Notiziario religioso  1-2  Febbraio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 1. Il commento al Vangelo. La potenza di Gesù contro i demoni 1

2.       Martedì 2. Il commento al Vangelo. Gesù portato al tempio per essere offerto a Dio  1

3.       Teologia e migrazioni1. Spunti di riflessione  2

4.       Alla Corte europea la sfida sul crocifisso. In primo grado l’Italia era stata condannata  6

5.       Il Papa: «Si salvino i posti di lavoro»  6

6.       Crocifisso a scuola, presentato il ricorso italiano  7

7.       In occasione dei festeggiamenti per la patrona di Catania. “Agata, tra storia e devozione”  7

8.       «In Vaticano nulla da temere, tra 5 anni pronti ad aprire gli archivi su Pio XII»  7

9.       Il Patriarca Latino di Gerusalemme Fouad Twal: “Dio ascolta la preghiera e sa agire nella storia”  8

10.   «Pio XII, un segnale agli ebrei l’apertura degli archivi segreti»  8

11.   Matrimoni, Ratzinger alla Sacra Rota: "Ora basta con gli annullamenti facili"  9

12.   "La guerra globale dei simboli religiosi"  9

13.   Agostino, l’uomo e il santo  10

14.   Da un monastero inglese  10

15.   Natalia tra papi e cardinali 11

16.   Modena-Nonantola, S.E. Mons. Lanfranchi nuovo Arcivescovo-Abate  12

 

 

1.       Theologie und Migration1. Einige Überlegungen  12

2.       Interview mit Margot Käßmann. "EKD steht hinter meiner Position"  16

3.       Warum Missbrauch in der Kirche?  18

4.       Reist Papst Benedikt XVI. nächstes Jahr nach Vietnam?  18

5.       Theologie und staatliche Universitäten. Heikle Mission  19

6.       Deutsche Unis sollen Imame ausbilden  19

7.       Hochschulen: Islamische Theologie Fromme Professoren gesucht 20

8.       Positionen. Kirche und Krieg  20

9.       Singen & Wandern auf den Spuren des Hl. Franz von Assisi 21

10.   Nordirland-Verhandlungen: Ohne Einigung bleibt Pulverfass  21

11.   Kardinal Schönborn reist in die USA – und will sich für Irak-Flüchtlinge einsetzen  22

12.   Deutschland: „CDU kein verlängerter Arm der Kirche“  22

13.   Vatikan: Bertone lobt vatikanische Medienarbeit 22

14.   Ehenichtigkeits-Verfahren  22

15.   Gastbeitrag. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst 22

16.   Holocaust: Durch Vergebung gegen das Vergessen  23

 

 

 

 

 

Lunedì 1. Il commento al Vangelo. La potenza di Gesù contro i demoni

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 5,1-20) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 2 Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 3 Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, 4 perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 5 Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6 Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, 7 e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8 Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest'uomo!». 9 E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 10 E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.

11 Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. 12 E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13 Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare. 14 I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.

15 Giunti che furono da Gesù, videro l'indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16 Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all'indemoniato e il fatto dei porci. 17 Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 18 Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. 19 Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». 20 Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati.

Abbiamo già conosciuto la potenza di Gesù contro i demoni (cfr Mc 1,21-28; 1,34; 3,11-12). Ma qui c’è qualcosa di nuovo: siamo nel territorio dalla Decapoli (che significa dieci città), in terra pagana, dove il potere di satana ha maggiore solidità.

Segno concreto della terra pagana è quel numeroso branco di porci al pascolo sul monte (luogo riservato al culto e alla preghiera). Il porco è animale immondo, aborrito dagli ebrei, e che può trovarsi solo in una terra immonda e pagana.

Nell’indemoniato geraseno prevale un istinto di morte: odia la vita degli altri e danneggia la propria, vive nei sepolcri… Il demonio che tiene schiavo quest’uomo si chiama legione: una coalizione di demoni. Combattuti e vinti in terra d’Israele, essi avevano ripiegato in terra pagana. Nella tempesta sul mare (Mc 4, 35-41) avevano tentato di fermare l’avanzata vittoriosa del Cristo. Gesù, superata la linea di sbarramento, attacca l’impero di satana al cuore, alla sede dello stato maggiore.

Questo indemoniato viene considerato come il rappresentante-tipo del paganesimo, e ciò alla luce di Isaia 65,1-4: "Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: Eccomi, a gente che non invocava il mio nome. Ho teso la mano ogni giorno a un popolo ribelle; essi andavano per una strada non buona, seguendo i loro capricci, un popolo che mi provocava sempre, con sfacciataggine. Essi sacrificavano nei giardini, offrivano incenso sui mattoni, abitavano nei sepolcri, passavano la notte in nascondigli, mangiavano carne suina e cibi immondi nei loro piatti".

Questo pagano ha un nome. In pieno testo greco, risponde con una parola latina: legione. Ricordiamo che la legione romana era formata da seimila uomini. Questa parola evoca la guerra, la presenza e la dominazione romana, personificata da quei "porci" di legionari (il verro era uno dei simboli della potenza imperiale raffigurato sulle insegne dell’esercito romano). E’ la demonizzazione dell’esercito romano.

 

Per Marco che scrive il suo vangelo probabilmente a Roma, capitale dell’impero di satana, in piena persecuzione di Nerone, questo brano potrebbe voler dire ai cristiani: Cristo butterà a mare questa legione di porci indemoniati (i persecutori) e libererà la terra dal potere oppressivo dell’impero romano, che è una manifestazione del potere di satana. A conferma di questa visione della storia si legga Ap 13-20.

Il brano di porci che precipita in mare è certamente una scena sconvolgente per l’"uomo economico" di tutti i tempi. Il Signore sta liberando la terra dal male e dal maligno, e questa liberazione è motivo di gioia, ma questa gioia ha un prezzo salato: la perdita di duemila porci. E i geraseni non se la sentono di pagare prezzi così alti.

Sarà anche un grande liberatore questo Gesù, ma presenta delle parcelle troppo esose. Meglio allora sopportare rassegnati la schiavitù di satana e godere indisturbati la propria ricchezza e le proprie "porcherie". E la loro stessa preghiera suona assurda e sconcertante: "Si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio" (v. 17).

Gli uomini parlano tanto di libertà e di liberazione, ma la rifiutano appena si accorgono che c’è un prezzo da pagare.

Al desiderio dell’indemoniato guarito di stare con Gesù, il Signore risponde inviandolo in missione. Egli è diventato apostolo perché è in grado di raccontare ciò che il Signore gli ha fatto. Il vangelo è la buona notizia di quanto Gesù ha fatto per noi. L’evangelizzazione non è tanto un’esposizione di dottrina o di idee, ma un racconto di fatti, una narrazione di quanto il Signore ha operato per noi.

Come Gesù iniziò a proclamare il vangelo nella Galilea (Mc 1,14), così questo indemoniato guarito lo proclama nella Decapoli. E’ l’inizio della missione ai pagani.

De.it.press

 

 

 

Martedì 2. Il commento al Vangelo. Gesù portato al tempio per essere offerto a Dio

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 2,22-40) commentato da P. Lino Pedron 

 

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

vada in pace secondo la tua parola;

30 perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

31 preparata da te davanti a tutti i popoli,

32 luce per illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele».

33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».

36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Il Signore visita il suo tempio. Egli non viene per giudicare l’inosservanza della legge, ma per sottomettersi come uomo all’obbedienza al Padre al quale gli uomini hanno disobbedito. Viene a pagare il debito dell’uomo.

Dio non esige il sacrificio dell’uomo alla propria maestà (questa è la menzogna di Adamo e di tutte le perversioni religiose), ma esige il riconoscimento di sé come dono e sergente di vita perché possiamo attingervi in abbondanza.

Presentandosi a Dio, l’uomo viene restituito a se stesso. Riconoscendo che la vita dell’uomo è data da Dio, noi scopriamo l’altissimo dono della vita.

Simeone significa "Dio ha ascoltato". Lo Spirito Santo era su di lui: per questo ascolta e osserva la Parola. Solo gli uomini illuminati dallo Spirito sanno spiegare esattamente la Scrittura e giudicare gli eventi della salvezza. Le braccia di Simeone rappresentano le braccia bimillenarie d’Israele che ricevono il fiore della nuova vita, la promessa di Dio.

Il Cantico di Simeone si pone sulla linea della grande tradizione del Servo di Jahvé: "Io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra" (Is 49,6). Ora si compie quanto era stato predetto: "Alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare in te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere" (Is 60,1-3).

Solo chi vede Gesù salvatore può vivere e morire in pace. Solo l’incontro con Dio può sanare la vita dal veleno della paura della morte e guarire l’uomo dalla falsa immagine di Dio. Dietro la porta della morte non ci attende un abisso di tenebre, ma la sala illuminata del banchetto della vita eterna.

Alla salvezza e alla pace, già presenti nel Cantico di Zaccaria, qui si aggiunge la luce con una chiara connotazione di universalismo: la salvezza è per tutti i popoli.

Simeone, mosso dallo Spirito, ha riconosciuto Gesù; ora predice a Maria il destino del figlio. La persona di Gesù è spiegata ancora oggi a noi dall’Antico Testamento.

Gesù sarà insieme causa di caduta e di risurrezione per le moltitudini d’Israele, perché porta una salvezza "scandalosa" che nessuno è in grado di accettare. Gesù contraddice ogni pensiero dell’uomo. E’ scandalo e follia. Per questo tutti lo contraddicono, si scandalizzano di lui e cadono.

Viene qui adombrato il mistero della morte e risurrezione del Signore che come spada attraverserà il cuore di ogni discepolo e di tutta la Chiesa, di cui Maria è figura.

Alla parola dura di condanna, di contraddizione e di spada, subentra la parola di felicitazione, di conforto e di sostegno. Il nome della profetessa e quelli dei suoi avi significano salvezza e benedizione. Anna vuol dire: Dio fa grazia; Fanuele: Dio è luce; Aser: felicità.

I nomi non sono privi di significato. E qui il loro significato illumina e immerge tutto nello splendore della gioia, della grazia e della clemenza di Dio. Il tempo messianico è tempo di luce piena.

Anna è tratteggiata come luminoso esempio delle vedove cristiane. "Colei che è veramente vedova ed è rimasta sola, ha messo la speranza in Dio e si consacra all’orazione e alla preghiera giorno e notte" (1Tm 5,5).

Illuminata dallo Spirito Santo, Anna riconosce il Messia nel bambino che Maria porta al tempio. Facendo seguito a Simeone, loda Dio e parla continuamente di Gesù a tutti quelli che aspettano "la redenzione di Gerusalemme" (v. 38).

Nel tempio di Gerusalemme si svelano due aspetti: la contraddizione nei confronti di Gesù e l’accoglienza nella fede, la condanna e la salvezza, la caduta e la risurrezione.

Da Gerusalemme, nel cui tempio viene innalzato il segno, s’irradia la luce che rischiara i pagani e si manifesta la gloria d’Israele.

Ciò accade ora, mentre Gesù viene nel tempio; e accadrà ancora più chiaramente quando sarà "assunto" in Gerusalemme, cioè innalzato nella gloria. Allora si radunerà il nuovo popolo di Dio, e i suoi messaggeri da Gerusalemme si diffonderanno in tutto il mondo per raccogliere i popoli attorno al segno di Cristo. De.it.press

 

 

 

 

Teologia e migrazioni1. Spunti di riflessione

 

“Le migrazioni politiche, economiche e religiose di singole persone e di intere comunità non sono un fenomeno marginale che esige risposte di emergenza, ma sono divenute un fenomeno strutturale che coinvolge tutte le nazioni ed incide profondamente sulla vita sociale, culturale, religiosa ed economica delle nazioni di partenza e di accoglienza”2.

 

Nel giro di pochi decenni la Germania da nazione prevalentemente sassone è divenuta sempre più multiculturale. Anche il panorama religioso registra cambiamenti considerevoli non solo per la compresenza  di molte religioni con i loro organismi e le loro strutture, ma anche perché all’interno della chiesa cattolica il peso, almeno numerico, dei cattolici di altra madre lingua diviene sempre più rilevante.

 

Una teologia in contesto migratorio

Quali strumenti ci offre la teologia per interpretare correttamente questo segno dei tempi?  Nonostante esista una abbondante letteratura scientifica concernente le migrazioni, i teologi hanno finora rivolto uno sguardo discontinuo al fenomeno.

 

Il Diritto Canonico e le migrazioni

da una ricerca bibliografica su scienze teologiche e migrazioni risulta che “la disciplina teologica che più di ogni altra ha affrontato in modo sistematico il fenomeno migratorio è il Diritto Canonico. I saggi di questa disciplina teologica forniscono le interpretazioni e le indicazioni più puntuali. Essi analizzano i documenti del Magistero, mettendo in evidenza la pluralità di metodi pastorali proposti. Di fatto i nuovi Codici di Diritto Canonico, sotto la spinta del Concilio Vaticano II, danno uno spazio ragguardevole al fenomeno della mobilità”3.

 

Il Diritto Canonico – come del resto molti documenti del Magistero – è in primis preoccupato delle strutture pastorali. I canonisti pertanto, nell’analisi dei possibili approfondimenti, mettono in evidenza dei settori che richiedono un approfondimento, quali il tema dell’incardinazione dei missionari nelle diocesi di arrivo, la natura della relazione della chiesa a qua, il rapporto tra apostolato tra i migranti e il carisma di un particolare istituto, il ruolo del delegato o del coordinatore, i rapporti bi e multilaterali tra chiese di partenza e di arrivo.

 

Nelle prese di posizione del Magistero o di singoli Vescovi esistono, tuttavia, dei segnali confortanti, che vanno al di là della disciplina canonica – sempre necessaria perché spesso è l’unica istanza a tutelare i diritti religiosi dei migranti – e che ci fanno intuire come sia la sfida ecclesiologica della cattolicità quella che oggi dobbiamo affrontare e applicare alla pastorale migratoria4.

 

Altrimenti continueremo ad assistere ad analisi sociologiche e a sempre nuove proposte pastorali che non garantiscono una crescita nella pratica della cattolicità da parte di tutti, perché non fondati su principi teologici.

 

Teologia pastorale e migrazioni

Inizialmente l’interesse degli studiosi e degli agenti pastorali verte sulla domanda: “Con quali strutture  si assistono i migranti?”. Ciò è motivato dal forte legame tra organismi “assistenziali” e migrazioni e da una politica che insiste su una presenza temporanea dei migranti. Predomina così, in nome della diakonia, la lettura caritativa-assistenziale del fenomeno. Si assiste intanto alla nascita di sempre nuove strutture e all’impiego sempre più consistente di sacerdoti dediti ai migranti.

 

Diventa presto necessario rispondere alla domanda: “Come si assistono i migranti?”. Le missioni linguistiche, sollecitate dal Magistero, si impegnano ad attuare una pastorale specifica e specializzata. Ciò comporta tenere in debito conto la religiosità della popolazione immigrata, il suo status di marginalità rispetto alla società di accoglienza, la sua instabilità, la mancanza di un progetto di vita ben definito, la dispersione della popolazione emigrata sul territorio5.

 

I missionari per i migranti sono guidati da questo principio: “L’integrazione del diversi gruppi in una medesima comunità locale non può significare soppressione delle diversità culturali, di tradizioni, di usanze, di forme di espressione religiosa dei distinti gruppi, bensì accoglienza di quelle ricchezze di cui ciascuno è  portatore, lasciando al tempo e alla libera decisione di persone e di gruppi l’assunzione, in tutto o in parte, dei costumi locali”6.

 

L’attenzione quasi esclusiva per i migranti favorisce la formazione di “chiese parallele”7. Ma questo parallelismo è favorito anche da altri fattori, quali l’ideologia del “lavoratore ospite”, che richiede una “carità passeggera”,  l’interpretazione pauperistica dei migranti8 considerati come persone da assistere e sui cui riversare il proprio know-how caritativo: oggetti di assistenza, non soggetti attivi e protagonisti della vita della Chiesa.

 

Questo quadro tende a favorire l’emarginazione del lavoro pastorale delle missioni, non considerate parte vitale e vitalizzante dell’attività della chiesa locale.

 

La pastorale di conservazione, tipica della prima fase della cura dei migranti, seppure essenziale e importante, non è esente da alcuni pericoli, quali la frammentazione, il ghetto. Nel prevalente modello pastorale monoculturale, talune parrocchie e missioni linguistiche avevano optato per un disinteresse reciproco. Le parrocchie si erano poste l’interrogativo: “Che cosa devo fare per cambiare i migranti?”. Le missioni linguistiche si erano chieste: “Come trattenere i migranti attorno a noi?”. Sarebbe stato più cristiano se ambedue le strutture si fossero chieste: “Come devo cambiare il mio atteggiamento per essere più accogliente e cattolico?”. La domanda fondamentale, infatti, non riguarda tanto la propria essenza (“Chi sono”), quanto piuttosto la pratica dell’amore verso gli altri : “Per chi sono?”.

 

Si prende così coscienza, seppure lentamente, dei limiti di una pastorale monoetnica in quanto essa rischia di tenere chiuse le comunità dentro se stesse, cullandole nell’eresia dell’autosufficienza9. Si fa strada una nuova prospettiva improntata alla corresponsabilità e alla volontà di far crescere la comunione fra le diverse realtà pastorali10. La ricerca di una nuova impostazione pastorale, pur inficiata di semplificazioni ideologiche o velleità manageriali, intende essere il frutto di una più attenta riflessione teologica in contesto migratorio11.

 

È il Concilio Vaticano II ad esigere la transizione da un modello monoculturale ad uno sempre più multiculturale, prendendo le distanze da una visione uniforme della identità culturale cattolica. In questo cambiamento le migrazioni hanno giocato un  ruolo determinante. La molteplicità e varietà alla quale contribuiscono i vari gruppi immigrati diventa invito all’universalità e cattolicità della Chiesa, incidendo su tutti gli aspetti della vita cristiana: dalla liturgia alla catechesi, dalla predicazione ai rapporti vicendevoli per un mutuo arricchimento.

 

Leggiamo nella Lumen Gentium: Per divina Provvidenza è avvenuto che varie Chiese, in vari luoghi stabilite dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli si sono costituite in vari raggruppamenti, organicamente congiunti, i quali, salva restando l'unità della fede e l'unica costituzione divina della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di un proprio uso liturgico, di un proprio patrimonio teologico e spirituale. Alcune fra esse, soprattutto le antiche Chiese patriarcali, quasi matrici della fede, ne hanno generate altre a modo di figlie, colle quali restano fino ai nostri tempi legate da un più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto dei diritti e dei doveri (Sui diritti delle Sedi patriarcali cf. CONC. DI NICEA, can. 6 per Alessandria e Antiochia, e can. 7 per Gerusalemme: Conc. Oec. Decr., p. 8 CONC. LATER. IV, anno 1215, Costit. V: De dignitate Patriarcharum: ibid. p. 212 [Dz 811]. CONC. DI FERR.-FIR.: ibid., p. 504 [Dz 1307-08; Collantes 7.159-60]). Questa varietà di Chiese locali tendenti all'unità dimostra con maggiore evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa”12.

 

E nella Gaudium et spes: “ In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano”13.

 

Anche sotto la spinta delle migrazioni e della globalizzazione si ripensa alla cattolicità della Chiesa, che non può essere né monolitica né eurocentrica. Si ritorna alle origini dove il cammino lento e arduo verso l’universalità narra l’originalità e la bellezza del piano di Dio, che vuole riconciliare tutti  a sé in Cristo, senza che questo implichi una obliterazione delle differenze etniche e culturali 14.  Essere cattolici, infatti, significa essere universali. Essere universali non significa essere uniformi. I doni di individui o di gruppi particolari divengono una eredità comune condivisa da tutti.

 

Questa nuova visione ecclesiologica aveva portato a riscoprire la storia primitiva della Chiesa nel suo cammino di cattolicità. Era stata data molta attenzione al rapporto tra chiese latine e chiese orientali; si era assistito alla nascita di nuove scuole teologiche e all’impegno per l’inculturazione del Vangelo e della liturgia nelle giovani chiese asiatiche e africane.

 

Nell’ultimo decennio notiamo come le conseguenze di questa “riscoperta della nota della cattolicità” vengano applicate anche al mondo delle migrazioni, rendendo i cristiani più attenti ai contributi di gruppi di diverse estrazione etniche e culturali.

 

Il modello trinitario

Sorge spontanea la domanda: come garantire l’unità nella diversità? Da una  chiesa cattolica contraddistinta da un certo grado di uniformità nelle sue espressioni cultuali, almeno nel rito latino, dove andiamo ora? Se fiorisce il policentrismo che cosa succede?  La nuova sensibilità verso le altre culture e espressioni religiose presenti in mezzo a noi mette in pericolo l’unità e l’identità della chiesa cattolica e la sua tradizione, oppure offre una preziosa opportunità per giungere ad una pratica più autentica della cattolicità?

 

Siamo coscienti che non si tratta di un processo facile e lineare. La storia è piena di aperture, chiusure e resistenze, di successi ed insuccessi. La stessa storia della cura pastorale dei migranti presenta quadri assai diversificati.

 

Ci viene in aiuto il modello della Ss.ma Trinità. Soltanto una “ecclesiologia trinitaria” ci permette di rigettare sia l’ideologia della omologazione che quella della balcanizzazione. Il nostro è un Dio che crea la diversità come parte essenziale del suo piano di amore15, e che rispetta quindi la singolarità e peculiarità di ciascuno. La Chiesa si inserisce in questo progetto divino promuovendo carismi e diversità. “La natura e la missione della Chiesa deve essere articolata in tale maniera che le identità etniche e razziali-culturali non siano né ignorate né idolatrate, ma piuttosto che le tradizioni etniche, razziali e culturali siano viste come risorse importanti e come carismi nella chiesa, offerti per il bene comune e per l’arricchimento reciproco”16.

 

Dobbiamo aprirci ai diversi doni dello Spirito elargiti ai vari gruppi non semplicemente, che non sono da considerarsi un mero ornamento, ma un contributo vitale per il bene comune della chiesa e del mondo.

 

L’identità personale e comunitaria è un dono e un mistero, che devono essere accettati, purificati ed elevati: un progetto che  ci rende partecipi del piano trinitario nella storia.

 

Non dobbiamo dimenticare che l’etnia può anche avere un potere distruttivo per cui si richiede sempre una attenta verifica basata sulla vita della Trinità. La difesa ad oltranza di una etnia o cultura, infatti, porta ad una “ecclesiologia etnica”17, “dove si è greci e quindi ortodossi, si è ortodossi perché si è serbi, ecc. Ancora peggio. Ci si qualifica ortodossi non per dirsi cristiani, ma per affermare un’identità serba, romena o russa”. Diventando una dimensione della cultura e dell’appartenenza etnica, la pastorale migratoria rischierebbe di schierarsi “contro” gli altri.

 

Questa prospettiva ecclesiologica  fa sì che da comunità assistita, la comunità migrante diventi comunità significativa. Lo straniero non è più visto come problema, ma è un messaggero di Dio, che sorprende e rompe la regolarità e la logica della vita quotidiana, portando vicino chi è lontano. In esso la chiesa locale vede Cristo che “mette la sua tenda in mezzo a noi”18 e che “bussa alla nostra porta” 19. La presenza del migrante ricorda al credente come tutti siamo in cammino verso la patria. “La vita cristiana è essenzialmente la Pasqua vissuta con Cristo, ossia un passaggio, una sublime migrazione verso la comunione totale del regno di Dio”20.

 

Possiamo quindi affermare che Dio utilizza le migrazioni in funzione pedagogica per attuare il suo piano di salvezza universale. Il nostro è un Dio vicino e solidale, che desidera il bene e l’auto-realizzazione di tutte le sue creature, in vista della costruzione della fraternità universale. Le migrazioni sollecitano la chiesa ad essere pienamente se stessa e universale. È una  chiesa che intraprende giorno dopo giorno il cammino21 per la piena realizzazione del piano di Dio. Si tratta però di un cammino escatologico per arrivare al grande banchetto che Dio sta preparando22 (anticipato fin da ora dal grande banchetto eucaristico) in cui la diversità costituirà motivo di gioia piena e ognuno sarà finalmente e pienamente se stesso.

 

Spetta a tutti noi il compito di anticipare questa realtà escatologica con la nostra pastorale di accoglienza! S. Giovanni Crisostomo esorta continuamente i fedeli a praticare l’accoglienza come dovere primario del cristiano perché l’ospite ci ricorda che siamo tutti pellegrini sulla terra. “Dio dice: Io ho creato cielo e terra. Anche a te do forza creatrice, fa’ sì che la terra diventi cielo; tu infatti lo puoi!”23.

 

Vivere la cattolicità in modo più autentico: verso una pastorale trinitaria

 

Vogliamo capire perché dobbiamo ragionare ed agire in questo modo. Occorre cioè un approfondimento teologico per supportare scelte pastorali che sfocino nella cattolicità. Una analisi della letteratura teologica in contesto migratorio rivela una frammentarietà di intuizioni, se non addirittura un silenzio, che favorisce la scelta più facile, l’assimilazione pastorale portata da alcuni vescovi europei nei confronti dei migranti cattolici. Perfino il documento Erga migrantes caritas Christi24, a motivo della sua eterogeneità, è stato utilizzato per perseguire questa scelta basata su un concezione biologica dell’emigrazione cattolica, considerata biodegradabile oppure ritenuta utile a riempire i posti lasciati vuoti dai cristiani autoctoni. Dobbiamo anche fare i conti con parroci, catechisti, operatori pastorali sia di madre lingua che di altra madre lingua che spesso si dimostrano impreparati ad operare pastoralmente in una chiesa locale che desidera vivere in pienezza la nota della cattolicità.  Rimangono ancora sacche in cui si annida un senso di malcelata tolleranza reciproca, in attesa che le cose ritornino alla normalità, anche se è legittimo chiedersi se in una Chiesa che è per natura missionaria si possa parlare di normalità25.

 

Dobbiamo inoltre ricordare che i nuovi modelli pastorali proposti da varie chiese locali (unità pastorali, parrocchie multiculturali, équipes plurietniche, ecc.) non permettono ancora, durante questa prima fase di sperimentazione, di monitorare il progressivo cammino verso un volto più autentico della Chiesa.

 

Le missioni linguistiche poi sono oberate da problemi di personale e da tagli finanziari. Pertanto il passaggio da una Chiesa con i migranti ad una Chiesa in cammino26, che diviene essa stessa migrante, cattolica e comunionale, stenta a diventare realtà.

 

Questo è il vero nodo della pastorale rivolta ai cattolici di altra madre lingua. Continuiamo a discutere e ad operare in strutture e modelli legati a molteplici interpretazioni, spesso legate a criteri finanziari, mentre oggi per far fronte al fenomeno in modo adeguato occorre una grammatica nuova, reperibile nella Bibbia e nell’ecclesiologia. Occorre spostare l’accento da una pastorale pensata per mantenere e conservare ad una pastorale missionaria in cui l’aspetto più importante non è tanto quello di percorrere la via del rafforzamento delle strutture quanto piuttosto la via debole della acquisizione identitaria profetica. Occorre una “segnaletica” nuova, che indichi un popolo di Dio che sceglie di vivere la comunione delle differenze e non l’anti-cattolico appiattimento delle diversità.

 

E allora tutti sono messi in discussione  e tutti devono convertirsi. Se si vuole percorrere le “frontiere del nuovo”, come esige la mobilità umana, l’immigrato è invitato a riscoprire e valorizzare la sua ricchezza, non tenendola per sé, ma donandola. A sua volta la chiesa locale tutta è invitata a “convertirsi” per mostrare il suo tratto più originale: “Essere una famiglia aperta a tutti, capace di abbracciare ogni generazione e cultura, ogni vocazione e condizione di vita, di riconoscere con stupore anche in colui che viene da lontano il segno visibile della cattolicità”27. 

Dalla pur necessaria analisi e verifica dei possibili metodi e strumenti pastorali per gli emigrati, si passa all’esame delle caratteristiche che la chiesa locale deve privilegiare per praticare la pastorale dell’accoglienza, se si prefigge di essere laboratorio permanente di cattolicità e di comunione, che fa spazio alla diversità. La preoccupazione principale non è quindi più quella di individuare quale sia l’alternativa tra parrocchia e missione, tra missione e movimenti, tra parrocchie e unità pastorali, tra sacerdoti diocesani e religiosi, tra preti e laici, ma quale forma di comunità cristiana sia auspicabile e possibile oggi. La domanda di fondo non è più quale ‘pastorale’ e ‘quale missione’ per gli emigrati , ma ‘quale volto di chiesa’ si vuole privilegiare e in quale chiesa si intende praticare la pastorale dell’accoglienza.

Questo cambiamento induce alcuni teologi a parlare del migrante  come “locus theologicus”: luogo teologico e sacro dell’incontro con Dio, il luogo dal quale viene elaborata la riflessione teologica. Il mondo della mobilità umana, in questa ottica, rappresenta sia l’obiettivo riflesso, sia la fonte ispiratrice del fare teologico, nella misura in cui è in esso che Dio si rivela.

 

 “Le migrazioni offrono alle singole Chiese locali l’occasione di verificare la loro cattolicità, che consiste non solo nell’accogliere le diverse etnie, ma soprattutto nel realizzare la comunione di tali etnie. Il pluralismo etnico e culturale nella Chiesa non costituisce una situazione da tollerarsi in quanto transitoria, ma una sua dimensione strutturale. L’unità della Chiesa non è data dall’origine e lingua comuni, ma dallo Spirito di Pentecoste che, raccogliendo in un solo popolo genti di lingue e nazioni diverse, conferisce a tutte la fede nello stesso Signore e la chiamata alla stessa speranza. E questa unità è più profonda di qualsiasi altra che sia fondata su motivi diversi”28.

 

E Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte ribadisce: “L'unità della Chiesa non è uniformità, ma integrazione organica delle legittime diversità. È la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l'unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12)”29.

 

“L’uguaglianza non significa uniformità. È necessario saper riconoscere la diversità e la complementarietà delle ricchezze culturali e delle qualità morali degli uni e degli altri. L’uguaglianza nel trattamento passa dunque attraverso un certo riconoscimento delle differenze, differenze che le minoranze stesse invocano per potersi sviluppare seguendo le loro peculiari inclinazioni, nel rispetto degli altri e del bene comune della società e della comunità mondiale. Ma nessun gruppo umano può attribuirsi una natura superiore né operare alcun tipo di discriminazione che leda i diritti fondamentali della persona”30. Se la grazia può essere espressa soltanto attraverso la cultura della persona, allora ogni processo di disumanizzazione del popolo e della sua cultura costituisce una opposizione attiva al Dio dell’amore e della salvezza.

 

In pratica “le nostre chiese diocesane per vivere la cattolicità hanno bisogno di luoghi dove si crede, si prega, si celebra in italiano, alla maniera vietnamita, alla maniera africana ecc. Coltivare la particolarità non è necessariamente sinonimo di favorire i particolarismi. Le diverse maniere di credere, di celebrare, di andare a Cristo, come pure l’esperienza credente vissuta da fratelli e sorelle nella fede in questa terra di immigrazione, arricchiscono la fede delle chiese di accoglienza”31.

Nessuno può chiudersi in se stesso. Siamo Chiesa “cattolica” in quanto ci apriamo a tutte le comunità e consideriamo come parte essenziale della nostra cattolicità l’accettazione dei dinamismi della fede vissuta e celebrata all’interno del tessuto ecclesiale locale. Il teologo Paul Tihon parla di un processo di seduzione reciproca. Il “modello” cattolico, infatti, comporta il mutuo arricchimento e non una sottrazione. “In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità”32.

L’accento si sposta sulla vocazione comune a tutti: mettersi al servizio della cattolicità. Non si tratta di una cattolicità occasionale, folklorica, che dà ai migranti un  contentino mentre gli “altri” rimangono spettatori più o meno benevoli, ma di una cattolicità autentica.

 

Possiamo parlare di una teologia del riconoscimento reciproco. Il contesto multiculturale può causare, e spesso di fatto provoca, una sensazione di disagio, di inquietudine, se non addirittura di paura e di conflittualità. Ma noi cristiani, a imitazione della Trinità, intendiamo praticare una pastorale rispettosa delle differenze e che non può prescindere dalla scoperta dell’altro come novità. La cura dei migranti diviene allora la pastorale del riconoscimento delle differenze contro ogni pericolo di omologazione religiosa. La pastorale migratoria assume quindi la connotazione dell’accoglienza più autentica: accoglienza che si trasforma in relazione, dialogo, condivisione. “Nel cristianesimo l’ospitalità suppone uno scambio e tende alla comunione, è impegno ad aprire quello che è chiuso, allargare quello che è stretto, stabilire tra gli uomini la circolazione della vita di Cristo”33.

 

Il mistero della Trinità è modello ultimo di ogni pastorale. Il cristiano trova nella vita trinitaria il paradigma supremo per vivere l’unità nella diversità. Il peccato è il rifiuto dell’ospitalità e del rispetto dell’altro nella sua alterità, la distruzione di quella relazione che intravediamo nel Dio-Trinità e che dovrebbe costituire la base di ogni nostra scelta in campo migratorio.

 

Il rispetto per le singole culture ed espressioni religiose deriva dal fatto  che, nella sua realtà più vera, ogni cultura ha qualcosa di sacro. La cultura è la realtà della comunicazione, della condivisione, della trascendenza. Nasce dal “cultus”, dal riconoscimento dell’altro, che è il principio religioso stesso, quello della fede. La cultura è un evento possibile grazie all’amore presente negli abissi dell’uomo. È l’amore che spinge l’uomo ad uscire da sé, a morire a se stesso per far emergere la vita nell’altro, la sua alterità.

 

La necessità di una spiritualità comunionale

Per vivere la sfida della cattolicità occorre praticare la spiritualità della comunione. Si tratta di percorrere la strada del riconoscimento reciproco tra i diversi soggetti e diventa pertanto obbligatoria da parte di tutti, autoctoni e migranti, l’adozione di una mentalità comunionale, precedente ad ogni scelta operativa, e che accomuni tutti nella chiesa locale. “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo.

Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, portando « i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita”34.

 

“Questa prospettiva di comunione è strettamente legata alla capacità della comunità cristiana di fare spazio a tutti i doni dello Spirito. L'unità della Chiesa non è uniformità, ma integrazione organica delle legittime diversità. È la realtà di molte membra congiunte in un corpo solo, l'unico Corpo di Cristo (cfr 1 Cor 12,12)”35.

 

L’esigenza quindi è che la comunione sia plurale. La pluralità, la diversità è attestata dagli e negli scritti fondatori della nostra fede. “Dell’unico Signore Gesù Cristo – “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebr 13,8) – ci sono stati dati quattro vangeli, quattro annunci diversi, perché non la fissità di un libro, di uno scritto, bensì la dinamicità dello Spirito santo è all’origine del cristianesimo. C’è fin dall’inizio pluralità di espressioni scritturistiche, di ecclesiologie, di concezioni cristologiche, di prassi liturgiche, di testimonianze e forme della missio, di accenti spirituali” 36.

 

Questa pluralità – che riflette la policromia, la multicolore Sophia di Dio – e l’inesauribilità del mistero di Cristo accolto in culture diverse, è ricchezza di doni, ma è anche negazione di ogni fondamentalismo e di ogni integralismo cristiano. Fin dalle origini, l’unico Gesù Cristo dà spazio a diversi cristianesimi – giudeo-cristiano, etno-cristiano… - perché il Cristo creduto è connesso a comunità diverse di credenti, che si aprono a una conoscenza diversa e a un’attuazione diversa del mistero. Nelle Scritture neotestamentarie, nelle liturgie, nella vita delle chiese le diversità non sono negate ma assunte, e così l’unica verità, che è Gesù Cristo, è detta, celebrata, pensata in modi differenti.

 

Conclusione

Occorre vedere le migrazioni come una sfida e risorsa per la missione universale della Chiesa nel mondo. “Le migrazioni sono... via di incontro tra gli uomini. Esse possono far abbattere pregiudizi e maturare comprensione e fraternità, in vista dell’unità della famiglia umana. In questa prospettiva le migrazioni sono da considerare come la punta avanzata dei popoli in cammino verso la fraternità universale. La Chiesa che, nella sua struttura di comunione, accoglie tutte le culture senza identificarsi con nessuna di esse, si pone come segno efficace della tensione unitaria in atto nel mondo. Essa, quale popolo di Dio in cammino, “costituisce per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza, di salvezza’ (LG, 9)”37. 

 

La pastorale migratoria, come del resto ogni altra pastorale, è sempre un work in progress. Nel corso degli anni sono maturate alcune linee di fondo, ormai patrimonio dottrinale comune.

 

La pastorale in ambito migratorio non può più essere considerata come un qualcosa di transeunte, ma costituisce una scelta permanente della chiesa locale. Non si tratta di una prassi tollerata a cui vengono demandati i casi di difficile integrazione, come la prima generazione. La pastorale migratoria è una epifania in loco della cattolicità e della comunione. Il migrante è la cartina di tornasole della cattolicità e della comunionalità della chiesa.

 

Fare pastorale migratoria significa “accogliere i migranti e inserirli effettivamente nella propria vita comunitaria facendo attenzione ad evitare il doppio scoglio dell’emarginazione da un parte e dell’assimilazione forzata dall’altra. Il migrante non deve sentirsi emarginato dagli altri né trovarsi nell’impossibilità di partecipare di fatto ad una comunità che impone vie e forme di religiosità che non rispondono alla sua cultura e alle sue tradizioni”38.

 

In questo laboratorio di cattolicità, che è la chiesa locale, non vi è spazio per la staticità. Ivi il migrante è pienamente accettato per quello che è. Passa pertanto in secondo ordine la discussione sulla struttura delle missioni linguistiche, sulle ristrutturazioni in atto e sul significato di fare rete con altri organismi. Urge soprattutto un processo di formazione alla cattolicità e alla comunionalità per rendere i fedeli, autoctoni e migranti, lievito di universalità in un mondo fortemente tentato ad operare chiusure e ad innalzare sempre nuovi muri. Dobbiamo essere capaci di trasformare i nostri strumenti e strutture pastorali in “casa e scuola della comunione”39.

 

La chiesa locale diventa segno per la società in quanto contribuisce con la sua condotta esemplare “alla fondazione, nello Spirito della Pentecoste, di una nuova società nella quale le diverse lingue e culture non costituiranno più confini insuperabili, come dopo Babele, ma in cui, proprio in tale diversità, è possibile realizzare un nuovo modo di comunicazione e di comunione (cfr. PaG 65)”40.

 

La chiesa locale modifica il suo “atteggiamento” diventando più cattolica e guardiana gelosa di tutte le differenze. Infatti, sebbene la struttura di una missione “tradizionale” possa scomparire, la presenza di un gruppo di cattolici di cultura religiosa non autoctona all’interno di una parrocchia o di una unità pastorale deve essere visibile e animata con regolarità per significare e celebrare la vitalità pluriforme della cattolicità. È questo il motivo che spinge gli immigrati a non rinunciare ad una identità religiosa specifica, poiché vogliono condividere una loro ricchezza ed originalità finalmente ritrovate. “In tale contesto le Chiese di accoglienza sono chiamate ad integrare la realtà concreta delle persone e dei gruppi che le compongono, mettendo in comunione i valori di ciascuno, convocati tutti a formare una Chiesa concretamente cattolica. "Si realizza così nella Chiesa locale l'unità nella pluralità, cioè quell'unità che non è uniformità, ma armonia nella quale tutte le legittime diversità sono assunte nella comune tensione unitaria" (CMU 19)41.

 

Benedetto XVI ci ricorda:  “La Chiesa deve sempre nuovamente divenire ciò che essa già è: deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze. In essa non vi possono essere né dimenticati né disprezzati. Nella Chiesa vi sono soltanto liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo. Vento e fuoco dello Spirito Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste”42.

 

Note - 1 Nella mia relazione faccio riferimento soltanto a immigrati cattolici di rito latino. Non mi soffermo sulle sfide poste da immigrati di altri riti e di altre religioni che la chiesa in Germania deve affrontare con uguale passione e zelo.

2 Traditio Scalabriniana, 1.

3 TASSELLO, Graziano G.; DEPONTI, Luisa; PROSERPIO, Felicina (a cura di), Migrazioni e scienze teologiche. Rassegna bibliografica (1980-2007). Basilea, CSERPE, 2009, pp. 19-20, www.cserpe.org/theology.htm .

4 In nome di una “cattolicità ritrovata”, non sono pochi i vescovi che valutano come positiva la presenza delle comunità immigrate e mostrano un vivo apprezzamento per la pastorale sacramentale portata avanti dalle missioni, per la vicinanza dei missionari alla vita della gente, per l’organizzazione della catechesi, per la capacità di raggiungere i giovani.

5 È questa una delle grandi differenze tra emigrazioni “classiche”, come quelle tedesche, polacche, italiane nelle Americhe alla fine del 19.mo secolo e agli inizi del 20.mo secolo, il cui insediamento in un determinato quartiere che esigeva strutture parrocchiali. Agli albori della pastorale migratoria la Chiesa si mostrava preoccupata per la preservazione e la difesa della fede dei migranti cattolici, esposti a quelli che essa riteneva i pericoli del socialismo, dei movimenti anarchici e del protestantesimo.

Rimane comunque sempre un principio-guida l’uso della lingua del migrante. In Exsul Familia al n. 13 è riportato il noto testo del Concilio Lateranense IV: “Poiché in molti luoghi si trovano frammiste nella medesima città e nella medesima diocesi popolazioni di diverse lingue, che professano la stessa fede ma con usi e riti diversi, ordiniamo severamente che i presuli di tali città o diocesi provvedano elementi idonei per celebrare i divini uffici secondo i diversi riti e idiomi, amministrare i sacramenti della Chiesa e istruire adeguatamente questi nuclei con la parola e con l’esempio”  (Conc. Lat. IV, cap IX, Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, XXII, p. 998, Venezia, 1778)

Giovanni Paolo II aveva detto: “La cura pastorale apprestata nella propria lingua, col linguaggio della cultura d’origine, pur nel dovere dell’emigrante d’inserirsi nella cultura del Paese di arrivo, ha il vantaggio di essere strumento efficace nel contribuire a salvaguardare valori che non si devono perdere, a fare dell’emigrante cristiano un animatore del mondo contemporaneo, un collaboratore nell’opera di evangelizzazione” (Giovanni Paolo II, Discorso ai vescovi della Calabria in occasione della visita “Ad limina”, 10.12.1981, 706).

6 Episcopato italiano, Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18.10.1989 - citato in Enchiridion della Chiesa per le migrazioni, EDB, 2001, n. 2977.

7 È evidente che  la tipologia “chiese parallele” è iperbolica. Un confronto tra strutture ecclesiastiche tedesche e l’apparato delle missioni non potrebbe reggere.

8 Cfr. Introduzione all’Enchiridion della Chiesa per le migrazioni, Bologna EDB, 2001.

9 Cfr. in proposito il commento di Mgr. Brunin apparso su “Migrations et pastorale”, 301, mars-avril 2003. Non si devono comunque dimenticare le varie tappe del processo migratorio per cui una assistenza immediata e diretta nelle prime fasi è d’obbligo.

10 Ricordiamo, ad es., il programma delle diocesi di Rottenburg-Stuttgart e Freiburg Aufbrechen. Zeichen setzen con l’introduzione delle unità pastorali il 1° gennaio 2008. Si mira al superamento del  concetto di “missione che aveva il diritto di esistere fino a quando durava il periodo cruciale dello sradicamento” (Armando Orioli, Da missioni a comunità, “Corriere d’Italia”, maggio 2005, p. 14).

11 Armando Orioli afferma: “La comunità straniera è saldamente ancorata alla realtà di una chiesa locale e si basa su una concezione di chiesa che mette al centro la sfida della cattolicità. ‘Senza la tua presenza sono anch’io meno me stesso!’”(ivi).

12 Lumen gentium, 23.

13 Gaudium et spes, 53.

14 Cfr. Gal 3,28, Col 3, 11, 1 Cor 12.13.

15 Cfr., ad es., Anna Fumagalli, La diversità nel progetto di Dio secondo i primi capitoli della Genesi, “Traditio Scalabriniana“, novembre 2005, pp. 25-30.

16 Bradford E. Hinze, Ethinic and racial diversity and the Catholicity of the Church, in: María P. Aquino; Roberto S. Goizueta (eds.), Theology: expanding the borders, Mystic CT, Twenty-Third Publications,  1998, p. 178.

17 Il termine è usato dal teologo ortodosso Olivier Clément (cfr. Intervista al teologo Olivier Clément a cura di Maxime Egger, La seduzione demoniaca dell’etnia, “Il regno –attualità”, 20/1998, pp. 699-701).

18 Gv 1,14.

19 Ap. 3,20.

20 Chiesa e mobilità umana, n. 10.

21 In una lettera del card. Walter Kasper, allora  vescovo di Rottemburg-Stuttgart, ai cattolici di altra madrelingua, leggiamo: “Iniziamo quindi un viaggio in cui vogliamo scoprire la rilevanza che le migrazioni hanno in una chiesa che si definisce cattolica e come essi incidano nella esplicitazione di questa “nota”, per cui vanno tenuti in debita considerazione nella teologia sistematica e nella ecclesiologia.

Noi tedeschi anche in futuro vogliamo essere assieme a voi Chiesa di Gesù Cristo, perché senza di voi saremo più poveri, più chiusi e monotoni. Sulla base degli stessi diritti e doveri, nel rispetto reciproco e radicati nella fede cattolica che ci accomuna dovremo avvicinarci di più... La visione della Chiesa nel prossimo millennio è quella di una comunità di comunità. Per raggiungere questa meta le nostre parrocchie e così pure le missioni dovranno cambiare. Si dovranno fare dei passi gli uni verso gli altri e creare unità nella diversità” . 

22 Is. 25, 6; Lc 14, 15-24.

23 In Ep. I ad Tim. hom. 15,4.

24 Istruzione del Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti del 3 maggio 2004.

25 Scrive il card. Martini: “Anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, come se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito” (C. M. Martini, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano. Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, p. 67).

26 Cfr. Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium,  21 novembre 1964, 9.

27 Dal documento della CEI dopo il convegno di Verona,  Una chiesa e una santità di popolo, n. 20

28 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante sul tema «I laici cattolici e le migrazioni»,

 agosto 1987, 3c.

29 Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6.1.2001, 46.

30 Pontificio Consiglio de Iustitia et Pace, La Chiesa di fronte al razzismo, 3 novembre 1988,  23.

31 Jean-Luc Brunin, L’Èglise et le migrants: un avenir commun? Dalla Relazione conclusiva al convegno organizzato congiuntamente dal Service National de la pastorale des migrants et le CIEMI, Paris, 28 settembre 2002, p. 3.

32 Lumen gentium, 13.

33 Jean Danielou, 1951, 40.

34 Novo millennio ineunte, 43.

35 Ib., 46

36 Enzo Bianchi, Per una spiritualità della comunione: unità nella diversità http://it.ismico.org/content/view/4602/169/

37 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante sul tema «I laici cattolici e le migrazioni» 5 agosto 1987.

38 Dal documento finale del III Congresso mondiale della pastorale per i migranti ed i rifugiati, Vaticano, 30 settembre - 5 ottobre 1991, n. 31.

30 Cf.. Novo millennio ineunte, 43.

40 Erga migrantes caritas Christi, 89.

41 Erga migrantes caritas Christi, 89

42 Benedetto XVI, omelia di Pentecoste, 15 maggio 2005.

di Giovanni Graziano Tassello, CSERPE, Centro Studi e Ricerche per l’Emigrazione

Studien- und Bildungszentrum für Migrationsfragen, Rheinfelderstasse 26

CH - 4058 Basel +41 61 226 91 00 www.cserpe.org, gtassello@cserpe.org.

(de.it.press)

 

 

 

 

Alla Corte europea la sfida sul crocifisso. In primo grado l’Italia era stata condannata

 

STRASBURGO - Ormai è solo una questione di ore. Entro il 2 febbraio il governo italiano presenterà alla Corte europea dei diritti dell’uomo il ricorso contro la sentenza del novembre scorso con cui i giudici della massima giurisdizione del Vecchio Continente hanno detto “no” al crocifisso nelle aule scolastiche nel nostro Paese. «Auspichiamo fortemente che il nostro appello sia ammissibile», ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini in una conferenza stampa all’ambasciata italiana presso il Consiglio d’Europa, riaffermando l’identità religiosa dell’Italia e aggiungendo che «molti paesi europei hanno dichiarato la loro disponibilità a intervenire nel processo a favore della nostra tesi».

Se dunque il ricorso sarà giudicato ammissibile, e su questo non dovrebbero esserci dubbi, sarà la “Grande Chambre” (la seduta plenaria dei 47 giudici della Corte) a stabilire se l’esposizione del crocifisso nelle scuole violi l’articolo 9 e l’articolo 2 del I protocollo della Convenzione europea dei diritti e delle libertà fondamentali.

«Ogni persona - si legge - ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti». E ancora: «Il diritto all’istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche».

Con la sentenza del 3 novembre, che peraltro suscitò un’ondata di polemiche e dure critiche dal Vaticano, la Corte accolse in toto un ricorso presentato da una madre di Abano Terme, secondo cui il crocifisso esposto nelle aule dei figli era contrario ai principi fondati sul liberalismo su cui aveva impostato la loro educazione.

Dopo aver visto respinta la sua tesi dai tribunali italiani, la donna decise di mettere la questione nelle mani dei giudici della Corte europea. Va detto che la sentenza di Strasburgo non ha vietato l’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane, ma ne ha imposto la rimozione nel caso che qualcuno lo richieda. La Corte dei diritti dell’uomo tutela infatti i singoli cittadini europei, non la collettività.

«Il Crocifisso - commentò in una nota il Vaticano - è sempre stato un segno di offerta di amore a Dio e di unione e di accoglienza per tutta l’umanità, dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà».

Fra i 47 giudici (uno per ogni paese europeo che ha sottoscritto la Convenzione) che si ritroveranno fra le mani questa patata bollente c’è anche un italiano, Guido Raimondi, eletto pochi giorni fa al posto di Vladimiro Zagrebelsky che lascerà a marzo la Corte per fine mandato. Il mandato di Raimondi scadrà nel 2016.

La sentenza della “Grande Chambre”, che sarà definitiva, è tutt’altro che scontata, così come non è possibile prevederne i tempi, in ogni caso entro l’anno. Il primo esame, quello del novembre scorso, fu condotto da un gruppo ristretto di sette giudici: Françoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajo’ (Ungheria) e Isil Karakas (Turchia). MARCO BERTI IM 31

 

 

 

 

Il Papa: «Si salvino i posti di lavoro»

 

«Penso ad alcune realtà difficili in Italia come, ad esempio, Termini Imerese e Portovesme»

 

CITTÀ DEL VATICANO - Il Papa ha scelto l'Angelus in piazza San Pietro per esprimere la sua preoccupazione per la disoccupazione che coinvolge migliaia di famiglia: «La crisi economica sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro - ha detto Benedetto XVI - e questa situazione richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti: imprenditori, lavoratori, governanti». «Penso ad alcune realtà difficili in Italia - ha proseguito -, come ad esempio Termini Imerese e Portovesme». «Mi associo pertanto all'appello della Conferenza Episcopale Italiana - ha aggiunto Benedetto XVI -, che ha incoraggiato a fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l'occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie». In Piazza San Pietro, per assistere all'Angelus del Papa, c'erano anche alcuni operai dell'Alcoa di Portovesme con uno striscione.

SACCONI: «APPELLO DA RACCOGLIERE» - Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, ha apprezzato l'intervento del pontefice e ha esortato istituzioni e imprese ad accogliere l'appello lanciato durante l'Angelus. «L'anno in corso - spiega Sacconi in una nota - ci riserva un quadro contraddittorio. Una ripresa selettiva del commercio globale che premia alcune aree geo-economiche, alcuni settori, alcune imprese. Ma i mercati finanziari mantengono elementi di instabilità, molte aziende alla lunga non sopravviveranno, altre si ristruttureranno e riorganizzeranno nella sfera globale. Salvaguardare i posti di lavoro significa, per le istituzioni, scoraggiare i licenziamenti, mettere a disposizione ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e i contratti di solidarietà».

LA CARITA' E' LA VIRTU DEI CRISTIANI - Papa Benedetto XVI aveva incentrato il suo messaggio per l’Angelus sulla Carità, la virtù che secondo il Pontefice «è il distintivo del cristiano. E’ la sintesi di tutta la sua vita: di ciò che crede e di ciò che fa». Per questo, ha detto il Papa, «all’inizio del mio pontificato, ho voluto dedicare la mia prima Enciclica proprio al tema dell’amore: Deus caritas est». L’amore - ha detto Benedetto XVI - è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo». Come ogni anno alla fine di gennaio, Benedetto XVI ha chiuso l'Angelus liberando, assieme ad alcuni ragazzi dell'Azione Cattolica, alcune colombe simbolo di pace.

Redazione ondine CdS 31

 

 

 

Crocifisso a scuola, presentato il ricorso italiano

 

Il ministro Frattini: «Puntiamo alla cancellazione della sentenza di Strasburgo che lo vieta»

 

ROMA - L’Italia vuole il crocifisso nelle scuole e si prepara alla “battaglia” per difendere la presenza del simbolo religioso nelle aule. A poco meno di tre mesi dalla sentenza della Corte dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, che ha chiesto di bandire il crocifisso, Roma a così presentato ieri a Strasburgo il suo ricorso. Un ricorso con cui l’Italia, ha precisato solo qualche giorno fa - proprio da Strasburgo - il ministro degli Esteri, Franco Frattini, punta alla «cancellazione» della sentenza della Corte. Perchè - ha spiegato - tocca un «sentimento profondissimo del popolo italiano e della sua identita».

Una posizione in cui si riconosce la maggior parte degli italiani: il 60% dei cittadini - ha rilevato proprio ieri l’ultimo rapporto Eurispes - è convinto che il crocifisso debba essere sempre esposto nelle scuole o nelle sedi delle istituzioni statali ed è, pertanto, contraria ad una sua rimozione.

La domanda di ricorso sarà ora esaminata dal collegio di cinque giudici della Grande Camera (la sezione della Corte che normalmente si occupa dei casi più importanti) di cui non fanno parte i giudici che si sono espressi per la prima sentenza. E verrà presa in considerazione quanto prima, forse già a marzo, per valutarne la ricevibilità. .

La sentenza sul crocefisso è arrivata il 3 novembre scorso, all’unanimità, da una Camera formata da sette giudici della Corte. A portare il caso a Strasburgo era stata, nel 2006, la famiglia Lautsi: nel 2002 i due figli frequentavano una scuola di Abano Terme (Padova). Durante una riunione del Consiglio d’istituto, il padre dei due ragazzi chiese di togliere i crocifissi dall’aula, ma qualche mese dopo la direzione della scuola gli comunicò che sarebbero restati al loro posto. A quel punto iniziò una battaglia legale contro la decisione della scuola, prima davanti al Tar del Veneto, poi presso la Corte Costituzionale e, in ultimo, davanti al Consiglio di Stato. In tutti i casi la giustizia italiana arrivò alla medesima conclusione: i crocefissi dovevano restare al loro posto. La Corte europea dei diritti dell’uomo, invece, cui i Lautsi si erano infine rivolti, riconoscendogli anche un risarcimento per danni morali di 5 mila euro. La violazione dei diritti della famiglia veneta è legata al fatto che «lo Stato - hanno infatti rilevato i giudici di Strasburgo - è tenuto a conformarsi alla neutralità confessionale nell’ambito dell’educazione pubblica». IM 30

 

 

 

 

In occasione dei festeggiamenti per la patrona di Catania. “Agata, tra storia e devozione”

 

CATANIA – Come tradizione, dal 3 al 5 febbraio a Catania si festeggia la patrona sant’Agata.

  In occasione delle celebrazioni quest’anno esce “Agata, tra storia e devozione”, pubblicazione finanziata dalla Provincia di Catania e realizzata dalla Editcom, editrice de “L’Editoriale-periodico di informazione e cultura”.

  “Agatha, tra storia e devozione” ripercorre i fatti salienti del martirio della santa facendo riferimento alle fonti storiche e quelle agiografiche che sono pervenute fino ai nostri giorni.  I testi fanno riferimento alle ricerche di monsignor  Gaetano Zito che ha concesso l’elaborazione dei suoi scritti.

  L’opuscolo si compone di 36 pagine a colori, su carta patinata lucida, la tiratura è di 30.000 copie che saranno distribuite in forma gratuita dal  3 al 5 febbraio (presso l’Ufficio informazioni della Provincia a Palazzo Minoriti, via Etnea 63). Il contenuto è stato tradotto anche in lingua inglese, per permettere ai turisti presenti di poter avere un valido supporto che possa dare loro un’idea del perché della devozione a Sant’Agata.

  La pubblicazione è stata presentata a Catania il 29 gennaio, nella sala conferenze del Centro direzionale Nuovaluce, dal presidente della Provincia Giuseppe Castiglione, dall’arcivescovo Salvatore Gristina e da Luigi Maina, presidente del Comitato per i festeggiamenti per la patrona. (Inform)

 

 

 

 

«In Vaticano nulla da temere, tra 5 anni pronti ad aprire gli archivi su Pio XII»

 

Il Prefetto, monsignor Pagano: «Stiamo catalogando 16 milioni di fogli»

di FRANCA GIANSOLDATI

 

CITTA’ DEL VATICANO - Tra cinque anni le carte su Pio XII saranno accessibili agli studiosi. Parola del Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, monsignor Pagano, il coordinatore della monumentale operazione assieme al cardinale Farina. Si tratta di catalogare e ordinare 16 milioni di fogli: una montagna di carte che, se tutto procede come sta procedendo, saranno disponibili nel 2015. Il Papa viene tenuto costantemente informato.

Monsignor Pagano può spiegare perchè gli archivi su Pio XII non sono ancora stati aperti? Ci sono motivi «politici» o «tecnici»?

«Sono da escludere motivi “politici”: la Santa Sede ha tutto il vantaggio dall’apertura dei documenti del pontificato di Pio XII, che fu cruciale per molti aspetti, ma dal quale nulla si ha da temere. La mancata apertura si deve unicamente a motivi “tecnici”, ovvero alla preparazione, sistemazione, inventariazione, numerazione di un complesso di carte molto esteso, originate in 19 anni circa di pontificato».

Tra quanti anni sarete pronti?

«Si pensa che il lavoro di preparazione del pontificato di Pio XII possa terminare nel 2014-2015. Conclusa la preparazione tecnica del materiale documentario, poi sarà il Santo Padre a prendere una decisione nel merito circa l’apertura».

Gli archivi aperti fino al 1939 vengono consultati?

«Benedetto XVI nel 2006 rese accessibile la documentazione del pontificato di Pio XI (1922-1939) che, come si sa, è rilevante sotto tanti aspetti; basti pensare al confronto del Papa con il fascismo in Italia, ma non solo. Dopo l’apertura vi fu un afflusso di ricercatori limitato».

Porta via tanto tempo archiviare documenti?

«Purtroppo si è portati a pensare che i documenti originati dal lungo pontificato di Pio XII (1939-1958) siano omogenei e quindi relativamente facili da classificare, ma non è così. Provenendo da uffici e dicasteri diversi hanno una struttura di organizzazione differente, complessa e persino incongrua. Archiviare significa controllare le provenienze dei fascicoli, i protocolli, gli eventuali vecchi inventari, e poi unire le carte disorganizzate, descrivere le varie pratiche, numerare le carte e timbrarle. Un lavoro immenso, lasciatemelo dire, che richiede preparazione».

Le carte in fase di inventario sono già tutte in Vaticano?

«Abbiamo stimato che le buste o pezzi d’archivio che interessano l’intero pontificato, e quindi da inventariare e preparare per l’apertura, siano più di 15.500 e i fascicoli singoli oltre 2500. Una ingente documentazione proviene dai fondi della Segreteria di Stato (1939-1958), Affari Ecclesiastici Straordinari, da vari altri uffici e dagli archivi delle rappresentanze pontificie nel mondo (le quali da sole consistono in circa 5000 buste e più di 1000 fascicoli sciolti o cartelle). In totale si tratta di un complesso di più di 16 milioni di carte. Questo materiale per grandissima parte si trova già versato all’Archivio Segreto Vaticano e per altra parte si va versando da parte di alcune nunziature».

Quante persone lavorano all’Archivio?

«Solo 55 unità».

Un po’ pochini..

«Effettivamente un raffronto con gli Archivi di Stato delle varie nazioni fa rimaner sulle prime sconfortati: l’Archivio Centrale dello Stato Italiano ha 160 dipendenti; l’Archivio di Stato di Roma 120; quello di Napoli 138; quello di Parigi 300. Ma la Santa Sede non è paragonabile, per amministrazione di beni, ai moderni Stati e compie già uno sforzo notevole per stipendiare 55 dipendenti ed erogare le risorse per la normale gestione dell’Archivio».

Una volta che si apriranno gli archivi sarà semplice individuare i documenti e dunque confermare o sfatare la leggenda del Papa dei «silenzi»?

 

«La documentazione dell’Archivio (dal X al XX secolo) è collocata su 83 km lineari di scaffalature. È ovvio che la ricerca negli archivi complessi non è mai né facile, né breve. Non si tratta di avere le informazioni su computer (che per ora è impossibile), ma di sfogliare decine e decine di inventari dattiloscritti dei vari fondi. Penso che se si vorranno sfatare, o quantomeno capire e circoscrivere nella loro realtà storica i presunti silenzi riguardo la Shoah, non basterà la visita di curiosi studiosi o presunti tali (i quali cercano gli scoop, non la meditazione storiografica), ma occorrerà la lunga indagine degli storici seri, i quali sanno bene che le carte da vedere sono molte, di diversa fonte, di differente tradizione e qualità e che per fondare un giudizio nel merito di un problema tanto grave, da qualunque parte lo si guardi, ci vorrà tempo e scrupolo».

La Santa Sede ha interesse ad aprire gli archivi?

«Ovviamente. Il poco di negativo che si incontra nella storia della Chiesa per debolezze di uomini e per peccati personali svanisce se paragonato all’immenso positivo dei tanti secoli della sua esistenza. Se siamo fermi al 1939 con l’apertura è dovuto unicamente alle poche forze che possediamo».

Cosa vi ha detto il Papa sul lavoro che state svolgendo? «Il Papa non interviene direttamente, com’è ovvio, sull’andamento dei lavori, ma di tanto in tanto so che il nostro Cardinale Archivista e Bibliotecario, Raffaele Farina, ha modo di aggiornarlo».

Ultimamente un libro sulla Sindone, scritto da una vostra archivista, Barbara Frale, sta creando un caso...

«Mi limito ad osservare che il metodo di scrittura della storia della dottoressa Frale non è quello della tradizione dell’Archivio Vaticano. In genere i nostri archivisti pubblicano saggi molto bene accolti poichè sono frutto di un solido metodo positivistico, di un duro e lungo lavoro di ricerca e di lima, dunque lontani mille miglia dai presunti scoop di cui il pubblico è ghiotto».  IM 29

 

 

 

Il Patriarca Latino di Gerusalemme Fouad Twal: “Dio ascolta la preghiera e sa agire nella storia

                       

GERUSALEMME – E’ giunto agli organizzatori della II Giornata Internazionale di Intercessione per la Pace in Terra Santa che si svolgerà questa domenica 31 gennaio in 1.000 città del mondo, il messaggio inviato dal Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal. L'iniziativa è promossa da un gruppo di giovani della Terra Santa e dell'Italia, in particolare dall'Apostolato "Giovani per la Vita" (www.youthfl.org ), dall'Associazione dei Papaboys (www.papaboys.it ), dai gruppi di Adunanza Eucaristica (www.adorazione.org ) e dalle Cappelle di Adorazione Perpetua ed ha ricevuto il sostegno di alcune importanti Congregazioni Religiose come le Apostole del Sacro Cuore di Gesù, i Missionari del Preziosissimo Sangue, le Missionarie della Consolata ed i Salesiani di Don Bosco che proprio il 31 gennaio celebrano anche la festa del Santo dei Giovani.

IL MESSAGGIO DEL PATRIARCA LATINO DI GERUSALEMME

Ad un anno dal sorgere di questa importante iniziativa, che ha visto l'adesione di più di 500 città del mondo, esprimo la mia profonda gratitudine per la 2. Giornata Internazionale di intercessione per la Pace in Terra Santa, per quello che è un desiderio ed un impegno vivo, nato nel cuore soprattutto di tanti giovani, di elevare al Signore una sincera ed intensa preghiera per il dono della pace. È un'esperienza di Chiesa, che, in quanto "forza spirituale" è una realtà che, come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, "può contribuire ai progressi nel processo di pace". Egli stesso ha sottolineato, in viaggio verso la Terra Santa nel maggio dell'anno scorso, l'importanza della preghiera: "Da credenti siamo convinti che la preghiera sia una vera forza: apre il mondo a Dio. Siamo convinti che Dio ascolti e che possa agire nella storia. Penso che se milioni di persone, di credenti, pregano, è realmente una forza che influisce e può contribuire ad andare avanti con la pace". Per questo, non può che essere motivo di speranza e di fiducia ogni iniziativa in cui, uniti insieme nella preghiera con un'intenzione particolare, ci rivolgiamo a Dio come Suoi figli. La preghiera comunitaria ha una particolare forza, lo stesso Signore Gesù ce lo ha ricordato: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). Grazie a tutti voi, in modo particolare voi giovani, che senza esitare e con molta generosità vi riunirete, in tante parti del mondo, per 24 ore consecutive nella preghiera, in momenti di silenziosa adorazione davanti a Gesù Eucarestia, nelle celebrazioni eucaristiche, al fine di implorare questo dono, tanto prezioso quanto fragile, che è la Pace.  A nome della Comunità dei cristiani in Terra Santa, ringrazio tutti i promotori di questo evento: le varie associazioni (l'Apostolato "Giovani Per La Vita", l'Associazione Nazionale Papaboys, le Cappelle di Adorazione Perpetua in tutta Italia e nel mondo, i Gruppi di Adunanza Eucaristica), le varie Congregazioni e chi singolarmente o in gruppo si impegnerà ad offrire il proprio tempo e la propria preghiera per questa intenzione.  Il Signore Gesù, Principe della Pace, volga il suo sguardo sulla Sua terra, ci conceda la Pace, e doni la Sua abbondante benedizione su tutti coloro che prenderanno parte a questa iniziativa. + Fouad Twal, Patriarca 30

 

 

 

 

 

«Pio XII, un segnale agli ebrei l’apertura degli archivi segreti»

 

Il rabbino Laras: «Le polemiche hanno contribuito alla decisione» - di RENATO PEZZINI

 

MILANO - Dunque, bisognerà aspettare cinque anni per poter avere accesso agli archivi vaticani su Pio XII: «Perlomeno c’è una data, però. E questa è una buona cosa» dice Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana. E’ lo stesso rabbino che aveva manifestato più di una perplessità sulla recente visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, e infatti non vi aveva partecipato proprio per sottolineare i suoi malumori per la politica della chiesa cattolica su papa Pacelli e sui suoi mancati interventi per provare a fermare la Shoah.

Ora come giudica, rabbino Laras, l’annuncio di monsignor Pagano secondo il quale entro il 2014 o il 2015 gli archivi sul pontificato di Pio XII saranno accessibili?

«Francamente, non so valutare se sia una notizia importante o meno. Tuttavia, dopo molto tempo in cui le intenzioni della chiesa su questo punto non erano chiare, almeno c’è una data».

Perché parla di intenzioni poco chiare?

«Una decina di anni fa venne istituita la commissione mista di storici ebrei e cattolici per studiare le azioni della chiesa durante l’Olocausto, ma venne sciolta poco tempo dopo proprio perché gli archivi non erano accessibili. E da quel momento in poi non sono mai state chiare le intenzioni».

Adesso invece...

«Sì, l’intervista di monsignor Pagano ci fa sapere che è in corso un lavoro per raccogliere tutto il materiale relativo al pontificato di Pio XII e che entro cinque anni saranno di disponibili. E’ una cosa positiva».

E come interpreta questo annuncio?

«Forse è un segnale che il Vaticano vuole lanciare, un modo per far sapere agli ebrei e a tutto il mondo che loro non hanno accantonato la questione, e che intendono approfondirla, e che si rendono disponibili per un eventuale confronto quando le carte saranno a disposizione».

Cinque anni di attesa le paiono ancora troppi?

«Sulla base delle motivazioni fornite nell’intervista dal responsabile dell’archivio vaticano, mi sembra di capire che ci sia da raccogliere e catalogare una voluminosissima quantità di materiale, come era lecito immaginare. E per fare queste cose c’è bisogno di tempo. L’importante è che questo lavoro sia in corso».

Le polemiche delle scorse settimane su Pio XII che hanno accompagnato la visita di papa Ratzinger alla sinagoga di Roma possono aver contribuito a questa decisione?

«Io non so se questa decisione fosse già stata presa oppure no. Forse le polemiche e i dubbi sollevati hanno contribuito a sollecitare una rassicurazione da parte del Vaticano».

Che tipo di rassicurazione?

«Il nodo della documentazione sul pontificato di Pio XII e dell’accesso a quelle carte va affrontato. E in qualche modo l’ultima parola, prima di poter esprimere un giudizio su quello che è accaduto in quegli anni, spetta proprio ai documenti che finora nessuno ha potuto visionare. In questo modo, mi sembra di capire, anche il Vaticano fa sapere di voler affrontare e sciogliere questo nodo».

E da quelle carte può emergere una verità chiara?

«Adesso bisogna avere solo un po’ di pazienza, poi lo sapremo». IM 30

 

 

 

 

Matrimoni, Ratzinger alla Sacra Rota: "Ora basta con gli annullamenti facili"

 

Monito del Papa all'inaugurazione dell'anno giudiziario del tribunale della Santa Sede: «I giudici non cedano alle richieste soggettive»

 

CITTA' DEL VATICANO - I giudici decidano secondo giustizia, gli avvocati evitino «con cura» di sostenere cause perse, e nessuno creda che il matrimonio cristiano possa sciogliersi con la stessa facilità di un divorzio civile, o quasi. È questo il senso del duro monito riservato questa mattina da papa Benedetto XVI ai componenti della Rota Romana in occasione dell’apertura dell’Anno giudiziario del tribunale ordinario della Santa Sede, la cui principale attività consiste proprio nell’annullamento dei matrimoni in chiesa. Un "reset" divenuto nel corso degli anni fin troppo facile, soprattutto per alcuni personaggi in vista che, non volendo rinunciare alla loro fama di cattolici osservanti, desideravano comunque una maggiore libertà nella loro vita privata. A costo, come accaduto in qualche caso, di dichiararsi falsamente impotenti o infermi di mente.

 

Il pericolo di una eccessiva attenzione alle «esigenze soggettive», accompagnato da una verifica non sempre approfondita delle prove, era già stato sottolineato dal Papa lo scorso anno, e il decano del tribunale, mons. Antoni Stankiewicz, non ha mancato di ammettere le difficoltà, frutto di quella «visione relativistica» della persona umana e della sua natura denunciata da papa Ratzinger e, prima di lui, da Giovanni Paolo II, che aveva intravisto il pericolo, per la Rota Romana, di diventare «una facile via per la soluzione dei matrimoni falliti».

 

Benedetto XVI parte da lontano e arriva a conclusioni operative: «Occorre prendere atto della diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta - ha detto a giudici e avvocati rotali - che porta a contrapporre la giustizia alla carità, quasi che l’una escluda l’altra», quasi che «la carità pastorale» potesse «giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale». La «verità», insomma, asservita ad esigenze personali, come vuole il relativismo imperante, una «cultura senza verità», che fa dell’amore, e del matrimonio, «un guscio vuoto», e della carità mero «sentimentalismo». Un problema etico alla base del concetto di giustizia, e non solo in fatto di matrimoni, che rischia di affrancarsi dalla necessità di «ricerca del vero», dando legittimità ad una semplice «accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale».

 

È a partire da questa complessa analisi, che Benedetto XVI ha esortato i giudici a «rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia». Una questione, quella della comunione ai divorziati, al centro di un ampio dibattito all’interno della Chiesa, e che trova tra i suoi sostenitori autorevoli ecclesiastici. Il Papa chiarisce che ammettere i separati e divorziati in attesa di sentenza della Rota all’Eucaristia «sarebbe un bene fittizio, e una grave mancanza di giustizia e di amore», «con il pericolo oggettivo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale». Anche perchè «in caso di dubbio» - ha insistito il Papa - il matrimonio «si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario, altrimenti si corre il grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo di mancata attuazione di un’ unione il cui nucleo essenziale di giustizia, il vincolo indissolubile, viene di fatto negato».

 

Ad essere in gioco è quindi il principio, fondamentale per la chiesa cattolica, dell’indissolubilità del matrimonio, non solo inscritto nel magistero, ma anche, e non a caso - ha sottolineato Ratzinger - regolata dal Diritto.  LS 29

 

 

 

"La guerra globale dei simboli religiosi"

 

Su Il Corriere della Sera del 27 gennaio 2010 Marco Ventura scrive sul tema

"La guerra globale dei simboli religiosi": " Niente burqa nel servizio

pubblico. Nessuna donna col volto integralmente coperto venga ammessa negli

uffici amministrativi o sui mezzi del trasporto pubblico. È la

raccomandazione della Missione francese presentata ieri al presidente dell'

Assemblea nazionale dopo sei mesi di audizioni e tensioni politiche. Si

tratta di un semplice Rapporto parlamentare. Ma la via è ora aperta per una

legge anti burqa, la prima del genere in Europa. La Francia è già la pecora

nera dell' Islam da quando nel 2004 ha vietato il porto del velo non

integrale nella scuola pubblica. Il divieto fu formulato in forma generica,

contro qualsiasi vistoso simbolo d' una fede. Grazie al suo carattere

 

generale, la norma passò il vaglio della Corte di Strasburgo, giacché non

discriminava nessuna fede, tanto meno l' Islam: in classe anche l' ebreo

deve togliersi la kippah, e il sikh il turbante. La laicità francese

imponeva la sua logica: nessuna religione s' intrometta tra la Repubblica e

i cittadini, liberi ed eguali. La Repubblica tutela la libertà religiosa, ma

deve liberare dalla religione quando questa opprima, violenti, separi. Ora,

il divieto del velo che occulta il volto ha un fondamento in parte diverso:

non veicola solo una battaglia di civiltà contro la segregazione della donna

e l' isolazionismo delle comunità etnico-religiose, ma è anche questione di

civiltà nei rapporti sociali. Ed è misura di sicurezza, d' ordine pubblico.

Difficile distinguere le paure dalle necessità, definire norme e procedure

di buon senso, solide nei principi e soprattutto applicabili. Difficile

misurare l' effettiva pratica del burqa e i suoi motivi. Il velo che copre

interamente il volto ha più versioni: il famigerato burqa caro ai Talebani

afgani, ma anche il niqab dei sauditi, dei Paesi del Golfo persico. Debole e

controverso il fondamento nelle fonti. Pagine e pagine d' esegesi di questa

o quella sura, di questo o quel detto del Profeta. È fluida l'

interpretazione dei giuristi, ma è forte, fortissima, la tradizione. Prevale

il controllo sociale. Sul velo, integrale o meno, si decide molto nel gioco

di specchi dell' Islam contemporaneo. Le cinquantenni del Maghreb non

capiscono perché le loro figlie tornino ad indossare quell' hijab che era

loro riuscito di togliersi. Per le femministe turche, indossare il «turban»

è sfida progressista allo stato autoritario. Per le convertite europee all'

Islam, il velo è dignità della donna sottratta alla schiavitù del mercato.

Per mogli e figlie degli sceicchi di Belgravia, a spasso per Hyde Park o sui

banchi della London School of Economics, il velo integrale è status symbol,

petrolio, ricchezza. La battaglia sui simboli religiosi prende così

velocità. Divide la religione al suo interno. Davanti alla Missione

parlamentare francese, Mohammed Moussaoui, presidente dei musulmani di

Francia, si è dichiarato contrario al burqa, «pratica estrema che non

desideriamo si diffonda sul territorio nazionale». In Egitto lo sheik

Mohammad Tantawi, Grande Imam dell' Azhar, ha auspicato il divieto nelle

scuole di porto del niqab in quanto «tradizione del tutto estranea all'

Islam». Ma ha dovuto subire la settimana scorsa la pronuncia contraria dell'

Alta Corte amministrativa egiziana, per la quale è del tutto legittimo, è

anzi diritto fondamentale, indossare il niqab durante un esame

universitario, purché non si rifiuti l' identificazione se richiesta per

motivi di sicurezza. La battaglia sui simboli divide gli Stati. Di recente

l' iniziativa anti burqa dei nazionalisti d' oltre Manica è stata accolta da

un unanime rifiuto: non il burqa è incompatibile con i valori britannici, ha

scritto il Times, ma la pretesa di limitare la libertà «di chi si fa

tranquillamente gli affari propri indossando la tenuta religiosa che

preferisce». Come la Danimarca, il Parlamento italiano oscilla tra la

questione di principio e l' escamotage di un ritocco alla legge sull' ordine

pubblico. Infine, la battaglia sui simboli non conosce confini. Porta in

Tribunale l' impiegata della British Airways che rifiuta di togliersi la

croce che porta al collo, l' adolescente gallese che non vuol levarsi il

bracciale hindu in classe. La religione globale ci bombarda di simboli e di

conflitti sui simboli. Possiamo soltanto reagire qui, adesso. Con i loro

limiti, fedeli alla loro tradizione, è quello che cercano di fare i

francesi. "

Associazione progetto Strategie, www.ipstrategie.it (de.it.press)

 

 

 

 

Agostino, l’uomo e il santo

 

ROMA «Nacqui dalla carne di mia madre», racconta quando è già oltre metà della vita. E carne e carnalità, passione, ambizione, sono state inseparabili compagne di Agostino, venuto al mondo a Tagaste (in quella Numidia che oggi è Algeria), diventato vescovo d’Ippona e quindi Santo. Il più grande teologo del primo Millennio.

370 D.C. Agostino è un ragazzino come tanti, ruba non perché ne abbia bisogno, ma per il piacere che gli procura. Ha l’età in cui si è malvagi per sentire che effetto fa e perché non si ha alcuna intenzione di distinguere il bene dal male. La gioventù, la trascorre a Cartagine, tra la casa di un ricco ragazzo che diventa suo amico e un avvocato che gli insegna l’arte oratoria. Là impara a prendere le cose che desidera senza chiederle, comprese le donne, e scopre i trucchi dell’affabulazione. Arte in cui non basta l’abile uso della parola: il corpo deve essere agile quanto la mente. Così diventa oratore di successo e amante molto richiesto. Ma è dalla sua schiava che ha un figlio...

Questo San’Agostino giunge dopo l’opera destinata alla tv di Roberto Rossellini (Agostino d’Ippona, 1972), uno dei rari lavori del grande autore non applaudito all’epoca dalla critica di sinistra. Questo Sant’Agostino, un kolossal che ricostruisce alla perfezione ambienti, costumi, epoca, non è certo diretto da un nome illustre come quello di Rossellini. Ma Christian Duguay ha trovato il passo giusto (buon ritmo e mano salda) per raccontare, grazie anche alla sceneggiatura, una figura così complessa (efficace, semplice, ma non semplicistica).

Questo San’Agostino coinvolge specie nella parte in cui Agostino è solo Agostino. Un uomo. Con le pulsioni di un uomo. Un uomo che vuole stupire il tribunale, e per farlo si allena giorno dopo giorno, come un soldato, perché quella che combatterà in aula è una vera e propria guerra: studio-corsa-causa-effetto-velocità di movimento-e-di-mente-destrezza. Agostino è un uomo che non sa resistere al piacere dell’alcova, o a quelli che crede sentimenti, ma si rivelano fuochi di paglia.

Ma Agostino è anche un Giusto. Colui che, affidandosi a Dio, riesce a trovare l’equilibrio tra il Bene e il Male.

Un film moderno, questo Sant’Agostino, prodotto con grande cura da Matilde e Luca Bernabei della Lux Vide (in collaborazione con altre tv europee) per Raifiction. E ben interpretato da Alessandro Preziosi (Agostino giovane) e Franco Nero (Agostino vescovo), Monica Guerritore, nel ruolo della madre di Agostino, Andrea Giordana (il vescovo Ambrogio), Alexander Held, Johannes Brandrup, Cesare Bocci.

Il film andrà in onda dopodomani e lunedì in prima serata su Raiuno.

MICAELA URBANO IM 29

 

 

 

Da un monastero inglese

 

“Benvenuto a casa tua!” mi dice con un sorriso così sincero che non stento un istante a credergli. E, difatti, tutto qui sembra fatto apposta per accogliermi: la cella tutta in moquette, un fiore sul tavolo, il miele e una teiera sempre disponibili... È un monastero benedettino inglese: Worth Abbey. Ogni monaco che passa ti guarda, sorride, saluta appena e scivola via. Ognuno sembra accompagnato da madonna discrezione e dalla cortesia. Il priore è un australiano dallo sguardo sicuro e dalla parola dolce: uno scrittore come Thomas Merton. Così, sembra veramente di essere a casa: tutto è semplice, caldo, accogliente come ogni casa inglese; fuori la neve imbianca un paesaggio da incanto.

Anche in Francia visitavo spesso dei monasteri per una o più giornate, ritrovandovi sempre altri sacerdoti che conoscevo. “Sai, è il mio abbonamento mensile!” mi diceva qualcuno con un sorriso negli occhi. È vero, la familiarità con un monastero ti cambia dentro, ti modifica il ritmo e lo stile di vita. Perfino la maniera di celebrare diventa più essenziale, autentica, ispira la pace.

In questa antica abbazia inglese è passata da poco una troupe della BBC, cinque uomini. Hanno vissuto qui nel monastero per 40 giorni e 40 notti: uomini sposati o celibi, credenti e non. Ne hanno fatto un servizio televisivo, una audience di tre milioni di telespettatori, un sito web dell’abbazia assalito da 40.000 visite. Raccontavano tra l’altro come essi stessi erano stati trasformati interiormente. Un’esperienza straordinaria.

Sorprende il monastero, la pace, la laboriosità, la vita interiore. Ancor più sorprende la chiesa: rotonda, moderna, un cerchio perfetto. Al centro vi è un altare di marmo bianco di Carrara, mentre alle spalle, in uno spicchio di cerchio, il coro dei monaci. Illuminatissimo nella notte l’altare, simbolo del Cristo, nella penombra di una miriade infinita di sedie tutte in cerchio, invita ad entrare nel senso mistico della Chiesa. È il mistero del Cristo al centro dei suoi discepoli. Ad un monaco domandavo il perché di questa bella forma di chiesa, originale, mai incontrata altrove. Ed egli mi ricordava la data di nascita della costruzione, nel giugno del ’68, subito dopo il Concilio. Era la cristallizzazione della sua idea più grande e più bella: la circolarità, la collegialità nella Chiesa di Dio. La fraternità, in fondo.

Nel monastero la si vive in maniera concreta, quotidianamente. Ti senti come circondato in ogni gesto o in ogni dettaglio dall’attenzione affettuosa di una comunità monastica immersa nell’ora et labora. Anche a tavola, durante il pranzo in silenzio, qualcuno ti riempie il bicchiere o ti raccoglie il tovagliolo. Perfino il loro respiro risente di questa circolarità: il canto gregoriano sale con volute dal movimento circolare, come un’onda che avanza rotonda tra arsis e thesis, partendo dalla punta dei piedi come per i monaci del medioevo. Non si respira a stantuffo qui, assolutamente.

Il mettere in circolo, inoltre, il far circolare la vita come lo è per il sangue, il non trattenere nulla per , si rivela dinamica vitale per ogni discepolo. Come lo erano ieri le parole di un monaco; essenziali, vere, entravano nell’animo di trecento giovani e ragazzi inglesi assiepati nella bella chiesa rotonda.

“Dovrai sempre sentire gli altri come posti attorno in cerchio con te, come quando ci si dispone intorno a un fuoco. Solo in questo modo ricorderai che esiste, invisibile, in mezzo a voi un centro ed è Colui da cui provengono la vita, la forza e l’amore. Infatti, la figura del cerchio, a differenza di un quadrato o di una piramide, rinvia necessariamente a un centro che lo genera.

 

Disponendovi così fra di voi l’uno non sarà mai più importante o sopra l’altro con il rischio di calpestarlo. Sarete interdipendenti, in un mondo in cui ognuno si sentirà legato agli altri. La forza di ognuno sosterrà tutti gli altri; se tu avrai più forza o più potere sarai ancora più fraterno, sostenendo gli altri con maggiore vigore. Non potrà mai esserci, in fondo, uno superiore fra di voi. Semmai, un fratello più grande.

 

Ricorderai, così, quando Lui per l’ultima volta raccolse intorno i suoi discepoli e si abbassò così tanto davanti a loro da toccare i piedi ad ognuno e lavarli. E dopo averli lavati, li baciava… piedi benedetti! Avrebbero camminato nel mondo ancora per chilometri infiniti, per annunciare che Colui che era morto era ancora vivo. Rimasto al centro, invisibile, in mezzo ai suoi discepoli, anche fossero due o tre insieme... In fondo, mettersi in cerchio fraternamente è farLo rivivere ancora!”

I giovani ascoltavano assorti il più grande loro impegno di vita: la fratellanza. Sfida, pure nella Chiesa, sempre attuale. Renato Zilio, missionario a Londra (de.it.press)

 

 

 

 

Natalia tra papi e cardinali

 

Siamo nello studio di una giovane e grande artista russa, di religione ortodossa, ma diventata famosa nel mondo con i suoi ritratti degli alti prelati cattolici - Di Renzo Allegri

 

     E’ minuta e fragile come una adolescente. E anche timida. Però, lo sguardo fermo, indagatore, profondo, attento, racconta di un mondo immenso e inaccessibile.

     Si chiama Natalia Tsarkova. Nome russo perché lei è nata a Mosca,  nell’Unione Sovietica, sotto il Regime comunista, una quarantina di anni fa. Ma nome che ormai ha varcato i confini russi per la fama conquistata come straordinaria pittrice con opere sempre più apprezzate e presenti in grandi musei e collezioni private.

    <<Ho studiato molto per diventare pittrice, ma non ho mai pensato alla carriera e tanto meno alla fama>>, dice.<<Studiavo perché mi piaceva dipingere. Era come un bisogno fisico. E anche spirituale, indispensabile per la mia esistenza.  Ma mai avrei potuto immaginare  ciò che sto vivendo da ormai quindici anni. Una intensa attività di pittrice qui a Roma, la città eterna, dove sono vissuti ed hanno lavorato i sommi artisti, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, il Caravaggio e tanti altri. E soprattutto mai avrei potuto neppure lontanamente pensare che, avrei preso il posto di qualcuno di loro nel fare i ritratti dei Papi del nostro tempo e di essere considerata la “ritrattista ufficiale dei Papi”>>.

     Sorride. Ma solo un attimo. Poi ridiventa seria. Forse pensa che io possa giudicare esagerata la sua ultima frase. Essere considerati ritrattisti ufficiali dei Papi, infatti, è un onore immenso che comporta anche un prestigio artistico straordinario. Ma questa giovane artista russa, di religione ortodossa, si è guadagnata “oggettivamente” il prestigioso titolo, avendo realizzato i ritratti  “ufficiali” degli ultimi tre Papi: Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ritratti  che si trovano nelle collezioni dei Musei vaticani.

     Da alcuni anni vive e lavora a Roma, in un palazzo nei pressi del Vaticano. <<Dalla finestra del mio studio>>, dice <<vedo dove abita il Papa. All’alba, quando mi alzo presto e la luce è ancora incerta, il paesaggio che posso contemplare è estremamente suggestivo>>.

    L’ingresso dell’appartamento è costituito da un lungo corridoio, che  ha le due pareti tappezzate di quadri, e sembra di essere in una galleria d’arte.  Quadri piccoli, grandi, grandissimi e si resta senza fiato ad osservare quei personaggi creati dai suoi pennelli.

    La pittura di questa artista è sorprendente. Ogni quadro palesa una tecnica eccezionale, un dominio della prospettiva, della materia, del colore sbalorditivi. E uno stile tutto personale, dinamico, ricco di simbolismi, come lo erano i dipinti dei grandi autori del Rinascimento. Alla sua ancor giovane età,  Natalia Tsarkova ha già prodotto una mole di quadri straordinari da essersi assicurato un posto fisso nella storia della pittura.

    In fondo al lungo corridoio, in una ampia stanza, si trovano le grandi tele che la pittrice ha dedicato ai Papi e ai cardinali. Alcune sono copie di quadri che si trovano nei musei, altre originali che devono ancora essere ritoccate e alcune abbozzi in via di sviluppo.

     <<Questa serie di quadri dedicata alle personalità del Vaticano è cominciata con Giovanni Paolo II, nel 1998>>, racconta. <<Alcune personalità che mi conoscevano e che avevano conoscenze in Vaticano, parlarono di me e della mia arte. Di Giovanni Paolo II erano stati già eseguiti numerosi ritratti. Ma sembra che nessuno soddisfacesse completamente i responsabili della Curia di quel settore. Commissionarono perciò anche a me un ritratto.

     <<Non mi aspettavo una richiesta del genere. Mi emozionai molto. Avevo ed ho una grandissima ammirazione per il Papa polacco.  Nel 1991, durante un viaggio-premio a Roma insieme ai miei compagni di Accademia, fummo ricevuti in udienza da Papa Wojtyla, e rimasi affascinata dal suo aspetto e dal calore carismatico che emanava la sua persona. Ora quell’incarico mi avvicinava a lui. Lavorai accanitamente, consultando filmati e riprese televisive e andando alle udienze dove potevo vedere il Papa da vicino e prendere appunti.  Leggevo i suoi libri, i suoi discorsi per cercare di entrare nel suo spirito, nella sua anima e trasmetterne un riflesso all’immagine che stavo costruendo sulla tela .

    <<Ho dedicato a quel ritratto quasi due anni. Nel 2000, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Paolo II, il dipinto era pronto. Una grande tela di 120X180 centimetri.  Giovanni Paolo II, con le vesti papali, il pastorale tenuto con le due mani, come faceva lui, e sullo sfondo la basilica di San Pietro.

     <<Ebbi l’onore di una udienza privata, nel corso della quale presentai al Papa  il dipinto. Giovanni Paolo II rimase molto contento. Gli illustrai alcuni dettagli. Nei miei ritratti non mi limito mai alla figura del personaggio. Aggiungo  tanti  piccoli particolari, oggetti, scritte, simboli che, intorno al protagonista, costituiscono un ampio discorso illustrativo della sua personalità e del suo lavoro. Nel quadro di Giovanni Paolo II, la Basilica di San Pietro che sta sullo sfondo ha una delle porte sulla facciata illuminata: è la porta Santa, che richiama il Grande Giubileo del 2000. Nel riflesso del bastone, all’altezza del cuore, si intravede l’immagine della Madonna con il bambino Gesù, a ricordare la grande devozione che Wojtyla ebbe sempre per Maria. E Il papa era felice di scoprire. attraverso la mia conversazione. questi piccoli segreti. Mi disse in russo: ”Continua così. Evviva l’arte russa”.

     <<Il quadro piacque molto anche ai responsabili Vaticani, ebbi subito altre commissioni e iniziò così la mia intensa attività con Papi e Cardinali>>.

      L’anno più fortunato della carriera di Natalia Tsarkova fu probabilmente il 2004.  In quell’anno, la Sovrintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma in collaborazione con il Centro Europeo per il Turismo, Cultura e Spettacolo, stava preparando una mostra che sarebbe diventata un evento culturale tra i più prestigiosi. Si intitolava “Papi in posa. Dal Rinascimento a Giovanni Paolo II”. Lo scopo era di presentare tutta una serie di ritratti dei Pontefici più importanti dal Sedicesimo secolo ai nostri giorni, eseguiti da celebri artisti.. E per Giovanni Paolo II, anche se in Vaticano vi erano numerosi suoi ritratti, la commissione artistica della mostra scelse quello di Natalia Tsarkova.  Anzi, furono talmente entusiasti di quel suo lavoro, che le commissionarono anche un ritratto di Giovanni Paolo I.

     Per la giovane pittrice russa iniziò una avventura professionale che le diede una visibilità mondiale. La mostra “Papi in posa”, infatti,  allestita a Palazzo Braschi, sede del Museo di Roma, ebbe un grandissimo successo. Fu visitata da un eccezionale numero di persone. I giornali scrissero che era “una delle più importanti mostre di ritrattistica mai realizzate”. Impressionava non solo per la qualità delle opere esposte, ma anche per la quantità dei dipinti e delle sculture, capolavori provenienti da grandi musei come gli Uffizi, il Louvre, i Musei Vaticani, e da importanti  collezioni private.  C’erano opere dei massimi artisti europei degli ultimi cinque secoli: Raffaello, Sebastiano del Piombo, Tiziano, Pisanello, Scipione,  Pulzone, Caravaggio, Bernini, Algardi, Velázquez, Baciccio, Maratta, Batoni, Mengs, Canova, Manzù, Messina eccetera. E tra quei colossi,  anche lei, Natalia Tsarkova, unica artista vivente.

    La mostra rimase a Palazzo Braschi dal  30 Novembre 2004  al 13 Febbraio 2005. Alla fine del 2005, fu portata negli Stati Uniti, al “John Paul II” del “Cultural Center di Washington”, dove rimase dal 16 ottobre 2005 al 30 marzo 2006, e in sei mesi ha avuto un milione di visitatori. Sulla mostra venne anche  realizzato un libro d’arte, pubblicato da Gangemi Editore, in edizione italiana e inglese,  224 pagine con 78 tavole a colori e  64 in bianco e nero, libro che continua  ad essere diffuso dando, a Natalia Tsarkova, presente con i suoi due quadri tra i capolavori dei massimi pittori del mondo, un prestigio incalcolabile.

    Era evidente che, dopo eventi del genere, le venisse ufficialmente dato il titolo di “ritrattista dei Papi”. Così, nel 2007, lei fu quasi costretta dal destino a realizzare anche il ritratto di Benedetto XVI. <<Mi era stato commissionato subito dopo l’elezione di Papa Ratzinger>>, dice Natalia <<ma non trovavo mai il tempo per realizzarlo. Anche in questo caso ho lavorato molto. Il quadro è denso di significati. Benedetto XVI è seduto sul trono papale che fu  di Leone XIII, e che per suo volere era stato da poco restaurato.  Indossa paramenti antichi. Alle spalle, la colomba,  simbolo dello Spirito Santo, che illumina il capo del Pontefice teologo e sui braccioli del trono immagine di angeli. Predomina il colore rosso, simbolo dell’amore, tema caro a Papa Ratzinger. Sullo sfondo richiami della città eterna. Il ritratto è piaciuto molto a Benedetto XVI, e si trova anche questo nella collezione dei Musei Vaticani>>.

     Ma insieme ai Papi, Natalia ha eseguito i ritratti di diversi cardinali. Finora sono  sette quelli ultimati, e sono quelli dei cardinali Jeorge Mejia, Paul Poupard,  Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Edmund Casimir Szoka, Jan Pieter Scotte, Jean Louis Tauran, Raffaele Farina. Ma sono in programma i ritratti del cardinale Tarcisio Bertone, il Segretario di Stato del Vaticano, del Cardinale Leonardo Sandri e dell’ex segretario di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, ora cardinale di Cracovia.

Renzo Allegri, renzo@editorialegliolmi.it (de.it.press)

 

 

 

 

Modena-Nonantola, S.E. Mons. Lanfranchi nuovo Arcivescovo-Abate

 

Il Papa ha nominato Arcivescovo-Abate di Modena-Nonantola S.E. Mons. Antonio Lanfranchi, finora Vescovo di Cesena-Sarsina. S.E. Mons. Antonio Lanfranchi è nato a Grondone di Ferriere, in diocesi e provincia di Piacenza-Bobbio, il 17 maggio 1946. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali nel Seminario minore di Piacenza e quelli filosofici e teologici nel Collegio Alberoni della stessa città, ha frequentato a Roma la Pontificia Università Lateranense e il Pontificio Ateneo Salesiano, conseguendo i titoli accademici in Teologia Biblica e in Scienze dell'Educazione.

È stato ordinato sacerdote il 4 novembre 1971 per la diocesi di Piacenza, attualmente Piacenza-Bobbio. I più importanti ministeri da lui ricoperti sono stati: Assistente nel seminario vescovile di Piacenza, dal 1971 al 1972; dopo gli studi a Roma dal 1972 al 1977, Docente nel seminario vescovile di Piacenza, dal 1977 al 1978; Assistente spirituale dell'AIMC e Segretario dell'Ufficio catechistico diocesano, dal 1978 al 1984; Assistente diocesano dell'Azione Cattolica Giovani, dal 1978 al 1986; Direttore dell'Ufficio catechistico diocesano, dal 1984 al 1988; Assistente diocesano dell'Azione Cattolica Adulti, dal 1986 al 1988; Direttore dell'Ufficio catechistico regionale, dal 1987 al 1988; Assistente nazionale del Settore Giovani dell'Azione Cattolica Italiana, dal 1988 al 1996; Docente di Pastorale giovanile presso la Pontificia Università Lateranense in Roma, dal 1988 al 1996; Vicario Generale di Piacenza-Bobbio, dal 1996 al 2003; Canonico effettivo del Capitolo Cattedrale di Piacenza, dal 1999 al 2003. Eletto Vescovo di Cesena-Sarsina il 3 dicembre 2003, ha ricevuto l'ordinazione episcopale l’11 gennaio 2004. Attualmente è Membro della Commissione Episcopale per l'Evangelizzazione dei Popoli e la Cooperazione tra le Chiese della Conferenza Episcopale Italiana. NSB

 

 

 

 

Theologie und Migration1. Einige Überlegungen

 

“Das Phänomen der politischen, wirtschaftlichen und religiösen Migration – ob es einzelne Menschen oder ganze Bevölkerungsgruppen betrifft – ist keine Randerscheinung, der man mit schnellen Hilfsmaßnahmen begegnen könnte. Migration ist zu einer strukturellen Gegebenheit geworden, die alle Länder betrifft und sich tief auf das gesellschaftliche, kulturelle und wirtschaftliche Leben der Herkunfts- und Aufnahmeländer auswirkt” 2.

 

Deutschland ist innerhalb weniger Jahrzehnte zu einem immer stärker multikulturell geprägten Land geworden. Auch im religiösen Bereich gibt es große Veränderungen und dies nicht nur weil nun viele verschiedene Religionen mit ihren je eigenen Strukturen und Organismen vor Ort sind, sondern auch weil innerhalb der katholischen Kirche die, zumindest zahlenmäßige, Präsenz der Katholiken anderer Muttersprache immer mehr an Bedeutung gewinnt.

 

 

Die Theologie im Kontext der Migration

Welche Instrumente gibt uns die Theologie an die Hand, um dieses Zeichen der Zeit richtig zu deuten?  Zwar gibt es viele wissenschaftliche Abhandlungen zu diesem Phänomen, aber die Theologen haben sich bislang nicht kontinuierlich damit auseinander gesetzt.

 

Das Kirchenrecht und die Migrationsbewegung

Aus dem bibliographischen Verzeichnis „Migration und theologische Wissenschaften“ entnehmen wir: „Das Kirchenrecht hat sich mehr als jede andere theologische Disziplin mit dem Thema Migration systematisch auseinandergesetzt. Die Beiträge, die innerhalb dieser theologischen Disziplin entstanden sind, bieten die genauesten Angaben und Deutungen. Sie analysieren die Dokumente des Lehramtes und verweisen auf die Pluralität von Methoden für die Pastoralarbeit. In der Tat geben die neuen Ausgaben des Codex des kanonischen Rechtes und des

 

Gesetzbuches der katholischen Ostkirchen (Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium) den Fragestellungen bezüglich der Mobilität mehr Raum, vor allem dank der Impulse des II. Vatikanischen Konzils”3.

 

Das Kirchenrecht, – wie im übrigen viele Dokumente des Lehramtes –, ist vor allem auf die pastoralen Strukturen bedacht. Themen wie die Inkardinierung der Priester in die Diözese, die sie anstellt, die Beziehungen zur Ortskirche, die Beziehung zwischen der Seelsorge mit den Migranten und dem Charisma eines bestimmten Ordens, die Rolle des Delegaten oder Koordinators, die bi- und multikulturellen Beziehungen zwischen der Kirche des Herkunftslandes und des Aufnahmelandes stehen in den Abhandlungen der Kanonisten im Vordergrund. Das Kirchenrecht brauchen wir selbstverständlich, denn es ist oftmals die einzige Instanz, welche die religiösen Rechte der Migranten sichert.

 

In den Stellungnahmen des Lehramtes beziehungsweise einzelner Bischöfe finden wir aber auch Aussagen, die über das Kirchenrecht hinausgehen und uns erahnen lassen, wie sehr es heute die ekklesiologische Herausforderung der Katholizität anzunehmen und auf die Pastoral mit und für Migranten anzuwenden gilt 4.

 

Anderenfalls werden wir immer soziologische Analysen und immer neue Pastoralkonzepte haben, die keine verstärkte Katholizität garantieren, weil sie nicht auf theologische Prinzipien gründen.

 

Pastoraltheologie und Migration

Wissenschaftler und in der Pastoral Tätige interessieren sich zuallererst für die Frage: “Welche Strukturen sind für die Seelsorge an den Migranten notwendig? Grund hierfür ist die starke Bindung zwischen Migration und Anlaufstellen “für soziale Belange” und eine Politik, die propagiert, dass sich Migranten nur vorübergehend an einem Ort aufhalten. Im Namen der Diakonie wird somit das Phänomen vor allem unter dem caritativ helfenden Aspekt betrachtet. Es werden immer neue Strukturen geschaffen und sehr viele Priester für die Seelsorge an den Migranten eingesetzt.

 

Rasch muss dann auch eine Antwort auf die Frage gefunden werden: “Wie soll die Seelsorge am Migranten aussehen”? Vom Lehramt dazu angehalten, bemühen sich die muttersprachlichen Missionen eine spezielle Pastoral zu entwickeln und anzuwenden. Man muss der Religiosität der emigrierten Bevölkerungsgruppen Rechnung tragen, bedenken, dass diese Gruppe gegenüber der Gesellschaft des Aufnahmelandes am Rand steht, dass wenig Stabilität und meist kein klar definiertes Lebensprojekt vorhanden sind, die Betreffenden oft auf dem Gebiet sehr verstreut leben.5.

 

Die Seelsorger für die Migranten richten sich nach folgendem Prinzip: “Die Integration verschiedener Gruppen in eine Ortsgemeinde kann nicht heißen, dass die Unterschiede in Kultur, Tradition, Brauchtum, Ausdrucksformen von Religiosität der verschiedenen Gruppen unterdrückt werden, sondern vielmehr, dass alles, was jeder Einzelne mit sich bringt als Bereicherung gesehen wird, und es jedem Einzelnen und jeder Gruppe selbst überlassen wird, mit der Zeit alle oder einige Bräuche vor Ort anzunehmen”6. “Gleichheit heißt nicht Einförmigkeit: Es kommt darauf an, die Vielfalt und Komplementarität der jeweiligen kulturellen Schätze und moralischen Qualitäten anzuerkennen. Gleiche Behandlung impliziert mithin ein gewisses Anerkenntnis von Unterschieden, wie es Minderheiten selbst fordern, damit sie sich nach ihren eigenen Merkmalen, im Respekt vor anderen und für das Gemeinwohl der Gesellschaft und der Weltgemeinschaft entwickeln können.”7.

 

Ein Pastoralauftrag, der sich fast ausschließlich an die Migranten richtet kann zur Bildung von “Parallelkirchen” führen8. Diese Parallelstruktur wird aber auch von anderen Faktoren begünstigt, nämlich der Einstellung, man habe es hier nur mit “Gastarbeitern” zu tun, die nur der “vorübergehenden Betreuung” bedürfen, und der Tatsache, in Migranten nur Arme und Notleidende zu sehen,9 denen man das eigene know-how in der Sozialbetreuung überstülpen kann, das heißt Migranten sind Objekte, die der Sozialbetreuung bedürfen und nicht Subjekte, die aktiv am Leben der Kirchengemeinde teilnehmen.

 

Diese Einstellung führt dazu, dass die Seelsorgetätigkeit der Missionen ins Abseits gestellt wird und die Missionen nicht als aktive und lebendige Glieder der Ortskirche angesehen werden.

 

Es ist sicher wichtig und grundlegend den Zusammenhalt innerhalb der Gemeinde zu pflegen, doch dies birgt einige Gefahren, so zum Beispiel die Gefahr der Zerrissenheit und der Gettoisierung. Im bisher vorwiegend angewandten Modell der Pastoral für je eine bestimmte Sprachgruppe haben einige Ortspfarreien und muttersprachliche Missionen sich gegenseitig ignoriert. Die Pfarreien stellten sich die Frage: “Was soll ich tun, um die Migranten zu ändern”? Und die Missionen überlegten: “Was können wir tun, um die Migranten an unsere Gemeinde zu binden?“ Es wäre sicherlich eher im Sinne Jesu Christi gewesen, wenn beide Gebilde sich folgender Frage gestellt hätten: “Was muss sich an unserer Einstellung und Haltung ändern, damit Gastfreundschaft und Katholischsein zum Tragen kommen?“ Die grundlegende Frage betrifft nämlich nicht so sehr das eigene Wesen (“wer bin ich?”), als vielmehr die Art und Weise der Seelsorge (“wem soll ich dienen?”).

 

Die Grenzen einer monoethnischen Pastoral werden uns, wenn auch nur sehr langsam, bewusst; da darin die Gefahr besteht, dass die Gruppe in sich geschlossen bleibt und meint sich selbst zu genügen.10 Eine neue Perspektive entwickelt sich, die auf Zusammenarbeit und Mitverantwortung beruht und deshalb bemüht ist, die Communio zwischen den verschiedenen Gruppen einer Gemeinde zu fördern und zu stärken11. Das Ergebnis einer verstärkten theologischen Auseinandersetzung mit dem Kontext der Migration ist die Suche nach einer neuen Ausrichtung der Pastoral.12.

 

Das Zweite Vatikanische Konzil zwingt uns förmlich von einem monokulturellen Modell weg zu kommen hin zu einem immer stärker multikulturell ausgerichtetem Modell und somit von der Idee wegzukommen, dass Katholischsein Einförmigkeit voraussetzt. Zu dieser Veränderung haben die Migrationsbewegungen einen ausschlaggebenden Beitrag geleistet. Die Vielfalt und Verschiedenheit zu der die verschiedenen Migrationsgruppen beitragen, ist der Ansporn zu Universalität und Katholizität in der Kirche und dringt in alle Bereiche des christlichen Lebens ein: von der Liturgie zur Katechese, von der Predigt zu den Beziehungen untereinander, die von allen als Bereicherung erfahren werden.

 

In Lumen Gentium lesen wir: “Dank der göttlichen Vorsehung [...] sind die verschiedenen Kirchen, die an verschiedenen Orten von den Aposteln und ihren Nachfolgern eingerichtet worden sind, im Lauf der Zeit zu einer Anzahl von organisch verbundenen Gemeinschaften zusammengewachsen. Sie erfreuen sich unbeschadet der Einheit des Glaubens und der einen göttlichen Verfassung der Gesamtkirche ihrer eigenen Disziplin, eines eigenen liturgischen Brauches und eines eigenen theologischen und geistlichen Erbes..... Diese einträchtige Vielfalt der Ortskirchen zeigt in besonders hellem Licht die Katholizität der ungeteilten Kirche”13.

 

Und in Gaudium et spes steht: “In diesem Sinn spricht man von Kulturen im Plural. Denn aus der verschiedenen Weise des Gebrauchs der Sachen, der Arbeitsgestaltung, der Selbstdarstellung, der Religion und der Sittlichkeit, der Gesetzgebung und der rechtlichen Institution, der Entfaltung von Wissenschaft, Technik und Kunst entsteht eine Verschiedenheit der gemeinschaftlichen Lebensformen und der Gestalten, in denen die Lebenswerte zu einer Einheit zusammentreten“14.

 

Die Migrationsbewegungen und die Globalisierung bringen es mit sich, dass man sich wieder auf die Katholizität der Kirche besinnt, einer Katholizität, die weder monolithisch noch europazentriert sein kann. Wir kehren zurück an die Wurzeln, zu der Zeit, in der ein langsames und schweres Miteinanderringen um Universalität das Schöne und Einzigartige des Planes Gottes zum Ausdruck brachte: Gott will in Christus alle an sich ziehen ohne dabei die ethnischen und kulturellen Unterschiede zu verwischen15.  Katholischsein heißt nämlich universell sein und universell sein heißt nicht, dass alle gleich sind. Die Gaben die jeder Einzelne hat oder besondere Gruppen haben werden zum gemeinsamen Erbgut aller.

 

Diese neue ekklesiologische Sichtweise des zweiten Vatikanischen Konzils führte dazu, dass die Geschichte und der Werdegang der Ursprungsgemeinden auf ihrem Weg zur Katholizität hin wiederentdeckt wurden. Damals hatte man die Beziehung zwischen den lateinischen Kirchen und den östlichen Kirchen, in besonderer Weise gepflegt, es entstanden neue theologische Schulen und man bemühte sich, das Evangelium und die Liturgie in den jungen Kirchen in Asien und Afrika einzuführen und dabei der Kultur dieser Länder gerecht zu werden. 

 

Auffallend ist,  dass in den letzten 10 Jahren diese “Wiederentdeckung der Katholizität” auch auf die Migrationsgruppen übertragen wird und die Christen den Beiträgen der Gruppen verschiedener Herkunft und Kultur vor Ort mehr Beachtung schenken.

 

Das trinitarische Modell

Man stellt sich spontan die Frage: wie kann die Einheit in der Vielfalt gewahrt werden? Ausgehend von einer katholischen Kirche, die ein gewisses Maß an Uniformität in ihren liturgischen Ausdrucksweisen aufweist, zumindest im lateinischen Ritus, sind wir nun wohin unterwegs? Wenn ein Polyzentrismus aufkommt, was geschieht dann? Setzt das sich der anderen Kulturen und anderer religiöser Ausdrucksformen Bewusstwerden, die unter uns gegeben sind, die Einheit und Identität der katholischen Kirche und ihrer Traditionen aufs Spiel oder bietet dies eine wertvolle Gelegenheit, um zu einer authentischen Katholizität zu gelangen?

 

Wir sind uns bewusst, dass es sich nicht um einen einfachen und linearen Prozess handelt. Die Geschichte ist voll von Aufgeschlossenheit und Widerständen, von Erfolgen und Misserfolgen. Auch die Geschichte der Pastoral mit und an Migranten ist sehr differenziert.

 

Hier kommt uns das Modell der Dreifaltigkeit zu Hilfe. Nur eine “Ekklesiologie der Dreifaltigkeit” macht es möglich, dass wir sowohl die Ideologie der Homologation als auch die der Balkanisierung über Bord werfen. Unser Gott ist ein Gott, der die Verschiedenheit und Vielfalt als Bestandteil seines Heilsplanes16 vorgesehen hat und demzufolge die Einzigartigkeit und Besonderheit eines Jeden respektiert. Die Kirche fügt sich in diesen Heilsplan ein und fördert Charismen und Vielfalt. “Die Gestalt und Aufgabe der Kirche muss so gegliedert sein, dass die ethnischen und kulturellen Identitäten weder ignoriert noch vergöttert werden. Sie sollen als wichtige Bestandteile und Charismen innerhalb der Kirche gesehen werden, zum Wohle aller und zur gegenseitigen Bereicherung”17.

 

Wir müssen uns den verschiedenen Gaben des Heiligen Geistes öffnen, die den einzelnen Gruppen zugeteilt wurden; denn sie sind nicht nur ein schmückendes Beiwerk, sondern vielmehr ein lebensnotwendiger Beitrag für das Wohl der Kirche und der ganzen Welt.

 

Die persönliche und gemeinschaftliche Identität ist eine Gabe und ein Mysterium, die als solche angenommen, verbessert und gefördert werden muss, denn es ist ein Projekt, dass uns am Heilsplan Gottes in der Geschichte teilhaben lässt.

 

Wir dürfen dabei nicht vergessen, dass die Zugehörigkeit zu einem Volksstamm auch eine zerstörerische Macht haben kann, und deshalb müssen wir alles aus der Sichtweise des Dreieinen Gottes betrachten. Eine bestimmte Ethnie oder Kultur bis aufs äußerste zu verteidigen führt nämlich zu einer “ethnischen Ekklesiologie”18, “in der wir Griechen sind und folglich orthodox, orthodox sind, weil wir Serben sind und so weiter und schlimmer noch, man sagt von sich, man sei orthodox, nicht um das Christliche zu betonen, sondern um die Zugehörigkeit zu einem Volksstamm hervorzuheben, dass heißt um zu sagen, man ist Serbe, Rumäne oder Russe”. Wenn die Pastoral am Migranten nur die kulturelle und ethnische Dimension hervorhebt, läuft sie Gefahr sich  “gegen” die Anderen zu stellen.

 

Aus dieser ekklesiologischen Perspektive heraus gewinnt die Gemeinde der Migranten an Bedeutung. Der Fremde wird nicht mehr als Problem gesehen, sondern als ein Bote Gottes, der etwas Neues bringt, die Regelmäßigkeit und Logik des Alltags durchbricht und diejenigen, die am Rande stehen, der Gemeinde näher bringt. In ihm sieht die Ortskirche Christus, der „unter uns gewohnt hat“19 – wie es im Johannesevangelium heißt -, Christus, der „vor der Tür steht und anklopft“20. Der Migrant erinnert den Gläubigen daran, dass wir alle unterwegs sind zur ewigen Heimat hin. “Christlich leben heißt im letzten mit Christus Ostern entgegen gehen, das heißt den Übergang hin zur ewigen Gemeinschaft im Reich Gottes im Blick behalten.”21

 

Wir können folglich sagen, dass Gott die Migrationsbewegungen pädagogisch einsetzt, um seinen universellen Heilsplan zu verwirklichen. Unser Gott ist ein Gott, der dem Menschen nahe ist, mit ihm solidarisch ist, der das Wohl eines Jeden und seine Selbstverwirklichung will, im Blick auf den Aufbau einer universellen Verbrüderung. Migranten fordern die Kirche heraus, ganz sie selbst und universell zu sein. Es handelt sich um eine Kirche, die sich Tag für Tag auf diesen Weg macht,22 um den Plan des Reiches Gottes zu verwirklichen. Es handelt sich um einen eschatologischen Weg, um zum Festmahl zu gelangen, das Gott für uns vorbereitet hat23, (das wir in der Eucharistie schon erahnen und feiern dürfen), in dem die Vielfalt ein Grund zur Freude sein wird und jeder von uns endlich er selbst sein kann.

 

Jeder von uns hat den Auftrag diese eschatologische Wirklichkeit durch eine Pastoral, die dem Anderen gegenüber offen ist, schon anklingen zu lassen! Der heilige Johannes Chrysostomus fordert die Gläubigen ständig dazu auf, die Gastfreundschaft als vorrangige Pflicht des Christen zu leben, weil uns jeder Gast daran erinnert, dass wir auf dieser Erde nur Gast sind. “Gott sagt: ich habe den Himmel und die Erde erschaffen. Auch dir verleihe ich eine schöpferische Kraft. Bemühe dich den Himmel auf Erden zu schaffen, denn du kannst es!”24.

 

 

Die Katholizität authentischer leben: auf dem Weg zu einer Pastoral der Dreifaltigkeit

Wir möchten näher beleuchten, warum wir in diese Richtung denken und handeln sollen. Um in der Pastoral Entscheidungen zu treffen, die zu Katholizität führen, ist eine theologische Vertiefung Voraussetzung. Wenn man die theologischen Abhandlungen in Bezug auf Migration analysiert, stellt man fest, dass darin Gedanken zum Thema bruchstückhaft vorhanden sind, oft aber nichts Verbindliches gesagt wird, und damit kann die einfachere Variante gewählt werden, nämlich die Assimilierung, wie sie von einigen Bischöfen in Europa für die katholischen Migranten gewünscht ist. Selbst das Dokument Erga migrantes caritas Christi25, ist, auf Grund seiner Heterogenität zu diesem Zweck ausgelegt worden, um eine Entscheidung zu verfolgen, die auf der biologischen Auffassung der Migration von Katholiken zurückzuführen ist, die als biologisch abbaubar angesehen wird bzw. dazu dient, die Lücken zu füllen, die von den Einheimischen hinterlassen werden. Wir haben es auch mit Pfarrern, Katecheten, pastoralen Mitarbeitern, sowohl anderer Muttersprache als auch der Ortspfarrei zu tun, die oft nicht darauf vorbereitet sind, in einer Ortskirche, die die Katholizität leben will, pastoral tätig zu werden. Es sind auch noch Stellen vorhanden, in denen wir wenig gegenseitige Toleranz verspüren, an denen es scheint, dass man darauf wartet, dass man zur Normalität zurückfindet, auch wenn es legitim ist sich zu fragen, ob man in einer Kirche, die von Natur aus eine missionarische Dimension hat, von Normalität sprechen kann.26.

 

Auch müssen wir daran erinnern, dass die neuen Pastoralkonzepte, die einige Ortskirchen vorschlagen (Seelsorgeeinheit, multikulturelle Pfarrei, Bildung von Pastoralteams mit Menschen verschiedener Ethnien usw.) in einer ersten Erprobungsphase es nicht erlauben, die Entwicklung zu einem authentischen Gesicht der Kirche zu überwachen.

 

Die muttersprachlichen Missionen und Gemeinden haben mit Personalproblemen und finanziellen Einschnitten zu kämpfen. Deshalb ist es schwer von einer Kirche mit den Migranten zu einer Kirche unterwegs27 zu finden, einer Kirche, die von sich aus unterwegs, katholisch und auf Communio ausgerichtet ist.

 

Dies ist der eigentliche Knoten, den es im Bezug auf die Pastoral mit und für Menschen anderer Muttersprache zu lösen gilt. Wir diskutieren und arbeiten in Strukturen und Modellen, die vielfältige Interpretationen zulassen, oft an finanzielle Kriterien gebunden sind, während wir heute, um dem Phänomen wirklich gerecht zu werden, eine neue Art der Umsetzung finden müssten, wie sie uns aus der Bibel und der Ekklesiologie erwächst. Wir müssen den Akzent verschieben von einer Pastoral der Konservierung und Konsolidierung weg hin zu einer missionarischen Pastoral, in welcher der wichtigste Aspekt nicht der ist, die Strukturen zu stärken, sondern der, eine prophetische Identität zu erlangen. Wir brauchen neue “Verkehrszeichen”, die erkennbar machen, dass es sich um ein Gottesvolk handelt, dass die Einheit in der Vielfalt leben will und nicht die Unterschiede ausmerzen will, was akatholisch wäre.

 

Alle müssen sich der Diskussion stellen, sich in Frage stellen lassen, umdenken. Um “Neuland” zu beschreiten, wie es die Mobilität erfordert, ist der Migrant aufgerufen, seine Identität und seinen Reichtum für sich neu zu entdecken, diese nicht für sich zu behalten, sondern andere daran teilhaben zu lassen. Die Ortskirche ihrerseits ist eingeladen “sich zu bekehren”, um ihr ursprüngliches Gesicht zu zeigen “eine Gemeinschaft, die allen offen steht, die fähig ist, alle Generationen und Kulturen, jede Berufung und Lebensform in sich zu vereinen, und auch in jenen, die aus der Fremde kommen den Ausdruck von Katholizität zu sehen”28. 

Aus der notwendigen Analyse und den anzuwendenden Methoden und den Pastoralkonzepten für die Migranten kommt man zur Prüfung der Charakteristika, die die Ortskirche bevorzugen muss, um eine Pastoral der Öffnung zu gestalten, die eine ständige Werkstatt für Katholizität und Communio ist und der Vielfalt Raum bietet. Die vordringlichste Sorge ist dann nicht mehr die, festzulegen, ob es sich um eine Pfarrei oder Mission, um eine Mission oder Gemeinschaft, um  Gemeinden oder Seelsorgeeinheiten handeln soll, ob Diözesanpriester oder Ordenspriester, ob Priester oder Laien, sondern die, wie die christliche Gemeinde heute aussehen kann und soll. Die grundlegende Frage ist nicht mehr welche “Pastoral” und welche “Mission” für die Migranten, sondern vielmehr “wie soll die Kirche aussehen”, in der eine Pastoral der Gastfreundschaft gelebt und angewendet wird.

Diese Veränderung bringt einige Theologen dazu vom Migranten als den “locus theologicus” zu sprechen: ein theologischer und heiliger Ort der Begegnung mit Gott, ein Ort, von dem aus die theologischen Überlegungen angestellt werden. Die menschliche Mobilität ist aus dieser Sicht heraus sowohl die reflektierte Realität als auch die Quelle theologischen Handelns, in dem Maße, in dem sich Gott darin wiederfindet. 

 

 “Die Migrationsbewegungen bieten den einzelnen Ortkirchen die Möglichkeit ihre Katholizität zu überprüfen, eine Katholizität, die darin besteht, nicht nur die verschiedenen Ethnien bei sich aufzunehmen, sondern vor allem die Communio zwischen diesen Ethnien zu verwirklichen. Die ethnische und kulturelle Vielfalt in der Kirche ist nicht eine Gegebenheit, die toleriert werden soll, weil sie nur eine vorübergehende Erscheinung ist, sondern vielmehr eine Dimension, die die Struktur der Kirche ausmacht. Die Einheit in der Kirche wird nicht durch die gemeinsame Herkunft und Sprache begründet, sondern durch den Pfingstgeist, der Menschen verschiedener Sprache und Nationalität zu einem einzigen Volk vereint, allen den Glauben an den selben Herrn und Heiland verleiht, zur selben Hoffnung beruft. Und diese Einheit ist viel weiter und tiefer als jede andere, die aus anderen Beweggründen heraus entsteht.”29.

 

Papst Johannes Paul II bekräftigt in seinem apostolischen Schreiben Novo millennio ineunte: “Die Einheit der Kirche bedeutet nicht Einförmigkeit, sondern organische Integration der legitimen Verschiedenheiten. Es geht um die Wirklichkeit, dass die vielen Glieder in einem Leib verbunden sind, dem einzigen Leib Christi (vgl. 1 Kor 12,12)”30.

 

“Gleichheit bedeutet nicht Einförmigkeit. Es kommt darauf an, die Vielfalt und Komplementarität der jeweiligen kulturellen Schätze und moralischen Qualitäten anzuerkennen. Gleiche Behandlung impliziert mithin ein gewisses Anerkenntnis von Unterschieden, wie es Minderheiten selbst fordern, damit sie sich nach Ihren eigenen Merkmalen, im Respekt vor anderen und für das Gemeinwohl der Gesellschaft und der Weltgemeinschaft entwickeln können. Aber keine Gruppe darf sich einer natürlichen Überlegenheit über andere rühmen oder Diskriminierungen üben, die die Grundrechte der Person berühren”31. Wenn die Gnade Gottes nur durch die Kultur der Person zum Ausdruck kommt, dann stellt man sich mit jeder Form der Diskriminierung eines Volkes und dessen Kultur gegen den Gott der Liebe und des Heils.

 

In die Praxis umgesetzt heißt das: “Um die Katholizität zu leben benötigen unsere Diözesen Orte, an denen geglaubt, gebetet, gefeiert wird und zwar auf die Art und Weise wie es Italiener, Vietnamesen, Afrikaner und so weiter tun. Das Besondere zu fördern ist nicht zwangsläufig gleichbedeutend mit Bevorzugung und Begünstigung dieser Besonderheiten. Die verschiedenen Weisen den Glauben zu leben, zu feiern, auf Christus zuzugehen, sowie die lebendige Glaubenserfahrung, die unsere Brüder und Schwestern im Glauben im Land, das sie aufgenommen hat, gemacht haben, sind auch für den Glauben der Kirche im Aufnahmeland eine Bereicherung.”32.

Niemand kann sich in sich selbst verschließen. Wir sind die “katholische” Kirche, indem wir uns allen Gemeinden gegenüber öffnen und das Dynamismus des innerhalb der Ortskirche gelebten und gefeierten Glaubens als Bestandteil eben dieses katholisch seins betrachten. Der Theologe Paul Tihon spricht von einem Prozess der gegenseitigen Betörung. Das katholische “Modell”, führt nämlich zu einer gegenseitigen Bereicherung und nicht dazu, dass ein Teil abhanden kommt. “Kraft dieser Katholizität bringen die einzelnen Teile ihre eigenen Gaben den übrigen Teilen und der ganzen Kirche hinzu, so dass das Ganze und die einzelnen Teile zunehmen aus allen, die Gemeinschaft miteinander halten und zur Fülle in Einheit zusammenwirken”33.

Der Akzent verlagert sich auf die Berufung aller, sich in den Dienst der Katholizität zu stellen. Es handelt sich hierbei nicht um eine Gelegenheits-Katholizität  in der nur Folklore im Vordergrund steht und die den Migranten ein kleines Trostpflaster bietet, während die “Anderen” mehr oder weniger wohlwollend zusehen, sondern um eine authentische Katholizität.

 

Wir können von einer Theologie der gegenseitigen Anerkennung sprechen. Der multikulturelle Kontext kann Unbehagen, Unruhe ja sogar Angst und Konflikte erzeugen, und oft entstehen solche Situationen. Wir Christen aber möchten eine Pastoral gestalten, die die Unterschiede ernst nimmt und würdigt und im Anderen etwas Neues entdecken hilft, eben um die Dreifaltigkeit nachzuahmen. Sich der Migranten annehmen geschieht dann durch eine Pastoral der Anerkennung der Unterschiede gegen jede Gefahr religiöser Vereinheitlichung. Die Pastoral mit und am Migranten ist von einer authentischen Annahme des Anderen gekennzeichnet, ein Annehmen, aus dem Beziehung, Dialog und Miteinanderteilen erwachsen. “Gastfreundschaft im christlichen Sinn setzt  Austausch voraus und tendiert zur Communio, es verpflichtet dazu, zu öffnen, was verschlossen ist, zu weiten, was zu eng ist, unter den Menschen das Leben Christi sicht- und spürbar werden zu lassen.”34.

 

Das Mysterium der Dreifaltigkeit ist im Letzten das Modell einer jeden Pastoral. In der Dreifaltigkeit entdeckt ein Christ das höchste Paradigma, um die Einheit in der Vielfalt zu leben.  In diesem Zusammenhang ist es eine Sünde die Gastfreundschaft zu verweigern und den anderen in seiner Andersartigkeit nicht zu respektieren. Die Beziehung wie wir sie beim dreifaltigen Gott erahnen, würde dadurch zerstört, eine Art der Beziehung die unseren Entscheidungen und unserem Wirken im Bereich der Migration zu Grunde liegen sollte.

 

Das man die einzelnen Kulturen und deren Art den Glauben zu leben respektieren soll, beruht auch auf der Tatsache, dass in jeder Kultur etwas Heiliges steckt. Kommunikation, das Miteinanderteilen, die Transzendenz, sind Bestandteile der Kultur. Der Begriff kommt von “cultus”, den Anderen erkennen. Dies ist das religiöse Grundelement, nämlich der Glaube. Kultur ist möglich, weil im tiefsten Inneren eines jeden Menschen der Drang zur Liebe steckt. Die Liebe drängt den Menschen aus sich heraus zu gehen, sich selbst aufzugeben, damit ein anderer leben kann, damit das Andersartige zum Tragen kommt.

 

Die Notwendigkeit einer Spiritualität der Communio

Um die Herausforderung der Katholizität leben zu können, muss man eine Spiritualität der Communio praktizieren. Wir müssen uns alle, Einheimische wie Migranten, auf den Weg der gegenseitigen Anerkennung machen, müssen ein Bewusstsein der Communio und Gemeinschaft schaffen, die jeder Entscheidung bezüglich der Pastoral vorausgehen muss und alle in der Ortskirche vereint. «Die Kirche zum Haus und zur Schule der Gemeinschaft machen, darin liegt die große Herausforderung, die in dem beginnenden Jahrtausend vor uns steht, wenn wir dem Plan Gottes treu sein und auch den tief greifenden Erwartungen der Welt entsprechen wollen. Was bedeutet das konkret? Auch hier könnte die Rede sofort praktisch werden, doch es wäre falsch, einem solchen Anstoß nachzugeben. Vor der Planung konkreter Initiativen gilt es, eine Spiritualität der Gemeinschaft zu fördern, indem man sie überall dort als Erziehungsprinzip herausstellt, wo man den Menschen und Christen formt, wo man die geweihten Amtsträger, die Ordensleute und die Mitarbeiter in der Seelsorge ausbildet, wo man die Familien und Gemeinden aufbaut. Spiritualität der Gemeinschaft bedeutet vor allem, den Blick des Herzens auf das Geheimnis der Dreifaltigkeit zu lenken, das in uns wohnt und dessen Licht auch auf dem Angesicht der Brüder und Schwestern neben uns wahrgenommen werden muss. Spiritualität der Gemeinschaft bedeutet zudem die Fähigkeit, den Bruder und die Schwester im Glauben in der tiefen Einheit des mystischen Leibes zu erkennen, dass heißt es geht um »einen, der zu mir gehört«, damit ich seine Freuden und seine Leiden teilen, seine Wünsche erahnen und mich seiner Bedürfnisse annehmen und ihm schließlich echte, tiefe Freundschaft anbieten kann. Spiritualität der Gemeinschaft ist auch die Fähigkeit, vor allem das Positive im anderen zu sehen, um es als Gottesgeschenk anzunehmen und zu schätzen: nicht nur ein Geschenk für den anderen, der es direkt empfangen hat, sondern auch ein »Geschenk für mich«. Spiritualität der Gemeinschaft heißt schließlich, dem Bruder »Platz machen« können, indem »einer des anderen Last trägt« (Gal 6,2) und den egoistischen Versuchungen widersteht, die uns dauernd bedrohen und Rivalität, Karrieresucht, Misstrauen und Eifersüchteleien erzeugen. Machen wir uns keine Illusionen: Ohne diesen geistlichen Weg würden die äußeren Mittel der Gemeinschaft recht wenig nützen. Sie würden zu seelenlosen Apparaten werden, eher Masken der Gemeinschaft als Möglichkeiten, dass diese sich ausdrücken und wachsen kann»35.

 

“Diese Sicht von Gemeinschaft ist eng verbunden mit der Fähigkeit der christlichen Gemeinschaft, allen Gaben des Geistes Raum zu geben. Die Einheit der Kirche bedeutet nicht Einförmigkeit, sondern organische Integration der legitimen Verschiedenheiten. Es geht um die Wirklichkeit, dass die vielen Glieder in einem Leib verbunden sind, dem einzigen Leib Christi (vgl. 1 Kor 12,12)”36.

 

Es bedarf demnach einer Communio, die von Pluralität geprägt ist. Pluralität und Verschiedenheit sind in den Schriften, die unserem Glauben zugrunde liegen, festgeschrieben. “Dem einen und einzigen Herrn Jesus Christus – “derselbe gestern heute und in Ewigkeit” (Hebr 13,8) – wir haben vier Evangelien, vier unterschiedliche Botschaften und damit ist nicht ein einziges Buch, eine Schrift Grundlage des Christentums, sondern das dynamische Wirken des Heiligen Geistes. Von Anfang an gab es verschiedene schriftliche Ausdrucksformen, Ekklesiologien, christologische Anschauungen, liturgische Formen, Glaubensbezeugungen und Arten der  missio, spiritueller Akzente” 37.

 

Diese Pluralität – die die Polichronie, die Buntheit des Antlitzes Gottes widerspiegelt – und die Unerschöpflichkeit des Mysteriums Jesu Christi, das in verschiedenen Kulturen aufgenommen wurde, ist Reichtum an Gaben, aber auch Verneinung eines christlichen Fundamentalismus und Integralismus. Von Beginn an wird der Glaube an Christus in verschiedenen Gemeinschaften gelebt – jüdisch-christlich, ethno-christlich… -, die sich dem Mysterium in unterschiedlicher Weise annähern und dieses auch unterschiedlich auslegen. In den neutestamentlichen Schriften, in der Liturgie, im Leben der Ortskirchen werden die Unterschiede nicht geleugnet, sondern sind Teil des Lebens in der Gemeinschaft. So wird Jesus Christus, als der einzig wahre Herr auf verschiedene Arten und Weisen verkündet, gefeiert, verinnerlicht.

 

Schlussbemerkung

Wir müssen in den Migrationsbewegungen eine Herausforderung und eine Quelle für den universellen Auftrag der Kirche in der Welt sehen. “Die Migrationsbewegungen ... ermöglichen die Begegnung zwischen den Menschen. Sie können dazu beitragen Vorurteile abzubauen und eine bessere Verständigung und Verbrüderung untereinander zu erzielen, im Blick auf eine stärkere Einheit unter den Menschen. Geht man von dieser Sichtweise aus, dann sind die Migranten die Vorreiter auf dem Weg zu einer universellen Verbrüderung. Und die Kirche, die vom Aufbau her der Communio dient, nimmt alle Kulturen in sich auf, ohne sich mit einer bestimmten Kultur zu identifizieren und ist damit sichtbares und wirksames Zeichen einer Welt deren Ziel die Einheit aller ist. Als Volk Gottes ist sie unterwegs und ist ‘für das ganze Menschengeschlecht die unzerstörbare Keimzelle der Einheit, der Hoffnung und des Heils’ (LG, 9)”38. 

 

Die Pastoral mit und am Migranten ist, wie im übrigen jede Art von Pastoral, immer ein  work in progress. Im Laufe der Jahre wurden einige Grundlinien erarbeitet, die inzwischen allgemeingültig sind. Wir können hier einige aufzählen, aus denen auch ein Hauch von Katholizität spürbar wird.

 

Die Pastoral mit und am Migranten kann nicht mehr als etwas Vorübergehendes angesehen werden, sondern muss in der Ortskirche als solche verankert sein. Es handelt sich nicht um den Dienst einiger, der toleriert wird und denen man die Fälle zuschiebt, die nur schwer zu integrieren sind, zum Beispiel die Menschen der ersten Ausländergeneration. Durch die Pastoral mit und am Migranten wird vielmehr die Katholizität und Communio vor Ort deutlich. Der Migrant ist das Lackmuspapier der Katholizität und Communio innerhalb der Kirche.

 

Eine so gestaltete Pastoral für Migranten einzuführen bedeutet: “die Migranten aufzunehmen und sie wirklich in das Gemeindeleben einzugliedern und dabei darauf zu achten, dass sie weder an den Rand gedrängt werden noch gezwungen werden sich zu assimilieren. Der Migrant sollte sich weder von den anderen ausgeschlossen fühlen noch an der Teilnahme an der Gemeinde dadurch gehindert werden, dass diese Wege und Formen der Religiosität vorschreibt, die nicht seiner Kultur und Tradition entsprechen”39.

 

In dieser Werkstatt für Katholizität, nämlich der Kirche vor Ort, gibt es keinen Raum für Unbeweglichkeit. Hier wird der Migrant als vollwertiges Mitglied angenommen und alle Diskussionen über die Strukturen der muttersprachlichen Gemeinden, der Umstrukturierungen, die im Gange sind und der Notwendigkeit sich zu vernetzen werden zweitrangig. Es ist vor allem dringend notwendig, dass wir einen Prozess anstoßen, der zur Katholizität und Communio befähigt, damit alle Gläubigen, die Einheimischen wie die Migranten, zu Trägern von Universalität werden, in einer Welt, in der es starke Tendenzen gibt, sich zu verschließen und immer neue Mauern untereinander zu errichten. Wir müssen fähig werden unsere Instrumente und Strukturen in der Pastoral in  “Häuser und Schulen der Gemeinschaft”40 zu verwandeln.

 

Die Kirche vor Ort ist ein Zeichen für die Gesellschaft, weil sie durch ihr Beispiel einen Beitrag hierzu leistet. „Auf diese Weise wird die Teilkirche, im pfingstlichen Geist, zur Gründung einer neuen Gesellschaft beitragen, in der die verschiedenen Sprachen und Kulturen nicht mehr, wie nach dem Turmbau von Babel, unüberwindliche Grenzen bilden, sondern in der es gerade in dieser Verschiedenheit möglich ist, eine neue Weise der Kommunikation und der Einheit zu verwirklichen (vgl. PaG 65)” 41.

 

Die Ortskirche ändert ihre “Haltung und Verhaltensweise” und wird immer mehr katholisch im wahrsten Sinne des Wortes und wacht eifersüchtig darüber, dass die Vielfalt erhalten bleibt. Die bisherige Struktur einer “herkömmlichen Mission” mag verschwinden, aber innerhalb einer Pfarrei oder Seelsorgeeinheit muss die Präsenz einer Gruppe von Katholiken anderer Muttersprache und religiöser Eigenheiten sichtbar bleiben und unterstützt werden, damit die Katholizität in ihrer Vielfalt lebendig ist. Das ist der Grund weshalb die Migranten nicht auf ihre religiöse Eigenheiten verzichten wollen, denn sie wollen ihren Reichtum und ihre Originalität, die sie wiederentdeckt haben, mit den anderen teilen.  «In diesem Zusammenhang sind die Aufnahmekirchen aufgefordert, die konkrete Wirklichkeit der Menschen und der Gruppen, aus denen sie zusammengesetzt ist, zu integrieren, indem sie die Werte eines jeden verbindet, da alle berufen sind, wahrhaft eine katholische Kirche zu bilden: „So verwirklicht sich in der Ortskirche die Einheit in der Vielheit, das heißt jene Einheit, die nicht Gleichförmigkeit ist, sondern Übereinstimmung, in die alle legitimen Verschiedenheiten in die gemeinsame Einheitsbestrebung aufgenommen werden“ (CMU 19)»42.

 

Papst Benedikt XVI erinnert uns daran:  “Die Kirche muss immer wieder neu zu dem werden, was sie schon ist. […] Wind und Feuer des Heiligen Geistes müssen unaufhörlich jene Grenzen öffnen, die wir immer wieder zwischen uns aufrichten; wir müssen immer wieder von Babel, vom Verschlossensein in uns selbst, zu Pfingsten übergehen”43.

 

Noten - 1 In meinem Vortrag beziehe ich mich nur auf Migranten, die der römisch-katholischen Kirche angehören. Ich werde also nichts zu den vielfältigen Herausforderungen sagen, denen sich die Kirche in Deutschland auch stellen muss, angesichts der vielen Migranten, die hier leben und die eine andere Religionszugehörigkeit haben.

2 Traditio Scalabriniana, 1, S. 23.

3 Tassello, Graziano G.; Deponti, Luisa; Proserpio, Felicina (Hrsg.), Migrazioni e scienze teologiche. Rassegna bibliografica (1980-2007). Basel, CSERPE, 2009, SS. 19-20, www.cserpe.org/theology.htm .

4 Verhältnismäßig viele Bischöfe begrüßen im Namen einer “wiederentdeckten Katholizität” die Anwesenheit von Gemeinden anderer  Muttersprache und anerkennen deren pastorale und katechetische Tätigkeit, weil die Seelsorger der „Katholischen Missionen“ den Menschen nahe sind, eine gut organisierte Katechese betreiben, Jugendliche ansprechen.

5 Dies ist einer der großen Unterschiede zwischen den “klassischen” Migrationsbewegungen, wie die der Deutschen, Polen, Italiener, die am Ende des 19. Anfang des 20. Jahrhunderts nach Amerika ausgewandert sind und die jeweils in einem bestimmten Einzugsgebiet angesiedelt wurden, in dem auch pfarrliche Strukturen notwendig waren. Zu Beginn der Pastoral für Migranten war die Kirche berechtigterweise besorgt, den Glauben der katholischen Migranten zu erhalten und zu verteidigen, angesichts der Tatsache, dass sie den Gefahren des Sozialismus, der anarchischen Bewegungen und des Protestantismus ausgesetzt waren.

Das Grundprinzip war immer, dass der Migrant in seiner Sprache sprechen konnte. In Exsul Familia ist der bekannte Text des Vierten Laterankonzils wiedergegeben: „Weil in sehr vielen Gegenden innerhalb einer Stadt und Diözese Völkerschaften verschiedener Sprachen vermischt sind, die bei Gleichheit des Glaubens verschiedene Riten und Sitten haben, so befehlen Wir streng, dass die Bischöfe solcher Städte oder Diözesen für geeignete Männer Sorgen, die in den verschiedenen Riten und Sprachen den Gottesdienst feiern und die Sakramente der Kirche spenden, indem sie zugleich mit Wort und Tat die Leute belehren“ (Die Apostolische Konstitution Exsul familia zu Auswanderer- und Flüchtlingsfragen, I, Erster Abschnitt).

Johannes Paul II hat gesagt: “Die Pastoral in der eigenen Muttersprache, die der Kultur des Herkunftslandes Rechnung trägt, hat den Vorteil, dass sie dazu beiträgt, die Werte, die nicht verloren gehen dürfen, zu sichern, aus dem christlichen Migranten einen Mitgestalter seiner Umwelt zu machen, zum Mitarbeiter an der Evangelisierung, und das, obgleich der Migrant auch die Pflicht hat, sich in die Kultur des Landes, das ihn aufgenommen hat, einzufügen” (Johannes Paul II, Rede vor den Bischöfen aus Kalabrien anlässlich ihres “Ad limina” Besuches, 10.12.1981, 706).

6 Italienische Bischofskonferenz, Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 18.10.1989 – zitiert in Enchiridion della Chiesa per le migrazioni, EDB, 2001, Nr. 2977.

7 Päpstliche Kommission “Justitia et Pax”, Die Kirche und der Rassismus. Für eine brüderlichere Gesellschaft, 3.11.1988, Nr. 23.

8 Es ist offensichtlich, dass die Bezeichnung “Parallelkirche” übertrieben ist. Die kirchlichen Strukturen der deutschen Pfarreien und die der Missionen stehen in keinem Vergleich.

9 Vgl. Einführung zu Enchiridion della Chiesa per le migrazioni, Bologna EDB, 2001.

10 Vgl. diesbezüglich den Kommentar von  Mgr. Brunin, der in  Migrations et pastorale”, 301, März-April 2003 erschienen ist. Man darf allerdings nicht die verschiedenen Phasen des Migrationsprozesses vergessen. In den ersten Phasen ist eine direkte Unterstützung Pflicht.

11 Erinnern wir uns hier beispielsweise an das Konzept der Diözesen  Rottenburg-Stuttgart und Freiburg Aufbrechen. Zeichen setzen und an die Einführung der Seelsorgeeinheiten am 1. Januar 2008. Das Konzept der “Mission, die eine Daseinsberechtigung hatte solange am Anfang die Phase der Entwurzelung überwunden werden musste” gilt als überholt. ” (Armando Orioli, Da missioni a comunità, “Corriere d’Italia”, Mai 2005, S. 14).

11 Armando Orioli sagt: “Die ausländische Gemeinde ist eng

12 Armando Orioli sagt: “Die ausländische Gemeinde ist eng an die Ortskirche gebunden und es gibt sie weil eine Konzeption von Kirche zugrunde liegt, die die Katholizität als Herausforderung in den Mittelpunkt stellt. Ohne dich bin auch ich nicht vollkommen!’”(ivi).

13 Lumen gentium, 23.

14 Gaudium et spes, 53.

15  Vgl. Gal 3,28, Kol 3, 11, 1 Kor 12,13.

16  Vgl. z.B. Anna Fumagalli, La diversità nel progetto di Dio secondo i primi capitoli della Genesi, “Traditio Scalabriniana“, novembre 2005, pp. 25-30.

17  Bradford E. Hinze, Ethinic and racial diversity and the Catholicity of the Church, in: María P. Aquino; Roberto S. Goizueta (eds.), Theology: expanding the borders, Mystic CT, Twenty-Third Publications,  1998, p. 178.

18 Dieser Begriff wird vom orthodoxen Theologen Olivier Clément verwendet (vgl. Intervista al teologo Olivier Clément a cura di Maxime Egger, La seduzione demoniaca dell’etnia, “Il regnoattualità”, 20/1998, pp. 699-701).

19  Joh 1,14.

20 Ap. 3,20.

21 Chiesa e mobilità umana,  Nr. 10.

22 In einem Schreiben des Kardinals Walter Kasper, damals noch Bischof von Rottenburg-Stuttgart, an die Katholiken anderer Muttersprache, das in “Corriere d’Italia”, 17.03.1996 veröffentlicht wurde, lesen wir: “Wir deutschen Katholiken möchten auch in Zukunft mit Ihnen zusammen Kirche Jesu Christi sein, weil wir ohne Sie ärmer, enger  und langweiliger  wären. Auf der Grundlage gleicher Rechte und Pflichten, in gegenseitigem Respekt und verwurzelt im gemeinsamen katholischen Glauben werden wir noch näher zusammenrücken müssen… Die große Vision für die Kirche des kommenden Jahrtausends besteht darin, dass sie eine Gemeinschaft von Gemeinschaften wird. Auf dem Weg zu diesem Ziel werden sich unsere Gemeinden und die Missionen verändern müssen; sie müssen aufeinander zugehen und eine Einheit in der Vielfalt bilden”. 

23 Is. 25, 6; Lc 14, 15-24.

24 In Ep. I ad Tim. hom. 15,4.

25 Instruktion des Päpstlichen Rats für die Pastoral mit den Migranten vom 3 Mai 2004.

26 Kardinal Martini schreibt: “Auch die Kirche, die ein Abbild der Dreifaltigkeit ist, kann sich nie gänzlich begreifen und muss mit Leidenschaft und Geduld ihre Identität suchen. Viele pastorale Schreiben verstecken die Illusion alles über die Kirche zu wissen und über ihren Weg in der Geschichte als handele es sich nur darum, Regeln anzuwenden und Schlussfolgerungen aus Prinzipien abzuleiten, aber die Kirche hat ihren Ursprung im Vater,  und muss als Gabe angenommen werden, die sich jeden Tag durch die Kraft des Heiligen Geistes erneuert.” (C. M. Martini, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano. Cinisello Balsamo, Herausgeber San Paolo, 2009, p. 67).

27 Cfr. Lumen gentium,  21 November 1964, n. 9.

28  Aus dem Dokument der italienischen Bischofskonferenz nach der Tagung in Verona,  Una chiesa e una santità di popolo, n. 20.

29 Johannes Paul  II., Botschaft für den Welttag des Migranten zum Thema  «Die katholischen Laien und die Migration», 5 August 1987, 3c.

30 Johannes Paul II., Apostolisches Schreiben Novo millennio ineunte, 06.01.2001, Nr. 46.

31 Päpstliche Kommission “Justitia et Pax”, Die Kirche und der Rassismus. Für eine brüderlichere Gesellschaft, 3.11.1988, Nr. 23.

32 Jean-Luc Brunin, L’Èglise et le migrants: un avenir commun? Abschlussbericht der Tagung, die gemeinsam vom  Service National für die Pastoral an Migranten und dem Forschungszentrum CIEMI durchgeführt wurde, Paris, 28 September 2002, S. 3.

33 Lumen gentium,  Nr. 13.

34 Jean Danielou, 1951, 40.

35 Novo millennio ineunte, Nr. 43.

36 Ib., Nr.. 46.

37 Enzo Bianchi, Per una spiritualità della comunione: unità nella diversità. http://it.ismico.org/content/view/4602/169/

38 Johannes Paul II., Botschaft zum Welttag des Migranten zum Thema «Die katholischen Laien und die Migration», 5. August  1987.

39 Abschlussdokument des 3. Weltkongresses zur Pastoral an Migranten und Flüchtlingen,  Vatikan, 30 September - 5 Oktober 1991, Nr. 31.

40 Vgl. Novo millennio ineunte, Nr. 43.

41 Erga migrantes caritas Christi, 89.

42 Erga migrantes caritas Christi, 89.

43 Benedikt XVI., Pfingstpredigt, 15 Mai 2005.

Von Giovanni Graziano Tassello CSERPE Centro Studi e Ricerche per l’Emigrazione Studien- und Bildungszentrum für Migrationsfragen Rheinfelderstasse 26

 CH - 4058 Basel +41 61 226 91 00 www.cserpe.org gtassello@cserpe.org

(de.it.press)

 

 

 

 

Interview mit Margot Käßmann. "EKD steht hinter meiner Position"

 

Bischöfin Margot Käßmann spricht im Interview Frankfurter Rundschau über die Ergebnisse der Afghanistan-Konferenz, ihre Kritiker und warum es keinen "gerechten Krieg" geben kann.

 

Bischöfin Käßmann, wie bewerten Sie das Ergebnis der Londoner Afghanistan-Konferenz?

 

Wir sehen zwei unserer zentralen Anliegen berücksichtigt: Die deutsche Entwicklungshilfe wird verdoppelt. Das zeigt, dass der Vorrang des Zivilen wahrgenommen wird. Und der Versuch eines Aussteigerprogramms für Taliban-Kämpfer zeigt auch, dass mehr Fantasie für den Frieden ins Spiel kommt.

 

Markiert London den von Ihnen geforderten Strategiewechsel?

 

Das wird sich zeigen müssen.

 

Sie wollen erst Taten sehen?

 

Die Konferenz allein ist sicher noch nicht hinreichend. Wir werden sehr genau beobachten und bewerten, was jetzt passiert.

Das finde ich nach wie vor problematisch. Mit Blick auf den deutschen Anteil könnte man noch sagen, es kommen 850 Soldaten mehr, aber doppelt so viel Entwicklungshilfe plus Geld für das Aussteigerprogramm. Damit ist verhältnismäßig der Vorrang des Zivilen gewahrt. Aber bis dato hatten wir nur über die Erhöhung der militärischen Komponente geredet. Wenn sich das jetzt ändert, ist das positiv zu werten.

 

Was meinen Sie, wenn Sie eine "Mandatierung" des zivilen Hilfseinsatzes fordern?

Dass der Bundestag in seinen Debatten und Beschlüssen die zivilen Aufgaben ganz klar mit bedenkt.

 

Ist der deutsche Afghanistan-Einsatz aus Ihrer Sicht denn jetzt ein legitimer Einsatz?

 

Wir haben nie die Legitimität des Einsatzes bestritten...

 

... aber Sie haben gesagt, "auch nach den weitesten Maßstäben der EKD ist dieser Krieg so nicht zu rechtfertigen".

 

Es gibt aus Sicht der EKD keinen "gerechten Krieg", sondern höchstens begrenzte friedens- und rechtserhaltende militärische Einsätze. Aber auch bei solchen Einsätzen können die Furien des Krieges entfesselt werden. Die rechtliche Legitimität des deutschen Einsatzes steht nicht in Frage; der Bundestag hat ihn mit Mehrheit beschlossen. Wohl aber fragen wir - und das meine ich mit "so" -, ob eine Strategie ethisch vertretbar ist, in der es ständig nur um die Erhöhung von Truppenkontingenten ging. Das stellt den Vorrang des Zivilen in Frage. Ein bloßes "Weiter so" entzöge dem Einsatz die friedensethische Legitimation.

 

Die Bundeswehr in Afghanistan. Erstmals befinden sich deutsche Soldaten in einem Kampfeinsatz außerhalb Europas.

Verteidigen wir tatsächlich unsere Sicherheit am Hindukusch? Grundlagen, Meinungen, Bilder, Hintergründe im Spezial: Einsatz in Afghanistan

Im jüngsten Afghanistan-Papier der EKD vom 25. Januar lassen Sie die Frage offen, ob der Afghanistan-Einsatz gegenwärtig zu billigen sei.

 

Das Papier lässt die Frage offen, weil sie in unserer Kirche kontrovers diskutiert wird.

 

Sie formulieren jetzt auffallend fein ziseliert. In Ihrer Neujahrspredigt klangen Sie viel entschiedener. Ist dieser Tonartwechsel ein Ergebnis der hitzigen Debatte über Ihre Predigt?

 

Das Ergebnis ist ein Doppeltes: Die EKD hat sich ganz klar hinter meine Position gestellt. Der Rat der EKD trägt einstimmig die Erklärung vom 25. Januar mit. Das zeigt den deutlichen Konsens in unserer Kirche.

 

Sie fühlen sich durch die Mitverfasser des Papiers – u.a. Ihr Stellvertreter Nikolaus Schneider und Militärbischof Martin Dutzmann - nicht eingefangen oder zurückgepfiffen?

 

Ich halte diese Sicht für Unfug. Die anderen Verfasser übrigens auch. Mich stört diese Personalisierung, als ob ein gemeinsam verfasster Text dasselbe wäre wie eine Predigt, die ich alleine formuliert habe - zugespitzt, keine Frage -, aber völlig im Einklang mit den friedensethischen Positionen der EKD.

 

Aber jetzt loben Sie die Erfolge beim Aufbau und den Beitrag der Isaf dazu. In Ihrer Predigt sagten Sie, "nichts ist gut in Afghanistan." Bleiben Sie dabei?

 

Ich würde diesen Satz in der Predigt wieder so formulieren. Weil sein Gegenteil "alles ist gut" so offensichtlich nicht stimmt. Der Satz wird mir jetzt immer wieder vorgehalten. Aber andererseits habe ich noch nie mit einer Predigt so viel Resonanz hervorgerufen und eine – wie sich zeigt – notwendige Debatte ausgelöst. Mitunter muss offensichtlich zugespitzt formuliert werden.

 

Ex-General Klaus Naumann wirft Ihnen Arroganz und Naivität vor. Sie brächten leere Worthülsen und ließen die Soldaten im Stich.

 

Das folgt dem merkwürdigen Reflex, "kritisiert jemand den Krieg, kritisiert sie die Soldaten". Meine Sorgen sind doch auch die Sorgen der Soldatinnen und Soldaten. Bisher mussten sie den Eindruck gewinnen, dass die Gesellschaft von den Gefahren und Belastungen ihres Einsatzes nichts hören will. Wann ist denn offen über die Opfer diskutiert worden? Eine Frau schrieb mir: Für den Nationaltorhüter Robert Enke gibt es eine wunderbare Trauerfeier. Mein Mann kommt im Zinksarg heim, und kein Mensch schert sich darum.

 

Aber der Begriff Naivität kratzt Sie an?

 

Nein, ich habe ja in der Predigt selbst gesagt, dass man mich "naiv" nennen wird. Diejenigen, die vom Frieden reden, von friedlicher Konfliktlösung und von Verhandlungen mit dem Gegner, werden immer wieder als naiv gescholten. Aber das macht nichts. Denn am Ende ist auch wahr: Das Militär allein hat noch nie Frieden geschaffen. Wir Deutsche wissen doch, wie lang der Weg zu Frieden und Versöhnung auch nach 1945 war. Und überhaupt: Warum reagieren meine Kritiker eigentlich so heftig? Wenn ich so naiv und blauäugig wäre, dann könnte man sich die ganze Aufregung ja auch schenken. Wir sind in Deutschland offenbar lange, viel zu lange der Debatte ausgewichen. Und jetzt zu sagen, da die Debatte stattfindet, die Soldaten hätten keine Unterstützung zuhause - das verdreht die Tatsachen.

 

Angesichts der fundamentalistischen Taliban, denen die Bundeswehr in Afghanistan gegenübersteht, müsste es Sie doch in jeder Hinsicht gruseln - gerade auch als Frau...

 

Hah! Natürlich! (lacht grimmig) Das Engagement für Frauenrechte finde ich immer gut. Und ich kenne viele Länder, für die ich mir viel mehr Engagement für Frauen wünsche. Also, wenn das künftig der Kern von Außenpolitik ist, wunderbar! Um es klarzustellen: Viele Taliban agieren absolut menschenverachtend. Aber von "den Taliban" zu reden, das sollte doch inzwischen Common sense sein, ist unmöglich. Und ebenso wenig sollte dieser Konflikt zu einem muslimisch-christlichen stilisiert werden.

 

Schätzen Sie die Bedeutung des Militärischen nicht zu gering? Hitler, heißt es in diesen Tagen immer wieder, konnte nur mit Waffen bezwungen werden.

 

Niemand wird bestreiten, dass es das Militär brauchte, um den Nazi-Terror zu besiegen. Aber: Die Furien der Gewalt wurden auch damals losgetreten. Einen Flüchtlingstreck auf dem Eis der Ostsee zu bombardieren, hat mit friedens- und rechtserhaltender Gewalt nichts mehr zu tun. Dass eine Bischöfin zum Frieden mahnt und sagt, dass wir zum Friedenstiften mehr Fantasie brauchen als Waffen, das halte ich für selbstverständlich und geboten. Merkwürdig könnten Sie es finden, wenn ich gesagt hätte, "lasst uns möglichst schnell mehr Soldaten nach Afghanistan schicken".

 

Bezeichnen Sie sich weiterhin als Pazifistin?

 

Zeigen Sie mir, wo ich das von mir gesagt hätte.

 

Wäre es denn schlimm, wenn Sie es gesagt hätten – in der Tradition Martin Luther Kings, auf den Sie sich gern beziehen?

 

Zur Verteidigung der Menschenrechte und zum Schutz von Menschenleben kann Einsatz militärischer Mittel in engsten Grenzen geboten sein. Wenn Konflikte total eskaliert sind und Menschenleben geschützt werden müssen, gibt es darüber sehr schnell Konsens. Dann stehen auch gewaltige Mengen an Material und Geld zur Verfügung. Warum gibt es eigentlich in den Konflikten dieser Welt keinen so massiven Einsatz von Geld, Energie, Menschen und Fantasie, bevor die Gewalt ausbricht und militärisch eingedämmt werden muss?

 

Und ich frage noch mal nach dem Pazifismus.

 

Ich habe eine pazifistische Grundhaltung. So aber, wie im Rechtsstaat das Gewaltpotenzial des Einzelnen an die Polizei delegiert wird, die es zur Sicherheit aller ausübt, so stelle ich mir das auch international vor. Das ist kein Radikalpazifismus. Aber ich werde immer kritisch gegenüber militärischer Macht und deren Eigendynamik bleiben.  Interview: Joachim Frank FR 30

 

 

 

 

Warum Missbrauch in der Kirche?

 

In den USA und Australien, in England, Frankreich, Österreich und in Irland – und jetzt auch in Berlin: Berichte über Übergriffe Geistlicher auf Schutzbefohlene häufen sich. Vor allem Katholiken sind betroffen. Die Bischofskonferenz reagiert dabei oft unangemessen. Von Claudia Keller

 

WELCHE FÄLLE VON SEXUELLEM MISSBRAUCH GAB ES BISHER IN DER KATHOLISCHEN KIRCHE?

Nachrichten wie diese gibt es mittlerweile regelmäßig: Vor einem Monat meldeten irische Zeitungen, dass zwei Bischöfe aus der Erzdiözese Dublin ihren Rücktritt angeboten haben, weil sie 30 Jahre lang Misshandlungen von Kindern durch Geistliche vertuscht haben sollen. Untersuchungen im Auftrag der Regierung hatten aufgedeckt, dass tausende Zöglinge in katholischen Kinderheimen und anderen kirchlichen Einrichtungen über Jahre von Priestern vergewaltigt und sexuell gedemütigt wurden. Auch in den USA und Australien, in England, Frankreich und Österreich sind in den vergangenen Jahren zahlreiche Fälle von Kindesmissbrauch durch Geistliche bekannt geworden. Allein 2006 wurden in den USA 714 glaubhafte Beschuldigungen gegen 448 Priester erhoben.

 

Der Psychologe Wunibald Müller, der das Recollectio-Haus Münsterschwarzach leitet und sich seit Jahren mit dem Thema befasst, geht davon aus, dass sich die Situation in Deutschland nicht wesentlich von der in anderen Ländern unterscheidet. Er schätzt den Anteil der katholischen Priester in Deutschland, die Kinder oder Jugendliche sexuell missbrauchen, auf etwa zwei bis vier Prozent aller Kleriker – also auf 350 bis 700. Die Zahl der bekannt gewordenen Fälle ist in Deutschland allerdings verschwindend gering, nach inoffiziellen Schätzungen wurden in den vergangenen Jahren etwa zwei Dutzend Kleriker bei den Bistümern angezeigt, unter anderem in Regensburg, Bamberg und kürzlich in Aachen.

 

WIE IST DIE KATHOLISCHE KIRCHE DAMIT UMGEGANGEN? WELCHE KONSEQUENZEN WURDEN DARAUS GEZOGEN?

Papst Johannes Paul II. hat 2001 erstmals die Opfer von sexuellem Missbrauch durch Priester um Vergebung gebeten und Aufklärung gefordert. Auch Papst Benedikt XVI. und die Deutsche Bischofskonferenz haben sich mehrmals bei Missbrauchsopfern entschuldigt. 2002 haben die deutschen Bischöfe erstmals „Leitlinien bei sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedet. „Die Opfer werden in ihrer Entwicklung schwer geschädigt“, heißt es in der Einleitung. „Wenn ein Geistlicher sich an einem Kind oder Jugendlichen vergeht, verdunkelt er auch die christliche Botschaft und die Glaubwürdigkeit der Kirche.“ Die Bischofskonferenz gab zu, dass in der Vergangenheit „häufig unangemessen reagiert“ wurde. Zukünftig soll nun jeder Ortsbischof einen Beauftragten oder ein Gremium mit Psychologen, Ärzten, Juristen und Theologen für die Untersuchung von Missbrauchsvorwürfen einsetzen. Jede Verdachtsäußerung soll „umgehend geprüft“, der Bischof „sofort“ unterrichtet und eine kirchenrechtliche Voruntersuchung eingeleitet werden. Bei begründetem Verdacht soll die Staatsanwaltschaft eingeschaltet werden, Opfern und Angehörigen wird therapeutische Hilfe angeboten, die Öffentlichkeit wird informiert, verurteilte Täter werden nicht mehr dort eingesetzt, wo sie mit Kindern zu tun haben. Die verabschiedeten Richtlinien haben allerdings nur den Charakter von Selbstverpflichtungen. Hält sich ein Bischof nicht daran, steht er vielleicht in der Öffentlichkeit nicht gut da, aber kirchenintern hat das keine Folgen für ihn.

 

Nach Angaben der Bischofskonferenz haben mittlerweile alle 27 deutschen Diözesen einen Beauftragten zur Verfolgung von Missbrauchsfällen ernannt, das Berliner Erzbistum hat 2003 den damals bei der Caritas tätigen und heutigen Dompropst Stefan Dybowski eingesetzt. In etlichen Bistümern gibt es auch die empfohlenen Gremien aus externen Psychologen und Juristen – allerdings oftmals nur auf dem Papier. In manchen Bistümern ist der ernannte Beauftragte unabhängig, in anderen nicht. Mal werden Staatsanwaltschaft und Öffentlichkeit informiert, mal nicht. Wie hellhörig man in einem Bistum in Bezug auf das Thema sexueller Missbrauch ist, ob zum Beispiel die Telefonnummer des Beauftragten auf der Internetseite des Bistums steht, so dass potenzielle Opfer wissen, an wen sie sich wenden können, das hängt davon ab, wie ernst der Ortsbischof das Thema nimmt. Und das ist eben unterschiedlich. „Es mangelt nicht an gut gemeinten Worten, aber nach wie vor an einem Konzept für ein konsequentes und strukturiertes Vorgehen“, kritisiert deshalb Helmut Schüller, der langjährige Leiter der Ombudsstelle der Erzdiözese Wien für Opfer sexuellen Missbrauchs in der Kirche. Um strukturiert vorzugehen, müssten die Bischöfe zusammenarbeiten, sagt Schüller, denn sonst könne es leicht passieren, dass auffällig gewordene Priester einfach in ein anderes Bistum wechseln, wo das Thema nicht so hoch gehängt wird. Aber mit der Zusammenarbeit würden sich Bischöfe immer noch sehr schwertun. Und der Vatikan könne zwar in jedes einzelne Bistum hineinregieren, aber nicht die Bischöfe zur Kooperation zwingen. Nach Schüllers Ansicht wird zudem bei der Auswahl der Priesteramtsanwärter zu wenig darauf geachtet, welches Verhältnis ein Kandidat zu seiner Sexualität hat und ob es Probleme gibt, die sich dann unter dem Deckmantel des Zölibats auswachsen könnten. Da alle Diözesen in Westeuropa unter Priestermangel leiden, werde sich dieses Problem in Zukunft noch verschärfen, schätzt Schüller, da man froh sein wird, wenn sich überhaupt noch jemand bewirbt.

 

WARUM GIBT ES MISSBRAUCHSFÄLLE VOR ALLEM IN DER KATHOLISCHEN KIRCHE?

Helmut Schüller sieht drei Ursachen: das Pflichtzölibat, die rigide Sexualmoral und die autoritären, hierarchischen Strukturen in der katholischen Kirche. Die Gefahr sei groß, dass die geforderte Ehelosigkeit das Priesteramt für Männer attraktiv mache, die mit ihrer Sexualität nicht zurechtkommen und sich schwertun, echte Bindungen zu anderen Menschen einzugehen. „Solche Männer flüchten sich ins Priesteramt, um dort dann auch krankhaften Neigungen unter dem Deckmantel des Zölibats nachgehen zu können“, sagt Schüller. Die rigide Sexualmoral und der hohe moralische Anspruch, mit dem gerade die katholische Kirche nach außen auftrete, mache es Priestern zudem schwer, sich Kollegen oder Vorgesetzten gegenüber zu öffnen, Probleme zu offenbaren und Hilfe zu suchen. Ein ausgeprägter Corpsgeist innerhalb der Kirche befördere das Wegsehen

 

WARUM WURDEN DIE FÄLLE NICHT FRÜHER GEMELDET?

Die meisten Vergehen, die in den vergangenen Jahren aufgedeckt wurden, liegen Jahrzehnte zurück. Denn sexuell missbrauchte Menschen brauchen oftmals viele Jahre, um ihre Scham zu überwinden und ihre Geschichte öffentlich zu machen oder gar den Peiniger anzuzeigen. War der Täter ein Geistlicher, kommt hinzu, dass Opfer fürchten, dass ihnen nicht geglaubt wird, da Priester ein hohes moralisches Ansehen genießen. Erhärten sich Verdachtsmomente, so raten die „Leitlinien“ der Deutschen Bischofskonferenz dazu, erst einmal eine kircheninterne Untersuchung einzuleiten und dann den Vatikan zu informieren. Erst danach, erst wenn der Missbrauch erwiesen ist, legen die Richtlinien die Zusammenarbeit mit der Staatsanwaltschaft nahe.

 

BEGREIFT SICH DIE KIRCHE ALS AUTARKES SYSTEM?

Diesen Vorwurf weist die Deutsche Bischofskonferenz weit von sich. Wenn solche Vergehen bekannt werden, heiße es in der katholischen Kirche aber noch allzu oft, die Sache werde von der Presse aufgebauscht, sagt Helmut Schüller von der Erzdiözese Wien. „Die Realitätsverweigerung gerade bei diesem Thema ist noch sehr spürbar.“ Das autoritäre System der katholischen Kirche leistet einem Denken Vorschub, die Institution über das Schicksal des Einzelnen zu stellen. Bevor die Institution kritisiert wird, vertuscht man lieber Negatives. Prälat Karl Jüsten, der Beauftragte der Bischofskonferenz bei der Bundesregierung, lobt Pater Klaus Mertes ausdrücklich dafür, dass er einen anderen Weg geht, „dass er sich offensiv um Aufklärung der Missbrauchsfälle am Berliner Canisius-Kolleg bemüht und sogar riskiert, den Ruf des Gymnasiums zu beschädigen“. Anders als in der evangelischen Kirche, in der das Kirchenparlament, in dem viele Nichttheologen vertreten sind, ein Gegengewicht zu den Geistlichen darstellt, fehlen in der hierarchisch strukturierten katholischen Kirche die nichttheologischen Kontrollinstanzen. „Ein Bischof muss zum Beispiel keine Rechenschaft darüber abgeben, warum er eine Pfarre schließt, warum er einen Pfarrer einsetzt, der kein Wort Deutsch spricht, oder auch, warum er einen Priester wieder in die Seelsorge schickt, obwohl dieser bereits durch sexuellen Missbrauch aufgefallen ist“, sagt Helmut Schüller. Tsp 31

 

 

 

 

Reist Papst Benedikt XVI. nächstes Jahr nach Vietnam?

 

Schon die Frage ist heikel, schließlich sind die Beziehungen Staat-Kirche in dem kommunistischen Land von einem ständigen Auf und Ab gekennzeichnet. Zwar waren in den letzten Monaten Spitzenpolitiker aus Vietnam im Vatikan zu Besuch, doch gibt es seit Jahrzehnten keine diplomatischen Beziehungen zwischen beiden Staaten. Zur Lage in Vietnam ein Beitrag von Mario Galgano.

Vietnams Bischöfe hätten Papst Benedikt schon sehr gerne zu Besuch in ihrem Land – und zwar im Januar 2011, wenn dort ein kirchliches Jubiläumsjahr zu Ende geht. Und doch haben sie vor ein paar Monaten bei einem Besuch in Rom von einer formellen Einladung an den Papst abgesehen: Zu kompliziert ist das Staat-Kirche-Verhältnis im Land, zu verwickelt auch die innenpolitische Lage.

 

„Die Stimmung zwischen Kirche und Regierung ist ziemlich angespannt“, berichtet ein aus Frankreich stammender Missionar am Mekong. „Die Kirche entwickelt sich auf absolut außergewöhnliche Weise – die religiöse Praxis wird immer stärker, und das Regime drosselt nicht mehr ganz so stark wie früher den Ansturm auf die Priesterseminare. Aber die Regierung geht doch sehr aggressiv gegen den Erzbischof von Hanoi vor, der sich unter Druck fühlt und um seinen Rücktritt aus Gesundheitsgründen gebeten hat. Die Kirche Vietnams steht insgesamt doch ziemlich unter Druck… schon seit langer Zeit, und sie würde sich ein bisschen mehr Öffnung wünschen.“  Doch zur Öffnung sehen die Herren an der Macht gar keinen Anlass, sagt Benoit de Tréglodé, Vietnam-Experte vom Pariser „Zentrum für ostasiatische Studien“ (Irasec 30)

 

 

 

 

Theologie und staatliche Universitäten. Heikle Mission

 

Theologie und staatliche Universitäten stehen in einem Spannungsverhältnis. Jetzt nimmt sich der Wissenschaftsrat des Themas an - Von Claudia Keller

 

Zwei Jahre hat die Arbeitsgruppe gebrütet und ein Papier erarbeitet, das äußerst diskret behandelt wird. Seit Mittwoch tagt der Wissenschaftsrat – hinter verschlossenen Türen. Denn das Thema enthält Zündstoff: Wie kann der Islam an den deutschen Universitäten integriert werden? Ist es noch zu rechtfertigen, dass die christliche Theologie einen Sonderstatus hat und die Kirchen Einfluss auf die Universitäten nehmen? Wie können Theologie und Religionswissenschaft weiterentwickelt werden, um Antworten auf gesellschaftspolitische Fragen zu geben?

 

Heute will der Wissenschaftsrat die Empfehlungen der Arbeitsgruppe zu diesen Fragen verabschieden, am Montag sollen sie der Öffentlichkeit präsentiert werden. „Die Empfehlungen enthalten Überraschungen“, sagt der Trierer Historiker Lutz Raphael, der die Gruppe geleitet hat. Und wenn ein besonnener, respektvoller Wissenschaftler von „Überraschungen“ spricht, kann man durchaus kleine Revolutionen erwarten.

 

Zum Beispiel im Verhältnis von Theologie und Religionswissenschaft. Grob gesagt liegt der Unterschied zwischen den Fächern darin, dass die Theologen eher die religions- und glaubensbezogenen Inhalte des Christentums erforscht, die Religionswissenschaftler die kulturellen und soziologischen Aspekte von Religionen. Bei der Theologie haben die Kirchen ein Wort mitzureden, was ihnen in Staatskirchenverträgen garantiert ist. Bei der Religionswissenschaft nicht.

 

Die Religionswissenschaften wirken in der Öffentlichkeit oft „zeitgemäßer“, weil sich ihre Erkenntnisse leichter vermitteln lassen als Bibelexegese. Die Religionswissenschaften erfreuen sich zudem wachsenden Zuspruchs, während die Zahlen der Studenten mit Hauptfach Theologie bröckeln. Und doch fristen die Religionswissenschaften bislang ein Schattendasein mit oft nur einem Professor, während es bundesweit 18 katholische und 21 evangelische theologische Fakultäten mit verhältnismäßig üppig ausgestatteten Professorenstellen gibt.

 

Im Wissenschaftsrat wird deshalb diskutiert, die Religionswissenschaften zu eigenständigen Instituten auszubauen, sozusagen als zweite Säule religionsbezogener Wissenschaft neben der Theologie. Jens Schröter, Theologe an der Humboldt-Universität in Berlin und Vorsitzender des Evangelischen Fakultätentages, hält es auch für möglich, dass der Wissenschaftsrat die Theologischen Fakultäten dem Vorbild der amerikanischen Departments of Religious Studies annähern und sie als religionswissenschaftliche Einrichtungen profilieren möchte.

 

Beide Wege würden eine Schwächung der klassischen Theologie bedeuten und die Deutungshoheit der Kirchen einschränken. Andere Theologen fürchten, dass der Wissenschaftsrat den Einfluss der Kirchen bei den Habilitationen und der Berufung von Professoren in der Theologie zurückdrängen will. Besonders bei Berufungsverfahren an katholischen Fakultäten zählt nicht nur die wissenschaftliche Kompetenz, sondern auch der Lebenswandel der Kandidaten.

 

Ein anderer Bereich, in dem der Wissenschaftsrat Handlungsbedarf sieht, ist der Islam. Insider vermuten, dass sich das Gremium für die Einrichtung eigenständiger Fakultäten für islamische Theologie an den deutschen Hochschulen aussprechen wird. Denn der Bedarf an hier ausgebildeten Imamen für die wachsende Zahl von Moscheen und an Islamlehrern für den schulischen Religionsunterricht ist in den vergangenen zehn Jahren enorm gestiegen. Einige Universitäten haben sich bereits auf den Weg gemacht und in Zusammenarbeit mit örtlichen islamischen Verbänden oder mit der Religionsbehörde der Türkei sechs Professuren für Islamische Religionslehre eingerichtet. Meistens waren dafür Schulversuche zur Einführung von Islamunterricht ausschlaggebend. Würde islamischer Religionsunterricht flächendeckend eingeführt, wie es die Deutsche Islamkonferenz des Bundesinnenministeriums empfohlen hat, wären 2000 Lehrer nötig, schätzen Experten.

 

Da im säkularen Staat die staatliche Universität nicht im Alleingang die theologischen Lehrinhalte bestimmen darf, braucht es dazu die Legitimation durch Vertreter der Religion – analog zum Mitspracherecht, das die Verfassung den Kirchen bei den theologischen Fakultäten einräumt. Da der Islam nicht hierarchisch wie die Kirchen aufgebaut ist und sich in eine Vielzahl von Richtungen aufspaltet, wird vermutet, dass der Wissenschaftsrat die Gründung eines übergeordneten Gremiums auf Bundesebene oder mehrerer übergeordneter Gremien auf Landesebene nahelegen wird. In diesen Gremien könnten sich ähnlich wie in der Islamkonferenz Wissenschaftler, Vertreter muslimischer Verbände und muslimische Einzelpersönlichkeiten zusammenschließen und als Kooperationspartner für die Universitäten fungieren. Einfach wird das nicht werden, und die Länderhaushalte würden jährlich mit etlichen Millionen zusätzlich belastet. Da sind sich die Experten sicher. Aber so viel steht für Lutz Raphael, den Leiter der zuständigen Arbeitsgruppe im Wissenschaftsrat, fest: „Die Länderborniertheit wäre hier falsch. Die Kooperationsfähigkeit muss weiterentwickelt werden.“ Vielleicht könnte die Islamkonferenz da Einfluss nehmen, raten Wissenschaftler.

 

Auch die Judaisten erhoffen sich vom Wissenschaftsrat Auftrieb für ihr Fach. Die Popularität Jüdischer Studien hat in den vergangenen Jahren zugenommen, und da die Jüdischen Gemeinden gewachsen sind, auch der Bedarf an Rabbinern und qualifizierten Gemeindemitarbeitern. Darauf hat bereits vor zwei Jahren die damalige Bundesregierung reagiert und beschlossen, jüdische akademische Institutionen mit Bundesmitteln aufzubauen. Der Wissenschaftsrat wird dies vermutlich unterstreichen und empfehlen, die Judaistik aus den evangelischen Fakultäten herauszulösen und eigenständige Fakultäten zu gründen. In Berlin konkurrieren bereits zwei Initiativen um die Institutionalisierung der jüdischen Studien: eine um Julius Schoeps, Direktor des Potsdamer Moses-Mendelssohn-Zentrums, eine andere um die Judaistin und Rabbinerin Eveline Goodman-Thau. Tsp 29

 

 

 

 

 

Deutsche Unis sollen Imame ausbilden

 

Angesichts von vier Millionen Muslimen in der Bundesrepublik dringt der Wissenschaftsrat auf einen massiven Ausbau von Islam-Instituten an staatlichen Hochschulen. An deutschen Universitäten sollen künftig Imame und islamische Religionslehrer ausgebildet werden.

 

BERLIN -  Zunächst sollen an zwei bis drei Hochschulen Zentren für islamisch-theologische Forschung aufgebaut werden, heißt es in der Empfehlung des Wissenschaftsrats "zur Weiterentwicklung von Theologien und religionsbezogenen Wissenschaften an deutschen Hochschulen". Die Stellungnahme, über die eine Expertengruppe des Rates zwei Jahre lang beriet, soll am Montag in Berlin präsentiert werden.

 

Ausdrücklich fordert der Wissenschaftsrat, Islamstudien und Forschung sowie die "fundierte Ausbildung von Religionsgelehrten" an staatlichen Hochschulen vorzunehmen - und nicht Privat-Einrichtungen zu überlassen. "Um die dazu erforderliche Zusammenarbeit zwischen Staat und muslimischer Glaubensgemeinschaft auf eine verlässliche Grundlage zu stellen, schlägt der Wissenschaftsrat vor, an den entsprechende Studiengänge anbietenden Hochschulen theologisch kompetente Beiräte für Islamische Studien einzurichten."

 

Die Ausgestaltung dieser Beiräte war im Wissenschaftsrat bis zuletzt umstritten. Das Gremium berät seit über 50 Jahren Bund und Länder in Fragen der Hochschul- und Forschungspolitik. Ihm gehören vom Bundespräsidenten benannte Wissenschaftler verschiedener Disziplinen an sowie einige Wissenschaftsminister von Bund und Ländern und hohe Verwaltungsbeamte.

 

Bislang wird in Deutschland nur an der Universität Münster ein kleiner Teil der Lehrer für den islamischen Religionsunterricht ausgebildet. Weiterbildungsangebote an Hochschulen gibt es zudem in Baden-Württemberg und Rheinland-Pfalz. Der überwiegende Teil der an deutschen Schulen eingesetzten islamischen Relegionslehrer kommt bisher aus der Türkei.

 

Die Empfehlungen des Wissenschaftsrates befassen sich aber zugleich auch mit der christlichen Theologie sowie der Judaistik und den Jüdischen Studien an deutschen Hochschulen. Angesichts des Wandels in einer "religiös pluralisierten Gesellschaft" schlägt der Wissenschaftsrat "bedarfsgerechte Anpassungen der christlichen Theologien" vor.

 

Katholische wie Evangelische Fakultäten sollten "stärker als bisher auch in der Forschung ihren theologischen Zusammenhalt pflegen und sich zugleich noch mehr an fakultätsübergreifenden interdisziplinären Forschungen beteiligen". Theologische Institute, an denen Relegionslehrer für Gymnasien ausgebildet werden, müssten angesichts wachsender fachlicher Anforderungen "künftig höhere personelle und fachliche Mindestanforderungen erfüllen".

 

Insbesondere an die Katholische Kirche richtet der Rat "die dringende Bitte", sich aus dem Habilitationsverfahren zurückzuziehen, weil es sich bei der Qualifikation für den Professorenberuf "um eine rein akademische Angelegenheit handelt". Auch sollten die Kirchen bei Berufungen von Hochschullehrern für ein "transparentes Verfahren" sorgen. Die Erteilung der Lehrbefugnis in der Theologie ("Nihil obstat") ist zwischen Staat und Kirche in vielen Bundesländern heute noch durch fortgeschriebene Konkordate aus der Preußenzeit geregelt.

 

Für den Bereich der Judaistik/Jüdische Studien empfiehlt der Wissenschaftsrat, "die noch bestehenden institutionellen Abhängigkeiten" von den Evangelischen Fakultäten aufzulösen, die Standorte zu stärken und eigenständige Studiengänge einzurichten.

 

Für seine Empfehlungen hatte die Arbeitsgruppe des Rates mehrere Gespräche mit den Vertreten der beiden Kirchen, dem Zentralrat der Juden sowie dem Koordinierungsrat der Muslime in Deutschland geführt. Nach einem Bericht der "Süddeutschen Zeitung" signalisieren auch einige islamische Verbände Interesse an Mitarbeit und Mitsprache bei der Ausgestaltung der Islam-Studien. Die muslimischen Verbände müssten "zumindest für den Anfang" genauso über die Inhalte der Studiengänge und die Berufung von Professoren mitentscheiden können, wie die christlichen Kirchen, zitiert die Zeitung den Sprecher des Koordinierungsrates der Muslime, Bekir Alboga. (dpa 30)

 

 

 

 

Hochschulen: Islamische Theologie Fromme Professoren gesucht

 

Die Islamische Theologie wird an deutschen Universitäten ausgebaut, und Muslim-Verbände sollen Hochschullehrern die Lehrbefugnis entziehen dürfen. Konflikte sind absehbar. Von Roland Preuß

 

Die Islamische Theologie an deutschen Hochschulen wird ausgebaut, darüber herrscht politisch weitgehend Einigkeit. Die Frage war immer: Wie soll das geschehen? Der Wissenschaftsrat hat nun erstmals ein Konzept vorgelegt, das diesen zentralen Punkt beantwortet:

An zwei oder drei staatlichen Universitäten sollen Zentren für islamische Studien entstehen, dort sollen Religionslehrer und Imame ausgebildet werden und zwar zusammen mit den großen muslimischen Verbänden. Sie sollen mitbestimmen, was gelehrt wird und wer lehren darf. An diesem Punkt aber lauern heftige Konflikte, denn die Verbände sind umstritten, Kritiker werfen ihnen eine othodoxe Sicht des Islam und eine integrationsfeindliche Haltung vor.

 

Bisher sind die Verbände bei den wenigen Lehrstühlen zur Ausbildung islamischer Religionslehrer und Theologen nur lose eingebunden. An der Universität Erlangen-Nürnberg spricht man sich bei der Lehrerausbildung mit den lokalen Moscheegemeinden ab. An der Universität Osnabrück, wo ebenfalls Islamlehrer ausgebildet werden und ein Lehrstuhl für islamische Theologie geplant ist, setzt man auf einen Rat, in dem der türkisch-halbstaatliche Verband Ditib und ein landesweiter Zusammenschluss von Moscheegemeinden vertreten sind.

Das Beratungsgremium gilt als Erfolg, der Wissenschaftsrat hält es für vorbildlich. An der Universität Münster ist ein ähnlicher Rat mit muslimischen Verbandsvertretern installiert worden, der ebenfalls nur beraten darf. Das Beispiel Münster illustriert bereits die absehbaren Auseinandersetzungen: Als der dortige Professor für islamische Religion, Muhammad Kalisch, 2008 öffentlich bezweifelte, dass es den Propheten Mohammed je gegeben hat, kündigte der Koordinationsrat der Muslime (KRM), in dem die großen Verbände Ditib, Islamrat, Zentralrat der Muslime und VIKZ oranisiert sind, seine Mitarbeit auf. Begründung: Es gebe eine "erhebliche Diskrepanz" zwischen islamischen Glaubensgrundsätzen und den Positionen Kalischs. Der KRM riet von einem Studium bei Kalisch ab. Die nordrhein-westfälische CDU wertete diesen Bruch als Angriff der Muslime auf die Freiheit der Wissenschaft.

Das jetzige Konzept der Experten aus Bund und Ländern soll garantieren, dass die Lehrer und Imame von deutschen Hochschulen bei muslimischen Schülern und Gläubigen auch akzeptiert sind. Deshalb sollen die Verbände zustimmen. Offenbar orientiert man sich dabei an den Rechten der Kirche, was im Fall Kalisch hieße, dass ihm durch den geplanten Beirat aus Muslim-Vertretern die Lehrerlaubnis entzogen werden könnte.

Womöglich stockkonservative Gefolgsleute auf Lehrstühlen?

Hieße dies umgekehrt, dass muslimische Verbände eigene, womöglich stockkonservative Gefolgsleute auf Lehrstühlen hieven könnten? Der Wissenschaftsrat will dem gleich mehrfach vorbeugen: Zum einen sollen die wissenschaftlichen Fähigkeiten eines Bewerbers ausschließlich von der Universität geprüft werden, auch die Auswahl der Kandidaten wäre Sache der Hochschule. Der Beirat dürfte nur religiöse Einwände geltend machen.

Zudem sollen in den Beiräten nicht nur Verbandsvertreter sitzen, sondern auch muslimische Rechtsgelehrte und muslimische "Persönlichkeiten des öffentlichen Lebens", wie es in den Empfehlungen des Wissenschaftsrates heißt. Dies erinnert an die Zusammensetzung der Islamkonferenz der Bundesregierung, wo zwischen muslimischen Verbänden und Islamkritikern wie Necla Kelek regelmäßig die Fetzen flogen. Ob die Beiräte also tatsächlich wie von den Experten gewünscht einstimmig entscheiden, wird stark von der Zusammensetzung des Gremiums abhängen. Ali Kizilkaya, Vorsitzender des orthodoxen Islamrats, lehnt unabhängige Vertreter ab. "Wer an den Lehrstühlen mitentscheiden will, der muss auch durch Moscheegemeinden legitimiert sein."

Fachleute wie der Kirchenrechtler Wolfgang Bock warnen dagegen vor einer Mitwirkung der Verbände. "Eine Reihe dieser Organisationen ist radikalisiert", sagt der Richter. "Rechtlich besteht keine Verpflichtung zur Beteiligung." Das sieht der Wissenschaftsrat anders: Die Mitwirkung des KRM und anderer sei "verfassungsrechtlich geboten". SZ 30

 

 

 

 

 

Positionen. Kirche und Krieg

 

Wann dürfen Soldaten kämpfen? Was die christliche Ethik zur Bundeswehr in Afghanistan sagt. Von Gerhard Beestermöller

 

Die Neujahrspredigt der EKD-Ratsvorsitzenden, Bischöfin Margot Käßmann, hat die Wogen hochschlagen lassen. Sie hatte große Skepsis gegenüber dem deutschen Afghanistaneinsatz geäußert: „Nichts ist gut in Afghanistan.“ Dafür ist sie von vielen kritisiert worden; eine solche Stellungnahme sei nicht Sache der Kirche.

 

So pauschal kann das nicht gelten. Auch das Zweite Vatikanische Konzil hat den Anspruch der katholischen Kirche bekräftigt, „politische Angelegenheiten einer sittlichen Beurteilung zu unterstellen, wenn die Grundrechte der menschlichen Person … es verlangen“. Das bedeutet nicht, dass Kirche Einsichten in das normativ Gebotene proklamieren könnte, die sie auf göttliche Offenbarung stützt. Wie alle Teilnehmer am gesellschaftlichen Dialog kann sie nur mit Vernunfteinsichten argumentieren. Ihre besondere Aufgabe findet sie jedoch darin, dass sie zur Stimme derer wird, die keine Stimme haben. Im Kontext von Krieg und Gewalt sind das häufig diejenigen Menschen, die sich nicht wehren können. Kirche wird in allem, was sie zu Afghanistan zu sagen hat, immer die Perspektive der Schwächsten im Auge behalten.

 

Deshalb muss es das Anliegen von Kirche sein, dass Entscheidungen über die beste Strategie auch in ihren Auswirkungen auf diejenigen bedacht werden, die niemandem zur Gefahr werden können. Nur eine Strategie, die sich auch gegenüber diesen Menschen rechtfertigen lässt, kann legitim sein. Das Schlimmste, was für die Wehrlosen eintreten kann, ist eine (Un-)Ordnung, in der sie gänzlich rechtlos dem Gutdünken der Mächtigen ausgeliefert sind.

 

Daher muss ein Minimum an Rechtszustand erreicht werden, bevor die Truppen Afghanistan verlassen dürfen. Genozid, Völkervertreibung und Massenvergewaltigung müssen ausgeschlossen werden können. Solange das nicht der Fall ist, müssen die Soldaten am Hindukusch bleiben. Ferner wird Kirche darauf aufmerksam machen müssen, dass vom Schutz vor Willkür allein noch kein Mensch leben kann. Afghanistan werden wir daher nicht eher verlassen dürfen, bevor nicht die Aufbauleistungen sicherstellen, dass zumindest Grundbedürfnisse befriedigt werden können.

 

Diese Überlegungen geben auch eine erste Maxime für das an die Hand, was an Gewalt konkret angewendet werden darf: Sie muss sich auch gegenüber den von ihr unmittelbar Betroffenen rechtfertigen lassen. Gegen Menschen, von denen Unrechtsgewalt ausgeht, ist der Einsatz von Gewalt grundsätzlich gerechtfertigt; deren Schaden muss allerdings im rechten Verhältnis zu der militärischen Bedeutsamkeit des erstrebten Zieles stehen.

 

Dürfen aber Unschuldige in Mitleidenschaft gezogen werden? Dies kann unter streng geregelten Bedingungen erlaubt sein. Sie sind im sogenannten Diskriminationsprinzip enthalten. Wenn überhaupt dürfen Zivilpersonen nur in der Bekämpfung von Menschen, von denen Gewalt ausgeht, Opfer von Gewalt werden. Bei Schäden an der Zivilbevölkerung muss es sich also um einen indirekten, einen „Kollateralschaden“ handeln – ein missbräuchlicher Begriff. Auf ihn zu verzichten, würde aber bedeuten, auch das Leid von Zivilisten nur noch in Kategorien der Verhältnismäßigkeit zu fassen.

 

Zugegeben: Alles bisher Gesagte ist noch zu abstrakt, um Politik ethisch auszurichten. Die Kirchen werden hier nachlegen müssen. Vor zwei Dingen muss sich Kirche hüten. Die Gewissensnot, nicht zu wissen, was konkret zu tun ist, kann Kirche den Menschen nicht abnehmen. Für sie ist die Versuchung groß, ihren gesellschaftlichen Bedeutungsverlust durch politische Ratschläge wettmachen zu wollen. Die entgegengesetzte Gefahr besteht darin, dass Kirche nicht hinreichend konkret wird. Hehre Friedensappelle, die keine Möglichkeiten geben, zwischen legitimer und illegitimer Gewalt zu unterscheiden, werden letztlich nur faktisch geübte Gewalt rechtfertigen.

 

Hier ist die Klugheit derer gefordert, die die Kirchen leiten. Sie werden sich stets fragen müssen, was sie für die Wehrlosesten der Wehrlosen tun.

 

Der Autor ist stellvertretender Direktor am Institut für Theologie und Frieden in Hamburg. Tsp 29

 

 

 

 

 

Singen & Wandern auf den Spuren des Hl. Franz von Assisi

 

Schlangenband - Buon cammino, buona gente!“ – so lautete der typische der Gruß des Francesco d’Assisi. “Einen guten Weg, liebe Leute!”. Ein Reiseangebot des Schlangenbader Spezialveranstalters musica viva bietet nun die Möglichkeit, auf den Spuren des Franz von Assisi zu pilgern - und dabei zu singen. Und das entlang einiger ausgewählter Abschnitte des berühmten Franziskusweges (Florenz bis Rom), die jeweils mit dem Bus angesteuert werden.

 

Die Teilnehmer wandern dann zu besonderen spirituellen Orten der Toskana und Umbriens, die eng mit dem Leben des italienischen Nationalheiligen verbunden sind: das von Franziskus selbst als Eremitage gegründete Franziskanerkonvent “Le Celle” bei und die Franziskanerkirche in Cortona, die Einsiedelei Montecasale, die Isola Maggiore im Lago Trasimeno, auf der der hl. Franz eine ganze Fastenzeit verbrachte und natürlich das eindrucksvolle Heiligtum “Santuario della Verna“, der Alvernerberg, auf dem Franziskus die Stigmaten empfing.

 

Das musikalische Kursprogramm ist vorwiegend Gesängen gewidmet, die eigens zu Ehren des Heiligen komponiert wurden wie z. B. einstimmige franziskanische Lauden aus dem Laudenbuch von Cortona (um 1250), Teile aus dem Uffizium der Stigmaten von “La Verna” (ca. 1250 –1360) und Teile des (neo-)gregorianischen Uffiziums (13. und 14.Jhdt.) des Franziskanerordens bis hin zu geistlichen, vierstimmigen Madrigalen und modernen Songs von Liedermachern und aus Filmen.

 

Auf den Wanderungen von 6 bis 12 km gibt es Momente der Stille und Übungen zur Eigenwahrnehmung und zur Wahrnehmung der Natur. Wir werden die jeweiligen Kirchen und Klöster nicht nur besichtigen, sondern uns auch über das Singen und die sensorische Klangarbeit mit dem Geist des Ortes vertraut machen. Und abends kommen unsere Musikpilger wieder per Bus ins erholsame Gästehaus zurück zum gemeinsamen Abendessen und Ausruhen.

 

Voraussetzungen: Chorerfahrung, Lust auf Neues, Interesse an franziskanischer Spiritualität, ausreichende Kondition und entsprechende Kleidung für 6-12 km lange Wanderungen. Mindestteilnehmerzahl: 11

Der Kurs findet in der Woche vom 29.5.-5.6.10 statt, Der Reisepreis beträgt 955 Euro und beinhaltet die Unterbringung im Kurshaus mit Halbpension sowie den Kurs inklusive Bustransfer zu den Wanderungen.

Info und Bildmaterial finden Sie auf unserer Website: http://www.musica-viva.de

musica viva, info@musica-viva.de,  de.it.press

 

 

 

 

 

Nordirland-Verhandlungen: Ohne Einigung bleibt Pulverfass

 

Die politische Lage in Nordirland könnte man als beständigen Konfliktherd bezeichnen. Und wenn er gerade einmal nicht überkocht, so siedet er zumindest. In den aktuellen Nordirland-Verhandlungen ist ein Streit um die mögliche Übergabe der Kontrolle über Polizei und Justiz in Nordirland an die Regionalregierung in Belfast entbrannt. Die pro-irische katholische Sinn Fein verlangt eine zügige Kontrollübergabe, die DUP nicht. Der Erzbischof von Armagh und Vorsitzende der Irischen Bischofskonferenz, Kardinal Sean Brady, warnt gegenüber Radio Vatikan vor einer Destabilisierung des Friedensprozesses im Land:

 

„Wir haben es in diesem Friedensprozess so weit gebracht. Jetzt liegt es an uns, dieses Ergebnis nicht für selbstverständlich zu halten! Wir müssen unser Möglichstes dafür tun, den Frieden zu erhalten. Denn er ist ständig in Gefahr, wie wir spätestens seit den jüngsten Attentaten auf Polizeikräfte diesen Januar wissen. Eine Einigung in der Frage des Polizei- und Justizwesens ist hier unerlässlich. Und es ist unverständlich, dass es Politiker gibt, für die das Wohlergehen aller in unserer Gesellschaft nicht höchste Priorität besitzt.“ (euronews.net)

 

 

 

Kardinal Schönborn reist in die USA – und will sich für Irak-Flüchtlinge einsetzen

 

Kardinal Christoph Schönborn reist am Samstag in die USA: Dort will er im Lauf von sieben Tagen u.a. New York und Washington besuchen. Am 4. Februar hat der Wiener Erzbischof - wie sein Sprecher Erich Leitenberger erläutert - einen wichtigen Termin im US-Außenministerium:

 

„Und zwar in der Irak-Sektion des State Departement. Dort möchte der Wiener Erzbischof sehr auf die dramatische Situation der Christen im Irak hinweisen. Jener Christen, die im Land geblieben sind und dort momentan eine sehr dramatische Situation erleben, und jener Christen, die sich nur durch die Flucht in die Nachbarländer vor offensichtlicher Verfolgung retten konnten.“ (kap 29)

 

 

 

 

Deutschland: „CDU kein verlängerter Arm der Kirche“

 

Die katholische Kirche und die CDU – derzeit ein vieldiskutiertes Thema in Deutschland. Als letzte der Parteien im Bundestag hat nun die CDU ihre Kirchenbeauftragte ernannt: Es ist die katholische Hannoveraner Abgeordnete Maria Flachsbarth. Unsere Kollegen vom Kölner Domradio haben sie gefragt, wo ihre Motivation für die Übernahme dieser Aufgabe liegen.

„Ich bin katholische Christin und eine Politikerin, die in ihrer Kirche zu Hause ist und die es wichtig findet, dass kirchliche Meinungen und Grundlagen mit in politische Entscheidungsfindungen einfließen. Meine Fraktion hat mich gebeten, diese Aufgabe zu übernehmen, darüber habe ich mich sehr gefreut, und deshalb habe ich natürlich auch sehr gerne ja gesagt." (domradio 29)

 

 

 

 

Vatikan: Bertone lobt vatikanische Medienarbeit

 

Die Medienarbeit des Vatikans ist nicht nur wichtig, sondern auch gut. Das betonte der vatikanische Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone am Donnerstag in seiner Predigt. Bertone zelebrierte an diesem Freitag eine Messe für die Mitarbeiter der vatikanischen Druckerei und der Zeitung „L´Osservatore Romano“. Die Dienste dieser Vatikan-Institutionen seien ein wichtiger Service für die Kirche, unterstrich Bertone.

 

„Doch viele Menschen scheinen heutzutage nur materiellen Dingen zugeneigt zu sein. Es gibt allerdings viele Stimmen, die eine Kehrtwende fordern. Der „Osservatore Romano“ räumt diesen Stimmen viel Platz ein. Es ist so einfach, pessimistisch zu sein. Leider trüben viele Schriftsteller, TV- und Filmemacher die Spiritualität der Menschen, die sich eigentlich den himmlischen Dingen zuwenden würden. Das führt dazu, dass sich viele auch von den irdischen Dingen abwenden.“ (rv 29)

 

 

 

Ehenichtigkeits-Verfahren

 

Ehenichtigkeits-Verfahren sind kein bloßer Verwaltungsakt, sondern auch eine pastorale Herausforderung. Darauf hat Papst Benedikt XVI. an diesem Freitag bei seiner Rede zur feierlichen Eröffnung des Gerichtsjahres der „Sacra Rota Romana“ hingewiesen. Gerechtigkeit und Nächstenliebe müssten hierbei Hand in Hand gehen und seien gemeinsam der Wahrheit verpflichtet. Vor den Richtern und Mitarbeitern des Gerichts machte er darauf aufmerksam, dass ihre Arbeit vorrangig dem Seelenheil der betroffenen Eheleute dienen müsse und teilhabe am Wirken Christi als guter Hirte. Von Gottes- und Nächstenliebe müssten auch die bürokratischen Strukturen durchdrungen sein. Gleichzeitig hätten die Mitarbeiter der Rota die Institution der christlichen Ehe zu schützen und zu stärken. Die Rechtmäßigkeit der kirchlichen Ehe sei kein verwaltungstechnisches Siegel, sondern betreffe den Menschen als Ganzes und müsse im Zweifelsfall sorgsam geprüft werden. Ein gerechtes Urteil fälle dabei nur, wer als Seelsorger und mit großem Feingefühl auf die Verfahren blicke. - Das Gericht der Römischen Rota übt für den Papst die ordentliche Gerichtsbarkeit aus. Nach der Apostolischen Signatur ist es das zweithöchste Gericht des Apostolischen Stuhls. Hauptsächlich befasst sich die Römische Rota mit Ehenichtigkeits-Verfahren. Das römische Gericht urteilt über die Gültigkeit kirchlicher Eheschließungen und ist dabei letzte Berufungsinstanz der einzelnen Diözesangerichte. (rv 29)

 

 

 

 

Gastbeitrag. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst

 

Ist die Islamophobie der neue Antisemitismus? Darüber ist eine Debatte entbrannt. Aber wer Muslime wirklich ernst nimmt, muss Islamkritik üben, schreibt Hamed Abdel-Samad. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst, mit seinen Ansprüchen und Weltbildern. Und ihm läuft die Zeit davon.

Wie verpasst man eigentlich einem Islamkritiker einen Maulkorb? Falls Sie gegen Islamkritik allergisch sind und aus beruflichen oder ideologischen Gründen oder vielleicht einfach aus intellektueller Trägheit zur Verteidigung des Islam neigen, werden diese Gebrauchsanweisungen für Sie äußerst hilfreich sein:

Wenn der Kritiker ein Nichtmuslim ist, haben Sie ein leichtes Spiel. Zermürbungstaktik ist angesagt: Sie werfen ihm Mangel an Kenntnis des Islam vor, reden über die Heterogenität und Vielschichtigkeit der jüngsten abrahamitischen Religion und fragen ihn, von welchem Islam er denn nun rede.

Bald verliert er die Übersicht im Labyrinth der islamischen Rechtsschulen und Strömungen, und die Debatte verläuft im Sande. Der Vorwurf der Islamophobie sollte nicht lange auf sich warten lassen. Sie sollten zwar das Wort „Rassismus“ nicht in den Mund nehmen, aber lassen Sie den Islamkritiker spüren, dass das genau das ist, was sie ihm unterstellen.

Reden Sie über Stimmungsmache, den Applaus von der falschen Seite und das Wasser auf der Mühle der Fremdenfeindlichkeit. Und bevor er Ihnen widerspricht, erinnern Sie ihn an die schrecklichen Ereignisse vor 70 Jahren in Deutschland. Damals warnten die Antisemiten vor der Judaisierung Europas, genauso wie die Islamophoben heute vor der Islamisierung des Abendlandes warnen. Das Wort „Holocaust“ sollten Sie aber lieber nicht aussprechen.

Hoffnung auf unverkrampfte Streitkultur

Eine Erwähnung des Kalten Kriegs gehört ebenfalls zum Programm. Denn schließlich sei nach der „roten“ und der „gelben“ Gefahr nun das Feindbild Islam an der Reihe, um die Angstlust der Europäer zu stillen und die Konturen der europäischen Identität zu schärfen. Kaum einer wird merken, dass Ihre Argumentation verbohrt ist und dass sie die falschen Vergleiche ziehen, weil sie Ihre Gegner mit ihren eigenen Traumata die ganze Zeit beschäftigen und nie über das reden, worum es geht.

Diese Taktik funktioniert fast immer, es sei denn, der Islamkritiker ist selber ein Muslim und weiß, wovon er redet. Da haut der Vorwurf des Rassismus und des Mangels an Islamkenntnis natürlich nicht hin. Deshalb muss mit harten Bandagen gekämpft werden. Greifen Sie ihn in seiner Integrität an. Er muss ein pathologischer Selbsthasser sein, der durch seine Kritik am Islam eine Abrechnung mit seiner Kultur anstrebt. Stöbern Sie in seiner Biografie, ein Schandfleck lässt sich immer finden. Und wenn er eine Frau ist, dann ist sie natürlich emotional, sprunghaft und unsachlich.

Nach dem Minarettverbot der Schweizer und dem vereitelten Attentat auf Kurt Westergaard hatte ich die Hoffnung, dass endlich eine unverkrampfte Streitkultur entstehen würde, wo über die Themen Islam und Migration eine tiefgründige Debatte geführt werden könnte.

Meine Hoffnung wurde durch einige Medienbeiträge in der islamischen Welt beflügelt, die diesmal nicht versuchten, die Wutindustrie anzukurbeln, sondern Besinnung und Zurückhaltung anmahnten. Die ägyptische Wochenzeitung „al-Youm al-Sabea“ fragte sogar in einem kritischen Bericht nach den Sünden der Muslime weltweit, die diese ablehnende Haltung gegenüber dem Islam in Europa verursacht hätten.

Sogar die Beiträge eines „Häretikers“ wie mir wurden veröffentlicht. Dort hat die Islamkritik scheinbar Früchte getragen und einen Denkprozess unter Muslimen über die eigenen Versäumnisse ausgelöst.

Die Lethargie der Muslime

Und in Europa? Zwar wurden einige äußerst seltene islamkritische Beiträge in den Mainstream-Medien veröffentlicht, doch bald hatte sich meine Befürchtung bestätigt: In Europa wird ein Maulkorb schneller gefertigt als jedes Gegenargument.

Allein am 14. Januar veröffentlichten die „Süddeutsche Zeitung“ (SZ) und der Berliner „Tagesspiegel“ zwei Beiträge, die von der gleichen Person hätten stammen können. In dem SZ-Beitrag mit dem Titel „Unsere Hassprediger“ (hier)vergleicht Thomas Steinfeld Islamkritiker wie Henryk Broder und Necla Kelek mit den von ihnen kritisierten islamischen Fundamentalisten. Der ganze Text scheint – zumindest im Tenor – eine Kopie des Beitrags von Claudius Seidl in der „Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung“ (FAS) vom 10. Januar zu sein. Dort waren die Hassprediger sogar „heilige Krieger“ (hier). Besonders Seidls Schlusswort fand ich amüsant. In Anlehnung an ein Zitat von Voltaire schreibt er: „Ich mag Ihr Kopftuch nicht, aber ich werde mein Leben dafür einsetzen, dass Sie sich kleiden dürfen, wie Sie wollen.“ So resümiert er sein verkürztes Verständnis von Freiheit.

Mit seiner eigenen Logik darf man Seidl eigentlich „Kopftuchmärtyrer“ nennen. Aber sonst würde er sein Leben ganz sicherlich nicht dafür opfern, damit eine muslimische Frau in Deutschland ein selbstbestimmtes Leben jenseits der strengen Moralvorstellung der muslimischen Communities führen kann. Er würde niemals über sie in der FAS einen Artikel schreiben, falls sie vom eigenen Bruder im Namen der Ehre ermordet würde, denn diese „orientalischen Verhältnisse“ sind seines feuilletonistischen Dschihads nicht würdig.

Im „Tagesspiegel“ vom 14.Januar wundert sich Andreas Pflitsch über die scharfe Islamkritik, die aus den muslimischen Reihen kommt, und nennt diese den „kalten Krieg der Aufgeklärten“ (hier). Die Beiträge einiger Islamkritiker wie des in den USA lebenden Islamwissenschaftlers Ibn Warraq, der Vorsitzenden des Zentralrats der Ex-Muslime, Mina Ahadi, und des Verfassers dieses Beitrags, sieht Pflitsch als „plumpes Aufwärmen alter Ressentiments“, das mit dem Programm der Aufklärung nicht zu verwechseln sei.

Was Herr Pflitsch zwischen den Zeilen sagen wollte, ist meines Erachtens: „Was Kritik und was Aufklärung ist, das bestimmen immer noch wir. Muslime, die sich artikulieren können und das Heft in die Hand nehmen, gibt es nicht und darf es nicht geben, deshalb müssen wir Deutsche dies übernehmen, um Muslime vor sich selbst zu beschützen.“ Nein, danke, Herr Pflitsch, ich heile mich selbst!

Solche Beiträge mögen zwar gut gemeint sein, weil sie aus dem Nobelturm einer Kultur des schlechten Gewissens und nicht aus der Praxis stammen. Sie helfen uns aber weder, zu einer ehrlichen Debatte zu gelangen, noch helfen sie Muslimen, aus der eigenen Lethargie herauszukommen. Im Gegenteil, diese Vorwürfe bestätigen die hartnäckigen Verschwörungstheorien und zementieren die Opferhaltung vieler Muslime.

Man mag manche Islamkritik für überzogen oder provokativ halten. Ich persönlich bin nicht mit allem einverstanden, was Frau Kelek und Herr Broder sagen. Doch deren Islamkritik halte ich nicht für das Hauptproblem des Islam, sondern für einen Spiegel dieses Problems. Der Islam hat ein Problem mit sich selbst, mit seinen Ansprüchen und Weltbildern. Und ihm läuft die Zeit davon. Relativismus und Wundenlecken sind da die falschen Rezepte.

Ein altägyptisches Sprichwort sagt: „Der wahre Freund bringt mich zum Weinen und weint mit mir. Er ist aber kein Freund, der mich zum Lachen bringt und innerlich über mich lacht.“ Wer Muslime tatsächlich ernst nimmt, muss Islamkritik üben. Wer mit ihnen auf gleicher Augenhöhe reden will, sollte mit ihnen ehrlich sein, statt sie als Menschen mit Mobilitätsstörungen zu behandeln.

Schlimm genug ist es, wenn jemand Menschen für Behinderte hält, die keine sind. Noch schlimmer ist es, wenn er anfängt, vor ihnen zu hinken, um eine Behinderung vorzutäuschen, in der Illusion, sich mit ihnen dadurch zu solidarisieren.

Der Autor (Jg. 1972) ist Politologe und Schriftsteller. Von ihm erschien das autobiografische Buch „Mein Abschied vom Himmel“ (Fackelträger Verlag, 2009)  DW 29

 

 

 

 

Holocaust: Durch Vergebung gegen das Vergessen

 

Neue Akzente in der Rede von Shimon Peres und Feliks Tych

 

Politiker, Kirchenvertreter und Holocaust-Überlebende aus aller Welt haben am Mittwoch dieser Woche der Opfer des Nationalsozialismus gedacht und an die Befreiung des Konzentrationslagers Auschwitz vor 65 Jahren erinnert. Wichtigster Redner war der israelische Staatspräsident. Unter den sechs Millionen Juden, die dem Völkermord der Nationalsozialisten zum Opfer fielen, waren auch seine Großeltern und weitere Verwandte. Shimon Peres war der erste israelische Präsident, der am Holocaust-Gedenktag im Bundestag sprach.

 

Es war eine beeindruckende und emotionale Rede, voller Optimismus und Großmut. Die Berater des 86-jährigen Friedensnobelpreisträgers hatten bereits vorher angedeutet, dass Peres diesen Redeauftritt in Deutschland als Gelegenheit sehe, auch persönlich einen Kreis zu schließen. Peres sprach bewegend vom "außergewöhnlichen Freundschaftsgewebe" zwischen den beiden Staaten. Anders als Ezer Weizman, der 1996 im Bundestag gesprochen hatte und mit seiner Bemerkung, Juden sollten nicht im Land der Täter leben, damals am Rande seines Staatsbesuchs einen Eklat auslöste. Anders auch als Mosche Katzav, der Deutschland eine "wachsende Legitimation neonazistischer Kräfte" attestierte, als er im Jahr 2005 im Deutschen Bundestag sprach.

 

Peres hingegen kam als Freund. Er begann seine Rede mit Auszügen aus dem Kaddisch, dem jüdischen Gebet zum Totengedenken. Es sind Worte, die jedem Juden heilig und daher in einem Parlament eher ungewöhnlich sind: "Der, der Frieden in seinen Himmelshöhen stiftet, stifte Frieden unter uns und ganz Israel.“

 

Auch die Rede des polnischen Historikers Feliks Tych, der als 13-Jähriger aus dem Ghetto Radomsko fliehen und sich dank falscher Papiere bei einer polnischen Lehrerfamilie verstecken konnte, überzeugte und bewegte. Tych mahnte eine Aufarbeitung des Holocaust auch in anderen europäischen Ländern an. Dort habe es unter der Bevölkerung zahlreiche Helfershelfer, Denunzianten und Profiteure gegeben.

 

Es sind Zeitzeugen wie Schimon Peres und Feliks Tych, aus deren Erinnerung eine Kraft erwächst, die es den Nachfahren der Opfer wie der Täter unmöglich macht, zu vergessen oder zu verdrängen. Beide Redner haben das Gedenken an die Befreiung von Auschwitz im Bundestag zu einem Ereignis gemacht, dessen Wirkung sich niemand entziehen konnte - der Eindringlichkeit persönlicher Schicksale ebenso wie der Macht mahnender Appelle.

 

Besonders schmerzlich aber rufen Gedenkveranstaltungen zum Holocaust den Teilnehmern immer deutlicher ins Bewusstsein, dass wir nicht mehr lange den authentischen Berichten jener Menschen zuhören können, die die Verbrechen der Nationalsozialisten unmittelbar erlebt haben. Das erschwert es künftigen Generationen, sich ein wirklichkeitsnahes Bild von den Verirrungen einer Ideologie zu machen, die Rassismus, Hass und Intoleranz schürte, um schließlich in einen unvorstellbaren Völkermord zu münden.

 

Von der Pflicht, die moralische Verantwortung für die in deutschem Namen begangenen Gräueltaten zu tragen, entbindet die wachsende Distanz der Nachgeborenen selbstverständlich nicht. Ebenso bietet die Zeit, die seit dem Ende der nationalsozialistischen Diktatur vergangen ist, keine Ausflucht in politische Neutralität. Wo immer auf der Welt Hass gepredigt und Gewalt gesät werden, müssen wir unsere Stimme erheben und unseren Einfluss geltend machen - für die Interessen Israels, aber auch für die Existenzberechtigung anderer Staaten und Völker.

 

So sehr die Gedenkstunde an die Opfer des Nationalsozialismus im Bundestag Emotionen weckte - bedauerlich ist es, dass sie neben der aktuellen Afghanistan-Debatte und der Fragestunde des Parlaments unter anderem zu Hartz IV stattfand. Dies zeugt nicht gerade von besonderer historischer und politischer Sensibilität. Je öfter der 27. Januar in Berlin begangen wird, umso weniger wird an diesem Tag wenigstens ein Moment lang innegehalten. Der Holocaust-Gedenktag wird eingezwängt in den engmaschigen Terminkalender der Politik. Er nimmt nur einen Platz unter vielen in der Nachrichtenmaschinerie ein. Vielleicht wäre es angemessener, an diesem Tag den politischen Betrieb zu drosseln: keine weiteren parlamentarischen Reden, keine Pressekonferenzen von Ministern. Es wäre zumindest eine Geste.  Andrea Kronisch kath.de - Redaktion