Notiziario religioso 12-14 Febbraio 2010
Venerdì 12. Il commento al Vangelo. La guarigione del sordomuto
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 7, 31-37) commentato da P. Lino Pedron
31 Di ritorno
dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi
verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
32 E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. 33 E
portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e
con la saliva gli toccò la lingua; 34 guardando quindi
verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà»
cioè: «Apriti!». 35 E subito gli si aprirono gli
orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36 E
comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo
raccomandava, più essi ne parlavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto
bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Nel territorio
della Decapoli (che significa "dieci
città") portano a Gesù un uomo sordo e muto, supplicandolo di imporgli le
mani. Gesù conduce quest’uomo in disparte dalla folla, mette della saliva nelle
orecchie e gli tocca la lingua; poi alzando gli occhi al cielo emette un
sospiro e dice: "Effatà" cioè
"Apriti". La citazione in lingua aramaica vuole riportarci la parola
detta da Gesù, che parlava aramaico. Di fronte a questo
avvenimento viene spontaneo il ricordo del testo di Isaia:" Dite agli
smarriti di cuore: Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio. Allora si
apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno gli orecchi ai sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua
del muto" (Is 35,4-6).
L’uomo diventa la
parola a cui presta ascolto e dà risposta. Se ascolta Dio diventa Dio, se ascolta il demonio diventa demonio. Eva
ha ascoltato il maligno e ha partorito tutto il male del mondo. Maria ha
ascoltato Dio e ha partorito tutto il bene dell’umanità.
Dio è parola,
comunicazione e dono di sé. L’uomo è prima di tutto orecchio, e poi lingua.
Ascoltando Dio è in grado di rispondergli: entra in dialogo con lui. La
religione cristiana è la religione della parola e
dell’ascolto, della comunicazione con Dio che ci parla. Per questo, essere
sordi e muti (nel senso religioso) è il più grande dei
mali.
Con questo
miracolo Gesù ci fa capire che cosa vuole operare nei suoi ascoltatori. Noi
tutti siamo spiritualmente sordi, chi più chi meno; anche coloro
che ascoltano la parola di Dio rischiano di essere dei sordi selettivi,
ossia ascoltano quello che fa comodo e eliminano automaticamente tutto quello
che può turbare il loro placido sonno. Gesù è il medico venuto a ridarci la
capacità di dialogo con Dio e con i fratelli. Il cristiano, forse
come tutti, è un fenomenale divoratore di tante chiacchiere, ma risulta sovente
sordo e muto davanti alla Parola che lo fa uomo e figlio di Dio.
Gesù è venuto per
guarire il mutismo e la sordità dall’umanità per farla diventare il vero popolo
di Dio, un popolo che ascolta e risponde a colui che
gli dice:" Ascolta, Israele!" (Dt 6,4-5);
" Ascoltate!" (Mc 4,3); "Questi è il Figlio mio prediletto:
ascoltatelo!" (Mc 9,7).
Chi professa la
fede cristiana è, di professione, un ascoltatore di Gesù.
A parlare non si impara nulla, ad ascoltare gli stupidi si diventa
stupidi, ad ascoltare i saggi si diventa saggi, ad ascoltare Dio si diventa
Dio. De.it.press
Sabato 13. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 8,1-10) commentato da P. Lino Pedron
1 In quei giorni,
essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 «Sento compassione di
questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da
mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno
meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». 4 Gli risposero
i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5 E
domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». 6 Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei
sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai
discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la
benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. 8 Così essi
mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. 9
Erano circa quattromila. E li congedò.
10 Salì poi sulla
barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.
Marco riporta due
moltiplicazioni dei pani (6,35-46; 8,1-9).
Ciò che anzitutto
impressiona in questi racconti è la folla: una folla
numerosa, venuta a piedi da ogni parte, che segue Gesù giorni e giorni.
Secondo alcuni,
tanta folla farebbe sospettare la formazione di un movimento messianico di tipo
politico che vedeva in Gesù un possibile capo. Ciò è verosimile: del resto Giovanni,
a proposito del medesimo episodio, annota che le folle cercavano Gesù per farlo
re (Gv 6,15).
Il clima politico
della Galilea di quel tempo era surriscaldato e bastava poco a suscitare
fanatismi messianici. Scrive ad esempio Giuseppe Flavio: "Uomini
ingannevoli e impostori, che sotto apparenza di ispirazione
divina operavano innovazioni e sconvolgimenti, inducevano la folla ad atti di
fanatismo religioso e la conducevano fuori nel deserto, come se là Dio avesse
mostrato loro i segni della libertà imminente" (Guerra giudaica 2, 259).
In questa luce,
nella prima moltiplicazione dei pani, acquista importanza l’annotazione che
Gesù obbligò i discepoli ad allontanarsi, ed egli,
dopo aver congedata la folla, si ritirò sulla montagna a pregare (6,45-46).
Gesù non
accondiscende alle attese politiche della folla, ma si allontana da essa,
ritrovando nella preghiera la chiarezza della via messianica della croce e il
coraggio per percorrerla.
Questa seconda
moltiplicazione dei pani avviene in pieno territorio pagano come prefigurazione
dell’eucaristia universale, offerta in pienezza anche ai pagani. Le sette ceste
di pezzi avanzati sono destinate alle settanta nazioni pagane della tradizione biblica
ebraica (cfr Gen 10).
Ancora una volta
Gesù dona il pane e rinnova la sua misericordia. Non si stanca di noi, non si
scoraggia per la nostra durezza di cuore. Insiste con
il suo dono infinite volte. Tutta la storia è il tempo della pazienza di Dio. De.it.press
Domenica
14. Il commento al Vangelo. Le beatitudini
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 6,17.20-26) commentato da P.
Lino Pedron
17 Disceso con
loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran
folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da
Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
20 Alzati gli
occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
«Beati voi poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
21 Beati voi che
ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi che ora
piangete,
perché riderete.
22 Beati voi
quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno
e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo.
23 Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa
è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano
i loro padri con i profeti.
24 Ma guai a voi,
ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che
ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi che ora
ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai quando
tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.
In questo testo
del vangelo Gesù annuncia l’arrivo della salvezza promessa da Dio. Egli
proclama il mondo dei valori di Dio, capovolge la scala dei valori dell’uomo e
annuncia il modo con il quale Dio salva. Le beatitudini per i poveri e le
lamentazioni per i ricchi non vanno lette in chiave moralistica, cioè non
dicono che cosa deve fare l’uomo. Manifestano invece che cosa fa Dio in Gesù e
rivelano come agisce Dio nella storia umana. Nella discesa di Mosè dal monte
Dio, per mezzo dei dieci comandamenti, rivelò all’uomo cosa doveva fare; nella
discesa di Gesù dal monte Dio rivela che cosa fa lui. L’intento di questo
proclama è di rivelarci il volto di Dio in Cristo. In lui vediamo come Dio dona
a noi il suo regno.
Il verbo al
presente della prima beatitudine e della prima lamentazione (v. 20: è, v. 24:
avete) significa che il regno di Dio è già ora dei poveri e che già ora i
ricchi se ne escludono con un surrogato di consolazione.
Le beatitudini si
possono comprendere solo conoscendo che Dio è amore per tutti. Per questo la
sua giustizia è togliere a chi ha abusivamente e dare a chi non ha
ingiustamente. Il nostro concetto di giustizia "a ciascuno il suo",
più che sulla giustizia di Dio che è amore, si fonda sull’ingiustizia umana e
ne codifica l’egoismo da cui trae origine.
La distinzione
poveri-ricchi è di facile attribuzione all’esterno, ma di difficilissima
lettura all’interno della coscienza dell’uomo. Solo la
parola di Dio che penetra nel profondo dell’uomo ci fa capire se siamo dei
poveri-beati o dei ricchi-infelici.
Gesù proclama
felici i poveri non perché sono bravi o hanno dei meriti speciali, ma perché
Dio ama ciascuno secondo il suo bisogno, e il povero è colui
che ha più bisogno.
Il cristiano deve
impegnarsi a favore dei poveri per imitare Gesù. La storia e la cronaca del
mondo attuale, piena di miserie, di fame, di pianto e di ogni genere di mali è lo spazio d’azione del credente, se vuole essere anche
credibile.
I discepoli sono
beati anche perché partecipando al mistero di persecuzione e di morte del Cristo sono associati più profondamente alla sua missione di
salvezza. In questa circostanza non devono accontentarsi di avere pazienza o di
attendere che passi al più presto il momento della prova, ma devono vivere
intensamente in sé quanto dice il Maestro:"
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è
grande nei cieli" (6,23).
Le felicitazioni e
le congratulazioni per i poveri si fanno lamentazioni
e condoglianze per i ricchi. Il "guai a voi" non è
un grido di vendetta o di minaccia, ma un estremo grido di compianto, di
compassione e di lamento che Gesù rivolge ai ricchi perché mettono le cose al
posto di Dio e non hanno ancora sperimentato la gioia di colui che vende tutto
per acquistare il tesoro che è Cristo (cfr Mt 13,44).
Il regno di Dio
progredisce là dove il male e la miseria di ogni genere regrediscono
e scompaiono. La comunità cristiana è sulla strada di Cristo solo quando si prende cura dei poveri, degli affamati, degli afflitti, e
lotta contro le persone o le situazioni che sono la causa di questi squilibri.
L’ingordigia di alcuni è la causa della miseria di molti. E quel che è peggio è che i ricchi hanno sempre ragione. Per questo la
Chiesa deve stare molto attenta a non "benedire" i tiranni, i
malfattori, gli affamatori di popoli..., o a tacere, a
fin di bene, lì dove Cristo avrebbe alzato solennemente la sua voce senza paura
di andare alla morte di croce. Una Chiesa che non è osteggiata e perseguitata
dai potenti di questo mondo può essere veramente la Chiesa di Cristo?
Il messaggio
cristiano ha pure una prospettiva oltre la morte: la risurrezione dei morti e
la vita del mondo che verrà. Ma prima bisogna giocare
tutte le carte che la situazione presente ci fornisce. E’ vero costruttore del
regno di Dio chi si impegna con tutte le sue
possibilità a rendere più abitabile la terra. La risurrezione non cancella la
storia, ma divinizza tutto ciò che noi stiamo umanizzando. De.it.press
Domenica 11. VI
del tempo ordinario. Le beatitudini: una lieta notizia
Chi ha del denaro da investire, non lo
affida al primo imbonitore che trova per strada. Si informa,
chiede consiglio a qualche esperto in economia, verifica quali sono le azioni
in calo e quali in rialzo, quali danno maggior affidamento, quali sono in
svendita. Solo alla fine, dopo aver ben ponderato i rischi, sceglie quali comperare.
La nostra vita è
un capitale prezioso che Dio ha messo nelle nostre mani e che va fatto rendere.
Su quali valori giocarla? Quali sono le azioni che faranno lievitare il
capitale? Alcune sono richiestissime e la maggioranza degli uomini punta tutto
su di esse: il successo ad ogni costo, la carriera, il denaro, la salute, la
gloria, il look, la ricerca del piacere. Sarà una scelta indovinata?
Altre azioni sono
invece svalutate: il servizio agli ultimi svolto senza tornaconto, la pazienza,
la sopportazione, la rinuncia al superfluo, la generosità verso chi è nel
bisogno, la rettitudine morale… Come viene considerato nella nostra cultura chi punta su questi
valori: un saggio, un ingenuo, un sognatore, un idealista?
Avessimo molte
vite, potremmo tentare di giocarne una su ogni ruota, ma ne abbiamo una sola,
irrepetibile: non è permesso sbagliare.
E’ indispensabile
e urgente il parere di un intenditore affidabile, ma incombe il pericolo di
scegliere il consigliere sbagliato.
Mai come in questo
caso si rivela saggio il detto: “Non ti fidare di
nessuno, nemmeno degli amici”. Punta sui valori che Dio ti garantisce.
Prima Lettura (Ger 17,5-8)
Così dice il
Signore:
5 “Maledetto
l’uomo che confida nell’uomo,
che pone nella carne
il suo sostegno
e il cui cuore si
allontana dal Signore.
6 Egli sarà come un
tamerisco nella steppa,
quando viene il bene
non lo vede;
dimorerà in luoghi
aridi nel deserto,
in una terra di
salsedine, dove nessuno può vivere.
7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è sua
fiducia.
8 Egli è come un
albero piantato lungo l’acqua,
verso la corrente
stende le radici;
non teme quando viene
il caldo,
le sue foglie
rimangono verdi;
nell’anno della
siccità non intristisce,
non smette di
produrre i suoi frutti”.
La lettura inizia
con un’affermazione nitida, ma anche sconcertante: Maledetto l’uomo che confida
nell’uomo.
C’è già tanta
sfiducia nel mondo, siamo già tanto diffidenti e circospetti! Le dolorose
esperienze di tradimenti, infedeltà e intrighi messi
in atto a volte da persone insospettabili e da amici ci hanno portato a coniare
il detto fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Siamo indotti ad
immaginare secondi fini, a supporre inconfessati progetti egoistici anche
dietro le proposte più sincere e disinteressate. Geremia c’invita forse ad essere ancora più prudenti, a stare ancor più in guardia?
Non è questo il
significato della raccomandazione del profeta. Egli vuole darci un criterio di
vita e di sapienza.
Non riponete –
dice – la vostra fiducia nei valori che vengono
proposti dagli uomini. Chi lo fa è come un tamerisco piantato in luoghi aridi,
in una terra di salsedine dove nessun arbusto può svilupparsi e crescere. Il
mondo basato su questi pseudo-valori è come un
deserto inabitabile, è un luogo dove non si può
sviluppare una vita sociale, dove è impossibile vivere.
La seconda parte
della lettura (vv.7-8) descrive l’uomo benedetto,
quello che punta sulle azioni giuste, quelle garantite da Dio. Costui è come un
albero piantato presso le sorgenti d’acqua. Anche nel periodo della siccità
mantiene le foglie verdi, produce frutti gustosi.
Chi gioca la sua
vita sui valori proposti dagli uomini è maledetto. Non
vuol dire che Dio lo castigherà, ma che si è rovinato puntando sui valori
sbagliati. Il profeta constata che la vita costruita
sulle proposte degli uomini si conclude con un disastro: di tutti i beni ai
quali sono stati dedicati tempo, energie, sacrifici non rimarrà nulla. Tutto verrà consumato quando “il fuoco metterà alla prova la
qualità dell’opera di ciascuno” (1 Cor 3,13).
Chi fonda la sua
vita su Dio invece, chi crede nei valori da lui proposti, anche se agli occhi
degli uomini appare come un fallito… è beato! Non si
dice che riceverà un premio, ma che ha indovinato la vita.
Il bene fatto,
l’amore seminato, la pace che ha costruito rimarranno
per sempre. “Il crogiuolo è per l’argento e il forno è per l’oro, ma chi prova
i cuori è il Signore” (Prv 17,3) e, alla fine, quello
che conta è il suo giudizio.
Seconda Lettura (1
Cor 15,12.15-20)
Fratelli, 12 se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come
possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? 15 Noi, poi,
risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio
abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha
risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.
16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; 17
ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri
peccati. 18 E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. 19 Se poi noi
abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere
più di tutti gli uomini.
20 Ora, invece,
Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Per i corinti non costituiva un problema la
risurrezione di Cristo della quale erano fermamente convinti, ma la
risurrezione degli uomini. Su questo punto Paolo vuole che i cristiani abbiano
le idee chiare: “Se i morti non risorgono – dice – neanche Cristo è risorto” (v.16). E se Cristo non è risorto
le conseguenze sono drammatiche: la fede rimane senza alcun fondamento, coloro
che sono morti credendo in Cristo sono persi per sempre, sono scomparsi, è come
se non fossero mai esistiti. E i cristiani che ancora sono vivi? Questi
meritano solo di essere commiserati perché non si godono nemmeno i piaceri
della vita, come fanno invece i pagani. Paolo calca evidentemente un po’ le
tinte perché, in realtà, ci sono molti che conducono una vita austera pur non
credendo nella risurrezione. Resta il dato di fatto: se Cristo non è risorto, i
cristiani sono degli illusi.
Per spiegare
meglio il proprio pensiero, l’apostolo ricorre all’immagine delle primizie. I
primi frutti non sono qualcosa di diverso dal resto del raccolto, sono soltanto
l’inizio. Cristo è come la primizia dei risorti, tutti gli altri uomini che
muoiono dopo di lui lo seguono e ne condividono la sorte.
A tutti noi è capitato
di trovare persone molto buone, generose, che si comportano in modo esemplare,
benché non credano in un’altra vita. Non v’è dubbio che queste saranno accolte
nella casa del Padre, anzi, passeranno avanti a tanti che di cristiano hanno
solo il nome. Ora, se queste persone stanno già comportandosi tanto bene,
perché disturbarle, perché annunciare loro la risurrezione, perché parlare loro
di una vita eterna?
Il Vangelo non è
un codice di leggi da osservare, come purtroppo qualcuno continua a pensare, ma
è un annuncio di gioia per ciò che Dio ha fatto per noi. Non è giusto che
qualcuno viva nell’ignoranza della grande notizia che lo riguarda. Gli si deve
dire subito: “Dio ha un progetto d’amore su di te, tu godrai
della sua salvezza, tu vieni dal nulla, ma non precipiterai di nuovo nel
nulla, sei nato da un gesto d’amore e sei destinato all’incontro con l’Amore”.
Tutti devono sapere che la vita in questo mondo è una gestazione che ci prepara
alla nascita ad una nuova forma di vita. Questa
speranza fa valutare tutto ciò che accade in questa vita – le gioie e i dolori,
le fortune e le disgrazie – in una prospettiva completamente nuova.
Vangelo (Lc 6,17.20-26)
17 Disceso con i
Dodici, Gesù si fermò in un luogo pianeggiante.
C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente
da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
20 Alzati gli
occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:
“Beati voi poveri, perché
vostro è il regno di Dio.
21 Beati voi che ora avete fame, perché sarete
saziati.
Beati voi che ora piangete, perché riderete.
22 Beati voi quando gli uomini vi odieranno e
quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome
come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. 23 Rallegratevi in quel giorno
ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso
modo infatti facevano i loro padri con i profeti.
24 Ma guai a voi,
ricchi, perché avete già la vostra consolazione.
25 Guai a voi che
ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi che ora
ridete, perché sarete afflitti e piangerete.
26 Guai quando
tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”.
A tutti fanno
piacere i complimenti. Sono particolarmente graditi quelli delle persone prestigiose, potenti, illustri.
Anche Gesù rivolge
i suoi complimenti (“beato” significa: mi congratulo con te per la scelta che
hai fatto).
Li rivolge a
quattro categorie di persone e mette in guardia da altrettante scelte opposte,
pericolose perché allettanti e apparentemente assai gratificanti.
I rabbini del
tempo di Gesù si servivano spesso della forma letteraria delle beatitudini e
delle maledizioni.
Per inculcare i
valori sui quali vale la pena costruire la vita dicevano:
“Beato colui che…”; per mettere in guardia da
proposte ingannevoli e illusorie usavano invece l’espressione: “Guai a chi si
comporta in questo o in quest’altro modo”. Anche Geremia – lo abbiamo sentito
nella prima lettura – usa lo stesso linguaggio sapienziale, parla di beato e di
maledetto. Essendo questo il modo di comunicare impiegato dai saggi in Israele,
non desta meraviglia che nei Vangeli si trovino alcune decine di beatitudini e
anche ripetute minacce. Ricordiamo alcune di queste beatitudini: “Beata colei che
ha creduto” (Lc 1,45); “Beato il ventre che ti ha
portato” (Mt 12,49); “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà
ancora svegli” (Lc 12,37); “Beati quelli che pur non
avendo visto crederanno” (Gv 20,29); “Quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e
sarai beato” (Lc 14,13-14); “Beato chi non si
scandalizza di me” (Mt 11,6); “Beati i vostri occhi che vedono” (Mt 13,16)...
Bastano queste
poche citazioni per evidenziare come, al tempo di Gesù, fosse usuale il ricorso
alla beatitudine per veicolare un insegnamento.
Le più note delle
beatitudini sono quelle di Matteo (Mt 5,1-12) e quelle
di Luca (Lc 6,20-26) che sono proposte nel Vangelo di
oggi. Vale la pena rilevare le principali differenze fra questi due elenchi.
In Matteo Gesù
proclama le beatitudini seduto in cima ad un monte (Mt
5,1), mentre in Luca le annuncia in una pianura (Lc
6,17) e questo è un dettaglio marginale. Più significativo
è il fatto che in Matteo le beatitudini sono otto, mentre in Luca sono solo
quattro e sono accompagnate da altrettanti “guai a voi!”.
Matteo
“spiritualizza” le beatitudini, parla di “poveri... in spirito”, di gente che
“ha fame e sete... di giustizia”. In Luca invece le
beatitudini sono fortemente “terrestri”, dice: “Beati voi poveri, voi che ora
avete fame, voi che ora piangete” e denuncia come pericolose le situazioni
opposte: “Guai a voi ricchi, a voi che ora siete sazi, a voi che ora ridete”.
Nulla di “spirituale”. In Luca tutto è molto concreto.
Veniamo ora al
brano di oggi. Per comprenderlo è necessario stabilire a chi sono
rivolte le beatitudini. “C’era gran folla di suoi discepoli e gran
moltitudine di gente... Alzati gli occhi verso i suoi discepoli diceva: Beati
voi poveri...” (vv. 17-20). E’ evidente che i destinatari delle “beatitudini” e dei
successivi “guai a voi” non sono le folle, ma soltanto i discepoli e, in
prospettiva, la comunità cristiana.
Cominciamo dalla
prima beatitudine: Beati voi poveri!.
In che senso
Pietro, Andrea, Giovanni e gli altri apostoli vengono
considerati poveri? Certo non sono ricchi, ma neppure miserabili, possiedono
una casa ed una barca; molta gente sta peggio di loro.
Come mai solo loro sono proclamati beati? Cos’hanno fatto di straordinario?
Per capire il significato
di questa beatitudine possiamo partire dall’ultimo versetto del Vangelo della
scorsa domenica. Al termine della pesca miracolosa, Gesù affida a Simone il
compito di sottrarre gli uomini alla morte e portarli alla vita e Luca conclude: “Essi, tirate le barche a terra, lasciarono tutto
e lo seguirono” (Lc 5,11). Un po’ più avanti, nello
stesso capitolo, viene narrata un’altra chiamata,
quella di Levi e la conclusione è la stessa: “Egli, lasciando tutto, si alzò e
lo seguì” (Lc 5,28).
Nel Vangelo di Luca,
lasciare tutto viene ripreso, come una specie di
ritornello, al termine di ogni chiamata: “Vendi tutto quello che hai,
distribuiscilo ai poveri” – chiede Gesù al notabile ricco (Lc
18,22).
Questa povertà
volontaria non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad
alcuni che vogliano comportarsi da eroi o essere più bravi degli altri, è ciò
che caratterizza il cristiano: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi
averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).
Come privarsi di
tutti i beni? Bisogna forse gettare fuori della finestra ciò che si ha – col
rischio che vada in mano a dei fannulloni – e ridursi in miseria, diventare
accattoni? Sarebbe una stoltezza, un’interpretazione dissennata delle parole di
Gesù. Egli non ha mai disprezzato la ricchezza, non ha mai invitato a
distruggerla. Ne ha denunciato, sì, i rischi e i
pericoli: ad essa si può attaccare il cuore e può divenire un ostacolo
insuperabile per chi vuole entrare nel regno di Dio (Lc
18,24-25). I beni di questo mondo sono preziosi, indispensabili alla vita, ma
vanno mantenuti al loro posto, guai sopravvalutarli o peggio trasformarli in
idoli.
Povero in senso
evangelico è colui che, illuminato dalla parola di
Cristo, dà ai beni il loro giusto valore. Li apprezza, li stima, sa che sono un
dono di Dio, ma proprio perché sono un dono non se ne
appropria, capisce che non gli appartengono, si rende conto di essere solo un
amministratore e li investe in conformità ai progetti del padrone. Tutto ha
ricevuto in dono, tutto trasforma in dono.
Povero in senso
evangelico è colui che non possiede nulla per sé, che
rinuncia a adorare il denaro, rifiuta l’uso egoistico del proprio tempo, delle
proprie capacità intellettuali, dell’erudizione, dei diplomi, della posizione sociale… E’ colui che si fa simile al Padre che sta nei
cieli il quale, pur possedendo tutto, è infinitamente povero perché non
trattiene nulla per sé, è dono totale.
L’ideale del
cristiano non è l’indigenza, ma un mondo di poveri evangelici, un mondo in cui nessuno accumula per sé, nessuno sperpera,
ognuno mette a disposizione dei fratelli tutto ciò che ha ricevuto da Dio.
“Beati voi poveri!” non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza,
speranza in un mondo nuovo dove nessuno più sia
bisognoso (At 4,34).
La promessa che
accompagna questa beatitudine non rimanda ad un futuro
lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una
gioia immediata: “Vostro è il regno di Dio”. Dal momento in cui si sceglie di
essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno di Dio”, nella condizione
nuova.
Coloro che non
compiono questo passo decisivo continuano a ragionare secondo la logica
terrena, hanno il cuore legato alle ricchezze che possiedono e ripongono in
esse le loro speranze di felicità. Non sono liberi... Non
sono ancora beati.
Solo i veri
discepoli sono beati perché hanno capito che la vita dell’uomo non dipende dai
beni che possiede e, non avendo il cuore legato al “denaro”, lo possono aprire anche a quella salvezza che va al di là di
questo mondo.
Quali saranno le
conseguenze della scelta della povertà evangelica? Che cosa devono aspettarsi i
discepoli che rinunciano all’uso egoistico delle ricchezze?
A queste domande
Gesù risponde con la seconda beatitudine: Beati voi che ora avete fame (v.21).
Nessuna illusione,
nessun raggiro, nessuna promessa di una vita facile, agiata e comoda. La fame reale, non quella spirituale, sarà la
conseguenza inevitabile cui andranno incontro coloro che
mettono tutto ciò che possiedono a servizio dei fratelli. Proveranno l’indigenza,
i disagi, le privazioni; a volte mancheranno anche del necessario, ma saranno
beati.
A loro Gesù
rivolge i suoi complimenti e assicura: “Il Signore vi sazierà”. Attraverso di
voi Dio costruirà il mondo nuovo in cui ogni fame, ogni bisogno verrà soddisfatto; attraverso di voi, Dio preparerà un
banchetto per tutti coloro che non dispongono del minimo indispensabile per la
sussistenza (Is 25,6-8), attraverso di voi egli
“sazierà di pane i suoi poveri” (Sal 132,15), “darà
il pane agli affamati” (Sal 146,7).
Anche la terza
beatitudine – Beati voi che ora piangete – prende in considerazione uno stato
di disagio concreto e penoso (v.21). Chi si è fatto povero
prova tristezza e sconforto perché, malgrado tutti i suoi sacrifici e il
suo impegno, non vede immediatamente e miracolosamente risolti i problemi dei
poveri. Sperimenta la delusione e giunge anche a piangere.
Dio lo consolerà
tramutando il suo pianto in gioia. I semi di bene da lui gettati nel dolore
cresceranno e daranno frutti copiosi (Sal 126,6). La
sua condizione è simile a quella della donna che sta per partorire: “è afflitta, ma quando ha dato alla luce il bambino, non si
ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21).
L’ultima
beatitudine – Beati voi quando sarete perseguitati, insultati, odiati… – è diversa dalle precedenti. E’ più lunga, non
descrive la condizione attuale dei discepoli, ma annuncia qualcosa di doloroso
che accadrà in futuro, non contiene la promessa di un capovolgimento della
situazione, ma invita a rallegrarsi e gioire proprio quando si diverrà oggetto
di vessazioni per causa del Figlio dell’uomo (vv.22-23).
Chi rifiuta di
adeguarsi ai principi che dominano in questo mondo – quelli dell’egoismo, della
competizione, della sopraffazione, della ricerca del proprio interesse – viene combattuto e messo al bando come pericoloso per
l’ordine stabilito. Il mondo antico non si rassegna a scomparire, non
acconsente di cedere in modo pacifico il passo ad una
società fondata sui principi del dono gratuito, della disponibilità al servizio
disinteressato, della ricerca dell’ultimo posto. Chi opta per
questo mondo nuovo si pone in contrasto con la mentalità condivisa dai più e
subito viene isolato e perseguitato. L’approvazione e il consenso degli uomini è un segno negativo. La persecuzione è il destino che da
sempre accomuna tutti i giusti: così sono stati trattati i profeti dell’AT.
Il discepolo non è
felice “malgrado” la persecuzione, non esulta perché un giorno le sofferenze
finiranno e in futuro godrà di un premio in cielo. E’
beato nel momento stesso in cui è perseguitato. La persecuzione infatti è la prova inconfutabile che sta seguendo il
Maestro.
I quattro guai non
aggiungono nulla a questo messaggio, riaffermano semplicemente, in forma
negativa, le beatitudini.
Sono diretti ai
discepoli per metterli in guardia dal pericolo sempre incombente anche su di
loro di lasciarsi di nuovo adescare dalla “logica di
satana”, dai principi di questo mondo.
Chi ricomincia a
rendere culto al conto in banca e alla carriera, chi pensa al proprio
interesse, si perde dietro le lusinghe e le seduzioni dalle ricchezze, accumula
per sé e sperpera, mentre altri piangono e muoiono di fame, costui è
“maledetto”. Non che Dio lo odi o lo punisca, è
“maledetto” perché ha fatto la scelta sbagliata, si è collocato fuori del
“regno di Dio”. Riceve le lodi e i complimenti degli uomini, ma non quelli di
Dio. P. Fernando Armellini, de.it.press
L’udienza del mercoledì. Benedetto XVI: “L’economia ha bisogno di un’etica
amica della persona”
“L’economia ha
bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica
qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”. A ribadirlo, citando la “Caritas in Veritate”,
è stato il Papa, durante la catechesi dell’udienza generale di mercoledì,
dedicata alla figura di S. Antonio da Padova, che “ha contribuito in modo
significativo allo sviluppo della spiritualità francescana”. “Soltanto un’anima
che prega può compiere progressi nella vita spirituale”: è questo, per
Benedetto XVI, “l’oggetto privilegiato della predicazione di sant’Antonio”, che
“conosce bene i difetti della natura umana, la tendenza a cadere nel peccato”,
per cui “esorta continuamente a combattere l’inclinazione all’avidità,
all’orgoglio, all’impurità, e a praticare invece le virtù della povertà e della
generosità, dell’umiltà e dell’obbedienza, della castità e della purezza”.
“Agli inizi del XIII secolo, nel contesto della
rinascita delle città e del fiorire del commercio – ha fatto notare il Santo
Padre - cresceva il numero di persone insensibili alle necessità dei poveri”.
Per questo Antonio “invita i fedeli a pensare alla
vera ricchezza, quella del cuore, che rendendo buoni e misericordiosi, fa
accumulare tesori per il Cielo”. Un “insegnamento”, questo, “molto importante
anche oggi, quando la crisi finanziaria e i gravi squilibri economici
impoveriscono non poche persone, e creano condizioni di miseria”.
Crocifisso come “specchio” in cui tutti, “cedenti e non credenti”,
possono trovare “un significato che arricchisce la vita”. “Antonio, alla scuola
di Francesco – le parole di Benedetto XVI - mette sempre Cristo al centro della
vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione”. È il “cristocentrismo”,
dunque, un altro tratto tipico della teologia francescana, che “volentieri
contempla, e invita a contemplare, i misteri
dell’umanità del Signore, in modo particolare, quello della Natività”. “Anche
la visione del Crocifisso – ha sottolineato il Papa -
gli ispira pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della
persona umana, così che tutti, credenti e non credenti, possano trovarvi un
significato che arricchisce la vita”. Di qui l’attualità
delle parole di Antonio: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te,
perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere
quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto
sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se
guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità
umana e il tuo valore. In nessun altro luogo l’uomo può
meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio
della croce”.
“In quest’anno
sacerdotale, preghiamo perché i sacerdoti e i diaconi svolgano con
sollecitudine questo ministero di annuncio e attualizzazione della Parola di
Dio ai fedeli, soprattutto attraverso le omelie liturgiche”. Con queste parole
il Papa ha concluso la catechesi dell’udienza
generale, dedicata alla figura di san’Antonio da Padova. In particolare,
Benedetto XVI ha auspicato che le omelie siano “una presentazione efficace
dell’eterna bellezza di Cristo, proprio come Antonio raccomandava”. “Possa
Antonio di Padova, tanto venerato dai fedeli, intercedere per la Chiesa intera,
e soprattutto per coloro che si dedicano alla predicazione”, la preghiera del
Santo Padre, che ha auspicato che questi ultimi, “traendo ispirazione dal suo
esempio, abbiano cura di unire solida e sana dottrina, pietà sincera e
fervorosa, incisività nella comunicazione”. Tra i “tratti specifici della
teologia francescana” insegnata da Antonio, la preghiera come “un rapporto di
amore” con il Signore, che crea “una gioia ineffabile” e “ha bisogno di
un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno,
ma è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle
preoccupazioni dell’anima”. C’è poi il “ruolo assegnato all’amore divino, che
entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore”, e da cui “sgorga una
conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza”. sir
Rosarno.
Non è un deserto. Una nota dei vescovi di Calabria
I vescovi
calabresi, riuniti a Reggio Calabria (8-9 febbraio) per la sessione invernale
della Conferenza episcopale calabra, sotto la presidenza di mons. Vittorio
Mondello, hanno sentito "il dovere di riflettere
congiuntamente sui fatti di Rosarno", per
offrire ai fedeli delle "nostre Chiese e a tutte le persone di buona
volontà, capaci di senso critico, una lettura dei fatti. A
sufficiente distanza di tempo da quanto è accaduto, crediamo si possa avere
maggiore capacità per una lettura oggettiva degli avvenimenti". A Rosarno, un comune della Piana di Gioia Tauro,
circa un mese fa alcune centinaia di lavoratori extracomunitari, impegnati in
agricoltura e accampati in condizioni inumane in alcune strutture abbandonate,
protestando per il ferimento di due di loro, hanno
dato vita a una guerriglia urbana. Questo ha causato anche una reazione della
cittadinanza locale ed ha portato quindi all'allontanamento di questi immigrati
dalla Calabria.
No alle
strumentalizzazioni dei media. A Rosarno
"non abbiamo assistito a fenomeni di razzismo da parte dei cittadini.
Ciò va gridato contro tutte le strumentalizzazioni dei media, e di quanti
stanno dietro di loro, sempre pronti a fare dei fatti che succedono in Calabria
un'occasione per gettare fango su di noi calabresi e sulla nostra
Regione", scrivono i vescovi della Calabria in una nota diffusa il 9
febbraio, chiedendo perché la Regione debba essere "additata" come un
"deserto di inumanità". La
Calabria "non lo merita: i calabresi, almeno quelli degni della loro
storia di civiltà e di cristianità, e sono la maggioranza, hanno sempre
manifestato accoglienza, solidarietà, fraternità con tutti. Sul nostro territorio hanno sempre vissuto in fraternità gente di
cultura diversa; basti ricordare la presenza sul territorio di una comunità italo-albanese, costituita ecclesiasticamente in una
diocesi con tradizioni e riti bizantini". Quel che è successo a Rosarno è stata "la logica conseguenza di un
disinteresse economico e sociale, grave e imperdonabile". Le condizioni di vita degli immigrati - scrivono i vescovi - erano
"note a tutti, anche alle autorità governative, che avevano fatto pure
sopralluoghi, senza poi intervenire. Lo sfruttamento ad
opera della malavita locale era anch'esso risaputo. Chi non sapeva che
gli immigrati lavoravano sottocosto e che da quella misera paga doveva essere
tolta la parte da pagare al 'caporale' di turno che
decideva chi e dove andare a lavorare?".
Fare luce
sull'intera vicenda. "L'irreparabile, facilmente
pronosticabile, è accaduto - proseguono i vescovi calabri - tuttavia non per
razzismo da parte dei rosarnesi, ma perché qualcuno
degli immigrati ha deciso di ribellarsi a questa forma moderna di schiavitù che
la malavita locale ha voluto imporre. Quel che poi è
seguito è stato solo la deprecabile reazione, dall'una e dall'altra parte, che
nulla aveva a che vedere con il razzismo". Per i vescovi "è
bene, forse, inserire il problema nel contesto più
vasto della situazione in cui è venuto a trovarsi il mercato degli agrumi,
oggetto ormai di poca attenzione da parte delle forze politiche. È a tutti noto
come su questo mercato la malavita organizzata da sempre ha allungato le sue
mani voraci. A qualunque osservatore attento viene il dubbio che nella
situazione di crisi in cui versa questo mercato, chi da sempre ne ha tenuto in mano le fila abbia mollato tutto decidendo di
buttare fuori anche gli immigrati, non più necessari. Ci auguriamo
che si sappia far luce su chi è stato dietro a tutta la vicenda". I vescovi esprimono "solidarietà" a tutti i rosarnesi "animati da amore cristiano e concretamente
solidali con gli immigrati. Non possiamo tacere che
nella zona di Rosarno ci sono circa 1.500 di loro con
regolare permesso di soggiorno e che sono parte attiva ormai della vita delle
comunità ove risiedono".
Debellare la piaga
dello sfruttamento sul lavoro. "Vogliamo a loro chiedere scusa per quanto
hanno subito a causa dello sfruttamento e della violenza, del modo troppo
sbrigativo, forse, con il quale sono stati allontanati
da Rosarno, lasciando tutte le loro piccole
'sicurezze', anche il denaro da percepire e poi, dopo i debiti controlli,
abbandonati a loro stessi".I vescovi calabresi invitano "a non farsi
giustizia da sé, ma ad aver fiducia nello Stato e in quanti per venire loro
incontro cercano di coniugare legalità e solidarietà". E
a chi governa un invito "pressante" perché "prevenga i mali con
una politica attenta e con interventi programmati di lungo respiro, piuttosto
che intervenire poi per ripararli. L'accoglienza non può essere limitata
alla semplice assistenza. Aggiungiamo - scrivono - ancora l'appello ad arrivare
al cuore della delinquenza organizzata, quella palese, ma soprattutto quella
occulta, per debellare la piaga dello sfruttamento del lavoro nero e di ogni
altra forma di illegalità". A tutti coloro che cercano i loro profitti al di fuori della
legalità "calpestando i valori cristiani nei quali ostentano di credere praticando
riti e tradizioni religiose", i vescovi rivolgono l'invito "a
ritornare sui loro passi e a convertirsi al Signore: questa sarebbe vera
fede" ed esortano i fedeli "a continuare sulla strada della
testimonianza della carità cristiana". Nella nota i vescovi ringraziano
Benedetto XVI per le parole pronunciate ed esprimono "fraterna
solidarietà" a mons. Luciano Bux, vescovo di Oppido-Palmi, e a tutta la comunità cristiana di quella
diocesi per come hanno "testimoniato il Vangelo dell'accoglienza nei confronti
dei fratelli immigrati non solo durante i giorni drammatici della
contestazione, ma sin da quando il fenomeno dell'immigrazione ha cominciato ad interessare la nostra Regione". sir
Italia, Stati Uniti, Brasile. Dal Vaticano alla conquista del mondo
L'ambizioso
condottiere è il cardinale
segretario di Stato, con l'ausilio de "L'Osservatore Romano".
L'obiettivo è di sottomettere a sé le Chiese nazionali, sul terreno politico. Ma i vescovi resistono e reagiscono. La lezione del caso
italiano
di Sandro Magister
ROMA – Dopo più di
due settimane di silenzio dal nuovo esplodere delle polemiche, la segreteria di
Stato vaticana, con un comunicato di due giorni fa, ha rigettato le accuse che,
partite la scorsa estate contro Dino Boffo, avevano
nel frattempo cambiato bersaglio, alzando il tiro sul direttore de
"L'Osservatore Romano", Giovanni Maria Vian,
e sullo stesso cardinale Tarcisio Bertone.
Nel comunicato,
riprodotto integralmente più sotto, non solo si nega che l'uno e l'altro
abbiano trasmesso o accreditato le carte, poi rivelatesi false, che avevano
infangato la persona di Boffo e l'avevano portato a
dimettersi dalla direzione del quotidiano dei vescovi italiani
"Avvenire"; non solo si respinge "una campagna diffamatoria che
coinvolge lo stesso romano pontefice"; ma si attesta che Benedetto XVI
"rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori".
Roma locuta, causa finita? Più no che sì. Il caso Boffo ha aperto lo sguardo su una realtà di conflitti intraecclesiali che vanno oltre la meccanica della vicenda.
Conflitti e disordini non toccati né cancellati dalla
smentita di pochi giorni fa. E dei quali il caso Boffo
è solo un capitolo, molto italiano ma alla fin fine mondiale, la cui chiave
esplicativa era già tutta nella sua puntata d'inizio.
Quel giorno, il 28
di agosto, uscì su "il Giornale" diretto da Vittorio Feltri la prima
micidiale bordata contro l'allora direttore di "Avvenire", accusato, sulla base di carte giudiziarie presentate come
inoppugnabili, di molestie contro "la moglie dell'uomo con il quale aveva
una relazione".
Ma quella stessa
mattina ci fu anche dell'altro: su "la Repubblica", il giornale
leader dell'Italia laica e progressista, il "teologo" Vito Mancuso accusò il cardinale Bertone di
sedersi a tavola con Erode, ovvero col premier Silvio Berlusconi, col quale in
effetti il segretario di Stato aveva programmato un incontro.
Nel pomeriggio di
quello stesso giorno "L'Osservatore Romano" mostrò subito da che
parte stava.
Il quotidiano
della Santa Sede difese a spada tratta il cardinale Bertone,
in prima pagina, con un editoriale della sua commentatrice di punta, Lucetta Scaraffia. E liquidò
invece in sole tre righe d'agenzia, in una pagina interna, la difesa di Boffo fatta dai vescovi.
A chi gli chiedeva
il perché di quel trattamento dispari, Vian rispondeva che il vero nemico della Chiesa è chi
attacca Bertone "e quindi il papa", non chi
se la prende con Boffo. Anzi, aggiungeva, contro Boffo "il Giornale" era fin troppo benevolo:
agiva "con esemplare misura" e "con stile anglosassone"
Tre giorni dopo,
mentre l'attacco a Boffo era al culmine, Vian si scoprì ancora di più. Non solo non difese Boffo e "Avvenire", ma li accusò di contribuire
anch'essi a far danno alle supreme autorità vaticane. Lo disse al
"Corriere della Sera" in un'intervista che, fece poi sapere, aveva
"l'approvazione" del cardinale Bertone.
E che cosa
rappresentavano Boffo e "Avvenire" se non
il progetto del cardinale Camillo Ruini, presidente della conferenza episcopale
italiana dal 1991 al 2007, quel "progetto culturale cristianamente
orientato" che Vian irrise poi equiparandolo a
"un'araba fenice"?
La storia proseguì
con le dimissioni di Boffo. Con il cardinale Bertone che confidò a un politico amico e molto ciarliero:
"Il mio più grande sbaglio è stato di mettere il cardinale Angelo Bagnasco
a capo della CEI, al posto di Ruini". Con Feltri che riscontrò che le
carte che accusavano Boffo di condotta immorale erano
false, e ritrattò, dando la colpa
all'"informatore attendibile, direi insospettabile" che gliele aveva
date per vere. E ancora con Feltri che specificò che questa sua fonte era
"una personalità della Chiesa della quale ci si deve fidare
istituzionalmente", descrivendola con particolari che facevano correre il
pensiero al Vaticano, al direttore de "L'Osservatore Romano" e al suo
editore, il cardinale Bertone: identificazione ora
negata dal comunicato della segreteria di Stato del 9
febbraio.
L'antagonismo tra
segreteria di Stato e conferenze episcopali è un classico della storia recente
della Chiesa. Appena Bertone fu nominato segretario
di Stato, nel settembre del 2006, non fece mistero di voler assoggettare la CEI
alla sua guida. Manovrò perché il successore del cardinale Ruini fosse un
vescovo di seconda fila, docile ai dettami d'oltre Tevere. Poi ripiegò su
Bagnasco, e appena questo s'insediò, il 25 marzo 2007, gli scrisse nero su
bianco, in una lettera pubblica, che il vero capo sarebbe stato comunque lui, Bertone, "per quanto concerne i rapporti con le
istituzioni politiche". La CEI si ribellò, a cominciare
dal suo neopresidente, e da lì in avanti lesse ogni atto di Bertone con il sospetto che celasse questa sua pretesa di
comando.
Anche in Vaticano
l'attuale segretario di Stato è isolato. I diplomatici di lungo corso non gli
perdonano di non essere uno dei loro. E infatti Bertone non è venuto dalla diplomazia, ma dalla
congregazione per la dottrina della fede, dove a lui affidavano i casi più
spinosi e turbolenti, dal segreto di Fatima a monsignor Emmanuel
Milingo. E lui vi si prodigava con ardore indefesso, salvo poi, come avvenne
nel secondo caso, vedersi scappare di nuovo il
bizzarro arcivescovo africano che s'era illuso di addomesticare.
All'isolamento
interno, Bertone supplisce con una esuberanza
di attività esterne di ogni tipo: feste, saluti, anniversari, prolusioni,
inaugurazioni, interviste.
Del suo
predecessore Agostino Casaroli, grande diplomatico,
in carica dodici anni dal 1979 al 1990, si ricordano in tutto 40 discorsi. Bertone, in poco più
di tre anni, ne ha prodotti 365.
E poi i viaggi. È stato in Argentina, Croazia, Bielorussia, Ucraina, Armenia,
Azerbaigian, Cuba, Polonia, Messico, dove ha incontrato e parlato a capi di
Stato e vescovi, ambasciatori e professori, con un'agenda simile a quella dei
viaggi papali.
Da un anno non fa
più lunghi viaggi all'estero e si dedica maggiormente al governo della curia,
che per statuto fa perno su di lui. Ma l'ultimo anno è
stato anche il più orribile, per quantità e gravità di disastri, dal caso Williamson al caso Boffo.
L'unico fortilizio
sicuro di Bertone è "L'Osservatore Romano",
con Vian direttore. Il legame tra i due è saldissimo,
scandito dalla telefonata che ogni giorno si scambiano a tarda sera. E i
compiti del secondo non si limitano allo storico giornale vaticano.
Bertone ha affidato a Vian anche il
ruolo che all'epoca di Giovanni Paolo II era svolto da Joaquín Navarro Valls: quello di orientare da dietro le
quinte la grande stampa italiana e mondiale.
Vian lo svolge qua e là con successo (o almeno così è stato
fino a ieri, visti i commenti non positivi della generalità della stampa al
comunicato vaticano del 9 febbraio). Sul
"Corriere della Sera" è lui l'oracolo vaticano più consultato. La
prossimità tra Vian e il "Corriere" è
corroborata dalla sua amicizia con l'editorialista Ernesto Galli della Loggia,
marito di Lucetta Scaraffia
che a sua volta è grande firma de "L'Osservatore", e con Paolo Mieli,
che da direttore del più diffuso giornale italiano, nel 2005, fu uno dei più
agguerriti avversari laici del cardinale Ruini, nella battaglia dei referendum
sulla fecondazione assistita.
Incredibile ma
vero: il più aspro momento di scontro tra "L'Osservatore Romano" e
"Avvenire", prima del caso Boffo, fu
proprio un'altra grande battaglia bioetica, quella sulla vita di Eluana Englaro, tra il 2008 e il
2009. Col giornale dei vescovi italiani impegnatissimo
a mantenere in vita questa giovane donna in stato vegetativo. E col
giornale vaticano invece molto più taciturno, anzi, a tratti persino polemico
contro gli argomenti "non abbastanza convincenti" e i toni
"esaltati ed esibiti" del quotidiano di Boffo.
Al di là del quale il bersaglio ultimo era di nuovo il
progetto ruiniano di una Chiesa molto presente e
attiva sul terreno culturale e politico, una Chiesa "meglio contestata che
irrilevante".
La tentata e
fallita conquista vaticana del quotidiano della CEI è dunque un capitolo di un
antagonismo che vede contrapposti molto più che due giornali: due visioni del
governo della Chiesa, su scala mondiale.
Oltre che con la
Chiesa italiana, infatti, la segreteria di Stato vaticana s'è messa in urto con
altre Chiese nazionali, e tra le più vive.
Gli attori e il
copione sono quasi sempre gli stessi: il cardinale Bertone, "L'Osservatore Romano", un episcopato
nazionale molto vivace, le battaglie a difesa della vita e della famiglia.
Sono oggi sul
piede di guerra con Roma, tra altri, i due episcopati più numerosi del globo,
quello degli Stati Uniti e quello del Brasile.
Negli Stati Uniti,
a far inalberare l'ala marciante dei vescovi, presieduti dall'arcivescovo di
Chicago, cardinale Francis George, fu anzitutto un editoriale de
"L'Osservatore Romano" che, nel valutare i primi cento giorni di
Barack Obama, non solo gli diede un voto positivo, ma riconobbe al nuovo presidente
un "riequilibrio a sostegno della maternità" che secondo i vescovi americani proprio non c'era stato, perché anzi era
accaduto l'opposto.
Un secondo
elemento di conflitto fu la decisione dell'Università di Notre
Dame, la più rinomata università cattolica degli Stati Uniti, di conferire a
Obama una laurea ad honorem. Un'ottantina di vescovi si ribellarono
contro quell'onorificenza data a un leader politico le cui posizioni bioetiche
erano contrarie alla dottrina della Chiesa. E prima e dopo la laurea di Notre Dame manifestarono il loro disappunto per aver visto
le loro critiche ignorate da "L'Osservatore Romano".
Altre polemiche
sono scoppiate tra gli Stati Uniti e Roma a proposito della comunione negata ai
politici cattolici sostenitori dell'aborto. Su questo molti vescovi americani
non transigono e vedono il silenzio della segreteria di Stato e del giornale
vaticano come una sconfessione nei loro confronti, oltre che una resa morale.
La volontà di
intrattenere rapporti istituzionali pacifici con i poteri costituiti, di
qualsiasi colore siano, è tipica di Bertone. In questo egli applica un canone classico della
diplomazia vaticana, tradizionalmente "realista", anche a costo di
scontrarsi con gli episcopati nazionali che spesso sono critici con i
rispettivi governi.
Ma gli effetti appaiono talora contraddittori. Lo scorso
marzo un articolo de "L'Osservatore Romano" sconfessò il vescovo
brasiliano di Recife per aver condannato gli autori di un doppio aborto su una
madre bambina. Ma in tal modo i vescovi del Brasile si
videro traditi da Roma proprio mentre stavano combattendo con il governo di Luiz Inácio Lula
da Silva una difficile battaglia contro la piena liberalizzazione dell'aborto.
L'autore
dell'articolo era l'arcivescovo Salvatore Fisichella, che l'aveva scritto su
richiesta di Bertone. E così, alla protesta dei
vescovi brasiliani, si sommò una ribellione dentro la pontificia accademia per
la vita, di cui Fisichella è presidente. Un buon numero di accademici reclamò
la sua destituzione, e alcuni fecero appello a papa Joseph Ratzinger, che
ordinò alla congregazione per la dottrina della fede di emettere una nota di "chiarificazione", in difesa del vescovo di
Recife.
Ma Fisichella resterà al suo posto, e così Vian, e così Bertone, fresco di
riconferma.
Sul caso Boffo, papa Benedetto "sa". E personalmente vede
le cose più come le vedono i cardinali Bagnasco e Ruini
che non il suo segretario di Stato.
Ma il passo del papa è quello della Chiesa di sempre. Lungo
e paziente. L’Espresso on line 10
Già un milione verso la Sindone
L'ultima
ostensione della Sindone risale al Duemila. Fu esposta
in estate per 79 giorni - Boom di prenotazioni per l’ostensione che si apre il
10 aprile - maria teresa martinengo
TORINO - Per
conoscere il volto, o almeno la provenienza, del
milionesimo pellegrino prenotato per l’ostensione della Sindone che si aprirà
il 10 aprile, si dovrà attendere ancora soltanto una manciata di ore. I clic in
www.sindone.org stanno procedendo al ritmo di 15-20 mila al
giorno e, se ieri mattina erano 967 mila, è ormai certo che stasera la cifra
tonda sarà raggiunta. In pratica, lo stesso numero di visitatori contati al
termine dell’ostensione del 2000, quando il misterioso Telo che racconta la
Passione di Cristo fu esposto per 79 giorni durante
l’estate. Due anni prima, nel ‘98 (a 20 anni
dall’ultima Ostensione), la Sindone era stata vista da due milioni e 400 mila
persone in 57 giorni.
Questa volta, con 40 giorni di esposizione, fino al 23 maggio, si calcola che
i pellegrini possano arrivare ad oltre un milione e mezzo. «I fine settimana
sono già molto saturi, abbiamo 35 mila presenze in
ogni sabato e in ogni domenica, ed è verosimile pensare che alla fine saranno
50 mila», spiega l’assessore alla Cultura della Città Fiorenzo Alfieri,
presidente del Comitato per l’ostensione (di cui fanno parte gli enti locali e
la Curia). «Siamo convinti - aggiunge - che questa
volta non potranno arrivare a Torino tutte le persone che vorrebbero, e per una
semplice ragione: sotto i tre minuti di sosta davanti alla Sindone non si può
scendere, non sarebbe giusto. E non è pensabile che il lunedì ci siano le
stesse richieste del fine settimana». In ogni caso, se
i clic - il 98% delle prenotazioni avviene on line e solo 2% al numero verde universale
0080007463663 - sono in continuo aggiornamento, gli organizzatori sono certi -
com’era avvenuto nelle ultime due occasioni -, che in prossimità della data e
ad inaugurazione avvenuta le richieste si intensificheranno ulteriormente.
Al momento i
pellegrini prenotati dall’estero sono 61 mila. Tra
loro 12.900 francesi, 8386 tedeschi, 5803 americani, 5508 spagnoli, 4678
polacchi, 2410 russi, 1755 ungheresi e via elencando, fino ai 5 cittadini dell’Arabia Saudita, i 40 cinesi, gli 8 in
arrivo dalle terre polari artiche. Oltre 353 mila provengono dal Piemonte, 203
mila dalla Lombardia, 54 mila dal Veneto e altrettante
dal Lazio, 46 mila dall’Emilia Romagna. Il 64% delle prenotazioni complessive
viene da gruppi organizzati, mentre solo il 12,57% è da attribuire a singoli o
piccoli gruppi fino a 10 persone.
Intanto, in Duomo
e nell’area vicina in cui si svilupperà il percorso di
avvicinamento e la pre-lettura (un filmato ad alta
definizione che permette di arrivare davanti al Sacro Lino con la preparazione
storica e religiosa indispensabile per «leggerlo»), si sta lavorando
alacremente. Il Duomo è ormai off limits, all’interno
sono in corso le prime fasi di allestimento che preludono al trasferimento
della Sindone dalla teca della conservazione a quella, già utilizzata nel ‘98 e
nel 2000, dell’esposizione. E i lavori sono in corso anche nell’area dei
Giardini Reali bassi dove è stato aperto un nuovo
varco per consentire l’accesso dei pellegrini.
Per ora, in città,
questi sono i soli segni dell’evento che il cardinale Severino Poletto aprirà sabato 10 aprile e al quale ha assicurato la
sua presenza, domenica 2 maggio, il Papa. «In realtà
la città si sta mobilitando - dice Fiorenzo Alfieri - e ovunque c’è interesse.
Gli albergatori sono contenti per come stanno procedendo le prenotazioni». Chi verrà a Torino per visitare la Sindone troverà
un’ampia offerta di iniziative culturali e turistiche.
Dai percorsi collegati alle opere dei santi sociali torinesi
alla grande mostra alla Reggia di Venaria «Gesù. Il corpo, il volto
nell’arte». Ls 10
Boffo-Santa
Sede, il gelo dell'Avvenire. Scambio di "scortesie" tra i due
quotidiani
Nota papale senza il distico dell'"Osservatore".
Berlusconi: io più colpito
di ORAZIO LA ROCCA
CITTA' DEL
VATICANO - Non c'è stata sintonia tra l'Avvenire, il giornale dei vescovi, e
l'Osservatore Romano, il quotidiano vaticano, sulla pubblicazione del
comunicato emesso dalla Segreteria di Stato per smentire le accuse apparse
sulla stampa - in relazione al caso-Boffo
- contro Giovanni Maria Vian, direttore del
quotidiano pontificio, e il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Differenze non solo grafiche,
a partire dal distico ("Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato
e ne ha ordinato la pubblicazione") con cui l'Osservatore Romano martedì
in prima pagina ha presentato il comunicato della Segreteria di Stato. Due
righe importanti non apparse - inspiegabilmente - su Avvenire, che ieri ha
inserito la nota vaticana in seconda pagina, senza commento e senza richiamo in
prima, affiancandola allo scarno comunicato con cui la
presidenza Cei ha "accolto" il testo pontificio.
Una differente
impostazione grafica - "non casuale", filtra dal quotidiano cattolico
- letta quasi come una forma di autocensura per marcare un certo distacco da
come il comunicato è stato presentato sul giornale pontificio, dove - forse
nemmeno tanto casualmente - la nota della Presidenza Cei è stata relegata a
pagina 6 e senza richiamo in prima. Quasi una palese
forma di "retrocessione" per il testo Cei, in sintonia con la
freddezza con cui in Segreteria di Stato - si fa notare Oltretevere
- hanno accolto l'intervento dell'episcopato, giudicato "tardivo" ed
emesso solo dopo la pubblicazione del testo pontificio.
Ieri, intanto,
sulla vicenda è intervenuto anche il premier Silvio Berlusconi per esprimere il
suo "dispiacere per quanto accaduto al dottor Boffo".
Puntualizzando, però, che è lui, Berlusconi, "quello che dovrebbe ricevere
più scuse perché sono il campione internazionale in assoluto" di attacchi
ricevuti dalla stampa.
Di "assoluta
certezza che il comunicato vaticano dica la pura
verità", parla l'arcivescovo di Chieti-Vasto,
Bruno Forte, dicendosi, però, "addolorato per il grande peso che ha
assunto il gossip, segno di una certa disgregazione del tessuto della
comunicazione pubblica in Italia". "Ora la vicenda può dirsi conclusa", dice sicuro il portavoce
dell'Opus Dei Giuseppe Corigliano, il quale si augura
che "si tratti davvero, per tutti i media, dell'ultima puntata". LR 11
Straordinaria eredità. Ad
un anno dalla morte di Eluana Englaro:
il "punto" sul fine-vita
"Eluana Englaro ci ha lasciato una
straordinaria eredità: difendere la vita e il suo intrinseco valore soprattutto
nelle condizioni di massima fragilità". Con queste parole l'associazione
Scienza & Vita, promotrice della campagna "Liberi per Vivere",
ricorda la giovane donna morta - esattamente un anno fa - per sospensione
dell'idratazione e dell'alimentazione assistite. Per Lucio Romano, copresidente
dell'Associazione Scienza & Vita, "le questioni delicatissime in
merito alle gravi disabilità e al fine-vita appaiono oggi come una grande
questione democratica, che richiede il coinvolgimento di tutti coloro che vogliono tutelare la vita delle persone come Eluana Englaro". Secondo
Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, "ci sono molte Eluana ancora vive e bisogna amarle, star loro vicino, non
ucciderle, per non tornare ai tempi barbari in cui i neonati deformi venivano offerti in pasto alle bestie feroci". Il
presidente del Mpv chiede che la legge sul
"fine-vita" sia fatta "senza perdere altro tempo in correzioni
inutili del testo già approvato al Senato". Anche Carlo Costalli, presidente del Movimento
cristiano lavoratori, auspica che "il ricordo di Eluana sia seguito da una rapida approvazione di un legge
sul fine-vita, che eviti per il futuro simili crudeltà". Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII,
chiede che "in tutti i modi si cerchi di alleviare la sofferenza del
malato e sostenere i suoi familiari, senza trovare come soluzione
l'eliminazione dei malati più gravi".
Rispetto,
attenzione, cura. "Eluana è ancora viva, nel
ricordo e nella memoria collettiva, come una persona molto malata in qualche modo
sopraffatta da decisioni che sono state prese sopra la sua testa". Con
queste parole Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all'Università
di Messina, ricorda la giovane donna di Lecco. Eluana
"simbolo della libertà individuale"? "Non so
come si possa parlare di libertà - risponde al SIR - a fronte di una persona
malata con una soglia di coscienza minimale. Bisogna parlare di un
valore più alto, che è quello del rispetto, dell'attenzione, della cura: come
quelli testimoniati dalle suore che hanno accudito Eluana,
e che sono ancora negli occhi di tutti, al di là delle
strumentalizzazioni che si sono fatte attorno a questa triste vicenda".
Quanto al dibattito in corso sul testamento biologico, Ricci Sindoni commenta:
"Quando una vita umana ha come solo criterio la libertà di avere tutti i
diritti, è difficile trovare un punto di incontro con
chi ritiene che la vita sia un bene comunque da custodire sempre, soprattutto
nei momenti di maggiore fragilità. Qualunque legge si faccia,
è difficile che possa tener conto di questi poli estremi". Ciò che
serve è "una maggiore umanizzazione del
fine-vita, all'insegna del primato della relazione tra il malato e tutti gli
altri soggetti coinvolti".
"Recuperare
il senso del limite". È questa l'unica strada per "ritrovare un
dialogo tra due concezioni diametralmente opposte della vita: quella di chi
intende la libertà in senso puramente individualistico, e quella di chi vede la
realizzazione della propria libertà nella relazionalità e nel recupero dei
legami forti tra le persone". Ad un anno dalla
morte di Eluana Englaro, la
sociologa Giulia Paola Di Nicola descrive in questi termini la situazione
dell'opinione pubblica rispetto ai temi del "fine-vita". Mentre si
discute in merito ad una legge sul testamento biologico, gli italiani appaiono
"ancora lontani e divisi", osserva Di
Nicola, e ciò che prevale è una "libertà individuale" che spinge ad
"eliminare ciò che dà fastidio" e che "non accetta il senso del
limite, tranne quello oggettivo della natura". Libertà, insomma, come
"autodeterminazione, mancanza di vincoli, di legami": un
"individualismo antropologico in base al quale l'individuo nasce e muore
in funzione di se stesso". Sul versante opposto, invece, c'è la concezione
personalista, che è "intrinsecamente relazionale ed
implica il limite dell'io: un limite che l'io sa darsi da se stesso, perché
riconosce il valore dell'alterità e della relazionalità". È a favore di questa concezione, secondo Di Nicola, che
"occorre continuare a combattere una 'lotta culturale'. Altrimenti si finisce in un vicolo cieco".
Centrale la
relazione medico-paziente. Nelle questioni del fine-vita, "rimane centrale
la relazione tra medico e paziente", e vanno rivalutate le indicazioni già
presenti nel Codice deontologico dei medici, "sottovalutate perché in
Italia non hanno valore giuridico, rispetto ad altri Paesi". A "fare
il punto" sul dibattito in corso è Antonio Spagnolo, presidente
dell'Istituto di bioetica dell'Università Cattolica di
Roma. "Il tentativo di limitare la 'creatività' dei magistrati è
un'iniziativa senz'altro opportuna - spiega il bioeticista
- soprattutto per evitare, come di fatto è accaduto
con Eluana, interpretazioni che interrompano la vita
di una persona sottraendo ad essa l'alimentazione e l'idratazione". Se, però,
"è corretto limitare le interpretazioni arbitrarie", riguardo al ddl
sul fine-vita - argomenta Spagnolo - "occorre chiedersi quale sia il modo
migliore per raggiungere tale obiettivo: se un articolato molto dettagliato, o
un ddl di ampio respiro molto chiaro su alcuni punti", come il divieto
dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico, ma anche "la definizione di
stato vegetativo e di molte altre situazioni simili". Spagnolo considera
preferibile la seconda opzione, perché "la
casistica del fine-vita è talmente vasta che in un testo di legge non si
potrebbero contemplare tutte le eventualità e i casi singoli". sir
Bertone:
"Nella Chiesa cattolica il potere non è divisibile"
Il segretario di
Stato vaticano, in Polonia, per una "lectio" alla locale università e
per ricevere un dottorato honoris causa - "Le decisioni non possono essere prese a maggioranza, sarebbe una dinamica
equivoca"
WROCLAW (POLONIA)
- Nella Chiesa cattolica il potere non può essere "divisibile" né le
decisioni possono serre prese a maggioranza. Dopo le
settimane di veleni del 'Boffo-bis',
il segretario di Stato vaticano, cardinal Tarcisio Bertone,
vola a Breslavia, in Polonia, per una "lectio" alla locale università
e per ricevere un dottorato honoris causa.
Parla della
democrazia, Bertone, definendola un sistema di
governo che si basa "sulla ripartizione di potere". Ed è a questo
punto che pronuncia parole che sembrano suonare un riferimento alle vicende del
dopo Boffo e alle tensioni che agiterebbero i vertici
vaticani. "Una dinamica di potere che se trasportata nell'ambito
ecclesiale, non può non diventare radicalmente equivoca, perché nella Chiesa il
rapporto strutturale tra la gerarchia e il resto del popolo di Dio, non può mai ultimamente essere posto in termini di ripartizione
di potere".
"All'interno
della Chiesa - continua il cardinale - il problema di una necessaria e ordinata
ripartizione delle competenze non può mai coincidere con il problema del
possesso di una porzione più o meno grande del potere,
perché il potere - se per potere si intende la responsabilità ultima e perciò
il servizio specifico dei vescovi di fronte alla vita della Chiesa - non è
divisibile".
Quello che vale
per la poltica, insomma, non vale
per la Chiesa. Se la prima procede "con il sistema della
rappresentanza", in base al quale "la minoranza deve inchinarsi alla
maggioranza", la seconda deve seguire un diverso cammino che non
"riposi solamente sulle decisioni di una maggioranza, perché diventerebbe una Chiesa puramente umana, dove l'opinione
sostituisce la fede". LR 11
Infanzia. Crescere nella serenità. Il Papa al Pontificio Consiglio per la
famiglia
"I diritti
dell'infanzia". Questo il tema della XIX assemblea plenaria del Pontificio
Consiglio per la famiglia, che dall'8 al 13 febbraio
riunisce membri e consultori intorno al tema dei diritti dell'infanzia, nel XX
anniversario della Convenzione internazionale sulle misure a tutela del
bambino, adottata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Il Papa ha ricevuto
in udienza, l'8 febbraio, i partecipanti ai lavori rivolgendo loro un discorso
inaugurale, nel quale ha richiamato alcuni temi
centrali nella riflessione odierna sulla famiglia. Ne proponiamo una sintesi.
Promuovere il vero
bene della famiglia. I fanciulli, ha detto Benedetto
XVI, "vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed
hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori,
perché la figura materna e paterna sono complementari nell'educazione dei figli
e nella costruzione della loro personalità e della loro identità". Per il
Papa, "è importante che si faccia il possibile per farli
crescere in una famiglia unita e stabile". Benedetto XVI
ha quindi aggiunto che "un ambiente familiare non sereno, la separazione
con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la
famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e
stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze
dei minori".
Una risorsa per la
Chiesa e la società. Dopo aver ricordato il VI
incontro mondiale delle famiglie celebrato a Città del Messico nel 2009, il
Papa ha parlato del prossimo appuntamento costituito dal VII incontro mondiale
delle famiglie, in programma a Milano nel 2012. Ha quindi fatto riferimento ad
alcune iniziative del Pontificio Consiglio per la famiglia, tra cui il progetto
"La famiglia soggetto di evangelizzazione"
con cui - ha detto - "si vuole predisporre una raccolta, a livello
mondiale, di valide esperienze nei diversi ambiti della pastorale familiare,
perché servano di ispirazione ed incoraggiamento per nuove iniziative". Ha
richiamato anche un altro progetto, denominato "La famiglia risorsa per la
società", "con cui si intende porre in evidenza
presso l'opinione pubblica i benefici che la famiglia reca alla società, alla
sua coesione e al suo sviluppo". Parlando poi della preparazione al
matrimonio, "più che mai necessaria ai giorni nostri", ha citato la
redazione di un "Vademecum" a cura del dicastero, in cui si delineeranno "tre tappe dell'itinerario per la
formazione e la risposta alla vocazione coniugale". Tali tappe sono una
"preparazione remota", che - ha detto - "coinvolge
la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a
comprendere la vita come vocazione all'amore", nelle "modalità del
matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli".
Diritti non
rispettati. La seconda tappa della preparazione al matrimonio è quella che papa
Benedetto XVI ha definito "prossima" da configurarsi "come un
itinerario di fede e di vita cristiana" che "preveda gli interventi
del sacerdote e di vari esperti, come pure… di
qualche coppia esemplare di sposi cristiani". Infine il Papa ha citato la
preparazione "immediata, che ha luogo in prossimità del matrimonio",
parlando di "catechesi sul Rito del matrimonio", di ritiro
spirituale, di cura perché la celebrazione sia percepita "come un dono per
tutta la Chiesa". A proposito del tema generale dell'assemblea plenaria,
Benedetto XVI ha richiamato il fatto che "la
Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela della
dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo - ha aggiunto - in diversi casi, alcuni dei suoi membri,
agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un
comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di
condannare". Circa la Convenzione sui diritti dell'infanzia, ha poi
ricordato che "è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l'adozione, le
cure sanitarie, l'educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei
piccoli contro la violenza, l'abbandono e lo sfruttamento sessuale e
lavorativo".
sir
Caso Boffo,
il blitz dopo una inchiesta
Dopo il comunicato
della S. Sede in difesa di Vian - "Con il timore
diffuso che la vicenda non si fermerà qui""Questa
è solo la prima puntata" - di ORAZIO LA ROCCA
CITTA' DEL
VATICANO - "Ma siamo solo alla prima puntata e quel Feltri potrebbe sempre
parlare...". Per il resto, "è solo una
questione di soldi e di potere il vero motivo per cui
è stato sacrificato Dino Boffo. E la Santa Sede non
c'entra nulla. Piuttosto, sarebbe il caso di guardare meglio alla guerra in
corso per il rinnovo del consiglio di amministrazione del Toniolo,
la fondazione che sovrintende alla Università
Cattolica di Milano". Ecco i timori e la "verità" che hanno fatto breccia dietro le quinte vaticane in merito al
caso Boffo-Feltri. Più di un monsignore, nella Curia
vaticana, lo ha riservatamente sibilato per spiegare
l'inusuale comunicato emesso per smentire le accuse che, dal 23 gennaio scorso,
circolavano sui giornali in merito ad un presunto complotto ai danni dell'ex
direttore di Avvenire, Dino Boffo, messo a segno dal
direttore dell'Osservatore Romano Gian Maria Vian su
mandato del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.
Voci che da giorni indicavano in Vian e Bertone gli identikit di quelle "autorevoli
personalità vaticane" che avrebbero fornito a Vittorio Feltri i falsi
documenti a carico di Boffo. Un comunicato - non
firmato dal portavoce ufficiale del Papa, padre Federico Lombardi - ma emesso
direttamente dalla Segreteria di Stato, facendolo precedere da un distico di
apertura, altrettanto inusuale, nel quale si
puntualizza che "il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne
ha ordinalo la pubblicazione".
Non tutti, però,
in Vaticano l'hanno capito. "In 50 anni - ha
commentato in Curia più di un alto prelato - non ho mai visto nulla di
simile". Nessuna "meraviglia", controbattono all'Osservatore,
dove si puntualizza che "testo, distico e collocazione
in prima pagina è stato deciso" dalla "più alta e indiscussa"
autorità pontificia. Vale a dire il Papa in persona. "Se è vero che lo ha voluto il Santo Padre - commenta un cardinale - la
Segreteria di Stato ha fatto bene a diffondere questo comunicato. Ma perché hanno aspettato tanto? Perché si è intervenuto
dopo diciotto giorni dall'avvio di una campagna di stampa contro Vian e Bertone? Fa bene leggere
che sarebbe tutto falso, ma forse qualche cosa è successo
e temo che la cosa non finirà". "Sono contento che la Segreteria di
Stato sia intervenuta, pur non conoscendo la vicenda", confessa il vescovo
Antonio Mario Vegliò, presidente del Pontificio consiglio dei migranti, uno dei
rari prelati di Curia che commenta apertamente il comunicato. "Se hanno
aspettato tanto ad intervenire vuol dire che hanno
avuto bisogno di verificare tutti i termini del problema, ed ora - conclude Vegliò
- mi auguro che veramente il clima si rassereni".
I "termini
del problema" di cui parla il presule sarebbero stati individuati - si
apprende Oltretevere - dopo una serie di
consultazioni fatte dal segretario del Papa, monsignor George Gaerswein. Alla fine sarebbe emerso che nessuno dal
Vaticano avrebbe fornito i falsi documenti a Feltri. In Vaticano si sarebbero
convinti che gli attacchi a Boffo sarebbero partiti
dalla faida che da qualche tempo si sta combattendo per il rinnovo del
consiglio di amministrazione della Fondazione Toniolo, dove l'ex direttore di Avvenire occupava un posto
su indicazione dell'ex presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Da qui
la diffusione di un testo che - si vocifera Oltretevere
- per questo sembra cucito su misura sulla figura di Vian. Quanto al distico, più
d'uno in Curia giura che sia stato scritto per tentare di fugare il sospetto
che la Segreteria di Stato della Santa Sede non fosse più al servizio del Papa.
Qualcun altro, però, non esclude che l'intervento sia stato fatto anche di intesa con Berlusconi "per coprirsi da Feltri",
il quale Oltretevere è sempre temuto per "quello
che sa e che un domani potrebbe dire". Una preoccupazione che emerge
indirettamente anche dallo stesso comunicato della Segreteria che definisce per
ben 3 volte "false" le accuse a Vian, ma non nega che il fatto - cioè le false accuse che
hanno indotto Boffo alle dimissioni - non sia
effettivamente avvenuto. Ecco perché, si teme in Vaticano, "questa storia
non finirà qui". LR 10
I giornali di Berlusconi all’attacco del Papa
Il Papa fuori
dalla grazia di Dio, gli assist di Ferrara, la strategia di Feltri e le suorine di Berlusconi. Boffo scende dalla croce e al
suo posto…
“Il Papa è fuori
dalla grazia di Dio”, annuncia a tutta pagina, il Giornale di Berlusconi. Non è
un titolo che farà ballare di gioia gli austeri abitanti dei Sacri Palazzi. Non
sono abituati a subire le folate che vengono dall’altra riva del Tevere. La
politica s’intromette nelle cose di Chiesa e le
gerarchie non sono affatto abituati a subirla. Hanno consuetudine e
disposizione d’animo adatte a trattarla con passo felpato e la moderazione che
si conviene ad uomini di chiesa a condizione che sia
il Vaticano a dirigere l’orchestra ed il coro. Nei Sacri Palazzi non sono
gradite le invasioni barbariche, nel senso letterale del termine.
Il Papa non è
fuori dalla Grazia di Dio, comunque la si intenda
l’espressione confezionata dal Giornale per affidare all’opinione pubblica,
attonita, quanto sta avvenendo sotto la cupola di San Pietro. La Grazia non è
venuta meno al papa teologo, né la pazienza. Solo che qualche volta è meglio
fare sentire la propria voce, seppure per interposta persona. Benedetto XVI non le manda a dire, ma si comporta come se lo facesse,
perché non può fare diversamente. Dovrebbe scrivere di suo pugno a Vittorio
Feltri? O direttamente al suo editore, il Premier Berlusconi, per fare tacere
le illazioni che vengono azzardate giorno dopo giorno
dai quotidiani vicini alla Santa Sede. Perché di questo, paradossalmente
si tratta, le bugie, i sospetti, l’incarognimento
arrivano dal Giornale, Libero e Il Foglio, tutti sulla carta ben disposti verso
la Santa Sede. Fuoco amico, dunque, se a questa espressione viene
data l’accezione “presunta”.
Facciamo il punto sulla
disputa che coinvolge le più alte gerarchie della Chiesa cattolica. Vittorio
Feltri dedica edizioni monografiche a Dino Boffo,
direttore dell’Avvenire, quando viene a sapere che ha subito una condanna per
molestie alcuni anni or sono, e pubblica – tra l’altro – una velina della
questura che fa di Boffo un omosessuale oltre che un molestatore.
Perché tanto
spazio a Boffo? Rappresaglia mediatica. Boffo fa il moralista a sproposito a proposito dello stile
di vita di Silvio Berlusconi. Non
può permetterselo visto i trascorsi. L’attacco, furibondo, al direttore
del quotidiano dei Vescovi italiani, provoca reazioni disparate e costringe Boffo alle dimissioni. La Chiesa si chiuse nel silenzio, ma
non esce affatto contenta dalla vicenda, per via della
scelta del Giornale di Berliusconi. Tutto finito?
Pareva proprio che
fosse così, ma la coda velenosa è arrivata.
Feltri si concilia con un Boffo molto
conciliante. Ospita quattro righe su una colonna e mezzo per correggere quanto
scritto su Boffo. L’ex direttore dell’Avvenire non è gay, è persona per bene visto che si è dimesso, atto
estremamente inconsueto nel panorama italiano. A suggello della ritrovata
concordia, una cena, della quale i giornali danno
puntuale notizia. La pace arriva però sull’abbrivio di
insinuazioni, sospetti non troppo velati, grazie ai quali Feltri spiega la sua
decisione di sbattere Boffo in prima pagina come un
gay e molestatore con documenti arrivati da fonti insospettabili,
istituzionali, assolutamente sicure. Quali?
Per rispondere
bisogna ricorrere al convitato di pietra, Giuliano Ferrara, il quale ha offerto
un prezioso assisti a Vittorio feltri, conducendo una
indagine assai particolare, a conclusione della quale ha indirizzato
l’attenzione verso il segretario di Stato, Tarcisio Bertone,
e il direttore dell’Osservatore Romani, Gian Maria Vian.
Sarebbero stati loro a confezionare la polpetta avvelenata al Giornale.
Feltri non fa il delatore perché non rivela i suoi informatori –
contravvenendo all’etica professionale – ma lo fa capire ampiamente che le
indagini del Foglio sono abbastanza corrette. Non ci sono i nomi, ma i luoghi
di provenienza della polpetta ci sono.
La vicenda assume
così proporzioni gravi. Bertone e Vian
avrebbero infamato Boffo per colpire la Cei passata
da Ruini a Bagnasco. Una lite di potere nella Santa Sede,
all’ombra di un Pontefice tenuto forse all’oscuro di tutto.
Fra mezze parole e
mezze conferme, illazioni ed allusioni, il quadro di
riferimento, grazie al Foglio di Ferrara ed al Giornale di Berlusconi, diventa
sempre più chiaro e viene adottato da tutta la stampa italiana, che fa i
commenti più disparati ma su una cosa appare certa, che c’è una lotta al
coltello nei Sacri Palazzi.
Ed è a questo
punto che il Vaticano decide di uscire al naturale con una nota insolitamente
aspra, durissima, che chiama sul banco degli imputati calunniatori e
diffamatori. Vian e Bertone,
insomma, sono vittime di bugie che tendono a
dipingere a tinte fosche il governo della Chiesa e lo stesso Pontefice.
Con chi ce l’ha il Vaticano? Non ci sono nomi, ma di sicuro non può
essersela presa con le testate che di questa storia hanno raccontato ciò che
apprendevano altrove, cioè sul Foglio.
Nella nota del
Vaticano, tra l’altro, c’è un indizio che conduce a coloro che si ritengono
vicini alla Chiesa. I papisti, insomma. O gli atei devoti. Senza precedenti, la
Santa Sede non aveva mai perso la pazienza. Non ha sopportato che ad uscirne indenne dalla querelle erano quelli che hanno
provocato il caso Boffo, ed a esserne coinvolti erano
le massime autorità della Chiesa, in testa il cardinale Segretario di Stato.
Il Giornale,
infatti, sostiene ancora oggi che non avrebbe prestato fede ad alcuno se non
avesse avuto i documenti, risultati poi errati (quanto all’omosessualità) da
fonti istituzionali ( “una informativa che circolava
all’ombra delle cupole”). La colpa del tremendo attacco sferrato al direttore
dell’Avvenire non va ricercata quindi che dentro il Vaticano. Ma se così fosse,
le bugie le avrebbe scritto la Santa sede e le avrebbe
avallate lo stesso Pontefice.
Il silenzio etico
di Feltri fa più danno, oggettivamente, di una ricostruzione della vicenda
secondo verità, anche perché l’assist di Giuliano Ferrara è stato accolto,
confermando i sospetti del Foglio.
Sullo sfondo c’è
la politica, naturalmente. Il Premier – ispirato da Ferrara? - manda lettere
alle suorine misericordine
nell’anniversario della fine di Eluana Englaro per fare sapere al mondo che, fosse stato per lui, Eluana sarebbe ancora viva( E papà
Englaro gli rimprovera di non avere trovato il tempo
di venirla a vedere per rendersi conto del suo stato). E Feltri, assertore
dell’occhio per occhio dente per dente, torna a
scaricare sul Porporato le maldicenze legate al caso Boffo.
I rapporti fra
Santa Sede e Governo subiscono colpi di coda frequentemente. Di sicuro non sono
sereni. C’è chi soffia sul fuoco per vocazione e chi lo fa a ragion veduta. Il
Pontefice è stato costretto a scendere fra gli uomini. Nei Sacri Palazzi se lo
legheranno al dito. SicInf 10
Parole che educano. Quale pedagogia nella Bibbia?
"È la Bibbia stessa ad
educare: con i suoi contenuti, con i suoi messaggi, soprattutto con la forza
illuminante della storia della salvezza". Ne è convinto
mons. Carlo Ghidelli, arcivescovo di Lanciano-Ortona, intervenuto il 5 febbraio al convegno
nazionale del settore Apostolato biblico della Cei, che si è svolto in questi
giorni a Roma sul tema: "La prospettiva educativa nell'apostolato biblico.
Riflessioni, approfondimenti, proposte".
"Quella narrata dalla Bibbia - ha proseguito il biblista, soffermandosi
sul rapporto tra la Parola di Dio e i nuovi Orientamenti pastorali della Cei -
è una storia educante, che genera una comunità educante e perciò offre
molteplici processi educativi che rendono interessante e avvincente ogni pagina
del'Antico e del Nuovo Testamento".
"L'intenzione di Dio possiede sempre un'intenzione
pedagogica", ha spiegato il vescovo: "Dio intende sempre educare
colui o coloro ai quali rivolge la sua parola. Rivelandosi Dio si dà a
conoscere per quello che è e mette il suo popolo sulla buona strada per
comprendere quello che Dio si aspetta, non solo per poter
intavolare un dialogo costruttivo ma anche per portare a compimento nella
storia il piano di salvezza a favore dell'intera umanità". "In questa
luce e in questo contesto - ha sottolineato
l'arcivescovo - possiamo dire che il processo educativo è l'anima e il metodo
della Bibbia". "Rafforzare ed estendere" il servizio di
apostolato biblico: questo, ha spiegato il
coordinatore, don Cesare Bissoli, l'impegno del
competente settore della Cei, in sintonia con i nuovi Orientamenti pastorali e
in attesa dell'esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI su
"La parola di Dio nella vita della Chiesa", cui sarà dedicato il
convegno nazionale del 2011. Altro anniversario importante di
cui tener conto: il 40° del Documento di base "Il rinnovamento della
catechesi". Ne ha parlato don Guido Benzi, direttore dell'Ufficio
catechistico della Cei, ricordando come in esso si ribadisce
che la catechesi ha come finalità quella di "educare la mentalità di fede,
iniziare alla vita ecclesiale, integrare fede e vita".
L'"arte
pedagogica" di Gesù. La "dimensione educativa" è "insita in
tutta la Bibbia", e "la missione stessa di Gesù si caratterizza per
la sua valenza pedagogica". "Quando Gesù va in aiuto a Pietro e
compagni - ha proseguito mons. Ghidelli, facendo
alcuni esempi di quella che ha definito 'l'arte pedagogica di Gesù' - e chiama
il primo degli apostoli a condividere la sua missione, 'd'ora
in poi sarai pescatore di uomini', non fa altro che manifestare fino a che
punto egli vuole spingere il suo progetto verso i suoi discepoli. Per Gesù responsabilizzare equivale a educare. Quando, secondo la
testimonianza dell'evangelista Luca, Gesù invita Zaccheo,
capo dei pubblicani e ricco, a scendere dall'albero e gli dice che deve
fermarsi a casa sua non fa altro che stabilire un rapporto nuovo con lui, un rapporto educante di primissimo ordine. Per
Gesù dialogare equivale a educare". Il biblista ha poi ricordato
due episodi evangelici significativi, entrambi tratti
dal Vangelo di Giovanni: "Quando si trova davanti la donna adultera e,
dopo aver sistemato i farisei, le parla e le offre la possibilità di vivere una
vita nuova non fa altro che dimostrare come il suo metodo pedagogico non
conosca limiti. Per Gesù perdonare equivale a educare. Quando Gesù proclama la
sua regalità dinanzi a Pilato e afferma: 'Per questo
io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla
verità', non fa altro che esplicitare la dimensione educativa della sua
missione salvifica. Per Gesù salvare equivale a
educare".
Catecumenato e
gruppi biblici. Predisporre apposite celebrazioni
della Parola per "avvicinare i cercatori di Dio"; mettere sempre di
più in contatto la Bibbia con la vita delle persone e i cinque ambiti
individuati nel Convegno ecclesiale di Verona; formare animatori biblici con
"competenze" in grado di allargare la "rete" della comunità
cristiana. Sono alcune proposte formulate nei laboratori del convegno. Sul
rapporto tra Bibbia e catecumenato si è soffermato don Andrea Fontana, responsabile
per il catecumenato di Torino, secondo il quale nell'itinerario catecumenale
"si impara a vedere la vita con gli occhi della
fede", facendo dialogare "le vite della Bibbia con le nostre vite, la
sua storia con la nostra storia". Don Giovanni Giavini,
biblista, illustrando il notevole successo che nelle nostre diocesi riscuotono i gruppi biblici, ormai diffusi in tutta Italia,
ha menzionato tra le altre l'esperienza dei gruppi biblici attivi nelle
"università della terza età", dove spesso sono gli anziani stessi gli
animatori. "Forse - ha commentato Giavini -
riparano il vuoto del 1968, avvertono la crisi di fede del post-moderno,
rimediano a una fede troppo tradizionale o devozionale,
cercano speranza per il futuro. O semplicemente volevano
riempire il tempo libero e trovare aiuto per rispondere ai nipotini più
biblicamente aggiornati…". Nota dolente,
invece, risulta essere proprio la scarsa presenza di
gruppi biblici per ragazzi, tranne alcune eccezioni. Come una
"tre giorni" residenziale biblica - ha raccontato il relatore
- con la guida di biblisti e di esperti in didattica, dove i ragazzi vengono
guidati alla lettura di qualche pagina biblica adatta per loro, che essi poi
attualizzano con giochi, disegni, costruzioni, mimi, canti…
Attività simili sono in atto anche in alcuni gruppi di bambini e ragazzi del
catechismo in parrocchia. M.MICHELA NICOLAIS
Con chi soffre. Sono 117 mila i centri sanitari cattolici nel mondo
Sono 117 mila i
centri sanitari cattolici nel mondo, tra i quali migliaia di ospedali, cliniche
e case di accoglienza per disabili e orfani, oltre a 18
mila dispensari, 521 lebbrosari: le "cifre" della sanità cattolica
nel mondo, che rappresenta il 26% delle strutture ospedaliere mondiali, sono
state fornite in Vaticano, in occasione della presentazione delle celebrazioni
previste per il 25° di istituzione del Pontificio Consiglio per gli operatori
sanitari. Per la concomitanza con la XVIII Giornata mondiale del malato, è
stato promosso un simposio internazionale, sul tema "La Chiesa al servizio
dell'amore per i sofferenti" (9-11 febbraio). "La ricorrenza -ha
spiegato il presidente del Pontificio Consiglio, mons. Zygmunt
Zimowski - vedrà la presenza del Papa che, nella
giornata di giovedì 11, memoria della Beata Vergine di Lourdes, presiederà la
liturgia in S.Pietro per la
Giornata mondiale del malato". Il simposio in particolare è dedicato alla
riflessione sulle lettere apostoliche "Salvifici doloris"
e "Dolentium Hominum",
cui partecipano oltre 500 tra medici, ricercatori, operatori pastorali, cappellani,
provenienti da 35 Paesi di tutti i continenti.
Giovanni Paolo II
e il dolore. "Noi vogliamo rileggere la 'Salvifici Doloris'
per ricavarne non solo un forte stimolo per proseguire i nostri sforzi, ma
anche e soprattutto una profonda illuminazione spirituale che ci fa abbracciare
l'umanità sofferente e ce ne rende amorevolmente solidali, non tanto in vista
della totale eliminazione della sofferenza, umanamente impossibile come ricorda
opportunamente Benedetto XVI (Spe Salvi, 36), ma
della sua trasformazione in riscatto e redenzione in unione a Cristo nostra
speranza, per noi sofferto, morto e risorto": lo ha
detto mons. Zimowski, soffermandosi sulla
"Salvifici Doloris", emanata da Giovanni
Paolo II l'11 febbraio 1984. Ricordando papa Wojtyla, mons. Zimowski ha detto tra l'altro: "Ci ha regalato la
perla che ci accingiamo a scrutare con grande attenzione. La 'Salvifici Doloris' non reca solo la sua firma materiale: essa trasuda
soprattutto della sua intima esperienza di sofferenza profondamente vissuta e
trasformata, sulla scia di san Paolo, in fecondità spirituale: 'Completo nella mia carne… quello
che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa',
sono le parole con cui si apre la lettera".
Fede, malattia e
miracoli a Lourdes. "La ristrutturazione delle piscine dove si immergono i pellegrini, malati e non, è giunta ormai alle
sue ultime fasi organizzative. Siamo agli adempimenti burocratici e si pensa
che i lavori possano iniziare presto": con queste parole il vescovo di Tarbes e Lourdes, mons. Jacques Perrier, ha richiamato il
ruolo di uno dei luoghi della fede più amati, specie
dalle persone malate. Il vescovo ha sottolineato la
presenza a Roma delle reliquie di Santa Bernadette, che verranno portate in
processione lungo via Conciliazione e fino a piazza San Pietro in occasione
della Giornata del malato. "Ai fedeli che giungono a
Lourdes per pregare e impetrare la Vergine - ha detto il vescovo - si propone
un messaggio basato sull'affidamento al Signore e sulla guarigione spirituale,
anzitutto, cui in alcuni casi segue anche la guarigione fisica. Quando i
pellegrini rientrano alle loro case non sono mai
delusi o disperati, anche se non hanno ottenuto la guarigione fisica. Ciò che conta è aver accolto il messaggio della Madonna di
affidarsi con fiducia al Signore". Il vescovo ha richiamato le tre
volte in cui i Papi hanno visitato Lourdes: le prime due (nel 1983 e nel 2004)
sono state le visite di Giovanni Paolo II, mentre due anni fa vi si recò
Benedetto XVI in occasione del giubileo delle apparizioni.
Allargare le cure
a tutti gli uomini. "Lo scorso anno ho partecipato a un
simposio promosso dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che aveva per
tema l'accesso alle cure per tutti gli uomini di tutti i Paesi del mondo.
Noi come Chiesa cattolica non vogliamo entrare nel dibattito politico, ma
piuttosto ribadire che l'uomo ha una dignità
inalienabile e che le cure cui ha diritto riguardano la sua persona, da tutti i
punti di vista, non solo strettamente sanitari": così mons. Zimowski, sulle politiche sanitarie nei vari Paesi del
mondo. "Da parte nostra - ha aggiunto mons. Jean-Marie
Musivi Mpendawatu, sottosegretario dello stesso
Pontificio Consiglio - noi puntiamo su una presenza capillare delle strutture
sanitarie cattoliche, gestite per lo più dalle diocesi e dagli istituti
religiosi. Abbiamo anche avuto l'istituzione della "Fondazione Buon
Samaritano", che ha erogato aiuti a 15 Paesi,
specialmente in Africa, America Latina e Asia. Si raccolgono fondi e donazioni,
anche piccolissime da parte dei fedeli, e si creano
poi linee di aiuto che vanno fin nei più sperduti dispensari dei paesi più
poveri. Questo è il modo di agire della Chiesa".
LUIGI CRIMELLA
Un fratello di nome Karol Wojtyla
E’ arrivato in libreria l’ennesimo libro
dedicato a Giovanni Paolo II: un grosso volume di 640 pagine pubblicato dalle
Edizioni San Paolo con il
titolo “Diario di un’amicizia” e il sottotitolo “La famiglia Poltawski e Karol Wojtyla”.
Tra i numerosi libri che sono stati
scritti sul Papa polacco, questo è una cosa a se stante. Autrice, Wanda Poltawska, medico psichiatra polacca,
che fu amica e collaboratrice di Wojtyla fin dal 1950, quando il futuro Papa era un semplice
sacerdote, assistente spirituale dei giovani universitari, amicizia che è
continuata fino alla morte del grande Pontefice.
E’ un libro fuori dai normali schemi, che
contiene molti scritti inediti di Wojtyla, riflessioni, appunti, suggerimenti per
la vita spirituale e soprattutto parecchie lettere.
Non è una biografia. Non ha niente a che
fare con la storia pubblica e cronologica di Wojtyla. Non è neppure stato
scritto per essere pubblicato. Si tratta di una raccolta di appunti, di impressioni, che la dottoressa Poltawska
ha fissato in vari quaderni nel corso degli anni, una specie di diario, dal
quale ha tratto questo libro, utilizzando, in pratica, una piccola parte
dell’enorme materiale che possiede. E fu lo stesso Giovanni Paolo II , che aveva letto i quaderni di appunti, a suggerire che se
ne facesse una pubblicazione, ritenendo che sarebbe stata utile.
Nel giugno dello scorso anno, quando il
libro venne pubblicato in Polonia, fece parlare i
giornali di mezzo mondo, suscitando critiche e scandalo. Molti giudicarono
sconveniente che Karol Wojtyla avesse coltivato una amicizia
così profonda con una donna al punto da continuare a scriverle lettere anche da
Papa. Altri condannarono la dottoressa Poltawska, accusandola di protagonismo e smania di
pubblicità, per
aver rese pubbliche quelle lettere che, secondo loro, dovevano rimanere segrete
e affermando che la pubblicazione poteva addirittura nuocere alla causa di
beatificazione. Per fortuna, questo non è accaduto. La Chiesa, nei suoi
rappresentanti qualificati allo scopo, era al corrente
del contenuto del libro, lo aveva già esaminato, e nessun riverbero negativo si
è avuto sul processo che, per la parte dell’esame della vita e degli scritti di
Wojtyla, è stato concluso con il decreto di riconoscimento delle virtù eroiche
firmato dal Benedetto XVI a metà dicembre scorso. E si prevede che la solenne
beatificazione possa avvenire ad ottobre o al più
tardi nell’aprile del 2011.
Leggendo questo libro con calma e
attenzione, si rimane profondamente colpiti dal contenuto altamente
spirituale. Scritto con uno stile asciutto, conciso, e pochi pochi accenni personali da parte dell’autrice, ha un
fascino irresistibile. Fa scoprire innumerevoli dettagli dell’animo di Karol
Wojtyla e di quello della dottoressa Poltawska. Le
lettere di Wojtyla, non essendo ufficiali, ma destinate a una singola persona,
palesano la sua straordinaria sensibilità, la grandissima umanità e soprattutto
l’eccezionale santità. Svelano come egli fosse in continuo contatto con Dio.
Non in forma pietistica, formalistica, ma concreta e
permanente. Viveva come se camminasse davanti allo sguardo di Dio. Mai, in
nessun momento della sua giornata, perdeva questa consapevolezza e la
trasmetteva a chi gli era vicino.
Per la quasi totalità, il libro è costituito da “esercizi
scritti” per un cammino ascetico che la
dottoressa Poltawska ha fatto sotto la guida del suo
direttore spirituale che era appunto Karol Wojtyla. Lui le indicava i temi
delle meditazioni quotidiane e lei metteva per scritto i pensieri e le
riflessioni che faceva, inviandoli poi al direttore spirituale che valutava,
suggeriva, guidava verso nuovi traguardi interiori. E inviava lui stesso i
propri appunti sugli stessi temi, quasi a confrontarsi. Una lunga ascesi,
precisa, quotidiana, costante, che la dottoressa Poltawska
ha compiuto insieme al proprio marito, Andrzej, e
alle proprie figlie, e,
si può dire, anche insieme allo stesso Wojtyla che ha voluto farsi, con loro e per loro, “fratello”, e “ viandante” nel cammino verso Dio.
Un’esperienza eccezionale, diventata nel
tempo amicizia profonda. Scrivendo le sue lettere, Wojtyla chiamava la
dottoressa con
il diminutivo di “Dusia” (sorellina) e si firmava con
la sigla “Fr”, (fratello). Esperienza certamente originale e d’avanguardia, ma viva, concreta e sublime, che richiama la vita dei primitivi
cristiani, di santi come Francesco e
Chiara, e in particolare l’amicizia di
San Francesco di Sales e Santa Giovanna di Chantal. Solo un uomo come Wojtyla, santo e poeta,
drammaturgo e mistico, grande e umile, poteva realizzare un’esperienza del
genere, che diventa ora, attraverso il libro, un vero “patrimonio spirituale”
per chi ha il coraggio di leggere e di lasciarsi conquistare.
Per capire bene questa meravigliosa
avventura umana e spirituale, bisogna conoscere la storia che l’ha
originata. In particolare quella
dell’autrice, donna molto nota in Polonia per la mole di iniziative
cui ha dato vita nella sua ormai lunga esistenza, ma anche, in un certo
senso, “sconosciuta” perché riservata,
chiusa, gelosa della propria esistenza privata. Consapevole, però, del ruolo
che le è stato riservato dalla Provvidenza, giunta a un’età che si avvicina ai
novant’anni ha ceduto alle pressioni degli amici e al
desiderio che aveva già espresso Wojtyla,
mettendo a disposizione in questo libro le esperienze fatte accanto a un
grande uomo e un grandissimo santo.
Wanda Poltawska
conobbe Karol Wojtyla nel 1950, a Cracovia.
Lei aveva 29
anni, lui 30. Wojtyla, sacerdote da quattro anni, era assistente dei giovani
studenti universitari, e Wanda, già laureata in medicina, frequentava i corsi
di psicologia e psichiatria.
Aveva alle spalle una terribile
esperienza. Nata a Liblino, in una
famiglia molto cattolica, aveva avuto una infanzia e
una prima giovinezza serene, impegnata nel movimento degli Scout. Nel 1939, quando i nazisti invasero la Polonia,
Wanda, che aveva 18 anni, come altri suoi coetanei era entrata nella Resistenza
partigiana, per difendere la patria. Ma venne scoperta
e arrestata e inviata nel famigerato campo di concentramento nazista di Ravensbriick, dove visse uno spaventoso calvario durato
oltre quattro anni.
Anni di autentico martirio. Non solo per
le umiliazioni, la fame, i lavori pesanti, il freddo, le violenze fisiche e
morali, pane quotidiano in quei luoghi di sterminio, ma perché, ad un certo momento, lei e alcune altre compagne furono
scelte come cavie per misteriosi esperimenti medici. Trasferite in una specie di infermeria, erano sottoposte a interventi chirurgici, ad
orribili mutilazioni, asportazioni di pezzi di ossa, iniezioni di batteri nelle
ferite per provocare infezioni e cancrene, che erano poi trattate con altri
prodotti chimici. Un calvario spaventoso e interminabile. Quasi tutte le
ragazze morirono una dopo l’altra e Wanda sopravvisse per miracolo.
Tornata a casa,
era una larva umana. Riprese a studiare, si laureò in
medicina, ma dentro di lei il tarlo degli incubi continuava a roderla e a
tormentarla. Si sentiva una donna
finita, che lottava disperatamente con i fantasmi del passato, senza riuscire a
sconfiggerli. Aveva paura di se stessa, degli altri, della vita. I principi
cristiani che aveva ricevuto da bambina cozzavano
spaventosamente con la crudeltà che aveva subito nel Lager.
Cercava aiuto. Lo cercava soprattutto dai
sacerdoti, ma non trovava nessuno disponibile ad
ascoltarla e a capire i suoi problemi. Nel 1950 incontrò Karol Wojtyla, e
rimase colpita dal fatto che era una persona che “ascoltava”. Divenne il suo
confessore e direttore spirituale.
Fu lui a “guarire” la sua anima, ad
aiutarla a ritrovare se stessa e la fiducia nei propri simili. E, mano a mano che la conosceva bene, Wojtyla capì che quell’incontro non era
casuale. Abituato a vedere le cose da un punto di vista mistico, si convinse
che le terribili sofferenze che quella giovane donna aveva subito e sopportato
non erano cosa che riguardasse solo lei stessa. Per il mistero del “Corpo
mistico di Cristo”, riguardavano tutti, in particolare forse proprio lui, che dalla guerra era
stato risparmiato. Negli anni in cui Wanda “moriva” nel Lager, egli aveva
scoperto la propria vocazione al sacerdozio. E poi, era toccato a lui,
sacerdote, il
compito di “curare” le ferite che il Lager aveva lasciato nell’anima di quella
persona. Non erano coincidenze casuali, c’era un nesso, un legame, e questa sua
convinzione divenne, a poco a poco, consapevolezza. Lo rivelò lui stesso alla
dottoressa Wanda in uno dei momenti più importanti della sua esistenza, il 20
ottobre 1978, quattro giorni dopo essere stato eletto Pontefice della Chiesa. In
una lunga e bellissima lettera, la prima che le scrisse da Papa, volle
affrontare apertamente il tema della loro amicizia. Amicizia che ora, dopo che
lui era diventato Papa, poteva anche essere giudicata male da estranei. Ma era un’amicizia
“radicata e fissata in Dio, nella sua grazia”, come egli scrisse, e quindi
doveva continuare.
Ecco la parte di quella lettera che parla
esplicitamente di questo argomento.
<<Il Signore
Gesù ha voluto che quello che a volte veniva detto, quello che tu stessa avevi
detto il giorno dopo la morte di Paolo VI, diventasse
realtà. Ringrazio Dio per avermi dato, questa volta, così tanta pace interiore
– quella pace che mi mancava in modo evidente ancora
in agosto – che ho potuto vivere tutto ciò senza tensione. Con la fiducia che
Lui e sua Madre dirigeranno tutto, anche in queste relazioni, preoccupazioni e
responsabilità più personali. Con la convinzione che – se non seguirò la
chiamata – anche in questi rapporti posso rovinare tutto
<<Capisci che, in tutto questo,
penso a te. Da oltre vent'anni, da quando Andrzej mi
disse per la prima volta: “Duska è stata a Ravensbriick”, è nata nella mia consapevolezza la
convinzione che Dio mi dava e mi assegnava te, affinché in un certo senso io
“compensassi” quello che avevi sofferto lì. E ho pensato: lei ha sofferto al
mio posto. A me Dio ha risparmiato quella prova, perché lei è stata lì. Si può
dire che questa convinzione fosse “irrazionale”, tuttavia essa è sempre stata
in me - e continua a rimanerci. Su questa convinzione si è sviluppata
gradualmente tutta la consapevolezza della “sorella”. E anche questa appartiene
alla dimensione di tutta la vita. Anch'essa continua a rimanere. Mia cara Dusia! Tutta quella dimensione rimane in me e deve rimanere in te. È sempre stata radicata e “fissata” in Dio,
nella sua grazia - ora deve esserci fissata ancora di più>>.
Sono parole che spiegano in modo chiaro la
natura e la qualità dell’amicizia che ha legato Karol Wojtyla a Wanda Poltawska. Un’amicizia così straordinaria e sublime che può
nascere e crescere solo nel cuore e nell’anima dei grandi santi.
Renzo Allegri, de.it.press
"Il Dio dei mafiosi", la religiosità degli uomini di Cosa Nostra
L’analisi del
fenomeno mafioso svela un inquietante paradosso: gli uomini di “Cosa Nostra”
sono, nella quasi generalità, cattolici e, non di rado, credenti pieni di
fervore. Come è possibile ciò? La mafia, con
l’efferatezza dei suoi crimini, non è sorda al richiamo di Dio? Come si spiega
allora l’ostentata religiosità degli “uomini d’onore”?
A questi
interrogativi risponde Augusto Cavadi, sociologo e
teologo palermitano, nel suo recentissimo “Il Dio dei mafiosi”, edito da San
Paolo. Cavadi parte da un’analisi, penetrante e
aliena da luoghi comuni, della mafia.
Autore di diversi
scritti sulla realtà mafiosa, Cavadi ne delinea i principali tratti che la connotano: l’omertà che
preserva la segretezza dell’organizzazione, la struttura gerarchizzata e
piramidale, il familismo amorale, il ruolo subalterno della donna, l’ideologia
pervasa di dogmatismo e fondamentalismo che si accompagna alla pratica dell’
obbedienza cieca al potere carismatico del boss, la sottovalutazione della vita
terrena a cui fa da contraltare l’esaltazione della virilità e dell’onore,
l’individualismo e la diffidenza nei confronti della vita pubblica.
Nell’universo
mafioso, più complesso di quanto possa apparire, Cavadi
scorge aspetti tribali e arcaici che si coniugano ad altri moderni e,
soprattutto, l’assimilazione di elementi desunti da modelli culturali borghesi-capitalisti (quale, ad esempio, l’assenza della
solidarietà, se non limitata al ristretto nucleo familiare), dal “cattolicesimo
mediterraneo”, da canoni comportamentali meridionali e siciliani.
Sviscerata la
mafia nei suoi diversi e problematici profili e
svelatone l’intreccio con culture da essa esteriormente lontane, Cavadi dimostra, con sorprendente lucidità, come possa
configurarsi una “teologia dei mafiosi”. Una “teologia” cioè che indica in che
modo gli uomini d’onore credono, come vivono la loro religiosità, come
raffigurano Dio, la madonna, i santi.
Il Dio dei mafiosi
è onnipotente, punitivo, privo di misericordia, trascendente , “garante dell’ordine cosmico e dell’ordine sociale”, in
quest’ultimo aspetto simile a quello del cattolicesimo borghese. Esige
obbedienza assoluta e sacrifici fini a se stessi. E’ inarrivabile, se non
attraverso la mediazione dei santi e della madonna, che
infatti sono oggetto di particolare venerazione (si pensi alle tante
processioni sovvenzionate dai mafiosi). In ciò si evidenzia l’influsso delle
tradizioni cattoliche mediterranee, come pure nell’enfatizzazione della
passione e della crocifissione e, di contro, nel
minimizzare la resurrezione. Nel sentire religioso dei mafiosi prevalgono i
registri lugubri, la mancanza di gioia e di bellezza. Il Dio della mafia è’ una
divinità quasi spietata, che non conosce tenerezze e perdono e che, in qualche
modo, assomiglia ai boss stessi. Lo si potrebbe
identificare in una loro proiezione.
Nelle pagine del
saggio si evidenzia anche come una parte della comunità ecclesiale retrograda e
miope, per usare eufemismi, si sia resa complice di “Cosa Nostra”,
assecondandone i culti e accettandone protezione e offerte e che, similmente,
tanta borghesia “accomodante” la abbia agevolata, disconoscendola o
ridimensionando la sua pericolosità sociale.
Nel 1993, ad
Agrigento, le dure parole di condanna di Giovanni Paolo II: “Dio ha detto una
volta: “Non uccidere!. Nessun uomo,
nessuna associazione umana, nessuna mafia può cambiare e calpestare questo
diritto santissimo di Dio”. E di recente, alla conferenza episcopale di
Assisi, monsignore Mariano Crociata ha stroncato ogni equivoco: “Non c’è
bisogno di comminare esplicite scomuniche, perché chi
fa parte delle organizzazioni criminali già automaticamente è fuori dalla
comunione ecclesiale”.
Tutto ciò rivela una nuova consapevolezza della
malvagità mafiosa da parte della istituzioni della Chiesa. Ma Cavadi, che conosce bene il
fenomeno mafioso e talune ambiguità tuttora presenti nel mondo religioso, sente
il bisogno, nell’ultimo capitolo del libro, di individuare una serie di
anticorpi di cui la cristianità deve munirsi per arginare il triste legame tra
“Cosa Nostra” e la chiesa. E ciò sulla scorta dell’esempio dei tanti preti di
elevato spessore etico, primo tra tutti Don Pino Puglisi
(da non perdersi il suo ironico “padrenostro del picciotto”
ricordato nel volume), e nel nome del messaggio misericordioso del vangelo. SicInf 10
IRAQ. Ancora più uniti. I cristiani a un mese dal voto
In un clima di
violenza e di tensioni politiche l'Iraq si prepara alle elezioni legislative
del 7 marzo. Stragi di civili si registrano quasi ogni giorno alzando il
livello di scontro tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita.
Quest'ultima si è vista togliere dalla Corte di Appello il bando per circa 500
suoi candidati, sospettati di legami con il partito Baath
di Saddam Hussein. Una decisione giudicata "illegale e
incostituzionale" dall'esecutivo al governo. In questa situazione
la minoranza cristiana cerca di ricompattarsi per portare in Parlamento la
propria quota di cinque seggi, ad essa riconosciuta. Ad un mese dal voto il SIR ha parlato con l'arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako.
Eccellenza, quali
sono le esigenze prioritarie in questo momento?
"È quanto mai
necessario, in questa fase politica e in vista delle elezioni, avere una
visione unitaria della situazione che ci vede coinvolti come cristiani e
cittadini iracheni a pieno titolo. Insieme potremo far sentire il nostro
pensiero".
Il prossimo voto
potrebbe, allora, rappresentare un banco di riscontro importante per i
cristiani?
"Sono molte
le sfide che ci attendono e alle quali dobbiamo far fronte come cristiani.
Dobbiamo, per questo, unire le nostre forze. Divisi siamo deboli. Se vogliamo
far valere i nostri diritti dobbiamo avere una sola
voce. Non possiamo permetterci la dispersione di forze. Procedere
con una visione unitaria, con un programma, con delle idee condivise, ci darà
la forza per ottenere il riconoscimento dei nostri diritti e per avere la
possibilità di continuare a vivere nel nostro Paese a pieno titolo".
Come raggiungere
questo risultato?
"I cristiani
devono andare a votare in massa. Come cristiani siamo
chiamati ad impegnarci in politica per promuovere il bene comune e non gli
interessi personali. Tocca anche alle Chiese trovare i linguaggi giusti per
stimolare questo servizio alla comunità, anche attraverso una pastorale sociale
appropriata. Ai nostri fedeli, ai nostri cristiani, spetta anche il dialogo con
tutti quegli elementi moderati, laici, che operano in politica. È l'unico modo per garantirci un governo aperto e democratico, non
in balia di gruppi fondamentalisti che propugnano un Islam radicale che ci fa
paura e ci preoccupa".
Cosa rappresenta per l'Iraq il voto del 7 marzo?
"Indubbiamente
una tappa cruciale per il nostro Paese impegnato nel processo di ricostruzione
materiale e spirituale. La riconciliazione nazionale, tuttavia, resta la priorità e le
elezioni possono servire allo scopo".
E la sicurezza e
la stabilità?
"Nulla sarà
possibile senza la riconciliazione interna. Non ci saranno
mai sicurezza e stabilità senza la riconciliazione alla quale, ripeto, noi
cristiani possiamo, per vocazione, contribuire grandemente. Non ci sarà mai
vera ricostruzione materiale e spirituale se le componenti
del popolo iracheno non si riconcilieranno. Oggi la speranza di unità nazionale
è debole. Il rischio è che, davanti ad un ritiro delle
truppe Usa, tutto peggiorerà. E questo anche in presenza
di pressioni molto forti da parte di Paesi vicini".
Con tutta questa
violenza il rischio che molti, tra i cui i cristiani, non vadano a votare è reale…
"Speriamo di
no. Bisogna avere il
coraggio di far valere i propri diritti per il bene di tutto il Paese. I cristiani devono andare a votare". DANIELE ROCCHI
Benedikt: „Krankenleid bestimmt unsere Humanität“
Menschlichkeit bestimmt sich im
Verhältnis zum Leiden und Leidenden. Das hat Papst Benedikt XVI. an diesem
Donnerstag in seiner Predigt während der Messe zum 18. Weltkrankentag betont.
Mit Tausenden Kranken aus aller Welt feierte er den Gottesdienst im gut
besuchten Petersdom. Der Welttag der Kranken findet jedes Jahr am 11. Februar,
dem Fest der Gottesmutter von Lourdes, statt. Zu Beginn der Messe wurde die
Reliquie der heiligen Bernadette von Lourdes vor den Papstaltar gebracht. Die
Predigtworte des Papstes:
„Das Maß der Humanität bestimmt sich
ganz wesentlich im Verhältnis zum Leid und zum Leidenden. Das gilt für den
Einzelnen wie für die Gesellschaft. Mit der Einrichtung eines päpstlichen
Rates, der der Pastoral im Gesundheitswesen gewidmet ist, hat der Heilige Stuhl
einen eigenen Beitrag leisten wollen, um eine Welt voranzubringen, die fähiger
ist, die Kranken als Personen anzunehmen und zu umsorgen. Er wollte ihnen damit
helfen, die Erfahrung der Krankheit in einer menschlichen Weise zu leben: Indem
sie nicht negiert wird, sondern ihr ein Sinn gegeben wird.“
Moraltheologe Schockenhoff: „Im
Gesundheitswesen umdenken“
Das Anliegen des Papstes am
Weltkrankentag ist nachvollziehbar und richtig – allerdings müssen die
Bedingungen der Krankenseelsorge schärfer in den Blick genommen werden. Das
fordert der Freiburger Moraltheologe Eberhard Schockenhoff, der selbst Priester
ist, im Gespräch mit Radio Vatikan:
„Dass es zu den sinnvollsten
Tätigkeiten eines Priesters gehört, dass er Kranke besucht, Kranken Trost
spendet, mit Kranken über den Sinn ihres Leidens spricht und ihnen die
Krankensalbung spendet, dass ist unbestritten. Man
wird aber hinzufügen müssen, jedenfalls ist das in Deutschland so, dass für die
meisten Priester, die im Rahmen von Seelsorgeeinheiten tätig sind, diese sinnvolle
Tätigkeit aus zeitlichen Gründen immer weiter eingeschränkt wird. Das gießt
vielleicht ein bisschen Wasser in den Wein dieser sinnvollen Aussagen des
Papstes.“
Der Papst unterstreiche, dass Kranke
ihr Leiden als Zeugnis für andere Menschen verstehen sollten und dass das
„Passivsein“ und „Geduldhaben“ sinnvolle Möglichkeiten des Menschseins seien.
Dass der Papst daran erinnert, sei wichtig. Der Moraltheologe:
„Als kritisches Korrektiv auch
gegenüber einem unbegrenzten Leistungsideal, das Menschsein nur dann als würdig
und erstrebenswert empfindet, wenn es gesund, leistungsstark und autonom ist.
Allerdings würde ich sagen, dieses Zeugnis der Kranken gilt gegenüber ihrer
Umgebung insgesamt. In besonderer Weise natürlich auch gegenüber Priestern. Aber
eben nicht exklusiv, sondern gegenüber allen Menschen, die Kranken begegnen und
die ihnen in der Weise der Pflege oder des Trostes zugetan sind.“ (rv 11)
Für einen aufklärenden, zuweilen
schmerzhaften Weg der Aufarbeitung gibt es keinen Ersatz
ROM - Jeder einzelne Missbrauchsfall
durch hauptamtliche Mitarbeiter der Kirche beschädigt die gesellschaftliche
Akzeptanz von Kirche und christlichen Gemeinden, das hat uns der Missbrauchskandal der irischen Kirche und die klärende
Initiative der deutschen Provinz der Gesellschaft Jesu angesichts von
Missbrauch in ihren eigenen Reihen in diesen Tagen gezeigt.
Aber das Schlimmste an diesen
schrecklichen Vorgängen sind die bleibenden Verletzungen und Narben in der
Biographie und Seelen der Opfer. Sie sollten stets im Zentrum von Aufarbeitung
und Aufklärung stehen.
Unsere Redaktion erreichte in diesen
Tagen viele Stimmen, nicht nur zu diesen jüngsten Enthüllungen, sondern
insbesondere zu dem massiven Missbrauchskandal der
irischen Kirche.„Für Papst Benedikt müsste es doch
konsequent sein, die Bischöfe und Kardinäle, die über viele Jahre Mitwisser (
teilweise auch Mittäter) waren, nicht nur ihres Amtes zu entheben, sondern
diese auch einer weltlichen Gerichtsbarkeit zuzuführen und damit auch einen
juristisch abgesicherten Strafzuführungsprozess nach den Grundsätzen der
zivilen Strafprozessordnung in die Wege zu leiten“, erklärte Paul Haverkamp,
ehemaliger Religions-Pädagoge an einem Lingener
Schulzentrum gegenüber Zenit: „Sowohl zur stillschweigenden Duldung als auch
zur aktiven pädophilen Täterschaft sollte sich der Papst zu einer eindeutigen
und unmissverständlichen Vorgehensweise durch dringen“.
Der Standpunkt des Papstes angesichts
von Missbrauch ist klar. Den irischen Bischöfen gegenüber fielen Wörter wie
„abscheulich“ und „verwerflich“.(Zenit berichtete) Am vergangenen Montag hat
der Bischof von Rom wieder einmal in unzweideutiger Weise an die biblische
Lesart für ein Vorgehen seitens der Kirche erinnert: "Wer einem von diesen
Kleinen, die an mich glauben, zum Bösen verführt, für den wäre es besser, wenn
er mit einem Mühlstein um den Hals im tiefen Meer versenkt würde."(Mt 18,6) (Zenit berichtete)
Das Hauptproblem von Verantwortlichen in
der der Kirche, ist aber der Umgang mit solch einem kranken Verhalten, das
Menschen unwürdig, unethisch und eindeutig gesetzeswidrig ist. Verharmlosung
oder ein Vertuschen dürfe es nicht geben, erklärte der Trierer Bischof
Ackermann gestern. „Die Vorgänge seien erschütternd und verheerend für das
Ansehen und die Glaubwürdigkeit der Kirche, so der Bischof.
Es ist ein Verdienst der Jesuiten durch
den Druck der Leidenden unter den Opfern, endlich das vermeintliche Schweigen
über diese schrecklichen Vorgänge in aller Öffentlichkeit gebrochen zu haben.
Sie haben in sichtbarer Geschlossenheit gezeigt, dass sie aus dem Zeitalter von
Strukturen eines kirchlichen Schattenreichs ins Licht konsequenter Aufklärung
treten wollen. Sie haben bewusst und entschieden, trotz Scham vor
Öffentlichkeit seitens der Opfer und blockierender kirchlicher Sachzwänge,
diese Vergehen von Ordensmitgliedern, die teilweise den Orden verlassen haben,
in das Rampenlicht von Kirche, Gesellschaft und öffentlicher Medien gestellt.
Damit hat die Gesellschaft Jesu anders
als manch andere Einrichtung, nicht nur der katholischen Kirche, den
endgültigen Bruch mit verschleierndem Schweigen, vermeintlichem Gehorsam,
‚höheren verantwortlichen Instanzen' gegenüber gewagt und sich den Vergehen aus
den eigenen Reihen aber auch den eigenen Unterlassungssünden gestellt.
Das ist ein Schritt der Anständigkeit,
der Gerechtigkeit mit den Opfern und den Tätern, die sich ihren Vergehen nie
öffentlich stellen mussten. Es zeugt auch von tiefem Glauben. Wer sich Gesellschaft
Jesu nennt, weiß dass alles, was in unserer Öffentlichkeit „Imageverlust“
genannt wird, zu einer Kategorie gehört, die angesichts der Seligpreisungen für
Christen an sich kein Wert ist. Deshalb muss eine gläubige Kirche auch nicht
aus Sorge um eine Beschädigung ihres Rufes, Mittäter im Verschweigen und
Verdecken und Verdrängen werden. Sie muss sich auch nicht zwangsweise, oft
unbewusst, in den Seilschaften und Gefolgschaften des
Kranken und Perversen verfangen.
Deshalb sollte sich eigentlich gerade
Kirche ohne Angst schonungslose Aufklärung mit Verurteilung abscheulichen
Verhaltens leisten können, aber unter Wahrung der Würde der Täter.
Nicht nur seit König David, der von
seinem perverser Narzissmus bis zum Mord getrieben
wurde, überlebt das Volk Gottes unheilvolle Biographien und schreitet Kraft der
reinigenden und heilsamen Gnade Gottes in der Zeit voran. Aber König David
wurde von Gottes Propheten, anhand seiner eigenen theoretischen moralischen
Kategorien der Schuld überführt, bekannte sie und zeigte Reue. Erst dadurch
wurden seine Gebete authentisch. Für diesen aufklärenden, zuweilen
schmerzhaften Weg der Aufarbeitung gibt es keinen Ersatz. Dieser muss auch in
Zusammenarbeit mit den zivilen Behörden gegangen werden.
In diesem Sinne ist es zu begrüßen,
dass der Provinzial der Deutschen Jesuiten, P. Dartmann
SJ jüngst einen seiner Mitbrüder zur Selbstanzeige bei den Behörden ermahnte.
P. Theo Schneider SJ trat am Dienstag als Rektor des Aloisiuskoleg
in Bad Godesberg "im Interesse einer lückenlosen Aufklärung" zurück.
Landauf und landab sprechen Jesuiten das Thema ernsthaft und betroffen in
Gottesdiensten und öffentlichen Verantaltungen an.
„Die katholische Kirche sollte sich
endlich eingestehen, dass es einen Zusammenhang zwischen der Pflichtzölibatsforderung und dem Fehlverhalten von
Klerikern gibt und sich hinsichtlich des starren Festhaltens am Pflichtzölibat
einer Neuregelung dieser dringenden Frage nicht verweigern“, so Paul Haverkamp
Autor des Buches, „Kirche im Spannungsfeld“.
Mit diesem vermeintlichen
Lösungsvorschlag endeten in den letzten Tagen viele Analysen der jahrzehntelang
verdeckt gebliebenen, beklagenswerten Fälle von Missbrauch, sei es in
einschlägigen Boulevardmagazinen, wie Bild oder in vermeintlich seriösen
Nachrichtenmagazinen wie Stern und Spiegel, die sich im Niveau nicht groß
unterschieden.
Missbrauch ist keine Folge von
vermeintlich „weltfremden“ zölibatären Lebensformen innerhalb der katholischen
Kirche. Diese These greift viel kurz: Die erschütternden Ausmaße von Kindesmissbrauch
sind ein gesellschaftliches Problem. Dafür steht das jahrzehntelange Engagement
von hochkarätigen Einrichtungen angesichts von über 200.000 Missbrauchsfällen,
denen es vorrangig um Hilfe für die Opfer geht und um schonungslose Aufklärung
und Prävention.
Experten warnen euopaweit:
Die Pädophilen-Lobby sickert zunehmend in die Risse von gefährdeten Familien
ein und findet einen fruchtbaren Boden in einer „Fortschrittsmentalität“, die
eine sexuelle Neigung für Kinder für normal hält (Zenit berichtete).
<>"Es geht darum Mädchen und
Jungen zu schützen, für ihre Rechte auf sexuelle und körperliche Unversehrtheit
einzutreten, ihnen einen Rahmen zu ermöglichen, in dem sie sich ungehindert
entwickeln können und es geht darum, Erwachsene dafür zu gewinnen für den
Schutz der Mädchen und Jungen in die Verantwortung zu gehen", heißt es in
einem Werk der ersten Stunde das gegen Missbrauch kämpft. Die AMYNA e.V. wurde
1989 gegründet, um der Prävention von sexuellem Missbrauch ein eigenes Gewicht
zu verleihen. Er trägt den programmatischen Namen: "Verein zur Abschaffung
von sexuellem Missbrauch und sexueller Gewalt".
Die Vision, eine Gesellschaft frei von
sexuellem Missbrauch und sexueller Gewalt zu gestalten, trieb den Verein an,
der mittlerweile von der Stadt München Förderung für das "Projekt zur
Prävention von sexuellem Missbrauch" erhält. Prävention von sexuellem
Missbrauch, so die Experten, ist ein buntes und vielfältiges Arbeitsgebiet. Es
ist mutlikulturell, geschlechtsrollenöffnend,
generationenübergreifend, selbstverständlich sozialraumorientiert. Es gibt also
Licht im Dunkel. Angela Reddemann Zenit 11
Benedikt XVI.: „Schauen auf Christus heißt, die Menschenwürde zu leben“
Die Würde des Menschen im Gebet
erkennen – daran hat Papst Benedikt an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz
erinnert. In einer vollen Audienzhalle setzte der sichtlich gut gelaunte Papst
seine Ansprachen über bedeutende Gestalten der Kirchengeschichte fort. Dabei
stand dieses Mal der heilige Antonius von Padua im Mittelpunkt. Antonius, ein
gebürtiger Portugiese, trat nach seiner Zeit als Augustiner-Chorherr den
Franziskanern bei. Im Jahr 1221 begegnete er noch selbst dem heiligen Franz von
Assisi. Als Prediger und Theologe trug er maßgeblich zu einer Festigung der
franziskanischen Spiritualität bei. Besonders aber lag Antonius das Gebet am
Herzen. In der dort erkannten Liebe Gottes werde erst tieferes Erkennen und
Nächstenliebe möglich.
„Dabei steht im Mittelpunkt seiner
Verkündigung stets Christus. Die Betrachtung der Geheimnisse der Menschheit
Jesu, vor allem seiner Geburt und seines Todes am Kreuz, weckt in uns die Liebe
und die Dankbarkeit gegenüber Gott und zeigt uns zugleich die Würde des
Menschen. Gott selbst ist Mensch geworden. So hoch sieht er die Würde des
Menschen an. Der Blick auf den Gekreuzigten ist Quelle der Erkenntnis unserer
Würde. Er verpflichtet uns, diese Würde und Liebe zu leben, die er gelebt hat.“
(rv 10)
Andrea Gensel: ''Viele Priester sind einsam, wütend und verzweifelt''
„Nächstenliebe ist auch in der Kirche
nicht gerade verbreitet“ Andrea Gensel therapiert
Geistliche, die mit dem Zölibat nicht zurechtkommen. Doch die Kirche will von
Depressionen und Alkoholismus nichts wissen.
Frau Gensel,
mit welchen Problemen kommen Priester zu Ihnen?
Das größte Thema ist Einsamkeit. Und
Einsamkeit kann Suchtkrankheiten und Depressionen auslösen. Selbst wenn ein
katholischer Priester eine Freundin oder einen Freund hat und somit eigentlich
nicht einsam ist, muss er die Beziehung verheimlichen, er kann sich mit
niemanden austauschen. Das macht einsam.
Inwieweit haben diese Probleme mit dem
Zölibat zu tun?
Als Gesprächstherapeutin sehe ich im
Zölibat ein Mittel zur Triebunterdrückung. Und Triebunterdrückung ist ungesund.
Aber es gibt natürlich Priester, die glücklich mit dem Zölibat leben. Der
Zölibat hat auch nicht automatisch zur Folge, dass Übergriffe auf Kinder
stattfinden. Das Risiko von sexuellem Missbrauch besteht überall dort, wo
mitunter sexuell schwer gestörte Erwachsene auf Kinder treffen. Das gilt
genauso für die evangelische Kirche, staatliche Kindergärten und Schulen oder
Sportvereine. Aber zu mir kommen Priester, die nicht zölibatär leben können
oder wollen oder die es stört, dass Kollegen das Zölibat brechen und es keine Konsequenzen
gibt. Sehr viele katholische Priester sind homosexuell und haben eine Beziehung
zu einem erwachsenen Mann oder einer Frau oder haben gar Kinder. Dass das
einfach ignoriert wird, führt zu psychischen Problemen und treibt viele in die
Alkoholsucht. Mehrere Priester haben mir erzählt, dass die eigene Suchtklinik
der katholischen Kirche auf Jahre ausgebucht ist. Aber auch darüber wird aus
Personalnot hinweggesehen, bis der Priester zum Altar torkelt.
Dann ist aber doch der Zölibat schuld,
zumindest mittelbar.
Viele Priester empfinden die Art und
Weise, wie mit dem Widerspruch zwischen Ideal der Wirklichkeit umgegangen wird,
als „große Heuchelei“. Einige haben erzählt, dass es Kurse während der
Ausbildung gibt, in welchen man versucht heraus zu finden, welche
Priesteramtskandidaten homosexuelle Neigungen haben. Es soll die Hälfte sein.
Wiederum andere haben berichtet, dass es in ihrem Priesterseminar eine eigene
Gruppe gibt, in der sich die Homosexuellen treffen. Dieser Kreis nennt sich
„Rosa Synode“. Das weiß jeder. Aber es wird geleugnet. Und das macht viele
Priester wütend, einsam und verzweifelt.
Fühlen sich die Männer von Ihrer Kirche
alleingelassen?
Ja, das höre ich häufig. Einer
erzählte, dass er seinen Bischof in drei Jahren zweimal gesehen hat und nicht
einmal gefragt wurde, wie es ihm geht. Nächstenliebe ist auch in der Kirche
nicht gerade verbreitet. Außerdem herrscht viel Missgunst und Neid. Da
unterscheiden sich Priester nicht von Mitarbeitern in der Wirtschaft. Aber weil
Neid als Sünde gilt, wird in der Kirche auch darüber nicht offen gesprochen.
Was müsste sich ändern?
Es muss Klarheit geschaffen werden.
Entweder, indem der Zölibat aufgehoben wird oder indem das Durchbrechen des
Zölibats nicht geduldet wird. Dass aus Personalnot darüber hinweggesehen wird,
führt zu dieser Grauzone, die Menschen kaputt macht.
Wie versuchen Sie, Priestern zu helfen?
Wir schauen erst einmal, wie stabil
jemand ist und was er braucht, um wieder gesund und glücklicher zu werden. Er
hat ja nur die Möglichkeit, sich mit dem Zölibat zu arrangieren oder sein Amt
niederzulegen. Manchen helfen wir, eine andere Perspektive auf ihr Leben zu
bekommen, damit sie die Situation nicht mehr so belastet. Wenn jemand den
Wunsch äußert auszusteigen, unterstützen wir ihn dabei, indem wir zum Beispiel
Tipps geben, wo er sich mit seiner Ausbildung beruflich außerhalb der Kirche
eingliedern könnte Aber dieser Schritt ist sehr schwer. Dazu muss jemand erst
einmal wieder innerlich stabil sein.
Sie haben die 27 katholischen Bistümer
angeschrieben und sie auf die Not der Priester hingewiesen. Wie haben sie
reagiert?
Nur zwei haben überhaupt geantwortet
und lediglich darauf hingewiesen, dass Priester beichten können und es in ihren
Bistümern keine Probleme gibt. Daraufhin haben wir nochmals alle Bistümer
angerufen. Ein einziger Erzbischof hat sich angehört, was wir zu sagen haben.
Die anderen haben ausrichten lassen, dass kein Interesse an Details besteht.
Haben Sie den Eindruck, dass es ein
Problembewusstsein bei den Bistümern gibt? Gar ein Umdenken?
Nein.
(Das Interview führte Claudia Keller
Tsp 10)
Kindersoldaten: Caritas fordert besseren Schutz. Internationaler Aktionstag am 12. Februar
FREIBURG -Ein konsequenteres
Einschreiten gegen den Einsatz von Kindersoldaten fordert der Leiter von
Caritas international, Oliver Müller. "Unsere Arbeit zur Resozialisierung
ehemaliger Kindersoldaten kann langfristig nur Erfolg haben", so Müller,
„wenn wir politische Unterstützung erhalten.“ Dazu müsse insbesondere der Druck
auf die Verantwortlichen verstärkt werden. Wichtig sei es, zum einen das Verbot
einer – zwangsweisen wie freiwilligen - Rekrutierung von Minderjährigen
konsequent umzusetzen. Zum anderen müsse der Internationale Strafgerichtshof
gegen Regierungen und Milizen tätig werden, wenn diese Kinder im Krieg
einsetzen.
Anlässlich des internationalen
Aktionstages gegen den Einsatz von Kindern als Soldaten am 12. Februar wies
Müller darauf hin, dass nach Schätzungen der Vereinten Nationen 250.000 Kinder
weltweit in bewaffneten Konflikten eingesetzt werden. „Es darf nicht sein, dass
Kinder zum Töten erzogen und missbraucht werden“, sagt Müller, „das zu
verhindern muss eine internationale Aufgabe werden.“
Caritas international, das Hilfswerk
der deutschen Caritas, unterstützt zahlreiche Projekte etwa in Liberia, Uganda
und Kongo, in denen ehemaligen Kindersoldaten ein Weg zurück in das zivile
Leben ermöglicht werden soll. Beispielsweise betreut Caritas Goma ehemalige
Kindersoldaten in fünf Übergangszentren in Ostkongo
und versorgt sie medizinisch und psychologisch. Ziel ist die Rückkehr in ihre
Familien. Die Caritas hat in vielen Fällen selbst die Freilassung der Kinder
erreichen können. Denn die Mitarbeiter stehen im Kontakt mit Armee- und
Milizführern und verhandeln über die Demobilisierung. Die Projekte richten sich
auch an Öffentlichkeit mit dem Ziel, die Bevölkerung für das Thema Kinderrechte
zu sensibilisieren. Zenit 11
Ökumene: „Keiner darf die Hände in den Schoß legen“
Für eine erfolgreiche Ökumene müssen
sich alle Glaubensgemeinschaften gemeinsam bewegen. Darauf weist der
anglikanische Exeget, Tom Wright, hin. Der Bischof von Durham im Norden
Englands hat in den letzten Tagen am ökumenischen Symposion in Rom
teilgenommen, das an diesem Mittwoch mit der Feier der Vesper in Sankt Paul vor
den Mauern zu Ende geht. Der Rat für die Einheit der Christen unter Kardinal
Walter Kasper hatte eingeladen, sich unter dem Titel „Die Früchte ernten“ über
Stand und Fortschritt im ökumenischen Prozess auszutauschen. Bischof Wright benennt
im Gespräch mit uns einen grundlegenden Wandel in dem, was Ökumene heute will.
„Vor vierzig Jahren haben wir alle noch
einen – wie soll ich sagen – modernistischen Traum gehabt. Das war mein ganzes
Leben lang so. Einen Traum der einen Theorie für alles. In Physik genauso wie
in der Politik, den Vereinten Nationen etwa, würde die Welt zusammenwachsen und
das war wunderbar. Das war der Traum, mit dem die Ökumenische Bewegung vor 100
Jahren begonnen hat. Die Ereignisse des 20. Jahrhundert haben diesem Optimismus
irgendwie den Boden unter den Füßen weggezogen: sozial, kulturell, und auch
theologisch.“
Die am schnellsten wachsenden Kirchen
in der postmodernen Welt seien heute die Pfingstkirchen, und denen sei es egal,
ob Anglikaner oder Katholiken oder Methodisten irgendwie zustimmen. Sie
predigten den gekreuzigten Herrn und ignorierten die ökumenische Bewegung. (rv 10)
Gottesdienste für Verliebte und Verlobte zum Valentinstag
Beispiele aus dem Angebot im gesamten
deutschsprachigen Raum
ROM - Zum Valentinstag bieten viele
Pfarrgemeinden im deutschsprachigen Raum wieder Gottesdienste für Verliebte,
Verlobte und Verheiratete an, darunter auch im Erzbistum München und Freising,
in der Diözese Limburg, im Erzbistum Berlin und in der Diözese Graz-Seckau. Zahlreiche Legenden sind mit dem Heiligen Valentin
als Patron der Liebenden verbunden. Valentin kümmerte sich fürsorglich um
Trostsuchende und beschenkte sie mit Blumen aus seinem Garten. Trotz eines
kaiserlichen Verbotes traute der Priester Liebespaare nach christlichem Ritus
und begleitete sie als Seelsorger. Am 14. Februar 269 wurde Valentin in Rom
enthauptet.
Vorchristliches Brauchtum verknüpfte
sich später mit der Verehrung des Märtyrers. Im Mittelalter entstand der
Brauch, Frauen am Valentinstag Blumen zu verehren. Diese Sitte kam im 20.
Jahrhundert über die USA zurück nach Europa.
Die Erzdiözese Wien will 100.000
"Liebesbriefe von Gott" zum Valentinstag durch Valentinsbotinnen und
-boten verteilen. Sie machen am 14. Februar darauf aufmerksam, dass Gott jedem
Menschen nahe sein möchte. "Es ist meine Freude, dass es dich gibt. Denn
ich habe dich gewollt. Du bist unendlich wertvoll in meinen Augen. Denn ich
liebe dich!"
An der Verteilaktion
beteiligen sich mehr als 100 Pfarrgemeinden. Ab Samstagvormittag gibt es die
Briefe auf großen Plätzen wie dem Stephansplatz und Karlsplatz oder auf der Mariahilfer Straße. Im Laufe des Tages bekommen auch
Patientinnen und Patienten in einigen Wiener Krankenhäusern einen
"Liebesbrief von Gott". Im Stephansdom findet am 13. Februar um 20.30
Uhr eine "Segnung der Liebenden" mit Dompfarrer Anton Faber statt.
In der bayrischen Haupstadt
sind am Vorabend des Valentinstages, Samstag, 13. Februar, um 18.00 Uhr alle
Liebenden zu einem Valentinsgottesdienst in die St. Michaelskirche in der
Münchner Fußgängerzone, Neuhauser Straße 6, eingeladen. Die Eucharistiefeier
mit anschließender Einzelsegnung steht unter dem Motto „...der Liebe
wegen" und wurde in Kooperation mit dem Fachbereich Ehe, Familie,
Alleinerziehende im Erzbischöflichen Ordinariat vorbereitet.
Im Erzbistum München und Freising
werden Gottesdienste zum Valentinstag in mehreren Pfarreien angeboten. Die
Kirche möchte damit Menschen in ihrer religiösen Sinnsuche ansprechen und ihre
Sehnsucht nach gelingenden Beziehungen christlich deuten. Zu einem ökumenischen
Gottesdienst laden die katholische Pfarrei St. Anna und die
evangelisch-lutherische St.-Lukas-Kirche in München am Sonntag, 14. Februar, um
17.00 Uhr nach St. Lukas, Steinsdorfstraße, ein. Im
Münchner Stadtteil Fürstenried steht der ökumenische Gottesdienst am Freitag,
12. Februar, um 19.00 Uhr in der Pfarrkirche Wiederkunft des Herrn, Allgäuerstraße 40, unter Motto „...der Liebe wegen".
In Miesbach findet am Sonntag, 14.
Februar, um 19.00 Uhr in der Pfarrkirche Mariä Himmelfahrt ein
„Segensgottesdienst für Liebende" mit anschließendem Stehempfang statt. In
Landshut sind Verliebte zum Valentinsgottesdienst am Freitag, 12. Februar, um
18.00 Uhr in die Krypta von St. Jodok eingeladen.
Die katholische Kirche in Frankfurt
lädt Paare zu einem besonderen Rendezvous ein. Fünf Gottesdienste bieten über
die ganze Stadt verteilt Verliebten die Gelegenheit, die Liebe zueinander in
den Blick zu nehmen und einen persönlichen Segen für das Glück zu zweit zu
empfangen. Aber auch Menschen, die der Valentinstag schmerzlich daran erinnert,
dass sie unglücklich verliebt oder noch alleine sind, sind zu den Segensfeiern
herzlich eingeladen.
Bereits am Freitag, 13. Februar, lädt
die Katholische Pfarrei St. Josef in Bornheim, Berger Straße 135, um 20.00 Uhr
zum Gottesdienst ein. Zur gleichen Zeit feiert im Nordend die Pfarrei St.
Bernhard, Koselstraße 11-13, ihren
Valentinsgottesdienst. Am 14. Februar, dem eigentlichen Valentinstag, folgen um
11.00 Uhr ein ökumenischer Gottesdienst in der Pfarrei Mutter vom Guten Rat in
Niederrad, Bruchfeldstraße 51, und um 18.00 Uhr in St. Josef in Höchst, Hostatostraße 12, eine Eucharistiefeier. Den Abschluss
bildet die Katholische Hochschulgemeinde (KHG) mit dem Universitätsgottesdienst
am Sonntag, 15. Februar, um 19.00 Uhr in der Kirche St. Antonius im Westend, Savignystraße 15. Im Anschluss an die Valentinsfeiern sind
alle Besucher auf ein Glas Sekt und zur Begegnung eingeladen.
Im Berliner Erzbistum findet der Segen
in der Kirche St. Joseph, Müllerstr. 161, in Berlin-Wedding statt, um 19.00 Uhr
am Valentinstag. Kommen können alle Paare, die ihre Liebe und ihre Beziehung
unter den Segen Gottes stellen wollen. Im Anschluss gibt es jeweils die
Möglichkeit zur Begegnung.
Auch die Diözese Graz-Seckau erwartet Liebende zum Gottesdienst am Valentinstag,
etwa in der Stadtpfarrkirche Graz gegen 17.00 Uhr, ab 16.46 Uhr läuten die
Glocken, das Hauptportal wird geöffnet, wo Pater Josef und zwei weitere
Personen die Kirchenbesucher begrüßen. Um 16.55 Uhr beginnt die Musik mit
Saxophon, Klavier und einer Jazzsolistin. Um 17.05 Uhr eröffnet Pater Josef den
Gottesdienst. (mk, Zenit 10)
Leitartikel. Zölibat unter Verdacht
In der offenen Gesellschaft gibt es für
die Kirche keine Reservate und keinen Artenschutz. Sie muss sich den
Missbrauchsvorwürfen stellen – ohne Heimlichtuerei.
Von Joachim Frank
Zölibatär – verklemmt – pädophil –
kriminell. In rasanter Folge klackern jetzt wieder die Begriffe, seit der
sexuelle Missbrauch von Schülern durch Jesuiten-Patres
am Berliner Canisius-Kolleg bekanntgeworden ist. In
einem Männer-Kollektiv, das seinen Geschlechtstrieb seit dem Mittelalter mit
einem Sex-Verbot auf Lebenszeit deckelt, wird der Druck im Kessel halt
irgendwann übermächtig. Soll sich also keiner wundern, wenn Patres
und Pastöre sich an kleinen Jungs vergreifen.
Das Argument wirkt so einleuchtend,
dass seine bedenkliche anthropologische Prämisse kaum auffällt: Den Sexualtrieb
nicht auszuleben, wäre demnach kaum möglich ohne gravierende psychische Schäden.
Oder anders gesagt: ohne Sex kein normales Leben. Das mag als plausibel
erscheinen in einer Gesellschaft, in der die Potenz ständiger Gesprächsstoff
ist. Es widerspricht aber aller Erfahrung: Sexuelle Abstinenz kommt in den
besten Ehen vor, die meisten Kulturen kennen sozial hoch geachtete Modelle
dauerhafter Enthaltsamkeit. Und am Ende kann die Dampfkessel-Theorie den
Kindesmissbrauch durch Täter nicht erklären, deren Sexualleben frei von Zölibatspflicht und kirchlicher Kuratel ist.
Trotzdem sind die wachsenden Vorbehalte
gegen die Ehelosigkeit der Priester ein zentrales Problem für die Kirche. Zum
einen haben sie zu einer Art Wagenburgmentalität geführt, zum anderen geht dem
Zölibat die soziale Legitimation verloren, so dass er tatsächlich als Fremdkörper,
als versteinertes Überbleibsel vergangener Epochen erscheint. Der Klerus spürt,
dass seine Lebensform kaum noch verstanden oder gar unter Generalverdacht
gestellt wird. Einstmals wesentliche Motive für den Zölibat sind hinfällig
geworden, speziell die über Jahrhunderte tradierte Leibfeindlichkeit der
katholischen Theologie und ein negatives Frauenbild. Als geistliches Zeichen –
"um des Himmelreiches willen" – ist der Zölibat selbst
praktizierenden Katholiken fremd. Ein fast mitleidiges "Für mich müssten
Sie aber nicht so leben, Herr Kaplan" bekommen schon die jungen
Geistlichen in ihren Pfarreien zu hören.
Damit klafft im Profil des geistlichen
Amtes eine gewaltige Leerstelle. Das wiederum hat gravierende Folgen für den
Priesternachwuchs: Für welchen jungen Mann ist ein Berufsbild noch attraktiv,
das nicht nur mit Dauerstress und struktureller Überforderung aufwartet
(Stichwort: Priestermangel), sondern obendrein mit schwindendem Rückhalt für
eine so existenzielle Entscheidung wie den Verzicht auf Ehe und Familie? Viele
Ausbilder wissen um die Gefahr einer Negativ-Auslese und sehen sich mit dem
Problem konfrontiert, an eine immer kleinere Zahl von Kandidaten für das
Priesteramt immer strengere Maßstäbe anlegen zu müssen.
Hinzu kommt, dass viele Bischöfe einst
auf einer niedrigeren Stufe ihrer Karriereleiter direkt oder indirekt mit der
Aus- und Fortbildung der Priester betraut waren. Jeder Fall von
Kindesmissbrauch stellt damit die eigene Menschenkenntnis, die Kompetenz und
die Sorgfalt in der Personalauswahl in Frage. Die kirchlich Verantwortlichen
kennen die Täter oft seit Jahrzehnten und verfallen nur allzu leicht in den
Reflex, dass nicht sein kann, was nicht sein darf.
Der Zölibat erweist sich somit sehr
wohl als ein Strukturproblem – weit über die Frage einer gestörten Sexualität
einzelner Geistlicher hinaus. Doch darüber reden nur die wenigsten Bischöfe
offen. Die meisten fühlen sich von Feinden der Kirche und den bösen Medien
verfolgt und halten verbissen dagegen. Das trübt ihren Blick und hemmt ihre
Kräfte im schonungslosen Kampf gegen Kindesmissbrauch. Vordergründig und mit
gutem Recht machen sie geltend, dass jeder Vorwurf sorgfältig zu prüfen sei, um
fälschlich Beschuldigte womöglich vor der Vernichtung ihrer sozialen Existenz
zu bewahren. Aber zugleich schwingt die Angst vor dem Skandal mit, dem Makel,
dem Ansehensverlust.
Dabei ist das weitaus größere Übel doch
das Vertuschen und Verharmlosen – strafrechtlich, moralisch und medial. Das
gilt umso mehr, wenn durch ein bloßes Versetzen der Täter – wie im Berliner
Fall – noch mehr Kinder in Gefahr geraten. Es ist verbrecherisch, skrupellos
wie dumm, solcher Vergehen mit Heimlichtuerei Herr werden zu wollen. Und es ist
zutiefst reaktionär: In der offenen Gesellschaft gibt es für die Kirche keine Reservate
und keinen Artenschutz. Das anzuerkennen, hat für Papst und Bischöfe mindestens
so viel mit der Ankunft in der Gegenwart zu tun wie eine Debatte über die
Zukunft des Zölibats. FR 11
Bischof Ackermann: Zölibat nicht Auslöser für Kindesmissbrauch
Der Trierer Bischof Stephan Ackermann
sieht im Zölibat nicht den Auslöser für die Fälle von Kindesmissbrauch in der
katholischen Kirche. «Alle ernstzunehmenden Untersuchungen machten deutlich,
dass es einen solchen Zusammenhang nicht gibt», sagte Ackermann am Mittwoch in
Trier.
«Immer dann, wenn Missbrauchsfälle
durch Priester bekanntwerden, gibt es auch die Tendenz, Priester unter den
Generalverdacht einer sexuellen Verklemmtheit und Abartigkeit zu stellen. Diese
Einschätzung geht an der Wirklichkeit vorbei», sagte der Bischof. Sie werde
auch der Ernsthaftigkeit des Themas und dem Leid der Opfer nicht gerecht. «Und
immer muss es um die Opfer gehen, sie müssen im Mittelpunkt stehen, ihnen muss
– soweit das möglich ist – geholfen werden», sagte Ackermann.
Die zahlreichen Fälle sexuellen
Missbrauchs, die seit Ende Januar vom Berliner Canisius-Kolleg
bekanntwurden, seien «erschütternd und verheerend»
für das Ansehen und die Glaubwürdigkeit der Kirche, sagte Ackermann. Er sei
jedoch froh, dass die Jesuiten so offensiv mit dem Thema umgingen. An erster
Stelle sei jetzt eine lückenlose Aufklärung gefordert, eine Verharmlosung oder
Vertuschung dürfe es nicht geben.
Ackermann verwies darauf, dass es seit
2002 im Bistum Trier einen Beauftragten gebe, an den sich Opfer von sexuellem
Missbrauch direkt wenden könnten. Seitdem habe es zwar in Trier keinen Fall von
Missbrauch gegeben, «das entbindet uns aber nicht davon, weiter alles
erdenklich Mögliche zu tun, damit das auch so bleibt.» So werde etwa in der
Priesterausbildung schon heute das Thema Sexualität nicht tabuisiert, sondern
«offen und unverkrampft» behandelt. na/ddp 11
Missbrauchsskandal Erdrückende Vorwürfe: Jesuiten-Rektor geht
Erste personelle Konsequenz im
Missbrauchsskandal: Der Rektor des Bonner Aloisiuskollegs
gibt sein Amt auf. Erzbischof Zollitsch schweigt
weiter.
Der Skandal um sexuellen Missbrauch an
Jesuiten-Schulen in Deutschland hat erste personelle Konsequenzen. Der Rektor
des Bonner Aloisius-Kollegs, Pater Theo Schneider, trat mit sofortiger Wirkung
zurück.
Das teilte die Deutsche Provinz der
Jesuiten in München mit. Der Pater halte diesen Schritt auch wegen der gegen
ihn gerichteten Vorwürfe - etwa der Mitwisserschaft – im Interesse einer
lückenlosen Aufklärung für angeraten, hieß es. Der Provinzial der Deutschen
Provinz der Jesuiten, Stefan Dartmann, habe den
Rücktritt angenommen. In den nächsten Tagen werde eine kommissarische Leitung
des Kollegs bestellt.
Seit gut einer Woche waren
Missbrauchsfälle von allen drei deutschen Jesuiten-Gymnasien - dem Berliner Canisius-Kolleg, dem Kolleg St. Blasien
im Schwarzwald und dem Bonner Aloisius-Kolleg - bekanntgeworden und hatten für
viel Aufsehen gesorgt.
Betroffen sind auch eine frühere
Jesuitenschule in Hamburg und weitere Einrichtungen. Erste Missbrauchsfälle aus
den 70er und 80er Jahren waren am 28. Januar in Berlin öffentlich geworden.
Dann kamen weitere Taten von drei Jesuiten-Patres in
Hamburg, Hildesheim, Göttingen, Hannover, im Schwarzwald und in Bonn ans Licht.
Der Vorsitzende der katholischen
Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
ließ unterdessen bekannt geben, sich aktuell nicht zu den Berichten äußern zu
wollen. Die Bischofskonferenz werde sich auf ihrer Frühjahrsvollversammlung vom
22. bis 25. Februar in Freiburg mit dem Thema beschäftigen. Papst Benedikt XVI.
hatte am Montag allgemein die Verletzung der "Rechte des Kindes"
verurteilt. Leider hätten "auch einige Kirchenmitglieder diese Rechte
verletzt". (dpa 9)
In Eritrea droht eine Hungersnot
"Eritrea muss seine Grenzen
dringend wieder öffnen, um eine Hungersnot
zu verhindern", fordert der
Seelsorger für die deutschsprachigen
Katholiken im Nahen Osten, Msgr. Joachim Schroedel. Im
Gespräch mit dem
weltweiten katholischen
Hilfswerk "Kirche in Not" befürchtet Schroedel,
dass sonst "viele Menschen in
Eritrea den Hungertod sterben müssen". Von
der Weltöffentlichkeit größtenteils
unbemerkt spiele sich in dem
nordostafrikanischen Land inzwischen
ein humanitäres Drama ab. In den
letzten Monaten habe sich die Situation
nach Aussage Schroedels
dramatisch verschärft. Wegen
politischer Spannungen zwischen Äthiopien
und Eritrea stehe der Handel zwischen
beiden Ländern praktisch still.
Versorgungsengpässe und Hunger seien in
Eritrea darum inzwischen an der
Tagesordnung.
Das Hauptproblem Eritreas sieht Schroedel vor allem in der autoritären
Staatsführung unter Präsident Isaias Afewerki. Die Regierung
leugne
strikt alle Probleme im Land. Der Staat
sei nicht ehrlich und lasse
seine Bürger lieber verhungern, als
Fehler zuzugeben. Auch Religions-
und Pressefreiheit gebe es im Gegensatz
zu offiziellen Behauptungen
nicht. Die Kirche werde unterdrückt,
viele christliche
Hilfsorganisationen dürften inzwischen
nicht mehr ins Land einreisen.
Immer wieder erhalte er Berichte, dass
katholische Ordensfrauen auf der
Straße beschimpft würden, manche seien
sogar des Landes verwiesen worden.
Schroedel
vermutet einen Zusammenhang zwischen den Repressionen gegen
Christen und der
"Islamisierung" des Landes. Er befürchtet, dass sich in
Eritrea bald ähnliche religiöse
Spannungen wie in Nigeria aufbauen
könnten, wenn nicht bald ein echter
Dialog zwischen Christen und
Muslimen vorangetrieben werde. Schroedel stellt fest: "In den knapp 15
Jahren, in denen ich als Seelsorger im
Nahen Osten bin, ist die
Situation für die Christen eindeutig
schwieriger geworden." Als eine
qualifizierte Minderheit würden dort
Christen im Alltag meist nur wie
Bürger zweiter Klasse behandelt. KiN 10
Mainz. Generalvikar empfing Weihbischof Yosyf Milan aus Kiew
Austausch über Situation der unierten
griechisch-katholischen Kirche in der Ukraine
Mainz. Der Mainzer Generalvikar, Prälat
Dietmar Giebelmann, hat am Mittwoch, 10. Februar, Weihbischof Yosyf Milan aus Kiew im Bischöflichen Ordinariat in Mainz
zu einem Gespräch empfangen. Milan gehört der griechisch-katholischen Kirche in
der Ukraine an.
Der mit Rom unierten Kirche des
byzantinischen Ritus (Katholische Ostkirche) gehören heute rund 5,2 Millionen
Gläubige in der Ukraine, Polen, den USA, Südamerika, Australien und Westeuropa
an. Die ukrainische griechisch-katholische Kirche, zu der sich in der Ukraine
rund fünf Millionen Gläubige bekennen, war in der Zeit der Sowjetunion
(1946-1989) verboten. Begleitet wurde der Weihbischof von Pfarrer Ivan Machuzhak, dem Kanzler der Apostolischen Exarchie für katholische Ukrainer des byzantinischen Ritus
in Deutschland und Skandinavien. Milan war im vergangenen Jahr von Papst
Benedikt XVI. zum Weihbischof von Kiew ernannt worden.
Die Anfänge der Seelsorge für die in
Deutschland lebenden ukrainischen Katholiken des byzantinischen Ritus reichen
bis in die 1920er Jahre zurück. Am 17. April 1959 errichtete Papst Johannes
XXIII. für die in Deutschland lebenden katholischen Ukrainer des byzantinischen
Ritus eine Apostolische Exarchie mit eigener
Jurisdiktion, die direkt dem Papst untersteht, vergleichbar mit einem
Apostolischen Vikariat der lateinischen Kirche. Seit dem Jahr 2000 ist Bischof
Petro Kryk Apostolischer Exarch für katholische
Ukrainer des byzantinischen Ritus in Deutschland und Skandinavien. tob
(MBN)
Deutschland: Kinder sind keine kleinen Erwachsenen
Ein hartes Urteil über die Bemessung
von Hartz IV hat das oberste deutsche Gericht gefällt. Am Dienstag stand zur
Entscheidung, ob die gegenwärtigen Verfahren den Verfassungsgrundsätzen
entsprechen. Die Antwort: Nein, das tun sie nicht. Die aktuelle Bemessung der
Regelsätze verstieße gegen das Grundgesetz, so das Gericht, und zwar gegen
Paragraph 20, das Sozialstaatsprinzip, und gegen Paragraph 1, die Würde des
Menschen. Prälat Peter Neher ist Präsident des deutschen
Caritasverbandes. Er sieht eine Notwendigkeit der Änderung der Verfahren zur
Festsetzung der Regelsätze, aber im Fokus hat bei dem Verfahren ja besonders
eine Bevölkerungsgruppe gestanden: die Kinder.
„Der bisherige Regelsatz für Kinder ist
ja ein prozentual abgeleiteter Satz des Erwachsenenregelsatzes. Und das
Bundesverfassungsgericht hat eindeutig festgestellt, das dem eben nicht der
jeweilige Bedarf von Kindern in unterschiedlichen Altersgruppen bis fünf,, bis 13 und bis 17 Jahren zu Grunde gelegt sind, sondern
eben die Bedarfe eines allein stehenden Erwachsenen. Und das ist
verfassungswidrig. Und deswegen bin ich persönlich mit dem Urteil sehr
zufrieden und bin sehr überrascht über die Klarheit der Sprache! Im Urteil
steht an mehreren Stellen, die Schätzungen seien ins Blaue hinein gemacht
worden oder die Berechnungen seien ‚freihändig?.“ (rv 10)