Notiziario religioso 10-11 Febbraio 2010
Mercoledì 10. Il commento al Vangelo. Ciò che “contamina l’uomo”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 7,14-23) commentato da P. Lino Pedron
14 Chiamata di
nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: 15 non c’è
nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le
cose che escono dall’uomo a contaminarlo». 16 .
17 Quando entrò in
una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di
quella parabola. 18 E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non
capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, 19
perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?».
Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 20 Quindi soggiunse: «Ciò che esce
dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. 21 Dal di dentro infatti, cioè dal cuore
degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, 22
adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia,
superbia, stoltezza. 23 Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e
contaminano l’uomo».
Il far comprendere
le cose ai discepoli è uno dei punti fissi che incontriamo nell’insegnamento di
Gesù e costituisce un costante avvertimento a riflettere sulle sue parole e
sulle sue azioni con una fede più profonda.
Gesù spiega ai
suoi discepoli che alla base della parabola si trova l’immagine dei cibi, i
quali vengono introdotti nell’uomo dall’esterno, andandosene per la loro via
naturale. Il mangiare e l’eliminare i cibi non hanno nulla a che vedere con la
"purità" intesa in senso morale e religioso.
Egli prende una
posizione libera e coraggiosa di fronte agli ebrei, che coltivavano non pochi
tabù, tra cui ideologie antiquate circa l’"impurità" di determinati
cibi e animali e il contaminarsi con fatti naturali (nel campo sessuale) e col
contatto con i lebbrosi e con i cadaveri.
L’insegnamento di
Gesù viene ripreso dagli apostoli: "Tutto ciò che è stato creato da Dio è
buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie,
perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera" (1Tm
4,4-5).
Pur valutando
positivamente la creazione, pur apprezzando l’uomo e la sua rassomiglianza con
Dio, l’esperienza del mondo ci dimostra che la creatura umana è affetta da
un’oscura e misteriosa inclinazione al male, sorgente dell’immoralità, del
peccato e di ogni vizio. E a questo punto del vangelo segue un lungo catalogo
di vizi, la cui sorgente è il cuore dell’uomo.
Non è ciò che
entra nell’uomo che lo contamina, ma quello che esce dal suo cuore. Ognuno deve
dare importanza alla conversione radicale del cuore.
Per Gesù il cuore
dev’essere pulito, libero, retto. Si tratta di creare una situazione interiore
degna di Dio, perché è lì che egli si rivela e abita. "Beati i puri di
cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8). L’autenticità della vita religiosa si
misura dal cuore, cioè dalle scelte libere che escono dall’interno dell’uomo.
La santità non consiste in fatti esterni e superficiali, ma nella purezza del
cuore.
Il principio del
bene e del male è il nostro cuore buono o cattivo, illuminato dall’amore o
accecato dall’egoismo. La norma ultima di comportamento per fare la volontà di
Dio viene dal discernimento del nostro cuore: siamo mossi da Dio o dal
demonio?, dall’amore o dall’egoismo?. Sant’Agostino ha scritto: "Ama, e
fa’ quello che vuoi!". De.it.press
Giovedì 11. Il commento al Vangelo. La fede della donna pagana
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 7,24-30) commentato da P. Lino Pedron
24 Partito di là,
andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che
nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva
la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si
gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il
demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse:
«Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e
gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini
sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per
questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia».
30 Tornata a casa,
trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.
L’attacco portato
da Gesù contro le tradizioni alimentari del suo popolo fu un colpo ben
assestato contro le divisioni esistenti tra ebrei e pagani.
L’opera di
demolizione continua in questa breve narrazione: è la fede che rende partecipi
del nuovo popolo di Dio, non il fatto di essere ebrei (cfr Gal 3,7-9).
Il problema che
soggiace a questa narrazione è questo: "E’ lecito concedere ai pagani i
benefici che Dio accorda agli ebrei?". La risposta di Gesù è affermativa e
chiara.
Il racconto della
seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) sarà la risposta, alla luce del sole
e davanti a quattromila persone, di quanto Gesù ci ha anticipato qui nel
segreto di una casa privata: Gesù è venuto per tutti, è pane per tutti, è il
salvatore di tutti.
La donna pagana,
originaria della Sirofenicia, dimostra di possedere una fede altrettanto tenace
che la donna ebrea che soffriva di perdite di sangue (cfr 5,25-34) e non si
lascia impaurire dal rifiuto iniziale di Gesù.
La risposta di
Gesù a questa donna può sembrare addirittura offensiva, ma tale non è. Nel suo
parlare allegorico, egli vuol dire: Sono stato mandato anzitutto per i figli
d’Israele, e non posso preferire i pagani.
Si è voluto spesso
richiamare il fatto che gli ebrei consideravano se stessi come figli di Dio e
designavano i pagani col nome di "cani", per disprezzo; infatti
questa parola in Oriente suonava come insulto. Tuttavia ci si riferiva ai cani
randagi, mentre Gesù parla qui di "cagnolini", ossia di animali
domestici, ed è in questo senso che l’intende anche la donna. Perciò Gesù non
parla in uno stile odioso, ma, come usava spesso, conia qui una similitudine
per dare rilievo al suo pensiero.
Le parole di Gesù
non sono un rifiuto totale, ma soltanto un accenno al fatto che egli deve
recare la benedizione della salvezza in primo luogo a Israele.
La donna accetta
l’allegoria usata da Gesù e la volge prontamente a suo favore: anche i
cagnolini sotto la tavola ricevono qualche briciola del pane dei figli. Gesù
non poteva desiderare nulla di meglio se non che la fede della donna fosse
abbastanza forte per riconoscerlo e approfittarne.
Questo racconto si
presenta come un esempio di fede. Una fede genuina che non si lascia turbare
nemmeno quando sembra che Dio nasconda la sua faccia. De.it.press
Benedetto XVI duro sulla pedofilia. "Diritti violati anche nella
Chiesa"
Il Papa ricorda
l'insegnamento di Gesù in difesa dei bambini. "Diritti dei minori violati
anche da alcuni nostri membri. Un comportamento che la Chiesa non manca e non
mancherà di deplorare e di condannare”
Città del Vaticano
- ''La Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela
della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di
essi. Purtroppo, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto
con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa
non manca e non mancherà di deplorare e di condannare''. E' quanto ha affermato
questa mattina il Papa ricevendo in udienza l'assemblea plenaria del Pontificio
consiglio per la famiglia che si tiene da oggi fino al 10 di febbraio.
''La tenerezza e
l'insegnamento di Gesù - ha aggiunto Benedetto XVI - che considerò i bambini un
modello da imitare per entrare nel regno di Dio, hanno sempre costituito un
appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura''.
''Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli - ha
spiegato ancora il Pontefice - impegnano tutti a non abbassare mai il livello
di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell'infanzia
è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati
positivi circa l'adozione, le cure sanitarie, l'educazione, la tutela dei
disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l'abbandono e lo
sfruttamento sessuale e lavorativo''.
Benedetto XVI è
inoltre tornato questa mattina a mettere in guardia i coniugi contro divorzi e
separazioni che hanno ricadute molto negative sull'educazione dei figli.
Ricevendo in udienza i partecipanti all'assemblea plenaria del Pontificio
consiglio per la famiglia, il Pontefice ha quindi rilevato che la famiglia
fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna è il supporto migliore che si possa
dare ai bambini. ''E' proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e
una donna - ha affermato il Papa - l'aiuto più grande che si possa offrire ai
bambini''. ''Essi - ha aggiunto - vogliono essere amati da una madre e da un
padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con
ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari
nell'educazione dei figli e nella costruzione della loro personalita' e della
loro identita'''.
''E' importante,
quindi - ha aggiunto il Pontefice - che si faccia tutto il possibile per farli
crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i
coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del
loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l'ascolto della Parola di Dio, la
preghiera, il dialogo costante, l'accoglienza reciproca ed il perdono
vicendevole''. ''Un ambiente familiare non sereno - ha poi spiegato Ratzinger -
la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con
il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la
famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e
stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze
dei minori''.
(Adnkronos 8)
Il Papa condanna i preti pedofili
«L'infanzia
violata anche in Chiesa. Ma infanzia ferita anche dai divorzi»
CITTA' DEL
VATICANO - Alla vigilia della pubblicazione della sua Lettera alla Chiesa dell’Irlanda
sul tema degli abusi commessi da sacerdoti e religiosi - prevista in occasione
di un incontro con i vescovi del Paese che si terrà il 15 e 16 febbraio -
Benedetto XVI torna a parlare dei diritti dei minori troppo spesso violati e
calpestati («anche - ammette - da uomini di Chiesa»). E condanna sia chi compie
abusi sessuali su di loro, li abbandona o li sfrutta facendone piccoli schiavi,
sia genitori e educatori inadeguati che non vigiliano per impedire tali scempi.
O peggio sono essi stessi a commetterli.
Condanna che
riguarda anche le leggi permissive che non tengono conto del diritto dei
bambini ad avere una famiglia unita e armonica. Un diritto insito per il Papa
nella legge naturale che la Chiesa non si stanca di richiamare. «La Chiesa non
manca e non mancherà di deplorare e di condannare i suoi membri che purtroppo,
in diversi casi, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato i
diritti dei minori», assicura dunque nel discorso rivolto al Pontificio
Consiglio per la Famiglia. «La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che
considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio -
sottolinea in proposito il Pontefice - hanno sempre costituito un appello
pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura». In proposito
Ratzinger ricorda a cardinali, vescovi e prelati «le dure parole di Gesù contro
chi scandalizza uno di questi piccoli, che impegnano tutti a non abbassare mai
il livello di tale rispetto e amore».
«La Convenzione
sui diritti dell’infanzia del 1989 - spiega - è stata accolta con favore dalla
Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l’adozione, le cure
sanitarie, l’educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli
contro la violenza, l’abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo». Il
Papa della «tolleranza zero» verso i preti pedofili chiede però altrettanta
coerenza alle autorità civili e a tutti i genitori e educatori, perchè le
raccomandazioni del documento siano davvero seguite. «La famiglia, fondata sul
matrimonio tra un uomo e una donna è l’aiuto più grande - ricorda - che si
possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre
che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con
ambedue i genitori, perchè le figure materna e paterna sono complementari
nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della
loro identità». Ed «è importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per
far crescere i bambini in una famiglia unita e stabile». Inoltre, scandisce,
«un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori e, in
particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i
bambini».
Per questo,
occorre «sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti,
la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le
autentiche esigenze dei minori». A tal fine, il Papa invita vescovi e sacerdoti
ad «esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la
sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della
Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il
perdono vicendevole». In occasione della Plenaria del Pontificio Consiglio per
la Famiglia, Benedetto XVI ricorda poi la memoria del card. Alfonso Lopez
Trujillo, che«per ben 18 anni ha guidato il dicastero con appassionata
dedizione alla causa della famiglia e della vita nel mondo di oggi». Al
successore, card. Ennio Antonelli, il Papa esprime «viva gratitudine» e un
incoraggiamento per le iniziative intraprese dal dicastero a tutela
dell’infanzia e per la preparazione del matrimonio con la imminente
pubblicazione di un «vademecum», nel quale è rilanciata la proposta
ratzingeriana di un itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione
coniugale che comprende, come prima tappa, una «preparazione remota» rivolta ai
bambini, agli adolescenti e ai giovani e «coinvolge la famiglia, la parrocchia
e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come
vocazione all’amore, che si specifica, poi, nelle modalità del matrimonio e
della verginità per il Regno dei Cieli».
«In questa tappa -
chiede il Papa - dovrà progressivamente emergere il significato della
sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare
nell’amore autentico». Ovviamente c’è poi una «preparazione prossima» al
matrimonio, che «riguarda i fidanzati e dovrebbe configurarsi come un
itinerario di fede e di vita cristiana», e una «preparazione immediata» che ha
luogo in prossimità del matrimonio: «oltre all’esame dei fidanzati, previsto
dal Diritto Canonico», per il Papa teologo «essa potrebbe comprendere una
catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e
la cura affinchè la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e
particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un
dono che contribuisce alla sua crescita spirituale». In questo settore cruciale
per la Chiesa, conclude Ratzinger, «i vescovi promuovano lo scambio delle
esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in
questo importante settore e mostrino particolare attenzione perchè la vocazione
dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente
nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica». LS 8
11 febbraio, Giornata del malato. La parola di chi soffre
Il dolore
interroga ogni persona e chiede risposte non formali
"La Chiesa a
servizio dell'amore per i sofferenti" è il tema della XVIII Giornata
mondiale del malato che si celebra l'11 febbraio, memoria liturgica della Beata
Vergine di Lourdes. Quest'anno la ricorrenza coincide con il 25° di istituzione
del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari che, come sottolinea
Benedetto XVI nel suo messaggio, rivela la "sollecitudine ecclesiale per
il mondo della salute". Con l'annuale Giornata del malato, spiega il Papa,
la Chiesa intende "sensibilizzare capillarmente la comunità ecclesiale
circa l'importanza del servizio pastorale nel vasto mondo della salute,
servizio che fa parte integrante della sua missione". Gesù "si
rivolge anche a noi", afferma Benedetto XVI, "ci esorta a chinarci
sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli e sorelle"
e "ci aiuta a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta
nella vita di ogni giorno, l'esperienza della malattia e della sofferenza può
diventare scuola di speranza". Dal Pontefice, infine, una sottolineatura e
un auspicio: "Nell'attuale momento storico-culturale, si avverte"
ancora più "l'esigenza di una presenza ecclesiale attenta e capillare
accanto ai malati, come pure di una presenza nella società capace di
trasmettere in maniera efficace i valori evangelici a tutela della vita umana
in tutte le fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale". Del
significato della sofferenza il SIR ha parlato con padre Luciano Sandrin,
preside dell'istituto internazionale di teologia pastorale sanitaria
"Camillianum".
Il senso della
vita. "La questione della sofferenza e della malattia - spiega padre
Sandrin - pone alla coscienza domande sul senso della vita ed è un costante
interrogativo a Dio, che spesso sembra tacere, apparentemente sordo alle nostre
invocazioni e indifferente alle grandi tragedie". "Parlando del
dolore - prosegue il religioso - si può correre il rischio di apparire poco
rispettosi di chi lo sta sperimentando e ci rimprovera di non essere in grado
di comprendere. Eppure il dolore è esperienza di tutti, anche se in modo
diverso, ed è almeno in parte comprensibile e condivisibile". Tuttavia,
secondo il teologo, anziché "cogliere ciò che il dolore dell'altro ci
vuole comunicare, spesso tentiamo di tacitarlo con qualche 'analgesico' (un
farmaco, una frase di circostanza) o lo rimuoviamo" perché "la
presenza o la parola di chi soffre ci mettono a disagio, entrano in contatto
con i nostri attuali dolori o risvegliano quegli antichi". Invece, per
"porsi autenticamente in ascolto di chi soffre dobbiamo imparare a non
soffocare le ferite che abitano dentro di noi e ad accettare la nostra
vulnerabilità e i rischi del coinvolgimento".
La
"discrezione" di Gesù. Qual è, allora, la risposta cristiana alla
sofferenza? "Il senso del dolore - risponde il religioso - va cercato in
Dio, nella sua sofferenza assunta per amore, nel suo stare dalla nostra parte
facendosi carico delle nostre debolezze". Guardando con attenzione a
Cristo "ci accorgiamo di quanto, rispetto al dolore, sia stato 'discreto'.
Non ne ha parlato in modo esplicito, non lo ha spiegato; tuttavia ne ha
'narrato' il senso prendendosi cura dei sofferenti che lo cercavano e,
soprattutto, nella sua passione e nella sua morte. Nel suo abbandonarsi
obbediente al Padre, credendo al suo amore contro ogni evidenza, il soffrire di
Cristo è diventato luogo di redenzione e guarigione profonda". In questa
prospettiva "la sofferenza e la sua mancanza di vie d'uscita vengono
svuotate di assurdità e non-senso e collocate nella luce liberatoria della
speranza". Secondo padre Sandrin, "il dolore è soprattutto un'esperienza
di solitudine". Di qui l'importanza di "accompagnare chi soffre,
assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventi anche nostra
e faccia sentire chi soffre non più solo". Una "capacità di
compassione, sollecitudine e accompagnamento" che, secondo il religioso,
"oggi deve entrare nei percorsi educativi". "La famiglia, la
parrocchia, le associazioni, la scuola - avverte -, devono impegnarsi nella
cura e nell'affinamento di quella sensibilità verso il prossimo che non è
frutto di emozione ma educazione degli occhi, del cuore e della mente. Un
compito che deve far parte, a pieno titolo, della sfida educativa che la Chiesa
italiana sta rilanciando e i cui frutti possono costituire una ricchezza per
l'intera società".
Le iniziative. In
occasione della Giornata del malato e del 25° di istituzione del Pontificio
Consiglio per gli operatori sanitari con il Motu proprio "Dolentium
Hominum", il 9 e il 10 febbraio si svolgerà in Vaticano un Simposio
internazionale sul Motu proprio e sulla Lettera apostolica "Salvifici
Doloris". La mattina dell'11 febbraio sono previsti l'arrivo in Vaticano
delle reliquie di Santa Bernadette e la messa solenne presieduta da Benedetto
XVI in San Pietro. Per l'occasione, l'Ufficio nazionale Cei per la pastorale della
sanità ha predisposto un sussidio, curato dal direttore don Andrea Manto che,
riprendendo il tema della Giornata, sviluppa una riflessione sul legame
sofferenza-evangelizzazione; evidenzia il ruolo della comunità cristiana, e si
sofferma su alcuni aspetti particolari, come il rapporto famiglia-malattia,
educazione alla salute, ministero dei sacerdoti a servizio degli infermi. Sir
Il Vaticano sul caso Boffo:
«Campagna contro il Papa»
«Falso che la
velina che spinse il direttore di Avvenire a lasciare arrivasse
dall'Osservatore Romano - LA Santa Sede: «Campagna diffamatoria anche contro il
Pontefice»
CITTÀ DEL VATICANO
- Contro la Santa Sede è in corso una campagna diffamatoria che coinvolge lo
stesso Benedetto XVI. È quanto si legge in un comunicato della Segreteria di
Stato, attraverso il quale la Santa Sede apostrofa come «prive di ogni
fondamento definisce» le «notizie e le ricostruzioni» di stampa sul
coinvolgimento del direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian nel
caso Boffo. «È falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore
dell'Osservatore Romano abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle
dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di Avvenire - si legge nel
comunicato - . È falso - spiega ancora la nota. - che il direttore
dell'Osservatore Romano abbia dato, o comunque trasmesso o avallato in
qualsiasi modo, informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia
scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate».
«BASTA ATTACCHI
INGIUSTI E INGIURIOSI» - Attraverso il comunicato della Segreteria di Stato, la
Santa Sede mette nero su bianco il giudizio di «falsità» circa le
interpretazioni su quanto accaduto in Vaticano nei giorni delle dimissioni di
Boffo. E Benedetto XVI difende dai sospetti il Segretario di Stato Tarcisio
Bertone e il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian. «Il Santo Padre
Benedetto XVI, che è sempre stato informato - si legge in una nota della Santa
Sede diffusa - deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena
fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene
della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la
giustizia». «Dal 23 gennaio - denuncia infatti il Vaticano - si stanno
moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che
riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano
cattolico italiano Avvenire, con l'evidente intenzione di dimostrare una
implicazione nella vicenda del direttore dell'Osservatore Romano, arrivando a
insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste
notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento». Redazione online CdS 9
Vicenda Boffo. Ferma reazione di Bertone contro i detrattori della
gerarchia ecclesiastica
La Chiesa: ''In
atto una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso
Romano Pontefice''. Andreotti: "C'è un sottofondo di ostilità, la reazione
dura del Vaticano è giustificata". Palazzo Chigi smentisce: ''Nessuna
telefonata tra Berlusconi e Bertone''
Città del
Vaticano - Dopo oltre due settimane di
silenzio la Segreteria di Stato ha rotto gli indugi: la misura era colma, e, ai
mezzi d'informazione che hanno insinuato una responsabilita' diretta o
indiretta del direttore dell''Osservatore romano' e dello stesso cardinale
Tarcisio Bertone nella vicenda che ha portato alle dimissioni dell'ex direttore
di 'Avvenire' Dino Boffo il 3 settembre scorso, il Vaticano ha risposto con
durezza.
E' tutto falso, è
in atto ''una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo
stesso Romano Pontefice'', ha messo nero su bianco la Segreteria di Stato in
una nota diffusa nella tarda mattinata di oggi dalla Sala stampa vaticana.
Inoltre, dal Vaticano è arrivata anche la conferma che il Papa era in effetti
informato dei fatti: dunque anche la risposta di oggi agli attacchi mediatici
ha avuto il pieno avallo di Benedetto XVI.
Il testo della Segreteria
di Stato fa riferimento in modo esplicito alla ''ingiuriosa'' campagna stampa
alimentata in questi giorni: ''Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando,
soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le
vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico
italiano 'Avvenire', con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione
nella vicenda del direttore de 'L'Osservatore Romano', arrivando a insinuare
responsabilita' addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e
ricostruzioni non hanno alcun fondamento''.
In particolare,
sottolinea il Vaticano, ''è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o
il direttore de 'L'Osservatore Romano' abbiano trasmesso documenti che sono
alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di 'Avvenire';
è falso che il direttore de 'L'Osservatore Romano' abbia dato - o comunque
trasmesso o avallato in qualsiasi modo - informazioni su questi documenti, ed è
falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre
testate''.
Quindi, il
passaggio più delicato e importante della nota emessa dai piani alti del
Vaticano, quella che fa riferimento diretto al Pontefice: ''Appare chiaro dal
moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili - ripetute
sui media con una consonanza davvero singolare - che tutto si basa su
convinzioni non fondate, con l'intento di attribuire al direttore de
'L'Osservatore Romano', in modo gratuito e calunnioso, un'azione immotivata,
irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria
contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice''.
''Il Santo Padre
Benedetto XVI che è sempre stato informato - conclude significativamente il
testo - deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai
suoi collaboratori e prega perche' chi ha veramente a cuore il bene della
Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia''.
La nota della
Santa Sede viene riportata oggi in prima pagina dall'Osservatore Romano con una
significativa premessa: ''Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e
ne ha ordinato la pubblicazione''.
Intanto dal canto
suo il direttore del 'Giornale' Vittorio Feltri interpellato dall'Aadnkronos
afferma netto: "Non conosco né Bertone, né Vian. 'Il Giornale' ha
pubblicato una notizia vera, la condanna di Boffo per molestie, il resto non
conta".
"Vedo che
ogni giorno si scrivono pagine e pagine su questa storia - sottolinea Feltri -
ma si fantastica molto, si preferisce la realtà romanzata e si sorvola sulla
verità essenziale: la notizia che abbiamo pubblicato su Boffo era vera o falsa?
Noi abbiamo pubblicato una notizia vera, Boffo è stato condannato per molestie,
condanna poi tramutata in pena pecuniaria. E' altrettanto vero che in quello
che abbiamo scritto c'era anche un particolare che poi si è rivelato inesatto e
noi lo abbiamo corretto, ma la notizia della condanna era vera, ma nessuno si è
incaricato di verificare se la notizia data da 'Il Giornale' fosse vera o
falsa, piuttosto si preferisce costruire romanzi. Il Vaticano non ha certo
bisogno di difensori, ma la strumentalizzazione di quanto abbiamo scritto mi
sembra evidente".
"La notizia
-dice ancora il direttore del quotidiano di via Negri- non l'ho appresa al bar,
né al club della bocciofila, ma dal club della Chiesa, che è piutttosto
rispettato, con molta gente e la fonte era assolutamente istituzionale e
attendibile. Non ho appreso la notizia da un passante e comunque, anche se cosi'
fosse stato, la notizia e' stata verificata e si e' rivelata esatta. In ogni
caso -conclude Feltri- non conosco Bertone, non conosco Vian, non conosco
nessuno della segretria vaticana".
(Adnkronos 9)
Chiesa, manovre e nuovi sospetti, la partita fra Bertone e Bagnasco
Segreteria di
Stato, Cei e Ruini: vertici a equilibri variabili - di ALBERTO STATERA
ROMA - Santa Maria
Goretti, contadina uccisa dodicenne nel 1902 dopo un tentativo respinto di
stupro, incolpevolmente, o forse per diretta volontà dello Spirito Santo, ha
fatto pullulare i sopiti complotti ecclesiali che ormai da mesi scuotono nel
profondo la Chiesa romana, monarchia assoluta di tipo elettivo, nella quale
"ci si morde e ci si divora", come senza perifrasi ha lamentato il
papa Benedetto XVI. Fu il 6 luglio scorso alla Ferriera di Latina che Mariano
Crociata, classe '53, nato a Castelvetrano, ex arciprete di Marsala e vescovo
di Noto, intrattenne i fedeli sul "libertinaggio gaio e irresponsabile che
non è un affare privato".
Monsignor Crociata
parlò di un libertinaggio che "invera la parola lussuria e manifesta
disprezzo nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà e
autocontrollo". Tanto più grave quando i comportamenti "coinvolgono
minori". Parole rilanciate in diretta sul network cattolico Sat 2000.
Crociata non è un prete di campagna, dal 20 ottobre 2008 è il segretario della
Conferenza episcopale italiana, l'assemblea permanente degli oltre 200 vescovi
che, tra l'altro, gestisce il quasi miliardo di euro dell'8 per mille
dell'Irpef che gli italiani destinano nella dichiarazione dei redditi alla
chiesa cattolica. Tra loro ci sono molti pesi massimi, come Angelo Scola,
quarantasettesimo patriarca di Venezia, Giuseppe Betori, arcivescovo di
Firenze, Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, Agostino Vallini, vicario
della diocesi di Roma. E poi Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano,
Crescenzio Sepe, di Napoli, Paolo Romeo, di Palermo, la pattuglia considerata
più "di sinistra". Che per bocca di Tettamanzi ha messo agli atti:
"In politica la vera questione per i cattolici non riguarda quale
schieramento seguire, ma di avere ogni giorno decisioni e comportamenti
coerenti con il Vangelo. La moralità, soprattutto per chi è al servizio della
polis, non ammette separazione tra pubblico e privato".
Era il primo
segno, quel 6 luglio 2009, che la Chiesa, pressata dalla base, come
dimostravano le mille lettere di protesta al quotidiano della Cei Avvenire, non
poteva più tacere sulle rivelazioni che emergevano di giorno in giorno circa le
scorribande sessuali e il libertinaggio esibito dal presidente del Consiglio,
nonostante il patto di ferro siglato in altri tempi tra la Curia di Santa
Romana Chiesa e l'onorevole Silvio Berlusconi, generoso interprete legislativo
delle necessità ecclesiali, vuoi di ordine etico-morale, vuoi di interesse
secolare, tramite i preziosi uffici del Gentiluomo di Sua Santità, don Gianni
Letta.
Nessuno poteva
allora immaginare che il pur doloroso buffetto etico di monsignor Crociata
sulla nuca neochiomata del presidente del Consiglio, che pure certificò la fine
della sua presunta illibatezza, potesse aprire una voragine di cui ancora non
s'intravede il fondo e che via via rivela le lotte di potere, il carrierismo mondano
e i complotti orditi nelle pie ombre dei sacri palazzi, oscurando persino il
libertinaggio gaio e irresponsabile perpetrato abitualmente nelle residenze di
palazzo Grazioli, di Villa Certosa, sugli aerei di Stato e in ogni luogo in cui
dovrebbe invece preservarsi come un bene prezioso la dignità istituzionale.
Filtrano ora
all'esterno dei sacri palazzi i venefici fumi occultati del post-ruinismo, gli
strascichi dell'instancabile interventismo politico del cardinale Camillo
Ruini. Per tre lustri presidente dei vescovi e portatore di un grande
"progetto culturale cristianamente orientato" per riportare il mondo
cattolico al centro della scena sociale e politica del Paese, una "sfida
educativa" orientata non solo alla famiglia, alla scuola e alla chiesa, ma
all'intera società, dal lavoro all'impresa, dai consumi ai mass-media fino allo
spettacolo e allo sport, con un modello sempre sul punto di sconfinare nelle
logiche di una lobby di potere, Camillo Ruini, lasciato l'incarico, continua a
far politica. Fu lui a ricevere in casa Berlusconi e Letta al culmine della
pornoestate di Noemi e poi, dopo, a garantire la ricucitura impetrata da Gianni
Letta. Come se al suo successore Angelo Bagnasco spettasse soltanto la ratifica
della "politica delle crostate", che egli, come Letta, continua a
servire nella ormai sperimentata tradizione vatican-lettiana.
Il cardinal
Bagnasco, generale di corpo d'armata, ex ordinario militare, insegnante di
"metafisica e ateismo contemporaneo", arcivescovo di Genova che alla
guida della Cei fu preferito a Scola e Tettamanzi, si è formato alla scuola del
cardinale Giuseppe Siri, grande protagonista conservatore della storia
ecclesiastica di mezzo secolo. Stesse genovesi umili origini, stessa eleganza e
stile oratorio ricercato, Bagnasco non è tuttavia accreditato della principesca
autorevolezza della grande eminenza scelta a modello. Quello trattava con i
grandi leader della Prima Repubblica, questo, al massimo, s'intratteneva con
Claudio Scajola, democristiano ligure di quarta. Si dice, anzi, che fu scelto
alla Cei con un patto tra Ruini e Tarcisio Bertone proprio come uomo tranquillo
e fidato per delimitare l'interventismo politico dell'episcopato, a favore del
ruolo della Segreteria di Stato, aspirante all'esclusiva cabina di regia politica.
Ma, pur in una prospettiva ecclesiastica che non considera il locale e il
contingente, ma l'orbe terracqueo e l'eternità, non è andata proprio così.
I vescovi hanno
molte teste e molte voci, non si rassegnano a far parte di una "struttura
burocratica", come la immaginava papa Ratzinger. E Bagnasco, ex ordinario
militare, non ha del tutto sopito il suo spirito guerriero. Il malumore per la
realpolitik ultraconcordataria della Segreteria di Stato, che sembra ancora
scommettere sulla durata di Berlusconi e sui benefici che ne può ricavare nella
legislazione sui temi etici e nelle concretezze finanziarie, en attendant Pier
Ferdinando Casini e il centrismo cattolico in politica, non è del resto un caso
solo italiano.
Sandro Magister,
autorevole vaticanista e titolare di un blog internazionale molto seguito, non
si stanca di raccontarci che le medesime divergenze si manifestano in molti
altri episcopati nazionali, come quello americano. Lì almeno ottanta vescovi su
250, guidati dal cardinale di Chicago Francis George, attaccano Barack Obama
per le sue posizioni sull'aborto e la bioetica e hanno pesantemente criticato
la Segreteria di Stato romana per la celebrazione positiva fatta
dall'Osservatore romano in occasione dei primi cento giorni del presidente americano.
Situazione simile
in Cina, dove alle cineserie diplomatiche vaticane nei confronti del governo si
oppone una pattuglia guidata dal cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong. O
in Vietnam dove, di fronte alla repressione di manifestazioni cattoliche di
piazza, il cardinal Bertone ha reagito invitando le gerarchie locali
semplicemente "a stare buone", come ha riassunto un indignato vescovo
locale.
Ex segretario
della Dottrina della fede guidata da Joseph Ratzinger ed ex arcivescovo anche
lui di Genova, il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato dal 2006,
forse il primo o uno dei pochi non proveniente dalla Scuola diplomatica del
Vaticano, chiarì subito con una lettera nei giorni in cui Bagnasco veniva
chiamato a sostituire Ruini, che ogni rapporto con la politica era avocato a
sé, trascurando di specificare - ammesso che lo prevedesse - che il ruolo di
Ruini e del suo "progetto" avrebbe continuato a essere gestito dalle
sacre stanze ruiniane, con incontri politici di ogni natura. Era il tentativo
di mettere una pietra sopra all'interventismo politico dei vescovi, con un
sostanziale trasferimento di sede del potere ruiniano negli appartamenti
privati del cardinale. Una centralizzazione senz'anima? Salesiano, adoratore di
don Bosco e del santo Eusebio da Vercelli, dove fu vescovo, Bertone crede, col
suo grande santo di riferimento, che "sarà sempre una bella giornata
quando vi riesce di vincere coi benefici un nemico e farvi un amico". Ma
"guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo", perché, come diceva
don Bosco, "il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con
l'ingratitudine".
Oggi, dopo il caso
Boffo, Bertone di lodi non ne riscuote soverchie. Già prima dello scandalo, in
piena bufera lefebvriana, quando il papa revocò la scomunica al vescovo Richard
Williamson, presule negazionista della Shoah, i vescovi tedeschi, austriaci,
ungheresi e svizzeri chiesero di fatto le dimissioni di Bertone. E in un pranzo
col papa a Castelgandolfo i cardinali Bagnasco, Ruini, Scola e Schonborn discussero
delle difficoltà di gestione della Segreteria di Stato e, per l'appunto,
persino delle possibili dimissioni di Bertone dopo le plurime gaffe.
Compiuti in
dicembre i 75 anni, il cardinale Segretario di Stato sarebbe pensionabile,
insieme ad altri cinque porporati: il prefetto dei vescovi Giovan Battista Re,
il prefetto del Clero Claudio Hummes, il presidente del Pontificio consiglio
per l'unità dei cristiani Walter Kasper, il prefetto dei religiosi Franc Rodé e
l'archivista bibliotecario di Santa Romana Chiesa, cardinale Raffaele Farina.
Il papa aveva deciso, in deroga alla regola stabilita da Paolo VI, di mantenere
"in servizio" il cardinal Bertone. Donec aliter provideatur.
Ma che accadrà
adesso se davvero Benedetto XVI compulserà il dossier che si è fatto consegnare
sul caso Boffo, che rivelerà probabilmente il volto di una Chiesa combattuta,
come sempre nella storia, tra il bene dell'umanità e il carrierismo, tra i
diseredati e i fasti del potere terreno? Cadranno delle teste? Sopire o non
sopire? Il segretario papale, il cinquantatreenne bavarese Georg Gaenswein, che
sembra una reincarnazione di Suor Pasqualina di Pio XII ma meno
"politica", il quale protestò per la sua imitazione fatta da Fiorello
e per quella del papa di Crozza, fa scudo come una badante a un papa che si
dice lavori ormai poche ore al giorno e soprattutto dedito a gratificare la sua
vocazione "omeleta", tutto preso dalle omelie più che agli intrecci
periclitanti di potere che percorrono i sacri palazzi e vanno giù giù nelle
partite di potere fino a quelle per il rinnovo nella carica di rettore
dell'Università Cattolica di Milano del professore ruiniano Lorenzo Ornaghi.
I salesiani, da
cui studiarono il premier Berlusconi e la sua anima raziocinante Fedele
Confalonieri, sono inseguiti da una boutade ecclesistica tra le più feroci:
"Ci sono due cose che Dio non conosce: cosa pensano i gesuiti e dove
prendono i soldi i salesiani". Di salesiani Bertone ha riempito la Curia.
Ai gradini più alti della piramide vaticana ha posto tra gli altri, come ha
documentato Il Foglio di Giuliano Ferrara, organo ufficiale degli "atei
devoti", Raffaele Farina, ex sottosegretario del Pontificio consiglio
della Cultura ed ex prefetto della Biblioteca Apostolica, e Angelo Amato,
specialista in Cristologia ed Ecumenismo, tra gli estensori della "Dominus
Iesus", la dichiarazione sull'unicità e l'universalità salvifica di Cristo
e della Chiesa.
Resta sospeso nei
veleni di borgiana memoria il grande interrogativo su chi comandi veramente
oggi nella chiesa di Benedetto XVI. Il sociologo cattolico Giuseppe De Rita è
convinto che il papa abbia deciso di scrivere libri e col suo indecisionismo
dia l'idea di aver soltanto deciso di non comandare. Il vaticanista Benny Lai
conferma che da un pontificato in cui a governare era il cardinale Angelo
Sodano siamo passati a uno in cui il pontefice governa poco e chi ha attorno
non lo aiuta. Mentre per l'altro grande vaticanista Giancarlo Zizola i nuovi
leader che il papa ha fatto affluire nei ranghi centrali della struttura monarchica
si stanno sostanzialmente consumando in "spartizioni di potere".
"Il demonio
ha paura della gente allegra", avvertiva don Bosco. Il Vaticano,
contrariamente a tutti noi, pensa in secoli e guarda all'eterno. Ma dietro il
portone di bronzo il diavolo, neanche nella celebrazione del sacrificio
virginale di Santa Maria Goretti, incontra oggi molta gente allegra. (1.
continua) LR 9
Residuali! Sviluppo inaspettato nei rapporti tra la Chiesa in Italia e
l’emigrazione italiana
Siamo passati da una
fase in cui la pastorale migratoria era sostenuta, anche psicologicamente, dai
vescovi italiani, mentre quelli tedeschi vedevano le Missioni madrelingua con
sospetto, come una possibile e non troppo desiderata “Chiesa parallela”.
I vescovi tedeschi
sentivano il bisogno di un controllo, di sapere meglio cosa si dicesse in
quelle lingue esotiche e spesso ignote e, quando c’era da tagliare sui bilanci,
spesso erano proprio le Missoni madrelingua le prime e le più colpite. Ora le
posizioni sono cambiate. Ora sono i vescovi tedeschi ad avere capito
l’importanza della pastorale madrelingua, del fatto che senza di essa molti
credenti non tedeschi si indirizzerebbero verso le sétte, nelle quali spesso
sono i laici, ovviamente madrelingua, i primi attivi nella cura delle anime.
I vescovi
tedeschi, improvvisamente, temono la fuoriuscita dalla Chiesa dei credenti
stranieri, abituati ad un altro rapporto con il prete, visto, in Germania,
talvolta più come un funzionario che come un uomo di vocazione. I vescovi tedeschi
cominciano a capire che molti credenti stranieri, soprattutto della prima
generazione, non riescono ad avvicinarsi a sacramenti che non siano offerti in
una lingua per loro pienamente comprensibile, mentre nelle seconde e nelle
terze generazioni, molti tra i “nuovi tedeschi” sono ormai fuori dalla Chiesa.
I vescovi tedeschi
sono diventati, quindi, più attivi persino nella ricerca di nuovi Missionari
stranieri, che darebbero maggiore vitalità a chiese in Germania sempre più
vuote. Con tanto danno anche per le casse delle diocesi. Al contrario, i
vescovi italiani, altrettanto improvvisamente, almeno così sembra, considerano
la pastorale migratoria come “residuale” cioé in via di esaurimento, come è
stato detto in più occasioni.
E ciò senza
chiedersi cosa questo significhi sia per i milioni di credenti italiani sparsi
per il mondo, sia per le centinaia, forse migliaia, di Missionari, i quali, con
grande coraggio etico ed umano, oltre che pastorale, decisero un tempo di
seguire il corso delle migrazioni, pagando sempre un grande prezzo sul piano
personale. La Chiesa in Italia dà l’impressione così di allinearsi alla
politica del governo che, con molta improvvisazione, ha deciso di chiudere le
porte agli italiani nel mondo.
“Residuale” è una
parola che potremmo benissimo udire dal sottosegretario Mantica, se costui
avesse il coraggio di dire chiaramente quello che pensa, invece di fare
prosopopea. Qui sta proprio la sorpresa. Che la Chiesa in Italia, così almeno
sembra, si sia chiusa in una dimensione politica nazionale, rinunciando a
proporre una universalità nella quale tutti si capiscono anche se parlano
lingue diverse; che abbia rinunciato a proporre il modello di una universalità
che si posa sul presente delle cose: questa la vera sorpresa. Mauro Montanari,
CdI/2
Rosarno. Un volto ignorato. L'impegno della Chiesa in una città che non è
razzista
"I fatti, per
intere giornate, sono stati offerti allo sguardo di tutti, in Italia e nel
mondo. Orrende le immagini che entravano nelle case dagli schermi televisivi: i
tuguri di quei poveri africani, le condizioni di vita indegne di animali dentro
cui invece erano esseri umani a trovarsi prigionieri, l'assurdità di un lavoro
nero, come quanto altri mai, e massacrante, retribuito con salari da elemosina,
sottoposti per di più a ulteriori tagli per ordine del caporalato". A
distanza di un mese dalle proteste degli immigrati di Rosarno (Rc), don Filippo
Curatola, direttore del settimanale diocesano "L'Avvenire di
Calabria" (Reggio Calabria-Bova e Locri-Gerace), torna sulla vicenda
ricordando "le parole che raccontavano i risvolti d'una pagina tragica
dell'Italia di oggi, gli abissi del Sud" come "la notizia d'una
ragazza di Rosarno aggredita, gli spari dei rosarnesi agli immigrati… dalle
strade, dagli usci, dai balconi" o "i commenti, il diffuso sospetto
di un ruolo della 'ndrangheta; la certezza, in ogni caso acquisita, d'una
Rosarno razzista". Fin quando don Memè Ascone, un parroco del luogo
raggiunto telefonicamente dal direttore, ha protestato - "non ci sto a che
un popolo passi per razzista se non lo è. E Rosarno non lo è" - invitando
don Curatola ad andare a vedere di persona la realtà dei fatti.
Condizioni
disumane. Dopo la visita a Rosarno, prosegue il direttore nella nota per i 186
settimanali che aderiscono alla Fisc (la Federazione che li raggruppa),
"posso ora raccontarvi l'altro volto di questa storia crudele",
"un volto sostanzialmente ignorato" tanto che "noi stessi -
dinanzi al crudo racconto massmediatico di quei giorni - scrivemmo che più di
tutto ci aveva inquietato il silenzio dentro cui le condizioni disumane di
quella povera gente erano state sepolte", "da vent'anni ormai",
"un silenzio che colpiva, scrivemmo, anche la Chiesa". Tutte queste
certezze sono crollate dopo "un lungo colloquio con don Memè Ascone",
che "ci ha fatto vedere con i nostri occhi e ci ha chiarito un mondo di
cose" e "ci ha fatto capire perché la gente di Rosarno oggi é
semplicemente indignata". È don Memè a tirar fuori un articolo di giornale
e una serie di foto, dove erano ritratti "una marea di immigrati in
chiesa, altrove lunghissime tavolate, presepi viventi con immigrati
protagonisti, lavande dei piedi, Vie crucis con loro in prima fila", per
raccontare di una trasmissione televisiva della rete locale "Cinquestelle".
Di fronte "alle condizioni disumane di quei poveri immigrati", scrive
il direttore, "don Memè - dopo essersi recato presso tutte le Istituzioni
locali, provinciali e regionali (come del resto aveva fatto anche l'altro
parroco don Pino Varrà) per sottoporre il problema e chiedere soluzioni urgenti
- constatata la sostanziale inerzia e inefficienza della pubblica
amministrazione, sente il dovere di gridare contro quello scempio e a sostegno
degli ultimi". Così "fa venire a Rosarno le telecamere di 'Cinquestelle',
perché riprendano e denuncino il problema" e "lo fanno in una
seguitissima trasmissione" ma durante la diretta accade l'imprevisto con
l'intervento telefonico del sindaco del tempo, Giuseppe Lavorato, che "si
scaglia con veemenza contro la trasmissione e l'accusa di essere tutta una
montatura, sostenuta 'da quel prete' (così lo definisce) che non fa altro che
odiare i comunisti". Il giorno dopo, precisa don Curatola, "la gente
di Rosarno si solleva a sostegno del parroco" e "un manifesto -
'Lettera aperta al sindaco' - viene affisso in tutta la città e letto anche
nelle chiese al termine delle messe domenicali".
Accanto agli
ultimi. Qualche tempo dopo, "Cinquestelle" torna a Rosarno e riprende
"con le telecamere quanto le parrocchie facevano per gli immigrati":
"Le mense (fino a 1.500 immigrati), i vestiti, le coperte, i cibi portati
nei luoghi delle loro dimore - in tanti addirittura si faceva a turno per
recarsi alle quattro del mattino (ripeto, alle quattro del mattino!) a portare
a quella povera gente un tè caldo coi biscotti - racconta don Curatola - prima
che cominciassero la raccolta delle arance - le celebrazioni in chiesa con la
presenza da protagonisti di tanti africani, le foto dei presepi viventi con gli
emigrati a fare la parte dei pastori, le celebrazioni dell'Ultima Cena del
Giovedì santo con loro a fungere da apostoli ai quali don Memè lavava e baciava
i piedi". Nonostante la trasmissione televisiva e gli articoli di
giornale, la situazione degli immigrati di Rosarno è rimasta la stessa e
soltanto "il Comune che ha cominciato a dare annualmente alle tre
parrocchie 2.500 euro annui come simbolico contributo per le mense che tenevamo
aperte". Aggiunge don Memè: "Dinanzi a quella plateale scandalosa
omissione - dimenticata purtroppo da tutti - la Chiesa, vistasi impotente,
continuò a fare ciò che è dentro la sua stessa natura: stare accanto agli
ultimi e lenire con la fraternità dell'amore e i gesti del buon samaritano le
piaghe di quella gente". Per questo, conclude don Curatola, "è
assurdo oggi dire che anche la Chiesa ha taciuto, o credere che il popolo di
Rosarno sia razzista" perché "le vicende della storia sono complesse,
ma bisogna avere l'onestà - una volta riusciti a conoscere la verità dei fatti
- di gridarla e diffonderla senza paura".
A CURA DI RICCARDO
BENOTTI
“Hai fatto
benissimo! La cosa migliore che potevi fare nella tua vita!” gli ripetevano gli
amici a Ravenna prima di partire. Forse era solo per incoraggiarlo. Ma lui
spiegava che aveva degli obiettivi nella vita... Sì, obiettivi seri, sani, di
conquista del suo avvenire, di apertura al mondo. Eccolo qui a Londra, ormai da
due mesi.“Se questi sono i tuoi obiettivi, questa è la città giusta!” la
replica sicura degli amici. Passaporto italiano, parla un italiano spontaneo,
fluido. È figlio di un imprenditore senegalese laureato in giurisprudenza e
porta un nome poco italiano, oltre che la pelle per niente chiara, anzi. Sapeva
di trovare nella metropoli inglese dei giovani italiani come lui, ma tanti così
no...“Ne è pieno dappertutto, soprattutto romani e sardi!” mi fa, mostrando
apertamente il suo stupore.
Se ne parlava,
infatti, l’altro giorno con una giornalista.“È vero, tantissimi sono i giovani
italiani presenti ora a Londra!” Scuoteva, però, la testa:”Non è un bel segno!”
A leggerlo bene è un cattivo sintomo: la nostra terra per i giovani non è più
un mondo di promessa e di speranza. Anzi.
“Non esiste da noi
meritocrazia!” continua lucido Mamour, il nostro giovane romagnolo. “C’è il
figlio, il nipote, il conoscente da piazzare... Qui invece se vedono che vali,
ti mandano avanti. Il mio amico qui da sei mesi è già responsabile del team a
Mc Donald!” Poi le sue parole si fanno ancora più dure, tanto da sorprendere in
un viso con un profilo così dolce. “La nostra è una società che non ha bisogno
di scienziati, scappano via! Ma di burattini... Ti fanno vedere la macchina.
Questa, la voglio! Ti fanno vedere altro... lo voglio! È la cultura
dell’immagine, dell’apparire, sì dell’apparire...” ripete per ben tre volte.
Pare riveli in questo modo il segreto di vita dei suoi coetanei in Italia.
“Purtroppo, al mattino svegliandosi non hanno nulla davanti, niente, nessun
ideale, capisci?!”conclude amaro.
“Tanti giovani
oggi si sentono soli - scrive un educatore salesiano - questo è il vero
problema che noi avvertiamo: questa solitudine. E anche coloro che vivono bene
- nel senso che non delinquono - non hanno ideali e sono miniere chiuse. Le
loro risorse non sono esplorate. Non basta amare i giovani, serve invece che i
giovani si sentano amati”.
Ed è vero che qui,
in terra inglese, al lavoro ti guardano, ti osservano silenziosamente, vedono i
risultati e poi, quando non te l’aspetti, ti promuovono. Ti affidano un altro
bell’incarico. Stanno attenti semplicemente a quanto vali, alla passione che
metti, al senso di responsabilità che sai dimostrare. E, così, avanzi. Anzi, ti
mettono loro avanti... cosa impensabile da noi! Mi riferiva anche Sergio
l’altro giorno, diventato uno dei responsabili all’Hotel dove ha cominciato da
lavapiatti.
Ascolto poi
un’altra voce di questo coro, che passa al nostro Centro Scalabrini in Brixton
Road. Cesare, sardo, uomo maturo, in vena di confessioni comincia così:“Mi sono
detto un giorno: Parto! L’ho detto, l’ho fatto e mi sono sentito come rinnovato
dentro. Prima in Sardegna ero autista, poi agente di commercio, facevo il
contratto e poi semmai portavo il cliente a mangiare. Qui a Londra ho imparato
io a far da mangiare!”
Ha trovato,
infatti, dei bravi chef, ha seguito tanti consigli e ha provato la
soddisfazione di fare qualcosa di buono. Di apprezzarlo e sentirlo apprezzare
da altri. “L’essenziale sono i sapori!” conclude con l’aria di cuoco di alto
bordo. Dopo sedici anni che è partito dalla Sardegna vi ritorna ancora. Nulla è
cambiato, ti dice. Tutto è come il solito. La solita rassegnazione!
“Qui invece mi
sento valutato... e non tanto per status symbol, ma per tanti stimoli come la moglie,
i figli, il lavoro.” A volte pensa a quello che ha lasciato, ai clienti in
Italia, agli amici. “Di essi non ne rimane ormai che il profumo!”commenta da
vero habitué al retrogusto.
Un giorno partirà
per sempre da qui, è deciso. Ma non sarà per la Sardegna, ma per la Nuova
Zelanda, la terra della moglie. “L'importante non è dove sei nato, direbbe
qualcuno, ma dove ti senti a casa!” E lui ve l’assicura: “È quello un posto
dove mi fermerei per sempre, e mi spegnerei là...” Lo farebbe vivere con tutti i suoi sensi,
così, “semplicemente, con una sedia davanti all’oceano,” precisa, calmo.
Straordinario Cesare!
E mi chiedo, a
volte:“Ma chi fermerà mai la vita di un migrante? E quale sguardo si matura
fuori della propria terra!”
Renato Zilio
missionario a Londra, reporter freelance (de.it.press)
Burrasche vaticane. L'accademia per la vita si gioca la testa
Il suo presidente
monsignor Fisichella non ha più la fiducia di una parte dei membri. Tutto per
un suo articolo su "L'Osservatore Romano" approvato dalla segreteria
di Stato. La requisitoria dell'accademico Michel Schooyans contro la falsa
"compassione" che giustifica tutto - di Sandro Magister
ROMA – Tra pochi giorni, dall'11 al 13 febbraio,
si riunirà in Vaticano la pontificia accademia per la vita, il cui presidente è
l'arcivescovo Salvatore Fisichella.
La riunione si
preannuncia burrascosa. Alcuni membri dell'accademia contestano che Fisichella
sia il presidente giusto. Tra essi spicca monsignor Michel Schooyans, belga,
professore emerito dell'Università Cattolica di Lovanio, stimato specialista in
antropologia, in filosofia politica, in bioetica. È membro di tre accademie
pontificie: quella delle scienze sociali, quella di san Tommaso d'Aquino e –
appunto – quella per la vita. Papa Joseph Ratzinger lo conosce e lo apprezza.
Nel 1997, da cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede,
scrisse la prefazione a un suo libro: "L'Évangile face au désordre
mondial".
In vista della
riunione, Schooyans ha scritto una dura requisitoria contro la
"trappola" nella quale anche Fisichella sarebbe caduto: l'uso
ingannevole del concetto di "compassione".
La requisitoria è
riprodotta integralmente più sotto. In essa il nome di Fisichella non c'è. Ci
sono però precisi riferimenti a un suo articolo su "L'Osservatore
Romano" in materia di aborto, che quando uscì provocò un autentico
sconquasso e alla fine obbligò la congregazione vaticana per la dottrina della
fede a emettere una "Chiarificazione".
Quell'articolo di
Fisichella uscì il 15 marzo 2009. E riguardava il caso di una giovanissima
bambina-madre brasiliana, fatta abortire, a Recife, dei due gemelli che portava
in grembo.
Nei giorni
precedenti, la vicenda di questa bambina aveva infiammato virulente polemiche,
non solo in Brasile, ma anche in altri paesi e soprattutto in Francia.
I giornali
francesi si erano scagliati contro il "fanatismo" e la "durezza
di cuore" della Chiesa, in particolare dell'arcivescovo di Olinda e
Recife, José Cardoso Sobrinho, che aveva condannato il duplice aborto. E si
schieravano compatti in difesa della bambina e di coloro che l'avevano
"salvata" facendola abortire.
Le accuse alla
Chiesa priva di "compassione" erano molto aspre e colpivano lo stesso
papa Benedetto XVI, appena reduce dagli attacchi furiosi provocati contro di
lui dal caso Williamson di poche settimane prima.
Lucetta Scaraffia,
commentatrice di punta de "L'Osservatore Romano", era in quei giorni
a Parigi e mise in allarme il direttore del giornale vaticano, Giovanni Maria
Vian.
Questi, d'accordo
col suo editore, il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, affidò a
monsignor Fisichella l'incarico di scrivere un articolo che acquietasse quegli
attacchi alla Chiesa e al papa.
Fisichella lo
scrisse. Bertone lo esaminò e approvò parola per parola, senza farlo
controllare preventivamente dalla congregazione per la dottrina della fede,
come in Vaticano si fa, di regola, per le prese di posizione che toccano la
dottrina.
Nel pomeriggio del
14 marzo l'articolo uscì sulla prima pagina de "L'Osservatore
Romano", con la data del giorno successivo.
In esso,
Fisichella scriveva che il caso della bambina brasiliana "ha guadagnato le
pagine dei giornali solo perché l'arcivescovo di Olinda e Recife si è
affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l'hanno aiutata a
interrompere la gravidanza". Quando invece, "prima di pensare alla
scomunica", la bambina "doveva essere in primo luogo difesa,
abbracciata, accarezzata" con quella "umanità di cui noi uomini di
Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri". Ma "così non
è stato".
E proseguiva:
"A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie, la
vita [della bambina] era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come
agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge
morale. Scelte come questa [...] si ripetono quotidianamente [...] e la
coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell'atto di dovere decidere
cosa sia meglio fare".
Nel finale
dell'articolo Fisichella si rivolgeva direttamente alla bambina: "Stiamo
dalla tua parte. [...] Sono altri che meritano la scomunica e il nostro
perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere".
L'articolo sollevò
immediate reazioni di segno opposto: da un lato le proteste dei difensori della
vita di ogni concepito, senza eccezioni, dall'altro il plauso dei sostenitori
della libertà d'aborto.
L'arcidiocesi di
Olinda e Recife, ritenutasi sconfessata pubblicamente e ingiustamente dal
Vaticano, reagì con una nota pubblicata sul suo sito il giorno successivo,
nella quale accusava Fisichella di mostrarsi disinformato sui fatti e di
mettere in forse la stessa dottrina della Chiesa sull'aborto.
L'arcivescovo
Cardoso Sobrinho chiese alle autorità vaticane di pubblicare su
"L'Osservatore Romano" questa sua nota. Ma non ebbe risposta.
A Cardoso Sobrinho
espressero la loro solidarietà una gran quantità di vescovi del Brasile e di
tutto il mondo. Ma intanto – perdurando il silenzio del Vaticano – su numerosi
giornali di varie nazioni prese piede la tesi che la Chiesa avesse approvato
l'aborto "terapeutico": tesi alla quale parve dar sostegno anche una
dichiarazione del 21 marzo del portavoce vaticano padre Federico Lombardi,
mentre il papa era in viaggio in Africa.
Il 4 aprile
"L'Osservatore Romano" tornò fuggevolmente sull'argomento, ma senza
dare alcuna soddisfazione ai critici dell'articolo di Fisichella. Anzi, fece
l'opposto. In una nota di cronaca, il giornale vaticano citò una dichiarazione
di una famosa giornalista laica, Lucia Annunziata, già presidente della
televisione italiana di Stato, che riconosceva alla Chiesa "una
trasparenza mai vista" e motivava così il suo complimento:
"Mi riferisco
all'intervento di monsignor Fisichella sulla vicenda della bambina brasiliana,
pubblicato da 'L'Osservatore Romano'".
Per un buon numero
di membri della pontificia accademia per la vita, la misura era colma. Quello
stesso 4 aprile, 27 di loro, su un totale di 46, firmarono una lettera al loro
presidente Fisichella, chiedendogli di rettificare le "errate"
posizioni da lui espresse nell'articolo.
Il 21 aprile
Fisichella rispose loro per iscritto, respingendo la richiesta.
Ai primi di
maggio, 21 dei firmatari della precedente lettera si rivolsero allora al
cardinale William Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della
fede, chiedendo alla congregazione un pronunciamento chiarificatore della
dottrina della Chiesa in materia di aborto.
La lettera fu
consegnata il 4 maggio e la congregazione per la dottrina della fede la girò al
cardinale Bertone, poiché – fu spiegato agli scriventi – "l’articolo di
Fisichella era stato scritto su richiesta del cardinale segretario di Stato e
approvato soltanto da lui".
Ma non ricevendo
da Bertone nessuna assicurazione di chiarimento, alcuni membri della pontificia
accademia per la vita decisero di rivolgersi direttamente al papa.
Christine de
Marcellus Vollmer, venezuelana che vive negli Stati Uniti, presidente della
Alliance for Family e della Latin American Alliance for Family, e altri quattro
membri dell'accademia incontrarono per qualche minuto Benedetto XVI dopo
l'udienza generale di un mercoledì. L'udienza era stata loro accordata grazie
ai buoni uffici del cardinale Renato Martino.
I cinque
accademici consegnarono a Benedetto XVI un nutrito dossier, con un gran numero
di articoli di stampa che recitavano in coro che, grazie all'articolo di
Fisichella, la Chiesa aveva definitivamente aperto le porte all'aborto
"terapeutico".
Papa Joseph
Ratzinger si mostrò stupito e amareggiato. Mormorò: "Si deve fare
qualcosa... Si farà qualcosa".
L'8 giugno,
Benedetto XVI discusse la cosa con il cardinale Bertone e ordinò di pubblicare
una dichiarazione che riconfermasse come immutata la dottrina della Chiesa
sull'aborto.
Nel frattempo,
l'arcidiocesi di Olinda e Recife recapitò in Vaticano un memorandum con il
resoconto dettagliato di ciò che la Chiesa del luogo aveva fatto e continuava a
fare per aiutare la bambina e i suoi familiari, così come aveva protetto fino
all'ultimo anche i due figli che aveva portato in grembo.
Il memorandum
terminava chiedendo giustizia per l'arcivescovo Cardoso Sobrinho, in assenza
della quale sarebbe scattata una denuncia canonica contro Fisichella.
Ma altre settimane
passarono e in Vaticano non si muoveva foglia. Christine de Marcellus Vollmer e
altri accademici si risolsero allora a un gesto di pressione estrema.
Minacciarono di dimettersi collettivamente dalla pontificia accademia per la
vita. Giorno dopo giorno le adesioni andavano aumentando. Erano arrivate a 17
quando finalmente, nel pomeriggio del 10 luglio, su "L'Osservatore
Romano" uscì l'attesa "Chiarificazione" della congregazione per
la dottrina della fede circa l'articolo di Fisichella.
La nota, resa
pubblica senza alcun risalto, non diceva che l'articolo di Fisichella era
sbagliato, ma solo che era stato oggetto di "manipolazione e
strumentalizzazione". Un espediente retorico che ha consentito sia a
Fisichella che a Bertone – entrambi membri della congregazione per la dottrina
della fede – di uscire dalla vicenda col minimo del danno.
Ma il brutto non è
passato, per l'arcivescovo presidente della pontificia accademia per la vita.
Nei prossimi giorni si ritroverà di fronte gli accademici che ne hanno chiesta
la testa. E la richiederanno.
La requisitoria,
eccola (sotto, ndr) . L’Espresso on line 8
Un termine ambiguo
Quando si parla di
compassione, si pensa immediatamente alla sofferenza altrui, alla situazione
tragica nella quale un altro si trova. Si tratta di comprendere, di
"simpatizzare" con lui, di condividere la sua angoscia e di portarla
assieme a lui. Questa situazione di infelicità bisogna certo cercare di
alleviarla, di portarvi rimedio in tutta la misura del possibile. La parola
compassione connota inoltre l'idea di condivisione psicologia e affettiva della
sofferenza, specialmente quando questa sfugge ai controlli medici e di altro
tipo. Quando andiamo a visitare un malato di cancro in fase terminale, con la
nostra presenza, con una parola, con un gesto di tenerezza, esprimiamo come
possiamo la parte che ci assumiamo della sua sofferenza e cerchiamo di ridargli
conforto.
Ora, nelle notizie
che riguardano dei casi di aborti, di eutanasia, di suicidio assistito, è
frequente che si invochi la compassione per "giustificare" l'atto che
è stato compiuto o che sta per esserlo. Se, prima della sua nascita, un bambino
è dichiarato portatore di una malformazione grave, si farò valere che se si
lascia proseguire la gravidanza il bambino avrà una vita che non vale di essere
vissuta; si raccomanderà dunque di abortirlo per compassione, per pietà. Si
condivide, si dice, la pena che gli causa il suo stato, ma il modo migliore per
aiutarlo, si dice, effettivamente possibile, è di mettere fine alla sua vita.
Il bambino sarà ucciso per compassione.
Di più, si dice
che nessuno ha il diritto di imporre a una donna di aspettare un bambino che
sarà – si dice – per lei, per il padre, per la famiglia, un
"fardello" insopportabile. Si invocherà qui la compassione nei riguardi
dei genitori. Inoltre, si aggiunge che non si può imporre alla società il peso
di esistenze il cui mantenimento è costoso ma inutile; l'handicappato alla
nascita non apporta nulla alla società. Si ammetterà dunque l'aborto per
compassione nei riguardi della società, che, "con suo dispiacere",
deve rassegnarsi a sopprimere uno dei suoi membri. Si arriverà talvolta fino a
vedere in questo atto un gesto di giustizia sociale, di "purificazione
etnica", di eugenismo.
La compassione
potrà anche indirizzarsi ai medici che praticano l'aborto. Praticare un aborto
è per essi – si dice – una "decisione difficile da prendere£ e un atto che
essi non eseguono che per obbedire alla loro coscienza. Bisogna quindi
compatire con i medici che, per esempio "per il bene" del bambino o
di sua madre, prendono "con coraggio" la decisione di procedere
all'aborto. Lungi dal biasimarli, bisognerà sostenerli psicologicamente e
moralmente, proteggerli con un dispositivo legale appropriato.
Questi pochi
esempi permettono di percepire differenti aspetti di ciò che si raggruppa oggi
sotto una sola parola ambigua: la compassione. C'è anzitutto la compassione nel
senso abituale di simpatia, di commiserazione. Tuttavia, nei diversi esempi
citati, si osserva che la compassione è invocata e si esercita in maniera molto
differente a seconda che essa faccia una vittima, il bambino non nato, oppure
serva a confortare la madre, a legittimare delle leggi o a garantire
l'intervento dei medici.
La compassione
oggi
Possiamo
discernere la vera e la falsa compassione nei fatti o nelle prese di posizione
osservabili nel mondo di oggi. Così appariranno i disastri che la falsa
compassione giunge ad esercitare tanto a livello delle persone che a livello
delle società umane. Passiamo dunque in rassegna alcuni esempi.
1) Nel 1962, la
corte di assise di Liegi (Belgio) è stata portata a giudicare una madre che,
"per compassione", aveva ucciso il suo bambino. Durante la
gravidanza, quasta madre aveva assunto del Softenon, conosciuto oggi sotto il
nome di Talidomide. Il bambino era nato portatore di malformazioni gravi. La
madre decise di mettere fine alla vita di suo figlio; e in effetti così fece.
Al termine di un processo molto pubblicizzato, la donna fu assolta. Uscì libera
dal tribunale, tra gli applausi del pubblico.
2) Gli animali
beneficiano sempre più della "compassione" degli uomini. In un film
"documentario" di Al Gore, "Una verità che sconvolge",
consacrata al riscaldamento climatico, si vede un cartone animato che mostra un
orso polare sfinito mentre cerca disperatamente un appoggio per salvare la sua
vita. Il messaggio è chiaro: se la calotta polare si riscalda e scioglie, la
causa deve essere cercata nel numero eccessivo di uomini che inquinano la terra
(1). Occorre dunque contenere la crescita demografica dell'umanità, di cui si
assicura che è la causa della degradazione dell'ambiente circostante. Inoltre,
la "compassione" verso gli animali, la protezione della fauna, della
flora e delle specie in via di estinzione richiede il rispetto di quote
fissanti il numero, vale a dire la "qualità" degli uomini autorizzati
a riprodursi. In una della sue varianti, questa posizione raccomanda agli
uomini di avere "compassione" per Gaia, la Madre Terra, che – si
sostiene – si degrada a motivo dell'azione devastatrice dell'uomo. L'uomo deve
essere sacrificato all'ambiente (2).
3) Nel corso degli
ultimi anni sono comparsi diversi casi di pedofilia che hanno fatto molto
rumore. Negli Stati Uniti, in Messico, in Irlanda e in altri paesi, membri del
basso o dell'alto clero sono stati implicati in parecchi procedimenti
giudiziari. Nella maggior parte di questi casi, si è rimproverato alle autorità
ecclesiastiche di aver cercato di tenerli nascosti. Per tutto il tempo che
hanno potuto, queste autorità hanno fatto finta che nulla, o poco, fosse
accaduto. Il motivo più spesso invocato è quello della "compassione"
per gli autori degli atti di pedofilia. Si invoca la compassione per i poveri
sacerdoti, che soffrono già tanto per le loro pulsioni, e che i loro superiori
non possono affliggere pubblicamente né tanto meno esporre alla condanna
infamante da parte delle istanze giudiziarie competenti. Se bisogna proteggere
chi pratica gli aborti, perché non proteggere i pedofili?
Questo atteggiamento
ricorda il caso di Recife (Brasile), che ha invaso le cronache nel marzo-aprile
del 2009 (3). Nei due casi. i casi di pedofilia e quello di Recife, piuttosto
che manifestare compassione per le piccole vittime innocenti, si invoca la
"compassione" per quelli che hanno fatto a loro un torto immenso, i
medici a Recife, i sacerdoti altrove.
4) Il 16 novembre
2009 la stampa annunciava un'iniziativa di Ségolène Royal. Sempre molto
pubblicizzata, la presidente della regione Poitou-Charente (Francia) annunciava
la distribuzione di "pacchetti contraccettivi" (4). Questi kit
contraccettivi contengono tra l'altro dei preservativi e degli "assegni
contraccezione". L'obiettivo di Ségolène Royal è di "andare in
soccorso del disagio degli alunni", di ridurre il disagio sociale
rappresentato dalle "gravidanze precoci". Dopo aver incitato al
consumo sessuale con la fornitura di preservativi nel kit contraccettivo,
Ségolène Royal ricorda l'esistenza di una "circolare in vista della
contraccezione di domani". Qui di nuovo, degli adolescenti e dei bambini
non nati rischiano di pagare il prezzo della pseudo-compassione.
5) Si assiste oggi
a una messa in questione radicale del matrimonio e della famiglia. Dei
cristiani domandano alla Chiesa di autorizzare il divorzio o di permettere il
"secondo matrimonio" dei divorziati. Alcuni vanno più in là poiché
chiedono che la Chiesa riconosca le unioni omosessuali, con o senza l'adozion e
di bambini. Queste rivendicazioni si fanno tutto nel nome della
"compassione". La Chiesa avrebbe torto a mostrarsi intransigente su
queste questioni; essa sarebbe senza pietà per gli sposi ingiustamente
abbandonati dal coniuge e per i figli delle coppie divorziate. Essa ignorerebbe
la tendenza omosessuale inscritta nella costituzione di alcuni uomini o di
alcune donne. Qui ancora si fa appello alla "compassione".Ma quale
compassione?
Interrogato sulla
questione del matrimonio e del divorzio, Gesù riafferma con forza il disegno di
Dio dalle origini: il matrimonio voluto da Dio è monogamico, fedele, indissolubile
(5). Gesù ripristina il matrimonio così com'era secondo il cuore di Dio nel
momento della creazione (6). Egli non fa alcuna concessione concernente il
matrimonio così come Dio l'ha voluto. Gli apostoli si stupiscono di questo
rigore di Gesù (7). Come alcuni fanno oggi, essi attendevano da Gesù una
compassione al ribasso, una tolleranza qualsiasi, riguardo alla legge, riguardo
alla volontà chiaramente enunciata dal creatore fin dalle origini. La
giustificazione, la santificazione appaiono qui come un ritorno all'inizio, una
ri-creazione che passa per la conversione del cuore. Ciò che Gesù mette in luce
è l'uguale dignità dell'uomo e della donna. L'uomo non può rivendicare un
"diritto" qualsiasi a ripudiare sua moglie. Ciò che rivela Gesù è la
forza di Dio all'opera nel matrimonio. È Dio che unisce. La compassione non può
esprimersi nel rigetto della forza divina sempre all'opera nel matrimonio.
Viceversa, la compassione di Dio si esprime nel perdono che Gesù a quelli e a
quelle che hanno commesso l'adulterio, si sono prostituiti o hanno praticato
l'omosessualità (8). La compassione di Gesù non è in alcun modo una
approvazione del peccato; è un invito ad accogliere il perdono e a ritornare
sul retto cammino. La compassione di Gesù è la misericordia (9).
6) Binding
(1841-1920), giurista, et Hoche (1865-1943), medico, hanno pubblicato nel 1920
un'opera pochissimo conosciuta e che tuttavia è stata una della più influenti
del XX secolo. Gli autori spiegano che occorre "liberalizzare la
distruzione di una vita che non merita di essere vissuta" (10). È il
titolo di quest'opera, in cui si trova formulato e giustificato il programma di
eutanasia che sarà messo in pratica qualche anno più tardi da Hitler. Come
d'abitudine, l'argomentazione dà l'impressione di essere impregnata di
compassione. Vi sono, si assicura, categorie di individui la cui vita non
merita la protezione pelale. La loro vita è senza valore. L'eutanasia
risparmierà loro di vivere una vita che nnon è degna di essere vissuta. A
questi individui bisogna dare l'eutanasia nel loro stesso interesse. Ma bisogna
dare loro l'eutanasia anche nell'interesse della società: questi esseri sono
non solo senza valore, ma sono anche un fardello per tutto coloro che sono
utili alla società. La "compassione" nei riguardi della società deve
essere invocata al pari della "compassione" nei riguardi di questi
esseri che devono essere liberati dalla loro totale mancanza di valore e di
utilità. Ora, dietro queste considerazioni apparentemente capaci di intenerire
si nascondono delle considerazioni pseudo-scientifiche con forti connotati
eugenici e razzisti. La compassione è qui manipolata a vantaggio di un
programma politico che è la negazione stessa stessa della compassione.
7) Nel caso di
Recife (11), abbiamo potuto osservare un caso flagrante di compassione
menzognera. In sintesi, occorreva dar prova di compassione nei riguardi dei
medici che avevano praticato un doppio aborto diretto. Bisognava tenere
nascosta questa vicenda come se ne tengono nascoste altre (12). Ora, la
letteratura medica riporta delle situazioni simili a quella vissuta da
"Carmen", la bambina di Recife, ma in cui la vera compassione si è
espressa nei riguardi delle giovanissime madri e dei loro figli. La stampa
medica dava già conto, nel 1959, dell'esistenza di una trentina di casi
conosciuti di gravidanze molto precoci, spesso prima dei 12 anni di età. Il
caso più noto è quello di una giovane peruviana, Lina Medina, nata nel 1933,
che ebbe le sue prime regole all'età di 8 mesi (sic). All'età di 5 anni e 8
mesi (sic) ella diede alla luce un bambino, Geraldo, che, nel 1954, aveva 15
anni mentre la sua mamma ne aveva 20. I medici avevano diagnosticato, nella
madre, una pubertà precoce costituzionale, non patologica.
Ciò che va
rimarcato, nella storia di Lina Medina, è precisamente che sono stati i medici
a constatare che la gravidanza della bambina non aveva niente di patologico.
L'eventualità di un aborto non fu mai presa in considerazione. I medici hanno
al contrario dato prova di compassione vera nei riguardi della madre e del suo
bambino. Notiamo che questa madre vive tuttora nella periferia di Lima, in
Perù. Fino ad oggi, ella non ha mai rivelato il nome del padre di suo figlio.
Questo era nato per parto cesareo ed è morto nel 1979 all'età di 40 anni (13).
L'articolo
pubblicato da "La Presse Médicale", nella sua edizione del 13 maggio
1939, precisa che il parto, con taglio cesareo, fu operato dal dottor Geraldo
Lozada. Il breve articolo del 13 maggio sottolinea che
"La piccola
Lina è circondata da cure minuziose. Un comitato di donne si è costituito per
assicurare per il presente e per l'avvenire le cure e le condizioni materiali
della vita della piccola mamma e del suo futuro bebè".
L'articolo del 31
maggio 1939, anch'esso del dottor Escobel, si richiama anch'esso alla
compassione:
"Si spera che
lo Stato e il Focolare della Madre proteggano questa sfortunata bambina, che ha
creato in tutti i cuori un moto di simpatia e di pietà, tanto più che il suo
piccolo è nato il giorno stesso in cui la nazione peruviana celebrava la Festa
della Mamma".
8) A motivo della
sua gravità, anche l'Aids è una malattia che invita alla compassione. Degli
organismi pubblici e privati si sono specializzati nella prevenzione e/o nel trattamento
di questa malattia. Dei centri di accoglienza e di cura sono stati fondati per
accogliere, curare e accompagnare fino alla fikne le persone colpite da questo
male. Delle congregazioni religiose, specializzate nelle cure sanitarie, hanno
adattato i loro programmi alle situazioni nuove create dalla diffusione di
questa pandemia. L'esempio della beata Madre Teresa di Calcutta ha fatto
scuola. Ma non tutti sono ispirati dalla compassione esemplare di Madre Teresa.
Nel marzo del
2009, sull'aereo che lo portava in Africa, papa Benedetto XVI è stato attaccato
da dei giornalisti perché aveva osato dichiarare che il preservativo non era
veramente la soluzione del problema. Sempre pronta ad arricchire la collezione
della "storie belge", la camera dei rappresentanti [di Bruxelles],
ivi compresi diversi mandatari "cristiani", ha condannato le
dichiarazioni "irresponsabili" e "inaccettabili" del papa.
È mancato poco che gli onorevoli deputati convocassero una riunione d'urgenza del
consiglio di sicurezza dell'ONU! Grazie a Dio, il senato belga non ha seguito
la camera dei rappresentanti nel suo delirio anticristiano.
Ma questa stessa
camera avrebbe comunque potuto rivendicare la cauzione di qualche eminente
ecclesiastico. Tra essi, dei cardinali molto presenti sui media, i cui nomi
sono ben noti, hanno curiosamente raccomandato l'uso del preservativo
presentando questo come un male minore, il male più grande da evitare essendo
il pericolo di contagio mortale in caso di non ricorso a questa precauzione. Il
motivo invocato è dunque la compassione.
L'argomentazione
di sviluppa abitualmente come segue: essendo la pulsione sessuale irresistibile
e incontrollabile, l'uso del preservativo è il solo mezzo efficace per evitare
l'Aids. Basta poco perché certi "moralisti" arrivino fino a invocare
il quinto comandamento di Dio, "Tu non ucciderai", per presentare
l'uso del preservativo come un obbligo morale! Altri moralisti o pastori
sviluppano una variante di questa argomentazione: insegnano a peccare senza
rischio.
Nel caso
dell'Aids, la compassione è dunque invocata a due titoli differenti. Certo, la
compassione si rivolge anzitutto ai malati colpiti da questa terribile
malattia. Come per tutti quelli che soffrono malattie molto gravi, bisogna
badare a che le loro sofferenze siano alleviate, a che essi ricevano le cure
igieniche di cui hanno bisogno; occorre dire a loro delle parole di tenerezza:
dire a loro la tenerezza degli uomini, ma anche la tenerezza di Dio. Ma nel
caso di cui ci stiamo occupando, la compassione è anche invocata in modo
menzognero: Il preservativo si impone – si insinua – a motivo
dell'incontrollabilità della passione degli uomini, della loro assenza di
libertà rispetto alle pulsioni che li assalgono.
Non è nostra
intenzione riprendere qui le discussioni sull'Aids, le sue cause, il sjuo
trattamento, ecc. Due constatazioni dovrebbero tuttavia far riflettere gli
zelatori della falsa compassione. Ricordiamo anzitutto che basta consultare le
riviste dei consumatori per apprendere che i preservativi non sono sicuri al
100 per cento. Se non lo sono al 100 peer cento per la contraccezione, perché
lo sarebbero per impedire la trasmissione dell'Aids?
Ma c'è un altro
aspetto del problema, largamente misconosciuto da molti eminenti
pastori-teologi. È quello che gli economisti chiamano effetto rimbalzo.
L'immagine della palla che rimbalza è in effetti suggestiva: al termine di una
prima parabola, essa tocca il suolo, ma per ripartire subito verso l'alto e più
lontano. Due esempi familiari faranno comprendere di che cosa si tratta.
L'arrivo delle lampadine economiche è stato salutato con entusiasmo: una
lampadina economica di 11 watt fa altrettanta luce di una lampadina classica di
60 watt. Si potrebbe esclamare: "Che risparmio!". In realtà, si
osserva che a motivo del basso consumo di queste lampadine le gente tende a
illuminare di più le proprie case moltiplicando le lampadine e aumentando le
ore di illuminazione. Le lampadine economiche compensano così i risparmi che
esse avrebbero dovuto comportare; esse possono anzi produrre un aumento del
consumo di energia.
Altro esempio:
alcune automobili, prima dotate di un motore vorace, sono oggi dotate di motori
particolarmente sobri. Anche qui, la gente dice: "Che risparmio!". Ma
poiché l'auto consuma, poniamo, 5 litri di benzina invece degli 8 litri
dell'auto precedente, la gente scoprirà che viaggiare è diventato meno caro e
viaggeranno più di quanto facevano con la loro vecchia macchina. Si viaggia di
più con una macchina che consuma di meno. Ne risulta che il risparmio ottenuto
con il motore di nuova generazione è compensato da un aumento del numero dei
chilometri percorsi e spesso dall'aumento della velocità alla quale si aveva
l'abitudine di guidare.
Un terzo esempio
di rimbalzo è segnalato da Jacques Suaudeau (14). Da quando le cinture di
sicurezza sono diventate obbligatorie in Inghilterra, si è constatato con
sorpresa che il numero di incidenti e di vittime è aumentato. Uno studio
attento ha rilevato che gli automobilisti credevano di trovare una maggiore
sicurezza allacciando le cinture. Ma essi affrontavano anche più rischi,
correvano più velocemente di prima. Il beneficio che si attendeva dall'uso
delle cinture è stato compensato da un'accresciuta assunzione di rischi.
Il fenomeno del
rimbalzo si osserva anche nell'utilizzo del preservativo e nell'incidenza di
questo utilizzo sulla diffusione della malattia. Gli eminenti moralisti
dovranno tener conto di questo fenomeno. La grancassa mediatica che incita a
ricorrere al preservativo per limitare la diffusione dell'Aids ha un effetto
perverso: il preservativo dà un falso senso di sicurezza. Ricorrendovi, chi lo
utilizza tende a compensare il rischio diminuito dal preservativo moltiplicando
i rapporti rischiosi più di quanto lo facesse abitualmente, cambiando i partner,
variando i rapporti e avendo le prime relazioni sessuali sempre più presto.
Notiamo che è ciò
che ha spiegato il dottor Edward C. Green il 19 marzo 2009, dopo il linciaggio
mediatico di cui il papa è stato oggetto in occasione del suo viaggio in Africa:
"I nostri
migliori studi [...] mettono in evidenza un'associazione costante tra una
maggiore disponibilità e un maggiore uso del condom e un tasso più elevato (non
più basso) di contagio dell'Aids. Ciò può essere dovuto in parte a un fenomeno
conosciuto come compensazione del rischio, che significa che quando si utilizza
una 'tecnologia' che riduce il rischio, come i condom, si perde spesso il
beneficio (la riduzione del rischio) 'compensando' o affrontando rischi più
grandi di quelli che si affrontavano senza la tecnologia chje riduce il
rischio" (15).
Ecco ancora, a
proposito dell'Aids, un esemlio rimarchevole di "compassione"
menzognera e violenta. Menzognera poiché poggiata su asserzioni delle quali una
persona appena un poco informata può rilevare la falsità. Violenta, poiché nel
nome di premesse false si spinge obiettivamente a prendere il rischio di morire
e di dare la morte.
9) Si può dare la
comunione a dei parlamentari che si dichiarano pubblicamente a favore
dell'aborto? A questa domanda, alcuni pastori hanno dato praticamente o
teoricamente una risposta affermativa. Bisognerebbe, si dice, avere compassione
per questi parlamentari, dilaniati interiormente. Come cristiani, essi dicono,
sono certo contrari all'aborto; ma nel dibattito in parlamento votano per la
sua legalizzazione. Questi rappresentanti, si dicde, vivono un dramma di
coscienza e non bisognerebbe respingerli se si presentano per ricevere la santa
comunione. Delle situazioni analoghe si presentano, ad esempio, per dei medici
che notoriamente praticano degli aborti, per dei magistrati, dei responsabili
politici, ecc. Tutti avrebbero bisogno di conforto spirituale e dovrebbero
poter avvicinarsi alla Santa Mensa.
Alcune prese di
posizione recenti mostrano che la Chiesa non può approvare questa
pseudo-compassione. Citiamone due:
a. Nel novembre
del 2009 Juan Antonio Martínez Camino, gesuita, vescovo ausiliare di Madrid e
segretario generale della conferenza episcopale spagnola, ricorda che
approvando e votando una legge favorevole all'aborto i battezzati si mettono
oggettivamente in stato di peccato mortale (16). Coloro che promuovono tali
leggi peccano pubblicamente e non possono essere ammessi alla Santa Mensa. Per
essere sicuro di essere ben capito, il vescovo ausiliare di Madrid aggiunte che
chi afferma che è lecito togliere la vita a un essere umano innocente cade
nell'eresia e incorre nella scomunica "latae sententiae" (17).
Il 27 novembre del
2009 l'assemblea plenaria della conferenza episcopale spagnola pubblicava una
dichiarazione secondo cui i politici che votano una proposta di legge che
liberalizzi l'aborto in Spagna si pongono essi stessi in "uno stato di
peccato oggettivo, e se questa situazione si prolunga non possono essere
ammessi alla santa comuniione" (18).
b. Domenica 22
novembre 2009 (19) Patrick Kennedy, membro democratico della camera dei
rappresentanti degli Stati Uniti, annuncia che il vescovo di Providence, Thomas
J. Tobin, l'ha pregato di astenersi dal ricevere la santa comunione e ha
invitato i preti della sua diocesi a non dargliela. Bisogna ricordare che
qualche tempo prima di questo divieto, il congressista Patrick Kennedy aveva
dichiarato pubblicamente la sua opposizione all'insegnamento della Chiesa sul
rispetto della vita.
10) Le trappole
della compassione che abbiamo passato in rassegna hanno fatto l'oggetto di
parecchie dichiarazioni della più alta importanza da parte di Sua Eccellenza
Mons. Raymond L. Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura
apostolica e arcivescovo emerito di Saint Louis MO, negli USA. Ci limiteremo a
presentare tre di questi documenti.
a. Venerdì 3
maggio 2009 l'arcivescovo Burke pronunciava il discorso principale
dell'incontro "Digiuno e Preghiera" che riunisce dei cattolici per
pregare per la nazione americana. Questo discorso ha per titolo "Gli
insegnamento della Chiesa cattolica" (20). Il prefetto vi analizza le
pratiche ostili alla vita, al matrimonio e alla famiglia.
Denunciando la
falsa compassione nell'azione dei poteri pubblici, l'arcivescovo sottolinea che
gli attacchi contro la vita, il matrimonio e la famiglia minano i fondamenti
sui quali sono costruite la nazione americana e le nazioni attaccate a questi
stessi fondamenti. Richiama i cattolici – siano essi medici, politici, uomini
d'affari, ecc. – a rispettare la legge naturale e la legge divina, che sono nel
cuore dell'insegnamento della Chiesa. L'arcivescovo invita alla preghiera, al
digiuno, alla confessione, alla santa comunione perché il Signore illumini i
leader. Un'attenzione speciale deve essere riservata, nelle università e negli
istituti di educazione cattolica, ai giovani. Questi devono essere preparati a
riconoscere che là dove Dio è rigettato, la secolarizzazione e il relativismo
aprono la porta a leggi e programmi politici immorali. Al contrario, bisogna
spingere i legislatori e gli elettori a correggere le leggi gravemente
ingiuste.
Infine, "che
un dottorato honoris causa sia stato conferito dall'università di Notre Dame a
un presidente che promuove aggressivamente un'agenda anti-vita e anti-famiglia
è fonte del più grande scandalo".
b. Il 18 settembre
2009 ,'arcivescovo Burke prendeva la parola al XIV banchetto annuale di
partenariato organizzato da "Inside Catholic" (21). Questo discorso è
stato pubblicato sotto forma di articolo in "Crisis Magazine", nella
data del 26 settembre 2009. Ha per titolo "Riflessioni sulla battaglia per
promuovere la cultura della vita".
L'arcivescovo di
offre qui un discorso di una forza eccezionale. Ecco, citate liberamente,
alcune idee forza di questo discorso:
"È
impossibile essere cattolici praticanti se, nella propria condotta, qualcuno
sostiene il diritto all'aborto o il diritto al matrimonio di persone dello
stesso sesso. Dobbiamo riconoscere lo scandalo dato da cristiani che omettono
di far rispettare la legge mortale naturale nella vita pubblica. Questa
omissione ingenera la confusione e induce in errore tutti i cittadini. Con le
nostre azioni e le nostre omissioni possiamo condurre degli uomini e delle
donne a compiere il male e a peccare, così come a nuocere gravemente ai
fratelli, alle sorelle, alla nazione. Nostro Signore è stato inequivoco nel
condannare coloro che, con le loro azioni, provocheranno un vero scandalo, cioè
precipiteranno gli altri nella confusione o li condurranno a peccare (22). È
per questo che la disciplina della Chiesa vieta di dare la santa comunione e di
celebrare i funerali religiosi a coloro che persistono, dopo essere stati
ammoniti, nel violare gravemente la legge divina (23). Certo, la Chiesa affida
ogni anima alla misericordia di Dio [...], ma questo non la dispensa dal
proclamare la verità della legge divina. Quando qualcuno ha pubblicamente
aderito e coopera a degli atti colpevoli, [...] anche il suo pentimento da tali
azioni deve essere pubblico".
Chiamando le cose
col loro nome, l'arcivescovo Burke non esita ad andare al fondo del
problema:
"Si vede
all'opera la mano del Padre della Menzogna nel poco di attenzione portata alla
situazione di scandalo, o nel fatto che sono ridicolizzati o persino censurati
coloro che subiscono gli effetti dello scandalo".
c. Il 29 settembre
2009 l'arcivescovo Burke interveniva per prendefre la difesa dei militanti
pro-life che protestavano contro lo scandalo dei funerali grandiosi e molto
pubblicizzati celebrati per il senatore Ted Kennedy (24). Questo senatorte
"cattolico" si era spesso distinto per le sue posizioni inaccettabili
in materia di rispetto della vita e della famiglia. Alcuni cattolici, presi da
compassione per il senatore, se l'erano presa vivamente con i militanti pro-vita
e pro-famiglia, accusandoli tra l'altro di rompere l'unità della Chiesa. La
messa a punto dell'arcivescovo non doveva farsi attendere:
"Una delle
ironie della situazione presente è che uno che prova scandalo di fronte ad
azioni pubbliche gravemente colpevoli di un altro cattolico è accusato di
mancare di carità e di causare una divisione nell'unità della Chiesa.
"In una
società il cui pensiero è governato dalla 'tirannia del relativismo' e nella
quale il politicamente corretto e il rispetto umano sono gli ultimi criteri di
ciò che si deve fare e di ciò che si deve evitare, l'idea di indurre qualcuno
in un errore morale ha poco senso. [...] Ciò che causa meraviglia in una tale
società è il fatto che vi sono di quelli che omettono di osservare il
politicamente corretto e che, per ciò stesso, sembrano perturbare la sedicente
pace della società. Tuttavia, mentire od omettere di dire la verità non è mai
un segno di carità".
Una domanda ineludibile
La
pseudo-compassione, spesso invocata a favore di autori di atti in sé cattivi,
come l'aborto, conduce dunque allo scandalo; invita gli altri a peccare
gravemente. Lo scandalo è la prima cosa da evitare (25). La pseudo-compassione
conduce anche all'eresia, alla divisione nella Chiesa, poiché incita i fedeli a
staccarsi da un punto non negoziabile della dottrina della Chiesa: il dovere di
rispettare la vita innocente. La pseudo-compassione potrebbe condurre a una
situazione nella quale la dottrina della Chiesa e la morale naturale
risulterebbero da una procedura consensuale e si formulerebbero in compromessi.
Alcuni, ingannati
dalla pseudo-compassione nei riguardi di coloro che peccano pubblicamente
contro la vita, ritengono che la Chiesa è, su queste questioni, troppo severa.
La Chiesa, in effetti, si esprime con chiarezza: "Non siano ammessi alla
sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti [...] e gli altri che
ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto" (26). Ora, se si
tiene presente il carattere menzognero e violento della pseudo-compassione, si
ci si accorgerà subito che questa severità non è che apparente, che è essa
stessa un'alta espressione della carità. Essa è un appello urgente al
cambiamento di vita. Il rifiuto di dare la comunione per le ragioni che abbiamo
richiamato non è che l'espressione dell'amore della Chiesa per i più deboli e
l'invito al pentimento rivolto a coloro che rischiano di restare incatenati ai
loro peccati e di incatenare gli altri.
Rimane una domanda
delicata ma ineludibile. Poiché, nelle condizioni ricordate, la santa comunione
deve essere rifiutata a un laico, il codice di diritto canonico prevede delle
misure di sospensione, per il doppio motivo dello scandalo e dell'eresia, per i
chierici che manifestano pubblicamente la loro pseudo-compassione per chi
compie aborti?
Louvain-la-Neuve,
gennaio 2010
(1) "Le
Monde" del 19 novembre 2009 titolava vistosamente in prima pagina:
"Il peso della natalità minaccerebbe il clima". Il seguito di questo
articolo dovuto a Grégoire Allix appariva a p. 4 sotto il titolo:
"Limitare le nascite, un rimedio al pericolo climatico? La Nazioni Unite
fanno appello alla presa in considerazione della questione demografica al
vertice di Copenaghen".
(2) Cf. a questo
proposito il nostro libro "La face cachée de l’ONU", pp. 61-70.
Questo capitolo è intitolato: "La Carta della terra e l'imperativo
ecologico". Vedi ciò che scrive san Paolo su questo tema, in Romani 8,
18-22.
(3) Il caso
riguarda una bambina di 9 anni, "Carmen", stuprata dal suo patrigno e
trovatasi incinta di due gemelli. Malgrado gli appelli alla compassione
lanciati da Dom José Cardoso Sobrinho (all'epoca arcivescovo di Recife) a da
suoi collaboratori, la bambina è stata sottoposta a un doppio aborto, tra l'altro
sotto la pressione di movimenti femministi radicali. Curiosamente, Dom Cardoso
è stato sconfessato da un dignitario ecclesiastico romano, che ha tentato di
far valere che coloro che volevano proteggere i gemelli avevano mancato di
"compassione" per i medici che avevano praticato l'aborto, i quali
"avevano dovuto prendere una decisione difficile".
(4) Vedi a questo
proposito "La Libre Belgique" del 14 novembre 2009 e "Le
Monde" del 16 novembre 2009.
(5) Cf. Matteo 19,
1-9; Marco 10, 1-12; Luca 16, 18.
(6) Cf. in
particolare Genesi. 1, 28; 2, 18-24; cf. Giovanni 1, 1.
(7) Cf. Matteo 19,
10.
(8) Cf. Genesi 19,
1-29; Romani 1.
(9) Cf. Luca 7,
36-50, o la scena che svolge a casa di un fariseo; 15, 3-32; 19, 1-10; 23,
40-43.
(10) In
collaborazione con Klaudia Schank, abbiamo tradotto e presentato questo libro:
"Euthanasie: Le dossier Binding et Hoche. Traduction de l'allemand,
présentation et analyse de 'Libéraliser la destruction d'une vie qui ne vaut
pas d'être vécue'. Texte intégral de l'ouvrage publié en
1922 à Leipzig", Paris, Éd. Le Sarment-Fayard,
2002, 138 pp. ISBN: 2-866-79329-3.
(11) Cf. sopra, n.
3.
(12) Vedi sopra,
al n. 3, i casi di pedofilia.
(13) Vedi su
questo tema "La plus jeune mère du monde", breve articolo in "La
Presse médicale", Paris, 13 mai 1939, p. 744; vedi anche la lettera del
dottor Edmundo Escobel (Lima), "La plus jeune mère du monde", in
"La Presse médicale", Paris, 31 mai 1939, p. 875. Questo caso è anche
riferito nel lavoro di Rodolfo Pasqualini, "Endocrinología",
Buenos Aires, Editions El Ateneo, 1959. Vedi specialmente le pp. 684-686.
Pasqualini cita l'articolo di Escobel a p. 686.
(14) Vedi Jacques
Suaudeau, articolo "Sexualité sans risques", pp. 905-926 del
"Lexique des termes ambigus et controversés" del consiglio
pontificale per la famiglia, del 2005.
(15) Edward C.
Green è direttore dell'AIDS Prevention Project allo Harvard Center for
Population and Development Studies. Il testo citato si trova in http://www.lifesitenews.com/ del 19 marzo 2009,
dove si trovano anche altre informazioni.
(16) Fonte:
http://www.elmundo.es/, dispaccio del 12 novembre 2009. Vedi anche
http://www.sectorcatolico.com/, dispaccio del 30 dicembre 2009.
(17) Cf. Codice di
diritto canonico, 751; 1364, § 1; 1398.
(18) Cf.
http://www.lifesitenews.com/, 27 novembre 2009. La posizione esente da
ambiguità riaffermata dalla conferenza episcopale spagnola tramite il suo
segretario generale Mons. Martínez Camino è stata di nuovo riaffermata da
Isidoro Catela Marcos, direttore dell'ufficio informazioni della CEE. Vedi il
sito ACI Prensa: http://www.aciprensa.com/, dispaccio del 4 gennaio 2010, che a
sua volta rinvia a http://www.conferenciaepiscopal.es
(19) Vedi nel sito
di "The Providence Journal": http://www.projo.com/ del 23 novembre
2009, l’articolo di John Mulligan, "Kennedy: Barred from Communion".
(20) Il testo
completo si trova in http://www.lifesitenews.com/ dell'8 maggio 2009.
(21) Il testo è
stato pubblicato dal sito internet http://insidecatholic.com con la data del 26
settembre 2009.
(22) Cf. Luca 17,
1-2.
(23) Codice di
diritto canonico, 915; 1184, § 1, 3°.
(24) Cf.
l’articolo di John-Henry Westen, "A Vatican Archbishop: Kennedy Funeral
Critics Not Hurting Unity but Helping Church", su LifeSiteNews.com, 29
septembre 2009. Les citazioni sono
tratte da questo articolo.
(25) Luca 17, 1 s.
(26) Cf. Canone
915. Michel Schooyans
Frattini: “La geopolitica di Benedetto XVI”
ROMA - Il tema dell'incontro «quando il Papa
pensa il mondo» sembra scelto con un tempismo perfetto: a pochi mesi dalla
pubblicazione dell'enciclica Caritas in veritate e a pochi giorni da un altro
testo particolarmente denso di contenuti, il messaggio per la giornata della
pace 2010, dal significativo titolo CSe vuoi coltivare la pace salvaguarda il
creato».
Si tratta di due riflessioni profonde, che
hanno una caratteristica in comune: quella di abbracciare l'uomo, la società e
il pianeta con un solo sguardo unitario. Si tratta di una sintesi di grande
impatto, che nel suo forte richiamo all'etica, al ritorno dei «valori»
tradizionali, ha raccolto un consenso vastissimo, ben al di là dei confini del
mondo cattolico.
Se la rivista «Limes» ci chiama alla
geopolitica una prima riflessione credo vada fatta sul significato che questo
termine può avere per un Pontefice. Il Papa, per ragione stessa del suo ufficio
di pastore universale, può comprendere le difficoltà «geopolitiche» degli Stati
che collaborano o si contrappongono nella sfera del temporale. Ma certamente
diversa è la sua ottica di pastore universale. Ricordo a questo proposito che
proprio l'anno passato abbiamo festeggiato gli ottant'anni dei Patti
Lateranensi. Ciò che rimane attuale dei Patti Lateranensi è la constatazione di
quanto sia stata lungimirante la scelta di Pio XI di rinunciare a qualunque
pretesa temporale, per dedicare completamente la Chiesa alla sua missione
spirituale a livello dell'intero pianeta.
Questa missione ha dunque una «geopolitica»
diversa, che potremmo definire universale, come i due ultimi testi di Benedetto
XVI ci ricordano, e con estrema efficacia. Due testi che sono due facce della
stessa medaglia. Nell'enciclica si parte dall'uomo e si ritorna a esso passando
attraverso una analisi stringente e molto critica della società di oggi -
quella che ha prodotto la più grave crisi economica di tutti i tempi - per aver
sottovalutato la necessità di un giusto bilanciamento fra interessi personali e
collettivi, fra benessere di una fetta ridotta della popolazione e necessità di
sviluppo dell'intero pianeta, fra mercati finanziari fini solo a se stessi e
funzione sociale di una economia di mercato.
Nel messaggio per la giornata mondiale della
pace questo richiamo forte all'etica si sposta dal piano delle scienze sociali
a quello dell'ambiente. Con la stessa forza e la medesima logica stringente il
Pontefice ci ricorda che l'intero pianeta è a rischio se l'umanità non viene
spinta a comportamenti rispettosi dell'ambiente nel suo insieme. Ciò significa,
ad esempio, uno sfruttamento corretto delle risorse del pianeta di cui tutti
possano beneficiare, sia in senso geografico-spaziale, Paesi del nord del mondo
come del sud, che in senso temporale: l'attuale generazione e le generazioni
future hanno eguali diritti a poter vivere al meglio su questo pianeta. In
termini biblici forse si potrebbe pensare che in un mondo globalizzato, sempre
più la terra ci appare come un'arca e su quest'arca il Pontefice ci spinge a
ritrovare quella armonia caratteristica della ritrovata alleanza, nata dopo il
diluvio universale.
Se questa è la visione che il Papa ha del
mondo, nella seconda parte del mio intervento vorrei sottolineare quali aspetti
di questa «geopolitica planetaria» possano più facilmente essere assunti nella
nostra «geopolitica», quella di uno Stato le cui posizioni, su molti temi, sono
state tradizionalmente vicine a quelle della Chiesa. Mi limiterò a due esempi,
che mi sembrano più caratteristici e incisivi: l'azione a favore dei diritti
fondamentali della persona, e quella a favore dello sviluppo, soprattutto in
Africa.
Sul tema dei diritti fondamentali della
persona vi è un ampio consenso nella società civile e nel mondo politico
italiano. Democrazia e diritti umani sono componenti essenziali della nostra
azione nel mondo, perché riflesso di quel diffuso senso di solidarietà che
permea la collettività nazionale. Si tratta di un elemento peculiare della
nostra società, che spiega perché siano da noi così diffusi - più che in altri
Paesi occidentali - i movimenti e le altre organizzazioni - anche di
ispirazione non cattolica - che si dedicano stabilmente a opere di assistenza e
di aiuto delle fasce più deboli della popolazione in Italia e all'estero.
Quel che mi preme sottolineare in questa sede
è come nell'ambito dei diritti fondamentali appaia centrale la tutela della
libertà di culto, intesa quale libera espressione pubblica - e non solo privata
- delle proprie convinzioni religiose. In questo senso il Governo italiano ha
sempre mostrato profonda sensibilità per la sorte delle minoranze cristiane in
ogni parte del mondo, esercitando una costante azione a loro supporto. Vorrei a
questo scopo ricordare che nel giugno scorso, dopo le notizie delle violente
persecuzioni a danno dei cristiani in Pakistan, ho personalmente avviato
nell'ambito dell'Unione europea una particolare iniziativa sulla libertà
religiosa. Venendo poi a una precisa area geografica, anche in considerazione
della presenza del cardinale Sandri, siamo convinti che in Medio Oriente la
stabilizzazione passi attraverso la salvaguardia delle diverse comunità
cristiane storicamente presenti nell'area e alle quali, in Libano, in Iraq e
nei Territori Palestinesi, forniamo il nostro costante supporto.
A questo proposito, siamo fortemente
interessati all'Assemblea speciale del sinodo che raccoglierà a Roma, nel
prossimo mese di ottobre, i patriarchi e i vescovi del Medio Oriente e sin
d'ora offro la mia disponibilità a incontrare i padri sinodali.
Abbiamo, come Governo, posto i problemi del
continente africano e della lotta alla povertà al vertice della nostra agenda,
nella convinzione che tutte le risorse, pubbliche e private vadano mobilitate
nell'ottica di un approccio integrato che è l'unico che potrà, nel lungo
termine, risultare vincente. L'Africa infatti non è più solo un problema, ma
costituisce ormai anche una opportunità. Lo dimostra, tra l'altro, la sua
risposta alla crisi economica mondiale, che si è dimostrata di gran lunga
migliore rispetto a quella di altri continenti. In tal senso l'Italia sta
promuovendo un vero e proprio approccio innovativo allo sviluppo che non sia
esclusivamente focalizzato sul volume degli aiuti, ma valorizzi tutti i fattori
in grado di innescare processi di crescita sostenibile.
Vorrei concludere menzionando due punti che
potrebbero rappresentare quasi due aree «di lavoro comune» per le rispettive
diplomazie nei prossimi mesi.
Da un punto di vista generale, anche
nell'ottica di quella «geopolitica planetaria» che anima l'azione del
Pontefice, ritengo che i grandi obiettivi che ci poniamo, stabilità
internazionale, pace e sviluppo potranno essere raggiunti solo grazie a un
rinnovato impegno per la realizzazione di un vero «multilateralismo efficace».
Con questo termine intendiamo, sostanzialmente, la messa in opera di meccanismi
realmente efficienti di concertazione, democratica e trasparente, fra i
principali attori della comunità internazionale. La nostra proposta di riforma
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, va proprio in questo senso.
Entrando invece nel dettaglio di un tema -
che so caro anche alla Santa Sede - vorrei concludere il mio intervento
ribadendo l'impegno del Governo nella richiesta di rinvio - di fronte alla
Sezione allargata della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - della sentenza
sulla esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Ritengo che questa sia
una battaglia di civiltà, che il Governo combatterà con convinzione. Non si
tratta, infatti, di lamentare un difetto di giurisdizione della Corte, né di
accampare argomenti di diritto interno. Si tratta invece di affermare che ogni
Stato è - e deve rimanere - libero di regolare come meglio ritiene, in funzione
della sua storia, della sua cultura e della sua tradizione il rapporto fra il
pubblico e la dimensione del sacro. Franco Frattini, L’Osservatore Romano 9
Come essere cristiani responsabili nella gestione della città
Quale aiuto può
dare una scuola sulla dottrina sociale della Chiesa a un territorio? Quali sono
i compiti della scuola che oggi inauguriamo? Come formare i cristiani ad essere
buoni cittadini?
A queste domande
ha risposto monsignor Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Nazionale per i
Problemi Sociali e il Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI),
inaugurando la scuola diocesana sulla Dottrina sociale della Chiesa che si è
aperta a Ugento, in provincia di Lecce, il 5 febbraio scorso.
Nell'illustrare
l'itinerario di formazione sulla Dottrina sociale della Chiesa per rendere i
cristiani partecipi e responsabili della costruzione e della gestione della
città, il direttore dell'Ufficio della CEI ha indicato tre strumenti: la
Bibbia, l'enciclica Caritas in veritate e il Compendio della dottrina sociale
della Chiesa.
"Un primo
compito, che scaturisce dal nostro essere Chiesa, è quello di
evangelizzare", ha spiegato.
Per questo motivo
"è importante cogliere e aiutare gli altri a cogliere ciò che il Vangelo
ha da dire per ogni momento dell'esistenza dell'uomo" e non si può
"annunciare e vivere il Vangelo della speranza, sempre senza la fede in
Dio".
Per rimanere
sereni anche davanti ad uno scenario apocalittico di crisi, monsignor Casile ha
ricordato che "nella notte e nel buio dell'attuale crisi, non solo
economica, il nostro compito di cristiani, che vivono nelle città degli uomini,
è di annunciare e vivere il Vangelo della speranza e della fiducia nel Signore,
che non ci abbandona mai".
Ha poi ricordato
che Sant'Agostino, ai cristiani che si lamentavano del difficile momento
storico che vivevano, rispondeva: "Voi dite: I tempi sono cattivi; i tempi
sono pesanti; i tempi sono difficili. Vivete bene, e muterete i tempi"
(Discorsi, 311,8).
Per questo motivo,
ha sottolineato monsignor Angelo Casile, "viviamo bene la nostra fede ogni
giorno e allora i tempi saranno migliori. Viviamo bene la nostra fede e le
nostre città riprenderanno ad avere un anima".
"A noi - ha
confessato il direttore dell'Ufficio della CEI - che spesso siamo indaffarati
nel trovare le risposte, senza fiato nel trovare soluzioni, triturati
dall'affanno del fare, ingabbiati in progetti un po' ‘arrugginiti' arriva in
dono la parola del Santo Padre fondata sul Vangelo, che dona respiro ai nostri
cuori, perché senza negare nulla all'agire dell'uomo lo richiama al suo stesso
cuore, all'essenziale, a Dio, Amore eterno e Verità assoluta".
Per comprendere i
compiti contenuti nell'enciclica monsignor Casile ha sottolineato che "la
Caritas in veritate ci sollecita a portare ‘l'annuncio della verità dell'amore
di Cristo nella società', far brillare la bellezza del Vangelo, far risplendere
attraverso la dottrina sociale della Chiesa la verità dell'amore di Dio per
ogni uomo".
Riprendendo il
Salmo 127 monsignor Casile ha ricordato che è impossibile costruire la casa
senza l'aiuto di Dio, per questo motivo nell'enciclica Benedetto XVI ci ricorda
che "senza Dio l'uomo non sa dove andare", sperimenta la povertà
della solitudine ed è incapace di svilupparsi "con le sole proprie
forze".
Ma Dio, in Gesù
Cristo, ama ogni uomo e "pronuncia il più grande 'sì' all'uomo" e lo
invita ad "aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio
sviluppo" nella quotidianità della vita.
Secondo monsignor
Casile l'indicazione di Papa Paolo VI, nella Lettera enciclica Populorum
progressio sullo sviluppo dei popoli (26 marzo 1967), in cui parlava di
vocazione allo sviluppo ha trovato piena accoglienza in Benedetto XVI che
sottolinea come "il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua
essenza, una vocazione".
"Occorre
intendere il progresso dell'uomo e quindi la sua vocazione - ha aggiunto
monsignor Casile - non solo come sviluppo di particolari abilità, ma come
sviluppo integrale dell'uomo, ‘promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo, piena
accoglienza del Vangelo di Gesù, che' rivelando il mistero del Padre e del suo
amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo".
Perchè Gesù, come
riportato dalla Gaudium et Spes "ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato
con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo".
Il direttore
dell'Ufficio della CEI ha concluso affermando che "siamo chiamati da Dio a
rispondergli ogni giorno e ad aiutare gli altri a rispondere, a vivere la
carità nella verità, a riconoscere il vero, a gioire del bello e a godere del
buono".
Antonio Gaspari, Zenit 8
Vatikan: Kardinal Kasper wünscht sich „dialogischen Stil“
Der Ökumene-Verantwortliche des
Vatikans, Kardinal Walter Kasper, ist nicht völlig zufrieden mit der Rezeption
des Dokuments „Dominus Iesus“ aus dem Jahr 2000. Das Papier wurde von der
Glaubenskongregation unter dem damaligen Kardinal Joseph Ratzinger erstellt und
handelt vom Wesen der Kirche. Es sei „unser Fehler gewesen“, dass der
katholische Kirchenbegriff, wie er in dem Text entfaltet wird, in der
anschließenden Debatte von einigen als Abgrenzung gegenüber anderen empfunden
wurde „und nicht stattdessen als eine Öffnung“. Das sagte Kasper am Montag bei
einem ökumenischen Kongress in Rom. Gegenüber Radio Vatikan erklärte der
deutsche Kardinal: „Natürlich ist das
kein Fehler in der lehrhaften Aussage, denn dieses Dokument repräsentiert die
katholische Lehre – aber ich hätte mir einen etwas dialogischeren Stil
gewünscht, einen Stil, der zugänglicher und ansprechender ist, für unsere
eigenen Leute wie für unsere Partner. Das Dokument sagt auch ein bisschen
zuviel, was die anderen nicht haben; ich würde eher betonen, was wir haben, was
wir schenken können – und dann, dass wir auch von den anderen erwarten,
bereichert zu werden. Also ein dialogischerer Stil – das mangelt diesem
Dokument etwas, das ist eigentlich schade. Und das hat die Rezeption auch sehr
erschwert.“ (rv 9)
Deutscher Seelsorger in Ägypten: "Muslime haben Minarettverbot akzeptiert"
Die Volksentscheidung zum
Minarettverbot in der Schweiz sei von den
Muslimen in Ägypten ohne Widerspruch
akzeptiert worden. Das sagte der
Seelsorger für die deutschsprachigen
Katholiken in Ägypten, Msgr.
Joachim Schroedel, im Gespräch mit dem
weltweiten katholischen Hilfswerk
"Kirche in Not". Es habe in
Ägypten keinerlei Demonstrationen gegen das
Verbot gegeben und die Muslime hätten
die Entscheidung akzeptiert, ohne
dass eine "negative Stimmung"
gegen Christen aufgekommen wäre.
Entscheidend sei dabei gewesen, dass in
der Schweiz nicht der Islam oder
eine Moschee an sich verboten worden
sei, sondern nur die Art der
Umsetzung, betonte Schroedel. Ähnliches
sei auch beim Kopftuch-Verbot an
öffentlichen Einrichtungen und Schulen
in Frankreich zu bemerken
gewesen. Auch mit dieser Vorgabe hätten
sich die Muslime in Ägypten ohne
weiteres abgefunden.
Im interreligiösen Dialog sei es daher
manchmal besser, klare Grenzen
abzustecken und hinter der eigenen
christlichen Identität zu stehen.
Damit erreiche man auf lange Sicht mehr
Akzeptanz bei den Muslimen als
mit übertriebener Toleranz, so lange
man "freundschaftlich die Hand zur
Versöhnung ausgestreckt" lasse,
betonte Schroedel abschließend. KiN
Vatikan: Neue Generation von Patriarchen
Der Vatikan sieht sich beim
ökumenischen Dialog mit der orthodoxen Kirche jetzt einer neuen Generation von
Patriarchen gegenüber. Darauf macht die französische katholische Tageszeitung
„La Croix“ in einer Analyse aufmerksam. Die neuen Köpfe auf orthodoxer Seite
stünden für einen verstärkten Dialog mit der katholischen Kirche.
Als erster trat vor einem Jahr Kyrill
als neuer orthodoxer Patriarch von Moskau an – der frühere „Außenminister“
seiner Kirche hat glänzende Kontakte zu anderen Kirchen. Nach ihm wurde
Hieronymos II. der Patriarch der griechischen Orthodoxie, Daniel übernahm die
Verantwortung in Rumänien, und erst kürzlich wurde Irinej neuer orthodoxer
Patriarch in Serbien. Die neuen Kirchenchefs seien Vertreter einer orthodoxen
Kirche, die seit dem Ende des Kalten Kriegs immer stärker werde: In den letzten
zwanzig Jahren hat sich etwa in Russland die Zahl orthodoxer Pfarreien
vervierfacht, die Zahl der Klöster stieg gar um mehr als das Vierzigfache. Mit
der Eröffnung eines russisch-orthodoxen Priesterseminars im November habe
Kyrill I. von Moskau schon ein erstes ökumenisches Signal gegeben. Gleichzeitig
bemüht sich der russische Patriarch um Versöhnung mit dem orthodoxen Ehrenoberhaupt
Bartholomaios I. – unter ihnen ist vor allem die Zugehörigkeit der Orthodoxen
in der Ukraine umstritten. Seit Oktober bemüht sich eine gemeinsame
Arbeitsgruppe, den Konflikt zu lösen. (la croix 9)
Sexueller Missbrauch. Von Patern und Sugar Daddies
Mechthild Maurer hilft, die sexuellen
Übergriffe des Jesuiten Bernhard E. aufzuklären. Sie will als erstes den
Auslandsreisen von Pater E. nachgehen.
VON CLAUS-JÜRGEN GÖPFERT
Sie kennt die Orte in Thailand, in
denen die "Sugar Daddies" die Macht haben. Die Gebiete, die noch
immer "fest in pädokrimineller Hand" sind, wo sich niemand dem
sexuellen Missbrauch von Kindern entgegenstellt. Seit zehn Jahren ist Mechthild
Maurer Geschäftsführerin der Arbeitsgemeinschaft zum Schutz der Kinder vor sexueller
Ausbeutung, kurz: ECPAT. Von ihrem Büro in Freiburg aus hat sie viele Reisen in
die Dritte Welt unternommen.
Jetzt wartet auf die 55-Jährige eine
neue schwierige Aufgabe: Sie gehört einer am Wochenende berufenen Kommission
an, die sexuellen Missbrauch durch den Frankfurter Jesuiten-Pater Bernhard E.
und in seinem Umfeld aufklären soll.
Gebildet wurde das Experten-Gremium in
Frankfurt am Main von der internationalen Hilfsorganisation "Ärzte für die
Dritte Welt", jener Organisation, die der Jesuit E. 1983 gegründet hatte.
Jetzt stehen die "Ärzte" unter Schock: Der Pater hat gestanden, in
den 70er Jahren in der katholischen Jugendarbeit drei Kinder sexuell
missbraucht zu haben.
Für den gemeinnützigen Verein
"Ärzte für die Dritte Welt" steht einiges auf dem Spiel: Das
Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung hat seine
staatlichen Zuschüsse in Höhe von 2,5 Millionen Euro jährlich gesperrt, solange
die Vorwürfe gegen E. nicht restlos geklärt sind. Harald Kischlat,
Generalsekretär des Vereins, fürchtet um weitere 4,4 Millionen Euro Spenden,
die jedes Jahr von 25.000 Unternehmen und Einzelpersonen eingehen.
Deshalb stuft er Maurers
Aufklärungsarbeit jetzt als "besonders dringlich" ein. Die Expertin
will als erstes den Auslandsreisen von Pater E. nachgehen: Bis zu seinem
Rücktritt vor wenigen Tagen gehörte er dem Vorstand des Vereins an und besuchte
regelmäßig dessen Hilfsprojekte in der Dritten Welt - da geht es häufig um arme
und unterversorgte Kinder, so Maurer.
"Strukturelles Defizit bei der
Aufklärung" - Sie ist überzeugt: "Ein pädophiler Täter kann nicht
einfach aufhören." Es müsse nun aber auch untersucht werden, wie der
Jesuiten-Orden überhaupt mit den Taten von E. umgegangen sei. Seit 2005
ermittelte der Orden intern, ohne dass irgendetwas nach außen drang.
Für die Expertin ist das ein Beispiel
für den zögerlichen Umgang der katholischen Kirche mit dem Thema Missbrauch.
"Man kann sagen, dass es eher ein Aussitzen der Vorwürfe gegeben hat, ein
strukturelles Defizit bei der Aufklärung", urteilt Maurer. Und dies,
obwohl die Deutsche Bischofskonferenz immer wieder Transparenz versprochen
habe.
Maurer ist seit Jahren den
Missbrauchs-Taten deutscher Männer in der Dritten Welt auf der Spur. "Ich
gehe von einer vierstelligen Dunkelziffer von Vergehen deutscher Männer im
Ausland jedes Jahr aus", sagt sie. Ein Schwerpunkt: Thailand. Dort gebe es
Täter, die ganz unterschiedlichen Gruppen angehörten: "Wir haben
Pauschaltouristen und Rucksackreisende, aber auch Geschäftsleute."
Eine wachsende Tätergruppe finde sich
unter den deutschen Frührentnern, die fest in Thailand lebten. Sie hätten
regelrechte pädophile Netze aufgebaut. "Die Kinder, die oft von ihnen
abhängig sind und von ihnen versorgt werden, nennen sie Sugar Daddies."
"Polizei und Staatsanwälte tun
sich schwer bei der Aufklärung in Thailand", sagt Maurer. Deshalb habe sie
schon öfter vor Ort Beweise gesammelt und mit den Ermittlungsbehörden
zusammengearbeitet. Nach ihrer Erfahrung gebe es "nur punktuelle
Erfolge" gegen Pädophile. "Es existieren nach wie vor in Thailand
Gebiete wie etwa Pattaya, die fest in pädokrimineller Hand sind."
ECPAT arbeitet deshalb auch mit
Reiseveranstaltern zusammen und versucht, sie für das Problem zu sensibilisieren.
Ein weiteres Arbeitsfeld ist der Kampf gegen Kinderpornografie im Internet. Im
Fall des Jesuiten-Paters E. in Frankfurt steht für Mauter jetzt die Aufklärung
im Vordergrund. Das Gespräch mit dem Täter hält sie "nicht für
vorrangig". Fr 8
Großbritannien: Um Einheit bemüht
„Anglican Communion Covenant“ – so
heißt ein grundlegendes Konsenspapier, das derzeit allen 38 Provinzen der
anglikanischen Weltgemeinschaft vorliegt. Der Text, der in jahrelanger Arbeit
entstanden ist, soll die fragile Einheit der Anglikaner retten. Erzbischof
Rowan Williams von Canterbury, der Primas der anglikanischen Kirche, hat das
Konsenspapier vor Kurzem vorgestellt; es bemüht sich um den Entwurf einer
gemeinsamen theologischen und pastoralen Vision und soll ein Prozedere festlegen,
das im Fall von Auseinandersetzungen gilt.
„Es ist ziemlich wichtig, daran zu
erinnern, was der ‚Covenant? ist und was er nicht ist – was er erreichen kann
und was er nicht erreichen kann.“ Das sagt Erzbischof Williams in einer
YouTube-Botschaft, die bis Montag 5316 Mal aufgerufen wurde. „Das Papier wird
nicht alle Probleme lösen; es ist weder eine Verfassung noch ein Gesetzbuch,
das alle Regelbrecher bestraft. Vielmehr zeigt der ‚Covenant?, wie sich bei
einer Meinungsverschiedenheit verfahren lässt, um Spaltungen zu vermeiden. Und
er hilft uns zu verstehen, worin unsere Gemeinsamkeit besteht, so dass wir
unseren Zusammenhalt und unser Vertrauen untereinander verstärken.“
Der letzte der vier Teile des
„Covenant“ beschäftigt sich mit dem Thema der Sexualität aus biblischer Sicht.
Dieses Thema hat die anglikanische Kirche in den letzten Jahren entzweit und an
den Rand der Spaltung gebracht, seit die US-Anglikaner 2003 einen bekennenden
Homosexuellen zum Bischof von New Hampshire geweiht haben. Der Erzbischof von
Canterbury versucht allerdings, den „Covenant“ nicht nur als Minimalkonsens
darzustellen: Denn vielleicht könne der Text sogar einmal für andere Christen
attraktiv werden... (webseite archb canterbury / rivista „jesus“)
Berlin. Solidarität mit den Jesuiten
Ein nachdenklicher Gottesdienst in der
Pfarrei St. Canisius am Lietzensee
Von Gunda Bartels
Selbstvergewisserung im Glauben – das
ist es, worum es hier heute beim Hochamt in St. Canisius, einen Steinwurf vom
Lietzensee entfernt, geht. Bei den Gemeindegliedern der Jesuitenpfarrei in der
Witzlebenstraße und noch mehr beim Prediger, Pater Bernhard Heindl selbst. Zu
Beginn des Gottesdienstes begrüßt er die Gemeinde mit den Worten: „Schon
letzten Sonntag haben wir an dieser Stelle gesagt, wie betroffen und beschämt
wir über die Vorfälle in unserer Gemeinschaft sind. Wir entschuldigen uns bei
den Opfern.“ Jetzt gehe es um Aufklärung und der müsse man die nötige Zeit
geben. Das „Amen“ der Gläubigen nach der anschließenden Gebetsbitte um
Vergebung und göttliches Erbarmen klingt sehr entschieden.
Trotzdem hat der sexuelle Missbrauch
von Schülern durch Jesuitenpatres die gutbürgerlichen Charlottenburger
schockiert. Aber, sagt eine junge Frau, die mit Mann und Baby die vorher
stattfindende Familienmesse besucht hat, „man muss unterscheiden, was ein Orden
macht und was eine Gemeinde leistet.“ Ihr Vertrauen in die zum Forum der
Jesuiten gehörende Pfarrei sei ebenso wenig irritiert wie ihr Glaube.
Auf ganz so viel Gelassenheit der
Gemeindeglieder setzt Prediger Heindl beim Hochamt nicht. „Wir wollen uns lösen
von dem, was uns die letzten Tage so stark bewegt hat und uns notgedrungen und
notwendigerweise weiter bewegen muss“, sagt er. Und zieht die Auslegung der
Geschichte aus dem Lukas-Evangelium, wo Jesus am See Genezareth den Fischer
Simon Petrus zu seinem Jünger macht („von jetzt an wirst du Menschen fangen“)
als persönliche Berufungsgeschichte auf. Christliche Berufung sei es, eine
existenzielle Verbindung mit Gott einzugehen, sagt der Pater. Der Wunsch, „mit
allem, was ich bin, habe und kann, Gott Gehör zu verschaffen“. Bei ihm sei es
keine spektakuläre Entscheidung gewesen und er habe lange bezweifelt,
tatsächlich Menschenfischer zu sein.
Wie es kommt, dass man als Priester zum
Moralapostel mutiere, dieser Mechanismus sei ihm selbst nicht klar. „Moral ist
etwas Sekundäres“, stellt der Prediger fest, „hier drinnen aber muss Gott das
Primäre sein.“ Und hinterher betont Pater Heindl, der der Leiter der
Katholischen Glaubensinformation im Erzbistum Berlin ist, wieder, dass die
Kirche für ihn ein heiliger Raum geistlicher Auseinandersetzung ist und eine
Kanzel kein Ort für Moralpredigten. Die gibt es im selten transparenten,
transzendenten Kirchenraum eh nicht. St. Canisius ist der gelungenste moderne
Sakralbau der Stadt. Nebenan im Forum sitzen die Glaubensschule St. Ignatius
und die Jesuitenflüchtlingshilfe. „Unsere Jesuiten sind so engagiert, die haben
Unterstützung verdient“, sagt eine ältere Frau beim Rausgehen. Deswegen sei sie
heute zum Gottesdienst gekommen, aus Solidarität. Gunda Bartels Tsp 8
Benedikt: Kirche verurteilt jede Form von Kindesmissbrauch
„Jesus nannte die Kinder als Vorbild,
um in das Reich Gottes zu gelangen. Seine Lehre über die Kinder und seine
Zärtlichkeit im Umgang mit ihnen sind uns heute Appell zu Sorge und Respekt
ihnen gegenüber.“ Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Montag bei einer
Ansprache vor der Vollversammlung des päpstlichen Familienrates in Rom.
Christus folgend habe die Kirche im Laufe der Jahrhunderte den Schutz der Würde
und der Rechte Minderjähriger gefördert und sich selbst ihrer angenommen, so
Benedikt. Leider gebe es einige Glieder der Kirche, die diese Rechte verletzt
hätten, so der Papst mit Blick auf die jüngsten Missbrauchsfälle in der
katholischen Kirche. Diese Kirchenmitglieder verhielten sich damit entgegen
ihrem Auftrag. Ein solches Verhalten habe die Kirche zu jeder Zeit missbilligt und
verurteilt. Und genau das werde sie auch weiter tun, so Benedikt. Jesus habe
harte Worte benutzt gegen die, die „einen dieser Kleinen zum Bösen verführt“
hätten.
Es sei vor allem die Familie, basierend
auf der Ehe von Mann und Frau, die Kinderrechte gewährleiste, so der Papst
weiter. Er verwies dabei insbesondere auf die UN-Kinderrechtskonvention, die in
diesem Jahr 20 Jahre alt wird und Thema bei der Versammlung des päpstlichen
Familienrates ist. Der Heilige Stuhl begrüße diese Konvention, da sie neben dem
Schutz von Kindern vor Verwahrlosung, sexuellem Missbrauch und Ausbeutung durch
Kinderarbeit auch positive Aussagen zu Adoption, Gesundheitsversorgung,
Erziehung und zum Behindertenschutz enthalte. (rv 8)
Kölner Edith Stein-Archiv: Zeugnis geben und erinnern
Edith Stein steht wie keine Zweite im
20. Jahrhundert für ein kompromissloses Glaubenszeugnis. Nun bekommt die
Karmelitin, die als gebürtige Jüdin in Auschwitz den Tod gefunden hat, ein
eigenes Archiv. An diesem Sonntag wurde es in Köln eröffnet. Der Neubau enthält
ein Magazin mit 25.000 Handschriften, einen Lesesaal zu Forschungszwecken und
ein kleines Museum mit Informationen über Leben und Werk der Heiligen. Steins
„große Weite des Geistes“, die in ihrem philosophischen Werk und persönlichen
Werdegang auszumachen sei, machten die mutige Zeitzeugin für viele Menschen so
anziehend. Das meint die Leiterin des Stein-Archivs, Karmelitenschwester
Antonia Sondermann, im Gespräch mit dem Kölner Domradio:
„Sie hat versucht, die mittelalterliche
Philosophie mit der modernen Denkweise zu verbinden und an dieser Stelle zu
vermitteln versucht. Ihre Hauptfrage war: Was ist der Mensch? Ihr ging es aber
auch vor allem darum, nach dem Geheimnis des Menschen zu fragen und dann eben
zu schauen, was der Mensch in Bezug auf Gott ist. Und da gibt es zahlreiche
Gedichte, Gebete und geistige Schriften, die noch mehr Zeugnis ablegen über
ihren geistlichen Weg als über ihre Forschung.“ (domradio 8)
Skandal im Sperrbezirk: Die jüngsten
Missbrauchsfälle an jesuitischen Schulen scheinen wieder einmal zu bestätigen,
dass Pädophilie und Päderastie einfach zur römisch-katholischen Kirche gehören.
Und glaubt man einem weit verbreiteten Vorurteil, dann hat dies vor allem mit
ihrer repressiven Sexualmoral zu tun. Eine frei ausgeübte, eine befreite
Sexualität, so müssen wir das im Umkehrschluss verstehen, ist in jedem Fall das
beste Mittel, um dergleichen Perversionen zu vermeiden.
Eine entsprechende Forderung an den
Vatikan wäre also, den Zölibat abzuschaffen und gleich noch, gewissermaßen als
große Lockerungsübung, den Frauen endlich die Priesterordination zu erlauben.
Nun weiß man allerdings, dass pädophile
Neigungen auch dort im beträchtlichen Maße zum Zuge kommen, wo weit und breit
keine Kirche in Sicht ist, weder eine katholische noch eine protestantische
Überall dort eigentlich, wo wir es mit starken Abhängigkeitsverhältnissen
zwischen Alten und Jungen zu tun haben, etwa in Schulen, Familien. Wenn die
repressive Sexualmoral ein Grund für sexuelle Perversionen ist, haben wir es
folglich mit einem gesamtgesellschaftlichen und nicht bloß religiösen oder
konfessionellen Phänomen zu tun.
Mit anderen Worten: Lassen wir den
wenigen Menschen, die sich für ein Leben im Zölibat entschieden haben, ihre
Würde und und ihr gutes Recht. In Wahrheit ist ihr Verzicht eine ständige
Provokation für die auf unbedingte, auch sexuelle Verfügbarkeit zielenden
Konsumimperative unserer säkularen Gesellschaften. Enthaltsamkeit ist auch eine
Form der Kritik am Bestehenden.
Christian Schlüter FR 9
Botschafter Gazzo: „Kruzifix-Urteil muss nicht Schule machen“
Das Anbringen von Kruzifixen in
italienischen Klassenzimmern verstößt an staatlichen Schulen gegen die
Europäische Menschenrechtskonvention. Das hatte der Europäische Gerichtshof für
Menschenrechte vergangenen November in Straßburg entschieden – was aber nicht
Schule in anderen EU-Ländern machen muss. Das findet zumindest der Botschafter
der Europäischen Union beim Heiligen Stuhl, Yves Gazzo. Im Gespräch mit Radio
Vatikan sagte er:
„Das Kruzifixurteil ist ja keine
EU-Resolution. Ich persönlich denke, dass wir die verschiedenen Nationen in
Europa solche Fragen selbst in die Hand nehmen lassen sollten. Denn das
entspricht dem spezifischen Verhältnis zwischen den Mitgliedsstaaten und den
Institutionen der EU. Zu diesem Zeitpunkt schiene mir eine generelle Vorgabe
für alle Länder falsch. Denn die Hintergründe in den einzelnen Ländern
unterscheiden sich zu stark. Während Italien sehr stark katholisch geprägt ist,
gibt es zum Beispiel anderswo mehrheitlich Orthodoxe. Und diese
Unterschiedenheit könnte man in einer übergeordneten Vorgabe nicht
berücksichtigen.“ (rv 8)
Reformierte Kirche. Der gottlose Pfarrer
Den Haag. Es ist wie fluchen in der
Kirche, nur schlimmer. Ein Pfarrer, der in der Sonntagspredigt von der Kanzel
herab verkündet: Gott gibt es nicht. Das tut der reformierte niederländische
Pfarrer Klaas Hendrikse nun schon eine ganze Zeit lang. Mehr noch: Er hat sogar
ein Buch geschrieben, um seine ketzerischen Ansichten zu untermauern. Titel:
"Glauben an einen Gott, den es nicht gibt".
Viele Mitglieder in seiner Gemeinde im
pittoresken seeländischen Hafenstädtchen Zierikzee waren über die Predigten
ihres Pfarrers dermaßen empört, dass sie forderten, der Geistliche müsse aus
der Kirche ausgeschlossen und des Amtes enthoben werden.
Die regionale Kirchenleitung der
südwestlichen niederländischen Provinz Zeeland nahm sich daher den Fall vor.
Wochenlang debattierten die Kirchenoberen, die zur Protestantischen Kirche der
Niederlande (PKN) gehören, den Fall Hendrikse. Nun kamen sie mit einem Urteil.
Es ist genauso überraschend und paradox wie die Ansicht des Pfarrers, der nicht
an Gott glaubt. Es lautet nämlich: Pfarrer Hendrikse darf Pfarrer bleiben. Er
darf auch weiterhin von der Kanzel verkünden, dass es keinen Gott gibt. Er wird
nicht aus der protestantischen Kirche ausgeschlossen.
Hendrikse wundert sich über seine
Kirche
Wie das? "Wir müssen ertragen
können, dass ein Pfarrer sagt, Gott bestehe nicht. Das ist Teil der
theologischen Debatte. Eine solche Meinung tastet die Fundamente der Kirche
nicht an." So begründet Pfarrer Michiel de Zeeuw, einer der Kirchenoberen
aus der PKN, den überraschenden Entscheid. "Wir müssen weg von dem Gottesbild,
das manche haben, die sich Gott als einen alten Mann mit einem langen Bart
vorstellen."
Dann macht de Zeeuw noch einen
Vergleich: "Der Nationalsozialismus hat die Fundamente der Kirche
angetastet. Ein Pfarrer konnte und durfte kein Nazi sein. Das war und ist
unvereinbar mit unserem Glauben."
Pfarrer Klaas Hendrikse ist selbst
verwundert, dass er wegen seiner Ansichten nicht aus der Kirche ausgeschlossen
wird. "Natürlich greife ich mit meiner Meinung und mit meinem Buch die
Fundamente der Kirche an und stelle sie in Frage", sagt er. "Wenn ich
trotzdem in der Kirche bleiben darf und meine Ansichten toleriert werden, dann
taugen die Fundamente dieser Kirche nicht."
Die Debatte über die Frage, ob es einen
Gott gibt, ist aber noch lange nicht zu Ende. Die PKN will jetzt eigens eine
Synode organisieren, auf der einzig und allein diese Fragestellung debattiert
werden soll. Der Fall des ungläubigen Pfarrers Klaas Hendrikse wird in den
Diskussionen die zentrale Rolle spielen. VON HELMUT HETZEL FR 9
Italien: Bischof lobt Karneval
Im Schweizer Bistum Chur sollen – das
wissen wir seit diesem Sonntag – keine Narrenmessen „mit Guggenmusik“ mehr
stattfinden. Der traditionsreiche Kölner Karneval ist von diesem Bannstrahl
glücklicherweise nicht betroffen – und auch nicht, auf der anderen Seite der
Alpen, der Karneval von Viareggio: Der wurde an diesem Sonntag gefeiert, und
natürlich war auch der Bischof von Lucca dabei. Zwar gibt es in dem
toskanischen Städtchen Viareggio den Karneval erst seit 1873, aber mit seinen
phantasievollen Motivwagen gehört der Umzug (die so genannte „corsa“) zu den
buntesten in Europa. Bischof Italo Castellani:
„Wenn man`s richtig bedenkt, ist das
Christentum doch gleichbedeutend mit Freude. Christen sind doch Zeugen der
Freude und des Übermuts! Natürlich ist das eine motivierte Freude – eine tiefe,
weil sie mit dem tiefen Sinn des Lebens zu tun hat. Freut euch allezeit im
Herrn, sagt uns die Schrift – das ist der Grund, auf dem wir stehen. Und darum
finde ich es gut, dass auch einige Pfarreien von Viareggio und aus dem Umland
eigene Motivwagen für den Umzug gebastelt haben!“
Viareggio war im Sommer Schauplatz
einer Tragödie: Bei einem Zugunglück mitten in der Innenstadt kamen mehr als
zwanzig Menschen ums Leben; in den letzten Wochen kam es zu einer
Überschwemmungskatastrophe und zu einem Erdrutsch. „Wir sind eine fragile
Gegend“, sagt Bischof Castellani – und findet gerade deshalb Karneval wertvoll:
Er sorge für ein „gesundes Zusammenfinden der Menschen”.
(rv 8)
Canisius-Kolleg: Kein ganz normaler Schultag
Am Canisius-Kolleg ging der Unterricht
wieder los. "Der erste Schultag war ganz normal", sagt eine
Schülerin. Aber ganz so normal ist er offenbar nicht.
Abgeschirmt. Schüler und Eltern des
Canisius-Kollegs wollen ihre Ruhe haben. Am ersten Schultag nach
den Winterferien sicherten Wachleute das Gelände des jesuitischen
Gymnasiums in Tiergarten. Das Erzbistum will am Dienstag mit katholischen
Schulleitern beraten, was bei der Präventionsarbeit gegen sexuelle Übergriffe
verbessert werden kann. Foto: Georg Moritz Georg Moritz
Von Claudia Keller und Rita Nikolow
Das Canisius-Kolleg ist gut bewacht an
diesem Montag, dem ersten Schultag nach den Winterferien: Dunkelblau und
schwarz gekleidete Wachmänner stapfen durch den Schnee um das Schulgebäude
herum und passen auf, dass kein Unbefugter auf das Gelände des jesuitischen
Gymnasiums kommt.
„Der erste Schultag war ganz normal“,
sagt eine Schülerin, die auf dem Bürgersteig vor den Schule steht und
offensichtlich genug hat von den Fragen der vielen Reporter. „Na ja, ganz so
ist es nicht“, sagt ein 17-Jähriger und zeigt auf den Wachschutz. Und er
erzählt von der „predigtartigen“ Rede, die der Rektor Pater Klaus Mertes in der
dritten Stunde in der Turnhalle gehalten hat: „Der Schulleiter hat gesagt,
dass wir wunderbare Schüler sind. Und auch, dass unsere Schule wunderbar ist
und es auch bleiben wird.“ Mertes habe sich auch zum dritten, vergangene Woche
bekannt gewordenen Missbrauchstäter geäußert: Dieser sei von 1970 bis 1971
Lehrer am Canisius-Kolleg in Tiergarten gewesen und habe von 1976 bis 1981 in
Berlin als Lehrer an der katholischen Liebfrauenschule und als Jugendseelsorger
gearbeitet.
In seiner Ansprache, die in brieflicher
Fassung auch den Eltern zuging, hat der Schulleiter versichert, dass sich
bislang kein Schüler abgemeldet habe – und auch keine Bewerbung
zurückgezogen worden sei. Für die Zukunft gelte: Nicht wegzuschauen, wenn
Gewalt geschehe.
„Ich bin mir sicher, dass mein Kind an
dieser Schule gut aufgehoben ist“, sagt ein junger Vater, der um 14 Uhr seinen
Sohn abholt. Und ein Schüler betont, er gehe weiterhin sehr gerne auf diese
Schule – auch wenn er sich in den Ferien im Bekanntenkreis ein paar „blöde
Bemerkungen“ anhören musste. „Ich schätze an meiner Schule die offenen
Diskussionen, vor allem im Geschichtsunterricht“, sagt er.
Unterdessen ist sich die Berliner
Staatsanwaltschaft sicher, dass der sexuelle Missbrauch von Schülern am
Canisius-Kolleg in den 70er und 80er Jahren keine strafrechtlichen Konsequenzen
hat. „Die Taten sind verjährt“, sagte der Sprecher der Anklagebehörde, Martin
Steltner, am Montag. Es seien rund 20 Fälle geprüft worden. Wie ebenfalls am
Montag bekannt wurde, hat sich der des sexuellen Missbrauchs von Schülern
verdächtigte frühere Lehrer am Canisius-Kolleg, Wolfgang S., in einem Brief
gegen die Vorwürfe zur Wehr gesetzt. „In dem Brief schreibt S., dass es sich
bei seinen Taten nicht um sexuellen Missbrauch im schweren Sinn gehandelt
habe“, bestätigte Thomas Busch, der Sprecher der deutschen Jesuitenprovinz.
Wolfgang S. gebe in dem Brief an, Schüler „mit beträchtlicher Härte“ geschlagen
zu haben, nicht aber sexuellen Kontakt zu ihnen aufgenommen zu haben. Er
bestehe auch darauf, dass er weder homosexuell noch pädophil sei. Der Brief sei
im Januar in Chile verfasst worden. „Inhaltlich deckt er sich mit unserem
derzeitigen Ermittlungsstand“, sagte Busch. Der 65-jährige Wolfgang S. war von
1975 bis 1984 als Deutsch-, Religions- und Sportlehrer am Canisius-Kolleg sowie
weiteren Jesuitenschulen in Hamburg und im Schwarzwald tätig. Danach ging er
für den Orden nach Spanien und Chile.
Im Erzbistum Berlin ist neben dem
aktuellen Verdachtsfall in der Gemeinde Heilig-Kreuz in Hohenschönhausen noch
ein weiterer Fall bekannt geworden, sagte Bistumssprecher Stefan Förner. Dieser
habe sich 1952 in einer katholischen Gemeinde ereignet, nicht an einer Schule.
Berlins Erzbischof Georg Kardinal Sterzinsky habe vor einigen Jahren von einem
Opfer davon erfahren. Nachforschungen hätten ergeben, „dass der Täter
vermutlich verstorben ist“, sagte Förner. Deshalb habe man den Fall nicht
weiter verfolgt.
Stefan Dybowski, der
Missbrauchsbeauftragte der katholischen Kirche in Berlin, will am heutigen
Dienstag die Leiter der 21 katholischen Schulen im Erzbistum ins Konsistorium
einladen, um darüber nachzudenken, „ob es irgendwo Lücken gibt“. Laut
Bistumssprecher Förner soll es unter anderem darum gehen, wie man die
Vertrauenslehrer noch besser auf die Thematik Missbrauch vorbereiten, wie man
das Schulklima insgesamt verbessern könne, damit keine Tabus entstehen. Auch
soll darüber gesprochen werden, wie man vielleicht im Sexualkundeunterricht den
Kindern noch besser vermitteln könnte, dass sie sich wehren müssen, wenn ihnen
ein Lehrer zu nahe tritt, und sich bei Grenzverletzungen an den
Vertrauenslehrer wenden sollen. Zu der Frage, warum es oft Jahrzehnte dauere,
bis sich Menschen, die von katholischen Geistlichen missbraucht wurden, an die
Öffentlichkeit wenden, wies Bistumssprecher Stefan Förner auf das „überhöhte
Bild vom katholischen Priester“ hin, das in der Gesellschaft existiere. Die
Überhöhung mache es Opfern schwerer, sich darüber klar zu werden, was geschehen
ist. Förner hat Verständnis, wenn sich Opfer zuerst an die Polizei wenden
anstatt an die Kirche. Die 2002 von der Bischofskonferenz erlassenen
Richtlinien zum Umgang mit Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche sehen
vor, dass zunächst innerhalb der Kirche ermittelt wird, ob sich ein Verdacht
bestätigt. Erst danach soll bei einem schweren Vergehen Anzeige erstattet
werden. Tsp 9
Schoeps: „Zentralrat braucht neues Selbstverständnis“
Die Präsidentin des Zentralrats der
Juden in Deutschland, Charlotte Knobloch, verzichtet auf eine weitere Amtszeit.
Das hat die 77-Jährige am vergangenen Sonntag bei einer Sitzung ihres Gremiums
in Frankfurt bekannt gegeben – nachdem zuvor zahlreiche Spekulationen über
einen möglichen Verzicht durch die Medien gegeistert waren. Als möglicher
Nachfolger für die Neuwahl im Herbst gilt Vizepräsident Dieter Graumann. Er
wäre der erste Spitzenrepräsentant des Zentralrats, der den Holocaust nicht
mehr selbst miterlebt hat. Das fordere den Zentralrat in besonderer Weise
heraus, meint der Direktor des Moses Mendelssohn Zentrums für
europäisch-jüdische Studien in Potsdam. Julius Schoeps:
„Es gibt eine ganze Reihe von
Problemen, die sich stellen werden. Ich bin mir nicht so ganz sicher, ob sich
die Nachgeborenen noch als moralische Instanz zu Wort melden können, wie
Charlotte Knobloch es noch konnte. Die jüdische Gemeinschaft in Deutschland
muss sich über ihre Identität klar werden: Wer sind wir? Was ist unsere Rolle
in der Bundesrepublik? Wo können wir uns zu Wort melden und wo sollten wir
lieber schweigen?“ (rv 8)
Kritik an Islamkritikern. Die Freiheit der Anderen
In der Debatte um Islam und Islamismus
versuchen urdeutsche Feuilletonisten drei Einwandererkindern das Wort zu
verbieten. Doch die Diskussion braucht beide Seiten. VON CIGDEM AKYOL
BERLIN - Der Pranger war im Mittelalter
ein Schandpfahl, an dem Verbrecher öffentlich zur Schau gestellt wurden. Das
Volk konnte den Missetäter anglotzen, mit faulem Essen bewerfen und
beschimpfen. Heute ist der Pranger ein medialer, und eine Straftat muss niemand
mehr begehen. Es reichen Zeitungsseiten aus, um vorgeführt zu werden - und
momentan geschieht dies im deutschen Feuilleton. Am Pranger stehen ein
polnischer Jude, eine türkische und eine türkisch-kurdische Muslimin.
Journalisten haben in den letzten Wochen in einem Artikelschwarm den
Publizisten Henryk M. Broder, die Juristin Seyran Ates und die Soziologin Necla
Kelek angegriffen - alle sind sie hauptberuflich Islamkritiker. Und meist
reichten den Zeitungsmachern ein paar Zitate, um zu belegen, dass die drei
"Hassprediger" seien.
Bei der Auseinandersetzung wurde
schnell klar, dass es nicht um den Islam geht, sondern um die Frage, wer
überhaupt diskutieren darf. Auf der einen Seite stehen urdeutsche
Feuilletonredakteure, die dem Trio am liebsten ganz das Wort entziehen würden.
Auf der anderen Seite stehen Polemiker mit Migrationshintergrund, die sich für
ihr Dasein und ihre politische Einmischung ins deutsche Feuilleton
rechtfertigen sollen. Grund: Sie seien zu pathetisch, zu rigoros, zu wenig
differenziert. Also: Mund halten!
Richtig ist, dass alle drei den
Grenzgang pflegen, Skandale zu inszenieren versuchen und sich selbst
vermarkten. Seyran Ates scheiterte in ihrem letzten Buch, "Der Islam
braucht eine sexuelle Revolution", mit einer krampfhaften Provokation.
Necla Kelek erweckt in ihrem im März erscheinenden Werk "Himmelsreise:
Mein Streit mit den Wächtern des Islam" den Anschein, als führe sie den
Kampf mit der von ihr kritisierten Religion ganz allein. Und wenn Henryk M.
Broder fordert, die "Islamkritik" müsse ihre Kritiker "mit der
Axt ins Bad" treiben, so bewegt er sich auf dem Niveau derer, die er
anprangert.
Doch auch wenn die Umgangsformen von
Broder, Ates und Kelek nicht die besten sein mögen - die Debatte über den Islam
braucht die drei. Denn sie argumentieren aus einer Haltung heraus, die sonst in
der Diskussion komplett fehlen würde: die Haltung von Menschen, die um ihre
Freiheit erst ringen mussten. Sie haben sich freigekämpft und einen nicht
selbstverständlichen Platz in der Gesellschaft besetzt. Dementsprechend
polemisch suchen sie die Öffentlichkeit, nehmen politisch Stellung. Sie
formulieren Sätze wie Ohrfeigen. Prangern eine elitäre, weiße
Parallelgesellschaft an, die auf Multikulti schwört, gerne exotisch essen geht,
aber in ethnisch reinen Wohngebieten lebt.
Wer die drei verstehen will, der muss
zurückblicken. Henryk M. Broder, 1946 als Sohn zweier Holocaust-Überlebender in
Polen geboren, kam 1958 mit seinen Eltern nach Deutschland. Er wuchs in
ärmlichen Verhältnissen auf. Seine Eltern bezeichnete er als "KZ-Krüppel,
die schon ausrasteten, wenn ich eine Stunde zu spät nach Hause kam."
Necla Kelek zog 1968 im Alter von neun
Jahren mit ihren Eltern aus der Türkei hierher. Sie schilderte einst, der Vater
habe ihr die Teilnahme am Schulsport zum Schutze ihrer Jungfräulichkeit
verboten. "Der Platz auf der Ersatzbank entsprach so ganz meinem damaligem
Lebensgefühl", blickt sie zurück. "Ich selbst musste mir meine
Freiheit nehmen, sonst hätte ich sie nicht bekommen," sagt sie.
Im Alter von sechs Jahren kam Seyran
Ates 1969 nach Berlin, wo sie mit ihren Eltern und vier Geschwistern in einer
Einzimmerwohnung aufwuchs. Gegen den Widerstand ihres Vaters machte sie Abitur,
riss mit siebzehn von zu Hause aus, begann ein Jurastudium und arbeitete
nebenher in dem Frauenladen, in dem sie 1984 von einem türkischen Nationalisten
niedergeschossen wurde.
Darf man ihnen nach diesen Erfahrungen
das Recht auf polemische Reflexion absprechen? Und wenn ja, auf welche Weise
geschieht dies? In der Süddeutschen Zeitung wurde Necla Kelek als eine
denunziert, die Menschenrechte so fanatisch verteidige wie strenggläubige
Muslime den Koran. Rechtfertigt ihr Leben das nicht?
Vor allem Necla Kelek und Seyran Ates
verteidigen unsere Werte - Demokratie, Gleichberechtigung und die Achtung der
Menschenrechte -, die sie sich so vehement erkämpfen mussten. Die meisten von
uns genießen die von unseren Vorfahren erkämpften Rechte auf
selbstverständliche und, wie die Ignoranz gegenüber den Lebensläufen zeigt,
auch gedankenlose Weise.
Man muss die Meinungen von Henryk M.
Broder, Seyran Ates und Necla Kelek nicht teilen - vieles ist maßlos und
selbstgerecht. Aber wenn wir ihnen einen Maulkorb aufsetzen, wird die Debatte
nur noch von urdeutschen Intellektuellen geführt. Da kann man nur sagen:
"Hurra, wir kapitulieren"! Taz 9