Notiziario religioso  9-11  Aprile  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdi 9 aprile. Il commento al Vangelo. «E' il Signore!»  1

2.       Sabato 10 aprile. Il commento al Vangelo. Gesù appare più volte  1

3.       Domenica 11 aprile. Il commento al Vangelo. “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani”  2

4.       Preti pedofili, Famiglia Cristiana: «Il Papa agisce, gli Stati no»  2

5.       Bertone sullo scandalo pedofilia. "Per il Papa è un grande dolore "  3

6.       La Pasqua insieme. A Oriente e Occidente nel 2010  3

7.       In cammino per Emmaus  3

8.       Il card. Husar parla on line con i migranti 4

9.       La passione di papa Benedetto. Sei accuse, una domanda  4

10.   L’Aquila: venerdì santo e Pasqua di risurrezione  5

11.   Josef Homeyer. Un vescovo per l'Europa  6

12.   "Io, cattolica, ho fatto la mia scelta. Chiesa e politica devono tacere"  6

13.   L'audiolibro “Il cielo capovolto”. Un prete tra gli emigrati italiani 7

14.   In corso a Milano la Conferenza delle Acli. "Sentinelle del territorio, costruttori di solidarietà"  7

15.   Scandalo abusi. Germania: attivato il numero verde  7

16.   Norvegia, ex vescovo ammette: "Ho abusato di un minorenne"  8

17.   Una proposta interessante su moschee e imam in Italia. 8

 

 

1.       Christen mit Osterlicht gegen Einsamkeit und Mißbrauch  8

2.       Tarcisio Bertone. Papst-Vertrauter spricht über Benedikts Seelenheil 9

3.       Misstöne in der Ostermesse  9

4.       Norwegen: Bischof missbrauchte Messdiener 9

5.       Vatikan: „Stern“-Vorwürfe gegen Papst „lächerlich“  9

6.       Sodano verteidigt erneut den Papst 10

7.       NYT: Lost in translation?  10

8.       Kommentar. Schlimmer als Mixa  10

9.       Deutschland: „Wir müssen da durch“  10

10.   Die Macht der Schuld  10

11.   Haiti: Nuntius berichtet von Schockstarre  11

12.   Missbrauchsverdacht. Vatikan erneut im Visier 12

13.   Arbeiten, wo andere Pilgerfahrt machen... Zivildienst in Jerusalem   12

14.   Norwegen. Früherer Bischof gesteht Missbrauch eines Kindes  12

15.   Missbrauch. Vatikan: Verstimmt über neues Altmaterial 13

 

 

 

 

Venerdi 9 aprile. Il commento al Vangelo. «E' il Signore!»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 21,1-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

 

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

4 Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un pò del pesce che avete preso or ora». 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.

13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all’incontro personale con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21 ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la medesima sorte (cfr 21,29).

Il ritorno dei discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo della croce. Ma l’esperienza con il Risorto, vissuta in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere sempre in qualsiasi tempo e circostanza.

Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione.

Pietro è il primo del gruppo ad essere nominato. E’ lui che prende l’iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente.

Il loro numero di "sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra simbolica dell’universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il primo seme della Chiesa che viene sparso tra le nazioni pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l’insuccesso è totale e non prendono nulla. Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire nella missione e portare frutti nella Chiesa.

Sul far del giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro incontro, ma loro non lo riconoscono. L’"alba" in cui agisce Gesù è l’opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell’intervento straordinario di Dio (cfr Es 24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.

E’ spuntato il nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a). Il risultato è una pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non riuscivano più a tirare su la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).

Allora il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E’ il Signore!". Pietro non discute minimamente l’intuizione di fede del suo compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare: è l’uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver visto, ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete piena di pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.

Per ordine di Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatrè grossi pesci. Dietro a questo numero c’è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann: "L’esegesi della Chiesa antica aveva ragione quando intuiva che dietro a quel numero c’era qualcosa di misterioso; è particolarmente degno di nota quanto dice Gerolamo a proposito di Hes. 47,9-12, che gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci; inoltre, si poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a 17, o come numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell’unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).

La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo, parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all’Eucaristia, momento vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo dell’Eucaristia, ossia dono della sua vita (cfr Lc 24,30.41-43; At 1,4).

Solo nell’ascolto della parola del Signore e nell’incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).

 

 

 

 

Sabato 10 aprile. Il commento al Vangelo. Gesù appare più volte

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mc 16,9-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

9 Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni. 10 Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. 11 Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.

12 Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. 13 Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.

14 Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.

15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

L’apparizione del Risorto a Maria di Magdala è un riassunto dei versetti 11-18 del capitolo 20 di Giovanni. Per caratterizzare la figura della Maddalena, l’autore ricorre al testo di Luca (8,2), dove è detto che Gesù scacciò da lei sette demoni. Da tale notizia non è lecito dedurre che Maria fosse una grande peccatrice, ma piuttosto che era affetta da grave malattia, dalla quale Gesù l’aveva guarita.

Particolarmente stringato è il riassunto della storia dei due discepoli in cammino verso Emmaus, tratto dal capitolo 24 di Luca. All’evangelista interessa, anche questa volta, solo il fatto che i discepoli non credettero al racconto dei compagni.

Infine l’autore ricorda l’apparizione di Gesù agli Undici, riferendosi chiaramente al racconto di Luca (24,36-43). In questo brano viene denunciata pesantemente la mancanza di fede dei discepoli (vv. 11.13.14). Gli apostoli passano dal dubbio alla fede sotto l’urto delle manifestazioni di Gesù.

La fede nella risurrezione non è una scoperta umana, ma il prodotto di un annuncio fatto a noi da Dio mediante angeli o inviati vestiti di bianco (colore delle vesti del paradiso), e attraverso l’incontro diretto, visibile e palpabile con il diretto interessato, il Cristo risorto.

La risurrezione di Cristo (e la nostra futura risurrezione) è corporea, come lo fu anche la sua morte. La prova è il sepolcro vuoto, testimoniata da tutti e quattro i vangeli, ma soprattutto l’incontro con il Risorto, che non è un fantasma, ma ha carne e ossa, come hanno potuto constatare i discepoli, e che mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (cfr Lc 24).

Gesù, il Nazareno crocifisso, è risorto. Questa è la parola fondamentale della fede cristiana.

Le ultime parole di Gesù: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura" (v. 15) mettono in risalto l’attività missionaria della Chiesa. Nel regno universale di Cristo, che abbraccia il cielo e la terra, viene sparso il seme della Parola. La missione della Chiesa è necessaria per volontà di Dio, che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti.

 

 

 

Domenica 11 aprile. Il commento al Vangelo. “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 20,19-31) commentato da P. Lino Pedron 

 

19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». 22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».

 

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Dal mattino di Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando a porte chiuse. Essi stavano chiusi nel cenacolo per paura dei giudei. I discepoli temono di subire rappresaglie, per questo vivono nel terrore.

Gesù entra nella casa a porte chiuse, perché il corpo del Risorto ha qualità sovrumane e può superare ostacoli insormontabili all’uomo.

Il Signore, mostrandosi ai discepoli, rivolge loro il saluto messianico : "Pace a voi!" (v. 19). Sulle labbra del Risorto questa espressione, tanto comune tra gli ebrei, acquista un significato particolare: è l’augurio della salvezza operata dal Redentore.

"E detto questo mostrò loro le mani e il fianco" (v. 20) per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. Giovanni è l’unico che parla del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce.

Con la sua risurrezione Gesù ha mostrato di essere vero Dio, padrone della vita e della morte: egli è veramente il Signore, Iahvè. I discepoli si rallegrarono proprio perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Iahvè.

Dopo aver dato loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri. L’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello di Gesù da parte del Padre (v. 21). Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli di essere gli annunciatori del Risorto: per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito Santo (v. 22).

Questo soffio di Gesù risorto richiama l’azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di Adamo l’alito della vita (Gen 2,7). Secondo l’oracolo di Ezechiele 37,9, lo Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l’uomo nuovo, il popolo dei salvati inviato nel mondo per annunciare il messaggio della salvezza evangelica.

Con il dono dello Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (1Gv 1,9) per mezzo del sangue di Gesù (1Gv 1,7). Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cfr Mc 2,5-10). Il giorno della sua risurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v. 23).

Giovanni, dopo aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù (v. 24). Quest’uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".

Nella seconda apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.

L’esortazione del Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore Dio. L’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento d’amore e di appartenenza.

Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.

Tuttavia nel passo conclusivo del suo vangelo, Giovanni dichiara che i segni operati dal Cristo non sono inutili, anzi essi devono favorire la fede. L’evangelista dichiara che la raccolta dei segni rivelatori di Gesù contenuti nel suo libro è incompleta e parziale (v. 30). Lo scopo della raccolta dei segni operati da Gesù, cioè lo scopo del vangelo, è suscitare e rafforzare la fede nel Messia, Figlio di Dio (v. 31).

L’effetto salvifico di questa adesione al Cristo, Figlio di Dio, è il possesso della vita divina, mediante la sua persona.

Le ultime parole di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno" costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile, apparizioni, prodigi, messaggi celesti. La Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (DV, 4).

Dio si è manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (DV, 21).

 

 

 

 

Preti pedofili, Famiglia Cristiana: «Il Papa agisce, gli Stati no»

 

La Danimarca va verso l'obbligo di denuncia dei religiosi responsabili di abusi. Si indaga su nuovi casi in Nuova Zelanda

                  

ROMA - Continuano le polemiche sullo scandalo dei preti pedofili. Mentre in Danimarca si va verso l'obbligo di denunciare chi si è reso responsabile di tali reati e in Nuova Zelanda si indaga su nuovi casi di abusi, Famiglia Cristiana scende in campo in difesa del pontefice e scrive: «Il Papa agisce, gli Stati no».

 

La posizione di Famiglia Cristiana. «Quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell'abuso sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza?» si chiede polemicamente il settimanale nel'articolo in cui sono riassunte tutte le iniziative della Chiesa di Benedetto XVI, «per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente». Pur invitando alla «tolleranza zero», il diffuso settimanale cattolico rileva che «lo scandalo mediatico scatenato sui preti pedofili in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti immorali e illegali», e aggiunge: «è ora di reagire sul piano della realtà e dire le cose come stanno davvero». Il settimanale ricorda tra l'altro come «importanti studiosi internazionali di sociologia applicata alle religioni» abbiano «dimostrato che tra i pastori protestanti la percentuale di condannati per abusi sui minori è doppia di quella tra i sacerdoti cattolici (che negli ultimi 50 anni sono stati un centinaio negli Stati Uniti e altrettanti nel resto del mondo: anche se fossero soltanto due sarebbero già comunque due di troppo) ed è addirittura dieci volte più alta fra i professori di ginnastica e gli allenatori di squadre sportive giovanili». Anche per questo si chiede «quale altra confessione religiosa» sia mossa come la Chiesa cattolica per combattere e sradicare il fenomeno.

 

Danimarca, verso l'obbligo di denuncia dei preti pedofili. Il governo danese ha deciso di istituire una commissione per valutare la possibilità dell'obbligo di denunciare i preti pedofili. Stabilirà anche quali diritti le vittime possano avere per ottenere aiuti e risarcimenti. La Chiesa cattolica danese ha intanto deciso di favorire il lavoro d'inchiesta di un avvocato al di sopra delle parti che accerti la portata dei casi di pedofilia esistenti al suo interno. Contemporaneamente la Chiesa ha annunciato che d'ora in poi denuncerà ogni caso di violazione della legge che possa essere indagato dalla polizia. La Chiesa cattolica danese aveva affermato in un primo tempo di non voler aprire alcuna indagine e in seguito di volerlo fare solo al proprio interno chiedendo alle vittime di fornire ogni informazione.

 

La Chiesa cattolica in Nuova Zelanda sta investigando su cinque nuove denunce di abusi sessuali su bambini da parte del clero, risalenti ad almeno 20 anni fa, e ha incaricato delle indagini l'ex commissario di polizia John Jamieson, che ha già esaminato 35 altri casi emersi negli ultimi cinque anni. Jamieson ha precisato che i cinque interessati non vogliono rivolgersi alla polizia e hanno fornito informazioni alla chiesa in via confidenziale. «Questi cinque casi sono nuovi», ha detto, e alcuni dei presunti colpevoli sono ancora vivi e in Nuova Zelanda. La Chiesa gli ha affidato l'incarico sin dall'inizio per assicurare che le denunce fossero trattate in modo appropriato e che gli interessati fossero soddisfatti della procedura. Jamieson ha raccomandato che ogni presunta vittima denunci alla polizia le attività criminali, ma ha riconosciuto che alcuni non vogliono che la polizia indaghi sui loro casi. Domenica scorsa l'arcivescovo neozelandese John Dew, in una lettera ai parrocchiani, ha ammesso che le accuse di pedofilia hanno messo in crisi la Chiesa, chiedendo scusa per «l'umiliazione e l'imbarazzo» causati dalle continue notizie di abusi del clero su minori in diversi Paesi. A peggiorare la situazione molti casi sono stati condotti male, ha detto il prelato, ma è ancora possibile superare la crisi.

 

Bertone: «Per Papa è un dolore molto grande».

È «un dolore molto grande» quello del Papa per i casi di pedofilia nel clero, ma la Chiesa cattolica «ha la forza interiore» per portare avanti la propria missione per «un mondo e un'umanità nuovi»: dall'estremo sud del Cile del post-terremoto, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, ha così risposto alle domande dei cronisti sulla questione degli abusi. «Il Santo Padre ha sofferto molto, così come d'altronde noi pastori, per questi casi di sacerdoti infedeli, non fedeli alla propria vocazione e missione», ha precisato. IM 8

 

 

 

 

Bertone sullo scandalo pedofilia. "Per il Papa è un grande dolore "

 

PUNTA ARENAS (CILE) - È «un dolore molto grande» quello del Papa per i casi di pedofilia nel clero, ma la Chiesa cattolica «ha la forza interiore» per portare avanti la propria missione per «un mondo e un’umanità nuovi»: dall’estremo sud del Cile del post-terremoto, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, ha così risposto alle domande dei cronisti sulla questione degli abusi.

 

Nella sua seconda giornata di una lunga visita nel Paese, e qualche ora dopo un colloquio alla Moneda con il presidente Sebastian Pinera, il cardinale Bertone è giunto nella lontana Punta Arenas, a circa 2mila km da Santiago. Appena sceso dall’aereo, ha risposto, in spagnolo, alle domande della stampa locale e dell’agenzia Ansa. «Il Santo Padre ha sofferto molto, così come d’altronde noi pastori, per questi casi di sacerdoti infedeli, non fedeli alla propria vocazione e missione», ha precisato.

 

Prima di lasciare l’aeroporto, Bertone ha risposto ad una domanda sulla recente intervista all’Osservatore Romano nella quale il cardinale Angelo Sodano ha rilevato che «dietro gli ingiusti attacchi» al Pontefice ci sono «visioni della famiglia e della vita contrarie al Vangelo»: sono parole, ha precisato Bertone, che rappresentano una difesa «molto chiara» del Papa. Quello di Benedetto XVI, ha infine ricordato, è oggi un messaggio molto forte: come dimostrano per esempio «i molti giovani universitari cinesi che vanno sul sito web del Vaticano, dove prendono i discorsi e le encicliche del Pontefice». Un fenomeno, ha concluso il segretario di Stato, «molto interessante». LS 8

 

 

 

La Pasqua insieme. A Oriente e Occidente nel 2010

 

Negli anni 2010, 2011 e 2014, le Chiese di Oriente e di Occidente celebreranno la Pasqua lo stesso giorno. Si tratta di una coincidenza particolare perché all'interno del cristianesimo vi sono due regole differenti a seconda che si usi il calendario gregoriano (cattolici e protestanti) o quello giuliano (ortodossi). Queste due regole in alcuni anni danno la stessa data (e quindi tutti i cristiani festeggiano la Pasqua nello stesso giorno), in altri anni date differenti. Quest'anno la data dunque coincide.

 

La ricerca ecumenica. La ricerca di una comune data per la celebrazione della Pasqua è stata lunga e difficile, soprattutto oggetto di studio per molti anni. Una Commissione di studio appositamente creata dalle Chiese ortodosse si è riunita nel 1977 a Chambésy. Venti anni dopo, nel 1997, il Consiglio Mondiale delle Chiese, in collaborazione con la Chiesa siro-ortodossa e il Consiglio delle Chiese in Medio Oriente ha organizzato una consultazione ad Aleppo, in Siria, dove teologi di varie Chiese (cattolici, protestanti e ortodossi), hanno elaborato una proposta che va sotto il nome ancora oggi di "documento di Aleppo". Nel documento, le Chiese propongono di calcolare la data della Pasqua seguendo le norme del primo Concilio ecumenico di Nicea: e cioè di celebrare la Resurrezione di Cristo la prima domenica seguente la luna piena dopo l'equinozio di primavera. Nel documento di Aleppo si suggerisce anche di calcolare le date astronomiche avvalendosi dei metodi scientifici più precisi possibili; e di servirsi come base per il calcolo del meridiano di Gerusalemme.

 

Ultimo summit in Ucraina. Lo scorso anno si è svolto a Leopoli in Ucraina un importante seminario internazionale ed ecumenico che ha riunito nella Università cattolica di Ucraina teologi e studiosi rappresentanti delle Chiese cristiane. Al termine del colloquio è stato diffuso un comunicato finale nel quale i partecipanti affermano che il documento di Aleppo può rappresentare "un passo concreto e reale" ma si dicono anche "consapevoli che il problema principale non sta nei calcoli". Il problema - si legge nel comunicato - va piuttosto ricercato nella "complessità delle relazioni e nella mancanza di fiducia tra le diverse denominazioni cristiane a causa delle lunghe divisioni. È questa una delle principali ragioni della difficoltà ad accettare le diverse proposte di soluzione. È pertanto necessario un lavoro di comprensione reciproca e di riconciliazione". Per queste ragioni a Leopoli venne anche lanciato l'invito alle Chiese di sfruttare le occasioni di Pasqua comuni per avvicinare le comunità.

 

In Francia. A Parigi, i cristiani dell'Ile-de-France si sono dati appuntamento domenica 4 aprile a place de La Défense per "annunciare insieme la Resurrezione di Cristo e confessare la loro fede in maniera gioiosa e unita". "Quest'anno - si legge nella presentazione dell'iniziativa ecumenica - una concordanza di date permette ai cristiani anglicani, armeni, battisti, cattolici, evangelici, luterani, ortodossi, riformati, di festeggiare la Pasqua nello stesso giorno". Ad accogliere i fedeli ci saranno i vescovi cattolici dell'Ile-de-France con il card. arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois; il metropolita Emmanuel, presidente della Conferenza dei vescovi ortodossi di Francia, il metropolita Zakarian, primate della Chiesa apostolica armena di Francia, i pastori Marie-France Robert, Jean-Charles Tenreiro, Stuart Ludbrook e gli altri responsabili della Chiese cristiane.

 

In Italia. "L'augurio di lasciare da parte le preoccupazioni e le amarezze quotidiane delle vita e di vivere una Pasqua di consolazione, di coraggio e di forza". È l'augurio di Pasqua rivolto ai 900 mila fedeli ortodossi romeni che secondo le stime dell'ambasciata romena vivono nel Paese e che si apprestano anche loro, quest'anno insieme ai fedeli cattolici, a celebrare domenica prossima la Pasqua. A lanciarlo tramite SIR Europa è mons. Siluan, vescovo della diocesi italiana della Chiesa ortodossa romena. "Una Pasqua - aggiunge - che sia sentita soprattutto  come una consolazione. Tanti dei nostri romeni vivono la festa della Pasqua separati dalle loro famiglie. Quello che ci auguriamo per loro è che possano vivere la grazia della Resurrezione, che sia cioè grazia di consolazione laddove c'è bisogno di essere consolati, di forza laddove ci si sente nella debolezza, di guarigione laddove l'anima è ferita". Il fatto poi che quest'anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso giorno è per il vescovo Siluan "una benedizione, una Provvidenza". "Soprattutto - aggiunge - un'occasione da sfruttare perché le due comunità possano condividere insieme la gioia della Resurrezione e avvicinandosi riscoprirsi amici e fratelli in Cristo". Sir eu

 

 

 

 

In cammino per Emmaus

 

Incontriamo Cristo risorto ogni giorno, nella nostra vita, in un mondo spesso sordo alla fede. Ma la speranza illumina sempre i nostri passi e conferma la promessa della Risurrezione

 

Forse mai, come quest’anno, vivo le celebrazioni pasquali con il forte bisogno di sentire la speranza come dono di Dio e come conquista interiore. Paolo apostolo inizia la sua prima lettera a Timoteo definendo Cristo Gesù come «nostra speranza». «Un’espressione che è la forza della nostra vita», commenta il teologo luterano Dietrich Bonhöffer, protagonista della resistenza al Nazismo e ucciso per tale motivo a Flossenbürg il 9 aprile 1945, ormai al termine della Seconda Guerra mondiale. La speranza dona ragioni per un futuro migliore, offre motivi per non rimanere nella società in atteggiamento passivo, bloccati dal pessimismo, senza la volontà di raggiungere gli obiettivi che riteniamo necessari. L’evangelista Luca narra come l’annunzio della risurrezione da parte di Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo parve agli apostoli «come un vaneggiamento». Pietro, tuttavia «si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto» (Lc 24,11).

  Questo atteggiamento degli apostoli del Signore, dopo la sua morte in croce, è messo maggiormente in risalto dall’evangelista Luca, soprattutto nel racconto dei due discepoli che, nel viaggio di ritorno da Gerusalemme verso Emmaus, sono affiancati da uno straniero. Gli rivelano la loro storia, le ragioni della loro tristezza, incapaci di riconoscere in quel compagno di strada il Maestro in cui avevano riposto le loro speranze. Il Risorto camminava accanto a loro «spiegando in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»; e grande fu la loro gioia quando, allo «spezzar del pane», lo riconobbero prima che sparisse dalla loro vista. È una pagina che rappresenta le situazioni in cui rimaniamo incapaci di riconoscere il Risorto presente nella quotidianità della vita e anche nei contesti e nelle prove che maggiormente bloccano la nostra speranza. L’esperienza dei discepoli di Emmaus ci insegna come il cammino della fede è un cammino di speranza, emblema di ogni incontro con Colui che è «l’autore della vita» (At 3,15). Un cammino-ricerca verso nuove prospettive di vita, che richiede la disponibilità interiore per porci alla sequela del Risorto il quale, affiancandosi e verificando il nostro vissuto con tutte le sue insicurezze e attese, ci indica «le vie della vita» (Atti 2,28).

  È solo dopo l’esperienza intima e profonda di questo incontro con il Risorto che possiamo ricevere la forza e la volontà di compiere il «salto di fede», senza la pretesa di capire tutti gli aspetti dell’evento della risurrezione. «Credere per capire», suggerisce sant’Agostino, per distoglierci dalla tentazione di fermarci a discutere su Dio e non porre, come priorità, l’ascolto della sua parola e l’attenzione a un eventuale suo affiancamento al nostro cammino di vita. Una riflessione, questa, quanto mai attuale in un momento in cui gli insegnamenti tratti dal vangelo e trasmessi dalla Chiesa a sostegno dei principi etici e sociali che dovrebbero regolare la società, non sono accolti. Agli scienziati razionalisti e al mondo della politica, Dio e il suo messaggio di salvezza appaiono oggi come una realtà lontana, senza rapporti con l’uomo e con i suoi problemi più cruciali. San Giovanni, dopo aver esposto le apparizioni del Risorto agli apostoli increduli, proclama beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno; e termina sottolineando come «questi (segni) sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» Gv 20,31. Credere nel Risorto è certamente un «salto di fede», ma è garanzia di vita; motivo di una gioia che fa ardere il cuore, com’è avvenuto per i discepoli di Emmaus.

Luciano Segafreddo, Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero

 

 

 

 

Il card. Husar parla on line con i migranti

 

"Immigrazione: il compito della Chiesa nel ministero per i migranti". Questo il tema della conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi a Kiev, alla quale è intervenuto il card. Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Leopoli degli Ucraini. L'immigrazione, spiega una nota, "sarà il principale tema del Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina (Ugcc) del 2010". Per un paio d'ore il card. Husar ha quindi comunicato online con alcuni emigrati ucraini in diversi Paesi del mondo per raccogliere suggerimenti in vista dell'elaborazione di domande e raccomandazioni per il Sinodo patriarcale in materia di cura pastorale e assistenza sociale agli emigrati e alle loro famiglie in tutto il mondo. Attualmente, fa sapere l'Ugcc, quasi un quarto dei fedeli risiede all'estero per motivi di lavoro; per questo la Chiesa greco-cattolica ucraina può a buon titolo essere definita "Chiesa di migranti". Richiamando il sinodo sull'immigrazione dello scorso giugno, i vescovi ucraini ribadiscono che "la Chiesa ha l'obbligo di alzare la voce a favore dei propri cittadini obbligati a emigrare" e chiedono "maggiore attenzione da parte delle istituzioni per questo fenomeno". La Chiesa ritiene necessaria "l'esistenza a livello legislativo di una speciale categoria di cittadini ucraini - riconosciuti come lavoratori emigrati - ai quali assicurare statuto legale". Urgente, secondo i vescovi, la creazione di "un unico organismo statale in materia di migrazioni". Sir eu

 

 

 

La passione di papa Benedetto. Sei accuse, una domanda

 

La pedofilia è solo l'ultima delle armi puntate contro Joseph Ratzinger. E ogni volta egli è attaccato dove più esercita il suo ruolo di guida. Uno ad uno, i punti critici di questo pontificato - di Sandro Magister

 

ROMA - L'attacco che colpisce papa Joseph Ratzinger con l'arma dello scandalo dato da preti della sua Chiesa è una costante di questo pontificato.

 

È una costante perché ogni volta, su un terreno diverso, è colpito in Benedetto XVI proprio l'uomo che ha operato e opera, su quello stesso terreno, con più lungimiranza, con più risolutezza e con più frutto.

 

La tempesta seguita alla sua lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 è stata la prima della serie. Si accusò Benedetto XVI di essere un nemico dell'islam e un fautore incendiario dello scontro tra le civiltà. Proprio lui che con una lucidità e un coraggio unici aveva svelato dove affonda la radice ultima della violenza, in un'idea di Dio mutilata dalla razionalità, e quindi aveva detto anche come vincerla.

 

Le aggressioni e persino le uccisioni che seguirono alle sue parole ne confermarono dolorosamente la giustezza. Ma che egli avesse colto nel segno è stato confermato soprattutto dai passi di dialogo tra la Chiesa cattolica e l'islam che si sono registrati in seguito – non contro ma grazie alla lezione di Ratisbona – e di cui la lettera al papa dei 138 saggi musulmani e la visita alla Moschea Blu di Istanbul sono stati i segni più evidenti e promettenti.

 

Con Benedetto XVI, il dialogo tra il cristianesimo e l'islam, come pure con le altre religioni, procede oggi con una più nitida consapevolezza su ciò che distingue, in forza della fede, e su ciò che può unire, la legge naturale scritta da Dio nel cuore di ogni uomo.

 

Una seconda ondata di accuse contro papa Benedetto lo dipinge come un nemico della ragione moderna e in particolare della sua suprema espressione, la scienza. L'acme di questa campagna ostile fu toccato nel gennaio del 2008, quando dei professori costrinsero il papa a cancellare una visita nella principale università della sua diocesi, l'Università di Roma "La Sapienza".

 

Eppure – come già a Ratisbona e poi a Parigi al Collège des Bernardins il 12 settembre 2008 – il discorso che il papa intendeva rivolgere all'Università di Roma era una formidabile difesa del nesso indissolubile tra fede e ragione, tra verità e libertà: "Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità".

 

Il paradosso è che Benedetto XVI è un grande "illuminista" in un'epoca in cui la verità ha così pochi estimatori e il dubbio la fa da padrone, fino a volergli togliere la parola.

 

Una terza accusa scagliata sistematicamente contro Benedetto XVI è di essere un tradizionalista ripiegato sul passato, nemico delle novità portate dal Concilio Vaticano II.

 

Il suo discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio e poi, nel 2007, la liberalizzazione del rito antico della messa sarebbero le prove nelle mani dei suoi accusatori.

 

In realtà, la Tradizione alla quale Benedetto XVI è fedele è quella della grande storia della Chiesa, dalle origini a oggi, che non ha nulla a che vedere con un formalistico attaccamento al passato. Nel citato discorso alla curia, per esemplificare la "riforma nella continuità" rappresentata dal Vaticano II, il papa ha richiamato la questione della libertà di religione. Per affermarla in modo pieno – ha spiegato – il Concilio ha dovuto riandare alle origini della Chiesa, ai primi martiri, a quel "patrimonio profondo" della Tradizione cristiana che nei secoli più recenti era andato smarrito, ed è stato ritrovato anche grazie alla critica della ragione illuminista.

 

Quanto alla liturgia, se c'è un autentico continuatore del grande movimento liturgico che è fiorito nella Chiesa tra Ottocento e Novecento, da Prosper Guéranger a Romano Guardini, questi è proprio Ratzinger.

 

Un quarto terreno d'attacco è contiguo al precedente. Si accusa Benedetto XVI di aver affossato l'ecumenismo, di anteporre l'abbraccio con i lefebvriani al dialogo con le altre confessioni cristiane.

 

Ma i fatti dicono l'opposto. Da quando Ratzinger è papa, il cammino di riconciliazione con le Chiese d'Oriente ha fatto straordinari passi avanti. Sia con le Chiese bizantine che fanno capo al patriarcato ecumenico di Costantinopoli, sia – ed è la novità più sorprendente – con il patriarcato di Mosca.

 

E se ciò è avvenuto, è proprio per la ravvivata fedeltà alla grande Tradizione – a cominciare da quella del primo millennio – che è un distintivo di questo papa, oltre che l'anima delle Chiese d'Oriente.

 

Sul versante dell'Occidente, è ancora l'amore della Tradizione ciò che spinge persone e gruppi della Comunione Anglicana a chiedere di entrare nella Chiesa di Roma.

 

Mentre con i lefebvriani ciò che ostacola un loro reintegro è proprio il loro essere attaccati a forme passate di Chiesa e di dottrina erroneamente identificate con la Tradizione perenne. La revoca della scomunica ai loro quattro vescovi, nel gennaio del 2009, nulla ha tolto allo stato di scisma in cui essi permangono, così come nel 1964 la revoca delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli non ha sanato lo scisma tra Oriente e Occidente ma ha reso possibile un dialogo finalizzato all'unità.

 

Tra i quattro vescovi lefebvriani ai quali Benedetto XVI ha revocato la scomunica c'era l'inglese Richard Williamson, antisemita e negatore della Shoah. Nel rito antico liberalizzato c'è una preghiera affinché gli ebrei "riconoscano Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini".

 

Questi e altri fatti hanno contribuito ad alimentare una ricorrente protesta del mondo ebraico contro l'attuale papa, con punte notevoli di asprezza. Ed è un quinto terreno d'accusa.

 

L'ultima arma di questa protesta è stato un passaggio del sermone tenuto nella basilica di San Pietro, il Venerdì Santo alla presenza del papa, dal predicatore della casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa. Il passaggio incriminato era una citazione di una lettera scritta da un ebreo, ma nonostante ciò la polemica si è appuntata esclusivamente contro il papa.

 

Eppure, nulla è più contraddittorio che accusare Benedetto XVI d'inimicizia con gli ebrei.

 

Perché nessun altro papa, prima di lui, si è spinto tanto avanti nel definire una visione positiva del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, ferma restando la divisione capitale sul riconoscimento o no di Gesù come Figlio di Dio. Nel primo tomo del suo "Gesù di Nazaret" pubblicato nel 2007 – e vicino ad essere completato dal secondo tomo – Benedetto XVI ha scritto in proposito pagine luminose, in dialogo con un rabbino americano vivente.

 

E numerosi ebrei vedono effettivamente in Ratzinger un amico. Ma sui media internazionali è altra cosa. Lì è quasi soltanto il "fuoco amico" che tambureggia. Di ebrei che colpiscono il papa che più li capisce e li ama.

 

Infine, un sesto capo d'accusa – attualissimo – contro Ratzinger è d'aver "coperto" lo scandalo dei preti che hanno abusato sessualmente di bambini.

 

Anche qui, l'accusa investe proprio l'uomo che ha fatto più di tutti, nella gerarchia della Chiesa, per sanare questo scandalo.

 

Con effetti positivi che qua e là già si misurano. In particolare negli Stati Uniti, dove l'incidenza del fenomeno tra il clero cattolico è nettamente diminuita negli ultimi anni.

 

Là dove invece, come in Irlanda, la piaga è tuttora aperta, è stato sempre Benedetto XVI a imporre alla Chiesa di quel paese di mettersi in stato penitenziale, lungo un severo cammino di rigenerazione da lui tracciato in una lettera pastorale dello scorso 19 marzo, che non ha precedenti.

 

Sta di fatto che la campagna internazionale contro la pedofilia ha oggi un solo vero bersaglio, il papa. I casi ripescati dal passato sono ogni volta quelli che si calcola di ritorcere contro di lui, sia quand'era arcivescovo di Monaco, sia quand'era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, con in più l'appendice di Ratisbona per gli anni il cui il fratello del papa, Georg, dirigeva il coro di bambini della cattedrale.

 

I sei capi d'accusa contro Benedetto XVI, fin qui richiamati, aprono una domanda.

 

Perché questo papa è così sotto attacco, da fuori la Chiesa ma anche da dentro, nonostante la sua lampante innocenza rispetto alle accuse?

 

Un principio di risposta è che papa Benedetto è sistematicamente attaccato proprio per ciò che fa, per ciò che dice, per ciò che è. L’Espresso 7

        

 

 

 

L’Aquila: venerdì santo e Pasqua di risurrezione                                                                                                                                

 

L’Aquila. Dal 1954 tutti gli anni il Venerdì Santo si tiene all’Aquila una solenne processione, che parte dalla Basilica di San Bernardino ove sono conservate tutte la sculture di Remo Brindisi che rappresentano e simboleggiano la Passione di Cristo, e si svolge per le vie delle città, nel momento in cui si fa notte, illuminate solo dai ceri portati dai partecipanti, in un silenzio totale rotto solo dalle voci dei cori cittadini che cantano il Miserere.

Da allora tutti gli anni la processione si è svolta con larga partecipazione popolare, tranne che nel 2009, in cui il Venerdì Santo coincise con il giorno dei solenni funerali delle vittime del sisma, che aveva devastato la popolazione e le mura della città nella notte fra la Domenica delle Palme ed il Lunedì Santo. Allora in molti eravamo già in esilio sulla costa, e così partecipammo ai funerali per via mediatica. Oggi, passando per il corso transennato in ambo i lati, con le colonne dei portici fasciati, ingessati come un malato grave, ancora si vedono i manifesti della processione di allora che non ebbe luogo, mentre sulle poche mura del centro cittadino disponibili ai cittadini appare qualche manifesto delle famiglie dei deceduti nel sisma, manifesti che allora non vidi, o che non ci furono affatto, semplicemente perché non c’era chi li facesse, chiusa la città a tempo indeterminato. Vedere quei manifesti, oggi, è consolante, significa prima di tutto che ad Aquila c’è di nuovo qualcuno che  li ha stampati ed affissi, e poi ci dicono che le famiglie degli sventurati deceduti sopravvissute al sisma desiderano che amici, conoscenti ed aquilani tutti partecipino al loro dolore in modo particolare, non solo con la presenza alle manifestazioni ufficiali del lutto cittadino.

       La processione del Venerdì Santo di quest’anno ci ha consentito di gettare un sguardo all’ interno della Basilica di San Bernardino, dall’esterno si vede bene il campanile diroccato. L’interno di San Bernardino dall’ingresso principale si presenta oggi come uno stretto corridoio aperto tra muraglie di inferriate, chiuso da un qualcosa di nero, una parete diciamo così, situata là dove incominciava lo slargo che porta all’altare, messa lì ad impedire che  lo sguardo vada oltre. Particolarmente affollata, la processione si è volta su un percorso abbreviato, essendo chiuse le consuete vie circostanti.

Che dire a commento di un avvenimento tanto simbolico, ed ora anche caricato dei ricordi del sisma e dei suoi effetti devastanti sull’animo ed il cuore  degli aquilani e su tutte le pietre della città, vie, vicoli e piazze.… Ben poco, è difficile trovare  parole adatte  che esprimano tutto il denso insieme di emozioni e sentimenti. Solo una cosa, semplicissima: la croce è il simbolo più adatto a rappresentare la città, oggi. Perché simbolo di morte, ma anche della Pasqua di resurrezione, che vuol dire rinascita, rigenerazione, speranza di nuova vita, una luce di cui tutti abbiamo tanto bisogno. Questa simbologia di morte e speranza nel futuro è rappresentata efficacemente sul foglio del mese di aprile 2010 del calendario di Roberto Grillo. Il foglio ha due immagini, una a destra, a colori,  che mostra due  bare, una grande e due piccole, una sopra quella grande  ed una accanto, coperte di fiori e giocattoli, l’immagine di destra, in bianco e nero,  mostra due bambini che giocano col pallone lungo un vicoletto medioevale. Morte e speranza per il futuro.

 Ci vuole un atto di fede molto forte  per credere di rivedere la nostra città in tempi prossimi. Aquila bella mé, te voglio revedé, per la terza età, ed anche per la seconda, è solo una visione al di là del tempo, in uno spazio destinato a cambiare chissà come e chissà quando, visto il perfido intreccio di problemi, progetti, promesse, carenze,  dichiarazioni, incuria, linee guida, risorse, ritardi, fuga disordinata verso una periferia brutta e caotica e  spopolamento senza ritorno. Emanuela Medoro   

 

 

 

 

Josef Homeyer. Un vescovo per l'Europa

 

Presidente Comece dal 1993 al 2006 e instancabile sostenitore del dialogo  

 

Nato il 1 agosto 1929, Josef Homeyer aveva ottenuto il dottorato in filosofia con una tesi su "Lo sviluppo e i concetti fondamentali della sociologia". Ordinato sacerdote nel 1958, è stato segretario generale della conferenza episcopale tedesca dal 1972 al 1983, quando Giovanni Paolo II lo assegnò a Hildesheim come vescovo diocesano. Al compimento del 75° anno, nel 2004, rassegnò le dimissioni da questo incarico, mentre portò avanti fino al 2006 il mandato di presidente della Commissione degli episcopati europei (Comece), incarico che gli era stato affidato per elezione nel 1993. Numerosi sono i compiti svolti all'interno della conferenza episcopale tedesca. Il vescovo Homeyer si è spento improvvisamente il 30 marzo scorso a Hildesheim. 

 

Costruttore di ponti. "Sono addolorato per la perdita di questo grande pastore e costruttore di ponti": così scrive Mons. Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca, al vescovo di Hildesheim, mons. Norbert Trelle. "Ancora oggi godiamo dei frutti del lavoro di strutturazione del segretariato generale della Conferenza episcopale da lui compiuti", scrive ancora Zollitsch. "La sua generosità, la dedizione, lo humor e la grande forza di volontà colpivano tutti. Era uno strenuo sostenitore dell'impegno sociale della Chiesa; è stato difensore del processo chiamato 'La situazione sociale e politica in Germania' che egli aveva avviato". Ricorda il presidente dei vescovi tedeschi: "I contatti con le chiese ortodosse fanno parte del suo impegno. Fino alla fine egli ha appoggiato la nuova libertà delle Chiese nei Balcani". Ha scritto il vescovo Norbert Trelle: "Insieme a tutta la diocesi, compiango un uomo che ha segnato la nostra diocesi come solo pochi suoi predecessori hanno fatto; compiango un grande europeo e una persona dal cuore grande, per me amico e consigliere discreto". Ricorda: "ha lavorato strenuamente per l'avvicinamento tra vescovi polacchi e tedeschi. Nulla lo intristiva più del disprezzo verso la ricca cultura dell'Europa orientale che egli profondamente amava e stimava".

 

Artigiano dell'integrazione. La Chiesa in Europa "perde uno dei suoi più ardenti artigiani" mentre l'Europa "dal canto suo perde un grande europeo": mons. Adrianus van Luyn, presidente della Comece, ricorda il suo predecessore. Mons. Van Luyn (vescovo di Rotterdam) sottolinea "l'impegno senza sosta" di mons. Homeyer "per una più efficace presenza delle conferenze episcopali presso le istituzioni comunitarie", con uno sguardo particolarmente attento "ai Paesi dell'Europa centrale e orientale" per prepararli, anche con l'appoggio delle Chiese, all'adesione all'Ue, avvenuta nel 2004. "La sfida di coniugare la libertà con la solidarietà e il senso di responsabilità in politica, nell'economia e nella società, sono idee che costituirono il filo conduttore dei suoi anni di presidenza alla Comece".

 

Assertore "dell'imperativo ecumenico". Il vescovo Homeyer era "un leader capace di coniugare fede e politica, fede e responsabilità sociale" così ha detto a SIR Europa il vescovo irlandese Noel Treanor, per 15 anni segretario generale della Comece, prima di diventare vescovo di Down and Connor nel 2008. "Mons. Homeyer ha sempre sottolineato l'imperativo ecumenico incombente per le Chiese in un'Europa che si stava unendo. Le sue visite annuali a un patriarcato ortodosso erano ancorate nel convincimento che i due polmoni dell'Europa debbano respirare armoniosamente. Così pure ha difeso il contributo del dialogo interreligioso per la definizione dell'Europa" ha ancora dichiarato il vescovo Treanor. "Forse è stato unico in questa sua sensibilità verso tutte le Chiese dell'Europa centro-orientale. Inoltre ha sempre capito quanto fosse necessario collaborare con le altre strutture delle conferenze episcopali sia con il Ccee in Europa, sia con quelle degli altri continenti". Treanor ha inoltre detto: "Convinto del contributo essenziale della fede cristiana alla concretizzazione del progetto europeo, Mons. Homeyer si era dato come obiettivo quello di istituzionalizzare il dialogo tra Chiese e UE. La Dichiarazione N°11 del Trattato di Amsterdam (1996) e l'Articolo 1-52 del Trattato Costituzionale sono in gran parte frutto delle sue discussioni regolari con i responsabili politici europei. Cercando di colmare così un vuoto costituzionale nei trattati, Mons. Homeyer non ha cercato di rivendicare privilegi per le Chiese".

 

Un pellegrino europeo. Scrive Mons. Aldo Giordano, inviato speciale della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, già segretario generale Ccee dal 1995 al 2008: "Ho avuto la gioia di incontrare spesso il vescovo Homeyer sulle strade dell'Europa, per approfondire la collaborazione tra il Ccee e la Comece. Porto in cuore il ricordo del cammino fatto insieme con circa 400 rappresentanti delle Chiese e delle Istituzioni pubbliche dei Paesi dell'Unione europea verso San Giacomo di Compostela nel 2004. Homeyer si è inserito nella schiera dei pellegrini che lungo i secoli hanno edificato l'Europa credendo nella preghiera, nel contributo unico del vangelo e nel ruolo della Chiesa nel processo di unificazione del continente. Anche nei momenti più difficili non si è arreso e ha continuato il suo cammino, portando negli incontri e nei dibattiti lo sguardo della speranza e il coraggio del dialogo".

Sir eu

 

 

 

 

"Io, cattolica, ho fatto la mia scelta. Chiesa e politica devono tacere"

 

Parla la ragazza che si è sottoposta alla prima somministrazione - Non avevo alternative, con la gravidanza avrei messo a rischio la mia vita - So cosa vuole dire rinunciare a un figlio e non è facile  - La pillola non mi spaventa, l'aborto chirurgico invece sì - di FRANCESCA RUSSI

 

BARI - Una bottiglietta d'acqua appena aperta. Tre pillole appena buttate giù. Sara è una donna sicura: non la tradiscono gli sguardi tristi che scambia con suo marito, che è voluto stare tutto il tempo con lei. Non la tradisce il viso stanco, le mani che si accavallano. Rimane sicura per tutto il tempo, jeans, camicia bianca e un maglioncino blu dove si appoggiano capelli rossi ordinati. Come ordinate sono le sue parole. Sara ha appena assunto la prima Ru486 commercializzata in Italia.

 

Come mai è arrivata a questa decisione?

"Non avevo alternative, avrei messo a rischio la mia vita. Non posso portare a termine la gravidanza, poco fa ho subito un intervento all'utero e già una volta ho perso un figlio al quinto mese per un aborto spontaneo. So cosa vuol dire, non è facile rinunciare alla maternità".

 

Ha già avuto altri figli?

"Sì, sono madre e questo rende tutto più doloroso. Se avessi potuto avrei tenuto anche questo bambino, ma proprio non posso. Avere un figlio è comunque una esperienza bellissima che auguro a tutte le donne. Abortire, a prescindere dalle motivazione, è la cosa più difficile che abbia mai fatto".

 

Perché ha scelto la pillola abortiva?

"Ne avevo sentito parlare, ma ero poco informata. Poi quando mi sono ritrovata a vivere questa situazione sulla mia pelle, ho iniziato ad indagare e tramite alcune conoscenze sono arrivata a Bari e alla clinica del dottor Nicola Blasi".

 

Ha scelto subito la Ru486?

"Sì. Sarei stata disposta ad andare ovunque, con mio marito saremmo arrivati in Francia pur di non tornare in sala operatoria. Non volevo i ferri, non volevo l'anestesia".

 

E' spaventata?

"No, non ho paura, la pillola non mi spaventa, l'aborto chirurgico invece sì. Ho scelto il metodo meno invasivo e problematico per me. Davvero sono molto serena, così almeno non sono costretta ad ulteriori sofferenze".

 

Sa che la legge prevede il ricovero per la somministrazione della pillola?

"Sì, ma una donna può firmare e lasciare l'ospedale. Io non voglio essere ricoverata, ho preso le tre pillole e vado via. Ritornerò a distanza di 48 ore in clinica. Non capisco perché se rilasciano una donna subito dopo l'aborto chirurgico, chi prende la Ru non può andare via. Perché bloccarla in ospedale per tre giorni? Non ha senso".

 

Ha sentito tutte le polemiche a questo proposito?

"Sì le ho sentite. Ogni donna deve decidere per la sua vita, poi ognuno è libero di avere opinioni differenti. La chiesa e la politica dovrebbero tacere, soprattutto gli uomini. Vorrei che una gravidanza potesse capitare a loro, così ci penserebbero meglio prima di parlare".

 

Immaginava tanto clamore in questa giornata?

"Sinceramente no, non me lo aspettavo, è capitato che le mie settimane di gestazione coincidessero con questo momento, ma se lo avessi saputo in anticipo, non sarei venuta qui. Decidere di interrompere una gravidanza, in un momento in cui è sempre più difficile avere figli, è una scelta difficile e combattuta".

 

E' cattolica?

"Sì, sono cattolica. Ma non sento che, per questo mio gesto, il Signore mi vorrà meno bene". LR 8

 

 

 

 

L'audiolibro “Il cielo capovolto”. Un prete tra gli emigrati italiani

 

ROMA - “Nei giorni scorsi è stato presentato l'audiolibro “Il cielo capovolto”, edito da Multimedia San Paolo, dedicato alla figura e agli scritti del sacerdote cremonese don Primo Mazzolari. Prodotto con il sostegno di Caritas Italiana e Centro europeo risorse umane (Ceru), l'iniziativa editoriale contiene alcuni testi di don Mazzolari letti dagli artisti Claudia Koll, Paolo Bonacelli, Vanessa Gravina, Giovanni Scifoni, Giorgio Marchesi. Il volume ha la prefazione di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e di Mino Martinazzoli, e intende mettere in risalto la figura di Mazzolari “protagonista fra i più significativi del mondo cattolico e della vita politica del Novecento che, per il suo “umanesimo in prima linea” rappresenta ancor oggi un luminoso esempio per tutti, al di là di ogni orientamento politico o religioso”. A darne notizia è Migranti Press, settimanale di informazione della Fondazione Migrantes, che pubblica alcuni testi di don Mazzolari presenti nell’audiolibro, curati da Mite Balducci e monsignor Giancarlo Perego, e relativi al tema delle migrazioni che riportiamo a seguire nella loro versione integrale.

“La dichiarazione di guerra è caduta come un fulmine in questo pacifico paese. Ad ogni stazione s’accalca la folla cosmopolita che ingombra il treno di valigie. Lo spettro della guerra è su ogni volto, in ogni parola, su ogni cosa, perché da mille finestre, ove fino a ieri sorrideva il geranio, spoltriscono al sole le loro muffe giubbe e pantaloni militari.

Fasci di fucili e di baionette salgono sul treno nelle piccole stazioni e i richiamati intonano mestamente le prime canzoni. La guerra è una necessità senza entusiasmo, senza onore. Ho una commozione nuova, porto l’augurio della pace. Pace in terra agli uomini. Poveri fratelli!

Mai ho vissuto meglio in comunione di patria e di fede. Le notizie sono di ora in ora più gravi. La chiusura degli stabilimenti ha dato l’ultimo colpo, gettando negli animi un panico che i commenti insensati aggravano. Molti operai che sono già da tempo senza lavoro sono venuti in ufficio per essere rimpatriati. E piove, una pioggia spessa, insistente, e quei poveri stracci sembrano avere anche la collera del cielo… Bauli colossali, involti di dove sogghigna la miseria, un riso stridulo di pianto come una maledizione alla guerra, la guerra che rigetta in patria senza pietà, senza sostegno, una turba di lavoratori che nel paese ospitale hanno portato o s’erano creati una famiglia, una casa, una discreta tranquillità d’esilio.

I più lieti, gli unici lieti, sono i bimbi, ma le mamme piangono lacrime che sanno, nel presentimento misterioso della sensibilità materna, più l’angoscia dell’avvenire ignoto che il distacco presente. Tornano al piccolo paese dove tante volte sono venute col pensiero memore e affettuoso e dove sognarono poter ritornare un giorno, nella letizia d’una vita meno dura, di un pane più abbondante, d’una piccola casa. Ma così, senza pane pel domani, senza casa, senza nulla oh! Così non è ritorno, è una fuga. È la guerra. Maledetta la guerra! Ma nessuno impreca. Il momento è troppo solenne, quasi sacro, un dolore che non ha colpa di soffrire così. Entrano a gruppi di famiglie entro il recinto della stazione guardata da soldati con la baionetta innestata, come se queste povere vittime avessero spiriti bellicosi. Tutti sono d’una calma rassegnata, stanca, incapace di una qualsiasi movimento di ribellione… Sento nella mia anima tutto il dolore che vedo diffuso negli sguardi, che singhiozza negli addii, che si sfoga nei baci più lunghi e amorosi. Sono tutti in treno.

Mani callose e adunche, mani tenere e sottili, delicate e forti, si allungano dai finestrini e mi stringono, mi raccolgono nell’intimità del loro addio come un amico, come un fratello. E non li vedrò più. Il treno è pronto, un fischio, un cigolio secco come uno schianto e parte.

Poi silenzio. Chi piangeva aveva già pianto. Ho detto due parole d’addio sforzandomi d’essere lieto. Ma quando fui solo, in riva al lago, ho pianto lungamente”. (aise) 

 

 

 

 

 

In corso a Milano la Conferenza delle Acli. "Sentinelle del territorio, costruttori di solidarietà"

 

E’ in corso dall'8 al 10 aprile a Milano, all'Università Cattolica del Sacro Cuore, la Conferenza Organizzativa e Programmatica delle Acli. "Sentinelle del territorio, costruttori di solidarietà" è il titolo e la traccia di riflessione della Conferenza di Milano, cui partecipano 800 tra delegati e dirigenti provenienti da tutta Italia e in rappresentanza delle Acli all'estero. Oggetto del dibattito interno: la riforma del modello organizzativo per rafforzare la presenza dei territori; l'integrazione dei servizi con le attività associative; il ruolo prioritario della formazione per la crescita degli "aclisti" sul piano dei valori e delle competenze.

L'appuntamento, che ricorre ogni 4 anni come momento di verifica sull'operato associativo e di programmazione per il futuro, si colloca "in una fase particolarmente delicata per il Paese, all'indomani di una tornata elettorale importante, ma nel pieno ancora di una crisi economica che sta segnando lacerazioni allarmanti nel tessuto sociale".

Le Acli presentano la loro proposta per un "Piano 2010-2013 contro la povertà assoluta". Per il presidente Andrea Olivero, "l'ultimo anno e mezzo vissuto accanto alle diocesi italiane, a partire da quella di Milano, a stretto contatto con i problemi dei cittadini, delle famiglie e degli immigrati, hanno contribuito a ridisegnare il volto delle Acli, mettendo sempre di più la lotta alla povertà al centro della azione e dell'identità associativa".

I lavori si si sono aperti  la mattina di giovedì 8 aprile, alle 11.00, nell'aula magna della Università Cattolica del Sacro Cuore con l'introduzione del presidente delle Acli e i saluti del rettore Lorenzo Ornaghi. Sui temi della Conferenza è intervenuto il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Quindi Mariolina Moioli, assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali del Comune di Milano; Francesco Belletti, presidente del forum delle Associazioni Familiari.

Venerdì mattina, 9 aprile, alle 11.00, nella Sala Bontadini dell'Università, la presentazione in conferenza stampa del "Piano 2010-2013 contro la povertà assoluta". Proposta elaborata dalle Acli in collaborazione con un gruppo di ricercatori coordinati da Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla Cattolica di Milano.

Sabato pomeriggio, infine, appuntamento conclusivo dalle 15.00 al Teatro Dal Verme. Tavola rotonda sul tema del contrasto alla povertà in chiave italiana ed europea. Con il sindaco di Milano Letizia Moratti; il presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese) Mario Sepi; il portavoce della Comunità di Sant'Egidio Mario Marazziti; Modera il direttore del quotidiano Avvenire Marco Tarquinio. L’intervento conclusivo sarà affidato all'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi. (aise)

 

 

 

Scandalo abusi. Germania: attivato il numero verde

 

È stato attivato il 30 marzo il numero verde allestito dalla Conferenza episcopale tedesca per fornire consulenza alle vittime di abusi sessuali in organizzazioni ecclesiastiche. "Con questa offerta vogliamo incoraggiare le vittime che si rivolgono a noi, indipendentemente dal fatto che si tratti di casi caduti in prescrizione o meno", ha detto mons. Stephan Ackermann, incaricato della Conferenza episcopale tedesca per i casi di abuso, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Treviri. "Vogliamo parlare, vogliamo sapere cosa è stato patito e stare accanto alle vittime", ha aggiunto. Mons. Ackermann ha ringraziato le vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi: "In questo modo hanno contribuito in modo sostanziale a far sì che la Chiesa in futuro ponga maggior attenzione a ciò che avviene nelle nostre istituzioni, nelle nostre scuole, nei gruppi giovanili e negli asili. Faremo il possibile per ottenere che non si ripetano abusi in istituzioni della Chiesa cattolica". Il presule ha inoltre rivolto un appello a "chi si è reso colpevole di questi atti, affinché riconosca la sua colpevolezza. Solo così si apre la via alla verità e alla riconciliazione", ha concluso.

 

 

 

 

 

Norvegia, ex vescovo ammette: "Ho abusato di un minorenne"

 

Oslo - Georg Muller si è dimesso lo scorso anno quando sono venuti alla luce gli abusi commessi 20 anni fa. S.Sede: "Dimissioni subito accettate dal Pontefice". Chiesa norvegese "sotto choc". Dal Messico nuove accuse: "In Vaticano aperti cento processi".

 

Oslo - Un ex vescovo cattolico di origini tedesche, Georg Muller, ha ammesso di aver abusato una ventina di anni fa di un minore e dello scandalo il Vaticano era stato informato da oltre un anno, ha annunciato la chiesa cattolica norvegese, dicendosi "sotto shock".

In una nota la chiesa norvegese aggiunge che l'ammissione di colpevolezza del vescovo 58enne originario di Trevi, in Germania, "e' stata la ragione delle sue dimissioni l'anno scorso dall'incarico" di vescovo di Trondheim, date ufficialmente per incompatibilita'. Stando al quotidiano norvegese 'Adresseavisen' che ha rivelato la vicenda pubblicando sul suo sito web la foto di Muller, la vittima, un piccolo cantore che oggi avrebbe una trentina di anni, ha ottenuto un indennizzo per gli abusi subiti.

"La vicenda non e' stata resa nota perche' la vittima non voleva pubblicita'", ha chiarito il vescovo di Trondheim e Oslo, Bernt Eidsvig, che in una nota diffusa oggi esprime "la vergogna" che la chiesa prova per Muller che, sottolinea, non aveva alcun incarico.

Stando al quotidiano norvegese, inoltre, l'indennizzo corrisposto alla vittima del sacerdote e' stato di 400 mila corone (oltre 50 mila euro). Nel corso dell'inchiesta interna, Muller ha ripetutamente affermato che il bambino del coro era stata la sua unica vittima.

Sulla vicenda è intervenuto oggi il direttore della Sala stampa del Vaticano, padre Federico Lombardi, il quale ha confermato le dimissioni del vescovo di Trondheim avvenute nel maggio del 2009, e ha precisato che il presule non svolge piu' alcuna attivita' pastorale nella diocesi.

Mueller e' stato alla guida della diocesi fra il 1997 e il 2009. ''La vicenda - spiega padre Lombardi in un comunicato - riguarda un caso di abuso sessuale di un minore dell'inizio degli anni '90, venuto a conoscenza delle autorita' ecclesiastiche nel gennaio del 2009''.

''La questione - prosegue il comunicato - fu affrontata ed esaminata con rapidita' tramite la nunziatura di Stoccolma, per mandato della Congregazione per la dottrina della fede. Nel maggio del 2009 il vescovo presento' le dimissioni, che vennero tempestivamente accettate dal Santo Padre, e in giugno lascio' la diocesi. Si sottopose a un periodo di terapia e non svolge piu' attivita' pastorale. Dal punto di vista delle leggi civili il caso era prescritto. La vittima, oggi maggiorenne, ha finora sempre chiesto di rimanere anonima''.

In Norvegia la comunita' cattolica conta su circa 46mila fedeli, mentre fa parte della chiesa evangelica luterana circa l'80% dei 4,8 milioni di abitanti.

Intanto, lo scandalo degli abusi sessuali da parte di preti, dopo le polemiche splose negli Usa, oltrepassa il confine e arrive in Messico dove, secondo quanto riferisce la stampa, nel corso dell'ultimo decennio sarebbero stati aperti in Vaticano circa 100 processi canonici nei confronti di accusati di abusi sessuali contro minori. Secondo quanto riportato dai mezzi d'informazione del grande Paese centroamericano, il periodo al quale si riferiscono i casi e' quello che va dal 2001 al 2010, cioe' il decennio corrispondente all'introduzione da parte della Congregazione della dottrina per la fede delle nuove norme interne per la gestione dei casi di pedofilia. Dal 2001, infatti, l'ex Sant'Uffizio sotto la guida del cardinale Joseph Ratzinger, ha avocato a se' i procedimenti aperti nei tribunali diocesani nell'ambito della pedofilia e degli abusi sui minori.  (Adnkronos 7)

 

 

 

 

Una proposta interessante su moschee e imam in Italia.

 

L’Associazione Intellettuali Musulmani, ha elaborato recentemente un progetto per la sicurezza e la gestione delle moschee e dei luoghi di culto in Italia.

Il progetto è stato elaborato insieme al Dipartimento di scienze ecclesiastiche e internazionalistiche della Università Federico II di Napoli, e vuole occuparsi della sicurezza e della trasparenza dei luoghi di culto islamici, nonché la creazione di scuole e albi per Imam.

Di albi per Imam ne aveva parlato tempo fa anche la COREIS (comunità religiosa islamica) e sarà opportuno ritornarci come argomento.

La  proposta dell’Associazione Intellettuali Musulmani, a nostro avviso, é interessante anche con riferimento ad altri luoghi di culto di confessioni senza intesa, come quella induista. Asca

 

 

 

 

Christen mit Osterlicht gegen Einsamkeit und Mißbrauch

 

Bischof Algermissen predigte an Ostern im Fuldaer Dom

 

Fulda. „Gerade weil Christen an das Licht des ewigen Osterfestes, an ein Leben nach der Katastrophe des Todes glauben, ist ihnen das Leben vor dem Tod so wichtig, können sie ihre eigenen Wunden anschauen und brauchen sie, die wehtun, nicht zu vertuschen.“ Dies stellte Bischof Heinz Josef Algermissen in einem feierlichen Pontifikalamt am Ostersonntag im Fuldaer Dom heraus. Weil Gott seine Lebensenergie in die Dunkelkammer des Grabes Jesu gebracht habe, könnten auch Christen heute in die Orte der Einsamkeit und Kälte sowie des Mißbrauchs von Menschenleben mit dem Osterlicht eindringen. „Solche Orte liegen mitunter sehr nahe, wie uns die letzten Wochen gelehrt haben“, hob der Oberhirte hervor.

 

Weil Gott bereits den Stein vom Eingang des Grabes weggewälzt habe, könnten Christen heute die Wegräumarbeit vor den Gräbern dieser Zeit leisten, und weil Gott in der Auferstehung Jesu eine Kultur des Lebens begründet habe, könnten sie begründet den Kampf gegen jedwede Todesproduktion aufnehmen, „den Kampf gegen die milliardenschwere Rüstung, an deren Skala Deutschland ganz weit oben steht, und gegen die Todesstrategien des Aushungerns der Armen dieser Welt, aber auch den gegen die Tötung des ungeborenen menschlichen Lebens und die praktizierte Euthanasie, die sich hinter dem Begriff ‚aktive Sterbehilfe’ verbirgt“. Der Osterglaube sei den Christen als kostbarstes Gut anvertraut, lasse sie menschenwürdig leben und in der Hoffnung auf die Auferstehung sterben.

 

Wer einen österlichen Christus ohne Karfreitag, einen himmlischen Jesus ohne die Abgründe des irdischen Daseins suche und sich unter Umgehung der Erde und ihrer Bedingungen auf den Himmel beziehen wolle, belüge sich und andere, hatte der Bischof zu Beginn seiner Osterpredigt betont. „Nur wer den Gekreuzigten sucht, findet den Auferstandenen, und der gibt sich seinen Jüngern bezeichnenderweise immer wieder über seine Wundmale zu erkennen.“ Algermissen kam sodann auf den Apostel Thomas zu sprechen, der unbedingt Jesu Wunden ertasten wollte. In diesem werde ein „bedrängendes Suchen spürbar“, das auch das eigene Suchen betreffe: „Ist das Leben wirklich stärker als meine Wunden, als all die Wunden, die ich in dieser Welt, aber auch in unserer Kirche wahrnehme?“ Als Beleg dafür, daß es kein Leben ohne Wunden gebe, könnte jeder Mensch aus seiner Biographie Beispiele nennen.

 

„Mit hinein in diese festliche Meßfeier am Ostermorgen gehört das Eingeständnis, daß die Enthüllungen über sexuellen Mißbrauch auch in katholischen Schulen, Einrichtungen und Gemeinden das Selbstverständnis der Kirche und das Vertrauen in sie verwundet und erschüttert haben“, stellte der Oberhirte heraus. „Notwendig sind nun Öffnen der Wunden, deren gründliche Reinigung, Läuterung und Buße.“ Das sei die Bedingung dafür, daß die österliche Verheißung, daß das Leben stärker ist als alle Wunden, nicht zur billigen Vertröstung werde.

 

Man dürfe nicht Ostern suchen ohne Karfreitag, aber auch nicht den Karfreitag sehen ohne Ostern. Es kennzeichne den christlichen Glauben, daß er die Abgründe des menschlichen Daseins nicht verdränge, sondern sich vielmehr mutig damit auseinandersetze. „Der Mensch ist Gott so viel wert, daß er selbst Mensch wurde, um mit dem Menschen mit-leiden zu können, ganz real in Fleisch und Blut“, laute ein entscheidender Ansatz von Papst Benedikt XVI. in seiner Enzyklika über die Hoffnung. Der Karfreitag sei an Ostern nicht vergessen. „Am tiefsten Punkt unserer Existenz, im Abgrund des Todes geschieht der Durchbruch ? nicht als unsere Erfindung, als unsere äußerste Fortschrittstat, sondern aus Gottes schöpferischer Treue und Liebe“, so der Bischof. Wo das „Jenseits des Todes“ als Vertröstung verdächtigt werde, da werde das Diesseits trostlos. „Denn wer tröstet dann diejenigen, die wir selbst bei bestem Willen nicht trösten können? Wer tröstet die Opfer, wer die, die leer ausgehen?“ Zweifellos gebe es eine fragwürdige Vertröstung auf das Jenseits, meinte Algermissen, aber es gebe die „noch viel fatalere Vertröstung mit dem Diesseits“. Wenn das Leben vor dem Tod alles sei, werde es zur „letzten Gelegenheit“, die man nicht verpassen dürfe.

 

Das ist laut Bischof Algermissen heute mit allen Konsequenzen der Lebenssucht und Todesangst, der Hektik und Überforderung erlebbar: „Menschen wollen dem Tod auf eigene Faust entkommen – und verfallen ihm um so sicherer.“ Man könne tun, was man wolle, man werde aus diesem gnadenlosen Kreis nie durch sich selbst herauskommen. „Wer jetzt nicht alles haben muß, weil ihm das Beste noch bevorsteht, verliert die Angst, zu kurz zu kommen“, gab er daher zu bedenken. Während der Feier der Osternacht hätten die Christen an der Osterkerze als dem Bild des Auferstandenen ihre kleinen Kerzen entzündet. Aus dem einen fast ohnmächtig erscheinenden Licht sei ein Raum der Helle geworden. „Kinder des Lichtes“ hätten sich die ersten Christen aufgrund ihrer Taufe genannt, durch die sie geboren worden seien zu einem neuen Leben jenseits des Todes. (bpf)

 

 

 

Tarcisio Bertone. Papst-Vertrauter spricht über Benedikts Seelenheil

 

Der Papst-Vertraute Tarcisio Bertone gewährt einen Einblick in das Seelenleben von Benedikt XVI. Angesichts der Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche empfinde der Heilige Vater einen "großen Schmerz". Das Kirchenoberhaupt habe "sehr gelitten" wegen der Priester, die ihrer "Mission untreu geworden sind".

Papst Benedikt XVI. empfindet nach den Worten seines wichtigsten Mitarbeiters Tarcisio Bertone „großen Schmerz“ angesichts der in den vergangenen Monaten bekannt gewordenen Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche. Der Heilige Vater habe „sehr gelitten“ wegen „dieser Priester, die ihrer eigenen Berufung und Mission untreu geworden sind“, sagte der Kardinalstaatssekretär italienischen Medienberichten vom Donnerstag zufolge.

 

Die Osterbotschaft von Papst Benedikt XVI. In seiner Osterbotschaft war Papst Benedikt XVI. nicht auf den Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche eingegangen. Das Bekanntwerden zahlreicher Fälle von sexuellem Missbrauch von Kindern durch Priester weltweit hatte die katholische Kirche in eine der tiefsten Krisen der vergangenen Jahrzehnte gestürzt. Auch der Papst selbst geriet in die Kritik.

US-Medien hatten berichtet, der damalige Kardinal Joseph Ratzinger habe in den 1990er Jahren als Präfekt der Glaubenskongregation nichts gegen einen Priester in den USA unternommen, der Jahrzehnte zuvor gehörlose Jungen missbraucht haben soll.

Unter Druck geriet der Papst auch im Zusammenhang mit der Versetzung eines pädophilen Priesters während seiner Zeit als Erzbischof von München und Freising. DW 8

 

 

 

Misstöne in der Ostermesse

 

„Das Volk Gottes wird sich nicht von dem unbedeutenden Geschwätz des Augenblicks beeinflussen lassen“, sagte Angelo Sodano am vergangenen Sonntag zu Papst Benedikt XVI - und löste bei Missbrauchsopfern Empörung aus.

Von Benjamin Lassiwe

 

Wieder war es eine Ostermesse, bei der Angelo Sodano im Mittelpunkt stand. „Heiliger Vater, das Volk Gottes ist mit dir und wird sich nicht von dem unbedeutenden Geschwätz des Augenblicks beeinflussen lassen“, sagte der Dekan des Kardinalskollegiums, als am vergangenen Sonntag die Fernsehkameras auf den römischen Petersplatz gerichtet waren. Entgegen allen Vorgaben des Zeremoniells hatte Sodano das Wort ergriffen, um zu Beginn der Messfeier Papst Benedikt XVI. im deutschen Missbrauchsskandal den Rücken zu stärken.

 

Doch statt die Wogen zu glätten, sorgte der weißhaarige Priester im scharlachroten Kardinalsornat für neue Empörung. Die Leiterin des US-Opferverbandes SNAP, Barbara Blaine, bezeichnete Sodanos Statement als „Beleidigung“ der Menschen, die als Kinder und Jugendliche sexuell missbraucht wurden, und nun um Aufklärung und Entschädigung kämpfen. Solche Reaktionen hätte der 82-Jährige durchaus vorhersehen können. Es war eine diplomatische Karriere, die den Sohn eines christdemokratischen Parlamentsabgeordneten an die Spitzen der vatikanischen Hierarchie brachte. In den 50er und 60er Jahren absolvierte er die päpstliche Diplomatenakademie, promovierte in Theologie und wirkte an den Botschaften des Vatikans in Ecuador und Uruguay.

 

Die wohl größte Herausforderung für Angelo Sodano fand sich in Chile: 1977 wurde er dort Apostolischer Nuntius, Botschafter des Heiligen Stuhls in der Zeit der Diktatur Augusto Pinochets. Kritiker werfen Sodano bis heute vor, zu den Menschenrechtsverletzungen des Diktators in der Öffentlichkeit geschwiegen zu haben. Doch Sodano half chilenischen Dissidenten bei der Ausreise; während des Besuchs von Johannes Paul II. 1987 in Chile organisierte er ein Treffen von Oppositionsvertretern mit dem Papst.

 

Die Zeit in Südamerika war offenbar karrierefördernd: Ein Jahr später wurde Sodano Außenminister des Vatikans, wenige Jahre später Kardinalstaatssekretär, eine Art Ministerpräsident des Vatikan. Als Johannes Paul II. im März 2005 sterbenskrank sein letztes Auferstehungsfest erlebte, war es der Mann aus dem Piemont, der anstelle des Kirchenoberhaupts die Messe zelebrierte. Damals galt er sogar als möglicher Papst-Nachfolger. Der verzweifelte Verteidigungsversuch vom vergangenen Sonntag hat nun allerdings dazu geführt, dass der Respekt vor dem Kardinalsdekan nicht nur in Deutschland gesunken ist. Tsp 7

 

 

 

 

Norwegen: Bischof missbrauchte Messdiener

 

Der Vatikan hat die Missbrauchsvorwürfe gegen den ehemaligen Bischof von Trondheim bestätigt. Der aus Deutschland stammende Georg Müller war wegen des Missbrauchs an einem minderjährigen Ministranten im letzten Jahr zurückgetreten. Der Missbrauch habe sich Anfang der neunziger Jahre ereignet und sei der Kirche im Januar 2009 bekannt geworden, schreibt Vatikansprecher Federico Lombardi in einem Kommuniqué von diesem Mittwoch. Der Fall sei im Auftrag der Glaubenskongregation von der Nuntiatur in Stockholm schnell aufgenommen und untersucht worden, so Lombardi weiter. Nach der raschen Entpflichtung von seinen Ämtern im Juni 2009 habe sich Müller einer Therapie unterzogen und sei nicht mehr pastoral tätig gewesen. - Nach norwegischem Strafrecht ist der Fall verjährt. Das heute volljährige Opfer wollte bisher anonym bleiben. Es handelt sich um den ersten bekannten Missbrauchsfall in der katholischen Kirche in Norwegen. (diverse 7)

 

 

 

 

Vatikan: „Stern“-Vorwürfe gegen Papst „lächerlich“

 

Der Vatikan weist die Behauptung des deutschen Magazins „Stern“ zurück, Papst Benedikt habe in seiner Zeit als Kardinal eine Untersuchung wegen Missbrauchs ad acta gelegt. Die Behauptung bezieht sich auf Vorwürfe gegen den verstorbenen Gründer der Ordensgemeinschaft „Legionäre Christi“, Pater Marcial Maciel Degollado, der unter anderem des Missbrauchs von Seminaristen beschuldigt worden war. Der Vorwurf, der heutige Papst habe die Untersuchung des Falls als Kardinal vertuscht, sei „paradox und für informierte Personen lächerlich“, so Vatikansprecher Federico Lombardi an diesem Mittwoch auf Anfrage. Schließlich habe Kardinal Joseph Ratzinger, heute Papst Benedikt, die kanonische Untersuchung des Falls Marcial Maciel ja gerade angeregt und seine Schuld bestätigt. (stern/rv 7)

 

 

 

Sodano verteidigt erneut den Papst

 

Die sexuellen Übergriffe von katholischen Priestern werden nach Worten von Kardinaldekan Angelo Sodano derzeit „als Waffe gegen die Kirche benutzt“. Eigentlicher Hintergrund der Debatte sei ein Kulturkonflikt. „Der Papst verkörpert moralische Wahrheiten, die nicht akzeptiert werden“, sagte der ranghöchste Kardinal und langjährige vatikanische Staatssekretär in einem Interview der Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ von diesem Mittwoch. Der Papst sei nicht für die Vergehen einzelner Priester verantwortlich. Sodano wörtlich: „Benedikt XVI. hat mehrfach um Verzeihung gebeten. Aber es ist nicht die Schuld von Christus, wenn Judas Verrat geübt hat.“ Sodano stellte die Angriffe gegen Benedikt XVI. in eine Reihe mit der „Offensive gegen Pius XII. wegen seines Verhaltens während des letzten Weltkriegs und schließlich jene gegen Paul VI. wegen 'Humanae vitae'“, der Enzyklika zur Sexualethik. Auch hinter den „ungerechten Attacken“ auf den amtierenden Papst stünden „Sichtweisen von Familie und Leben, die dem Evangelium zuwiderlaufen“. (kna/or 7)

 

 

 

NYT: Lost in translation?

 

Die „The New York Times“ hat sich bei ihren Anschuldigungen gegen Papst Benedikt XVI. auf mangelhafte Quellen berufen. Das geht aus einer Analyse der italienischen Zeitung „Il Foglio“ von diesem Dienstag hervor. Die „NYT“ habe sich auf eine computergestütze Übersetzung einer wichtigen Vatikanerklärung zum so genannten „Fall Murphy“ verlassen, heißt es darin. Ein Übersetzungsfehler habe letztlich zu den Vorwürfen gegen Benedikt XVI. geführt, so der Journalist Paolo Rodari, der Direktor des italienischen Blattes ist. In dem Artikel der Journalistin Laurie Goodstein von der „New York Times“ würden zwar eine italienische und eine englische Version des entsprechenden Vatikanschreibens angegeben, so „Il Foglio“. Die englische Übersetzung sei aber eine „grob entstellte“ Übersetzung der italienischen Originalversion, heißt es weiter. Jedoch stützten sich die Vorwürfe gegen den jetzigen Papst und gegen Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone auf eben diese „schlechte“ Übersetzung, so „Il Foglio“ weiter. „Bei einer korrekten Sichtung der Quelle ist eine solche Schlussfolgerung gar nicht möglich“, so Rodari weiter. (il foglio/cns 7)

 

 

 

Kommentar. Schlimmer als Mixa

 

So weit daneben gelangt hat noch nicht einmal Bischof Mixa. Und der wollte wenigstens den eigenen Laden, die katholische Kirche, aus der Schusslinie bringen, als er behauptete, die sexuelle Revolution der 68er sei "nicht unschuldig" an sexueller Gewalt gegen Kinder.

 

Selbst die eigenen Leute haben dem Ablenkungsmanöver des Augsburger Oberhirten heftig widersprochen. Was aber nun Jörg-Uwe Hahn treibt, ist – wenn der Berliner "Tagesspiegel" ihn korrekt zitiert - nur mehr eine infame Attacke auf den politischen Gegner: SPD und Grüne hätten in den 80er und 90er Jahren in der Gesellschaft "ein Klima geschaffen, das erst den Boden für solche Vorkommnisse bereitet hat".

 

Nach all den Debatten über Ursachen sexueller Gewalt gegen Kinder, über begünstigende Faktoren wie geschlossene soziale Strukturen, Macht- und Abhängigkeitsverhältnisse wirkt eine solche Schein-Analyse, als hätte sich Hahn in den vergangenen Wochen auf einer einsamen Insel befunden, abgeschnitten von jeder Information und Lektüre.

 

Seine parteipolitische Instrumentalisierung verhöhnt – hier passt das Wort – die Opfer. Denn in Hahns Melange aus Unterstellung, Ressentiment und Kolportage kommt es auf das Leid überhaupt nicht mehr an, das Kindern und Jugendlichen an verschiedenen Orten widerfahren ist, ob in kirchlichen Internaten, Reformschulen oder (weitaus am häufigsten) in ihren Familien.

 

Ausgerechnet ein liberaler Politiker, der von seinen Grundprinzipien her die Verantwortung des Einzelnen für das eigene Handeln betonen müsste, zieht ein diffus-anonymes "Klima" heran – eigentlich der Klassiker, mit dem die Täter sich entlasten: Nicht ich bin schuld, sondern die Gesellschaft. In diesem Fall ist das Argument obendrein auch sachlich mehr als fragwürdig. Zur Stütze mag Hahn auf den Ex-Kultusminister Hessens, Hartmut Holzapfel verweisen. Der SPD-Politiker soll Ende der 90er Jahre von sexuellem Missbrauch an der Odenwaldschule erfahren haben, aber nicht eingeschritten sein.

 

Abgesehen davon, dass Holzapfel dies bestreitet, sollte es bei einem Mindestmaß an redlichem Vorgehen ausgeschlossen sein, daraus gleich ein rot-grün grundiertes "Klima des Missbrauchs" zu konstruieren. Und auch der Hinweis auf – inzwischen bis zur Erschöpfung zitierte – randständige Positionspapiere aus dem Umfeld der Grünen zu einer vermeintlich libertären Haltung sexueller Kontakte zwischen Erwachsenen und Minderjährigen läuft ins Leere, weil Hahn noch die 90er Jahre einbezieht.

 

Am Ende dieser Dekade, daran sollte Hahn sich erinnern, regierte Rot-Grün seit zwei Jahren in Berlin und betrieb unter der Ägide von Familienministerin Christine Bergmann entschieden den Kampf gegen Kindesmissbrauch. Als Kombattant in diesem Feldzug würde sich der – notabene – Justizminister des Landes Hessen deutlich besser ausnehmen denn als gesellschaftspolitischer Scharfmacher.

Joachim Frank FR 8

 

 

 

 

Deutschland: „Wir müssen da durch“

 

Der Würzburger Bischof Friedhelm Hofmann hat sich für eine „innere Reinigung“ der katholischen Kirche ausgesprochen. Als eine moralische Institution müsse es sich die Kirche gefallen lassen, dass ihr Versagen benannt werde, so der Oberhirte in einem Interview mit der Zeitung „Main-Post“. „Wir müssen da durch“, so Hofmann mit Blick auf die durch die Missbrauchsfälle entstandene Krise wörtlich. Notwendig seien eine „lückenlose Aufklärung“ und das Bewusstsein dafür, dass Straftaten begangen worden seien. Vor allem aber sei der Kontakt zu den im Mittelpunkt stehenden Opfern wichtig. Es seien einzelne Täter gewesen, die sich vergangen hätten, nicht „die“ Kirche, so der Bischof weiter. „Wir müssen sehr darauf achten, dass kein Generalverdacht gegen alle Priester und Ordensleute aufkommt“, betonte Hofmann. kna 7

 

 

 

 

Die Macht der Schuld

 

Ich erinnere mich an vertraute Gespräche mit meiner Großmutter. „Man hat uns Unrecht angetan“, sagte sie und erzählte mit einer gewissen Bitterkeit von Vorkommnissen aus der Nazizeit, von Verleumdungen und Denunzierungen, von erlittenem Leid, dem kein Sinn abzugewinnen war. All dies liegt inzwischen fast vierzig Jahre zurück und meine Großmutter ist schon lange tot. An die Erzählungen erinnere ich mich nicht mehr, sehr wohl aber an den Schmerz, der bei meiner Großmutter zu spüren war.  „Warum erzählt sie mir das, was soll das. Das ist doch vorbei und das Beste ist, man denkt nicht mehr daran“, so dachte ich damals und noch lange. Ich erklärte mir den Schmerz, bei der alten Frau zu Tage trat, lange Zeit mit einer gewissen Dünnhäutigkeit, die sich im Alter einstellt. Als mir meine Großmutter von diesen Ereignissen erzählte, lagen sie bereits über dreißig Jahre zurück und ich glaube nicht, dass sie sonst mit jemandem viel darüber gesprochen hat.

 

Vor dem Hintergrund der gegenwärtigen Diskussion um die Opfer von sexuellem Missbrauch und Gewalt erhellt sich diese Erinnerung. Es scheint eine Generation vergehen zu müssen, bis Menschen, die Opfer gewisser heimtückischer Vergehen geworden sind, über ihren Schmerz zu reden beginnen und den Prozess der Aufarbeitung aktiv anpacken können. Erst wenn eine neue Generation herangewachsen ist, schafft sich die Hoffnung Platz, dass ein Weg zur Gerechtigkeit begehbar wird. Wenn das Vergehen klar ist, wie bei Mord oder Diebstahl, so ist die Sache ziemlich einfach. Was aber ist, wenn es sich um Verleumdung handelt, die schwer zu bezeugen, deren Wirkungen aber verheerend sind? Was ist mit den unaufgeklärten Verbrechen? Was ist mit Verbrechen, die von Menschen begangen wurden, mit denen man keinen Streit und keine Trennung haben will, wie im Fall von Pädagogen, Vorgesetzten und Mächtigen?

 

Hier bleibt die Schuld im Verborgenen und entfaltet über Jahrzehnte ihre zerstörerische Macht, aber nicht bei den Tätern, sondern bei den Opfern, die sich minderwertig, missachtet und wertlos vorkommen müssen und deshalb nicht selten ihren verlorenen Lebenssinn durch den Freitod besiegeln.

 

Dagegen gibt es auf der Täterseite vielfältige Mechanismen, die helfen, die begangene Schuld zu negieren, zu vergessen oder zu beschönigen. Der banalste Umgang mit Schuld ist, sie einfach zu leugnen oder zu vertuschen. Dies funktioniert so lange, bis das Gegenteil feststeht. Dann stellt sich die Aufgabe der Schuldbewältigung.

Der erste, populärste Mechanismus ist, die Schuld zu anonymisieren. Es braucht nicht viel Tiefsinnigkeit, dies zu erkennen. In der Wirtschaft werden Boni privatisiert und Fehlleistungen sozialisiert. Dies funktioniert deshalb, weil man der Meinung ist, dass Erfolge durch persönliche Leistungen verursacht werden, Misserfolge aber aufgrund schicksalhafter Vorkommnisse einfach geschehen sind. Vielfach werden die Missstände in Staat und Gesellschaft beklagt, doch die Schuld liegt immer bei den anderen oder bestenfalls bei den misslichen Umständen.

 

Ein anderer Mechanismus ist, Schuld moralisch zu überhöhen. Es musste um der guten Sache willen so gehandelt werden, es war das kleinere Übel. Und die gute Sache, oder zumindest das kleinere Übel, kann darin bestehen, den Täter und seinen Ruf zu schützen, weil dieser für eine gute Sache tätig ist. Darin steckt ein Teufelskreis, der mitunter durch beachtliche ethische Theorien verdeckt wird, die durchaus ihre Berechtigung haben können. Das Problem der dadurch entstehenden Schuld aber lösen sie nicht. Systeme mit hohen ethischen Idealen, Kirchen ebenso wie Staaten, neigen zu solchen Mechanismen.

 

In beiden Fällen, beim Anonymisieren wie beim Überhöhen, aber wird die Schuld nicht beseitigt, sondern nur hin- und hergeschoben. Wer ehrlich auf sich selbst blickt, der wird entdecken, dass diese Verdrängungsmechanismen in jedem Menschen wirksam sind. Es ist immer schwer, zu sagen: Ich habe Schuld auf mich geladen. Dieser Weg wird im Allgemeinen erst beschritten, wenn alle anderen Wege versperrt sind.

 

So spitzt sich die gegenwärtig diskutierte Frage: „Wie geschieht den Opfern Gerechtigkeit?“, wie jede Diskussion über begangenes Unrecht auf die Frage zu: Wer trägt die Schuld? Man braucht einen Sündenbock. Und das will niemand sein, denn das Schicksal des Sündenbocks ist es, jämmerlich zugrunde zu gehen.

 

Die Suche nach dem Sündenbock ist eine gruppendynamische Eigengesetzlichkeit. Sie lässt sich in Kleingruppen ebenso beobachten wie nationalen und internationalen Kommunikationsgemeinschaften. Sie ist ebenso unmenschlich wie alltäglich. Jede Schulklasse, jede Gruppierung, jede Gesellschaft entwickelt ihre Gemeinplätze für das Sündenbockmuster. In Schulklassen sind es die Schwächeren, für die Nazis, waren es die Juden, in den USA waren es lange die Schwarzen. Wie konnte es sein, dass lange Zeit über 80% der zum Tod verurteilten Schwarze waren?

 

In modernen Mediengesellschaften kommt den Medien die Aufgabe zu, auszuloten, wer als Sündenbock in Frage kommt. Der erste Versuch in dem Pädophilie-Skandal war, das System Kirche mit dem Zölibat und einer verklemmten Sexualmoral zum Sündenbock zu stempeln. Aber durch die Fakten, die durch die Wissenschaft und die Medien selbst zu Tage gefördert wurden, klärt sich, dass dieses Sündenbockmodell nicht funktioniert, denn immer mehr Fälle im nichtkirchlichen Umfeld kommen ans Tageslicht. Mögen Zölibat und Sexualmoral ihre Funktionen in dem gegenwärtigen Skandal haben, so wird doch die Suche nach dem Sündenbock weitergehen. Und sie wird immer weitergehen, solange es Menschen gibt. Die Macht der Schuld treibt die Menschen ständig in die Suche nach Sündenböcken.

 

Die Feier der Kar- und Ostertage haben den Umgang mit Sünde und Schuld zum Thema.

Jesu eigenes Todesverständnis war es, als Gottessohn für die Sünde der Menschen sein Leben zu geben und dennoch nicht im Tod verharren zu müssen. Eckhard Bieger verdeutlicht dies in seinem Beitrag „Warum musste Jesus sterben?“

Die Kirche sieht es als ihre Aufgabe an, die Wirkungen dieses Todes Jesu und seiner Auferstehung zum Heil der Menschen zu aktualisieren und zu vergegenwärtigen.

 

Wie kann dies gelingen?

Jesus macht sich durch seinen Tod, freiwillig erlitten als Gott-Mensch, für die Schuld der Menschen, selbst zum unschuldigen Sündenbock. Er will die Menschen befreien von dem Teufelskreis, immer neue Sündenböcke suchen zu müssen.

Dies kann aber nur dann gelingen, wenn sich Menschen gläubig auf die Wirklichkeit des Glaubens an Jesus Christus einlassen und wenn dieser durch Christen glaubwürdig bezeugt wird.

Wenn Vertreter der Kirche Schuld aber unreflektiert von sich weisen, wenn sie andere zu Sündenböcken stempeln wollen, wenn sie nicht den Mut haben, die Teilschuld anzunehmen und zu benennen, dann kommt das andere und das besondere der Kirche nicht zum Ausdruck. So sehr man sich gegen ungerechtfertigte Vorwürfe wehren muss, so sehr bedarf es doch der ehrlichen Gewissenserforschung und wenn nötig, des Eingeständnisses von Schuld.

 

Kardinal Lehmann schreibt in seinem Beitrag für die FAZ unter anderem, dass das Zugehen der Kirche auf die Welt große Anforderungen an die Spiritualität der Kirche stellt. Es muss in der Kirche verstärkt darum gehen, wie der Glaube an Jesus Christus der Gesellschaft und dem einzelnen hilft, andere Bewältigungsmechanismen von Schuld anzuwenden als sie zu leugnen, sie zu vertuschen oder sie irgend jemand, dem Sündenbock eben, aufzuladen.

Die Kirche weiß, dass niemand deshalb erlöst ist, weil er fehlerfrei ist (oder zumindest so tun kann), sondern weil er sich Gott zuwendet und so die Kraft bekommt, umzukehren und neu immer wieder neu anzufangen. Diese Erkenntnis aber erscheint viel zu wenig in der gegenwärtigen Kommunikationspraxis der Kirche. Die echte Suche nach den wirklich Schuldigen wird umso mehr gelingen, als Verleugnen, Vertuschen und Verschieben nicht das Sagen haben. Im Umgang mit Schuld und Sünde erscheinen aber auch bei der Kirche viel zu oft jene Mechanismen, die auch sonst in der Gesellschaft üblich sind: Verleugnen, Vertuschen, Verschieben.

Dazu braucht die Kirche aber Jesus nicht. Das theologisch-spirituelle Angebot Jesu lautet: Schuld darf keine Macht haben, Schuld kann man besiegen. Das ist für Täter und Opfer ein Trost. Der erste Schritt aber ist aus dem Teufelskreis der ständigen und unmenschlichen Suche nach Sündenböcken ist, konsequent das Leugnen, das Vertuschen, das Verschieben zu lassen. Diese Tage laden dazu ein.

Theo Hipp kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Haiti: Nuntius berichtet von Schockstarre

 

In Haiti haben die Menschen in diesem Jahr Ostern in einer sehr einfachen Form gefeiert. Nach dem schweren Erdbeben vor rund drei Monaten leben noch immer rund eine Million Menschen auf der Straße. Viele haben den Schock noch lange nicht verarbeitet. Das sagte der Apostolische Nuntius in den Karibischen Ländern, Monsignore Bernardito Auza. Unsere italienischen Kollegen von Radio Vatikan haben mit dem Nuntius in Port-au-Prince, der Hauptstadt Haitis, gesprochen.

 

„Noch immer sieht man hier viele Leute, die auf der Straße in einfachen Zelten leben. Diese Personen haben nach wie vor große Angst. Mir scheint es, als wenn sie die Angst ständig vor Augen hätten und sich der Einsturz immer wieder in ihrem Kopf abspielen würde.“

 

Diesen Menschen müsse man vor allem helfen, so Nuntius Auza. Als einen Schwerpunkt der Hilfsmaßnahmen nannte er aber auch das kirchliche Personal in Haiti. Teilweise seien diese Menschen, die selbst anderen helfen sollten, selbst noch ohnmächtig nach der schweren Katastrophe.

 

„Es gibt viele Priester, viele religiöse Männer und Frauen, die noch immer erstarrt sind nach dem schrecklichen Erdbeben, die noch immer nicht reagieren können. Aber es gibt, um da anzusetzen, Gruppen von Psychologen und Priester, die Hilfe anbieten. Die versuchen, diese Menschen zum Reden zu bewegen, sich zu öffnen. Das Erdbeben hat die Psyche der Menschen sehr tief verletzt.“

 

Die internationale Geberkonferenz hat in der vergangenen Woche vereinbart, fast zehn Milliarden Dollar für den Wiederaufbau zur Verfügung zu stellen. Für die kommenden zwei Jahre allein 5,3 Milliarden Dollar, das sind 3,9 Milliarden Euro.

(rv 6)

 

 

 

 

 

Missbrauchsverdacht. Vatikan erneut im Visier

 

Chicago. Die Vorwürfe gegen ranghohe Mitarbeiter des Vatikans, Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche vertuscht zu haben, reißen nicht ab. Wie der Anwalt eines Missbrauchsopfers aus dem US-Bundesstaat Minnesota am Montag (Ortszeit) sagte, arbeitete ein Priester in den vergangenen fünf Jahren in katholischen Schulen in Indien, obwohl er in den USA zwei Mädchen sexuell belästigt haben soll. Ein Anwalt des Vatikans sagte, die Kirche unterstütze die US-Behörden bei dem Bemühen um die Auslieferung des Geistlichen.

 

Der Priester Joseph Jeyapaul soll sich im Bistum Crookston in Minnesota zwei Mädchen unsittlich genähert haben. Bekannt wurden die Vorwürfe erst, als Jeyapaul das Land bereits verlassen hatte. Aus Gerichtsunterlagen geht hervor, dass Bischof Victor Balke die Glaubenskongregation und auch Jeyapauls Vorgesetzte in Indien 2005 über die Anschuldigungen informierte. Dabei warnte er, der Geistliche könne ein "ernsthaftes Risiko" für junge Mädchen darstellen. Der Vatikan ordnete den Unterlagen zufolge lediglich eine Überwachung Jeyapauls durch den zuständigen Bischof an, um Risiken vorzubeugen und "keinen Skandal unter den Gläubigen" auszulösen.

 

 

Mit den Vorwürfen gerät der Präfekt der Glaubenskongregation, der Kurienkardinal William J. Levada, weiter unter Druck. Levada soll Medienberichten zufolge Mitte der 90er Jahre als Erzbischof von Portland einen pädophilen Priester versetzt haben, ohne die Mitglieder der betroffenen Gemeinde zu informieren.

 

 

Auch Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone, wichtigster Mitarbeiter von Papst Benedikt XVI., soll in die Vertuschung eines Missbrauchsfalles aus den USA in den 90er Jahren verwickelt sein. Lawrence Murphy, Direktor einer katholischen Gehörlosenschule, wird vorgeworfen, zwischen 1950 und 1974 bis zu 200 gehörlose Kinder sexuell missbraucht zu haben (die FR berichtete). Ein Hilfeersuchen des im Fall Murphy ermittelnden Erzbischofs von Milwaukee, Rembert Weakland, habe dieser zwar an den damaligen Kurienkardinal Joseph Ratzinger gerichtet - aus geheimen Protokollen geht nach Informationen der Wochenzeitung Die Zeit hervor, dass der Fall vom damaligen Sekretär der Kongregation, Ratzingers Stellvertreter Bertone, gehandhabt und "vertuscht" worden sei. Murphy sei versetzt worden, ohne die Mitglieder der betroffenen Gemeinde über den Missbrauch zu informieren. (afp/dpa 7)

 

 

 

 

Arbeiten, wo andere Pilgerfahrt machen... Zivildienst in Jerusalem

 

Manuel Wenski steckt mitten in seinem Zivildienst – und hat sich dafür einen ganz besonderen Ort ausgesucht – Jerusalem. Anders als viele Osterpilger wollte er die Stadt und vor allem die Menschen ganz intensiv kennenlernen, reichhaltige Erfahrungen im Spannungsfeld der verschiedenen Religionen und politischen Herausforderungen sammeln. Im Gespräch mit Radio Vatikan erklärt der Freiburger, warum er sich für den sozialen Dienst in der evangelischen Erlöserkirche in der Jerusalemer Altstadt entschieden hat:

 

„Es war klar, dass ich meinen Zivildienst leisten muss. Und da dachte ich: Dann aber dort, wo ich am meisten mitnehmen kann! Dazu kam, dass ich stark auf der Suche war nach diesem Fünkchen, das den Glauben noch abrundet. Und Jerusalem ist die Stadt, wo man sich diese Glaubensabrundung sehr gut vorstellen kann. Inzwischen bin ich hier auf einem guten Weg und merke, dass es die richtige Entscheidung war.“

 

Neben den reichhaltigen Eindrücken ringsum stehen Tag für Tag ganz verschiedene Dienste in der Gemeinde auf dem Programm:

 

„Wir haben hier einen Kreuzgang, der gepflegt werden muss. Wir veranstalten im Sommer wieder monatlich Konzerte, die organisiert werden müssen. Wir haben eine Gemeinde in Latrun, wo wir einen Kindergottesdienst gestalten. Da kommen viele Kleinigkeiten zusammen.“

 

Christ sein bedeutet in Jerusalem keine Außenseiterrolle, so die Erfahrungswerte des Zivildienstleistenden, obwohl die Christen in Israel in der Minderheit sind:

 

„Eigentlich ist es ganz angenehm. Denn die Juden sind so auf die Moslems und die Moslems wiederum so auf die Juden fixiert, dass wir so ein bisschen einen Joker haben. Wir kommen vielerorts leichter rein, als die anderen, zum Beispiel. Wir werden als Christen akzeptiert. Und trotzdem würde ich in der Altstadt nicht mit einem riesigen Kreuz um den Hals spazieren gehen. Ich weiß für mich, dass ich Christ bin, und muss das nicht großmächtig nach außen tragen.“ (rv 6)

 

 

 

Norwegen. Früherer Bischof gesteht Missbrauch eines Kindes

 

Der aus Volkesfeld in der Eifel stammende ehemalige Bischof der norwegischen Stadt Trondheim, Georg Müller, hat den sexuellen Missbrauch eines Kindes vor 20 Jahren gestanden. Dies sei der Grund für den Rücktritt Müllers vor einem Jahr gewesen, teilte dessen Nachfolger, Bischof Bernt Eidsvig, am Mittwoch auf der Internetseite der katholischen Kirche in Norwegen mit. Die Glaubenskongregation des Vatikans habe ihn damit beauftragt, den Vorfall öffentlich zu machen.

Der Heilige Stuhl habe Ende Januar 2009 erfahren, dass der heute 58 Jahre alte Bischof Müller beschuldigt wurde, seinerzeit noch als Pfarrer ein Kind sexuell missbraucht zu haben, hieß es. Die Nuntiatur in Stockholm habe die Angelegenheit untersucht. Als Müller mit den Vorwürfen konfrontiert worden sei, habe er den Sachverhalt zugegeben und sei zurückgetreten. „Bischof Müller hat sich daher seit seinem Rücktritt einer Therapie unterzogen und übt weder bischöfliche noch pastorale Aufgaben aus“, erklärte Eidsvig. Müller habe beteuert, dass es sich um einen einmaligen Fall gehandelt habe, sagte der Bischof. Bisher sind der Kirche zufolge keine weiteren Opfer bekannt. Das missbrauchte Kind sei von der Kirche entschädigt worden, auch wenn der Fall nach norwegischem Strafrecht verjährt sei.

Dem Südwestrundfunk zufolge handelt es sich um einen Chorknaben aus Norwegen. Eidsvig sprach dem Opfer sein Mitgefühl aus. Müller habe „gegen alle geltenden Richtlinien und die Versprechen, die er abgelegt hat, verstoßen.“ Faz.net 7

 

 

 

Missbrauch. Vatikan: Verstimmt über neues Altmaterial

 

Im Vatikan ist man verstimmt über Berichte der deutschen Wochenzeitung „Die Zeit“. Diese zitiert auf ihrer Homepage aus Akten zum Fall des pädophilen US-Priester Lawrence Murphy aus den neunziger Jahren. Aber anders als die „New York Times“ in den letzten Wochen nimmt sie dabei nicht den jetzigen Papst selbst ins Visier, der damals die vatikanische Glaubenskongregation leitete. Stattdessen erweckt „Die Zeit“ den Eindruck, der jetzige Kardinalsstaatssekretär Tarcisio Bertone, damals zweiter Mann an der Glaubenskongregation, habe den US-Fall 1998 vertuscht. Auch der jetzige Präfekt der Kongregation, der US-Kardinal William Levada, gerät in der „Zeit“-Darstellung ins Zwielicht. Zwar wird Papst Benedikt in der neuen Lesart des alten Materials deutlich entlastet. Die „Zeit“-Version stützt auch die Vatikan-Hinweise, dass der Fall Murphy damals auf Vatikanseite von Erzbischof Bertone behandelt wurde. Ärgerlich ist man im Vatikan aber darüber, dass die „Zeit“ keineswegs neues Material bietet, sondern längst bekannte Dokumente „aufwärmt“. Auf diese Dokumente ist der Vatikan in den letzten Wochen schon äußerst ausführlich eingegangen – etwa Kardinal Levada in einem langen und detaillierten Statement. „Die kommen mit Verspätung“, sagt Vatikansprecher Federico Lombardi über das „Zeit“-Dossier nach Angaben der Nachrichtenagentur ansa. Der Jesuitenpater glaubt auch, dass „um jeden Preis versucht“ werde, „irgendwelche Vertuschungs-Mechanismen oder Tricks herauszufinden, die es gar nicht gab“.

 

„Nur 0,03 Prozent“ - „Die Zahl von US-Priestern, die in Pädophilie-Fälle verwickelt sind, liegt unter 0,03 Prozent.“ Darauf macht der italienische Dienst von Radio Vatikan aufmerksam. Unter Berufung auf einen US-Regierungsbericht von 2008 erklärt er weiter, über 64 Prozent aller Missbrauchsfälle ereigneten sich im familiären Umfeld, zehn Prozent hingegen in der Schule.

 

Papst auch wegen Lebensschutz im Visier der Medien - Der frühere vatikanische Justizminister Kardinal Julian Herranz sieht die Angriffe auf Papst Benedikt XVI. auch in Zusammenhang mit dessen Eintreten für den Lebensschutz. Die internationalen Medien hätten das Oberhaupt nicht nur wegen pädophiler Priester ins Visier genommen, sondern auch wegen „der Verteidigung ethischer Werte, angefangen mit dem Nein zur Abtreibung“, sagte der spanische Kardinal in einem Interview der italienischen Tageszeitung „La Repubblica“ (Dienstag). Die Affäre um Geistliche, die ihre priesterlichen Gelübde verraten hätten, bedeute für Benedikt XVI. „ein unsägliches, bitteres, tiefes Leiden“, sagte Herranz. Die Kar- und Ostertage seien für die Kirchenleitung eine „sehr durchlittene Heilige Woche“ gewesen. „Aber der Heilige Vater hat sie mit großer Stärke durchlebt, gestützt von einem außergewöhnlichen Glauben“, so der 80-jährige Opus-Dei-Kardinal.

 

Irland/Großbritannien/Schottland: „Schande und schwere Verfehlungen“ - Angesichts des Missbrauchsskandals hat die Kirche von Irland, Großbritannien und Schottland Fehler eingestanden und die Opfer erneut um Entschuldigung gebeten. „Mir wird bewusst, dass ich mich selbst – nicht gewollt und nicht bewusst – von dieser Kultur in unserer Kirche und Gesellschaft habe beeinflussen lassen.“ Das sagte der irländische Primas, Bischof Séan Brady, nach Angaben von BBC in seiner Osterbotschaft. Seine „größte Sorge“, so der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz weiter, gelte „ab jetzt der Sicherheit und dem Schutz vor allem der Kinder und verletzlichsten Mitglieder der Kirche“. In den letzten Wochen waren im Zusammenhang mit Missbrauchsfällen in der irischen Kirche Rücktrittsforderungen an den Bischof von Armagh gerichtet worden. Brady hatte einen Rücktritt jedoch abgelehnt. Auch der Primas von Großbritannien und Wales, Erzbischof Vincent Nichols, gestand in seiner Osterpredigt „schwerwiegende Verfehlungen“ der Kirche ein. „Wir erkennen unsere Schuld und unser Bedürfnis nach Vergebung an“, sagte Nichols in der Kathedrale von Westminster nach BBC-Angaben. Reue zeigte auch der Erzbischof von Edinburgh, Kardinal Keith O’Brien. „Jeder Katholik, der von diesen Verbrechen gegen Kinder wusste und nichts getan hat, um sie bekannt zu machen, stürzt uns alle in Schande“, sagte der Primas von Schottland anlässlich der Osterfeierlichkeiten in seiner Diözese.

 

Frankreich: Bischöfe verteidigen den Papst - Zahlreiche Oberhirten haben sich auch in Frankreich in ihren Kar- und Osterpredigten hinter Papst Benedikt gestellt. Gleichzeitig betonten sie aber auch ihre Entschlossenheit, Fälle von sexuellem Missbrauch im kirchlichen Raum nicht zu vertuschen. Der Erzbischof von Rouen, Jean-Charles Descubes, erklärte bei einer Messe, in seinem Erzbistum seien zwei Priester derzeit der Pädophilie beschuldigt. Er nannte auch ihre Namen, damit – so wörtlich – „jetzt keine ungesunden Gerüchte entstehen“. Kardinal Jean-Pierre Ricard von Bordeaux räumte ein, die Kirche habe in der Vergangenheit gelegentlich Missbrauchsfälle vertuscht. Dabei sei es aber nicht nur darum gegangen, „das Image der Kirche nicht zu beschädigen“; vielmehr hätten häufig die Familien der Opfer um Vertraulichkeit gebeten.

 

Schweiz: Kritik aus Kirchenkreisen - Die Äußerungen Kardinal Angelo Sodanos sind auch in der Schweiz auf Kritik gestoßen. Sodano hatte zu Beginn der Ostersonntagsmesse seine Solidarität mit Papst Benedikt bekundet und die aktuelle Debatte zum Missbrauch in der Kirche als „Geschwätz des Augenblicks“ bezeichnet. Dies sei eine „Beleidigung der Opfer und eine unangemessene Haltung gegenüber der Kritik“, kritisierte der Schweizer Theologe Erwin Koller die Aussagen Sodanos. Gegenüber der Sendung „Tagesschau“ des Schweizer Fernsehen. Die Kirche müsse sich den schweren Verfehlungen stellen. Koller forderte ein „Mea culpa des Papstes“. Die Medien leisteten im Zusammenhang mit dem Missbrauchsskandal eine wichtige Aufklärungsarbeit, reagierte auch Willi Anderau, der Regionalobere der Deutschschweizer Kapuziner und Präsident des Katholischen Mediendienstes, auf die Medienkritik des Vatikans. Sodano beleidige „all jene Kirchenmitglieder, die sich um Transparenz und Aufklärung bemühen“, so Anderau gegenüber der Tagesschau. Durch die Vertuschungsversuche solidarisiere sich die Kirche mit der Täterseite statt mit den Opfern.

 

Italien: „Mehr Verständnis für den Menschen“ - Der italienische Kulturminister Sandro Bondi macht sich Gedanken um die Kirche. In einem Beitrag für die regierungsnahe Zeitung „Il Giornale“ schreibt Bondi, die Kirche finde sich derzeit an einem Scheideweg. Statt vor allem zum Beachten moralischer Regeln aufzurufen, könne sie jetzt „mutig neue Horizonte für den Klerus und die Gläubigen aufreißen“, indem sie „mehr Verständnis für den Menschen entwickelt, für seine Leiden und seine ungehörten Fragen“. Der frühere kommunistische Bürgermeister und Hobbydichter Bondi ist jetzt „Koordinator“ der Mitte-Rechts-Regierungspartei „Volk der Freiheit“ von Ministerpräsident Silvio Berlusconi. Vom „Giornale“, das Berlusconis Familie gehört, waren im letzten Jahr scharfe Angriffe auf Italiens katholische Kirche ausgegangen. (Agenturen 6)