Notiziario religioso  27-29  Aprile  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Martedì 27. Il commento al Vangelo. “Le mie pecore ascoltano la mia voce”  1

2.       Mercoledì 28. Il commento al Vangelo. “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato”  1

3.       Giovedì 29. Il commento al Vangelo. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi”  1

4.       La svolta “laica” sulla pedofilia. Il codice Ratzinger 2

5.       Il Papa: "Prevenire la violenza sui bambini. E i pastori proteggano il gregge dal Male"  2

6.       Benedetto XVI: un pensiero per i migranti durante il viaggio a Malta  2

7.       L'immensa tenerezza. Il "buon pastore" nelle parole del Papa  3

8.       Chiesa peccatrice? Una leggenda da sfatare  3

9.       Morto un “veterano” dell’emigrazione, don Vincenzo Mecheroni, missionario anche a Rüsselsheim   4

10.   Comunione ai divorziati: due pesi e due misure?  4

11.   Incontro a Bologna. Riprende con vigore il Centro Regionale Migrantes  5

12.   In nome dell'uomo. La Chiesa nella Rete con realismo  5

13.   In mare aperto. Settimanali diocesani, internet e un timone  5

14.   Agrigento. Conclusa la settimana dell’integrazione  6

15.   Scandalo abusi, dopo Moriarty lascia anche vescovo Bruges: Papa accetta le dimissioni 6

16.   A Malaga l’VIII Congresso europeo sulle Migrazioni del CCEE  6

 

 

1.       Kruzifix-Streit Özkan und die CDU: Das Kreuz mit dem Kreuz  7

2.       Kommentar. Das Kreuz der CDU mit ihrem neuen Star Özkan  7

3.       Streit um Schulkreuze. "Kruzifixe bleiben in den Klassen"  8

4.       Deutsche Bischöfe beraten über neue Richtlinien  8

5.       Papst in Großbritannien Gummis im Namen des Herrn  9

6.       Rücktritt von Bischof Mixa - Ist der Sündenbock gefunden?  9

7.       Zollitsch: „Mixas Rücktritt ist kein Schuldeingeständnis!“  10

8.       Rücktritt von Bischof Mixa. „Dieses Kapitel ist noch nicht abgeschlossen“  10

9.       Deutsche Katholiken reagieren nach einem Zeitungsbericht heftig auf den  11

10.   Benedikt XVI.: „Internet ist schön und gut, aber“  11

11.   Missbrauch in Österreich „Ein runder Tisch ist nur ein Startschuss“  11

12.   Belgien. Der Bischof von Brügge, Roger Joseph Vangheluwe, ist wegen Missbrauchs zurückgetreten. 12

13.   Merkel: „Christen sollen nicht verzagen“  12

14.   Marokko: Bischofskonferenz Nordafrika zu Missionars-Ausweisungen  12

15.   "Beichtmobil" und "Rosenkranzknüpfen" auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag in München  12

16.   Studienzeit. Käßmann geht an US-Universität 13

17.   Amtsverzicht wegen Missbrauchs. Belgischer Bischof tritt ab  13

18.   Papst-Verfilmung. Die Film-Päpste verlieren den Heiligenschein  13

 

 

 

 

 

Martedì 27. Il commento al Vangelo. “Le mie pecore ascoltano la mia voce”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 10,22-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

22 Ricorreva in quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24 Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25 Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

La festa della dedicazione del tempio di Gerusalemme ricorreva a metà dicembre. Con tale solennità i giudei celebravano l’anniversario della purificazione del tempio operata da Giuda Maccabeo (cfr 1Mac 4,36-59; 2Mac 10,1-8).

I giudei mascherano la loro intenzione ipocrita, dichiarando di avere l’animo sospeso; fingono di avere il desiderio sincero di conoscere la verità. Gesù risponde richiamando le sue precedenti dichiarazioni, dalle quali potevano dedurre facilmente la sua messianicità.

Egli, per invitare ancora una volta i suoi avversari alla fede, fa appello alla testimonianza delle sue opere straordinarie compiute nel nome del Padre: esse sono la garanzia divina della sua messianicità.

I giudei non accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua voce, i giudei invece non credono.

Le pecore di Gesù si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

In questo testo Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo: ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.

La qualità fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto: "Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna" (Gv 5,24). Chi ascolta il Maestro ha la vita e diventa suo confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione personale e profonda che si concretizza nell’amore (Gv 10,4).

Ma l’ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv 6,68), gode dei beni messianici e porta frutti di vita duratura (Gv 10,10-15; 14,6).

Inoltre chi lo segue sarà custodito da lui (Gv 17,12), nessun ladro lo potrà rapire e nessuna prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù, cosciente della sua missione, lo custodisce e lo preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace.

Solo chi appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è conoscenza del Padre e del Figlio (Gv 6,40; 17,3.22). De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 28. Il commento al Vangelo. “Chi vede me, vede colui che mi ha mandato”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 12,44-50) commentato da P. Lino Pedron 

 

44 Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; 45 chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46 Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47 Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48 Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell'ultimo giorno. 49 Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. 50 E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».

L’incredulità degli uni e la fede troppo imperfetta degli altri danno a Gesù l’occasione per un ultimo appello. Egli grida che la fede nella sua persona è in realtà rivolta a Dio: l’oggetto primario della fede è il Padre che ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito (Gv 5,24).

Gesù e il Padre formano una cosa sola, per cui chi contempla Gesù contempla il Padre che l’ha mandato (v. 45) e chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9).

Gesù è la luce dell’umanità che giace nelle tenebre (v. 46); egli è venuto nel mondo per rivelare l’amore del Padre e salvare l’umanità peccatrice (Gv 3,16-19). La liberazione dalle tenebre del male è frutto della fede in Gesù. Ma questa fede non consiste in un ascolto superficiale, ma nell’osservanza dei comandamenti di Gesù (Gv 14,15.21; 1Gv 5,2-3). Chi dice di conoscere Cristo, ma non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo (1Gv 2, 4).

Gesù non è venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo (v. 47). Chi però non accoglie il Salvatore, rimane privo della salvezza, si autoesclude colpevolmente dalla salvezza. Chi non ascolta in modo efficace le rivelazione di Cristo, accogliendo le sue parole, mostra disprezzo per il Figlio di Dio.

La conseguenza del rifiuto del Cristo è il giudizio di condanna nell’ultimo giorno da parte della Parola rivelatrice (v. 48). La parola di Gesù sarà il giudice definitivo, perché il Verbo di Dio non ha portato una sua rivelazione personale, ma ha manifestato la volontà del Padre (v. 49). Gesù esegue il comando del Padre, perché sa che tale obbedienza è fonte di vita eterna (v. 50). Egli è la parola di Dio, è la manifestazione vivente della vita d’amore del Padre.

L’ultima parola del discorso finale della rivelazione pubblica di Gesù è il termine lalèin (che significa dire) che fa inclusione con l’espressione iniziale "In principio era il Verbo (lògos)" (Gv 1,1). Questa figura letteraria vuole sottolineare che uno dei temi centrali trattati nei primi dodici capitoli del vangelo di Giovanni è la manifestazione della vita divina ad opera del Verbo incarnato. Il Figlio di Dio è il Verbo rivelatore che dice, esprime, rivela il Padre. De.it.press

 

 

 

Giovedì 29. Il commento al Vangelo. “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 11,25-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.

28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

L’opera di Gesù è presentata come rivelazione di Dio. Le "cose" che il Padre ha rivelato ai piccoli sono l’intero vangelo, cioè quella nuova comprensione di Dio e della sua volontà che è manifestata nei comportamenti e nelle parole di Gesù.

I sapienti e gli intelligenti, ai quali il Padre ha tenuto nascoste queste cose, sono i rabbini e i farisei che restano ciechi di fronte alla chiarezza delle parole di Gesù e irritati perché predica ai poveri.

I piccoli non sono i bambini, ma gli uomini senza cultura, senza competenza nelle scienze religiose. Concretamente, al tempo di Gesù, erano i poveri popolani disprezzati cordialmente dagli scribi e dai farisei. Di essi dicevano: "Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può appartenere a Dio".

Gli affaticati e gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma lineare e semplice, alla portata di tutti.

Gesù si definisce mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento; misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente. Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un atteggiamento interiore, libero e voluto. De.it.press

 

 

 

 

La svolta “laica” sulla pedofilia. Il codice Ratzinger

 

Ieri l'altro il vescovo di Bruges; giovedì quello di Kildare e Leighlin, ultimo di tre prelati irlandesi; subito prima il vescovo di Augsburg, il vescovo norvegese Muller e monsignor John Magee, ex segretario di vari Papi. In modo impressionante si susseguono a raffica le dimissioni di alti dignitari della Chiesa cattolica, colpevoli più o meno confessi, nella maggioranza dei casi, di abusi sessuali nei confronti di minori.

Insomma, l'opera di pulizia auspicata con parole di fuoco da Benedetto XVI quando era ancora il cardinale Ratzinger (e quando su questi temi — mi sembra importante notarlo— l’opinione pubblica non si faceva sentire) va avanti con decisione senza guardare in faccia a nessuno. Si tratta di un’importante opera di disciplinamento e in certo senso di autoriforma della Chiesa, dietro la quale si intravedono però fenomeni più ampi e significativi che non rendono troppo azzardato parlare di una vera svolta storica.

Per la prima volta, infatti, la Chiesa cattolica si spoglia di sua spontanea volontà di ogni funzione di intermediazione — e per ciò stesso, inevitabilmente, di «protezione» — nei confronti dei propri membri. Si priva di ogni attribuzione e volontà di giudizio nel merito, di decisione sua propria ed autonoma nei loro riguardi. Lo fa, per giunta, non in seguito a provvedimenti giudiziari emanati da una qualche autorità civile di cui le è giocoforza prendere atto, ma per l’appunto in via preliminare. Qualunque membro del clero, non importa il suo grado, abbia avuto comportamenti sessuali illeciti ha l'obbligo, per così dire, dell’autodenuncia e di affrontare quindi le conseguenze dei propri atti davanti alla giustizia laica. Allo stesso modo, sembra di capire, qualunque istanza gerarchica cattolica venga a conoscenza di atti sessuali illeciti commessi da un membro del clero ha l’obbligo d’ora in avanti della denuncia immediata all'autorità civile. In nessun modo, insomma, il peccato fa più da schermo al reato.

Non so quanti precedenti ci siano di un indirizzo del genere: certo pochissimi, forse nessuno. Come si sa, infatti, la Chiesa cattolica si è sempre considerata una societas perfecta, un’organizzazione che non riconosceva per principio alcuna istanza umana a lei sovraordinata, a cominciare dallo Stato. Nella sua ottica essa poteva sì rinunciare, quando fosse il caso, alle più svariate prerogative, competenze, diritti o che altro, ma sempre o per via pattizia (cioè concordataria), o perché costrettavi a forza dallo Stato. Con l’esplodere del problema della pedofilia si ha, invece, nei fatti, un cambiamento di rotta quanto mai significativo: che è la prova indubbia dell’estrema risolutezza con cui il Papa ha deciso di affrontare la questione non indietreggiando di fronte alle conseguenze.

Tale mutamento di rotta a sua volta ne implica, mi sembra, un altro ancora. E cioè che in questa circostanza la Chiesa ha finito per fare rapidamente proprio, senza riserve o scostamenti di sorta, il punto di vista affermatosi (peraltro recentemente e a fatica, ricordiamocelo) nella società laica occidentale. Non voglio certo dire che la Chiesa ha avuto bisogno del giudizio della società laica per considerare l'abuso sessuale sui minori un peccato gravissimo (forse il più grave stando alla lettera del Vangelo). Ma esso era tale anche dieci, venti o trenta anni fa quando tuttavia veniva quasi sempre coperto. Se oggi non è più così, non può più essere così, se oggi da quella gravità la Chiesa ha tratto le nuove e drastiche conseguenze che sono sotto i nostri occhi, con tutta evidenza ciò è accaduto solo perché il giudizio della società sugli abusi pedofili è anch’esso nel frattempo mutato. Cosicché, mentre su ogni altro uso della sessualità o pratiche connesse, essa ha adottato, e tuttora adotta, un suo proprio metro di giudizio, più o meno diverso rispetto a quello comunemente accettato, in questo caso vediamo invece che si conforma al punto di vista della società.

Si tratta beninteso del punto di vista della società occidentale, non molto condiviso, come si sa, da altre società come quelle islamiche o afro-asiatiche. Il che mi sembra indicativo di un ultimo dato di rilievo contenuto in questa vicenda. Vale a dire che il Cristianesimo romano e la sua Chiesa, pur a dispetto di ogni loro eventuale opinione o affermazione contraria (pur volendosi «cattolici» e cioè universali), mantengono comunque, però, un legame ineludibile con l’area di civiltà nel cui ambito geografico hanno messo le loro prime radici, che poi hanno modellato in modo decisivo, ma dalla quale, alla fine, non possono non essere anch’essi modellati. Forse è vero, insomma, che il futuro dell’Occidente si avvia a non essere più un futuro cristiano; ma ciò nonostante, in un modo o nell’altro e chissà ancora per quanto tempo, il Cristianesimo continuerà ad essere essenzialmente occidentale.

Ernesto Galli Della Loggia, cds 26

 

 

 

Il Papa: "Prevenire la violenza sui bambini. E i pastori proteggano il gregge dal Male"

 

CITTA' DEL VATICANO - A pochi giorni dall'ultima drammatica rivelazione - uno stupro commesso dal vescovo di Bruges in Belgio, le cui dimissioni sono state accettate immediatamente - Benedetto XVI benedice l'associazione Meter e ricorda la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell'indifferenza, ringraziando e incoraggiando "quanti si dedicano alla prevenzione e all'educazione". Tra questi, ha menzionato anche "tanti sacerdoti, suore, catechisti" "che lavorano con i ragazzi".

 

Nel suo discorso, il Pontefice parla dei "combattimenti" che devono impegnare i pastori per difendere dal male il loro gregge. "Solo il Buon Pastore custodisce con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i fedeli possono riporre assoluta fiducia", dice infatti, nel breve discorso che ha preceduto la preghiera del Regina Caeli che nel tempo di Pasqua sostituisce l'Angelus.

 

"In questa Giornata di speciale preghiera per le vocazioni - continua il Papa - esorto in particolare i ministri ordinati, affinchè, stimolati dall'Anno sacerdotale, si sentano impegnati per una più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi. Ricordino che il sacerdote continua l'opera della Redenzione sulla terra; sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo; aderiscano totalmente alla propria vocazione e missione mediante un'ascesi severa; si rendano disponibili all'ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo a loro affidato; coltivino con cura la fraternità sacerdotale".

 

Vescovi e sacerdoti - chiede ancora in Pontefice - prendano esempio da saggi e zelanti Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo, il quale così scriveva all'amico fraterno e vescovo san Basilio: 'Insegnaci il tuo amore per le pecore, la tua sollecitudine e la tua capacita' di comprensione, la tua sorveglianza, la severità nella dolcezza, la serenità e la mansuetudine nell'attività, i combattimenti in difesa del gregge, le vittorie conseguite in Cristo". LR 25

 

 

 

 

 

Benedetto XVI: un pensiero per i migranti durante il viaggio a Malta

 

LA VALLETTA – “Coltivare una profonda coscienza della vostra identità ed accogliere le responsabilità che ne discendono, specialmente promuovendo i valori del Vangelo che vi offrono una chiara visione della dignità umana e della comune origine, nonché destino, del genere umano”. Lo ha detto Benedetto XVI, nella cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Luqa, al termine del suo viaggio apostolico a Malta, svoltosi sabato e domenica scorsa.

“Siate un esempio, sia qui che altrove, di una dinamica vita cristiana”, ha aggiunto il Papa: “siate fieri della vostra vocazione cristiana e conservate con cura la vostra eredità religiosa e culturale. Guardate al futuro con speranza, con profondo rispetto per la creazione di Dio, ossequio per la vita umana, alta stima per il matrimonio e l’integrità della famiglia!”, è stato l'invito.

Posta nel cuore del Mediterraneo, a Malta arrivano molti migranti, ha ricordato il Papa, consapevole “delle difficoltà che possono causare l’accoglienza di un gran numero di persone” e “che non possono essere risolte da alcun Paese di primo approdo, da solo”. Ma il Pontefice è “fiducioso che, contando sulla forza delle radici cristiane e sulla lunga e fiera storia di accoglienza degli stranieri, Malta cercherà, con il sostegno di altri Stati e delle organizzazioni internazionali, di venire in soccorso di quanti qui arrivano ed assicurarsi che i loro diritti siano rispettati”. La breve visita apostolica di Papa Ratzinger a Malta s'incornicia nel 1950° anniversario del naufragio di San Paolo sull’isola. “Malta - ha detto Benedetto XVI, all'arrivo all’aeroporto internazionale di Luqa sabato pomeriggio - è stata un crocevia di molti dei grandi eventi e degli scambi culturali nella storia europea e mediterranea, fino ai nostri stessi giorni. Queste isole hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo politico, religioso e culturale dell’Europa, del Vicino Oriente e del Nord Africa”. A questi lidi, “secondo gli arcani disegni di Dio”, il Vangelo fu recato “da San Paolo e dai primi seguaci di Cristo. La loro opera missionaria ha portato molti frutti lungo i secoli, contribuendo in innumerevoli modi a plasmare la ricca e nobile cultura di Malta”. Ricordando la “grande importanza strategica” di Malta, in tempi recenti come in passato, il Santo Padre ha sottolineato: “Voi continuate a giocare un valido ruolo nei dibattiti odierni sull’identità, la cultura e le politiche europee. Allo stesso tempo, sono lieto di rilevare l’impegno del Governo nei progetti umanitari ad ampio raggio, specialmente in Africa. E’ da auspicare vivamente che ciò possa servire per promuovere il benessere dei meno fortunati di voi, quale espressione di genuina carità cristiana”. Per Benedetto XVI Malta “ha molto da offrire in campi diversi, quali la tolleranza, la reciprocità, l’immigrazione ed altre questioni cruciali per il futuro di questo Continente”. (Migranti-press)

 

 

 

 

L'immensa tenerezza. Il "buon pastore" nelle parole del Papa

Nella quarta Domenica di Pasqua, detta del “Buon Pastore”, la Chiesa celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che quest’anno ha avuto per tema “La testimonianza suscita vocazioni”. Tema, ha sottolineato Benedetto XVI, il 25 aprile, prima d’introdurre la recita del Regina Cæli in piazza San Pietro, “strettamente legato alla vita e alla missione dei sacerdoti e dei consacrati”.

 

Come santa Monica. “La prima forma di testimonianza che suscita vocazioni – ha detto il Papa – è la preghiera, come ci mostra l’esempio di santa Monica che, supplicando Dio con umiltà e insistenza, ottenne la grazia di veder diventare cristiano suo figlio Agostino”. Seguendo l'esempio di santa Monica, il Pontefice ha invitato “i genitori a pregare, perché il cuore dei figli si apra all’ascolto del Buon Pastore, e 'ogni più piccolo germe di vocazione… diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e dell’intera umanità'”. Ma come possiamo ascoltare la voce del Signore e riconoscerlo? “Nella predicazione degli Apostoli e dei loro successori”, ha osservato il Santo Padre, “risuona la voce di Cristo, che chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita”. Solo il Buon Pastore, ha sottolineato Benedetto XVI, “custodisce con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i fedeli possono riporre assoluta fiducia”.

 

L'impegno dei sacerdoti. “In questa Giornata di speciale preghiera per le vocazioni – ha aggiunto il Papa – esorto in particolare i ministri ordinati, affinché, stimolati dall’Anno Sacerdotale, si sentano impegnati 'per una più forte e incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi'. Ricordino che il sacerdote 'continua l’opera della Redenzione sulla terra'; sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo; aderiscano 'totalmente alla propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa'; si rendano disponibili all’ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo a loro affidato; coltivino con cura la 'fraternità sacerdotale'. Prendano esempio da saggi e zelanti Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo. “Ringrazio tutti i presenti e quanti con la preghiera e l’affetto sostengono il mio ministero di Successore di Pietro, e su ciascuno invoco la celeste protezione della Vergine Maria, alla quale ci rivolgiamo ora in preghiera”, ha concluso il Pontefice prima della recita del Regina Cæli.

 

Due esempi da seguire. Dopo la recita della preghiera mariana, il Santo Padre ha ricordato: “Stamani, rispettivamente a Roma e a Barcellona, sono stati proclamati beati due sacerdoti: Angelo Paoli, carmelitano, e José Tous y Soler, cappuccino”. Del beato Paoli, originario della Lunigiana e vissuto tra i secoli XVII e XVIII, il Papa ha rammentato che “fu apostolo della carità a Roma, soprannominato 'padre dei poveri'. Si dedicò specialmente ai malati dell’Ospedale San Giovanni, prendendosi cura anche dei convalescenti”. “Il suo apostolato – ha proseguito – traeva forza dall’Eucaristia e dalla devozione alla Madonna del Carmine, come pure da un’intensa vita di penitenza. Nell’Anno Sacerdotale, propongo volentieri il suo esempio a tutti i sacerdoti, in modo particolare a quanti appartengono ad Istituti religiosi di vita attiva”. José Tous y Soler, invece, fu fondatore nel secolo XIX delle Cappuccine della Madre del Divino Pastore. “Nonostante le numerose prove e difficoltà – ha detto il Santo Padre – non si lasciò mai vincere dall'amarezza e dal risentimento”, anzi “si distinse per la sua capacità di sopportare e comprendere le mancanze degli altri”, un riferimento per tutti, specie per i consacrati “a vivere la fedeltà a Cristo”.

 

Un saluto speciale a Meter. Al termine della recita del Regina Cæli, Benedetto XVI ha salutato “cordialmente tutti i polacchi e, in modo particolare, i partecipanti alla Marcia per la vita, che oggi si svolge a Szczecin. Mi unisco spiritualmente a questa nobile iniziativa. Che essa desti in ogni cuore la sollecitudine per la vita nascente e sia sostegno per le famiglie in attesa di figli”. Uno speciale saluto, poi, il Papa lo ha rivolto all’associazione “Meter”, che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza. “In questa occasione – ha detto il Santo Padre – voglio soprattutto ringraziare e incoraggiare quanti si dedicano alla prevenzione e all’educazione, in particolare i genitori, gli insegnanti e tanti sacerdoti, suore, catechisti e animatori che lavorano con i ragazzi nelle parrocchie, nelle scuole e nelle associazioni”. Sir 

 

 

 

 

Chiesa peccatrice? Una leggenda da sfatare

 

La formula è sempre più di moda, ma è estranea alla tradizione cristiana. Sant'Ambrogio chiamò la Chiesa "meretrice" proprio per esaltare la sua santità. Più forte dei peccati dei suoi figli - di Sandro Magister

 

ROMA – Nel riferire l'incontro di Benedetto XVI con i cardinali nel quinto anniversario della sua elezione, "L'Osservatore Romano" ha scritto che "il pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, ricordando  che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le consolazioni di Dio".

 

Ma c'è da dubitare che Benedetto XVI si sia espresso esattamente così. La formula "Chiesa peccatrice" non è mai stata sua. E l'ha sempre ritenuta sbagliata.

 

Per citare solo un esempio tra tanti, nell'omelia dell'Epifania del 2008 egli definì la Chiesa in tutt'altro modo: "santa e composta di peccatori".

 

E l'ha sempre definita in quest'altro modo a ragion veduta. Al termine degli esercizi di Quaresima del 2007 Benedetto XVI ringraziò il predicatore – che quell'anno era il cardinale Giacomo Biffi – "per averci aiutato ad amare di più la Chiesa, la 'immaculata ex maculatis', come lei ci ha insegnato con sant'Ambrogio".

 

L’espressione “immaculata ex maculatisè in effetti in un passaggio del commento di sant’Ambrogio al Vangelo di Luca. L’espressione sta a significare che la Chiesa è santa e senza macchia pur accogliendo in sé uomini macchiati di peccato.

 

Il cardinale Biffi, studioso di sant'Ambrogio – il grande vescovo di Milano del secolo IV che fu anche colui che battezzò sant'Agostino –, pubblicò nel 1996 un saggio dedicato proprio a questo tema, con nel titolo un'espressione ancor più ardita, applicata alla Chiesa: "Casta meretrix", meretrice casta.

 

Quest'ultima formula è da decenni un luogo comune del cattolicesimo progressista. Per dire che la Chiesa è santa ma soprattutto "peccatrice" e deve sempre chiedere perdono per i "propri" peccati.

 

Per avvalorare la formula, si usa attribuirla ai Padri della Chiesa in blocco. Ad esempio Hans Küng, nel suo saggio "La Chiesa" del 1969 – cioè in quello che fu forse il suo ultimo libro di vera teologia – scrisse che la Chiesa "è una 'casta meretrix' come fin dall'epoca patristica la si è spesso chiamata".

 

Spesso? Per quello che si sa, in tutte le opere dei Padri la formula compare una volta sola: nel commento di sant'Ambrogio al Vangelo di Luca. Nessun altro Padre latino o greco l'ha mai usata, né prima né dopo.

 

A favorire la fortuna recente della formula è stato forse un saggio di ecclesiologia del 1948 del teologo Hans Urs von Balthasar, intitolato proprio "Casta meretrix". Nel quale comunque non c'è affatto l'applicazione diretta alla Chiesa della natura di "peccatrice".

 

Ma in che senso sant'Ambrogio parlò della Chiesa come di una "casta meretrix"?

 

Semplicemente, sant'Ambrogio volle applicare alla Chiesa la simbologia di Rahab, la prostituta di Gerico che, nel libro di Giosué, ospitò e salvò nella propria casa degli israeliti in pericolo di vita (sopra, in un'incisione di Maarten de Vos della fine del XVI secolo).

 

Già prima di Ambrogio Rahab era vista come "prototipo" della Chiesa. Così nel Nuovo Testamento, e poi in Clemente Romano, Giustino, Ireneo, Origene, Cipriano. La formula "fuori della Chiesa non c'è salvezza" nacque proprio dal simbolo della casa salvatrice di Rahab.

 

Ebbene, ecco il passaggio in cui sant'Ambrogio applicò alla Chiesa l'espressione "casta meretrix":

 

" Rahab – che nel tipo era una meretrice ma nel mistero è la Chiesa – indicò nel suo sangue il segno futuro della salvezza universale in mezzo all'eccidio del mondo. Essa non rifiuta l'unione con i numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente congiunta al maggior numero di essi; lei che è vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda... Meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per le attrattive dell'amore ma senza la contaminazione della colpa" (In Lucam III, 23).

 

Il passo è molto denso e meriterebbe un'analisi ravvicinata. Ma per limitarci all'espressione "casta meretrix", ecco come il cardinale Biffi la spiega:

 

"L'espressione 'casta meretrix', lungi dall'alludere a qualcosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare – non solo nell'aggettivo ma anche nel sostantivo – la santità della Chiesa. Santità che consiste tanto nell'adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo ('casta') quanto nella volontà della Chiesa di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza ('meretrix')".

 

Che poi agli occhi del mondo la Chiesa possa apparire essa stessa macchiata di peccati e colpita da pubblico disprezzo, è sorte che rimanda a quella del suo fondatore Gesù, anche lui considerato un peccatore dalle potenze terrene del suo tempo.

 

Ed è ciò che dice ancora sant'Ambrogio in un altro passo del suo commento al Vangelo di Luca: "La Chiesa giustamente prende la figura della peccatrice, perché anche Cristo assunse l'aspetto del peccatore" (in Lucam VI, 21).

 

Ma proprio perché santa – della santità indefettibile che le viene da Cristo – la Chiesa può accogliere in sé i peccatori, e soffrire con loro per i loro mali, e curarli.

 

In giorni calamitosi come gli attuali, pieni di accuse che vogliono invalidare proprio la santità della Chiesa, questa è una verità da non dimenticare. L’Espresso on line 26

 

 

 

Morto un “veterano” dell’emigrazione, don Vincenzo Mecheroni, missionario anche a Rüsselsheim

 

PITIGLIANO - Si è spento a Fonteblanda (GR) in età di 89 anni il sacerdote don Vincenzo Mecheroni (diocesi di Pitigliano), la cui vita è stata davvero marcata dalle migrazioni, alle quali si è dedicato per vocazione fin dalla giovane età, a 28 anni. Toscano per vivacità ed arguzia con frequenti accenni di criticità mai offensiva, sacerdote convinto, penna facile e brillante, Don Vincenzo, frequentato il corso di preparazione presso il Pontificio Collegio dell’Emigrazione in Roma, viene inviato nel novembre 1949 missionario degli emigrati italiani nel Limburgo olandese, ad Heerlem, per l’intera diocesi di Roermond. Confinante con la Germania, riceve ben presto,1950, anche la cura degli italiani di Aquisgrana e Colonia per fermarsi poi, 1953, e limitarsi alla sola Germania, alle quattro diocesi del Land Nord-Reno-Vetsfalia. Vi rimane due anni venendo poi  destinato a Puerto Rico/USA per ulteriori tre anni, 1955-58. Rientrato in Italia e divenuto parroco di una nuova parrocchia a Porto Ercole (Grosseto), riprende nel 1965 la via della Germania, ancora una volta nella zona di  Colonia, e precisamente nella cittadina di Frechen ove rimane fino al 1971 quando raggiunge la MCI di Copenhagen (Danimarca) resasi vacante e vi resta fino al 1973. La salute comincia a dargli qualche preoccupazione. Ma dopo una parentesi italiana chiede nuovamente  (agosto 1976) una attività pastorale tra i migranti italiani. E gli viene affidata l’assistenza in un cantiere di lavoro italiano in Nigeria, a Talata Mafara (diocesi di Sokoto), con l’impegno anche di insegnare italiano e religione nella piccola scuola elementare e media del cantiere. Rientra l’anno seguente dalla Nigeria per raggiungere in Belgio le Missioni di St.Gilles ed Ixelles (Bruxelles) fino all’ottobre 1978 quando rientra  in diocesi. Ma per ripartire nel 1981 ed assumere la cura della MCI di Ruesselsheim (diocesi di Mainz) in Germania. E nel 1982 ritorna definitivamente in Italia per assumere la parrocchia di Fonteblanda (Grosseto), svolgendo il compito anche di delegato diocesano per le migrazioni. Infine, mezzo cecuziente, lascia la parrocchia e continua una vita privata di ricordi e preghiere.

Questa dettagliata storia dell’impegno pastorale in emigrazione di don Vincenzo Mecheroni, ne manifesta forse anche una certa irrequietezza e la continua ricerca di sempre ricominciare, ma  certamente ne rivela la dedizione e l’irresistibile richiamo interiore di ritornare sempre tra i migranti. E difatti la loro riconoscenza nelle varie sedi dove ha operato non è mai mancata.

A lui si deve infine la introduzione in Germania del periodico “La Squilla”, che già circolava in Olanda. (S.Ridolfi, Migranti-press)

 

 

 

 

Comunione ai divorziati: due pesi e due misure?

 

Lettera aperta al Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente Cei, e al Card.Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano - di Paolo Farinella, prete

   

    Molti cristiani, tra cui alcuni divorziati mi informano che nei funerali di Raimondo Vianello celebrati il giorno 17 aprile 2010 a Milano e officiati da uno degli ausiliari di Milano, Silvio Berlusconi, attuale presidente del consiglio, non solo ha trasformato l’austerità della morte in uno show personale di bassa lega con tv attaccata alle sue calcagna, ma ha addirittura fatto la Comunione durante la Messa.

    E’ notorio che egli sia pluridivorziato, e quindi in uno stato non compatibile con la dottrina della Chiesa cattolica, quotidianamente affermata dai vescovi e dal papa. E’ già la seconda volta che si fa vedere in pubblico a fare la Comunione, falsamente compunto e oscenamente mostrato dalle sue tv, programmate allo scopo.

    Poiché è un uomo pubblico, malato di protagonismo eccentrico, egocentrico ed esclusivamente dedito al culto della sua persona, prefigurando lo scandalo che ne sarebbe emerso, i celebranti avevano l’obbligo di non dargli la Comunione, rimandandolo al suo posto e invitandolo a non trasformare la serietà della morte in uno spettacolo da circo.

    Lo scandalo c’è stato e la nostra gente pensa che la regola severa della esclusione dai sacramenti che la gerarchia cattolica impone ai divorziati non valga per il potente Berlusconi, notorio frequentatore di prostitute e di minorenni e uomo senza scrupoli morali, corrotto e corruttore.

    Sembra che facendo la Comunione mentre si offre fintamente compunto alle sue tv, voglia essere un messaggio alle gerarchie cattoliche, quasi a dire: Io sono superiore a qualsiasi legge.

    Nessuno potrà mia giudicarmi perché “Io sono la legge”: sono anche superiore alle leggi della Chiesa che io posso disattendere quando voglio.

    Poiché lo scandalo si è compiuto in modo pubblico per scelta dell’interessato, che si è fatto seguire dalle sue tv, è urgente che il presidente della Cei e il segretario di Stato dicano chiaramente e apertamente, con nome e cognome che il sig. Berlusconi Silvio ha commesso un sacrilegio, accostandosi alla Comunione in quanto divorziato e in procinto di divorziare una seconda volta.

    E’ intollerabile che la sua sicumera e protervia arrivino a tanto, quasi facendo credere a tutti che egli è sciolto da ogni legge ecclesiastica così come provvede da solo a sciogliersi da ogni legge umana, facendosele approvare su misura. Il «bonum fidelium» esige una sconfessione pubblica e quest’uomo capace di ogni bassezza per suo tornaconto deve essere diffidato dal proseguire su questa strada pena la scomunica definitiva per disprezzo pubblico e ostentato della legge canonica.

    Se la gerarchia cattolica non interviene subito, sarà giudicata dal popolo di Dio come connivente e complice di un immondo comportamento che si regge e si nutre dell’appoggio implicito ed esplicito di larga parte della gerarchia e dei cattolici organizzati che troppi interessi materiali hanno in combutta con un uomo che più di ogni altro ha degradato l’Italia e i «principi non negoziabili» ad un livello di bassezza inaudita.

    Se l’etica non è un’opinione, vogliamo sentire i vescovi dissentire, altrimenti, come insegna la morale compresa dal nostro popolo «è tanto ladro chi ruba, quanto chi para il sacco».

In attesa di un riscontro, porgo distinti saluti.

Paolo Farinella, prete, Parrocchia di San Torpete - Genova

   

 

 

 

Incontro a Bologna. Riprende con vigore il Centro Regionale Migrantes

 

BOLOGNA – Riprende con vigore il Centro Regionale Migrantes dell’Emilia Romagna. Su convocazione del Direttore Regionale don Sergio Aldigeri (Parma) e sotto la presidenza del Vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi  Negri, delegato della Conferenza Episcopale Regionale dell’Emilia-Romagna per i problemi delle migrazioni, ha avuto luogo a Bologna un incontro dei Direttori Diocesani Migrantes della Regione e loro collaboratori.

La relazione di don Aldigeri, impossibilitato a partecipare per ragioni di salute, è servita da base alla discussione e al dialogo in questa riunione che aveva la  finalità di riprendere un cammino di possibili ed opportune azioni comuni su scala regionale a partire dalla vicendevole conoscenza e dallo scambio di esperienze. Anche se non tutte le diocesi erano rappresentate, lo svolgimento della mattinata ha rivelato una ricchezza di attività ed un fervore di impegno superiore a quanto si poteva presupporre. Modena, ad esempio, ha sviluppato la “cura pastorale dei migranti 2010” su un promettente e documentato percorso (cittadini; lavoratori; celebranti; familiari e lottatori, sempre e tutto “insieme”). Forlì-Bertinoro ha studiato in profondità il “valore della esperienza religiosa” e avviato con la Caritas un percorso biblico sull’accoglienza.

Rimini ha sviluppato una vasta e ben consolidata gamma di servizi ed interventi facilitati  dall’avere un unico e medesimo responsabile sia per la Caritas sia per la Migrantes ed ha  proposto al clero un discernimento pastorale. A Ferrara sono sorti diversi gruppi di cooperatori tra di loro coordinati per le esigenze dell’accoglienza e dell’inserimento. Cesena si è maggiormente dedicata alla diffusione dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa ed Imola ha seguito un percorso pratico di presenza sul territorio. Bologna era presente con alcuni sacerdoti etnici. Sono quindi emerse alcune problematiche concernenti la loro presenza ed attività. Certo, in questa prima tornata di dialogo l’immigrazione ha avuto comprensibilmente le maggiori attenzioni.

Mons. Negri, che già inizialmente aveva chiarito la simultanea attenzione a due aspetti od esigenze delle migrazioni (uno preponderatamente sociale di accoglienza ed integrazione da seguire assieme alla società civile e l’altro tipicamente nostro, quello pastorale), ha poi riassunto i principali compiti del Centro Regionale Migrantes nella circolazione di informazioni ed esperienze, nella ricerca di momenti e temi unitari (come l’ecumenismo alla base), nella animazione diocesana ed ha prospettato un incontro allargato a settembre ove fare discernimento sulle esperienze emerse.

Quanto alla informazione, è stato ricordato di conoscere, di servirsi e, fin dove possibile, di collaborare alle due pubblicazioni annuali “Dossier Statistico Immigrazione” a cura di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e “Rapporto Italiani nel Mondo” a cura della Fondazione Migrantes, nonché di cooperare con tempestive informazioni o analisi alla rivista Servizio Migranti e all’Agenzia di Stampa settimanale Migranti-press, editi anche questi dalla Fondazione Migrantes.

Siccome don Sergio Aldigeri, nominato Direttore Regionale dalla Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna nel 1994 e riconfermato poi fino al 2010, ha chiesto di essere sollevato da questo impegno, anche per ragioni di salute, Mons. Negri ha manifestato il proposito di proporre a succedergli l’attuale Direttore diocesano di Ferrara, don Domenico Bedin. (S.Ridolfi, Migranti-press)

 

 

 

 

In nome dell'uomo. La Chiesa nella Rete con realismo

Una Chiesa on line e off line. Questo il compito affidato da Benedetto XVI ai cristiani, tutti. Una presenza qualificata in entrambi i mondi o ambienti: nello spazio fisico e non fisico, vale a dire nel mondo consueto e in quello digitale, per abitare anche questo nuovo “universo con un cuore da credente, che contribuisca a dare un’anima all’ininterrotto flusso comunicativo”. Perché? È nella natura di questa comunità millenaria, fondata da Cristo, porre la sua barca nel mare aperto, talvolta pure incurante dei marosi e delle tempeste. Ed è l’atto di fiducia di un Papa, non giovane nell’età ma giovanissimo nella missione, che esorta senza mezzi termini a cogliere come grazia questo “passaggio epocale”. In fondo questo fluido e immenso “hubè la terra stessa. La Chiesa è venuta per stare dentro il mondo e percorrerlo in lungo e largo.

Ora che questo nostro globo conosca “un enorme allargamento” attraverso “le frontiere della comunicazione” non può che corrispondere alla vocazione missionaria della Chiesa. Anzi da sempre il cattolicesimo si è via via strutturato come una organica rete di persone, di credenti, di comunità, di siti di cuori religiosi, dove due o tre o più persone stanno insieme per essere testimoni positivi con la preghiera, la carità, con la condivisione del bene.

Di fatto attraverso il digitale, che è poi una straordinaria tecnica per eliminare distanze e tempi nelle relazioni comunicative, si realizza una forma di cattolicità, di universalità, di grande piazza di Gerusalemme, dove gli uomini pur parlando diverse lingue si potevano comprendere. Ma come e perché? Semplicemente perché oltre il diaframma della molteplicità delle lingue vedevano e intravedevano un messaggio, un volto. Quello di Cristo. Eh sì! Il Papa nell’udienza ai “testimoni digitali” ha chiesto di “tornare ai volti”. Anzi a quel Volto nel quale rifulge il volto di ogni uomo.

Questo il punto. La Rete dev’essere possibilità di incontro. Per questa ragione il Santo Padre auspica che mantenga la sua vocazione ad una apertura ugualitaria e pluralista. Non vive, però, di sogni Benedetto XVI. Sa che già è in corso quello che viene identificato come il fenomeno del digital divide, che esclude e non solo include. Come gli è noto il rischio dell’“omologazione e del controllo” per diffondere un pensiero dominante, unico, che in altre occasioni ha chiamato dittatura del conformismo e qui di “relativismo intellettuale e morale”.

Eppure quando mai i rischi diventano per un cristiano un impedimento per entrare in un territorio, in una città, in un continente nuovo come il digitale? Dove vi è ambivalenza, probabilità d’intraprendere strade sbagliate vi sono per lo meno altrettante possibilità di vincere la sfida del bene. Anche e appunto in Internet. La grande Rete può essere sorella e sorellastra, prossimo e nemico. Può rendere più umano il nostro habitat: i “media possono diventare fattori di umanizzazione” e di disumanizzazione. Dipende da noi. Pure da noi cristiani. In fondo ogni invenzione è una conquista, un arricchimento. Non una perdita, non un pericolo. La Chiesa ha avuto il coraggio di abbracciare l’invenzione della stampa, poi del telegrafo, della radio e della televisione. Giovanni Paolo II ci ha insegnato praticamente, con il suo corpo stesso, a stare dentro i media, ad essere testimoni appassionati dell’uomo, perché innamorati e affascinati dell’Uomo-Dio. Benedetto XVI invita alla stessa passione in nome dell’uomo.  Bruno Cescon

 

 

 

 

In mare aperto. Settimanali diocesani, internet e un timone

La Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) è arrivata al convegno “Testimoni digitali”, concluso il 24 aprile con l’udienza di Benedetto XVI, non solo con un gran numero di operatori, ma anche presentando il proprio sito rinnovato e collegato a tutte le versioni on line dei giornali associati. Una vera e propria possibilità di spaziare nell’informazione dell’intera Italia, tramite la fitta rete di settimanali diocesani, voci dei mille territori del Bel Paese.

Anche i siti delle testate Fisc sono, dunque, una Rete digitale. Qui il lettore trova un’informazione che ha due peculiarità: è originale e meditata. Quella dello web invece – come hanno affermato alcuni esperti durante il convegno – proviene per l’85% dall’informazione cartacea, è la sintesi della sintesi, spesso oggetto di incontrollabili manipolazioni; è inoltre un mare aperto senza nessun timone che possa condurre il navigatore.

Cos’ha insegnato il convegno “Testimoni digitali”? Credo che l’affondo più significativo sia stato quello di padre Lombardi (la cui relazione è stata, a mio avviso, tra le migliori delle tre giornale di lavoro) quando si è riferito a Teilhard de Chardin affermando che la Rete non è solo un nuovo spazio non geografico, ma è qualcosa di molto di più: è una noosfera, secondo lo schema evolutivo del grande scienziato della Compagnia di Gesù, alla quale appartiene anche il direttore della sala stampa vaticana. È cioè quella sfera dello spirito e del pensiero che si fa sempre più densa (mediante processi di coscienza e di comunione) producendo un ulteriore avanzamento dell’evoluzione stessa dell’umanità, attratta dal punto Omega che è Cristo. Dunque è veramente una “meraviglia”, secondo la definizione che il Concilio dà dei mass media.

I credenti non possono certo estraniarsi da questo processo evolutivo, vogliono anzi essere protagonisti per indirizzarlo, perché è profondamente ambiguo e – come ha aggiunto padre Lombardi – non c’è tutto di bene, ma anche molto male. C’è anzi una vera e propria “babilonia” (nel senso biblico della parola) che dobbiamo trasformare in un’unità di lingue, “gettando ponti” – come ha detto il card. Bagnasco – e valorizzando “tutte le strade che il continente digitale offre per farci sempre più prossimi all’uomo”.

L'ottimismo e la positività, emersi al convegno, non devono far dimenticare che la Rete è un mare aperto dove – per navigare – bisogna trovare un timone. È facile affondare, è facile essere risucchiati da un vortice, irresistibile come una droga che fa perdere la propria identità. Anche il Papa, nel suo intervento all’udienza (lo ringraziamo per aver citato “la rete capillare dei settimanali diocesani”) ha sottolineato alcuni rischi: “La Rete manifesta una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un inquinamento dello spirito” e anche a “dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo”.

Di fronte a tutto ciò la misura anche della nuova tecnologia digitale è la persona. La sottolineatura del livello quantitativo (migliaia di contatti, migliaia di domande, migliaia di siti) rischia di produrre un’implosione nella coscienza del singolo e nella comunità. La sottolineatura del virtuale rischia di far perdere il senso del reale e dell’umano, nonché del vero rapporto di comunione che non può essere, in definitiva, solo digitale. Insomma, “i media – ha sottolineato il Papa, citando la ‘Caritas in Veritate’ – possono diventare fattori di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispetti le valenze universali. Solamente a tali condizioni il passaggio epocale che stiamo attraversando può rivelarsi ricco e fecondo di nuove opportunità”.

Giorgio Zucchelli, presidente Fisc

 

 

 

Agrigento. Conclusa la settimana dell’integrazione

 

AGRIGENTO  - “Una occasione importante per riconoscersi come Chiesa oggi e per progettare pastoralmente il domani considerando una nuova ricchezza di persone presenti nelle famiglie, nelle comunità nella città”. Con queste parole mons. Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, ha concluso la prima edizione della “Settimana dell’integrazione” promossa dalla diocesi di Agrigento, con la collaborazione della Caritas diocesana, dell’ufficio Migrantes, dell’ufficio Missionario, dell’Usmi e dell’ufficio Scolastico.

Tra le iniziative della settimana il laboratorio “Giovanintegrati”, dove si è svolto un incontro con le scuole e con i giovani e al quale hanno partecipato - sabato scorso - circa 700 persone ed è intervenuto anche il Direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Giancarlo Perego. Nel suo intervento mons. Perego è partito dallo slogan  “Non abbiate paura”, rivolto da Giovanni Paolo II ai giovani: “se gli adulti in Italia e in Europa - 6 su 10 - hanno paura degli immigrati, solo due giovani italiani ed europei hanno paura dei fratelli immigrati.

Questo dato - ha detto il Direttore della Migrantes - è un segno di speranza nella costruzione di una città più costruita sull’incontro, sulla mediazione che sulla conflittualità”. É seguita la testimonianza di Tarek, un giovane somalo sbarcato alcuni anni fa a Lampedusa dopo un lungo e devastante viaggio nel deserto per raggiungere Tripoli, e oggi mediatore culturale di una organizzazione umanitaria che si occupa di minori. Una testimonianza che ha catalizzato l’attenzione dei giovani studenti, una storia di riscatto iniziata proprio dalla loro provincia e città.

Nel pomeriggio dello stesso giorno l’incontro sul tema ‘immigratintegrazione’ nel salone “Don Guanella” di Agrigento, gremito da operatori pastorali e sociali e presieduto dal vescovo di Agrigento, mons. Montenegro.

Introducendo l’incontro il presule ha ricordato Agrigento come “porta del Mediterraneo” e con una vocazione all’accoglienza, ma nel corso della sua storia sempre è stata capace di integrazione. Dopo la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes - a cura di Maria Paola Nanni, mons. Perego ha ricordato, alla luce del Magistero sociale della Chiesa, come l’integrazione “con gli occhi della fede sia un segno dell’amore di Dio che rende capace anche l’uomo di riconoscere la dignità di ognuno e al tempo stesso la differenza”.

Mons. Perego ha ricordato poi le caratteristiche dell’integrazione: libera, integrale, complessa, che va educata, che rifiuta forme sia di assimilazione che di marginalizzazione sociale, che guarda alla singola persona, ma anche alle comunità etniche.

“L’integrazione cresce nell’incontro, nel dialogo e nello scambio culturale, nella costruzione di legami, nel dono e nella gratuità, nella costruzione di mediazioni sociali”. (Migranti-press)

 

 

 

 

Scandalo abusi, dopo Moriarty lascia anche vescovo Bruges: Papa accetta le dimissioni

 

Città del Vaticano - Il Papa ha accettato le dimissioni del vescovo di Bruges (Belgio), mons. Roger Joseph Vangheluwe. Il presule risulta coinvolto in gravi fatti relativi ad abusi sessuali nella Chiesa. Le dimissioni di mons. Vangheluwe seguono quelle accettate giovedì dal Pontefice di un vescovo irlandese, James Moriarty, anch'egli coinvolto nello scandalo.

In Germania, sempre giovedì, ha presentato la propria rinuncia all'incarico il vescovo di Augsburg, mons. Walter Mixa, accusato di percosse sistematiche contro i bambini di un istituto per l'infanzia.

Questa mattina, annunciando le dimissioni, la Sala stampa vaticana ha diffuso una nota nella quale il vescovo ammette le proprie responsabilità. ''Quando ero ancora un semplice sacerdote e per un certo tempo all'inizio del mio episcopato - afferma infatti il vescovo - ho abusato sessualmente di un giovane dell'ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata''.

''Nel corso degli ultimi decenni - prosegue la nota - ho più volte riconosciuto la mia colpa nei suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia, e ho domandato perdono. Ma questo non lo ha pacificato. E neppure io lo sono. La tempesta mediatica di queste ultime settimane ha rafforzato il trauma. Non è più possibile continuare in questa situazione''.

''Sono profondamente dispiaciuto - spiega mons. Vangheluwe per ciò che ho fatto e presento le mie scuse più sincere alla vittima, alla sua famiglia, a tutta la comunità cattolica e alla società in genere. Ho presentato le mie dimissioni come vescovo di Bruges al papa Benedetto XVI. Sono state accettate venerdì. Perciò mi ritiro''. Nato nel 1936, mons. Vangheluwe diventato prete nel 1963, è stato nominato vescovo di Bruges nel 1984. Adnkronos 23

 

 

 

 

A Malaga l’VIII Congresso europeo sulle Migrazioni del CCEE

 

MALAGA - Un centinaio di delegati delle Conferenze Episcopali d’Europa, rappresentanti vescovi, direttori nazionali per la pastorale dei migranti, operatori pastorali, rappresentanti della società civile e del mondo politico parteciperanno all’VIII Congresso CCEE sulla pastorale dei migranti che si svolgerà a Malaga (Spagna) dal 27 aprile al 1° maggio prossimo sul tema “L’Europa delle persone in Movimento. Superare le paure - disegnare prospettive”.

All’incontro prenderà parte anche il Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò. Obiettivo dell’incontro è quello di analizzare le molteplici cause e le conseguenze per il lavoro della chiesa dei flussi migratori in Europa. Lo sviluppo della tematica seguirà quindi un percorso in tre momenti, soffermandosi sulle sfide poste a tre “istituzioni” che maggiormente sono interpellate dal fenomeno migratorio. Innanzitutto la famiglia, la cellula base della nostra società, per proseguire con le parrocchie, quelle realtà, sempre più interculturali, dove avviene in ambito ecclesiale, l’incontro del singolo immigrato con la comunità locale ed arrivare, infine, alla riflessione sulla realtà sociale più vasta: la Società. In tutti i tre momenti, dopo un’introduzione, vi sarà una risposta dal punto di vista ecclesiale, per verificare cosa la Chiesa fa e deve fare, e una dal punto di vista della politica, per esaminare cose gli Stati stanno facendo o devono fare. Questo percorso sarà un’opportunità per verificare le paure da superare e disegnare prospettive anche per la nuova evangelizzazione del continente. (Migranti-press)

 

 

 

 

Kruzifix-Streit Özkan und die CDU: Das Kreuz mit dem Kreuz

 

Niedersachsens designierte Sozialministerin Özkan ist gegen Kreuze an Schulen. Die Union distanziert sich: Aygül Özkan soll sich überlegen, ob sie in der richtigen Partei ist.

 

Sie hat noch gar nicht richtig begonnen, schon ist sie angeeckt: Wenige Tage bevor Aygül Özkan (CDU) als niedersächsische Sozial- und Integrationsministerin vereidigt werden soll, hat sich die Tochter türkischer Einwanderer in einem Interview gegen Kreuze und Kopftücher in öffentlichen Schulen und für ergebnisoffene EU-Beitrittsverhandlungen mit der Türkei ausgesprochen.

Christliche Symbole gehörten nicht an staatliche Schulen, hatte die 38-Jährige dem Nachrichtenmagazin Focus gesagt. "Die Schule sollte ein neutraler Ort sein." Ein Kind müsse selbst entscheiden können, wie es sich religiös orientiere. Darum hätten auch Kopftücher "in Klassenzimmern nichts zu suchen". Die Juristin ist nicht streng gläubig und hat selbst nie ein Kopftuch getragen. Am Dienstag soll sie als erste türkischstämmige Ministerin Deutschlands vereidigt werden.

Die Union ist gar nicht begeistert von den selbstbewussten Äußerungen ihres Shootingstars, der erst seit 2004 CDU-Mitglied ist. Ministerpräsident Christian Wulff distanzierte sich noch am Wochenende unmissverständlich von Özkans Aussagen: "In Niedersachsen werden christliche Symbole, insbesondere Kreuze in den Schulen, seitens der Landesregierung im Sinne einer toleranten Erziehung auf Grundlage christlicher Werte begrüßt."

Aus Gründen der Religionsfreiheit würden auch Kopftücher bei Schülerinnen toleriert - nicht aber bei Lehrkräften, was Özkan auch gemeint habe. "Frau Özkan hat ihre persönliche Meinung zur weltanschaulichen Neutralität geäußert, aber sie stellt die niedersächsische Praxis nicht in Frage."

 

Doch Özkan hat einen wunden Punkt berührt, die Diskussion um ihre Äußerungen geht weiter: "Ich schätze Frau Özkan sehr, bin aber hier eindeutig anderer Meinung", stellte CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe in der Neuen Ruhr/Neuen Rhein Zeitung klar. Das Kreuz stehe auch für "die prägende Kraft des Christentums in unserer Kultur" und müsse daher nach Ansicht der CDU im öffentlichen Raum, auch in staatlichen Schulen, "selbstverständlich seinen Platz haben". Kein Kind wird dadurch bedrängt, sagte Gröhe.

Bayerns Innenminister Joachim Herrmann (CSU) bezeichnete die Haltung Özkans als völlig indiskutabel, der frühere bayerische

Wissenschaftsminister Thomas Goppel (CSU) verwies die Deutsch-Türkin Özkan auf das Grundgesetz. Dieses sei nach der NS-Zeit mit

ausdrücklicher Rückbesinnung auf das christliche Menschenbild

verabschiedet worden, sagte Goppel.

Kruzifixe seien eine "jahrhundertealte christliche Tradition in Deutschland", schob die Migrationsbeauftragte Maria Böhmer (CDU) hinterher. Die Kreuze seien "Ausdruck unserer Tradition und unseres Werteverständnisses". Trotzdem findet Böhmer es "geradezu richtungsweisend", dass Christian Wulff die türkischstämmige Ministerin in sein Kabinett berufen habe.

Nicht alle Unionsmitglieder scheinen das so zu sehen. Politiker, die Kreuze aus Schulen verbannen wollen, sollten sich überlegen, ob sie in einer christlichen Partei an der richtigen Stelle seien, schimpfte der Integrationsbeauftragte der CDU/CSU-Bundestagsfraktion und Parlamentarische Geschäftsführer der CSU-Landesgruppe im Bundestag, Stefan Müller.

Die CDU-Nachwuchsorganisation Schüler-Union hat gar gefordert, Aygül Özkan nicht zur Ministerin zu machen. "Durch Aussagen wie jene von Frau Özkan verlieren die Volksparteien CDU und CSU ihre Glaubwürdigkeit und damit ihren Rückhalt in der Bevölkerung", sagte der Bundesvorsitzende Younes Ouaqasse der Bild-Zeitung. "Diese Frau hat ihre Kompetenzen überschritten, deshalb darf sie am Dienstag nicht zur Ministerin ernannt werden."

Unterstützung erhält Özkan ausgerechnet vom politischen Gegner. Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit (SPD) verteidigte Özkan, die mit ihrem Vorschlag ein Urteil des Bundesverfassungsgerichtes aufgegriffen habe. Die Union sei allerdings "noch nicht reif" für eine türkischstämmige Ministerin, meinte der SPD-Vize. Özkans Berufung sei reine Symbolpolitik. Möglicherweise liege Özkan künftig im "Dauerclinch" mit der CDU, die jetzt "erschrocken" sei, "wen man sich da geholt hat".

Auch der Trierer Sozialethiker und Dominikanerpater Wolfgang Ockenfels kritisierte Christian Wulff. "Er hätte sich vor der Ernennung Ökzans zur Ministerin gründlicher über deren Haltung informieren sollen", sagte Ockenfels der Rheinischen Post. Frau Ökzan kenne offenbar nicht einmal das CDU-Parteiprogramm.

Sicher ist, dass ihr kein leichter Start ins Ministeramt bevorsteht. Die stellvertretende Vorsitzende des Hamburger Landesverbands steht seit einigen Tagen unter Polizeischutz. Die Bild am Sonntag berichtete, Özkan erhalte Morddrohungen von Rechtsradikalen. In E-Mails und Foren hätten Unbekannte geschrieben, dass etwas passieren werde, wenn die Muslimin den Posten annehme, schrieb der Focus. Özkan reagierte aber selbstbewusst - sie wolle sich nicht einschüchtern lassen.

Auch in ihrer Partei kann sie jetzt viel Selbstbewusstsein gebrauchen. Sie fühle sich nicht als "Quotenmigrantin", hatte Özkan vor kurzem in einem Interview gesagt. "Ausgenützt würde ich mich nur fühlen, wenn ich meine politischen Forderungen nicht auch wirklich leben würde." (dpa/AP 26)

 

 

 

Kommentar. Das Kreuz der CDU mit ihrem neuen Star Özkan

 

Kruzifix nochmal! Da gelang Christian Wulff (CDU) mit der Berufung einer Muslima (CDU) zur Ministerin ein medienträchtiger Coup – und nun das: Nur weil Frau Özkan zum Thema Religion und Schule das gleiche sagt wie das Bundesverfassungsgericht, gibt es Ärger. Wulff hätte es besser wissen müssen.

Ja, so geht das, wenn man als relativ unerfahrene Landespolitikerin auf einmal in die Mühlräder der großen Politik gerät, die man doch, zumindest so, noch gar nicht drehen wollte. Dann steht man heute plötzlich da wie ein begossener Pudel, obwohl man gestern noch der gefeierte Medienstar war.

Die erste deutsche Ministerin mit Migrationshintergrund, eine Muslima auch noch, in der CDU. Aygül Özkan wurde bestaunt wie ein kleines Weltwunder. Sie sonnte sich ein wenig in diesem Glanz. Auch Christian Wulff sonnte sich. Und die Union insgesamt. Man war ganz stolz auf diesen Coup.

Nun ist man im Nachhinein immer schlauer, aber fest steht, dass die Dinge an diesem Wochenende außer Kontrolle geraten sind. Nicht weil die designierte Ministerin die Position vertritt, die sie vertritt. Das ist ziemlich exakt jene, die das Verfassungsgericht in seinem Kruzifix-Urteil festgeschrieben hat: Staatliche Schulen sind zur Neutralität verpflichtet.

Ministerin Özkan mutet ihren Wählern sehr viel zu

Inhaltlich steht Aygül Özkan mit ihrer Position also fest auf dem Boden des Grundgesetzes. Aber das reicht ja leider nicht immer in der Politik, wo es auch darauf ankommt, zu welchem Zeitpunkt eine Äußerung fällt, von wem sie kommt und was die Medien daraus machen können, wenn sie einfach nur ihrem Handwerk nachgehen und bemerkenswerte Sätze etwas größer schreiben.

Wenn also die erste muslimische Ministerin der Christlich-Demokratischen Union, noch nicht im Amt, sich über das Kreuz hermacht, dann ist das keine x-beliebige Einzelmeinung. Dann mutet sie einem Teil ihrer Partei und einem Teil ihrer Wähler mehr zu, als die emotional zu verkraften in der Lage wären. Wenn das auch noch an einem wenig ereignisreichen Wochenende geschieht, an denen diverse Medien diverse Schlagzeilen suchen, dann hat man den Salat.

Aygül Özkan darf man das am wenigsten vorwerfen. Sie hat nur das getan, was sie bisher auch gemacht hat und was sie erst zur Aufsteigerin in der Union werden ließ: Sie hat deutlich und präzise ihre Meinung formuliert. Christian Wulff, der alles andere als ein Neuling ist in diesem Geschäft, sein Stab, aber auch die Berliner Unionsstrategen müssen sich dagegen vorwerfen lassen, ihrem kleinen Weltwunder nicht im notwendigen Maße zur Seite gestanden zu haben. Ulrich Exner DW 26

 

 

 

 

Streit um Schulkreuze. "Kruzifixe bleiben in den Klassen"

 

Hannover. Kurz vor der Landtagswahl in Nordrhein-Westfalen hätte sich die angehende Ministerin mit Migrationshintergrund kein besseres Thema suchen können. Ausgerechnet die Kreuze will sie aus den Schulen verbannen. Dass die künftige niedersächsische Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) auch die Kopftücher los werden will, verhallt in der Protestwelle aus den eigenen Reihen völlig.

 

In einem Interview hatte Özkan gesagt: "Christliche Symbole gehören nicht an staatliche Schulen". Dagegen erklärte Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff (CDU): Seine Landesregierung wünsche "sich Kreuze in Schulen und eine Erziehung auf Grundlage christlicher Werte".

 

Von allen Seiten hagelt es jetzt aus CDU und CSU Kritik. Manche fordern sogar, sie doch nicht zur Ministerin zu ernennen. Am Dienstag soll die 38-Jährige Juristin als erste türkischstämmige Ministerin in Deutschland vereidigt werden. Die SPD rechnet damit, dass die CDU-Politikerin auch künftig in ihrer Partei anecken wird.

 

Der Vorsitzende des Innenausschusses im Bundestag, Wolfgang Bosbach, lehnte Özkans rundweg ab: "Das ist in der Sache schlicht falsch. Es gibt keinen Grund, das wichtigste christliche Symbol aus dem öffentlichen Leben zu verdrängen", sagte der CDU-Politiker Wolfgang Bosbach den Zeitungen der Essener WAZ-Mediengruppe. Wenige Tage vor der bundespolitisch wichtigen NRW-Wahl stellten die Äußerungen Özkans einen "fatalen Beitrag zur Verunsicherung unserer Mitglieder und Wähler dar", so der CDU-Innenexperte.

 

Die Kirchenbeauftragte der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Maria Flachsbarth, betonte am Montag in Berlin, das Kreuz habe seinen "selbstverständlichen Platz in der Öffentlichkeit".

 

Auch die Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Maria Böhmer, lehnt ein Kruzifix-Verbot an staatlichen Schulen ab. Kreuze seien Ausdruck einer jahrhundertealten christlichen Tradition in Deutschland, sagte sie im Deutschlandfunk.

 

Ungeachtet des inhaltlichen Streits nannte Böhmer die Ernennung der ersten türkischstämmigen Ministerin in Deutschland richtungsweisend. In der vergangenen Woche hatten Integrationsexperten in ganz Deutschland die Berufung der 38 Jahre alten Muslimin als beispielhaft bewertet.

 

NRW-Integrationsminister Armin Laschet (CDU) hat die Forderung der künftigen niedersächsischen Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) nach einem Kruzifixverbot in Schulen abgelehnt. "Ich sage ganz klar: In den Schulen Nordrhein-Westfalens bleiben die Kreuze hängen", sagte Laschet der in Hagen erscheinenden "Westfalenpost"

 

"Abstruse Ideen" - Besonders scharfe Töne kamen von der CSU aus Bayern. "Mit solchen abstrusen Ideen wird man jedenfalls in Bayern nicht Ministerin", sagte CSU-Generalsekretär Alexander Dobrindt. "Solche Verunsicherungen unserer Stammwähler sind wirklich überflüssig."

 

Dobrindt sagte, Ministerpräsident Wulff hätte mit Özkan "vor ihrer Berufung besser ein Gespräch über christdemokratische Politik geführt". "Dann wäre manche Irritation unter den Unionsanhängern über die neue Ministerin vielleicht unterblieben."

 

Protestenten stellen sich hinter Özkan - Die evangelische Landeskirche in Hannover stellte sich hinter die Berufung Özkans zu neuen Sozial- und Integrationsministerin. Der stellvertretende Landesbischof Hans-Hermann Jantzen sagte: "Wir freuen uns über die Ernennung von Aygül Özkan. Eine Ministerin mit Migrationshintergrund tut unserem Land gut."

 

Allerdings zeigte er sich sehr erstaunt über ihre Äußerung und begrüßte die Reaktion von Ministerpräsident Christian Wulff (CDU). Wulff war über Özkans Äußerung verärgert gewesen und hatte am Wochenende schnell klar gestellt, dass die Landesregierung Kreuze an Schulen nicht grundsätzlich ablehnt.

 

Aus der konservativen Richtung der Kirchen gab es am Montag allerdings auch die Forderung, die Berufung Özkans zur Sozial- und Integrationsministerin zu überdenken. Der Beauftragte der Deutschen Evangelischen Allianz am Sitz des Deutschen Bundestags, Wolfgang Baake, wandte sich damit in einem Schreiben an Wulff.

 

"Im Dauerclinch mit der CDU" - Nach Ansicht SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles zeigt die innerparteiliche Kritik an Özkan, dass die CDU mit der selbstbewussten Ministerin überfordert sein wird. Özkan bewege sich mit ihrer Position zu den Schul-Kruzifixen auf der Ebene des entsprechenden Urteil des Bundesverfassungsgerichts. Daran hätten sich alle zu halten, sagte Nahles.

 

Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit (SPD) prophezeit der künftigen Sozialministerin Özkan einen Dauerstreit mit ihrer Partei. Ihre in der CDU heftig kritisierten Äußerungen, sowohl Kreuze als auch Kopftücher in öffentlichen Schulen zu verbieten, zeige, dass sie nicht zur Programmatik der CDU passe, sagte Wowereit im Deutschlandfunk.

 

"Die Reaktionen, die da jetzt kommen, die Erschrockenheit bei der eigenen CDU, die zeigt ja, was denn da in nächster Zeit zu erwarten ist. Wenn sie annähernd ihre Positionen versucht, als Sozialministerin umzusetzen, dann ist sie im Dauerclinch mit ihrer CDU", sagte Wowereit.

 

Obwohl er sich am Wochenende noch an der Kritik zu Özkans Vorschlag beteiligt hatte, wollte Niedersachsens Ministerpräsident das Thema jetzt schnell beenden: "Frau Özkan akzeptiert, dass in Niedersachsen in den Schulen Kreuze willkommen und gewünscht sind. Sie trägt diese Linie mit. Damit ist das Thema erledigt", sagte Wulff in Oldenburg bei der Bundeskonferenz der Integrations- und Ausländerbeauftragten in Deutschland. "Das Missverständnis ist ausgeräumt worden. ...Sie wird eine grandiose Ministerin sein." Wulff sagte aber auch: "Die Irritation hätte nicht sein müssen."(afp/kho 26)

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe beraten über neue Richtlinien

 

Der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch kündigt eine „gründliche Aufarbeitung der Fälle von sexuellem Missbrauch in der Kirche“ an. Das sei „notwendig und schmerzhaft zugleich“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz der Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung (FAS). Am Montag beraten die Diözesanbischöfe in Würzburg erstmals über die überarbeiteten Richtlinien zum Umgang mit Missbrauchsfällen. Bischof Stephan Ackermann, der bischöfliche Missbrauchs-Beauftragte, erklärt, der Text sei „inhaltlich nachgebessert und klarer, präziser formuliert“. Er regle unter anderem detaillierter das Verhältnis von katholischer Kirche und ihren Einrichtungen zu den staatlichen Strafverfolgungsbehörden. Die überarbeiteten Leitlinien sollen zudem stärker auf die Opfer-Perspektive eingehen und ausdrücklich die Präventionsarbeit zum Gegenstand haben. Ackermann hatte zusammen mit einer Expertengruppe einen Entwurf erarbeitet, der den Bischöfen Ende letzter Woche zugegangen ist. Die Bischofskonferenz hat mehrfach angekündigt, sie wolle bis zum Sommer ihre Leitlinien von 2002 überarbeiten.

Nach FAS-Angaben plädieren „maßgebende Bischöfe“ intern dafür, „die Leitlinien vor ihrer Verabschiedung mit unabhängigen Fachleuten öffentlich zu erörtern“. Umstritten sei weiterhin die Frage, „ob im Verdachtsfall auch dann die Staatsanwaltschaft zu informieren sei, wenn das mutmaßliche Opfer das nicht will“. Zollitsch nennt es die wichtigste Aufgabe der Bischöfe, sich stärker um die Glaubwürdigkeit der Kirche zu bemühen und darum, verlorengegangenes Vertrauen wiederzugewinnen. fas/kna 25

 

 

 

 

Papst in Großbritannien Gummis im Namen des Herrn

 

Darüber dürfte der Papst not amused sein: Ein britischer Regierungsbeamter schlägt vor, er solle eine Abtreibungsklinik einweihen und eine Kondom-Kampagne starten.

Öffentlichwirksam sind diese Vorschläge auf jeden Fall - schon jetzt sorgen sie in der britischen Presse für Furore. Vor dem Papst-Besuch in Großbritannien im September ist ein Regierungsdokument aus dem Außenministerium an die Öffentlichkeit gelangt, berichtet der Sunday Telegraph - mit einem pikanten E-Mail-Anhang. Der Inhalt: Eine Liste mit ersten Vorbereitungen zu dem Besuchprogramm des Papst im September. Der Titel: "Der ideale Besuch sähe so aus".

Darin heißt es unter anderem, Papst Benedikt XVI. solle bei seinem Besuch eine Abtreibungsklinik einweihen und eine Homo-Ehe schließen. Außerdem könne er eine Kondom-Verkaufskampagne starten und sein Durchgreifen im Missbrauchsskandal beweisen, indem er "zwielichtige Bischöfe rausschmeißt".

 

Das Außenministerium entschuldigte sich umgehend für das Papier, das von einem jungen Staatsbediensteten verfasst worden sei. Der etwa 20-Jährige sei inzwischen mit anderen Aufgaben betraut worden. Das Ministerium bezeichnete die Liste als "dumm" und "respektlos".

Außenminister David Miliband zeigte sich "entsetzt" über den Vorgang. Ein Ministeriumssprecher sagte, das Papier spiegele nicht im Geringsten die Position der britischen Regierung wider. Londons Botschafter im Vatikan, Francis Campbell, drückte gegenüber Vertretern des Heiligen Stuhls in Rom das Bedauern der britischen Regierung aus.

 

"Weit hergeholte Ideen" - Das auf den 5. März datierte Dokument, das in einer Fußnote mit dem Hinweis versehen war, es handele sich um etwas "weit hergeholte" Ideen, war eines von drei an die E-Mail angehängten "Hintergrunddokumenten", die Regierungsvertreter zur Diskussion über Themen für den Papstbesuch aufforderten, wie die Zeitung berichtete.

Der Autor habe zudem gewarnt, der Inhalt sei nur für den internen Gebrauch bestimmt; vor allem der Text "der ideale Besuch" sei "Produkt eines Brainstormings", das auch noch die entferntesten Ideen in Betracht ziehe.

Papst Benedikt XVI. wird das Vereinigte Königreich vom 16. bis 19. September besuchen. Empfangen wird das Oberhaupt der Katholischen Kirche dabei von Queen Elizabeth II. in ihrer Residenz Holyrood Palace im schottischen Edinburgh. Die Königin steht der Church of England vor. Neben Edinburgh wird der deutsche Papst auch in Glasgow, London und Coventry sein. Der Besuch ist der erste eines Papstes auf der Insel seit 28 Jahren. Zuletzt war Papst Johannes Paul II. im Jahr 1982 sechs Tage in Großbritannien.  (sueddeutsche.de 25)

 

 

 

 

Rücktritt von Bischof Mixa - Ist der Sündenbock gefunden?

 

Irgendjemand muss die Schuld auf sich nehmen und vor die Tore der Stadt tragen.

 

So beschreibt es das 3. Buch des Moses, das für die Leviten, in dem die Riten zusammengestellt sind. Man lädt auf einen Ziegenbock, der damit zum Sündenbock wird, die Schuld der Gemeinschaft und treibt ihn in die Wüste.

 

In der Aufdeckung der Missbrauchsfälle hatte man lange versucht, ein prominenteres Opfer zu finden, nämlich den Papst. Irgendeinen Fehler musste in den Jahren, in denen er ein Leitungsamt ausgeübt hatte, zu finden sein. Aus dem Fehler hätte man eine Schuld konstruieren können, um ihn dann „in die Wüste zu schicken“. Das Wort hat sich in unserem Sprachgebrauch erhalten. Ein Bischof ist dann in der Hierarchie der Opferprominenz der nächste. Eigentlich waren es die Orden, die durch die Vertuschung von Missbrauchsfällen in die Medien geraten waren. Zuerst waren es die Jesuiten mit ihrer Schule in Berlin. Aber weder der Jesuitenprovinzial noch ein Benediktinerabt schienen der Öffentlichkeit prominent genug, um die Schuld wegzutragen.

 

Allerdings erstaunen zwei Dinge im Zusammenhang mit dem Rücktritt des Augsburger Bischofs. Einmal, dass es in der aufgeklärten Bundesrepublik weiter Opferriten gibt und dass einer als Sündenbock ausgewählt wurde, der gar nichts mit Missbrauchsfällen zu tun hatte. 

 

Die Opferriten funktionieren weiter  - Die aufgeklärte, d.h. von der Vernunft und nicht von mythologischen Vorstellungen geleitete moderne Gesellschaft, verlangt offensichtlich Opfer. Betrieben wird das von den Agenten der Aufklärung. Deren Sprachrohr ist wohl nach allgemeiner Überzeugung nicht die Frankfurter Allgemeine oder das ZDF, sondern seit Jahrzehnten der Spiegel. Die Süddeutsche Zeitung sieht sich auch in der Rolle, nicht nur für Vernunft zu plädieren, sondern Schuld aufzudecken und die Schuldigen „an den Pranger“ zu stellen, um so die Schuld „auszumerzen“. Es ist wie eine Jagd. Sie wird von den Medien so lange betrieben, bis „das Opfer zur Strecke“ gebracht ist.

 

Der Opferritus, der hier am Modell des Sündenbocks beschrieben wird, wurde von René Girard entdeckt. Er hat die über die ganze Welt verbreiteten Opferriten in „Das Heilige und die Gewalt“ beschrieben. Nun werden die Journalisten, die seit Wochen recherchieren, sich nicht in der Rolle von Opferpriestern fühlen. Aber was in regelmäßigen Abständen als Hatz auf die Politiker stattfindet und diesmal die katholische Kirche trifft, entspringt der menschlichen Grundgegebenheit, die offensichtlich nicht von der Vernunft abgeschafft wurde. Die Zustände sind trotz 200 Jahren vernunftgeleiteter Gesellschaft immer noch so, dass die regulären Entschuldungsmechanismen und Institutionen, nämlich die Gerichte und die Rechtsprozesse, nicht ausreichen. Die Medien halten sich weiterhin an den Sündenbock.  Wenn er gefunden ist, dann muss er „geopfert“ werden. Das geschieht nicht mehr als buchstäbliche Hinrichtung, sondern durch soziale „Enthauptung“, nämlich durch Verlust des Amtes. Dabei ist es weniger von Bedeutung, dass dieser im juristischen Sinn wirklich schuldig ist.

 

Dass die Opferriten weiter wirksam sind, zeigt sich auch an der Zahl der Krimis die wöchentlich ausgestrahlt werden. Offensichtlich häuft sich im Laufe der Woche so viel Schuld an, dass am Wochenende ein Opfer gefunden werden muss. Die Schuldgefühle werden dadurch weggebracht, dass man den Mörder ausfindig macht. Aber warum wurde gerade Bischof Mixa zum Sündenbock, der die Schuldgefühle wegtragen soll?

 

Ohrfeigen und finanzielle Ungereimtheiten  - Bisher hat kein Journalist Bischof Mixa mit sexuellem Missbrauch in Verbindung gebracht. Es waren Ohrfeigen oder andere körperlichen Strafen sowie Geldbeträge, die nicht entsprechend dem Stiftungszweck des Schrobenhausener Waisenhauses verwendet worden waren. Das ist schon erstaunlich, denn auch wenn sich die Vorwürfe erhärten, sie haben allenfalls mit Kindern zu tun, werden aber nicht als sexueller Missbrauch gedeutet. Hier könnte ein weiteres Ergebnis der Forschungen von René Girard weiterhelfen. Das dumpfe Gefühl, dass Schuld herausgeschafft werden muss, braucht eine gewisse Zeit, bis das Opfer ausgemacht ist, das dann auch in der Lage ist, die Schuld aus der Mitte der Gemeinschaft herauszutragen. Dazu ein Indiz: Der Sprecher von „Wir sind Kirche“ fordert vom Papst, das Rücktrittsgesuch des Bischofs schnell zu bearbeiten, weil den Katholiken im Bistum in Augsburg ein langes Warten nicht zuzumuten sei. Der Präsident des Zentralkomitees der Katholiken, Alois Glück verlangt dagegen, dass man sich Zeit lassen müsse; seine Begründung: Man müsse den Opfern durch genaue Aufklärung gerecht werden. Also: Die Sache weiter „köcheln“. Für „Wir sind Kirche“ ist Bischof Mixa der geeignete Sündenbock, für das Zentralkomitee noch nicht.

 

Nun müsste dem Laienkatholizismus der Rücktritt eines Bischofs eigentlich als Genugtuung ausreichen, zumal gerade dieser Bischof für das bisherige Priesterverständnis der katholischen Kirche eingetreten ist und kein Verbündeter des Zentralkomitees zur Abschaffung des Zölibats war. Aber gestürzt hat der Präsident des Zentralkomitees den Bischof nicht. Alois Glück warnt am Freitag vor falscher Mythenbildung. Als langjähriger Politiker, der sicher an den Opferriten der CSU, d.h. an den Intrigen zur Absetzung nicht nur von Edmund Stoiber beteiligt war, weiß er: Der Ritus wirkt nur, wenn das Opfer wirklich mit der Schuld beladen werden kann.

 

Die Auswahl des Sündenbocks in der „aufgeklärten“ Bundesrepublik

Wie ist es nun dazu gekommen, dass Bischof Mixa für die dumpfen, aggressiven, verwirrenden Gefühle im Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen ausgewählt wurde. Die Veröffentlichung von lange zurückliegenden Fehlgriffen gegenüber Kindern hat frühere Bewohnerinnen des Waisenhauses in Schrobenhausen motiviert, ihre Verletzungen, die offensichtlich noch keine Möglichkeit bekamen, zu heilen, in die Öffentlichkeit zu tragen. Bischof Mixa hat die Vorwürfe durch seinen Pressesprecher kategorisch abstreiten lassen. Dieser hat von einer gezielten Kampagne gegen den Bischof gesprochen. Das weckte natürlich die Frage, wer Recht hat. Die ehemaligen Bewohner des Waisenhauses gaben eidesstattliche Erklärungen ab. Schritt für Schritt musste der Bischof von seiner Strategie Abstand nehmen und schließlich um Verzeihung bitten. Die Stiftung des Waisenhauses beauftragte einen Rechtsanwalt, der dann auch finanzielle Ungereimtheiten entdeckte.

 

Der Augsburger Bischof hätte einfach der katholischen Tradition folgen müssen. Wenn Schuld oder Versagen vorhanden ist, muss sie bekannt werden, damit sie geheilt und nach katholischem Verständnis, verziehen werden kann. Mit dieser Haltung hätte sich Bischof Mixa, ausgestattet mit der Tugend der Tapferkeit, durchaus auch den Medien stellen können. Nichts anders wollen die Medien erst einmal. Das kann das Amt kosten, aber nicht das Ansehen und die Würde.

 

Bischof Mixa aber hat sich in den Sündenbockmechanismus verstrickt und sich nicht der katholischen Praxis anvertraut. Der Sündenbockmechanismus verläuft nach den Beobachtungen von René Girard so: Es ist meist der Zufall, der den Sündenbock auswählt. Wenn jemand als Sündenbock angefragt wird und er sich nicht wehrt, dann sammeln sich um ihn, ohne Rücksicht auf die Fakten, alle negativen Gefühle. In diesem Fall die Wut über das Unrecht an Kindern, der Ärger über eine strenge Sexualmoral, Rache- und Hassgefühle über klerikale Selbstherrlichkeit und fragwürdige Personalentscheidungen. Der Druck dieser Gefühle führte schließlich dazu, dass ein Rücktritt unausweichlich wurde. Der Rücktritt ist erst einmal eine Niederlage, aber es gibt eine interessante neue Entwicklung.

 

Die katholische Striktheit in sexualethischen Fragen ist wieder mehrheitsfähig

Wenn der Sündenbock hingerichtet, sozial „enthauptet“ ist, ist seine Wirkungsgeschichte nicht zu Ende. Weil er die Schuld weggetragen hat, so René Girard, wird er plötzlich verehrt. Genau das erlebt die katholische Kirche. Nicht zuletzt wegen ihrer strikten Sexualmoral wird sie wegen Vertuschung von Missbrauchsfällen in eigenen Reihen an den Pranger gestellt. Zugleich aber wird wieder verurteilt, was Jesus schon aufs Korn genommen hat. Er sagt in der Bergpredigt: Ehebruch beginnt nicht erst da, wo er getan wird, sondern bereits, wenn einer die Frau eines anderen mit Begehren anblickt.

 

 

Kindesmissbrauch, so sehen es die Medien, indem sie Psychologen zitieren, beginnt schon dann, wenn ein Erwachsener mit erotischen Gefühlen ein Kind anschaut oder Jugendliche nach ihren sexuellen Erfahrungen ausfragt, um sich daran zu ergötzen.

 

Soviel Zustimmung zu den Grundsätzen der Sexualmoral, wie Jesus sie vertreten hat und wie die katholische Kirche sie versucht hat, weiter zu verkünden, gab es lange nicht. Offensichtlich ist das Zeitalter der sexuellen Revolution, mit der die katholische Kirche lange im Konflikt lag, gerade dabei, sich selbst an sein Ende zu bringen. Der Gleichklang der Psychologen mit der jesuanischen Deutung des erotischen Begehrens spricht auf jeden Fall dafür.

Eckhard Bieger S.J.  Redaktion kath.de

 

 

 

Zollitsch: „Mixas Rücktritt ist kein Schuldeingeständnis!“

 

„Bischof Dr. Walter Mixa hat dem Heiligen Vater den Verzicht auf das Amt des Bischofs von Augsburg und des Militärbischofs der Bundesrepublik Deutschland angeboten. Dieser schwere Schritt verdient Respekt. Wir, die Bischofskonferenz, stehen mit großer Achtung vor ihm, denn er hat damit von sich aus einen wichtigen Schritt getan.“

 

Mit diesen Worten hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, an diesem Donnerstagmittag in Bonn den Rücktritt Bischof Walter Mixas von seinen Ämtern bekannt gegeben. Ein Schritt, den viele Stimmen, auch aus der Politik, im Vorfeld gefordert hatten. Robert Zollitsch bezeichnete den Rücktritt seines Amtsbruders als „Verlust für unsere Bischofskonferenz“.

 

„Der Bischof von Augsburg möchte damit in der Diözese, in der Kirche von Augsburg einen Neuanfang ermöglichen. Und wir stehen mit großer Achtung vor dieser Entscheidung. Bischof Dr. Mixa hat sich auf vielfältige Weise bisher in die Deutsche Bischofkonferenz eingebracht. Sowohl in seiner Zeit als Bischof von Eichstätt von 1996 bis 2005, als auch seit 2005 als Bischof von Augsburg. Hier verdanken wir ihm sehr viel. Und das gilt es einfach und wirklich anzuerkennen. Er wird uns in dieser Weise auch fehlen in der Deutschen Bischofskonferenz.“

 

Anders, als die Erzbischöfe Robert Zollitsch und Reinhard Marx ihm zu bedenken gegeben hatten, habe sich Bischof Mixa nicht für eine Auszeit in geistlicher Einkehr entschieden. Das respektiere er, betonte der DBK-Vorsitzende nochmals, und erklärte weiter:

 

„Ich habe es nicht als Schuldeingeständnis verstanden. Ich sehe ganz klar, auch nach den Gesprächen, die ich mit ihm hatte, dass er die Möglichkeit schaffen will, dass in Augsburg ein Neuanfang gegeben ist.“

 

Das weitere Prozedere - Den nun folgenden Verlauf, erklärt der Sprecher der Deutschen Bischofskonferenz, Matthias Kopp, gebe das Kirchenrecht vor:

 

„Das weitere Prozedere sieht folgendermaßen aus: Sie wissen, der Bischof von Augsburg hat einen Brief an den Papst geschrieben. Ist dieser im Vatikan eingegangen, wird der Papst das Rücktrittsgesuch zu einem bestimmten Zeitpunkt wahrscheinlich annehmen. Kirchenrechtlich ist es dann so, dass in dem Moment, wo der Amtsverzicht angenommen ist, das Domkapitel zusammentritt, um einen Diözesanadministrator zu wählen, der die Geschäfte übernimmt, bis durch das Bayernkonkordat ein neuer Bischof eingesetzt wird durch den Papst.“

 

Etwas anders liege die Sache bei der Neubesetzung der Position des Militärbischofs:

 

„Hier wird der Heilige Stuhl in einem Prozedere mit der Bundesregierung eine Person vorschlagen, wo die Bundesregierung dann zustimmt und der Papst schließlich den neuen Militärbischof ernennt. Würde jetzt diese Person eine „Person x“ sein, die kein deutscher Diözesanbischof ist, hätten wir einen 28. Bischof in Deutschland. Das Militärbischofsamt in Berlin ist eine eigene Einrichtung, wie ein Ordinariat, wie ein Generalvikariat in anderen Bistümern.“ (pm 22)

 

 

 

Rücktritt von Bischof Mixa. „Dieses Kapitel ist noch nicht abgeschlossen“

 

Ungeachtet des Rücktrittsgesuchs des Augsburger Bischofs dringt das Zentralkomitee der deutschen Katholiken auf eine umfassende Aufklärung der Prügel- und Untreuevorwürfe. Die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ appelliert an den Vatikan, in der Causa Mixa rasch über das Rücktrittsgesuch zu entscheiden.

 

Debattenende mit Mixas Rücktrittsgesuch?

Der Vorsitzende der bayerischen Bischofskonferenz, Erzbischof Reinhard Marx, hat vor einer Vorverurteilung des Augsburger Bischofs Walter Mixa gewarnt. Marx mahnte, nötig sei ein „objektiver Bericht, nicht nur Vorwürfe, die von den Medien vermittelt werden“. Mixa habe ihm versichert, dass auch er wünsche, dass die Prügel- und Untreuevorwürfe objektiv geklärt werden. Das müssten Fachleute tun. „Mit einer Bewertung der Vorgänge sollten wir uns also Zeit lassen, bis endgültige Ergebnisse vorliegen“, betonte der Erzbischof von München und Freising.

Zugleich gestand Marx ein, dass der Fall Mixa die Kirche belastet hat. Mixa hatte am Donnerstag beim Vatikan sein Rücktrittsgesuch eingereicht: „Es ist immer belastend, wenn ein Mitbruder in der Diskussion steht und angegriffen wird, manchmal zu Recht, manchmal auch zu Unrecht“, sagte er.

 

ZdK pocht auf Aufklärung - Ungeachtet des Rücktrittsgesuchs des Augsburger Bischofs dringt das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) auf eine umfassende Aufklärung der Vorwürfe gegen Mixa. „Mit dem Rücktritt von Walter Mixa kann dieses Kapitel nicht abgeschlossen werden“, betonte ZdK-Präsident Alois Glück. Glück sagte, die Vorwürfe müssten unbedingt aufgeklärt werden. „Sonst trägt man nur zu einer vergifteten Atmosphäre und zur falschen Mythenbildung bei“, sagte der ZdK-Präsident und CSU-Politiker.

Die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ appellierte an den Vatikan, über Mixas Rücktrittsgesuch möglichst rasch zu entscheiden. Eine lange Hängepartie wäre den Katholiken im Bistum Augsburg nicht zuzumuten, sagte „Wir sind Kirche“-Sprecher Christian Weisner. Er betonte, ein rasches Votum Roms sei auch deshalb nötig, weil Mixa nicht nur als Augsburger Bischof, sondern auch als katholischer Militärbischof in Deutschland zurücktreten wolle. In der jetzigen schwierigen Lage in Afghanistan bräuchten die katholischen Soldaten und ihre Familien schnell wieder einen handlungsfähigen Militärbischof. „Auch deswegen muss man auf eine schnelle Entscheidung des Vatikans über Mixas Rücktrittsangebot hoffen“, sagte Weisner. Vor allem sei das die Kirche auch den Opfern schuldig.

 

Der Vorsitzende des Augsburger Diözesanrats, Helmut Mangold, mahnte zudem, nach der Entscheidung über das Rücktrittsangebot dürfe es dann nicht wieder ein Jahr dauern, bis ein neuer Bischof ernannt wird.

Mixa hatte am Donnerstag gesagt, er wolle weiteren Schaden von der Kirche abwenden und im Bistum Augsburg einen Neuanfang ermöglichen. Er soll in seiner Zeit als Stadtpfarrer im oberbayerischen Schrobenhausen (1975 bis 1996) Heimkinder geschlagen haben. Mixa hatte dies zunächst geleugnet, dann aber doch „Ohrfeigen“ eingestanden Frühere Heimkinder werfen ihm in eidesstattlichen Erklärungen jedoch massive Prügelattacken vor. Mixa werden auch finanzielle Unregelmäßigkeiten in seiner Zeit als Stadtpfarrer angelastet (Bischof Mixa: Dubiose Geschäfte, heftige „Watsch'n“).

 

Diözese entpflichtet Berater des Bischofs - In der Diözese wurde nach Mixas Rücktrittsgesuch unterdessen dem engem Berater des Bischofs Dirk Hermann Voß mit sofortiger Wirkung die Verantwortung für die Öffentlichkeits- und Medienarbeit entzogen. Diese Zuständigkeit übernahm Generalvikar Karlheinz Knebel. Voß bleibt aber unter anderem Geschäftsführer der Mediengruppe Sankt Ulrich Verlag.

Bundestagsvizepräsident und ZdK-Mitglied Wolfgang Thierse betonte, er hätte sich ein ehrlicheres Verhalten des Bischofs gewünscht: „Ich kenne Bischof Mixa nicht persönlich. Aber es ist offensichtlich eine Art Sonderbewusstsein eines katholischen Bischofs gewesen, der meinte, durch Amt, durch Weihe sei er etwas anderes als andere Menschen“, sagte der SPD-Politiker.

Dei Bundesvorsitzende der Grünen, Claudia Roth, die aus Augsburg stammt, sagte, sie hoffe, „dass mit dem Mixa-Rückzug“ ein Neubeginn im Bistum Augsburg und in der Deutschen Bischofskonferenz möglich ist“ - mit anderen Positionen und einem anderen Umgang mit Konflikten. Das Rücktrittsgesuch sei sicher „im Sinne von vielen katholischen Gläubigen und Geistlichen“, werde aber nicht ausreichen. „Die Verfehlungen, über die seit Wochen berichtet wird, müssen weiter mit großem Nachdruck aufgeklärt werden. Mixa darf nicht das Bauernopfer für alle anderen sein“, warnte Roth. Sie hoffe sehr, „dass man in Augsburg endlich die Kraft findet, wieder ein liberaleres Bistum zu schaffen“. Faz.net 23

 

 

 

Deutsche Katholiken reagieren nach einem Zeitungsbericht heftig auf den

 

Missbrauchsskandal in ihrer Kirche. Nach einem am Samstag veröffentlichten Bericht der „Frankfurter Rundschau“ haben sich die Kirchenaustrittszahlen teilweise verdoppelt oder verdreifacht. Besonders drastisch ist der Austritts-Anstieg laut Bericht in den stark katholisch geprägten Regionen Süd- und Westdeutschlands. So nahmen im März die Austritte im Bistum Bamberg von sonst durchschnittlich 200 bis 300 auf etwa 1.400 Gläubige zu. Im Bistum Rottenburg-Stuttgart stiegen die Austritte nach Angaben von Bischof Gebhard Fürst von durchschnittlich 1.400 monatlich auf 2.676 im März an. Auch das Erzbistum Freiburg hatte Mitte April von nahezu einer Verdreifachung der Zahlen gesprochen. So traten im März 2.711 Katholiken aus, ein Jahr zuvor waren es 1.058 Austritte. Im Bistum Würzburg kletterten die Austrittszahlen von 407 im März 2009 auf 1233 im März 2010. Im Bistum Augsburg, dessen Bischof Walter Mixa wegen Misshandlungsvorwürfen seinen Rücktritt einreichte, gab es nach Zeitungsangaben seit Jahresbeginn 4.300 Austritte. Im Bistum Essen traten im März 2009 rund 440 Gläubige aus, im März dieses Jahres waren es rund 700. kna 25

 

 

 

 

Benedikt XVI.: „Internet ist schön und gut, aber“

 

Die digitale Welt ist eine große positive Herausforderung für die Kirche. Davon ist Papst Benedikt XVI. überzeugt. Er empfing an diesem Samstagmittag rund 6.000 Teilnehmer einer italienischen Tagung zum Thema „Digitale Zeugen“ im Vatikan. Auch im Internet können Gläubige die Frohe Botschaft weiter tragen, sagte der Papst. Doch berge das World Wide Web auch Gefahren:

 

„Das Internet kann aber zu einem Gleichschaltungsorgan verkommen und den intellektuellen und moralischen Relativismus fördern. Wohlgemerkt, wir sind nicht gegen neue Technologien. Unsere Kraft liegt aber im Kirchesein – also Gemeinschaft der Gläubigen. Wir sind in der Lage allen Menschen die Nachricht des Auferstandenen weiterzugeben. Und das tun wir, indem wir uns dem Mitmenschen voll und ganz hingeben.“

 

Der Papst zählte dann verschiedene Medienbeispiele auf, die es in Italien gebe. Und dann richtete er einige Worte direkt an katholische Kommunikationsschaffenden:

 

„Ich rufe alle Berufstätige in diesem Sektor auf, in ihren Herzen ihre Berufung zum Dasein für die Mitmenschen zu fördern. Um das zu erreichen brauchen sie aber auch eine solide theologische Vorbereitung und insbesondere eine tiefe und freudige Leidenschaft für Gott, die im ständigen Dialog mit dem Herrn entsteht.“

 

„Leben und Menschenwürde sind unantastbar“ - Das Leben und die Menschenwürde sind ein wertvolles Gut und deshalb unantastbar. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstag dem neuen belgischen Botschafter beim Heiligen Stuhl. Charles Ghislain hat dem Papst sein Beglaubigungsschreiben überreicht. Der Papst erinnerte in seiner Rede an zwei Katastrophen, die vor kurzem in Belgien geschehen sind: der Sturz eines Gebäudes in Lüttich Ende Januar und das Zugunglück in Buizingen im März.

 

„Diese Katastrophen zeigen uns, wie zerbrechlich die menschliche Existenz ist und wie wichtig es ist, das Leben zu schützen. Solche Ursachen zeigen uns des Weiteren auch, die Bedeutung eines wahren sozialen Zusammenlebens und des gegenseitigen Respekts. Deshalb müssen wir alle das Leben als solches und die Menschenwürde verteidigen und fördern, so wie es das Naturrecht vorsieht.“

 

Die Kirche, so der Papst, hat zum Ziel, das Gemeinwohl zu stärken. Sie verlange deshalb nichts anderes als Religionsfreiheit, um diese ihre Botschaft zu verbreiten, ohne sie jemanden aufzuzwingen, fügte Benedikt an. (rv 24)

 

 

 

Missbrauch in Österreich „Ein runder Tisch ist nur ein Startschuss“

 

In Österreich tagte der runde Tisch zum Thema Missbrauch Mitte April. Der Wiener Erzbischof Kardinal Schönborn sprach damals von einer ‚Allianz gegen Missbrauch’. Die Vizepräsidentin des Hauptverbandes der Katholischen Elternverbände Österreichs, Cornelia Frankenstein, zieht aus den Erfahrungen erste Schlüsse und warnt vor überzogenen Erwartungen an diese Form der Auseinandersetzung:

 

„Man muss dabei sofort klarstellen, dass ein runder Tisch nur ein Startschuss sein kann. Ein runder Tisch hat den großen Vorteil, dass man hier Experten zusammenrufen kann, die durch ihre tägliche Arbeit mit dem Problem befasst sind und hier auch sachlich Lösungsvorschläge bringen können.“

 

Sehr deutlich sei bei diesem runden Tisch aber auch geworden, dass die Gesellschaft insgesamt auf wackligem Boden stehe, wenn es um Missbrauch geht. Hier habe die durch die Kirche begonnene Aufarbeitung einen guten Einfluss auf die Diskussionen gehabt:

 

„Die katholische Kirche in Österreich hat hier der Politik die Tür geöffnet, angstfrei mit der Thematik umzugehen. Ein runder Tisch kann eine Versachlichung der Debatte leisten, denn das ist ein gesamtgesellschaftliches Problem, dem man sich immer stellen muss. Jeder, der Verantwortung trägt für Schutzbefohlene, muss sich bewusst sein, dass es eine Gefahr gibt und dass es wichtig ist, damit richtig umzugehen. Und diese Verantwortung hat auch die Politik.“

 

Mit Blick auf die Österreichische Geschichte zu den Missbrauchsfällen, beginnend mit dem Wiener Erzbischof Kardinal Groer vor zehn Jahren, ordnet Cornelia Frankenstein die Bedeutung eines runden Tisches in der augenblicklichen Debatte ein. (rv 23)

 

 

 

 

Belgien. Der Bischof von Brügge, Roger Joseph Vangheluwe, ist wegen Missbrauchs zurückgetreten.

 

Benedikt XVI. hat den Rücktritt umgehend angenommen. Vangheluwe gesteht, dass er als Priester und auch noch in seiner ersten Zeit als Bischof „einen Jungen sexuell missbraucht“ hat. Das Opfer sei „davon immer noch gezeichnet“. Er habe das Opfer und seine Familie „in den letzten Jahrzehnten mehrmals um Verzeihung gebeten“: „Aber das hat ihm keinen Frieden gegeben“, so der Bischof wörtlich. Und auch er sei „nicht im Frieden mit mir selbst“. Der „Mediensturm dieser letzten Wochen“ habe „das Trauma verstärkt“: So könne es „nicht mehr weitergehen“. Vangheluwe wörtlich: „Ich bedaure zutiefst, was ich getan habe, und bitte ehrlich um Entschuldigung beim Opfer, seiner Familie, bei der ganzen katholischen Gemeinschaft und der Gesellschaft allgemein.“ Die Familie des Opfers hatte sich zu Wochenbeginn schriftlich an die Bischöfe gewandt. Diese forderten Vangheluwe daraufhin zum Rücktritt auf. Erzbischof André-Joseph Léonard von Brüssel meinte am Freitag bei einer Pressekonferenz unter Tränen: „Bei Missbrauch gibt es keine Winkelzüge. Wir sind uns der Vertrauenskrise bewusst.“ Er hoffe, dass diese Deutlichkeit helfe, dem Opfer seine Würde zurückzugeben und dass sie zu seiner Genesung beitrage. Wenn der Bischof von Brügge nicht von sich aus seinen Rücktritt angeboten hätte, dann hätten die belgischen Bischöfe beim Vatikan ein Amtsenthebungsverfahren gegen ihn beantragt, so Léonard. - Vangheluwe wurde 1936 in Roeselare geboren. 1963 wurde er zum Priester geweiht. Er lehrte anschließend Theologie am Priesterseminar in Brügge. In der Belgischen Bischofskonferenz war er unter anderem für die karitative Arbeit der katholischen Kirche zuständig. (ansa/kipa 23)

 

 

 

Merkel: „Christen sollen nicht verzagen“

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel hat keine Sorge, dass die Kirche durch die gegenwärtige Diskussion über die Missbrauchsfälle als gesellschaftliche Institution unglaubwürdig wird. Das sagte die CDU-Vorsitzende am Dienstagabend in Mülheim bei einer Podiumsdiskussion auf der Festveranstaltung zum 50-jährigen Bestehen der Katholischen Akademie im Bistum Essen:

 

„Ich glaube, wir sollten doch bei aller Tragik und Schwierigkeit dieser Diskussion, unsere Kräfte nicht kleiner reden, als sie sind - sind doch die Kirchen kräftig in ihrer Geschichte und ihren Möglichkeiten, dass ich in mir den festen Glauben habe, dass das zu bewältigen ist, und dass wir das miteinander hinbekommen. Ich glaube, wir können das schaffen, wenn wir wahr und klar sind. Wenn wir vor allem für die Zukunft glaubwürdig zeigen können, dass Menschen, die Opfer von Missbrauch geworden sind, das Gefühl haben, in einer Gesellschaft zu leben, wo man sich mit diesen Problemen an die Gesellschaft wenden kann. Wo man nicht ausgegrenzt wird oder sich selbst noch rechtfertigen muss.“

 

Politik und Kirche hätten das zum gemeinsamen Ziel erklärt, so Merkel.

 

„Wir wissen alle, dass die Missbrauchsfälle nicht nur eine Angelegenheit der katholischen Kirche sind. Wir versuchen das politisch, besonders durch den Runden Tisch mit den drei Ministerinnen, zu flankieren. Dennoch gibt es bei vielen Christen Verunsicherung darüber, was das bedeutet und wie wir da wieder heraus kommen. Ich finde es wichtig, und das hat neben anderen Erzbischof Zollitsch gesagt, dass Wahrheit und Klarheit die einzige Möglichkeit sind, damit umzugehen. Aber ich finde auch grade die Reaktionen, einen Beauftragten wie Bischof Ackermann zu benennen, und vieles Andere mehr, sind wichtig.“ (domradio/kna 22)

 

 

 

 

 

Marokko: Bischofskonferenz Nordafrika zu Missionars-Ausweisungen

 

Aus den drei afrikanischen Ländern Algerien, Libyen und Tunesien sind in diesen Tagen die Bischöfe nach Marokko gereist – seit Dienstag tagen sie gemeinsam mit ihren marokkanischen Kollegen in Rabat über die Situation der Kirche in den jeweiligen Ländern. Insbesondere soll bei der regionale Bischofskonferenz Nordafrika, die am Freitag zu Ende geht, über die Ausweisung christlicher Missionare beraten werden, das war vorab bekannt geworden. Radio Vatikan hat mit Luciano Ardesi, einem Kenner der Maghreb-Zone gesprochen. Die Ausweisungswelle in Marokko Anfang März sei nicht eine neue Entwicklung, meint Ardesi.

 

„Das Phänomen ist nicht neu für Marokko, auch in den vergangenen Jahren hat es immer wieder Ausweisungen gegeben, das gilt auch für die anderen Länder der Maghreb-Zone, für Nordafrika, ganz speziell für Algerien, wo es immer wieder Vertreibungen von protestantischen und evangelikalen Predigern gegeben hat. Was neu ist in Marokko, ist die Beschuldigung des Proselytismus.“

 

Proselytismus – das bedeutet, dass jemand darum sehr bemüht ist, Gläubige aus anderen Glaubensgemeinschaften hin zur eigenen abzuwerben. Also ein Konfessions-Wechsel voranzutreiben.

 

„In den vergangenen Jahren ist eine Gemeinschaft von Christen geboren, marokkanischen Ursprungs, und diese Gruppe reklamiert für sich einen Dialog mit der marokkanischen Regierung, pocht auf Glaubensfreiheit, die bis heute nicht in ihrem Land garantiert ist.“ (rv 22)

 

 

 

 

"Beichtmobil" und "Rosenkranzknüpfen" auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag in München

 

Das "Beichtmobil" des weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in Not"

kommt zum 2. Ökumenischen Kirchentag nach München. Vom Donnerstag, 13.

Mai, bis Samstag ,15. Mai, kann der "fahrende Beichtstuhl von etwa 10.00

bis 18.00 Uhr direkt am Westeingang der "Agora" in der neuen Messe Riem

(U2 Messestadt West) besucht werden. Der geistliche Assistent des

 

Hilfswerks in Deutschland, Pater Hermann-Josef Hubka, steht dort für

Gespräche und seelsorglichen Rat sowie für die Beichte zur Verfügung.

 

Außerdem wird "Kirche in Not" mit einem Stand auf der "Agora2 in der

Messehalle B6 (Stand B 35, U2 Messestadt Ost) über die weltweite Arbeit

des Hilfswerks informieren. Besucher sind dort eingeladen, unter

professioneller Anleitung das "Rosenkranzknüpfen" zu erlernen. Dr.

Sigrid Krines bietet solche Kurse seit einigen Jahren im Auftrag von

"Kirche in Not" an, um die Verbreitung des Rosenkranzgebets zu fördern.

 

Auch auf dem "Abend der Begegnung" am Mittwoch, 12. Mai, in der Münchner

Innenstadt wird "Kirche in Not" mit einem Informationsstand vertreten

sein. Auf dem "Platz der Opfer des Nationalsozialismus" (U-Bahn Station

Odeonsplatz) erwarten den Besucher Spiel und Spaß mit dem

"Kinderbibel-Glücksrad". Erstmals wird "Kirche in Not" dabei die

"Mini-Kinderbibel" vorstellen. Diese "abgespeckte" Version der weltweit

bereits über 47 Millionen Mal verteilten "Kinderbibel" passt in jede

Hosentasche und ist ein kurzweiliger Reisebegleiter für Kinder.

 

Bei dem "Beichtmobil" handelt es sich um einen zum Beichtstuhl

umgebauten VW-Bus, mit dem Pater Hubka bereits seit gut sechs Jahren

durch Deutschland tourt. Wie "Kirche in Not" mitteilt, habe noch Papst

Johannes Paul II. dem "fahrenden Beichtstuhl" seinen Apostolischen Segen

erteilt. Dieser Segen gelte auch heute noch für alle Gläubigen, die im

Beichtmobil Zuspruch und Vergebung suchen. KiN

 

 

 

 

Studienzeit. Käßmann geht an US-Universität

 

Hannover. Margot Käßmann geht für einen viermonatigen Studienaufenthalt in die USA. Die nach einer Alkoholfahrt im Februar von ihren kirchlichen Spitzenämtern zurückgetretene Theologin werde von August bis Dezember das Herbstsemester an der Emory-University in Atlanta verbringen, bestätigte die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) am Freitag in Hannover.

 

Nach ihrem Rückzug als EKD-Ratsvorsitzende und Bischöfin von Hannover ist Käßmann Pastorin, zunächst ohne eine Gemeinde oder einen speziellen Auftrag. Auf dem Ökumenischen Kirchentag in München vom 12. bis 16. Mai will sie erstmals wieder öffentlich auftreten. Danach sind Predigten unter anderem in Hannover und Berlin geplant.

 

 

Die Universität in den USA habe die 51-Jährige zu Gastvorträgen eingeladen, erklärte die EKD. Die geschiedene Mutter von vier erwachsenen Töchtern hatte die USA bereits während eines einjährigen Schüleraustausches kennengelernt. Die Studienzeit steht Käßmann wie allen Pastoren nach mindestens zehnjähriger Amtszeit zu. Nach ihrem Rücktritt hatte Käßmann zunächst Urlaub genommen. Die hannoversche Landeskirche erwartet sie Anfang 2011 als Pastorin in einer noch nicht bekannten Funktion zurück.

 

 

Käßmann war am 24. Februar von ihren Ämtern zurückgetreten, weil sie nach dem Überfahren einer roten Ampel mit 1,54 Promille am Steuer ihres Dienstwagens gestoppt worden war. Zu den Umständen der privaten Fahrt im Zentrum von Hannover hatte sie sich nicht geäußert. Zur Strafe muss Käßmann rund 8000 Euro Buße zahlen und für mindestens zehn Monate auf ihren Führerschein verzichten.

 

Ihre Nachfolge an der EKD-Spitze trat der rheinische Präses Nikolaus Schneider vorrübergehend bis zur Neuwahl im Herbst an. Er gilt allerdings als aussichtsreichster Kandidat. Im Herbst soll dann auch über die Nachfolge im Bischofsamt in Hannover entschieden werden. (dpa 26)

 

 

 

 

Amtsverzicht wegen Missbrauchs. Belgischer Bischof tritt ab

 

Der belgische Bischof Roger Vangheluwe (73) ist wegen sexuellen Missbrauchs eines Jugendlichen zurückgetreten. Papst Benedikt XVI. nahm den Amtsverzicht des Bischofs von Brügge an, wie in Rom und Brüssel am Freitag mitgeteilt wurde. In einer zugleich veröffentlichten Erklärung räumte Vangheluwe ein, das aus seiner engeren Umgebung stammende Opfer schon in seiner Zeit als Priester und auch "eine gewisse Zeit" als Bischof sexuell missbraucht zu haben. Vangheluwe leitete das Bistum seit 1984.

 

Er ist damit seit Beginn der jüngsten Missbrauchskrise der erste, der sexuellen Missbrauch im Bischofsamt zugegeben hat. Bischofskonferenz-Sprecher Eric de Beukelaer sprach von einem "schwarzen Tag für die Kirche in Belgien".

 

Der Erzbischof von Mechelen-Brüssel, Andre-Joseph Leonard, nannte Vangheluwes Rücktritt aus Respekt für das Opfer und für die Wahrheit unabdingbar. Der Vorsitzende der Missbrauchs-Kommission der belgischen Kirche, Peter Adriaenssens, sagte, Vangheluwe sei erst unter Druck zurückgetreten. Am Dienstag hätten sich Familienmitglieder des Opfers an die belgischen Bischöfe gewendet. Diese hätten sofort reagiert.

 

Leonard fügte hinzu, wäre Vangheluwe jetzt nicht zurückgetreten, hätten die belgischen Bischöfe beim Vatikan seine Amtsenthebung gefordert. Er erklärte, die Bischöfe wollten "die nicht zu lange zurückliegende Epoche beenden, in der in der Kirche und anderenorts Schweigen und Vertuschen als Lösung vorgezogen wurden".

 

Der zurückgetretene Bischof Vangheluwe ließ erklären, er habe sich mehrfach bei dem Opfer und seiner Familie entschuldigt. Dies habe die Situation indes nicht beruhigt und das Opfer sei bis heute traumatisiert. Er bedauere zutiefst, was er getan habe, und entschuldige sich bei dem "Opfer, seiner Familie, der ganzen katholischen Gemeinde und der Gesellschaft insgesamt". (kna)

 

 

 

Papst-Verfilmung. Die Film-Päpste verlieren den Heiligenschein

 

Jahrzehntelang lang konnte die Kirche mit den Filmen über den Papst zufrieden sein. Der Heiligenschein wurde von jedem Filmemacher brav aufgesetzt. Das war einmal. In Nanni Morettis bald startenden Papstfilm "Habemus Papam" ist das Kirchenoberhaupt depressiv und braucht einen Psychiater.

Der Papst, belagert in der Engelsburg, gebeugt von Problemen, die auf seine Kirche prasseln, ratlos, mutlos, von Zweifeln geplagt? Dies ist, um Missverständnissen vorzubeugen, keine Beschreibung der derzeitigen Verfassung von Benedikt XVI. - und doch dieser Tage in Rom zu besichtigen.

Man muss nur das Zentrum verlassen und eine halbe Stunde die Via Tuscolana entlang in südöstlicher Richtung fahren, bis zu den Cinecittà-Studios. Dort hat der Regisseur Nanni Moretti für seinen neuen Film "Habemus Papam" die Sixtinische Kapelle nachbauen lassen. Ein Konklave findet statt, ein neuer Papst wird gewählt - und die Wahl fällt auf Michel Piccoli.

Piccoli ist dafür hoch qualifiziert, nicht wegen seiner ungezählten bourgeoisen Sünder und respektlosen Anarchisten, aber durch sein Alter (er ist 84, Benedikt 83), seine respekteinflößenden 1,84 Meter und durch seine Stimme. "Autorität ausstrahlen", beschrieb Woody Allen einmal Stimmqualität: "Wie der Computer in ,2001' oder der Papst."

Woody hat sich zumeist direkt mit Gott beschäftigt und den Papst einen guten Mann sein lassen - bis auf diesen vernichtenden Einzeiler in "Harry außer sich": "Wenn ich die Wahl zwischen dem Papst und Klimaanlagen hätte, würde ich die Klimaanlagen wählen".

Doch Nanni Moretti ist nach Woody Allen der führende Praktiker von Psychoanalyse zu komödiantischen Zwecken. Piccolis Papst ist depressiv, fühlt sich seinen Aufgaben nicht gewachsen und ruft einen Psychiater - gespielt von Moretti.

Das ist eine hinterlistige Konstellation, die Moretti hier konstruiert, bedenkt man, dass Freud die Religion als Neurose betrachtete und die Kirche eisern ablehnte; außerdem ist der Papst qua Eigendefinition der Hirte, der den Weg weist und nicht selbst ratlos an der Gabelung stehen darf.

Möglicherweise steht das Papst-Bild im Film an einem Scheideweg. Dreißig Jahre lang, die ganze Amtszeit Johannes Paul II. hindurch, konnte der Vatikan mit den filmischen Porträts Heiliger Väter höchst zufrieden sein. Eigentlich hatte der Image-Aufbau bereits 1968 begonnen, mit Anthony Quinn "In den Schuhen des Fischers".

Zehn Jahre vor Karol Woytila betätigte sich das Kino prophetisch: Der erste nicht-italienische Papst seit Jahrhunderten wird gewählt, er heißt Kiril Lakota (Kiril/Karol!), er stammt aus dem kommunistischen Osteuropa, und ihm gelingt mit der Macht seiner Worte, eine Konfrontation der Großmächte zu beenden. Am Ende verteilt er den Reichtum der Kirche an die Armen der Welt.

Quinn war eine wunderbare Mischung aus Filmheld und Wunschpapst: massiver Körper, in russischen Lagern gestählter Wille, ein Nebeneinander tiefer Skepsis und intellektueller Offenheit.

Sein Hauptratgeber ist Pater Telemond (Oskar Werner), ein an Hans Küng erinnernder Freidenker. Die einflussreichen Deutschen im Vatikan, das entwickelt sich zu einem kleinen Subtopos im Kino; auch in "Illuminati" zieht ein Kardinal Strauss (Armin Mueller-Stahl) die Fäden im Hintergrund.

Papst Pius XII. und der Zionismus

Der "Fischer" war nach sieben Jahrzehnten Filmgeschichte, das eigentliche Leinwanddebüt der Figur des Papstes. Man findet Kinopäpste bis zurück in die Zwanziger, aber sie sind meist Beiwerk, wie Leo XIII. in "Theodor Herzl, der Bannerträger des jüdischen Volkes" oder Julius II. als Michelangelos Brötchengeber in "Inferno und Ekstase".

Der einzige Mann auf dem Petrusthron mit eigenen Film-Meriten war Alexander VI. alias Rodrigo Borgia, vor allem für seinen anrüchigen Lebenswandel berüchtigt und deshalb filmtauglich.

Lange Zeit jedenfalls war der Herr im Vatikan kein Kinothema, gemieden aus einem gewissen Respekt für den Oberhirten, aber auch aus Mangel an mit ihm verknüpfbarem Sex & Crime. Das stand im Widerspruch zu der wachen Aufmerksamkeit, welche die Kirche von Anfang an dem Kino zuteil werden ließ, das sie lange als Feind betrachtete.

Noch 1929 stellte der Jesuit Friedrich Muckermann auf dem Münchner Filmkongress zwei Welten unversöhnlich nebeneinander: "Im Raume der einen erhebt sich, alles überragend, die Kirche, im Raum der anderen der Kinopalast. Unsere Helden sind die Heiligen, dort triumphiert der Hochstapler. Wir verherrlichen die Jungfräulichkeit und die christliche Familie, dort aber herrscht die Halbwelt und die moralische Ungebundenheit."

Aus der Verdammung wurde allmählich das Streben nach Kontrolle; noch heute sitzen in Zensurgremien in aller Welt Vertreter der Kirche. Letztlich hat der Vatikan selbst die Filmfurien auf den Stellvertreter Gottes losgelassen. Die Kurve der Papst-Filme beginnt zu Beginn der Achtziger steil anzusteigen, und das hat ursächlich mit dem Vorsatz Johannes Paul II. zu tun, der erste Medienpapst zu werden.

Dies führte schon 1980 zum ersten Verbot eines Papst-Films: "Tele Vaticano - Das Auge des Papstes", worin der Vatikan eine Fernsehstation gründet, um jugendliche Ungläubige in den Schoß der Kirche zurückzuholen. Der Film verschwand lange von der Bildfläche und kam erst zwanzig Jahre später ungeschnitten heraus.

Nun brachen die Dämme. Ringo Starr gab als Pius IX. in "Lisztomania" dem Teufel den Auftrag, dem Komponisten in Weihwasser zu ersäufen. Tom Conti fand sich als Leo XIV. in "Ein wahrer Jünger seines Herrn" inkognito unter Armen in einem Dorf.

Und immer wieder taucht, noch zu Lebzeiten, Johannes Paul II. in belegten oder fiktionalen Geschichten auf, verkörpert von Albert Finney, Jon Voight, Thomas Kretschmann oder Eugene Greytak, einem amerikanischen Ex-Grundstücksmakler, der ihm so ähnlich sah, dass er ihn ein Dutzend Mal vor der Kamera verkörpern durfte.

Die Woytila-Filme waren durchweg Hagiografien, vor allem, wenn sie aus Polen kamen. Doch nun scheint der Respekt aufgebraucht, was sich am "Da Vinci Code" und "Illuminati" und "Habemus Papam" ablesen lässt. Michel Piccoli, der neue Papst, besitzt übrigens Vatikanerfahrung.

Vor ein paar Jahren, in "Rencontre unique", bereitet er sich als Nikita Chruschtschow auf ein Treffen mit Johannes XXIII. vor - eine wunderbare, surreale Komödie, in der die beiden Führer sich vor allem den Kopf über typische Handbewegungen zerbrechen. Hanns-Georg Rodek DW 26