Notiziario religioso 1-2 Febbraio 2010
Lunedì 1. Il commento al Vangelo. La potenza di Gesù contro i demoni
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 5,1-20) commentato da P. Lino Pedron
1 Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 2 Come scese dalla barca, gli venne incontro dai
sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 3 Egli aveva
la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con
catene, 4 perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre
spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 5
Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si
percuoteva con pietre. 6 Visto Gesù da lontano,
accorse, gli si gettò ai piedi, 7 e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in
comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro,
in nome di Dio, non tormentarmi!». 8 Gli diceva infatti:
«Esci, spirito immondo, da quest'uomo!». 9 E gli domandò: «Come ti chiami?».
«Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 10 E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da
quella regione.
11 Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al
pascolo. 12 E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci
da quei porci, perché entriamo in essi». 13 Glielo permise. E gli spiriti
immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone
nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare. 14 I
mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la
gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.
15 Giunti che
furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che
era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16 Quelli che avevano visto
tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei
porci. 17 Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 18
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato
indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. 19 Non glielo permise,
ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia
loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». 20 Egli
se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano
meravigliati.
Abbiamo già
conosciuto la potenza di Gesù contro i demoni (cfr Mc 1,21-28; 1,34; 3,11-12). Ma qui c’è qualcosa di nuovo: siamo nel territorio dalla Decapoli (che significa dieci città), in terra pagana, dove
il potere di satana ha maggiore solidità.
Segno concreto
della terra pagana è quel numeroso branco di porci al pascolo sul monte (luogo
riservato al culto e alla preghiera). Il porco è animale immondo, aborrito
dagli ebrei, e che può trovarsi solo in una terra immonda e pagana.
Nell’indemoniato geraseno prevale un istinto di morte: odia la vita degli
altri e danneggia la propria, vive nei sepolcri… Il
demonio che tiene schiavo quest’uomo si chiama legione: una coalizione
di demoni. Combattuti e vinti in terra d’Israele, essi avevano ripiegato in
terra pagana. Nella tempesta sul mare (Mc 4, 35-41) avevano
tentato di fermare l’avanzata vittoriosa del Cristo. Gesù, superata la linea di
sbarramento, attacca l’impero di satana al cuore, alla sede dello stato
maggiore.
Questo indemoniato
viene considerato come il rappresentante-tipo del
paganesimo, e ciò alla luce di Isaia 65,1-4: "Mi feci ricercare da chi non
mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: Eccomi, a gente
che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle;
essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che
mi provocava sempre, con sfacciataggine. Essi sacrificavano
nei giardini, offrivano incenso sui mattoni, abitavano nei sepolcri, passavano
la notte in nascondigli, mangiavano carne suina e cibi immondi nei loro
piatti".
Questo pagano ha
un nome. In pieno testo greco, risponde con una parola latina: legione.
Ricordiamo che la legione romana era formata da seimila uomini. Questa parola
evoca la guerra, la presenza e la dominazione romana, personificata da quei
"porci" di legionari (il verro era uno dei simboli della
potenza imperiale raffigurato sulle insegne dell’esercito romano). E’ la
demonizzazione dell’esercito romano.
Per Marco che
scrive il suo vangelo probabilmente a Roma, capitale dell’impero di satana, in
piena persecuzione di Nerone, questo brano potrebbe voler dire ai cristiani:
Cristo butterà a mare questa legione di porci indemoniati (i persecutori) e
libererà la terra dal potere oppressivo dell’impero romano, che è una
manifestazione del potere di satana. A conferma di questa visione della storia
si legga Ap 13-20.
Il brano di porci
che precipita in mare è certamente una scena sconvolgente per l’"uomo
economico" di tutti i tempi. Il Signore sta liberando la terra dal male e
dal maligno, e questa liberazione è motivo di gioia, ma
questa gioia ha un prezzo salato: la perdita di duemila porci. E i geraseni non se la sentono di pagare prezzi così alti.
Sarà anche un
grande liberatore questo Gesù, ma presenta delle parcelle troppo esose. Meglio allora sopportare rassegnati la schiavitù di satana e godere
indisturbati la propria ricchezza e le proprie "porcherie". E
la loro stessa preghiera suona assurda e sconcertante: "Si misero a
pregarlo di andarsene dal loro territorio" (v. 17).
Gli uomini parlano
tanto di libertà e di liberazione, ma la rifiutano appena si accorgono che c’è
un prezzo da pagare.
Al desiderio
dell’indemoniato guarito di stare con Gesù, il Signore risponde inviandolo in
missione. Egli è diventato apostolo perché è in grado di raccontare ciò che il
Signore gli ha fatto. Il vangelo è la buona notizia di quanto Gesù ha fatto per
noi. L’evangelizzazione non è tanto un’esposizione di dottrina o di idee, ma un racconto di fatti, una narrazione di quanto
il Signore ha operato per noi.
Come Gesù iniziò a
proclamare il vangelo nella Galilea (Mc 1,14), così questo indemoniato guarito lo proclama nella Decapoli. E’
l’inizio della missione ai pagani.
De.it.press
Martedì 2. Il commento al Vangelo. Gesù portato al tempio per essere
offerto a Dio
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 2,22-40) commentato da P. Lino Pedron
22 Quando venne il
tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono
il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge
del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire
in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la
Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto
e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che
era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza
prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso
dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il
bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse
Dio:
29 «Ora lascia, o
Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei
occhi hanno visto la tua salvezza,
31 preparata da te
davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
33 Il padre e la
madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano
di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la
rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a
te una spada trafiggerà l'anima».
36 C'era anche una
profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito
sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi
rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal
tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38
Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava
del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero
tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero
ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il
bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era
sopra di lui.
Il Signore visita
il suo tempio. Egli non viene per giudicare l’inosservanza della legge, ma per
sottomettersi come uomo all’obbedienza al Padre al quale gli uomini hanno
disobbedito. Viene a pagare il debito dell’uomo.
Dio non esige il
sacrificio dell’uomo alla propria maestà (questa è la menzogna di Adamo e di
tutte le perversioni religiose), ma esige il riconoscimento di sé come dono e
sergente di vita perché possiamo attingervi in abbondanza.
Presentandosi a
Dio, l’uomo viene restituito a se stesso. Riconoscendo
che la vita dell’uomo è data da Dio, noi scopriamo l’altissimo dono della vita.
Simeone significa
"Dio ha ascoltato". Lo Spirito Santo era su di lui: per questo
ascolta e osserva la Parola. Solo gli uomini illuminati dallo Spirito sanno
spiegare esattamente la Scrittura e giudicare gli eventi della salvezza. Le
braccia di Simeone rappresentano le braccia bimillenarie d’Israele che ricevono il fiore della nuova
vita, la promessa di Dio.
Il Cantico di
Simeone si pone sulla linea della grande tradizione del Servo di Jahvé: "Io ti renderò luce
delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della
terra" (Is 49,6). Ora si
compie quanto era stato predetto: "Alzati, rivestiti di luce, la gloria
del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la
terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la
sua gloria appare in te. Cammineranno i popoli alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere" (Is
60,1-3).
Solo chi vede Gesù
salvatore può vivere e morire in pace. Solo l’incontro con
Dio può sanare la vita dal veleno della paura della morte e guarire l’uomo
dalla falsa immagine di Dio. Dietro la porta della morte non ci attende un
abisso di tenebre, ma la sala illuminata del banchetto della vita eterna.
Alla salvezza e
alla pace, già presenti nel Cantico di Zaccaria, qui si aggiunge la luce con
una chiara connotazione di universalismo: la salvezza è per tutti i popoli.
Simeone, mosso
dallo Spirito, ha riconosciuto Gesù; ora predice a Maria il destino del figlio.
La persona di Gesù è spiegata ancora oggi a noi dall’Antico Testamento.
Gesù sarà insieme
causa di caduta e di risurrezione per le moltitudini d’Israele, perché porta
una salvezza "scandalosa" che nessuno è in grado di accettare. Gesù
contraddice ogni pensiero dell’uomo. E’ scandalo e follia. Per questo tutti lo
contraddicono, si scandalizzano di lui e cadono.
Viene qui adombrato il mistero della morte e risurrezione del
Signore che come spada attraverserà il cuore di ogni discepolo e di tutta la
Chiesa, di cui Maria è figura.
Alla parola dura di condanna, di contraddizione e di spada, subentra la
parola di felicitazione, di conforto e di sostegno. Il nome della profetessa e
quelli dei suoi avi significano salvezza e benedizione. Anna vuol dire: Dio fa
grazia; Fanuele: Dio è luce; Aser:
felicità.
I nomi non sono
privi di significato. E qui il loro significato illumina e immerge tutto nello
splendore della gioia, della grazia e della clemenza di Dio. Il tempo
messianico è tempo di luce piena.
Anna è
tratteggiata come luminoso esempio delle vedove cristiane. "Colei che è
veramente vedova ed è rimasta sola, ha messo la speranza in Dio e si consacra
all’orazione e alla preghiera giorno e notte" (1Tm 5,5).
Illuminata dallo
Spirito Santo, Anna riconosce il Messia nel bambino che Maria porta al tempio.
Facendo seguito a Simeone, loda Dio e parla continuamente di Gesù a tutti
quelli che aspettano "la redenzione di Gerusalemme" (v. 38).
Nel tempio di
Gerusalemme si svelano due aspetti: la contraddizione nei confronti di Gesù e
l’accoglienza nella fede, la condanna e la salvezza, la caduta e la
risurrezione.
Da Gerusalemme,
nel cui tempio viene innalzato il segno, s’irradia la
luce che rischiara i pagani e si manifesta la gloria d’Israele.
Ciò accade ora,
mentre Gesù viene nel tempio; e accadrà ancora più chiaramente quando sarà
"assunto" in Gerusalemme, cioè innalzato nella gloria. Allora si
radunerà il nuovo popolo di Dio, e i suoi messaggeri da Gerusalemme si
diffonderanno in tutto il mondo per raccogliere i popoli attorno al segno di
Cristo. De.it.press
Teologia e migrazioni1. Spunti di riflessione
“Le migrazioni
politiche, economiche e religiose di singole persone e di intere
comunità non sono un fenomeno marginale che esige risposte di emergenza, ma
sono divenute un fenomeno strutturale che coinvolge tutte le nazioni ed incide
profondamente sulla vita sociale, culturale, religiosa ed economica delle
nazioni di partenza e di accoglienza”2.
Nel giro di pochi
decenni la Germania da nazione prevalentemente sassone è divenuta
sempre più multiculturale. Anche il panorama religioso registra cambiamenti
considerevoli non solo per la compresenza di molte religioni con i loro organismi e le
loro strutture, ma anche perché all’interno della chiesa cattolica il peso,
almeno numerico, dei cattolici di altra madre lingua diviene sempre più
rilevante.
Una teologia in contesto migratorio
Quali strumenti ci
offre la teologia per interpretare correttamente questo segno dei tempi? Nonostante esista una abbondante
letteratura scientifica concernente le migrazioni, i teologi hanno finora
rivolto uno sguardo discontinuo al fenomeno.
Il Diritto
Canonico e le migrazioni
da una ricerca bibliografica su scienze teologiche e
migrazioni risulta che “la disciplina teologica che più di ogni altra ha
affrontato in modo sistematico il fenomeno migratorio è il Diritto Canonico. I
saggi di questa disciplina teologica forniscono le interpretazioni e le
indicazioni più puntuali. Essi analizzano i documenti del Magistero, mettendo in evidenza la pluralità di metodi pastorali
proposti. Di fatto i nuovi Codici di Diritto Canonico, sotto la spinta del Concilio Vaticano II, danno uno spazio ragguardevole
al fenomeno della mobilità”3.
Il Diritto
Canonico – come del resto molti documenti del Magistero – è in primis
preoccupato delle strutture pastorali. I canonisti pertanto, nell’analisi dei
possibili approfondimenti, mettono in evidenza dei
settori che richiedono un approfondimento, quali il tema dell’incardinazione
dei missionari nelle diocesi di arrivo, la natura della relazione della chiesa
a qua, il rapporto tra apostolato tra i migranti e il carisma di un particolare
istituto, il ruolo del delegato o del coordinatore, i rapporti bi e
multilaterali tra chiese di partenza e di arrivo.
Nelle prese di
posizione del Magistero o di singoli Vescovi esistono, tuttavia, dei segnali
confortanti, che vanno al di là della disciplina
canonica – sempre necessaria perché spesso è l’unica istanza a tutelare i
diritti religiosi dei migranti – e che ci fanno intuire come sia la sfida
ecclesiologica della cattolicità quella che oggi dobbiamo affrontare e
applicare alla pastorale migratoria4.
Altrimenti
continueremo ad assistere ad analisi sociologiche e a sempre nuove proposte
pastorali che non garantiscono una crescita nella pratica della cattolicità da
parte di tutti, perché non fondati su principi teologici.
Teologia pastorale
e migrazioni
Inizialmente
l’interesse degli studiosi e degli agenti pastorali verte sulla domanda: “Con
quali strutture si
assistono i migranti?”. Ciò è motivato dal forte legame tra organismi “assistenziali” e migrazioni e da una politica che insiste su
una presenza temporanea dei migranti. Predomina così, in nome della diakonia, la lettura caritativa-assistenziale
del fenomeno. Si assiste intanto alla nascita di sempre nuove strutture e
all’impiego sempre più consistente di sacerdoti dediti ai migranti.
Diventa presto
necessario rispondere alla domanda: “Come si assistono i migranti?”. Le
missioni linguistiche, sollecitate dal Magistero, si impegnano
ad attuare una pastorale specifica e specializzata. Ciò comporta tenere in
debito conto la religiosità della popolazione immigrata, il suo status di
marginalità rispetto alla società di accoglienza, la sua instabilità, la
mancanza di un progetto di vita ben definito, la dispersione della popolazione
emigrata sul territorio5.
I missionari per i
migranti sono guidati da questo principio: “L’integrazione del
diversi gruppi in una medesima comunità locale non può significare soppressione
delle diversità culturali, di tradizioni, di usanze, di forme di espressione
religiosa dei distinti gruppi, bensì accoglienza di quelle ricchezze di cui
ciascuno è portatore, lasciando al tempo
e alla libera decisione di persone e di gruppi l’assunzione, in tutto o in
parte, dei costumi locali”6.
L’attenzione quasi
esclusiva per i migranti favorisce la formazione di “chiese parallele”7. Ma
questo parallelismo è favorito anche da altri fattori, quali l’ideologia del
“lavoratore ospite”, che richiede una “carità passeggera”, l’interpretazione pauperistica dei
migranti8 considerati come persone da assistere e sui cui riversare il proprio
know-how caritativo: oggetti di assistenza, non soggetti attivi e protagonisti
della vita della Chiesa.
Questo quadro
tende a favorire l’emarginazione del lavoro pastorale delle missioni, non considerate parte vitale e vitalizzante dell’attività della
chiesa locale.
La pastorale di
conservazione, tipica della prima fase della cura dei migranti, seppure
essenziale e importante, non è esente da alcuni
pericoli, quali la frammentazione, il ghetto. Nel prevalente modello pastorale
monoculturale, talune parrocchie e missioni linguistiche avevano optato per un disinteresse reciproco. Le parrocchie si erano
poste l’interrogativo: “Che cosa devo fare per cambiare i migranti?”. Le
missioni linguistiche si erano chieste: “Come trattenere i migranti attorno a
noi?”. Sarebbe stato più cristiano se ambedue le strutture si fossero chieste:
“Come devo cambiare il mio atteggiamento per essere
più accogliente e cattolico?”. La domanda fondamentale, infatti, non riguarda
tanto la propria essenza (“Chi sono”), quanto piuttosto la pratica dell’amore
verso gli altri : “Per chi sono?”.
Si prende così
coscienza, seppure lentamente, dei limiti di una pastorale monoetnica
in quanto essa rischia di tenere chiuse le comunità
dentro se stesse, cullandole nell’eresia dell’autosufficienza9. Si fa strada una nuova prospettiva improntata alla
corresponsabilità e alla volontà di far crescere la comunione fra le diverse
realtà pastorali10. La ricerca di una nuova impostazione pastorale, pur
inficiata di semplificazioni ideologiche o velleità manageriali,
intende essere il frutto di una più attenta riflessione teologica in contesto
migratorio11.
È il Concilio
Vaticano II ad esigere la transizione da un modello
monoculturale ad uno sempre più multiculturale, prendendo le distanze da una
visione uniforme della identità culturale cattolica. In questo cambiamento le
migrazioni hanno giocato un
ruolo determinante. La molteplicità e varietà alla quale
contribuiscono i vari gruppi immigrati diventa invito all’universalità e
cattolicità della Chiesa, incidendo su tutti gli aspetti della vita cristiana:
dalla liturgia alla catechesi, dalla predicazione ai rapporti vicendevoli per
un mutuo arricchimento.
Leggiamo nella
Lumen Gentium: Per divina Provvidenza è avvenuto che
varie Chiese, in vari luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro successori,
durante i secoli si sono costituite in vari
raggruppamenti, organicamente congiunti, i quali, salva restando l'unità della
fede e l'unica costituzione divina della Chiesa universale, godono di una
propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio patrimonio
teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto le antiche Chiese
patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre a modo di
figlie, colle quali restano fino ai nostri tempi
legate da un più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo
rispetto dei diritti e dei doveri (Sui diritti delle Sedi patriarcali cf. CONC. DI NICEA, can. 6 per
Alessandria e Antiochia, e can. 7 per Gerusalemme: Conc. Oec. Decr., p. 8 CONC.
LATER. IV, anno 1215, Costit. V: De
dignitate Patriarcharum:
ibid. p. 212 [Dz 811]. CONC. DI FERR.-FIR.: ibid., p. 504 [Dz 1307-08; Collantes 7.159-60]). Questa varietà di Chiese locali
tendenti all'unità dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa
indivisa”12.
E nella Gaudium et spes:
“ In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di
far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di
formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di
sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i
diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi
dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo
umano”13.
Anche sotto la spinta delle migrazioni e della globalizzazione si ripensa
alla cattolicità della Chiesa, che non può essere né monolitica né
eurocentrica. Si ritorna alle origini dove il cammino
lento e arduo verso l’universalità narra l’originalità e la bellezza del piano
di Dio, che vuole riconciliare tutti a
sé in Cristo, senza che questo implichi una obliterazione delle differenze
etniche e culturali 14. Essere cattolici, infatti, significa essere universali. Essere universali non significa essere uniformi. I doni di individui o di gruppi particolari divengono una eredità
comune condivisa da tutti.
Questa nuova
visione ecclesiologica aveva portato a riscoprire la storia primitiva della
Chiesa nel suo cammino di cattolicità. Era stata data molta attenzione al
rapporto tra chiese latine e chiese orientali; si era
assistito alla nascita di nuove scuole teologiche e all’impegno per
l’inculturazione del Vangelo e della liturgia nelle giovani chiese asiatiche e
africane.
Nell’ultimo
decennio notiamo come le conseguenze di questa “riscoperta della nota della
cattolicità” vengano applicate anche al mondo delle
migrazioni, rendendo i cristiani più attenti ai contributi di gruppi di diverse
estrazione etniche e culturali.
Il modello
trinitario
Sorge spontanea la
domanda: come garantire l’unità nella diversità? Da una chiesa cattolica contraddistinta da un
certo grado di uniformità nelle sue espressioni cultuali, almeno nel rito
latino, dove andiamo ora? Se fiorisce il policentrismo che cosa succede? La nuova sensibilità verso le altre culture e espressioni religiose presenti in mezzo a noi mette in
pericolo l’unità e l’identità della chiesa cattolica e la sua tradizione,
oppure offre una preziosa opportunità per giungere ad una pratica più autentica
della cattolicità?
Siamo coscienti
che non si tratta di un processo facile e lineare. La storia è piena di
aperture, chiusure e resistenze, di successi ed
insuccessi. La stessa storia della cura pastorale dei migranti presenta quadri
assai diversificati.
Ci viene in aiuto
il modello della Ss.ma
Trinità. Soltanto una “ecclesiologia trinitaria” ci permette di rigettare sia
l’ideologia della omologazione che quella della
balcanizzazione. Il nostro è un Dio che crea la diversità come parte essenziale
del suo piano di amore15, e che rispetta quindi la singolarità e peculiarità di
ciascuno. La Chiesa si inserisce in questo progetto
divino promuovendo carismi e diversità. “La natura e la missione della Chiesa deve essere articolata in tale maniera che le identità
etniche e razziali-culturali non siano né ignorate né
idolatrate, ma piuttosto che le tradizioni etniche, razziali e culturali siano
viste come risorse importanti e come carismi nella chiesa, offerti per il bene
comune e per l’arricchimento reciproco”16.
Dobbiamo aprirci
ai diversi doni dello Spirito elargiti ai vari gruppi non semplicemente, che
non sono da considerarsi un mero ornamento, ma un contributo vitale per il bene
comune della chiesa e del mondo.
L’identità
personale e comunitaria è un dono e un mistero, che devono essere accettati,
purificati ed elevati: un progetto che ci rende partecipi del piano
trinitario nella storia.
Non dobbiamo
dimenticare che l’etnia può anche avere un potere distruttivo per cui si
richiede sempre una attenta verifica basata sulla vita
della Trinità. La difesa ad oltranza di una etnia o
cultura, infatti, porta ad una “ecclesiologia etnica”17, “dove si è greci e
quindi ortodossi, si è ortodossi perché si è serbi, ecc. Ancora peggio. Ci si qualifica ortodossi non per dirsi cristiani, ma per affermare
un’identità serba, romena o russa”. Diventando una dimensione della
cultura e dell’appartenenza etnica, la pastorale migratoria rischierebbe di
schierarsi “contro” gli altri.
Questa prospettiva
ecclesiologica fa
sì che da comunità assistita, la comunità migrante diventi comunità
significativa. Lo straniero non è più visto come problema, ma è un messaggero
di Dio, che sorprende e rompe la regolarità e la logica della vita quotidiana,
portando vicino chi è lontano. In esso la chiesa locale vede Cristo che “mette
la sua tenda in mezzo a noi”18 e che “bussa alla nostra porta” 19. La presenza
del migrante ricorda al credente come tutti siamo in cammino verso la patria.
“La vita cristiana è essenzialmente la Pasqua vissuta con Cristo, ossia un
passaggio, una sublime migrazione verso la comunione totale del regno di
Dio”20.
Possiamo quindi
affermare che Dio utilizza le migrazioni in funzione pedagogica per attuare il
suo piano di salvezza universale. Il nostro è un Dio vicino e solidale, che
desidera il bene e l’auto-realizzazione di tutte le sue creature, in vista
della costruzione della fraternità universale. Le migrazioni sollecitano la
chiesa ad essere pienamente se stessa e universale. È
una chiesa che
intraprende giorno dopo giorno il cammino21 per la piena realizzazione del
piano di Dio. Si tratta però di un cammino escatologico per arrivare al grande
banchetto che Dio sta preparando22 (anticipato fin da ora dal grande banchetto
eucaristico) in cui la diversità costituirà motivo di gioia piena e ognuno sarà
finalmente e pienamente se stesso.
Spetta a tutti noi
il compito di anticipare questa realtà escatologica con la nostra pastorale di
accoglienza! S. Giovanni Crisostomo esorta
continuamente i fedeli a praticare l’accoglienza come dovere primario del
cristiano perché l’ospite ci ricorda che siamo tutti
pellegrini sulla terra. “Dio dice: Io ho creato cielo e terra.
Anche a te do forza creatrice, fa’ sì che la terra diventi cielo; tu infatti lo puoi!”23.
Vivere la cattolicità
in modo più autentico: verso una pastorale trinitaria
Vogliamo capire
perché dobbiamo ragionare ed agire in questo modo.
Occorre cioè un approfondimento teologico per supportare scelte pastorali che
sfocino nella cattolicità. Una analisi della letteratura
teologica in contesto migratorio rivela una frammentarietà di intuizioni, se
non addirittura un silenzio, che favorisce la scelta più facile,
l’assimilazione pastorale portata da alcuni vescovi europei nei confronti dei
migranti cattolici. Perfino il documento Erga migrantes
caritas Christi24, a motivo della
sua eterogeneità, è stato utilizzato per perseguire questa scelta basata su un
concezione biologica dell’emigrazione cattolica, considerata biodegradabile
oppure ritenuta utile a riempire i posti lasciati vuoti dai cristiani
autoctoni. Dobbiamo anche fare i conti con parroci, catechisti, operatori
pastorali sia di madre lingua che di altra madre
lingua che spesso si dimostrano impreparati ad operare pastoralmente in una
chiesa locale che desidera vivere in pienezza la nota della cattolicità. Rimangono ancora sacche in cui si annida un
senso di malcelata tolleranza reciproca, in attesa che le cose ritornino alla
normalità, anche se è legittimo chiedersi se in una Chiesa che è per natura
missionaria si possa parlare di normalità25.
Dobbiamo inoltre
ricordare che i nuovi modelli pastorali proposti da varie chiese locali (unità
pastorali, parrocchie multiculturali, équipes
plurietniche, ecc.) non permettono ancora, durante questa prima fase di sperimentazione,
di monitorare il progressivo cammino verso un volto più autentico della Chiesa.
Le missioni
linguistiche poi sono oberate da problemi di personale e da tagli finanziari. Pertanto
il passaggio da una Chiesa con i migranti ad una
Chiesa in cammino26, che diviene essa stessa migrante, cattolica e comunionale, stenta a diventare realtà.
Questo è il vero
nodo della pastorale rivolta ai cattolici di altra madre lingua. Continuiamo a
discutere e ad operare in strutture e modelli legati a
molteplici interpretazioni, spesso legate a criteri finanziari, mentre oggi per
far fronte al fenomeno in modo adeguato occorre una grammatica nuova,
reperibile nella Bibbia e nell’ecclesiologia. Occorre spostare l’accento da una
pastorale pensata per mantenere e conservare ad una
pastorale missionaria in cui l’aspetto più importante non è tanto quello di
percorrere la via del rafforzamento delle strutture quanto piuttosto la via
debole della acquisizione identitaria profetica.
Occorre una “segnaletica” nuova, che indichi un popolo di Dio che sceglie di
vivere la comunione delle differenze e non l’anti-cattolico appiattimento delle
diversità.
E allora tutti
sono messi in discussione
e tutti devono convertirsi. Se si vuole percorrere le “frontiere
del nuovo”, come esige la mobilità umana, l’immigrato è invitato a riscoprire e
valorizzare la sua ricchezza, non tenendola per sé, ma donandola. A sua volta
la chiesa locale tutta è invitata a “convertirsi” per mostrare il suo tratto
più originale: “Essere una famiglia aperta a tutti, capace di abbracciare ogni
generazione e cultura, ogni vocazione e condizione di vita, di riconoscere con
stupore anche in colui che viene da lontano il segno
visibile della cattolicità”27.
Dalla pur
necessaria analisi e verifica dei possibili metodi e strumenti pastorali per
gli emigrati, si passa all’esame delle caratteristiche che la chiesa locale
deve privilegiare per praticare la pastorale
dell’accoglienza, se si prefigge di essere laboratorio permanente di
cattolicità e di comunione, che fa spazio alla diversità. La preoccupazione
principale non è quindi più quella di individuare quale sia l’alternativa tra parrocchia e missione, tra missione e
movimenti, tra parrocchie e unità pastorali, tra sacerdoti diocesani e
religiosi, tra preti e laici, ma quale forma di comunità cristiana sia
auspicabile e possibile oggi. La domanda di fondo non
è più quale ‘pastorale’ e ‘quale missione’ per gli emigrati , ma ‘quale volto
di chiesa’ si vuole privilegiare e in quale chiesa si intende praticare la pastorale
dell’accoglienza.
Questo cambiamento
induce alcuni teologi a parlare del migrante come “locus theologicus”:
luogo teologico e sacro dell’incontro con Dio, il luogo dal quale viene
elaborata la riflessione teologica. Il mondo della mobilità umana, in questa ottica, rappresenta sia l’obiettivo riflesso, sia la
fonte ispiratrice del fare teologico, nella misura in cui è in esso che Dio si
rivela.
“Le migrazioni offrono alle
singole Chiese locali l’occasione di verificare la loro cattolicità, che consiste
non solo nell’accogliere le diverse etnie, ma soprattutto nel realizzare la
comunione di tali etnie. Il pluralismo etnico e culturale nella Chiesa
non costituisce una situazione da tollerarsi in quanto
transitoria, ma una sua dimensione strutturale. L’unità della Chiesa non è data
dall’origine e lingua comuni, ma dallo Spirito di Pentecoste che, raccogliendo
in un solo popolo genti di lingue e nazioni diverse, conferisce a tutte la fede
nello stesso Signore e la chiamata alla stessa
speranza. E questa unità è più profonda di qualsiasi
altra che sia fondata su motivi diversi”28.
E Giovanni Paolo
II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte ribadisce: “L'unità della Chiesa non è uniformità, ma
integrazione organica delle legittime diversità. È la realtà di molte membra
congiunte in un corpo solo, l'unico Corpo di Cristo (cfr 1
Cor 12,12)”29.
“L’uguaglianza non
significa uniformità. È necessario
saper riconoscere la diversità e la complementarietà delle ricchezze culturali
e delle qualità morali degli uni e degli altri. L’uguaglianza nel trattamento
passa dunque attraverso un certo riconoscimento delle differenze, differenze che le minoranze stesse invocano per potersi
sviluppare seguendo le loro peculiari inclinazioni, nel rispetto degli altri e
del bene comune della società e della comunità mondiale. Ma
nessun gruppo umano può attribuirsi una natura superiore né operare alcun tipo
di discriminazione che leda i diritti fondamentali della persona”30. Se
la grazia può essere espressa soltanto attraverso la cultura della persona,
allora ogni processo di disumanizzazione del popolo e della sua cultura
costituisce una opposizione attiva al Dio dell’amore e
della salvezza.
In pratica “le
nostre chiese diocesane per vivere la cattolicità hanno
bisogno di luoghi dove si crede, si prega, si celebra in italiano, alla maniera
vietnamita, alla maniera africana ecc. Coltivare la particolarità non è
necessariamente sinonimo di favorire i particolarismi. Le diverse maniere di
credere, di celebrare, di andare a Cristo, come pure l’esperienza credente
vissuta da fratelli e sorelle nella fede in questa terra di immigrazione,
arricchiscono la fede delle chiese di accoglienza”31.
Nessuno può
chiudersi in se stesso. Siamo Chiesa “cattolica” in quanto
ci apriamo a tutte le comunità e consideriamo come parte essenziale della
nostra cattolicità l’accettazione dei dinamismi della fede vissuta e celebrata
all’interno del tessuto ecclesiale locale. Il teologo Paul Tihon
parla di un processo di seduzione reciproca. Il “modello” cattolico, infatti,
comporta il mutuo arricchimento e non una sottrazione. “In virtù di questa
cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta
la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno
scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza
nell'unità”32.
L’accento si
sposta sulla vocazione comune a tutti: mettersi al servizio della cattolicità.
Non si tratta di una cattolicità occasionale, folklorica,
che dà ai migranti un contentino
mentre gli “altri” rimangono spettatori più o meno benevoli, ma di una
cattolicità autentica.
Possiamo parlare
di una teologia del riconoscimento reciproco. Il contesto
multiculturale può causare, e spesso di fatto provoca, una sensazione di disagio,
di inquietudine, se non addirittura di paura e di conflittualità. Ma noi cristiani, a imitazione della Trinità, intendiamo
praticare una pastorale rispettosa delle differenze e che non può prescindere
dalla scoperta dell’altro come novità. La cura dei migranti diviene allora la
pastorale del riconoscimento delle differenze contro ogni pericolo di
omologazione religiosa. La pastorale migratoria assume quindi la connotazione
dell’accoglienza più autentica: accoglienza che si
trasforma in relazione, dialogo, condivisione. “Nel cristianesimo l’ospitalità
suppone uno scambio e tende alla comunione, è impegno ad aprire quello che è
chiuso, allargare quello che è stretto, stabilire tra gli uomini la
circolazione della vita di Cristo”33.
Il mistero della Trinità
è modello ultimo di ogni pastorale. Il cristiano trova nella vita trinitaria il
paradigma supremo per vivere l’unità nella diversità. Il peccato è il rifiuto
dell’ospitalità e del rispetto dell’altro nella sua alterità, la distruzione di
quella relazione che intravediamo nel Dio-Trinità e che dovrebbe costituire la
base di ogni nostra scelta in campo migratorio.
Il rispetto per le
singole culture ed espressioni religiose deriva dal fatto che, nella sua realtà più vera, ogni cultura
ha qualcosa di sacro. La cultura è la realtà della comunicazione, della
condivisione, della trascendenza. Nasce dal “cultus”,
dal riconoscimento dell’altro, che è il principio religioso stesso, quello
della fede. La cultura è un evento possibile grazie all’amore presente negli
abissi dell’uomo. È l’amore che spinge l’uomo ad
uscire da sé, a morire a se stesso per far emergere la vita nell’altro, la sua
alterità.
La necessità di
una spiritualità comunionale
Per vivere la
sfida della cattolicità occorre praticare la spiritualità della comunione. Si
tratta di percorrere la strada del riconoscimento reciproco tra i diversi
soggetti e diventa pertanto obbligatoria da parte di tutti, autoctoni e
migranti, l’adozione di una mentalità comunionale,
precedente ad ogni scelta operativa, e che accomuni
tutti nella chiesa locale. “Fare della Chiesa la casa e la
scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio
che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle
attese profonde del mondo.
Che cosa significa
questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente
operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di
programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della
comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove
si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i
consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le
comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore
portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta
anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della
comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità
profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi
appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per
intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una
vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di
vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e
valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me »,
oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della
comunione è infine saper « fare spazio » al fratello,
portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni
egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo,
diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino
spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che
sue vie di espressione e di crescita”34.
“Questa
prospettiva di comunione è strettamente legata alla capacità della comunità
cristiana di fare spazio a tutti i doni dello Spirito. L'unità della Chiesa non è uniformità,
ma integrazione organica delle legittime diversità. È la realtà di molte
membra congiunte in un corpo solo, l'unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12)”35.
L’esigenza quindi
è che la comunione sia plurale. La pluralità, la diversità è attestata dagli e
negli scritti fondatori della nostra fede. “Dell’unico Signore
Gesù Cristo – “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebr
13,8) – ci sono stati dati quattro vangeli, quattro annunci diversi, perché non
la fissità di un libro, di uno scritto, bensì la dinamicità dello Spirito santo
è all’origine del cristianesimo. C’è fin dall’inizio
pluralità di espressioni scritturistiche, di ecclesiologie, di concezioni
cristologiche, di prassi liturgiche, di testimonianze e forme della missio, di accenti spirituali” 36.
Questa pluralità –
che riflette la policromia, la multicolore Sophia di
Dio – e l’inesauribilità del mistero di Cristo accolto in culture diverse, è
ricchezza di doni, ma è anche negazione di ogni fondamentalismo e di ogni
integralismo cristiano. Fin dalle origini, l’unico Gesù Cristo dà spazio a
diversi cristianesimi – giudeo-cristiano, etno-cristiano…
- perché il Cristo creduto è connesso a comunità diverse di credenti, che si
aprono a una conoscenza diversa e a un’attuazione diversa
del mistero. Nelle Scritture neotestamentarie, nelle liturgie, nella vita delle
chiese le diversità non sono negate ma assunte, e così l’unica verità, che è
Gesù Cristo, è detta, celebrata, pensata in modi differenti.
Conclusione
Occorre vedere le
migrazioni come una sfida e risorsa per la missione universale della Chiesa nel
mondo. “Le migrazioni sono... via di incontro tra gli
uomini. Esse possono far abbattere pregiudizi e maturare comprensione e
fraternità, in vista dell’unità della famiglia umana. In questa prospettiva le
migrazioni sono da considerare come la punta avanzata dei popoli in cammino
verso la fraternità universale. La Chiesa che, nella sua struttura di comunione,
accoglie tutte le culture senza identificarsi con nessuna di esse, si pone come
segno efficace della tensione unitaria in atto nel mondo. Essa, quale popolo di
Dio in cammino, “costituisce per tutta l’umanità un
germe validissimo di unità, di speranza, di salvezza’ (LG, 9)”37.
La pastorale
migratoria, come del resto ogni altra pastorale, è
sempre un work in progress. Nel corso degli anni sono maturate
alcune linee di fondo, ormai patrimonio dottrinale comune.
La pastorale in
ambito migratorio non può più essere considerata come un qualcosa di
transeunte, ma costituisce una scelta permanente della chiesa locale. Non si
tratta di una prassi tollerata a cui vengono demandati
i casi di difficile integrazione, come la prima generazione. La pastorale migratoria
è una epifania in loco della cattolicità e della
comunione. Il migrante è la cartina di tornasole della cattolicità e della comunionalità della chiesa.
Fare pastorale
migratoria significa “accogliere i migranti e inserirli effettivamente nella
propria vita comunitaria facendo attenzione ad evitare
il doppio scoglio dell’emarginazione da un parte e dell’assimilazione forzata
dall’altra. Il migrante non deve sentirsi emarginato dagli altri né trovarsi
nell’impossibilità di partecipare di fatto ad una
comunità che impone vie e forme di religiosità che non rispondono alla sua
cultura e alle sue tradizioni”38.
In questo
laboratorio di cattolicità, che è la chiesa locale, non vi è spazio per la staticità.
Ivi il migrante è pienamente accettato per quello che è.
Passa pertanto in secondo ordine la discussione sulla struttura delle missioni
linguistiche, sulle ristrutturazioni in atto e sul significato di fare rete con
altri organismi. Urge soprattutto un processo di formazione alla cattolicità e
alla comunionalità per rendere i fedeli, autoctoni e
migranti, lievito di universalità in un mondo fortemente
tentato ad operare chiusure e ad innalzare sempre nuovi muri. Dobbiamo essere
capaci di trasformare i nostri strumenti e strutture pastorali in “casa e
scuola della comunione”39.
La chiesa locale
diventa segno per la società in quanto contribuisce
con la sua condotta esemplare “alla fondazione, nello Spirito della Pentecoste,
di una nuova società nella quale le diverse lingue e culture non costituiranno
più confini insuperabili, come dopo Babele, ma in cui, proprio in tale
diversità, è possibile realizzare un nuovo modo di comunicazione e di comunione
(cfr. PaG 65)”40.
La chiesa locale
modifica il suo “atteggiamento” diventando più cattolica e guardiana gelosa di
tutte le differenze. Infatti, sebbene la struttura di una missione
“tradizionale” possa scomparire, la presenza di un gruppo di cattolici di
cultura religiosa non autoctona all’interno di una parrocchia o di una unità pastorale deve essere visibile e animata con
regolarità per significare e celebrare la vitalità pluriforme
della cattolicità. È questo il motivo che spinge gli immigrati a non rinunciare
ad una identità religiosa specifica, poiché vogliono
condividere una loro ricchezza ed originalità finalmente ritrovate. “In tale contesto le Chiese di accoglienza sono chiamate ad integrare
la realtà concreta delle persone e dei gruppi che le compongono, mettendo in
comunione i valori di ciascuno, convocati tutti a formare una Chiesa
concretamente cattolica. "Si realizza così nella Chiesa locale l'unità
nella pluralità, cioè quell'unità che non è uniformità, ma
armonia nella quale tutte le legittime diversità sono assunte nella comune
tensione unitaria" (CMU 19)41.
Benedetto XVI ci ricorda: “La
Chiesa deve sempre nuovamente divenire ciò che essa già è: deve aprire le
frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze. In
essa non vi possono essere né dimenticati né disprezzati. Nella Chiesa vi sono
soltanto liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo. Vento e fuoco dello Spirito
Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da
Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste”42.
Note - 1 Nella mia
relazione faccio riferimento soltanto a immigrati
cattolici di rito latino. Non mi soffermo sulle sfide poste da immigrati di
altri riti e di altre religioni che la chiesa in Germania deve affrontare con
uguale passione e zelo.
2 Traditio Scalabriniana, 1.
3 TASSELLO,
Graziano G.; DEPONTI, Luisa; PROSERPIO, Felicina (a
cura di), Migrazioni e scienze teologiche. Rassegna bibliografica (1980-2007). Basilea, CSERPE,
2009, pp. 19-20, www.cserpe.org/theology.htm .
4 In nome di una
“cattolicità ritrovata”, non sono pochi i vescovi che valutano come positiva la
presenza delle comunità immigrate e mostrano un vivo apprezzamento per la
pastorale sacramentale portata avanti dalle missioni, per la vicinanza dei
missionari alla vita della gente, per l’organizzazione della catechesi, per la
capacità di raggiungere i giovani.
5 È questa una
delle grandi differenze tra emigrazioni “classiche”, come quelle tedesche,
polacche, italiane nelle Americhe alla fine del 19.mo secolo e agli inizi del 20.mo secolo, il cui
insediamento in un determinato quartiere che esigeva strutture parrocchiali.
Agli albori della pastorale migratoria la Chiesa si mostrava preoccupata per la
preservazione e la difesa della fede dei migranti cattolici, esposti a quelli
che essa riteneva i pericoli del socialismo, dei movimenti anarchici e del
protestantesimo.
Rimane comunque
sempre un principio-guida l’uso della lingua del
migrante. In Exsul Familia
al n. 13 è riportato il noto testo del Concilio Lateranense IV: “Poiché in
molti luoghi si trovano frammiste nella medesima città e nella medesima diocesi
popolazioni di diverse lingue, che professano la stessa fede
ma con usi e riti diversi, ordiniamo severamente che i presuli di tali città o
diocesi provvedano elementi idonei per celebrare i divini uffici secondo i
diversi riti e idiomi, amministrare i sacramenti della Chiesa e istruire
adeguatamente questi nuclei con la parola e con l’esempio” (Conc. Lat. IV, cap IX, Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XXII, p.
998, Venezia, 1778)
Giovanni Paolo II
aveva detto: “La cura pastorale apprestata nella propria lingua, col linguaggio
della cultura d’origine, pur nel dovere dell’emigrante d’inserirsi nella
cultura del Paese di arrivo, ha il vantaggio di essere strumento efficace nel
contribuire a salvaguardare valori che non si devono perdere, a fare
dell’emigrante cristiano un animatore del mondo contemporaneo, un collaboratore
nell’opera di evangelizzazione” (Giovanni Paolo II, Discorso ai vescovi della
Calabria in occasione della visita “Ad limina”, 10.12.1981, 706).
6 Episcopato
italiano, Sviluppo nella
solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18.10.1989 -
citato in Enchiridion della Chiesa per le migrazioni,
EDB, 2001, n. 2977.
7 È evidente che la tipologia “chiese
parallele” è iperbolica. Un confronto tra strutture ecclesiastiche tedesche e
l’apparato delle missioni non potrebbe reggere.
8 Cfr.
Introduzione all’Enchiridion della Chiesa per le
migrazioni, Bologna EDB, 2001.
9 Cfr. in
proposito il commento di Mgr. Brunin apparso su “Migrations et pastorale”, 301, mars-avril 2003. Non si devono comunque dimenticare le
varie tappe del processo migratorio per cui una assistenza
immediata e diretta nelle prime fasi è d’obbligo.
10 Ricordiamo, ad es., il programma delle diocesi di Rottenburg-Stuttgart e Freiburg Aufbrechen. Zeichen setzen con l’introduzione delle unità
pastorali il 1° gennaio 2008. Si mira al superamento del concetto di
“missione che aveva il diritto di esistere fino a quando durava il periodo
cruciale dello sradicamento” (Armando Orioli, Da
missioni a comunità, “Corriere d’Italia”, maggio 2005, p. 14).
11 Armando Orioli afferma: “La comunità straniera è saldamente
ancorata alla realtà di una chiesa locale e si basa su una concezione di chiesa
che mette al centro la sfida della cattolicità. ‘Senza la tua presenza sono anch’io meno me stesso!’”(ivi).
12 Lumen gentium, 23.
13 Gaudium et
spes, 53.
14 Cfr. Gal 3,28,
Col 3, 11, 1 Cor 12.13.
15 Cfr., ad es.,
Anna Fumagalli, La diversità nel progetto di Dio
secondo i primi capitoli della Genesi, “Traditio Scalabriniana“, novembre 2005, pp. 25-30.
16 Bradford E. Hinze, Ethinic and racial
diversity and the Catholicity of the Church, in: María
P. Aquino; Roberto S. Goizueta (eds.), Theology:
expanding the borders, Mystic CT, Twenty-Third Publications, 1998, p. 178.
17 Il termine è
usato dal teologo ortodosso Olivier Clément (cfr.
Intervista al teologo Olivier Clément a cura di Maxime Egger, La
seduzione demoniaca dell’etnia, “Il regno –attualità”, 20/1998, pp.
699-701).
18 Gv 1,14.
19 Ap. 3,20.
20 Chiesa e
mobilità umana, n. 10.
21 In una lettera
del card. Walter Kasper, allora vescovo di Rottemburg-Stuttgart,
ai cattolici di altra madrelingua, leggiamo: “Iniziamo quindi un viaggio in cui
vogliamo scoprire la rilevanza che le migrazioni hanno in una chiesa che si
definisce cattolica e come essi incidano nella esplicitazione di questa “nota”,
per cui vanno tenuti in debita considerazione nella teologia sistematica e nella
ecclesiologia.
Noi tedeschi anche
in futuro vogliamo essere assieme a voi Chiesa di Gesù Cristo, perché senza di
voi saremo più poveri, più chiusi e monotoni. Sulla base degli stessi diritti e
doveri, nel rispetto reciproco e radicati nella fede
cattolica che ci accomuna dovremo avvicinarci di più... La visione della Chiesa
nel prossimo millennio è quella di una comunità di comunità. Per raggiungere
questa meta le nostre parrocchie e così pure le missioni dovranno cambiare. Si
dovranno fare dei passi gli uni verso gli altri e creare unità nella diversità”
.
22 Is. 25, 6; Lc 14, 15-24.
23 In Ep. I ad Tim. hom. 15,4.
24 Istruzione del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti
e gli itineranti del 3 maggio 2004.
25 Scrive il card.
Martini: “Anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a
fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua
identità. Molti discorsi
pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi
cammini nel mondo, come se si trattasse solo di applicare delle regole e di
dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è
prima di ogni principio e va accolta come dono che si
rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito” (C. M. Martini,
Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano. Cinisello
Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, p. 67).
26 Cfr.
Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, 21 novembre 1964, 9.
27 Dal documento
della CEI dopo il convegno di Verona, Una chiesa e una santità di popolo, n.
20
28 Giovanni Paolo
II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante sul tema «I laici cattolici
e le migrazioni»,
agosto 1987, 3c.
29 Giovanni Paolo
II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte,
6.1.2001, 46.
30 Pontificio
Consiglio de Iustitia et Pace, La Chiesa di
fronte al razzismo, 3 novembre 1988, 23.
31 Jean-Luc Brunin, L’Èglise et le migrants: un avenir commun? Dalla
Relazione conclusiva al convegno organizzato congiuntamente dal Service
National de la pastorale des migrants
et le CIEMI, Paris, 28 settembre
2002, p. 3.
32 Lumen gentium, 13.
33 Jean Danielou, 1951, 40.
34 Novo millennio ineunte, 43.
35 Ib., 46
36 Enzo Bianchi,
Per una spiritualità della comunione: unità nella diversità http://it.ismico.org/content/view/4602/169/
37 Giovanni Paolo
II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante sul tema «I laici cattolici
e le migrazioni» 5 agosto 1987.
38 Dal documento
finale del III Congresso mondiale della pastorale per i migranti ed i rifugiati, Vaticano, 30 settembre - 5 ottobre 1991, n.
31.
30 Cf.. Novo millennio ineunte, 43.
40 Erga migrantes caritas Christi, 89.
41 Erga migrantes caritas Christi, 89
42 Benedetto XVI,
omelia di Pentecoste, 15 maggio 2005.
di Giovanni Graziano Tassello, CSERPE, Centro Studi e
Ricerche per l’Emigrazione
Studien- und Bildungszentrum für
Migrationsfragen, Rheinfelderstasse 26
CH - 4058 Basel +41 61 226 91 00
www.cserpe.org, gtassello@cserpe.org.
(de.it.press)
Alla Corte europea la sfida sul crocifisso.
In primo grado l’Italia era stata condannata
STRASBURGO - Ormai
è solo una questione di ore. Entro il 2 febbraio il governo italiano presenterà
alla Corte europea dei diritti dell’uomo il ricorso contro la sentenza del
novembre scorso con cui i giudici della massima giurisdizione del Vecchio
Continente hanno detto “no” al crocifisso nelle aule
scolastiche nel nostro Paese. «Auspichiamo fortemente che il nostro appello sia
ammissibile», ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini in una
conferenza stampa all’ambasciata italiana presso il Consiglio d’Europa,
riaffermando l’identità religiosa dell’Italia e aggiungendo che «molti paesi
europei hanno dichiarato la loro disponibilità a intervenire nel processo a favore
della nostra tesi».
Se dunque il
ricorso sarà giudicato ammissibile, e su questo non dovrebbero esserci dubbi,
sarà la “Grande Chambre” (la seduta plenaria dei 47
giudici della Corte) a stabilire se l’esposizione del crocifisso nelle scuole
violi l’articolo 9 e l’articolo 2 del I protocollo della Convenzione europea
dei diritti e delle libertà fondamentali.
«Ogni persona - si
legge - ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale
diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà
di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o
collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento,
le pratiche e l’osservanza dei riti». E ancora: «Il
diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato deve
rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale
educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e
filosofiche».
Con la sentenza
del 3 novembre, che peraltro suscitò un’ondata di polemiche e dure critiche dal
Vaticano, la Corte accolse in toto un ricorso presentato da una madre di Abano
Terme, secondo cui il crocifisso esposto nelle aule
dei figli era contrario ai principi fondati sul liberalismo su cui aveva
impostato la loro educazione.
Dopo aver visto
respinta la sua tesi dai tribunali italiani, la donna decise di mettere la
questione nelle mani dei giudici della Corte europea. Va detto che la sentenza
di Strasburgo non ha vietato l’esposizione del crocifisso
nelle scuole italiane, ma ne ha imposto la rimozione nel caso che qualcuno lo
richieda. La Corte dei diritti dell’uomo tutela infatti
i singoli cittadini europei, non la collettività.
«Il Crocifisso - commentò in una nota il Vaticano - è sempre
stato un segno di offerta di amore a Dio e di unione e di accoglienza per tutta
l’umanità, dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di
esclusione o di limitazione della libertà».
Fra i 47 giudici (uno per ogni paese europeo che ha sottoscritto
la Convenzione) che si ritroveranno fra le mani questa patata bollente c’è
anche un italiano, Guido Raimondi, eletto pochi
giorni fa al posto di Vladimiro Zagrebelsky che
lascerà a marzo la Corte per fine mandato. Il mandato di Raimondi
scadrà nel 2016.
La sentenza della
“Grande Chambre”, che sarà definitiva, è tutt’altro che scontata,
così come non è possibile prevederne i tempi, in ogni caso entro l’anno. Il
primo esame, quello del novembre scorso, fu condotto da un gruppo ristretto di
sette giudici: Françoise Tulkens
(Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia),
Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajo’ (Ungheria) e Isil Karakas (Turchia). MARCO BERTI IM 31
Il Papa: «Si salvino i posti di lavoro»
«Penso ad alcune
realtà difficili in Italia come, ad esempio, Termini Imerese
e Portovesme»
CITTÀ DEL VATICANO
- Il Papa ha scelto l'Angelus in piazza San Pietro per esprimere la sua
preoccupazione per la disoccupazione che coinvolge migliaia di famiglia: «La
crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro - ha detto
Benedetto XVI - e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da
parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti». «Penso ad alcune realtà difficili in Italia - ha
proseguito -, come ad esempio Termini Imerese e Portovesme». «Mi associo pertanto all'appello della
Conferenza Episcopale Italiana - ha aggiunto Benedetto XVI -, che ha
incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere
l'occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento
delle famiglie». In Piazza San Pietro, per assistere all'Angelus del Papa,
c'erano anche alcuni operai dell'Alcoa di Portovesme con uno striscione.
SACCONI: «APPELLO
DA RACCOGLIERE» - Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, ha apprezzato
l'intervento del pontefice e ha esortato istituzioni e imprese ad accogliere
l'appello lanciato durante l'Angelus. «L'anno in corso
- spiega Sacconi in una nota - ci riserva un quadro contraddittorio. Una
ripresa selettiva del commercio globale che premia alcune aree geo-economiche, alcuni settori, alcune imprese. Ma i
mercati finanziari mantengono elementi di instabilità,
molte aziende alla lunga non sopravviveranno, altre
si ristruttureranno e riorganizzeranno nella sfera globale. Salvaguardare i
posti di lavoro significa, per le istituzioni, scoraggiare i licenziamenti,
mettere a disposizione ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e i
contratti di solidarietà».
LA CARITA' E' LA
VIRTU DEI CRISTIANI - Papa Benedetto XVI aveva incentrato il suo messaggio per
l’Angelus sulla Carità, la virtù che secondo il Pontefice «è
il distintivo del cristiano. E’ la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che
crede e di ciò che fa». Per questo, ha detto il Papa,
«all’inizio del mio pontificato, ho voluto dedicare la mia prima Enciclica
proprio al tema dell’amore: Deus caritas est».
L’amore - ha detto Benedetto XVI - è l’essenza di Dio stesso, è il senso della
creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di
ogni uomo». Come ogni anno alla fine di gennaio,
Benedetto XVI ha chiuso l'Angelus liberando, assieme ad alcuni ragazzi
dell'Azione Cattolica, alcune colombe simbolo di pace.
Redazione ondine CdS 31
Crocifisso
a scuola, presentato il ricorso italiano
Il ministro
Frattini: «Puntiamo alla cancellazione della sentenza di Strasburgo che lo
vieta»
ROMA - L’Italia
vuole il crocifisso nelle scuole e si prepara alla
“battaglia” per difendere la presenza del simbolo religioso nelle aule. A poco
meno di tre mesi dalla sentenza della Corte dei diritti dell’uomo del Consiglio
d’Europa, che ha chiesto di bandire il crocifisso,
Roma a così presentato ieri a Strasburgo il suo ricorso. Un ricorso con cui
l’Italia, ha precisato solo qualche giorno fa - proprio da Strasburgo - il
ministro degli Esteri, Franco Frattini, punta alla «cancellazione» della
sentenza della Corte. Perchè - ha spiegato - tocca un
«sentimento profondissimo del popolo italiano e della sua identita».
Una posizione in
cui si riconosce la maggior parte degli italiani: il 60% dei cittadini - ha
rilevato proprio ieri l’ultimo rapporto Eurispes - è convinto che il crocifisso debba essere sempre esposto nelle scuole o nelle
sedi delle istituzioni statali ed è, pertanto, contraria ad una sua rimozione.
La domanda di
ricorso sarà ora esaminata dal collegio di cinque giudici della Grande Camera
(la sezione della Corte che normalmente si occupa dei casi più importanti) di
cui non fanno parte i giudici che si sono espressi per la prima sentenza. E verrà presa in considerazione quanto prima, forse già a
marzo, per valutarne la ricevibilità. .
La sentenza sul
crocefisso è arrivata il 3 novembre scorso, all’unanimità, da una Camera
formata da sette giudici della Corte. A portare il caso a Strasburgo era stata,
nel 2006, la famiglia Lautsi: nel 2002 i due figli
frequentavano una scuola di Abano Terme (Padova). Durante una riunione del
Consiglio d’istituto, il padre dei due ragazzi chiese di togliere i crocifissi dall’aula, ma qualche mese dopo la direzione
della scuola gli comunicò che sarebbero restati al loro posto. A quel punto
iniziò una battaglia legale contro la decisione della scuola, prima davanti al
Tar del Veneto, poi presso la Corte Costituzionale e, in ultimo, davanti al
Consiglio di Stato. In tutti i casi la giustizia
italiana arrivò alla medesima conclusione: i crocefissi dovevano restare al
loro posto. La Corte europea dei diritti dell’uomo, invece, cui i Lautsi si erano infine rivolti,
riconoscendogli anche un risarcimento per danni morali di 5 mila euro. La
violazione dei diritti della famiglia veneta è legata al fatto che «lo Stato -
hanno infatti rilevato i giudici di Strasburgo - è
tenuto a conformarsi alla neutralità confessionale nell’ambito dell’educazione
pubblica». IM 30
In occasione dei festeggiamenti per la patrona di Catania. “Agata, tra
storia e devozione”
CATANIA – Come
tradizione, dal 3 al 5 febbraio a Catania si festeggia la patrona sant’Agata.
In occasione delle celebrazioni quest’anno
esce “Agata, tra storia e devozione”, pubblicazione finanziata dalla Provincia
di Catania e realizzata dalla Editcom,
editrice de “L’Editoriale-periodico di informazione e
cultura”.
“Agatha, tra storia e devozione” ripercorre i
fatti salienti del martirio della santa facendo riferimento alle fonti storiche
e quelle agiografiche che sono pervenute fino ai nostri giorni. I testi fanno riferimento alle ricerche di
monsignor Gaetano Zito che ha concesso
l’elaborazione dei suoi scritti.
L’opuscolo si compone di 36
pagine a colori, su carta patinata lucida, la tiratura è di 30.000 copie che
saranno distribuite in forma gratuita dal 3 al 5 febbraio (presso
l’Ufficio informazioni della Provincia a Palazzo Minoriti, via Etnea 63). Il
contenuto è stato tradotto anche in lingua inglese, per permettere ai turisti
presenti di poter avere un valido supporto che possa
dare loro un’idea del perché della devozione a Sant’Agata.
La pubblicazione è stata presentata a Catania
il 29 gennaio, nella sala conferenze del Centro direzionale Nuovaluce,
dal presidente della Provincia Giuseppe Castiglione,
dall’arcivescovo Salvatore Gristina e da Luigi Maina, presidente del Comitato per i festeggiamenti per la
patrona. (Inform)
«In Vaticano nulla da temere, tra 5
anni pronti ad aprire gli archivi su Pio XII»
Il Prefetto,
monsignor Pagano: «Stiamo catalogando 16 milioni di
fogli»
di FRANCA GIANSOLDATI
CITTA’ DEL
VATICANO - Tra cinque anni le carte su Pio XII saranno accessibili agli
studiosi. Parola del Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano,
monsignor Pagano, il coordinatore della monumentale operazione assieme al
cardinale Farina. Si tratta di catalogare e ordinare 16
milioni di fogli: una montagna di carte che, se tutto procede come sta
procedendo, saranno disponibili nel 2015. Il Papa viene
tenuto costantemente informato.
Monsignor Pagano
può spiegare perchè gli archivi su Pio XII non sono
ancora stati aperti? Ci sono motivi «politici» o «tecnici»?
«Sono da escludere motivi “politici”: la Santa Sede ha
tutto il vantaggio dall’apertura dei documenti del pontificato di Pio XII, che
fu cruciale per molti aspetti, ma dal quale nulla si ha da temere. La mancata
apertura si deve unicamente a motivi “tecnici”, ovvero
alla preparazione, sistemazione, inventariazione, numerazione di un complesso
di carte molto esteso, originate in 19 anni circa di pontificato».
Tra quanti anni
sarete pronti?
«Si pensa che il lavoro di preparazione del pontificato di
Pio XII possa terminare nel 2014-2015. Conclusa la preparazione tecnica del
materiale documentario, poi sarà il Santo Padre a prendere una decisione nel
merito circa l’apertura».
Gli archivi aperti
fino al 1939 vengono consultati?
«Benedetto XVI nel 2006 rese accessibile la documentazione
del pontificato di Pio XI (1922-1939) che, come si sa, è rilevante sotto tanti
aspetti; basti pensare al confronto del Papa con il fascismo in Italia, ma non
solo. Dopo l’apertura vi fu un afflusso di ricercatori limitato».
Porta via tanto
tempo archiviare documenti?
«Purtroppo si è portati a pensare che i documenti
originati dal lungo pontificato di Pio XII (1939-1958) siano omogenei e quindi
relativamente facili da classificare, ma non è così. Provenendo da uffici e dicasteri
diversi hanno una struttura di organizzazione differente, complessa e persino
incongrua. Archiviare significa controllare le provenienze dei fascicoli, i
protocolli, gli eventuali vecchi inventari, e poi unire le carte
disorganizzate, descrivere le varie pratiche, numerare le carte e timbrarle. Un
lavoro immenso, lasciatemelo dire, che richiede preparazione».
Le carte in fase di inventario sono già tutte in Vaticano?
«Abbiamo stimato che le buste o pezzi d’archivio che
interessano l’intero pontificato, e quindi da inventariare e preparare per
l’apertura, siano più di 15.500 e i fascicoli singoli oltre 2500. Una ingente documentazione proviene dai fondi della
Segreteria di Stato (1939-1958), Affari Ecclesiastici Straordinari, da vari
altri uffici e dagli archivi delle rappresentanze pontificie nel mondo (le
quali da sole consistono in circa 5000 buste e più di 1000 fascicoli sciolti o
cartelle). In totale si tratta di un complesso di più di 16
milioni di carte. Questo materiale per grandissima parte si trova già versato
all’Archivio Segreto Vaticano e per altra parte si va
versando da parte di alcune nunziature».
Quante persone
lavorano all’Archivio?
«Solo 55 unità».
Un po’ pochini..
«Effettivamente un raffronto con gli Archivi di Stato
delle varie nazioni fa rimaner sulle prime sconfortati: l’Archivio Centrale
dello Stato Italiano ha 160 dipendenti; l’Archivio di Stato di Roma 120; quello
di Napoli 138; quello di Parigi 300. Ma la Santa Sede non è paragonabile, per
amministrazione di beni, ai moderni Stati e compie già uno sforzo notevole per
stipendiare 55 dipendenti ed erogare le risorse per la
normale gestione dell’Archivio».
Una volta che si
apriranno gli archivi sarà semplice individuare i
documenti e dunque confermare o sfatare la leggenda del Papa dei «silenzi»?
«La documentazione dell’Archivio (dal X al XX secolo) è
collocata su 83 km lineari di scaffalature. È ovvio che la ricerca negli
archivi complessi non è mai né facile, né breve. Non
si tratta di avere le informazioni su computer (che per ora è impossibile), ma
di sfogliare decine e decine di inventari
dattiloscritti dei vari fondi. Penso che se si vorranno sfatare, o quantomeno
capire e circoscrivere nella loro realtà storica i presunti silenzi riguardo la Shoah, non basterà la visita di curiosi studiosi o
presunti tali (i quali cercano gli scoop, non la meditazione storiografica), ma
occorrerà la lunga indagine degli storici seri, i quali sanno bene che le carte
da vedere sono molte, di diversa fonte, di differente tradizione e qualità e
che per fondare un giudizio nel merito di un problema tanto grave, da qualunque
parte lo si guardi, ci vorrà tempo e scrupolo».
La Santa Sede ha
interesse ad aprire gli archivi?
«Ovviamente. Il poco di negativo che si incontra
nella storia della Chiesa per debolezze di uomini e per peccati personali
svanisce se paragonato all’immenso positivo dei tanti secoli della sua
esistenza. Se siamo fermi al 1939 con l’apertura è
dovuto unicamente alle poche forze che possediamo».
Cosa vi ha detto
il Papa sul lavoro che state svolgendo? «Il Papa non interviene direttamente,
com’è ovvio, sull’andamento dei lavori, ma di tanto in tanto so che il nostro Cardinale Archivista e Bibliotecario, Raffaele
Farina, ha modo di aggiornarlo».
Ultimamente un
libro sulla Sindone, scritto da una vostra archivista, Barbara Frale, sta
creando un caso...
«Mi limito ad osservare che il metodo di scrittura della storia della
dottoressa Frale non è quello della tradizione dell’Archivio Vaticano. In
genere i nostri archivisti pubblicano saggi molto bene accolti poichè sono frutto di un solido metodo positivistico, di un
duro e lungo lavoro di ricerca e di lima, dunque lontani mille miglia dai
presunti scoop di cui il pubblico è ghiotto». IM 29
Il Patriarca Latino di Gerusalemme Fouad Twal: “Dio ascolta la preghiera e sa agire nella storia”
GERUSALEMME –
E’ giunto agli organizzatori della II Giornata Internazionale di
Intercessione per la Pace in Terra Santa che si svolgerà
questa domenica 31 gennaio in 1.000 città del mondo, il messaggio inviato dal
Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad
Twal. L'iniziativa è promossa da un gruppo di giovani
della Terra Santa e dell'Italia, in particolare dall'Apostolato "Giovani
per la Vita" (www.youthfl.org ),
dall'Associazione dei Papaboys (www.papaboys.it ),
dai gruppi di Adunanza Eucaristica (www.adorazione.org ) e dalle Cappelle di
Adorazione Perpetua ed ha ricevuto il sostegno di alcune importanti
Congregazioni Religiose come le Apostole del Sacro
Cuore di Gesù, i Missionari del Preziosissimo Sangue, le Missionarie della
Consolata ed i Salesiani di Don Bosco che proprio il 31 gennaio celebrano anche
la festa del Santo dei Giovani.
IL MESSAGGIO DEL
PATRIARCA LATINO DI GERUSALEMME
Ad un anno dal sorgere di questa importante iniziativa, che
ha visto l'adesione di più di 500 città del mondo, esprimo la mia profonda
gratitudine per la 2. Giornata Internazionale di intercessione
per la Pace in Terra Santa, per quello che è un desiderio ed un impegno vivo,
nato nel cuore soprattutto di tanti giovani, di elevare al Signore una sincera
ed intensa preghiera per il dono della pace. È un'esperienza di Chiesa, che, in quanto "forza spirituale" è una realtà che,
come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, "può contribuire ai
progressi nel processo di pace". Egli stesso ha sottolineato,
in viaggio verso la Terra Santa nel maggio dell'anno scorso, l'importanza della
preghiera: "Da credenti siamo convinti che la preghiera sia una vera
forza: apre il mondo a Dio. Siamo convinti che Dio ascolti e che possa agire
nella storia. Penso che se milioni di persone, di credenti, pregano,
è realmente una forza che influisce e può contribuire ad andare avanti con la
pace". Per questo, non può che essere motivo di speranza e di fiducia ogni
iniziativa in cui, uniti insieme nella preghiera con
un'intenzione particolare, ci rivolgiamo a Dio come Suoi figli. La preghiera
comunitaria ha una particolare forza, lo stesso Signore
Gesù ce lo ha ricordato: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io
sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). Grazie a tutti voi, in modo particolare
voi giovani, che senza esitare e con molta generosità vi riunirete, in tante
parti del mondo, per 24 ore consecutive nella
preghiera, in momenti di silenziosa adorazione davanti a Gesù Eucarestia, nelle
celebrazioni eucaristiche, al fine di implorare questo dono, tanto prezioso
quanto fragile, che è la Pace. A nome della
Comunità dei cristiani in Terra Santa, ringrazio tutti i promotori di questo
evento: le varie associazioni (l'Apostolato "Giovani Per La Vita",
l'Associazione Nazionale Papaboys, le Cappelle di
Adorazione Perpetua in tutta Italia e nel mondo, i Gruppi di Adunanza
Eucaristica), le varie Congregazioni e chi singolarmente o in gruppo si
impegnerà ad offrire il proprio tempo e la propria preghiera per questa
intenzione. Il Signore Gesù, Principe della
Pace, volga il suo sguardo sulla Sua terra, ci conceda la Pace, e doni la Sua
abbondante benedizione su tutti coloro che prenderanno parte a questa
iniziativa. + Fouad Twal,
Patriarca 30
«Pio XII, un segnale agli ebrei
l’apertura degli archivi segreti»
Il rabbino Laras: «Le polemiche hanno contribuito alla decisione» - di
RENATO PEZZINI
MILANO - Dunque,
bisognerà aspettare cinque anni per poter avere
accesso agli archivi vaticani su Pio XII: «Perlomeno c’è una data, però. E
questa è una buona cosa» dice Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana. E’ lo
stesso rabbino che aveva manifestato più di una perplessità sulla recente
visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, e infatti
non vi aveva partecipato proprio per sottolineare i suoi malumori per la
politica della chiesa cattolica su papa Pacelli e sui suoi mancati interventi
per provare a fermare la Shoah.
Ora come giudica, rabbino Laras, l’annuncio
di monsignor Pagano secondo il quale entro il 2014 o il 2015 gli archivi sul
pontificato di Pio XII saranno accessibili?
«Francamente, non so valutare se sia una notizia
importante o meno. Tuttavia, dopo molto tempo in cui le intenzioni della chiesa
su questo punto non erano chiare, almeno c’è una data».
Perché parla di intenzioni poco chiare?
«Una decina di
anni fa venne istituita la commissione mista di
storici ebrei e cattolici per studiare le azioni della chiesa durante
l’Olocausto, ma venne sciolta poco tempo dopo proprio perché gli archivi non
erano accessibili. E da quel momento in poi non sono mai state chiare le
intenzioni».
Adesso invece...
«Sì, l’intervista
di monsignor Pagano ci fa sapere che è in corso un lavoro per raccogliere tutto
il materiale relativo al pontificato di Pio XII e che
entro cinque anni saranno di disponibili. E’ una cosa positiva».
E come interpreta questo annuncio?
«Forse è un
segnale che il Vaticano vuole lanciare, un modo per far sapere agli ebrei e a
tutto il mondo che loro non hanno accantonato la questione, e che intendono
approfondirla, e che si rendono disponibili per un eventuale confronto quando
le carte saranno a disposizione».
Cinque anni di
attesa le paiono ancora troppi?
«Sulla base delle
motivazioni fornite nell’intervista dal responsabile dell’archivio vaticano, mi
sembra di capire che ci sia da raccogliere e catalogare una voluminosissima
quantità di materiale, come era lecito immaginare. E
per fare queste cose c’è bisogno di tempo. L’importante è che questo lavoro sia
in corso».
Le polemiche delle
scorse settimane su Pio XII che hanno accompagnato la visita di papa Ratzinger
alla sinagoga di Roma possono aver contribuito a questa decisione?
«Io non so se questa decisione fosse già stata presa
oppure no. Forse le polemiche e i dubbi sollevati hanno contribuito a
sollecitare una rassicurazione da parte del Vaticano».
Che tipo di
rassicurazione?
«Il nodo della documentazione sul pontificato di Pio XII e
dell’accesso a quelle carte va affrontato. E in qualche modo l’ultima parola,
prima di poter esprimere un giudizio su quello che è accaduto in quegli anni,
spetta proprio ai documenti che finora nessuno ha potuto visionare. In questo
modo, mi sembra di capire, anche il Vaticano fa sapere di voler affrontare e
sciogliere questo nodo».
E da quelle carte
può emergere una verità chiara?
«Adesso bisogna
avere solo un po’ di pazienza, poi lo sapremo». IM 30
Matrimoni, Ratzinger alla Sacra Rota: "Ora basta con gli annullamenti
facili"
Monito del Papa
all'inaugurazione dell'anno giudiziario del tribunale della Santa Sede: «I
giudici non cedano alle richieste soggettive»
CITTA' DEL
VATICANO - I giudici decidano secondo giustizia, gli avvocati evitino «con
cura» di sostenere cause perse, e nessuno creda che il matrimonio cristiano
possa sciogliersi con la stessa facilità di un divorzio civile, o quasi. È
questo il senso del duro monito riservato questa mattina da papa Benedetto XVI
ai componenti della Rota Romana in occasione
dell’apertura dell’Anno giudiziario del tribunale ordinario della Santa Sede,
la cui principale attività consiste proprio nell’annullamento dei matrimoni in
chiesa. Un "reset" divenuto nel corso degli anni fin troppo facile,
soprattutto per alcuni personaggi in vista che, non volendo rinunciare alla
loro fama di cattolici osservanti, desideravano
comunque una maggiore libertà nella loro vita privata. A
costo, come accaduto in qualche caso, di dichiararsi falsamente impotenti o
infermi di mente.
Il pericolo di una eccessiva attenzione alle «esigenze soggettive»,
accompagnato da una verifica non sempre approfondita delle prove, era già stato
sottolineato dal Papa lo scorso anno, e il decano del tribunale, mons. Antoni Stankiewicz, non ha
mancato di ammettere le difficoltà, frutto di quella «visione relativistica»
della persona umana e della sua natura denunciata da papa Ratzinger e, prima di
lui, da Giovanni Paolo II, che aveva intravisto il pericolo, per la Rota
Romana, di diventare «una facile via per la soluzione dei matrimoni falliti».
Benedetto XVI
parte da lontano e arriva a conclusioni operative: «Occorre prendere atto della
diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta - ha detto a giudici
e avvocati rotali - che porta a contrapporre la giustizia alla carità, quasi
che l’una escluda l’altra», quasi che «la carità pastorale» potesse
«giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo
matrimoniale». La «verità», insomma, asservita ad
esigenze personali, come vuole il relativismo imperante, una «cultura senza
verità», che fa dell’amore, e del matrimonio, «un guscio vuoto», e della carità
mero «sentimentalismo». Un problema etico alla base del concetto di giustizia,
e non solo in fatto di matrimoni, che rischia di affrancarsi dalla necessità di
«ricerca del vero», dando legittimità ad una semplice
«accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai
condizionamenti dell’ambiente sociale».
È a partire da questa complessa analisi, che Benedetto XVI ha
esortato i giudici a «rifuggire da richiami pseudopastorali
che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che
conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla
dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli
alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia». Una
questione, quella della comunione ai divorziati, al centro di un ampio
dibattito all’interno della Chiesa, e che trova tra i suoi sostenitori
autorevoli ecclesiastici. Il Papa chiarisce che ammettere i separati e
divorziati in attesa di sentenza della Rota all’Eucaristia «sarebbe un bene
fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore», «con il pericolo
oggettivo di farli vivere in contrasto oggettivo con
la verità della propria condizione personale». Anche perchè
«in caso di dubbio» - ha insistito il Papa - il matrimonio «si deve intendere
valido fino a che non sia stato provato il contrario, altrimenti si corre il
grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le
pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo
di mancata attuazione di un’ unione il cui nucleo
essenziale di giustizia, il vincolo indissolubile, viene di fatto negato».
Ad essere in gioco è quindi il principio, fondamentale per
la chiesa cattolica, dell’indissolubilità del matrimonio, non solo inscritto
nel magistero, ma anche, e non a caso - ha sottolineato Ratzinger - regolata
dal Diritto. LS 29
"La guerra globale dei simboli religiosi"
Su Il Corriere
della Sera del 27 gennaio 2010 Marco Ventura scrive sul tema
"La guerra
globale dei simboli religiosi": " Niente burqa nel servizio
pubblico. Nessuna donna col volto integralmente coperto venga ammessa negli
uffici
amministrativi o sui mezzi del trasporto pubblico. È la
raccomandazione della Missione francese presentata ieri al presidente
dell'
Assemblea
nazionale dopo sei mesi di audizioni e tensioni politiche. Si
tratta di un semplice Rapporto parlamentare. Ma la via è ora aperta per una
legge anti burqa, la prima del genere in Europa. La Francia è
già la pecora
nera dell' Islam da quando nel 2004 ha vietato il porto del
velo non
integrale nella scuola pubblica. Il divieto fu formulato in forma
generica,
contro qualsiasi vistoso simbolo d' una fede. Grazie al suo
carattere
generale, la norma passò il vaglio della Corte di Strasburgo,
giacché non
discriminava nessuna fede, tanto meno l' Islam: in classe anche l'
ebreo
deve togliersi la kippah, e il sikh
il turbante. La laicità francese
imponeva la sua logica: nessuna religione s' intrometta tra la
Repubblica e
i cittadini, liberi ed eguali. La Repubblica tutela la
libertà religiosa, ma
deve liberare dalla religione quando questa opprima,
violenti, separi. Ora,
il divieto del velo che occulta il volto ha un fondamento
in parte diverso:
non veicola solo una battaglia di civiltà contro la
segregazione della donna
e l' isolazionismo delle comunità etnico-religiose,
ma è anche questione di
civiltà nei rapporti sociali. Ed è misura di sicurezza, d' ordine pubblico.
Difficile
distinguere le paure dalle necessità, definire norme e procedure
di buon senso, solide nei principi e soprattutto
applicabili. Difficile
misurare l' effettiva pratica del burqa e i suoi motivi. Il velo
che copre
interamente il volto ha più versioni: il famigerato burqa caro ai
Talebani
afgani, ma anche il niqab dei
sauditi, dei Paesi del Golfo persico. Debole e
controverso il fondamento nelle fonti. Pagine e pagine d' esegesi di questa
o quella sura, di questo o quel
detto del Profeta. È fluida l'
interpretazione dei giuristi, ma è forte, fortissima, la tradizione. Prevale
il controllo sociale. Sul velo, integrale o meno, si decide
molto nel gioco
di specchi dell' Islam contemporaneo. Le cinquantenni del Maghreb non
capiscono perché le loro figlie tornino ad indossare quell' hijab che era
loro riuscito di togliersi. Per le femministe turche,
indossare il «turban»
è sfida progressista allo stato autoritario. Per le
convertite europee all'
Islam, il velo è
dignità della donna sottratta alla schiavitù del mercato.
Per mogli e figlie
degli sceicchi di Belgravia, a spasso per Hyde Park o sui
banchi della London School of Economics, il velo integrale è
status symbol,
petrolio, ricchezza. La battaglia sui simboli religiosi prende così
velocità. Divide la religione al suo interno. Davanti alla
Missione
parlamentare francese, Mohammed Moussaoui,
presidente dei musulmani di
Francia, si è dichiarato contrario al burqa, «pratica estrema che
non
desideriamo si diffonda sul territorio nazionale». In Egitto lo sheik
Mohammad Tantawi, Grande Imam dell' Azhar, ha auspicato il divieto nelle
scuole di porto del niqab in quanto
«tradizione del tutto estranea all'
Islam». Ma ha dovuto subire la settimana scorsa la pronuncia
contraria dell'
Alta Corte
amministrativa egiziana, per la quale è del tutto legittimo,
è
anzi diritto fondamentale, indossare il niqab
durante un esame
universitario, purché non si rifiuti l' identificazione se richiesta
per
motivi di sicurezza. La battaglia sui simboli divide gli Stati.
Di recente
l' iniziativa anti burqa dei nazionalisti d' oltre Manica è
stata accolta da
un unanime rifiuto: non il burqa è incompatibile con i
valori britannici, ha
scritto il Times, ma la pretesa di
limitare la libertà «di chi si fa
tranquillamente gli affari propri indossando la tenuta religiosa che
preferisce». Come la Danimarca, il Parlamento italiano oscilla tra la
questione di
principio e l' escamotage di un ritocco alla legge
sull' ordine
pubblico. Infine, la battaglia sui simboli non conosce confini.
Porta in
Tribunale l' impiegata della British Airways che rifiuta di togliersi la
croce che porta al collo, l' adolescente gallese che non vuol
levarsi il
bracciale hindu in classe. La religione globale ci bombarda di
simboli e di
conflitti sui simboli. Possiamo soltanto reagire qui, adesso. Con
i loro
limiti, fedeli alla loro tradizione, è quello che cercano
di fare i
francesi. "
Associazione
progetto Strategie, www.ipstrategie.it (de.it.press)
ROMA «Nacqui dalla
carne di mia madre», racconta quando è già oltre metà della vita. E carne e
carnalità, passione, ambizione, sono state inseparabili compagne di Agostino,
venuto al mondo a Tagaste (in quella Numidia che oggi è Algeria), diventato vescovo d’Ippona e quindi Santo. Il più grande
teologo del primo Millennio.
370 D.C. Agostino
è un ragazzino come tanti, ruba non perché ne abbia bisogno, ma per il piacere
che gli procura. Ha l’età in cui si è malvagi per sentire che effetto fa e
perché non si ha alcuna intenzione di distinguere il bene dal male. La
gioventù, la trascorre a Cartagine, tra la casa di un
ricco ragazzo che diventa suo amico e un avvocato che gli insegna l’arte
oratoria. Là impara a prendere le cose che desidera
senza chiederle, comprese le donne, e scopre i trucchi dell’affabulazione. Arte
in cui non basta l’abile uso della parola: il corpo deve essere agile quanto la
mente. Così diventa oratore di successo e amante molto richiesto. Ma è dalla sua schiava che ha un figlio...
Questo San’Agostino
giunge dopo l’opera destinata alla tv di Roberto Rossellini (Agostino d’Ippona, 1972), uno dei rari lavori del grande autore non
applaudito all’epoca dalla critica di sinistra. Questo
Sant’Agostino, un kolossal che ricostruisce alla perfezione ambienti,
costumi, epoca, non è certo diretto da un nome illustre come quello di
Rossellini. Ma Christian Duguay
ha trovato il passo giusto (buon ritmo e mano salda) per raccontare, grazie
anche alla sceneggiatura, una figura così complessa (efficace, semplice, ma non
semplicistica).
Questo
San’Agostino coinvolge specie nella parte in cui Agostino è solo Agostino. Un
uomo. Con le pulsioni di un uomo. Un uomo che vuole stupire il tribunale, e per
farlo si allena giorno dopo giorno, come un soldato,
perché quella che combatterà in aula è una vera e propria guerra: studio-corsa-causa-effetto-velocità di movimento-e-di-mente-destrezza.
Agostino è un uomo che non sa resistere al piacere dell’alcova, o a quelli che
crede sentimenti, ma si rivelano fuochi di paglia.
Ma Agostino è anche un Giusto. Colui che,
affidandosi a Dio, riesce a trovare l’equilibrio tra il Bene e il Male.
Un film moderno, questo Sant’Agostino, prodotto con grande cura da Matilde e
Luca Bernabei della Lux Vide (in collaborazione con altre tv europee) per Raifiction. E ben interpretato da
Alessandro Preziosi (Agostino giovane) e Franco Nero (Agostino vescovo), Monica
Guerritore, nel ruolo della madre di Agostino, Andrea Giordana (il
vescovo Ambrogio), Alexander Held, Johannes Brandrup, Cesare Bocci.
Il film andrà in
onda dopodomani e lunedì in prima serata su Raiuno.
MICAELA URBANO IM 29
“Benvenuto a casa
tua!” mi dice con un sorriso così sincero che non stento un istante a
credergli. E, difatti, tutto qui sembra fatto apposta per
accogliermi: la cella tutta in moquette, un fiore sul tavolo, il miele e una
teiera sempre disponibili... È un monastero benedettino inglese: Worth Abbey. Ogni monaco che passa ti guarda, sorride,
saluta appena e scivola via. Ognuno sembra accompagnato da madonna discrezione
e dalla cortesia. Il priore è un australiano dallo sguardo sicuro e dalla
parola dolce: uno scrittore come Thomas Merton. Così, sembra veramente di essere a casa: tutto è
semplice, caldo, accogliente come ogni casa inglese; fuori la neve imbianca un
paesaggio da incanto.
Anche in Francia
visitavo spesso dei monasteri per una o più giornate, ritrovandovi sempre altri
sacerdoti che conoscevo. “Sai, è il mio abbonamento mensile!” mi diceva
qualcuno con un sorriso negli occhi. È vero, la familiarità con un monastero ti
cambia dentro, ti modifica il ritmo e lo stile di vita. Perfino la maniera di
celebrare diventa più essenziale, autentica, ispira la pace.
In questa antica abbazia inglese è passata da poco una troupe
della BBC, cinque uomini. Hanno vissuto qui nel monastero per 40 giorni e 40 notti: uomini sposati o celibi, credenti e
non. Ne hanno fatto un servizio televisivo, una audience
di tre milioni di telespettatori, un sito web dell’abbazia assalito da 40.000
visite. Raccontavano tra l’altro come essi stessi
erano stati trasformati interiormente. Un’esperienza straordinaria.
Sorprende il
monastero, la pace, la laboriosità, la vita interiore. Ancor più sorprende la
chiesa: rotonda, moderna, un cerchio perfetto. Al centro vi è un altare di
marmo bianco di Carrara, mentre alle spalle, in uno spicchio di cerchio, il
coro dei monaci. Illuminatissimo nella notte
l’altare, simbolo del Cristo, nella penombra di una miriade infinita di sedie
tutte in cerchio, invita ad entrare nel senso mistico
della Chiesa. È il mistero del Cristo al centro dei suoi discepoli. Ad un monaco domandavo il perché di questa bella forma di
chiesa, originale, mai incontrata altrove. Ed egli mi ricordava la data di
nascita della costruzione, nel giugno del ’68, subito dopo il Concilio. Era la
cristallizzazione della sua idea più grande e più bella: la circolarità, la
collegialità nella Chiesa di Dio. La fraternità, in fondo.
Nel monastero la si vive in maniera concreta, quotidianamente. Ti senti
come circondato in ogni gesto o in ogni dettaglio dall’attenzione affettuosa di
una comunità monastica immersa nell’ora et labora. Anche a tavola, durante il pranzo in silenzio,
qualcuno ti riempie il bicchiere o ti raccoglie il tovagliolo. Perfino il loro
respiro risente di questa circolarità: il canto gregoriano sale con volute dal
movimento circolare, come un’onda che avanza rotonda tra arsis
e thesis, partendo dalla punta dei piedi come per i
monaci del medioevo. Non si respira a stantuffo qui, assolutamente.
Il mettere in
circolo, inoltre, il far circolare la vita come lo è per il sangue, il non
trattenere nulla per sè, si rivela dinamica vitale
per ogni discepolo. Come lo erano ieri le parole di un monaco; essenziali,
vere, entravano nell’animo di trecento giovani e ragazzi inglesi assiepati
nella bella chiesa rotonda.
“Dovrai sempre
sentire gli altri come posti attorno in cerchio con te, come quando ci si
dispone intorno a un fuoco. Solo in questo
modo ricorderai che esiste, invisibile, in mezzo a voi un centro ed è Colui da
cui provengono la vita, la forza e l’amore. Infatti, la figura del cerchio, a
differenza di un quadrato o di una piramide, rinvia necessariamente a un centro
che lo genera.
Disponendovi così fra di voi l’uno non sarà mai più importante o sopra l’altro
con il rischio di calpestarlo. Sarete interdipendenti, in un mondo in cui
ognuno si sentirà legato agli altri. La forza di ognuno sosterrà tutti gli
altri; se tu avrai più forza o più potere sarai ancora più fraterno, sostenendo
gli altri con maggiore vigore. Non potrà mai esserci, in fondo, uno superiore fra di voi. Semmai, un fratello più grande.
Ricorderai, così,
quando Lui per l’ultima volta raccolse intorno i suoi
discepoli e si abbassò così tanto davanti a loro da toccare i piedi ad ognuno e
lavarli. E dopo averli lavati, li baciava… piedi
benedetti! Avrebbero camminato nel mondo ancora per chilometri infiniti, per
annunciare che Colui che era morto era ancora vivo.
Rimasto al centro, invisibile, in mezzo ai suoi discepoli, anche fossero due o tre insieme... In fondo, mettersi in cerchio
fraternamente è farLo rivivere ancora!”
I giovani
ascoltavano assorti il più grande loro impegno di
vita: la fratellanza. Sfida, pure nella Chiesa, sempre attuale. Renato Zilio, missionario a Londra (de.it.press)
Siamo nello studio
di una giovane e grande artista russa, di religione ortodossa,
ma diventata famosa nel mondo con i suoi ritratti degli alti prelati
cattolici - Di Renzo Allegri
E’ minuta e fragile come una adolescente. E anche timida. Però,
lo sguardo fermo, indagatore, profondo, attento, racconta di un mondo immenso e
inaccessibile.
Si chiama Natalia Tsarkova.
Nome russo perché lei è nata a Mosca, nell’Unione Sovietica, sotto il Regime
comunista, una quarantina di anni fa. Ma nome che
ormai ha varcato i confini russi per la fama conquistata come straordinaria
pittrice con opere sempre più apprezzate e presenti in grandi musei e
collezioni private.
<<Ho studiato molto per diventare
pittrice, ma non ho mai pensato alla carriera e tanto meno alla fama>>,
dice.<<Studiavo perché mi piaceva dipingere. Era
come un bisogno fisico. E anche spirituale, indispensabile
per la mia esistenza. Ma mai
avrei potuto immaginare
ciò che sto vivendo da ormai quindici anni. Una
intensa attività di pittrice qui a Roma, la città eterna, dove sono
vissuti ed hanno lavorato i sommi artisti, Leonardo, Raffaello, Michelangelo,
il Caravaggio e tanti altri. E soprattutto mai avrei potuto neppure
lontanamente pensare che, avrei preso il posto di
qualcuno di loro nel fare i ritratti dei Papi del nostro tempo e di essere
considerata la “ritrattista ufficiale dei Papi”>>.
Sorride. Ma solo
un attimo. Poi ridiventa seria. Forse pensa che io possa giudicare esagerata la
sua ultima frase. Essere considerati ritrattisti ufficiali dei Papi, infatti, è
un onore immenso che comporta anche un prestigio artistico straordinario. Ma
questa giovane artista russa, di religione ortodossa, si è guadagnata
“oggettivamente” il prestigioso titolo, avendo
realizzato i ritratti “ufficiali” degli
ultimi tre Papi: Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ritratti che si trovano nelle
collezioni dei Musei vaticani.
Da alcuni anni vive
e lavora a Roma, in un palazzo nei pressi del Vaticano. <<Dalla finestra
del mio studio>>, dice <<vedo dove abita
il Papa. All’alba, quando mi alzo presto e la luce è ancora incerta, il
paesaggio che posso contemplare è estremamente
suggestivo>>.
L’ingresso dell’appartamento è costituito
da un lungo corridoio, che
ha le due pareti tappezzate di quadri, e sembra di essere in una
galleria d’arte. Quadri piccoli, grandi,
grandissimi e si resta senza fiato ad osservare quei
personaggi creati dai suoi pennelli.
La pittura di questa
artista è sorprendente. Ogni quadro palesa una tecnica eccezionale, un dominio
della prospettiva, della materia, del colore sbalorditivi.
E uno stile tutto personale, dinamico, ricco di simbolismi, come lo erano i
dipinti dei grandi autori del Rinascimento. Alla sua ancor giovane età, Natalia Tsarkova ha già prodotto una mole di quadri straordinari da
essersi assicurato un posto fisso nella storia della pittura.
In fondo al lungo corridoio, in una ampia stanza, si trovano le grandi tele che la pittrice
ha dedicato ai Papi e ai cardinali. Alcune sono copie di quadri che si trovano
nei musei, altre originali che devono ancora essere ritoccate
e alcune abbozzi in via di sviluppo.
<<Questa serie di quadri dedicata
alle personalità del Vaticano è cominciata con Giovanni Paolo II, nel
1998>>, racconta. <<Alcune personalità che mi conoscevano e che
avevano conoscenze in Vaticano, parlarono di me e della mia arte. Di Giovanni
Paolo II erano stati già eseguiti numerosi ritratti. Ma
sembra che nessuno soddisfacesse completamente i responsabili della Curia di
quel settore. Commissionarono perciò anche a me un ritratto.
<<Non mi aspettavo una richiesta del
genere. Mi emozionai molto. Avevo ed ho una grandissima ammirazione per il Papa
polacco. Nel 1991, durante un
viaggio-premio a Roma insieme ai miei compagni di Accademia, fummo ricevuti in
udienza da Papa Wojtyla, e rimasi affascinata dal suo aspetto e dal calore
carismatico che emanava la sua persona. Ora quell’incarico mi avvicinava a lui.
Lavorai accanitamente, consultando filmati e riprese televisive e andando alle
udienze dove potevo vedere il Papa da vicino e prendere appunti. Leggevo i suoi libri, i suoi discorsi per
cercare di entrare nel suo spirito, nella sua anima e trasmetterne un riflesso
all’immagine che stavo costruendo sulla tela .
<<Ho dedicato a quel ritratto quasi
due anni. Nel 2000, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Paolo
II, il dipinto era pronto. Una grande tela di 120X180 centimetri. Giovanni Paolo II, con le vesti papali, il pastorale tenuto con le due mani, come faceva
lui, e sullo sfondo la basilica di San Pietro.
<<Ebbi l’onore di una
udienza privata, nel corso della quale presentai al Papa il dipinto. Giovanni Paolo II rimase molto
contento. Gli illustrai alcuni dettagli. Nei miei ritratti non mi limito mai
alla figura del personaggio. Aggiungo tanti
piccoli particolari, oggetti, scritte, simboli che, intorno al
protagonista, costituiscono un ampio discorso illustrativo della sua
personalità e del suo lavoro. Nel quadro di Giovanni
Paolo II, la Basilica di San Pietro che sta sullo sfondo ha una delle porte
sulla facciata illuminata: è la porta Santa, che richiama il Grande Giubileo
del 2000. Nel riflesso del bastone, all’altezza del cuore, si
intravede l’immagine della Madonna con il bambino Gesù, a ricordare la
grande devozione che Wojtyla ebbe sempre per Maria. E Il papa era felice di
scoprire. attraverso la mia conversazione. questi piccoli segreti. Mi disse in russo:
”Continua così. Evviva l’arte russa”.
<<Il quadro piacque molto anche ai
responsabili Vaticani, ebbi subito altre commissioni e iniziò così la mia
intensa attività con Papi e Cardinali>>.
L’anno più fortunato della carriera di
Natalia Tsarkova fu probabilmente il 2004. In quell’anno, la Sovrintendenza ai Beni
Culturali del Comune di Roma in collaborazione con il Centro Europeo per il
Turismo, Cultura e Spettacolo, stava preparando una mostra che sarebbe diventata
un evento culturale tra i più prestigiosi. Si intitolava “Papi in posa. Dal
Rinascimento a Giovanni Paolo II”. Lo scopo era di presentare tutta una
serie di ritratti dei Pontefici più importanti dal Sedicesimo secolo ai nostri
giorni, eseguiti da celebri artisti.. E per Giovanni
Paolo II, anche se in Vaticano vi erano numerosi suoi ritratti, la commissione
artistica della mostra scelse quello di Natalia Tsarkova. Anzi, furono talmente entusiasti di quel suo
lavoro, che le commissionarono anche un ritratto di Giovanni Paolo I.
Per la giovane pittrice russa iniziò una avventura professionale che le diede una visibilità
mondiale. La mostra “Papi in posa”, infatti, allestita a Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, ebbe un grandissimo
successo. Fu visitata da un eccezionale numero di persone. I giornali scrissero
che era “una delle più importanti mostre di ritrattistica mai realizzate”. Impressionava non solo per la qualità delle
opere esposte, ma anche per la quantità dei dipinti e delle sculture,
capolavori provenienti da grandi musei come gli Uffizi, il Louvre, i Musei
Vaticani, e da importanti
collezioni private.
C’erano opere dei massimi artisti europei degli ultimi cinque secoli:
Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Pisanello,
Scipione, Pulzone, Caravaggio, Bernini, Algardi,
Velázquez, Baciccio, Maratta, Batoni,
Mengs, Canova, Manzù, Messina eccetera. E tra quei colossi, anche lei, Natalia Tsarkova, unica artista vivente.
La mostra rimase a Palazzo Braschi dal 30 Novembre 2004 al 13
Febbraio 2005. Alla fine del 2005, fu portata negli Stati Uniti, al “John Paul
II” del “Cultural Center di Washington”, dove rimase dal 16 ottobre 2005 al 30
marzo 2006, e in sei mesi ha avuto un milione di visitatori. Sulla mostra venne
anche realizzato
un libro d’arte, pubblicato da Gangemi Editore, in
edizione italiana e inglese, 224 pagine
con 78 tavole a colori e 64 in bianco e
nero, libro che continua ad essere
diffuso dando, a Natalia Tsarkova, presente con i
suoi due quadri tra i capolavori dei massimi pittori del mondo, un prestigio
incalcolabile.
Era evidente che, dopo eventi del genere,
le venisse ufficialmente dato il titolo di
“ritrattista dei Papi”. Così, nel 2007, lei fu quasi costretta dal destino a
realizzare anche il ritratto di Benedetto XVI. <<Mi era stato commissionato subito dopo l’elezione di Papa
Ratzinger>>, dice Natalia <<ma non trovavo mai il tempo per
realizzarlo. Anche in questo caso ho lavorato molto. Il quadro è denso di
significati. Benedetto XVI è seduto sul trono papale
che fu di Leone XIII, e che per suo
volere era stato da poco restaurato.
Indossa paramenti antichi. Alle spalle, la colomba, simbolo dello Spirito Santo, che
illumina il capo del Pontefice teologo e sui braccioli del trono immagine di
angeli. Predomina il colore rosso, simbolo dell’amore, tema caro a Papa
Ratzinger. Sullo sfondo richiami della città eterna. Il ritratto è piaciuto
molto a Benedetto XVI, e si trova anche questo nella collezione dei Musei
Vaticani>>.
Ma insieme ai
Papi, Natalia ha eseguito i ritratti di diversi cardinali. Finora sono sette quelli
ultimati, e sono quelli dei cardinali Jeorge Mejia, Paul Poupard, Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Edmund Casimir Szoka, Jan Pieter Scotte, Jean Louis Tauran,
Raffaele Farina. Ma sono in programma i ritratti del cardinale Tarcisio Bertone, il Segretario di Stato del Vaticano, del Cardinale Leonardo Sandri e
dell’ex segretario di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, ora cardinale di Cracovia.
Renzo Allegri,
renzo@editorialegliolmi.it (de.it.press)
Modena-Nonantola,
S.E. Mons. Lanfranchi nuovo Arcivescovo-Abate
Il Papa ha
nominato Arcivescovo-Abate di Modena-Nonantola S.E.
Mons. Antonio Lanfranchi, finora Vescovo di Cesena-Sarsina. S.E. Mons. Antonio Lanfranchi
è nato a Grondone di Ferriere, in diocesi e provincia di Piacenza-Bobbio,
il 17 maggio 1946. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali nel Seminario minore
di Piacenza e quelli filosofici e teologici nel Collegio Alberoni della stessa
città, ha frequentato a Roma la Pontificia Università Lateranense e il
Pontificio Ateneo Salesiano, conseguendo i titoli accademici in Teologia
Biblica e in Scienze dell'Educazione.
È stato ordinato
sacerdote il 4 novembre 1971 per la diocesi di Piacenza, attualmente
Piacenza-Bobbio. I più importanti ministeri da lui
ricoperti sono stati: Assistente nel seminario vescovile di Piacenza, dal 1971
al 1972; dopo gli studi a Roma dal 1972 al 1977, Docente nel seminario
vescovile di Piacenza, dal 1977 al 1978; Assistente spirituale dell'AIMC e
Segretario dell'Ufficio catechistico diocesano, dal 1978 al 1984; Assistente
diocesano dell'Azione Cattolica Giovani, dal 1978 al 1986; Direttore
dell'Ufficio catechistico diocesano, dal 1984 al 1988; Assistente diocesano
dell'Azione Cattolica Adulti, dal 1986 al 1988; Direttore dell'Ufficio
catechistico regionale, dal 1987 al 1988; Assistente nazionale del Settore
Giovani dell'Azione Cattolica Italiana, dal 1988 al 1996; Docente di Pastorale
giovanile presso la Pontificia Università Lateranense in Roma, dal 1988 al
1996; Vicario Generale di Piacenza-Bobbio, dal 1996
al 2003; Canonico effettivo del Capitolo Cattedrale di Piacenza, dal 1999 al
2003. Eletto Vescovo di Cesena-Sarsina il 3 dicembre
2003, ha ricevuto l'ordinazione episcopale l’11 gennaio 2004. Attualmente è Membro della Commissione Episcopale per
l'Evangelizzazione dei Popoli e la Cooperazione tra le Chiese della Conferenza
Episcopale Italiana. NSB
Theologie und Migration1. Einige Überlegungen
“Das Phänomen der politischen,
wirtschaftlichen und religiösen Migration – ob es einzelne Menschen oder ganze
Bevölkerungsgruppen betrifft – ist keine Randerscheinung, der man mit schnellen
Hilfsmaßnahmen begegnen könnte. Migration ist zu einer strukturellen
Gegebenheit geworden, die alle Länder betrifft und sich tief auf das gesellschaftliche,
kulturelle und wirtschaftliche Leben der Herkunfts- und Aufnahmeländer
auswirkt” 2.
Deutschland ist innerhalb weniger
Jahrzehnte zu einem immer stärker multikulturell geprägten Land geworden. Auch
im religiösen Bereich gibt es große Veränderungen und dies nicht nur weil nun
viele verschiedene Religionen mit ihren je eigenen Strukturen und Organismen
vor Ort sind, sondern auch weil innerhalb der katholischen Kirche die,
zumindest zahlenmäßige, Präsenz der Katholiken anderer Muttersprache immer mehr
an Bedeutung gewinnt.
Die Theologie im Kontext der Migration
Welche Instrumente gibt uns die
Theologie an die Hand, um dieses Zeichen der Zeit richtig zu deuten? Zwar gibt es viele wissenschaftliche
Abhandlungen zu diesem Phänomen, aber die Theologen haben sich bislang nicht
kontinuierlich damit auseinander gesetzt.
Das Kirchenrecht und die
Migrationsbewegung
Aus dem bibliographischen Verzeichnis
„Migration und theologische Wissenschaften“ entnehmen wir: „Das Kirchenrecht
hat sich mehr als jede andere theologische Disziplin mit dem Thema Migration
systematisch auseinandergesetzt. Die Beiträge, die innerhalb dieser
theologischen Disziplin entstanden sind, bieten die genauesten Angaben und
Deutungen. Sie analysieren die Dokumente des Lehramtes und verweisen auf die
Pluralität von Methoden für die Pastoralarbeit. In der Tat geben die neuen
Ausgaben des Codex des kanonischen Rechtes und des
Gesetzbuches der katholischen
Ostkirchen (Codex Canonum Ecclesiarum
Orientalium) den Fragestellungen bezüglich der
Mobilität mehr Raum, vor allem dank der Impulse des II. Vatikanischen
Konzils”3.
Das Kirchenrecht, – wie im übrigen
viele Dokumente des Lehramtes –, ist vor allem auf die pastoralen Strukturen
bedacht. Themen wie die Inkardinierung der Priester
in die Diözese, die sie anstellt, die Beziehungen zur Ortskirche, die Beziehung
zwischen der Seelsorge mit den Migranten und dem Charisma eines bestimmten
Ordens, die Rolle des Delegaten oder Koordinators, die bi- und multikulturellen
Beziehungen zwischen der Kirche des Herkunftslandes und des Aufnahmelandes
stehen in den Abhandlungen der Kanonisten im Vordergrund. Das Kirchenrecht
brauchen wir selbstverständlich, denn es ist oftmals die einzige Instanz,
welche die religiösen Rechte der Migranten sichert.
In den Stellungnahmen des Lehramtes
beziehungsweise einzelner Bischöfe finden wir aber auch Aussagen, die über das
Kirchenrecht hinausgehen und uns erahnen lassen, wie sehr es heute die ekklesiologische Herausforderung der Katholizität
anzunehmen und auf die Pastoral mit und für Migranten anzuwenden gilt 4.
Anderenfalls werden wir immer
soziologische Analysen und immer neue Pastoralkonzepte haben, die keine
verstärkte Katholizität garantieren, weil sie nicht auf theologische Prinzipien
gründen.
Pastoraltheologie und Migration
Wissenschaftler und in der Pastoral
Tätige interessieren sich zuallererst für die Frage: “Welche Strukturen sind
für die Seelsorge an den Migranten notwendig? Grund hierfür ist die starke
Bindung zwischen Migration und Anlaufstellen “für soziale Belange” und eine
Politik, die propagiert, dass sich Migranten nur vorübergehend an einem Ort
aufhalten. Im Namen der Diakonie wird somit das Phänomen vor allem unter dem
caritativ helfenden Aspekt betrachtet. Es werden immer neue Strukturen geschaffen
und sehr viele Priester für die Seelsorge an den Migranten eingesetzt.
Rasch muss dann auch eine Antwort auf
die Frage gefunden werden: “Wie soll die Seelsorge am Migranten aussehen”? Vom
Lehramt dazu angehalten, bemühen sich die muttersprachlichen Missionen eine
spezielle Pastoral zu entwickeln und anzuwenden. Man muss der Religiosität der
emigrierten Bevölkerungsgruppen Rechnung tragen, bedenken, dass diese Gruppe
gegenüber der Gesellschaft des Aufnahmelandes am Rand steht, dass wenig Stabilität
und meist kein klar definiertes Lebensprojekt vorhanden sind, die Betreffenden
oft auf dem Gebiet sehr verstreut leben.5.
Die Seelsorger für die Migranten
richten sich nach folgendem Prinzip: “Die Integration verschiedener Gruppen in
eine Ortsgemeinde kann nicht heißen, dass die Unterschiede in Kultur,
Tradition, Brauchtum, Ausdrucksformen von Religiosität der verschiedenen
Gruppen unterdrückt werden, sondern vielmehr, dass alles, was jeder Einzelne
mit sich bringt als Bereicherung gesehen wird, und es jedem Einzelnen und jeder
Gruppe selbst überlassen wird, mit der Zeit alle oder einige Bräuche vor Ort
anzunehmen”6. “Gleichheit heißt nicht Einförmigkeit: Es kommt darauf an, die
Vielfalt und Komplementarität der jeweiligen kulturellen Schätze und moralischen
Qualitäten anzuerkennen. Gleiche Behandlung impliziert mithin ein gewisses
Anerkenntnis von Unterschieden, wie es Minderheiten selbst fordern, damit sie
sich nach ihren eigenen Merkmalen, im Respekt vor anderen und für das
Gemeinwohl der Gesellschaft und der Weltgemeinschaft entwickeln können.”7.
Ein Pastoralauftrag, der sich fast
ausschließlich an die Migranten richtet kann zur Bildung von “Parallelkirchen”
führen8. Diese Parallelstruktur wird aber auch von anderen Faktoren begünstigt,
nämlich der Einstellung, man habe es hier nur mit “Gastarbeitern” zu tun, die
nur der “vorübergehenden Betreuung” bedürfen, und der Tatsache, in Migranten
nur Arme und Notleidende zu sehen,9 denen man das eigene know-how in der Sozialbetreuung überstülpen kann, das heißt
Migranten sind Objekte, die der Sozialbetreuung bedürfen und nicht Subjekte,
die aktiv am Leben der Kirchengemeinde teilnehmen.
Diese Einstellung führt dazu, dass die
Seelsorgetätigkeit der Missionen ins Abseits gestellt wird und die Missionen
nicht als aktive und lebendige Glieder der Ortskirche angesehen werden.
Es ist sicher wichtig und grundlegend
den Zusammenhalt innerhalb der Gemeinde zu pflegen, doch dies birgt einige
Gefahren, so zum Beispiel die Gefahr der Zerrissenheit und der Gettoisierung.
Im bisher vorwiegend angewandten Modell der Pastoral für je eine bestimmte
Sprachgruppe haben einige Ortspfarreien und muttersprachliche Missionen sich
gegenseitig ignoriert. Die Pfarreien stellten sich die Frage: “Was soll ich
tun, um die Migranten zu ändern”? Und die Missionen überlegten: “Was können wir
tun, um die Migranten an unsere Gemeinde zu binden?“ Es wäre sicherlich eher im
Sinne Jesu Christi gewesen, wenn beide Gebilde sich folgender Frage gestellt
hätten: “Was muss sich an unserer Einstellung und Haltung ändern, damit
Gastfreundschaft und Katholischsein zum Tragen
kommen?“ Die grundlegende Frage betrifft nämlich nicht so sehr das eigene Wesen
(“wer bin ich?”), als vielmehr die Art und Weise der Seelsorge (“wem soll ich
dienen?”).
Die Grenzen einer monoethnischen
Pastoral werden uns, wenn auch nur sehr langsam, bewusst; da darin die Gefahr
besteht, dass die Gruppe in sich geschlossen bleibt und meint sich selbst zu
genügen.10 Eine neue Perspektive entwickelt sich, die auf Zusammenarbeit und Mitverantwortung
beruht und deshalb bemüht ist, die Communio zwischen
den verschiedenen Gruppen einer Gemeinde zu fördern und zu stärken11. Das
Ergebnis einer verstärkten theologischen Auseinandersetzung mit dem Kontext der
Migration ist die Suche nach einer neuen Ausrichtung der Pastoral.12.
Das Zweite Vatikanische Konzil zwingt
uns förmlich von einem monokulturellen Modell weg zu kommen hin zu einem immer
stärker multikulturell ausgerichtetem Modell und somit von der Idee
wegzukommen, dass Katholischsein Einförmigkeit
voraussetzt. Zu dieser Veränderung haben die Migrationsbewegungen einen
ausschlaggebenden Beitrag geleistet. Die Vielfalt und Verschiedenheit zu der
die verschiedenen Migrationsgruppen beitragen, ist der Ansporn zu Universalität
und Katholizität in der Kirche und dringt in alle Bereiche des christlichen
Lebens ein: von der Liturgie zur Katechese, von der Predigt zu den Beziehungen
untereinander, die von allen als Bereicherung erfahren werden.
In Lumen Gentium lesen wir: “Dank der göttlichen Vorsehung [...]
sind die verschiedenen Kirchen, die an verschiedenen Orten von den Aposteln und
ihren Nachfolgern eingerichtet worden sind, im Lauf der Zeit zu einer Anzahl
von organisch verbundenen Gemeinschaften zusammengewachsen. Sie erfreuen sich
unbeschadet der Einheit des Glaubens und der einen göttlichen Verfassung der
Gesamtkirche ihrer eigenen Disziplin, eines eigenen liturgischen Brauches und
eines eigenen theologischen und geistlichen Erbes..... Diese einträchtige
Vielfalt der Ortskirchen zeigt in besonders hellem Licht die Katholizität der
ungeteilten Kirche”13.
Und in Gaudium
et spes steht: “In diesem Sinn spricht man von
Kulturen im Plural. Denn aus der verschiedenen Weise des Gebrauchs der Sachen,
der Arbeitsgestaltung, der Selbstdarstellung, der Religion und der
Sittlichkeit, der Gesetzgebung und der rechtlichen Institution, der Entfaltung
von Wissenschaft, Technik und Kunst entsteht eine Verschiedenheit der
gemeinschaftlichen Lebensformen und der Gestalten, in denen die Lebenswerte zu
einer Einheit zusammentreten“14.
Die Migrationsbewegungen und die
Globalisierung bringen es mit sich, dass man sich wieder auf die Katholizität
der Kirche besinnt, einer Katholizität, die weder monolithisch noch
europazentriert sein kann. Wir kehren zurück an die Wurzeln, zu der Zeit, in
der ein langsames und schweres Miteinanderringen um
Universalität das Schöne und Einzigartige des Planes Gottes zum Ausdruck
brachte: Gott will in Christus alle an sich ziehen ohne dabei die ethnischen
und kulturellen Unterschiede zu verwischen15.
Katholischsein heißt nämlich universell sein
und universell sein heißt nicht, dass alle gleich sind. Die Gaben die jeder
Einzelne hat oder besondere Gruppen haben werden zum gemeinsamen Erbgut aller.
Diese neue ekklesiologische
Sichtweise des zweiten Vatikanischen Konzils führte dazu, dass die Geschichte
und der Werdegang der Ursprungsgemeinden auf ihrem Weg zur Katholizität hin
wiederentdeckt wurden. Damals hatte man die Beziehung zwischen den lateinischen
Kirchen und den östlichen Kirchen, in besonderer Weise gepflegt, es entstanden
neue theologische Schulen und man bemühte sich, das Evangelium und die Liturgie
in den jungen Kirchen in Asien und Afrika einzuführen und dabei der Kultur
dieser Länder gerecht zu werden.
Auffallend ist, dass in den letzten 10 Jahren diese
“Wiederentdeckung der Katholizität” auch auf die Migrationsgruppen übertragen
wird und die Christen den Beiträgen der Gruppen verschiedener Herkunft und
Kultur vor Ort mehr Beachtung schenken.
Das trinitarische Modell
Man stellt sich spontan die Frage: wie
kann die Einheit in der Vielfalt gewahrt werden? Ausgehend von einer
katholischen Kirche, die ein gewisses Maß an Uniformität in ihren liturgischen
Ausdrucksweisen aufweist, zumindest im lateinischen Ritus, sind wir nun wohin
unterwegs? Wenn ein Polyzentrismus aufkommt, was
geschieht dann? Setzt das sich der anderen Kulturen und anderer religiöser
Ausdrucksformen Bewusstwerden, die unter uns gegeben sind, die Einheit und
Identität der katholischen Kirche und ihrer Traditionen aufs Spiel oder bietet
dies eine wertvolle Gelegenheit, um zu einer authentischen Katholizität zu
gelangen?
Wir sind uns bewusst, dass es sich
nicht um einen einfachen und linearen Prozess handelt. Die Geschichte ist voll
von Aufgeschlossenheit und Widerständen, von Erfolgen und Misserfolgen. Auch
die Geschichte der Pastoral mit und an Migranten ist sehr differenziert.
Hier kommt uns das Modell der
Dreifaltigkeit zu Hilfe. Nur eine “Ekklesiologie der Dreifaltigkeit” macht es
möglich, dass wir sowohl die Ideologie der Homologation als auch die der
Balkanisierung über Bord werfen. Unser Gott ist ein Gott, der die
Verschiedenheit und Vielfalt als Bestandteil seines Heilsplanes16 vorgesehen
hat und demzufolge die Einzigartigkeit und Besonderheit eines Jeden
respektiert. Die Kirche fügt sich in diesen Heilsplan ein und fördert Charismen
und Vielfalt. “Die Gestalt und Aufgabe der Kirche muss so gegliedert sein, dass
die ethnischen und kulturellen Identitäten weder ignoriert noch vergöttert
werden. Sie sollen als wichtige Bestandteile und Charismen innerhalb der Kirche
gesehen werden, zum Wohle aller und zur gegenseitigen Bereicherung”17.
Wir müssen uns den verschiedenen Gaben
des Heiligen Geistes öffnen, die den einzelnen Gruppen zugeteilt wurden; denn
sie sind nicht nur ein schmückendes Beiwerk, sondern vielmehr ein
lebensnotwendiger Beitrag für das Wohl der Kirche und der ganzen Welt.
Die persönliche und gemeinschaftliche
Identität ist eine Gabe und ein Mysterium, die als solche angenommen,
verbessert und gefördert werden muss, denn es ist ein Projekt, dass uns am
Heilsplan Gottes in der Geschichte teilhaben lässt.
Wir dürfen dabei nicht vergessen, dass
die Zugehörigkeit zu einem Volksstamm auch eine zerstörerische Macht haben
kann, und deshalb müssen wir alles aus der Sichtweise des Dreieinen Gottes
betrachten. Eine bestimmte Ethnie oder Kultur bis aufs äußerste zu verteidigen
führt nämlich zu einer “ethnischen Ekklesiologie”18, “in der wir Griechen sind
und folglich orthodox, orthodox sind, weil wir Serben sind und so weiter und
schlimmer noch, man sagt von sich, man sei orthodox, nicht um das Christliche
zu betonen, sondern um die Zugehörigkeit zu einem Volksstamm hervorzuheben,
dass heißt um zu sagen, man ist Serbe, Rumäne oder Russe”. Wenn die Pastoral am
Migranten nur die kulturelle und ethnische Dimension hervorhebt, läuft sie
Gefahr sich “gegen” die Anderen zu
stellen.
Aus dieser ekklesiologischen
Perspektive heraus gewinnt die Gemeinde der Migranten an Bedeutung. Der Fremde
wird nicht mehr als Problem gesehen, sondern als ein Bote Gottes, der etwas
Neues bringt, die Regelmäßigkeit und Logik des Alltags durchbricht und
diejenigen, die am Rande stehen, der Gemeinde näher bringt. In ihm sieht die
Ortskirche Christus, der „unter uns gewohnt hat“19 – wie es im
Johannesevangelium heißt -, Christus, der „vor der Tür steht und anklopft“20.
Der Migrant erinnert den Gläubigen daran, dass wir alle unterwegs sind zur
ewigen Heimat hin. “Christlich leben heißt im letzten mit Christus Ostern entgegen
gehen, das heißt den Übergang hin zur ewigen Gemeinschaft im Reich Gottes im
Blick behalten.”21
Wir können folglich sagen, dass Gott
die Migrationsbewegungen pädagogisch einsetzt, um seinen universellen Heilsplan
zu verwirklichen. Unser Gott ist ein Gott, der dem Menschen nahe ist, mit ihm
solidarisch ist, der das Wohl eines Jeden und seine Selbstverwirklichung will,
im Blick auf den Aufbau einer universellen Verbrüderung. Migranten fordern die
Kirche heraus, ganz sie selbst und universell zu sein. Es handelt sich um eine
Kirche, die sich Tag für Tag auf diesen Weg macht,22
um den Plan des Reiches Gottes zu verwirklichen. Es handelt sich um einen
eschatologischen Weg, um zum Festmahl zu gelangen, das Gott für uns vorbereitet
hat23, (das wir in der Eucharistie schon erahnen und feiern dürfen), in dem die
Vielfalt ein Grund zur Freude sein wird und jeder von uns endlich er selbst
sein kann.
Jeder von uns hat den Auftrag diese
eschatologische Wirklichkeit durch eine Pastoral, die dem Anderen gegenüber
offen ist, schon anklingen zu lassen! Der heilige Johannes Chrysostomus
fordert die Gläubigen ständig dazu auf, die Gastfreundschaft als vorrangige
Pflicht des Christen zu leben, weil uns jeder Gast daran erinnert, dass wir auf
dieser Erde nur Gast sind. “Gott sagt: ich habe den Himmel und die Erde
erschaffen. Auch dir verleihe ich eine schöpferische Kraft. Bemühe dich den
Himmel auf Erden zu schaffen, denn du kannst es!”24.
Die Katholizität authentischer leben:
auf dem Weg zu einer Pastoral der Dreifaltigkeit
Wir möchten näher beleuchten, warum wir
in diese Richtung denken und handeln sollen. Um in der Pastoral Entscheidungen
zu treffen, die zu Katholizität führen, ist eine theologische Vertiefung
Voraussetzung. Wenn man die theologischen Abhandlungen in Bezug auf Migration
analysiert, stellt man fest, dass darin Gedanken zum Thema bruchstückhaft
vorhanden sind, oft aber nichts Verbindliches gesagt wird, und damit kann die
einfachere Variante gewählt werden, nämlich die Assimilierung, wie sie von einigen
Bischöfen in Europa für die katholischen Migranten gewünscht ist. Selbst das
Dokument Erga migrantes caritas Christi25, ist, auf Grund seiner Heterogenität zu
diesem Zweck ausgelegt worden, um eine Entscheidung zu verfolgen, die auf der
biologischen Auffassung der Migration von Katholiken zurückzuführen ist, die
als biologisch abbaubar angesehen wird bzw. dazu dient, die Lücken zu füllen,
die von den Einheimischen hinterlassen werden. Wir haben es auch mit Pfarrern,
Katecheten, pastoralen Mitarbeitern, sowohl anderer Muttersprache als auch der
Ortspfarrei zu tun, die oft nicht darauf vorbereitet sind, in einer Ortskirche,
die die Katholizität leben will, pastoral tätig zu werden. Es sind auch noch
Stellen vorhanden, in denen wir wenig gegenseitige Toleranz verspüren, an denen
es scheint, dass man darauf wartet, dass man zur Normalität zurückfindet, auch
wenn es legitim ist sich zu fragen, ob man in einer Kirche, die von Natur aus
eine missionarische Dimension hat, von Normalität sprechen kann.26.
Auch müssen wir daran erinnern, dass
die neuen Pastoralkonzepte, die einige Ortskirchen vorschlagen
(Seelsorgeeinheit, multikulturelle Pfarrei, Bildung von Pastoralteams mit
Menschen verschiedener Ethnien usw.) in einer ersten Erprobungsphase es nicht
erlauben, die Entwicklung zu einem authentischen Gesicht der Kirche zu
überwachen.
Die muttersprachlichen Missionen und
Gemeinden haben mit Personalproblemen und finanziellen Einschnitten zu kämpfen.
Deshalb ist es schwer von einer Kirche mit den Migranten zu einer Kirche
unterwegs27 zu finden, einer Kirche, die von sich aus unterwegs, katholisch und
auf Communio ausgerichtet ist.
Dies ist der eigentliche Knoten, den es
im Bezug auf die Pastoral mit und für Menschen anderer Muttersprache zu lösen
gilt. Wir diskutieren und arbeiten in Strukturen und Modellen, die vielfältige
Interpretationen zulassen, oft an finanzielle Kriterien gebunden sind, während
wir heute, um dem Phänomen wirklich gerecht zu werden, eine neue Art der
Umsetzung finden müssten, wie sie uns aus der Bibel und der Ekklesiologie
erwächst. Wir müssen den Akzent verschieben von einer Pastoral der
Konservierung und Konsolidierung weg hin zu einer missionarischen Pastoral, in
welcher der wichtigste Aspekt nicht der ist, die Strukturen zu stärken, sondern
der, eine prophetische Identität zu erlangen. Wir brauchen neue
“Verkehrszeichen”, die erkennbar machen, dass es sich um ein Gottesvolk
handelt, dass die Einheit in der Vielfalt leben will und nicht die Unterschiede
ausmerzen will, was akatholisch wäre.
Alle müssen sich der Diskussion
stellen, sich in Frage stellen lassen, umdenken. Um “Neuland” zu beschreiten,
wie es die Mobilität erfordert, ist der Migrant aufgerufen, seine Identität und
seinen Reichtum für sich neu zu entdecken, diese nicht für sich zu behalten,
sondern andere daran teilhaben zu lassen. Die Ortskirche ihrerseits ist
eingeladen “sich zu bekehren”, um ihr ursprüngliches Gesicht zu zeigen “eine
Gemeinschaft, die allen offen steht, die fähig ist, alle Generationen und Kulturen,
jede Berufung und Lebensform in sich zu vereinen, und auch in jenen, die aus
der Fremde kommen den Ausdruck von Katholizität zu sehen”28.
Aus der notwendigen Analyse und den
anzuwendenden Methoden und den Pastoralkonzepten für die Migranten kommt man
zur Prüfung der Charakteristika, die die Ortskirche bevorzugen muss, um eine
Pastoral der Öffnung zu gestalten, die eine ständige Werkstatt für Katholizität
und Communio ist und der Vielfalt Raum bietet. Die
vordringlichste Sorge ist dann nicht mehr die, festzulegen, ob es sich um eine
Pfarrei oder Mission, um eine Mission oder Gemeinschaft, um Gemeinden oder Seelsorgeeinheiten handeln
soll, ob Diözesanpriester oder Ordenspriester, ob Priester oder Laien, sondern
die, wie die christliche Gemeinde heute aussehen kann und soll. Die
grundlegende Frage ist nicht mehr welche “Pastoral” und welche “Mission” für
die Migranten, sondern vielmehr “wie soll die Kirche aussehen”, in der eine
Pastoral der Gastfreundschaft gelebt und angewendet wird.
Diese Veränderung bringt einige
Theologen dazu vom Migranten als den “locus theologicus” zu sprechen: ein theologischer und heiliger
Ort der Begegnung mit Gott, ein Ort, von dem aus die theologischen Überlegungen
angestellt werden. Die menschliche Mobilität ist aus dieser Sicht heraus sowohl
die reflektierte Realität als auch die Quelle theologischen Handelns, in dem
Maße, in dem sich Gott darin wiederfindet.
“Die Migrationsbewegungen bieten den einzelnen
Ortkirchen die Möglichkeit ihre Katholizität zu überprüfen, eine Katholizität,
die darin besteht, nicht nur die verschiedenen Ethnien bei sich aufzunehmen,
sondern vor allem die Communio zwischen diesen
Ethnien zu verwirklichen. Die ethnische und kulturelle Vielfalt in der Kirche
ist nicht eine Gegebenheit, die toleriert werden soll, weil sie nur eine
vorübergehende Erscheinung ist, sondern vielmehr eine Dimension, die die
Struktur der Kirche ausmacht. Die Einheit in der Kirche wird nicht durch die
gemeinsame Herkunft und Sprache begründet, sondern durch den Pfingstgeist, der
Menschen verschiedener Sprache und Nationalität zu einem einzigen Volk vereint,
allen den Glauben an den selben Herrn und Heiland verleiht, zur selben Hoffnung
beruft. Und diese Einheit ist viel weiter und tiefer als jede andere, die aus
anderen Beweggründen heraus entsteht.”29.
Papst Johannes Paul II bekräftigt in
seinem apostolischen Schreiben Novo millennio ineunte: “Die Einheit der Kirche bedeutet nicht
Einförmigkeit, sondern organische Integration der legitimen Verschiedenheiten.
Es geht um die Wirklichkeit, dass die vielen Glieder in einem Leib verbunden
sind, dem einzigen Leib Christi (vgl. 1 Kor 12,12)”30.
“Gleichheit bedeutet nicht
Einförmigkeit. Es kommt darauf an, die Vielfalt und Komplementarität der
jeweiligen kulturellen Schätze und moralischen Qualitäten anzuerkennen. Gleiche
Behandlung impliziert mithin ein gewisses Anerkenntnis von Unterschieden, wie
es Minderheiten selbst fordern, damit sie sich nach Ihren eigenen Merkmalen, im
Respekt vor anderen und für das Gemeinwohl der Gesellschaft und der
Weltgemeinschaft entwickeln können. Aber keine Gruppe darf sich einer
natürlichen Überlegenheit über andere rühmen oder Diskriminierungen üben, die
die Grundrechte der Person berühren”31. Wenn die Gnade Gottes nur durch die
Kultur der Person zum Ausdruck kommt, dann stellt man sich mit jeder Form der
Diskriminierung eines Volkes und dessen Kultur gegen den Gott der Liebe und des
Heils.
In die Praxis umgesetzt heißt das: “Um
die Katholizität zu leben benötigen unsere Diözesen Orte, an denen geglaubt,
gebetet, gefeiert wird und zwar auf die Art und Weise wie es Italiener,
Vietnamesen, Afrikaner und so weiter tun. Das Besondere zu fördern ist nicht
zwangsläufig gleichbedeutend mit Bevorzugung und Begünstigung dieser
Besonderheiten. Die verschiedenen Weisen den Glauben zu leben, zu feiern, auf
Christus zuzugehen, sowie die lebendige Glaubenserfahrung, die unsere Brüder
und Schwestern im Glauben im Land, das sie aufgenommen hat, gemacht haben, sind
auch für den Glauben der Kirche im Aufnahmeland eine Bereicherung.”32.
Niemand kann sich in sich selbst
verschließen. Wir sind die “katholische” Kirche, indem wir uns allen Gemeinden
gegenüber öffnen und das Dynamismus des innerhalb der Ortskirche gelebten und
gefeierten Glaubens als Bestandteil eben dieses katholisch seins betrachten.
Der Theologe Paul Tihon spricht von einem Prozess der
gegenseitigen Betörung. Das katholische “Modell”, führt nämlich zu einer
gegenseitigen Bereicherung und nicht dazu, dass ein Teil abhanden
kommt. “Kraft dieser Katholizität bringen die einzelnen Teile ihre
eigenen Gaben den übrigen Teilen und der ganzen Kirche hinzu, so dass das Ganze
und die einzelnen Teile zunehmen aus allen, die Gemeinschaft miteinander halten
und zur Fülle in Einheit zusammenwirken”33.
Der Akzent verlagert sich auf die
Berufung aller, sich in den Dienst der Katholizität zu stellen. Es handelt sich
hierbei nicht um eine Gelegenheits-Katholizität
in der nur Folklore im Vordergrund steht und die den Migranten ein
kleines Trostpflaster bietet, während die “Anderen” mehr oder weniger
wohlwollend zusehen, sondern um eine authentische Katholizität.
Wir können von einer Theologie der
gegenseitigen Anerkennung sprechen. Der multikulturelle Kontext kann Unbehagen,
Unruhe ja sogar Angst und Konflikte erzeugen, und oft entstehen solche
Situationen. Wir Christen aber möchten eine Pastoral gestalten, die die
Unterschiede ernst nimmt und würdigt und im Anderen etwas Neues entdecken
hilft, eben um die Dreifaltigkeit nachzuahmen. Sich der Migranten annehmen
geschieht dann durch eine Pastoral der Anerkennung der Unterschiede gegen jede
Gefahr religiöser Vereinheitlichung. Die Pastoral mit und am Migranten ist von
einer authentischen Annahme des Anderen gekennzeichnet, ein Annehmen, aus dem
Beziehung, Dialog und Miteinanderteilen erwachsen.
“Gastfreundschaft im christlichen Sinn setzt
Austausch voraus und tendiert zur Communio, es
verpflichtet dazu, zu öffnen, was verschlossen ist, zu weiten, was zu eng ist,
unter den Menschen das Leben Christi sicht- und
spürbar werden zu lassen.”34.
Das Mysterium der Dreifaltigkeit ist im
Letzten das Modell einer jeden Pastoral. In der Dreifaltigkeit entdeckt ein
Christ das höchste Paradigma, um die Einheit in der Vielfalt zu leben. In diesem Zusammenhang ist es eine Sünde die
Gastfreundschaft zu verweigern und den anderen in seiner Andersartigkeit nicht
zu respektieren. Die Beziehung wie wir sie beim dreifaltigen Gott erahnen,
würde dadurch zerstört, eine Art der Beziehung die unseren Entscheidungen und
unserem Wirken im Bereich der Migration zu Grunde liegen sollte.
Das
man die einzelnen Kulturen und deren Art den Glauben zu leben respektieren
soll, beruht auch auf der Tatsache, dass in jeder Kultur etwas Heiliges steckt.
Kommunikation, das Miteinanderteilen, die
Transzendenz, sind Bestandteile der Kultur. Der Begriff kommt von “cultus”, den Anderen erkennen. Dies ist das religiöse
Grundelement, nämlich der Glaube. Kultur ist möglich, weil im tiefsten Inneren
eines jeden Menschen der Drang zur Liebe steckt. Die Liebe drängt den Menschen
aus sich heraus zu gehen, sich selbst aufzugeben, damit ein anderer leben kann,
damit das Andersartige zum Tragen kommt.
Die Notwendigkeit einer Spiritualität
der Communio
Um die Herausforderung der Katholizität
leben zu können, muss man eine Spiritualität der Communio
praktizieren. Wir müssen uns alle, Einheimische wie Migranten, auf den Weg der
gegenseitigen Anerkennung machen, müssen ein Bewusstsein der Communio und Gemeinschaft schaffen, die jeder Entscheidung
bezüglich der Pastoral vorausgehen muss und alle in der Ortskirche vereint.
«Die Kirche zum Haus und zur Schule der Gemeinschaft machen, darin liegt die
große Herausforderung, die in dem beginnenden Jahrtausend vor uns steht, wenn
wir dem Plan Gottes treu sein und auch den tief greifenden Erwartungen der Welt
entsprechen wollen. Was bedeutet das konkret? Auch hier könnte die Rede sofort
praktisch werden, doch es wäre falsch, einem solchen Anstoß nachzugeben. Vor
der Planung konkreter Initiativen gilt es, eine Spiritualität der Gemeinschaft zu
fördern, indem man sie überall dort als Erziehungsprinzip herausstellt, wo man
den Menschen und Christen formt, wo man die geweihten Amtsträger, die
Ordensleute und die Mitarbeiter in der Seelsorge ausbildet, wo man die Familien
und Gemeinden aufbaut. Spiritualität der Gemeinschaft bedeutet vor allem, den
Blick des Herzens auf das Geheimnis der Dreifaltigkeit zu lenken, das in uns
wohnt und dessen Licht auch auf dem Angesicht der Brüder und Schwestern neben
uns wahrgenommen werden muss. Spiritualität der Gemeinschaft bedeutet zudem die
Fähigkeit, den Bruder und die Schwester im Glauben in der tiefen Einheit des
mystischen Leibes zu erkennen, dass heißt es geht um »einen, der zu mir
gehört«, damit ich seine Freuden und seine Leiden teilen, seine Wünsche erahnen
und mich seiner Bedürfnisse annehmen und ihm schließlich echte, tiefe
Freundschaft anbieten kann. Spiritualität der Gemeinschaft ist auch die
Fähigkeit, vor allem das Positive im anderen zu sehen, um es als Gottesgeschenk
anzunehmen und zu schätzen: nicht nur ein Geschenk für den anderen, der es
direkt empfangen hat, sondern auch ein »Geschenk für mich«. Spiritualität der
Gemeinschaft heißt schließlich, dem Bruder »Platz machen« können, indem »einer
des anderen Last trägt« (Gal 6,2) und den egoistischen Versuchungen widersteht,
die uns dauernd bedrohen und Rivalität, Karrieresucht, Misstrauen und
Eifersüchteleien erzeugen. Machen wir uns keine Illusionen: Ohne diesen
geistlichen Weg würden die äußeren Mittel der Gemeinschaft recht wenig nützen.
Sie würden zu seelenlosen Apparaten werden, eher Masken der Gemeinschaft als
Möglichkeiten, dass diese sich ausdrücken und wachsen kann»35.
“Diese Sicht von Gemeinschaft ist eng
verbunden mit der Fähigkeit der christlichen Gemeinschaft, allen Gaben des
Geistes Raum zu geben. Die Einheit der Kirche bedeutet nicht Einförmigkeit,
sondern organische Integration der legitimen Verschiedenheiten. Es geht um die
Wirklichkeit, dass die vielen Glieder in einem Leib verbunden sind, dem
einzigen Leib Christi (vgl. 1 Kor 12,12)”36.
Es bedarf demnach einer Communio, die von Pluralität geprägt ist. Pluralität und
Verschiedenheit sind in den Schriften, die unserem Glauben zugrunde liegen,
festgeschrieben. “Dem einen und einzigen Herrn Jesus Christus – “derselbe
gestern heute und in Ewigkeit” (Hebr 13,8) – wir
haben vier Evangelien, vier unterschiedliche Botschaften und damit ist nicht
ein einziges Buch, eine Schrift Grundlage des Christentums, sondern das
dynamische Wirken des Heiligen Geistes. Von Anfang an gab es verschiedene schriftliche
Ausdrucksformen, Ekklesiologien, christologische
Anschauungen, liturgische Formen, Glaubensbezeugungen und Arten der missio,
spiritueller Akzente” 37.
Diese Pluralität – die die Polichronie, die Buntheit des Antlitzes Gottes
widerspiegelt – und die Unerschöpflichkeit des Mysteriums Jesu Christi, das in
verschiedenen Kulturen aufgenommen wurde, ist Reichtum an Gaben, aber auch
Verneinung eines christlichen Fundamentalismus und Integralismus.
Von Beginn an wird der Glaube an Christus in verschiedenen Gemeinschaften
gelebt – jüdisch-christlich, ethno-christlich… -, die sich dem Mysterium in
unterschiedlicher Weise annähern und dieses auch unterschiedlich auslegen. In
den neutestamentlichen Schriften, in der Liturgie, im Leben der Ortskirchen werden
die Unterschiede nicht geleugnet, sondern sind Teil des Lebens in der
Gemeinschaft. So wird Jesus Christus, als der einzig wahre Herr auf
verschiedene Arten und Weisen verkündet, gefeiert, verinnerlicht.
Schlussbemerkung
Wir müssen in den Migrationsbewegungen
eine Herausforderung und eine Quelle für den universellen Auftrag der Kirche in
der Welt sehen. “Die Migrationsbewegungen ... ermöglichen die Begegnung
zwischen den Menschen. Sie können dazu beitragen Vorurteile abzubauen und eine
bessere Verständigung und Verbrüderung untereinander zu erzielen, im Blick auf
eine stärkere Einheit unter den Menschen. Geht man von dieser Sichtweise aus,
dann sind die Migranten die Vorreiter auf dem Weg zu einer universellen
Verbrüderung. Und die Kirche, die vom Aufbau her der Communio
dient, nimmt alle Kulturen in sich auf, ohne sich mit einer bestimmten Kultur
zu identifizieren und ist damit sichtbares und wirksames Zeichen einer Welt
deren Ziel die Einheit aller ist. Als Volk Gottes ist sie unterwegs und ist
‘für das ganze Menschengeschlecht die unzerstörbare Keimzelle der Einheit, der
Hoffnung und des Heils’ (LG, 9)”38.
Die Pastoral mit und am Migranten ist,
wie im übrigen jede Art von Pastoral, immer ein
work in progress. Im
Laufe der Jahre wurden einige Grundlinien erarbeitet, die inzwischen
allgemeingültig sind. Wir können hier einige aufzählen, aus denen auch ein
Hauch von Katholizität spürbar wird.
Die Pastoral mit und am Migranten kann
nicht mehr als etwas Vorübergehendes angesehen werden, sondern muss in der
Ortskirche als solche verankert sein. Es handelt sich nicht um den Dienst
einiger, der toleriert wird und denen man die Fälle zuschiebt, die nur schwer
zu integrieren sind, zum Beispiel die Menschen der ersten Ausländergeneration.
Durch die Pastoral mit und am Migranten wird vielmehr die Katholizität und Communio vor Ort deutlich. Der Migrant ist das
Lackmuspapier der Katholizität und Communio innerhalb
der Kirche.
Eine so gestaltete Pastoral für
Migranten einzuführen bedeutet: “die Migranten aufzunehmen und sie wirklich in
das Gemeindeleben einzugliedern und dabei darauf zu achten, dass sie weder an
den Rand gedrängt werden noch gezwungen werden sich zu assimilieren. Der
Migrant sollte sich weder von den anderen ausgeschlossen fühlen noch an der Teilnahme
an der Gemeinde dadurch gehindert werden, dass diese Wege und Formen der
Religiosität vorschreibt, die nicht seiner Kultur und Tradition entsprechen”39.
In dieser Werkstatt für Katholizität,
nämlich der Kirche vor Ort, gibt es keinen Raum für Unbeweglichkeit. Hier wird
der Migrant als vollwertiges Mitglied angenommen und alle Diskussionen über die
Strukturen der muttersprachlichen Gemeinden, der Umstrukturierungen, die im
Gange sind und der Notwendigkeit sich zu vernetzen werden zweitrangig. Es ist vor
allem dringend notwendig, dass wir einen Prozess anstoßen, der zur Katholizität
und Communio befähigt, damit alle Gläubigen, die
Einheimischen wie die Migranten, zu Trägern von Universalität werden, in einer
Welt, in der es starke Tendenzen gibt, sich zu verschließen und immer neue
Mauern untereinander zu errichten. Wir müssen fähig werden unsere Instrumente
und Strukturen in der Pastoral in
“Häuser und Schulen der Gemeinschaft”40 zu verwandeln.
Die Kirche vor Ort ist ein Zeichen für
die Gesellschaft, weil sie durch ihr Beispiel einen Beitrag hierzu leistet.
„Auf diese Weise wird die Teilkirche, im pfingstlichen Geist, zur Gründung
einer neuen Gesellschaft beitragen, in der die verschiedenen Sprachen und
Kulturen nicht mehr, wie nach dem Turmbau von Babel, unüberwindliche Grenzen
bilden, sondern in der es gerade in dieser Verschiedenheit möglich ist, eine
neue Weise der Kommunikation und der Einheit zu verwirklichen (vgl. PaG 65)” 41.
Die Ortskirche ändert ihre “Haltung und
Verhaltensweise” und wird immer mehr katholisch im wahrsten Sinne des Wortes
und wacht eifersüchtig darüber, dass die Vielfalt erhalten bleibt. Die
bisherige Struktur einer “herkömmlichen Mission” mag verschwinden, aber
innerhalb einer Pfarrei oder Seelsorgeeinheit muss die Präsenz einer Gruppe von
Katholiken anderer Muttersprache und religiöser Eigenheiten sichtbar bleiben
und unterstützt werden, damit die Katholizität in ihrer Vielfalt lebendig ist.
Das ist der Grund weshalb die Migranten nicht auf ihre
religiöse Eigenheiten verzichten wollen, denn sie wollen ihren Reichtum
und ihre Originalität, die sie wiederentdeckt haben, mit den anderen
teilen. «In diesem Zusammenhang sind die
Aufnahmekirchen aufgefordert, die konkrete Wirklichkeit der Menschen und der
Gruppen, aus denen sie zusammengesetzt ist, zu integrieren, indem sie die Werte
eines jeden verbindet, da alle berufen sind, wahrhaft eine katholische Kirche
zu bilden: „So verwirklicht sich in der Ortskirche die Einheit in der Vielheit,
das heißt jene Einheit, die nicht Gleichförmigkeit ist, sondern
Übereinstimmung, in die alle legitimen Verschiedenheiten in die gemeinsame
Einheitsbestrebung aufgenommen werden“ (CMU 19)»42.
Papst Benedikt XVI erinnert uns
daran: “Die Kirche muss immer wieder neu
zu dem werden, was sie schon ist. […] Wind und Feuer des Heiligen Geistes
müssen unaufhörlich jene Grenzen öffnen, die wir immer wieder zwischen uns
aufrichten; wir müssen immer wieder von Babel, vom Verschlossensein
in uns selbst, zu Pfingsten übergehen”43.
Noten - 1 In meinem Vortrag beziehe ich
mich nur auf Migranten, die der römisch-katholischen Kirche angehören. Ich
werde also nichts zu den vielfältigen Herausforderungen sagen, denen sich die
Kirche in Deutschland auch stellen muss, angesichts der vielen Migranten, die
hier leben und die eine andere Religionszugehörigkeit haben.
2 Traditio Scalabriniana, 1, S. 23.
3 Tassello, Graziano G.; Deponti, Luisa; Proserpio, Felicina (Hrsg.), Migrazioni e scienze teologiche. Rassegna
bibliografica (1980-2007). Basel, CSERPE, 2009, SS. 19-20, www.cserpe.org/theology.htm .
4 Verhältnismäßig viele Bischöfe
begrüßen im Namen einer “wiederentdeckten Katholizität” die Anwesenheit von
Gemeinden anderer Muttersprache und
anerkennen deren pastorale und katechetische Tätigkeit, weil die Seelsorger der
„Katholischen Missionen“ den Menschen nahe sind, eine gut organisierte
Katechese betreiben, Jugendliche ansprechen.
5 Dies ist einer der großen
Unterschiede zwischen den “klassischen” Migrationsbewegungen, wie die der
Deutschen, Polen, Italiener, die am Ende des 19. Anfang des 20. Jahrhunderts
nach Amerika ausgewandert sind und die jeweils in einem bestimmten
Einzugsgebiet angesiedelt wurden, in dem auch pfarrliche
Strukturen notwendig waren. Zu Beginn der Pastoral für Migranten war die Kirche
berechtigterweise besorgt, den Glauben der katholischen Migranten zu erhalten
und zu verteidigen, angesichts der Tatsache, dass sie den Gefahren des
Sozialismus, der anarchischen Bewegungen und des Protestantismus ausgesetzt
waren.
Das Grundprinzip war immer, dass der
Migrant in seiner Sprache sprechen konnte. In Exsul
Familia ist der bekannte Text des Vierten Laterankonzils
wiedergegeben: „Weil in sehr vielen Gegenden innerhalb einer Stadt und Diözese
Völkerschaften verschiedener Sprachen vermischt sind, die bei Gleichheit des
Glaubens verschiedene Riten und Sitten haben, so befehlen Wir streng, dass die
Bischöfe solcher Städte oder Diözesen für geeignete Männer Sorgen, die in den
verschiedenen Riten und Sprachen den Gottesdienst feiern und die Sakramente der
Kirche spenden, indem sie zugleich mit Wort und Tat die Leute belehren“ (Die
Apostolische Konstitution Exsul familia
zu Auswanderer- und Flüchtlingsfragen, I, Erster Abschnitt).
Johannes Paul II hat gesagt: “Die
Pastoral in der eigenen Muttersprache, die der Kultur des Herkunftslandes
Rechnung trägt, hat den Vorteil, dass sie dazu beiträgt, die Werte, die nicht
verloren gehen dürfen, zu sichern, aus dem christlichen Migranten einen Mitgestalter seiner Umwelt zu machen, zum Mitarbeiter an
der Evangelisierung, und das, obgleich der Migrant auch die Pflicht hat, sich
in die Kultur des Landes, das ihn aufgenommen hat, einzufügen” (Johannes Paul
II, Rede vor den Bischöfen aus Kalabrien anlässlich ihres “Ad limina” Besuches, 10.12.1981, 706).
6 Italienische Bischofskonferenz,
Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18.10.1989 – zitiert in Enchiridion della
Chiesa per le migrazioni, EDB, 2001, Nr. 2977.
7 Päpstliche Kommission “Justitia et
Pax”, Die Kirche und der Rassismus. Für eine brüderlichere Gesellschaft,
3.11.1988, Nr. 23.
8 Es ist offensichtlich, dass die
Bezeichnung “Parallelkirche” übertrieben ist. Die kirchlichen Strukturen der
deutschen Pfarreien und die der Missionen stehen in keinem Vergleich.
9 Vgl. Einführung zu Enchiridion
della Chiesa per le migrazioni, Bologna EDB, 2001.
10 Vgl. diesbezüglich den Kommentar
von Mgr. Brunin, der in “Migrations et pastorale”, 301, März-April 2003 erschienen
ist. Man darf allerdings nicht die verschiedenen Phasen des Migrationsprozesses
vergessen. In den ersten Phasen ist eine direkte Unterstützung Pflicht.
11 Erinnern wir uns hier beispielsweise
an das Konzept der Diözesen
Rottenburg-Stuttgart und Freiburg Aufbrechen. Zeichen setzen und an die
Einführung der Seelsorgeeinheiten am 1. Januar 2008. Das Konzept der “Mission,
die eine Daseinsberechtigung hatte solange am Anfang die Phase der Entwurzelung
überwunden werden musste” gilt als überholt. ” (Armando Orioli, Da missioni a
comunità, “Corriere d’Italia”, Mai 2005, S. 14).
11 Armando Orioli
sagt: “Die ausländische Gemeinde ist eng
12 Armando Orioli
sagt: “Die ausländische Gemeinde ist eng an die Ortskirche gebunden und es gibt
sie weil eine Konzeption von Kirche zugrunde liegt, die die Katholizität als
Herausforderung in den Mittelpunkt stellt. Ohne dich bin auch ich nicht
vollkommen!’”(ivi).
13 Lumen gentium, 23.
14 Gaudium et
spes, 53.
15
Vgl. Gal 3,28, Kol 3, 11, 1 Kor 12,13.
16 Vgl.
z.B. Anna Fumagalli, La
diversità nel progetto di Dio secondo i primi capitoli della Genesi, “Traditio Scalabriniana“, novembre
2005, pp. 25-30.
17 Bradford E. Hinze, Ethinic and racial diversity and the Catholicity of the
Church, in: María P. Aquino; Roberto S. Goizueta (eds.), Theology: expanding the borders, Mystic
CT, Twenty-Third Publications, 1998, p.
178.
18 Dieser Begriff wird vom orthodoxen
Theologen Olivier Clément verwendet (vgl. Intervista al teologo Olivier Clément a cura di Maxime
Egger, La seduzione demoniaca
dell’etnia, “Il regno –attualità”, 20/1998, pp. 699-701).
19 Joh 1,14.
20 Ap. 3,20.
21 Chiesa e
mobilità umana, Nr. 10.
22 In einem Schreiben des Kardinals
Walter Kasper, damals noch Bischof von Rottenburg-Stuttgart, an die Katholiken
anderer Muttersprache, das in “Corriere d’Italia”, 17.03.1996 veröffentlicht wurde, lesen wir: “Wir
deutschen Katholiken möchten auch in Zukunft mit Ihnen zusammen Kirche Jesu
Christi sein, weil wir ohne Sie ärmer, enger
und langweiliger wären. Auf der Grundlage
gleicher Rechte und Pflichten, in gegenseitigem Respekt und verwurzelt im
gemeinsamen katholischen Glauben werden wir noch näher zusammenrücken müssen…
Die große Vision für die Kirche des kommenden Jahrtausends besteht darin, dass
sie eine Gemeinschaft von Gemeinschaften wird. Auf dem Weg zu diesem Ziel
werden sich unsere Gemeinden und die Missionen verändern müssen; sie müssen
aufeinander zugehen und eine Einheit in der Vielfalt bilden”.
23 Is. 25, 6; Lc 14, 15-24.
24 In Ep. I ad Tim. hom. 15,4.
25 Instruktion des Päpstlichen Rats für
die Pastoral mit den Migranten vom 3 Mai 2004.
26 Kardinal Martini schreibt: “Auch die
Kirche, die ein Abbild der Dreifaltigkeit ist, kann sich nie gänzlich begreifen
und muss mit Leidenschaft und Geduld ihre Identität suchen. Viele pastorale
Schreiben verstecken die Illusion alles über die Kirche zu wissen und über
ihren Weg in der Geschichte als handele es sich nur darum, Regeln anzuwenden
und Schlussfolgerungen aus Prinzipien abzuleiten, aber die Kirche hat ihren
Ursprung im Vater, und muss als Gabe
angenommen werden, die sich jeden Tag durch die Kraft des Heiligen Geistes
erneuert.” (C. M. Martini, Incontro al Signore risorto. Il cuore
dello spirito cristiano. Cinisello
Balsamo, Herausgeber San Paolo, 2009, p. 67).
27 Cfr. Lumen gentium, 21 November 1964, n. 9.
28
Aus dem Dokument der italienischen Bischofskonferenz nach der Tagung in
Verona, Una chiesa e una santità
di popolo, n. 20.
29 Johannes Paul II., Botschaft für den Welttag des Migranten
zum Thema «Die katholischen Laien und
die Migration», 5 August 1987, 3c.
30 Johannes Paul II., Apostolisches
Schreiben Novo millennio ineunte,
06.01.2001, Nr. 46.
31 Päpstliche Kommission “Justitia et
Pax”, Die Kirche und der Rassismus. Für eine brüderlichere Gesellschaft,
3.11.1988, Nr. 23.
32 Jean-Luc Brunin,
L’Èglise et le migrants: un avenir commun?
Abschlussbericht der Tagung, die gemeinsam vom
Service National für die Pastoral an Migranten und dem Forschungszentrum
CIEMI durchgeführt wurde, Paris, 28 September 2002, S. 3.
33 Lumen gentium, Nr. 13.
34 Jean Danielou,
1951, 40.
35 Novo millennio ineunte, Nr. 43.
36 Ib., Nr.. 46.
37 Enzo Bianchi, Per una spiritualità della comunione: unità nella
diversità. http://it.ismico.org/content/view/4602/169/
38 Johannes Paul II., Botschaft zum
Welttag des Migranten zum Thema «Die katholischen Laien und die Migration», 5.
August 1987.
39 Abschlussdokument des 3.
Weltkongresses zur Pastoral an Migranten und Flüchtlingen, Vatikan, 30 September - 5 Oktober 1991, Nr.
31.
40 Vgl. Novo
millennio ineunte, Nr. 43.
41 Erga migrantes caritas Christi, 89.
42 Erga migrantes caritas Christi, 89.
43 Benedikt XVI., Pfingstpredigt, 15 Mai 2005.
Von Giovanni
Graziano Tassello CSERPE Centro Studi e Ricerche per l’Emigrazione Studien- und Bildungszentrum für Migrationsfragen Rheinfelderstasse 26
CH - 4058 Basel +41 61 226 91 00
www.cserpe.org gtassello@cserpe.org
(de.it.press)
Interview mit Margot Käßmann. "EKD steht hinter meiner Position"
Bischöfin Margot Käßmann
spricht im Interview Frankfurter Rundschau über die Ergebnisse der Afghanistan-Konferenz,
ihre Kritiker und warum es keinen "gerechten Krieg" geben kann.
Bischöfin Käßmann,
wie bewerten Sie das Ergebnis der Londoner Afghanistan-Konferenz?
Wir sehen zwei unserer zentralen
Anliegen berücksichtigt: Die deutsche Entwicklungshilfe wird verdoppelt. Das
zeigt, dass der Vorrang des Zivilen wahrgenommen wird. Und der Versuch eines Aussteigerprogramms für Taliban-Kämpfer zeigt auch, dass
mehr Fantasie für den Frieden ins Spiel kommt.
Markiert London den von Ihnen
geforderten Strategiewechsel?
Das wird sich zeigen müssen.
Sie wollen erst Taten sehen?
Die Konferenz allein ist sicher noch
nicht hinreichend. Wir werden sehr genau beobachten und bewerten, was jetzt
passiert.
Das finde ich nach wie vor
problematisch. Mit Blick auf den deutschen Anteil könnte man noch sagen, es
kommen 850 Soldaten mehr, aber doppelt so viel Entwicklungshilfe plus Geld für
das Aussteigerprogramm. Damit ist verhältnismäßig der
Vorrang des Zivilen gewahrt. Aber bis dato hatten wir nur über die Erhöhung der
militärischen Komponente geredet. Wenn sich das jetzt ändert, ist das positiv
zu werten.
Was meinen Sie, wenn Sie eine
"Mandatierung" des zivilen Hilfseinsatzes fordern?
Dass der Bundestag in seinen Debatten
und Beschlüssen die zivilen Aufgaben ganz klar mit bedenkt.
Ist der deutsche Afghanistan-Einsatz
aus Ihrer Sicht denn jetzt ein legitimer Einsatz?
Wir haben nie die Legitimität des
Einsatzes bestritten...
... aber Sie haben gesagt, "auch nach
den weitesten Maßstäben der EKD ist dieser Krieg so nicht zu
rechtfertigen".
Es gibt aus Sicht der EKD keinen
"gerechten Krieg", sondern höchstens begrenzte friedens-
und rechtserhaltende militärische Einsätze. Aber auch bei solchen Einsätzen
können die Furien des Krieges entfesselt werden. Die rechtliche Legitimität des
deutschen Einsatzes steht nicht in Frage; der Bundestag hat ihn mit Mehrheit
beschlossen. Wohl aber fragen wir - und das meine ich mit "so" -, ob
eine Strategie ethisch vertretbar ist, in der es ständig nur um die Erhöhung
von Truppenkontingenten ging. Das stellt den Vorrang des Zivilen in Frage. Ein
bloßes "Weiter so" entzöge dem Einsatz die friedensethische
Legitimation.
Die Bundeswehr in Afghanistan. Erstmals
befinden sich deutsche Soldaten in einem Kampfeinsatz außerhalb Europas.
Verteidigen wir tatsächlich unsere
Sicherheit am Hindukusch? Grundlagen, Meinungen, Bilder, Hintergründe im
Spezial: Einsatz in Afghanistan
Im jüngsten Afghanistan-Papier der EKD
vom 25. Januar lassen Sie die Frage offen, ob der Afghanistan-Einsatz
gegenwärtig zu billigen sei.
Das Papier lässt die Frage offen, weil
sie in unserer Kirche kontrovers diskutiert wird.
Sie formulieren jetzt auffallend fein
ziseliert. In Ihrer Neujahrspredigt klangen Sie viel entschiedener. Ist dieser
Tonartwechsel ein Ergebnis der hitzigen Debatte über Ihre Predigt?
Das Ergebnis ist ein Doppeltes: Die EKD
hat sich ganz klar hinter meine Position gestellt. Der Rat der EKD trägt
einstimmig die Erklärung vom 25. Januar mit. Das zeigt den deutlichen Konsens
in unserer Kirche.
Sie fühlen sich durch die Mitverfasser
des Papiers – u.a. Ihr Stellvertreter Nikolaus Schneider und Militärbischof
Martin Dutzmann - nicht eingefangen oder
zurückgepfiffen?
Ich halte diese Sicht für Unfug. Die
anderen Verfasser übrigens auch. Mich stört diese Personalisierung, als ob ein
gemeinsam verfasster Text dasselbe wäre wie eine Predigt, die ich alleine
formuliert habe - zugespitzt, keine Frage -, aber völlig im Einklang mit den
friedensethischen Positionen der EKD.
Aber jetzt loben Sie die Erfolge beim
Aufbau und den Beitrag der Isaf dazu. In Ihrer
Predigt sagten Sie, "nichts ist gut in Afghanistan." Bleiben Sie
dabei?
Ich würde diesen Satz in der Predigt
wieder so formulieren. Weil sein Gegenteil "alles ist gut" so
offensichtlich nicht stimmt. Der Satz wird mir jetzt immer wieder vorgehalten.
Aber andererseits habe ich noch nie mit einer Predigt so viel Resonanz hervorgerufen
und eine – wie sich zeigt – notwendige Debatte ausgelöst. Mitunter muss
offensichtlich zugespitzt formuliert werden.
Ex-General Klaus Naumann wirft Ihnen
Arroganz und Naivität vor. Sie brächten leere Worthülsen und ließen die
Soldaten im Stich.
Das folgt dem merkwürdigen Reflex,
"kritisiert jemand den Krieg, kritisiert sie die Soldaten". Meine
Sorgen sind doch auch die Sorgen der Soldatinnen und Soldaten. Bisher mussten
sie den Eindruck gewinnen, dass die Gesellschaft von den Gefahren und Belastungen
ihres Einsatzes nichts hören will. Wann ist denn offen über die Opfer
diskutiert worden? Eine Frau schrieb mir: Für den Nationaltorhüter Robert Enke
gibt es eine wunderbare Trauerfeier. Mein Mann kommt im Zinksarg
heim, und kein Mensch schert sich darum.
Aber der Begriff Naivität kratzt Sie
an?
Nein, ich habe ja in der Predigt selbst
gesagt, dass man mich "naiv" nennen wird. Diejenigen, die vom Frieden
reden, von friedlicher Konfliktlösung und von Verhandlungen mit dem Gegner,
werden immer wieder als naiv gescholten. Aber das macht nichts. Denn am Ende
ist auch wahr: Das Militär allein hat noch nie Frieden geschaffen. Wir Deutsche
wissen doch, wie lang der Weg zu Frieden und Versöhnung auch nach 1945 war. Und
überhaupt: Warum reagieren meine Kritiker eigentlich so heftig? Wenn ich so
naiv und blauäugig wäre, dann könnte man sich die ganze Aufregung ja auch
schenken. Wir sind in Deutschland offenbar lange, viel zu lange der Debatte
ausgewichen. Und jetzt zu sagen, da die Debatte stattfindet, die Soldaten hätten
keine Unterstützung zuhause - das verdreht die Tatsachen.
Angesichts der fundamentalistischen
Taliban, denen die Bundeswehr in Afghanistan gegenübersteht, müsste es Sie doch
in jeder Hinsicht gruseln - gerade auch als Frau...
Hah!
Natürlich! (lacht grimmig) Das Engagement für Frauenrechte finde ich immer gut.
Und ich kenne viele Länder, für die ich mir viel mehr Engagement für Frauen
wünsche. Also, wenn das künftig der Kern von Außenpolitik ist, wunderbar! Um es
klarzustellen: Viele Taliban agieren absolut menschenverachtend. Aber von
"den Taliban" zu reden, das sollte doch inzwischen Common sense sein, ist unmöglich. Und ebenso wenig sollte
dieser Konflikt zu einem muslimisch-christlichen stilisiert werden.
Schätzen Sie die Bedeutung des
Militärischen nicht zu gering? Hitler, heißt es in diesen Tagen immer wieder,
konnte nur mit Waffen bezwungen werden.
Niemand wird bestreiten, dass es das
Militär brauchte, um den Nazi-Terror zu besiegen. Aber: Die Furien der Gewalt
wurden auch damals losgetreten. Einen Flüchtlingstreck auf dem Eis der Ostsee
zu bombardieren, hat mit friedens- und
rechtserhaltender Gewalt nichts mehr zu tun. Dass eine Bischöfin zum Frieden
mahnt und sagt, dass wir zum Friedenstiften mehr Fantasie brauchen als Waffen,
das halte ich für selbstverständlich und geboten. Merkwürdig könnten Sie es
finden, wenn ich gesagt hätte, "lasst uns möglichst schnell mehr Soldaten
nach Afghanistan schicken".
Bezeichnen Sie sich weiterhin als
Pazifistin?
Zeigen Sie mir, wo ich das von mir
gesagt hätte.
Wäre es denn schlimm, wenn Sie es
gesagt hätten – in der Tradition Martin Luther Kings, auf den Sie sich gern
beziehen?
Zur Verteidigung der Menschenrechte und
zum Schutz von Menschenleben kann Einsatz militärischer Mittel in engsten
Grenzen geboten sein. Wenn Konflikte total eskaliert sind und Menschenleben
geschützt werden müssen, gibt es darüber sehr schnell Konsens. Dann stehen auch
gewaltige Mengen an Material und Geld zur Verfügung. Warum gibt es eigentlich
in den Konflikten dieser Welt keinen so massiven Einsatz von Geld, Energie,
Menschen und Fantasie, bevor die Gewalt ausbricht und militärisch eingedämmt
werden muss?
Und ich frage noch mal nach dem
Pazifismus.
Ich habe eine pazifistische
Grundhaltung. So aber, wie im Rechtsstaat das Gewaltpotenzial des Einzelnen an
die Polizei delegiert wird, die es zur Sicherheit aller ausübt, so stelle ich
mir das auch international vor. Das ist kein Radikalpazifismus. Aber ich werde
immer kritisch gegenüber militärischer Macht und deren Eigendynamik
bleiben. Interview: Joachim Frank FR 30
Warum Missbrauch in der Kirche?
In den USA und Australien, in England,
Frankreich, Österreich und in Irland – und jetzt auch in Berlin: Berichte über
Übergriffe Geistlicher auf Schutzbefohlene häufen sich. Vor allem Katholiken
sind betroffen. Die Bischofskonferenz reagiert dabei oft unangemessen. Von
Claudia Keller
WELCHE FÄLLE VON SEXUELLEM MISSBRAUCH
GAB ES BISHER IN DER KATHOLISCHEN KIRCHE?
Nachrichten wie diese gibt es
mittlerweile regelmäßig: Vor einem Monat meldeten irische Zeitungen, dass zwei
Bischöfe aus der Erzdiözese Dublin ihren Rücktritt angeboten haben, weil sie 30
Jahre lang Misshandlungen von Kindern durch Geistliche vertuscht haben sollen.
Untersuchungen im Auftrag der Regierung hatten aufgedeckt, dass tausende
Zöglinge in katholischen Kinderheimen und anderen kirchlichen Einrichtungen
über Jahre von Priestern vergewaltigt und sexuell gedemütigt wurden. Auch in
den USA und Australien, in England, Frankreich und Österreich sind in den
vergangenen Jahren zahlreiche Fälle von Kindesmissbrauch durch Geistliche
bekannt geworden. Allein 2006 wurden in den USA 714 glaubhafte Beschuldigungen
gegen 448 Priester erhoben.
Der Psychologe Wunibald
Müller, der das Recollectio-Haus Münsterschwarzach
leitet und sich seit Jahren mit dem Thema befasst, geht davon aus, dass sich
die Situation in Deutschland nicht wesentlich von der in anderen Ländern
unterscheidet. Er schätzt den Anteil der katholischen Priester in Deutschland,
die Kinder oder Jugendliche sexuell missbrauchen, auf etwa zwei bis vier
Prozent aller Kleriker – also auf 350 bis 700. Die Zahl der bekannt gewordenen
Fälle ist in Deutschland allerdings verschwindend gering, nach inoffiziellen
Schätzungen wurden in den vergangenen Jahren etwa zwei Dutzend Kleriker bei den
Bistümern angezeigt, unter anderem in Regensburg, Bamberg und kürzlich in
Aachen.
WIE IST DIE KATHOLISCHE KIRCHE DAMIT
UMGEGANGEN? WELCHE KONSEQUENZEN WURDEN DARAUS GEZOGEN?
Papst Johannes Paul II. hat 2001
erstmals die Opfer von sexuellem Missbrauch durch Priester um Vergebung gebeten
und Aufklärung gefordert. Auch Papst Benedikt XVI. und die Deutsche
Bischofskonferenz haben sich mehrmals bei Missbrauchsopfern entschuldigt. 2002
haben die deutschen Bischöfe erstmals „Leitlinien bei sexuellem Missbrauch
Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedet. „Die Opfer werden in ihrer
Entwicklung schwer geschädigt“, heißt es in der Einleitung. „Wenn ein
Geistlicher sich an einem Kind oder Jugendlichen vergeht, verdunkelt er auch
die christliche Botschaft und die Glaubwürdigkeit der Kirche.“ Die
Bischofskonferenz gab zu, dass in der Vergangenheit „häufig unangemessen
reagiert“ wurde. Zukünftig soll nun jeder Ortsbischof einen Beauftragten oder
ein Gremium mit Psychologen, Ärzten, Juristen und Theologen für die
Untersuchung von Missbrauchsvorwürfen einsetzen. Jede Verdachtsäußerung soll
„umgehend geprüft“, der Bischof „sofort“ unterrichtet und eine
kirchenrechtliche Voruntersuchung eingeleitet werden. Bei begründetem Verdacht
soll die Staatsanwaltschaft eingeschaltet werden, Opfern und Angehörigen wird
therapeutische Hilfe angeboten, die Öffentlichkeit wird informiert, verurteilte
Täter werden nicht mehr dort eingesetzt, wo sie mit Kindern zu tun haben. Die
verabschiedeten Richtlinien haben allerdings nur den Charakter von
Selbstverpflichtungen. Hält sich ein Bischof nicht daran, steht er vielleicht
in der Öffentlichkeit nicht gut da, aber kirchenintern hat das keine Folgen für
ihn.
Nach Angaben der Bischofskonferenz
haben mittlerweile alle 27 deutschen Diözesen einen Beauftragten zur Verfolgung
von Missbrauchsfällen ernannt, das Berliner Erzbistum hat 2003 den damals bei
der Caritas tätigen und heutigen Dompropst Stefan Dybowski
eingesetzt. In etlichen Bistümern gibt es auch die empfohlenen Gremien aus
externen Psychologen und Juristen – allerdings oftmals nur auf dem Papier. In
manchen Bistümern ist der ernannte Beauftragte unabhängig, in anderen nicht.
Mal werden Staatsanwaltschaft und Öffentlichkeit informiert, mal nicht. Wie
hellhörig man in einem Bistum in Bezug auf das Thema sexueller Missbrauch ist,
ob zum Beispiel die Telefonnummer des Beauftragten auf der Internetseite des
Bistums steht, so dass potenzielle Opfer wissen, an wen sie sich wenden können,
das hängt davon ab, wie ernst der Ortsbischof das Thema nimmt. Und das ist eben
unterschiedlich. „Es mangelt nicht an gut gemeinten Worten, aber nach wie vor
an einem Konzept für ein konsequentes und strukturiertes Vorgehen“, kritisiert
deshalb Helmut Schüller, der langjährige Leiter der Ombudsstelle
der Erzdiözese Wien für Opfer sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Um
strukturiert vorzugehen, müssten die Bischöfe zusammenarbeiten, sagt Schüller,
denn sonst könne es leicht passieren, dass auffällig gewordene Priester einfach
in ein anderes Bistum wechseln, wo das Thema nicht so hoch gehängt wird. Aber
mit der Zusammenarbeit würden sich Bischöfe immer noch sehr schwertun. Und der
Vatikan könne zwar in jedes einzelne Bistum hineinregieren, aber nicht die
Bischöfe zur Kooperation zwingen. Nach Schüllers Ansicht wird zudem bei der
Auswahl der Priesteramtsanwärter zu wenig darauf geachtet, welches Verhältnis
ein Kandidat zu seiner Sexualität hat und ob es Probleme gibt, die sich dann
unter dem Deckmantel des Zölibats auswachsen könnten. Da alle Diözesen in
Westeuropa unter Priestermangel leiden, werde sich dieses Problem in Zukunft
noch verschärfen, schätzt Schüller, da man froh sein wird, wenn sich überhaupt
noch jemand bewirbt.
WARUM GIBT ES MISSBRAUCHSFÄLLE VOR
ALLEM IN DER KATHOLISCHEN KIRCHE?
Helmut Schüller sieht drei Ursachen:
das Pflichtzölibat, die rigide Sexualmoral und die autoritären, hierarchischen
Strukturen in der katholischen Kirche. Die Gefahr sei groß, dass die geforderte
Ehelosigkeit das Priesteramt für Männer attraktiv mache, die mit ihrer
Sexualität nicht zurechtkommen und sich schwertun, echte Bindungen zu anderen
Menschen einzugehen. „Solche Männer flüchten sich ins Priesteramt, um dort dann
auch krankhaften Neigungen unter dem Deckmantel des Zölibats nachgehen zu
können“, sagt Schüller. Die rigide Sexualmoral und der hohe moralische
Anspruch, mit dem gerade die katholische Kirche nach außen auftrete, mache es
Priestern zudem schwer, sich Kollegen oder Vorgesetzten gegenüber zu öffnen,
Probleme zu offenbaren und Hilfe zu suchen. Ein ausgeprägter Corpsgeist innerhalb der Kirche befördere das Wegsehen
WARUM WURDEN DIE FÄLLE NICHT FRÜHER
GEMELDET?
Die meisten Vergehen, die in den
vergangenen Jahren aufgedeckt wurden, liegen Jahrzehnte zurück. Denn sexuell
missbrauchte Menschen brauchen oftmals viele Jahre, um ihre Scham zu überwinden
und ihre Geschichte öffentlich zu machen oder gar den Peiniger anzuzeigen. War
der Täter ein Geistlicher, kommt hinzu, dass Opfer fürchten, dass ihnen nicht
geglaubt wird, da Priester ein hohes moralisches Ansehen genießen. Erhärten
sich Verdachtsmomente, so raten die „Leitlinien“ der Deutschen
Bischofskonferenz dazu, erst einmal eine kircheninterne Untersuchung
einzuleiten und dann den Vatikan zu informieren. Erst danach, erst wenn der
Missbrauch erwiesen ist, legen die Richtlinien die Zusammenarbeit mit der
Staatsanwaltschaft nahe.
BEGREIFT SICH DIE KIRCHE ALS AUTARKES
SYSTEM?
Diesen Vorwurf weist die Deutsche
Bischofskonferenz weit von sich. Wenn solche Vergehen bekannt werden, heiße es
in der katholischen Kirche aber noch allzu oft, die Sache werde von der Presse
aufgebauscht, sagt Helmut Schüller von der Erzdiözese Wien. „Die
Realitätsverweigerung gerade bei diesem Thema ist noch sehr spürbar.“ Das
autoritäre System der katholischen Kirche leistet einem Denken Vorschub, die
Institution über das Schicksal des Einzelnen zu stellen. Bevor die Institution
kritisiert wird, vertuscht man lieber Negatives. Prälat Karl Jüsten, der Beauftragte der Bischofskonferenz bei der
Bundesregierung, lobt Pater Klaus Mertes ausdrücklich dafür, dass er einen
anderen Weg geht, „dass er sich offensiv um Aufklärung der Missbrauchsfälle am
Berliner Canisius-Kolleg bemüht und sogar riskiert,
den Ruf des Gymnasiums zu beschädigen“. Anders als in der evangelischen Kirche,
in der das Kirchenparlament, in dem viele Nichttheologen vertreten sind, ein
Gegengewicht zu den Geistlichen darstellt, fehlen in der hierarchisch
strukturierten katholischen Kirche die nichttheologischen Kontrollinstanzen.
„Ein Bischof muss zum Beispiel keine Rechenschaft darüber abgeben, warum er
eine Pfarre schließt, warum er einen Pfarrer einsetzt, der kein Wort Deutsch
spricht, oder auch, warum er einen Priester wieder in die Seelsorge schickt,
obwohl dieser bereits durch sexuellen Missbrauch aufgefallen ist“, sagt Helmut
Schüller. Tsp 31
Reist Papst Benedikt XVI. nächstes Jahr nach Vietnam?
Schon die Frage ist heikel, schließlich
sind die Beziehungen Staat-Kirche in dem kommunistischen Land von einem
ständigen Auf und Ab gekennzeichnet. Zwar waren in den letzten Monaten
Spitzenpolitiker aus Vietnam im Vatikan zu Besuch, doch gibt es seit
Jahrzehnten keine diplomatischen Beziehungen zwischen beiden Staaten. Zur Lage
in Vietnam ein Beitrag von Mario Galgano.
Vietnams Bischöfe hätten Papst Benedikt
schon sehr gerne zu Besuch in ihrem Land – und zwar im Januar 2011, wenn dort
ein kirchliches Jubiläumsjahr zu Ende geht. Und doch haben sie vor ein paar
Monaten bei einem Besuch in Rom von einer formellen Einladung an den Papst
abgesehen: Zu kompliziert ist das Staat-Kirche-Verhältnis im Land, zu
verwickelt auch die innenpolitische Lage.
„Die Stimmung zwischen Kirche und
Regierung ist ziemlich angespannt“, berichtet ein aus Frankreich stammender
Missionar am Mekong. „Die Kirche entwickelt sich auf absolut außergewöhnliche
Weise – die religiöse Praxis wird immer stärker, und das Regime drosselt nicht
mehr ganz so stark wie früher den Ansturm auf die Priesterseminare. Aber die
Regierung geht doch sehr aggressiv gegen den Erzbischof von Hanoi vor, der sich
unter Druck fühlt und um seinen Rücktritt aus Gesundheitsgründen gebeten hat.
Die Kirche Vietnams steht insgesamt doch ziemlich unter Druck… schon seit
langer Zeit, und sie würde sich ein bisschen mehr Öffnung wünschen.“ Doch zur Öffnung sehen die Herren an der
Macht gar keinen Anlass, sagt Benoit de Tréglodé,
Vietnam-Experte vom Pariser „Zentrum für ostasiatische Studien“ (Irasec 30)
Theologie und staatliche Universitäten. Heikle Mission
Theologie und staatliche Universitäten
stehen in einem Spannungsverhältnis. Jetzt nimmt sich der Wissenschaftsrat
des Themas an - Von Claudia Keller
Zwei Jahre hat die Arbeitsgruppe
gebrütet und ein Papier erarbeitet, das äußerst diskret behandelt wird. Seit
Mittwoch tagt der Wissenschaftsrat – hinter verschlossenen Türen. Denn das
Thema enthält Zündstoff: Wie kann der Islam an den deutschen Universitäten
integriert werden? Ist es noch zu rechtfertigen, dass die christliche Theologie
einen Sonderstatus hat und die Kirchen Einfluss auf die Universitäten nehmen?
Wie können Theologie und Religionswissenschaft weiterentwickelt werden, um
Antworten auf gesellschaftspolitische Fragen zu geben?
Heute will der Wissenschaftsrat die
Empfehlungen der Arbeitsgruppe zu diesen Fragen verabschieden, am Montag sollen
sie der Öffentlichkeit präsentiert werden. „Die Empfehlungen enthalten
Überraschungen“, sagt der Trierer Historiker Lutz Raphael, der die Gruppe geleitet
hat. Und wenn ein besonnener, respektvoller Wissenschaftler von
„Überraschungen“ spricht, kann man durchaus kleine Revolutionen erwarten.
Zum Beispiel im Verhältnis von
Theologie und Religionswissenschaft. Grob gesagt liegt der Unterschied zwischen
den Fächern darin, dass die Theologen eher die
religions- und glaubensbezogenen Inhalte des Christentums erforscht, die
Religionswissenschaftler die kulturellen und soziologischen Aspekte von
Religionen. Bei der Theologie haben die Kirchen ein Wort mitzureden, was ihnen
in Staatskirchenverträgen garantiert ist. Bei der Religionswissenschaft nicht.
Die Religionswissenschaften wirken in
der Öffentlichkeit oft „zeitgemäßer“, weil sich ihre Erkenntnisse leichter
vermitteln lassen als Bibelexegese. Die Religionswissenschaften erfreuen sich
zudem wachsenden Zuspruchs, während die Zahlen der Studenten mit Hauptfach
Theologie bröckeln. Und doch fristen die Religionswissenschaften bislang ein
Schattendasein mit oft nur einem Professor, während es bundesweit 18 katholische
und 21 evangelische theologische Fakultäten mit verhältnismäßig üppig
ausgestatteten Professorenstellen gibt.
Im Wissenschaftsrat wird deshalb
diskutiert, die Religionswissenschaften zu eigenständigen Instituten
auszubauen, sozusagen als zweite Säule religionsbezogener Wissenschaft neben
der Theologie. Jens Schröter, Theologe an der Humboldt-Universität in Berlin
und Vorsitzender des Evangelischen Fakultätentages,
hält es auch für möglich, dass der Wissenschaftsrat die Theologischen
Fakultäten dem Vorbild der amerikanischen Departments of
Religious Studies annähern und sie als
religionswissenschaftliche Einrichtungen profilieren möchte.
Beide Wege würden eine Schwächung der
klassischen Theologie bedeuten und die Deutungshoheit der Kirchen einschränken.
Andere Theologen fürchten, dass der Wissenschaftsrat den Einfluss der Kirchen
bei den Habilitationen und der Berufung von Professoren in der Theologie
zurückdrängen will. Besonders bei Berufungsverfahren an katholischen Fakultäten
zählt nicht nur die wissenschaftliche Kompetenz, sondern auch der Lebenswandel
der Kandidaten.
Ein anderer Bereich, in dem der
Wissenschaftsrat Handlungsbedarf sieht, ist der Islam. Insider vermuten, dass
sich das Gremium für die Einrichtung eigenständiger Fakultäten für islamische
Theologie an den deutschen Hochschulen aussprechen wird. Denn der Bedarf an
hier ausgebildeten Imamen für die wachsende Zahl von Moscheen und an
Islamlehrern für den schulischen Religionsunterricht ist in den vergangenen
zehn Jahren enorm gestiegen. Einige Universitäten haben sich bereits auf den
Weg gemacht und in Zusammenarbeit mit örtlichen islamischen Verbänden oder mit
der Religionsbehörde der Türkei sechs Professuren für Islamische Religionslehre
eingerichtet. Meistens waren dafür Schulversuche zur Einführung von
Islamunterricht ausschlaggebend. Würde islamischer Religionsunterricht
flächendeckend eingeführt, wie es die Deutsche Islamkonferenz des
Bundesinnenministeriums empfohlen hat, wären 2000 Lehrer nötig, schätzen
Experten.
Da im säkularen Staat die staatliche
Universität nicht im Alleingang die theologischen Lehrinhalte bestimmen darf,
braucht es dazu die Legitimation durch Vertreter der Religion – analog zum
Mitspracherecht, das die Verfassung den Kirchen bei den theologischen Fakultäten
einräumt. Da der Islam nicht hierarchisch wie die Kirchen aufgebaut ist und
sich in eine Vielzahl von Richtungen aufspaltet, wird vermutet, dass der
Wissenschaftsrat die Gründung eines übergeordneten Gremiums auf Bundesebene
oder mehrerer übergeordneter Gremien auf Landesebene nahelegen wird. In diesen
Gremien könnten sich ähnlich wie in der Islamkonferenz Wissenschaftler,
Vertreter muslimischer Verbände und muslimische Einzelpersönlichkeiten
zusammenschließen und als Kooperationspartner für die Universitäten fungieren.
Einfach wird das nicht werden, und die Länderhaushalte würden jährlich mit
etlichen Millionen zusätzlich belastet. Da sind sich die Experten sicher. Aber
so viel steht für Lutz Raphael, den Leiter der zuständigen Arbeitsgruppe im Wissenschaftsrat,
fest: „Die Länderborniertheit wäre hier falsch. Die Kooperationsfähigkeit muss
weiterentwickelt werden.“ Vielleicht könnte die Islamkonferenz da Einfluss
nehmen, raten Wissenschaftler.
Auch die Judaisten
erhoffen sich vom Wissenschaftsrat Auftrieb für ihr Fach. Die Popularität
Jüdischer Studien hat in den vergangenen Jahren zugenommen, und da die
Jüdischen Gemeinden gewachsen sind, auch der Bedarf an Rabbinern und
qualifizierten Gemeindemitarbeitern. Darauf hat bereits vor zwei Jahren die damalige
Bundesregierung reagiert und beschlossen, jüdische akademische Institutionen
mit Bundesmitteln aufzubauen. Der Wissenschaftsrat wird dies vermutlich
unterstreichen und empfehlen, die Judaistik aus den evangelischen Fakultäten
herauszulösen und eigenständige Fakultäten zu gründen. In Berlin konkurrieren
bereits zwei Initiativen um die Institutionalisierung der jüdischen Studien:
eine um Julius Schoeps, Direktor des Potsdamer Moses-Mendelssohn-Zentrums, eine
andere um die Judaistin und Rabbinerin Eveline
Goodman-Thau. Tsp 29
Deutsche Unis sollen Imame ausbilden
Angesichts von vier Millionen Muslimen
in der Bundesrepublik dringt der Wissenschaftsrat auf einen massiven Ausbau von
Islam-Instituten an staatlichen Hochschulen. An deutschen Universitäten sollen
künftig Imame und islamische Religionslehrer ausgebildet werden.
BERLIN - Zunächst sollen an
zwei bis drei Hochschulen Zentren für islamisch-theologische Forschung
aufgebaut werden, heißt es in der Empfehlung des Wissenschaftsrats "zur
Weiterentwicklung von Theologien und religionsbezogenen Wissenschaften an
deutschen Hochschulen". Die Stellungnahme, über die eine Expertengruppe
des Rates zwei Jahre lang beriet, soll am Montag in Berlin präsentiert werden.
Ausdrücklich fordert der Wissenschaftsrat,
Islamstudien und Forschung sowie die "fundierte Ausbildung von
Religionsgelehrten" an staatlichen Hochschulen vorzunehmen - und nicht
Privat-Einrichtungen zu überlassen. "Um die dazu erforderliche
Zusammenarbeit zwischen Staat und muslimischer Glaubensgemeinschaft auf eine
verlässliche Grundlage zu stellen, schlägt der Wissenschaftsrat vor, an den
entsprechende Studiengänge anbietenden Hochschulen theologisch kompetente
Beiräte für Islamische Studien einzurichten."
Die Ausgestaltung dieser Beiräte war im
Wissenschaftsrat bis zuletzt umstritten. Das Gremium berät seit über 50 Jahren
Bund und Länder in Fragen der Hochschul- und Forschungspolitik. Ihm gehören vom
Bundespräsidenten benannte Wissenschaftler verschiedener Disziplinen an sowie
einige Wissenschaftsminister von Bund und Ländern und hohe Verwaltungsbeamte.
Bislang wird in Deutschland nur an der
Universität Münster ein kleiner Teil der Lehrer für den islamischen
Religionsunterricht ausgebildet. Weiterbildungsangebote an Hochschulen gibt es
zudem in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz. Der überwiegende Teil der an
deutschen Schulen eingesetzten islamischen Relegionslehrer
kommt bisher aus der Türkei.
Die Empfehlungen des Wissenschaftsrates
befassen sich aber zugleich auch mit der christlichen Theologie sowie der
Judaistik und den Jüdischen Studien an deutschen Hochschulen. Angesichts des
Wandels in einer "religiös pluralisierten Gesellschaft" schlägt der
Wissenschaftsrat "bedarfsgerechte Anpassungen der christlichen Theologien"
vor.
Katholische wie Evangelische Fakultäten
sollten "stärker als bisher auch in der Forschung ihren theologischen
Zusammenhalt pflegen und sich zugleich noch mehr an fakultätsübergreifenden
interdisziplinären Forschungen beteiligen". Theologische Institute, an
denen Relegionslehrer für Gymnasien ausgebildet
werden, müssten angesichts wachsender fachlicher Anforderungen "künftig
höhere personelle und fachliche Mindestanforderungen erfüllen".
Insbesondere an die Katholische Kirche
richtet der Rat "die dringende Bitte", sich aus dem
Habilitationsverfahren zurückzuziehen, weil es sich bei der Qualifikation für
den Professorenberuf "um eine rein akademische Angelegenheit
handelt". Auch sollten die Kirchen bei Berufungen von Hochschullehrern für
ein "transparentes Verfahren" sorgen. Die Erteilung der Lehrbefugnis
in der Theologie ("Nihil obstat")
ist zwischen Staat und Kirche in vielen Bundesländern heute noch durch
fortgeschriebene Konkordate aus der Preußenzeit geregelt.
Für den Bereich der Judaistik/Jüdische
Studien empfiehlt der Wissenschaftsrat, "die noch bestehenden
institutionellen Abhängigkeiten" von den Evangelischen Fakultäten
aufzulösen, die Standorte zu stärken und eigenständige Studiengänge
einzurichten.
Für seine Empfehlungen hatte die
Arbeitsgruppe des Rates mehrere Gespräche mit den Vertreten der beiden Kirchen,
dem Zentralrat der Juden sowie dem Koordinierungsrat der Muslime in Deutschland
geführt. Nach einem Bericht der "Süddeutschen Zeitung" signalisieren
auch einige islamische Verbände Interesse an Mitarbeit und Mitsprache bei der
Ausgestaltung der Islam-Studien. Die muslimischen Verbände müssten
"zumindest für den Anfang" genauso über die Inhalte der Studiengänge
und die Berufung von Professoren mitentscheiden können, wie die christlichen
Kirchen, zitiert die Zeitung den Sprecher des Koordinierungsrates der Muslime,
Bekir Alboga. (dpa 30)
Hochschulen: Islamische Theologie Fromme Professoren gesucht
Die Islamische Theologie wird an
deutschen Universitäten ausgebaut, und Muslim-Verbände sollen Hochschullehrern
die Lehrbefugnis entziehen dürfen. Konflikte sind absehbar. Von Roland Preuß
Die Islamische Theologie an deutschen
Hochschulen wird ausgebaut, darüber herrscht politisch weitgehend Einigkeit.
Die Frage war immer: Wie soll das geschehen? Der Wissenschaftsrat hat nun
erstmals ein Konzept vorgelegt, das diesen zentralen Punkt beantwortet:
An zwei oder drei staatlichen
Universitäten sollen Zentren für islamische Studien entstehen, dort sollen Religionslehrer
und Imame ausgebildet werden und zwar zusammen mit den großen muslimischen
Verbänden. Sie sollen mitbestimmen, was gelehrt wird und wer lehren darf. An
diesem Punkt aber lauern heftige Konflikte, denn die Verbände sind umstritten,
Kritiker werfen ihnen eine othodoxe Sicht des Islam
und eine integrationsfeindliche Haltung vor.
Bisher sind die Verbände bei den
wenigen Lehrstühlen zur Ausbildung islamischer Religionslehrer und Theologen
nur lose eingebunden. An der Universität Erlangen-Nürnberg spricht man sich bei
der Lehrerausbildung mit den lokalen Moscheegemeinden
ab. An der Universität Osnabrück, wo ebenfalls Islamlehrer ausgebildet werden
und ein Lehrstuhl für islamische Theologie geplant ist, setzt man auf einen
Rat, in dem der türkisch-halbstaatliche Verband Ditib
und ein landesweiter Zusammenschluss von Moscheegemeinden
vertreten sind.
Das Beratungsgremium gilt als Erfolg,
der Wissenschaftsrat hält es für vorbildlich. An der Universität Münster ist
ein ähnlicher Rat mit muslimischen Verbandsvertretern installiert worden, der
ebenfalls nur beraten darf. Das Beispiel Münster illustriert bereits die
absehbaren Auseinandersetzungen: Als der dortige Professor für islamische
Religion, Muhammad Kalisch, 2008 öffentlich
bezweifelte, dass es den Propheten Mohammed je gegeben hat, kündigte der
Koordinationsrat der Muslime (KRM), in dem die großen Verbände Ditib, Islamrat, Zentralrat der
Muslime und VIKZ oranisiert sind, seine Mitarbeit
auf. Begründung: Es gebe eine "erhebliche Diskrepanz" zwischen islamischen
Glaubensgrundsätzen und den Positionen Kalischs. Der
KRM riet von einem Studium bei Kalisch ab. Die
nordrhein-westfälische CDU wertete diesen Bruch als Angriff der Muslime auf die
Freiheit der Wissenschaft.
Das jetzige Konzept der Experten aus
Bund und Ländern soll garantieren, dass die Lehrer und Imame von deutschen
Hochschulen bei muslimischen Schülern und Gläubigen auch akzeptiert sind.
Deshalb sollen die Verbände zustimmen. Offenbar orientiert man sich dabei an
den Rechten der Kirche, was im Fall Kalisch hieße,
dass ihm durch den geplanten Beirat aus Muslim-Vertretern die Lehrerlaubnis
entzogen werden könnte.
Womöglich stockkonservative
Gefolgsleute auf Lehrstühlen?
Hieße dies umgekehrt, dass muslimische
Verbände eigene, womöglich stockkonservative Gefolgsleute auf Lehrstühlen
hieven könnten? Der Wissenschaftsrat will dem gleich mehrfach vorbeugen: Zum
einen sollen die wissenschaftlichen Fähigkeiten eines Bewerbers ausschließlich
von der Universität geprüft werden, auch die Auswahl der Kandidaten wäre Sache
der Hochschule. Der Beirat dürfte nur religiöse Einwände geltend machen.
Zudem sollen in den Beiräten nicht nur
Verbandsvertreter sitzen, sondern auch muslimische Rechtsgelehrte und
muslimische "Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens", wie es in den
Empfehlungen des Wissenschaftsrates heißt. Dies erinnert an die Zusammensetzung
der Islamkonferenz der Bundesregierung, wo zwischen muslimischen Verbänden und
Islamkritikern wie Necla Kelek regelmäßig die Fetzen
flogen. Ob die Beiräte also tatsächlich wie von den Experten gewünscht
einstimmig entscheiden, wird stark von der Zusammensetzung des Gremiums
abhängen. Ali Kizilkaya, Vorsitzender des orthodoxen Islamrats, lehnt
unabhängige Vertreter ab. "Wer an den Lehrstühlen mitentscheiden will, der
muss auch durch Moscheegemeinden legitimiert
sein."
Fachleute wie der Kirchenrechtler
Wolfgang Bock warnen dagegen vor einer Mitwirkung der Verbände. "Eine
Reihe dieser Organisationen ist radikalisiert", sagt der Richter.
"Rechtlich besteht keine Verpflichtung zur Beteiligung." Das sieht
der Wissenschaftsrat anders: Die Mitwirkung des KRM und anderer sei
"verfassungsrechtlich geboten". SZ 30
Wann dürfen Soldaten kämpfen? Was die
christliche Ethik zur Bundeswehr in Afghanistan sagt. Von Gerhard Beestermöller
Die Neujahrspredigt der
EKD-Ratsvorsitzenden, Bischöfin Margot Käßmann, hat
die Wogen hochschlagen lassen. Sie hatte große Skepsis gegenüber dem deutschen
Afghanistaneinsatz geäußert: „Nichts ist gut in Afghanistan.“ Dafür ist sie von
vielen kritisiert worden; eine solche Stellungnahme sei nicht Sache der Kirche.
So pauschal kann das nicht gelten. Auch
das Zweite Vatikanische Konzil hat den Anspruch der katholischen Kirche
bekräftigt, „politische Angelegenheiten einer sittlichen Beurteilung zu
unterstellen, wenn die Grundrechte der menschlichen Person … es verlangen“. Das
bedeutet nicht, dass Kirche Einsichten in das normativ Gebotene proklamieren
könnte, die sie auf göttliche Offenbarung stützt. Wie alle Teilnehmer am
gesellschaftlichen Dialog kann sie nur mit Vernunfteinsichten argumentieren.
Ihre besondere Aufgabe findet sie jedoch darin, dass sie zur Stimme derer wird,
die keine Stimme haben. Im Kontext von Krieg und Gewalt sind das häufig
diejenigen Menschen, die sich nicht wehren können. Kirche wird in allem, was
sie zu Afghanistan zu sagen hat, immer die Perspektive der Schwächsten im Auge
behalten.
Deshalb muss es das Anliegen von Kirche
sein, dass Entscheidungen über die beste Strategie auch in ihren Auswirkungen
auf diejenigen bedacht werden, die niemandem zur Gefahr werden können. Nur eine
Strategie, die sich auch gegenüber diesen Menschen rechtfertigen lässt, kann
legitim sein. Das Schlimmste, was für die Wehrlosen eintreten kann, ist eine (Un-)Ordnung, in der sie gänzlich rechtlos dem Gutdünken der
Mächtigen ausgeliefert sind.
Daher muss ein Minimum an Rechtszustand
erreicht werden, bevor die Truppen Afghanistan verlassen dürfen. Genozid,
Völkervertreibung und Massenvergewaltigung müssen ausgeschlossen werden können.
Solange das nicht der Fall ist, müssen die Soldaten am Hindukusch bleiben.
Ferner wird Kirche darauf aufmerksam machen müssen, dass vom Schutz vor Willkür
allein noch kein Mensch leben kann. Afghanistan werden wir daher nicht eher
verlassen dürfen, bevor nicht die Aufbauleistungen sicherstellen, dass
zumindest Grundbedürfnisse befriedigt werden können.
Diese Überlegungen geben auch eine
erste Maxime für das an die Hand, was an Gewalt konkret angewendet werden darf:
Sie muss sich auch gegenüber den von ihr unmittelbar Betroffenen rechtfertigen
lassen. Gegen Menschen, von denen Unrechtsgewalt ausgeht, ist der Einsatz von
Gewalt grundsätzlich gerechtfertigt; deren Schaden muss allerdings im rechten
Verhältnis zu der militärischen Bedeutsamkeit des erstrebten Zieles stehen.
Dürfen aber Unschuldige in
Mitleidenschaft gezogen werden? Dies kann unter streng geregelten Bedingungen
erlaubt sein. Sie sind im sogenannten Diskriminationsprinzip enthalten. Wenn
überhaupt dürfen Zivilpersonen nur in der Bekämpfung von Menschen, von denen
Gewalt ausgeht, Opfer von Gewalt werden. Bei Schäden an der Zivilbevölkerung
muss es sich also um einen indirekten, einen „Kollateralschaden“ handeln – ein
missbräuchlicher Begriff. Auf ihn zu verzichten, würde aber bedeuten, auch das
Leid von Zivilisten nur noch in Kategorien der Verhältnismäßigkeit zu fassen.
Zugegeben: Alles bisher Gesagte ist
noch zu abstrakt, um Politik ethisch auszurichten. Die Kirchen werden hier
nachlegen müssen. Vor zwei Dingen muss sich Kirche hüten. Die Gewissensnot,
nicht zu wissen, was konkret zu tun ist, kann Kirche den Menschen nicht
abnehmen. Für sie ist die Versuchung groß, ihren gesellschaftlichen
Bedeutungsverlust durch politische Ratschläge wettmachen zu wollen. Die
entgegengesetzte Gefahr besteht darin, dass Kirche nicht hinreichend konkret
wird. Hehre Friedensappelle, die keine Möglichkeiten geben, zwischen legitimer
und illegitimer Gewalt zu unterscheiden, werden letztlich nur faktisch geübte
Gewalt rechtfertigen.
Hier ist die Klugheit derer gefordert,
die die Kirchen leiten. Sie werden sich stets fragen müssen, was sie für die
Wehrlosesten der Wehrlosen tun.
Der Autor ist stellvertretender
Direktor am Institut für Theologie und Frieden in Hamburg. Tsp
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Singen & Wandern auf den Spuren des Hl. Franz von Assisi
Schlangenband - Buon
cammino, buona gente!“ – so lautete der typische der Gruß des Francesco d’Assisi. “Einen guten Weg, liebe Leute!”. Ein Reiseangebot
des Schlangenbader Spezialveranstalters musica viva bietet nun die Möglichkeit, auf den Spuren des Franz
von Assisi zu pilgern - und dabei zu singen. Und das entlang einiger
ausgewählter Abschnitte des berühmten Franziskusweges
(Florenz bis Rom), die jeweils mit dem Bus angesteuert werden.
Die Teilnehmer wandern dann zu
besonderen spirituellen Orten der Toskana und Umbriens,
die eng mit dem Leben des italienischen Nationalheiligen verbunden sind: das
von Franziskus selbst als Eremitage gegründete Franziskanerkonvent “Le Celle”
bei und die Franziskanerkirche in Cortona, die
Einsiedelei Montecasale, die Isola Maggiore im Lago Trasimeno, auf der der hl. Franz eine ganze Fastenzeit
verbrachte und natürlich das eindrucksvolle Heiligtum “Santuario
della Verna“, der Alvernerberg, auf dem Franziskus
die Stigmaten empfing.
Das musikalische Kursprogramm ist
vorwiegend Gesängen gewidmet, die eigens zu Ehren des Heiligen komponiert
wurden wie z. B. einstimmige franziskanische Lauden
aus dem Laudenbuch von Cortona
(um 1250), Teile aus dem Uffizium der Stigmaten von “La Verna” (ca. 1250 –1360) und Teile des
(neo-)gregorianischen Uffiziums (13. und 14.Jhdt.)
des Franziskanerordens bis hin zu geistlichen, vierstimmigen Madrigalen und
modernen Songs von Liedermachern und aus Filmen.
Auf den Wanderungen von 6 bis 12 km
gibt es Momente der Stille und Übungen zur Eigenwahrnehmung und zur Wahrnehmung
der Natur. Wir werden die jeweiligen Kirchen und Klöster nicht nur besichtigen,
sondern uns auch über das Singen und die sensorische Klangarbeit mit dem Geist
des Ortes vertraut machen. Und abends kommen unsere Musikpilger wieder per Bus
ins erholsame Gästehaus zurück zum gemeinsamen Abendessen und Ausruhen.
Voraussetzungen: Chorerfahrung, Lust
auf Neues, Interesse an franziskanischer Spiritualität, ausreichende Kondition
und entsprechende Kleidung für 6-12 km lange Wanderungen.
Mindestteilnehmerzahl: 11
Der Kurs findet in der Woche vom
29.5.-5.6.10 statt, Der Reisepreis beträgt 955 Euro und beinhaltet die
Unterbringung im Kurshaus mit Halbpension sowie den
Kurs inklusive Bustransfer zu den Wanderungen.
Info und Bildmaterial finden Sie auf
unserer Website: http://www.musica-viva.de
musica viva, info@musica-viva.de, de.it.press
Nordirland-Verhandlungen: Ohne Einigung bleibt Pulverfass
Die politische Lage in Nordirland
könnte man als beständigen Konfliktherd bezeichnen. Und wenn er gerade einmal
nicht überkocht, so siedet er zumindest. In den aktuellen
Nordirland-Verhandlungen ist ein Streit um die mögliche Übergabe der Kontrolle
über Polizei und Justiz in Nordirland an die Regionalregierung in Belfast
entbrannt. Die pro-irische katholische Sinn Fein verlangt eine zügige
Kontrollübergabe, die DUP nicht. Der Erzbischof von Armagh
und Vorsitzende der Irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, warnt
gegenüber Radio Vatikan vor einer Destabilisierung des Friedensprozesses im
Land:
„Wir haben es in diesem Friedensprozess
so weit gebracht. Jetzt liegt es an uns, dieses Ergebnis nicht für
selbstverständlich zu halten! Wir müssen unser Möglichstes dafür tun, den
Frieden zu erhalten. Denn er ist ständig in Gefahr, wie wir spätestens seit den
jüngsten Attentaten auf Polizeikräfte diesen Januar wissen. Eine Einigung in
der Frage des Polizei- und Justizwesens ist hier unerlässlich. Und es ist unverständlich,
dass es Politiker gibt, für die das Wohlergehen aller in unserer Gesellschaft
nicht höchste Priorität besitzt.“ (euronews.net)
Kardinal Schönborn reist in die USA – und will sich für Irak-Flüchtlinge einsetzen
Kardinal Christoph Schönborn reist am
Samstag in die USA: Dort will er im Lauf von sieben Tagen u.a. New York und
Washington besuchen. Am 4. Februar hat der Wiener Erzbischof - wie sein
Sprecher Erich Leitenberger erläutert - einen
wichtigen Termin im US-Außenministerium:
„Und zwar in der Irak-Sektion des State
Departement. Dort möchte der Wiener Erzbischof sehr auf die dramatische
Situation der Christen im Irak hinweisen. Jener Christen, die im Land geblieben
sind und dort momentan eine sehr dramatische Situation erleben, und jener
Christen, die sich nur durch die Flucht in die Nachbarländer vor
offensichtlicher Verfolgung retten konnten.“ (kap 29)
Deutschland: „CDU kein verlängerter Arm der Kirche“
Die katholische Kirche und die CDU –
derzeit ein vieldiskutiertes Thema in Deutschland. Als letzte der Parteien im
Bundestag hat nun die CDU ihre Kirchenbeauftragte ernannt: Es ist die
katholische Hannoveraner Abgeordnete Maria Flachsbarth. Unsere Kollegen vom
Kölner Domradio haben sie gefragt, wo ihre Motivation
für die Übernahme dieser Aufgabe liegen.
„Ich bin katholische Christin und eine
Politikerin, die in ihrer Kirche zu Hause ist und die es wichtig findet, dass
kirchliche Meinungen und Grundlagen mit in politische Entscheidungsfindungen
einfließen. Meine Fraktion hat mich gebeten, diese Aufgabe zu übernehmen,
darüber habe ich mich sehr gefreut, und deshalb habe ich natürlich auch sehr
gerne ja gesagt." (domradio 29)
Vatikan: Bertone lobt vatikanische Medienarbeit
Die Medienarbeit des Vatikans ist nicht
nur wichtig, sondern auch gut. Das betonte der vatikanische
Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone am Donnerstag
in seiner Predigt. Bertone zelebrierte an diesem
Freitag eine Messe für die Mitarbeiter der vatikanischen Druckerei und der
Zeitung „L´Osservatore Romano“. Die Dienste dieser
Vatikan-Institutionen seien ein wichtiger Service für die Kirche, unterstrich Bertone.
„Doch viele Menschen scheinen
heutzutage nur materiellen Dingen zugeneigt zu sein. Es gibt allerdings viele
Stimmen, die eine Kehrtwende fordern. Der „Osservatore
Romano“ räumt diesen Stimmen viel Platz ein. Es ist so einfach, pessimistisch
zu sein. Leider trüben viele Schriftsteller, TV- und Filmemacher die
Spiritualität der Menschen, die sich eigentlich den himmlischen Dingen zuwenden
würden. Das führt dazu, dass sich viele auch von den irdischen Dingen
abwenden.“ (rv 29)
Ehenichtigkeits-Verfahren sind kein bloßer Verwaltungsakt, sondern auch eine pastorale
Herausforderung. Darauf hat Papst Benedikt XVI. an diesem Freitag bei seiner
Rede zur feierlichen Eröffnung des Gerichtsjahres der „Sacra
Rota Romana“ hingewiesen. Gerechtigkeit und
Nächstenliebe müssten hierbei Hand in Hand gehen und seien gemeinsam der
Wahrheit verpflichtet. Vor den Richtern und Mitarbeitern des Gerichts machte er
darauf aufmerksam, dass ihre Arbeit vorrangig dem Seelenheil der betroffenen
Eheleute dienen müsse und teilhabe am Wirken Christi
als guter Hirte. Von Gottes- und Nächstenliebe müssten auch die bürokratischen
Strukturen durchdrungen sein. Gleichzeitig hätten die Mitarbeiter der Rota die Institution der christlichen Ehe zu schützen und
zu stärken. Die Rechtmäßigkeit der kirchlichen Ehe sei kein
verwaltungstechnisches Siegel, sondern betreffe den Menschen als Ganzes und
müsse im Zweifelsfall sorgsam geprüft werden. Ein gerechtes Urteil fälle dabei
nur, wer als Seelsorger und mit großem Feingefühl auf die Verfahren blicke. -
Das Gericht der Römischen Rota übt für den Papst die
ordentliche Gerichtsbarkeit aus. Nach der Apostolischen Signatur ist es das
zweithöchste Gericht des Apostolischen Stuhls. Hauptsächlich befasst sich die
Römische Rota mit Ehenichtigkeits-Verfahren. Das
römische Gericht urteilt über die Gültigkeit kirchlicher Eheschließungen und
ist dabei letzte Berufungsinstanz der einzelnen Diözesangerichte. (rv 29)
Gastbeitrag. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst
Ist die Islamophobie
der neue Antisemitismus? Darüber ist eine Debatte entbrannt. Aber wer Muslime
wirklich ernst nimmt, muss Islamkritik üben, schreibt Hamed Abdel-Samad. Der
Islam hat ein Problem mit sich selbst, mit seinen Ansprüchen und Weltbildern.
Und ihm läuft die Zeit davon.
Wie verpasst man eigentlich einem
Islamkritiker einen Maulkorb? Falls Sie gegen Islamkritik allergisch sind und
aus beruflichen oder ideologischen Gründen oder vielleicht einfach aus
intellektueller Trägheit zur Verteidigung des Islam neigen, werden diese
Gebrauchsanweisungen für Sie äußerst hilfreich sein:
Wenn der Kritiker ein Nichtmuslim ist,
haben Sie ein leichtes Spiel. Zermürbungstaktik ist angesagt: Sie werfen ihm
Mangel an Kenntnis des Islam vor, reden über die Heterogenität und
Vielschichtigkeit der jüngsten abrahamitischen
Religion und fragen ihn, von welchem Islam er denn nun rede.
Bald verliert er die Übersicht im
Labyrinth der islamischen Rechtsschulen und Strömungen, und die Debatte
verläuft im Sande. Der Vorwurf der Islamophobie
sollte nicht lange auf sich warten lassen. Sie sollten zwar das Wort
„Rassismus“ nicht in den Mund nehmen, aber lassen Sie den Islamkritiker spüren,
dass das genau das ist, was sie ihm unterstellen.
Reden Sie über Stimmungsmache, den
Applaus von der falschen Seite und das Wasser auf der Mühle der
Fremdenfeindlichkeit. Und bevor er Ihnen widerspricht, erinnern Sie ihn an die
schrecklichen Ereignisse vor 70 Jahren in Deutschland. Damals warnten die
Antisemiten vor der Judaisierung Europas, genauso wie
die Islamophoben heute vor der Islamisierung des
Abendlandes warnen. Das Wort „Holocaust“ sollten Sie aber lieber nicht
aussprechen.
Hoffnung auf unverkrampfte Streitkultur
Eine Erwähnung des Kalten Kriegs gehört
ebenfalls zum Programm. Denn schließlich sei nach der „roten“ und der „gelben“
Gefahr nun das Feindbild Islam an der Reihe, um die Angstlust der Europäer zu
stillen und die Konturen der europäischen Identität zu schärfen. Kaum einer
wird merken, dass Ihre Argumentation verbohrt ist und dass sie die falschen
Vergleiche ziehen, weil sie Ihre Gegner mit ihren eigenen Traumata die ganze
Zeit beschäftigen und nie über das reden, worum es geht.
Diese Taktik funktioniert fast immer,
es sei denn, der Islamkritiker ist selber ein Muslim und weiß, wovon er redet.
Da haut der Vorwurf des Rassismus und des Mangels an Islamkenntnis natürlich
nicht hin. Deshalb muss mit harten Bandagen gekämpft werden. Greifen Sie ihn in
seiner Integrität an. Er muss ein pathologischer Selbsthasser sein, der durch
seine Kritik am Islam eine Abrechnung mit seiner Kultur anstrebt. Stöbern Sie
in seiner Biografie, ein Schandfleck lässt sich immer finden. Und wenn er eine
Frau ist, dann ist sie natürlich emotional, sprunghaft und unsachlich.
Nach dem Minarettverbot
der Schweizer und dem vereitelten Attentat auf Kurt Westergaard
hatte ich die Hoffnung, dass endlich eine unverkrampfte Streitkultur entstehen
würde, wo über die Themen Islam und Migration eine tiefgründige Debatte geführt
werden könnte.
Meine Hoffnung wurde durch einige
Medienbeiträge in der islamischen Welt beflügelt, die diesmal nicht versuchten,
die Wutindustrie anzukurbeln, sondern Besinnung und Zurückhaltung anmahnten.
Die ägyptische Wochenzeitung „al-Youm al-Sabea“ fragte sogar in einem kritischen Bericht nach den
Sünden der Muslime weltweit, die diese ablehnende Haltung gegenüber dem Islam
in Europa verursacht hätten.
Sogar die Beiträge eines „Häretikers“
wie mir wurden veröffentlicht. Dort hat die Islamkritik scheinbar Früchte
getragen und einen Denkprozess unter Muslimen über die eigenen Versäumnisse
ausgelöst.
Die Lethargie der Muslime
Und in Europa? Zwar wurden einige
äußerst seltene islamkritische Beiträge in den Mainstream-Medien
veröffentlicht, doch bald hatte sich meine Befürchtung bestätigt: In Europa
wird ein Maulkorb schneller gefertigt als jedes Gegenargument.
Allein am 14. Januar veröffentlichten
die „Süddeutsche Zeitung“ (SZ) und der Berliner „Tagesspiegel“ zwei Beiträge,
die von der gleichen Person hätten stammen können. In dem SZ-Beitrag mit dem
Titel „Unsere Hassprediger“ (hier)vergleicht Thomas Steinfeld Islamkritiker wie
Henryk Broder und Necla Kelek mit den von ihnen
kritisierten islamischen Fundamentalisten. Der ganze Text scheint – zumindest
im Tenor – eine Kopie des Beitrags von Claudius Seidl in der „Frankfurter
Allgemeinen Sonntagszeitung“ (FAS) vom 10. Januar zu sein. Dort waren die
Hassprediger sogar „heilige Krieger“ (hier). Besonders Seidls Schlusswort fand
ich amüsant. In Anlehnung an ein Zitat von Voltaire schreibt er: „Ich mag Ihr
Kopftuch nicht, aber ich werde mein Leben dafür einsetzen, dass Sie sich
kleiden dürfen, wie Sie wollen.“ So resümiert er sein verkürztes Verständnis
von Freiheit.
Mit seiner eigenen Logik darf man Seidl
eigentlich „Kopftuchmärtyrer“ nennen. Aber sonst würde er sein Leben ganz
sicherlich nicht dafür opfern, damit eine muslimische Frau in Deutschland ein
selbstbestimmtes Leben jenseits der strengen Moralvorstellung der muslimischen
Communities führen kann. Er würde niemals über sie in der FAS einen Artikel
schreiben, falls sie vom eigenen Bruder im Namen der Ehre ermordet würde, denn
diese „orientalischen Verhältnisse“ sind seines feuilletonistischen Dschihads nicht würdig.
Im „Tagesspiegel“ vom 14.Januar wundert
sich Andreas Pflitsch über die scharfe Islamkritik,
die aus den muslimischen Reihen kommt, und nennt diese den „kalten Krieg der
Aufgeklärten“ (hier). Die Beiträge einiger Islamkritiker wie des in den USA
lebenden Islamwissenschaftlers Ibn Warraq, der
Vorsitzenden des Zentralrats der Ex-Muslime, Mina Ahadi,
und des Verfassers dieses Beitrags, sieht Pflitsch
als „plumpes Aufwärmen alter Ressentiments“, das mit dem Programm der Aufklärung
nicht zu verwechseln sei.
Was Herr Pflitsch
zwischen den Zeilen sagen wollte, ist meines Erachtens: „Was Kritik und was
Aufklärung ist, das bestimmen immer noch wir. Muslime, die sich artikulieren
können und das Heft in die Hand nehmen, gibt es nicht und darf es nicht geben,
deshalb müssen wir Deutsche dies übernehmen, um Muslime vor sich selbst zu
beschützen.“ Nein, danke, Herr Pflitsch, ich heile
mich selbst!
Solche Beiträge mögen zwar gut gemeint
sein, weil sie aus dem Nobelturm einer Kultur des schlechten Gewissens und
nicht aus der Praxis stammen. Sie helfen uns aber weder, zu einer ehrlichen
Debatte zu gelangen, noch helfen sie Muslimen, aus der eigenen Lethargie
herauszukommen. Im Gegenteil, diese Vorwürfe bestätigen die hartnäckigen
Verschwörungstheorien und zementieren die Opferhaltung vieler Muslime.
Man mag manche Islamkritik für
überzogen oder provokativ halten. Ich persönlich bin nicht mit allem
einverstanden, was Frau Kelek und Herr Broder sagen.
Doch deren Islamkritik halte ich nicht für das Hauptproblem des Islam, sondern
für einen Spiegel dieses Problems. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst,
mit seinen Ansprüchen und Weltbildern. Und ihm läuft die Zeit davon.
Relativismus und Wundenlecken sind da die falschen
Rezepte.
Ein altägyptisches Sprichwort sagt:
„Der wahre Freund bringt mich zum Weinen und weint mit mir. Er ist aber kein
Freund, der mich zum Lachen bringt und innerlich über mich lacht.“ Wer Muslime
tatsächlich ernst nimmt, muss Islamkritik üben. Wer mit ihnen auf gleicher
Augenhöhe reden will, sollte mit ihnen ehrlich sein, statt sie als Menschen mit
Mobilitätsstörungen zu behandeln.
Schlimm genug ist es, wenn jemand
Menschen für Behinderte hält, die keine sind. Noch schlimmer ist es, wenn er
anfängt, vor ihnen zu hinken, um eine Behinderung vorzutäuschen, in der
Illusion, sich mit ihnen dadurch zu solidarisieren.
Der Autor (Jg. 1972) ist Politologe und
Schriftsteller. Von ihm erschien das autobiografische Buch „Mein Abschied vom
Himmel“ (Fackelträger Verlag, 2009) DW
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Holocaust: Durch Vergebung gegen das Vergessen
Neue Akzente in der Rede von Shimon
Peres und Feliks Tych
Politiker, Kirchenvertreter und
Holocaust-Überlebende aus aller Welt haben am Mittwoch dieser Woche der Opfer
des Nationalsozialismus gedacht und an die Befreiung des Konzentrationslagers
Auschwitz vor 65 Jahren erinnert. Wichtigster Redner war der israelische
Staatspräsident. Unter den sechs Millionen Juden, die dem Völkermord der
Nationalsozialisten zum Opfer fielen, waren auch seine Großeltern und weitere
Verwandte. Shimon Peres war der erste israelische Präsident, der am
Holocaust-Gedenktag im Bundestag sprach.
Es war eine beeindruckende und
emotionale Rede, voller Optimismus und Großmut. Die Berater des 86-jährigen
Friedensnobelpreisträgers hatten bereits vorher angedeutet, dass Peres diesen
Redeauftritt in Deutschland als Gelegenheit sehe, auch persönlich einen Kreis
zu schließen. Peres sprach bewegend vom "außergewöhnlichen
Freundschaftsgewebe" zwischen den beiden Staaten. Anders als Ezer Weizman,
der 1996 im Bundestag gesprochen hatte und mit seiner Bemerkung, Juden sollten
nicht im Land der Täter leben, damals am Rande seines Staatsbesuchs einen Eklat
auslöste. Anders auch als Mosche Katzav, der
Deutschland eine "wachsende Legitimation neonazistischer Kräfte"
attestierte, als er im Jahr 2005 im Deutschen Bundestag sprach.
Peres hingegen kam als Freund. Er
begann seine Rede mit Auszügen aus dem Kaddisch, dem jüdischen Gebet zum
Totengedenken. Es sind Worte, die jedem Juden heilig und daher in einem
Parlament eher ungewöhnlich sind: "Der, der Frieden in seinen Himmelshöhen
stiftet, stifte Frieden unter uns und ganz Israel.“
Auch die Rede des polnischen Historikers
Feliks Tych, der als 13-Jähriger aus dem Ghetto Radomsko fliehen und sich dank falscher Papiere bei einer
polnischen Lehrerfamilie verstecken konnte, überzeugte und bewegte. Tych mahnte eine Aufarbeitung des Holocaust auch in anderen
europäischen Ländern an. Dort habe es unter der Bevölkerung zahlreiche
Helfershelfer, Denunzianten und Profiteure gegeben.
Es sind Zeitzeugen wie Schimon Peres
und Feliks Tych, aus deren Erinnerung eine Kraft
erwächst, die es den Nachfahren der Opfer wie der Täter unmöglich macht, zu
vergessen oder zu verdrängen. Beide Redner haben das Gedenken an die Befreiung
von Auschwitz im Bundestag zu einem Ereignis gemacht, dessen Wirkung sich
niemand entziehen konnte - der Eindringlichkeit persönlicher Schicksale ebenso
wie der Macht mahnender Appelle.
Besonders schmerzlich aber rufen
Gedenkveranstaltungen zum Holocaust den Teilnehmern immer deutlicher ins
Bewusstsein, dass wir nicht mehr lange den authentischen Berichten jener
Menschen zuhören können, die die Verbrechen der Nationalsozialisten unmittelbar
erlebt haben. Das erschwert es künftigen Generationen, sich ein
wirklichkeitsnahes Bild von den Verirrungen einer Ideologie zu machen, die
Rassismus, Hass und Intoleranz schürte, um schließlich in einen unvorstellbaren
Völkermord zu münden.
Von der Pflicht, die moralische
Verantwortung für die in deutschem Namen begangenen Gräueltaten zu tragen,
entbindet die wachsende Distanz der Nachgeborenen selbstverständlich nicht.
Ebenso bietet die Zeit, die seit dem Ende der nationalsozialistischen Diktatur
vergangen ist, keine Ausflucht in politische Neutralität. Wo immer auf der Welt
Hass gepredigt und Gewalt gesät werden, müssen wir unsere Stimme erheben und
unseren Einfluss geltend machen - für die Interessen Israels, aber auch für die
Existenzberechtigung anderer Staaten und Völker.
So sehr die Gedenkstunde an die Opfer
des Nationalsozialismus im Bundestag Emotionen weckte - bedauerlich ist es,
dass sie neben der aktuellen Afghanistan-Debatte und der Fragestunde des
Parlaments unter anderem zu Hartz IV stattfand. Dies zeugt nicht gerade von
besonderer historischer und politischer Sensibilität. Je öfter der 27. Januar
in Berlin begangen wird, umso weniger wird an diesem Tag wenigstens ein Moment
lang innegehalten. Der Holocaust-Gedenktag wird eingezwängt in den engmaschigen
Terminkalender der Politik. Er nimmt nur einen Platz unter vielen in der
Nachrichtenmaschinerie ein. Vielleicht wäre es angemessener, an diesem Tag den
politischen Betrieb zu drosseln: keine weiteren parlamentarischen Reden, keine
Pressekonferenzen von Ministern. Es wäre zumindest eine Geste. Andrea Kronisch
kath.de - Redaktion