Notiziario religioso 30
Aprile – 2 Maggio 2010
Venerdì 30 aprile. Il commento al Vangelo. “Io vado a prepararvi un posto”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,1-6) commentato da P. Lino Pedron
1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e
abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio
vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò
e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove
io vado, voi conoscete la via».
5 Gli disse
Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come
possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io
sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di
me.
Gesù riprende
l’argomento della sua imminente partenza esortando i discepoli alla fiducia,
perché egli sta andando a preparare loro un posto nel regno del Padre e poi
tornerà a prenderli per portarli con sé.
I discepoli
possono provare angoscia e tristezza per la separazione dal Maestro,
ma Gesù li previene informandoli che la sua lontananza sarà temporanea.
La "casa del
Padre" indica lo stato beato di intima unione in
cui vive Dio con la sua famiglia. In questa casa dimora per diritto il Figlio
(Gv 8,35), il quale può preparare dei posti per i suoi amici: in essa "vi
sono molti posti" (v. 2). Lo stato di beatitudine
consiste nell’essere con il Cristo glorioso.
Dal tema del
viaggio verso la casa del Padre, Gesù, con naturalezza, passa a parlare della
via (v. 4). Per giungere al Padre bisogna passare per
il Figlio.
Tommaso desidera
concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una
via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi
in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica
all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.
Gesù proclama di
essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno
può arrivare a Dio con le proprie forze, né può servirsi di altri mediatori.
Come nessuno può andare verso il Cristo, se non gli è concesso dal Padre (Gv
6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù (v. 6).
Gesù proclama
anche di essere la verità e la vita. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue tre funzioni
specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore.
Gesù è l’unica
persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la
vita e l’amore di Dio per l’umanità, e comunica al mondo la salvezza che è la
vita di Dio. Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel
Padre e il Padre vive in lui. De.it.press
Sabato 1 maggio. Il commento al Vangelo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 14,7-14) commentato da P. Lino Pedron
7 Se conoscete me,
conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e
lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu
non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto
il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico,
non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le
sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro,
credetelo per le opere stesse.
12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che
io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia
glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche
cosa nel mio nome, io la farò.
Solo Gesù può
condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù
conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.
L’intervento di
Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua
gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe
dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38;
13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre
(v. 9).
Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole
dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere
da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).
L’immanenza del
Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i
discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo
delle opere straordinarie da lui compiute.
Gesù spesso invita
alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui
proclama beato chi crede senza aver visto (20, 29).
Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e
straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina,
invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato
d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).
Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in
verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento
trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona
divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La
motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto
che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli
(v. 13).
Affinché la
preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev’essere
rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio
di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).
Domenica 2 maggio. Il commento al
Vangelo. Nicodemo da Gesù di notte
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 13,31-33a.34-35) commentato da P. Lino Pedron
31 Quand'egli fu
uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato
glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato
glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte
sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per
poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli
altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli
uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete
amore gli uni per gli altri».
Appena il
traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è
consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si
premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo
mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua
glorificazione e il suo ritorno al cielo.
Gesù guarda ormai
gli eventi ultimi della sua vita terrena nell’ottica
dell’eternità e vede l’intera passione come l’atto della massima glorificazione
che renderà al Padre. Gesù glorifica Dio come Padre, e questi glorifica Gesù come Figlio. Sulla croce Cristo sarà glorificato
nella sua persona, perché sarà conosciuto in tutta la sua gloria mediante la
fede. Il Padre lo glorificherà con la risurrezione e l’invio dello Spirito.
L’appellativo
"figlioli", usato da
Gesù, esprime tutto l’amore e la confidenza per i suoi discepoli. Egli avverte
i suoi amici che sta per lasciarli. Ad essi, che
cercheranno di seguirlo, per ora non sarà possibile: lo seguiranno più tardi.
Gesù ricambia il
loro desiderio con un dono che permetterà loro di raggiungerlo nella sua
gloria: il dono del comandamento dell’amore: "Vi do un comandamento nuovo:
che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato,
così amatevi anche voi gli uni gli altri" (v. 34).
L’osservanza del
comandamento che Gesù lascia alla sua comunità è il distintivo che la qualifica.
Il comandamento dell’amore guida l’esistenza del credente, che è fondata
sull’amore scambievole: chi ama il fratello vive, perché l’amore è vita e
realizzazione di sé.
L’amore ai
fratelli, in realtà, è un precetto antico (cfr Lv 19,18), ma Gesù lo ripropone con una novità inaudita. Il comandamento è
"nuovo" perché è il cuore e la sintesi della nuova alleanza, fondata
sull’amore di Gesù per l’umanità. E’ "nuovo" perché riproduce nel
mondo l’amore che Cristo nutre per i suoi in modo sempre straordinario. E’
"nuovo" perché è segno e caparra dei "cieli nuovi e della terra nuova".
L’amore del
prossimo, che Gesù insegna, ha come norma e modello lui stesso. Nell’Antico
Testamento l’amore del prossimo era misurato sull’amore verso se stessi: "ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18). Nel
Nuovo Testamento, invece, la carità fraterna va misurata sull’esempio e sul
modello dell’amore di Gesù verso di noi: "amatevi
l’un l’altro come io ho amato voi" (v. 34).
Per Gesù il motivo
e la misura dell’amore reciproco tra fratelli deve
commisurarsi sul suo amore verso di noi, sempre nuovo, sempre profondo, sempre
gratuito, come l’alleanza che Dio rivela amando l’uomo e il mondo (cfr Gv 3,16;
Ger 31, 31; Ez 34-37).
L’amore che Gesù
lascia alla comunità cristiana è l’amore stesso che il Padre ha per lui. Il
Signore chiede ad ogni suo discepolo un amore sulla
misura di quello del Padre. I discepoli devono prolungare la rivelazione
dell’amore del Padre in Gesù verso i fratelli.
La comunità
cristiana è tale solo se pratica il comandamento nuovo dell’amore fraterno,
perché è la carità che conquista i cuori e li apre alla verità. Tertulliano ha
scritto: «E’ stata soprattutto la pratica dell’amore ad
imprimere in noi quasi un marchio di fuoco agli occhi dei pagani: "vedete
come si amano" dicono (mentre essi si odiano tra loro), "e come sono
pronti a dare la vita l’uno per l’altro" (mentre essi preferiscono
uccidersi tra loro)»(Apologeticum, 39: PL 1, 534).
Il comandamento
nuovo non è solo il distintivo di appartenenza a Cristo, ma è anche il volto
del Signore risorto e vivo nella sua Chiesa: "Carissimi, se Dio ci ha
amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli
altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto
in noi" (1Gv 4,11-12).
De.it.press
Domenica 2. V di Pasqua. Chi è in Cristo è una creatura nuova
La chiesa ha i
giorni contati – dice qualcuno – perché è vecchia, non sa rinnovarsi, ripete
formule antiche invece di rispondere ai nuovi interrogativi, ripropone
caparbiamente riti obsoleti e dogmi incomprensibili mentre l’uomo d’oggi è alla
ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo senso della vita, di un Dio meno
distante.
Cresce la voglia
di spiritualità e si diffonde l’adesione alle nuove fedi che si chiamano reiki, channelling, cristalloterapia, dianetica. Si
diffonde la religione-fai-da-te che disdegna i dogmi e le chiese, una religione
in cui spesso si fondono tecniche orientali con interpretazioni esoteriche di
Cristo; in cui si equiparano la meditazione della
parola di Dio in un monastero con l’emozione provata nel folto di un bosco a
colloquio con il proprio angelo-guida.
Espressione di
questa ricerca del nuovo è la New Age che prospetta una visione utopica di un’era di pace, armonia e progresso.
Confondere la
fedeltà alla Tradizione (con la lettera maiuscola) con il ripiegamento su ciò
che è vecchio e logoro, con la chiusura agli impulsi dello Spirito che “rinnova
la faccia della terra” è uno degli equivoci più
funesti in cui possa cadere la Chiesa. Le accuse di scarsa modernità che le vengono mosse (spesso anche ingiuste e immotivate)
dovrebbero comunque farla riflettere.
La chiesa è la
depositaria dell’annuncio di “cieli nuovi e terra nuova”,
della proposta di “uomo nuovo”, del “comandamento nuovo”, di un “canto nuovo”. E’ a lei che dovrebbe istintivamente rivolgersi chiunque
sogni un mondo nuovo.
Prima Lettura (At 14,21-27)
In quel tempo, 21 Paolo e Barnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia,
22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché,
dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di
Dio. 23 Costituirono quindi per loro in ogni comunità
alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel
quale avevano creduto. 24 Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero
la Panfilia 25 e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad
Attalìa; 26 di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla
grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto.
27 Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio
aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della
fede.
Da molte parti è
scomparso, ma in certi luoghi sopravvive ancora un certo “individualismo
religioso” che predica la salvezza della propria anima. Certo, i battezzati non
si disinteressano dell’anima degli altri, pregano perché tutti vadano in
paradiso, tuttavia è ancora radicata l’idea che, al momento della resa dei
conti, tutte le amicizie salteranno e ognuno dovrà vedersela da solo con Dio.
Questa concezione porta all’esasperazione della religione dei meriti: ognuno
porta con sé le proprie opere buone e non ci si deve illudere che, alla fine,
ci possano essere delle transazioni.
Se le cose stanno
in questi termini ci chiediamo a che serve la comunità
se poi, nel momento decisivo, ognuno deve arrangiarsi da solo. I discepoli di
Gesù costituiscono un unico corpo e le singole membra non possono vivere le une
senza le altre. Sono un popolo, una famiglia in cui ognuno è, in qualche modo,
responsabile di quanto fanno gli altri.
La lettura
approfondisce questo tema della vita comunitaria.
Paolo e Barnaba
stanno per concludere il loro primo viaggio
missionario. Hanno attraversato molte regioni, hanno annunciato la Buona
Novella in tante città e, prima di tornare alla comunità di Antiòchia dalla
quale sono stati inviati e alla quale devono rendere conto della loro opera,
decidono di rivedere le giovani comunità che hanno fondato. Vogliono che siano
fortificate nella fede e aiutate ad organizzarsi, per
questo stabiliscono in ognuna di loro un gruppo di anziani.
Non si può
concepire una vita cristiana individualista; chi non si rapporta con gli altri,
chi vive da solo, chi pensa unicamente a se stesso e al proprio progresso
spirituale può essere una persona buona, pia, religiosa, ma non è un cristiano.
Ecco la ragione per cui, fin dall’inizio, gli apostoli sentono il bisogno di
costituire ovunque dei “centri di fraternità” guidati da “anziani”.
Il lavoro
missionario non è concluso nel momento in cui le persone abbracciano la fede e
sono battezzate. E’ necessario che i credenti divengano una “comunità” nella
quale ognuno si sente membro vivo, attivo, corresponsabile.
Seconda Lettura
(Ap 21,1-5a)
Io Giovanni, 1 vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo
e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere
dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
“Ecco la dimora di Dio con
gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo
popolo
ed egli sarà il
"Dio-con-loro".
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la
morte,
né lutto, né lamento,
né affanno,
perché le cose di
prima sono passate”.
5 E Colui che sedeva
sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.
Nella Bibbia è
impiegato spesso il termine nuovo – ben 347 volte nell’AT
e 44 nel NT – e con quest’aggettivo s’intende un cambiamento radicale rispetto
a ciò che esisteva prima. Il nuovo operato da Dio è
qualcosa di inatteso, di inimmaginabile, di sorprendente. Quando, ad esempio,
egli promette una “nuova legge” (Ger 31,31-34), non si riferisce a una nuova
serie di prescrizioni, a un “aggiornamento” del decalogo, ma al dono di una
legge radicalmente diversa, al dinamismo interiore che porta a compiere il bene,
alla legge posta nel cuore, non scritta su pietre.
Nell’AT sono annunciate molte realtà nuove che il Signore
attuerà: una nuova alleanza, uno spirito nuovo, un cuore nuovo e una creazione
nuova: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più
il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di
quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un
gaudio” (Is 65,17-18).
La prima creazione
era buona. Era “molto buono” tutto ciò che Dio aveva fatto (Gen 1,31), ma
l’uomo, nella sua libertà, ha introdotto il peccato, ha usato per il male le
creature e le ha condotte alla corruzione. Le conseguenze delle sue scelte
insensate sono anche sotto i nostri occhi: guerre, violenze, sopraffazioni,
ingiustizie… E’ dunque irrimediabilmente fallito il progetto di Dio? Al Signore
dell’universo è sfuggita di mano la sua creazione?
No – risponde il
veggente dell’Apocalisse. Dio controlla i destini del mondo, nessun evento lo
coglie di sorpresa, egli sta facendo nuove tutte le cose (v.5). Non distrugge
la prima creazione, ma sta preparando un nuovo cielo e una nuova
terra. Solo il mare – simbolo di tutto ciò che è contro la vita (Ap 13,1) –
sarà fatto scomparire per sempre, evaporerà fino all’ultima goccia (v.1).
La visione continua: “Vidi anche la città
santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa
adorna per il suo sposo” (v.2). In nessun giorno della sua
vita la donna appare affascinante come nel giorno delle nozze. E’ giovane,
sul suo volto non c’è né macchia né ruga, tutti la ammirano. La realtà del
mondo che abbiamo sotto gli occhi è esattamente opposta e le previsioni sono
fosche, nulla prelude a una trasformazione così sorprendente. E’ come osservare
un bruco: non si è portati a pensare che possa dar origine a una farfalla.
La conclusione
della storia del mondo è da sogno: Dio dimorerà per sempre con gli uomini “e
tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né
lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (vv.3-4).
E’ il messaggio di
gioia e di speranza che Giovanni rivolge ai cristiani delle sue comunità,
tentati di lasciarsi abbattere di fronte all’apparente e inarrestabile trionfo
del male. Alla fine scopriranno – dice il veggente – che il gioco lo ha sempre condotto Dio.
Vangelo (Gv 13,31-33a.34-35)
31 Quando Giuda fu
uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è
stato glorificato in lui. 32 Se Dio è
stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da
parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli,
ancora per poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli
uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche
voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete
miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.
Per noi, eredi del
pensiero greco, la glorificazione è il raggiungimento dell’approvazione e delle
lodi degli uomini, equivale alla fama, la ottiene chi
raggiunge una posizione prestigiosa. Tutti la desiderano, smaniano, lottano per
averla ed è per questo che si allontanano da Dio. I
giudei che “prendono la gloria gli uni dagli altri e non cercano la gloria che
viene da Dio” (Gv 5,44), che “amano la gloria degli uomini più della gloria di Dio” (Gv 12,43) non possono credere in Gesù nel
quale non si manifesta la “gloria” che attira gli sguardi e l’attenzione degli
uomini. In lui si rende visibile, fin dal suo primo apparire nel mondo, la
gloria di Dio: “Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi; e
noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14).
Dio è glorificato
quando dispiega la sua forza e compie gesta di salvezza, quando mostra il suo
amore per l’uomo. Nell’AT la sua gloria si è
manifestata quando ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. “Gli israeliti
vedranno la sua gloria – promette il profeta – perché egli sta per venire a
salvarli” (Is 35,2.4).
Nei primi versetti
del Vangelo di oggi (vv.31-32) compare per ben cinque volte il verbo
glorificare: il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato
in lui; se Dio è stato glorificato in lui, lo glorificherà da parte sua e lo
glorificherà subito. Una ridondanza, una prolissità che quasi annoiano; una solennità che sembra eccessiva e fuori luogo
nel contesto in cui queste parole vengono pronunciate da Gesù. Siamo nel
cenacolo e mancano poche ore alla sua cattura e alla sua condanna a morte.
Chi non conosce in
anticipo come si sono svolti i fatti è portato a
pensare che Dio stia per sbalordire tutti con un prodigio, che stia per dare
una dimostrazione della sua forza umiliando i suoi nemici.
Nulla di tutto
questo. Gesù è glorificato perché Giuda è uscito per andare ad accordarsi con i
sommi sacerdoti su come arrestare il Maestro (v.31). Accade qualcosa di inaudito, di scandaloso e incomprensibile per gli uomini:
in Gesù che s’incammina verso la passione e la morte, che si consegna nelle
mani dei carnefici e viene inchiodato sulla croce si manifesta la “gloria” di
Dio.
Pochi giorni prima
Gesù ha chiarito in che consiste la sua gloria: “E’ giunta l’ora che sia
glorificato il Figlio dell’uomo… Se il chicco di grano caduto in terra non
muore, rimane solo; se invece muore, produce molto
frutto” (Gv 12,23-24). La gloria che lo attende è il momento in cui, dando la vita, rivelerà al mondo quanto è grande l’amore di
Dio per l’uomo. E’ questa l’unica gloria che egli promette anche ai suoi
discepoli.
Il brano continua
con la presentazione del comandamento nuovo, introdotto da un’espressione
sorprendente: Figlioli... (v.33). I discepoli non sono figli,
ma fratelli di Gesù. Come mai li chiama in questo modo?
Per comprendere il
significato delle sue parole va tenuto presente il momento in cui vengono pronunciate. Durante l’ultima cena, Gesù si è reso
conto che gli restano solo poche ore di vita e sente di dover dettare il suo
testamento. Come i figli considerano sacre le parole pronunciate dal padre sul
letto di morte, così Gesù vuole che i suoi discepoli imprimano nella mente e
nel cuore ciò che sta per dire.
Ecco il suo
testamento: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato!” (v.34). Per sottolinearne
l’importanza lo ripeterà altre due volte prima di incamminarsi verso il
Getsèmani: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come
io vi ho amati” (Gv 15,12); “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv
15,17).
Parla come chi
vuole lasciare qualcosa in eredità: Vi do – dice (v.34).
Avessimo potuto
scegliere noi un dono fra i tanti che egli possedeva, tutti – penso – avremmo
chiesto il potere di compiere miracoli. Egli ci ha offerto invece un
comandamento nuovo.
Comandamento per
noi equivale a imposizione, impegno gravoso da adempiere, peso da sopportare.
Qualcuno ritiene che la felicità venga raggiunta da
chi fa il furbo, da chi si gode la vita trasgredendo le “dieci parole” di Dio,
per questo molti sono convinti che chi riesce ad osservare i dieci comandamenti
merita il paradiso mentre chi è infedele deve essere severamente punito.
E’ una prospettiva
ancora molto diffusa e deve essere corretta con urgenza perché è estremamente perniciosa. E’ frutto di un’immagine deturpata
di Dio.
Un esempio banale:
se un medico insiste col suo paziente perché smetta di fumare, non lo fa per
limitare la sua libertà, per privarlo di un piacere, per metterlo alla prova,
ma perché vuole il suo bene. Di nascosto, cercando di non farsi notare, costui
può continuare a fumare e, dopo un certo tempo, ritrovarsi con i polmoni
rovinati. Il medico non lo castiga per questo (non ha fatto del male a lui, ma
a se stesso), egli cercherà sempre e comunque di ricuperarlo. E Dio – sia detto
per inciso – è un buon medico, guarisce tutte le malattie (Sal 103,3).
Dandoci il suo
comandamento Gesù si è dimostrato un impareggiabile amico: ci ha indicato, non a
parole, ma con il dono della vita, come si realizza in pienezza la propria
esistenza in questo mondo.
Si tratta di un
comandamento nuovo. In quale senso? Non è forse già scritto nell’AT: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)? Vediamo
di cogliere dove sta la novità.
Rispetto a quanto
raccomandato nell’AT è certamente nuova la seconda
parte: “come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v.34).
La misura
dell’amore propostaci da Gesù non è quella che usiamo verso noi stessi, ma
quella che egli ha avuto per noi.
Non è detto che
noi ci amiamo: non sopportiamo i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre
miserie; se commettiamo un errore, se facciamo una brutta figura, se compiamo
un gesto di cui ci dobbiamo vergognare arriviamo addirittura ad autopunirci.
Poi il
comandamento è nuovo perché non è spontaneo per l’uomo amare
chi non lo merita o chi non può ricambiare, non è normale fare del bene anche
ai propri nemici.
Gesù rivela un
amore nuovo: ha amato chi aveva bisogno del suo amore per essere felice. Ha
amato i poveri, i malati, gli emarginati, i malvagi, i corrotti, i suoi stessi
carnefici perché solo amandoli poteva farli uscire
dalla loro condizione di grettezza, di miseria e di peccato.
E’ l’amore
gratuito e immotivato di cui ha dato prova Dio nell’AT
quando si è scelto il suo popolo: “Il Signore – dice Mosè agli israeliti – si è
legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri
popoli, siete infatti il più piccolo di tutti i popoli, ma perché il Signore vi
ama” (Dt 7,7-8). Per questo Giovanni afferma: “Non vi scrivo un comandamento
nuovo, ma un comandamento antico… Chi ama suo
fratello, dimora nella luce” (1 Gv 2,7-10).
Ma la novità maggiore di questo comandamento è un’altra. E’ il fatto che nessuno prima di Gesù ha mai tentato di
costruire una società basata su un amore come il suo.
La comunità
cristiana è posta così come alternativa, come proposta
nuova a tutte le società vecchie del mondo, a quelle basate sulla competizione,
sulla meritocrazia, sul denaro, sul potere. E’ quest’amore che deve
“glorificare” i discepoli di Cristo.
Per bocca di
Geremia Dio ha annunciato: “Ecco verranno giorni in cui io concluderò
un’alleanza nuova con la casa d’Israele” (Ger 31,31). L’antica alleanza è stata
stipulata sulla base dei dieci comandamenti. La nuova alleanza è legata
all’osservanza di un unico, nuovo comandamento: l’amore al fratello, come
quello di cui Gesù è stato capace.
Gesù conclude il suo “testamento” affermando: “Da questo tutti
sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”
(v.35). Noi sappiamo che non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia
sono i segni che l’albero è vivo. Non sono le buone opere che rendono cristiane
le nostre comunità, ma sono queste opere che danno la
prova che le nostre comunità sono animate dallo Spirito del Risorto.
I cristiani non
sono uomini diversi dagli altri, non portano distintivi, non vivono fuori dal
mondo; ciò che li caratterizza è la logica dell’amore gratuito, quello di Gesù,
quello del Padre. p.
Fernando Armellini, de.it.press
In corso il Congresso delle Conferenze episcopali europee sulle migrazioni
MALAGA– “L’Europa
delle persone in movimento. Superare le
paure. Disegnare prospettive”. É questo il tema che
dal 27 aprile al 1° maggio è al centro dell’ottavo Congresso Europeo sulle
migrazioni promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e che si
sta svolgendo a Malaga, in Spagna.
Al Congresso è
intervenuto, tra gli altri, anche il Presidente del Pontificio Consiglio per i
Migranti e gli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò e per la Fondazione
Migrantes il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale degli Immigrati e
Rifugiati, padre Gianromano Gnesotto. Tra i partecipanti
anche il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni, mons. Bruno
Schettino.
I congressisti
hanno ricevuto anche un messaggio di Papa Benedetto XVI che - si legge in un
telegramma a firma del Cardinale Segretario di Stato,
Tarcisio Bertone, indirizzato all’Arcivescovo Presidente del Pontificio
Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti - incoraggia a
proseguire l'impegno per un’“adeguata azione pastorale” verso tutti coloro che
“soffrono le conseguenze di aver dovuto lasciare la propria terra”.
“Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una
preziosa risorsa per lo sviluppo dell’intera famiglia dei popoli, grazie alle
potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario”,
scrivono i partecipanti al Congresso in un messaggio di risposta al Papa:
“desideriamo raccogliere la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce
positiva, come evento che interpella in modo particolare la responsabilità dei
cristiani a svolgere un ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di
integrazione, promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica
e dell’economia”. “Siamo consapevoli - aggiungono - dell’importanza di puntare
su strategie di integrazione, rispettando adeguati
itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime
aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità”. (Migranti-press)
Migrazioni. Mons. Damian: “Le famiglie, le prime ad essere colpite”
Malaga -E’ la
famiglia ad essere la realtà sociale maggiormente
colpita dall’immigrazione. E’ la constatazione di mons. Cornel Damian, vescovo
ausiliare di Bucarest, con la quale si è aperto
mercoledì pomeriggio a Malaga il confronto sul tema della “famiglia”
nell’ambito dell’ottavo Congresso europeo sulle migrazioni, promosso dal Ccee.
“In alcuni paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) – ha detto
il vescovo -, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza
prospettive di miglioramento delle condizioni di vita”. In genere, e sempre più
spesso “è la giovane madre ad emigrare”: “spesso poi
cade nelle mani dei trafficanti”. Povertà, violenza in
famiglia, mancanza di un’educazione adeguata, l’influsso negativo di alcune
persone. “Sono tante le cause che feriscono la famiglia” e finiscono per
scoraggiare i genitori inducendoli addirittura “ad abbandonare per un periodo o
per sempre la propria casa”. Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, “la
famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel paese
d’origine, sia nel luogo d’arrivo”. “La famiglia – ha concluso
il vescovo – in ogni tempo, nei tempi normali e nella tempesta della migrazione
resta sempre una realtà sacra, dove la vita ha un suo posto sicuro”
confermandosi “come fondamento della società e futuro dell’umanità: un dono di
Dio al mondo”.
“Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una
preziosa risorsa per lo sviluppo dell’intera famiglia dei popoli, grazie alle
potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario”. Lo
scrivono a papa Benedetto XVI i partecipanti all’ottavo Congresso europeo sulle
migrazioni che su iniziativa del Ccee, si è aperto con la lettura di un augurio
del Santo Padre. In un messaggio di risposta firmato dal card. Josip Bozanic,
arcivescovo di Zagabria e vice-presidente del Ccee, da mons. José Sanchez,
presidente della Commissione Migrazioni del Ccee e da mons. Antonio Maria
Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, i
partecipanti all’incontro (vescovi, direttori nazionali e operatori di
pastorale della mobilità umana) così scrivono al Papa: “Desideriamo raccogliere
la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che
interpella in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un
ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di integrazione,
promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e
dell’economia”. “Siamo consapevoli dell’importanza di puntare su strategie di integrazione, rispettando adeguati itinerari di
intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime aspirazioni di tutti
alla sicurezza e alla legalità”. sir
Primo maggio - Se vince l'incertezza
Non si supera la
crisi con la rassegnazioneLa festa del lavoro (Primo
maggio) giunge quest'anno in un contesto particolare che si può definire
d'incertezza. Un'incertezza che rischia di paralizzare tutti, perché deriva sia
dall'esterno, dalla situazione economica e politica, sia anche dall'interno di
noi stessi: per il lavoro non si sa veramente cosa fare. Un Primo maggio
"attendista", potremmo dire, ma lo stare alla finestra non ha mai
veramente pagato.
La dottrina
sociale della Chiesa non ha mai dimenticato il tema della centralità del
lavoro, "chiave della questione sociale", e non cesserà di riproporlo anche in questa occasione. Ma il contesto generale sembra orientato in tutt'altro senso. La
crisi finanziaria greca produrrà nuova disoccupazione e mette sostanzialmente
in crisi il modello europeo che, per quanto riguarda l'economia reale, viaggia
a due o anche a più velocità: come possono convivere l'economia tedesca e
quella greca? Qualche analista si sbilancia a dire che la crisi greca è solo la
punta dell'iceberg e che altre bolle scoppieranno. In ogni caso di una cosa si può esser certi, ossia che ancora una volta il lavoro è
passato in secondo piano rispetto alla finanza.
Del resto, la
crisi greca non emerge quando la precedente crisi mondiale è già superata, ma
proprio nel suo mezzo. Quella crisi era nata proprio nel disprezzo per il
lavoro e continua a produrre difficoltà occupazionali molto serie. Il
superamento del momento più critico è avvenuto non solo mediante l'intervento
degli Stati ma anche perché le imprese hanno ridotto i posti di lavoro. Ed ora che, si dice, il pericolo maggiore è stato superato,
le imprese non tornano ad assumere, aspettano con cautela e preferiscono semmai
investire in tecnologia, come si fa sempre nei momenti di difficoltà. Ecco
perché, se una ripresa s'intravvede, essa non comporta un recupero di
occupazione ma continua a nutrirsi di precarietà lavorativa.
Quest'anno la
celebrazione del Primo maggio avverrà non solo in piazza San Giovanni a Roma,
con il tradizionale concerto, ma anche a Rosarno, dove proprio in questi giorni
è stata compiuta un'ampia retata contro gli sfruttatori del lavoro nero dei
clandestini, il "caporalato" e la gestione occulta di questi processi
da parte delle cosche. Anche davanti a questi fenomeni sembra proprio che il
lavoro non solo sia considerato marginale, non solo torni ad
essere visto come "merce" - cosa che già la "Rerum novarum"
condannava nel lontano 1891 - ma addirittura torni ad essere strumento di
compressione dei diritti della persona anziché loro valorizzazione.
Bisogna anche
dire, però, che in questa situazione d'incertezza generalizzata
non si percepiscono grandi progetti né da parte del governo né da parte dei
sindacati. La Fiat ha chiesto più flessibilità per poter
rimanere ancora in Italia e, addirittura, per investirci. Flessibilità vuol
dire in pratica chiusura di Pomigliano d'Arco. È una strategia imprenditoriale.
Ma non si è vista l'emersione di un piano
corrispondente da parte dell'esecutivo e gli stessi sindacati coltivano
l'incertezza. Per questo, dicevo che incerta è la situazione esterna ed incerta è anche quella interiore, che speriamo non voglia
dire rassegnazione.
Ecco, un primo
aspetto positivo della centralità del lavoro proposto dalla dottrina sociale
della Chiesa è proprio non cedere alla rassegnazione. Il capitale, in ogni sua
forma, serve al lavoro perché il lavoro serve alla
persona che lavora. Questo Primo maggio non dovrebbe essere celebrato
nell'incertezza, ma nella ripresa di una progettualità
incentrata sul lavoro. I singoli cercano di arrangiarsi, le famiglie fanno da
ammortizzatore sociale, le imprese cercano di competere tirando fuori nuova
grinta, ma servono anche progetti di ampio respiro, che non sono possibili se
si coltiva dentro e fuori di noi l'incertezza. Stefano Fontana
Bufera sulla ministra turco-tedesca schierata contro velo e crocifisso
La Oezkan da oggi dovrebbe guidare il dicastero del welfare
in Bassa Sassonia. La Merkel in imbarazzo, la Cdu potrebbe bloccare la nomina
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Ayguel
Oezkan ha appena 38 anni, è giovane, è brava, è
musulmana e di origine turca. Milita nella Cdu di Angela Merkel e oggi dovrebbe
diventare il primo ministro tedesco di religione islamica e proveniente dalla
comunità d'immigrati più numerosa, ma due sue affermazioni-sfida hanno scatenato
un putiferio. "Sono contro il crocifisso nelle
aule scolastiche, così come contro il velo islamico a scuola e nella funzione
pubblica", ha detto. E non è tutto: chiede un negoziato con la Turchia
aperto alla prospettiva di adesione di Ankara all'Unione europea, adesione cui
il suo partito e la Cancelliera sono da sempre
contrarie. Nella Dc tedesca è rivolta, contro la
graziosa signora Oezkan e contro il governatore della Bassa Sassonia, Christian
Wulff, che l'ha scelta. Riuscirà la giovane ex manager di Deutsche Telekom a
diventare oggi ministro, o no? Ha ricevuto online anche anonime minacce di
morte. Dalla sua sorte dipende un po' del futuro del rapporto tra la Germania e
la sua comunità turca, che si sente sempre meno gruppo
d'immigrati e sempre più minoranza etnica vivente in territorio tedesco.
"Secondo
me", ha detto Ayguel Oezkan in un'intervista al settimanale bavarese
Focus, "la scuola dovrebbe essere un luogo neutrale, i bambini dovrebbero
poter scegliere da soli sul tema della religione. Per questo sono contro il crocifisso
nelle aule e contro il velo islamico". E così, con poche parole - non si
sa se gaffe o invece provocazione voluta per lanciare un dibattito sul laicismo
- lei che, pur essendo musulmana, aveva scelto di entrare nella Cdu proprio
perché in un partito cristiano trovava idee e valori sulla famiglia più consoni
ai suoi, adesso si gioca tutto.
Maria Boehmer,
ministro federale dell'Integrazione, cdu anche lei, e considerata vicina ad
Angela Merkel, ha avuto ieri una reazione durissima: "Il crocifisso nelle scuole da noi è una tradizione cristiana
vecchia di secoli, e costituisce l'espressione della nostra tradizione e del
nostro sistema di valori", ha detto. La Cancelliera, fanno sapere i suoi
portavoce, la pensa esattamente allo stesso modo.
Non solo le sole
critiche contro Ayguel Oezkan. Dalla Cdu e ancor più dal partito fratello
bavarese Csu vengono accuse durissime contro il governatore della Bassa
Sassonia, il giovane riformista Christian Wulff, che ha scelto la signora Oezkan
per dare un segnale di svolta e apertura multiculturale. "Wulff avrebbe
dovuto informarsi meglio sul pensiero di fondo della
Oezkan", afferma Wolfgang Ockenfels, portavoce cdu per i problemi etici, e
aggiunge parole pesanti, a un passo dal razzismo: "Forse la figlia di un
sarto turco emigrato in Germania non conosce nemmeno il programma della
Cdu".
A Monaco, nella
Csu, ira al calor bianco: "Le proposte della signora Oezkan", nota
Johannes Singhammer, "aprono il pericolo di un nuovo Kulturkampf, una lotta
tra Stato e Chiesa come ai tempi di Bismarck". E Stefan Mueller definisce
le richieste della giovane politica "fuorvianti e scioccanti", tanto
più che "anche dopo lunghi negoziati con la Ue,
la Turchia non diverrà mai un paese europeo". Ayguel Oezkan, che si vuole simbolo e segnale per le nuove generazioni dei turchi
di Germania, in queste ore rischia grosso. LR 27
Sindone. Preghiera e parola. Domenica 2 maggio la visita del Papa
In attesa di
Benedetto XVICome già fece il suo predecessore Giovanni Paolo II nel 1998,
Benedetto XVI è a Torino, il 2 maggio, per venerare la Sindone. Il Papa è il
proprietario del Telo, lasciato in eredità alla Santa Sede da Umberto II di
Savoia. Ma Benedetto non viene come un “padrone” a
controllare le condizioni in cui è conservato un pezzo del suo patrimonio.
Viene come pellegrino: un credente che, come ciascuno di noi, è interpellato da
quel Volto. Di fronte alla Sindone si è coinvolti nella Passione del Signore:
come se fossimo anche noi spettatori, mescolati alla folla di quella notte fra
il Sinedrio e il tribunale di Pilato, o di quella mattina al Calvario, fuori
dalle mura. Lungo la catena della successione apostolica di quei fatti siamo
divenuti tutti non solo spettatori ma “testimoni” – e il Papa è il primo di noi,
di quei due milioni che, dal 10 aprile al 23 maggio, si mettono in coda lungo i
Giardini Reali per raggiungere il Duomo e fermarsi qualche minuto a “vedere”.
Ma il Papa non deve solo vedere. Si attende da lui che, di
fronte alla Sindone, preghi e parli.
Pregare, per ribadire il segno, lo stile, con cui la Chiesa guarda al
Telo: la Sindone è testimonianza del passato, misteriosa per la scienza che non
riesce a decifrarne il segreto. E questo, in tempi in cui la “verità” della
scienza sembra essere l’unica possibile e la sola utile, è un bel segno di
contraddizione, una “provocazione” non tanto agli
scienziati quanto ai loro dogmi.
Pregare, ancora,
perché la Passione del Signore evocata dalla Sindone è la stessa passione
nostra, la sofferenza di tutti gli uomini e le donne del pianeta – di tutti i
tempi (“Passio Christi passio hominis” è il motto scelto per questa
Ostensione dal custode della Sindone, l’arcivescovo di Torino cardinale
Poletto). La Sindone obbliga a riflettere sul dolore e sulla morte: ma chi si
ferma a guardarla non viene sopraffatto dall’angoscia,
piuttosto dalla compassione e dalla pace. La pace di quel
Volto composto, di quel corpo martoriato ma intatto nella sua forza e nella sua
bellezza.
Pregare, infine,
perché oltre il mistero e la contemplazione c’è sempre la carità, il servizio
ai fratelli. La stessa giornata di Benedetto a Torino appare scandita da questo
ritmo: il grande incontro eucaristico al mattino, la
visita alla Sindone nel pomeriggio e poi il congedo a Torino da quel “santuario”
che è il Cottolengo, la Piccola Casa dei malati e di chi non ha più – non ha
mai – coltivato speranza mondana.
E poi, parlare. La
riflessione che il Papa proporrà di fronte alla Sindone è attesa, per molte
ragioni. Il suo predecessore aveva parlato della Sindone come “specchio del
Vangelo” e “sfida all’intelligenza”. Aveva ricordato, cioè, che la Sindone non
è il Vangelo. Non è dal Telo che riceviamo la salvezza di Cristo e la fede
nella risurrezione. Il Lenzuolo di Torino “serve” piuttosto a richiamare la
fede e la salvezza. È, in qualche minima misura, il compimento della promessa
che anche noi siamo “beati” pur senza essere stati nel
tempo e nel numero di quelli che hanno veduto… E sfida all’intelligenza: nei
confronti dell’orgoglio della scienza, certo. Ma
anche, forse, perché la Sindone sfida ciascuno di noi a ripensarsi sul senso
della morte – cioè, su quello della vita. Tra il buio e il cielo rimane la
scommessa di una vita che si “vince” solo se è donata.
Al di là delle cose che Benedetto dirà domenica, nel silenzio del
Duomo, conta, prima di tutto, il fatto che parli. Paolo VI forse sarebbe venuto all’Ostensione del 1978, cui inviò un messaggio
cordiale, importante e impegnativo. I suoi successori
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono venuti in persona, ne hanno
parlato in vari discorsi e negli “Angelus”. Ma, oltre
al “discorso sulla Sindone”, è il Papa che viene a incontrare Torino. Più di
altre questa città ha bisogno di una parola d’incoraggiamento e di “svolta”.
Nel 1980 Giovanni Paolo II venne in un momento cruciale della lotta al
terrorismo. Oggi Benedetto porta un messaggio di mansuetudine e di
testimonianza, nel tempo in cui la Chiesa è sottoposta a “sfide” sulla libertà
e sulla visibilità della stessa comunità cristiana. La diocesi che accoglie il
Papa è una comunità antica ma non “vecchia”, che ha saputo coltivare i grandi
campi dell’educazione e del servizio della carità. Oggi i credenti torinesi, e
la struttura delle parrocchie, si ritrovano in prima fila ad affrontare i
problemi di povertà diffusa causati non solo dalla crisi generale ma anche dal
tramonto di un modello, quello della “città-Fiat” che appartiene ormai al
passato. Il Papa autore di una coraggiosa “enciclica sociale” ha molto da dire
e da ascoltare a Torino.
Marco Bonatti, direttore
“La Voce del Popolo” (Torino) e responsabile della comunicazione
dell’Ostensione 2010
Nuova sede per la Missione di Berlino. Il Consiglio Pastorale ai
connazionali
Cari connazionali,
come sicuramente avrete saputo, la Missione Cattolica
Italiana si è trasferita nella nuova sede presso la Chiesa di “Heilig Kreuz” in
Hildegardstrasse 3a, Wilmesdorf. La Chiesa è bella e ampia. Sul sito della
Missione (www.situs.it/mci-berlino) prontamente aggiornato, potrete vederne le
prime foto e apprendere come ci si arriva.
Domenica prossima,
2 maggio, alle ore 12:15 vi sarà la prima Santa Messa officiata dal nostro
parroco Don Giuseppe Chiudinelli. Confidiamo che onorerete l'importante evento
con la Vostra presenza. Per noi, dimoranti fuori del territorio della nazione,
la Missione rappresenta, infatti, un punto d’incontro e un impulso alla vita di
Fede attraverso la lingua e la tradizione italiana.
Vi aspettiamo. Il
Consiglio Pastorale, Mario Ferrera (de.it.press)
Le
Missioni Cattoliche Italiane in Europa in pellegrinaggio a Lourdes dal 12 al 16
maggio prossimo.
LOURDES– Le
Missioni Cattoliche Italiane in Europa si ritroveranno
a Lourdes, per un pellegrinaggio comunitario, dal 12 al 16 maggio prossimo.
All’iniziativa
prenderanno parte circa 1500 emigrati italiani, in rappresentanza di quasi 1 milione di nostri connazionali che vivono in Germania,
Scandinavia, Benelux e Francia.
Tra gli
appuntamenti del pellegrinaggio la celebrazione eucaristica il 14 maggio, presso
la Basilica sotterranea di S. Pio X seguita da una celebrazione penitenziale
comunitaria nella Chiesa di S. Giuseppe. La mattina del 15
maggio Santa Messa alla grotta dell’apparizione.
Il tema che
guiderà il pellegrinaggio sarà “Con Bernadette facciamo il segno della croce”. A guidare il pellegrinaggio don Pio Visentin, Delegato Nazionale
delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia.
(Migranti-press)
Testimoni digitali. Un nuovo slancio. Dal convegno all'impegno quotidiano
“Capitalizzare
l’entusiasmo, la riflessione e l’energia di questi giorni perché tutto ciò
possa rifluire nella pastorale quotidiana della comunicazione”. A pochi giorni
dalla conclusione del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era
crossmediale” (Roma, 22-24 aprile), mons. Domenico Pompili, sottosegretario
della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali,
indica in questo obiettivo “ciò che ora interessa
maggiormente”. A tutt’oggi, afferma mons. Pompili, “il
bilancio del convegno è positivo, sia quantitativamente, sia qualitativamente.
A livello di partecipazione abbiamo superato ogni più rosea aspettativa
con circa 1.400 persone, cui si aggiungono i circa 17 mila 'play' sulle dirette
di tutte le sessioni del convegno trasmesse online. Complessivamente erano
rappresentate 177 diocesi su 226. Dal punto di vista qualitativo va sottolineato il valore delle riflessioni dei diversi
relatori e la presenza di giovani, esperti di comunicazione o semplici
interessati all’argomento”. Ma, continua il
sottosegretario della Cei, “un bilancio del genere è solo a tutt’oggi” perché
“ora ciò che interessa è capitalizzare appieno queste giornate”.
Mons. Pompili,
quali sono le prospettive aperte dal convegno per i prossimi anni?
“Il punto fondamentale,
per i prossimi anni, sta nell’imparare ad abitare con naturalezza il mondo
digitale e a far sì che da esso si ricavino tutte le potenzialità e si
attenuino le possibili ambiguità. Dobbiamo imparare a integrare lo stare in
Rete con la presenza, cioè a unire l’on line con l’off line. È
questa la vera sfida: riuscire a mettere insieme le due dimensioni, che non
vanno contrapposte ma integrate”.
Nel suo intervento
lei ha utilizzato l’immagine evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”. Ma cosa significa essere
“otri nuovi” nel continente digitale?
“Otri nuovi significa acquisire alcune competenze. La prima è
l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno
a condividerlo, senza dissimulare la propria identità. Non si può comunicare
senza volerlo, lasciando all’eventualità del caso l’emergere delle nostre
convinzioni. La seconda competenza è l’interesse, ovvero
la capacità di avvicinare il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad
ascoltare chi ci sta di fronte, qualsiasi comunicazione è depotenziata. La
terza è l’impegno: occorre imparare i linguaggi e le nuove forme di
comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi
cifrato che altri abitano con facilità (pensiamo a ciò che scrivono i giovani
su Facebook o su Twitter). Accanto a queste condizioni di partenza c’è, su
tutte, una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità,
che significa rispondere. È credibile, infatti, chi risponde anzitutto di sé,
chi pone in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità
della propria vita. In secondo luogo, è necessario rispondere del contenuto
della comunicazione in ordine alla sua
comprensibilità, alla capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. La
sfida è di ampia portata. Essa ci chiama ad un
linguaggio meno argomentativo ed astratto, in favore di uno più simbolico e
poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta.
Occorre, poi, rispondere della relazione che la comunicazione instaura.
L’ultimo tornante della credibilità è rispondere degli
effetti della propria azione comunicativa, che significa imparare a pianificare
e, poi, a verificare. Non basta solo mettersi in cammino,
bisogna anche darsi i tempi per capire cosa si sta comunicando”.
Quali dovranno
essere le caratteristiche specifiche dell’animatore della cultura e della
comunicazione?
“Deve essere
caratterizzato da intenzionalità, interesse, impegno e credibilità.
L’animatore deve essere una persona che, allo stesso tempo, abbia attitudini
relazionali e comunicative, ma che soprattutto sia un testimone affidabile e,
perciò, credibile. E ciò a ribadire che il nostro
approccio non è meramente tecnologico: la tecnica, infatti, non può sostituire
la persona”.
Durante l’udienza
Benedetto XVI ha invitato, tra l’altro, a far “entrare a pieno titolo il mondo
della comunicazione sociale nella programmazione pastorale”…
“Le parole del
Papa sdoganano definitivamente la convinzione che la comunicazione non è un
aspetto o un settore, ma è lo sfondo dell’agire pastorale. La comunicazione non
viene alla fine – come se fosse una sorta di megafono o di amplificazione di
qualcosa che si è deciso altrove – ma è il linguaggio che in qualche modo è
chiamato in causa sin dall’inizio dell’annuncio. È decisivo,
perciò, fare della comunicazione una dimensione trasversale in cui investire
sia con persone, sia con risorse di tipo materiale”.
In definitiva, con
quale atteggiamento “abitare” – da Chiesa – il nuovo continente?
“La modalità con cui vorremmo stare nel continente digitale
vorrebbe essere la leggerezza, che non significa essere superficiali né
tantomeno effimeri. Vuol dire la scioltezza e l’immediatezza che lascia
emergere ciò che ci preme. La leggerezza si sposa con la fantasia, che è un
concentrato d’intelligenza che fa intuire ciò che non è ancora visibile. La fantasia è allegria; è autonomia perché ci sottrae alla
pressione dell’opinione dominante e ci fa capaci di uno sguardo originale sulla
realtà: lo sguardo della fede”. sir
Poletto: "L'Ostensione della Sindone terminerà il 23 maggio, non oltre"
«L’Ostensione
della Sindone terminerà il 23 maggio, come previsto, non ci sono motivi per
prolungarla». L’arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto, mette a tacere le indiscrezioni sulla possibilità di
allungare i tempi dell’Ostensione.
«Rispetto alle
quattro settimane previste in un primo momento - ha ricordato il porporato - ne
abbiamo programmate sei, dal 10 aprile al 23 maggio: la data stabilita per la
chiusura dell’Ostensione è e resta questa».
Diversi i motivi,
spiegati dall’arcivescovo di Torino, per cui si è giunti a questa conclusione. «Le ceneri del vulcano islandese - ha osservato - hanno
creato alcuni inconvenienti con gli aerei e ci sono state alcune disdette, ma
non ci è sembrato un problema così rilevante. E poi un prolungamento avrebbe
comportato, da parte nostra, un impegno non indifferente dal punto di vista
economico e organizzativo».
Senza contare,
infine, le «motivazioni ecclesiali perchè una settimana dopo la chiusura
dell’Ostensione - ha concluso il cardinale Poletto -
c’è l’assemblea dei vescovi italiani» LS 29
Le radici della gratuità. Giovani,
nuovi modelli di sviluppo e immigrazione
Il volontariato
giovanile, la crisi economica e la proposta di nuovi modelli di sviluppo,
l’immigrazione e i processi di integrazione e
cittadinanza. Se ne è parlato nelle assemblee
tematiche nel corso del 34° convegno nazionale delle Caritas diocesane a San
Benedetto del Tronto.
Volontariato, la
“defezione” dei giovani adulti. Il volontariato italiano dal 1996 al 2006 è
cresciuto del 14,9% (4 milioni e 400 mila nel 2006) ma c’è stata una
“defezione” dei giovani adulti. Le fasce d’età più rappresentate sono quelle
dei pensionati (uno su 4), degli adulti e dei minorenni. È quanto emerge da una
ricerca sul volontariato giovanile nel contesto delle
Caritas diocesane, a cura di Marco Livia, direttore dell’Iref (l’Istituto
ricerche educative e formative delle Acli) e Francesco Pierpaoli, responsabile
della pastorale giovanile delle Marche. I percorsi attraverso cui i giovani
volontari si avvicinano alla Caritas sono molteplici:
la scuola, l’università, gli organi di stampa (soprattutto la free-press), la
parrocchia, il passaparola. Quest’ultimo “rimane un veicolo formidabile –
spiegano i ricercatori – perché unisce all’informazione la forza della
testimonianza, soprattutto se si incrocia con la
scuola o la parrocchia”. Rimane ancora valido, inoltre, “il binomio
scoutismo-volontariato”. Ma la vera novità è che “il retroterra sociale e
culturale cattolico e le motivazioni altruistiche non costituiscono più l’humus
esclusivo su cui si innesta la pratica del
volontariato in Caritas”. Di fronte ad una “domanda di partecipazione” al
volontariato Caritas oramai “laica, multicanale e multiculturale”, Livia e
Pierpaoli invitano a valorizzare soprattutto la collaborazione con le scuole.
“Economia civile 1.0”. Se l’economia fosse un programma
informatico, l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” richiederebbe
di disinstallare il programma “Capitalismo finanziario 3.0” e sostituirlo con
la nuova versione “Economia civile 1.0”: quest’ultimo sarebbe composto dalle
routine “microfinanza”, “impresa socialmente responsabile”, “impresa sociale e
cooperativa”, “circuiti equosolidali con il Sud del mondo”, da potenziare con i
tasti interattivi “consumo e risparmio socialmente responsabile”, “gratuità” e
“responsabilità”. È la metafora utilizzata da Leonardo Becchetti, docente di
economia. Secondo Becchetti,la crisi finanziaria
dimostra “il fallimento di un modello dove ciascuno è chiamato a perseguire
autoreferenzialmente il proprio tornaconto”. Il “segreto del successo” dei
pionieri del nuovo modello di economia (imprese
sociali, economia di comunione, finanza etica) proposto dall’enciclica, nasce
quindi dalla “partecipazione sempre più attiva e socialmente responsabile dei
cittadini attraverso le loro scelte di consumo e di risparmio”. “Il bene della
persona – conclude Becchetti – passa attraverso una
relazione che rende feconda la povertà di senso di chi ha e rischia di non
aprirsi all’altro e la povertà materiale di chi chiede una mano per poter
recuperare la propria dignità”.
“Più famiglie,
meno ghetti”. Favorire l’integrazione degli immigrati tramite
i ricongiungimenti familiari e l’accompagnamento di “famiglie-tutor”. E
un invito all’Unione europea “ad essere più incisiva
nella promozione di processi di inclusione” come il diritto alla cittadinanza.
Sono le proposte di Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi
migratori. “È sbagliato pensare che l’integrazione sia solo
responsabilità della politica – afferma Ambrosini –. Ci sono alcuni
aspetti, come la cittadinanza, che dipendono dalla politica. In questo senso la
nostra legge, insieme alla Grecia, è la più restrittiva in Europa. Abbiamo una
concezione ‘etnica’ della cittadinanza, legata al sangue e al connubio. I greci la stanno cambiando, quindi noi rischiamo di rimanere gli
ultimi della classe”. Le altre componenti
dell’integrazione, spiega il sociologo, “derivano dal basso, dal mercato del lavoro
e dalle relazioni quotidiane”. A questo tipo di integrazione
“tutti possono contribuire”, creando “più famiglie e meno ghetti”. La proposta
delle “famiglie-tutor”, già sperimentata in alcuni territori, consiste nella
presenza “di famiglie di italiani o immigrati già
inseriti che facciano da punto di riferimento per tante esigenze quotidiane dei
nuovi arrivati. La Caritas potrebbe favorire questo processo”.
Inoltre, secondo Ambrosini “l’Ue potrebbe intervenire di più per promuovere
processi di inclusione, ad esempio tramite il voto
locale e l’accesso alla cittadinanza. Ma fa fatica perché i
governi, anche per ragioni di consenso interno, resistono”. sir
«7° Forum della Stampa Cattolica per la Salvaguardia
del Creato».
Facendo seguito
alle esperienze degli anni scorsi, Greenaccord, Associazione Culturale senza
fini di lucro e di ispirazione cristiana, ha
organizzato per il 25-27 giugno 2010 il Settimo Forum della Stampa Cattolica
per la Salvaguardia del Creato, che avrà per tema principale L'umanità in
cammino nel Creato.
Proprio la
condizione dell’uomo “viandante”, che lungo la propria vita “attraversa” il
creato e ne condivide le sorti, sarà il filo conduttore
dell'incontro, nel tentativo di
riscoprire il valore di un cammino immerso ed in sintonia con la
natura. Natura che si
offre come deserto per la riscoperta di Dio, monte per
l’incontro, strada accogliente e
compagna di
viaggio.
Inoltre, partendo
dal presupposto che l’uomo essendo di “passaggio” riceve non in
proprietà dal passato ma piuttosto in prestito dalle generazioni
future i doni della
creazione, si incentrerà la riflessione sugli alcuni antichi
“cammini” di spiritualità, uno dei quali (la Francigena) attraversa l'intera
Toscana mentre un altro (la
Compostelana)
trova proprio a Pistoia un singolare aggancio fatto di fede e di civiltà,
di storia e di futuro.
La scelta del
tema, inoltre, è dovuta alla ricorrenza del 2010 quale “anno
compostelano”, ai legami culturali, religiosi e storici che uniscono
le città di Santiago e Pistoia ed al pellegrinaggio che Benedetto XVI
realizzerà proprio a Santiago nel
settembre prossimo.
Il Forum si terrà
a Pistoia, in collaborazione con la Federazione Italiana Settimanali
Cattolici e con il
coinvolgimento delle Istituzioni locali (Vescovado, Regione, Provincia, Comune,
APT, Prefettura) e delle associazioni di categoria dei giornalisti (FNSI, Ordine dei Giornalisti e
UCSI).
Il Forum ha il
patrocinio della Diocesi di Pistoia, della Regione Toscana, della Provincia e
del Comune di Pistoia, dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), della
FESMI, del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei
Giornalisti e del Consiglio Regionale Toscano dell’Ordine dei Giornalisti,
della Federazione Nazionale Stampa Italiana e del Segretariato Sociale della
Rai.
Come già avvenuto
per il Forum 2009, questa edizione, oltre che per la varietà e la
qualità delle testimonianze che saranno presentate, si
caratterizza per l’apporto
organizzativo offerto dall’UCSI Toscana, per la presenza della FISC in
qualità di
partner, per l’adesione del circuito Corallo come “media
partner” e per il
conferimento del premio giornalistico “Sentinella del Creato” a 3
giornalisti scelti da
FISC, UCSI e
Greenaccord.
Giorgio Zucchelli,
Presidente Fisc
Domenica 2 maggio la Giornata di sensibilizzazione sull’8xmille
alla Chiesa
ROMA– Domenica 2
maggio si svolge la XXI Giornata Nazionale di sensibilizzazione dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. Si rinnova un’occasione
speciale per invitare alla firma i fedeli e per ringraziarli della loro
partecipazione che ogni anno contribuisce a sostenere migliaia di attività
pastorali, caritative e 38 mila sacerdoti. Anche la
Migrantes è stata sostenuta nelle attività dell’8xmille
dalle Chiese Cattoliche. Una Giornata per ricordare che ogni firma è un segno
che racchiude in sé un significato profondo. È la capacità di pensare agli
altri, a tutti, anche a chi è lontano. È un modo di vivere in modo aperto e generoso, davvero evangelico, la comunione
ecclesiale.
Ma questa scelta va confermata tutti gli anni. Infatti la firma sulla propria dichiarazione dei redditi,
che non costa nulla in più delle tasse già versate, proprio per questo rischia
di divenire un gesto fatto più per abitudine che come segno della propria
partecipazione attiva e consapevole alla vita e alla missione della Chiesa in
Italia e nei Paesi più poveri del mondo.
Per ricordare ad ogni fedele l’importanza di questo gesto nel kit inviato
a tutte le parrocchie è stato inserito un pieghevole a due ante, con informazioni
sull’uso dei fondi, foto per ogni area di destinazione e completo di una
sintetica guida alla firma.
Il rendiconto e maggiori dettagli sui progetti sostenuti dai fondi derivanti
dall’8xmille e affidati alla Chiesa sono disponibili tutto l’anno sul sito
www.8xmille.it, che contiene anche le novità sulle modalità di partecipazione
alla firma sui diversi modelli fiscali (730, Unico e CUD). Inoltre per i
pensionati è attivo il Numero Verde 800.348.348 per avere ulteriori
informazioni sulle modalità di firma sul modello CUD. Il Numero è aperto al
pubblico tutti i giorni feriali dalle ore 9.00 alle 20.00 (il sabato fino alle
17.30). (Migranti-press)
P. Gnesotto: la “dolorosa realtà” dei “ricongiungimenti a rate”
Malaga - In Italia
tra la popolazione immigrata si assiste alla “dolorosa realtà” dei
“ricongiungimenti a rate”, specie con i figli. “Prima arrivano i figli più
grandi e per ultimi quelli più piccoli, con delle ripercussioni psicologiche e
affettive nei confronti dei genitori facilmente immaginabili, con faticose
ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di
emigrazione”. A denunciare quanto sta avvenendo nel nostro Paese riguardo ai
ricongiungimenti familiari nella popolazione immigrata è padre Gianromano
Gnesotto, della Fondazione “Migrantes” della Conferenza episcopale italiana. Anticipando al SIR quanto poi dirà anche mercoledì pomeriggio a
Malaga al congresso europeo sulle migrazioni promosso dal Ccee, padre Gnesotto
spiega: “Uso il termine ‘a rate’ per un riferimento economico legato alla
disponibilità di un reddito adeguato per il ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i requisiti necessari un
reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore all’importo annuo
dell’assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al
doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento
di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento di quattro o più
familiari”. Per questo si sceglie di ricongiungere prima i figli che più
si avvicinano alla maggiore età.
“Dal punto di vista educativo – ha osservato
il rappresentante di Migrantes -, queste lunghe parentesi di genitorialità a
distanza possono pesare parecchio sulla capacità di ricostruire rapporti di
confidenza”. Una ricerca sulla prima città italiana per numero di immigrati, Milano, ha mostrato che la metà degli
immigrati ha impiegato più di sette anni per il ricongiungimento dell’intero
nucleo familiare. “Fondamentalmente perché – commenta p. Gnesotto - la normativa
italiana riguardante l’immigrazione, in linea con quella europea, stabilisce
dei requisiti rigidi per quanto riguarda il reddito e l’alloggio, ingenerando
la sottomissione di un diritto fondamentale a requisiti economici”. E’ un peccato perché la “famiglia ricongiunta nei territori di
accoglienza” si rivela essere l’ambito principale dove “si elabora l’inclusione
sociale”, funziona cioè – ha spiegato padre Gnesotto - ”come luogo importante
d’apprendimento reciproco e di doppia mediazione linguistica e culturale.
I figli spesso assumono il ruolo di mediatori, interpreti e portavoce dei
bisogni familiari. La famiglia diviene laboratorio
dell’integrazione socio-culturale”. “L’urgenza di disegnare prospettive
per l’Europa delle persone in movimento, trova nella famiglia ricongiunta – ha
detto p. Gnesotto - il superamento di almeno due prospettive fuorvianti:
ritenere che l’immigrazione sia un fenomeno temporaneo e che sia un fenomeno da trattare con una logica emergenziale”. Sir
Belgio, polemica sul primate cattolico. Avrebbe coperto un parroco pedofilo
Lo scrive il
quotidiano De Morgen. Secondo il racconto, André Leonard, arcivescovo della
Chiesa cattolica belga, avrebbe insabbiato il caso di un sacerdote dopo che
aveva ripetutamente abusato di un ragazzo. La denuncia del giovane: "Non
ha denunciato perché tra i due c'era un accordo finanziario". La Cei:
"Punire e prevenire"
BRUXELLES - André
Leonard, primate della Chiesa cattolica belga, avrebbe insabbiato il caso di un
sacerdote pedofilo, impedendo che il religioso potesse finire in tribunale. E'
questa la rivelazione pubblicata dal quotidiano belga De Morgen, che riporta il
racconto della presunta vittima, Joel Devillet.
Durante gli anni
'80, Devillet sarebbe stato ripetutamente oggetto di abusi sessuali da parte
del parroco del suo villaggio, e nel 1996 si sarebbe finalmente confidato con
Leonard, allora vescovo della diocesi di Namur: "Lui ha però lasciato fare. E' stato varato un accordo finanziario, in base al
quale il sacerdote avrebbe pagato un terzo della mia terapia, il vescovo un altro terzo mentre il resto sarebbe stato a mio
carico ma nonostante avesse ammesso i fatti, questo sacerdote è rimasto al suo
posto per altri cinque anni e ha continuato a fare vittime: Leonard ha fatto di
tutto perché si evitasse un processo", ha dichiarato Devillet. Il
portavoce del primate cattolico non ha commentato la vicenda, limitandosi a sottolineare come sul caso stia già lavorando la
magistratura belga. Nel 2009, la faccenda è infatti
finita sul tavolo del tribunale di Namur.
Sono invece
arrivate le reazioni della Conferenza episcopale italiana rappresentata da
mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei. "E' sbagliato far
credere che in ogni prete si celi un potenziale pedofilo - ha detto - ed è
sbagliato supporre che le accuse di pedofilia siano soltanto il frutto di un
complotto architettato contro la Chiesa". E a proposito delle insinuazioni
rivolte al primate cattolico dalla stampa belga, monsignor Mariano Crociata è
intervenuto affermando che "l'emergere di casi puntuali non può dare adito a giudizi sommari di per sé sempre superficiali. E'
necessario, invece, attenersi il più possibile ai fatti, senza lasciarsi sopraffare
dal clamore delle notizie ad effetto né da un acritico
garantismo, profondamente ingiusto rispetto alle vittime, che sono nostri
fratelli e sorelle nella fede e nella Chiesa". Nei confronti dei carnefici
poi, la linea della Cei resta quella inaugurata in passato da Benedetto XVI:
"Di una persona che si macchia di abusi su minori
può essere detto, ma va distintamente verificato, che ha compiuto un delitto,
che è malata, che ha peccato. Una tale persona - ha concluso
Crociata - ha bisogno di sottoporsi alla giustizia, alla cura, alla
grazia". LR 29
Religionsfreiheit in der Türkei. Kardinal fordert Özkan zu Hilfe für Christen auf
Der Kölner Kardinal Joachim Meisner
fordert Niedersachsens Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) auf, ihre prominente
Stellung für die Christen in der Türkei zu nutzen. Das sei ein "sinnvolles
Tätigkeitsfeld" für die Ministerin. Özkan war kritisiert worden, weil sie
sich gegen Kruzifixe in Schulen ausgesprochen hatte.
Der Kölner Kardinal Joachim Meisner hat
die türkisch-stämmige niedersächsische Sozialministerin Aygül Özkan (CDU)
aufgefordert, sich für die Rechte der Christen in der Türkei einzusetzen.
„Die Ministerin könnte doch eigentlich gut
ihre prominente Stellung nutzen, indem sie für die Christen in der Türkei
eintritt, damit endlich die St.-Paulus-Kirche in Tarsus den Christen zur freien
Benutzung gegeben wird“, schreibt der Erzbischof in einem Gastbeitrag für den
„Kölner Stadt-Anzeiger“.
Der Kardinal kritisierte, die
türkischen Behörden hätten vor einigen Tagen festgelegt, dass Gottesdienste in
der Kirche zehn Tage im Voraus beantragt werden müssten.
Zudem sei für jeden Teilnehmer ein
Eintrittsgeld zu entrichten. „Was das noch mit Religionsfreiheit zu tun hat,
ist eigentlich unbegreiflich“, schreibt Meisner.
Im Einsatz für die Rechte der Christen
sieht der Erzbischof ein sinnvolles Tätigkeitsfeld für die Ministerin, die mit
ihrer ursprünglich erhobenen Forderung, Kreuze aus den Schulen zu entfernen,
heftige Kritik bei Parteifreunden und Kirchen hervorgerufen hatte.
„Staatliche Neutralität ist bei uns
kein Laizismus, und Religionsfreiheit bedeutet nicht von oben verordnete
Freiheit von Religion und ihren Zeichen“, weist Meisner Özkans Vorstoß zurück,
von dem sie sich nach Protesten auch selbst distanziert hat
Unterdessen begrüßten die evangelische
und katholische Kirche, dass sich Özkan bei ihrem Amtseid am Dienstag
ausdrücklich auf Gott bezogen habe. Der Präsident des Kirchenamtes der
Evangelischen Kirche in Deutschland, Hermann Barth, sagte der „Neuen Osnabrücker
Zeitung“: „Das, was gemeinsam ist, muss man sorgfältig pflegen.“ Es sei
notwendig, mit den Schnittmengen, die es zwischen Christen und Muslimen gebe,
etwas Positives anzufangen.
Der katholische Hamburger Weihbischof
Hans-Jochen Jaschke sagte der Zeitung, er freue sich darüber, dass Özkan ihren
Dienst als Ministerin mit dem Glauben an Gott bekräftigt habe. Dies sei auch
ein Zeichen der Integration einer gläubigen Muslima in die deutsche
Gesellschaft, sagte Jaschke.
Er betonte, die Muslime dürften in
Deutschland spüren, dass sie ihre religiöse Identität nicht aufgeben müssten,
sondern sich in eine Gesellschaft mit christlicher Tradition einbringen
dürften. Zu den Gottesvorstellungen im Islam und Christentum erklärte der
Weihbischof: „Wir glauben gemeinsam an den einen Gott, haben aber
unterschiedliche Sichten und Gewissheiten über Gott.“ Kna 29
Uhren, von Bischof Heinz Josef Algermissen
„Wie spät ist es?“ Ich schaue auf die
Uhr. Die Antwort ist kein Problem. Die Uhr lässt uns die Zeit präzise ablesen.
Aber messen und zählen der Zeit war
nicht der einzige Impuls, der die Uhrenbauer antrieb zu ihren genialen
Konstruktionen: Sonnenuhr, Wasseruhr, Sanduhr und seit dem 13. Jahrhundert die
mechanische Uhr.
Es ging den Uhrenbauern damals nicht
nur um die Genauigkeit der Zeitmessung. Die Uhr war zugleich auch ein
Instrument der Zeitdeutung. Der Erbauer einer Uhr war gepackt von dem Gedanken,
dass die Zeit nicht so sehr „ein Strom ohne Ufer“ ist, wie ein Bild von Marc
Chagall heißt, sondern ein Strom, dessen Ufer und Mündung die Ewigkeit ist.
Umgekehrt war er auch vertraut mit der Vorstellung der Heilsgeschichte, dass
der Sohn Gottes aus dem Vater geboren wurde „vor aller Zeit“ (Credo), Mensch
geworden ist „in der Fülle der Zeit“ (Gal 4, 4) und wiederkommt „am Ende der
Zeit“ (vgl. Mt 25, 31f).
So verbinden sich Zeitmessung und
Zeitdeutung in den Uhren des Mittelalters. Ihr Platz in den Kathedralen will
anschaulich machen, wie Zeitgeschichte und Heilsgeschichte ineinander greifen.
Wer hier auf die Uhr schaut, der soll nicht nur wissen, wie spät es ist. Er
soll wissen, was die Stunde geschlagen hat, worauf es jetzt ankommt.
In der gotischen Stiftskirche am Rand
des Kapellplatzes in Altötting findet man zwischen Nordportal und Chorempore
den „Tod von Eding“. Auf einem sieben Meter hohen Schrank ist da eine Uhr aus
dem 17. Jahrhundert, oben ein etwa 50 cm hohes plastisches Abbild des Todes als
Sensenmann, der im Takt der Uhr mäht. Das Bild will den Betrachter an die unabänderliche
Gegenwart des Todes im Leben erinnern und sinnenfällig mahnen, stets
vorbereitet zu sein.
Ingmar Bergman, der große schwedische
Regisseur, zeigt am Beginn seines Filmes „Wilde Erdbeeren“ einen Professor auf
seinem Morgenspaziergang durch die Stadt. Sie ist menschenleer. Alles ist
totenstill. Er kommt wie gewöhnlich am Geschäft des Optikers vorbei. Dort
hängt, so lange er sich erinnern kann, die große runde Uhr. Aber jetzt sind die
Zeiger verschwunden. Das Zifferblatt ist blind. Rasch zieht der Professor seine
Taschenuhr hervor, um nach der Zeit zu schauen. Aber auch seine zuverlässige
Taschenuhr hat keine Zeiger mehr. Er hält sie ans Ohr. Statt des Tickens der
Uhr hört er den schnellen und unruhigen Schlag seines eigenen Herzens.
Das Ticken der Uhr als Herzschlag: Ich
bin ganz der Zeit ausgeliefert. Aber in meine Zeitlichkeit ist der gekommen,
der aus dem Vater geboren wurde vor aller Zeit; der Mensch geworden ist in der
Fülle der Zeit und der wiederkommen wird an deren Ende. Durch ihn wird aus dem
Strom ohne Ufer ein Strom mit den Ufern der Ewigkeit.
Wenn wir tagsüber mehrmals auf die Uhr
schauen, sollten wir das erinnern: Jede Uhr kann nicht nur sagen, wie spät es
ist, sie kann erzählen, was die Stunde geschlagen hat, kann erzählen vom Geheimnis
um Zeit und Ewigkeit. „Bonifatiusbote“ 02
Gottesbezug. Kirchen gefällt Özkans Eidesformel jetzt doch
"So wahr mir Gott helfe" – so
beendete Aygül Özkan ihren Amtseid. Ihre Erklärung, sie habe sich auf den
"einen Gott" von Juden, Christen und Moslems bezogen, empörte
Kirchenvertreter. Jetzt wird zurückgerudert: Özkans Gottesbezug sei
begrüßenswert, sagte Hamburgs Weihbischof Jaschke WELT ONLINE.
Jetzt haben die beiden großen Kirchen
näher hingesehen – und festgestellt, dass sie doch keine Einwände gegen den
religiösen Amtseid der neuen niedersächsischen Sozialministerin Aygül Özkan
(CDU) haben.
Dabei hatten kirchliche Pressesprecher
am Mittwoch noch Kritik geäußert, nachdem Özkan am Dienstag im
niedersächsischen Landtag „so wahr mir Gott helfe“ gesagt und in einer dazu
verteilten Erklärung ausgeführt hatte: „Als gläubige Muslimin berufe ich mich
ausdrücklich auf den einen und einzigen Gott, der den drei monotheistischen
Religionen, dem Judentum, dem Christentum und dem Islam gemeinsam ist und den alle
drei Religionen als den ,Gott Abrahams, Isaaks und Jakobs’ verehren.“
Nein, so einfach könne man das nicht
sagen, erklärten dazu dann in der „Bild“-Zeitung die Sprecher der Hannoverschen
Landeskirche (evangelisch) und des katholischen Bistums Essen – die
Gottesbilder der drei Religionen seien eben sehr unterschiedlich.
Doch diese Kritik wurde nun von
ranghohen Vertretern beider Kirchen zurückgenommen. Für die katholische Kirche
erklärte deren Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke, in der Deutschen
Bischofskonferenz Vorsitzender der Unterkommission für den Interreligiösen
Dialog, im Gespräch mit WELT ONLINE: „Muslime und Christen sind im Glauben an
den einen Gott verbunden. Dass Aygül Özkan bei ihrer Vereidigung die
Gottesformel ’so wahr mit Gott helfe’ gesprochen hat, ist ein richtiges Signal.
Es ist ein gutes Beispiel für die Integration gläubiger Muslime in unsere
Gesellschaft. Muslime geben ihren Glauben nicht auf und übernehmen als
religiöse Menschen Verantwortung in unserer Gesellschaft.“
Jaschke nannte es dabei „ein gutes
Zeichen, dass die CDU einer Muslima den Weg in ein Ministeramt ermöglicht.
Selbstverständlich steht Frau Özkan zu den Grundüberzeugungen und Traditionen
der CDU.“
Ähnlich äußerte sich für die
Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) der Präsident ihres Kirchenamtes,
Hermann Barth. Der Nachrichtenagentur EPD sagte Barth: „Die Situation in
unserer religiös pluralen Gesellschaft ist darauf angewiesen, dass wir bei
allen Differenzen zwischen Christen und Muslimen gemeinsame Überzeugungen und
Schnittmengen haben. Wir sollten sie pfleglich behandeln.“
Barth fügte hinzu, zwischen Christen
und Muslimen gebe es erhebliche Unterschiede beim Gottesbild und im Verständnis
von Jesus Christus. Doch sei der Bezug auf Gott in der Eidesformel wie auch in
der Präambel des Grundgesetzes nicht exklusiv an das christliche
Gottesverständnis gebunden. Die Ministerin habe damit zum Ausdruck gebracht,
„dass sie ihre Verantwortung in einem Horizont sieht, der über wechselnde und
partikulare menschliche Interessen hinaus geht“. Matthias Kamann Dw 28
Missbrauchsskandal. "Leitlinien" können die Kirche nicht retten
Bischof Mixa ist eigentlich schon weg,
aber die Probleme der katholischen Kirche sind immer noch da. Denn im
Zusammenhang mit dem sexuellen Missbrauch ist vor allem auch ihr Verhältnis zum
säkularen Rechtsstaat fragwürdig geworden. Und das lässt sich nicht, wie jetzt
bei einem Würzburger Treffen, mit ein paar Bischöflichen "Leitlinien"
klären. Das Problem liegt tiefer und berührt die Kirche in ihrem Kern, weil sie
ihren moralischen Nimbus gerade aus der Ferne zu staatlichen Institutionen
bezieht. Selbst der kreuzehrliche und allgemein anerkannte Gemeindepfarrer wäre
nur ein Dienstleister unter vielen, würde er nicht eine gewisse, mit seiner
Gottesnähe verbundene Weltentrücktheit oder Staatsferne für sich in Anspruch
nehmen können.
Offenbar sind die Kirche und Teile
ihres Personals mit diesem Anspruch heillos überfordert. Dabei geht es nicht
nur um die moralischen, politischen oder strafrechtlich relevanten Verfehlungen
von pädosexuellen oder auch raffgierigen Geistlichen, sondern vielmehr darum,
dass ihre Verfehlungen Ausmaße angenommen haben, die sie nicht länger durch das
liturgische Formenrepertoire und dessen strikte Rollenzuweisungen geschützt
sein lassen: Haben wir es beim Kirchenpersonal in der Regel mit Amts- und
Würdenträgern zu tun, so treten uns jetzt einfache Menschen entgegen. Ihrer
Soutane entkleidet, stehen sie nackt vor uns da.
Der Priester als lächerliche Figur
Eben diese Menschwerdung, eigentlich
ein urchristliches Motiv, lässt die strenge Form hinter sich und damit die
Amtskirche hilflos zurück: Ecce homo - was sollen wir bloß tun? Anders gesagt,
die Kirche sieht sich mit ihren eigenen Ansprüchen konfrontiert und muss (sich)
eingestehen, ihnen nicht zu genügen. Das tut weh - ist ihr allerdings immer
schon als Bigotterie vorgehalten worden. Doch kann sie sich nicht länger auf
ihren Jenseitsbezug herausreden. Denn die zahllosen Opfer von Missbrauch oder
Misshandlung strafen die Kirche gerade in Hinblick auf ihren spirituellen Kern,
nämlich die Caritas, Lügen.
Wir haben es insofern nicht bloß mit
einer weltlichen Verirrung zu tun, etwa mit dem personalpolitischen Leichtsinn,
der angesichts des Priestermangels zur Rekrutierung pädophil veranlagter
Menschen führte. Zwar weiß die katholische Kirche seit jeher um die
Sündenanfälligkeit in den eigenen Reihen. Deswegen hat sie sich in ihrem
Amtsverständnis immer davon leiten lassen, dass ihr Personal im göttlichen
Auftrag handelt. Deswegen hat die Kirche immer eigene Gerichte unterhalten. Und
deswegen bleibt auch im Falle schlimmster Verfehlungen der Mensch, der sich
ihrer schuldig machte, hinter der Fassade des gottgesandten Würdenträgers
verborgen: Selbst der sündige Priester kann als Amtsperson immer noch die
Beichte abnehmen. Doch verliert der schützende Jenseitsbezug seine
Glaubwürdigkeit, erscheint der Geistliche bestenfalls als lächerliche Figur.
Der Papst ist gescheitert
Genau das ist geschehen und hat Gustav
Seibt in der Süddeutschen Zeitung an den Zusammenbruch der kommunistischen
Regime erinnert, als dessen wohl merkwürdigstes Überbleibsel Erich Mielkes
"Ich liebe doch alle - alle Menschen" in Erinnerung geblieben ist.
Eine bittere Ironie bestünde in der Tat darin, wenn die Caritas, wenn
ausgerechnet die katholische Kirche in ihrem Selbstverständnis als Bollwerk
gegen den Kommunismus der gleichen Lächerlichkeit anheimfiele wie ihr
ideologischer Counterpart. Mit dieser - selbstverschuldeten - Kapitulation wäre
das 20. Jahrhundert als das "Zeitalter der großen Ideologien" dann
wirklich zu Ende gegangen.
Aus der Sicht des amtierenden Papstes käme
dies einem Sieg des Materialismus und des Relativismus
gleich. Dabei hat Benedikt XVI. in seiner Amtszeit eine strengere Liturgie und
Mission verfügt, etwas bei der wieder eingeräumten Möglichkeit, die Messe in
lateinischer Sprache abzuhalten, oder bei der ausdrücklichen Einbeziehung der
Juden in die Karfreitags-Fürbitte. Von dieser neuen Orthodoxie erhoffte sich
der Papst, seine Kirche wetterfest gegen die Anfechtungen einer globalisierten
Welt zu machen. Unter Marketinggesichtspunkten sollte der römisch-katholische
Markenkern, der Unique Selling Point klar hervortreten.
Nun aber zeigt sich: Je strenger die
liturgischen Formen und je stärker die normativen Ansprüche, desto mehr
Weltentrücktheit und desto erratischer die Mission - die Gemeinde der Gläubigen
wird kleiner und der Rest der Menschheit sich selbst überlassen. Ob das sogar
ein Segen für die Menschheit wäre? Die Amtskirche jedenfalls zerbricht an sich
selbst: Orthodoxie führt geradewegs zum Relativismus. Tragisch daran ist, dass
sich Benedikt wie schon lange kein Papst mehr um die Einheit seiner Kirche
mühte. Dieses Projekt darf als umfassend gescheitert gelten. In theologischer
Hinsicht bleibt die Frage, wie die katholische Kirche mit ihrer Menschwerdung
in der Sünde anders denn in der Konsequenz relativistisch verfährt. CHRISTIAN
SCHLÜTER FR 29
Sonder-Audienz. Papst redet mit deutschen Bischöfen über Mixa
Eine Woche nach dem Rücktrittsgesuch
des Bischofs Walter Mixa schaltet sich Benedikt XVI ein. Er empfing den
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
zusammen mit zwei weiteren Bischöfen im Vatikan zu einem Gespräch über die
Situation in der Diözese Augsburg.
Papst Benedikt XVI. hat am Donnerstag
den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
zu einer Privataudienz im Vatikan empfangen. Anlass der Begegnung sei das
Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs Walter Mixa gewesen, teilte die
Deutsche Bischofskonferenz in Bonn mit. Zollitsch wurde nach Rom begleitet vom
Vorsitzenden der Freisinger Bischofskonferenz, Erzbischof Reinhard Marx, und
dem Augsburger Weihbischof Anton Losinger.
Nach wochenlanger Kritik an seiner
Person hatte Mixa in der vergangenen Woche dem Papst seinen Rücktritt
angeboten. Zur Begründung hatte er anschließend gesagt, er wolle weiteren
Schaden von der Kirche abwenden und im Bistum Augsburg einen Neuanfang
ermöglichen.
Mixa war unter massiven Druck geraten,
weil er in seiner Zeit als Stadtpfarrer im oberbayerischen Schrobenhausen (1975
bis 1996) Heimkinder geschlagen haben soll. Mixa hatte dies zunächst geleugnet,
dann aber doch „Ohrfeigen“ eingeräumt. Frühere Heimkinder werfen ihm in
eidesstattlichen Erklärungen jedoch massive Prügelattacken vor. Mixa werden
auch finanzielle Unregelmäßigkeiten in seiner Zeit als Stadtpfarrer angelastet.
Die Bischöfe berichteten dem Papst am
Donnerstag auch über die jüngsten Beratungen des Ständigen Rates der Deutschen
Bischofskonferenz. Dieser hatte am Montag beschlossen, sexuellem Missbrauch
künftig wirksam vorzubeugen und die Sicht der Opfer stärker als bisher zu
achten.
In dem Entwurf der neuen Leitlinien
wird nach Kirchenangaben das Verhältnis der kirchlichen Einrichtungen zu den
staatlichen Strafverfolgungsbehörden präzisiert. Er mache deutlich, dass die
Kirche keinen Rechtsraum losgelöst vom staatlichen Recht beanspruche. Die
überarbeiteten Leitlinien sollen mit Unterstützung auch externer Experten
weiterentwickelt und im Sommer verabschiedet werden.
Auch weiterhin melden sich Menschen,
die Opfer von sexuellem Missbrauch und Gewalt nicht nur in Einrichtungen der
katholischen Kirche geworden sind. Seit Mitte März hatte der
Missbrauchsbeauftragte des Bistums Würzburg, Klaus Laubenthal, Kontakte zu 54
möglichen Opfern. „In den ersten 48 Stunden nach meiner Berufung ist schon eine
Flut von Eingängen zu verzeichnen gewesen“, sagte der Jurist in Würzburg. Mehr
als zwei Drittel der Opfer seien männlich, in über 60 Prozent der Fälle handele
es sich um sexuelle Vergehen.
Unter den Beschuldigten ist auch der
frühere Würzburger Weihbischof Helmut Bauer. Drei Menschen hätten sich bisher
gemeldet und angegeben, er habe sie in den 60er und 70er Jahren massiv
geschlagen. In einer schriftlichen Erklärung teilte Bauer mit, dass er sich
nicht an die Vorfälle erinnere, jedoch keinen Zweifel daran habe. Dpa 29
Missbrauchsfällen. Caritas will besser vorsorgen
Nach der Serie von öffentlich
gewordenen Missbrauchsfällen in katholischen Einrichtungen geht der
Caritasverband in die Offensive. Er legte jetzt Empfehlungen zur Vorbeugung von
sexuellem Missbrauch vor.
Berlin - Das achtseitige Papier enthält
auch klare Weisungen an die Einrichtungen der Caritas, die zum Beispiel Fälle
von sexuellem Missbrauch immer der Staatsanwaltschaft anzeigen sollen. Die
Sorge um die Schutzbefohlenen habe für den Verband „höchste Priorität“. Der
Präsident des Verbandes, Peter Neher, sagte am Mittwoch dem Tagesspiegel, die
Empfehlungen sollten „dazu beitragen, im Alltag aufmerksam zu bleiben für einen
sensiblen Umgang mit Fragen von Nähe und Distanz in der Arbeit mit Kindern,
Jugendlichen und mit behinderten Menschen“. Es gebe im Verband „reichhaltige
Erfahrungen“ im angemessenen Umgang mit dieser Thematik, versicherte er.
Verantwortliche könnten sich schuldig
machen, wenn sie eine Anzeige unterlassen und dies dazu führt, dass der Täter
eine ansonsten unterbundene Straftat begeht, stellt die Caritas in ihren
Empfehlungen fest. Auch länger zurückliegende Fälle seien bei Bekanntwerden an
die Staatsanwaltschaft heranzutragen, auch wegen der „Glaubwürdigkeit in der
Öffentlichkeit“. Die beste Prävention bestehe darin, dass „in den Einrichtungen
ein Klima herrscht, in dem über Sexualität und die Gefahr sexuellen Missbrauchs
offen gesprochen werden kann“. Diese Grundanforderung müsse auch konzeptionell
abgesichert sein.
Die Empfehlungen regeln auch den Umgang
mit Hinweisen auf sexuellen Missbrauch. Vorgesetzte würden sich strafbar
machen, „wenn sie Taten decken“. In begründeten Verdachtsfällen sei der Täter
von der Arbeit freizustellen, bis zur Klärung des Vorwurfs dürfe es keine
Kontakte zwischen dem Verdächtigen und dem mutmaßlichen Opfer geben. Die
Caritas analysiert, dass Personen mit pädophiler sexueller Orientierung
teilweise „bewusst oder unbewusst“ Berufe wählen, in denen die Beziehungsarbeit
eine wichtige Rolle spielt. Hier gelte es Vorkehrungen zu treffen, damit diese
Personen nicht eingestellt würden. Ähnliches gelte auch bei der Gewinnung etwa
von Ehrenamtlichen, Freiwilligen, Praktikanten, Zivildienstleistenden und
Honorarkräften. Von Bewerbern für kinder- und jugendnahe Tätigkeiten soll ein
erweitertes Führungszeugnis eingefordert werden, in dem auch sexualrechtliche
Verurteilungen im niedrigen Strafbereich enthalten sind. Tsp 29
Spanien: Migration als menschliche und nicht soziologische Herausforderung
Bischöfe aus ganz Europa beraten ab
heute über Migration und Mobilität in Europa. „Europa der Menschen in Bewegung.
Ängste überwinden, Perspektiven aufzeigen“ - mit diesem Motto ist das Treffen
im spanischen Malaga überschrieben. Die Bischöfe und Fachleute wollen darüber
beraten, was genau Menschen zur Migration bewegt und welche Konsequenzen sich
aus diesen Migrationsströmen für die Kirche ergeben. Der Generalsekretär des
Rates der europäischen Bischofskonferenzen Duarte da Cunha erklärte in einem
Interview mit Radio Vatikan die die Perspektive, unter der das Problem
diskutiert würde:
„Wir wollen über Menschen sprechen,
über Migranten als Menschen, mit Würde und nicht nur von einem soziologischen
Blickpunkt aus. Wie leben Migranten genau in ihren Gemeinschaften, Familien, in
der Gesellschaft. Ist ihre Lebenssituation nach der Migration besser, das wollen wir uns angucken. Also, wir gucken uns den
Menschen an, die menschliche Person.“
Schätzungen nach gibt es weltweit rund
200 Millionen Migranten. Das Problem der Migration ist eine weltweite
Herausforderung, meint da Cunha. Daher ist es auch ein Thema für alle Staaten
in Europa und nicht nur ein Problem der Mittelmeer-Anrainer. kna 27
Mit ihrem Vorstoß, das Kreuz aus
staatlichen Schulen zu verbannen, ist Aygül Özkan mittenmang durch ein
Minenfeld spaziert, und das ohne präzisen Lageplan. Ihr Hinweis auf die
weltanschauliche Neutralität des Staats ist zwar richtig, aber arg schlicht - und
obendrein nicht von intimer Kenntnis der niedersächsischen Gesetze getrübt. Die
künftige Ministerin sollte schon mitbekommen haben, dass die Befürworter von
Kreuzen in öffentlichen Räumen vor allem auf die sozio-kulturelle Symbolik
abheben, weniger auf das streng religiöse Bekenntnis: Das Kreuz, so das
Argument, kennzeichne eine durch christliche Werte geprägte Gesellschaft. Dies
soll dann die Toleranz gegenüber anderen Religionen ausdrücklich einschließen.
Özkans kruder Konfrontationskurs, von
dem ihr künftiger Chef sie auffallend rabiat abbringen musste, treibt gerade in
ihrer eigenen Partei reflexartig viele auf den Baum, um die sie eigentlich zu
werben hätte. Sie hätte ihnen zu vermitteln, dass die "erste Ministerin
mit Migrationshintergrund" mehr ist als der PR-Blitz eines verblassenden
Ministerpräsidenten. Stattdessen nährt Özkan den Verdacht, der weltanschaulich
neutrale Staat solle auch historisch und kulturell neutralisiert werden. Das
freilich wäre das Gegenteil gelingender Integration, die einen Austausch
darüber voraussetzt, was eine Gesellschaft als wertvoll erachtet.
Wollte Özkan ernsthaft eine Debatte
anstoßen, müsste sie es anders angehen und den Kirchen sagen: Ihr treibt
Schindluder mit eurem wichtigsten Zeichen, wenn ihr es öffentlich zum bloßen
Signet einer wabernd christentümelnden Mentalität verkommen lasst. JOACHIM FRANK Fr 28
Papst: Tausende bei Generalaudienz – Katechese über vorbildliche Priester
Sonne über Rom: Die Generalaudienz von
Papst Benedikt fand an diesem Mittwoch bei herrlichem Wetter auf dem
Petersplatz statt. Den Besuchern aus aller Welt stellte der Papst zwei
Priestergestalten vor, die im Turin des 19. Jahrhunderts lebten – und die sich
beide in den Dienst an den Armen stellten. Benedikt fliegt am nächsten Sonntag
zu einem Pastoralbesuch nach Turin.
„Der heilige Leonardo Murialdo stammte
aus einer kinderreichen Familie und wurde in katholischen Ordensschulen
erzogen, doch als Jugendlicher durchlebte er eine tiefe Glaubenskrise. Seine
Rückkehr zu Gott und seine Berufung zum Priester sah er deshalb immer als ein
unverdientes Geschenk der göttlichen Vaterliebe. Nach über zwanzig Jahren der
geistlichen, leiblichen und schulischen Fürsorge für bedürftige Jugendliche
gründete er die Kongregation des heiligen Josefs, in der er viele andere zu
einem eifrigen und konsequenten Priesterleben führte.“
Und dann der zweite vorbildliche
Priester aus dem Turin des 19. Jahrhunderts: „Der heilige Giuseppe Benedetto
Cottolengo, an dessen Grab ich am kommenden Sonntag in Turin beten werde,
wirkte zu Beginn des 19. Jahrhunderts zunächst als vielgesuchter Beichtvater
und geschätzter Prediger. Doch eines Nachts stellte ihn die göttliche Vorsehung
an die Seite einer Mutter, die bei der Geburt ihres sechsten Kindes im Kreis
ihrer mittellosen Familie verstarb. Aus dieser erschütternden Erfahrung erwuchs
im Gebet gleichsam eine neue Berufung, die zur Gründung des „Kleinen Hauses der
göttlichen Vorsehung führte“, das zunächst außerhalb von Turin und heute an
vielen Orten der Welt armen und kranken Menschen ein Zuhause bietet.“ (rv 28)
Homosexuelle in der Kirche. Schwule Liebe "verdient Rückhalt"
Moraltheologe Eberhard Schockenhoff im
FR-Interview über das Verhältnis der katholischen Kirche zur Homosexualität.
Eberhard Schockenhoff, 57 Jahre alt, ist Professor für Moraltheologie an der
Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Der katholische Geistliche studierte in
Tübingen und Rom. Von 2001 bis 2008 gehörte er dem Nationalen Ethikrat an,
seither ist Schockenhoff Mitglied des Nachfolgegremiums, des Deutschen
Ethikrates.
Herr Professor Schockenhoff, ist
Homosexualität Sünde?
Die kirchliche Lehre ist
differenzierter, als Sie Ihre Frage formulieren.
Das ist gar nicht meine Formulierung,
sondern die des Essener Bischofs Franz-Josef Overbeck in der TV-Sendung
"Anne Will".
Er hat die kirchliche Lehre dargestellt ...
. .. und da hat er gesagt,
Homosexualität sei Sünde.
Streiten wir doch nicht um Worte in der
hitzigen Situation einer Talkshow! Betrachten wir lieber das, was wirklich
Lehre der Kirche ist!
Nämlich?
Erstens sagt die Kirche: Niemand darf
wegen seiner sexuellen Orientierung diskriminiert werden. Die sexuelle
Veranlagung eines Menschen ist keine Frage der Moral, und ein homosexuell
empfindender Mensch, nach dem Ebenbild Gottes geschaffen, verdient die gleiche
Achtung und Wertschätzung wie jeder andere.
So redet die Kirche aber noch nicht
lange und nicht laut, oder?
Öffentlich wird leider nur
wahrgenommen, was die Kirche zweitens sagt: Homosexuelle Handlungen sind in
sich ungeordnet, sündhaft und daher strikt abzulehnen.
Hunger haben ist erlaubt, aber essen
ist verboten?
Die Unterscheidung zwischen Veranlagung
und Handlung ist vielen in der Tat zu abstrakt. Sie wird der Lebenserfahrung
der Betroffenen nicht gerecht. Sie fühlen sich darum von der Kirche
zurückgestoßen, ganz zu schweigen vom Unverständnis in weiten Teilen der
Gesellschaft. Die Kirche muss homosexuellen Menschen eine Antwort geben, wie
sie mit ihrer Veranlagung umgehen sollen.
Tut sie doch: "Kein Sex!"
Das überfordert aber viele. Und ich
bezweifle, dass es das letzte Wort der Kirche sein kann, alle homosexuellen
Handlungen gleich zu beurteilen, unabhängig vom Kontext. Wenn homosexuell
empfindende Menschen eine feste, auf Solidarität und Dauer angelegte Beziehung
eingehen, dann ist das ethisch wertvoll. Ihr Bemühen verdient Rückhalt und ein
positives Echo der Kirche. Ich denke, in solchen Fällen muss das Urteil über
homosexuelle Handlungen in den Hintergrund treten. Ich sage das
auch, weil erkennbar immer mehr Gläubige auf Distanz zu einer kirchlichen
Sexualmoral gehen, die ihnen insgesamt lebensfremd und lebensfeindlich
vorkommt. Papst und Bischöfe sollten das ernst nehmen und nicht als Laxheit
abtun.
Der homosexuelle Theologe David Berger
hat sich am 23. April in der FR geoutet und der katholischen Kirche Bigotterie
vorgeworfen: Nach außen bekämpfe sie Homosexualität, nach innen würden
homosexuelle Geistliche und Mitarbeiter mit subtilem Druck gefügig gemacht.
Teilen Sie seine Beobachtung?
In extrem konservativen Kreisen mag das
so sein. Die Pfarrgemeinden sind zumeist durchaus aufgeschlossen gegenüber
Homosexuellen.
Berger spricht ausdrücklich von den
Bischöfen. Manche sollen gar behaupten, homosexuelle Priester gebe es in ihren
Bistümern nicht. Ein "Programm der Unehrlichkeit" nennt Berger das.
Sicher erhöhen Bischöfe mit einer
solchen Position die Gefahr, dass die Betroffenen sich verstellen und
verstecken müssen. Manche in der Bischofskonferenz sagen, homosexuelle Männer
könnten nicht zu Priestern geweiht werden, weil die ehelose Lebensform im
Zölibat für sie ja kein Verzicht sei. Die meisten Bischöfe dagegen sehen - wie
ich finde, zu Recht - im Zölibat eine Form des Einsatzes für die
Glaubensverkündigung, unabhängig von der sexuellen Orientierung. Enthaltsam
leben, ohne Sex - damit tun sich Homosexuelle genauso leicht oder schwer wie
Heterosexuelle. Interview: Joachim Frank
FR 29
Die europäischen Werte gründen in der griechisch-römischen Antike. Unchristliches Abendland
Es war die Ministerin selbst, die am
Montag den fragwürdigen Begriff benutzte. Sie wisse um die Bedeutung der
"christlich-abendländischen Kultur", erklärte die neue
niedersächsische Sozialministerin Aygül Özkan am Montagnachmittag vor der
CDU-Landtagsfraktion. Auch ihre Kritiker aus CDU und CSU wurden nicht müde,
Christentum und Abendland begrifflich in eins zu setzen, gerne noch kombiniert
mit Hinweisen auf Judentum oder Aufklärung.
Warum das Abendland ausschließlich
christlich oder auch jüdisch-christlich sein soll, wissen die Kritiker der
Ministerin allerdings nicht schlüssig zu erklären. Mit historischen Fakten oder
der Mehrheitsmeinung in der Geschichtswissenschaft lässt sich eine solche Sicht
jedenfalls so schwer in Einklang bringen wie Guido Westerwelles Thesen über
spätrömische Dekadenz.
Bislang herrschte doch eigentlich
Einigkeit darüber, dass die Wurzeln des europäischen Denkens im antiken
Griechenland zu suchen sind. Was wir heute als okzidentalen Rationalismus
bezeichnen, verbreitete sich dann mit Hilfe römischen Machtbewusstseins über
die gesamte mediterrane Welt. Politische Selbstverwaltung, Debattenkultur,
Toleranz gegenüber dem Andersartigen: das alles war längst da, als eine
intolerante Sekte die Grundlagen der antiken Welt zu erschüttern begann.
Für seine These, mit dem Monotheismus
sei eine neue Art von Hass in die Welt gekommen, wurde der Ägyptologe Jan
Assmann fast ebenso geprügelt wie jetzt die niedersächsische Sozialministerin.
Dabei war diese Sicht keineswegs neu. Schon vor zweihundert Jahren wies der
britische Historiker Edward Gibbon darauf hin, dass vor allem der Aufstieg des
Christentums die tolerante Kultur der Antike zerstörte.
Die neuere Forschung sieht das vermeintlich
christliche Mittelalter als einen Prozess der gleichzeitigen Ausbreitung aller
drei monotheistischen Religionen - des Christentums im Westen, des Islams im
Osten und des Judentums in der Diaspora. Zur Wahrheit gehört auch, dass alle
drei Religionen Errungenschaften der Antike weitertrugen.
Dass der Islam, der dabei erst führend
war, später ins Hintertreffen geriet, dürfte auch mit älteren kulturellen
Prägungen des östlichen Mittelmeerraums zusammenhängen. Vor allem mit der
zunehmenden Erstarrung von byzantinischer Kultur und orthodoxer Religion, als
deren legitimer Erbe sich das heutige Griechenland versteht.
Erst die Emanzipation von der
christlichen Dogmatik in Renaissance und Aufklärung schuf die Grundlagen
dessen, was wir heute das Projekt der Moderne nennen. Der Weg dahin war lang
und widersprüchlich. Während sich in den katholischen Ländern die Sphären von
Kirche und entstehenden Nationalstaaten ausdifferenzierten, bedeutete die
Reformation Luthers in dieser Hinsicht einen historischen Rückschritt.
Sie begründete eine Einheit von Staat
und Kirche, die in Preußen zwar 1918 formal endete, in zahlreichen Regelungen
des deutschen Staatskirchenrechts aber fortlebt. Auch Überbleibsel der
weltlichen Herrschaft, die katholische Bischöfe bis 1803 in den süddeutschen
Fürstbistümern ausübten, finden sich im bayerischen Konkordat bis heute. Dass
ausgerechnet Verfechter dieser Sonderregeln der kemalistischen Türkei
Vorhaltungen über die Trennung von Staat und Religion machen, erscheint
einigermaßen bizarr.
Diese Vorgeschichte erklärt, warum man
sich in Deutschland mit laizistischen Ideen bis heute schwertut.
Glaubensfreiheit wird in Deutschland traditionell nicht im Konflikt zwischen
Staat und Kirche hergestellt, sondern durch den Antagonismus der beiden
Konfessionen, die sich gegenseitig in Schach halten - erst durch blutige
Kriege, seit dem Westfälischen Frieden von 1648 durch juristische Verträge.
Die bisherigen Versuche, die moderne
Einwanderungsgesellschaft in Deutschland staatskirchenrechtlich einzuhegen,
zielen auf die Einbeziehung des Islams in das bestehende konfessionelle System.
Von den christlichen Kirchen wird dieses Argumentationsmuster bewusst
eingesetzt, um den Säkularisierungsprozess einzudämmen und die wachsende Gruppe
der Atheisten und Agnostiker als Defizitwesen erscheinen zu lassen. Mit
abendländischen Werten hat das wenig zu tun, umso mehr dafür mit christlicher
Interessenpolitik. RALPH BOLLMANN
Taz 28
Bistum Fulda und Evangelische Kirche Kurhessen-Waldeck auf ÖKT
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Das
umfangreiche Programm des Kirchenstandes auf dem Ökumenischen Kirchentag hat
der Katholikenrat Fulda jetzt veröffentlicht. „Das vorliegende Programm ist für
uns Anlass, die Kirchentagsbesucher aus der Evangelischen Kirche Kurhessen-Waldeck
und aus dem Bistum Fulda herzlich an unseren Stand einzuladen“, so der
Vorsitzende des Katholikenrates Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel).
Am Kirchenstand wird es nicht nur die
Möglichkeit geben, die Bischöfe Heinz Josef Algermissen, Dr. Martin Hein sowie
weitere Mitglieder der Kirchenleitungen aus Kassel und Fulda zu sprechen,
sondern auch prominente Vertreterinnen und Vertreter aus Gesellschaft und
Politik hautnah zu erleben.
Ihre Präsenz haben z. B.
Bundesministerin Annette Schavan, Rupert Neudeck und Dr. Norbert Walter
zugesagt. Ziel der geplanten Gespräche und Interviews ist, das
Hoffnungspotential deutlich zu machen, das Glaube angesichts vielfältiger
Krisen in Gesellschaft und Kirche entwickeln kann.
Das Standprogramm ist auf der
Bistumsseite unter http://www.bistum-fulda.de unter den Dokumentationen des
Katholikenrates zu finden. mz
Sierra Leone: Trotz christlicher Minderheit Kirche sehr präsent
Auch in dieser Woche heißt es wieder im
Vatikan Antritt zum Ad-Limina-Besuch. Und zwar statten seit Montag die Bischöfe
von Gambia, Liberia und Sierra Leone pflichtgemäß dem Papst ihren Besuch ab und
berichten über die Situation der Kirche in ihren Ländern. In den drei
westafrikanischen Staaten herrschen, was die Kirche betrifft, sehr
unterschiedliche Bedingungen. Während in Liberia rund 70 Prozent der
Bevölkerung Christen sind, sind die Verhältnisse in Gambia und Sierra Leone
ganz anders. In Gambia gibt es eine sehr deutliche muslimische Mehrheit. Wenn
auch der Prozentsatz der Muslime nicht ganz so hoch ist, auch in Sierra Leone
sind die Christen in der Minderheit. Doch das bedeute nicht, dass die
katholische Kirche nicht in der Gesellschaft bemerkbar sei. Das betont der
Bischof von Makeni in Sierra Leone, George Biguzzi. Mit ihm haben unsere
italienischen Kollegen von Radio Vatikan über die Lage der Kirche in Westafrika
gesprochen.
„Die Kirche ist auf dem gesamten
nationalen Territorium präsent. Das gilt für Gambia wie auch für Sierra Leone.
Und zwar durch Schulen, Sozialarbeit, die Arbeit der Caritas in den Diözesen
und auch durch Projekte der Entwicklungshilfe. Es ist also eine Präsenz, die
beachtet wird, die ins Gewicht fällt und vor allem sehr groß ist im Verhältnis
zur Anzahl der Christen.” (rv 27)
Benedikt XVI. in Großbritannien. Brachiale Gedankenspiele
Im September besucht Papst Benedikt
XVI. Großbritannien. Das Londoner Außenamt beschäftigte sich deshalb mit der
Frage, wie der Besuch ein Erfolg werden kann. Ein junger Diplomat fand darauf
ungewöhnliche Antworten. Sogar von einer Kondom-Marke namens „Benedikt“ war die
Rede. Von Johannes Leithäuser
Im Nachhinein wirkt es fast wie eine
mutwillige Bevormundung, obwohl es doch nur ein dummer Zufall sein kann: Alle
drei politischen Anführer Großbritanniens, Premierminister Brown wie die beiden
Oppositionsführer Clegg und Cameron, lobten in der vergangenen Woche den
bevorstehenden Besuch des Papstes in England und Schottland als schöne Geste –
und machten während einer Wahlkampf-Fernsehdebatte zugleich bedauernd klar,
dass sie mit Benedikt XVI. in vielen Fragen vollkommen über Kreuz lägen: was
die Embryonenforschung angeht, die Stellung von Homosexuellen in der
Gesellschaft, Verhütung und Abtreibung.
Nun stellte sich durch eine
Indiskretion heraus, dass im Londoner Auswärtigen Amt ein junger Beamter
ausführlich darüber nachdachte, wie der für September geplante Besuch des
Papstes trotz dieser offenkundigen Differenzen zu einem sicheren Erfolg werden
könne. Doch die Ideen, die der junge Diplomat zu Papier brachte, zogen
mittlerweile den Erfolg der päpstlichen Visite noch viel mehr in Zweifel.
„Ziemlich weit hergeholt“
Vorsichtshalber hatte der Autor des
Memorandums selber die Warnung vorangestellt, das Papier solle vertraulich bleiben,
denn manche der Ideen im Inhalt seien „ziemlich weit hergeholt“. Das war keine
Untertreibung: Der Papst könne doch während seines englischen Aufenthaltes eine
Abtreibungsklinik eröffnen, lautete einer der Vorschläge, oder er könne eine
Kondom-Marke namens „Benedikt“ vorstellen. Er könne auch eine
Telefon-Beratungsstelle für missbrauchte Kinder eröffnen, lautete eine weitere
Idee.
Das Auswärtige Amt beeilte sich, eine
offizielle Entschuldigung an den Vatikan zu senden, verbunden mit der
Versicherung, der betroffene Mitarbeiter sei unterdessen versetzt worden –
vermutlich hat er nun im Archiv des Ministeriums die Akten einstiger
Staatsbesuche aufzuarbeiten. Die Äußerungen in dem betreffenden Papier seien
„naiv und respektlos“ gewesen hieß es.
Quellen aus dem Foreign Office
verrieten der Zeitung „Guardian“, der Auftrag an eine Gruppe von insgesamt vier
Mitarbeitern habe gelautet, alle Ideen zusammenzutragen, die dabei helfen
könnten, den Besuch des Papstes zu einem Erfolg zu machen. Es sei darum gegangen,
„das Undenkbare zu denken“. Jetzt sei der junge Verfasser des Memorandums
natürlich „zerknirscht“. Ein Sprecher des Vatikans teilte am Montag mit, nach
der Entschuldigung des britischen Außenministeriums „ist für uns der Fall
abgeschlossen“. Faz 27
Kruzifix: Das Bundesverfassungsgericht
hat 1995 die Kruzifixpflicht für bayerische Grund- und Hauptschulen
beanstandet. Die Religionsfreiheit verbiete es, dass Kinder zum "Lernen
unter dem Kreuz" verpflichtet werden. Der Europäische Gerichtshof für
Menschenrechte entschied 2009, dass Kruzifixe in italienischen Schulen gegen
die Religionsfreiheit und das Erziehungsrecht der Eltern verstoßen. Das Urteil
ist noch nicht rechtskräftig.
Bayern: Im bayerischen Schulgesetz
heißt es weiterhin: "Angesichts der kulturellen und geschichtlichen
Prägung Bayerns wird in jedem Klassenraum ein Kreuz angebracht." Das
Gesetz gilt für die 3.000 Grund- und Hauptschulen. Als Reaktion auf das Urteil
des Bundesverfassungsgerichts wurde jedoch den Eltern ein Widerspruchsrecht
eingeräumt.
Niedersachsen: Eine Kruzifixregelung im
Schulgesetz gibt es hier nicht.
Kopftuch: Das Bundesverfassungsgericht
hat 2003 entschieden, dass Kopftücher von Lehrerinnen präventiv verboten werden
können, um den Schulfrieden zu schützen. Vorausseztung ist aber ein Gesetz und
die Gleichbehandlung der Religionen. Inzwischen hat rund die Hälfte der
Bundesländer, einschließlich Niedersachsen, gesetzliche Kopftuchverbote für
Lehrerinnen eingeführt.
Ausnahmen: In manchen Ländern wie Baden-Württemberg
gab es ausdrückliche Ausnahmen für die "Darstellung christlicher und
abendländischer Bildungs- und Kulturwerte und Traditionen". Das
Bundesverwaltungsgericht hat 2003 jedoch entschieden, dass dies nur für
christliche Werte gelte. Eine Bevorzugung der Nonnentracht gegenüber dem
Kopftuch aber sei unzulässig. (chr) taz
27
Kardinal Levada: „Höheren Maßstab an uns selbst anlegen“
Der Präfekt der vatikanischen
Glaubenskongregation verteidigt den Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen. In
einem Interview mit dem US-Fernsehen meinte Kardinal William Joseph Levada, es
würde ihn nicht überraschen, wenn noch mehr Bischöfe weltweit wegen dieses
Themas um ihren Rücktritt bäten. Bei der Auswahl von Bischöfen gebe es jetzt
angesichts der Krise zwar „keinen neuen Standard, aber der bisherige wird
vielleicht noch rigoroser angewandt als in der Vergangenheit.“
„Es ist eine große Krise: Niemand
sollte versuchen, sie herunterzureden. Sie ist meiner Ansicht nach besonders
schwer, weil Priester eigentlich gute Hirten sein sollten – und sie werden zum
genauen Gegenteil, wenn sie Kinder missbrauchen und ihre Unschuld verletzen.
Der Ausbruch dieser Krise hat die meisten von uns wohl überrascht; ein Bischof
sagte mir: Das ist eigentlich nicht der Verein, dem ich beigetreten bin... Doch
der Papst scheint mir der richtige Mann, um die Kirche in diesem Moment zu
führen.“
Der Amerikaner Levada kann sich noch
gut an die Missbrauchsskandale in der US-Kirche zu Beginn des Jahrhunderts
erinnern. Trotzdem ist die jetzige Krise für ihn kein Déjà-vu.
„Bei der derzeitigen medialen Spannung
spielen zwei Elemente eine Rolle: Zum einen die Lage in Irland, wo der Bericht
über das Erzbistum Dublin über Irland hinaus viel Entsetzen ausgelöst hat. Und
zweitens will ich doch offen sagen: Es gibt zwar keine Verschwörung der Medien
oder etwas in der Art, aber ich denke doch, dass die US-Medien sich zu sehr auf
den Versuch eingelassen haben, den Papst irgendwie in die Sache hineinzuziehen,
sogar in Gerichtsprozesse... Das ist zwar zum Scheitern verurteilt, aber es hat
doch einen Teil der Medienberichterstattung bestimmt... Die Medien wollen
natürlich eine gute Story – aber ich glaube, nach vernünftigen Maßstäben haben
sie nicht unbedingt ein ausgeglichenes Bild gezeichnet, ein Bild mit Kontext.“
Der Kardinal, der nur sehr selten
Interviews gibt, nennt auch ein Beispiel, was für ihn zu einem „Bild mit
Kontext“ gehört:
„Ich habe in den Berichten nicht viel
davon wiedergefunden, was die US-Kirche getan hat. Die Bischöfe haben 2002 –
durchaus unter Druck der Medien, das ist richtig – sehr konkret gehandelt. Wenn
Sie die Erziehungsprogramme für Eltern, für Kinder sehen, die ausgearbeitet
wurden – auch für alle Kirchenmitarbeiter, für Priester und Lehrer –, das ist
eine wirkliche Erfolgsstory! Das kann ein Modell sein für öffentliche Schulen
oder Pfadfinder, auch wenn die in Sachen Missbrauch bei weitem nicht so unter
Medienbeobachtung stehen wie die Kirche – das ist sicher ein Aspekt.“ (pbs 28)
Der Begriff "Missbrauchsopfer" hat etwas bedrohlich Schlüpfriges. Fliegende Bischofsmütze
Es ist kein Witz, aber man möchte
trotzdem lachen. Nun fegen also "ein paar Watschn" und finanzielle
Unregelmäßigkeiten dem Walter Mixa die Bischofsmütze vom Kopf. Unglaublich, was
alles möglich ist zurzeit.
Der sogenannte Missbrauchsskandal
scheint kein Ende nehmen zu wollen, und auch wenn man es schon nicht mehr hören
oder lesen will, wird der highest score der schmutzigen Enthüllungen aus dem
verklemmt-katholischen wie aus dem freizügig-reformerischen Lager immer weiter
nach oben korrigiert. Dass es so viele Schandtaten sind, die ans Licht kommen,
liegt einerseits ganz klar an den lange Zeit beschwiegenen Verbrechen
kirchlicher wie weltlicher Einrichtungen. Andererseits entsteht die hohe Zahl
aber auch, weil der Topf, in den die Opfer gesteckt werden, verdammt groß ist:
"Missbrauch" heißt in der gegenwärtigen Debatte alles und jedes, von
der Ohrfeige bis zum Rohrstockgebrauch, vom zarten Streicheln bis zur
Penetration. Es ist erstaunlich, warum jenseits der dümmlichen Abwehr, es
handele sich nur um "Einzelfälle" und finde meist außerhalb der
Kirchen statt, kaum jemand auf die Idee kommen will, doch einmal genauer zu
fragen, wieso hier so einhellig von Missbrauch geredet werden kann, und vor
allem, warum der Begriff so gut als Marker taugt.
Die Sicherheit, mit der nun alle
wissen, dass wir es mit einem einzigen großen Delikt zu tun haben, ist
beunruhigend. Um die Opfer, so steht zu befürchten, geht es nur in zweiter
Linie, die Skandale scheinen eher ein Anlass, Dampf abzulassen und mit den
Institutionen abzurechnen.
Andrea Rödig lebt und arbeitet als
freie Publizistin in Wien. Von 2001 bis 2006 leitete sie die Kulturredaktion
der Wochenzeitung Freitag. Foto: privat
Entnervend ist die eifrige
Einseitigkeit, mit der sich die FAZ an der Odenwaldschule abarbeitet, noch
lächerlicher aber wirkt das gespannte Lauern aller medialen Berichterstatter
auf Bekenntnisse hoher kirchlicher Würdenträger. Da werden Hirtenbriefe und die
Osterbotschaft einer akribischen Hermeneutik unterzogen, und wehe, wenn der
Papst nicht auf die Missbrauchsfälle eingeht. Unter der Hand hat sich die
öffentliche Meinung zur über den Klerus richtenden Instanz aufgeschwungen und
imitiert dabei perfekt die kirchliche Gier nach bußfertigen
Schuldbekenntnissen. Als ob die etwas helfen würden. Der empörte Aufschrei über
das Verhalten der Kirche ist mittlerweile so scheinheilig wie jeder normale
Gang zum Beichtstuhl.
Auch in anderer Hinsicht übernimmt die
öffentliche Meinung eine Kirchenlogik, denn dass das Opfer rein und unschuldig
ist, ist ebenfalls ein Paradigma christlichen Denkens. Gut und Böse, Himmel und
Hölle, man möchte sich hübsch an eine Ordnung halten, von der man doch
eigentlich weiß, dass es sie so ganz genau nicht gibt. Es wird in den jetzt
bekannt gewordenen Missbrauchsfällen einiges an Unentscheidbarem und
Ambivalentem vorkommen, es wird Opfer geben, die selber Täter wurden, und
Täter, die Opfer waren. Das aber interessiert noch niemanden.
Der Begriff "Missbrauchsopfer"
hatte immer etwas bedrohlich Schlüpfriges, im Moment jedoch mutiert er zum
frisch gewaschenen Haustierchen im heimischen Wortschatz. Bezeichnungen wie
"Missbrauchsbeauftragter" oder "Missbrauchshotline" gehen
mittlerweile so locker über die Lippen, als handele es sich dabei um so etwas
wie einen Kundenservice.
Warum versucht niemand, eine andere
Sprache für die Situation zu finden? Die Kirche braucht nicht einmal ein neues
Vokabular, "Buße, Umkehr und Erneuerung" hat sie ehedem der Gemeinde
gepredigt, jetzt predigt sie es eben auch sich selbst.
Und die Öffentlichkeit redet von Opfern
und von Tätern. Keine Frage, es gibt sie. Doch sich in dieser Logik
einzurichten ist gefährlich. Kirche und Odenwaldschule, schuldig wie sie sind,
haben nun die vakante Position des Kinderschänders übernommen. Sie entlasten
damit die Gesellschaft von ihrer Scham darüber, dass sie so lange weggeschaut
hat und überdies immer irgendeinen Machtmissbrauch toleriert. Ein Weiteres
kommt hinzu, denn indem die öffentliche Meinung Prügel und sexuelle Gewalt so
einhellig als "Missbrauch" verdammt, vergewissert sie sich eines
neuen Paradigmas: der absoluten Liebe zum spärlich gewordenen Nachwuchs.
Kinder haben heute einen ganz anderen
Stellenwert als vor 30 Jahren. Sie sind das Tabu, das unberührt rein gehalten
werden muss, daher wird jetzt nachträglich verurteilt. Diese unbedingte Liebe
zum Kind spiegelt auf eigenartige Weise die "Pädophilie" der Täter
und ist ihr vielleicht nicht ganz so fremd, wie der Sündenbockmechanismus
glauben machen soll. Jedenfalls bleibt in jeder allzu eindeutigen Empörung
unsichtbar, was man Abhängigen heute auf dieselbe und auf andere Weise antut.
Gewalt ändert in der Regel nur ihre Form, nicht ihr Ausmaß.
Aus den Diskussionen über sexuellen
Missbrauch in den 1990er-Jahren hatte man gelernt, sich nicht auf die Opfer und
Täter zu konzentrieren, sondern auf die unterliegende Struktur
gesellschaftlicher Herrschaftsverhältnisse. Darüber hinaus wusste man um die
Nachteile des Wortes "Missbrauch", unter anderem, weil es nahelegt,
es gebe einen richtigen "Gebrauch" des Kindes, oder auch weil der
Satz "Ich bin missbraucht worden" keine Position der
Handlungsfähigkeit erlaubt, sondern nur den Opferstatus zementiert. Zeitweise
galt "sexuelle Gewalt" als der bessere Begriff.
Von solchen Differenzierungen ist heute
keine Rede mehr. Manchmal ist es wichtig, auch unklare Dinge klar zu benennen,
und die Skandalisierung unter dem Schlagwort "Missbrauch" hat ihre
gute Funktion. Mixas Bischofshut darf ruhig fliegen. Doch es bedarf eines
komplexeren Denkens, nicht zuletzt, weil die binäre Logik allzu schnell kippt.
Es ist nur eine Frage der Zeit, dass die Stimmung umschlägt, und auf eine
Debatte über sexuellen Missbrauch folgt eine über den "Missbrauch des
Missbrauchs" fast so sicher wie das Amen in der Kirche. Dagegen hilft nur
vorbeugen und klar sehen, dass "Missbrauch" immer etwas mit
Strukturen zu tun hat, und dass der Begriff, unkritisch verwendet, genauso viel
versteckt, wie er enthüllen möchte. ANDREA RÖDIG Taz 29
Anlässlich des 2. Ökumenischen Kirchentags in München: Filme zur katholisch-orthodoxen Ökumene
Zwei Filme zum Themenkreis der
katholisch-orthodoxen Ökumene gibt das
weltweite katholische
Hilfswerk "Kirche in Not" anlässlich des 2.
Ökumenischen Kirchentags in München auf
DVD heraus.
Unentgeltlich angeboten wird zum einen
eine Dokumentation über die erste
Russlandreise des im Jahr 2003
verstorbenen Gründers von "Kirche in
Not",
Pater Werenfried van Straaten. Während dieser Reise im Jahr 1992
war er unter anderem mit dem damaligen
russisch-orthodoxen Patriarchen
Alexij II. zusammengetroffen. Nach dem
Zusammenbruch des Kommunismus war
für Pater Werenfried und sein Werk auf
Bitte von Papst Johannes Paul II.
die Versöhnung zwischen katholischer
und orthodoxer Kirche zu einer
wichtigen Aufgabe geworden. So wie er
nach dem Zweiten Weltkrieg zur
Liebe zwischen den "Feinden von
gestern" aufrief, setzte sich Pater
Werenfried nach dem Fall der Mauer für
die Überwindung der
Kirchenspaltung zwischen Ost und West
ein.
Als zweiten Film zum Themenkreis bietet
"Kirche in Not" eine
Dokumentation über Papst Benedikt XVI.
an, die von einem
russisch-orthodoxen Fernsehteam
erstellt wurde. Darin wird das Leben des
Papstes aus der Sicht orthodoxer
Christen dargestellt und kommentiert.
Am Ende des Films wendet sich Papst
Benedikt XVI. mit einer
Grußbotschaft direkt an das russische
Volk.
Beide DVDs können unentgeltlich bei
"Kirche in Not" bestellt werden:
www.kirche-in-not.de/shop. KiN 29