Notiziario religioso  10-11  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Mercoledì 10. Il commento al Vangelo. Ciò che “contamina l’uomo”  1

2.       Giovedì 11. Il commento al Vangelo. La fede della donna pagana  1

3.       Benedetto XVI duro sulla pedofilia. "Diritti violati anche nella Chiesa"  1

4.       Il Papa condanna i preti pedofili 2

5.       11 febbraio, Giornata del malato. La parola di chi soffre  2

6.       Il Vaticano sul caso Boffo:  «Campagna contro il Papa»  3

7.       Vicenda Boffo. Ferma reazione di Bertone contro i detrattori della gerarchia ecclesiastica  3

8.       Chiesa, manovre e nuovi sospetti, la partita fra Bertone e Bagnasco  4

9.       Residuali! Sviluppo inaspettato nei rapporti tra la Chiesa in Italia e l’emigrazione italiana  5

10.   Rosarno. Un volto ignorato. L'impegno della Chiesa in una città che non è razzista  5

11.   Sguardi sull’italia  6

12.   Burrasche vaticane. L'accademia per la vita si gioca la testa  6

13.   Le trappole della compassione  8

14.   Frattini: “La geopolitica di Benedetto XVI”  11

15.   Come essere cristiani responsabili nella gestione della città  12

 

 

1.       Vatikan: Kardinal Kasper wünscht sich „dialogischen Stil“  13

2.       Deutscher Seelsorger in Ägypten: "Muslime haben Minarettverbot akzeptiert"  13

3.       Vatikan: Neue Generation von Patriarchen  13

4.       Sexueller Missbrauch. Von Patern und Sugar Daddies  13

5.       Großbritannien: Um Einheit bemüht 14

6.       Berlin. Solidarität mit den Jesuiten  14

7.       Benedikt: Kirche verurteilt jede Form von Kindesmissbrauch  14

8.       Kölner Edith Stein-Archiv: Zeugnis geben und erinnern  15

9.       Times Mager. Zölibat 15

10.   Botschafter Gazzo: „Kruzifix-Urteil muss nicht Schule machen“  15

11.   Reformierte Kirche. Der gottlose Pfarrer 15

12.   Italien: Bischof lobt Karneval 16

13.   Canisius-Kolleg: Kein ganz normaler Schultag  16

14.   Schoeps: „Zentralrat braucht neues Selbstverständnis“  16

15.   Kritik an Islamkritikern. Die Freiheit der Anderen  17

 

 

 

Mercoledì 10. Il commento al Vangelo. Ciò che “contamina l’uomo”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 7,14-23) commentato da P. Lino Pedron 

 

14 Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: 15 non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». 16 .

17 Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. 18 E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, 19 perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 20 Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. 21 Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, 22 adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23 Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo».

Il far comprendere le cose ai discepoli è uno dei punti fissi che incontriamo nell’insegnamento di Gesù e costituisce un costante avvertimento a riflettere sulle sue parole e sulle sue azioni con una fede più profonda.

Gesù spiega ai suoi discepoli che alla base della parabola si trova l’immagine dei cibi, i quali vengono introdotti nell’uomo dall’esterno, andandosene per la loro via naturale. Il mangiare e l’eliminare i cibi non hanno nulla a che vedere con la "purità" intesa in senso morale e religioso.

Egli prende una posizione libera e coraggiosa di fronte agli ebrei, che coltivavano non pochi tabù, tra cui ideologie antiquate circa l’"impurità" di determinati cibi e animali e il contaminarsi con fatti naturali (nel campo sessuale) e col contatto con i lebbrosi e con i cadaveri.

L’insegnamento di Gesù viene ripreso dagli apostoli: "Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera" (1Tm 4,4-5).

Pur valutando positivamente la creazione, pur apprezzando l’uomo e la sua rassomiglianza con Dio, l’esperienza del mondo ci dimostra che la creatura umana è affetta da un’oscura e misteriosa inclinazione al male, sorgente dell’immoralità, del peccato e di ogni vizio. E a questo punto del vangelo segue un lungo catalogo di vizi, la cui sorgente è il cuore dell’uomo.

Non è ciò che entra nell’uomo che lo contamina, ma quello che esce dal suo cuore. Ognuno deve dare importanza alla conversione radicale del cuore.

Per Gesù il cuore dev’essere pulito, libero, retto. Si tratta di creare una situazione interiore degna di Dio, perché è lì che egli si rivela e abita. "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (Mt 5,8). L’autenticità della vita religiosa si misura dal cuore, cioè dalle scelte libere che escono dall’interno dell’uomo. La santità non consiste in fatti esterni e superficiali, ma nella purezza del cuore.

Il principio del bene e del male è il nostro cuore buono o cattivo, illuminato dall’amore o accecato dall’egoismo. La norma ultima di comportamento per fare la volontà di Dio viene dal discernimento del nostro cuore: siamo mossi da Dio o dal demonio?, dall’amore o dall’egoismo?. Sant’Agostino ha scritto: "Ama, e fa’ quello che vuoi!". De.it.press

 

 

 

 

Giovedì 11. Il commento al Vangelo. La fede della donna pagana

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 7,24-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia».

30 Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

L’attacco portato da Gesù contro le tradizioni alimentari del suo popolo fu un colpo ben assestato contro le divisioni esistenti tra ebrei e pagani.

L’opera di demolizione continua in questa breve narrazione: è la fede che rende partecipi del nuovo popolo di Dio, non il fatto di essere ebrei (cfr Gal 3,7-9).

Il problema che soggiace a questa narrazione è questo: "E’ lecito concedere ai pagani i benefici che Dio accorda agli ebrei?". La risposta di Gesù è affermativa e chiara.

Il racconto della seconda moltiplicazione dei pani (8,1-10) sarà la risposta, alla luce del sole e davanti a quattromila persone, di quanto Gesù ci ha anticipato qui nel segreto di una casa privata: Gesù è venuto per tutti, è pane per tutti, è il salvatore di tutti.

La donna pagana, originaria della Sirofenicia, dimostra di possedere una fede altrettanto tenace che la donna ebrea che soffriva di perdite di sangue (cfr 5,25-34) e non si lascia impaurire dal rifiuto iniziale di Gesù.

La risposta di Gesù a questa donna può sembrare addirittura offensiva, ma tale non è. Nel suo parlare allegorico, egli vuol dire: Sono stato mandato anzitutto per i figli d’Israele, e non posso preferire i pagani.

Si è voluto spesso richiamare il fatto che gli ebrei consideravano se stessi come figli di Dio e designavano i pagani col nome di "cani", per disprezzo; infatti questa parola in Oriente suonava come insulto. Tuttavia ci si riferiva ai cani randagi, mentre Gesù parla qui di "cagnolini", ossia di animali domestici, ed è in questo senso che l’intende anche la donna. Perciò Gesù non parla in uno stile odioso, ma, come usava spesso, conia qui una similitudine per dare rilievo al suo pensiero.

Le parole di Gesù non sono un rifiuto totale, ma soltanto un accenno al fatto che egli deve recare la benedizione della salvezza in primo luogo a Israele.

La donna accetta l’allegoria usata da Gesù e la volge prontamente a suo favore: anche i cagnolini sotto la tavola ricevono qualche briciola del pane dei figli. Gesù non poteva desiderare nulla di meglio se non che la fede della donna fosse abbastanza forte per riconoscerlo e approfittarne.

Questo racconto si presenta come un esempio di fede. Una fede genuina che non si lascia turbare nemmeno quando sembra che Dio nasconda la sua faccia. De.it.press

 

 

 

 

 

Benedetto XVI duro sulla pedofilia. "Diritti violati anche nella Chiesa"

 

Il Papa ricorda l'insegnamento di Gesù in difesa dei bambini. "Diritti dei minori violati anche da alcuni nostri membri. Un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare”

 

Città del Vaticano - ''La Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi, alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare''. E' quanto ha affermato questa mattina il Papa ricevendo in udienza l'assemblea plenaria del Pontificio consiglio per la famiglia che si tiene da oggi fino al 10 di febbraio.

''La tenerezza e l'insegnamento di Gesù - ha aggiunto Benedetto XVI - che considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio, hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura''. ''Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli - ha spiegato ancora il Pontefice - impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell'infanzia è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l'adozione, le cure sanitarie, l'educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l'abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo''.

Benedetto XVI è inoltre tornato questa mattina a mettere in guardia i coniugi contro divorzi e separazioni che hanno ricadute molto negative sull'educazione dei figli. Ricevendo in udienza i partecipanti all'assemblea plenaria del Pontificio consiglio per la famiglia, il Pontefice ha quindi rilevato che la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna è il supporto migliore che si possa dare ai bambini. ''E' proprio la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna - ha affermato il Papa - l'aiuto più grande che si possa offrire ai bambini''. ''Essi - ha aggiunto - vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perché le figure materna e paterna sono complementari nell'educazione dei figli e nella costruzione della loro personalita' e della loro identita'''.

''E' importante, quindi - ha aggiunto il Pontefice - che si faccia tutto il possibile per farli crescere in una famiglia unita e stabile. A tal fine, occorre esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l'accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole''. ''Un ambiente familiare non sereno - ha poi spiegato Ratzinger - la divisione della coppia dei genitori, e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini, mentre sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori''.

(Adnkronos 8)

 

 

 

 

 

Il Papa condanna i preti pedofili

 

«L'infanzia violata anche in Chiesa. Ma infanzia ferita anche dai divorzi»

 

CITTA' DEL VATICANO - Alla vigilia della pubblicazione della sua Lettera alla Chiesa dell’Irlanda sul tema degli abusi commessi da sacerdoti e religiosi - prevista in occasione di un incontro con i vescovi del Paese che si terrà il 15 e 16 febbraio - Benedetto XVI torna a parlare dei diritti dei minori troppo spesso violati e calpestati («anche - ammette - da uomini di Chiesa»). E condanna sia chi compie abusi sessuali su di loro, li abbandona o li sfrutta facendone piccoli schiavi, sia genitori e educatori inadeguati che non vigiliano per impedire tali scempi. O peggio sono essi stessi a commetterli.

 

Condanna che riguarda anche le leggi permissive che non tengono conto del diritto dei bambini ad avere una famiglia unita e armonica. Un diritto insito per il Papa nella legge naturale che la Chiesa non si stanca di richiamare. «La Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare i suoi membri che purtroppo, in diversi casi, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato i diritti dei minori», assicura dunque nel discorso rivolto al Pontificio Consiglio per la Famiglia. «La tenerezza e l’insegnamento di Gesù, che considerò i bambini un modello da imitare per entrare nel regno di Dio - sottolinea in proposito il Pontefice - hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura». In proposito Ratzinger ricorda a cardinali, vescovi e prelati «le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli, che impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore».

 

«La Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989 - spiega - è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l’adozione, le cure sanitarie, l’educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l’abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo». Il Papa della «tolleranza zero» verso i preti pedofili chiede però altrettanta coerenza alle autorità civili e a tutti i genitori e educatori, perchè le raccomandazioni del documento siano davvero seguite. «La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è l’aiuto più grande - ricorda - che si possa offrire ai bambini. Essi vogliono essere amati da una madre e da un padre che si amano, ed hanno bisogno di abitare, crescere e vivere insieme con ambedue i genitori, perchè le figure materna e paterna sono complementari nell’educazione dei figli e nella costruzione della loro personalità e della loro identità». Ed «è importante, quindi, che si faccia tutto il possibile per far crescere i bambini in una famiglia unita e stabile». Inoltre, scandisce, «un ambiente familiare non sereno, la divisione della coppia dei genitori e, in particolare, la separazione con il divorzio non sono senza conseguenze per i bambini».

 

Per questo, occorre «sostenere la famiglia e promuovere il suo vero bene, i suoi diritti, la sua unità e stabilità è il modo migliore per tutelare i diritti e le autentiche esigenze dei minori». A tal fine, il Papa invita vescovi e sacerdoti ad «esortare i coniugi a non perdere mai di vista le ragioni profonde e la sacramentalità del loro patto coniugale e a rinsaldarlo con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, il dialogo costante, l’accoglienza reciproca ed il perdono vicendevole». In occasione della Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Benedetto XVI ricorda poi la memoria del card. Alfonso Lopez Trujillo, che«per ben 18 anni ha guidato il dicastero con appassionata dedizione alla causa della famiglia e della vita nel mondo di oggi». Al successore, card. Ennio Antonelli, il Papa esprime «viva gratitudine» e un incoraggiamento per le iniziative intraprese dal dicastero a tutela dell’infanzia e per la preparazione del matrimonio con la imminente pubblicazione di un «vademecum», nel quale è rilanciata la proposta ratzingeriana di un itinerario per la formazione e la risposta alla vocazione coniugale che comprende, come prima tappa, una «preparazione remota» rivolta ai bambini, agli adolescenti e ai giovani e «coinvolge la famiglia, la parrocchia e la scuola, luoghi nei quali si viene educati a comprendere la vita come vocazione all’amore, che si specifica, poi, nelle modalità del matrimonio e della verginità per il Regno dei Cieli».

 

«In questa tappa - chiede il Papa - dovrà progressivamente emergere il significato della sessualità come capacità di relazione e positiva energia da integrare nell’amore autentico». Ovviamente c’è poi una «preparazione prossima» al matrimonio, che «riguarda i fidanzati e dovrebbe configurarsi come un itinerario di fede e di vita cristiana», e una «preparazione immediata» che ha luogo in prossimità del matrimonio: «oltre all’esame dei fidanzati, previsto dal Diritto Canonico», per il Papa teologo «essa potrebbe comprendere una catechesi sul Rito del matrimonio e sul suo significato, il ritiro spirituale e la cura affinchè la celebrazione del matrimonio sia percepita dai fedeli e particolarmente da quanti vi si preparano, come un dono per tutta la Chiesa, un dono che contribuisce alla sua crescita spirituale». In questo settore cruciale per la Chiesa, conclude Ratzinger, «i vescovi promuovano lo scambio delle esperienze più significative, offrano stimoli per un serio impegno pastorale in questo importante settore e mostrino particolare attenzione perchè la vocazione dei coniugi diventi una ricchezza per l’intera comunità cristiana e, specialmente nel contesto attuale, una testimonianza missionaria e profetica». LS 8

 

 

 

 

11 febbraio, Giornata del malato. La parola di chi soffre

 

Il dolore interroga ogni persona e chiede risposte non formali

 

"La Chiesa a servizio dell'amore per i sofferenti" è il tema della XVIII Giornata mondiale del malato che si celebra l'11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes. Quest'anno la ricorrenza coincide con il 25° di istituzione del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari che, come sottolinea Benedetto XVI nel suo messaggio, rivela la "sollecitudine ecclesiale per il mondo della salute". Con l'annuale Giornata del malato, spiega il Papa, la Chiesa intende "sensibilizzare capillarmente la comunità ecclesiale circa l'importanza del servizio pastorale nel vasto mondo della salute, servizio che fa parte integrante della sua missione". Gesù "si rivolge anche a noi", afferma Benedetto XVI, "ci esorta a chinarci sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli e sorelle" e "ci aiuta a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni giorno, l'esperienza della malattia e della sofferenza può diventare scuola di speranza". Dal Pontefice, infine, una sottolineatura e un auspicio: "Nell'attuale momento storico-culturale, si avverte" ancora più "l'esigenza di una presenza ecclesiale attenta e capillare accanto ai malati, come pure di una presenza nella società capace di trasmettere in maniera efficace i valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale". Del significato della sofferenza il SIR ha parlato con padre Luciano Sandrin, preside dell'istituto internazionale di teologia pastorale sanitaria "Camillianum".

 

Il senso della vita. "La questione della sofferenza e della malattia - spiega padre Sandrin - pone alla coscienza domande sul senso della vita ed è un costante interrogativo a Dio, che spesso sembra tacere, apparentemente sordo alle nostre invocazioni e indifferente alle grandi tragedie". "Parlando del dolore - prosegue il religioso - si può correre il rischio di apparire poco rispettosi di chi lo sta sperimentando e ci rimprovera di non essere in grado di comprendere. Eppure il dolore è esperienza di tutti, anche se in modo diverso, ed è almeno in parte comprensibile e condivisibile". Tuttavia, secondo il teologo, anziché "cogliere ciò che il dolore dell'altro ci vuole comunicare, spesso tentiamo di tacitarlo con qualche 'analgesico' (un farmaco, una frase di circostanza) o lo rimuoviamo" perché "la presenza o la parola di chi soffre ci mettono a disagio, entrano in contatto con i nostri attuali dolori o risvegliano quegli antichi". Invece, per "porsi autenticamente in ascolto di chi soffre dobbiamo imparare a non soffocare le ferite che abitano dentro di noi e ad accettare la nostra vulnerabilità e i rischi del coinvolgimento".

 

La "discrezione" di Gesù. Qual è, allora, la risposta cristiana alla sofferenza? "Il senso del dolore - risponde il religioso - va cercato in Dio, nella sua sofferenza assunta per amore, nel suo stare dalla nostra parte facendosi carico delle nostre debolezze". Guardando con attenzione a Cristo "ci accorgiamo di quanto, rispetto al dolore, sia stato 'discreto'. Non ne ha parlato in modo esplicito, non lo ha spiegato; tuttavia ne ha 'narrato' il senso prendendosi cura dei sofferenti che lo cercavano e, soprattutto, nella sua passione e nella sua morte. Nel suo abbandonarsi obbediente al Padre, credendo al suo amore contro ogni evidenza, il soffrire di Cristo è diventato luogo di redenzione e guarigione profonda". In questa prospettiva "la sofferenza e la sua mancanza di vie d'uscita vengono svuotate di assurdità e non-senso e collocate nella luce liberatoria della speranza". Secondo padre Sandrin, "il dolore è soprattutto un'esperienza di solitudine". Di qui l'importanza di "accompagnare chi soffre, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventi anche nostra e faccia sentire chi soffre non più solo". Una "capacità di compassione, sollecitudine e accompagnamento" che, secondo il religioso, "oggi deve entrare nei percorsi educativi". "La famiglia, la parrocchia, le associazioni, la scuola - avverte -, devono impegnarsi nella cura e nell'affinamento di quella sensibilità verso il prossimo che non è frutto di emozione ma educazione degli occhi, del cuore e della mente. Un compito che deve far parte, a pieno titolo, della sfida educativa che la Chiesa italiana sta rilanciando e i cui frutti possono costituire una ricchezza per l'intera società".

 

Le iniziative. In occasione della Giornata del malato e del 25° di istituzione del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari con il Motu proprio "Dolentium Hominum", il 9 e il 10 febbraio si svolgerà in Vaticano un Simposio internazionale sul Motu proprio e sulla Lettera apostolica "Salvifici Doloris". La mattina dell'11 febbraio sono previsti l'arrivo in Vaticano delle reliquie di Santa Bernadette e la messa solenne presieduta da Benedetto XVI in San Pietro. Per l'occasione, l'Ufficio nazionale Cei per la pastorale della sanità ha predisposto un sussidio, curato dal direttore don Andrea Manto che, riprendendo il tema della Giornata, sviluppa una riflessione sul legame sofferenza-evangelizzazione; evidenzia il ruolo della comunità cristiana, e si sofferma su alcuni aspetti particolari, come il rapporto famiglia-malattia, educazione alla salute, ministero dei sacerdoti a servizio degli infermi.  Sir

 

 

 

Il Vaticano sul caso Boffo:  «Campagna contro il Papa»

 

«Falso che la velina che spinse il direttore di Avvenire a lasciare arrivasse dall'Osservatore Romano - LA Santa Sede: «Campagna diffamatoria anche contro il Pontefice»

 

CITTÀ DEL VATICANO - Contro la Santa Sede è in corso una campagna diffamatoria che coinvolge lo stesso Benedetto XVI. È quanto si legge in un comunicato della Segreteria di Stato, attraverso il quale la Santa Sede apostrofa come «prive di ogni fondamento definisce» le «notizie e le ricostruzioni» di stampa sul coinvolgimento del direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian nel caso Boffo. «È falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore dell'Osservatore Romano abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di Avvenire - si legge nel comunicato - . È falso - spiega ancora la nota. - che il direttore dell'Osservatore Romano abbia dato, o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo, informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate».

«BASTA ATTACCHI INGIUSTI E INGIURIOSI» - Attraverso il comunicato della Segreteria di Stato, la Santa Sede mette nero su bianco il giudizio di «falsità» circa le interpretazioni su quanto accaduto in Vaticano nei giorni delle dimissioni di Boffo. E Benedetto XVI difende dai sospetti il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian. «Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato - si legge in una nota della Santa Sede diffusa - deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia». «Dal 23 gennaio - denuncia infatti il Vaticano - si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano Avvenire, con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore dell'Osservatore Romano, arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento». Redazione online CdS 9

 

 

 

 

 

Vicenda Boffo. Ferma reazione di Bertone contro i detrattori della gerarchia ecclesiastica

 

La Chiesa: ''In atto una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice''. Andreotti: "C'è un sottofondo di ostilità, la reazione dura del Vaticano è giustificata". Palazzo Chigi smentisce: ''Nessuna telefonata tra Berlusconi e Bertone''

 

Città del Vaticano  - Dopo oltre due settimane di silenzio la Segreteria di Stato ha rotto gli indugi: la misura era colma, e, ai mezzi d'informazione che hanno insinuato una responsabilita' diretta o indiretta del direttore dell''Osservatore romano' e dello stesso cardinale Tarcisio Bertone nella vicenda che ha portato alle dimissioni dell'ex direttore di 'Avvenire' Dino Boffo il 3 settembre scorso, il Vaticano ha risposto con durezza.

E' tutto falso, è in atto ''una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice'', ha messo nero su bianco la Segreteria di Stato in una nota diffusa nella tarda mattinata di oggi dalla Sala stampa vaticana. Inoltre, dal Vaticano è arrivata anche la conferma che il Papa era in effetti informato dei fatti: dunque anche la risposta di oggi agli attacchi mediatici ha avuto il pieno avallo di Benedetto XVI.

Il testo della Segreteria di Stato fa riferimento in modo esplicito alla ''ingiuriosa'' campagna stampa alimentata in questi giorni: ''Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano 'Avvenire', con l'evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de 'L'Osservatore Romano', arrivando a insinuare responsabilita' addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento''.

In particolare, sottolinea il Vaticano, ''è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de 'L'Osservatore Romano' abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di 'Avvenire'; è falso che il direttore de 'L'Osservatore Romano' abbia dato - o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo - informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate''.

Quindi, il passaggio più delicato e importante della nota emessa dai piani alti del Vaticano, quella che fa riferimento diretto al Pontefice: ''Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili - ripetute sui media con una consonanza davvero singolare - che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l'intento di attribuire al direttore de 'L'Osservatore Romano', in modo gratuito e calunnioso, un'azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice''.

''Il Santo Padre Benedetto XVI che è sempre stato informato - conclude significativamente il testo - deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perche' chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia''.

La nota della Santa Sede viene riportata oggi in prima pagina dall'Osservatore Romano con una significativa premessa: ''Il Santo Padre ha approvato il seguente comunicato e ne ha ordinato la pubblicazione''.

Intanto dal canto suo il direttore del 'Giornale' Vittorio Feltri interpellato dall'Aadnkronos afferma netto: "Non conosco né Bertone, né Vian. 'Il Giornale' ha pubblicato una notizia vera, la condanna di Boffo per molestie, il resto non conta".

"Vedo che ogni giorno si scrivono pagine e pagine su questa storia - sottolinea Feltri - ma si fantastica molto, si preferisce la realtà romanzata e si sorvola sulla verità essenziale: la notizia che abbiamo pubblicato su Boffo era vera o falsa? Noi abbiamo pubblicato una notizia vera, Boffo è stato condannato per molestie, condanna poi tramutata in pena pecuniaria. E' altrettanto vero che in quello che abbiamo scritto c'era anche un particolare che poi si è rivelato inesatto e noi lo abbiamo corretto, ma la notizia della condanna era vera, ma nessuno si è incaricato di verificare se la notizia data da 'Il Giornale' fosse vera o falsa, piuttosto si preferisce costruire romanzi. Il Vaticano non ha certo bisogno di difensori, ma la strumentalizzazione di quanto abbiamo scritto mi sembra evidente".

"La notizia -dice ancora il direttore del quotidiano di via Negri- non l'ho appresa al bar, né al club della bocciofila, ma dal club della Chiesa, che è piutttosto rispettato, con molta gente e la fonte era assolutamente istituzionale e attendibile. Non ho appreso la notizia da un passante e comunque, anche se cosi' fosse stato, la notizia e' stata verificata e si e' rivelata esatta. In ogni caso -conclude Feltri- non conosco Bertone, non conosco Vian, non conosco nessuno della segretria vaticana".

(Adnkronos 9)

 

 

 

 

 

Chiesa, manovre e nuovi sospetti, la partita fra Bertone e Bagnasco

 

Segreteria di Stato, Cei e Ruini: vertici a equilibri variabili - di ALBERTO STATERA

 

 

ROMA - Santa Maria Goretti, contadina uccisa dodicenne nel 1902 dopo un tentativo respinto di stupro, incolpevolmente, o forse per diretta volontà dello Spirito Santo, ha fatto pullulare i sopiti complotti ecclesiali che ormai da mesi scuotono nel profondo la Chiesa romana, monarchia assoluta di tipo elettivo, nella quale "ci si morde e ci si divora", come senza perifrasi ha lamentato il papa Benedetto XVI. Fu il 6 luglio scorso alla Ferriera di Latina che Mariano Crociata, classe '53, nato a Castelvetrano, ex arciprete di Marsala e vescovo di Noto, intrattenne i fedeli sul "libertinaggio gaio e irresponsabile che non è un affare privato".

 

Monsignor Crociata parlò di un libertinaggio che "invera la parola lussuria e manifesta disprezzo nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà e autocontrollo". Tanto più grave quando i comportamenti "coinvolgono minori". Parole rilanciate in diretta sul network cattolico Sat 2000. Crociata non è un prete di campagna, dal 20 ottobre 2008 è il segretario della Conferenza episcopale italiana, l'assemblea permanente degli oltre 200 vescovi che, tra l'altro, gestisce il quasi miliardo di euro dell'8 per mille dell'Irpef che gli italiani destinano nella dichiarazione dei redditi alla chiesa cattolica. Tra loro ci sono molti pesi massimi, come Angelo Scola, quarantasettesimo patriarca di Venezia, Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, Agostino Vallini, vicario della diocesi di Roma. E poi Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, Crescenzio Sepe, di Napoli, Paolo Romeo, di Palermo, la pattuglia considerata più "di sinistra". Che per bocca di Tettamanzi ha messo agli atti: "In politica la vera questione per i cattolici non riguarda quale schieramento seguire, ma di avere ogni giorno decisioni e comportamenti coerenti con il Vangelo. La moralità, soprattutto per chi è al servizio della polis, non ammette separazione tra pubblico e privato".

 

Era il primo segno, quel 6 luglio 2009, che la Chiesa, pressata dalla base, come dimostravano le mille lettere di protesta al quotidiano della Cei Avvenire, non poteva più tacere sulle rivelazioni che emergevano di giorno in giorno circa le scorribande sessuali e il libertinaggio esibito dal presidente del Consiglio, nonostante il patto di ferro siglato in altri tempi tra la Curia di Santa Romana Chiesa e l'onorevole Silvio Berlusconi, generoso interprete legislativo delle necessità ecclesiali, vuoi di ordine etico-morale, vuoi di interesse secolare, tramite i preziosi uffici del Gentiluomo di Sua Santità, don Gianni Letta.

 

Nessuno poteva allora immaginare che il pur doloroso buffetto etico di monsignor Crociata sulla nuca neochiomata del presidente del Consiglio, che pure certificò la fine della sua presunta illibatezza, potesse aprire una voragine di cui ancora non s'intravede il fondo e che via via rivela le lotte di potere, il carrierismo mondano e i complotti orditi nelle pie ombre dei sacri palazzi, oscurando persino il libertinaggio gaio e irresponsabile perpetrato abitualmente nelle residenze di palazzo Grazioli, di Villa Certosa, sugli aerei di Stato e in ogni luogo in cui dovrebbe invece preservarsi come un bene prezioso la dignità istituzionale.

 

Filtrano ora all'esterno dei sacri palazzi i venefici fumi occultati del post-ruinismo, gli strascichi dell'instancabile interventismo politico del cardinale Camillo Ruini. Per tre lustri presidente dei vescovi e portatore di un grande "progetto culturale cristianamente orientato" per riportare il mondo cattolico al centro della scena sociale e politica del Paese, una "sfida educativa" orientata non solo alla famiglia, alla scuola e alla chiesa, ma all'intera società, dal lavoro all'impresa, dai consumi ai mass-media fino allo spettacolo e allo sport, con un modello sempre sul punto di sconfinare nelle logiche di una lobby di potere, Camillo Ruini, lasciato l'incarico, continua a far politica. Fu lui a ricevere in casa Berlusconi e Letta al culmine della pornoestate di Noemi e poi, dopo, a garantire la ricucitura impetrata da Gianni Letta. Come se al suo successore Angelo Bagnasco spettasse soltanto la ratifica della "politica delle crostate", che egli, come Letta, continua a servire nella ormai sperimentata tradizione vatican-lettiana.

 

Il cardinal Bagnasco, generale di corpo d'armata, ex ordinario militare, insegnante di "metafisica e ateismo contemporaneo", arcivescovo di Genova che alla guida della Cei fu preferito a Scola e Tettamanzi, si è formato alla scuola del cardinale Giuseppe Siri, grande protagonista conservatore della storia ecclesiastica di mezzo secolo. Stesse genovesi umili origini, stessa eleganza e stile oratorio ricercato, Bagnasco non è tuttavia accreditato della principesca autorevolezza della grande eminenza scelta a modello. Quello trattava con i grandi leader della Prima Repubblica, questo, al massimo, s'intratteneva con Claudio Scajola, democristiano ligure di quarta. Si dice, anzi, che fu scelto alla Cei con un patto tra Ruini e Tarcisio Bertone proprio come uomo tranquillo e fidato per delimitare l'interventismo politico dell'episcopato, a favore del ruolo della Segreteria di Stato, aspirante all'esclusiva cabina di regia politica. Ma, pur in una prospettiva ecclesiastica che non considera il locale e il contingente, ma l'orbe terracqueo e l'eternità, non è andata proprio così.

 

I vescovi hanno molte teste e molte voci, non si rassegnano a far parte di una "struttura burocratica", come la immaginava papa Ratzinger. E Bagnasco, ex ordinario militare, non ha del tutto sopito il suo spirito guerriero. Il malumore per la realpolitik ultraconcordataria della Segreteria di Stato, che sembra ancora scommettere sulla durata di Berlusconi e sui benefici che ne può ricavare nella legislazione sui temi etici e nelle concretezze finanziarie, en attendant Pier Ferdinando Casini e il centrismo cattolico in politica, non è del resto un caso solo italiano.

 

Sandro Magister, autorevole vaticanista e titolare di un blog internazionale molto seguito, non si stanca di raccontarci che le medesime divergenze si manifestano in molti altri episcopati nazionali, come quello americano. Lì almeno ottanta vescovi su 250, guidati dal cardinale di Chicago Francis George, attaccano Barack Obama per le sue posizioni sull'aborto e la bioetica e hanno pesantemente criticato la Segreteria di Stato romana per la celebrazione positiva fatta dall'Osservatore romano in occasione dei primi cento giorni del presidente americano.

 

Situazione simile in Cina, dove alle cineserie diplomatiche vaticane nei confronti del governo si oppone una pattuglia guidata dal cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong. O in Vietnam dove, di fronte alla repressione di manifestazioni cattoliche di piazza, il cardinal Bertone ha reagito invitando le gerarchie locali semplicemente "a stare buone", come ha riassunto un indignato vescovo locale.

 

Ex segretario della Dottrina della fede guidata da Joseph Ratzinger ed ex arcivescovo anche lui di Genova, il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato dal 2006, forse il primo o uno dei pochi non proveniente dalla Scuola diplomatica del Vaticano, chiarì subito con una lettera nei giorni in cui Bagnasco veniva chiamato a sostituire Ruini, che ogni rapporto con la politica era avocato a sé, trascurando di specificare - ammesso che lo prevedesse - che il ruolo di Ruini e del suo "progetto" avrebbe continuato a essere gestito dalle sacre stanze ruiniane, con incontri politici di ogni natura. Era il tentativo di mettere una pietra sopra all'interventismo politico dei vescovi, con un sostanziale trasferimento di sede del potere ruiniano negli appartamenti privati del cardinale. Una centralizzazione senz'anima? Salesiano, adoratore di don Bosco e del santo Eusebio da Vercelli, dove fu vescovo, Bertone crede, col suo grande santo di riferimento, che "sarà sempre una bella giornata quando vi riesce di vincere coi benefici un nemico e farvi un amico". Ma "guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo", perché, come diceva don Bosco, "il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l'ingratitudine".

 

Oggi, dopo il caso Boffo, Bertone di lodi non ne riscuote soverchie. Già prima dello scandalo, in piena bufera lefebvriana, quando il papa revocò la scomunica al vescovo Richard Williamson, presule negazionista della Shoah, i vescovi tedeschi, austriaci, ungheresi e svizzeri chiesero di fatto le dimissioni di Bertone. E in un pranzo col papa a Castelgandolfo i cardinali Bagnasco, Ruini, Scola e Schonborn discussero delle difficoltà di gestione della Segreteria di Stato e, per l'appunto, persino delle possibili dimissioni di Bertone dopo le plurime gaffe.

Compiuti in dicembre i 75 anni, il cardinale Segretario di Stato sarebbe pensionabile, insieme ad altri cinque porporati: il prefetto dei vescovi Giovan Battista Re, il prefetto del Clero Claudio Hummes, il presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani Walter Kasper, il prefetto dei religiosi Franc Rodé e l'archivista bibliotecario di Santa Romana Chiesa, cardinale Raffaele Farina. Il papa aveva deciso, in deroga alla regola stabilita da Paolo VI, di mantenere "in servizio" il cardinal Bertone. Donec aliter provideatur.

 

Ma che accadrà adesso se davvero Benedetto XVI compulserà il dossier che si è fatto consegnare sul caso Boffo, che rivelerà probabilmente il volto di una Chiesa combattuta, come sempre nella storia, tra il bene dell'umanità e il carrierismo, tra i diseredati e i fasti del potere terreno? Cadranno delle teste? Sopire o non sopire? Il segretario papale, il cinquantatreenne bavarese Georg Gaenswein, che sembra una reincarnazione di Suor Pasqualina di Pio XII ma meno "politica", il quale protestò per la sua imitazione fatta da Fiorello e per quella del papa di Crozza, fa scudo come una badante a un papa che si dice lavori ormai poche ore al giorno e soprattutto dedito a gratificare la sua vocazione "omeleta", tutto preso dalle omelie più che agli intrecci periclitanti di potere che percorrono i sacri palazzi e vanno giù giù nelle partite di potere fino a quelle per il rinnovo nella carica di rettore dell'Università Cattolica di Milano del professore ruiniano Lorenzo Ornaghi.

 

I salesiani, da cui studiarono il premier Berlusconi e la sua anima raziocinante Fedele Confalonieri, sono inseguiti da una boutade ecclesistica tra le più feroci: "Ci sono due cose che Dio non conosce: cosa pensano i gesuiti e dove prendono i soldi i salesiani". Di salesiani Bertone ha riempito la Curia. Ai gradini più alti della piramide vaticana ha posto tra gli altri, come ha documentato Il Foglio di Giuliano Ferrara, organo ufficiale degli "atei devoti", Raffaele Farina, ex sottosegretario del Pontificio consiglio della Cultura ed ex prefetto della Biblioteca Apostolica, e Angelo Amato, specialista in Cristologia ed Ecumenismo, tra gli estensori della "Dominus Iesus", la dichiarazione sull'unicità e l'universalità salvifica di Cristo e della Chiesa.

 

Resta sospeso nei veleni di borgiana memoria il grande interrogativo su chi comandi veramente oggi nella chiesa di Benedetto XVI. Il sociologo cattolico Giuseppe De Rita è convinto che il papa abbia deciso di scrivere libri e col suo indecisionismo dia l'idea di aver soltanto deciso di non comandare. Il vaticanista Benny Lai conferma che da un pontificato in cui a governare era il cardinale Angelo Sodano siamo passati a uno in cui il pontefice governa poco e chi ha attorno non lo aiuta. Mentre per l'altro grande vaticanista Giancarlo Zizola i nuovi leader che il papa ha fatto affluire nei ranghi centrali della struttura monarchica si stanno sostanzialmente consumando in "spartizioni di potere".

 

"Il demonio ha paura della gente allegra", avvertiva don Bosco. Il Vaticano, contrariamente a tutti noi, pensa in secoli e guarda all'eterno. Ma dietro il portone di bronzo il diavolo, neanche nella celebrazione del sacrificio virginale di Santa Maria Goretti, incontra oggi molta gente allegra. (1. continua)  LR 9

 

 

 

 

Residuali! Sviluppo inaspettato nei rapporti tra la Chiesa in Italia e l’emigrazione italiana

 

Siamo passati da una fase in cui la pastorale migratoria era sostenuta, anche psicologicamente, dai vescovi italiani, mentre quelli tedeschi vedevano le Missioni madrelingua con sospetto, come una possibile e non troppo desiderata “Chiesa parallela”.

I vescovi tedeschi sentivano il bisogno di un controllo, di sapere meglio cosa si dicesse in quelle lingue esotiche e spesso ignote e, quando c’era da tagliare sui bilanci, spesso erano proprio le Missoni madrelingua le prime e le più colpite. Ora le posizioni sono cambiate. Ora sono i vescovi tedeschi ad avere capito l’importanza della pastorale madrelingua, del fatto che senza di essa molti credenti non tedeschi si indirizzerebbero verso le sétte, nelle quali spesso sono i laici, ovviamente madrelingua, i primi attivi nella cura delle anime.

I vescovi tedeschi, improvvisamente, temono la fuoriuscita dalla Chiesa dei credenti stranieri, abituati ad un altro rapporto con il prete, visto, in Germania, talvolta più come un funzionario che come un uomo di vocazione. I vescovi tedeschi cominciano a capire che molti credenti stranieri, soprattutto della prima generazione, non riescono ad avvicinarsi a sacramenti che non siano offerti in una lingua per loro pienamente comprensibile, mentre nelle seconde e nelle terze generazioni, molti tra i “nuovi tedeschi” sono ormai fuori dalla Chiesa.

I vescovi tedeschi sono diventati, quindi, più attivi persino nella ricerca di nuovi Missionari stranieri, che darebbero maggiore vitalità a chiese in Germania sempre più vuote. Con tanto danno anche per le casse delle diocesi. Al contrario, i vescovi italiani, altrettanto improvvisamente, almeno così sembra, considerano la pastorale migratoria come “residuale” cioé in via di esaurimento, come è stato detto in più occasioni.

E ciò senza chiedersi cosa questo significhi sia per i milioni di credenti italiani sparsi per il mondo, sia per le centinaia, forse migliaia, di Missionari, i quali, con grande coraggio etico ed umano, oltre che pastorale, decisero un tempo di seguire il corso delle migrazioni, pagando sempre un grande prezzo sul piano personale. La Chiesa in Italia dà l’impressione così di allinearsi alla politica del governo che, con molta improvvisazione, ha deciso di chiudere le porte agli italiani nel mondo.

“Residuale” è una parola che potremmo benissimo udire dal sottosegretario Mantica, se costui avesse il coraggio di dire chiaramente quello che pensa, invece di fare prosopopea. Qui sta proprio la sorpresa. Che la Chiesa in Italia, così almeno sembra, si sia chiusa in una dimensione politica nazionale, rinunciando a proporre una universalità nella quale tutti si capiscono anche se parlano lingue diverse; che abbia rinunciato a proporre il modello di una universalità che si posa sul presente delle cose: questa la vera sorpresa. Mauro Montanari, CdI/2

 

 

 

 

 

Rosarno. Un volto ignorato. L'impegno della Chiesa in una città che non è razzista

 

"I fatti, per intere giornate, sono stati offerti allo sguardo di tutti, in Italia e nel mondo. Orrende le immagini che entravano nelle case dagli schermi televisivi: i tuguri di quei poveri africani, le condizioni di vita indegne di animali dentro cui invece erano esseri umani a trovarsi prigionieri, l'assurdità di un lavoro nero, come quanto altri mai, e massacrante, retribuito con salari da elemosina, sottoposti per di più a ulteriori tagli per ordine del caporalato". A distanza di un mese dalle proteste degli immigrati di Rosarno (Rc), don Filippo Curatola, direttore del settimanale diocesano "L'Avvenire di Calabria" (Reggio Calabria-Bova e Locri-Gerace), torna sulla vicenda ricordando "le parole che raccontavano i risvolti d'una pagina tragica dell'Italia di oggi, gli abissi del Sud" come "la notizia d'una ragazza di Rosarno aggredita, gli spari dei rosarnesi agli immigrati… dalle strade, dagli usci, dai balconi" o "i commenti, il diffuso sospetto di un ruolo della 'ndrangheta; la certezza, in ogni caso acquisita, d'una Rosarno razzista". Fin quando don Memè Ascone, un parroco del luogo raggiunto telefonicamente dal direttore, ha protestato - "non ci sto a che un popolo passi per razzista se non lo è. E Rosarno non lo è" - invitando don Curatola ad andare a vedere di persona la realtà dei fatti.

 

Condizioni disumane. Dopo la visita a Rosarno, prosegue il direttore nella nota per i 186 settimanali che aderiscono alla Fisc (la Federazione che li raggruppa), "posso ora raccontarvi l'altro volto di questa storia crudele", "un volto sostanzialmente ignorato" tanto che "noi stessi - dinanzi al crudo racconto massmediatico di quei giorni - scrivemmo che più di tutto ci aveva inquietato il silenzio dentro cui le condizioni disumane di quella povera gente erano state sepolte", "da vent'anni ormai", "un silenzio che colpiva, scrivemmo, anche la Chiesa". Tutte queste certezze sono crollate dopo "un lungo colloquio con don Memè Ascone", che "ci ha fatto vedere con i nostri occhi e ci ha chiarito un mondo di cose" e "ci ha fatto capire perché la gente di Rosarno oggi é semplicemente indignata". È don Memè a tirar fuori un articolo di giornale e una serie di foto, dove erano ritratti "una marea di immigrati in chiesa, altrove lunghissime tavolate, presepi viventi con immigrati protagonisti, lavande dei piedi, Vie crucis con loro in prima fila", per raccontare di una trasmissione televisiva della rete locale "Cinquestelle". Di fronte "alle condizioni disumane di quei poveri immigrati", scrive il direttore, "don Memè - dopo essersi recato presso tutte le Istituzioni locali, provinciali e regionali (come del resto aveva fatto anche l'altro parroco don Pino Varrà) per sottoporre il problema e chiedere soluzioni urgenti - constatata la sostanziale inerzia e inefficienza della pubblica amministrazione, sente il dovere di gridare contro quello scempio e a sostegno degli ultimi". Così "fa venire a Rosarno le telecamere di 'Cinquestelle', perché riprendano e denuncino il problema" e "lo fanno in una seguitissima trasmissione" ma durante la diretta accade l'imprevisto con l'intervento telefonico del sindaco del tempo, Giuseppe Lavorato, che "si scaglia con veemenza contro la trasmissione e l'accusa di essere tutta una montatura, sostenuta 'da quel prete' (così lo definisce) che non fa altro che odiare i comunisti". Il giorno dopo, precisa don Curatola, "la gente di Rosarno si solleva a sostegno del parroco" e "un manifesto - 'Lettera aperta al sindaco' - viene affisso in tutta la città e letto anche nelle chiese al termine delle messe domenicali".

 

Accanto agli ultimi. Qualche tempo dopo, "Cinquestelle" torna a Rosarno e riprende "con le telecamere quanto le parrocchie facevano per gli immigrati": "Le mense (fino a 1.500 immigrati), i vestiti, le coperte, i cibi portati nei luoghi delle loro dimore - in tanti addirittura si faceva a turno per recarsi alle quattro del mattino (ripeto, alle quattro del mattino!) a portare a quella povera gente un tè caldo coi biscotti - racconta don Curatola - prima che cominciassero la raccolta delle arance - le celebrazioni in chiesa con la presenza da protagonisti di tanti africani, le foto dei presepi viventi con gli emigrati a fare la parte dei pastori, le celebrazioni dell'Ultima Cena del Giovedì santo con loro a fungere da apostoli ai quali don Memè lavava e baciava i piedi". Nonostante la trasmissione televisiva e gli articoli di giornale, la situazione degli immigrati di Rosarno è rimasta la stessa e soltanto "il Comune che ha cominciato a dare annualmente alle tre parrocchie 2.500 euro annui come simbolico contributo per le mense che tenevamo aperte". Aggiunge don Memè: "Dinanzi a quella plateale scandalosa omissione - dimenticata purtroppo da tutti - la Chiesa, vistasi impotente, continuò a fare ciò che è dentro la sua stessa natura: stare accanto agli ultimi e lenire con la fraternità dell'amore e i gesti del buon samaritano le piaghe di quella gente". Per questo, conclude don Curatola, "è assurdo oggi dire che anche la Chiesa ha taciuto, o credere che il popolo di Rosarno sia razzista" perché "le vicende della storia sono complesse, ma bisogna avere l'onestà - una volta riusciti a conoscere la verità dei fatti - di gridarla e diffonderla senza paura".

A CURA DI RICCARDO BENOTTI

 

 

 

 

Sguardi sull’italia

 

“Hai fatto benissimo! La cosa migliore che potevi fare nella tua vita!” gli ripetevano gli amici a Ravenna prima di partire. Forse era solo per incoraggiarlo. Ma lui spiegava che aveva degli obiettivi nella vita... Sì, obiettivi seri, sani, di conquista del suo avvenire, di apertura al mondo. Eccolo qui a Londra, ormai da due mesi.“Se questi sono i tuoi obiettivi, questa è la città giusta!” la replica sicura degli amici. Passaporto italiano, parla un italiano spontaneo, fluido. È figlio di un imprenditore senegalese laureato in giurisprudenza e porta un nome poco italiano, oltre che la pelle per niente chiara, anzi. Sapeva di trovare nella metropoli inglese dei giovani italiani come lui, ma tanti così no...“Ne è pieno dappertutto, soprattutto romani e sardi!” mi fa, mostrando apertamente il suo stupore.

Se ne parlava, infatti, l’altro giorno con una giornalista.“È vero, tantissimi sono i giovani italiani presenti ora a Londra!” Scuoteva, però, la testa:”Non è un bel segno!” A leggerlo bene è un cattivo sintomo: la nostra terra per i giovani non è più un mondo di promessa e di speranza. Anzi.

“Non esiste da noi meritocrazia!” continua lucido Mamour, il nostro giovane romagnolo. “C’è il figlio, il nipote, il conoscente da piazzare... Qui invece se vedono che vali, ti mandano avanti. Il mio amico qui da sei mesi è già responsabile del team a Mc Donald!” Poi le sue parole si fanno ancora più dure, tanto da sorprendere in un viso con un profilo così dolce. “La nostra è una società che non ha bisogno di scienziati, scappano via! Ma di burattini... Ti fanno vedere la macchina. Questa, la voglio! Ti fanno vedere altro... lo voglio! È la cultura dell’immagine, dell’apparire, sì dell’apparire...” ripete per ben tre volte. Pare riveli in questo modo il segreto di vita dei suoi coetanei in Italia. “Purtroppo, al mattino svegliandosi non hanno nulla davanti, niente, nessun ideale, capisci?!”conclude amaro.

 

“Tanti giovani oggi si sentono soli - scrive un educatore salesiano - questo è il vero problema che noi avvertiamo: questa solitudine. E anche coloro che vivono bene - nel senso che non delinquono - non hanno ideali e sono miniere chiuse. Le loro risorse non sono esplorate. Non basta amare i giovani, serve invece che i giovani si sentano amati”.

Ed è vero che qui, in terra inglese, al lavoro ti guardano, ti osservano silenziosamente, vedono i risultati e poi, quando non te l’aspetti, ti promuovono. Ti affidano un altro bell’incarico. Stanno attenti semplicemente a quanto vali, alla passione che metti, al senso di responsabilità che sai dimostrare. E, così, avanzi. Anzi, ti mettono loro avanti... cosa impensabile da noi! Mi riferiva anche Sergio l’altro giorno, diventato uno dei responsabili all’Hotel dove ha cominciato da lavapiatti.

Ascolto poi un’altra voce di questo coro, che passa al nostro Centro Scalabrini in Brixton Road. Cesare, sardo, uomo maturo, in vena di confessioni comincia così:“Mi sono detto un giorno: Parto! L’ho detto, l’ho fatto e mi sono sentito come rinnovato dentro. Prima in Sardegna ero autista, poi agente di commercio, facevo il contratto e poi semmai portavo il cliente a mangiare. Qui a Londra ho imparato io a far da mangiare!”

Ha trovato, infatti, dei bravi chef, ha seguito tanti consigli e ha provato la soddisfazione di fare qualcosa di buono. Di apprezzarlo e sentirlo apprezzare da altri. “L’essenziale sono i sapori!” conclude con l’aria di cuoco di alto bordo. Dopo sedici anni che è partito dalla Sardegna vi ritorna ancora. Nulla è cambiato, ti dice. Tutto è come il solito. La solita rassegnazione!

“Qui invece mi sento valutato... e non tanto per status symbol, ma per tanti stimoli come la moglie, i figli, il lavoro.” A volte pensa a quello che ha lasciato, ai clienti in Italia, agli amici. “Di essi non ne rimane ormai che il profumo!”commenta da vero habitué al retrogusto.

 

Un giorno partirà per sempre da qui, è deciso. Ma non sarà per la Sardegna, ma per la Nuova Zelanda, la terra della moglie. “L'importante non è dove sei nato, direbbe qualcuno, ma dove ti senti a casa!” E lui ve l’assicura: “È quello un posto dove mi fermerei per sempre, e mi spegnerei là...”  Lo farebbe vivere con tutti i suoi sensi, così, “semplicemente, con una sedia davanti all’oceano,” precisa, calmo. Straordinario Cesare!

E mi chiedo, a volte:“Ma chi fermerà mai la vita di un migrante? E quale sguardo si matura fuori della propria terra!”

Renato Zilio missionario a Londra, reporter freelance (de.it.press)

 

 

 

 

Burrasche vaticane. L'accademia per la vita si gioca la testa

 

Il suo presidente monsignor Fisichella non ha più la fiducia di una parte dei membri. Tutto per un suo articolo su "L'Osservatore Romano" approvato dalla segreteria di Stato. La requisitoria dell'accademico Michel Schooyans contro la falsa "compassione" che giustifica tutto - di Sandro Magister

 

ROMA  – Tra pochi giorni, dall'11 al 13 febbraio, si riunirà in Vaticano la pontificia accademia per la vita, il cui presidente è l'arcivescovo Salvatore Fisichella.

 

La riunione si preannuncia burrascosa. Alcuni membri dell'accademia contestano che Fisichella sia il presidente giusto. Tra essi spicca monsignor Michel Schooyans, belga, professore emerito dell'Università Cattolica di Lovanio, stimato specialista in antropologia, in filosofia politica, in bioetica. È membro di tre accademie pontificie: quella delle scienze sociali, quella di san Tommaso d'Aquino e – appunto – quella per la vita. Papa Joseph Ratzinger lo conosce e lo apprezza. Nel 1997, da cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede, scrisse la prefazione a un suo libro: "L'Évangile face au désordre mondial".

 

In vista della riunione, Schooyans ha scritto una dura requisitoria contro la "trappola" nella quale anche Fisichella sarebbe caduto: l'uso ingannevole del concetto di "compassione".

 

La requisitoria è riprodotta integralmente più sotto. In essa il nome di Fisichella non c'è. Ci sono però precisi riferimenti a un suo articolo su "L'Osservatore Romano" in materia di aborto, che quando uscì provocò un autentico sconquasso e alla fine obbligò la congregazione vaticana per la dottrina della fede a emettere una "Chiarificazione".

 

Quell'articolo di Fisichella uscì il 15 marzo 2009. E riguardava il caso di una giovanissima bambina-madre brasiliana, fatta abortire, a Recife, dei due gemelli che portava in grembo.

 

Nei giorni precedenti, la vicenda di questa bambina aveva infiammato virulente polemiche, non solo in Brasile, ma anche in altri paesi e soprattutto in Francia.

 

I giornali francesi si erano scagliati contro il "fanatismo" e la "durezza di cuore" della Chiesa, in particolare dell'arcivescovo di Olinda e Recife, José Cardoso Sobrinho, che aveva condannato il duplice aborto. E si schieravano compatti in difesa della bambina e di coloro che l'avevano "salvata" facendola abortire.

 

Le accuse alla Chiesa priva di "compassione" erano molto aspre e colpivano lo stesso papa Benedetto XVI, appena reduce dagli attacchi furiosi provocati contro di lui dal caso Williamson di poche settimane prima.

 

Lucetta Scaraffia, commentatrice di punta de "L'Osservatore Romano", era in quei giorni a Parigi e mise in allarme il direttore del giornale vaticano, Giovanni Maria Vian.

 

Questi, d'accordo col suo editore, il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, affidò a monsignor Fisichella l'incarico di scrivere un articolo che acquietasse quegli attacchi alla Chiesa e al papa.

 

Fisichella lo scrisse. Bertone lo esaminò e approvò parola per parola, senza farlo controllare preventivamente dalla congregazione per la dottrina della fede, come in Vaticano si fa, di regola, per le prese di posizione che toccano la dottrina.

 

Nel pomeriggio del 14 marzo l'articolo uscì sulla prima pagina de "L'Osservatore Romano", con la data del giorno successivo.

 

In esso, Fisichella scriveva che il caso della bambina brasiliana "ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l'arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l'hanno aiutata a interrompere la gravidanza". Quando invece, "prima di pensare alla scomunica", la bambina "doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata" con quella "umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri". Ma "così non è stato".

 

E proseguiva: "A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie, la vita [della bambina] era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa [...] si ripetono quotidianamente [...] e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell'atto di dovere decidere cosa sia meglio fare".

 

Nel finale dell'articolo Fisichella si rivolgeva direttamente alla bambina: "Stiamo dalla tua parte. [...] Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere".

 

L'articolo sollevò immediate reazioni di segno opposto: da un lato le proteste dei difensori della vita di ogni concepito, senza eccezioni, dall'altro il plauso dei sostenitori della libertà d'aborto.

 

L'arcidiocesi di Olinda e Recife, ritenutasi sconfessata pubblicamente e ingiustamente dal Vaticano, reagì con una nota pubblicata sul suo sito il giorno successivo, nella quale accusava Fisichella di mostrarsi disinformato sui fatti e di mettere in forse la stessa dottrina della Chiesa sull'aborto.

 

L'arcivescovo Cardoso Sobrinho chiese alle autorità vaticane di pubblicare su "L'Osservatore Romano" questa sua nota. Ma non ebbe risposta.

 

A Cardoso Sobrinho espressero la loro solidarietà una gran quantità di vescovi del Brasile e di tutto il mondo. Ma intanto – perdurando il silenzio del Vaticano – su numerosi giornali di varie nazioni prese piede la tesi che la Chiesa avesse approvato l'aborto "terapeutico": tesi alla quale parve dar sostegno anche una dichiarazione del 21 marzo del portavoce vaticano padre Federico Lombardi, mentre il papa era in viaggio in Africa.

 

Il 4 aprile "L'Osservatore Romano" tornò fuggevolmente sull'argomento, ma senza dare alcuna soddisfazione ai critici dell'articolo di Fisichella. Anzi, fece l'opposto. In una nota di cronaca, il giornale vaticano citò una dichiarazione di una famosa giornalista laica, Lucia Annunziata, già presidente della televisione italiana di Stato, che riconosceva alla Chiesa "una trasparenza mai vista" e motivava così il suo complimento:

 

"Mi riferisco all'intervento di monsignor Fisichella sulla vicenda della bambina brasiliana, pubblicato da 'L'Osservatore Romano'".

 

Per un buon numero di membri della pontificia accademia per la vita, la misura era colma. Quello stesso 4 aprile, 27 di loro, su un totale di 46, firmarono una lettera al loro presidente Fisichella, chiedendogli di rettificare le "errate" posizioni da lui espresse nell'articolo.

 

Il 21 aprile Fisichella rispose loro per iscritto, respingendo la richiesta.

Ai primi di maggio, 21 dei firmatari della precedente lettera si rivolsero allora al cardinale William Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, chiedendo alla congregazione un pronunciamento chiarificatore della dottrina della Chiesa in materia di aborto.

 

La lettera fu consegnata il 4 maggio e la congregazione per la dottrina della fede la girò al cardinale Bertone, poiché – fu spiegato agli scriventi – "l’articolo di Fisichella era stato scritto su richiesta del cardinale segretario di Stato e approvato soltanto da lui".

 

Ma non ricevendo da Bertone nessuna assicurazione di chiarimento, alcuni membri della pontificia accademia per la vita decisero di rivolgersi direttamente al papa.

 

Christine de Marcellus Vollmer, venezuelana che vive negli Stati Uniti, presidente della Alliance for Family e della Latin American Alliance for Family, e altri quattro membri dell'accademia incontrarono per qualche minuto Benedetto XVI dopo l'udienza generale di un mercoledì. L'udienza era stata loro accordata grazie ai buoni uffici del cardinale Renato Martino.

 

I cinque accademici consegnarono a Benedetto XVI un nutrito dossier, con un gran numero di articoli di stampa che recitavano in coro che, grazie all'articolo di Fisichella, la Chiesa aveva definitivamente aperto le porte all'aborto "terapeutico".

 

Papa Joseph Ratzinger si mostrò stupito e amareggiato. Mormorò: "Si deve fare qualcosa... Si farà qualcosa".

 

L'8 giugno, Benedetto XVI discusse la cosa con il cardinale Bertone e ordinò di pubblicare una dichiarazione che riconfermasse come immutata la dottrina della Chiesa sull'aborto.

 

Nel frattempo, l'arcidiocesi di Olinda e Recife recapitò in Vaticano un memorandum con il resoconto dettagliato di ciò che la Chiesa del luogo aveva fatto e continuava a fare per aiutare la bambina e i suoi familiari, così come aveva protetto fino all'ultimo anche i due figli che aveva portato in grembo.

 

Il memorandum terminava chiedendo giustizia per l'arcivescovo Cardoso Sobrinho, in assenza della quale sarebbe scattata una denuncia canonica contro Fisichella.

 

Ma altre settimane passarono e in Vaticano non si muoveva foglia. Christine de Marcellus Vollmer e altri accademici si risolsero allora a un gesto di pressione estrema. Minacciarono di dimettersi collettivamente dalla pontificia accademia per la vita. Giorno dopo giorno le adesioni andavano aumentando. Erano arrivate a 17 quando finalmente, nel pomeriggio del 10 luglio, su "L'Osservatore Romano" uscì l'attesa "Chiarificazione" della congregazione per la dottrina della fede circa l'articolo di Fisichella.

 

La nota, resa pubblica senza alcun risalto, non diceva che l'articolo di Fisichella era sbagliato, ma solo che era stato oggetto di "manipolazione e strumentalizzazione". Un espediente retorico che ha consentito sia a Fisichella che a Bertone – entrambi membri della congregazione per la dottrina della fede – di uscire dalla vicenda col minimo del danno.

 

Ma il brutto non è passato, per l'arcivescovo presidente della pontificia accademia per la vita. Nei prossimi giorni si ritroverà di fronte gli accademici che ne hanno chiesta la testa. E la richiederanno.

La requisitoria, eccola (sotto, ndr) . L’Espresso on line 8

 

 

 

 

Le trappole della compassione

 

Un termine ambiguo

Quando si parla di compassione, si pensa immediatamente alla sofferenza altrui, alla situazione tragica nella quale un altro si trova. Si tratta di comprendere, di "simpatizzare" con lui, di condividere la sua angoscia e di portarla assieme a lui. Questa situazione di infelicità bisogna certo cercare di alleviarla, di portarvi rimedio in tutta la misura del possibile. La parola compassione connota inoltre l'idea di condivisione psicologia e affettiva della sofferenza, specialmente quando questa sfugge ai controlli medici e di altro tipo. Quando andiamo a visitare un malato di cancro in fase terminale, con la nostra presenza, con una parola, con un gesto di tenerezza, esprimiamo come possiamo la parte che ci assumiamo della sua sofferenza e cerchiamo di ridargli conforto.

 

Ora, nelle notizie che riguardano dei casi di aborti, di eutanasia, di suicidio assistito, è frequente che si invochi la compassione per "giustificare" l'atto che è stato compiuto o che sta per esserlo. Se, prima della sua nascita, un bambino è dichiarato portatore di una malformazione grave, si farò valere che se si lascia proseguire la gravidanza il bambino avrà una vita che non vale di essere vissuta; si raccomanderà dunque di abortirlo per compassione, per pietà. Si condivide, si dice, la pena che gli causa il suo stato, ma il modo migliore per aiutarlo, si dice, effettivamente possibile, è di mettere fine alla sua vita. Il bambino sarà ucciso per compassione.

 

Di più, si dice che nessuno ha il diritto di imporre a una donna di aspettare un bambino che sarà – si dice – per lei, per il padre, per la famiglia, un "fardello" insopportabile. Si invocherà qui la compassione nei riguardi dei genitori. Inoltre, si aggiunge che non si può imporre alla società il peso di esistenze il cui mantenimento è costoso ma inutile; l'handicappato alla nascita non apporta nulla alla società. Si ammetterà dunque l'aborto per compassione nei riguardi della società, che, "con suo dispiacere", deve rassegnarsi a sopprimere uno dei suoi membri. Si arriverà talvolta fino a vedere in questo atto un gesto di giustizia sociale, di "purificazione etnica", di eugenismo.

 

La compassione potrà anche indirizzarsi ai medici che praticano l'aborto. Praticare un aborto è per essi – si dice – una "decisione difficile da prendere£ e un atto che essi non eseguono che per obbedire alla loro coscienza. Bisogna quindi compatire con i medici che, per esempio "per il bene" del bambino o di sua madre, prendono "con coraggio" la decisione di procedere all'aborto. Lungi dal biasimarli, bisognerà sostenerli psicologicamente e moralmente, proteggerli con un dispositivo legale appropriato.

 

Questi pochi esempi permettono di percepire differenti aspetti di ciò che si raggruppa oggi sotto una sola parola ambigua: la compassione. C'è anzitutto la compassione nel senso abituale di simpatia, di commiserazione. Tuttavia, nei diversi esempi citati, si osserva che la compassione è invocata e si esercita in maniera molto differente a seconda che essa faccia una vittima, il bambino non nato, oppure serva a confortare la madre, a legittimare delle leggi o a garantire l'intervento dei medici.

 

La compassione oggi

Possiamo discernere la vera e la falsa compassione nei fatti o nelle prese di posizione osservabili nel mondo di oggi. Così appariranno i disastri che la falsa compassione giunge ad esercitare tanto a livello delle persone che a livello delle società umane. Passiamo dunque in rassegna alcuni esempi.

 

1) Nel 1962, la corte di assise di Liegi (Belgio) è stata portata a giudicare una madre che, "per compassione", aveva ucciso il suo bambino. Durante la gravidanza, quasta madre aveva assunto del Softenon, conosciuto oggi sotto il nome di Talidomide. Il bambino era nato portatore di malformazioni gravi. La madre decise di mettere fine alla vita di suo figlio; e in effetti così fece. Al termine di un processo molto pubblicizzato, la donna fu assolta. Uscì libera dal tribunale, tra gli applausi del pubblico.

 

2) Gli animali beneficiano sempre più della "compassione" degli uomini. In un film "documentario" di Al Gore, "Una verità che sconvolge", consacrata al riscaldamento climatico, si vede un cartone animato che mostra un orso polare sfinito mentre cerca disperatamente un appoggio per salvare la sua vita. Il messaggio è chiaro: se la calotta polare si riscalda e scioglie, la causa deve essere cercata nel numero eccessivo di uomini che inquinano la terra (1). Occorre dunque contenere la crescita demografica dell'umanità, di cui si assicura che è la causa della degradazione dell'ambiente circostante. Inoltre, la "compassione" verso gli animali, la protezione della fauna, della flora e delle specie in via di estinzione richiede il rispetto di quote fissanti il numero, vale a dire la "qualità" degli uomini autorizzati a riprodursi. In una della sue varianti, questa posizione raccomanda agli uomini di avere "compassione" per Gaia, la Madre Terra, che – si sostiene – si degrada a motivo dell'azione devastatrice dell'uomo. L'uomo deve essere sacrificato all'ambiente (2).

 

3) Nel corso degli ultimi anni sono comparsi diversi casi di pedofilia che hanno fatto molto rumore. Negli Stati Uniti, in Messico, in Irlanda e in altri paesi, membri del basso o dell'alto clero sono stati implicati in parecchi procedimenti giudiziari. Nella maggior parte di questi casi, si è rimproverato alle autorità ecclesiastiche di aver cercato di tenerli nascosti. Per tutto il tempo che hanno potuto, queste autorità hanno fatto finta che nulla, o poco, fosse accaduto. Il motivo più spesso invocato è quello della "compassione" per gli autori degli atti di pedofilia. Si invoca la compassione per i poveri sacerdoti, che soffrono già tanto per le loro pulsioni, e che i loro superiori non possono affliggere pubblicamente né tanto meno esporre alla condanna infamante da parte delle istanze giudiziarie competenti. Se bisogna proteggere chi pratica gli aborti, perché non proteggere i pedofili?

 

Questo atteggiamento ricorda il caso di Recife (Brasile), che ha invaso le cronache nel marzo-aprile del 2009 (3). Nei due casi. i casi di pedofilia e quello di Recife, piuttosto che manifestare compassione per le piccole vittime innocenti, si invoca la "compassione" per quelli che hanno fatto a loro un torto immenso, i medici a Recife, i sacerdoti altrove.

 

4) Il 16 novembre 2009 la stampa annunciava un'iniziativa di Ségolène Royal. Sempre molto pubblicizzata, la presidente della regione Poitou-Charente (Francia) annunciava la distribuzione di "pacchetti contraccettivi" (4). Questi kit contraccettivi contengono tra l'altro dei preservativi e degli "assegni contraccezione". L'obiettivo di Ségolène Royal è di "andare in soccorso del disagio degli alunni", di ridurre il disagio sociale rappresentato dalle "gravidanze precoci". Dopo aver incitato al consumo sessuale con la fornitura di preservativi nel kit contraccettivo, Ségolène Royal ricorda l'esistenza di una "circolare in vista della contraccezione di domani". Qui di nuovo, degli adolescenti e dei bambini non nati rischiano di pagare il prezzo della pseudo-compassione.

 

5) Si assiste oggi a una messa in questione radicale del matrimonio e della famiglia. Dei cristiani domandano alla Chiesa di autorizzare il divorzio o di permettere il "secondo matrimonio" dei divorziati. Alcuni vanno più in là poiché chiedono che la Chiesa riconosca le unioni omosessuali, con o senza l'adozion e di bambini. Queste rivendicazioni si fanno tutto nel nome della "compassione". La Chiesa avrebbe torto a mostrarsi intransigente su queste questioni; essa sarebbe senza pietà per gli sposi ingiustamente abbandonati dal coniuge e per i figli delle coppie divorziate. Essa ignorerebbe la tendenza omosessuale inscritta nella costituzione di alcuni uomini o di alcune donne. Qui ancora si fa appello alla "compassione".Ma quale compassione?

 

Interrogato sulla questione del matrimonio e del divorzio, Gesù riafferma con forza il disegno di Dio dalle origini: il matrimonio voluto da Dio è monogamico, fedele, indissolubile (5). Gesù ripristina il matrimonio così com'era secondo il cuore di Dio nel momento della creazione (6). Egli non fa alcuna concessione concernente il matrimonio così come Dio l'ha voluto. Gli apostoli si stupiscono di questo rigore di Gesù (7). Come alcuni fanno oggi, essi attendevano da Gesù una compassione al ribasso, una tolleranza qualsiasi, riguardo alla legge, riguardo alla volontà chiaramente enunciata dal creatore fin dalle origini. La giustificazione, la santificazione appaiono qui come un ritorno all'inizio, una ri-creazione che passa per la conversione del cuore. Ciò che Gesù mette in luce è l'uguale dignità dell'uomo e della donna. L'uomo non può rivendicare un "diritto" qualsiasi a ripudiare sua moglie. Ciò che rivela Gesù è la forza di Dio all'opera nel matrimonio. È Dio che unisce. La compassione non può esprimersi nel rigetto della forza divina sempre all'opera nel matrimonio. Viceversa, la compassione di Dio si esprime nel perdono che Gesù a quelli e a quelle che hanno commesso l'adulterio, si sono prostituiti o hanno praticato l'omosessualità (8). La compassione di Gesù non è in alcun modo una approvazione del peccato; è un invito ad accogliere il perdono e a ritornare sul retto cammino. La compassione di Gesù è la misericordia (9).

 

6) Binding (1841-1920), giurista, et Hoche (1865-1943), medico, hanno pubblicato nel 1920 un'opera pochissimo conosciuta e che tuttavia è stata una della più influenti del XX secolo. Gli autori spiegano che occorre "liberalizzare la distruzione di una vita che non merita di essere vissuta" (10). È il titolo di quest'opera, in cui si trova formulato e giustificato il programma di eutanasia che sarà messo in pratica qualche anno più tardi da Hitler. Come d'abitudine, l'argomentazione dà l'impressione di essere impregnata di compassione. Vi sono, si assicura, categorie di individui la cui vita non merita la protezione pelale. La loro vita è senza valore. L'eutanasia risparmierà loro di vivere una vita che nnon è degna di essere vissuta. A questi individui bisogna dare l'eutanasia nel loro stesso interesse. Ma bisogna dare loro l'eutanasia anche nell'interesse della società: questi esseri sono non solo senza valore, ma sono anche un fardello per tutto coloro che sono utili alla società. La "compassione" nei riguardi della società deve essere invocata al pari della "compassione" nei riguardi di questi esseri che devono essere liberati dalla loro totale mancanza di valore e di utilità. Ora, dietro queste considerazioni apparentemente capaci di intenerire si nascondono delle considerazioni pseudo-scientifiche con forti connotati eugenici e razzisti. La compassione è qui manipolata a vantaggio di un programma politico che è la negazione stessa stessa della compassione.

 

7) Nel caso di Recife (11), abbiamo potuto osservare un caso flagrante di compassione menzognera. In sintesi, occorreva dar prova di compassione nei riguardi dei medici che avevano praticato un doppio aborto diretto. Bisognava tenere nascosta questa vicenda come se ne tengono nascoste altre (12). Ora, la letteratura medica riporta delle situazioni simili a quella vissuta da "Carmen", la bambina di Recife, ma in cui la vera compassione si è espressa nei riguardi delle giovanissime madri e dei loro figli. La stampa medica dava già conto, nel 1959, dell'esistenza di una trentina di casi conosciuti di gravidanze molto precoci, spesso prima dei 12 anni di età. Il caso più noto è quello di una giovane peruviana, Lina Medina, nata nel 1933, che ebbe le sue prime regole all'età di 8 mesi (sic). All'età di 5 anni e 8 mesi (sic) ella diede alla luce un bambino, Geraldo, che, nel 1954, aveva 15 anni mentre la sua mamma ne aveva 20. I medici avevano diagnosticato, nella madre, una pubertà precoce costituzionale, non patologica.

 

Ciò che va rimarcato, nella storia di Lina Medina, è precisamente che sono stati i medici a constatare che la gravidanza della bambina non aveva niente di patologico. L'eventualità di un aborto non fu mai presa in considerazione. I medici hanno al contrario dato prova di compassione vera nei riguardi della madre e del suo bambino. Notiamo che questa madre vive tuttora nella periferia di Lima, in Perù. Fino ad oggi, ella non ha mai rivelato il nome del padre di suo figlio. Questo era nato per parto cesareo ed è morto nel 1979 all'età di 40 anni (13).

 

L'articolo pubblicato da "La Presse Médicale", nella sua edizione del 13 maggio 1939, precisa che il parto, con taglio cesareo, fu operato dal dottor Geraldo Lozada. Il breve articolo del 13 maggio sottolinea che

 

"La piccola Lina è circondata da cure minuziose. Un comitato di donne si è costituito per assicurare per il presente e per l'avvenire le cure e le condizioni materiali della vita della piccola mamma e del suo futuro bebè".

 

L'articolo del 31 maggio 1939, anch'esso del dottor Escobel, si richiama anch'esso alla compassione:

 

"Si spera che lo Stato e il Focolare della Madre proteggano questa sfortunata bambina, che ha creato in tutti i cuori un moto di simpatia e di pietà, tanto più che il suo piccolo è nato il giorno stesso in cui la nazione peruviana celebrava la Festa della Mamma".

 

8) A motivo della sua gravità, anche l'Aids è una malattia che invita alla compassione. Degli organismi pubblici e privati si sono specializzati nella prevenzione e/o nel trattamento di questa malattia. Dei centri di accoglienza e di cura sono stati fondati per accogliere, curare e accompagnare fino alla fikne le persone colpite da questo male. Delle congregazioni religiose, specializzate nelle cure sanitarie, hanno adattato i loro programmi alle situazioni nuove create dalla diffusione di questa pandemia. L'esempio della beata Madre Teresa di Calcutta ha fatto scuola. Ma non tutti sono ispirati dalla compassione esemplare di Madre Teresa.

 

Nel marzo del 2009, sull'aereo che lo portava in Africa, papa Benedetto XVI è stato attaccato da dei giornalisti perché aveva osato dichiarare che il preservativo non era veramente la soluzione del problema. Sempre pronta ad arricchire la collezione della "storie belge", la camera dei rappresentanti [di Bruxelles], ivi compresi diversi mandatari "cristiani", ha condannato le dichiarazioni "irresponsabili" e "inaccettabili" del papa. È mancato poco che gli onorevoli deputati convocassero una riunione d'urgenza del consiglio di sicurezza dell'ONU! Grazie a Dio, il senato belga non ha seguito la camera dei rappresentanti nel suo delirio anticristiano.

 

Ma questa stessa camera avrebbe comunque potuto rivendicare la cauzione di qualche eminente ecclesiastico. Tra essi, dei cardinali molto presenti sui media, i cui nomi sono ben noti, hanno curiosamente raccomandato l'uso del preservativo presentando questo come un male minore, il male più grande da evitare essendo il pericolo di contagio mortale in caso di non ricorso a questa precauzione. Il motivo invocato è dunque la compassione.

 

L'argomentazione di sviluppa abitualmente come segue: essendo la pulsione sessuale irresistibile e incontrollabile, l'uso del preservativo è il solo mezzo efficace per evitare l'Aids. Basta poco perché certi "moralisti" arrivino fino a invocare il quinto comandamento di Dio, "Tu non ucciderai", per presentare l'uso del preservativo come un obbligo morale! Altri moralisti o pastori sviluppano una variante di questa argomentazione: insegnano a peccare senza rischio.

 

Nel caso dell'Aids, la compassione è dunque invocata a due titoli differenti. Certo, la compassione si rivolge anzitutto ai malati colpiti da questa terribile malattia. Come per tutti quelli che soffrono malattie molto gravi, bisogna badare a che le loro sofferenze siano alleviate, a che essi ricevano le cure igieniche di cui hanno bisogno; occorre dire a loro delle parole di tenerezza: dire a loro la tenerezza degli uomini, ma anche la tenerezza di Dio. Ma nel caso di cui ci stiamo occupando, la compassione è anche invocata in modo menzognero: Il preservativo si impone – si insinua – a motivo dell'incontrollabilità della passione degli uomini, della loro assenza di libertà rispetto alle pulsioni che li assalgono.

 

Non è nostra intenzione riprendere qui le discussioni sull'Aids, le sue cause, il sjuo trattamento, ecc. Due constatazioni dovrebbero tuttavia far riflettere gli zelatori della falsa compassione. Ricordiamo anzitutto che basta consultare le riviste dei consumatori per apprendere che i preservativi non sono sicuri al 100 per cento. Se non lo sono al 100 peer cento per la contraccezione, perché lo sarebbero per impedire la trasmissione dell'Aids?

 

Ma c'è un altro aspetto del problema, largamente misconosciuto da molti eminenti pastori-teologi. È quello che gli economisti chiamano effetto rimbalzo. L'immagine della palla che rimbalza è in effetti suggestiva: al termine di una prima parabola, essa tocca il suolo, ma per ripartire subito verso l'alto e più lontano. Due esempi familiari faranno comprendere di che cosa si tratta. L'arrivo delle lampadine economiche è stato salutato con entusiasmo: una lampadina economica di 11 watt fa altrettanta luce di una lampadina classica di 60 watt. Si potrebbe esclamare: "Che risparmio!". In realtà, si osserva che a motivo del basso consumo di queste lampadine le gente tende a illuminare di più le proprie case moltiplicando le lampadine e aumentando le ore di illuminazione. Le lampadine economiche compensano così i risparmi che esse avrebbero dovuto comportare; esse possono anzi produrre un aumento del consumo di energia.

 

Altro esempio: alcune automobili, prima dotate di un motore vorace, sono oggi dotate di motori particolarmente sobri. Anche qui, la gente dice: "Che risparmio!". Ma poiché l'auto consuma, poniamo, 5 litri di benzina invece degli 8 litri dell'auto precedente, la gente scoprirà che viaggiare è diventato meno caro e viaggeranno più di quanto facevano con la loro vecchia macchina. Si viaggia di più con una macchina che consuma di meno. Ne risulta che il risparmio ottenuto con il motore di nuova generazione è compensato da un aumento del numero dei chilometri percorsi e spesso dall'aumento della velocità alla quale si aveva l'abitudine di guidare.

 

Un terzo esempio di rimbalzo è segnalato da Jacques Suaudeau (14). Da quando le cinture di sicurezza sono diventate obbligatorie in Inghilterra, si è constatato con sorpresa che il numero di incidenti e di vittime è aumentato. Uno studio attento ha rilevato che gli automobilisti credevano di trovare una maggiore sicurezza allacciando le cinture. Ma essi affrontavano anche più rischi, correvano più velocemente di prima. Il beneficio che si attendeva dall'uso delle cinture è stato compensato da un'accresciuta assunzione di rischi.

 

Il fenomeno del rimbalzo si osserva anche nell'utilizzo del preservativo e nell'incidenza di questo utilizzo sulla diffusione della malattia. Gli eminenti moralisti dovranno tener conto di questo fenomeno. La grancassa mediatica che incita a ricorrere al preservativo per limitare la diffusione dell'Aids ha un effetto perverso: il preservativo dà un falso senso di sicurezza. Ricorrendovi, chi lo utilizza tende a compensare il rischio diminuito dal preservativo moltiplicando i rapporti rischiosi più di quanto lo facesse abitualmente, cambiando i partner, variando i rapporti e avendo le prime relazioni sessuali sempre più presto.

 

Notiamo che è ciò che ha spiegato il dottor Edward C. Green il 19 marzo 2009, dopo il linciaggio mediatico di cui il papa è stato oggetto in occasione del suo viaggio in Africa:

 

"I nostri migliori studi [...] mettono in evidenza un'associazione costante tra una maggiore disponibilità e un maggiore uso del condom e un tasso più elevato (non più basso) di contagio dell'Aids. Ciò può essere dovuto in parte a un fenomeno conosciuto come compensazione del rischio, che significa che quando si utilizza una 'tecnologia' che riduce il rischio, come i condom, si perde spesso il beneficio (la riduzione del rischio) 'compensando' o affrontando rischi più grandi di quelli che si affrontavano senza la tecnologia chje riduce il rischio" (15).

 

Ecco ancora, a proposito dell'Aids, un esemlio rimarchevole di "compassione" menzognera e violenta. Menzognera poiché poggiata su asserzioni delle quali una persona appena un poco informata può rilevare la falsità. Violenta, poiché nel nome di premesse false si spinge obiettivamente a prendere il rischio di morire e di dare la morte.

 

9) Si può dare la comunione a dei parlamentari che si dichiarano pubblicamente a favore dell'aborto? A questa domanda, alcuni pastori hanno dato praticamente o teoricamente una risposta affermativa. Bisognerebbe, si dice, avere compassione per questi parlamentari, dilaniati interiormente. Come cristiani, essi dicono, sono certo contrari all'aborto; ma nel dibattito in parlamento votano per la sua legalizzazione. Questi rappresentanti, si dicde, vivono un dramma di coscienza e non bisognerebbe respingerli se si presentano per ricevere la santa comunione. Delle situazioni analoghe si presentano, ad esempio, per dei medici che notoriamente praticano degli aborti, per dei magistrati, dei responsabili politici, ecc. Tutti avrebbero bisogno di conforto spirituale e dovrebbero poter avvicinarsi alla Santa Mensa.

 

Alcune prese di posizione recenti mostrano che la Chiesa non può approvare questa pseudo-compassione. Citiamone due:

 

a. Nel novembre del 2009 Juan Antonio Martínez Camino, gesuita, vescovo ausiliare di Madrid e segretario generale della conferenza episcopale spagnola, ricorda che approvando e votando una legge favorevole all'aborto i battezzati si mettono oggettivamente in stato di peccato mortale (16). Coloro che promuovono tali leggi peccano pubblicamente e non possono essere ammessi alla Santa Mensa. Per essere sicuro di essere ben capito, il vescovo ausiliare di Madrid aggiunte che chi afferma che è lecito togliere la vita a un essere umano innocente cade nell'eresia e incorre nella scomunica "latae sententiae" (17).

 

Il 27 novembre del 2009 l'assemblea plenaria della conferenza episcopale spagnola pubblicava una dichiarazione secondo cui i politici che votano una proposta di legge che liberalizzi l'aborto in Spagna si pongono essi stessi in "uno stato di peccato oggettivo, e se questa situazione si prolunga non possono essere ammessi alla santa comuniione" (18).

 

b. Domenica 22 novembre 2009 (19) Patrick Kennedy, membro democratico della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, annuncia che il vescovo di Providence, Thomas J. Tobin, l'ha pregato di astenersi dal ricevere la santa comunione e ha invitato i preti della sua diocesi a non dargliela. Bisogna ricordare che qualche tempo prima di questo divieto, il congressista Patrick Kennedy aveva dichiarato pubblicamente la sua opposizione all'insegnamento della Chiesa sul rispetto della vita.

 

10) Le trappole della compassione che abbiamo passato in rassegna hanno fatto l'oggetto di parecchie dichiarazioni della più alta importanza da parte di Sua Eccellenza Mons. Raymond L. Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica e arcivescovo emerito di Saint Louis MO, negli USA. Ci limiteremo a presentare tre di questi documenti.

 

a. Venerdì 3 maggio 2009 l'arcivescovo Burke pronunciava il discorso principale dell'incontro "Digiuno e Preghiera" che riunisce dei cattolici per pregare per la nazione americana. Questo discorso ha per titolo "Gli insegnamento della Chiesa cattolica" (20). Il prefetto vi analizza le pratiche ostili alla vita, al matrimonio e alla famiglia.

 

Denunciando la falsa compassione nell'azione dei poteri pubblici, l'arcivescovo sottolinea che gli attacchi contro la vita, il matrimonio e la famiglia minano i fondamenti sui quali sono costruite la nazione americana e le nazioni attaccate a questi stessi fondamenti. Richiama i cattolici – siano essi medici, politici, uomini d'affari, ecc. – a rispettare la legge naturale e la legge divina, che sono nel cuore dell'insegnamento della Chiesa. L'arcivescovo invita alla preghiera, al digiuno, alla confessione, alla santa comunione perché il Signore illumini i leader. Un'attenzione speciale deve essere riservata, nelle università e negli istituti di educazione cattolica, ai giovani. Questi devono essere preparati a riconoscere che là dove Dio è rigettato, la secolarizzazione e il relativismo aprono la porta a leggi e programmi politici immorali. Al contrario, bisogna spingere i legislatori e gli elettori a correggere le leggi gravemente ingiuste.

 

Infine, "che un dottorato honoris causa sia stato conferito dall'università di Notre Dame a un presidente che promuove aggressivamente un'agenda anti-vita e anti-famiglia è fonte del più grande scandalo".

 

b. Il 18 settembre 2009 ,'arcivescovo Burke prendeva la parola al XIV banchetto annuale di partenariato organizzato da "Inside Catholic" (21). Questo discorso è stato pubblicato sotto forma di articolo in "Crisis Magazine", nella data del 26 settembre 2009. Ha per titolo "Riflessioni sulla battaglia per promuovere la cultura della vita".

 

L'arcivescovo di offre qui un discorso di una forza eccezionale. Ecco, citate liberamente, alcune idee forza di questo discorso:

 

"È impossibile essere cattolici praticanti se, nella propria condotta, qualcuno sostiene il diritto all'aborto o il diritto al matrimonio di persone dello stesso sesso. Dobbiamo riconoscere lo scandalo dato da cristiani che omettono di far rispettare la legge mortale naturale nella vita pubblica. Questa omissione ingenera la confusione e induce in errore tutti i cittadini. Con le nostre azioni e le nostre omissioni possiamo condurre degli uomini e delle donne a compiere il male e a peccare, così come a nuocere gravemente ai fratelli, alle sorelle, alla nazione. Nostro Signore è stato inequivoco nel condannare coloro che, con le loro azioni, provocheranno un vero scandalo, cioè precipiteranno gli altri nella confusione o li condurranno a peccare (22). È per questo che la disciplina della Chiesa vieta di dare la santa comunione e di celebrare i funerali religiosi a coloro che persistono, dopo essere stati ammoniti, nel violare gravemente la legge divina (23). Certo, la Chiesa affida ogni anima alla misericordia di Dio [...], ma questo non la dispensa dal proclamare la verità della legge divina. Quando qualcuno ha pubblicamente aderito e coopera a degli atti colpevoli, [...] anche il suo pentimento da tali azioni deve essere pubblico".

 

Chiamando le cose col loro nome, l'arcivescovo Burke non  esita ad andare al fondo del problema:

 

"Si vede all'opera la mano del Padre della Menzogna nel poco di attenzione portata alla situazione di scandalo, o nel fatto che sono ridicolizzati o persino censurati coloro che subiscono gli effetti dello scandalo".

 

c. Il 29 settembre 2009 l'arcivescovo Burke interveniva per prendefre la difesa dei militanti pro-life che protestavano contro lo scandalo dei funerali grandiosi e molto pubblicizzati celebrati per il senatore Ted Kennedy (24). Questo senatorte "cattolico" si era spesso distinto per le sue posizioni inaccettabili in materia di rispetto della vita e della famiglia. Alcuni cattolici, presi da compassione per il senatore, se l'erano presa vivamente con i militanti pro-vita e pro-famiglia, accusandoli tra l'altro di rompere l'unità della Chiesa. La messa a punto dell'arcivescovo non doveva farsi attendere:

 

"Una delle ironie della situazione presente è che uno che prova scandalo di fronte ad azioni pubbliche gravemente colpevoli di un altro cattolico è accusato di mancare di carità e di causare una divisione nell'unità della Chiesa.

 

"In una società il cui pensiero è governato dalla 'tirannia del relativismo' e nella quale il politicamente corretto e il rispetto umano sono gli ultimi criteri di ciò che si deve fare e di ciò che si deve evitare, l'idea di indurre qualcuno in un errore morale ha poco senso. [...] Ciò che causa meraviglia in una tale società è il fatto che vi sono di quelli che omettono di osservare il politicamente corretto e che, per ciò stesso, sembrano perturbare la sedicente pace della società. Tuttavia, mentire od omettere di dire la verità non è mai un segno di carità".

 

Una domanda ineludibile

 

 

La pseudo-compassione, spesso invocata a favore di autori di atti in sé cattivi, come l'aborto, conduce dunque allo scandalo; invita gli altri a peccare gravemente. Lo scandalo è la prima cosa da evitare (25). La pseudo-compassione conduce anche all'eresia, alla divisione nella Chiesa, poiché incita i fedeli a staccarsi da un punto non negoziabile della dottrina della Chiesa: il dovere di rispettare la vita innocente. La pseudo-compassione potrebbe condurre a una situazione nella quale la dottrina della Chiesa e la morale naturale risulterebbero da una procedura consensuale e si formulerebbero in compromessi.

 

Alcuni, ingannati dalla pseudo-compassione nei riguardi di coloro che peccano pubblicamente contro la vita, ritengono che la Chiesa è, su queste questioni, troppo severa. La Chiesa, in effetti, si esprime con chiarezza: "Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti [...] e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto" (26). Ora, se si tiene presente il carattere menzognero e violento della pseudo-compassione, si ci si accorgerà subito che questa severità non è che apparente, che è essa stessa un'alta espressione della carità. Essa è un appello urgente al cambiamento di vita. Il rifiuto di dare la comunione per le ragioni che abbiamo richiamato non è che l'espressione dell'amore della Chiesa per i più deboli e l'invito al pentimento rivolto a coloro che rischiano di restare incatenati ai loro peccati e di incatenare gli altri.

 

Rimane una domanda delicata ma ineludibile. Poiché, nelle condizioni ricordate, la santa comunione deve essere rifiutata a un laico, il codice di diritto canonico prevede delle misure di sospensione, per il doppio motivo dello scandalo e dell'eresia, per i chierici che manifestano pubblicamente la loro pseudo-compassione per chi compie aborti?

Louvain-la-Neuve, gennaio 2010

 

(1) "Le Monde" del 19 novembre 2009 titolava vistosamente in prima pagina: "Il peso della natalità minaccerebbe il clima". Il seguito di questo articolo dovuto a Grégoire Allix appariva a p. 4 sotto il titolo: "Limitare le nascite, un rimedio al pericolo climatico? La Nazioni Unite fanno appello alla presa in considerazione della questione demografica al vertice di Copenaghen".

 

(2) Cf. a questo proposito il nostro libro "La face cachée de l’ONU", pp. 61-70. Questo capitolo è intitolato: "La Carta della terra e l'imperativo ecologico". Vedi ciò che scrive san Paolo su questo tema, in Romani 8, 18-22.

 

(3) Il caso riguarda una bambina di 9 anni, "Carmen", stuprata dal suo patrigno e trovatasi incinta di due gemelli. Malgrado gli appelli alla compassione lanciati da Dom José Cardoso Sobrinho (all'epoca arcivescovo di Recife) a da suoi collaboratori, la bambina è stata sottoposta a un doppio aborto, tra l'altro sotto la pressione di movimenti femministi radicali. Curiosamente, Dom Cardoso è stato sconfessato da un dignitario ecclesiastico romano, che ha tentato di far valere che coloro che volevano proteggere i gemelli avevano mancato di "compassione" per i medici che avevano praticato l'aborto, i quali "avevano dovuto prendere una decisione difficile".

 

(4) Vedi a questo proposito "La Libre Belgique" del 14 novembre 2009 e "Le Monde" del 16 novembre 2009.

 

(5) Cf. Matteo 19, 1-9; Marco 10, 1-12; Luca 16, 18.

 

(6) Cf. in particolare Genesi. 1, 28; 2, 18-24; cf. Giovanni 1, 1.

(7) Cf. Matteo 19, 10.

(8) Cf. Genesi 19, 1-29; Romani 1.

(9) Cf. Luca 7, 36-50, o la scena che svolge a casa di un fariseo; 15, 3-32; 19, 1-10; 23, 40-43.

 

(10) In collaborazione con Klaudia Schank, abbiamo tradotto e presentato questo libro: "Euthanasie: Le dossier Binding et Hoche. Traduction de l'allemand, présentation et analyse de 'Libéraliser la destruction d'une vie qui ne vaut pas d'être vécue'. Texte intégral de l'ouvrage publié en 1922 à Leipzig", Paris, Éd. Le Sarment-Fayard, 2002, 138 pp. ISBN: 2-866-79329-3.

 

(11) Cf. sopra, n. 3.

(12) Vedi sopra, al n. 3, i casi di pedofilia.

 (13) Vedi su questo tema "La plus jeune mère du monde", breve articolo in "La Presse médicale", Paris, 13 mai 1939, p. 744; vedi anche la lettera del dottor Edmundo Escobel (Lima), "La plus jeune mère du monde", in "La Presse médicale", Paris, 31 mai 1939, p. 875. Questo caso è anche riferito nel lavoro di  Rodolfo Pasqualini, "Endocrinología", Buenos Aires, Editions El Ateneo, 1959. Vedi specialmente le pp. 684-686. Pasqualini cita l'articolo di Escobel a p. 686.

 

(14) Vedi Jacques Suaudeau, articolo "Sexualité sans risques", pp. 905-926 del "Lexique des termes ambigus et controversés" del consiglio pontificale per la famiglia, del 2005.

 

(15) Edward C. Green è direttore dell'AIDS Prevention Project allo Harvard Center for Population and Development Studies. Il testo citato si trova in http://www.lifesitenews.com/ del 19 marzo 2009, dove si trovano anche altre informazioni.

 

(16) Fonte: http://www.elmundo.es/, dispaccio del 12 novembre 2009. Vedi anche http://www.sectorcatolico.com/, dispaccio del 30 dicembre 2009.

(17) Cf. Codice di diritto canonico, 751; 1364, § 1; 1398.

 

(18) Cf. http://www.lifesitenews.com/, 27 novembre 2009. La posizione esente da ambiguità riaffermata dalla conferenza episcopale spagnola tramite il suo segretario generale Mons. Martínez Camino è stata di nuovo riaffermata da Isidoro Catela Marcos, direttore dell'ufficio informazioni della CEE. Vedi il sito ACI Prensa: http://www.aciprensa.com/, dispaccio del 4 gennaio 2010, che a sua volta rinvia a http://www.conferenciaepiscopal.es

(19) Vedi nel sito di "The Providence Journal": http://www.projo.com/ del 23 novembre 2009, l’articolo di John Mulligan, "Kennedy: Barred from Communion".

(20) Il testo completo si trova in http://www.lifesitenews.com/ dell'8 maggio 2009.

(21) Il testo è stato pubblicato dal sito internet http://insidecatholic.com con la data del 26 settembre 2009.

(22) Cf. Luca 17, 1-2.

(23) Codice di diritto canonico, 915; 1184, § 1, 3°.

(24) Cf. l’articolo di John-Henry Westen, "A Vatican Archbishop: Kennedy Funeral Critics Not Hurting Unity but Helping Church", su LifeSiteNews.com, 29 septembre 2009. Les citazioni sono tratte da questo articolo.

(25) Luca 17, 1 s.

(26) Cf. Canone 915.   Michel Schooyans

 

 

 

Frattini: “La geopolitica di Benedetto XVI”

 

  ROMA - Il tema dell'incontro «quando il Papa pensa il mondo» sembra scelto con un tempismo perfetto: a pochi mesi dalla pubblicazione dell'enciclica Caritas in veritate e a pochi giorni da un altro testo particolarmente denso di contenuti, il messaggio per la giornata della pace 2010, dal significativo titolo CSe vuoi coltivare la pace salvaguarda il creato».

  Si tratta di due riflessioni profonde, che hanno una caratteristica in comune: quella di abbracciare l'uomo, la società e il pianeta con un solo sguardo unitario. Si tratta di una sintesi di grande impatto, che nel suo forte richiamo all'etica, al ritorno dei «valori» tradizionali, ha raccolto un consenso vastissimo, ben al di là dei confini del mondo cattolico.

  Se la rivista «Limes» ci chiama alla geopolitica una prima riflessione credo vada fatta sul significato che questo termine può avere per un Pontefice. Il Papa, per ragione stessa del suo ufficio di pastore universale, può comprendere le difficoltà «geopolitiche» degli Stati che collaborano o si contrappongono nella sfera del temporale. Ma certamente diversa è la sua ottica di pastore universale. Ricordo a questo proposito che proprio l'anno passato abbiamo festeggiato gli ottant'anni dei Patti Lateranensi. Ciò che rimane attuale dei Patti Lateranensi è la constatazione di quanto sia stata lungimirante la scelta di Pio XI di rinunciare a qualunque pretesa temporale, per dedicare completamente la Chiesa alla sua missione spirituale a livello dell'intero pianeta.

  Questa missione ha dunque una «geopolitica» diversa, che potremmo definire universale, come i due ultimi testi di Benedetto XVI ci ricordano, e con estrema efficacia. Due testi che sono due facce della stessa medaglia. Nell'enciclica si parte dall'uomo e si ritorna a esso passando attraverso una analisi stringente e molto critica della società di oggi - quella che ha prodotto la più grave crisi economica di tutti i tempi - per aver sottovalutato la necessità di un giusto bilanciamento fra interessi personali e collettivi, fra benessere di una fetta ridotta della popolazione e necessità di sviluppo dell'intero pianeta, fra mercati finanziari fini solo a se stessi e funzione sociale di una economia di mercato.

  Nel messaggio per la giornata mondiale della pace questo richiamo forte all'etica si sposta dal piano delle scienze sociali a quello dell'ambiente. Con la stessa forza e la medesima logica stringente il Pontefice ci ricorda che l'intero pianeta è a rischio se l'umanità non viene spinta a comportamenti rispettosi dell'ambiente nel suo insieme. Ciò significa, ad esempio, uno sfruttamento corretto delle risorse del pianeta di cui tutti possano beneficiare, sia in senso geografico-spaziale, Paesi del nord del mondo come del sud, che in senso temporale: l'attuale generazione e le generazioni future hanno eguali diritti a poter vivere al meglio su questo pianeta. In termini biblici forse si potrebbe pensare che in un mondo globalizzato, sempre più la terra ci appare come un'arca e su quest'arca il Pontefice ci spinge a ritrovare quella armonia caratteristica della ritrovata alleanza, nata dopo il diluvio universale.

  Se questa è la visione che il Papa ha del mondo, nella seconda parte del mio intervento vorrei sottolineare quali aspetti di questa «geopolitica planetaria» possano più facilmente essere assunti nella nostra «geopolitica», quella di uno Stato le cui posizioni, su molti temi, sono state tradizionalmente vicine a quelle della Chiesa. Mi limiterò a due esempi, che mi sembrano più caratteristici e incisivi: l'azione a favore dei diritti fondamentali della persona, e quella a favore dello sviluppo, soprattutto in Africa.

  Sul tema dei diritti fondamentali della persona vi è un ampio consenso nella società civile e nel mondo politico italiano. Democrazia e diritti umani sono componenti essenziali della nostra azione nel mondo, perché riflesso di quel diffuso senso di solidarietà che permea la collettività nazionale. Si tratta di un elemento peculiare della nostra società, che spiega perché siano da noi così diffusi - più che in altri Paesi occidentali - i movimenti e le altre organizzazioni - anche di ispirazione non cattolica - che si dedicano stabilmente a opere di assistenza e di aiuto delle fasce più deboli della popolazione in Italia e all'estero.

  Quel che mi preme sottolineare in questa sede è come nell'ambito dei diritti fondamentali appaia centrale la tutela della libertà di culto, intesa quale libera espressione pubblica - e non solo privata - delle proprie convinzioni religiose. In questo senso il Governo italiano ha sempre mostrato profonda sensibilità per la sorte delle minoranze cristiane in ogni parte del mondo, esercitando una costante azione a loro supporto. Vorrei a questo scopo ricordare che nel giugno scorso, dopo le notizie delle violente persecuzioni a danno dei cristiani in Pakistan, ho personalmente avviato nell'ambito dell'Unione europea una particolare iniziativa sulla libertà religiosa. Venendo poi a una precisa area geografica, anche in considerazione della presenza del cardinale Sandri, siamo convinti che in Medio Oriente la stabilizzazione passi attraverso la salvaguardia delle diverse comunità cristiane storicamente presenti nell'area e alle quali, in Libano, in Iraq e nei Territori Palestinesi, forniamo il nostro costante supporto.

  A questo proposito, siamo fortemente interessati all'Assemblea speciale del sinodo che raccoglierà a Roma, nel prossimo mese di ottobre, i patriarchi e i vescovi del Medio Oriente e sin d'ora offro la mia disponibilità a incontrare i padri sinodali.

  Abbiamo, come Governo, posto i problemi del continente africano e della lotta alla povertà al vertice della nostra agenda, nella convinzione che tutte le risorse, pubbliche e private vadano mobilitate nell'ottica di un approccio integrato che è l'unico che potrà, nel lungo termine, risultare vincente. L'Africa infatti non è più solo un problema, ma costituisce ormai anche una opportunità. Lo dimostra, tra l'altro, la sua risposta alla crisi economica mondiale, che si è dimostrata di gran lunga migliore rispetto a quella di altri continenti. In tal senso l'Italia sta promuovendo un vero e proprio approccio innovativo allo sviluppo che non sia esclusivamente focalizzato sul volume degli aiuti, ma valorizzi tutti i fattori in grado di innescare processi di crescita sostenibile.

  Vorrei concludere menzionando due punti che potrebbero rappresentare quasi due aree «di lavoro comune» per le rispettive diplomazie nei prossimi mesi.

  Da un punto di vista generale, anche nell'ottica di quella «geopolitica planetaria» che anima l'azione del Pontefice, ritengo che i grandi obiettivi che ci poniamo, stabilità internazionale, pace e sviluppo potranno essere raggiunti solo grazie a un rinnovato impegno per la realizzazione di un vero «multilateralismo efficace». Con questo termine intendiamo, sostanzialmente, la messa in opera di meccanismi realmente efficienti di concertazione, democratica e trasparente, fra i principali attori della comunità internazionale. La nostra proposta di riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, va proprio in questo senso.

  Entrando invece nel dettaglio di un tema - che so caro anche alla Santa Sede - vorrei concludere il mio intervento ribadendo l'impegno del Governo nella richiesta di rinvio - di fronte alla Sezione allargata della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - della sentenza sulla esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Ritengo che questa sia una battaglia di civiltà, che il Governo combatterà con convinzione. Non si tratta, infatti, di lamentare un difetto di giurisdizione della Corte, né di accampare argomenti di diritto interno. Si tratta invece di affermare che ogni Stato è - e deve rimanere - libero di regolare come meglio ritiene, in funzione della sua storia, della sua cultura e della sua tradizione il rapporto fra il pubblico e la dimensione del sacro. Franco Frattini, L’Osservatore Romano 9

 

 

 

Come essere cristiani responsabili nella gestione della città

 

Quale aiuto può dare una scuola sulla dottrina sociale della Chiesa a un territorio? Quali sono i compiti della scuola che oggi inauguriamo? Come formare i cristiani ad essere buoni cittadini?

A queste domande ha risposto monsignor Angelo Casile, direttore dell'Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), inaugurando la scuola diocesana sulla Dottrina sociale della Chiesa che si è aperta a Ugento, in provincia di Lecce, il 5 febbraio scorso.

Nell'illustrare l'itinerario di formazione sulla Dottrina sociale della Chiesa per rendere i cristiani partecipi e responsabili della costruzione e della gestione della città, il direttore dell'Ufficio della CEI ha indicato tre strumenti: la Bibbia, l'enciclica Caritas in veritate e il Compendio della dottrina sociale della Chiesa.

"Un primo compito, che scaturisce dal nostro essere Chiesa, è quello di evangelizzare", ha spiegato.

Per questo motivo "è importante cogliere e aiutare gli altri a cogliere ciò che il Vangelo ha da dire per ogni momento dell'esistenza dell'uomo" e non si può "annunciare e vivere il Vangelo della speranza, sempre senza la fede in Dio".

Per rimanere sereni anche davanti ad uno scenario apocalittico di crisi, monsignor Casile ha ricordato che "nella notte e nel buio dell'attuale crisi, non solo economica, il nostro compito di cristiani, che vivono nelle città degli uomini, è di annunciare e vivere il Vangelo della speranza e della fiducia nel Signore, che non ci abbandona mai".

Ha poi ricordato che Sant'Agostino, ai cristiani che si lamentavano del difficile momento storico che vivevano, rispondeva: "Voi dite: I tempi sono cattivi; i tempi sono pesanti; i tempi sono difficili. Vivete bene, e muterete i tempi" (Discorsi, 311,8).

Per questo motivo, ha sottolineato monsignor Angelo Casile, "viviamo bene la nostra fede ogni giorno e allora i tempi saranno migliori. Viviamo bene la nostra fede e le nostre città riprenderanno ad avere un anima".

"A noi - ha confessato il direttore dell'Ufficio della CEI - che spesso siamo indaffarati nel trovare le risposte, senza fiato nel trovare soluzioni, triturati dall'affanno del fare, ingabbiati in progetti un po' ‘arrugginiti' arriva in dono la parola del Santo Padre fondata sul Vangelo, che dona respiro ai nostri cuori, perché senza negare nulla all'agire dell'uomo lo richiama al suo stesso cuore, all'essenziale, a Dio, Amore eterno e Verità assoluta".

Per comprendere i compiti contenuti nell'enciclica monsignor Casile ha sottolineato che "la Caritas in veritate ci sollecita a portare ‘l'annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società', far brillare la bellezza del Vangelo, far risplendere attraverso la dottrina sociale della Chiesa la verità dell'amore di Dio per ogni uomo".

Riprendendo il Salmo 127 monsignor Casile ha ricordato che è impossibile costruire la casa senza l'aiuto di Dio, per questo motivo nell'enciclica Benedetto XVI ci ricorda che "senza Dio l'uomo non sa dove andare", sperimenta la povertà della solitudine ed è incapace di svilupparsi "con le sole proprie forze".

Ma Dio, in Gesù Cristo, ama ogni uomo e "pronuncia il più grande 'sì' all'uomo" e lo invita ad "aprirsi alla vocazione divina per realizzare il proprio sviluppo" nella quotidianità della vita.

Secondo monsignor Casile l'indicazione di Papa Paolo VI, nella Lettera enciclica Populorum progressio sullo sviluppo dei popoli (26 marzo 1967), in cui parlava di vocazione allo sviluppo ha trovato piena accoglienza in Benedetto XVI che sottolinea come "il progresso è, nella sua scaturigine e nella sua essenza, una vocazione".

"Occorre intendere il progresso dell'uomo e quindi la sua vocazione - ha aggiunto monsignor Casile - non solo come sviluppo di particolari abilità, ma come sviluppo integrale dell'uomo, ‘promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo, piena accoglienza del Vangelo di Gesù, che' rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l'uomo all'uomo".

Perchè Gesù, come riportato dalla Gaudium et Spes "ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo".

Il direttore dell'Ufficio della CEI ha concluso affermando che "siamo chiamati da Dio a rispondergli ogni giorno e ad aiutare gli altri a rispondere, a vivere la carità nella verità, a riconoscere il vero, a gioire del bello e a godere del buono".

Antonio Gaspari, Zenit 8

 

 

 

 

Vatikan: Kardinal Kasper wünscht sich „dialogischen Stil“

 

Der Ökumene-Verantwortliche des Vatikans, Kardinal Walter Kasper, ist nicht völlig zufrieden mit der Rezeption des Dokuments „Dominus Iesus“ aus dem Jahr 2000. Das Papier wurde von der Glaubenskongregation unter dem damaligen Kardinal Joseph Ratzinger erstellt und handelt vom Wesen der Kirche. Es sei „unser Fehler gewesen“, dass der katholische Kirchenbegriff, wie er in dem Text entfaltet wird, in der anschließenden Debatte von einigen als Abgrenzung gegenüber anderen empfunden wurde „und nicht stattdessen als eine Öffnung“. Das sagte Kasper am Montag bei einem ökumenischen Kongress in Rom. Gegenüber Radio Vatikan erklärte der deutsche Kardinal:  „Natürlich ist das kein Fehler in der lehrhaften Aussage, denn dieses Dokument repräsentiert die katholische Lehre – aber ich hätte mir einen etwas dialogischeren Stil gewünscht, einen Stil, der zugänglicher und ansprechender ist, für unsere eigenen Leute wie für unsere Partner. Das Dokument sagt auch ein bisschen zuviel, was die anderen nicht haben; ich würde eher betonen, was wir haben, was wir schenken können – und dann, dass wir auch von den anderen erwarten, bereichert zu werden. Also ein dialogischerer Stil – das mangelt diesem Dokument etwas, das ist eigentlich schade. Und das hat die Rezeption auch sehr erschwert.“ (rv 9)

 

 

 

Deutscher Seelsorger in Ägypten: "Muslime haben Minarettverbot akzeptiert"

 

Die Volksentscheidung zum Minarettverbot in der Schweiz sei von den

Muslimen in Ägypten ohne Widerspruch akzeptiert worden. Das sagte der

Seelsorger für die deutschsprachigen Katholiken in Ägypten, Msgr.

Joachim Schroedel, im Gespräch mit dem weltweiten katholischen Hilfswerk

"Kirche in Not". Es habe in Ägypten keinerlei Demonstrationen gegen das

Verbot gegeben und die Muslime hätten die Entscheidung akzeptiert, ohne

dass eine "negative Stimmung" gegen Christen aufgekommen wäre.

 

Entscheidend sei dabei gewesen, dass in der Schweiz nicht der Islam oder

eine Moschee an sich verboten worden sei, sondern nur die Art der

Umsetzung, betonte Schroedel. Ähnliches sei auch beim Kopftuch-Verbot an

öffentlichen Einrichtungen und Schulen in Frankreich zu bemerken

gewesen. Auch mit dieser Vorgabe hätten sich die Muslime in Ägypten ohne

weiteres abgefunden.

 

Im interreligiösen Dialog sei es daher manchmal besser, klare Grenzen

abzustecken und hinter der eigenen christlichen Identität zu stehen.

Damit erreiche man auf lange Sicht mehr Akzeptanz bei den Muslimen als

mit übertriebener Toleranz, so lange man "freundschaftlich die Hand zur

Versöhnung ausgestreckt" lasse, betonte Schroedel abschließend. KiN

 

 

 

Vatikan: Neue Generation von Patriarchen

 

Der Vatikan sieht sich beim ökumenischen Dialog mit der orthodoxen Kirche jetzt einer neuen Generation von Patriarchen gegenüber. Darauf macht die französische katholische Tageszeitung „La Croix“ in einer Analyse aufmerksam. Die neuen Köpfe auf orthodoxer Seite stünden für einen verstärkten Dialog mit der katholischen Kirche.

 

Als erster trat vor einem Jahr Kyrill als neuer orthodoxer Patriarch von Moskau an – der frühere „Außenminister“ seiner Kirche hat glänzende Kontakte zu anderen Kirchen. Nach ihm wurde Hieronymos II. der Patriarch der griechischen Orthodoxie, Daniel übernahm die Verantwortung in Rumänien, und erst kürzlich wurde Irinej neuer orthodoxer Patriarch in Serbien. Die neuen Kirchenchefs seien Vertreter einer orthodoxen Kirche, die seit dem Ende des Kalten Kriegs immer stärker werde: In den letzten zwanzig Jahren hat sich etwa in Russland die Zahl orthodoxer Pfarreien vervierfacht, die Zahl der Klöster stieg gar um mehr als das Vierzigfache. Mit der Eröffnung eines russisch-orthodoxen Priesterseminars im November habe Kyrill I. von Moskau schon ein erstes ökumenisches Signal gegeben. Gleichzeitig bemüht sich der russische Patriarch um Versöhnung mit dem orthodoxen Ehrenoberhaupt Bartholomaios I. – unter ihnen ist vor allem die Zugehörigkeit der Orthodoxen in der Ukraine umstritten. Seit Oktober bemüht sich eine gemeinsame Arbeitsgruppe, den Konflikt zu lösen. (la croix 9)

 

 

 

Sexueller Missbrauch. Von Patern und Sugar Daddies

 

Mechthild Maurer hilft, die sexuellen Übergriffe des Jesuiten Bernhard E. aufzuklären. Sie will als erstes den Auslandsreisen von Pater E. nachgehen.

VON CLAUS-JÜRGEN GÖPFERT

 

Sie kennt die Orte in Thailand, in denen die "Sugar Daddies" die Macht haben. Die Gebiete, die noch immer "fest in pädokrimineller Hand" sind, wo sich niemand dem sexuellen Missbrauch von Kindern entgegenstellt. Seit zehn Jahren ist Mechthild Maurer Geschäftsführerin der Arbeitsgemeinschaft zum Schutz der Kinder vor sexueller Ausbeutung, kurz: ECPAT. Von ihrem Büro in Freiburg aus hat sie viele Reisen in die Dritte Welt unternommen.

 

Jetzt wartet auf die 55-Jährige eine neue schwierige Aufgabe: Sie gehört einer am Wochenende berufenen Kommission an, die sexuellen Missbrauch durch den Frankfurter Jesuiten-Pater Bernhard E. und in seinem Umfeld aufklären soll.

 

Gebildet wurde das Experten-Gremium in Frankfurt am Main von der internationalen Hilfsorganisation "Ärzte für die Dritte Welt", jener Organisation, die der Jesuit E. 1983 gegründet hatte. Jetzt stehen die "Ärzte" unter Schock: Der Pater hat gestanden, in den 70er Jahren in der katholischen Jugendarbeit drei Kinder sexuell missbraucht zu haben.

 

Für den gemeinnützigen Verein "Ärzte für die Dritte Welt" steht einiges auf dem Spiel: Das Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung hat seine staatlichen Zuschüsse in Höhe von 2,5 Millionen Euro jährlich gesperrt, solange die Vorwürfe gegen E. nicht restlos geklärt sind. Harald Kischlat, Generalsekretär des Vereins, fürchtet um weitere 4,4 Millionen Euro Spenden, die jedes Jahr von 25.000 Unternehmen und Einzelpersonen eingehen.

 

Deshalb stuft er Maurers Aufklärungsarbeit jetzt als "besonders dringlich" ein. Die Expertin will als erstes den Auslandsreisen von Pater E. nachgehen: Bis zu seinem Rücktritt vor wenigen Tagen gehörte er dem Vorstand des Vereins an und besuchte regelmäßig dessen Hilfsprojekte in der Dritten Welt - da geht es häufig um arme und unterversorgte Kinder, so Maurer.

 

"Strukturelles Defizit bei der Aufklärung" - Sie ist überzeugt: "Ein pädophiler Täter kann nicht einfach aufhören." Es müsse nun aber auch untersucht werden, wie der Jesuiten-Orden überhaupt mit den Taten von E. umgegangen sei. Seit 2005 ermittelte der Orden intern, ohne dass irgendetwas nach außen drang.

 

Für die Expertin ist das ein Beispiel für den zögerlichen Umgang der katholischen Kirche mit dem Thema Missbrauch. "Man kann sagen, dass es eher ein Aussitzen der Vorwürfe gegeben hat, ein strukturelles Defizit bei der Aufklärung", urteilt Maurer. Und dies, obwohl die Deutsche Bischofskonferenz immer wieder Transparenz versprochen habe.

 

Maurer ist seit Jahren den Missbrauchs-Taten deutscher Männer in der Dritten Welt auf der Spur. "Ich gehe von einer vierstelligen Dunkelziffer von Vergehen deutscher Männer im Ausland jedes Jahr aus", sagt sie. Ein Schwerpunkt: Thailand. Dort gebe es Täter, die ganz unterschiedlichen Gruppen angehörten: "Wir haben Pauschaltouristen und Rucksackreisende, aber auch Geschäftsleute."

 

Eine wachsende Tätergruppe finde sich unter den deutschen Frührentnern, die fest in Thailand lebten. Sie hätten regelrechte pädophile Netze aufgebaut. "Die Kinder, die oft von ihnen abhängig sind und von ihnen versorgt werden, nennen sie Sugar Daddies."

 

"Polizei und Staatsanwälte tun sich schwer bei der Aufklärung in Thailand", sagt Maurer. Deshalb habe sie schon öfter vor Ort Beweise gesammelt und mit den Ermittlungsbehörden zusammengearbeitet. Nach ihrer Erfahrung gebe es "nur punktuelle Erfolge" gegen Pädophile. "Es existieren nach wie vor in Thailand Gebiete wie etwa Pattaya, die fest in pädokrimineller Hand sind."

 

ECPAT arbeitet deshalb auch mit Reiseveranstaltern zusammen und versucht, sie für das Problem zu sensibilisieren. Ein weiteres Arbeitsfeld ist der Kampf gegen Kinderpornografie im Internet. Im Fall des Jesuiten-Paters E. in Frankfurt steht für Mauter jetzt die Aufklärung im Vordergrund. Das Gespräch mit dem Täter hält sie "nicht für vorrangig". Fr 8

 

 

Großbritannien: Um Einheit bemüht

 

„Anglican Communion Covenant“ – so heißt ein grundlegendes Konsenspapier, das derzeit allen 38 Provinzen der anglikanischen Weltgemeinschaft vorliegt. Der Text, der in jahrelanger Arbeit entstanden ist, soll die fragile Einheit der Anglikaner retten. Erzbischof Rowan Williams von Canterbury, der Primas der anglikanischen Kirche, hat das Konsenspapier vor Kurzem vorgestellt; es bemüht sich um den Entwurf einer gemeinsamen theologischen und pastoralen Vision und soll ein Prozedere festlegen, das im Fall von Auseinandersetzungen gilt.

 

„Es ist ziemlich wichtig, daran zu erinnern, was der ‚Covenant? ist und was er nicht ist – was er erreichen kann und was er nicht erreichen kann.“ Das sagt Erzbischof Williams in einer YouTube-Botschaft, die bis Montag 5316 Mal aufgerufen wurde. „Das Papier wird nicht alle Probleme lösen; es ist weder eine Verfassung noch ein Gesetzbuch, das alle Regelbrecher bestraft. Vielmehr zeigt der ‚Covenant?, wie sich bei einer Meinungsverschiedenheit verfahren lässt, um Spaltungen zu vermeiden. Und er hilft uns zu verstehen, worin unsere Gemeinsamkeit besteht, so dass wir unseren Zusammenhalt und unser Vertrauen untereinander verstärken.“

 

Der letzte der vier Teile des „Covenant“ beschäftigt sich mit dem Thema der Sexualität aus biblischer Sicht. Dieses Thema hat die anglikanische Kirche in den letzten Jahren entzweit und an den Rand der Spaltung gebracht, seit die US-Anglikaner 2003 einen bekennenden Homosexuellen zum Bischof von New Hampshire geweiht haben. Der Erzbischof von Canterbury versucht allerdings, den „Covenant“ nicht nur als Minimalkonsens darzustellen: Denn vielleicht könne der Text sogar einmal für andere Christen attraktiv werden... (webseite archb canterbury / rivista „jesus“)

 

 

 

Berlin. Solidarität mit den Jesuiten

 

Ein nachdenklicher Gottesdienst in der Pfarrei St. Canisius am Lietzensee

Von Gunda Bartels

 

Selbstvergewisserung im Glauben – das ist es, worum es hier heute beim Hochamt in St. Canisius, einen Steinwurf vom Lietzensee entfernt, geht. Bei den Gemeindegliedern der Jesuitenpfarrei in der Witzlebenstraße und noch mehr beim Prediger, Pater Bernhard Heindl selbst. Zu Beginn des Gottesdienstes begrüßt er die Gemeinde mit den Worten: „Schon letzten Sonntag haben wir an dieser Stelle gesagt, wie betroffen und beschämt wir über die Vorfälle in unserer Gemeinschaft sind. Wir entschuldigen uns bei den Opfern.“ Jetzt gehe es um Aufklärung und der müsse man die nötige Zeit geben. Das „Amen“ der Gläubigen nach der anschließenden Gebetsbitte um Vergebung und göttliches Erbarmen klingt sehr entschieden.

 

Trotzdem hat der sexuelle Missbrauch von Schülern durch Jesuitenpatres die gutbürgerlichen Charlottenburger schockiert. Aber, sagt eine junge Frau, die mit Mann und Baby die vorher stattfindende Familienmesse besucht hat, „man muss unterscheiden, was ein Orden macht und was eine Gemeinde leistet.“ Ihr Vertrauen in die zum Forum der Jesuiten gehörende Pfarrei sei ebenso wenig irritiert wie ihr Glaube.

 

Auf ganz so viel Gelassenheit der Gemeindeglieder setzt Prediger Heindl beim Hochamt nicht. „Wir wollen uns lösen von dem, was uns die letzten Tage so stark bewegt hat und uns notgedrungen und notwendigerweise weiter bewegen muss“, sagt er. Und zieht die Auslegung der Geschichte aus dem Lukas-Evangelium, wo Jesus am See Genezareth den Fischer Simon Petrus zu seinem Jünger macht („von jetzt an wirst du Menschen fangen“) als persönliche Berufungsgeschichte auf. Christliche Berufung sei es, eine existenzielle Verbindung mit Gott einzugehen, sagt der Pater. Der Wunsch, „mit allem, was ich bin, habe und kann, Gott Gehör zu verschaffen“. Bei ihm sei es keine spektakuläre Entscheidung gewesen und er habe lange bezweifelt, tatsächlich Menschenfischer zu sein.

 

Wie es kommt, dass man als Priester zum Moralapostel mutiere, dieser Mechanismus sei ihm selbst nicht klar. „Moral ist etwas Sekundäres“, stellt der Prediger fest, „hier drinnen aber muss Gott das Primäre sein.“ Und hinterher betont Pater Heindl, der der Leiter der Katholischen Glaubensinformation im Erzbistum Berlin ist, wieder, dass die Kirche für ihn ein heiliger Raum geistlicher Auseinandersetzung ist und eine Kanzel kein Ort für Moralpredigten. Die gibt es im selten transparenten, transzendenten Kirchenraum eh nicht. St. Canisius ist der gelungenste moderne Sakralbau der Stadt. Nebenan im Forum sitzen die Glaubensschule St. Ignatius und die Jesuitenflüchtlingshilfe. „Unsere Jesuiten sind so engagiert, die haben Unterstützung verdient“, sagt eine ältere Frau beim Rausgehen. Deswegen sei sie heute zum Gottesdienst gekommen, aus Solidarität. Gunda Bartels  Tsp 8

 

 

 

 

Benedikt: Kirche verurteilt jede Form von Kindesmissbrauch

 

„Jesus nannte die Kinder als Vorbild, um in das Reich Gottes zu gelangen. Seine Lehre über die Kinder und seine Zärtlichkeit im Umgang mit ihnen sind uns heute Appell zu Sorge und Respekt ihnen gegenüber.“ Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Montag bei einer Ansprache vor der Vollversammlung des päpstlichen Familienrates in Rom. Christus folgend habe die Kirche im Laufe der Jahrhunderte den Schutz der Würde und der Rechte Minderjähriger gefördert und sich selbst ihrer angenommen, so Benedikt. Leider gebe es einige Glieder der Kirche, die diese Rechte verletzt hätten, so der Papst mit Blick auf die jüngsten Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche. Diese Kirchenmitglieder verhielten sich damit entgegen ihrem Auftrag. Ein solches Verhalten habe die Kirche zu jeder Zeit missbilligt und verurteilt. Und genau das werde sie auch weiter tun, so Benedikt. Jesus habe harte Worte benutzt gegen die, die „einen dieser Kleinen zum Bösen verführt“ hätten.

 

Es sei vor allem die Familie, basierend auf der Ehe von Mann und Frau, die Kinderrechte gewährleiste, so der Papst weiter. Er verwies dabei insbesondere auf die UN-Kinderrechtskonvention, die in diesem Jahr 20 Jahre alt wird und Thema bei der Versammlung des päpstlichen Familienrates ist. Der Heilige Stuhl begrüße diese Konvention, da sie neben dem Schutz von Kindern vor Verwahrlosung, sexuellem Missbrauch und Ausbeutung durch Kinderarbeit auch positive Aussagen zu Adoption, Gesundheitsversorgung, Erziehung und zum Behindertenschutz enthalte. (rv 8)

 

 

 

 

 

Kölner Edith Stein-Archiv: Zeugnis geben und erinnern

 

Edith Stein steht wie keine Zweite im 20. Jahrhundert für ein kompromissloses Glaubenszeugnis. Nun bekommt die Karmelitin, die als gebürtige Jüdin in Auschwitz den Tod gefunden hat, ein eigenes Archiv. An diesem Sonntag wurde es in Köln eröffnet. Der Neubau enthält ein Magazin mit 25.000 Handschriften, einen Lesesaal zu Forschungszwecken und ein kleines Museum mit Informationen über Leben und Werk der Heiligen. Steins „große Weite des Geistes“, die in ihrem philosophischen Werk und persönlichen Werdegang auszumachen sei, machten die mutige Zeitzeugin für viele Menschen so anziehend. Das meint die Leiterin des Stein-Archivs, Karmelitenschwester Antonia Sondermann, im Gespräch mit dem Kölner Domradio:

 

„Sie hat versucht, die mittelalterliche Philosophie mit der modernen Denkweise zu verbinden und an dieser Stelle zu vermitteln versucht. Ihre Hauptfrage war: Was ist der Mensch? Ihr ging es aber auch vor allem darum, nach dem Geheimnis des Menschen zu fragen und dann eben zu schauen, was der Mensch in Bezug auf Gott ist. Und da gibt es zahlreiche Gedichte, Gebete und geistige Schriften, die noch mehr Zeugnis ablegen über ihren geistlichen Weg als über ihre Forschung.“ (domradio 8)

 

 

 

 

Times Mager. Zölibat

 

Skandal im Sperrbezirk: Die jüngsten Missbrauchsfälle an jesuitischen Schulen scheinen wieder einmal zu bestätigen, dass Pädophilie und Päderastie einfach zur römisch-katholischen Kirche gehören. Und glaubt man einem weit verbreiteten Vorurteil, dann hat dies vor allem mit ihrer repressiven Sexualmoral zu tun. Eine frei ausgeübte, eine befreite Sexualität, so müssen wir das im Umkehrschluss verstehen, ist in jedem Fall das beste Mittel, um dergleichen Perversionen zu vermeiden.

 

Eine entsprechende Forderung an den Vatikan wäre also, den Zölibat abzuschaffen und gleich noch, gewissermaßen als große Lockerungsübung, den Frauen endlich die Priesterordination zu erlauben.

 

Nun weiß man allerdings, dass pädophile Neigungen auch dort im beträchtlichen Maße zum Zuge kommen, wo weit und breit keine Kirche in Sicht ist, weder eine katholische noch eine protestantische Überall dort eigentlich, wo wir es mit starken Abhängigkeitsverhältnissen zwischen Alten und Jungen zu tun haben, etwa in Schulen, Familien. Wenn die repressive Sexualmoral ein Grund für sexuelle Perversionen ist, haben wir es folglich mit einem gesamtgesellschaftlichen und nicht bloß religiösen oder konfessionellen Phänomen zu tun.

 

Mit anderen Worten: Lassen wir den wenigen Menschen, die sich für ein Leben im Zölibat entschieden haben, ihre Würde und und ihr gutes Recht. In Wahrheit ist ihr Verzicht eine ständige Provokation für die auf unbedingte, auch sexuelle Verfügbarkeit zielenden Konsumimperative unserer säkularen Gesellschaften. Enthaltsamkeit ist auch eine Form der Kritik am Bestehenden.

Christian Schlüter FR 9

 

 

 

 

 

Botschafter Gazzo: „Kruzifix-Urteil muss nicht Schule machen“

 

Das Anbringen von Kruzifixen in italienischen Klassenzimmern verstößt an staatlichen Schulen gegen die Europäische Menschenrechtskonvention. Das hatte der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte vergangenen November in Straßburg entschieden – was aber nicht Schule in anderen EU-Ländern machen muss. Das findet zumindest der Botschafter der Europäischen Union beim Heiligen Stuhl, Yves Gazzo. Im Gespräch mit Radio Vatikan sagte er:

 

„Das Kruzifixurteil ist ja keine EU-Resolution. Ich persönlich denke, dass wir die verschiedenen Nationen in Europa solche Fragen selbst in die Hand nehmen lassen sollten. Denn das entspricht dem spezifischen Verhältnis zwischen den Mitgliedsstaaten und den Institutionen der EU. Zu diesem Zeitpunkt schiene mir eine generelle Vorgabe für alle Länder falsch. Denn die Hintergründe in den einzelnen Ländern unterscheiden sich zu stark. Während Italien sehr stark katholisch geprägt ist, gibt es zum Beispiel anderswo mehrheitlich Orthodoxe. Und diese Unterschiedenheit könnte man in einer übergeordneten Vorgabe nicht berücksichtigen.“ (rv 8)

 

 

 

Reformierte Kirche. Der gottlose Pfarrer

 

Den Haag. Es ist wie fluchen in der Kirche, nur schlimmer. Ein Pfarrer, der in der Sonntagspredigt von der Kanzel herab verkündet: Gott gibt es nicht. Das tut der reformierte niederländische Pfarrer Klaas Hendrikse nun schon eine ganze Zeit lang. Mehr noch: Er hat sogar ein Buch geschrieben, um seine ketzerischen Ansichten zu untermauern. Titel: "Glauben an einen Gott, den es nicht gibt".

 

Viele Mitglieder in seiner Gemeinde im pittoresken seeländischen Hafenstädtchen Zierikzee waren über die Predigten ihres Pfarrers dermaßen empört, dass sie forderten, der Geistliche müsse aus der Kirche ausgeschlossen und des Amtes enthoben werden.

 

Die regionale Kirchenleitung der südwestlichen niederländischen Provinz Zeeland nahm sich daher den Fall vor. Wochenlang debattierten die Kirchenoberen, die zur Protestantischen Kirche der Niederlande (PKN) gehören, den Fall Hendrikse. Nun kamen sie mit einem Urteil. Es ist genauso überraschend und paradox wie die Ansicht des Pfarrers, der nicht an Gott glaubt. Es lautet nämlich: Pfarrer Hendrikse darf Pfarrer bleiben. Er darf auch weiterhin von der Kanzel verkünden, dass es keinen Gott gibt. Er wird nicht aus der protestantischen Kirche ausgeschlossen.

Hendrikse wundert sich über seine Kirche

 

Wie das? "Wir müssen ertragen können, dass ein Pfarrer sagt, Gott bestehe nicht. Das ist Teil der theologischen Debatte. Eine solche Meinung tastet die Fundamente der Kirche nicht an." So begründet Pfarrer Michiel de Zeeuw, einer der Kirchenoberen aus der PKN, den überraschenden Entscheid. "Wir müssen weg von dem Gottesbild, das manche haben, die sich Gott als einen alten Mann mit einem langen Bart vorstellen."

 

Dann macht de Zeeuw noch einen Vergleich: "Der Nationalsozialismus hat die Fundamente der Kirche angetastet. Ein Pfarrer konnte und durfte kein Nazi sein. Das war und ist unvereinbar mit unserem Glauben."

 

Pfarrer Klaas Hendrikse ist selbst verwundert, dass er wegen seiner Ansichten nicht aus der Kirche ausgeschlossen wird. "Natürlich greife ich mit meiner Meinung und mit meinem Buch die Fundamente der Kirche an und stelle sie in Frage", sagt er. "Wenn ich trotzdem in der Kirche bleiben darf und meine Ansichten toleriert werden, dann taugen die Fundamente dieser Kirche nicht."

 

Die Debatte über die Frage, ob es einen Gott gibt, ist aber noch lange nicht zu Ende. Die PKN will jetzt eigens eine Synode organisieren, auf der einzig und allein diese Fragestellung debattiert werden soll. Der Fall des ungläubigen Pfarrers Klaas Hendrikse wird in den Diskussionen die zentrale Rolle spielen. VON HELMUT HETZEL  FR 9

 

 

 

 

Italien: Bischof lobt Karneval

 

Im Schweizer Bistum Chur sollen – das wissen wir seit diesem Sonntag – keine Narrenmessen „mit Guggenmusik“ mehr stattfinden. Der traditionsreiche Kölner Karneval ist von diesem Bannstrahl glücklicherweise nicht betroffen – und auch nicht, auf der anderen Seite der Alpen, der Karneval von Viareggio: Der wurde an diesem Sonntag gefeiert, und natürlich war auch der Bischof von Lucca dabei. Zwar gibt es in dem toskanischen Städtchen Viareggio den Karneval erst seit 1873, aber mit seinen phantasievollen Motivwagen gehört der Umzug (die so genannte „corsa“) zu den buntesten in Europa. Bischof Italo Castellani:

 

„Wenn man`s richtig bedenkt, ist das Christentum doch gleichbedeutend mit Freude. Christen sind doch Zeugen der Freude und des Übermuts! Natürlich ist das eine motivierte Freude – eine tiefe, weil sie mit dem tiefen Sinn des Lebens zu tun hat. Freut euch allezeit im Herrn, sagt uns die Schrift – das ist der Grund, auf dem wir stehen. Und darum finde ich es gut, dass auch einige Pfarreien von Viareggio und aus dem Umland eigene Motivwagen für den Umzug gebastelt haben!“

 

Viareggio war im Sommer Schauplatz einer Tragödie: Bei einem Zugunglück mitten in der Innenstadt kamen mehr als zwanzig Menschen ums Leben; in den letzten Wochen kam es zu einer Überschwemmungskatastrophe und zu einem Erdrutsch. „Wir sind eine fragile Gegend“, sagt Bischof Castellani – und findet gerade deshalb Karneval wertvoll: Er sorge für ein „gesundes Zusammenfinden der Menschen”.

(rv 8)

 

 

 

 

Canisius-Kolleg: Kein ganz normaler Schultag

 

Am Canisius-Kolleg ging der Unterricht wieder los. "Der erste Schultag war ganz normal", sagt eine Schülerin. Aber ganz so normal ist er offenbar nicht.

 

Abgeschirmt. Schüler und Eltern des Canisius-Kollegs wollen ihre Ruhe haben. Am ersten Schultag nach den Winterferien sicherten Wachleute das Gelände des jesuitischen Gymnasiums in Tiergarten. Das Erzbistum will am Dienstag mit katholischen Schulleitern beraten, was bei der Präventionsarbeit gegen sexuelle Übergriffe verbessert werden kann. Foto: Georg Moritz Georg Moritz

Von Claudia Keller und Rita Nikolow

 

Das Canisius-Kolleg ist gut bewacht an diesem Montag, dem ersten Schultag nach den Winterferien: Dunkelblau und schwarz gekleidete Wachmänner stapfen durch den Schnee um das Schulgebäude herum und passen auf, dass kein Unbefugter auf das Gelände des jesuitischen Gymnasiums kommt.

 

„Der erste Schultag war ganz normal“, sagt eine Schülerin, die auf dem Bürgersteig vor den Schule steht und offensichtlich genug hat von den Fragen der vielen Reporter. „Na ja, ganz so ist es nicht“, sagt ein 17-Jähriger und zeigt auf den Wachschutz. Und er erzählt von der „predigtartigen“ Rede, die der Rektor Pater Klaus Mertes in der dritten Stunde in der Turnhalle gehalten hat: „Der Schulleiter hat gesagt, dass wir wunderbare Schüler sind. Und auch, dass unsere Schule wunderbar ist und es auch bleiben wird.“ Mertes habe sich auch zum dritten, vergangene Woche bekannt gewordenen Missbrauchstäter geäußert: Dieser sei von 1970 bis 1971 Lehrer am Canisius-Kolleg in Tiergarten gewesen und habe von 1976 bis 1981 in Berlin als Lehrer an der katholischen Liebfrauenschule und als Jugendseelsorger gearbeitet.

 

In seiner Ansprache, die in brieflicher Fassung auch den Eltern zuging, hat der Schulleiter versichert, dass sich bislang kein Schüler abgemeldet habe – und auch keine Bewerbung zurückgezogen worden sei. Für die Zukunft gelte: Nicht wegzuschauen, wenn Gewalt geschehe.

 

„Ich bin mir sicher, dass mein Kind an dieser Schule gut aufgehoben ist“, sagt ein junger Vater, der um 14 Uhr seinen Sohn abholt. Und ein Schüler betont, er gehe weiterhin sehr gerne auf diese Schule – auch wenn er sich in den Ferien im Bekanntenkreis ein paar „blöde Bemerkungen“ anhören musste. „Ich schätze an meiner Schule die offenen Diskussionen, vor allem im Geschichtsunterricht“, sagt er.

 

Unterdessen ist sich die Berliner Staatsanwaltschaft sicher, dass der sexuelle Missbrauch von Schülern am Canisius-Kolleg in den 70er und 80er Jahren keine strafrechtlichen Konsequenzen hat. „Die Taten sind verjährt“, sagte der Sprecher der Anklagebehörde, Martin Steltner, am Montag. Es seien rund 20 Fälle geprüft worden. Wie ebenfalls am Montag bekannt wurde, hat sich der des sexuellen Missbrauchs von Schülern verdächtigte frühere Lehrer am Canisius-Kolleg, Wolfgang S., in einem Brief gegen die Vorwürfe zur Wehr gesetzt. „In dem Brief schreibt S., dass es sich bei seinen Taten nicht um sexuellen Missbrauch im schweren Sinn gehandelt habe“, bestätigte Thomas Busch, der Sprecher der deutschen Jesuitenprovinz. Wolfgang S. gebe in dem Brief an, Schüler „mit beträchtlicher Härte“ geschlagen zu haben, nicht aber sexuellen Kontakt zu ihnen aufgenommen zu haben. Er bestehe auch darauf, dass er weder homosexuell noch pädophil sei. Der Brief sei im Januar in Chile verfasst worden. „Inhaltlich deckt er sich mit unserem derzeitigen Ermittlungsstand“, sagte Busch. Der 65-jährige Wolfgang S. war von 1975 bis 1984 als Deutsch-, Religions- und Sportlehrer am Canisius-Kolleg sowie weiteren Jesuitenschulen in Hamburg und im Schwarzwald tätig. Danach ging er für den Orden nach Spanien und Chile.

 

Im Erzbistum Berlin ist neben dem aktuellen Verdachtsfall in der Gemeinde Heilig-Kreuz in Hohenschönhausen noch ein weiterer Fall bekannt geworden, sagte Bistumssprecher Stefan Förner. Dieser habe sich 1952 in einer katholischen Gemeinde ereignet, nicht an einer Schule. Berlins Erzbischof Georg Kardinal Sterzinsky habe vor einigen Jahren von einem Opfer davon erfahren. Nachforschungen hätten ergeben, „dass der Täter vermutlich verstorben ist“, sagte Förner. Deshalb habe man den Fall nicht weiter verfolgt.

 

Stefan Dybowski, der Missbrauchsbeauftragte der katholischen Kirche in Berlin, will am heutigen Dienstag die Leiter der 21 katholischen Schulen im Erzbistum ins Konsistorium einladen, um darüber nachzudenken, „ob es irgendwo Lücken gibt“. Laut Bistumssprecher Förner soll es unter anderem darum gehen, wie man die Vertrauenslehrer noch besser auf die Thematik Missbrauch vorbereiten, wie man das Schulklima insgesamt verbessern könne, damit keine Tabus entstehen. Auch soll darüber gesprochen werden, wie man vielleicht im Sexualkundeunterricht den Kindern noch besser vermitteln könnte, dass sie sich wehren müssen, wenn ihnen ein Lehrer zu nahe tritt, und sich bei Grenzverletzungen an den Vertrauenslehrer wenden sollen. Zu der Frage, warum es oft Jahrzehnte dauere, bis sich Menschen, die von katholischen Geistlichen missbraucht wurden, an die Öffentlichkeit wenden, wies Bistumssprecher Stefan Förner auf das „überhöhte Bild vom katholischen Priester“ hin, das in der Gesellschaft existiere. Die Überhöhung mache es Opfern schwerer, sich darüber klar zu werden, was geschehen ist. Förner hat Verständnis, wenn sich Opfer zuerst an die Polizei wenden anstatt an die Kirche. Die 2002 von der Bischofskonferenz erlassenen Richtlinien zum Umgang mit Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche sehen vor, dass zunächst innerhalb der Kirche ermittelt wird, ob sich ein Verdacht bestätigt. Erst danach soll bei einem schweren Vergehen Anzeige erstattet werden.  Tsp 9

 

 

 

 

Schoeps: „Zentralrat braucht neues Selbstverständnis“

 

Die Präsidentin des Zentralrats der Juden in Deutschland, Charlotte Knobloch, verzichtet auf eine weitere Amtszeit. Das hat die 77-Jährige am vergangenen Sonntag bei einer Sitzung ihres Gremiums in Frankfurt bekannt gegeben – nachdem zuvor zahlreiche Spekulationen über einen möglichen Verzicht durch die Medien gegeistert waren. Als möglicher Nachfolger für die Neuwahl im Herbst gilt Vizepräsident Dieter Graumann. Er wäre der erste Spitzenrepräsentant des Zentralrats, der den Holocaust nicht mehr selbst miterlebt hat. Das fordere den Zentralrat in besonderer Weise heraus, meint der Direktor des Moses Mendelssohn Zentrums für europäisch-jüdische Studien in Potsdam. Julius Schoeps:

 

„Es gibt eine ganze Reihe von Problemen, die sich stellen werden. Ich bin mir nicht so ganz sicher, ob sich die Nachgeborenen noch als moralische Instanz zu Wort melden können, wie Charlotte Knobloch es noch konnte. Die jüdische Gemeinschaft in Deutschland muss sich über ihre Identität klar werden: Wer sind wir? Was ist unsere Rolle in der Bundesrepublik? Wo können wir uns zu Wort melden und wo sollten wir lieber schweigen?“ (rv 8)

 

 

 

Kritik an Islamkritikern. Die Freiheit der Anderen

 

In der Debatte um Islam und Islamismus versuchen urdeutsche Feuilletonisten drei Einwandererkindern das Wort zu verbieten. Doch die Diskussion braucht beide Seiten. VON CIGDEM AKYOL

 

BERLIN - Der Pranger war im Mittelalter ein Schandpfahl, an dem Verbrecher öffentlich zur Schau gestellt wurden. Das Volk konnte den Missetäter anglotzen, mit faulem Essen bewerfen und beschimpfen. Heute ist der Pranger ein medialer, und eine Straftat muss niemand mehr begehen. Es reichen Zeitungsseiten aus, um vorgeführt zu werden - und momentan geschieht dies im deutschen Feuilleton. Am Pranger stehen ein polnischer Jude, eine türkische und eine türkisch-kurdische Muslimin. Journalisten haben in den letzten Wochen in einem Artikelschwarm den Publizisten Henryk M. Broder, die Juristin Seyran Ates und die Soziologin Necla Kelek angegriffen - alle sind sie hauptberuflich Islamkritiker. Und meist reichten den Zeitungsmachern ein paar Zitate, um zu belegen, dass die drei "Hassprediger" seien.

Bei der Auseinandersetzung wurde schnell klar, dass es nicht um den Islam geht, sondern um die Frage, wer überhaupt diskutieren darf. Auf der einen Seite stehen urdeutsche Feuilletonredakteure, die dem Trio am liebsten ganz das Wort entziehen würden. Auf der anderen Seite stehen Polemiker mit Migrationshintergrund, die sich für ihr Dasein und ihre politische Einmischung ins deutsche Feuilleton rechtfertigen sollen. Grund: Sie seien zu pathetisch, zu rigoros, zu wenig differenziert. Also: Mund halten!

Richtig ist, dass alle drei den Grenzgang pflegen, Skandale zu inszenieren versuchen und sich selbst vermarkten. Seyran Ates scheiterte in ihrem letzten Buch, "Der Islam braucht eine sexuelle Revolution", mit einer krampfhaften Provokation. Necla Kelek erweckt in ihrem im März erscheinenden Werk "Himmelsreise: Mein Streit mit den Wächtern des Islam" den Anschein, als führe sie den Kampf mit der von ihr kritisierten Religion ganz allein. Und wenn Henryk M. Broder fordert, die "Islamkritik" müsse ihre Kritiker "mit der Axt ins Bad" treiben, so bewegt er sich auf dem Niveau derer, die er anprangert.

Doch auch wenn die Umgangsformen von Broder, Ates und Kelek nicht die besten sein mögen - die Debatte über den Islam braucht die drei. Denn sie argumentieren aus einer Haltung heraus, die sonst in der Diskussion komplett fehlen würde: die Haltung von Menschen, die um ihre Freiheit erst ringen mussten. Sie haben sich freigekämpft und einen nicht selbstverständlichen Platz in der Gesellschaft besetzt. Dementsprechend polemisch suchen sie die Öffentlichkeit, nehmen politisch Stellung. Sie formulieren Sätze wie Ohrfeigen. Prangern eine elitäre, weiße Parallelgesellschaft an, die auf Multikulti schwört, gerne exotisch essen geht, aber in ethnisch reinen Wohngebieten lebt.

Wer die drei verstehen will, der muss zurückblicken. Henryk M. Broder, 1946 als Sohn zweier Holocaust-Überlebender in Polen geboren, kam 1958 mit seinen Eltern nach Deutschland. Er wuchs in ärmlichen Verhältnissen auf. Seine Eltern bezeichnete er als "KZ-Krüppel, die schon ausrasteten, wenn ich eine Stunde zu spät nach Hause kam."

Necla Kelek zog 1968 im Alter von neun Jahren mit ihren Eltern aus der Türkei hierher. Sie schilderte einst, der Vater habe ihr die Teilnahme am Schulsport zum Schutze ihrer Jungfräulichkeit verboten. "Der Platz auf der Ersatzbank entsprach so ganz meinem damaligem Lebensgefühl", blickt sie zurück. "Ich selbst musste mir meine Freiheit nehmen, sonst hätte ich sie nicht bekommen," sagt sie.

Im Alter von sechs Jahren kam Seyran Ates 1969 nach Berlin, wo sie mit ihren Eltern und vier Geschwistern in einer Einzimmerwohnung aufwuchs. Gegen den Widerstand ihres Vaters machte sie Abitur, riss mit siebzehn von zu Hause aus, begann ein Jurastudium und arbeitete nebenher in dem Frauenladen, in dem sie 1984 von einem türkischen Nationalisten niedergeschossen wurde.

Darf man ihnen nach diesen Erfahrungen das Recht auf polemische Reflexion absprechen? Und wenn ja, auf welche Weise geschieht dies? In der Süddeutschen Zeitung wurde Necla Kelek als eine denunziert, die Menschenrechte so fanatisch verteidige wie strenggläubige Muslime den Koran. Rechtfertigt ihr Leben das nicht?

Vor allem Necla Kelek und Seyran Ates verteidigen unsere Werte - Demokratie, Gleichberechtigung und die Achtung der Menschenrechte -, die sie sich so vehement erkämpfen mussten. Die meisten von uns genießen die von unseren Vorfahren erkämpften Rechte auf selbstverständliche und, wie die Ignoranz gegenüber den Lebensläufen zeigt, auch gedankenlose Weise.

 

Man muss die Meinungen von Henryk M. Broder, Seyran Ates und Necla Kelek nicht teilen - vieles ist maßlos und selbstgerecht. Aber wenn wir ihnen einen Maulkorb aufsetzen, wird die Debatte nur noch von urdeutschen Intellektuellen geführt. Da kann man nur sagen: "Hurra, wir kapitulieren"! Taz 9