Corte di Appello il bando per circa 500 suoi candidati, sospettati di legami con il partito Baath di Saddam Hussein. Una decisione giudicata "illegale e incostituzionale" dall'esecutivo al governo. In questa situazione la minoranza cristiana cerca di ricompattarsi per portare in Parlamento la propria quota di cinque seggi, ad essa riconosciuta. Ad un mese dal voto il SIR ha parlato con l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako.

 

Eccellenza, quali sono le esigenze prioritarie in questo momento?

"È quanto mai necessario, in questa fase politica e in vista delle elezioni, avere una visione unitaria della situazione che ci vede coinvolti come cristiani e cittadini iracheni a pieno titolo. Insieme potremo far sentire il nostro pensiero".

 

Il prossimo voto potrebbe, allora, rappresentare un banco di riscontro importante per i cristiani?

"Sono molte le sfide che ci attendono e alle quali dobbiamo far fronte come cristiani. Dobbiamo, per questo, unire le nostre forze. Divisi siamo deboli. Se vogliamo far valere i nostri diritti dobbiamo avere una sola voce. Non possiamo permetterci la dispersione di forze. Procedere con una visione unitaria, con un programma, con delle idee condivise, ci darà la forza per ottenere il riconoscimento dei nostri diritti e per avere la possibilità di continuare a vivere nel nostro Paese a pieno titolo".

 

Come raggiungere questo risultato?

"I cristiani devono andare a votare in massa. Come cristiani siamo chiamati ad impegnarci in politica per promuovere il bene comune e non gli interessi personali. Tocca anche alle Chiese trovare i linguaggi giusti per stimolare questo servizio alla comunità, anche attraverso una pastorale sociale appropriata. Ai nostri fedeli, ai nostri cristiani, spetta anche il dialogo con tutti quegli elementi moderati, laici, che operano in politica. È l'unico modo per garantirci un governo aperto e democratico, non in balia di gruppi fondamentalisti che propugnano un Islam radicale che ci fa paura e ci preoccupa".

 

Cosa rappresenta per l'Iraq il voto del 7 marzo?

"Indubbiamente una tappa cruciale per il nostro Paese impegnato nel processo di ricostruzione materiale e spirituale. La riconciliazione nazionale, tuttavia, resta la priorità e le elezioni possono servire allo scopo".

 

E la sicurezza e la stabilità?

"Nulla sarà possibile senza la riconciliazione interna. Non ci saranno mai sicurezza e stabilità senza la riconciliazione alla quale, ripeto, noi cristiani possiamo, per vocazione, contribuire grandemente. Non ci sarà mai vera ricostruzione materiale e spirituale se le componenti del popolo iracheno non si riconcilieranno. Oggi la speranza di unità nazionale è debole. Il rischio è che, davanti ad un ritiro delle truppe Usa, tutto peggiorerà. E questo anche in presenza di pressioni molto forti da parte di Paesi vicini".

 

Con tutta questa violenza il rischio che molti, tra i cui i cristiani, non vadano a votare è reale…

"Speriamo di no. Bisogna avere il coraggio di far valere i propri diritti per il bene di tutto il Paese. I cristiani devono andare a votare". DANIELE ROCCHI

 

 

 

 

Benedikt: „Krankenleid bestimmt unsere Humanität

 

Menschlichkeit bestimmt sich im Verhältnis zum Leiden und Leidenden. Das hat Papst Benedikt XVI. an diesem Donnerstag in seiner Predigt während der Messe zum 18. Weltkrankentag betont. Mit Tausenden Kranken aus aller Welt feierte er den Gottesdienst im gut besuchten Petersdom. Der Welttag der Kranken findet jedes Jahr am 11. Februar, dem Fest der Gottesmutter von Lourdes, statt. Zu Beginn der Messe wurde die Reliquie der heiligen Bernadette von Lourdes vor den Papstaltar gebracht. Die Predigtworte des Papstes:

 

„Das Maß der Humanität bestimmt sich ganz wesentlich im Verhältnis zum Leid und zum Leidenden. Das gilt für den Einzelnen wie für die Gesellschaft. Mit der Einrichtung eines päpstlichen Rates, der der Pastoral im Gesundheitswesen gewidmet ist, hat der Heilige Stuhl einen eigenen Beitrag leisten wollen, um eine Welt voranzubringen, die fähiger ist, die Kranken als Personen anzunehmen und zu umsorgen. Er wollte ihnen damit helfen, die Erfahrung der Krankheit in einer menschlichen Weise zu leben: Indem sie nicht negiert wird, sondern ihr ein Sinn gegeben wird.“

 

Moraltheologe Schockenhoff: „Im Gesundheitswesen umdenken“

Das Anliegen des Papstes am Weltkrankentag ist nachvollziehbar und richtig – allerdings müssen die Bedingungen der Krankenseelsorge schärfer in den Blick genommen werden. Das fordert der Freiburger Moraltheologe Eberhard Schockenhoff, der selbst Priester ist, im Gespräch mit Radio Vatikan:

 

„Dass es zu den sinnvollsten Tätigkeiten eines Priesters gehört, dass er Kranke besucht, Kranken Trost spendet, mit Kranken über den Sinn ihres Leidens spricht und ihnen die Krankensalbung spendet, dass ist unbestritten. Man wird aber hinzufügen müssen, jedenfalls ist das in Deutschland so, dass für die meisten Priester, die im Rahmen von Seelsorgeeinheiten tätig sind, diese sinnvolle Tätigkeit aus zeitlichen Gründen immer weiter eingeschränkt wird. Das gießt vielleicht ein bisschen Wasser in den Wein dieser sinnvollen Aussagen des Papstes.“

 

Der Papst unterstreiche, dass Kranke ihr Leiden als Zeugnis für andere Menschen verstehen sollten und dass das „Passivsein“ und „Geduldhaben“ sinnvolle Möglichkeiten des Menschseins seien. Dass der Papst daran erinnert, sei wichtig. Der Moraltheologe:

 

„Als kritisches Korrektiv auch gegenüber einem unbegrenzten Leistungsideal, das Menschsein nur dann als würdig und erstrebenswert empfindet, wenn es gesund, leistungsstark und autonom ist. Allerdings würde ich sagen, dieses Zeugnis der Kranken gilt gegenüber ihrer Umgebung insgesamt. In besonderer Weise natürlich auch gegenüber Priestern. Aber eben nicht exklusiv, sondern gegenüber allen Menschen, die Kranken begegnen und die ihnen in der Weise der Pflege oder des Trostes zugetan sind.“ (rv 11)

 

 

 

 

Missbrauch: Licht im Dunkel

 

Für einen aufklärenden, zuweilen schmerzhaften Weg der Aufarbeitung gibt es keinen Ersatz

 

ROM - Jeder einzelne Missbrauchsfall durch hauptamtliche Mitarbeiter der Kirche beschädigt die gesellschaftliche Akzeptanz von Kirche und christlichen Gemeinden, das hat uns der Missbrauchskandal der irischen Kirche und die klärende Initiative der deutschen Provinz der Gesellschaft Jesu angesichts von Missbrauch in ihren eigenen Reihen in diesen Tagen gezeigt.

Aber das Schlimmste an diesen schrecklichen Vorgängen sind die bleibenden Verletzungen und Narben in der Biographie und Seelen der Opfer. Sie sollten stets im Zentrum von Aufarbeitung und Aufklärung stehen.

Unsere Redaktion erreichte in diesen Tagen viele Stimmen, nicht nur zu diesen jüngsten Enthüllungen, sondern insbesondere zu dem massiven Missbrauchskandal der irischen Kirche.„Für Papst Benedikt müsste es doch konsequent sein, die Bischöfe und Kardinäle, die über viele Jahre Mitwisser ( teilweise auch Mittäter) waren, nicht nur ihres Amtes zu entheben, sondern diese auch einer weltlichen Gerichtsbarkeit zuzuführen und damit auch einen juristisch abgesicherten Strafzuführungsprozess nach den Grundsätzen der zivilen Strafprozessordnung in die Wege zu leiten“, erklärte Paul Haverkamp, ehemaliger Religions-Pädagoge an einem Lingener Schulzentrum gegenüber Zenit: „Sowohl zur stillschweigenden Duldung als auch zur aktiven pädophilen Täterschaft sollte sich der Papst zu einer eindeutigen und unmissverständlichen Vorgehensweise durch dringen“.

Der Standpunkt des Papstes angesichts von Missbrauch ist klar. Den irischen Bischöfen gegenüber fielen Wörter wie „abscheulich“ und „verwerflich“.(Zenit berichtete) Am vergangenen Montag hat der Bischof von Rom wieder einmal in unzweideutiger Weise an die biblische Lesart für ein Vorgehen seitens der Kirche erinnert: "Wer einem von diesen Kleinen, die an mich glauben, zum Bösen verführt, für den wäre es besser, wenn er mit einem Mühlstein um den Hals im tiefen Meer versenkt würde."(Mt 18,6) (Zenit berichtete)

Das Hauptproblem von Verantwortlichen in der der Kirche, ist aber der Umgang mit solch einem kranken Verhalten, das Menschen unwürdig, unethisch und eindeutig gesetzeswidrig ist. Verharmlosung oder ein Vertuschen dürfe es nicht geben, erklärte der Trierer Bischof Ackermann gestern. „Die Vorgänge seien erschütternd und verheerend für das Ansehen und die Glaubwürdigkeit der Kirche, so der Bischof.

Es ist ein Verdienst der Jesuiten durch den Druck der Leidenden unter den Opfern, endlich das vermeintliche Schweigen über diese schrecklichen Vorgänge in aller Öffentlichkeit gebrochen zu haben. Sie haben in sichtbarer Geschlossenheit gezeigt, dass sie aus dem Zeitalter von Strukturen eines kirchlichen Schattenreichs ins Licht konsequenter Aufklärung treten wollen. Sie haben bewusst und entschieden, trotz Scham vor Öffentlichkeit seitens der Opfer und blockierender kirchlicher Sachzwänge, diese Vergehen von Ordensmitgliedern, die teilweise den Orden verlassen haben, in das Rampenlicht von Kirche, Gesellschaft und öffentlicher Medien gestellt.

Damit hat die Gesellschaft Jesu anders als manch andere Einrichtung, nicht nur der katholischen Kirche, den endgültigen Bruch mit verschleierndem Schweigen, vermeintlichem Gehorsam, ‚höheren verantwortlichen Instanzen' gegenüber gewagt und sich den Vergehen aus den eigenen Reihen aber auch den eigenen Unterlassungssünden gestellt.

Das ist ein Schritt der Anständigkeit, der Gerechtigkeit mit den Opfern und den Tätern, die sich ihren Vergehen nie öffentlich stellen mussten. Es zeugt auch von tiefem Glauben. Wer sich Gesellschaft Jesu nennt, weiß dass alles, was in unserer Öffentlichkeit „Imageverlust“ genannt wird, zu einer Kategorie gehört, die angesichts der Seligpreisungen für Christen an sich kein Wert ist. Deshalb muss eine gläubige Kirche auch nicht aus Sorge um eine Beschädigung ihres Rufes, Mittäter im Verschweigen und Verdecken und Verdrängen werden. Sie muss sich auch nicht zwangsweise, oft unbewusst, in den Seilschaften und Gefolgschaften des Kranken und Perversen verfangen.

Deshalb sollte sich eigentlich gerade Kirche ohne Angst schonungslose Aufklärung mit Verurteilung abscheulichen Verhaltens leisten können, aber unter Wahrung der Würde der Täter.

Nicht nur seit König David, der von seinem perverser Narzissmus bis zum Mord getrieben wurde, überlebt das Volk Gottes unheilvolle Biographien und schreitet Kraft der reinigenden und heilsamen Gnade Gottes in der Zeit voran. Aber König David wurde von Gottes Propheten, anhand seiner eigenen theoretischen moralischen Kategorien der Schuld überführt, bekannte sie und zeigte Reue. Erst dadurch wurden seine Gebete authentisch. Für diesen aufklärenden, zuweilen schmerzhaften Weg der Aufarbeitung gibt es keinen Ersatz. Dieser muss auch in Zusammenarbeit mit den zivilen Behörden gegangen werden.

In diesem Sinne ist es zu begrüßen, dass der Provinzial der Deutschen Jesuiten, P. Dartmann SJ jüngst einen seiner Mitbrüder zur Selbstanzeige bei den Behörden ermahnte. P. Theo Schneider SJ trat am Dienstag als Rektor des Aloisiuskoleg in Bad Godesberg "im Interesse einer lückenlosen Aufklärung" zurück. Landauf und landab sprechen Jesuiten das Thema ernsthaft und betroffen in Gottesdiensten und öffentlichen Verantaltungen an.

„Die katholische Kirche sollte sich endlich eingestehen, dass es einen Zusammenhang zwischen der Pflichtzölibatsforderung und dem Fehlverhalten von Klerikern gibt und sich hinsichtlich des starren Festhaltens am Pflichtzölibat einer Neuregelung dieser dringenden Frage nicht verweigern“, so Paul Haverkamp Autor des Buches, „Kirche im Spannungsfeld“.

Mit diesem vermeintlichen Lösungsvorschlag endeten in den letzten Tagen viele Analysen der jahrzehntelang verdeckt gebliebenen, beklagenswerten Fälle von Missbrauch, sei es in einschlägigen Boulevardmagazinen, wie Bild oder in vermeintlich seriösen Nachrichtenmagazinen wie Stern und Spiegel, die sich im Niveau nicht groß unterschieden.

Missbrauch ist keine Folge von vermeintlich „weltfremden“ zölibatären Lebensformen innerhalb der katholischen Kirche. Diese These greift viel kurz: Die erschütternden Ausmaße von Kindesmissbrauch sind ein gesellschaftliches Problem. Dafür steht das jahrzehntelange Engagement von hochkarätigen Einrichtungen angesichts von über 200.000 Missbrauchsfällen, denen es vorrangig um Hilfe für die Opfer geht und um schonungslose Aufklärung und Prävention.

Experten warnen euopaweit: Die Pädophilen-Lobby sickert zunehmend in die Risse von gefährdeten Familien ein und findet einen fruchtbaren Boden in einer „Fortschrittsmentalität“, die eine sexuelle Neigung für Kinder für normal hält (Zenit berichtete).

<>"Es geht darum Mädchen und Jungen zu schützen, für ihre Rechte auf sexuelle und körperliche Unversehrtheit einzutreten, ihnen einen Rahmen zu ermöglichen, in dem sie sich ungehindert entwickeln können und es geht darum, Erwachsene dafür zu gewinnen für den Schutz der Mädchen und Jungen in die Verantwortung zu gehen", heißt es in einem Werk der ersten Stunde das gegen Missbrauch kämpft. Die AMYNA e.V. wurde 1989 gegründet, um der Prävention von sexuellem Missbrauch ein eigenes Gewicht zu verleihen. Er trägt den programmatischen Namen: "Verein zur Abschaffung von sexuellem Missbrauch und sexueller Gewalt".

Die Vision, eine Gesellschaft frei von sexuellem Missbrauch und sexueller Gewalt zu gestalten, trieb den Verein an, der mittlerweile von der Stadt München Förderung für das "Projekt zur Prävention von sexuellem Missbrauch" erhält. Prävention von sexuellem Missbrauch, so die Experten, ist ein buntes und vielfältiges Arbeitsgebiet. Es ist mutlikulturell, geschlechtsrollenöffnend, generationenübergreifend, selbstverständlich sozialraumorientiert. Es gibt also Licht im Dunkel. Angela Reddemann  Zenit 11

 

 

 

 

Benedikt XVI.: „Schauen auf Christus heißt, die Menschenwürde zu leben“

 

Die Würde des Menschen im Gebet erkennen – daran hat Papst Benedikt an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz erinnert. In einer vollen Audienzhalle setzte der sichtlich gut gelaunte Papst seine Ansprachen über bedeutende Gestalten der Kirchengeschichte fort. Dabei stand dieses Mal der heilige Antonius von Padua im Mittelpunkt. Antonius, ein gebürtiger Portugiese, trat nach seiner Zeit als Augustiner-Chorherr den Franziskanern bei. Im Jahr 1221 begegnete er noch selbst dem heiligen Franz von Assisi. Als Prediger und Theologe trug er maßgeblich zu einer Festigung der franziskanischen Spiritualität bei. Besonders aber lag Antonius das Gebet am Herzen. In der dort erkannten Liebe Gottes werde erst tieferes Erkennen und Nächstenliebe möglich.

 

„Dabei steht im Mittelpunkt seiner Verkündigung stets Christus. Die Betrachtung der Geheimnisse der Menschheit Jesu, vor allem seiner Geburt und seines Todes am Kreuz, weckt in uns die Liebe und die Dankbarkeit gegenüber Gott und zeigt uns zugleich die Würde des Menschen. Gott selbst ist Mensch geworden. So hoch sieht er die Würde des Menschen an. Der Blick auf den Gekreuzigten ist Quelle der Erkenntnis unserer Würde. Er verpflichtet uns, diese Würde und Liebe zu leben, die er gelebt hat.“ (rv 10)

 

 

 

 

Andrea Gensel: ''Viele Priester sind einsam, wütend und verzweifelt''

 

„Nächstenliebe ist auch in der Kirche nicht gerade verbreitet“ Andrea Gensel therapiert Geistliche, die mit dem Zölibat nicht zurechtkommen. Doch die Kirche will von Depressionen und Alkoholismus nichts wissen.

 

Frau Gensel, mit welchen Problemen kommen Priester zu Ihnen?

 

Das größte Thema ist Einsamkeit. Und Einsamkeit kann Suchtkrankheiten und Depressionen auslösen. Selbst wenn ein katholischer Priester eine Freundin oder einen Freund hat und somit eigentlich nicht einsam ist, muss er die Beziehung verheimlichen, er kann sich mit niemanden austauschen. Das macht einsam.

 

Inwieweit haben diese Probleme mit dem Zölibat zu tun?

 

Als Gesprächstherapeutin sehe ich im Zölibat ein Mittel zur Triebunterdrückung. Und Triebunterdrückung ist ungesund. Aber es gibt natürlich Priester, die glücklich mit dem Zölibat leben. Der Zölibat hat auch nicht automatisch zur Folge, dass Übergriffe auf Kinder stattfinden. Das Risiko von sexuellem Missbrauch besteht überall dort, wo mitunter sexuell schwer gestörte Erwachsene auf Kinder treffen. Das gilt genauso für die evangelische Kirche, staatliche Kindergärten und Schulen oder Sportvereine. Aber zu mir kommen Priester, die nicht zölibatär leben können oder wollen oder die es stört, dass Kollegen das Zölibat brechen und es keine Konsequenzen gibt. Sehr viele katholische Priester sind homosexuell und haben eine Beziehung zu einem erwachsenen Mann oder einer Frau oder haben gar Kinder. Dass das einfach ignoriert wird, führt zu psychischen Problemen und treibt viele in die Alkoholsucht. Mehrere Priester haben mir erzählt, dass die eigene Suchtklinik der katholischen Kirche auf Jahre ausgebucht ist. Aber auch darüber wird aus Personalnot hinweggesehen, bis der Priester zum Altar torkelt.

 

Dann ist aber doch der Zölibat schuld, zumindest mittelbar.

 

Viele Priester empfinden die Art und Weise, wie mit dem Widerspruch zwischen Ideal der Wirklichkeit umgegangen wird, als „große Heuchelei“. Einige haben erzählt, dass es Kurse während der Ausbildung gibt, in welchen man versucht heraus zu finden, welche Priesteramtskandidaten homosexuelle Neigungen haben. Es soll die Hälfte sein. Wiederum andere haben berichtet, dass es in ihrem Priesterseminar eine eigene Gruppe gibt, in der sich die Homosexuellen treffen. Dieser Kreis nennt sich „Rosa Synode“. Das weiß jeder. Aber es wird geleugnet. Und das macht viele Priester wütend, einsam und verzweifelt.

 

Fühlen sich die Männer von Ihrer Kirche alleingelassen?

 

Ja, das höre ich häufig. Einer erzählte, dass er seinen Bischof in drei Jahren zweimal gesehen hat und nicht einmal gefragt wurde, wie es ihm geht. Nächstenliebe ist auch in der Kirche nicht gerade verbreitet. Außerdem herrscht viel Missgunst und Neid. Da unterscheiden sich Priester nicht von Mitarbeitern in der Wirtschaft. Aber weil Neid als Sünde gilt, wird in der Kirche auch darüber nicht offen gesprochen.

 

Was müsste sich ändern?

 

Es muss Klarheit geschaffen werden. Entweder, indem der Zölibat aufgehoben wird oder indem das Durchbrechen des Zölibats nicht geduldet wird. Dass aus Personalnot darüber hinweggesehen wird, führt zu dieser Grauzone, die Menschen kaputt macht.

 

Wie versuchen Sie, Priestern zu helfen?

 

Wir schauen erst einmal, wie stabil jemand ist und was er braucht, um wieder gesund und glücklicher zu werden. Er hat ja nur die Möglichkeit, sich mit dem Zölibat zu arrangieren oder sein Amt niederzulegen. Manchen helfen wir, eine andere Perspektive auf ihr Leben zu bekommen, damit sie die Situation nicht mehr so belastet. Wenn jemand den Wunsch äußert auszusteigen, unterstützen wir ihn dabei, indem wir zum Beispiel Tipps geben, wo er sich mit seiner Ausbildung beruflich außerhalb der Kirche eingliedern könnte Aber dieser Schritt ist sehr schwer. Dazu muss jemand erst einmal wieder innerlich stabil sein.

 

Sie haben die 27 katholischen Bistümer angeschrieben und sie auf die Not der Priester hingewiesen. Wie haben sie reagiert?

 

Nur zwei haben überhaupt geantwortet und lediglich darauf hingewiesen, dass Priester beichten können und es in ihren Bistümern keine Probleme gibt. Daraufhin haben wir nochmals alle Bistümer angerufen. Ein einziger Erzbischof hat sich angehört, was wir zu sagen haben. Die anderen haben ausrichten lassen, dass kein Interesse an Details besteht.

 

Haben Sie den Eindruck, dass es ein Problembewusstsein bei den Bistümern gibt? Gar ein Umdenken?

Nein.  (Das Interview führte Claudia Keller  Tsp 10)

 

 

 

 

 

Kindersoldaten: Caritas fordert besseren Schutz. Internationaler Aktionstag am 12. Februar

 

FREIBURG -Ein konsequenteres Einschreiten gegen den Einsatz von Kindersoldaten fordert der Leiter von Caritas international, Oliver Müller. "Unsere Arbeit zur Resozialisierung ehemaliger Kindersoldaten kann langfristig nur Erfolg haben", so Müller, „wenn wir politische Unterstützung erhalten.“ Dazu müsse insbesondere der Druck auf die Verantwortlichen verstärkt werden. Wichtig sei es, zum einen das Verbot einer – zwangsweisen wie freiwilligen - Rekrutierung von Minderjährigen konsequent umzusetzen. Zum anderen müsse der Internationale Strafgerichtshof gegen Regierungen und Milizen tätig werden, wenn diese Kinder im Krieg einsetzen.

Anlässlich des internationalen Aktionstages gegen den Einsatz von Kindern als Soldaten am 12. Februar wies Müller darauf hin, dass nach Schätzungen der Vereinten Nationen 250.000 Kinder weltweit in bewaffneten Konflikten eingesetzt werden. „Es darf nicht sein, dass Kinder zum Töten erzogen und missbraucht werden“, sagt Müller, „das zu verhindern muss eine internationale Aufgabe werden.“

Caritas international, das Hilfswerk der deutschen Caritas, unterstützt zahlreiche Projekte etwa in Liberia, Uganda und Kongo, in denen ehemaligen Kindersoldaten ein Weg zurück in das zivile Leben ermöglicht werden soll. Beispielsweise betreut Caritas Goma ehemalige Kindersoldaten in fünf Übergangszentren in Ostkongo und versorgt sie medizinisch und psychologisch. Ziel ist die Rückkehr in ihre Familien. Die Caritas hat in vielen Fällen selbst die Freilassung der Kinder erreichen können. Denn die Mitarbeiter stehen im Kontakt mit Armee- und Milizführern und verhandeln über die Demobilisierung. Die Projekte richten sich auch an Öffentlichkeit mit dem Ziel, die Bevölkerung für das Thema Kinderrechte zu sensibilisieren. Zenit 11

 

 

 

Ökumene: „Keiner darf die Hände in den Schoß legen“

 

Für eine erfolgreiche Ökumene müssen sich alle Glaubensgemeinschaften gemeinsam bewegen. Darauf weist der anglikanische Exeget, Tom Wright, hin. Der Bischof von Durham im Norden Englands hat in den letzten Tagen am ökumenischen Symposion in Rom teilgenommen, das an diesem Mittwoch mit der Feier der Vesper in Sankt Paul vor den Mauern zu Ende geht. Der Rat für die Einheit der Christen unter Kardinal Walter Kasper hatte eingeladen, sich unter dem Titel „Die Früchte ernten“ über Stand und Fortschritt im ökumenischen Prozess auszutauschen. Bischof Wright benennt im Gespräch mit uns einen grundlegenden Wandel in dem, was Ökumene heute will.

 

„Vor vierzig Jahren haben wir alle noch einen – wie soll ich sagen – modernistischen Traum gehabt. Das war mein ganzes Leben lang so. Einen Traum der einen Theorie für alles. In Physik genauso wie in der Politik, den Vereinten Nationen etwa, würde die Welt zusammenwachsen und das war wunderbar. Das war der Traum, mit dem die Ökumenische Bewegung vor 100 Jahren begonnen hat. Die Ereignisse des 20. Jahrhundert haben diesem Optimismus irgendwie den Boden unter den Füßen weggezogen: sozial, kulturell, und auch theologisch.“

 

Die am schnellsten wachsenden Kirchen in der postmodernen Welt seien heute die Pfingstkirchen, und denen sei es egal, ob Anglikaner oder Katholiken oder Methodisten irgendwie zustimmen. Sie predigten den gekreuzigten Herrn und ignorierten die ökumenische Bewegung. (rv 10)

 

 

 

 

 

Gottesdienste für Verliebte und Verlobte zum Valentinstag

 

Beispiele aus dem Angebot im gesamten deutschsprachigen Raum

 

ROM - Zum Valentinstag bieten viele Pfarrgemeinden im deutschsprachigen Raum wieder Gottesdienste für Verliebte, Verlobte und Verheiratete an, darunter auch im Erzbistum München und Freising, in der Diözese Limburg, im Erzbistum Berlin und in der Diözese Graz-Seckau. Zahlreiche Legenden sind mit dem Heiligen Valentin als Patron der Liebenden verbunden. Valentin kümmerte sich fürsorglich um Trostsuchende und beschenkte sie mit Blumen aus seinem Garten. Trotz eines kaiserlichen Verbotes traute der Priester Liebespaare nach christlichem Ritus und begleitete sie als Seelsorger. Am 14. Februar 269 wurde Valentin in Rom enthauptet.

Vorchristliches Brauchtum verknüpfte sich später mit der Verehrung des Märtyrers. Im Mittelalter entstand der Brauch, Frauen am Valentinstag Blumen zu verehren. Diese Sitte kam im 20. Jahrhundert über die USA zurück nach Europa.

Die Erzdiözese Wien will 100.000 "Liebesbriefe von Gott" zum Valentinstag durch Valentinsbotinnen und -boten verteilen. Sie machen am 14. Februar darauf aufmerksam, dass Gott jedem Menschen nahe sein möchte. "Es ist meine Freude, dass es dich gibt. Denn ich habe dich gewollt. Du bist unendlich wertvoll in meinen Augen. Denn ich liebe dich!"

An der Verteilaktion beteiligen sich mehr als 100 Pfarrgemeinden. Ab Samstagvormittag gibt es die Briefe auf großen Plätzen wie dem Stephansplatz und Karlsplatz oder auf der Mariahilfer Straße. Im Laufe des Tages bekommen auch Patientinnen und Patienten in einigen Wiener Krankenhäusern einen "Liebesbrief von Gott". Im Stephansdom findet am 13. Februar um 20.30 Uhr eine "Segnung der Liebenden" mit Dompfarrer Anton Faber statt.

In der bayrischen Haupstadt sind am Vorabend des Valentinstages, Samstag, 13. Februar, um 18.00 Uhr alle Liebenden zu einem Valentinsgottesdienst in die St. Michaelskirche in der Münchner Fußgängerzone, Neuhauser Straße 6, eingeladen. Die Eucharistiefeier mit anschließender Einzelsegnung steht unter dem Motto „...der Liebe wegen" und wurde in Kooperation mit dem Fachbereich Ehe, Familie, Alleinerziehende im Erzbischöflichen Ordinariat vorbereitet.

Im Erzbistum München und Freising werden Gottesdienste zum Valentinstag in mehreren Pfarreien angeboten. Die Kirche möchte damit Menschen in ihrer religiösen Sinnsuche ansprechen und ihre Sehnsucht nach gelingenden Beziehungen christlich deuten. Zu einem ökumenischen Gottesdienst laden die katholische Pfarrei St. Anna und die evangelisch-lutherische St.-Lukas-Kirche in München am Sonntag, 14. Februar, um 17.00 Uhr nach St. Lukas, Steinsdorfstraße, ein. Im Münchner Stadtteil Fürstenried steht der ökumenische Gottesdienst am Freitag, 12. Februar, um 19.00 Uhr in der Pfarrkirche Wiederkunft des Herrn, Allgäuerstraße 40, unter Motto „...der Liebe wegen".

In Miesbach findet am Sonntag, 14. Februar, um 19.00 Uhr in der Pfarrkirche Mariä Himmelfahrt ein „Segensgottesdienst für Liebende" mit anschließendem Stehempfang statt. In Landshut sind Verliebte zum Valentinsgottesdienst am Freitag, 12. Februar, um 18.00 Uhr in die Krypta von St. Jodok eingeladen.

Die katholische Kirche in Frankfurt lädt Paare zu einem besonderen Rendezvous ein. Fünf Gottesdienste bieten über die ganze Stadt verteilt Verliebten die Gelegenheit, die Liebe zueinander in den Blick zu nehmen und einen persönlichen Segen für das Glück zu zweit zu empfangen. Aber auch Menschen, die der Valentinstag schmerzlich daran erinnert, dass sie unglücklich verliebt oder noch alleine sind, sind zu den Segensfeiern herzlich eingeladen.

Bereits am Freitag, 13. Februar, lädt die Katholische Pfarrei St. Josef in Bornheim, Berger Straße 135, um 20.00 Uhr zum Gottesdienst ein. Zur gleichen Zeit feiert im Nordend die Pfarrei St. Bernhard, Koselstraße 11-13, ihren Valentinsgottesdienst. Am 14. Februar, dem eigentlichen Valentinstag, folgen um 11.00 Uhr ein ökumenischer Gottesdienst in der Pfarrei Mutter vom Guten Rat in Niederrad, Bruchfeldstraße 51, und um 18.00 Uhr in St. Josef in Höchst, Hostatostraße 12, eine Eucharistiefeier. Den Abschluss bildet die Katholische Hochschulgemeinde (KHG) mit dem Universitätsgottesdienst am Sonntag, 15. Februar, um 19.00 Uhr in der Kirche St. Antonius im Westend, Savignystraße 15. Im Anschluss an die Valentinsfeiern sind alle Besucher auf ein Glas Sekt und zur Begegnung eingeladen.

Im Berliner Erzbistum findet der Segen in der Kirche St. Joseph, Müllerstr. 161, in Berlin-Wedding statt, um 19.00 Uhr am Valentinstag. Kommen können alle Paare, die ihre Liebe und ihre Beziehung unter den Segen Gottes stellen wollen. Im Anschluss gibt es jeweils die Möglichkeit zur Begegnung.

Auch die Diözese Graz-Seckau erwartet Liebende zum Gottesdienst am Valentinstag, etwa in der Stadtpfarrkirche Graz gegen 17.00 Uhr, ab 16.46 Uhr läuten die Glocken, das Hauptportal wird geöffnet, wo Pater Josef und zwei weitere Personen die Kirchenbesucher begrüßen. Um 16.55 Uhr beginnt die Musik mit Saxophon, Klavier und einer Jazzsolistin. Um 17.05 Uhr eröffnet Pater Josef den Gottesdienst. (mk, Zenit 10)

 

 

 

Leitartikel. Zölibat unter Verdacht

 

In der offenen Gesellschaft gibt es für die Kirche keine Reservate und keinen Artenschutz. Sie muss sich den Missbrauchsvorwürfen stellen – ohne Heimlichtuerei.

Von Joachim Frank

 

Zölibatär – verklemmt – pädophil – kriminell. In rasanter Folge klackern jetzt wieder die Begriffe, seit der sexuelle Missbrauch von Schülern durch Jesuiten-Patres am Berliner Canisius-Kolleg bekanntgeworden ist. In einem Männer-Kollektiv, das seinen Geschlechtstrieb seit dem Mittelalter mit einem Sex-Verbot auf Lebenszeit deckelt, wird der Druck im Kessel halt irgendwann übermächtig. Soll sich also keiner wundern, wenn Patres und Pastöre sich an kleinen Jungs vergreifen.

 

Das Argument wirkt so einleuchtend, dass seine bedenkliche anthropologische Prämisse kaum auffällt: Den Sexualtrieb nicht auszuleben, wäre demnach kaum möglich ohne gravierende psychische Schäden. Oder anders gesagt: ohne Sex kein normales Leben. Das mag als plausibel erscheinen in einer Gesellschaft, in der die Potenz ständiger Gesprächsstoff ist. Es widerspricht aber aller Erfahrung: Sexuelle Abstinenz kommt in den besten Ehen vor, die meisten Kulturen kennen sozial hoch geachtete Modelle dauerhafter Enthaltsamkeit. Und am Ende kann die Dampfkessel-Theorie den Kindesmissbrauch durch Täter nicht erklären, deren Sexualleben frei von Zölibatspflicht und kirchlicher Kuratel ist.

 

Trotzdem sind die wachsenden Vorbehalte gegen die Ehelosigkeit der Priester ein zentrales Problem für die Kirche. Zum einen haben sie zu einer Art Wagenburgmentalität geführt, zum anderen geht dem Zölibat die soziale Legitimation verloren, so dass er tatsächlich als Fremdkörper, als versteinertes Überbleibsel vergangener Epochen erscheint. Der Klerus spürt, dass seine Lebensform kaum noch verstanden oder gar unter Generalverdacht gestellt wird. Einstmals wesentliche Motive für den Zölibat sind hinfällig geworden, speziell die über Jahrhunderte tradierte Leibfeindlichkeit der katholischen Theologie und ein negatives Frauenbild. Als geistliches Zeichen – "um des Himmelreiches willen" – ist der Zölibat selbst praktizierenden Katholiken fremd. Ein fast mitleidiges "Für mich müssten Sie aber nicht so leben, Herr Kaplan" bekommen schon die jungen Geistlichen in ihren Pfarreien zu hören.

 

Damit klafft im Profil des geistlichen Amtes eine gewaltige Leerstelle. Das wiederum hat gravierende Folgen für den Priesternachwuchs: Für welchen jungen Mann ist ein Berufsbild noch attraktiv, das nicht nur mit Dauerstress und struktureller Überforderung aufwartet (Stichwort: Priestermangel), sondern obendrein mit schwindendem Rückhalt für eine so existenzielle Entscheidung wie den Verzicht auf Ehe und Familie? Viele Ausbilder wissen um die Gefahr einer Negativ-Auslese und sehen sich mit dem Problem konfrontiert, an eine immer kleinere Zahl von Kandidaten für das Priesteramt immer strengere Maßstäbe anlegen zu müssen.

 

Hinzu kommt, dass viele Bischöfe einst auf einer niedrigeren Stufe ihrer Karriereleiter direkt oder indirekt mit der Aus- und Fortbildung der Priester betraut waren. Jeder Fall von Kindesmissbrauch stellt damit die eigene Menschenkenntnis, die Kompetenz und die Sorgfalt in der Personalauswahl in Frage. Die kirchlich Verantwortlichen kennen die Täter oft seit Jahrzehnten und verfallen nur allzu leicht in den Reflex, dass nicht sein kann, was nicht sein darf.

 

Der Zölibat erweist sich somit sehr wohl als ein Strukturproblem – weit über die Frage einer gestörten Sexualität einzelner Geistlicher hinaus. Doch darüber reden nur die wenigsten Bischöfe offen. Die meisten fühlen sich von Feinden der Kirche und den bösen Medien verfolgt und halten verbissen dagegen. Das trübt ihren Blick und hemmt ihre Kräfte im schonungslosen Kampf gegen Kindesmissbrauch. Vordergründig und mit gutem Recht machen sie geltend, dass jeder Vorwurf sorgfältig zu prüfen sei, um fälschlich Beschuldigte womöglich vor der Vernichtung ihrer sozialen Existenz zu bewahren. Aber zugleich schwingt die Angst vor dem Skandal mit, dem Makel, dem Ansehensverlust.

 

Dabei ist das weitaus größere Übel doch das Vertuschen und Verharmlosen – strafrechtlich, moralisch und medial. Das gilt umso mehr, wenn durch ein bloßes Versetzen der Täter – wie im Berliner Fall – noch mehr Kinder in Gefahr geraten. Es ist verbrecherisch, skrupellos wie dumm, solcher Vergehen mit Heimlichtuerei Herr werden zu wollen. Und es ist zutiefst reaktionär: In der offenen Gesellschaft gibt es für die Kirche keine Reservate und keinen Artenschutz. Das anzuerkennen, hat für Papst und Bischöfe mindestens so viel mit der Ankunft in der Gegenwart zu tun wie eine Debatte über die Zukunft des Zölibats. FR 11

 

 

 

Bischof Ackermann: Zölibat nicht Auslöser für Kindesmissbrauch

 

Der Trierer Bischof Stephan Ackermann sieht im Zölibat nicht den Auslöser für die Fälle von Kindesmissbrauch in der katholischen Kirche. «Alle ernstzunehmenden Untersuchungen machten deutlich, dass es einen solchen Zusammenhang nicht gibt», sagte Ackermann am Mittwoch in Trier.

«Immer dann, wenn Missbrauchsfälle durch Priester bekanntwerden, gibt es auch die Tendenz, Priester unter den Generalverdacht einer sexuellen Verklemmtheit und Abartigkeit zu stellen. Diese Einschätzung geht an der Wirklichkeit vorbei», sagte der Bischof. Sie werde auch der Ernsthaftigkeit des Themas und dem Leid der Opfer nicht gerecht. «Und immer muss es um die Opfer gehen, sie müssen im Mittelpunkt stehen, ihnen muss – soweit das möglich ist – geholfen werden», sagte Ackermann.

Die zahlreichen Fälle sexuellen Missbrauchs, die seit Ende Januar vom Berliner Canisius-Kolleg bekanntwurden, seien «erschütternd und verheerend» für das Ansehen und die Glaubwürdigkeit der Kirche, sagte Ackermann. Er sei jedoch froh, dass die Jesuiten so offensiv mit dem Thema umgingen. An erster Stelle sei jetzt eine lückenlose Aufklärung gefordert, eine Verharmlosung oder Vertuschung dürfe es nicht geben.

Ackermann verwies darauf, dass es seit 2002 im Bistum Trier einen Beauftragten gebe, an den sich Opfer von sexuellem Missbrauch direkt wenden könnten. Seitdem habe es zwar in Trier keinen Fall von Missbrauch gegeben, «das entbindet uns aber nicht davon, weiter alles erdenklich Mögliche zu tun, damit das auch so bleibt.» So werde etwa in der Priesterausbildung schon heute das Thema Sexualität nicht tabuisiert, sondern «offen und unverkrampft» behandelt. na/ddp 11

 

 

 

 

Missbrauchsskandal Erdrückende Vorwürfe: Jesuiten-Rektor geht

 

Erste personelle Konsequenz im Missbrauchsskandal: Der Rektor des Bonner Aloisiuskollegs gibt sein Amt auf. Erzbischof Zollitsch schweigt weiter.

Der Skandal um sexuellen Missbrauch an Jesuiten-Schulen in Deutschland hat erste personelle Konsequenzen. Der Rektor des Bonner Aloisius-Kollegs, Pater Theo Schneider, trat mit sofortiger Wirkung zurück.

Das teilte die Deutsche Provinz der Jesuiten in München mit. Der Pater halte diesen Schritt auch wegen der gegen ihn gerichteten Vorwürfe - etwa der Mitwisserschaft – im Interesse einer lückenlosen Aufklärung für angeraten, hieß es. Der Provinzial der Deutschen Provinz der Jesuiten, Stefan Dartmann, habe den Rücktritt angenommen. In den nächsten Tagen werde eine kommissarische Leitung des Kollegs bestellt.

 

Seit gut einer Woche waren Missbrauchsfälle von allen drei deutschen Jesuiten-Gymnasien - dem Berliner Canisius-Kolleg, dem Kolleg St. Blasien im Schwarzwald und dem Bonner Aloisius-Kolleg - bekanntgeworden und hatten für viel Aufsehen gesorgt.

Betroffen sind auch eine frühere Jesuitenschule in Hamburg und weitere Einrichtungen. Erste Missbrauchsfälle aus den 70er und 80er Jahren waren am 28. Januar in Berlin öffentlich geworden. Dann kamen weitere Taten von drei Jesuiten-Patres in Hamburg, Hildesheim, Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn ans Licht.

Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, ließ unterdessen bekannt geben, sich aktuell nicht zu den Berichten äußern zu wollen. Die Bischofskonferenz werde sich auf ihrer Frühjahrsvollversammlung vom 22. bis 25. Februar in Freiburg mit dem Thema beschäftigen. Papst Benedikt XVI. hatte am Montag allgemein die Verletzung der "Rechte des Kindes" verurteilt. Leider hätten "auch einige Kirchenmitglieder diese Rechte verletzt". (dpa 9)

 

 

 

In Eritrea droht eine Hungersnot

 

"Eritrea muss seine Grenzen dringend wieder öffnen, um eine Hungersnot

zu verhindern", fordert der Seelsorger für die deutschsprachigen

Katholiken im Nahen Osten, Msgr. Joachim Schroedel. Im Gespräch mit dem

weltweiten katholischen Hilfswerk "Kirche in Not" befürchtet Schroedel,

dass sonst "viele Menschen in Eritrea den Hungertod sterben müssen". Von

der Weltöffentlichkeit größtenteils unbemerkt spiele sich in dem

nordostafrikanischen Land inzwischen ein humanitäres Drama ab. In den

letzten Monaten habe sich die Situation nach Aussage Schroedels

 

dramatisch verschärft. Wegen politischer Spannungen zwischen Äthiopien

und Eritrea stehe der Handel zwischen beiden Ländern praktisch still.

Versorgungsengpässe und Hunger seien in Eritrea darum inzwischen an der

Tagesordnung.

 

Das Hauptproblem Eritreas sieht Schroedel vor allem in der autoritären

Staatsführung unter Präsident Isaias Afewerki. Die Regierung leugne

strikt alle Probleme im Land. Der Staat sei nicht ehrlich und lasse

seine Bürger lieber verhungern, als Fehler zuzugeben. Auch Religions-

und Pressefreiheit gebe es im Gegensatz zu offiziellen Behauptungen

nicht. Die Kirche werde unterdrückt, viele christliche

Hilfsorganisationen dürften inzwischen nicht mehr ins Land einreisen.

Immer wieder erhalte er Berichte, dass katholische Ordensfrauen auf der

Straße beschimpft würden, manche seien sogar des Landes verwiesen worden.

 

Schroedel vermutet einen Zusammenhang zwischen den Repressionen gegen

Christen und der "Islamisierung" des Landes. Er befürchtet, dass sich in

Eritrea bald ähnliche religiöse Spannungen wie in Nigeria aufbauen

könnten, wenn nicht bald ein echter Dialog zwischen Christen und

Muslimen vorangetrieben werde.  Schroedel stellt fest: "In den knapp 15

Jahren, in denen ich als Seelsorger im Nahen Osten bin, ist die

Situation für die Christen eindeutig schwieriger geworden." Als eine

qualifizierte Minderheit würden dort Christen im Alltag meist nur wie

Bürger zweiter Klasse behandelt. KiN 10

 

 

 

 

Mainz. Generalvikar empfing Weihbischof Yosyf Milan aus Kiew

 

Austausch über Situation der unierten griechisch-katholischen Kirche in der Ukraine

 

Mainz. Der Mainzer Generalvikar, Prälat Dietmar Giebelmann, hat am Mittwoch, 10. Februar, Weihbischof Yosyf Milan aus Kiew im Bischöflichen Ordinariat in Mainz zu einem Gespräch empfangen. Milan gehört der griechisch-katholischen Kirche in der Ukraine an.

Der mit Rom unierten Kirche des byzantinischen Ritus (Katholische Ostkirche) gehören heute rund 5,2 Millionen Gläubige in der Ukraine, Polen, den USA, Südamerika, Australien und Westeuropa an. Die ukrainische griechisch-katholische Kirche, zu der sich in der Ukraine rund fünf Millionen Gläubige bekennen, war in der Zeit der Sowjetunion (1946-1989) verboten. Begleitet wurde der Weihbischof von Pfarrer Ivan Machuzhak, dem Kanzler der Apostolischen Exarchie für katholische Ukrainer des byzantinischen Ritus in Deutschland und Skandinavien. Milan war im vergangenen Jahr von Papst Benedikt XVI. zum Weihbischof von Kiew ernannt worden.

Die Anfänge der Seelsorge für die in Deutschland lebenden ukrainischen Katholiken des byzantinischen Ritus reichen bis in die 1920er Jahre zurück. Am 17. April 1959 errichtete Papst Johannes XXIII. für die in Deutschland lebenden katholischen Ukrainer des byzantinischen Ritus eine Apostolische Exarchie mit eigener Jurisdiktion, die direkt dem Papst untersteht, vergleichbar mit einem Apostolischen Vikariat der lateinischen Kirche. Seit dem Jahr 2000 ist Bischof Petro Kryk Apostolischer Exarch für katholische Ukrainer des byzantinischen Ritus in Deutschland und Skandinavien. tob (MBN) 

 

 

 

Deutschland: Kinder sind keine kleinen Erwachsenen

 

Ein hartes Urteil über die Bemessung von Hartz IV hat das oberste deutsche Gericht gefällt. Am Dienstag stand zur Entscheidung, ob die gegenwärtigen Verfahren den Verfassungsgrundsätzen entsprechen. Die Antwort: Nein, das tun sie nicht. Die aktuelle Bemessung der Regelsätze verstieße gegen das Grundgesetz, so das Gericht, und zwar gegen Paragraph 20, das Sozialstaatsprinzip, und gegen Paragraph 1, die Würde des Menschen. Prälat Peter Neher ist Präsident des deutschen Caritasverbandes. Er sieht eine Notwendigkeit der Änderung der Verfahren zur Festsetzung der Regelsätze, aber im Fokus hat bei dem Verfahren ja besonders eine Bevölkerungsgruppe gestanden: die Kinder.

 

„Der bisherige Regelsatz für Kinder ist ja ein prozentual abgeleiteter Satz des Erwachsenenregelsatzes. Und das Bundesverfassungsgericht hat eindeutig festgestellt, das dem eben nicht der jeweilige Bedarf von Kindern in unterschiedlichen Altersgruppen bis fünf,, bis 13 und bis 17 Jahren zu Grunde gelegt sind, sondern eben die Bedarfe eines allein stehenden Erwachsenen. Und das ist verfassungswidrig. Und deswegen bin ich persönlich mit dem Urteil sehr zufrieden und bin sehr überrascht über die Klarheit der Sprache! Im Urteil steht an mehreren Stellen, die Schätzungen seien ins Blaue hinein gemacht worden oder die Berechnungen seien ‚freihändig?.“ (rv 10)