Notiziario religioso 9-11 Aprile
2010
Venerdi 9 aprile. Il commento al Vangelo. «E' il Signore!»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 21,1-14) commentato da P. Lino Pedron
1 Dopo questi
fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si
manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro,
Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri
due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero:
«Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in
quella notte non presero nulla.
4 Quando già era
l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era
Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da
mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro:
«Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e
non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel
discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena
udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era
spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la
barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non
erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a
terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e
del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un pò del pesce che avete preso or ora».
11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di
centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò.
12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei
discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il
Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il
pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si
manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede
pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all’incontro personale
con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21
ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del
mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la
medesima sorte (cfr 21,29).
Il ritorno dei
discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela
un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo
della croce. Ma l’esperienza con il Risorto, vissuta
in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere
sempre in qualsiasi tempo e circostanza.
Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con
gradualità il suo mistero e la loro vocazione.
Pietro è il primo
del gruppo ad essere nominato. E’ lui che prende
l’iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente.
Il loro numero di
"sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra
simbolica dell’universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il primo
seme della Chiesa che viene sparso tra le nazioni
pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l’insuccesso è totale e non prendono nulla.
Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire
nella missione e portare frutti nella Chiesa.
Sul far del
giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro
incontro, ma loro non lo riconoscono. L’"alba" in cui agisce Gesù è
l’opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel
linguaggio biblico, è il momento dell’intervento straordinario di Dio (cfr Es
24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza
nella comunità ecclesiale.
E’ spuntato il
nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa: "Gettate la rete
dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a). Il risultato è una
pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non riuscivano più a tirare su
la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).
Allora il
discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E’ il Signore!". Pietro non discute minimamente l’intuizione di fede del suo
compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare:
è l’uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver visto,
ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete piena di
pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.
Per ordine di
Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la
rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatrè grossi pesci.
Dietro a questo numero c’è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann:
"L’esegesi della Chiesa antica aveva ragione quando intuiva che dietro a
quel numero c’era qualcosa di misterioso; è particolarmente degno di nota
quanto dice Gerolamo a proposito di Hes. 47,9-12, che
gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci; inoltre, si
poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a 17, o come
numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa
perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e
misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11)
e tutti si raccolgono nell’unica rete della Chiesa universale, che può
accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come
pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su
comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).
La pesca è seguita
da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo,
parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all’Eucaristia, momento
vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità
rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo dell’Eucaristia,
ossia dono della sua vita (cfr Lc 24,30.41-43; At
1,4).
Solo nell’ascolto
della parola del Signore e nell’incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa
rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù:
"Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).
Sabato 10 aprile. Il commento al Vangelo. Gesù appare più volte
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mc 16,9-15) commentato da P. Lino Pedron
9 Risuscitato al
mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni. 10 Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in
pianto. 11 Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
12 Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano
in cammino verso la campagna. 13 Anch'essi ritornarono ad annunziarlo agli
altri; ma neanche a loro vollero credere.
14 Alla fine
apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li
rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano
creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
15 Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo
ad ogni creatura.
L’apparizione del
Risorto a Maria di Magdala è un riassunto dei versetti 11-18 del capitolo 20 di Giovanni. Per caratterizzare la figura della
Maddalena, l’autore ricorre al testo di Luca (8,2), dove è detto che Gesù scacciò da lei sette demoni. Da tale notizia non è lecito
dedurre che Maria fosse una grande peccatrice, ma piuttosto che era affetta da
grave malattia, dalla quale Gesù l’aveva guarita.
Particolarmente
stringato è il riassunto della storia dei due discepoli in cammino verso
Emmaus, tratto dal capitolo 24 di Luca.
All’evangelista interessa, anche questa volta, solo il fatto che i discepoli
non credettero al racconto dei compagni.
Infine l’autore
ricorda l’apparizione di Gesù agli Undici, riferendosi chiaramente al racconto
di Luca (24,36-43). In questo brano viene denunciata
pesantemente la mancanza di fede dei discepoli (vv. 11.13.14).
Gli apostoli passano dal dubbio alla fede sotto l’urto delle manifestazioni di
Gesù.
La fede nella
risurrezione non è una scoperta umana, ma il prodotto di un annuncio fatto a
noi da Dio mediante angeli o inviati vestiti di bianco (colore delle vesti del
paradiso), e attraverso l’incontro diretto, visibile e palpabile con il diretto
interessato, il Cristo risorto.
La risurrezione di
Cristo (e la nostra futura risurrezione) è corporea, come lo fu anche la sua
morte. La prova è il sepolcro vuoto, testimoniata da tutti e quattro i vangeli,
ma soprattutto l’incontro con il Risorto, che non è un fantasma, ma ha carne e
ossa, come hanno potuto constatare i discepoli, e che
mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (cfr Lc 24).
Gesù, il Nazareno crocifisso, è risorto. Questa è la parola fondamentale
della fede cristiana.
Le ultime parole
di Gesù: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni
creatura" (v. 15) mettono in risalto l’attività missionaria della Chiesa.
Nel regno universale di Cristo, che abbraccia il cielo e la terra, viene sparso il seme della Parola. La missione della Chiesa
è necessaria per volontà di Dio, che ha risuscitato
Gesù Cristo dai morti.
Domenica 11 aprile. Il commento al Vangelo. “Metti qua il tuo dito e guarda
le mie mani”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 20,19-31) commentato da P. Lino Pedron
19 La sera di
quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del
luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò
in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 20 Detto
questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il
Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!
Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». 22
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non
li rimetterete, resteranno non rimessi».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro
quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri
discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse
loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel
posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni
dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne
Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi
disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo
ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che
pur non avendo visto crederanno!».
30 Molti altri
segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non
sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché
crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e
perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Dal mattino di
Pasqua si passa alla sera di quello stesso giorno. Solo Giovanni racconta che
Gesù apparve in mezzo ai suoi entrando a porte chiuse. Essi stavano chiusi nel
cenacolo per paura dei giudei. I discepoli temono di subire rappresaglie, per
questo vivono nel terrore.
Gesù entra nella
casa a porte chiuse, perché il corpo del Risorto ha qualità sovrumane e può
superare ostacoli insormontabili all’uomo.
Il Signore,
mostrandosi ai discepoli, rivolge loro il saluto
messianico : "Pace a voi!" (v. 19). Sulle labbra del Risorto questa
espressione, tanto comune tra gli ebrei, acquista un significato particolare: è
l’augurio della salvezza operata dal Redentore.
"E detto
questo mostrò loro le mani e il fianco" (v. 20)
per far vedere le ferite dei chiodi e del colpo di lancia. Giovanni è l’unico
che parla del colpo di lancia che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce.
Con la sua
risurrezione Gesù ha mostrato di essere vero Dio, padrone della vita e della
morte: egli è veramente il Signore, Iahvè. I discepoli si rallegrarono proprio
perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Iahvè.
Dopo aver dato
loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione
di essere suoi messaggeri. L’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato
a quello di Gesù da parte del Padre (v. 21). Si tratta quindi di una
consacrazione divina dei discepoli di essere gli
annunciatori del Risorto: per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito
Santo (v. 22).
Questo soffio di
Gesù risorto richiama l’azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di
Adamo l’alito della vita (Gen 2,7). Secondo l’oracolo di Ezechiele 37,9, lo
Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su
di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l’uomo nuovo,
il popolo dei salvati inviato nel mondo per annunciare
il messaggio della salvezza evangelica.
Con il dono dello
Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di
rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (1Gv
1,9) per mezzo del sangue di Gesù (1Gv 1,7). Questo potere di perdonare i
peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cfr Mc 2,5-10). Il giorno della sua
risurrezione Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v. 23).
Giovanni, dopo
aver descritto il primo incontro di Gesù con i suoi la sera
di Pasqua, si premura di precisare che Tommaso era assente quando venne Gesù
(v. 24). Quest’uomo molto concreto (cfr Gv 11,16; 14,5) vuol vedere con i suoi
occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il
segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la
mano nella ferita del costato. Questa frase dell'apostolo è aperta dal verbo
vedere e chiusa dal verbo credere. Egli dichiara
apertamente: "Se non vedo e non tocco, non credo".
Nella seconda
apparizione ai discepoli nel cenacolo, otto giorni dopo, Gesù, dopo aver
salutato gli amici col dono della pace, si rivolge all’apostolo non credente
esortandolo a toccare le sue ferite per credere. In questo invito il Signore
prende quasi alla lettera le parole di Tommaso, tralasciando la frase sul
vedere, perché l’apostolo ha davanti a sé il Signore.
L’esortazione del
Signore a non essere incredulo, ma credente, trova la
risposta nella professione di fede di Tommaso che riconosce in Gesù il Signore
Dio. L’aggettivo "mio" davanti a Signore e Dio denota un accento
d’amore e di appartenenza.
Nella sua replica
alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo ai futuri discepoli che non si
troveranno nelle condizioni dell’apostolo, perché non avranno la possibilità di
vedere il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono
proclamati beati (v. 29). La frase di Gesù a Tommaso contiene un velato
rimprovero perché la fede pura dovrebbe prescindere dal vedere e dal toccare.
Tuttavia nel passo
conclusivo del suo vangelo, Giovanni dichiara che i segni operati dal Cristo
non sono inutili, anzi essi devono favorire la fede. L’evangelista dichiara che
la raccolta dei segni rivelatori di Gesù contenuti nel suo libro è incompleta e
parziale (v. 30). Lo scopo della raccolta dei segni operati da Gesù, cioè lo
scopo del vangelo, è suscitare e rafforzare la fede nel Messia, Figlio di Dio
(v. 31).
L’effetto
salvifico di questa adesione al Cristo, Figlio di Dio,
è il possesso della vita divina, mediante la sua persona.
Le ultime parole
di Gesù: "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno"
costituiscono il vertice delle apparizioni del Cristo risorto ai discepoli. Il
messaggio di questa beatitudine evangelica è importante per tutti i cristiani
di tutti i tempi. Alcuni di essi cercano, con una bulimìa insaziabile,
apparizioni, prodigi, messaggi celesti. La Costituzione Dogmatica del Concilio
Vaticano II sulla Divina Rivelazione ricorda autorevolmente che non ci si deve
aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del
Signore (DV, 4).
Dio si è
manifestato in modo autentico nella sacra Scrittura, che rappresenta la regola
suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita
del popolo di Dio (DV, 21).
Preti pedofili, Famiglia Cristiana: «Il Papa agisce, gli Stati no»
La Danimarca va
verso l'obbligo di denuncia dei religiosi responsabili di
abusi. Si indaga su nuovi casi in Nuova Zelanda
ROMA - Continuano
le polemiche sullo scandalo dei preti pedofili. Mentre in Danimarca si va verso
l'obbligo di denunciare chi si è reso responsabile di tali reati e in Nuova
Zelanda si indaga su nuovi casi di abusi, Famiglia
Cristiana scende in campo in difesa del pontefice e scrive: «Il Papa agisce,
gli Stati no».
La posizione di
Famiglia Cristiana. «Quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell'abuso
sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza?» si chiede
polemicamente il settimanale nel'articolo in cui sono
riassunte tutte le iniziative della Chiesa di Benedetto XVI, «per scovare,
denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e
perseguendolo esplicitamente». Pur invitando alla «tolleranza zero», il diffuso
settimanale cattolico rileva che «lo scandalo mediatico scatenato sui preti
pedofili in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di
malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti
immorali e illegali», e aggiunge: «è ora di reagire sul piano della realtà e
dire le cose come stanno davvero». Il settimanale ricorda tra l'altro come
«importanti studiosi internazionali di sociologia applicata alle religioni»
abbiano «dimostrato che tra i pastori protestanti la percentuale di condannati
per abusi sui minori è doppia di quella tra i sacerdoti cattolici (che negli
ultimi 50 anni sono stati un centinaio negli Stati
Uniti e altrettanti nel resto del mondo: anche se fossero soltanto due
sarebbero già comunque due di troppo) ed è addirittura dieci volte più alta fra
i professori di ginnastica e gli allenatori di squadre sportive giovanili».
Anche per questo si chiede «quale altra confessione religiosa» sia mossa come
la Chiesa cattolica per combattere e sradicare il fenomeno.
Danimarca, verso
l'obbligo di denuncia dei preti pedofili. Il governo danese ha deciso di
istituire una commissione per valutare la possibilità dell'obbligo di
denunciare i preti pedofili. Stabilirà anche quali diritti le vittime possano
avere per ottenere aiuti e risarcimenti. La Chiesa cattolica danese ha intanto
deciso di favorire il lavoro d'inchiesta di un avvocato al di
sopra delle parti che accerti la portata dei casi di pedofilia esistenti
al suo interno. Contemporaneamente la Chiesa ha annunciato che d'ora in poi
denuncerà ogni caso di violazione della legge che possa essere indagato dalla
polizia. La Chiesa cattolica danese aveva affermato in un primo tempo di non
voler aprire alcuna indagine e in seguito di volerlo fare solo al proprio
interno chiedendo alle vittime di fornire ogni informazione.
La Chiesa
cattolica in Nuova Zelanda sta investigando su cinque nuove denunce di abusi
sessuali su bambini da parte del clero, risalenti ad almeno 20
anni fa, e ha incaricato delle indagini l'ex commissario di polizia John
Jamieson, che ha già esaminato 35 altri casi emersi negli ultimi cinque anni.
Jamieson ha precisato che i cinque interessati non vogliono rivolgersi alla
polizia e hanno fornito informazioni alla chiesa in via
confidenziale. «Questi cinque casi sono nuovi», ha detto, e alcuni dei presunti
colpevoli sono ancora vivi e in Nuova Zelanda. La Chiesa gli ha affidato
l'incarico sin dall'inizio per assicurare che le denunce fossero trattate in
modo appropriato e che gli interessati fossero soddisfatti della procedura.
Jamieson ha raccomandato che ogni presunta vittima denunci alla polizia le
attività criminali, ma ha riconosciuto che alcuni non vogliono che la polizia
indaghi sui loro casi. Domenica scorsa l'arcivescovo neozelandese John Dew, in
una lettera ai parrocchiani, ha ammesso che le accuse di pedofilia hanno messo in crisi la Chiesa, chiedendo scusa per
«l'umiliazione e l'imbarazzo» causati dalle continue notizie di abusi del clero
su minori in diversi Paesi. A peggiorare la situazione molti casi sono stati
condotti male, ha detto il prelato, ma è ancora possibile superare la crisi.
Bertone: «Per Papa
è un dolore molto grande».
È «un dolore molto
grande» quello del Papa per i casi di pedofilia nel clero, ma la Chiesa
cattolica «ha la forza interiore» per portare avanti la propria missione per
«un mondo e un'umanità nuovi»: dall'estremo sud del
Cile del post-terremoto, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato
Vaticano, ha così risposto alle domande dei cronisti sulla questione degli
abusi. «Il Santo Padre ha sofferto molto, così come d'altronde noi pastori, per
questi casi di sacerdoti infedeli, non fedeli alla propria vocazione e
missione», ha precisato. IM 8
Bertone sullo scandalo pedofilia. "Per il Papa è un grande dolore
"
PUNTA ARENAS
(CILE) - È «un dolore molto grande» quello del Papa per i casi di pedofilia nel
clero, ma la Chiesa cattolica «ha la forza interiore» per portare avanti la propria
missione per «un mondo e un’umanità nuovi»:
dall’estremo sud del Cile del post-terremoto, il cardinale Tarcisio Bertone,
segretario di Stato Vaticano, ha così risposto alle domande dei cronisti sulla
questione degli abusi.
Nella sua seconda
giornata di una lunga visita nel Paese, e qualche ora dopo un colloquio alla
Moneda con il presidente Sebastian Pinera, il cardinale Bertone è giunto nella
lontana Punta Arenas, a circa 2mila km da Santiago. Appena sceso dall’aereo, ha
risposto, in spagnolo, alle domande della stampa locale e dell’agenzia Ansa.
«Il Santo Padre ha sofferto molto, così come d’altronde noi pastori, per questi
casi di sacerdoti infedeli, non fedeli alla propria vocazione e missione», ha
precisato.
Prima di lasciare
l’aeroporto, Bertone ha risposto ad una domanda sulla
recente intervista all’Osservatore Romano nella quale il cardinale Angelo
Sodano ha rilevato che «dietro gli ingiusti attacchi» al Pontefice ci sono
«visioni della famiglia e della vita contrarie al Vangelo»: sono parole, ha
precisato Bertone, che rappresentano una difesa «molto chiara» del Papa. Quello
di Benedetto XVI, ha infine ricordato, è oggi un messaggio molto forte: come
dimostrano per esempio «i molti giovani universitari cinesi che vanno sul sito
web del Vaticano, dove prendono i discorsi e le encicliche del Pontefice». Un fenomeno, ha concluso il segretario di Stato, «molto
interessante». LS 8
La Pasqua insieme. A Oriente e Occidente nel 2010
Negli anni 2010,
2011 e 2014, le Chiese di Oriente e di Occidente celebreranno la Pasqua lo
stesso giorno. Si tratta di una coincidenza particolare perché all'interno del
cristianesimo vi sono due regole differenti a seconda che si usi il calendario
gregoriano (cattolici e protestanti) o quello giuliano (ortodossi). Queste due
regole in alcuni anni danno la stessa data (e quindi tutti i cristiani
festeggiano la Pasqua nello stesso giorno), in altri anni
date differenti. Quest'anno la data dunque coincide.
La ricerca
ecumenica. La ricerca di una comune data per la celebrazione della Pasqua è
stata lunga e difficile, soprattutto oggetto di studio per molti anni. Una
Commissione di studio appositamente creata dalle
Chiese ortodosse si è riunita nel 1977 a Chambésy. Venti anni dopo, nel 1997,
il Consiglio Mondiale delle Chiese, in collaborazione con la Chiesa
siro-ortodossa e il Consiglio delle Chiese in Medio Oriente ha organizzato una
consultazione ad Aleppo, in Siria, dove teologi di varie Chiese (cattolici,
protestanti e ortodossi), hanno elaborato una proposta che va sotto il nome
ancora oggi di "documento di Aleppo". Nel documento, le Chiese
propongono di calcolare la data della Pasqua seguendo le norme del primo
Concilio ecumenico di Nicea: e cioè di celebrare la Resurrezione di Cristo la
prima domenica seguente la luna piena dopo l'equinozio di primavera. Nel
documento di Aleppo si suggerisce anche di calcolare le date astronomiche
avvalendosi dei metodi scientifici più precisi possibili; e di servirsi come
base per il calcolo del meridiano di Gerusalemme.
Ultimo summit in
Ucraina. Lo scorso anno si è svolto a Leopoli in Ucraina un importante
seminario internazionale ed ecumenico che ha riunito nella Università
cattolica di Ucraina teologi e studiosi rappresentanti delle Chiese cristiane.
Al termine del colloquio è stato diffuso un comunicato finale nel quale i
partecipanti affermano che il documento di Aleppo può rappresentare "un
passo concreto e reale" ma si dicono anche "consapevoli che il
problema principale non sta nei calcoli". Il problema -
si legge nel comunicato - va piuttosto ricercato nella "complessità delle
relazioni e nella mancanza di fiducia tra le diverse denominazioni cristiane a
causa delle lunghe divisioni. È questa una delle principali ragioni
della difficoltà ad accettare le diverse proposte di soluzione. È pertanto necessario un lavoro di comprensione reciproca e di
riconciliazione". Per queste ragioni a Leopoli venne anche lanciato
l'invito alle Chiese di sfruttare le occasioni di Pasqua comuni per avvicinare
le comunità.
In Francia. A
Parigi, i cristiani dell'Ile-de-France si sono dati
appuntamento domenica 4 aprile a place de La Défense per "annunciare
insieme la Resurrezione di Cristo e confessare la loro fede in maniera gioiosa
e unita". "Quest'anno - si legge nella presentazione dell'iniziativa
ecumenica - una concordanza di date permette ai cristiani anglicani, armeni,
battisti, cattolici, evangelici, luterani, ortodossi, riformati, di festeggiare
la Pasqua nello stesso giorno". Ad accogliere i fedeli ci saranno i
vescovi cattolici dell'Ile-de-France con il card. arcivescovo di Parigi André
Vingt-Trois; il metropolita Emmanuel, presidente della Conferenza dei vescovi
ortodossi di Francia, il metropolita Zakarian, primate della
Chiesa apostolica armena di Francia, i pastori Marie-France Robert,
Jean-Charles Tenreiro, Stuart Ludbrook e gli altri responsabili della Chiese
cristiane.
In Italia.
"L'augurio di lasciare da parte le preoccupazioni e le amarezze quotidiane
delle vita e di vivere una Pasqua di consolazione, di
coraggio e di forza". È l'augurio di Pasqua rivolto ai 900 mila fedeli
ortodossi romeni che secondo le stime dell'ambasciata romena vivono nel Paese e
che si apprestano anche loro, quest'anno insieme ai
fedeli cattolici, a celebrare domenica prossima la Pasqua. A lanciarlo tramite
SIR Europa è mons. Siluan, vescovo della diocesi italiana della Chiesa
ortodossa romena. "Una Pasqua - aggiunge - che sia sentita soprattutto come una
consolazione. Tanti dei nostri romeni vivono la festa della Pasqua separati
dalle loro famiglie. Quello che ci auguriamo per loro è che
possano vivere la grazia della Resurrezione, che sia cioè grazia di
consolazione laddove c'è bisogno di essere consolati, di forza laddove ci si
sente nella debolezza, di guarigione laddove l'anima è ferita". Il
fatto poi che quest'anno cattolici e ortodossi celebrano la Pasqua nello stesso
giorno è per il vescovo Siluan "una benedizione, una Provvidenza".
"Soprattutto - aggiunge - un'occasione da sfruttare perché le due comunità
possano condividere insieme la gioia della Resurrezione e avvicinandosi
riscoprirsi amici e fratelli in Cristo". Sir eu
Incontriamo Cristo
risorto ogni giorno, nella nostra vita, in un mondo spesso sordo alla fede. Ma
la speranza illumina sempre i nostri passi e conferma la promessa della Risurrezione
Forse mai, come
quest’anno, vivo le celebrazioni pasquali con il forte bisogno di sentire la
speranza come dono di Dio e come conquista interiore. Paolo apostolo inizia la
sua prima lettera a Timoteo definendo Cristo Gesù come «nostra speranza».
«Un’espressione che è la forza della nostra vita», commenta il teologo luterano
Dietrich Bonhöffer, protagonista della resistenza al Nazismo e ucciso per tale
motivo a Flossenbürg il 9 aprile 1945, ormai al termine della Seconda Guerra
mondiale. La speranza dona ragioni per un futuro migliore, offre motivi per non
rimanere nella società in atteggiamento passivo, bloccati dal pessimismo, senza
la volontà di raggiungere gli obiettivi che riteniamo necessari. L’evangelista
Luca narra come l’annunzio della risurrezione da parte di Maria di Magdala,
Giovanna e Maria di Giacomo parve agli apostoli «come
un vaneggiamento». Pietro, tuttavia «si alzò, corse al
sepolcro e, chinatosi, vide solo i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per
l’accaduto» (Lc 24,11).
Questo atteggiamento
degli apostoli del Signore, dopo la sua morte in croce, è messo maggiormente in
risalto dall’evangelista Luca, soprattutto nel racconto dei due discepoli che,
nel viaggio di ritorno da Gerusalemme verso Emmaus, sono affiancati da uno
straniero. Gli rivelano la loro storia, le ragioni della loro tristezza,
incapaci di riconoscere in quel compagno di strada il Maestro in cui avevano
riposto le loro speranze. Il Risorto camminava accanto a loro «spiegando in
tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui»; e grande fu la loro gioia
quando, allo «spezzar del pane», lo riconobbero prima che sparisse
dalla loro vista. È una pagina che rappresenta le situazioni in cui
rimaniamo incapaci di riconoscere il Risorto presente nella quotidianità della
vita e anche nei contesti e nelle prove che
maggiormente bloccano la nostra speranza. L’esperienza dei discepoli di Emmaus
ci insegna come il cammino della fede è un cammino di speranza, emblema di ogni
incontro con Colui che è «l’autore della vita» (At
3,15). Un cammino-ricerca verso nuove prospettive di vita, che richiede la
disponibilità interiore per porci alla sequela del Risorto il quale,
affiancandosi e verificando il nostro vissuto con tutte le sue insicurezze e
attese, ci indica «le vie della vita» (Atti 2,28).
È solo dopo l’esperienza intima e profonda di
questo incontro con il Risorto che possiamo ricevere la forza e la volontà di
compiere il «salto di fede», senza la pretesa di capire tutti gli aspetti
dell’evento della risurrezione. «Credere per capire», suggerisce sant’Agostino,
per distoglierci dalla tentazione di fermarci a discutere su Dio e non porre,
come priorità, l’ascolto della sua parola e l’attenzione a un eventuale suo affiancamento al nostro cammino di vita. Una
riflessione, questa, quanto mai attuale in un momento in cui gli insegnamenti
tratti dal vangelo e trasmessi dalla Chiesa a sostegno dei principi etici e
sociali che dovrebbero regolare la società, non sono accolti. Agli scienziati
razionalisti e al mondo della politica, Dio e il suo messaggio di salvezza
appaiono oggi come una realtà lontana, senza rapporti con l’uomo e con i suoi
problemi più cruciali. San Giovanni, dopo aver esposto
le apparizioni del Risorto agli apostoli increduli, proclama
beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno; e termina
sottolineando come «questi (segni) sono stati scritti perché crediate che Gesù
è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo
nome» Gv 20,31. Credere nel Risorto è certamente un «salto di fede», ma è
garanzia di vita; motivo di una gioia che fa ardere il cuore, com’è avvenuto
per i discepoli di Emmaus.
Luciano
Segafreddo, Il Messaggero di sant’Antonio per l’estero
Il card. Husar parla on line con i migranti
"Immigrazione:
il compito della Chiesa nel ministero per i migranti". Questo il tema
della conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi a Kiev, alla quale è
intervenuto il card. Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Leopoli degli
Ucraini. L'immigrazione, spiega una nota, "sarà il principale tema del
Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica
ucraina (Ugcc) del 2010". Per un paio d'ore il card. Husar ha quindi
comunicato online con alcuni emigrati ucraini in diversi Paesi del mondo per
raccogliere suggerimenti in vista dell'elaborazione di domande e
raccomandazioni per il Sinodo patriarcale in materia di cura pastorale e
assistenza sociale agli emigrati e alle loro famiglie in tutto il mondo. Attualmente, fa sapere l'Ugcc, quasi un quarto dei fedeli
risiede all'estero per motivi di lavoro; per questo la Chiesa greco-cattolica
ucraina può a buon titolo essere definita "Chiesa di migranti".
Richiamando il sinodo sull'immigrazione dello scorso giugno, i vescovi ucraini ribadiscono che "la Chiesa ha l'obbligo di alzare la
voce a favore dei propri cittadini obbligati a emigrare" e chiedono
"maggiore attenzione da parte delle istituzioni per questo fenomeno".
La Chiesa ritiene necessaria "l'esistenza a livello legislativo di una
speciale categoria di cittadini ucraini - riconosciuti come lavoratori emigrati
- ai quali assicurare statuto legale". Urgente, secondo
i vescovi, la creazione di "un unico organismo statale in materia di migrazioni".
Sir eu
La passione di papa Benedetto. Sei accuse, una domanda
La pedofilia è
solo l'ultima delle armi puntate contro Joseph Ratzinger. E ogni volta egli è
attaccato dove più esercita il suo ruolo di guida. Uno ad
uno, i punti critici di questo pontificato - di Sandro Magister
ROMA - L'attacco
che colpisce papa Joseph Ratzinger con l'arma dello scandalo dato da preti
della sua Chiesa è una costante di questo pontificato.
È una costante
perché ogni volta, su un terreno diverso, è colpito in Benedetto XVI proprio
l'uomo che ha operato e opera, su quello stesso
terreno, con più lungimiranza, con più risolutezza e con più frutto.
La tempesta
seguita alla sua lezione di Ratisbona del 12 settembre 2006 è stata la prima
della serie. Si accusò Benedetto XVI di essere un nemico dell'islam e un
fautore incendiario dello scontro tra le civiltà. Proprio lui che con una
lucidità e un coraggio unici aveva svelato dove affonda la radice ultima della
violenza, in un'idea di Dio mutilata dalla razionalità, e quindi aveva detto
anche come vincerla.
Le aggressioni e
persino le uccisioni che seguirono alle sue parole ne confermarono
dolorosamente la giustezza. Ma che egli avesse colto nel segno è stato
confermato soprattutto dai passi di dialogo tra la Chiesa cattolica e l'islam
che si sono registrati in seguito – non contro ma
grazie alla lezione di Ratisbona – e di cui la lettera al papa dei 138 saggi
musulmani e la visita alla Moschea Blu di Istanbul sono stati i segni più
evidenti e promettenti.
Con Benedetto XVI,
il dialogo tra il cristianesimo e l'islam, come pure con le altre religioni,
procede oggi con una più nitida consapevolezza su ciò che distingue, in forza
della fede, e su ciò che può unire, la legge naturale scritta da Dio nel cuore
di ogni uomo.
Una seconda ondata
di accuse contro papa Benedetto lo dipinge come un nemico della ragione moderna
e in particolare della sua suprema espressione, la scienza. L'acme di questa
campagna ostile fu toccato nel gennaio del 2008,
quando dei professori costrinsero il papa a cancellare una visita nella
principale università della sua diocesi, l'Università di Roma "La
Sapienza".
Eppure – come già
a Ratisbona e poi a Parigi al Collège des Bernardins il 12 settembre 2008 – il
discorso che il papa intendeva rivolgere all'Università di Roma era una
formidabile difesa del nesso indissolubile tra fede e ragione, tra verità e
libertà: "Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità".
Il paradosso è che
Benedetto XVI è un grande "illuminista" in un'epoca in cui la verità
ha così pochi estimatori e il dubbio la fa da padrone, fino a volergli togliere
la parola.
Una terza accusa
scagliata sistematicamente contro Benedetto XVI è di essere un tradizionalista
ripiegato sul passato, nemico delle novità portate dal Concilio Vaticano II.
Il suo discorso
alla curia romana del 22 dicembre 2005 sull'interpretazione del Concilio e poi,
nel 2007, la liberalizzazione del rito antico della messa sarebbero le prove
nelle mani dei suoi accusatori.
In realtà, la
Tradizione alla quale Benedetto XVI è fedele è quella della grande storia della
Chiesa, dalle origini a oggi, che non ha nulla a che vedere con un formalistico
attaccamento al passato. Nel citato discorso alla curia, per esemplificare la
"riforma nella continuità" rappresentata dal Vaticano II, il papa ha
richiamato la questione della libertà di religione. Per affermarla in modo
pieno – ha spiegato – il Concilio ha dovuto riandare
alle origini della Chiesa, ai primi martiri, a quel "patrimonio
profondo" della Tradizione cristiana che nei secoli più recenti era andato
smarrito, ed è stato ritrovato anche grazie alla critica della ragione
illuminista.
Quanto alla
liturgia, se c'è un autentico continuatore del grande movimento liturgico che è
fiorito nella Chiesa tra Ottocento e Novecento, da Prosper Guéranger a Romano
Guardini, questi è proprio Ratzinger.
Un quarto terreno
d'attacco è contiguo al precedente. Si accusa Benedetto XVI di aver affossato
l'ecumenismo, di anteporre l'abbraccio con i lefebvriani al dialogo con le
altre confessioni cristiane.
Ma i fatti dicono l'opposto. Da quando Ratzinger è papa, il
cammino di riconciliazione con le Chiese d'Oriente ha fatto straordinari passi
avanti. Sia con le Chiese bizantine che fanno capo al patriarcato ecumenico di
Costantinopoli, sia – ed è la novità più sorprendente – con il patriarcato di
Mosca.
E se ciò è
avvenuto, è proprio per la ravvivata fedeltà alla grande Tradizione – a
cominciare da quella del primo millennio – che è un distintivo di questo papa,
oltre che l'anima delle Chiese d'Oriente.
Sul versante
dell'Occidente, è ancora l'amore della Tradizione ciò che spinge persone e
gruppi della Comunione Anglicana a chiedere di entrare nella Chiesa di Roma.
Mentre con i
lefebvriani ciò che ostacola un loro reintegro è proprio il loro essere
attaccati a forme passate di Chiesa e di dottrina erroneamente identificate con
la Tradizione perenne. La revoca della scomunica ai loro quattro vescovi, nel
gennaio del 2009, nulla ha tolto allo stato di scisma in cui essi permangono,
così come nel 1964 la revoca delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli non ha
sanato lo scisma tra Oriente e Occidente ma ha reso possibile un dialogo
finalizzato all'unità.
Tra i quattro
vescovi lefebvriani ai quali Benedetto XVI ha revocato la scomunica
c'era l'inglese Richard Williamson, antisemita e negatore della Shoah. Nel rito
antico liberalizzato c'è una preghiera affinché gli ebrei "riconoscano
Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini".
Questi e altri
fatti hanno contribuito ad alimentare una ricorrente protesta del mondo ebraico
contro l'attuale papa, con punte notevoli di asprezza. Ed è un quinto terreno
d'accusa.
L'ultima arma di
questa protesta è stato un passaggio del sermone
tenuto nella basilica di San Pietro, il Venerdì Santo alla presenza del papa,
dal predicatore della casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa. Il passaggio
incriminato era una citazione di una lettera scritta da un ebreo, ma nonostante
ciò la polemica si è appuntata esclusivamente contro il papa.
Eppure, nulla è
più contraddittorio che accusare Benedetto XVI d'inimicizia con gli ebrei.
Perché nessun
altro papa, prima di lui, si è spinto tanto avanti nel definire una visione
positiva del rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, ferma restando la
divisione capitale sul riconoscimento o no di Gesù come Figlio di Dio. Nel
primo tomo del suo "Gesù di Nazaret" pubblicato nel 2007 – e vicino ad essere completato dal secondo tomo – Benedetto XVI ha
scritto in proposito pagine luminose, in dialogo con un rabbino americano
vivente.
E numerosi ebrei
vedono effettivamente in Ratzinger un amico. Ma sui
media internazionali è altra cosa. Lì è quasi soltanto il "fuoco
amico" che tambureggia. Di ebrei che colpiscono il papa che più li capisce
e li ama.
Infine, un sesto
capo d'accusa – attualissimo – contro Ratzinger è d'aver "coperto" lo
scandalo dei preti che hanno abusato sessualmente di bambini.
Anche qui,
l'accusa investe proprio l'uomo che ha fatto più di tutti, nella gerarchia
della Chiesa, per sanare questo scandalo.
Con effetti
positivi che qua e là già si misurano. In particolare negli Stati Uniti, dove
l'incidenza del fenomeno tra il clero cattolico è nettamente diminuita negli ultimi
anni.
Là dove invece,
come in Irlanda, la piaga è tuttora aperta, è stato sempre Benedetto XVI a
imporre alla Chiesa di quel paese di mettersi in stato penitenziale, lungo un
severo cammino di rigenerazione da lui tracciato in una lettera pastorale dello
scorso 19 marzo, che non ha precedenti.
Sta di fatto che
la campagna internazionale contro la pedofilia ha oggi un solo vero bersaglio,
il papa. I casi ripescati dal passato sono ogni volta quelli che si calcola di
ritorcere contro di lui, sia quand'era arcivescovo di Monaco, sia quand'era
prefetto della congregazione per la dottrina della fede, con
in più l'appendice di Ratisbona per gli anni il cui il fratello del
papa, Georg, dirigeva il coro di bambini della cattedrale.
I sei capi
d'accusa contro Benedetto XVI, fin qui richiamati, aprono una domanda.
Perché questo papa
è così sotto attacco, da fuori la Chiesa ma anche da dentro, nonostante la sua
lampante innocenza rispetto alle accuse?
Un principio di
risposta è che papa Benedetto è sistematicamente attaccato proprio per ciò che
fa, per ciò che dice, per ciò che è. L’Espresso 7
L’Aquila: venerdì santo e Pasqua di risurrezione
L’Aquila. Dal 1954
tutti gli anni il Venerdì Santo si tiene all’Aquila una solenne processione,
che parte dalla Basilica di San Bernardino ove sono
conservate tutte la sculture di Remo Brindisi che rappresentano e simboleggiano
la Passione di Cristo, e si svolge per le vie delle città, nel momento in cui
si fa notte, illuminate solo dai ceri portati dai partecipanti, in un silenzio
totale rotto solo dalle voci dei cori cittadini che cantano il Miserere.
Da allora tutti
gli anni la processione si è svolta con larga partecipazione popolare, tranne
che nel 2009, in cui il Venerdì Santo coincise con il giorno dei solenni
funerali delle vittime del sisma, che aveva devastato la popolazione e le mura
della città nella notte fra la Domenica delle Palme ed
il Lunedì Santo. Allora in molti eravamo già in esilio sulla costa, e così
partecipammo ai funerali per via mediatica. Oggi, passando per il corso
transennato in ambo i lati, con le colonne dei portici fasciati, ingessati come
un malato grave, ancora si vedono i manifesti della processione di allora che
non ebbe luogo, mentre sulle poche mura del centro cittadino disponibili ai cittadini appare qualche manifesto delle famiglie dei
deceduti nel sisma, manifesti che allora non vidi, o che non ci furono affatto,
semplicemente perché non c’era chi li facesse, chiusa la città a tempo
indeterminato. Vedere quei manifesti, oggi, è
consolante, significa prima di tutto che ad Aquila c’è di nuovo qualcuno
che li ha stampati ed affissi, e poi ci
dicono che le famiglie degli sventurati deceduti sopravvissute al sisma
desiderano che amici, conoscenti ed aquilani tutti partecipino al loro dolore
in modo particolare, non solo con la presenza alle manifestazioni ufficiali del
lutto cittadino.
La processione del Venerdì Santo di
quest’anno ci ha consentito di gettare un sguardo all’
interno della Basilica di San Bernardino, dall’esterno si vede bene il
campanile diroccato. L’interno di San Bernardino dall’ingresso principale si
presenta oggi come uno stretto corridoio aperto tra muraglie di
inferriate, chiuso da un qualcosa di nero, una parete diciamo così,
situata là dove incominciava lo slargo che porta all’altare, messa lì ad
impedire che lo sguardo vada oltre.
Particolarmente affollata, la processione si è volta su un percorso abbreviato,
essendo chiuse le consuete vie circostanti.
Che dire a
commento di un avvenimento tanto simbolico, ed ora
anche caricato dei ricordi del sisma e dei suoi effetti devastanti sull’animo
ed il cuore degli aquilani e su tutte le
pietre della città, vie, vicoli e piazze.… Ben poco, è difficile trovare parole adatte
che esprimano tutto il denso insieme di emozioni e sentimenti. Solo una
cosa, semplicissima: la croce è il simbolo più adatto a rappresentare la città,
oggi. Perché simbolo di morte, ma anche della Pasqua di resurrezione, che vuol
dire rinascita, rigenerazione, speranza di nuova vita, una luce di cui tutti
abbiamo tanto bisogno. Questa simbologia di morte e speranza nel futuro è
rappresentata efficacemente sul foglio del mese di aprile 2010 del calendario di Roberto Grillo. Il foglio ha due immagini,
una a destra, a colori, che mostra due bare, una grande e due piccole, una sopra
quella grande ed una accanto, coperte di
fiori e giocattoli, l’immagine di destra, in bianco e nero, mostra due bambini che giocano col pallone
lungo un vicoletto medioevale. Morte e speranza per il futuro.
Ci vuole un atto di fede molto forte per credere di
rivedere la nostra città in tempi prossimi. Aquila bella mé, te
voglio revedé, per la terza età, ed anche per la seconda, è solo una visione al
di là del tempo, in uno spazio destinato a cambiare chissà come e chissà
quando, visto il perfido intreccio di problemi, progetti, promesse,
carenze, dichiarazioni, incuria, linee
guida, risorse, ritardi, fuga disordinata verso una periferia brutta e caotica
e spopolamento senza ritorno. Emanuela
Medoro
Josef Homeyer. Un vescovo per l'Europa
Presidente Comece
dal 1993 al 2006 e instancabile sostenitore del dialogo
Nato il 1 agosto 1929, Josef Homeyer aveva ottenuto il dottorato
in filosofia con una tesi su "Lo sviluppo e i concetti fondamentali della
sociologia". Ordinato sacerdote nel 1958, è stato segretario generale
della conferenza episcopale tedesca dal 1972 al 1983, quando Giovanni Paolo II
lo assegnò a Hildesheim come vescovo diocesano. Al compimento del 75° anno, nel
2004, rassegnò le dimissioni da questo incarico,
mentre portò avanti fino al 2006 il mandato di presidente della Commissione
degli episcopati europei (Comece), incarico che gli era stato affidato per
elezione nel 1993. Numerosi sono i compiti svolti all'interno della conferenza
episcopale tedesca. Il vescovo Homeyer si è spento improvvisamente il 30 marzo
scorso a Hildesheim.
Costruttore di
ponti. "Sono addolorato per la perdita di questo grande pastore e
costruttore di ponti": così scrive Mons. Robert Zollitsch, presidente
della Conferenza episcopale tedesca, al vescovo di Hildesheim, mons. Norbert
Trelle. "Ancora oggi godiamo dei frutti del
lavoro di strutturazione del segretariato generale della Conferenza episcopale
da lui compiuti", scrive ancora Zollitsch. "La sua generosità, la
dedizione, lo humor e la grande forza di volontà colpivano tutti. Era uno
strenuo sostenitore dell'impegno sociale della Chiesa; è
stato difensore del processo chiamato 'La situazione sociale e politica in
Germania' che egli aveva avviato". Ricorda il presidente
dei vescovi tedeschi: "I contatti con le chiese ortodosse fanno parte del
suo impegno. Fino alla fine egli ha appoggiato la
nuova libertà delle Chiese nei Balcani". Ha scritto il vescovo
Norbert Trelle: "Insieme a tutta la diocesi, compiango un uomo che ha
segnato la nostra diocesi come solo pochi suoi predecessori hanno fatto;
compiango un grande europeo e una persona dal cuore grande, per me amico e
consigliere discreto". Ricorda: "ha lavorato
strenuamente per l'avvicinamento tra vescovi polacchi e tedeschi. Nulla lo intristiva più del disprezzo verso la ricca cultura
dell'Europa orientale che egli profondamente amava e stimava".
Artigiano
dell'integrazione. La Chiesa in Europa "perde uno dei suoi più ardenti
artigiani" mentre l'Europa "dal canto suo perde un grande
europeo": mons. Adrianus van Luyn, presidente della Comece, ricorda il suo
predecessore. Mons. Van Luyn (vescovo di Rotterdam) sottolinea
"l'impegno senza sosta" di mons. Homeyer "per una più efficace
presenza delle conferenze episcopali presso le istituzioni comunitarie",
con uno sguardo particolarmente attento "ai Paesi dell'Europa centrale e
orientale" per prepararli, anche con l'appoggio delle Chiese, all'adesione
all'Ue, avvenuta nel 2004. "La sfida di coniugare la libertà con la
solidarietà e il senso di responsabilità in politica, nell'economia e nella
società, sono idee che costituirono il filo conduttore dei suoi anni di
presidenza alla Comece".
Assertore
"dell'imperativo ecumenico". Il vescovo Homeyer era "un leader
capace di coniugare fede e politica, fede e responsabilità sociale" così
ha detto a SIR Europa il vescovo irlandese Noel Treanor, per 15
anni segretario generale della Comece, prima di diventare vescovo di Down and
Connor nel 2008. "Mons. Homeyer ha sempre sottolineato
l'imperativo ecumenico incombente per le Chiese in un'Europa che si stava
unendo. Le sue visite annuali a un patriarcato ortodosso erano ancorate nel
convincimento che i due polmoni dell'Europa debbano respirare armoniosamente. Così pure ha difeso il contributo del dialogo interreligioso per la
definizione dell'Europa" ha ancora dichiarato il vescovo Treanor.
"Forse è stato unico in questa sua sensibilità verso tutte le Chiese
dell'Europa centro-orientale. Inoltre ha sempre capito quanto
fosse necessario collaborare con le altre strutture delle conferenze episcopali
sia con il Ccee in Europa, sia con quelle degli altri continenti". Treanor ha inoltre detto: "Convinto del contributo essenziale
della fede cristiana alla concretizzazione del progetto europeo, Mons. Homeyer
si era dato come obiettivo quello di istituzionalizzare il dialogo tra Chiese e
UE. La Dichiarazione N°11 del Trattato di Amsterdam (1996) e l'Articolo
1-52 del Trattato Costituzionale sono in gran parte
frutto delle sue discussioni regolari con i responsabili politici europei. Cercando di colmare così un vuoto costituzionale nei trattati,
Mons. Homeyer non ha cercato di rivendicare privilegi per le Chiese".
Un pellegrino
europeo. Scrive Mons. Aldo Giordano, inviato speciale della
Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, già segretario generale Ccee dal 1995
al 2008: "Ho avuto la gioia di incontrare spesso il vescovo Homeyer sulle
strade dell'Europa, per approfondire la collaborazione tra il Ccee e la Comece.
Porto in cuore il ricordo del cammino fatto insieme con circa
400 rappresentanti delle Chiese e delle Istituzioni pubbliche dei Paesi dell'Unione
europea verso San Giacomo di Compostela nel 2004. Homeyer si è inserito nella
schiera dei pellegrini che lungo i secoli hanno edificato l'Europa credendo
nella preghiera, nel contributo unico del vangelo e nel ruolo della Chiesa nel
processo di unificazione del continente. Anche nei momenti più difficili non si è arreso e ha continuato il
suo cammino, portando negli incontri e nei dibattiti lo sguardo della speranza
e il coraggio del dialogo".
Sir eu
"Io, cattolica, ho fatto la mia scelta. Chiesa
e politica devono tacere"
Parla la ragazza
che si è sottoposta alla prima somministrazione - Non avevo alternative,
con la gravidanza avrei messo a rischio la mia vita - So cosa vuole dire
rinunciare a un figlio e non è facile - La
pillola non mi spaventa, l'aborto chirurgico invece sì - di FRANCESCA RUSSI
BARI - Una
bottiglietta d'acqua appena aperta. Tre pillole appena buttate giù. Sara è una
donna sicura: non la tradiscono gli sguardi tristi che scambia
con suo marito, che è voluto stare tutto il tempo con lei. Non la tradisce il
viso stanco, le mani che si accavallano. Rimane sicura per tutto il tempo,
jeans, camicia bianca e un maglioncino blu dove si
appoggiano capelli rossi ordinati. Come ordinate sono le sue parole. Sara ha
appena assunto la prima Ru486 commercializzata in Italia.
Come mai è
arrivata a questa decisione?
"Non avevo alternative, avrei messo a rischio la mia vita. Non posso
portare a termine la gravidanza, poco fa ho subito un intervento all'utero e
già una volta ho perso un figlio al quinto mese per un aborto spontaneo. So cosa vuol dire, non è facile rinunciare alla maternità".
Ha già avuto altri
figli?
"Sì, sono
madre e questo rende tutto più doloroso. Se avessi potuto
avrei tenuto anche questo bambino, ma proprio non posso. Avere un figlio è
comunque una esperienza bellissima che auguro a tutte
le donne. Abortire, a prescindere dalle motivazione, è
la cosa più difficile che abbia mai fatto".
Perché ha scelto
la pillola abortiva?
"Ne avevo
sentito parlare, ma ero poco informata. Poi quando mi sono ritrovata a vivere
questa situazione sulla mia pelle, ho iniziato ad
indagare e tramite alcune conoscenze sono arrivata a Bari e alla clinica del
dottor Nicola Blasi".
Ha scelto subito
la Ru486?
"Sì. Sarei
stata disposta ad andare ovunque, con mio marito saremmo arrivati in Francia
pur di non tornare in sala operatoria. Non volevo i ferri,
non volevo l'anestesia".
E' spaventata?
"No, non ho paura, la pillola non mi spaventa, l'aborto chirurgico
invece sì. Ho scelto il metodo meno invasivo e problematico
per me. Davvero sono molto serena, così almeno non sono costretta ad ulteriori sofferenze".
Sa che la legge
prevede il ricovero per la somministrazione della pillola?
"Sì, ma una
donna può firmare e lasciare l'ospedale. Io non voglio essere ricoverata, ho
preso le tre pillole e vado via. Ritornerò a distanza di 48
ore in clinica. Non capisco perché se rilasciano una
donna subito dopo l'aborto chirurgico, chi prende la Ru non può andare via.
Perché bloccarla in ospedale per tre giorni? Non ha
senso".
Ha sentito tutte
le polemiche a questo proposito?
"Sì le ho
sentite. Ogni donna deve decidere per la sua vita, poi ognuno è libero di avere
opinioni differenti. La chiesa e la politica dovrebbero tacere,
soprattutto gli uomini. Vorrei che una gravidanza potesse
capitare a loro, così ci penserebbero meglio prima di parlare".
Immaginava tanto
clamore in questa giornata?
"Sinceramente
no, non me lo aspettavo, è capitato che le mie settimane di gestazione
coincidessero con questo momento, ma se lo avessi saputo in anticipo, non sarei
venuta qui. Decidere di interrompere
una gravidanza, in un momento in cui è sempre più difficile avere figli, è una
scelta difficile e combattuta".
E' cattolica?
"Sì, sono
cattolica. Ma non sento che, per questo mio gesto, il Signore mi vorrà meno
bene". LR 8
L'audiolibro “Il cielo capovolto”. Un prete tra gli emigrati italiani
ROMA - “Nei giorni
scorsi è stato presentato l'audiolibro “Il cielo capovolto”, edito da
Multimedia San Paolo, dedicato alla figura e agli scritti del sacerdote
cremonese don Primo Mazzolari. Prodotto con il sostegno di Caritas Italiana e Centro europeo risorse
umane (Ceru), l'iniziativa editoriale contiene alcuni testi di don Mazzolari
letti dagli artisti Claudia Koll, Paolo Bonacelli,
Vanessa Gravina, Giovanni Scifoni, Giorgio Marchesi. Il volume ha la prefazione
di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della
Cultura, e di Mino Martinazzoli, e intende mettere in risalto la figura di
Mazzolari “protagonista fra i più significativi del
mondo cattolico e della vita politica del Novecento che, per il suo “umanesimo
in prima linea” rappresenta ancor oggi un luminoso esempio per tutti, al di là
di ogni orientamento politico o religioso”. A darne
notizia è Migranti Press, settimanale di informazione della Fondazione
Migrantes, che pubblica alcuni testi di don Mazzolari presenti nell’audiolibro,
curati da Mite Balducci e monsignor Giancarlo Perego, e relativi al tema delle
migrazioni che riportiamo a seguire nella loro versione integrale.
“La dichiarazione
di guerra è caduta come un fulmine in questo pacifico paese. Ad ogni stazione s’accalca la
folla cosmopolita che ingombra il treno di valigie. Lo spettro della guerra è
su ogni volto, in ogni parola, su ogni cosa, perché da mille finestre, ove fino
a ieri sorrideva il geranio, spoltriscono al sole le loro muffe giubbe e
pantaloni militari.
Fasci di fucili e
di baionette salgono sul treno nelle piccole stazioni
e i richiamati intonano mestamente le prime canzoni. La guerra è una necessità
senza entusiasmo, senza onore. Ho una commozione nuova, porto l’augurio della
pace. Pace in terra agli uomini. Poveri fratelli!
Mai ho vissuto
meglio in comunione di patria e di fede. Le notizie sono di ora in ora più
gravi. La chiusura degli stabilimenti ha dato l’ultimo
colpo, gettando negli animi un panico che i commenti insensati aggravano. Molti
operai che sono già da tempo senza lavoro sono venuti
in ufficio per essere rimpatriati. E piove, una pioggia spessa, insistente, e
quei poveri stracci sembrano avere anche la collera del cielo… Bauli colossali,
involti di dove sogghigna la miseria, un riso stridulo
di pianto come una maledizione alla guerra, la guerra che rigetta in patria
senza pietà, senza sostegno, una turba di lavoratori che nel paese ospitale
hanno portato o s’erano creati una famiglia, una casa, una discreta
tranquillità d’esilio.
I più lieti, gli
unici lieti, sono i bimbi, ma le mamme piangono lacrime che sanno, nel
presentimento misterioso della sensibilità materna, più l’angoscia
dell’avvenire ignoto che il distacco presente. Tornano al piccolo paese dove tante volte sono venute col pensiero memore e
affettuoso e dove sognarono poter ritornare un giorno, nella letizia d’una vita
meno dura, di un pane più abbondante, d’una piccola casa. Ma così, senza pane pel domani, senza casa, senza nulla oh! Così non è ritorno,
è una fuga. È la guerra. Maledetta la guerra! Ma
nessuno impreca. Il momento è troppo solenne, quasi sacro, un dolore che non ha
colpa di soffrire così. Entrano a gruppi di famiglie entro il recinto della
stazione guardata da soldati con la baionetta innestata, come se queste povere
vittime avessero spiriti bellicosi. Tutti sono d’una
calma rassegnata, stanca, incapace di una qualsiasi movimento di ribellione…
Sento nella mia anima tutto il dolore che vedo diffuso negli sguardi, che
singhiozza negli addii, che si sfoga nei baci più lunghi e amorosi. Sono tutti
in treno.
Mani callose e
adunche, mani tenere e sottili, delicate e forti, si
allungano dai finestrini e mi stringono, mi raccolgono nell’intimità del loro
addio come un amico, come un fratello. E non li vedrò più. Il treno è pronto,
un fischio, un cigolio secco come uno schianto e parte.
Poi silenzio. Chi
piangeva aveva già pianto. Ho detto due parole d’addio
sforzandomi d’essere lieto. Ma quando fui solo, in riva al
lago, ho pianto lungamente”. (aise)
In corso a Milano la Conferenza delle Acli. "Sentinelle del
territorio, costruttori di solidarietà"
E’ in corso dall'8 al 10 aprile a Milano, all'Università
Cattolica del Sacro Cuore, la Conferenza Organizzativa e Programmatica delle Acli.
"Sentinelle del territorio, costruttori di solidarietà" è il titolo e
la traccia di riflessione della Conferenza di Milano,
cui partecipano 800 tra delegati e dirigenti provenienti da tutta Italia e in
rappresentanza delle Acli all'estero. Oggetto del dibattito
interno: la riforma del modello organizzativo per rafforzare la presenza dei
territori; l'integrazione dei servizi con le attività associative; il
ruolo prioritario della formazione per la crescita degli "aclisti"
sul piano dei valori e delle competenze.
L'appuntamento,
che ricorre ogni 4 anni come momento di verifica
sull'operato associativo e di programmazione per il futuro, si colloca "in
una fase particolarmente delicata per il Paese, all'indomani di una tornata
elettorale importante, ma nel pieno ancora di una crisi economica che sta
segnando lacerazioni allarmanti nel tessuto sociale".
Le Acli presentano
la loro proposta per un "Piano 2010-2013 contro la povertà assoluta".
Per il presidente Andrea Olivero, "l'ultimo anno e mezzo vissuto accanto
alle diocesi italiane, a partire da quella di Milano,
a stretto contatto con i problemi dei cittadini, delle famiglie e degli
immigrati, hanno contribuito a ridisegnare il volto delle Acli, mettendo sempre
di più la lotta alla povertà al centro della azione e dell'identità
associativa".
I lavori si si sono aperti la
mattina di giovedì 8 aprile, alle 11.00, nell'aula magna della Università
Cattolica del Sacro Cuore con l'introduzione del presidente delle Acli e i
saluti del rettore Lorenzo Ornaghi. Sui temi della Conferenza è intervenuto il
presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Quindi
Mariolina Moioli, assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali del
Comune di Milano; Francesco Belletti, presidente del forum delle
Associazioni Familiari.
Venerdì mattina, 9
aprile, alle 11.00, nella Sala Bontadini dell'Università, la presentazione in
conferenza stampa del "Piano 2010-2013 contro la povertà assoluta". Proposta elaborata dalle Acli in collaborazione con un gruppo di
ricercatori coordinati da Cristiano Gori, docente di politiche sociali alla
Cattolica di Milano.
Sabato pomeriggio,
infine, appuntamento conclusivo dalle 15.00 al Teatro Dal Verme. Tavola rotonda
sul tema del contrasto alla povertà in chiave italiana ed europea. Con il sindaco di Milano Letizia Moratti; il presidente del
Comitato economico e sociale europeo (Cese) Mario Sepi; il portavoce della
Comunità di Sant'Egidio Mario Marazziti; Modera il direttore del
quotidiano Avvenire Marco Tarquinio. L’intervento conclusivo sarà affidato
all'arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi. (aise)
Scandalo abusi. Germania: attivato il numero verde
È stato attivato
il 30 marzo il numero verde allestito dalla Conferenza episcopale tedesca per
fornire consulenza alle vittime di abusi sessuali in organizzazioni
ecclesiastiche. "Con questa offerta vogliamo
incoraggiare le vittime che si rivolgono a noi, indipendentemente dal fatto che
si tratti di casi caduti in prescrizione o meno", ha detto mons. Stephan
Ackermann, incaricato della Conferenza episcopale tedesca per i casi di abuso,
nel corso di una conferenza stampa tenuta a Treviri. "Vogliamo parlare, vogliamo sapere cosa è stato patito e stare accanto alle
vittime", ha aggiunto. Mons. Ackermann ha ringraziato le
vittime che hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi: "In questo
modo hanno contribuito in modo sostanziale a far sì che la Chiesa in futuro
ponga maggior attenzione a ciò che avviene nelle nostre istituzioni, nelle
nostre scuole, nei gruppi giovanili e negli asili. Faremo
il possibile per ottenere che non si ripetano abusi in istituzioni della Chiesa
cattolica". Il presule ha inoltre rivolto un
appello a "chi si è reso colpevole di questi atti, affinché riconosca la
sua colpevolezza. Solo così si apre la via alla verità e alla
riconciliazione", ha concluso.
Norvegia, ex vescovo ammette: "Ho abusato di un minorenne"
Oslo - Georg
Muller si è dimesso lo scorso anno quando sono venuti alla
luce gli abusi commessi 20 anni fa. S.Sede:
"Dimissioni subito accettate dal Pontefice". Chiesa norvegese
"sotto choc". Dal Messico nuove accuse: "In
Vaticano aperti cento processi".
Oslo - Un ex
vescovo cattolico di origini tedesche, Georg Muller, ha ammesso di aver abusato
una ventina di anni fa di un minore e dello scandalo il Vaticano era stato
informato da oltre un anno, ha annunciato la chiesa cattolica norvegese,
dicendosi "sotto shock".
In una nota la
chiesa norvegese aggiunge che l'ammissione di colpevolezza del vescovo 58enne
originario di Trevi, in Germania, "e' stata la
ragione delle sue dimissioni l'anno scorso dall'incarico" di vescovo di
Trondheim, date ufficialmente per incompatibilita'. Stando al quotidiano norvegese
'Adresseavisen' che ha rivelato la vicenda pubblicando sul suo sito web la foto
di Muller, la vittima, un piccolo cantore che oggi avrebbe una trentina di
anni, ha ottenuto un indennizzo per gli abusi subiti.
"La vicenda
non e' stata resa nota perche' la vittima non voleva
pubblicita'", ha chiarito il vescovo di Trondheim e Oslo, Bernt Eidsvig,
che in una nota diffusa oggi esprime "la vergogna" che la chiesa
prova per Muller che, sottolinea, non aveva alcun incarico.
Stando al
quotidiano norvegese, inoltre, l'indennizzo corrisposto alla vittima del sacerdote e' stato di 400 mila corone (oltre 50 mila euro).
Nel corso dell'inchiesta interna, Muller ha ripetutamente affermato che il
bambino del coro era stata la sua unica vittima.
Sulla vicenda è
intervenuto oggi il direttore della Sala stampa del Vaticano, padre Federico
Lombardi, il quale ha confermato le dimissioni del vescovo di Trondheim
avvenute nel maggio del 2009, e ha precisato che il
presule non svolge piu' alcuna attivita' pastorale nella diocesi.
Mueller e' stato alla guida della diocesi fra il 1997 e il 2009.
''La vicenda - spiega padre Lombardi in un comunicato - riguarda un caso di
abuso sessuale di un minore dell'inizio degli anni '90, venuto
a conoscenza delle autorita' ecclesiastiche nel gennaio del 2009''.
''La questione - prosegue il comunicato - fu affrontata ed
esaminata con rapidita' tramite la nunziatura di Stoccolma, per mandato della
Congregazione per la dottrina della fede. Nel maggio del 2009 il vescovo
presento' le dimissioni, che vennero tempestivamente
accettate dal Santo Padre, e in giugno lascio' la diocesi. Si sottopose a un
periodo di terapia e non svolge piu' attivita' pastorale. Dal punto di vista
delle leggi civili il caso era prescritto. La vittima, oggi maggiorenne, ha
finora sempre chiesto di rimanere anonima''.
In Norvegia la
comunita' cattolica conta su circa 46mila fedeli, mentre fa parte della chiesa
evangelica luterana circa l'80% dei 4,8 milioni di
abitanti.
Intanto, lo
scandalo degli abusi sessuali da parte di preti, dopo le polemiche splose negli
Usa, oltrepassa il confine e arrive in Messico dove, secondo quanto riferisce
la stampa, nel corso dell'ultimo decennio sarebbero
stati aperti in Vaticano circa 100 processi canonici nei confronti di accusati
di abusi sessuali contro minori. Secondo quanto riportato dai mezzi
d'informazione del grande Paese centroamericano, il periodo al quale si
riferiscono i casi e' quello che va dal 2001 al 2010,
cioe' il decennio corrispondente all'introduzione da parte della Congregazione
della dottrina per la fede delle nuove norme interne per la gestione dei casi
di pedofilia. Dal 2001, infatti, l'ex Sant'Uffizio sotto la guida del cardinale
Joseph Ratzinger, ha avocato a se' i procedimenti aperti nei tribunali
diocesani nell'ambito della pedofilia e degli abusi sui minori. (Adnkronos 7)
Una proposta interessante su moschee e imam in Italia.
L’Associazione
Intellettuali Musulmani, ha elaborato recentemente un
progetto per la sicurezza e la gestione delle moschee e dei luoghi di culto in
Italia.
Il progetto è
stato elaborato insieme al Dipartimento di scienze ecclesiastiche e
internazionalistiche della Università Federico II di
Napoli, e vuole occuparsi della sicurezza e della trasparenza dei luoghi di culto
islamici, nonché la creazione di scuole e albi per Imam.
Di albi per Imam
ne aveva parlato tempo fa anche la COREIS (comunità religiosa islamica) e sarà
opportuno ritornarci come argomento.
La proposta
dell’Associazione Intellettuali Musulmani, a nostro avviso, é interessante
anche con riferimento ad altri luoghi di culto di confessioni senza intesa,
come quella induista. Asca
Christen mit Osterlicht gegen Einsamkeit und Mißbrauch
Bischof Algermissen predigte an Ostern
im Fuldaer Dom
Fulda. „Gerade weil Christen an das
Licht des ewigen Osterfestes, an ein Leben nach der Katastrophe des Todes
glauben, ist ihnen das Leben vor dem Tod so wichtig, können sie ihre eigenen
Wunden anschauen und brauchen sie, die wehtun, nicht zu vertuschen.“ Dies stellte
Bischof Heinz Josef Algermissen in einem feierlichen Pontifikalamt am
Ostersonntag im Fuldaer Dom heraus. Weil Gott seine Lebensenergie in die
Dunkelkammer des Grabes Jesu gebracht habe, könnten auch Christen heute in die
Orte der Einsamkeit und Kälte sowie des Mißbrauchs von Menschenleben mit dem
Osterlicht eindringen. „Solche Orte liegen mitunter sehr nahe, wie uns die
letzten Wochen gelehrt haben“, hob der Oberhirte hervor.
Weil Gott bereits den Stein vom Eingang
des Grabes weggewälzt habe, könnten Christen heute die Wegräumarbeit vor den
Gräbern dieser Zeit leisten, und weil Gott in der Auferstehung Jesu eine Kultur
des Lebens begründet habe, könnten sie begründet den Kampf gegen jedwede
Todesproduktion aufnehmen, „den Kampf gegen die milliardenschwere Rüstung, an
deren Skala Deutschland ganz weit oben steht, und gegen die Todesstrategien des
Aushungerns der Armen dieser Welt, aber auch den gegen die Tötung des
ungeborenen menschlichen Lebens und die praktizierte Euthanasie, die sich
hinter dem Begriff ‚aktive Sterbehilfe’ verbirgt“. Der Osterglaube sei den
Christen als kostbarstes Gut anvertraut, lasse sie menschenwürdig leben und in
der Hoffnung auf die Auferstehung sterben.
Wer einen österlichen Christus ohne
Karfreitag, einen himmlischen Jesus ohne die Abgründe des irdischen Daseins
suche und sich unter Umgehung der Erde und ihrer Bedingungen auf den Himmel
beziehen wolle, belüge sich und andere, hatte der Bischof zu Beginn seiner
Osterpredigt betont. „Nur wer den Gekreuzigten sucht, findet den Auferstandenen,
und der gibt sich seinen Jüngern bezeichnenderweise immer wieder über seine
Wundmale zu erkennen.“ Algermissen kam sodann auf den Apostel Thomas zu
sprechen, der unbedingt Jesu Wunden ertasten wollte. In diesem werde ein
„bedrängendes Suchen spürbar“, das auch das eigene Suchen betreffe: „Ist das
Leben wirklich stärker als meine Wunden, als all die Wunden, die ich in dieser
Welt, aber auch in unserer Kirche wahrnehme?“ Als Beleg dafür, daß es kein
Leben ohne Wunden gebe, könnte jeder Mensch aus seiner Biographie Beispiele
nennen.
„Mit hinein in diese festliche Meßfeier
am Ostermorgen gehört das Eingeständnis, daß die Enthüllungen über sexuellen
Mißbrauch auch in katholischen Schulen, Einrichtungen und Gemeinden das
Selbstverständnis der Kirche und das Vertrauen in sie verwundet und erschüttert
haben“, stellte der Oberhirte heraus. „Notwendig sind nun Öffnen der Wunden,
deren gründliche Reinigung, Läuterung und Buße.“ Das sei die Bedingung dafür,
daß die österliche Verheißung, daß das Leben stärker ist als alle Wunden, nicht
zur billigen Vertröstung werde.
Man dürfe nicht Ostern suchen ohne
Karfreitag, aber auch nicht den Karfreitag sehen ohne Ostern. Es kennzeichne
den christlichen Glauben, daß er die Abgründe des menschlichen Daseins nicht
verdränge, sondern sich vielmehr mutig damit auseinandersetze. „Der Mensch ist
Gott so viel wert, daß er selbst Mensch wurde, um mit dem Menschen mit-leiden
zu können, ganz real in Fleisch und Blut“, laute ein entscheidender Ansatz von
Papst Benedikt XVI. in seiner Enzyklika über die Hoffnung. Der Karfreitag sei
an Ostern nicht vergessen. „Am tiefsten Punkt unserer Existenz, im Abgrund des
Todes geschieht der Durchbruch ? nicht als unsere
Erfindung, als unsere äußerste Fortschrittstat, sondern aus Gottes schöpferischer
Treue und Liebe“, so der Bischof. Wo das „Jenseits des Todes“ als Vertröstung
verdächtigt werde, da werde das Diesseits trostlos. „Denn wer tröstet dann
diejenigen, die wir selbst bei bestem Willen nicht trösten können? Wer tröstet
die Opfer, wer die, die leer ausgehen?“ Zweifellos gebe es eine fragwürdige
Vertröstung auf das Jenseits, meinte Algermissen, aber es gebe die „noch viel
fatalere Vertröstung mit dem Diesseits“. Wenn das Leben vor dem Tod alles sei,
werde es zur „letzten Gelegenheit“, die man nicht verpassen dürfe.
Das ist laut Bischof Algermissen heute
mit allen Konsequenzen der Lebenssucht und Todesangst, der Hektik und
Überforderung erlebbar: „Menschen wollen dem Tod auf eigene Faust entkommen –
und verfallen ihm um so sicherer.“ Man könne tun, was man wolle, man werde aus
diesem gnadenlosen Kreis nie durch sich selbst herauskommen. „Wer jetzt nicht
alles haben muß, weil ihm das Beste noch bevorsteht, verliert die Angst, zu
kurz zu kommen“, gab er daher zu bedenken. Während der Feier der Osternacht
hätten die Christen an der Osterkerze als dem Bild des Auferstandenen ihre
kleinen Kerzen entzündet. Aus dem einen fast ohnmächtig erscheinenden Licht sei
ein Raum der Helle geworden. „Kinder des Lichtes“ hätten sich die ersten
Christen aufgrund ihrer Taufe genannt, durch die sie geboren worden seien zu
einem neuen Leben jenseits des Todes. (bpf)
Tarcisio Bertone. Papst-Vertrauter spricht über Benedikts Seelenheil
Der Papst-Vertraute Tarcisio Bertone
gewährt einen Einblick in das Seelenleben von Benedikt XVI. Angesichts der
Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche empfinde der Heilige Vater einen
"großen Schmerz". Das Kirchenoberhaupt habe "sehr gelitten"
wegen der Priester, die ihrer "Mission untreu geworden sind".
Papst Benedikt XVI. empfindet nach den
Worten seines wichtigsten Mitarbeiters Tarcisio Bertone „großen Schmerz“
angesichts der in den vergangenen Monaten bekannt gewordenen Missbrauchsfälle
in der katholischen Kirche. Der Heilige Vater habe „sehr gelitten“ wegen
„dieser Priester, die ihrer eigenen Berufung und Mission untreu geworden sind“,
sagte der Kardinalstaatssekretär italienischen Medienberichten vom Donnerstag
zufolge.
Die Osterbotschaft von Papst Benedikt
XVI. In seiner Osterbotschaft war Papst Benedikt XVI. nicht auf den
Missbrauchsskandal in der katholischen Kirche eingegangen. Das Bekanntwerden
zahlreicher Fälle von sexuellem Missbrauch von Kindern durch Priester weltweit
hatte die katholische Kirche in eine der tiefsten Krisen der vergangenen
Jahrzehnte gestürzt. Auch der Papst selbst geriet in die Kritik.
US-Medien hatten berichtet, der
damalige Kardinal Joseph Ratzinger habe in den 1990er Jahren als Präfekt der
Glaubenskongregation nichts gegen einen Priester in den USA unternommen, der
Jahrzehnte zuvor gehörlose Jungen missbraucht haben soll.
Unter Druck geriet der Papst auch im
Zusammenhang mit der Versetzung eines pädophilen Priesters während seiner Zeit
als Erzbischof von München und Freising. DW 8
„Das Volk Gottes wird sich nicht von
dem unbedeutenden Geschwätz des Augenblicks beeinflussen lassen“, sagte Angelo
Sodano am vergangenen Sonntag zu Papst Benedikt XVI - und löste bei
Missbrauchsopfern Empörung aus.
Von Benjamin Lassiwe
Wieder war es eine Ostermesse, bei der
Angelo Sodano im Mittelpunkt stand. „Heiliger Vater, das Volk Gottes ist mit
dir und wird sich nicht von dem unbedeutenden Geschwätz des Augenblicks
beeinflussen lassen“, sagte der Dekan des Kardinalskollegiums, als am vergangenen
Sonntag die Fernsehkameras auf den römischen Petersplatz gerichtet waren.
Entgegen allen Vorgaben des Zeremoniells hatte Sodano das Wort ergriffen, um zu
Beginn der Messfeier Papst Benedikt XVI. im deutschen Missbrauchsskandal den
Rücken zu stärken.
Doch statt die Wogen zu glätten, sorgte
der weißhaarige Priester im scharlachroten Kardinalsornat für neue Empörung.
Die Leiterin des US-Opferverbandes SNAP, Barbara Blaine, bezeichnete Sodanos
Statement als „Beleidigung“ der Menschen, die als Kinder und Jugendliche
sexuell missbraucht wurden, und nun um Aufklärung und Entschädigung kämpfen.
Solche Reaktionen hätte der 82-Jährige durchaus vorhersehen können. Es war eine
diplomatische Karriere, die den Sohn eines christdemokratischen
Parlamentsabgeordneten an die Spitzen der vatikanischen Hierarchie brachte. In
den 50er und 60er Jahren absolvierte er die päpstliche Diplomatenakademie,
promovierte in Theologie und wirkte an den Botschaften des Vatikans in Ecuador
und Uruguay.
Die wohl größte Herausforderung für
Angelo Sodano fand sich in Chile: 1977 wurde er dort Apostolischer Nuntius,
Botschafter des Heiligen Stuhls in der Zeit der Diktatur Augusto Pinochets.
Kritiker werfen Sodano bis heute vor, zu den Menschenrechtsverletzungen des
Diktators in der Öffentlichkeit geschwiegen zu haben. Doch Sodano half
chilenischen Dissidenten bei der Ausreise; während des Besuchs von Johannes
Paul II. 1987 in Chile organisierte er ein Treffen von Oppositionsvertretern
mit dem Papst.
Die Zeit in Südamerika war offenbar
karrierefördernd: Ein Jahr später wurde Sodano Außenminister des Vatikans,
wenige Jahre später Kardinalstaatssekretär, eine Art Ministerpräsident des
Vatikan. Als Johannes Paul II. im März 2005 sterbenskrank sein letztes
Auferstehungsfest erlebte, war es der Mann aus dem Piemont, der anstelle des
Kirchenoberhaupts die Messe zelebrierte. Damals galt er sogar als möglicher
Papst-Nachfolger. Der verzweifelte Verteidigungsversuch vom vergangenen Sonntag
hat nun allerdings dazu geführt, dass der Respekt vor dem Kardinalsdekan nicht
nur in Deutschland gesunken ist. Tsp 7
Norwegen: Bischof missbrauchte Messdiener
Der Vatikan hat die Missbrauchsvorwürfe
gegen den ehemaligen Bischof von Trondheim bestätigt. Der aus Deutschland
stammende Georg Müller war wegen des Missbrauchs an einem minderjährigen
Ministranten im letzten Jahr zurückgetreten. Der Missbrauch habe sich Anfang
der neunziger Jahre ereignet und sei der Kirche im Januar 2009 bekannt
geworden, schreibt Vatikansprecher Federico Lombardi in einem Kommuniqué von
diesem Mittwoch. Der Fall sei im Auftrag der Glaubenskongregation von der
Nuntiatur in Stockholm schnell aufgenommen und untersucht worden, so Lombardi
weiter. Nach der raschen Entpflichtung von seinen Ämtern im Juni 2009 habe sich
Müller einer Therapie unterzogen und sei nicht mehr pastoral tätig gewesen. -
Nach norwegischem Strafrecht ist der Fall verjährt. Das heute volljährige Opfer
wollte bisher anonym bleiben. Es handelt sich um den ersten bekannten
Missbrauchsfall in der katholischen Kirche in Norwegen. (diverse 7)
Vatikan: „Stern“-Vorwürfe gegen Papst „lächerlich“
Der Vatikan weist die Behauptung des
deutschen Magazins „Stern“ zurück, Papst Benedikt habe in seiner Zeit als
Kardinal eine Untersuchung wegen Missbrauchs ad acta gelegt. Die Behauptung
bezieht sich auf Vorwürfe gegen den verstorbenen Gründer der Ordensgemeinschaft
„Legionäre Christi“, Pater Marcial Maciel Degollado, der unter anderem des
Missbrauchs von Seminaristen beschuldigt worden war. Der Vorwurf, der heutige
Papst habe die Untersuchung des Falls als Kardinal vertuscht, sei „paradox und
für informierte Personen lächerlich“, so Vatikansprecher Federico Lombardi an
diesem Mittwoch auf Anfrage. Schließlich habe Kardinal Joseph Ratzinger, heute
Papst Benedikt, die kanonische Untersuchung des Falls Marcial Maciel ja gerade
angeregt und seine Schuld bestätigt. (stern/rv 7)
Sodano verteidigt erneut den Papst
Die sexuellen Übergriffe von
katholischen Priestern werden nach Worten von Kardinaldekan Angelo Sodano
derzeit „als Waffe gegen die Kirche benutzt“. Eigentlicher Hintergrund der
Debatte sei ein Kulturkonflikt. „Der Papst verkörpert moralische Wahrheiten,
die nicht akzeptiert werden“, sagte der ranghöchste Kardinal und langjährige
vatikanische Staatssekretär in einem Interview der Vatikanzeitung „Osservatore
Romano“ von diesem Mittwoch. Der Papst sei nicht für die Vergehen einzelner
Priester verantwortlich. Sodano wörtlich: „Benedikt XVI. hat mehrfach um
Verzeihung gebeten. Aber es ist nicht die Schuld von Christus, wenn Judas
Verrat geübt hat.“ Sodano stellte die Angriffe gegen Benedikt XVI. in eine
Reihe mit der „Offensive gegen Pius XII. wegen seines Verhaltens während des
letzten Weltkriegs und schließlich jene gegen Paul VI. wegen 'Humanae vitae'“,
der Enzyklika zur Sexualethik. Auch hinter den „ungerechten Attacken“ auf den
amtierenden Papst stünden „Sichtweisen von Familie und Leben, die dem
Evangelium zuwiderlaufen“. (kna/or 7)
Die „The New York Times“ hat sich bei
ihren Anschuldigungen gegen Papst Benedikt XVI. auf mangelhafte Quellen
berufen. Das geht aus einer Analyse der italienischen Zeitung „Il Foglio“ von
diesem Dienstag hervor. Die „NYT“ habe sich auf eine computergestütze
Übersetzung einer wichtigen Vatikanerklärung zum so genannten „Fall Murphy“
verlassen, heißt es darin. Ein Übersetzungsfehler habe letztlich zu den
Vorwürfen gegen Benedikt XVI. geführt, so der Journalist Paolo Rodari, der
Direktor des italienischen Blattes ist. In dem Artikel der Journalistin Laurie
Goodstein von der „New York Times“ würden zwar eine italienische und eine
englische Version des entsprechenden Vatikanschreibens angegeben, so „Il
Foglio“. Die englische Übersetzung sei aber eine „grob entstellte“ Übersetzung
der italienischen Originalversion, heißt es weiter. Jedoch stützten sich die
Vorwürfe gegen den jetzigen Papst und gegen Kardinalstaatssekretär Tarcisio
Bertone auf eben diese „schlechte“ Übersetzung, so „Il Foglio“ weiter. „Bei
einer korrekten Sichtung der Quelle ist eine solche Schlussfolgerung gar nicht
möglich“, so Rodari weiter. (il foglio/cns 7)
So weit daneben gelangt hat noch nicht
einmal Bischof Mixa. Und der wollte wenigstens den eigenen Laden, die
katholische Kirche, aus der Schusslinie bringen, als er behauptete, die
sexuelle Revolution der 68er sei "nicht unschuldig" an sexueller
Gewalt gegen Kinder.
Selbst die eigenen Leute haben dem
Ablenkungsmanöver des Augsburger Oberhirten heftig widersprochen. Was aber nun
Jörg-Uwe Hahn treibt, ist – wenn der Berliner "Tagesspiegel" ihn
korrekt zitiert - nur mehr eine infame Attacke auf den politischen Gegner: SPD
und Grüne hätten in den 80er und 90er Jahren in der Gesellschaft "ein
Klima geschaffen, das erst den Boden für solche Vorkommnisse bereitet
hat".
Nach all den Debatten über Ursachen
sexueller Gewalt gegen Kinder, über begünstigende Faktoren wie geschlossene
soziale Strukturen, Macht- und Abhängigkeitsverhältnisse wirkt eine solche
Schein-Analyse, als hätte sich Hahn in den vergangenen Wochen auf einer
einsamen Insel befunden, abgeschnitten von jeder Information und Lektüre.
Seine parteipolitische
Instrumentalisierung verhöhnt – hier passt das Wort – die Opfer. Denn in Hahns
Melange aus Unterstellung, Ressentiment und Kolportage kommt es auf das Leid
überhaupt nicht mehr an, das Kindern und Jugendlichen an verschiedenen Orten
widerfahren ist, ob in kirchlichen Internaten, Reformschulen oder (weitaus am
häufigsten) in ihren Familien.
Ausgerechnet ein liberaler Politiker,
der von seinen Grundprinzipien her die Verantwortung des Einzelnen für das
eigene Handeln betonen müsste, zieht ein diffus-anonymes "Klima"
heran – eigentlich der Klassiker, mit dem die Täter sich entlasten: Nicht ich
bin schuld, sondern die Gesellschaft. In diesem Fall ist das Argument obendrein
auch sachlich mehr als fragwürdig. Zur Stütze mag Hahn auf den
Ex-Kultusminister Hessens, Hartmut Holzapfel verweisen. Der SPD-Politiker soll
Ende der 90er Jahre von sexuellem Missbrauch an der Odenwaldschule erfahren haben,
aber nicht eingeschritten sein.
Abgesehen davon, dass Holzapfel dies
bestreitet, sollte es bei einem Mindestmaß an redlichem Vorgehen ausgeschlossen
sein, daraus gleich ein rot-grün grundiertes "Klima des Missbrauchs"
zu konstruieren. Und auch der Hinweis auf – inzwischen bis zur Erschöpfung
zitierte – randständige Positionspapiere aus dem Umfeld der Grünen zu einer
vermeintlich libertären Haltung sexueller Kontakte zwischen Erwachsenen und
Minderjährigen läuft ins Leere, weil Hahn noch die 90er Jahre einbezieht.
Am Ende dieser Dekade, daran sollte
Hahn sich erinnern, regierte Rot-Grün seit zwei Jahren in Berlin und betrieb
unter der Ägide von Familienministerin Christine Bergmann entschieden den Kampf
gegen Kindesmissbrauch. Als Kombattant in diesem Feldzug würde sich der –
notabene – Justizminister des Landes Hessen deutlich besser ausnehmen denn als
gesellschaftspolitischer Scharfmacher.
Joachim Frank FR 8
Deutschland: „Wir müssen da durch“
Der Würzburger Bischof Friedhelm
Hofmann hat sich für eine „innere Reinigung“ der katholischen Kirche
ausgesprochen. Als eine moralische Institution müsse es sich die Kirche
gefallen lassen, dass ihr Versagen benannt werde, so der Oberhirte in einem
Interview mit der Zeitung „Main-Post“. „Wir müssen da durch“, so Hofmann mit
Blick auf die durch die Missbrauchsfälle entstandene Krise wörtlich. Notwendig
seien eine „lückenlose Aufklärung“ und das Bewusstsein dafür, dass Straftaten
begangen worden seien. Vor allem aber sei der Kontakt zu den im Mittelpunkt stehenden
Opfern wichtig. Es seien einzelne Täter gewesen, die sich vergangen hätten,
nicht „die“ Kirche, so der Bischof weiter. „Wir müssen sehr darauf achten, dass
kein Generalverdacht gegen alle Priester und Ordensleute aufkommt“, betonte
Hofmann. kna 7
Ich erinnere mich an vertraute
Gespräche mit meiner Großmutter. „Man hat uns Unrecht angetan“, sagte sie und
erzählte mit einer gewissen Bitterkeit von Vorkommnissen aus der Nazizeit, von
Verleumdungen und Denunzierungen, von erlittenem Leid, dem kein Sinn
abzugewinnen war. All dies liegt inzwischen fast vierzig Jahre zurück und meine
Großmutter ist schon lange tot. An die Erzählungen erinnere ich mich nicht
mehr, sehr wohl aber an den Schmerz, der bei meiner Großmutter zu spüren war.
„Warum erzählt sie mir das, was soll das. Das ist doch vorbei und das
Beste ist, man denkt nicht mehr daran“, so dachte ich damals und noch lange.
Ich erklärte mir den Schmerz, bei der alten Frau zu Tage trat, lange Zeit mit
einer gewissen Dünnhäutigkeit, die sich im Alter einstellt. Als mir meine
Großmutter von diesen Ereignissen erzählte, lagen sie bereits über dreißig
Jahre zurück und ich glaube nicht, dass sie sonst mit jemandem viel darüber
gesprochen hat.
Vor dem Hintergrund der gegenwärtigen Diskussion
um die Opfer von sexuellem Missbrauch und Gewalt erhellt sich diese Erinnerung.
Es scheint eine Generation vergehen zu müssen, bis Menschen, die Opfer gewisser
heimtückischer Vergehen geworden sind, über ihren Schmerz zu reden beginnen und
den Prozess der Aufarbeitung aktiv anpacken können. Erst wenn eine neue
Generation herangewachsen ist, schafft sich die Hoffnung Platz, dass ein Weg
zur Gerechtigkeit begehbar wird. Wenn das Vergehen klar ist, wie bei Mord oder
Diebstahl, so ist die Sache ziemlich einfach. Was aber ist, wenn es sich um
Verleumdung handelt, die schwer zu bezeugen, deren Wirkungen aber verheerend
sind? Was ist mit den unaufgeklärten Verbrechen? Was ist mit Verbrechen, die
von Menschen begangen wurden, mit denen man keinen Streit und keine Trennung
haben will, wie im Fall von Pädagogen, Vorgesetzten und Mächtigen?
Hier bleibt die Schuld im Verborgenen
und entfaltet über Jahrzehnte ihre zerstörerische Macht, aber nicht bei den
Tätern, sondern bei den Opfern, die sich minderwertig, missachtet und wertlos
vorkommen müssen und deshalb nicht selten ihren verlorenen Lebenssinn durch den
Freitod besiegeln.
Dagegen gibt es auf der Täterseite
vielfältige Mechanismen, die helfen, die begangene Schuld zu negieren, zu
vergessen oder zu beschönigen. Der banalste Umgang mit Schuld ist, sie einfach
zu leugnen oder zu vertuschen. Dies funktioniert so lange, bis das Gegenteil
feststeht. Dann stellt sich die Aufgabe der Schuldbewältigung.
Der erste, populärste Mechanismus ist,
die Schuld zu anonymisieren. Es braucht nicht viel Tiefsinnigkeit, dies zu
erkennen. In der Wirtschaft werden Boni privatisiert und Fehlleistungen
sozialisiert. Dies funktioniert deshalb, weil man der Meinung ist, dass Erfolge
durch persönliche Leistungen verursacht werden, Misserfolge aber aufgrund
schicksalhafter Vorkommnisse einfach geschehen sind. Vielfach werden die
Missstände in Staat und Gesellschaft beklagt, doch die Schuld liegt immer bei
den anderen oder bestenfalls bei den misslichen Umständen.
Ein anderer Mechanismus ist, Schuld
moralisch zu überhöhen. Es musste um der guten Sache willen so gehandelt
werden, es war das kleinere Übel. Und die gute Sache, oder zumindest das kleinere
Übel, kann darin bestehen, den Täter und seinen Ruf zu schützen, weil dieser
für eine gute Sache tätig ist. Darin steckt ein Teufelskreis, der mitunter
durch beachtliche ethische Theorien verdeckt wird, die durchaus ihre
Berechtigung haben können. Das Problem der dadurch entstehenden Schuld aber
lösen sie nicht. Systeme mit hohen ethischen Idealen, Kirchen ebenso wie
Staaten, neigen zu solchen Mechanismen.
In beiden Fällen, beim Anonymisieren
wie beim Überhöhen, aber wird die Schuld nicht beseitigt, sondern nur hin- und
hergeschoben. Wer ehrlich auf sich selbst blickt, der wird entdecken, dass
diese Verdrängungsmechanismen in jedem Menschen wirksam sind. Es ist immer
schwer, zu sagen: Ich habe Schuld auf mich geladen. Dieser Weg wird im Allgemeinen
erst beschritten, wenn alle anderen Wege versperrt sind.
So spitzt sich die gegenwärtig
diskutierte Frage: „Wie geschieht den Opfern Gerechtigkeit?“, wie jede
Diskussion über begangenes Unrecht auf die Frage zu: Wer trägt die Schuld? Man
braucht einen Sündenbock. Und das will niemand sein, denn das Schicksal des
Sündenbocks ist es, jämmerlich zugrunde zu gehen.
Die Suche nach dem Sündenbock ist eine
gruppendynamische Eigengesetzlichkeit. Sie lässt sich in Kleingruppen ebenso
beobachten wie nationalen und internationalen Kommunikationsgemeinschaften. Sie
ist ebenso unmenschlich wie alltäglich. Jede Schulklasse, jede Gruppierung,
jede Gesellschaft entwickelt ihre Gemeinplätze für das Sündenbockmuster. In
Schulklassen sind es die Schwächeren, für die Nazis, waren es die Juden, in den
USA waren es lange die Schwarzen. Wie konnte es sein, dass lange Zeit über 80%
der zum Tod verurteilten Schwarze waren?
In modernen Mediengesellschaften kommt
den Medien die Aufgabe zu, auszuloten, wer als Sündenbock in Frage kommt. Der
erste Versuch in dem Pädophilie-Skandal war, das System Kirche mit dem Zölibat
und einer verklemmten Sexualmoral zum Sündenbock zu stempeln. Aber durch die
Fakten, die durch die Wissenschaft und die Medien selbst zu Tage gefördert
wurden, klärt sich, dass dieses Sündenbockmodell nicht funktioniert, denn immer
mehr Fälle im nichtkirchlichen Umfeld kommen ans Tageslicht. Mögen Zölibat und
Sexualmoral ihre Funktionen in dem gegenwärtigen Skandal haben, so wird doch
die Suche nach dem Sündenbock weitergehen. Und sie wird immer weitergehen,
solange es Menschen gibt. Die Macht der Schuld treibt die Menschen ständig in
die Suche nach Sündenböcken.
Die Feier der Kar- und Ostertage haben
den Umgang mit Sünde und Schuld zum Thema.
Jesu eigenes Todesverständnis war es,
als Gottessohn für die Sünde der Menschen sein Leben zu geben und dennoch nicht
im Tod verharren zu müssen. Eckhard Bieger verdeutlicht dies in seinem Beitrag
„Warum musste Jesus sterben?“
Die Kirche sieht es als ihre Aufgabe
an, die Wirkungen dieses Todes Jesu und seiner Auferstehung zum Heil der
Menschen zu aktualisieren und zu vergegenwärtigen.
Wie kann dies gelingen?
Jesus macht sich durch seinen Tod,
freiwillig erlitten als Gott-Mensch, für die Schuld der Menschen, selbst zum unschuldigen
Sündenbock. Er will die Menschen befreien von dem Teufelskreis, immer neue Sündenböcke suchen zu müssen.
Dies kann aber nur dann gelingen, wenn
sich Menschen gläubig auf die Wirklichkeit des Glaubens an Jesus Christus
einlassen und wenn dieser durch Christen glaubwürdig bezeugt wird.
Wenn Vertreter der Kirche Schuld aber
unreflektiert von sich weisen, wenn sie andere zu Sündenböcken stempeln wollen,
wenn sie nicht den Mut haben, die Teilschuld anzunehmen und zu benennen, dann
kommt das andere und das besondere der Kirche nicht zum Ausdruck. So sehr man
sich gegen ungerechtfertigte Vorwürfe wehren muss, so sehr bedarf es doch der
ehrlichen Gewissenserforschung und wenn nötig, des Eingeständnisses von Schuld.
Kardinal Lehmann schreibt in seinem
Beitrag für die FAZ unter anderem, dass das Zugehen der Kirche auf die Welt
große Anforderungen an die Spiritualität der Kirche stellt. Es muss in der
Kirche verstärkt darum gehen, wie der Glaube an Jesus Christus der Gesellschaft
und dem einzelnen hilft, andere Bewältigungsmechanismen von Schuld anzuwenden
als sie zu leugnen, sie zu vertuschen oder sie irgend jemand, dem Sündenbock
eben, aufzuladen.
Die Kirche weiß, dass niemand deshalb
erlöst ist, weil er fehlerfrei ist (oder zumindest so tun kann), sondern weil
er sich Gott zuwendet und so die Kraft bekommt, umzukehren und neu immer wieder
neu anzufangen. Diese Erkenntnis aber erscheint viel zu wenig in der
gegenwärtigen Kommunikationspraxis der Kirche. Die echte Suche nach den
wirklich Schuldigen wird umso mehr gelingen, als Verleugnen, Vertuschen und
Verschieben nicht das Sagen haben. Im Umgang mit Schuld und Sünde erscheinen
aber auch bei der Kirche viel zu oft jene Mechanismen, die auch sonst in der
Gesellschaft üblich sind: Verleugnen, Vertuschen, Verschieben.
Dazu braucht die Kirche aber Jesus
nicht. Das theologisch-spirituelle Angebot Jesu lautet: Schuld darf keine Macht
haben, Schuld kann man besiegen. Das ist für Täter und Opfer ein Trost. Der
erste Schritt aber ist aus dem Teufelskreis der ständigen und unmenschlichen
Suche nach Sündenböcken ist, konsequent das Leugnen, das Vertuschen, das
Verschieben zu lassen. Diese Tage laden dazu ein.
Theo Hipp kath.de-Redaktion
Haiti: Nuntius berichtet von Schockstarre
In Haiti haben die Menschen in diesem
Jahr Ostern in einer sehr einfachen Form gefeiert. Nach dem schweren Erdbeben
vor rund drei Monaten leben noch immer rund eine Million Menschen auf der
Straße. Viele haben den Schock noch lange nicht verarbeitet. Das sagte der
Apostolische Nuntius in den Karibischen Ländern, Monsignore Bernardito Auza.
Unsere italienischen Kollegen von Radio Vatikan haben mit dem Nuntius in
Port-au-Prince, der Hauptstadt Haitis, gesprochen.
„Noch immer sieht man hier viele Leute,
die auf der Straße in einfachen Zelten leben. Diese Personen haben nach wie vor
große Angst. Mir scheint es, als wenn sie die Angst ständig vor Augen hätten
und sich der Einsturz immer wieder in ihrem Kopf abspielen würde.“
Diesen Menschen müsse man vor allem
helfen, so Nuntius Auza. Als einen Schwerpunkt der Hilfsmaßnahmen nannte er
aber auch das kirchliche Personal in Haiti. Teilweise seien diese Menschen, die
selbst anderen helfen sollten, selbst noch ohnmächtig nach der schweren
Katastrophe.
„Es gibt viele Priester, viele
religiöse Männer und Frauen, die noch immer erstarrt sind nach dem
schrecklichen Erdbeben, die noch immer nicht reagieren können. Aber es gibt, um
da anzusetzen, Gruppen von Psychologen und Priester, die Hilfe anbieten. Die
versuchen, diese Menschen zum Reden zu bewegen, sich zu öffnen. Das Erdbeben
hat die Psyche der Menschen sehr tief verletzt.“
Die internationale Geberkonferenz hat
in der vergangenen Woche vereinbart, fast zehn Milliarden Dollar für den
Wiederaufbau zur Verfügung zu stellen. Für die kommenden zwei Jahre allein 5,3
Milliarden Dollar, das sind 3,9 Milliarden Euro.
(rv 6)
Missbrauchsverdacht. Vatikan erneut im Visier
Chicago. Die Vorwürfe gegen ranghohe
Mitarbeiter des Vatikans, Missbrauchsfälle in der katholischen Kirche vertuscht
zu haben, reißen nicht ab. Wie der Anwalt eines Missbrauchsopfers aus dem
US-Bundesstaat Minnesota am Montag (Ortszeit) sagte, arbeitete ein Priester in
den vergangenen fünf Jahren in katholischen Schulen in Indien, obwohl er in den
USA zwei Mädchen sexuell belästigt haben soll. Ein Anwalt des Vatikans sagte,
die Kirche unterstütze die US-Behörden bei dem Bemühen um die Auslieferung des
Geistlichen.
Der Priester Joseph Jeyapaul soll sich
im Bistum Crookston in Minnesota zwei Mädchen unsittlich genähert haben.
Bekannt wurden die Vorwürfe erst, als Jeyapaul das Land bereits verlassen
hatte. Aus Gerichtsunterlagen geht hervor, dass Bischof Victor Balke die
Glaubenskongregation und auch Jeyapauls Vorgesetzte in Indien 2005 über die Anschuldigungen
informierte. Dabei warnte er, der Geistliche könne ein "ernsthaftes
Risiko" für junge Mädchen darstellen. Der Vatikan ordnete den Unterlagen
zufolge lediglich eine Überwachung Jeyapauls durch den zuständigen Bischof an,
um Risiken vorzubeugen und "keinen Skandal unter den Gläubigen"
auszulösen.
Mit den Vorwürfen gerät der Präfekt der
Glaubenskongregation, der Kurienkardinal William J. Levada, weiter unter Druck.
Levada soll Medienberichten zufolge Mitte der 90er Jahre als Erzbischof von
Portland einen pädophilen Priester versetzt haben, ohne die Mitglieder der
betroffenen Gemeinde zu informieren.
Auch Kardinalstaatssekretär Tarcisio
Bertone, wichtigster Mitarbeiter von Papst Benedikt XVI., soll in die
Vertuschung eines Missbrauchsfalles aus den USA in den 90er Jahren verwickelt
sein. Lawrence Murphy, Direktor einer katholischen Gehörlosenschule, wird
vorgeworfen, zwischen 1950 und 1974 bis zu 200 gehörlose Kinder sexuell
missbraucht zu haben (die FR berichtete). Ein Hilfeersuchen des im Fall Murphy
ermittelnden Erzbischofs von Milwaukee, Rembert Weakland, habe dieser zwar an
den damaligen Kurienkardinal Joseph Ratzinger gerichtet - aus geheimen
Protokollen geht nach Informationen der Wochenzeitung Die Zeit hervor, dass der
Fall vom damaligen Sekretär der Kongregation, Ratzingers Stellvertreter
Bertone, gehandhabt und "vertuscht" worden sei. Murphy sei versetzt
worden, ohne die Mitglieder der betroffenen Gemeinde über den Missbrauch zu
informieren. (afp/dpa 7)
Arbeiten, wo andere Pilgerfahrt machen... Zivildienst in Jerusalem
Manuel Wenski steckt mitten in seinem
Zivildienst – und hat sich dafür einen ganz besonderen Ort ausgesucht –
Jerusalem. Anders als viele Osterpilger wollte er die Stadt und vor allem die Menschen
ganz intensiv kennenlernen, reichhaltige Erfahrungen im Spannungsfeld der
verschiedenen Religionen und politischen Herausforderungen sammeln. Im Gespräch
mit Radio Vatikan erklärt der Freiburger, warum er sich für den sozialen Dienst
in der evangelischen Erlöserkirche in der Jerusalemer Altstadt entschieden hat:
„Es war klar, dass ich meinen
Zivildienst leisten muss. Und da dachte ich: Dann aber dort, wo ich am meisten
mitnehmen kann! Dazu kam, dass ich stark auf der Suche war nach diesem Fünkchen,
das den Glauben noch abrundet. Und Jerusalem ist die Stadt, wo man sich diese
Glaubensabrundung sehr gut vorstellen kann. Inzwischen bin ich hier auf einem
guten Weg und merke, dass es die richtige Entscheidung war.“
Neben den reichhaltigen Eindrücken
ringsum stehen Tag für Tag ganz verschiedene Dienste in der Gemeinde auf dem
Programm:
„Wir haben hier einen Kreuzgang, der
gepflegt werden muss. Wir veranstalten im Sommer wieder monatlich Konzerte, die
organisiert werden müssen. Wir haben eine Gemeinde in Latrun, wo wir einen
Kindergottesdienst gestalten. Da kommen viele Kleinigkeiten zusammen.“
Christ sein bedeutet in Jerusalem keine
Außenseiterrolle, so die Erfahrungswerte des Zivildienstleistenden, obwohl die
Christen in Israel in der Minderheit sind:
„Eigentlich ist es ganz angenehm. Denn
die Juden sind so auf die Moslems und die Moslems wiederum so auf die Juden
fixiert, dass wir so ein bisschen einen Joker haben. Wir kommen vielerorts
leichter rein, als die anderen, zum Beispiel. Wir werden als Christen
akzeptiert. Und trotzdem würde ich in der Altstadt nicht mit einem riesigen
Kreuz um den Hals spazieren gehen. Ich weiß für mich, dass ich Christ bin, und
muss das nicht großmächtig nach außen tragen.“ (rv 6)
Norwegen. Früherer Bischof gesteht Missbrauch eines Kindes
Der aus Volkesfeld in der Eifel
stammende ehemalige Bischof der norwegischen Stadt Trondheim, Georg Müller, hat
den sexuellen Missbrauch eines Kindes vor 20 Jahren gestanden. Dies sei der
Grund für den Rücktritt Müllers vor einem Jahr gewesen, teilte dessen
Nachfolger, Bischof Bernt Eidsvig, am Mittwoch auf der Internetseite der
katholischen Kirche in Norwegen mit. Die Glaubenskongregation des Vatikans habe
ihn damit beauftragt, den Vorfall öffentlich zu machen.
Der Heilige Stuhl habe Ende Januar 2009
erfahren, dass der heute 58 Jahre alte Bischof Müller beschuldigt wurde,
seinerzeit noch als Pfarrer ein Kind sexuell missbraucht zu haben, hieß es. Die
Nuntiatur in Stockholm habe die Angelegenheit untersucht. Als Müller mit den
Vorwürfen konfrontiert worden sei, habe er den Sachverhalt zugegeben und sei
zurückgetreten. „Bischof Müller hat sich daher seit seinem Rücktritt einer
Therapie unterzogen und übt weder bischöfliche noch pastorale Aufgaben aus“,
erklärte Eidsvig. Müller habe beteuert, dass es sich um einen einmaligen Fall
gehandelt habe, sagte der Bischof. Bisher sind der Kirche zufolge keine
weiteren Opfer bekannt. Das missbrauchte Kind sei von der Kirche entschädigt
worden, auch wenn der Fall nach norwegischem Strafrecht verjährt sei.
Dem Südwestrundfunk zufolge handelt es
sich um einen Chorknaben aus Norwegen. Eidsvig sprach dem Opfer sein Mitgefühl
aus. Müller habe „gegen alle geltenden Richtlinien und die Versprechen, die er
abgelegt hat, verstoßen.“ Faz.net 7
Missbrauch. Vatikan: Verstimmt über neues Altmaterial
Im Vatikan ist man verstimmt über
Berichte der deutschen Wochenzeitung „Die Zeit“. Diese zitiert auf ihrer
Homepage aus Akten zum Fall des pädophilen US-Priester Lawrence Murphy aus den
neunziger Jahren. Aber anders als die „New York Times“ in den letzten Wochen
nimmt sie dabei nicht den jetzigen Papst selbst ins Visier, der damals die
vatikanische Glaubenskongregation leitete. Stattdessen erweckt „Die Zeit“ den Eindruck,
der jetzige Kardinalsstaatssekretär Tarcisio Bertone, damals zweiter Mann an
der Glaubenskongregation, habe den US-Fall 1998 vertuscht. Auch der jetzige
Präfekt der Kongregation, der US-Kardinal William Levada, gerät in der
„Zeit“-Darstellung ins Zwielicht. Zwar wird Papst Benedikt in der neuen Lesart
des alten Materials deutlich entlastet. Die „Zeit“-Version stützt auch die
Vatikan-Hinweise, dass der Fall Murphy damals auf Vatikanseite von Erzbischof
Bertone behandelt wurde. Ärgerlich ist man im Vatikan aber darüber, dass die
„Zeit“ keineswegs neues Material bietet, sondern längst bekannte Dokumente
„aufwärmt“. Auf diese Dokumente ist der Vatikan in den letzten Wochen schon
äußerst ausführlich eingegangen – etwa Kardinal Levada in einem langen und detaillierten
Statement. „Die kommen mit Verspätung“, sagt Vatikansprecher Federico Lombardi
über das „Zeit“-Dossier nach Angaben der Nachrichtenagentur ansa. Der
Jesuitenpater glaubt auch, dass „um jeden Preis versucht“ werde, „irgendwelche
Vertuschungs-Mechanismen oder Tricks herauszufinden, die es gar nicht gab“.
„Nur 0,03 Prozent“ - „Die Zahl von
US-Priestern, die in Pädophilie-Fälle verwickelt sind, liegt unter 0,03
Prozent.“ Darauf macht der italienische Dienst von Radio Vatikan aufmerksam.
Unter Berufung auf einen US-Regierungsbericht von 2008 erklärt er weiter, über
64 Prozent aller Missbrauchsfälle ereigneten sich im familiären Umfeld, zehn
Prozent hingegen in der Schule.
Papst auch wegen Lebensschutz im Visier
der Medien - Der frühere vatikanische Justizminister Kardinal Julian Herranz
sieht die Angriffe auf Papst Benedikt XVI. auch in Zusammenhang mit dessen
Eintreten für den Lebensschutz. Die internationalen Medien hätten das Oberhaupt
nicht nur wegen pädophiler Priester ins Visier genommen, sondern auch wegen
„der Verteidigung ethischer Werte, angefangen mit dem Nein zur Abtreibung“,
sagte der spanische Kardinal in einem Interview der italienischen Tageszeitung
„La Repubblica“ (Dienstag). Die Affäre um Geistliche, die ihre priesterlichen
Gelübde verraten hätten, bedeute für Benedikt XVI. „ein unsägliches, bitteres,
tiefes Leiden“, sagte Herranz. Die Kar- und Ostertage seien für die
Kirchenleitung eine „sehr durchlittene Heilige Woche“ gewesen. „Aber der
Heilige Vater hat sie mit großer Stärke durchlebt, gestützt von einem
außergewöhnlichen Glauben“, so der 80-jährige Opus-Dei-Kardinal.
Irland/Großbritannien/Schottland:
„Schande und schwere Verfehlungen“ - Angesichts des Missbrauchsskandals hat die
Kirche von Irland, Großbritannien und Schottland Fehler eingestanden und die
Opfer erneut um Entschuldigung gebeten. „Mir wird bewusst, dass ich mich selbst
– nicht gewollt und nicht bewusst – von dieser Kultur in unserer Kirche und
Gesellschaft habe beeinflussen lassen.“ Das sagte der irländische Primas,
Bischof Séan Brady, nach Angaben von BBC in seiner Osterbotschaft. Seine
„größte Sorge“, so der Vorsitzende der irischen Bischofskonferenz weiter, gelte
„ab jetzt der Sicherheit und dem Schutz vor allem der Kinder und
verletzlichsten Mitglieder der Kirche“. In den letzten Wochen waren im
Zusammenhang mit Missbrauchsfällen in der irischen Kirche Rücktrittsforderungen
an den Bischof von Armagh gerichtet worden. Brady hatte einen Rücktritt jedoch
abgelehnt. Auch der Primas von Großbritannien und Wales, Erzbischof Vincent
Nichols, gestand in seiner Osterpredigt „schwerwiegende Verfehlungen“ der
Kirche ein. „Wir erkennen unsere Schuld und unser Bedürfnis nach Vergebung an“,
sagte Nichols in der Kathedrale von Westminster nach BBC-Angaben. Reue zeigte
auch der Erzbischof von Edinburgh, Kardinal Keith O’Brien. „Jeder Katholik, der
von diesen Verbrechen gegen Kinder wusste und nichts getan hat, um sie bekannt
zu machen, stürzt uns alle in Schande“, sagte der Primas von Schottland
anlässlich der Osterfeierlichkeiten in seiner Diözese.
Frankreich: Bischöfe verteidigen den
Papst - Zahlreiche Oberhirten haben sich auch in Frankreich in ihren Kar- und
Osterpredigten hinter Papst Benedikt gestellt. Gleichzeitig betonten sie aber
auch ihre Entschlossenheit, Fälle von sexuellem Missbrauch im kirchlichen Raum
nicht zu vertuschen. Der Erzbischof von Rouen, Jean-Charles Descubes, erklärte
bei einer Messe, in seinem Erzbistum seien zwei Priester derzeit der Pädophilie
beschuldigt. Er nannte auch ihre Namen, damit – so wörtlich – „jetzt keine
ungesunden Gerüchte entstehen“. Kardinal Jean-Pierre Ricard von Bordeaux räumte
ein, die Kirche habe in der Vergangenheit gelegentlich Missbrauchsfälle
vertuscht. Dabei sei es aber nicht nur darum gegangen, „das Image der Kirche
nicht zu beschädigen“; vielmehr hätten häufig die Familien der Opfer um
Vertraulichkeit gebeten.
Schweiz: Kritik aus Kirchenkreisen -
Die Äußerungen Kardinal Angelo Sodanos sind auch in der Schweiz auf Kritik
gestoßen. Sodano hatte zu Beginn der Ostersonntagsmesse seine Solidarität mit
Papst Benedikt bekundet und die aktuelle Debatte zum Missbrauch in der Kirche
als „Geschwätz des Augenblicks“ bezeichnet. Dies sei eine „Beleidigung der
Opfer und eine unangemessene Haltung gegenüber der Kritik“, kritisierte der Schweizer
Theologe Erwin Koller die Aussagen Sodanos. Gegenüber der Sendung „Tagesschau“
des Schweizer Fernsehen. Die Kirche müsse sich den schweren Verfehlungen
stellen. Koller forderte ein „Mea culpa des Papstes“. Die Medien leisteten im
Zusammenhang mit dem Missbrauchsskandal eine wichtige Aufklärungsarbeit,
reagierte auch Willi Anderau, der Regionalobere der Deutschschweizer Kapuziner
und Präsident des Katholischen Mediendienstes, auf die Medienkritik des
Vatikans. Sodano beleidige „all jene Kirchenmitglieder, die sich um Transparenz
und Aufklärung bemühen“, so Anderau gegenüber der Tagesschau. Durch die
Vertuschungsversuche solidarisiere sich die Kirche mit der Täterseite statt mit
den Opfern.
Italien: „Mehr Verständnis für den
Menschen“ - Der italienische Kulturminister Sandro Bondi macht sich Gedanken um
die Kirche. In einem Beitrag für die regierungsnahe Zeitung „Il Giornale“
schreibt Bondi, die Kirche finde sich derzeit an einem Scheideweg. Statt vor
allem zum Beachten moralischer Regeln aufzurufen, könne sie jetzt „mutig neue
Horizonte für den Klerus und die Gläubigen aufreißen“, indem sie „mehr
Verständnis für den Menschen entwickelt, für seine Leiden und seine ungehörten
Fragen“. Der frühere kommunistische Bürgermeister und Hobbydichter Bondi ist
jetzt „Koordinator“ der Mitte-Rechts-Regierungspartei „Volk der Freiheit“ von
Ministerpräsident Silvio Berlusconi. Vom „Giornale“, das Berlusconis Familie
gehört, waren im letzten Jahr scharfe Angriffe auf Italiens katholische Kirche
ausgegangen. (Agenturen 6)