Notiziario religioso  30 Aprile – 2 Maggio 2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Venerdì 30 aprile. Il commento al Vangelo. “Io vado a prepararvi un posto”  1

2.       Sabato 1 maggio. Il commento al Vangelo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”  1

3.       Domenica 2 maggio.  Il commento al Vangelo. Nicodemo da Gesù di notte  1

4.       Domenica 2. V di Pasqua. Chi è in Cristo è una creatura nuova  2

5.       In corso il Congresso delle Conferenze episcopali europee sulle migrazioni 4

6.       Migrazioni. Mons. Damian: “Le famiglie, le prime ad essere colpite”  4

7.       Primo maggio - Se vince l'incertezza  4

8.       Bufera sulla ministra turco-tedesca schierata contro velo e crocifisso  5

9.       Sindone. Preghiera e parola. Domenica 2 maggio la visita del Papa  5

10.   Nuova sede per la Missione di Berlino. Il Consiglio Pastorale ai connazionali 5

11.   Le Missioni Cattoliche Italiane in Europa in pellegrinaggio a Lourdes dal 12 al 16 maggio prossimo. 6

12.   Testimoni digitali. Un nuovo slancio. Dal convegno all'impegno quotidiano  6

13.   Poletto: "L'Ostensione della Sindone terminerà il 23 maggio, non oltre"  6

14.   Le radici della gratuità. Giovani, nuovi modelli di sviluppo e immigrazione  7

15.   «7° Forum della Stampa Cattolica per la Salvaguardia del Creato». 7

16.   Domenica 2 maggio la Giornata di sensibilizzazione  sull’8xmille alla Chiesa  7

17.   P. Gnesotto: la “dolorosa realtà” dei “ricongiungimenti a rate”  8

18.   Belgio, polemica sul primate cattolico. Avrebbe coperto un parroco pedofilo  8

 

 

1.       Religionsfreiheit in der Türkei. Kardinal fordert Özkan zu Hilfe für Christen auf 8

2.       Uhren, von Bischof Heinz Josef Algermissen  9

3.       Gottesbezug. Kirchen gefällt Özkans Eidesformel jetzt doch  9

4.       Missbrauchsskandal. "Leitlinien" können die Kirche nicht retten  9

5.       Sonder-Audienz. Papst redet mit deutschen Bischöfen über Mixa  10

6.       Missbrauchsfällen. Caritas will besser vorsorgen  10

7.       Spanien: Migration als menschliche und nicht soziologische Herausforderung  11

8.       Kommentar. Özkan im Minenfeld  11

9.       Papst: Tausende bei Generalaudienz – Katechese über vorbildliche Priester 11

10.   Homosexuelle in der Kirche. Schwule Liebe "verdient Rückhalt"  11

11.   Die europäischen Werte gründen in der griechisch-römischen Antike. Unchristliches Abendland  12

12.   Bistum Fulda und Evangelische Kirche Kurhessen-Waldeck auf ÖKT  13

13.   Sierra Leone: Trotz christlicher Minderheit Kirche sehr präsent 13

14.   Benedikt XVI. in Großbritannien. Brachiale Gedankenspiele  13

15.   Kruzifix, Kopftuch, etc. 13

16.   Kardinal Levada: „Höheren Maßstab an uns selbst anlegen“  13

17.   Der Begriff "Missbrauchsopfer" hat etwas bedrohlich Schlüpfriges. Fliegende Bischofsmütze  14

18.   Anlässlich des 2. Ökumenischen Kirchentags in München: Filme zur katholisch-orthodoxen Ökumene  14

 

 

 

Venerdì 30 aprile. Il commento al Vangelo. “Io vado a prepararvi un posto”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,1-6) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».

5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Gesù riprende l’argomento della sua imminente partenza esortando i discepoli alla fiducia, perché egli sta andando a preparare loro un posto nel regno del Padre e poi tornerà a prenderli per portarli con sé.

I discepoli possono provare angoscia e tristezza per la separazione dal Maestro, ma Gesù li previene informandoli che la sua lontananza sarà temporanea.

La "casa del Padre" indica lo stato beato di intima unione in cui vive Dio con la sua famiglia. In questa casa dimora per diritto il Figlio (Gv 8,35), il quale può preparare dei posti per i suoi amici: in essa "vi sono molti posti" (v. 2). Lo stato di beatitudine consiste nell’essere con il Cristo glorioso.

Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù, con naturalezza, passa a parlare della via (v. 4). Per giungere al Padre bisogna passare per il Figlio.

Tommaso desidera concretezza e chiarezza nei discorsi. Egli aveva capito che Gesù parlava di una via nel senso materiale di strada, mentre Gesù sta parlando della via come mezzo per giungere a Dio, come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre. Per questa ragione, nella sua replica all’apostolo, Gesù proclama di essere la via per andare verso Dio.

Gesù proclama di essere il mediatore per mettersi in contatto personale con il Padre. Nessuno può arrivare a Dio con le proprie forze, né può servirsi di altri mediatori. Come nessuno può andare verso il Cristo, se non gli è concesso dal Padre (Gv 6,65), così nessuno può giungere al Padre senza la mediazione di Gesù (v. 6).

Gesù proclama anche di essere la verità e la vita. I sostantivi via, verità e vita sono applicati al Cristo per indicare le sue tre funzioni specifiche di mediatore, rivelatore e salvatore.

Gesù è l’unica persona che mette in rapporto con il Padre, che manifesta in modo perfetto la vita e l’amore di Dio per l’umanità, e comunica al mondo la salvezza che è la vita di Dio. Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 1 maggio. Il commento al Vangelo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 14,7-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.

12 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Solo Gesù può condurre l’uomo a Dio, perché egli solo vive nel Padre e il Padre vive in lui. Perciò chi conosce Gesù conosce anche il Padre e chi vede Gesù vede anche il Padre.

L’intervento di Filippo riecheggia la domanda di Mosè rivolta al Signore: "Mostrami la tua gloria" (Es 33,18). Gesù gli risponde che egli vive nel Padre (vv. 9-10). L’apostolo avrebbe dovuto sapere che Gesù è una sola cosa con il Padre (Gv 8,24.28.58; 10,30.38; 13,13). Di conseguenza, vedendo Gesù si vede il Padre (v. 9).

Data questa mutua immanenza del Padre e del Figlio, le parole dette da Gesù in realtà sono pronunciate dal Padre che dimora in lui e le opere da lui compiute sono fatte dal Padre (v. 10).

L’immanenza del Padre nel Figlio può essere accettata solo per fede, per questo Gesù esorta i discepoli a credere in questa verità, se non altro a motivo delle opere straordinarie da lui compiute.

Gesù spesso invita alla fede pura, basata solo sulla sua parola (Gv 4,21.48; 6,29), per cui proclama beato chi crede senza aver visto (20, 29). Egli tuttavia fa appello anche alla prova divina delle opere meravigliose e straordinarie compiute nel nome di Dio, per autenticare la sua missione divina, invitando i suoi ascoltatori a credere almeno per questa ragione (Gv 5,36; 10,25.37-38; 11,15). Per questo motivo il peccato d’incredulità dei giudei è senza scuse (Gv 15,24).

Nel v. 12 Gesù usa l’espressione solenne: "In verità, in verità vi dico" per richiamare l’attenzione sull’importanza dell’argomento trattato. Egli assicura ai suoi amici che, se crederanno nella sua persona divina, potranno compiere opere meravigliose e segni straordinari. La motivazione di questa possibilità di compiere opere eccezionali sta nel fatto che Gesù ritorna al Padre, presso il quale esaudirà le richieste dei discepoli (v. 13).

Affinché la preghiera sia esaudita, dev’essere fatta nel nome di Gesù, cioè dev’essere rivolta a Dio per mezzo di Gesù, mossi dalla fede nella mediazione del Figlio di Dio. Gesù non lascia senza risposta le preghiere dei suoi amici (v. 14).

 

 

 

 

Domenica 2 maggio.  Il commento al Vangelo. Nicodemo da Gesù di notte

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 13,31-33a.34-35) commentato da P. Lino Pedron 

 

31 Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

Appena il traditore è uscito, Gesù apre il cuore ai suoi amici che lo circondano. Egli è consapevole di essere giunto alla vigilia della sua morte e per questo si premura di spiegare loro il vero significato della sua partenza da questo mondo. La sua morte in croce non è la sua sconfitta, ma il suo trionfo, la sua glorificazione e il suo ritorno al cielo.

Gesù guarda ormai gli eventi ultimi della sua vita terrena nell’ottica dell’eternità e vede l’intera passione come l’atto della massima glorificazione che renderà al Padre. Gesù glorifica Dio come Padre, e questi glorifica Gesù come Figlio. Sulla croce Cristo sarà glorificato nella sua persona, perché sarà conosciuto in tutta la sua gloria mediante la fede. Il Padre lo glorificherà con la risurrezione e l’invio dello Spirito.

L’appellativo "figlioli", usato da Gesù, esprime tutto l’amore e la confidenza per i suoi discepoli. Egli avverte i suoi amici che sta per lasciarli. Ad essi, che cercheranno di seguirlo, per ora non sarà possibile: lo seguiranno più tardi.

Gesù ricambia il loro desiderio con un dono che permetterà loro di raggiungerlo nella sua gloria: il dono del comandamento dell’amore: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (v. 34).

L’osservanza del comandamento che Gesù lascia alla sua comunità è il distintivo che la qualifica. Il comandamento dell’amore guida l’esistenza del credente, che è fondata sull’amore scambievole: chi ama il fratello vive, perché l’amore è vita e realizzazione di sé.

L’amore ai fratelli, in realtà, è un precetto antico (cfr Lv 19,18), ma Gesù lo ripropone con una novità inaudita. Il comandamento è "nuovo" perché è il cuore e la sintesi della nuova alleanza, fondata sull’amore di Gesù per l’umanità. E’ "nuovo" perché riproduce nel mondo l’amore che Cristo nutre per i suoi in modo sempre straordinario. E’ "nuovo" perché è segno e caparra dei "cieli nuovi e della terra nuova".

L’amore del prossimo, che Gesù insegna, ha come norma e modello lui stesso. Nell’Antico Testamento l’amore del prossimo era misurato sull’amore verso se stessi: "ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18). Nel Nuovo Testamento, invece, la carità fraterna va misurata sull’esempio e sul modello dell’amore di Gesù verso di noi: "amatevi l’un l’altro come io ho amato voi" (v. 34).

Per Gesù il motivo e la misura dell’amore reciproco tra fratelli deve commisurarsi sul suo amore verso di noi, sempre nuovo, sempre profondo, sempre gratuito, come l’alleanza che Dio rivela amando l’uomo e il mondo (cfr Gv 3,16; Ger 31, 31; Ez 34-37).

L’amore che Gesù lascia alla comunità cristiana è l’amore stesso che il Padre ha per lui. Il Signore chiede ad ogni suo discepolo un amore sulla misura di quello del Padre. I discepoli devono prolungare la rivelazione dell’amore del Padre in Gesù verso i fratelli.

La comunità cristiana è tale solo se pratica il comandamento nuovo dell’amore fraterno, perché è la carità che conquista i cuori e li apre alla verità. Tertulliano ha scritto: «E’ stata soprattutto la pratica dell’amore ad imprimere in noi quasi un marchio di fuoco agli occhi dei pagani: "vedete come si amano" dicono (mentre essi si odiano tra loro), "e come sono pronti a dare la vita l’uno per l’altro" (mentre essi preferiscono uccidersi tra loro)»(Apologeticum, 39: PL 1, 534).

Il comandamento nuovo non è solo il distintivo di appartenenza a Cristo, ma è anche il volto del Signore risorto e vivo nella sua Chiesa: "Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi" (1Gv 4,11-12).

De.it.press

 

 

 

 

Domenica 2. V di Pasqua. Chi è in Cristo è una creatura nuova

 

La chiesa ha i giorni contati – dice qualcuno – perché è vecchia, non sa rinnovarsi, ripete formule antiche invece di rispondere ai nuovi interrogativi, ripropone caparbiamente riti obsoleti e dogmi incomprensibili mentre l’uomo d’oggi è alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo senso della vita, di un Dio meno distante.

Cresce la voglia di spiritualità e si diffonde l’adesione alle nuove fedi che si chiamano reiki, channelling, cristalloterapia, dianetica. Si diffonde la religione-fai-da-te che disdegna i dogmi e le chiese, una religione in cui spesso si fondono tecniche orientali con interpretazioni esoteriche di Cristo; in cui si equiparano la meditazione della parola di Dio in un monastero con l’emozione provata nel folto di un bosco a colloquio con il proprio angelo-guida.

Espressione di questa ricerca del nuovo è la New Age che prospetta una visione utopica di un’era di pace, armonia e progresso.

Confondere la fedeltà alla Tradizione (con la lettera maiuscola) con il ripiegamento su ciò che è vecchio e logoro, con la chiusura agli impulsi dello Spirito che “rinnova la faccia della terra è uno degli equivoci più funesti in cui possa cadere la Chiesa. Le accuse di scarsa modernità che le vengono mosse (spesso anche ingiuste e immotivate) dovrebbero comunque farla riflettere.

La chiesa è la depositaria dell’annuncio di “cieli nuovi e terra nuova”, della proposta di “uomo nuovo”, del “comandamento nuovo”, di un “canto nuovo”. E’ a lei che dovrebbe istintivamente rivolgersi chiunque sogni un mondo nuovo.

 

Prima Lettura (At 14,21-27)

 

In quel tempo, 21 Paolo e Barnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia, 22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. 23 Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24 Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia 25 e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; 26 di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto.

 27 Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede.

 

Da molte parti è scomparso, ma in certi luoghi sopravvive ancora un certo “individualismo religioso” che predica la salvezza della propria anima. Certo, i battezzati non si disinteressano dell’anima degli altri, pregano perché tutti vadano in paradiso, tuttavia è ancora radicata l’idea che, al momento della resa dei conti, tutte le amicizie salteranno e ognuno dovrà vedersela da solo con Dio. Questa concezione porta all’esasperazione della religione dei meriti: ognuno porta con sé le proprie opere buone e non ci si deve illudere che, alla fine, ci possano essere delle transazioni.

Se le cose stanno in questi termini ci chiediamo a che serve la comunità se poi, nel momento decisivo, ognuno deve arrangiarsi da solo. I discepoli di Gesù costituiscono un unico corpo e le singole membra non possono vivere le une senza le altre. Sono un popolo, una famiglia in cui ognuno è, in qualche modo, responsabile di quanto fanno gli altri.

La lettura approfondisce questo tema della vita comunitaria.

Paolo e Barnaba stanno per concludere il loro primo viaggio missionario. Hanno attraversato molte regioni, hanno annunciato la Buona Novella in tante città e, prima di tornare alla comunità di Antiòchia dalla quale sono stati inviati e alla quale devono rendere conto della loro opera, decidono di rivedere le giovani comunità che hanno fondato. Vogliono che siano fortificate nella fede e aiutate ad organizzarsi, per questo stabiliscono in ognuna di loro un gruppo di anziani.

Non si può concepire una vita cristiana individualista; chi non si rapporta con gli altri, chi vive da solo, chi pensa unicamente a se stesso e al proprio progresso spirituale può essere una persona buona, pia, religiosa, ma non è un cristiano. Ecco la ragione per cui, fin dall’inizio, gli apostoli sentono il bisogno di costituire ovunque dei “centri di fraternità” guidati da “anziani”.

Il lavoro missionario non è concluso nel momento in cui le persone abbracciano la fede e sono battezzate. E’ necessario che i credenti divengano una “comunità” nella quale ognuno si sente membro vivo, attivo, corresponsabile.

 

Seconda Lettura (Ap 21,1-5a)

 

Io Giovanni, 1 vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

 “Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

 Egli dimorerà tra di loro

 ed essi saranno suo popolo

 ed egli sarà il "Dio-con-loro".

 4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

 non ci sarà più la morte,

  lutto, né lamento, né affanno,

 perché le cose di prima sono passate”.

 5 E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

 

Nella Bibbia è impiegato spesso il termine nuovo – ben 347 volte nell’AT e 44 nel NT – e con quest’aggettivo s’intende un cambiamento radicale rispetto a ciò che esisteva prima. Il nuovo operato da Dio è qualcosa di inatteso, di inimmaginabile, di sorprendente. Quando, ad esempio, egli promette una “nuova legge” (Ger 31,31-34), non si riferisce a una nuova serie di prescrizioni, a un “aggiornamento” del decalogo, ma al dono di una legge radicalmente diversa, al dinamismo interiore che porta a compiere il bene, alla legge posta nel cuore, non scritta su pietre.

Nell’AT sono annunciate molte realtà nuove che il Signore attuerà: una nuova alleanza, uno spirito nuovo, un cuore nuovo e una creazione nuova: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio” (Is 65,17-18).

La prima creazione era buona. Era “molto buono” tutto ciò che Dio aveva fatto (Gen 1,31), ma l’uomo, nella sua libertà, ha introdotto il peccato, ha usato per il male le creature e le ha condotte alla corruzione. Le conseguenze delle sue scelte insensate sono anche sotto i nostri occhi: guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie… E’ dunque irrimediabilmente fallito il progetto di Dio? Al Signore dell’universo è sfuggita di mano la sua creazione?

No – risponde il veggente dell’Apocalisse. Dio controlla i destini del mondo, nessun evento lo coglie di sorpresa, egli sta facendo nuove tutte le cose (v.5). Non distrugge la prima creazione, ma sta preparando un nuovo cielo e una nuova terra. Solo il mare – simbolo di tutto ciò che è contro la vita (Ap 13,1) – sarà fatto scomparire per sempre, evaporerà fino all’ultima goccia (v.1).

 La visione continua: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (v.2). In nessun giorno della sua vita la donna appare affascinante come nel giorno delle nozze. E’ giovane, sul suo volto non c’è né macchia né ruga, tutti la ammirano. La realtà del mondo che abbiamo sotto gli occhi è esattamente opposta e le previsioni sono fosche, nulla prelude a una trasformazione così sorprendente. E’ come osservare un bruco: non si è portati a pensare che possa dar origine a una farfalla.

La conclusione della storia del mondo è da sogno: Dio dimorerà per sempre con gli uomini “e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (vv.3-4).

E’ il messaggio di gioia e di speranza che Giovanni rivolge ai cristiani delle sue comunità, tentati di lasciarsi abbattere di fronte all’apparente e inarrestabile trionfo del male. Alla fine scopriranno – dice il veggente – che il gioco lo ha sempre condotto Dio.

 

Vangelo (Gv 13,31-33a.34-35)

 

31 Quando Giuda fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

 

Per noi, eredi del pensiero greco, la glorificazione è il raggiungimento dell’approvazione e delle lodi degli uomini, equivale alla fama, la ottiene chi raggiunge una posizione prestigiosa. Tutti la desiderano, smaniano, lottano per averla ed è per questo che si allontanano da Dio. I giudei che “prendono la gloria gli uni dagli altri e non cercano la gloria che viene da Dio” (Gv 5,44), che “amano la gloria degli uomini più della gloria di Dio” (Gv 12,43) non possono credere in Gesù nel quale non si manifesta la “gloria” che attira gli sguardi e l’attenzione degli uomini. In lui si rende visibile, fin dal suo primo apparire nel mondo, la gloria di Dio: “Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14).

Dio è glorificato quando dispiega la sua forza e compie gesta di salvezza, quando mostra il suo amore per l’uomo. Nell’AT la sua gloria si è manifestata quando ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. “Gli israeliti vedranno la sua gloria – promette il profeta – perché egli sta per venire a salvarli” (Is 35,2.4).

 

Nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv.31-32) compare per ben cinque volte il verbo glorificare: il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui; se Dio è stato glorificato in lui, lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Una ridondanza, una prolissità che quasi annoiano; una solennità che sembra eccessiva e fuori luogo nel contesto in cui queste parole vengono pronunciate da Gesù. Siamo nel cenacolo e mancano poche ore alla sua cattura e alla sua condanna a morte.

Chi non conosce in anticipo come si sono svolti i fatti è portato a pensare che Dio stia per sbalordire tutti con un prodigio, che stia per dare una dimostrazione della sua forza umiliando i suoi nemici.

Nulla di tutto questo. Gesù è glorificato perché Giuda è uscito per andare ad accordarsi con i sommi sacerdoti su come arrestare il Maestro (v.31). Accade qualcosa di inaudito, di scandaloso e incomprensibile per gli uomini: in Gesù che s’incammina verso la passione e la morte, che si consegna nelle mani dei carnefici e viene inchiodato sulla croce si manifesta la “gloria” di Dio.

Pochi giorni prima Gesù ha chiarito in che consiste la sua gloria: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo… Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23-24). La gloria che lo attende è il momento in cui, dando la vita, rivelerà al mondo quanto è grande l’amore di Dio per l’uomo. E’ questa l’unica gloria che egli promette anche ai suoi discepoli.

 

Il brano continua con la presentazione del comandamento nuovo, introdotto da un’espressione sorprendente: Figlioli... (v.33). I discepoli non sono figli, ma fratelli di Gesù. Come mai li chiama in questo modo?

Per comprendere il significato delle sue parole va tenuto presente il momento in cui vengono pronunciate. Durante l’ultima cena, Gesù si è reso conto che gli restano solo poche ore di vita e sente di dover dettare il suo testamento. Come i figli considerano sacre le parole pronunciate dal padre sul letto di morte, così Gesù vuole che i suoi discepoli imprimano nella mente e nel cuore ciò che sta per dire.

 

Ecco il suo testamento: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato!” (v.34). Per sottolinearne l’importanza lo ripeterà altre due volte prima di incamminarsi verso il Getsèmani: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12); “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17).

Parla come chi vuole lasciare qualcosa in eredità: Vi do – dice (v.34).

Avessimo potuto scegliere noi un dono fra i tanti che egli possedeva, tutti – penso – avremmo chiesto il potere di compiere miracoli. Egli ci ha offerto invece un comandamento nuovo.

Comandamento per noi equivale a imposizione, impegno gravoso da adempiere, peso da sopportare. Qualcuno ritiene che la felicità venga raggiunta da chi fa il furbo, da chi si gode la vita trasgredendo le “dieci parole” di Dio, per questo molti sono convinti che chi riesce ad osservare i dieci comandamenti merita il paradiso mentre chi è infedele deve essere severamente punito.

E’ una prospettiva ancora molto diffusa e deve essere corretta con urgenza perché è estremamente perniciosa. E’ frutto di un’immagine deturpata di Dio.

Un esempio banale: se un medico insiste col suo paziente perché smetta di fumare, non lo fa per limitare la sua libertà, per privarlo di un piacere, per metterlo alla prova, ma perché vuole il suo bene. Di nascosto, cercando di non farsi notare, costui può continuare a fumare e, dopo un certo tempo, ritrovarsi con i polmoni rovinati. Il medico non lo castiga per questo (non ha fatto del male a lui, ma a se stesso), egli cercherà sempre e comunque di ricuperarlo. E Dio – sia detto per inciso – è un buon medico, guarisce tutte le malattie (Sal 103,3).

Dandoci il suo comandamento Gesù si è dimostrato un impareggiabile amico: ci ha indicato, non a parole, ma con il dono della vita, come si realizza in pienezza la propria esistenza in questo mondo.

 

Si tratta di un comandamento nuovo. In quale senso? Non è forse già scritto nell’AT: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)? Vediamo di cogliere dove sta la novità.

Rispetto a quanto raccomandato nell’AT è certamente nuova la seconda parte: “come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v.34).

La misura dell’amore propostaci da Gesù non è quella che usiamo verso noi stessi, ma quella che egli ha avuto per noi.

Non è detto che noi ci amiamo: non sopportiamo i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre miserie; se commettiamo un errore, se facciamo una brutta figura, se compiamo un gesto di cui ci dobbiamo vergognare arriviamo addirittura ad autopunirci.

Poi il comandamento è nuovo perché non è spontaneo per l’uomo amare chi non lo merita o chi non può ricambiare, non è normale fare del bene anche ai propri nemici.

Gesù rivela un amore nuovo: ha amato chi aveva bisogno del suo amore per essere felice. Ha amato i poveri, i malati, gli emarginati, i malvagi, i corrotti, i suoi stessi carnefici perché solo amandoli poteva farli uscire dalla loro condizione di grettezza, di miseria e di peccato.

E’ l’amore gratuito e immotivato di cui ha dato prova Dio nell’AT quando si è scelto il suo popolo: “Il Signore – dice Mosè agli israeliti – si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli, siete infatti il più piccolo di tutti i popoli, ma perché il Signore vi ama” (Dt 7,7-8). Per questo Giovanni afferma: “Non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico… Chi ama suo fratello, dimora nella luce” (1 Gv 2,7-10).

Ma la novità maggiore di questo comandamento è un’altra. E’ il fatto che nessuno prima di Gesù ha mai tentato di costruire una società basata su un amore come il suo.

La comunità cristiana è posta così come alternativa, come proposta nuova a tutte le società vecchie del mondo, a quelle basate sulla competizione, sulla meritocrazia, sul denaro, sul potere. E’ quest’amore che deve “glorificare” i discepoli di Cristo.

Per bocca di Geremia Dio ha annunciato: “Ecco verranno giorni in cui io concluderò un’alleanza nuova con la casa d’Israele” (Ger 31,31). L’antica alleanza è stata stipulata sulla base dei dieci comandamenti. La nuova alleanza è legata all’osservanza di un unico, nuovo comandamento: l’amore al fratello, come quello di cui Gesù è stato capace.

 

Gesù conclude il suo “testamento” affermando: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (v.35). Noi sappiamo che non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia sono i segni che l’albero è vivo. Non sono le buone opere che rendono cristiane le nostre comunità, ma sono queste opere che danno la prova che le nostre comunità sono animate dallo Spirito del Risorto.

I cristiani non sono uomini diversi dagli altri, non portano distintivi, non vivono fuori dal mondo; ciò che li caratterizza è la logica dell’amore gratuito, quello di Gesù, quello del Padre.  p. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

In corso il Congresso delle Conferenze episcopali europee sulle migrazioni

 

MALAGA– “L’Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive”. É questo il tema che dal 27 aprile al 1° maggio è al centro dell’ottavo Congresso Europeo sulle migrazioni promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee e che si sta svolgendo a Malaga, in Spagna.

Al Congresso è intervenuto, tra gli altri, anche il Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò e per la Fondazione Migrantes il Direttore dell’Ufficio per la Pastorale degli Immigrati e Rifugiati, padre Gianromano Gnesotto. Tra i partecipanti anche il Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni, mons. Bruno Schettino.

I congressisti hanno ricevuto anche un messaggio di Papa Benedetto XVI che - si legge in un telegramma a firma del Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, indirizzato all’Arcivescovo Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti - incoraggia a proseguire l'impegno per un’“adeguata azione pastorale” verso tutti coloro che “soffrono le conseguenze di aver dovuto lasciare la propria terra”.

“Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo dell’intera famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario”, scrivono i partecipanti al Congresso in un messaggio di risposta al Papa: “desideriamo raccogliere la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di integrazione, promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e dell’economia”. “Siamo consapevoli - aggiungono - dell’importanza di puntare su strategie di integrazione, rispettando adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Migrazioni. Mons. Damian: “Le famiglie, le prime ad essere colpite”

 

Malaga -E’ la famiglia ad essere la realtà sociale maggiormente colpita dall’immigrazione. E’ la constatazione di mons. Cornel Damian, vescovo ausiliare di Bucarest, con la quale si è aperto mercoledì pomeriggio a Malaga il confronto sul tema della “famiglia” nell’ambito dell’ottavo Congresso europeo sulle migrazioni, promosso dal Ccee. “In alcuni paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) – ha detto il vescovo -, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza prospettive di miglioramento delle condizioni di vita”. In genere, e sempre più spesso “è la giovane madre ad emigrare”: “spesso poi cade nelle mani dei trafficanti”. Povertà, violenza in famiglia, mancanza di un’educazione adeguata, l’influsso negativo di alcune persone. “Sono tante le cause che feriscono la famiglia” e finiscono per scoraggiare i genitori inducendoli addirittura “ad abbandonare per un periodo o per sempre la propria casa”. Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, “la famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel paese d’origine, sia nel luogo d’arrivo”. “La famiglia – ha concluso il vescovo – in ogni tempo, nei tempi normali e nella tempesta della migrazione resta sempre una realtà sacra, dove la vita ha un suo posto sicuro” confermandosi “come fondamento della società e futuro dell’umanità: un dono di Dio al mondo”.

“Vogliamo ribadire che donne e uomini in emigrazione rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo dell’intera famiglia dei popoli, grazie alle potenzialità umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario”. Lo scrivono a papa Benedetto XVI i partecipanti all’ottavo Congresso europeo sulle migrazioni che su iniziativa del Ccee, si è aperto con la lettura di un augurio del Santo Padre. In un messaggio di risposta firmato dal card. Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria e vice-presidente del Ccee, da mons. José Sanchez, presidente della Commissione Migrazioni del Ccee e da mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, i partecipanti all’incontro (vescovi, direttori nazionali e operatori di pastorale della mobilità umana) così scrivono al Papa: “Desideriamo raccogliere la sfida di considerare le migrazioni moderne in luce positiva, come evento che interpella in modo particolare la responsabilità dei cristiani a svolgere un ruolo attivo nei progetti di accoglienza e di integrazione, promuovendo la cooperazione di tutti negli ambiti della politica e dell’economia”. “Siamo consapevoli dell’importanza di puntare su strategie di integrazione, rispettando adeguati itinerari di intercultura e di dialogo e salvaguardando le legittime aspirazioni di tutti alla sicurezza e alla legalità”. sir

 

 

 

 

Primo maggio - Se vince l'incertezza

 

Non si supera la crisi con la rassegnazioneLa festa del lavoro (Primo maggio) giunge quest'anno in un contesto particolare che si può definire d'incertezza. Un'incertezza che rischia di paralizzare tutti, perché deriva sia dall'esterno, dalla situazione economica e politica, sia anche dall'interno di noi stessi: per il lavoro non si sa veramente cosa fare. Un Primo maggio "attendista", potremmo dire, ma lo stare alla finestra non ha mai veramente pagato.

La dottrina sociale della Chiesa non ha mai dimenticato il tema della centralità del lavoro, "chiave della questione sociale", e non cesserà di riproporlo anche in questa occasione. Ma il contesto generale sembra orientato in tutt'altro senso. La crisi finanziaria greca produrrà nuova disoccupazione e mette sostanzialmente in crisi il modello europeo che, per quanto riguarda l'economia reale, viaggia a due o anche a più velocità: come possono convivere l'economia tedesca e quella greca? Qualche analista si sbilancia a dire che la crisi greca è solo la punta dell'iceberg e che altre bolle scoppieranno. In ogni caso di una cosa si può esser certi, ossia che ancora una volta il lavoro è passato in secondo piano rispetto alla finanza.

Del resto, la crisi greca non emerge quando la precedente crisi mondiale è già superata, ma proprio nel suo mezzo. Quella crisi era nata proprio nel disprezzo per il lavoro e continua a produrre difficoltà occupazionali molto serie. Il superamento del momento più critico è avvenuto non solo mediante l'intervento degli Stati ma anche perché le imprese hanno ridotto i posti di lavoro. Ed ora che, si dice, il pericolo maggiore è stato superato, le imprese non tornano ad assumere, aspettano con cautela e preferiscono semmai investire in tecnologia, come si fa sempre nei momenti di difficoltà. Ecco perché, se una ripresa s'intravvede, essa non comporta un recupero di occupazione ma continua a nutrirsi di precarietà lavorativa.

Quest'anno la celebrazione del Primo maggio avverrà non solo in piazza San Giovanni a Roma, con il tradizionale concerto, ma anche a Rosarno, dove proprio in questi giorni è stata compiuta un'ampia retata contro gli sfruttatori del lavoro nero dei clandestini, il "caporalato" e la gestione occulta di questi processi da parte delle cosche. Anche davanti a questi fenomeni sembra proprio che il lavoro non solo sia considerato marginale, non solo torni ad essere visto come "merce" - cosa che già la "Rerum novarum" condannava nel lontano 1891 - ma addirittura torni ad essere strumento di compressione dei diritti della persona anziché loro valorizzazione.

Bisogna anche dire, però, che in questa situazione d'incertezza generalizzata non si percepiscono grandi progetti né da parte del governo né da parte dei sindacati. La Fiat ha chiesto più flessibilità per poter rimanere ancora in Italia e, addirittura, per investirci. Flessibilità vuol dire in pratica chiusura di Pomigliano d'Arco. È una strategia imprenditoriale. Ma non si è vista l'emersione di un piano corrispondente da parte dell'esecutivo e gli stessi sindacati coltivano l'incertezza. Per questo, dicevo che incerta è la situazione esterna ed incerta è anche quella interiore, che speriamo non voglia dire rassegnazione.

Ecco, un primo aspetto positivo della centralità del lavoro proposto dalla dottrina sociale della Chiesa è proprio non cedere alla rassegnazione. Il capitale, in ogni sua forma, serve al lavoro perché il lavoro serve alla persona che lavora. Questo Primo maggio non dovrebbe essere celebrato nell'incertezza, ma nella ripresa di una progettualità incentrata sul lavoro. I singoli cercano di arrangiarsi, le famiglie fanno da ammortizzatore sociale, le imprese cercano di competere tirando fuori nuova grinta, ma servono anche progetti di ampio respiro, che non sono possibili se si coltiva dentro e fuori di noi l'incertezza. Stefano Fontana

 

 

 

Bufera sulla ministra turco-tedesca schierata contro velo e crocifisso 

 

La Oezkan da oggi dovrebbe guidare il dicastero del welfare in Bassa Sassonia. La Merkel in imbarazzo, la Cdu potrebbe bloccare la nomina dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI

 

BERLINO - Ayguel Oezkan ha appena 38 anni, è giovane, è brava, è musulmana e di origine turca. Milita nella Cdu di Angela Merkel e oggi dovrebbe diventare il primo ministro tedesco di religione islamica e proveniente dalla comunità d'immigrati più numerosa, ma due sue affermazioni-sfida hanno scatenato un putiferio. "Sono contro il crocifisso nelle aule scolastiche, così come contro il velo islamico a scuola e nella funzione pubblica", ha detto. E non è tutto: chiede un negoziato con la Turchia aperto alla prospettiva di adesione di Ankara all'Unione europea, adesione cui il suo partito e la Cancelliera sono da sempre contrarie. Nella Dc tedesca è rivolta, contro la graziosa signora Oezkan e contro il governatore della Bassa Sassonia, Christian Wulff, che l'ha scelta. Riuscirà la giovane ex manager di Deutsche Telekom a diventare oggi ministro, o no? Ha ricevuto online anche anonime minacce di morte. Dalla sua sorte dipende un po' del futuro del rapporto tra la Germania e la sua comunità turca, che si sente sempre meno gruppo d'immigrati e sempre più minoranza etnica vivente in territorio tedesco.

 

"Secondo me", ha detto Ayguel Oezkan in un'intervista al settimanale bavarese Focus, "la scuola dovrebbe essere un luogo neutrale, i bambini dovrebbero poter scegliere da soli sul tema della religione. Per questo sono contro il crocifisso nelle aule e contro il velo islamico". E così, con poche parole - non si sa se gaffe o invece provocazione voluta per lanciare un dibattito sul laicismo - lei che, pur essendo musulmana, aveva scelto di entrare nella Cdu proprio perché in un partito cristiano trovava idee e valori sulla famiglia più consoni ai suoi, adesso si gioca tutto.

 

Maria Boehmer, ministro federale dell'Integrazione, cdu anche lei, e considerata vicina ad Angela Merkel, ha avuto ieri una reazione durissima: "Il crocifisso nelle scuole da noi è una tradizione cristiana vecchia di secoli, e costituisce l'espressione della nostra tradizione e del nostro sistema di valori", ha detto. La Cancelliera, fanno sapere i suoi portavoce, la pensa esattamente allo stesso modo.

 

Non solo le sole critiche contro Ayguel Oezkan. Dalla Cdu e ancor più dal partito fratello bavarese Csu vengono accuse durissime contro il governatore della Bassa Sassonia, il giovane riformista Christian Wulff, che ha scelto la signora Oezkan per dare un segnale di svolta e apertura multiculturale. "Wulff avrebbe dovuto informarsi meglio sul pensiero di fondo della Oezkan", afferma Wolfgang Ockenfels, portavoce cdu per i problemi etici, e aggiunge parole pesanti, a un passo dal razzismo: "Forse la figlia di un sarto turco emigrato in Germania non conosce nemmeno il programma della Cdu".

 

A Monaco, nella Csu, ira al calor bianco: "Le proposte della signora Oezkan", nota Johannes Singhammer, "aprono il pericolo di un nuovo Kulturkampf, una lotta tra Stato e Chiesa come ai tempi di Bismarck". E Stefan Mueller definisce le richieste della giovane politica "fuorvianti e scioccanti", tanto più che "anche dopo lunghi negoziati con la Ue, la Turchia non diverrà mai un paese europeo". Ayguel Oezkan, che si vuole simbolo e segnale per le nuove generazioni dei turchi di Germania, in queste ore rischia grosso.  LR 27

 

 

 

 

Sindone. Preghiera e parola. Domenica 2 maggio la visita del Papa

 

In attesa di Benedetto XVICome già fece il suo predecessore Giovanni Paolo II nel 1998, Benedetto XVI è a Torino, il 2 maggio, per venerare la Sindone. Il Papa è il proprietario del Telo, lasciato in eredità alla Santa Sede da Umberto II di Savoia. Ma Benedetto non viene come un “padrone” a controllare le condizioni in cui è conservato un pezzo del suo patrimonio. Viene come pellegrino: un credente che, come ciascuno di noi, è interpellato da quel Volto. Di fronte alla Sindone si è coinvolti nella Passione del Signore: come se fossimo anche noi spettatori, mescolati alla folla di quella notte fra il Sinedrio e il tribunale di Pilato, o di quella mattina al Calvario, fuori dalle mura. Lungo la catena della successione apostolica di quei fatti siamo divenuti tutti non solo spettatori ma “testimoni” – e il Papa è il primo di noi, di quei due milioni che, dal 10 aprile al 23 maggio, si mettono in coda lungo i Giardini Reali per raggiungere il Duomo e fermarsi qualche minuto a “vedere”.

Ma il Papa non deve solo vedere. Si attende da lui che, di fronte alla Sindone, preghi e parli.

Pregare, per ribadire il segno, lo stile, con cui la Chiesa guarda al Telo: la Sindone è testimonianza del passato, misteriosa per la scienza che non riesce a decifrarne il segreto. E questo, in tempi in cui la “verità” della scienza sembra essere l’unica possibile e la sola utile, è un bel segno di contraddizione, una “provocazione” non tanto agli scienziati quanto ai loro dogmi.

Pregare, ancora, perché la Passione del Signore evocata dalla Sindone è la stessa passione nostra, la sofferenza di tutti gli uomini e le donne del pianeta – di tutti i tempi (“Passio Christi passio hominis” è il motto scelto per questa Ostensione dal custode della Sindone, l’arcivescovo di Torino cardinale Poletto). La Sindone obbliga a riflettere sul dolore e sulla morte: ma chi si ferma a guardarla non viene sopraffatto dall’angoscia, piuttosto dalla compassione e dalla pace. La pace di quel Volto composto, di quel corpo martoriato ma intatto nella sua forza e nella sua bellezza.

Pregare, infine, perché oltre il mistero e la contemplazione c’è sempre la carità, il servizio ai fratelli. La stessa giornata di Benedetto a Torino appare scandita da questo ritmo: il grande incontro eucaristico al mattino, la visita alla Sindone nel pomeriggio e poi il congedo a Torino da quel “santuario” che è il Cottolengo, la Piccola Casa dei malati e di chi non ha più – non ha mai – coltivato speranza mondana.

E poi, parlare. La riflessione che il Papa proporrà di fronte alla Sindone è attesa, per molte ragioni. Il suo predecessore aveva parlato della Sindone come “specchio del Vangelo” e “sfida all’intelligenza”. Aveva ricordato, cioè, che la Sindone non è il Vangelo. Non è dal Telo che riceviamo la salvezza di Cristo e la fede nella risurrezione. Il Lenzuolo di Torino “serve” piuttosto a richiamare la fede e la salvezza. È, in qualche minima misura, il compimento della promessa che anche noi siamo “beati” pur senza essere stati nel tempo e nel numero di quelli che hanno veduto… E sfida all’intelligenza: nei confronti dell’orgoglio della scienza, certo. Ma anche, forse, perché la Sindone sfida ciascuno di noi a ripensarsi sul senso della morte – cioè, su quello della vita. Tra il buio e il cielo rimane la scommessa di una vita che si “vince” solo se è donata.

Al di là delle cose che Benedetto dirà domenica, nel silenzio del Duomo, conta, prima di tutto, il fatto che parli. Paolo VI forse sarebbe venuto all’Ostensione del 1978, cui inviò un messaggio cordiale, importante e impegnativo. I suoi successori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono venuti in persona, ne hanno parlato in vari discorsi e negli “Angelus”. Ma, oltre al “discorso sulla Sindone”, è il Papa che viene a incontrare Torino. Più di altre questa città ha bisogno di una parola d’incoraggiamento e di “svolta”. Nel 1980 Giovanni Paolo II venne in un momento cruciale della lotta al terrorismo. Oggi Benedetto porta un messaggio di mansuetudine e di testimonianza, nel tempo in cui la Chiesa è sottoposta a “sfide” sulla libertà e sulla visibilità della stessa comunità cristiana. La diocesi che accoglie il Papa è una comunità antica ma non “vecchia”, che ha saputo coltivare i grandi campi dell’educazione e del servizio della carità. Oggi i credenti torinesi, e la struttura delle parrocchie, si ritrovano in prima fila ad affrontare i problemi di povertà diffusa causati non solo dalla crisi generale ma anche dal tramonto di un modello, quello della “città-Fiat” che appartiene ormai al passato. Il Papa autore di una coraggiosa “enciclica sociale” ha molto da dire e da ascoltare a Torino.

Marco Bonatti, direttore “La Voce del Popolo” (Torino) e responsabile della comunicazione dell’Ostensione 2010

 

 

 

Nuova sede per la Missione di Berlino. Il Consiglio Pastorale ai connazionali

 

Cari connazionali, come sicuramente avrete saputo, la Missione Cattolica Italiana si è trasferita nella nuova sede presso la Chiesa di “Heilig Kreuz” in Hildegardstrasse 3a, Wilmesdorf. La Chiesa è bella e ampia. Sul sito della Missione (www.situs.it/mci-berlino) prontamente aggiornato, potrete vederne le prime foto e apprendere come ci si arriva.

Domenica prossima, 2 maggio, alle ore 12:15 vi sarà la prima Santa Messa officiata dal nostro parroco Don Giuseppe Chiudinelli. Confidiamo che onorerete l'importante evento con la Vostra presenza. Per noi, dimoranti fuori del territorio della nazione, la Missione rappresenta, infatti, un punto d’incontro e un impulso alla vita di Fede attraverso la lingua e la tradizione italiana.

Vi aspettiamo. Il Consiglio Pastorale, Mario Ferrera (de.it.press)

 

 

 

 

 

Le Missioni Cattoliche Italiane in Europa in pellegrinaggio a Lourdes dal 12 al 16 maggio prossimo.

 

LOURDES– Le Missioni Cattoliche Italiane in Europa si ritroveranno a Lourdes, per un pellegrinaggio comunitario, dal 12 al 16 maggio prossimo.

All’iniziativa prenderanno parte circa 1500 emigrati italiani, in rappresentanza di quasi 1 milione di nostri connazionali che vivono in Germania, Scandinavia, Benelux e Francia.

Tra gli appuntamenti del pellegrinaggio la celebrazione eucaristica il 14 maggio, presso la Basilica sotterranea di S. Pio X seguita da una celebrazione penitenziale comunitaria nella Chiesa di S. Giuseppe. La mattina del 15 maggio Santa Messa alla grotta dell’apparizione.

Il tema che guiderà il pellegrinaggio sarà “Con Bernadette facciamo il segno della croce”. A guidare il pellegrinaggio don Pio Visentin, Delegato Nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia. (Migranti-press)

 

 

 

 

Testimoni digitali. Un nuovo slancio. Dal convegno all'impegno quotidiano

“Capitalizzare l’entusiasmo, la riflessione e l’energia di questi giorni perché tutto ciò possa rifluire nella pastorale quotidiana della comunicazione”. A pochi giorni dalla conclusione del convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale” (Roma, 22-24 aprile), mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, indica in questo obiettivo “ciò che ora interessa maggiormente”. A tutt’oggi, afferma mons. Pompili, “il bilancio del convegno è positivo, sia quantitativamente, sia qualitativamente. A livello di partecipazione abbiamo superato ogni più rosea aspettativa con circa 1.400 persone, cui si aggiungono i circa 17 mila 'play' sulle dirette di tutte le sessioni del convegno trasmesse online. Complessivamente erano rappresentate 177 diocesi su 226. Dal punto di vista qualitativo va sottolineato il valore delle riflessioni dei diversi relatori e la presenza di giovani, esperti di comunicazione o semplici interessati all’argomento”. Ma, continua il sottosegretario della Cei, “un bilancio del genere è solo a tutt’oggi” perché “ora ciò che interessa è capitalizzare appieno queste giornate”.

 

Mons. Pompili, quali sono le prospettive aperte dal convegno per i prossimi anni?

“Il punto fondamentale, per i prossimi anni, sta nell’imparare ad abitare con naturalezza il mondo digitale e a far sì che da esso si ricavino tutte le potenzialità e si attenuino le possibili ambiguità. Dobbiamo imparare a integrare lo stare in Rete con la presenza, cioè a unire l’on line con l’off line. È questa la vera sfida: riuscire a mettere insieme le due dimensioni, che non vanno contrapposte ma integrate”.

 

Nel suo intervento lei ha utilizzato l’immagine evangelica del “vino nuovo in otri nuovi”. Ma cosa significa essere “otri nuovi” nel continente digitale?

“Otri nuovi significa acquisire alcune competenze. La prima è l’intenzionalità, cioè la consapevolezza di ciò che ci sta a cuore e l’impegno a condividerlo, senza dissimulare la propria identità. Non si può comunicare senza volerlo, lasciando all’eventualità del caso l’emergere delle nostre convinzioni. La seconda competenza è l’interesse, ovvero la capacità di avvicinare il nostro interlocutore. Se manca la disponibilità ad ascoltare chi ci sta di fronte, qualsiasi comunicazione è depotenziata. La terza è l’impegno: occorre imparare i linguaggi e le nuove forme di comunicazione, cioè entrare dentro il mondo per noi cifrato che altri abitano con facilità (pensiamo a ciò che scrivono i giovani su Facebook o su Twitter). Accanto a queste condizioni di partenza c’è, su tutte, una qualità che occorre saper realizzare, ed è la credibilità, che significa rispondere. È credibile, infatti, chi risponde anzitutto di sé, chi pone in prima istanza l’autenticità e l’affidabilità della propria vita. In secondo luogo, è necessario rispondere del contenuto della comunicazione in ordine alla sua comprensibilità, alla capacità di parlare agli uomini e alle donne di oggi. La sfida è di ampia portata. Essa ci chiama ad un linguaggio meno argomentativo ed astratto, in favore di uno più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta. Occorre, poi, rispondere della relazione che la comunicazione instaura. L’ultimo tornante della credibilità è rispondere degli effetti della propria azione comunicativa, che significa imparare a pianificare e, poi, a verificare. Non basta solo mettersi in cammino, bisogna anche darsi i tempi per capire cosa si sta comunicando”.

 

Quali dovranno essere le caratteristiche specifiche dell’animatore della cultura e della comunicazione?

“Deve essere caratterizzato da intenzionalità, interesse, impegno e credibilità. L’animatore deve essere una persona che, allo stesso tempo, abbia attitudini relazionali e comunicative, ma che soprattutto sia un testimone affidabile e, perciò, credibile. E ciò a ribadire che il nostro approccio non è meramente tecnologico: la tecnica, infatti, non può sostituire la persona”.

 

Durante l’udienza Benedetto XVI ha invitato, tra l’altro, a far “entrare a pieno titolo il mondo della comunicazione sociale nella programmazione pastorale”…

“Le parole del Papa sdoganano definitivamente la convinzione che la comunicazione non è un aspetto o un settore, ma è lo sfondo dell’agire pastorale. La comunicazione non viene alla fine – come se fosse una sorta di megafono o di amplificazione di qualcosa che si è deciso altrove – ma è il linguaggio che in qualche modo è chiamato in causa sin dall’inizio dell’annuncio. È decisivo, perciò, fare della comunicazione una dimensione trasversale in cui investire sia con persone, sia con risorse di tipo materiale”.

 

In definitiva, con quale atteggiamento “abitare” – da Chiesa – il nuovo continente?

“La modalità con cui vorremmo stare nel continente digitale vorrebbe essere la leggerezza, che non significa essere superficiali né tantomeno effimeri. Vuol dire la scioltezza e l’immediatezza che lascia emergere ciò che ci preme. La leggerezza si sposa con la fantasia, che è un concentrato d’intelligenza che fa intuire ciò che non è ancora visibile. La fantasia è allegria; è autonomia perché ci sottrae alla pressione dell’opinione dominante e ci fa capaci di uno sguardo originale sulla realtà: lo sguardo della fede”. sir

 

 

 

Poletto: "L'Ostensione della Sindone terminerà il 23 maggio, non oltre"

 

«L’Ostensione della Sindone terminerà il 23 maggio, come previsto, non ci sono motivi per prolungarla». L’arcivescovo di Torino, cardinale Severino Poletto, mette a tacere le indiscrezioni sulla possibilità di allungare i tempi dell’Ostensione.

 

«Rispetto alle quattro settimane previste in un primo momento - ha ricordato il porporato - ne abbiamo programmate sei, dal 10 aprile al 23 maggio: la data stabilita per la chiusura dell’Ostensione è e resta questa».

 

Diversi i motivi, spiegati dall’arcivescovo di Torino, per cui si è giunti a questa conclusione. «Le ceneri del vulcano islandese - ha osservato - hanno creato alcuni inconvenienti con gli aerei e ci sono state alcune disdette, ma non ci è sembrato un problema così rilevante. E poi un prolungamento avrebbe comportato, da parte nostra, un impegno non indifferente dal punto di vista economico e organizzativo».

 

Senza contare, infine, le «motivazioni ecclesiali perchè una settimana dopo la chiusura dell’Ostensione - ha concluso il cardinale Poletto - c’è l’assemblea dei vescovi italiani» LS 29

 

 

 

 

Le radici della gratuità. Giovani, nuovi modelli di sviluppo e immigrazione

Il volontariato giovanile, la crisi economica e la proposta di nuovi modelli di sviluppo, l’immigrazione e i processi di integrazione e cittadinanza. Se ne è parlato nelle assemblee tematiche nel corso del 34° convegno nazionale delle Caritas diocesane a San Benedetto del Tronto.

 

Volontariato, la “defezione” dei giovani adulti. Il volontariato italiano dal 1996 al 2006 è cresciuto del 14,9% (4 milioni e 400 mila nel 2006) ma c’è stata una “defezione” dei giovani adulti. Le fasce d’età più rappresentate sono quelle dei pensionati (uno su 4), degli adulti e dei minorenni. È quanto emerge da una ricerca sul volontariato giovanile nel contesto delle Caritas diocesane, a cura di Marco Livia, direttore dell’Iref (l’Istituto ricerche educative e formative delle Acli) e Francesco Pierpaoli, responsabile della pastorale giovanile delle Marche. I percorsi attraverso cui i giovani volontari si avvicinano alla Caritas sono molteplici: la scuola, l’università, gli organi di stampa (soprattutto la free-press), la parrocchia, il passaparola. Quest’ultimo “rimane un veicolo formidabile – spiegano i ricercatori – perché unisce all’informazione la forza della testimonianza, soprattutto se si incrocia con la scuola o la parrocchia”. Rimane ancora valido, inoltre, “il binomio scoutismo-volontariato”. Ma la vera novità è che “il retroterra sociale e culturale cattolico e le motivazioni altruistiche non costituiscono più l’humus esclusivo su cui si innesta la pratica del volontariato in Caritas”. Di fronte ad una “domanda di partecipazione” al volontariato Caritas oramai “laica, multicanale e multiculturale”, Livia e Pierpaoli invitano a valorizzare soprattutto la collaborazione con le scuole.

 

Economia civile 1.0”. Se l’economia fosse un programma informatico, l’enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” richiederebbe di disinstallare il programma “Capitalismo finanziario 3.0” e sostituirlo con la nuova versione “Economia civile 1.0”: quest’ultimo sarebbe composto dalle routine “microfinanza”, “impresa socialmente responsabile”, “impresa sociale e cooperativa”, “circuiti equosolidali con il Sud del mondo”, da potenziare con i tasti interattivi “consumo e risparmio socialmente responsabile”, “gratuità” e “responsabilità”. È la metafora utilizzata da Leonardo Becchetti, docente di economia. Secondo Becchetti,la crisi finanziaria dimostra “il fallimento di un modello dove ciascuno è chiamato a perseguire autoreferenzialmente il proprio tornaconto”. Il “segreto del successo” dei pionieri del nuovo modello di economia (imprese sociali, economia di comunione, finanza etica) proposto dall’enciclica, nasce quindi dalla “partecipazione sempre più attiva e socialmente responsabile dei cittadini attraverso le loro scelte di consumo e di risparmio”. “Il bene della persona – conclude Becchetti – passa attraverso una relazione che rende feconda la povertà di senso di chi ha e rischia di non aprirsi all’altro e la povertà materiale di chi chiede una mano per poter recuperare la propria dignità”.

 

“Più famiglie, meno ghetti”. Favorire l’integrazione degli immigrati tramite i ricongiungimenti familiari e l’accompagnamento di “famiglie-tutor”. E un invito all’Unione europea “ad essere più incisiva nella promozione di processi di inclusione” come il diritto alla cittadinanza. Sono le proposte di Maurizio Ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori. “È sbagliato pensare che l’integrazione sia solo responsabilità della politica – afferma Ambrosini –. Ci sono alcuni aspetti, come la cittadinanza, che dipendono dalla politica. In questo senso la nostra legge, insieme alla Grecia, è la più restrittiva in Europa. Abbiamo una concezione ‘etnica’ della cittadinanza, legata al sangue e al connubio. I greci la stanno cambiando, quindi noi rischiamo di rimanere gli ultimi della classe”. Le altre componenti dell’integrazione, spiega il sociologo, “derivano dal basso, dal mercato del lavoro e dalle relazioni quotidiane”. A questo tipo di integrazione “tutti possono contribuire”, creando “più famiglie e meno ghetti”. La proposta delle “famiglie-tutor”, già sperimentata in alcuni territori, consiste nella presenza “di famiglie di italiani o immigrati già inseriti che facciano da punto di riferimento per tante esigenze quotidiane dei nuovi arrivati. La Caritas potrebbe favorire questo processo”. Inoltre, secondo Ambrosini “l’Ue potrebbe intervenire di più per promuovere processi di inclusione, ad esempio tramite il voto locale e l’accesso alla cittadinanza. Ma fa fatica perché i governi, anche per ragioni di consenso interno, resistono”. sir

 

 

 

«7° Forum della Stampa Cattolica per la Salvaguardia del Creato».

 

Facendo seguito alle esperienze degli anni scorsi, Greenaccord, Associazione Culturale senza fini di lucro e di ispirazione cristiana, ha organizzato per il 25-27 giugno 2010 il Settimo Forum della Stampa Cattolica per la Salvaguardia del Creato, che avrà per tema principale L'umanità in cammino nel Creato.

Proprio la condizione dell’uomo “viandante”, che lungo la propria vita “attraversa” il

creato e ne condivide le sorti, sarà il filo conduttore dell'incontro, nel tentativo di

riscoprire il valore di un cammino immerso ed in sintonia con la natura. Natura che si

offre come deserto per la riscoperta di Dio, monte per l’incontro, strada accogliente e

compagna di viaggio.

Inoltre, partendo dal presupposto che l’uomo essendo di “passaggio” riceve non in

proprietà dal passato ma piuttosto in prestito dalle generazioni future i doni della

creazione, si incentrerà la riflessione sugli alcuni antichi “cammini” di spiritualità, uno dei quali (la Francigena) attraversa l'intera Toscana mentre un altro (la

Compostelana) trova proprio a Pistoia un singolare aggancio fatto di fede e di civiltà,

di storia e di futuro.

La scelta del tema, inoltre, è dovuta alla ricorrenza del 2010 quale “anno

compostelano”, ai legami culturali, religiosi e storici che uniscono le città di Santiago e Pistoia ed al pellegrinaggio che Benedetto XVI realizzerà proprio a Santiago nel

settembre prossimo.

Il Forum si terrà a Pistoia, in collaborazione con la Federazione Italiana Settimanali

Cattolici e con il coinvolgimento delle Istituzioni locali (Vescovado, Regione, Provincia, Comune, APT, Prefettura) e delle associazioni di categoria dei giornalisti (FNSI, Ordine dei Giornalisti e UCSI).

Il Forum ha il patrocinio della Diocesi di Pistoia, della Regione Toscana, della Provincia e del Comune di Pistoia, dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), della FESMI, del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e del Consiglio Regionale Toscano dell’Ordine dei Giornalisti, della Federazione Nazionale Stampa Italiana e del Segretariato Sociale della Rai.

Come già avvenuto per il Forum 2009, questa edizione, oltre che per la varietà e la

qualità delle testimonianze che saranno presentate, si caratterizza per l’apporto

organizzativo offerto dall’UCSI Toscana, per la presenza della FISC in qualità di

partner, per l’adesione del circuito Corallo come “media partner” e per il

conferimento del premio giornalistico “Sentinella del Creato” a 3 giornalisti scelti da

FISC, UCSI e Greenaccord.

Giorgio Zucchelli, Presidente Fisc

 

 

 

 

Domenica 2 maggio la Giornata di sensibilizzazione  sull’8xmille alla Chiesa

 

ROMA– Domenica 2 maggio si svolge la XXI Giornata Nazionale di sensibilizzazione dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. Si rinnova un’occasione speciale per invitare alla firma i fedeli e per ringraziarli della loro partecipazione che ogni anno contribuisce a sostenere migliaia di attività pastorali, caritative e 38 mila sacerdoti. Anche la Migrantes è stata sostenuta nelle attività dell’8xmille dalle Chiese Cattoliche. Una Giornata per ricordare che ogni firma è un segno che racchiude in sé un significato profondo. È la capacità di pensare agli altri, a tutti, anche a chi è lontano. È un modo di vivere in modo aperto e generoso, davvero evangelico, la comunione ecclesiale.

Ma questa scelta va confermata tutti gli anni. Infatti la firma sulla propria dichiarazione dei redditi, che non costa nulla in più delle tasse già versate, proprio per questo rischia di divenire un gesto fatto più per abitudine che come segno della propria partecipazione attiva e consapevole alla vita e alla missione della Chiesa in Italia e nei Paesi più poveri del mondo.

Per ricordare ad ogni fedele l’importanza di questo gesto nel kit inviato a tutte le parrocchie è stato inserito un pieghevole a due ante, con informazioni sull’uso dei fondi, foto per ogni area di destinazione e completo di una sintetica guida alla firma.

Il rendiconto e maggiori dettagli sui progetti sostenuti dai fondi derivanti dall’8xmille e affidati alla Chiesa sono disponibili tutto l’anno sul sito www.8xmille.it, che contiene anche le novità sulle modalità di partecipazione alla firma sui diversi modelli fiscali (730, Unico e CUD). Inoltre per i pensionati è attivo il Numero Verde 800.348.348 per avere ulteriori informazioni sulle modalità di firma sul modello CUD. Il Numero è aperto al pubblico tutti i giorni feriali dalle ore 9.00 alle 20.00 (il sabato fino alle 17.30). (Migranti-press)

 

 

 

 

 

P. Gnesotto: la “dolorosa realtà” dei “ricongiungimenti a rate”

 

Malaga - In Italia tra la popolazione immigrata si assiste alla “dolorosa realtà” dei “ricongiungimenti a rate”, specie con i figli. “Prima arrivano i figli più grandi e per ultimi quelli più piccoli, con delle ripercussioni psicologiche e affettive nei confronti dei genitori facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione”. A denunciare quanto sta avvenendo nel nostro Paese riguardo ai ricongiungimenti familiari nella popolazione immigrata è padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione “Migrantes” della Conferenza episcopale italiana. Anticipando al SIR quanto poi dirà anche mercoledì pomeriggio a Malaga al congresso europeo sulle migrazioni promosso dal Ccee, padre Gnesotto spiega: “Uso il termine ‘a rate’ per un riferimento economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento di quattro o più familiari”. Per questo si sceglie di ricongiungere prima i figli che più si avvicinano alla maggiore età.

 “Dal punto di vista educativo – ha osservato il rappresentante di Migrantes -, queste lunghe parentesi di genitorialità a distanza possono pesare parecchio sulla capacità di ricostruire rapporti di confidenza”. Una ricerca sulla prima città italiana per numero di immigrati, Milano, ha mostrato che la metà degli immigrati ha impiegato più di sette anni per il ricongiungimento dell’intero nucleo familiare. “Fondamentalmente perché – commenta p. Gnesotto - la normativa italiana riguardante l’immigrazione, in linea con quella europea, stabilisce dei requisiti rigidi per quanto riguarda il reddito e l’alloggio, ingenerando la sottomissione di un diritto fondamentale a requisiti economici”. E’ un peccato perché la “famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza” si rivela essere l’ambito principale dove “si elabora l’inclusione sociale”, funziona cioè – ha spiegato padre Gnesotto - ”come luogo importante d’apprendimento reciproco e di doppia mediazione linguistica e culturale. I figli spesso assumono il ruolo di mediatori, interpreti e portavoce dei bisogni familiari. La famiglia diviene laboratorio dell’integrazione socio-culturale”. “L’urgenza di disegnare prospettive per l’Europa delle persone in movimento, trova nella famiglia ricongiunta – ha detto p. Gnesotto - il superamento di almeno due prospettive fuorvianti: ritenere che l’immigrazione sia un fenomeno temporaneo e che sia un fenomeno da trattare con una logica emergenziale”.  Sir

 

 

 

 

 

Belgio, polemica sul primate cattolico. Avrebbe coperto un parroco pedofilo

 

Lo scrive il quotidiano De Morgen. Secondo il racconto, André Leonard, arcivescovo della Chiesa cattolica belga, avrebbe insabbiato il caso di un sacerdote dopo che aveva ripetutamente abusato di un ragazzo. La denuncia del giovane: "Non ha denunciato perché tra i due c'era un accordo finanziario". La Cei: "Punire e prevenire"

 

BRUXELLES - André Leonard, primate della Chiesa cattolica belga, avrebbe insabbiato il caso di un sacerdote pedofilo, impedendo che il religioso potesse finire in tribunale. E' questa la rivelazione pubblicata dal quotidiano belga De Morgen, che riporta il racconto della presunta vittima, Joel Devillet.

 

Durante gli anni '80, Devillet sarebbe stato ripetutamente oggetto di abusi sessuali da parte del parroco del suo villaggio, e nel 1996 si sarebbe finalmente confidato con Leonard, allora vescovo della diocesi di Namur: "Lui ha però lasciato fare. E' stato varato un accordo finanziario, in base al quale il sacerdote avrebbe pagato un terzo della mia terapia, il vescovo un altro terzo mentre il resto sarebbe stato a mio carico ma nonostante avesse ammesso i fatti, questo sacerdote è rimasto al suo posto per altri cinque anni e ha continuato a fare vittime: Leonard ha fatto di tutto perché si evitasse un processo", ha dichiarato Devillet. Il portavoce del primate cattolico non ha commentato la vicenda, limitandosi a sottolineare come sul caso stia già lavorando la magistratura belga. Nel 2009, la faccenda è infatti finita sul tavolo del tribunale di Namur.

 

Sono invece arrivate le reazioni della Conferenza episcopale italiana rappresentata da mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei. "E' sbagliato far credere che in ogni prete si celi un potenziale pedofilo - ha detto - ed è sbagliato supporre che le accuse di pedofilia siano soltanto il frutto di un complotto architettato contro la Chiesa". E a proposito delle insinuazioni rivolte al primate cattolico dalla stampa belga, monsignor Mariano Crociata è intervenuto affermando che "l'emergere di casi puntuali non può dare adito a giudizi sommari di per sé sempre superficiali. E' necessario, invece, attenersi il più possibile ai fatti, senza lasciarsi sopraffare dal clamore delle notizie ad effetto né da un acritico garantismo, profondamente ingiusto rispetto alle vittime, che sono nostri fratelli e sorelle nella fede e nella Chiesa". Nei confronti dei carnefici poi, la linea della Cei resta quella inaugurata in passato da Benedetto XVI: "Di una persona che si macchia di abusi su minori può essere detto, ma va distintamente verificato, che ha compiuto un delitto, che è malata, che ha peccato. Una tale persona - ha concluso Crociata - ha bisogno di sottoporsi alla giustizia, alla cura, alla grazia". LR 29

 

 

 

Religionsfreiheit in der Türkei. Kardinal fordert Özkan zu Hilfe für Christen auf

 

Der Kölner Kardinal Joachim Meisner fordert Niedersachsens Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) auf, ihre prominente Stellung für die Christen in der Türkei zu nutzen. Das sei ein "sinnvolles Tätigkeitsfeld" für die Ministerin. Özkan war kritisiert worden, weil sie sich gegen Kruzifixe in Schulen ausgesprochen hatte.

Der Kölner Kardinal Joachim Meisner hat die türkisch-stämmige niedersächsische Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) aufgefordert, sich für die Rechte der Christen in der Türkei einzusetzen.

 „Die Ministerin könnte doch eigentlich gut ihre prominente Stellung nutzen, indem sie für die Christen in der Türkei eintritt, damit endlich die St.-Paulus-Kirche in Tarsus den Christen zur freien Benutzung gegeben wird“, schreibt der Erzbischof in einem Gastbeitrag für den „Kölner Stadt-Anzeiger“.

Der Kardinal kritisierte, die türkischen Behörden hätten vor einigen Tagen festgelegt, dass Gottesdienste in der Kirche zehn Tage im Voraus beantragt werden müssten.

 

Zudem sei für jeden Teilnehmer ein Eintrittsgeld zu entrichten. „Was das noch mit Religionsfreiheit zu tun hat, ist eigentlich unbegreiflich“, schreibt Meisner.

Im Einsatz für die Rechte der Christen sieht der Erzbischof ein sinnvolles Tätigkeitsfeld für die Ministerin, die mit ihrer ursprünglich erhobenen Forderung, Kreuze aus den Schulen zu entfernen, heftige Kritik bei Parteifreunden und Kirchen hervorgerufen hatte.

„Staatliche Neutralität ist bei uns kein Laizismus, und Religionsfreiheit bedeutet nicht von oben verordnete Freiheit von Religion und ihren Zeichen“, weist Meisner Özkans Vorstoß zurück, von dem sie sich nach Protesten auch selbst distanziert hat

 

Unterdessen begrüßten die evangelische und katholische Kirche, dass sich Özkan bei ihrem Amtseid am Dienstag ausdrücklich auf Gott bezogen habe. Der Präsident des Kirchenamtes der Evangelischen Kirche in Deutschland, Hermann Barth, sagte der „Neuen Osnabrücker Zeitung“: „Das, was gemeinsam ist, muss man sorgfältig pflegen.“ Es sei notwendig, mit den Schnittmengen, die es zwischen Christen und Muslimen gebe, etwas Positives anzufangen.

Der katholische Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke sagte der Zeitung, er freue sich darüber, dass Özkan ihren Dienst als Ministerin mit dem Glauben an Gott bekräftigt habe. Dies sei auch ein Zeichen der Integration einer gläubigen Muslima in die deutsche Gesellschaft, sagte Jaschke.

Er betonte, die Muslime dürften in Deutschland spüren, dass sie ihre religiöse Identität nicht aufgeben müssten, sondern sich in eine Gesellschaft mit christlicher Tradition einbringen dürften. Zu den Gottesvorstellungen im Islam und Christentum erklärte der Weihbischof: „Wir glauben gemeinsam an den einen Gott, haben aber unterschiedliche Sichten und Gewissheiten über Gott.“  Kna 29

 

 

 

 

Uhren, von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Wie spät ist es?“ Ich schaue auf die Uhr. Die Antwort ist kein Problem. Die Uhr lässt uns die Zeit präzise ablesen.

 

Aber messen und zählen der Zeit war nicht der einzige Impuls, der die Uhrenbauer antrieb zu ihren genialen Konstruktionen: Sonnenuhr, Wasseruhr, Sanduhr und seit dem 13. Jahrhundert die mechanische Uhr.

 

Es ging den Uhrenbauern damals nicht nur um die Genauigkeit der Zeitmessung. Die Uhr war zugleich auch ein Instrument der Zeitdeutung. Der Erbauer einer Uhr war gepackt von dem Gedanken, dass die Zeit nicht so sehr „ein Strom ohne Ufer“ ist, wie ein Bild von Marc Chagall heißt, sondern ein Strom, dessen Ufer und Mündung die Ewigkeit ist. Umgekehrt war er auch vertraut mit der Vorstellung der Heilsgeschichte, dass der Sohn Gottes aus dem Vater geboren wurde „vor aller Zeit“ (Credo), Mensch geworden ist „in der Fülle der Zeit“ (Gal 4, 4) und wiederkommt „am Ende der Zeit“ (vgl. Mt 25, 31f).

 

So verbinden sich Zeitmessung und Zeitdeutung in den Uhren des Mittelalters. Ihr Platz in den Kathedralen will anschaulich machen, wie Zeitgeschichte und Heilsgeschichte ineinander greifen. Wer hier auf die Uhr schaut, der soll nicht nur wissen, wie spät es ist. Er soll wissen, was die Stunde geschlagen hat, worauf es jetzt ankommt.

 

In der gotischen Stiftskirche am Rand des Kapellplatzes in Altötting findet man zwischen Nordportal und Chorempore den „Tod von Eding“. Auf einem sieben Meter hohen Schrank ist da eine Uhr aus dem 17. Jahrhundert, oben ein etwa 50 cm hohes plastisches Abbild des Todes als Sensenmann, der im Takt der Uhr mäht. Das Bild will den Betrachter an die unabänderliche Gegenwart des Todes im Leben erinnern und sinnenfällig mahnen, stets vorbereitet zu sein.

 

Ingmar Bergman, der große schwedische Regisseur, zeigt am Beginn seines Filmes „Wilde Erdbeeren“ einen Professor auf seinem Morgenspaziergang durch die Stadt. Sie ist menschenleer. Alles ist totenstill. Er kommt wie gewöhnlich am Geschäft des Optikers vorbei. Dort hängt, so lange er sich erinnern kann, die große runde Uhr. Aber jetzt sind die Zeiger verschwunden. Das Zifferblatt ist blind. Rasch zieht der Professor seine Taschenuhr hervor, um nach der Zeit zu schauen. Aber auch seine zuverlässige Taschenuhr hat keine Zeiger mehr. Er hält sie ans Ohr. Statt des Tickens der Uhr hört er den schnellen und unruhigen Schlag seines eigenen Herzens.

 

Das Ticken der Uhr als Herzschlag: Ich bin ganz der Zeit ausgeliefert. Aber in meine Zeitlichkeit ist der gekommen, der aus dem Vater geboren wurde vor aller Zeit; der Mensch geworden ist in der Fülle der Zeit und der wiederkommen wird an deren Ende. Durch ihn wird aus dem Strom ohne Ufer ein Strom mit den Ufern der Ewigkeit.

 

Wenn wir tagsüber mehrmals auf die Uhr schauen, sollten wir das erinnern: Jede Uhr kann nicht nur sagen, wie spät es ist, sie kann erzählen, was die Stunde geschlagen hat, kann erzählen vom Geheimnis um Zeit und Ewigkeit. „Bonifatiusbote“ 02

 

 

 

 

Gottesbezug. Kirchen gefällt Özkans Eidesformel jetzt doch

 

"So wahr mir Gott helfe" – so beendete Aygül Özkan ihren Amtseid. Ihre Erklärung, sie habe sich auf den "einen Gott" von Juden, Christen und Moslems bezogen, empörte Kirchenvertreter. Jetzt wird zurückgerudert: Özkans Gottesbezug sei begrüßenswert, sagte Hamburgs Weihbischof Jaschke WELT ONLINE.

Jetzt haben die beiden großen Kirchen näher hingesehen – und festgestellt, dass sie doch keine Einwände gegen den religiösen Amtseid der neuen niedersächsischen Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) haben.

Dabei hatten kirchliche Pressesprecher am Mittwoch noch Kritik geäußert, nachdem Özkan am Dienstag im niedersächsischen Landtag „so wahr mir Gott helfe“ gesagt und in einer dazu verteilten Erklärung ausgeführt hatte: „Als gläubige Muslimin berufe ich mich ausdrücklich auf den einen und einzigen Gott, der den drei monotheistischen Religionen, dem Judentum, dem Christentum und dem Islam gemeinsam ist und den alle drei Religionen als den ,Gott Abrahams, Isaaks und Jakobs’ verehren.“

Nein, so einfach könne man das nicht sagen, erklärten dazu dann in der „Bild“-Zeitung die Sprecher der Hannoverschen Landeskirche (evangelisch) und des katholischen Bistums Essen – die Gottesbilder der drei Religionen seien eben sehr unterschiedlich.

 

Doch diese Kritik wurde nun von ranghohen Vertretern beider Kirchen zurückgenommen. Für die katholische Kirche erklärte deren Hamburger Weihbischof Hans-Jochen Jaschke, in der Deutschen Bischofskonferenz Vorsitzender der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog, im Gespräch mit WELT ONLINE: „Muslime und Christen sind im Glauben an den einen Gott verbunden. Dass Aygül Özkan bei ihrer Vereidigung die Gottesformel ’so wahr mit Gott helfe’ gesprochen hat, ist ein richtiges Signal. Es ist ein gutes Beispiel für die Integration gläubiger Muslime in unsere Gesellschaft. Muslime geben ihren Glauben nicht auf und übernehmen als religiöse Menschen Verantwortung in unserer Gesellschaft.“

 

Jaschke nannte es dabei „ein gutes Zeichen, dass die CDU einer Muslima den Weg in ein Ministeramt ermöglicht. Selbstverständlich steht Frau Özkan zu den Grundüberzeugungen und Traditionen der CDU.“

Ähnlich äußerte sich für die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) der Präsident ihres Kirchenamtes, Hermann Barth. Der Nachrichtenagentur EPD sagte Barth: „Die Situation in unserer religiös pluralen Gesellschaft ist darauf angewiesen, dass wir bei allen Differenzen zwischen Christen und Muslimen gemeinsame Überzeugungen und Schnittmengen haben. Wir sollten sie pfleglich behandeln.“

Barth fügte hinzu, zwischen Christen und Muslimen gebe es erhebliche Unterschiede beim Gottesbild und im Verständnis von Jesus Christus. Doch sei der Bezug auf Gott in der Eidesformel wie auch in der Präambel des Grundgesetzes nicht exklusiv an das christliche Gottesverständnis gebunden. Die Ministerin habe damit zum Ausdruck gebracht, „dass sie ihre Verantwortung in einem Horizont sieht, der über wechselnde und partikulare menschliche Interessen hinaus geht“. Matthias Kamann Dw 28

 

 

 

 

Missbrauchsskandal. "Leitlinien" können die Kirche nicht retten

 

Bischof Mixa ist eigentlich schon weg, aber die Probleme der katholischen Kirche sind immer noch da. Denn im Zusammenhang mit dem sexuellen Missbrauch ist vor allem auch ihr Verhältnis zum säkularen Rechtsstaat fragwürdig geworden. Und das lässt sich nicht, wie jetzt bei einem Würzburger Treffen, mit ein paar Bischöflichen "Leitlinien" klären. Das Problem liegt tiefer und berührt die Kirche in ihrem Kern, weil sie ihren moralischen Nimbus gerade aus der Ferne zu staatlichen Institutionen bezieht. Selbst der kreuzehrliche und allgemein anerkannte Gemeindepfarrer wäre nur ein Dienstleister unter vielen, würde er nicht eine gewisse, mit seiner Gottesnähe verbundene Weltentrücktheit oder Staatsferne für sich in Anspruch nehmen können.

 

Offenbar sind die Kirche und Teile ihres Personals mit diesem Anspruch heillos überfordert. Dabei geht es nicht nur um die moralischen, politischen oder strafrechtlich relevanten Verfehlungen von pädosexuellen oder auch raffgierigen Geistlichen, sondern vielmehr darum, dass ihre Verfehlungen Ausmaße angenommen haben, die sie nicht länger durch das liturgische Formenrepertoire und dessen strikte Rollenzuweisungen geschützt sein lassen: Haben wir es beim Kirchenpersonal in der Regel mit Amts- und Würdenträgern zu tun, so treten uns jetzt einfache Menschen entgegen. Ihrer Soutane entkleidet, stehen sie nackt vor uns da.

 

Der Priester als lächerliche Figur

 

Eben diese Menschwerdung, eigentlich ein urchristliches Motiv, lässt die strenge Form hinter sich und damit die Amtskirche hilflos zurück: Ecce homo - was sollen wir bloß tun? Anders gesagt, die Kirche sieht sich mit ihren eigenen Ansprüchen konfrontiert und muss (sich) eingestehen, ihnen nicht zu genügen. Das tut weh - ist ihr allerdings immer schon als Bigotterie vorgehalten worden. Doch kann sie sich nicht länger auf ihren Jenseitsbezug herausreden. Denn die zahllosen Opfer von Missbrauch oder Misshandlung strafen die Kirche gerade in Hinblick auf ihren spirituellen Kern, nämlich die Caritas, Lügen.

 

Wir haben es insofern nicht bloß mit einer weltlichen Verirrung zu tun, etwa mit dem personalpolitischen Leichtsinn, der angesichts des Priestermangels zur Rekrutierung pädophil veranlagter Menschen führte. Zwar weiß die katholische Kirche seit jeher um die Sündenanfälligkeit in den eigenen Reihen. Deswegen hat sie sich in ihrem Amtsverständnis immer davon leiten lassen, dass ihr Personal im göttlichen Auftrag handelt. Deswegen hat die Kirche immer eigene Gerichte unterhalten. Und deswegen bleibt auch im Falle schlimmster Verfehlungen der Mensch, der sich ihrer schuldig machte, hinter der Fassade des gottgesandten Würdenträgers verborgen: Selbst der sündige Priester kann als Amtsperson immer noch die Beichte abnehmen. Doch verliert der schützende Jenseitsbezug seine Glaubwürdigkeit, erscheint der Geistliche bestenfalls als lächerliche Figur.

Der Papst ist gescheitert

 

Genau das ist geschehen und hat Gustav Seibt in der Süddeutschen Zeitung an den Zusammenbruch der kommunistischen Regime erinnert, als dessen wohl merkwürdigstes Überbleibsel Erich Mielkes "Ich liebe doch alle - alle Menschen" in Erinnerung geblieben ist. Eine bittere Ironie bestünde in der Tat darin, wenn die Caritas, wenn ausgerechnet die katholische Kirche in ihrem Selbstverständnis als Bollwerk gegen den Kommunismus der gleichen Lächerlichkeit anheimfiele wie ihr ideologischer Counterpart. Mit dieser - selbstverschuldeten - Kapitulation wäre das 20. Jahrhundert als das "Zeitalter der großen Ideologien" dann wirklich zu Ende gegangen.

 

Aus der Sicht des amtierenden Papstes käme dies einem Sieg des Materialismus und des Relativismus gleich. Dabei hat Benedikt XVI. in seiner Amtszeit eine strengere Liturgie und Mission verfügt, etwas bei der wieder eingeräumten Möglichkeit, die Messe in lateinischer Sprache abzuhalten, oder bei der ausdrücklichen Einbeziehung der Juden in die Karfreitags-Fürbitte. Von dieser neuen Orthodoxie erhoffte sich der Papst, seine Kirche wetterfest gegen die Anfechtungen einer globalisierten Welt zu machen. Unter Marketinggesichtspunkten sollte der römisch-katholische Markenkern, der Unique Selling Point klar hervortreten.

 

Nun aber zeigt sich: Je strenger die liturgischen Formen und je stärker die normativen Ansprüche, desto mehr Weltentrücktheit und desto erratischer die Mission - die Gemeinde der Gläubigen wird kleiner und der Rest der Menschheit sich selbst überlassen. Ob das sogar ein Segen für die Menschheit wäre? Die Amtskirche jedenfalls zerbricht an sich selbst: Orthodoxie führt geradewegs zum Relativismus. Tragisch daran ist, dass sich Benedikt wie schon lange kein Papst mehr um die Einheit seiner Kirche mühte. Dieses Projekt darf als umfassend gescheitert gelten. In theologischer Hinsicht bleibt die Frage, wie die katholische Kirche mit ihrer Menschwerdung in der Sünde anders denn in der Konsequenz relativistisch verfährt. CHRISTIAN SCHLÜTER FR 29

 

 

 

 

Sonder-Audienz. Papst redet mit deutschen Bischöfen über Mixa

 

Eine Woche nach dem Rücktrittsgesuch des Bischofs Walter Mixa schaltet sich Benedikt XVI ein. Er empfing den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zusammen mit zwei weiteren Bischöfen im Vatikan zu einem Gespräch über die Situation in der Diözese Augsburg.

Papst Benedikt XVI. hat am Donnerstag den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, zu einer Privataudienz im Vatikan empfangen. Anlass der Begegnung sei das Rücktrittsgesuch des Augsburger Bischofs Walter Mixa gewesen, teilte die Deutsche Bischofskonferenz in Bonn mit. Zollitsch wurde nach Rom begleitet vom Vorsitzenden der Freisinger Bischofskonferenz, Erzbischof Reinhard Marx, und dem Augsburger Weihbischof Anton Losinger.

Nach wochenlanger Kritik an seiner Person hatte Mixa in der vergangenen Woche dem Papst seinen Rücktritt angeboten. Zur Begründung hatte er anschließend gesagt, er wolle weiteren Schaden von der Kirche abwenden und im Bistum Augsburg einen Neuanfang ermöglichen.

Mixa war unter massiven Druck geraten, weil er in seiner Zeit als Stadtpfarrer im oberbayerischen Schrobenhausen (1975 bis 1996) Heimkinder geschlagen haben soll. Mixa hatte dies zunächst geleugnet, dann aber doch „Ohrfeigen“ eingeräumt. Frühere Heimkinder werfen ihm in eidesstattlichen Erklärungen jedoch massive Prügelattacken vor. Mixa werden auch finanzielle Unregelmäßigkeiten in seiner Zeit als Stadtpfarrer angelastet.

Die Bischöfe berichteten dem Papst am Donnerstag auch über die jüngsten Beratungen des Ständigen Rates der Deutschen Bischofskonferenz. Dieser hatte am Montag beschlossen, sexuellem Missbrauch künftig wirksam vorzubeugen und die Sicht der Opfer stärker als bisher zu achten.

In dem Entwurf der neuen Leitlinien wird nach Kirchenangaben das Verhältnis der kirchlichen Einrichtungen zu den staatlichen Strafverfolgungsbehörden präzisiert. Er mache deutlich, dass die Kirche keinen Rechtsraum losgelöst vom staatlichen Recht beanspruche. Die überarbeiteten Leitlinien sollen mit Unterstützung auch externer Experten weiterentwickelt und im Sommer verabschiedet werden.

Auch weiterhin melden sich Menschen, die Opfer von sexuellem Missbrauch und Gewalt nicht nur in Einrichtungen der katholischen Kirche geworden sind. Seit Mitte März hatte der Missbrauchsbeauftragte des Bistums Würzburg, Klaus Laubenthal, Kontakte zu 54 möglichen Opfern. „In den ersten 48 Stunden nach meiner Berufung ist schon eine Flut von Eingängen zu verzeichnen gewesen“, sagte der Jurist in Würzburg. Mehr als zwei Drittel der Opfer seien männlich, in über 60 Prozent der Fälle handele es sich um sexuelle Vergehen.

Unter den Beschuldigten ist auch der frühere Würzburger Weihbischof Helmut Bauer. Drei Menschen hätten sich bisher gemeldet und angegeben, er habe sie in den 60er und 70er Jahren massiv geschlagen. In einer schriftlichen Erklärung teilte Bauer mit, dass er sich nicht an die Vorfälle erinnere, jedoch keinen Zweifel daran habe. Dpa 29

 

 

 

 

Missbrauchsfällen. Caritas will besser vorsorgen

 

Nach der Serie von öffentlich gewordenen Missbrauchsfällen in katholischen Einrichtungen geht der Caritasverband in die Offensive. Er legte jetzt Empfehlungen zur Vorbeugung von sexuellem Missbrauch vor.

Berlin - Das achtseitige Papier enthält auch klare Weisungen an die Einrichtungen der Caritas, die zum Beispiel Fälle von sexuellem Missbrauch immer der Staatsanwaltschaft anzeigen sollen. Die Sorge um die Schutzbefohlenen habe für den Verband „höchste Priorität“. Der Präsident des Verbandes, Peter Neher, sagte am Mittwoch dem Tagesspiegel, die Empfehlungen sollten „dazu beitragen, im Alltag aufmerksam zu bleiben für einen sensiblen Umgang mit Fragen von Nähe und Distanz in der Arbeit mit Kindern, Jugendlichen und mit behinderten Menschen“. Es gebe im Verband „reichhaltige Erfahrungen“ im angemessenen Umgang mit dieser Thematik, versicherte er.

Verantwortliche könnten sich schuldig machen, wenn sie eine Anzeige unterlassen und dies dazu führt, dass der Täter eine ansonsten unterbundene Straftat begeht, stellt die Caritas in ihren Empfehlungen fest. Auch länger zurückliegende Fälle seien bei Bekanntwerden an die Staatsanwaltschaft heranzutragen, auch wegen der „Glaubwürdigkeit in der Öffentlichkeit“. Die beste Prävention bestehe darin, dass „in den Einrichtungen ein Klima herrscht, in dem über Sexualität und die Gefahr sexuellen Missbrauchs offen gesprochen werden kann“. Diese Grundanforderung müsse auch konzeptionell abgesichert sein.

Die Empfehlungen regeln auch den Umgang mit Hinweisen auf sexuellen Missbrauch. Vorgesetzte würden sich strafbar machen, „wenn sie Taten decken“. In begründeten Verdachtsfällen sei der Täter von der Arbeit freizustellen, bis zur Klärung des Vorwurfs dürfe es keine Kontakte zwischen dem Verdächtigen und dem mutmaßlichen Opfer geben. Die Caritas analysiert, dass Personen mit pädophiler sexueller Orientierung teilweise „bewusst oder unbewusst“ Berufe wählen, in denen die Beziehungsarbeit eine wichtige Rolle spielt. Hier gelte es Vorkehrungen zu treffen, damit diese Personen nicht eingestellt würden. Ähnliches gelte auch bei der Gewinnung etwa von Ehrenamtlichen, Freiwilligen, Praktikanten, Zivildienstleistenden und Honorarkräften. Von Bewerbern für kinder- und jugendnahe Tätigkeiten soll ein erweitertes Führungszeugnis eingefordert werden, in dem auch sexualrechtliche Verurteilungen im niedrigen Strafbereich enthalten sind. Tsp 29

 

 

 

Spanien: Migration als menschliche und nicht soziologische Herausforderung

 

Bischöfe aus ganz Europa beraten ab heute über Migration und Mobilität in Europa. „Europa der Menschen in Bewegung. Ängste überwinden, Perspektiven aufzeigen“ - mit diesem Motto ist das Treffen im spanischen Malaga überschrieben. Die Bischöfe und Fachleute wollen darüber beraten, was genau Menschen zur Migration bewegt und welche Konsequenzen sich aus diesen Migrationsströmen für die Kirche ergeben. Der Generalsekretär des Rates der europäischen Bischofskonferenzen Duarte da Cunha erklärte in einem Interview mit Radio Vatikan die die Perspektive, unter der das Problem diskutiert würde:

 

„Wir wollen über Menschen sprechen, über Migranten als Menschen, mit Würde und nicht nur von einem soziologischen Blickpunkt aus. Wie leben Migranten genau in ihren Gemeinschaften, Familien, in der Gesellschaft. Ist ihre Lebenssituation nach der Migration besser, das wollen wir uns angucken. Also, wir gucken uns den Menschen an, die menschliche Person.“

 

Schätzungen nach gibt es weltweit rund 200 Millionen Migranten. Das Problem der Migration ist eine weltweite Herausforderung, meint da Cunha. Daher ist es auch ein Thema für alle Staaten in Europa und nicht nur ein Problem der Mittelmeer-Anrainer. kna 27

 

 

 

 

Kommentar. Özkan im Minenfeld

 

Mit ihrem Vorstoß, das Kreuz aus staatlichen Schulen zu verbannen, ist Aygül Özkan mittenmang durch ein Minenfeld spaziert, und das ohne präzisen Lageplan. Ihr Hinweis auf die weltanschauliche Neutralität des Staats ist zwar richtig, aber arg schlicht - und obendrein nicht von intimer Kenntnis der niedersächsischen Gesetze getrübt. Die künftige Ministerin sollte schon mitbekommen haben, dass die Befürworter von Kreuzen in öffentlichen Räumen vor allem auf die sozio-kulturelle Symbolik abheben, weniger auf das streng religiöse Bekenntnis: Das Kreuz, so das Argument, kennzeichne eine durch christliche Werte geprägte Gesellschaft. Dies soll dann die Toleranz gegenüber anderen Religionen ausdrücklich einschließen.

 

Özkans kruder Konfrontationskurs, von dem ihr künftiger Chef sie auffallend rabiat abbringen musste, treibt gerade in ihrer eigenen Partei reflexartig viele auf den Baum, um die sie eigentlich zu werben hätte. Sie hätte ihnen zu vermitteln, dass die "erste Ministerin mit Migrationshintergrund" mehr ist als der PR-Blitz eines verblassenden Ministerpräsidenten. Stattdessen nährt Özkan den Verdacht, der weltanschaulich neutrale Staat solle auch historisch und kulturell neutralisiert werden. Das freilich wäre das Gegenteil gelingender Integration, die einen Austausch darüber voraussetzt, was eine Gesellschaft als wertvoll erachtet.

 

Wollte Özkan ernsthaft eine Debatte anstoßen, müsste sie es anders angehen und den Kirchen sagen: Ihr treibt Schindluder mit eurem wichtigsten Zeichen, wenn ihr es öffentlich zum bloßen Signet einer wabernd christentümelnden Mentalität verkommen lasst.  JOACHIM FRANK Fr 28

 

 

 

Papst: Tausende bei Generalaudienz – Katechese über vorbildliche Priester

 

Sonne über Rom: Die Generalaudienz von Papst Benedikt fand an diesem Mittwoch bei herrlichem Wetter auf dem Petersplatz statt. Den Besuchern aus aller Welt stellte der Papst zwei Priestergestalten vor, die im Turin des 19. Jahrhunderts lebten – und die sich beide in den Dienst an den Armen stellten. Benedikt fliegt am nächsten Sonntag zu einem Pastoralbesuch nach Turin.

 

„Der heilige Leonardo Murialdo stammte aus einer kinderreichen Familie und wurde in katholischen Ordensschulen erzogen, doch als Jugendlicher durchlebte er eine tiefe Glaubenskrise. Seine Rückkehr zu Gott und seine Berufung zum Priester sah er deshalb immer als ein unverdientes Geschenk der göttlichen Vaterliebe. Nach über zwanzig Jahren der geistlichen, leiblichen und schulischen Fürsorge für bedürftige Jugendliche gründete er die Kongregation des heiligen Josefs, in der er viele andere zu einem eifrigen und konsequenten Priesterleben führte.“

 

Und dann der zweite vorbildliche Priester aus dem Turin des 19. Jahrhunderts: „Der heilige Giuseppe Benedetto Cottolengo, an dessen Grab ich am kommenden Sonntag in Turin beten werde, wirkte zu Beginn des 19. Jahrhunderts zunächst als vielgesuchter Beichtvater und geschätzter Prediger. Doch eines Nachts stellte ihn die göttliche Vorsehung an die Seite einer Mutter, die bei der Geburt ihres sechsten Kindes im Kreis ihrer mittellosen Familie verstarb. Aus dieser erschütternden Erfahrung erwuchs im Gebet gleichsam eine neue Berufung, die zur Gründung des „Kleinen Hauses der göttlichen Vorsehung führte“, das zunächst außerhalb von Turin und heute an vielen Orten der Welt armen und kranken Menschen ein Zuhause bietet.“ (rv 28)

 

 

 

Homosexuelle in der Kirche. Schwule Liebe "verdient Rückhalt"

 

Moraltheologe Eberhard Schockenhoff im FR-Interview über das Verhältnis der katholischen Kirche zur Homosexualität. Eberhard Schockenhoff, 57 Jahre alt, ist Professor für Moraltheologie an der Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Der katholische Geistliche studierte in Tübingen und Rom. Von 2001 bis 2008 gehörte er dem Nationalen Ethikrat an, seither ist Schockenhoff Mitglied des Nachfolgegremiums, des Deutschen Ethikrates.

 

Herr Professor Schockenhoff, ist Homosexualität Sünde?

 

Die kirchliche Lehre ist differenzierter, als Sie Ihre Frage formulieren.

 

Das ist gar nicht meine Formulierung, sondern die des Essener Bischofs Franz-Josef Overbeck in der TV-Sendung "Anne Will".

 

Er hat die kirchliche Lehre dargestellt ...

 

. .. und da hat er gesagt, Homosexualität sei Sünde.

 

Streiten wir doch nicht um Worte in der hitzigen Situation einer Talkshow! Betrachten wir lieber das, was wirklich Lehre der Kirche ist!

 

Nämlich?

 

Erstens sagt die Kirche: Niemand darf wegen seiner sexuellen Orientierung diskriminiert werden. Die sexuelle Veranlagung eines Menschen ist keine Frage der Moral, und ein homosexuell empfindender Mensch, nach dem Ebenbild Gottes geschaffen, verdient die gleiche Achtung und Wertschätzung wie jeder andere.

 

So redet die Kirche aber noch nicht lange und nicht laut, oder?

 

Öffentlich wird leider nur wahrgenommen, was die Kirche zweitens sagt: Homosexuelle Handlungen sind in sich ungeordnet, sündhaft und daher strikt abzulehnen.

 

Hunger haben ist erlaubt, aber essen ist verboten?

 

Die Unterscheidung zwischen Veranlagung und Handlung ist vielen in der Tat zu abstrakt. Sie wird der Lebenserfahrung der Betroffenen nicht gerecht. Sie fühlen sich darum von der Kirche zurückgestoßen, ganz zu schweigen vom Unverständnis in weiten Teilen der Gesellschaft. Die Kirche muss homosexuellen Menschen eine Antwort geben, wie sie mit ihrer Veranlagung umgehen sollen.

 

Tut sie doch: "Kein Sex!"

 

Das überfordert aber viele. Und ich bezweifle, dass es das letzte Wort der Kirche sein kann, alle homosexuellen Handlungen gleich zu beurteilen, unabhängig vom Kontext. Wenn homosexuell empfindende Menschen eine feste, auf Solidarität und Dauer angelegte Beziehung eingehen, dann ist das ethisch wertvoll. Ihr Bemühen verdient Rückhalt und ein positives Echo der Kirche. Ich denke, in solchen Fällen muss das Urteil über homosexuelle Handlungen in den Hintergrund treten. Ich sage das auch, weil erkennbar immer mehr Gläubige auf Distanz zu einer kirchlichen Sexualmoral gehen, die ihnen insgesamt lebensfremd und lebensfeindlich vorkommt. Papst und Bischöfe sollten das ernst nehmen und nicht als Laxheit abtun.

 

Der homosexuelle Theologe David Berger hat sich am 23. April in der FR geoutet und der katholischen Kirche Bigotterie vorgeworfen: Nach außen bekämpfe sie Homosexualität, nach innen würden homosexuelle Geistliche und Mitarbeiter mit subtilem Druck gefügig gemacht. Teilen Sie seine Beobachtung?

 

In extrem konservativen Kreisen mag das so sein. Die Pfarrgemeinden sind zumeist durchaus aufgeschlossen gegenüber Homosexuellen.

 

Berger spricht ausdrücklich von den Bischöfen. Manche sollen gar behaupten, homosexuelle Priester gebe es in ihren Bistümern nicht. Ein "Programm der Unehrlichkeit" nennt Berger das.

 

Sicher erhöhen Bischöfe mit einer solchen Position die Gefahr, dass die Betroffenen sich verstellen und verstecken müssen. Manche in der Bischofskonferenz sagen, homosexuelle Männer könnten nicht zu Priestern geweiht werden, weil die ehelose Lebensform im Zölibat für sie ja kein Verzicht sei. Die meisten Bischöfe dagegen sehen - wie ich finde, zu Recht - im Zölibat eine Form des Einsatzes für die Glaubensverkündigung, unabhängig von der sexuellen Orientierung. Enthaltsam leben, ohne Sex - damit tun sich Homosexuelle genauso leicht oder schwer wie Heterosexuelle. Interview: Joachim Frank  FR 29

 

 

 

 

Die europäischen Werte gründen in der griechisch-römischen Antike. Unchristliches Abendland

 

Es war die Ministerin selbst, die am Montag den fragwürdigen Begriff benutzte. Sie wisse um die Bedeutung der "christlich-abendländischen Kultur", erklärte die neue niedersächsische Sozialministerin Aygül Özkan am Montagnachmittag vor der CDU-Landtagsfraktion. Auch ihre Kritiker aus CDU und CSU wurden nicht müde, Christentum und Abendland begrifflich in eins zu setzen, gerne noch kombiniert mit Hinweisen auf Judentum oder Aufklärung.

Warum das Abendland ausschließlich christlich oder auch jüdisch-christlich sein soll, wissen die Kritiker der Ministerin allerdings nicht schlüssig zu erklären. Mit historischen Fakten oder der Mehrheitsmeinung in der Geschichtswissenschaft lässt sich eine solche Sicht jedenfalls so schwer in Einklang bringen wie Guido Westerwelles Thesen über spätrömische Dekadenz.

Bislang herrschte doch eigentlich Einigkeit darüber, dass die Wurzeln des europäischen Denkens im antiken Griechenland zu suchen sind. Was wir heute als okzidentalen Rationalismus bezeichnen, verbreitete sich dann mit Hilfe römischen Machtbewusstseins über die gesamte mediterrane Welt. Politische Selbstverwaltung, Debattenkultur, Toleranz gegenüber dem Andersartigen: das alles war längst da, als eine intolerante Sekte die Grundlagen der antiken Welt zu erschüttern begann.

 

Für seine These, mit dem Monotheismus sei eine neue Art von Hass in die Welt gekommen, wurde der Ägyptologe Jan Assmann fast ebenso geprügelt wie jetzt die niedersächsische Sozialministerin. Dabei war diese Sicht keineswegs neu. Schon vor zweihundert Jahren wies der britische Historiker Edward Gibbon darauf hin, dass vor allem der Aufstieg des Christentums die tolerante Kultur der Antike zerstörte.

Die neuere Forschung sieht das vermeintlich christliche Mittelalter als einen Prozess der gleichzeitigen Ausbreitung aller drei monotheistischen Religionen - des Christentums im Westen, des Islams im Osten und des Judentums in der Diaspora. Zur Wahrheit gehört auch, dass alle drei Religionen Errungenschaften der Antike weitertrugen.

Dass der Islam, der dabei erst führend war, später ins Hintertreffen geriet, dürfte auch mit älteren kulturellen Prägungen des östlichen Mittelmeerraums zusammenhängen. Vor allem mit der zunehmenden Erstarrung von byzantinischer Kultur und orthodoxer Religion, als deren legitimer Erbe sich das heutige Griechenland versteht.

Erst die Emanzipation von der christlichen Dogmatik in Renaissance und Aufklärung schuf die Grundlagen dessen, was wir heute das Projekt der Moderne nennen. Der Weg dahin war lang und widersprüchlich. Während sich in den katholischen Ländern die Sphären von Kirche und entstehenden Nationalstaaten ausdifferenzierten, bedeutete die Reformation Luthers in dieser Hinsicht einen historischen Rückschritt.

Sie begründete eine Einheit von Staat und Kirche, die in Preußen zwar 1918 formal endete, in zahlreichen Regelungen des deutschen Staatskirchenrechts aber fortlebt. Auch Überbleibsel der weltlichen Herrschaft, die katholische Bischöfe bis 1803 in den süddeutschen Fürstbistümern ausübten, finden sich im bayerischen Konkordat bis heute. Dass ausgerechnet Verfechter dieser Sonderregeln der kemalistischen Türkei Vorhaltungen über die Trennung von Staat und Religion machen, erscheint einigermaßen bizarr.

Diese Vorgeschichte erklärt, warum man sich in Deutschland mit laizistischen Ideen bis heute schwertut. Glaubensfreiheit wird in Deutschland traditionell nicht im Konflikt zwischen Staat und Kirche hergestellt, sondern durch den Antagonismus der beiden Konfessionen, die sich gegenseitig in Schach halten - erst durch blutige Kriege, seit dem Westfälischen Frieden von 1648 durch juristische Verträge.

 

Die bisherigen Versuche, die moderne Einwanderungsgesellschaft in Deutschland staatskirchenrechtlich einzuhegen, zielen auf die Einbeziehung des Islams in das bestehende konfessionelle System. Von den christlichen Kirchen wird dieses Argumentationsmuster bewusst eingesetzt, um den Säkularisierungsprozess einzudämmen und die wachsende Gruppe der Atheisten und Agnostiker als Defizitwesen erscheinen zu lassen. Mit abendländischen Werten hat das wenig zu tun, umso mehr dafür mit christlicher Interessenpolitik. RALPH BOLLMANN

Taz 28

 

 

 

Bistum Fulda und Evangelische Kirche Kurhessen-Waldeck auf ÖKT

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel - Das umfangreiche Programm des Kirchenstandes auf dem Ökumenischen Kirchentag hat der Katholikenrat Fulda jetzt veröffentlicht. „Das vorliegende Programm ist für uns Anlass, die Kirchentagsbesucher aus der Evangelischen Kirche Kurhessen-Waldeck und aus dem Bistum Fulda herzlich an unseren Stand einzuladen“, so der Vorsitzende des Katholikenrates Richard Pfeifer (Biebergemünd-Kassel).

 

Am Kirchenstand wird es nicht nur die Möglichkeit geben, die Bischöfe Heinz Josef Algermissen, Dr. Martin Hein sowie weitere Mitglieder der Kirchenleitungen aus Kassel und Fulda zu sprechen, sondern auch prominente Vertreterinnen und Vertreter aus Gesellschaft und Politik hautnah zu erleben.

 

Ihre Präsenz haben z. B. Bundesministerin Annette Schavan, Rupert Neudeck und Dr. Norbert Walter zugesagt. Ziel der geplanten Gespräche und Interviews ist, das Hoffnungspotential deutlich zu machen, das Glaube angesichts vielfältiger Krisen in Gesellschaft und Kirche entwickeln kann.

 

Das Standprogramm ist auf der Bistumsseite unter http://www.bistum-fulda.de unter den Dokumentationen des Katholikenrates zu finden. mz

 

                           

 

Sierra Leone: Trotz christlicher Minderheit Kirche sehr präsent

 

Auch in dieser Woche heißt es wieder im Vatikan Antritt zum Ad-Limina-Besuch. Und zwar statten seit Montag die Bischöfe von Gambia, Liberia und Sierra Leone pflichtgemäß dem Papst ihren Besuch ab und berichten über die Situation der Kirche in ihren Ländern. In den drei westafrikanischen Staaten herrschen, was die Kirche betrifft, sehr unterschiedliche Bedingungen. Während in Liberia rund 70 Prozent der Bevölkerung Christen sind, sind die Verhältnisse in Gambia und Sierra Leone ganz anders. In Gambia gibt es eine sehr deutliche muslimische Mehrheit. Wenn auch der Prozentsatz der Muslime nicht ganz so hoch ist, auch in Sierra Leone sind die Christen in der Minderheit. Doch das bedeute nicht, dass die katholische Kirche nicht in der Gesellschaft bemerkbar sei. Das betont der Bischof von Makeni in Sierra Leone, George Biguzzi. Mit ihm haben unsere italienischen Kollegen von Radio Vatikan über die Lage der Kirche in Westafrika gesprochen.

 

„Die Kirche ist auf dem gesamten nationalen Territorium präsent. Das gilt für Gambia wie auch für Sierra Leone. Und zwar durch Schulen, Sozialarbeit, die Arbeit der Caritas in den Diözesen und auch durch Projekte der Entwicklungshilfe. Es ist also eine Präsenz, die beachtet wird, die ins Gewicht fällt und vor allem sehr groß ist im Verhältnis zur Anzahl der Christen.” (rv 27)

 

 

 

 

 

Benedikt XVI. in Großbritannien. Brachiale Gedankenspiele

 

Im September besucht Papst Benedikt XVI. Großbritannien. Das Londoner Außenamt beschäftigte sich deshalb mit der Frage, wie der Besuch ein Erfolg werden kann. Ein junger Diplomat fand darauf ungewöhnliche Antworten. Sogar von einer Kondom-Marke namens „Benedikt“ war die Rede. Von Johannes Leithäuser

Im Nachhinein wirkt es fast wie eine mutwillige Bevormundung, obwohl es doch nur ein dummer Zufall sein kann: Alle drei politischen Anführer Großbritanniens, Premierminister Brown wie die beiden Oppositionsführer Clegg und Cameron, lobten in der vergangenen Woche den bevorstehenden Besuch des Papstes in England und Schottland als schöne Geste – und machten während einer Wahlkampf-Fernsehdebatte zugleich bedauernd klar, dass sie mit Benedikt XVI. in vielen Fragen vollkommen über Kreuz lägen: was die Embryonenforschung angeht, die Stellung von Homosexuellen in der Gesellschaft, Verhütung und Abtreibung.

Nun stellte sich durch eine Indiskretion heraus, dass im Londoner Auswärtigen Amt ein junger Beamter ausführlich darüber nachdachte, wie der für September geplante Besuch des Papstes trotz dieser offenkundigen Differenzen zu einem sicheren Erfolg werden könne. Doch die Ideen, die der junge Diplomat zu Papier brachte, zogen mittlerweile den Erfolg der päpstlichen Visite noch viel mehr in Zweifel.

 „Ziemlich weit hergeholt“

Vorsichtshalber hatte der Autor des Memorandums selber die Warnung vorangestellt, das Papier solle vertraulich bleiben, denn manche der Ideen im Inhalt seien „ziemlich weit hergeholt“. Das war keine Untertreibung: Der Papst könne doch während seines englischen Aufenthaltes eine Abtreibungsklinik eröffnen, lautete einer der Vorschläge, oder er könne eine Kondom-Marke namens „Benedikt“ vorstellen. Er könne auch eine Telefon-Beratungsstelle für missbrauchte Kinder eröffnen, lautete eine weitere Idee.

Das Auswärtige Amt beeilte sich, eine offizielle Entschuldigung an den Vatikan zu senden, verbunden mit der Versicherung, der betroffene Mitarbeiter sei unterdessen versetzt worden – vermutlich hat er nun im Archiv des Ministeriums die Akten einstiger Staatsbesuche aufzuarbeiten. Die Äußerungen in dem betreffenden Papier seien „naiv und respektlos“ gewesen hieß es.

Quellen aus dem Foreign Office verrieten der Zeitung „Guardian“, der Auftrag an eine Gruppe von insgesamt vier Mitarbeitern habe gelautet, alle Ideen zusammenzutragen, die dabei helfen könnten, den Besuch des Papstes zu einem Erfolg zu machen. Es sei darum gegangen, „das Undenkbare zu denken“. Jetzt sei der junge Verfasser des Memorandums natürlich „zerknirscht“. Ein Sprecher des Vatikans teilte am Montag mit, nach der Entschuldigung des britischen Außenministeriums „ist für uns der Fall abgeschlossen“. Faz 27

 

 

 

Kruzifix, Kopftuch, etc.

 

Kruzifix: Das Bundesverfassungsgericht hat 1995 die Kruzifixpflicht für bayerische Grund- und Hauptschulen beanstandet. Die Religionsfreiheit verbiete es, dass Kinder zum "Lernen unter dem Kreuz" verpflichtet werden. Der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte entschied 2009, dass Kruzifixe in italienischen Schulen gegen die Religionsfreiheit und das Erziehungsrecht der Eltern verstoßen. Das Urteil ist noch nicht rechtskräftig.

Bayern: Im bayerischen Schulgesetz heißt es weiterhin: "Angesichts der kulturellen und geschichtlichen Prägung Bayerns wird in jedem Klassenraum ein Kreuz angebracht." Das Gesetz gilt für die 3.000 Grund- und Hauptschulen. Als Reaktion auf das Urteil des Bundesverfassungsgerichts wurde jedoch den Eltern ein Widerspruchsrecht eingeräumt.

Niedersachsen: Eine Kruzifixregelung im Schulgesetz gibt es hier nicht.

Kopftuch: Das Bundesverfassungsgericht hat 2003 entschieden, dass Kopftücher von Lehrerinnen präventiv verboten werden können, um den Schulfrieden zu schützen. Vorausseztung ist aber ein Gesetz und die Gleichbehandlung der Religionen. Inzwischen hat rund die Hälfte der Bundesländer, einschließlich Niedersachsen, gesetzliche Kopftuchverbote für Lehrerinnen eingeführt.

Ausnahmen: In manchen Ländern wie Baden-Württemberg gab es ausdrückliche Ausnahmen für die "Darstellung christlicher und abendländischer Bildungs- und Kulturwerte und Traditionen". Das Bundesverwaltungsgericht hat 2003 jedoch entschieden, dass dies nur für christliche Werte gelte. Eine Bevorzugung der Nonnentracht gegenüber dem Kopftuch aber sei unzulässig. (chr)  taz 27

 

 

 

Kardinal Levada: „Höheren Maßstab an uns selbst anlegen“

 

Der Präfekt der vatikanischen Glaubenskongregation verteidigt den Umgang der Kirche mit Missbrauchsfällen. In einem Interview mit dem US-Fernsehen meinte Kardinal William Joseph Levada, es würde ihn nicht überraschen, wenn noch mehr Bischöfe weltweit wegen dieses Themas um ihren Rücktritt bäten. Bei der Auswahl von Bischöfen gebe es jetzt angesichts der Krise zwar „keinen neuen Standard, aber der bisherige wird vielleicht noch rigoroser angewandt als in der Vergangenheit.“

 

„Es ist eine große Krise: Niemand sollte versuchen, sie herunterzureden. Sie ist meiner Ansicht nach besonders schwer, weil Priester eigentlich gute Hirten sein sollten – und sie werden zum genauen Gegenteil, wenn sie Kinder missbrauchen und ihre Unschuld verletzen. Der Ausbruch dieser Krise hat die meisten von uns wohl überrascht; ein Bischof sagte mir: Das ist eigentlich nicht der Verein, dem ich beigetreten bin... Doch der Papst scheint mir der richtige Mann, um die Kirche in diesem Moment zu führen.“

 

Der Amerikaner Levada kann sich noch gut an die Missbrauchsskandale in der US-Kirche zu Beginn des Jahrhunderts erinnern. Trotzdem ist die jetzige Krise für ihn kein Déjà-vu.

 

„Bei der derzeitigen medialen Spannung spielen zwei Elemente eine Rolle: Zum einen die Lage in Irland, wo der Bericht über das Erzbistum Dublin über Irland hinaus viel Entsetzen ausgelöst hat. Und zweitens will ich doch offen sagen: Es gibt zwar keine Verschwörung der Medien oder etwas in der Art, aber ich denke doch, dass die US-Medien sich zu sehr auf den Versuch eingelassen haben, den Papst irgendwie in die Sache hineinzuziehen, sogar in Gerichtsprozesse... Das ist zwar zum Scheitern verurteilt, aber es hat doch einen Teil der Medienberichterstattung bestimmt... Die Medien wollen natürlich eine gute Story – aber ich glaube, nach vernünftigen Maßstäben haben sie nicht unbedingt ein ausgeglichenes Bild gezeichnet, ein Bild mit Kontext.“

 

Der Kardinal, der nur sehr selten Interviews gibt, nennt auch ein Beispiel, was für ihn zu einem „Bild mit Kontext“ gehört:

 

„Ich habe in den Berichten nicht viel davon wiedergefunden, was die US-Kirche getan hat. Die Bischöfe haben 2002 – durchaus unter Druck der Medien, das ist richtig – sehr konkret gehandelt. Wenn Sie die Erziehungsprogramme für Eltern, für Kinder sehen, die ausgearbeitet wurden – auch für alle Kirchenmitarbeiter, für Priester und Lehrer –, das ist eine wirkliche Erfolgsstory! Das kann ein Modell sein für öffentliche Schulen oder Pfadfinder, auch wenn die in Sachen Missbrauch bei weitem nicht so unter Medienbeobachtung stehen wie die Kirche – das ist sicher ein Aspekt.“ (pbs 28)

 

 

 

 

Der Begriff "Missbrauchsopfer" hat etwas bedrohlich Schlüpfriges. Fliegende Bischofsmütze

 

Es ist kein Witz, aber man möchte trotzdem lachen. Nun fegen also "ein paar Watschn" und finanzielle Unregelmäßigkeiten dem Walter Mixa die Bischofsmütze vom Kopf. Unglaublich, was alles möglich ist zurzeit.

Der sogenannte Missbrauchsskandal scheint kein Ende nehmen zu wollen, und auch wenn man es schon nicht mehr hören oder lesen will, wird der highest score der schmutzigen Enthüllungen aus dem verklemmt-katholischen wie aus dem freizügig-reformerischen Lager immer weiter nach oben korrigiert. Dass es so viele Schandtaten sind, die ans Licht kommen, liegt einerseits ganz klar an den lange Zeit beschwiegenen Verbrechen kirchlicher wie weltlicher Einrichtungen. Andererseits entsteht die hohe Zahl aber auch, weil der Topf, in den die Opfer gesteckt werden, verdammt groß ist: "Missbrauch" heißt in der gegenwärtigen Debatte alles und jedes, von der Ohrfeige bis zum Rohrstockgebrauch, vom zarten Streicheln bis zur Penetration. Es ist erstaunlich, warum jenseits der dümmlichen Abwehr, es handele sich nur um "Einzelfälle" und finde meist außerhalb der Kirchen statt, kaum jemand auf die Idee kommen will, doch einmal genauer zu fragen, wieso hier so einhellig von Missbrauch geredet werden kann, und vor allem, warum der Begriff so gut als Marker taugt.

 

Die Sicherheit, mit der nun alle wissen, dass wir es mit einem einzigen großen Delikt zu tun haben, ist beunruhigend. Um die Opfer, so steht zu befürchten, geht es nur in zweiter Linie, die Skandale scheinen eher ein Anlass, Dampf abzulassen und mit den Institutionen abzurechnen.

 

Andrea Rödig lebt und arbeitet als freie Publizistin in Wien. Von 2001 bis 2006 leitete sie die Kulturredaktion der Wochenzeitung Freitag. Foto: privat

Entnervend ist die eifrige Einseitigkeit, mit der sich die FAZ an der Odenwaldschule abarbeitet, noch lächerlicher aber wirkt das gespannte Lauern aller medialen Berichterstatter auf Bekenntnisse hoher kirchlicher Würdenträger. Da werden Hirtenbriefe und die Osterbotschaft einer akribischen Hermeneutik unterzogen, und wehe, wenn der Papst nicht auf die Missbrauchsfälle eingeht. Unter der Hand hat sich die öffentliche Meinung zur über den Klerus richtenden Instanz aufgeschwungen und imitiert dabei perfekt die kirchliche Gier nach bußfertigen Schuldbekenntnissen. Als ob die etwas helfen würden. Der empörte Aufschrei über das Verhalten der Kirche ist mittlerweile so scheinheilig wie jeder normale Gang zum Beichtstuhl.

Auch in anderer Hinsicht übernimmt die öffentliche Meinung eine Kirchenlogik, denn dass das Opfer rein und unschuldig ist, ist ebenfalls ein Paradigma christlichen Denkens. Gut und Böse, Himmel und Hölle, man möchte sich hübsch an eine Ordnung halten, von der man doch eigentlich weiß, dass es sie so ganz genau nicht gibt. Es wird in den jetzt bekannt gewordenen Missbrauchsfällen einiges an Unentscheidbarem und Ambivalentem vorkommen, es wird Opfer geben, die selber Täter wurden, und Täter, die Opfer waren. Das aber interessiert noch niemanden.

Der Begriff "Missbrauchsopfer" hatte immer etwas bedrohlich Schlüpfriges, im Moment jedoch mutiert er zum frisch gewaschenen Haustierchen im heimischen Wortschatz. Bezeichnungen wie "Missbrauchsbeauftragter" oder "Missbrauchshotline" gehen mittlerweile so locker über die Lippen, als handele es sich dabei um so etwas wie einen Kundenservice.

Warum versucht niemand, eine andere Sprache für die Situation zu finden? Die Kirche braucht nicht einmal ein neues Vokabular, "Buße, Umkehr und Erneuerung" hat sie ehedem der Gemeinde gepredigt, jetzt predigt sie es eben auch sich selbst.

Und die Öffentlichkeit redet von Opfern und von Tätern. Keine Frage, es gibt sie. Doch sich in dieser Logik einzurichten ist gefährlich. Kirche und Odenwaldschule, schuldig wie sie sind, haben nun die vakante Position des Kinderschänders übernommen. Sie entlasten damit die Gesellschaft von ihrer Scham darüber, dass sie so lange weggeschaut hat und überdies immer irgendeinen Machtmissbrauch toleriert. Ein Weiteres kommt hinzu, denn indem die öffentliche Meinung Prügel und sexuelle Gewalt so einhellig als "Missbrauch" verdammt, vergewissert sie sich eines neuen Paradigmas: der absoluten Liebe zum spärlich gewordenen Nachwuchs.

Kinder haben heute einen ganz anderen Stellenwert als vor 30 Jahren. Sie sind das Tabu, das unberührt rein gehalten werden muss, daher wird jetzt nachträglich verurteilt. Diese unbedingte Liebe zum Kind spiegelt auf eigenartige Weise die "Pädophilie" der Täter und ist ihr vielleicht nicht ganz so fremd, wie der Sündenbockmechanismus glauben machen soll. Jedenfalls bleibt in jeder allzu eindeutigen Empörung unsichtbar, was man Abhängigen heute auf dieselbe und auf andere Weise antut. Gewalt ändert in der Regel nur ihre Form, nicht ihr Ausmaß.

Aus den Diskussionen über sexuellen Missbrauch in den 1990er-Jahren hatte man gelernt, sich nicht auf die Opfer und Täter zu konzentrieren, sondern auf die unterliegende Struktur gesellschaftlicher Herrschaftsverhältnisse. Darüber hinaus wusste man um die Nachteile des Wortes "Missbrauch", unter anderem, weil es nahelegt, es gebe einen richtigen "Gebrauch" des Kindes, oder auch weil der Satz "Ich bin missbraucht worden" keine Position der Handlungsfähigkeit erlaubt, sondern nur den Opferstatus zementiert. Zeitweise galt "sexuelle Gewalt" als der bessere Begriff.

Von solchen Differenzierungen ist heute keine Rede mehr. Manchmal ist es wichtig, auch unklare Dinge klar zu benennen, und die Skandalisierung unter dem Schlagwort "Missbrauch" hat ihre gute Funktion. Mixas Bischofshut darf ruhig fliegen. Doch es bedarf eines komplexeren Denkens, nicht zuletzt, weil die binäre Logik allzu schnell kippt. Es ist nur eine Frage der Zeit, dass die Stimmung umschlägt, und auf eine Debatte über sexuellen Missbrauch folgt eine über den "Missbrauch des Missbrauchs" fast so sicher wie das Amen in der Kirche. Dagegen hilft nur vorbeugen und klar sehen, dass "Missbrauch" immer etwas mit Strukturen zu tun hat, und dass der Begriff, unkritisch verwendet, genauso viel versteckt, wie er enthüllen möchte. ANDREA RÖDIG  Taz 29

 

 

 

Anlässlich des 2. Ökumenischen Kirchentags in München: Filme zur katholisch-orthodoxen Ökumene

 

Zwei Filme zum Themenkreis der katholisch-orthodoxen Ökumene gibt das

weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" anlässlich des 2.

Ökumenischen Kirchentags in München auf DVD heraus.

 

Unentgeltlich angeboten wird zum einen eine Dokumentation über die erste

Russlandreise des im Jahr 2003 verstorbenen Gründers von "Kirche in

Not", Pater Werenfried van Straaten. Während dieser Reise im Jahr 1992

war er unter anderem mit dem damaligen russisch-orthodoxen Patriarchen

Alexij II. zusammengetroffen. Nach dem Zusammenbruch des Kommunismus war

für Pater Werenfried und sein Werk auf Bitte von Papst Johannes Paul II.

die Versöhnung zwischen katholischer und orthodoxer Kirche zu einer

wichtigen Aufgabe geworden. So wie er nach dem Zweiten Weltkrieg zur

 

Liebe zwischen den "Feinden von gestern" aufrief, setzte sich Pater

Werenfried nach dem Fall der Mauer für die Überwindung der

Kirchenspaltung zwischen Ost und West ein.

 

Als zweiten Film zum Themenkreis bietet "Kirche in Not" eine

Dokumentation über Papst Benedikt XVI. an, die von einem

russisch-orthodoxen Fernsehteam erstellt wurde. Darin wird das Leben des

Papstes aus der Sicht orthodoxer Christen dargestellt und kommentiert.

Am Ende des Films wendet sich Papst Benedikt XVI. mit einer

Grußbotschaft direkt an das russische Volk.

 

Beide DVDs können unentgeltlich bei "Kirche in Not" bestellt werden:

www.kirche-in-not.de/shop. KiN 29