Notiziario religioso 27-29 Aprile
2010
Martedì 27. Il commento al Vangelo. “Le mie pecore ascoltano la mia voce”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 10,22-30) commentato da P. Lino Pedron
22 Ricorreva in
quei giorni a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. 23 Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. 24
Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino
a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi
apertamente». 25 Gesù rispose
loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio,
queste mi danno testimonianza; 26 ma voi non credete, perché non siete mie
pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le
conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai
perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è
più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il
Padre siamo una cosa sola».
La festa della
dedicazione del tempio di Gerusalemme ricorreva a metà
dicembre. Con tale solennità i giudei celebravano l’anniversario della
purificazione del tempio operata da Giuda Maccabeo
(cfr 1Mac 4,36-59; 2Mac 10,1-8).
I giudei
mascherano la loro intenzione ipocrita, dichiarando di avere l’animo sospeso;
fingono di avere il desiderio sincero di conoscere la verità. Gesù risponde
richiamando le sue precedenti dichiarazioni, dalle quali potevano dedurre
facilmente la sua messianicità.
Egli, per invitare
ancora una volta i suoi avversari alla fede, fa appello alla testimonianza
delle sue opere straordinarie compiute nel nome del Padre: esse sono la
garanzia divina della sua messianicità.
I giudei non
accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono
pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua
voce, i giudei invece non credono.
Le pecore di Gesù
si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal
Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come
dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa
sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si
rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.
In questo testo
Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto
l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo:
ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.
La qualità
fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto: "Chi ascolta
la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la
vita eterna" (Gv 5,24). Chi ascolta il Maestro
ha la vita e diventa suo confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione personale e profonda che si concretizza
nell’amore (Gv 10,4).
Ma l’ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e
impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv 6,68), gode dei beni messianici
e porta frutti di vita duratura (Gv 10,10-15; 14,6).
Inoltre chi lo
segue sarà custodito da lui (Gv 17,12), nessun ladro
lo potrà rapire e nessuna prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù,
cosciente della sua missione, lo custodisce e lo preserva dai pericoli nella
sicurezza e nella pace.
Solo chi
appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la
qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di
azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che
non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà
sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è
conoscenza del Padre e del Figlio (Gv 6,40; 17,3.22).
De.it.press
Mercoledì 28. Il commento al Vangelo. “Chi vede me, vede colui che
mi ha mandato”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 12,44-50) commentato da P. Lino Pedron
44 Gesù allora gridò a gran voce: «Chi crede in me, non crede in me, ma in
colui che mi ha mandato; 45 chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46 Io
come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle
tenebre. 47 Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno;
perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per
salvare il mondo. 48 Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo
condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà
nell'ultimo giorno. 49 Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha
mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. 50 E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose
dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette
a me».
L’incredulità
degli uni e la fede troppo imperfetta degli altri danno a Gesù l’occasione per
un ultimo appello. Egli grida che la fede nella sua persona è in realtà rivolta
a Dio: l’oggetto primario della fede è il Padre che ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito (Gv 5,24).
Gesù e il Padre
formano una cosa sola, per cui chi contempla Gesù contempla il Padre che l’ha
mandato (v. 45) e chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9).
Gesù è la luce
dell’umanità che giace nelle tenebre (v. 46); egli è venuto nel mondo per
rivelare l’amore del Padre e salvare l’umanità peccatrice (Gv
3,16-19). La liberazione dalle tenebre del male è frutto della fede in Gesù. Ma questa fede non consiste in un ascolto superficiale, ma
nell’osservanza dei comandamenti di Gesù (Gv
14,15.21; 1Gv 5,2-3). Chi dice di conoscere Cristo, ma non osserva i suoi
comandamenti, è un bugiardo (1Gv 2, 4).
Gesù non è venuto
per condannare il mondo, ma per salvarlo (v. 47). Chi però non accoglie il
Salvatore, rimane privo della salvezza, si autoesclude colpevolmente dalla salvezza. Chi non ascolta in modo efficace le rivelazione di Cristo, accogliendo le sue parole, mostra
disprezzo per il Figlio di Dio.
La conseguenza del
rifiuto del Cristo è il giudizio di condanna nell’ultimo giorno da parte della
Parola rivelatrice (v. 48). La parola di Gesù sarà il
giudice definitivo, perché il Verbo di Dio non ha portato una sua rivelazione
personale, ma ha manifestato la volontà del Padre (v. 49). Gesù esegue il comando
del Padre, perché sa che tale obbedienza è fonte di vita eterna (v. 50). Egli è
la parola di Dio, è la manifestazione vivente della vita d’amore del Padre.
L’ultima parola
del discorso finale della rivelazione pubblica di Gesù è il termine lalèin (che significa dire) che fa inclusione con
l’espressione iniziale "In principio era il Verbo (lògos)" (Gv 1,1). Questa figura
letteraria vuole sottolineare che uno dei temi
centrali trattati nei primi dodici capitoli del vangelo di Giovanni è la
manifestazione della vita divina ad opera del Verbo incarnato. Il Figlio di Dio
è il Verbo rivelatore che dice, esprime, rivela il Padre. De.it.press
Giovedì
29. Il commento al Vangelo.
“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 11,25-30) commentato da P. Lino Pedron
25 In quel tempo
Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli
intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è
piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio;
nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il
Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me,
voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono
mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
L’opera di Gesù è
presentata come rivelazione di Dio. Le "cose" che il Padre ha
rivelato ai piccoli sono l’intero vangelo, cioè quella nuova comprensione di
Dio e della sua volontà che è manifestata nei comportamenti e nelle parole di
Gesù.
I sapienti e gli
intelligenti, ai quali il Padre ha tenuto nascoste queste cose, sono i rabbini
e i farisei che restano ciechi di fronte alla chiarezza delle parole di Gesù e irritati perché predica ai poveri.
I piccoli non sono
i bambini, ma gli uomini senza cultura, senza competenza nelle scienze
religiose. Concretamente, al tempo di Gesù, erano i poveri popolani disprezzati
cordialmente dagli scribi e dai farisei. Di essi dicevano: "Un ignorante
non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può appartenere a
Dio".
Gli affaticati e
gli oppressi sono coloro che penavano sotto le pesanti
prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti davanti alla dottrina
difficile e complicata dei rabbini. Gesù invita tutti costoro a cercare nel suo
vangelo la vera volontà di Dio: una volontà esigente, ma
lineare e semplice, alla portata di tutti.
Gesù si definisce
mite e umile di cuore. Mite significa l’atteggiamento di Gesù nei confronti
degli uomini, un atteggiamento lineare, coraggioso ma non violento;
misericordioso, tollerante, pronto al perdono, ma anche severo ed esigente.
Umile indica l’atteggiamento ubbidiente e docile alla volontà del Padre: un
atteggiamento interiore, libero e voluto. De.it.press
La svolta “laica” sulla pedofilia. Il codice Ratzinger
Ieri l'altro il
vescovo di Bruges; giovedì quello di Kildare e Leighlin, ultimo di tre prelati irlandesi; subito prima il
vescovo di Augsburg, il vescovo
norvegese Muller e monsignor John Magee,
ex segretario di vari Papi. In modo impressionante si susseguono a raffica le
dimissioni di alti dignitari della Chiesa cattolica, colpevoli più o meno confessi, nella maggioranza dei casi, di abusi
sessuali nei confronti di minori.
Insomma, l'opera
di pulizia auspicata con parole di fuoco da Benedetto XVI quando era ancora il
cardinale Ratzinger (e quando su questi temi — mi sembra importante notarlo—
l’opinione pubblica non si faceva sentire) va avanti con decisione senza
guardare in faccia a nessuno. Si tratta di un’importante opera di disciplinamento
e in certo senso di autoriforma della Chiesa, dietro la quale si intravedono però fenomeni più ampi e significativi che
non rendono troppo azzardato parlare di una vera svolta storica.
Per la prima
volta, infatti, la Chiesa cattolica si spoglia di sua spontanea volontà di ogni
funzione di intermediazione — e per ciò stesso,
inevitabilmente, di «protezione» — nei confronti dei propri membri. Si priva di
ogni attribuzione e volontà di giudizio nel merito, di decisione sua propria ed autonoma nei loro riguardi. Lo fa, per
giunta, non in seguito a provvedimenti giudiziari emanati da una qualche
autorità civile di cui le è giocoforza prendere atto,
ma per l’appunto in via preliminare. Qualunque membro del clero, non importa il
suo grado, abbia avuto comportamenti sessuali illeciti ha
l'obbligo, per così dire, dell’autodenuncia e di affrontare quindi le
conseguenze dei propri atti davanti alla giustizia laica. Allo stesso modo,
sembra di capire, qualunque istanza gerarchica
cattolica venga a conoscenza di atti sessuali illeciti commessi da un membro
del clero ha l’obbligo d’ora in avanti della denuncia immediata all'autorità
civile. In nessun modo, insomma, il peccato fa più da schermo al reato.
Non so quanti
precedenti ci siano di un indirizzo del genere: certo pochissimi, forse
nessuno. Come si sa, infatti, la Chiesa cattolica si è sempre considerata una societas perfecta,
un’organizzazione che non riconosceva per principio alcuna istanza
umana a lei sovraordinata, a cominciare dallo Stato.
Nella sua ottica essa poteva sì rinunciare, quando fosse il caso, alle più
svariate prerogative, competenze, diritti o che altro, ma sempre o per via pattizia (cioè concordataria), o perché costrettavi a forza
dallo Stato. Con l’esplodere del problema della pedofilia si ha, invece, nei
fatti, un cambiamento di rotta quanto mai significativo:
che è la prova indubbia dell’estrema risolutezza con cui il Papa ha deciso di
affrontare la questione non indietreggiando di fronte alle conseguenze.
Tale mutamento di
rotta a sua volta ne implica, mi sembra, un altro ancora. E cioè che in questa
circostanza la Chiesa ha finito per fare rapidamente proprio, senza riserve o
scostamenti di sorta, il punto di vista affermatosi (peraltro recentemente e a
fatica, ricordiamocelo) nella società laica occidentale. Non voglio certo dire
che la Chiesa ha avuto bisogno del giudizio della società laica per considerare
l'abuso sessuale sui minori un peccato gravissimo
(forse il più grave stando alla lettera del Vangelo). Ma esso era tale anche dieci, venti o trenta anni fa quando tuttavia
veniva quasi sempre coperto. Se oggi non è più così, non può più essere così,
se oggi da quella gravità la Chiesa ha tratto le nuove e drastiche
conseguenze che sono sotto i nostri occhi, con tutta evidenza ciò è accaduto
solo perché il giudizio della società sugli abusi pedofili è anch’esso nel
frattempo mutato. Cosicché, mentre su ogni altro uso della sessualità o
pratiche connesse, essa ha adottato, e tuttora adotta, un suo
proprio metro di giudizio, più o meno diverso rispetto a quello
comunemente accettato, in questo caso vediamo invece che si conforma al punto
di vista della società.
Si tratta
beninteso del punto di vista della società
occidentale, non molto condiviso, come si sa, da altre società come quelle islamiche
o afro-asiatiche. Il che mi sembra indicativo di un ultimo dato di rilievo
contenuto in questa vicenda. Vale a dire che il Cristianesimo romano e la sua
Chiesa, pur a dispetto di ogni loro eventuale opinione o affermazione contraria
(pur volendosi «cattolici» e cioè universali), mantengono comunque, però, un
legame ineludibile con l’area di civiltà nel cui ambito geografico hanno messo
le loro prime radici, che poi hanno modellato in modo decisivo, ma dalla quale,
alla fine, non possono non essere anch’essi modellati. Forse è vero, insomma,
che il futuro dell’Occidente si avvia a non essere più un futuro cristiano; ma
ciò nonostante, in un modo o nell’altro e chissà ancora per quanto tempo, il
Cristianesimo continuerà ad essere essenzialmente
occidentale.
Ernesto Galli
Della Loggia, cds 26
Il
Papa: "Prevenire la violenza sui bambini.
E i pastori proteggano il gregge dal Male"
CITTA' DEL VATICANO
- A pochi giorni dall'ultima drammatica rivelazione -
uno stupro commesso dal vescovo di Bruges in Belgio, le cui dimissioni sono
state accettate immediatamente - Benedetto XVI benedice l'associazione Meter e ricorda la Giornata nazionale per i bambini vittime
della violenza, dello sfruttamento e dell'indifferenza, ringraziando e
incoraggiando "quanti si dedicano alla prevenzione e all'educazione".
Tra questi, ha menzionato anche "tanti sacerdoti, suore,
catechisti" "che lavorano con i ragazzi".
Nel suo discorso,
il Pontefice parla dei "combattimenti" che devono impegnare i pastori
per difendere dal male il loro gregge. "Solo il Buon Pastore custodisce
con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i
fedeli possono riporre assoluta fiducia", dice infatti,
nel breve discorso che ha preceduto la preghiera del Regina Caeli
che nel tempo di Pasqua sostituisce l'Angelus.
"In questa
Giornata di speciale preghiera per le vocazioni - continua il Papa - esorto in
particolare i ministri ordinati, affinchè, stimolati
dall'Anno sacerdotale, si sentano impegnati per una
più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi. Ricordino che il sacerdote continua l'opera della Redenzione sulla
terra; sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo; aderiscano
totalmente alla propria vocazione e missione mediante un'ascesi severa; si
rendano disponibili all'ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo
a loro affidato; coltivino con cura la fraternità sacerdotale".
Vescovi e
sacerdoti - chiede ancora in Pontefice - prendano esempio da saggi e zelanti
Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo, il quale così scriveva all'amico fraterno e vescovo san
Basilio: 'Insegnaci il tuo amore per le pecore, la tua sollecitudine e la tua capacita' di comprensione, la tua sorveglianza, la severità
nella dolcezza, la serenità e la mansuetudine nell'attività, i combattimenti in
difesa del gregge, le vittorie conseguite in Cristo". LR 25
Benedetto XVI: un pensiero per i migranti durante il viaggio a Malta
LA VALLETTA –
“Coltivare una profonda coscienza della vostra identità ed
accogliere le responsabilità che ne discendono, specialmente promuovendo i
valori del Vangelo che vi offrono una chiara visione della dignità umana e
della comune origine, nonché destino, del genere umano”. Lo ha
detto Benedetto XVI, nella cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di
Luqa, al termine del suo viaggio apostolico a Malta,
svoltosi sabato e domenica scorsa.
“Siate un esempio,
sia qui che altrove, di una dinamica vita cristiana”,
ha aggiunto il Papa: “siate fieri della vostra vocazione cristiana e conservate
con cura la vostra eredità religiosa e culturale. Guardate al
futuro con speranza, con profondo rispetto per la creazione di Dio, ossequio
per la vita umana, alta stima per il matrimonio e l’integrità della famiglia!”,
è stato l'invito.
Posta nel cuore
del Mediterraneo, a Malta arrivano molti migranti, ha ricordato il Papa,
consapevole “delle difficoltà che possono causare l’accoglienza di un gran
numero di persone” e “che non possono essere risolte da alcun Paese di primo
approdo, da solo”. Ma il Pontefice è “fiducioso che, contando sulla forza delle
radici cristiane e sulla lunga e fiera storia di accoglienza degli stranieri,
Malta cercherà, con il sostegno di altri Stati e delle organizzazioni
internazionali, di venire in soccorso di quanti qui arrivano ed
assicurarsi che i loro diritti siano rispettati”. La breve visita apostolica di
Papa Ratzinger a Malta s'incornicia nel 1950° anniversario del naufragio di San
Paolo sull’isola. “Malta - ha detto Benedetto XVI, all'arrivo
all’aeroporto internazionale di Luqa sabato
pomeriggio - è stata un crocevia di molti dei grandi eventi e degli scambi
culturali nella storia europea e mediterranea, fino ai nostri stessi giorni.
Queste isole hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo politico, religioso e
culturale dell’Europa, del Vicino Oriente e del Nord Africa”.
A questi lidi, “secondo gli arcani disegni di Dio”, il
Vangelo fu recato “da San Paolo e dai primi seguaci di Cristo. La loro opera missionaria ha portato molti frutti lungo i secoli,
contribuendo in innumerevoli modi a plasmare la ricca e nobile cultura di
Malta”. Ricordando la “grande importanza strategica” di Malta, in tempi
recenti come in passato, il Santo Padre ha sottolineato:
“Voi continuate a giocare un valido ruolo nei dibattiti odierni sull’identità,
la cultura e le politiche europee. Allo stesso tempo, sono lieto di rilevare
l’impegno del Governo nei progetti umanitari ad ampio raggio, specialmente in
Africa. E’ da auspicare vivamente che ciò possa servire per
promuovere il benessere dei meno fortunati di voi, quale espressione di genuina
carità cristiana”. Per Benedetto XVI Malta “ha molto da offrire in campi
diversi, quali la tolleranza, la reciprocità, l’immigrazione ed
altre questioni cruciali per il futuro di questo Continente”. (Migranti-press)
L'immensa tenerezza. Il "buon pastore" nelle parole del Papa
Nella quarta
Domenica di Pasqua, detta del “Buon Pastore”, la Chiesa celebra la Giornata
mondiale di preghiera per le vocazioni, che quest’anno ha avuto per tema “La
testimonianza suscita vocazioni”. Tema, ha sottolineato
Benedetto XVI, il 25 aprile, prima d’introdurre la recita del Regina Cæli in piazza San Pietro, “strettamente legato alla vita e
alla missione dei sacerdoti e dei consacrati”.
Come santa Monica.
“La prima forma di testimonianza che suscita vocazioni – ha detto il Papa – è
la preghiera, come ci mostra l’esempio di santa Monica che, supplicando Dio con
umiltà e insistenza, ottenne la grazia di veder diventare cristiano suo figlio
Agostino”. Seguendo l'esempio di santa Monica, il Pontefice ha invitato “i
genitori a pregare, perché il cuore dei figli si apra all’ascolto del Buon
Pastore, e 'ogni più piccolo germe di vocazione…
diventi albero rigoglioso, carico di frutti per il bene della Chiesa e
dell’intera umanità'”. Ma come possiamo ascoltare la
voce del Signore e riconoscerlo? “Nella predicazione degli Apostoli e dei loro
successori”, ha osservato il Santo Padre, “risuona la voce di Cristo, che
chiama alla comunione con Dio e alla pienezza della vita”. Solo il Buon
Pastore, ha sottolineato Benedetto XVI, “custodisce
con immensa tenerezza il suo gregge e lo difende dal male, e solo in Lui i fedeli
possono riporre assoluta fiducia”.
L'impegno dei
sacerdoti. “In questa Giornata di speciale preghiera per le
vocazioni – ha aggiunto il Papa – esorto in particolare i ministri ordinati,
affinché, stimolati dall’Anno Sacerdotale, si sentano impegnati 'per una più
forte e incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi'. Ricordino
che il sacerdote 'continua l’opera della Redenzione sulla terra';
sappiano sostare volentieri davanti al tabernacolo; aderiscano 'totalmente alla
propria vocazione e missione mediante un’ascesi severa'; si rendano disponibili
all’ascolto e al perdono; formino cristianamente il popolo a loro affidato;
coltivino con cura la 'fraternità sacerdotale'. Prendano
esempio da saggi e zelanti Pastori, come fece san Gregorio di Nazianzo”. “Ringrazio tutti i presenti e quanti con
la preghiera e l’affetto sostengono il mio ministero di Successore di Pietro, e
su ciascuno invoco la celeste protezione della Vergine Maria, alla quale ci
rivolgiamo ora in preghiera”, ha concluso il Pontefice
prima della recita del Regina Cæli.
Due esempi da
seguire. Dopo la recita della preghiera mariana, il Santo Padre ha ricordato:
“Stamani, rispettivamente a Roma e a Barcellona, sono
stati proclamati beati due sacerdoti: Angelo Paoli, carmelitano, e José Tous y Soler, cappuccino”. Del beato
Paoli, originario della Lunigiana e vissuto tra i secoli XVII e XVIII, il Papa
ha rammentato che “fu apostolo della carità a Roma, soprannominato 'padre dei
poveri'. Si dedicò specialmente ai malati
dell’Ospedale San Giovanni, prendendosi cura anche dei convalescenti”.
“Il suo apostolato – ha proseguito – traeva forza dall’Eucaristia e dalla
devozione alla Madonna del Carmine, come pure da
un’intensa vita di penitenza. Nell’Anno Sacerdotale, propongo volentieri il suo
esempio a tutti i sacerdoti, in modo particolare a quanti appartengono ad Istituti religiosi di vita attiva”. José Tous y Soler, invece, fu fondatore nel secolo XIX delle
Cappuccine della Madre del Divino Pastore. “Nonostante
le numerose prove e difficoltà – ha detto il Santo Padre – non si lasciò mai
vincere dall'amarezza e dal risentimento”, anzi “si distinse per la sua
capacità di sopportare e comprendere le mancanze degli altri”, un riferimento
per tutti, specie per i consacrati “a vivere la fedeltà a Cristo”.
Un saluto speciale
a Meter. Al termine della recita del
Regina Cæli, Benedetto XVI ha salutato “cordialmente
tutti i polacchi e, in modo particolare, i partecipanti alla Marcia per la
vita, che oggi si svolge a Szczecin. Mi unisco
spiritualmente a questa nobile iniziativa. Che essa desti in
ogni cuore la sollecitudine per la vita nascente e sia sostegno per le famiglie
in attesa di figli”. Uno speciale saluto, poi, il Papa lo ha rivolto all’associazione “Meter”,
che da 14 anni promuove la Giornata nazionale per i bambini vittime della
violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza. “In questa
occasione – ha detto il Santo Padre – voglio soprattutto ringraziare e
incoraggiare quanti si dedicano alla prevenzione e all’educazione, in
particolare i genitori, gli insegnanti e tanti sacerdoti, suore, catechisti e
animatori che lavorano con i ragazzi nelle parrocchie, nelle scuole e nelle
associazioni”. Sir
Chiesa peccatrice? Una leggenda da sfatare
La formula è
sempre più di moda, ma è estranea alla tradizione cristiana. Sant'Ambrogio
chiamò la Chiesa "meretrice" proprio per esaltare la sua santità. Più
forte dei peccati dei suoi figli - di Sandro Magister
ROMA – Nel
riferire l'incontro di Benedetto XVI con i cardinali nel quinto anniversario
della sua elezione, "L'Osservatore Romano" ha scritto che "il
pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, ricordando
che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le consolazioni di
Dio".
Ma c'è da dubitare che Benedetto XVI si sia espresso
esattamente così. La formula "Chiesa peccatrice" non è mai stata sua.
E l'ha sempre ritenuta sbagliata.
Per citare solo un
esempio tra tanti, nell'omelia dell'Epifania del 2008 egli definì la Chiesa in
tutt'altro modo: "santa e composta di
peccatori".
E l'ha sempre
definita in quest'altro modo a ragion veduta. Al termine degli esercizi di
Quaresima del 2007 Benedetto XVI ringraziò il
predicatore – che quell'anno era il cardinale Giacomo Biffi – "per averci
aiutato ad amare di più la Chiesa, la 'immaculata ex maculatis', come lei ci ha insegnato con
sant'Ambrogio".
L’espressione “immaculata ex maculatis” è in effetti in un passaggio del commento di sant’Ambrogio
al Vangelo di Luca. L’espressione sta a significare
che la Chiesa è santa e senza macchia pur accogliendo in sé uomini macchiati di
peccato.
Il cardinale
Biffi, studioso di sant'Ambrogio – il grande vescovo di Milano del secolo IV
che fu anche colui che battezzò sant'Agostino –,
pubblicò nel 1996 un saggio dedicato proprio a questo tema, con nel titolo un'espressione
ancor più ardita, applicata alla Chiesa: "Casta meretrix",
meretrice casta.
Quest'ultima
formula è da decenni un luogo comune del cattolicesimo progressista. Per dire
che la Chiesa è santa ma soprattutto "peccatrice" e deve sempre
chiedere perdono per i "propri" peccati.
Per avvalorare la
formula, si usa attribuirla ai Padri della Chiesa in blocco. Ad esempio Hans Küng, nel suo saggio "La Chiesa" del 1969 – cioè
in quello che fu forse il suo ultimo libro di vera teologia – scrisse che la
Chiesa "è una 'casta meretrix' come fin
dall'epoca patristica la si è spesso chiamata".
Spesso? Per quello
che si sa, in tutte le opere dei Padri la formula
compare una volta sola: nel commento di sant'Ambrogio al Vangelo di Luca.
Nessun altro Padre latino o greco l'ha mai usata, né prima né dopo.
A favorire la
fortuna recente della formula è stato forse un saggio di ecclesiologia del 1948
del teologo Hans Urs von Balthasar, intitolato proprio "Casta meretrix". Nel quale comunque non
c'è affatto l'applicazione diretta alla Chiesa della natura di
"peccatrice".
Ma in che senso sant'Ambrogio parlò della Chiesa come di
una "casta meretrix"?
Semplicemente,
sant'Ambrogio volle applicare alla Chiesa la simbologia di Rahab,
la prostituta di Gerico che, nel libro di Giosué,
ospitò e salvò nella propria casa degli israeliti in pericolo di vita (sopra,
in un'incisione di Maarten de Vos
della fine del XVI secolo).
Già prima di
Ambrogio Rahab era vista
come "prototipo" della Chiesa. Così nel Nuovo Testamento,
e poi in Clemente Romano, Giustino, Ireneo, Origene, Cipriano. La formula "fuori della
Chiesa non c'è salvezza" nacque proprio dal simbolo della casa salvatrice
di Rahab.
Ebbene, ecco il
passaggio in cui sant'Ambrogio applicò alla Chiesa l'espressione "casta meretrix":
" Rahab – che nel tipo era una meretrice ma nel mistero è la
Chiesa – indicò nel suo sangue il segno futuro della salvezza universale in
mezzo all'eccidio del mondo. Essa non rifiuta
l'unione con i numerosi fuggiaschi, tanto più casta quanto più strettamente
congiunta al maggior numero di essi; lei che è vergine immacolata, senza ruga,
incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile,
vergine feconda... Meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per le
attrattive dell'amore ma senza la contaminazione della colpa" (In Lucam III, 23).
Il passo è molto
denso e meriterebbe un'analisi ravvicinata. Ma per
limitarci all'espressione "casta meretrix",
ecco come il cardinale Biffi la spiega:
"L'espressione
'casta meretrix', lungi dall'alludere a qualcosa di
peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare – non solo nell'aggettivo ma anche
nel sostantivo – la santità della Chiesa. Santità che consiste tanto
nell'adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo
('casta') quanto nella volontà della Chiesa di raggiungere tutti per portare
tutti a salvezza ('meretrix')".
Che poi agli occhi
del mondo la Chiesa possa apparire essa stessa macchiata di peccati e colpita
da pubblico disprezzo, è sorte che rimanda a quella
del suo fondatore Gesù, anche lui considerato un peccatore dalle potenze
terrene del suo tempo.
Ed è ciò che dice
ancora sant'Ambrogio in un altro passo del suo commento al Vangelo di Luca:
"La Chiesa giustamente prende la figura della peccatrice, perché anche
Cristo assunse l'aspetto del peccatore" (in Lucam
VI, 21).
Ma proprio perché santa – della santità indefettibile che
le viene da Cristo – la Chiesa può accogliere in sé i peccatori, e soffrire con
loro per i loro mali, e curarli.
In giorni
calamitosi come gli attuali, pieni di accuse che vogliono invalidare proprio la
santità della Chiesa, questa è una verità da non dimenticare. L’Espresso on line 26
Morto
un “veterano” dell’emigrazione, don Vincenzo Mecheroni,
missionario anche a Rüsselsheim
PITIGLIANO - Si è
spento a Fonteblanda (GR) in età di 89 anni il sacerdote don Vincenzo Mecheroni
(diocesi di Pitigliano), la cui vita è stata davvero
marcata dalle migrazioni, alle quali si è dedicato per vocazione fin dalla
giovane età, a 28 anni. Toscano per vivacità ed
arguzia con frequenti accenni di criticità mai offensiva, sacerdote convinto,
penna facile e brillante, Don Vincenzo, frequentato il corso di preparazione
presso il Pontificio Collegio dell’Emigrazione in Roma, viene inviato nel
novembre 1949 missionario degli emigrati italiani nel Limburgo
olandese, ad Heerlem, per l’intera diocesi di Roermond. Confinante con la Germania, riceve ben presto,1950, anche la cura degli italiani di Aquisgrana e Colonia
per fermarsi poi, 1953, e limitarsi alla sola Germania, alle quattro diocesi
del Land Nord-Reno-Vetsfalia.
Vi rimane due anni venendo poi destinato a Puerto Rico/USA per ulteriori tre
anni, 1955-58. Rientrato in Italia e divenuto parroco di una nuova parrocchia a
Porto Ercole (Grosseto), riprende nel 1965 la via della Germania, ancora una
volta nella zona di Colonia,
e precisamente nella cittadina di Frechen ove rimane
fino al 1971 quando raggiunge la MCI di Copenhagen (Danimarca) resasi vacante e
vi resta fino al 1973. La salute comincia a dargli qualche preoccupazione. Ma
dopo una parentesi italiana chiede nuovamente (agosto 1976) una attività pastorale
tra i migranti italiani. E gli viene affidata
l’assistenza in un cantiere di lavoro italiano in Nigeria, a Talata Mafara (diocesi di Sokoto), con l’impegno anche di insegnare italiano e
religione nella piccola scuola elementare e media del cantiere. Rientra l’anno
seguente dalla Nigeria per raggiungere in Belgio le Missioni di St.Gilles ed Ixelles
(Bruxelles) fino all’ottobre 1978 quando rientra in diocesi. Ma per ripartire nel 1981 ed assumere la cura della MCI di Ruesselsheim
(diocesi di Mainz) in Germania. E nel 1982 ritorna
definitivamente in Italia per assumere la parrocchia di Fonteblanda
(Grosseto), svolgendo il compito anche di delegato diocesano per le migrazioni.
Infine, mezzo cecuziente, lascia la parrocchia e
continua una vita privata di ricordi e preghiere.
Questa dettagliata
storia dell’impegno pastorale in emigrazione di don Vincenzo Mecheroni, ne manifesta forse anche una certa irrequietezza
e la continua ricerca di sempre ricominciare, ma certamente ne rivela la dedizione e
l’irresistibile richiamo interiore di ritornare sempre tra i migranti. E
difatti la loro riconoscenza nelle varie sedi dove ha operato non è mai
mancata.
A lui si deve
infine la introduzione in Germania del periodico “La
Squilla”, che già circolava in Olanda. (S.Ridolfi,
Migranti-press)
Comunione ai divorziati: due pesi e due misure?
Lettera aperta al
Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente Cei, e al Card.Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Vaticano - di Paolo
Farinella, prete
Molti cristiani, tra cui alcuni divorziati
mi informano che nei funerali di Raimondo Vianello celebrati il giorno 17
aprile 2010 a Milano e officiati da uno degli ausiliari di Milano, Silvio
Berlusconi, attuale presidente del consiglio, non solo ha
trasformato l’austerità della morte in uno show personale di bassa lega con tv
attaccata alle sue calcagna, ma ha addirittura fatto la Comunione durante la
Messa.
E’ notorio che
egli sia pluridivorziato, e quindi in uno stato non
compatibile con la dottrina della Chiesa cattolica, quotidianamente affermata
dai vescovi e dal papa. E’ già la seconda volta che si fa vedere in pubblico a fare la Comunione, falsamente compunto e oscenamente
mostrato dalle sue tv, programmate allo scopo.
Poiché è un uomo pubblico, malato di
protagonismo eccentrico, egocentrico ed esclusivamente dedito al culto della
sua persona, prefigurando lo scandalo che ne sarebbe emerso, i celebranti
avevano l’obbligo di non dargli la Comunione, rimandandolo al suo posto e
invitandolo a non trasformare la serietà della morte in uno spettacolo da
circo.
Lo scandalo c’è stato e la nostra gente
pensa che la regola severa della esclusione dai
sacramenti che la gerarchia cattolica impone ai divorziati non valga per il
potente Berlusconi, notorio frequentatore di prostitute e di minorenni e uomo
senza scrupoli morali, corrotto e corruttore.
Sembra che facendo la Comunione mentre si
offre fintamente compunto alle sue tv, voglia essere un messaggio alle
gerarchie cattoliche, quasi a dire: Io sono superiore a qualsiasi legge.
Nessuno potrà mia giudicarmi perché “Io
sono la legge”: sono anche superiore alle leggi della
Chiesa che io posso disattendere quando voglio.
Poiché lo scandalo si è compiuto in modo
pubblico per scelta dell’interessato, che si è fatto seguire dalle sue tv, è
urgente che il presidente della Cei e il segretario di Stato dicano chiaramente
e apertamente, con nome e cognome che il sig. Berlusconi Silvio ha commesso un
sacrilegio, accostandosi alla Comunione in quanto
divorziato e in procinto di divorziare una seconda volta.
E’ intollerabile che la sua sicumera e
protervia arrivino a tanto, quasi facendo credere a tutti che egli è sciolto da
ogni legge ecclesiastica così come provvede da solo a
sciogliersi da ogni legge umana, facendosele approvare su misura. Il «bonum fidelium» esige una
sconfessione pubblica e quest’uomo capace di ogni bassezza per suo tornaconto
deve essere diffidato dal proseguire su questa strada
pena la scomunica definitiva per disprezzo pubblico e ostentato della legge
canonica.
Se la gerarchia cattolica non interviene
subito, sarà giudicata dal popolo di Dio come connivente e complice di un
immondo comportamento che si regge e si nutre dell’appoggio implicito ed
esplicito di larga parte della gerarchia e dei cattolici organizzati che troppi
interessi materiali hanno in combutta con un uomo che più di ogni altro ha degradato
l’Italia e i «principi non negoziabili» ad un livello
di bassezza inaudita.
Se l’etica non è un’opinione, vogliamo
sentire i vescovi dissentire, altrimenti, come insegna la morale compresa dal
nostro popolo «è tanto ladro chi ruba, quanto chi para il sacco».
In attesa di un
riscontro, porgo distinti saluti.
Paolo Farinella, prete, Parrocchia di San Torpete
- Genova
Incontro a Bologna. Riprende con vigore il Centro Regionale Migrantes
BOLOGNA – Riprende
con vigore il Centro Regionale Migrantes dell’Emilia
Romagna. Su convocazione del Direttore Regionale don Sergio Aldigeri
(Parma) e sotto la presidenza del Vescovo di San Marino-Montefeltro,
Mons. Luigi Negri, delegato della
Conferenza Episcopale Regionale dell’Emilia-Romagna per i problemi delle
migrazioni, ha avuto luogo a Bologna un incontro dei Direttori Diocesani Migrantes della Regione e loro collaboratori.
La relazione di
don Aldigeri, impossibilitato a partecipare per
ragioni di salute, è servita da base alla discussione e al dialogo in questa
riunione che aveva la finalità
di riprendere un cammino di possibili ed opportune azioni comuni su scala
regionale a partire dalla vicendevole conoscenza e dallo scambio di esperienze.
Anche se non tutte le diocesi erano rappresentate, lo svolgimento della
mattinata ha rivelato una ricchezza di attività ed un
fervore di impegno superiore a quanto si poteva presupporre. Modena, ad
esempio, ha sviluppato la “cura pastorale dei migranti 2010” su un promettente
e documentato percorso (cittadini; lavoratori; celebranti; familiari e
lottatori, sempre e tutto “insieme”). Forlì-Bertinoro
ha studiato in profondità il “valore della esperienza
religiosa” e avviato con la Caritas un percorso biblico sull’accoglienza.
Rimini ha
sviluppato una vasta e ben consolidata gamma di servizi ed
interventi facilitati dall’avere un
unico e medesimo responsabile sia per la Caritas sia per la Migrantes
ed ha proposto al clero un discernimento
pastorale. A Ferrara sono sorti diversi gruppi di cooperatori tra di loro
coordinati per le esigenze dell’accoglienza e dell’inserimento. Cesena si è
maggiormente dedicata alla diffusione dei principi della Dottrina Sociale della
Chiesa ed Imola ha seguito un percorso pratico di
presenza sul territorio. Bologna era presente con alcuni sacerdoti etnici. Sono
quindi emerse alcune problematiche concernenti la loro presenza ed attività. Certo, in questa prima tornata di dialogo
l’immigrazione ha avuto comprensibilmente le maggiori attenzioni.
Mons. Negri, che
già inizialmente aveva chiarito la simultanea attenzione a due aspetti od esigenze delle migrazioni (uno preponderatamente
sociale di accoglienza ed integrazione da seguire assieme alla società civile e
l’altro tipicamente nostro, quello pastorale), ha poi riassunto i principali
compiti del Centro Regionale Migrantes nella
circolazione di informazioni ed esperienze, nella ricerca di momenti e temi
unitari (come l’ecumenismo alla base), nella animazione diocesana ed ha
prospettato un incontro allargato a settembre ove fare discernimento sulle
esperienze emerse.
Quanto alla informazione, è stato ricordato di conoscere, di
servirsi e, fin dove possibile, di collaborare alle due pubblicazioni annuali
“Dossier Statistico Immigrazione” a cura di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes e “Rapporto Italiani nel Mondo” a cura della
Fondazione Migrantes, nonché di cooperare con
tempestive informazioni o analisi alla rivista Servizio Migranti e all’Agenzia
di Stampa settimanale Migranti-press, editi anche
questi dalla Fondazione Migrantes.
Siccome don Sergio
Aldigeri, nominato Direttore Regionale dalla
Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna nel 1994 e riconfermato poi fino al
2010, ha chiesto di essere sollevato da questo impegno, anche per ragioni di
salute, Mons. Negri ha manifestato il proposito di proporre a succedergli
l’attuale Direttore diocesano di Ferrara, don Domenico Bedin.
(S.Ridolfi, Migranti-press)
In nome dell'uomo. La Chiesa nella Rete con realismo
Una Chiesa on line e off line. Questo il compito
affidato da Benedetto XVI ai cristiani, tutti. Una presenza qualificata in
entrambi i mondi o ambienti: nello spazio fisico e non fisico, vale a dire nel
mondo consueto e in quello digitale, per abitare anche questo nuovo “universo
con un cuore da credente, che contribuisca a dare un’anima all’ininterrotto
flusso comunicativo”. Perché? È nella natura di questa comunità millenaria,
fondata da Cristo, porre la sua barca nel mare aperto, talvolta pure incurante
dei marosi e delle tempeste. Ed è l’atto di fiducia di un Papa, non giovane
nell’età ma giovanissimo nella missione, che esorta senza mezzi termini a
cogliere come grazia questo “passaggio epocale”. In
fondo questo fluido e immenso “hub” è la terra stessa. La Chiesa è venuta per stare dentro il
mondo e percorrerlo in lungo e largo.
Ora che questo
nostro globo conosca “un enorme allargamento” attraverso “le frontiere della
comunicazione” non può che corrispondere alla
vocazione missionaria della Chiesa. Anzi da sempre il cattolicesimo si è via via strutturato come una organica
rete di persone, di credenti, di comunità, di siti di cuori religiosi, dove due
o tre o più persone stanno insieme per essere testimoni positivi con la
preghiera, la carità, con la condivisione del bene.
Di fatto attraverso
il digitale, che è poi una straordinaria tecnica per eliminare distanze e tempi
nelle relazioni comunicative, si realizza una forma di cattolicità, di
universalità, di grande piazza di Gerusalemme, dove gli uomini pur parlando
diverse lingue si potevano comprendere. Ma come e
perché? Semplicemente perché oltre il diaframma della molteplicità delle lingue
vedevano e intravedevano un messaggio, un volto. Quello di Cristo. Eh sì! Il
Papa nell’udienza ai “testimoni digitali” ha chiesto di “tornare ai volti”.
Anzi a quel Volto nel quale rifulge il volto di ogni uomo.
Questo il punto.
La Rete dev’essere possibilità di incontro.
Per questa ragione il Santo Padre auspica che mantenga la sua vocazione ad una apertura ugualitaria e pluralista. Non vive, però, di
sogni Benedetto XVI. Sa che già è in corso quello che viene
identificato come il fenomeno del digital divide, che
esclude e non solo include. Come gli è noto il rischio
dell’“omologazione e del controllo” per diffondere un pensiero dominante,
unico, che in altre occasioni ha chiamato dittatura del conformismo e qui di
“relativismo intellettuale e morale”.
Eppure quando mai
i rischi diventano per un cristiano un impedimento per entrare in un
territorio, in una città, in un continente nuovo come il digitale? Dove vi è
ambivalenza, probabilità d’intraprendere strade sbagliate vi sono per lo meno
altrettante possibilità di vincere la sfida del bene. Anche e appunto in
Internet. La grande Rete può essere sorella e sorellastra, prossimo
e nemico. Può rendere più umano il nostro habitat: i “media possono
diventare fattori di umanizzazione” e di disumanizzazione. Dipende da noi. Pure
da noi cristiani. In fondo ogni invenzione è una conquista, un arricchimento.
Non una perdita, non un pericolo. La Chiesa ha avuto il coraggio di abbracciare
l’invenzione della stampa, poi del telegrafo, della radio e della televisione.
Giovanni Paolo II ci ha insegnato praticamente, con il
suo corpo stesso, a stare dentro i media, ad essere testimoni appassionati
dell’uomo, perché innamorati e affascinati dell’Uomo-Dio. Benedetto XVI invita alla stessa passione in nome dell’uomo. Bruno Cescon
In mare aperto. Settimanali diocesani, internet e un timone
La Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) è
arrivata al convegno “Testimoni digitali”, concluso il
24 aprile con l’udienza di Benedetto XVI, non solo con un gran numero di
operatori, ma anche presentando il proprio sito rinnovato e collegato a tutte
le versioni on line dei giornali associati. Una vera e propria possibilità di spaziare nell’informazione
dell’intera Italia, tramite la fitta rete di settimanali diocesani, voci dei mille
territori del Bel Paese.
Anche i siti delle
testate Fisc sono, dunque, una Rete digitale. Qui il
lettore trova un’informazione che ha due peculiarità: è originale e meditata.
Quella dello web invece – come hanno affermato alcuni
esperti durante il convegno – proviene per l’85% dall’informazione cartacea, è
la sintesi della sintesi, spesso oggetto di incontrollabili manipolazioni; è
inoltre un mare aperto senza nessun timone che possa condurre il navigatore.
Cos’ha insegnato
il convegno “Testimoni digitali”? Credo che l’affondo
più significativo sia stato quello di padre Lombardi (la cui relazione è stata,
a mio avviso, tra le migliori delle tre giornale di lavoro) quando si è
riferito a Teilhard de Chardin
affermando che la Rete non è solo un nuovo spazio non geografico, ma è qualcosa
di molto di più: è una noosfera, secondo lo schema
evolutivo del grande scienziato della Compagnia di Gesù, alla quale appartiene
anche il direttore della sala stampa vaticana. È cioè quella sfera dello
spirito e del pensiero che si fa sempre più densa (mediante processi di
coscienza e di comunione) producendo un ulteriore
avanzamento dell’evoluzione stessa dell’umanità, attratta dal punto Omega che è
Cristo. Dunque è veramente una “meraviglia”, secondo
la definizione che il Concilio dà dei mass media.
I credenti non
possono certo estraniarsi da questo processo evolutivo, vogliono anzi essere
protagonisti per indirizzarlo, perché è profondamente ambiguo e – come ha
aggiunto padre Lombardi – non c’è tutto di bene, ma anche molto male. C’è anzi
una vera e propria “babilonia” (nel senso biblico della parola) che dobbiamo
trasformare in un’unità di lingue, “gettando ponti” – come ha detto il card.
Bagnasco – e valorizzando “tutte le strade che il continente digitale offre per
farci sempre più prossimi all’uomo”.
L'ottimismo e la
positività, emersi al convegno, non devono far
dimenticare che la Rete è un mare aperto dove – per navigare – bisogna trovare
un timone. È facile affondare, è facile essere
risucchiati da un vortice, irresistibile come una droga che fa perdere la
propria identità. Anche il Papa, nel suo intervento all’udienza (lo ringraziamo
per aver citato “la rete capillare dei settimanali diocesani”) ha sottolineato alcuni rischi: “La Rete manifesta una vocazione
aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un
nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide.
Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari,
che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure
i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e
morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella
verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di
umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un inquinamento dello spirito” e anche a
“dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità
delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse
restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo”.
Di fronte a tutto
ciò la misura anche della nuova tecnologia digitale è la persona. La
sottolineatura del livello quantitativo (migliaia di contatti, migliaia di domande, migliaia di siti) rischia di produrre
un’implosione nella coscienza del singolo e nella comunità. La sottolineatura
del virtuale rischia di far perdere il senso del reale e dell’umano, nonché del vero rapporto di comunione che non può essere, in
definitiva, solo digitale. Insomma, “i media – ha sottolineato
il Papa, citando la ‘Caritas in Veritate’ – possono
diventare fattori di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo
tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione,
ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine
della persona e del bene comune che ne rispetti le valenze universali. Solamente
a tali condizioni il passaggio epocale che stiamo
attraversando può rivelarsi ricco e fecondo di nuove opportunità”.
Giorgio Zucchelli, presidente Fisc
Agrigento. Conclusa la settimana dell’integrazione
AGRIGENTO - “Una occasione
importante per riconoscersi come Chiesa oggi e per progettare pastoralmente il
domani considerando una nuova ricchezza di persone presenti nelle famiglie,
nelle comunità nella città”. Con queste parole mons. Francesco Montenegro,
vescovo di Agrigento, ha concluso la prima edizione
della “Settimana dell’integrazione” promossa dalla diocesi di Agrigento, con la
collaborazione della Caritas diocesana, dell’ufficio Migrantes,
dell’ufficio Missionario, dell’Usmi e dell’ufficio
Scolastico.
Tra le iniziative
della settimana il laboratorio “Giovanintegrati”,
dove si è svolto un incontro con le scuole e con i giovani e al quale hanno
partecipato - sabato scorso - circa 700 persone ed è intervenuto anche il
Direttore generale della Fondazione Migrantes, mons.
Giancarlo Perego. Nel suo intervento mons. Perego è partito dallo slogan “Non abbiate paura”,
rivolto da Giovanni Paolo II ai giovani: “se gli adulti in Italia e in Europa -
6 su 10 - hanno paura degli immigrati, solo due giovani italiani ed europei
hanno paura dei fratelli immigrati.
Questo dato - ha
detto il Direttore della Migrantes - è un segno di
speranza nella costruzione di una città più costruita sull’incontro, sulla
mediazione che sulla conflittualità”. É seguita la
testimonianza di Tarek, un giovane somalo sbarcato alcuni
anni fa a Lampedusa dopo un lungo e devastante viaggio nel deserto per
raggiungere Tripoli, e oggi mediatore culturale di una organizzazione
umanitaria che si occupa di minori. Una testimonianza che ha catalizzato
l’attenzione dei giovani studenti, una storia di riscatto iniziata proprio
dalla loro provincia e città.
Nel pomeriggio
dello stesso giorno l’incontro sul tema ‘immigratintegrazione’
nel salone “Don Guanella” di Agrigento, gremito da operatori pastorali e sociali e presieduto dal vescovo di
Agrigento, mons. Montenegro.
Introducendo l’incontro il presule ha ricordato Agrigento come “porta del
Mediterraneo” e con una vocazione all’accoglienza, ma nel corso della sua
storia sempre è stata capace di integrazione. Dopo la presentazione del Dossier
Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes - a cura di
Maria Paola Nanni, mons. Perego ha ricordato, alla luce del Magistero sociale
della Chiesa, come l’integrazione “con gli occhi della fede sia un segno
dell’amore di Dio che rende capace anche l’uomo di riconoscere la dignità di
ognuno e al tempo stesso la differenza”.
Mons. Perego ha
ricordato poi le caratteristiche dell’integrazione: libera, integrale,
complessa, che va educata, che rifiuta forme sia di assimilazione che di marginalizzazione sociale, che guarda alla singola
persona, ma anche alle comunità etniche.
“L’integrazione
cresce nell’incontro, nel dialogo e nello scambio culturale, nella costruzione
di legami, nel dono e nella gratuità, nella costruzione di mediazioni sociali”.
(Migranti-press)
Scandalo abusi, dopo Moriarty
lascia anche vescovo Bruges: Papa accetta le dimissioni
Città del Vaticano
- Il Papa ha accettato le dimissioni del vescovo di Bruges (Belgio), mons.
Roger Joseph Vangheluwe. Il presule risulta coinvolto in gravi fatti relativi ad abusi sessuali
nella Chiesa. Le dimissioni di mons. Vangheluwe
seguono quelle accettate giovedì dal Pontefice di un vescovo irlandese, James Moriarty, anch'egli coinvolto nello scandalo.
In Germania,
sempre giovedì, ha presentato la propria rinuncia all'incarico il vescovo di Augsburg, mons. Walter Mixa, accusato di percosse
sistematiche contro i bambini di un istituto per l'infanzia.
Questa mattina,
annunciando le dimissioni, la Sala stampa vaticana ha diffuso una nota nella
quale il vescovo ammette le proprie responsabilità. ''Quando ero ancora un
semplice sacerdote e per un certo tempo all'inizio del mio episcopato - afferma infatti il vescovo - ho abusato sessualmente di un giovane
dell'ambiente a me vicino. La vittima ne è ancora segnata''.
''Nel corso degli
ultimi decenni - prosegue la nota - ho più volte riconosciuto la mia colpa nei
suoi confronti, come nei confronti della sua famiglia,
e ho domandato perdono. Ma questo non lo ha
pacificato. E neppure io lo sono. La tempesta mediatica di queste ultime
settimane ha rafforzato il trauma. Non è più possibile continuare in questa
situazione''.
''Sono
profondamente dispiaciuto - spiega mons. Vangheluwe
per ciò che ho fatto e presento le mie scuse più sincere alla vittima, alla sua
famiglia, a tutta la comunità cattolica e alla società in genere. Ho presentato
le mie dimissioni come vescovo di Bruges al papa Benedetto XVI. Sono state
accettate venerdì. Perciò mi ritiro''. Nato nel 1936,
mons. Vangheluwe diventato prete nel 1963, è stato
nominato vescovo di Bruges nel 1984. Adnkronos 23
A Malaga l’VIII
Congresso europeo sulle Migrazioni del CCEE
MALAGA - Un
centinaio di delegati delle Conferenze Episcopali d’Europa, rappresentanti
vescovi, direttori nazionali per la pastorale dei migranti, operatori
pastorali, rappresentanti della società civile e del mondo politico
parteciperanno all’VIII Congresso CCEE sulla
pastorale dei migranti che si svolgerà a Malaga (Spagna) dal 27 aprile al 1°
maggio prossimo sul tema “L’Europa delle persone in Movimento. Superare le paure - disegnare
prospettive”.
All’incontro prenderà parte anche il Presidente del Pontificio Consiglio
per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, mons. Antonio Maria Vegliò.
Obiettivo dell’incontro è quello di analizzare le
molteplici cause e le conseguenze per il lavoro della chiesa dei flussi
migratori in Europa. Lo sviluppo della tematica
seguirà quindi un percorso in tre momenti, soffermandosi sulle sfide poste a
tre “istituzioni” che maggiormente sono interpellate dal fenomeno migratorio.
Innanzitutto la famiglia, la cellula base della nostra società, per proseguire
con le parrocchie, quelle realtà, sempre più interculturali, dove avviene in ambito
ecclesiale, l’incontro del singolo immigrato con la comunità locale ed arrivare, infine, alla riflessione sulla realtà sociale
più vasta: la Società. In tutti i tre momenti, dopo un’introduzione, vi sarà
una risposta dal punto di vista ecclesiale, per verificare cosa la Chiesa fa e
deve fare, e una dal punto di vista della politica,
per esaminare cose gli Stati stanno facendo o devono fare. Questo percorso sarà
un’opportunità per verificare le paure da superare e disegnare prospettive
anche per la nuova evangelizzazione del continente. (Migranti-press)
Kruzifix-Streit Özkan und die CDU: Das Kreuz mit dem Kreuz
Niedersachsens designierte
Sozialministerin Özkan ist gegen Kreuze an Schulen. Die Union distanziert sich:
Aygül Özkan soll sich überlegen, ob sie in der richtigen Partei ist.
Sie hat noch gar nicht richtig
begonnen, schon ist sie angeeckt: Wenige Tage bevor Aygül Özkan (CDU) als
niedersächsische Sozial- und Integrationsministerin vereidigt werden soll, hat
sich die Tochter türkischer Einwanderer in einem Interview gegen Kreuze und
Kopftücher in öffentlichen Schulen und für ergebnisoffene
EU-Beitrittsverhandlungen mit der Türkei ausgesprochen.
Christliche Symbole gehörten nicht an
staatliche Schulen, hatte die 38-Jährige dem Nachrichtenmagazin Focus gesagt.
"Die Schule sollte ein neutraler Ort sein." Ein Kind müsse selbst
entscheiden können, wie es sich religiös orientiere. Darum hätten auch
Kopftücher "in Klassenzimmern nichts zu suchen". Die Juristin ist
nicht streng gläubig und hat selbst nie ein Kopftuch getragen. Am Dienstag soll
sie als erste türkischstämmige Ministerin Deutschlands vereidigt werden.
Die Union ist gar nicht begeistert von
den selbstbewussten Äußerungen ihres Shootingstars, der erst seit 2004
CDU-Mitglied ist. Ministerpräsident Christian Wulff distanzierte sich noch am
Wochenende unmissverständlich von Özkans Aussagen:
"In Niedersachsen werden christliche Symbole, insbesondere Kreuze in den
Schulen, seitens der Landesregierung im Sinne einer toleranten Erziehung auf
Grundlage christlicher Werte begrüßt."
Aus Gründen der Religionsfreiheit
würden auch Kopftücher bei Schülerinnen toleriert - nicht aber bei Lehrkräften,
was Özkan auch gemeint habe. "Frau Özkan hat ihre persönliche Meinung zur
weltanschaulichen Neutralität geäußert, aber sie stellt die niedersächsische
Praxis nicht in Frage."
Doch Özkan hat einen wunden Punkt
berührt, die Diskussion um ihre Äußerungen geht weiter: "Ich schätze Frau
Özkan sehr, bin aber hier eindeutig anderer Meinung", stellte
CDU-Generalsekretär Hermann Gröhe in der Neuen
Ruhr/Neuen Rhein Zeitung klar. Das Kreuz stehe auch für "die prägende
Kraft des Christentums in unserer Kultur" und müsse daher nach Ansicht der
CDU im öffentlichen Raum, auch in staatlichen Schulen, "selbstverständlich
seinen Platz haben". Kein Kind wird dadurch bedrängt, sagte Gröhe.
Bayerns Innenminister Joachim Herrmann
(CSU) bezeichnete die Haltung Özkans als völlig
indiskutabel, der frühere bayerische
Wissenschaftsminister Thomas Goppel
(CSU) verwies die Deutsch-Türkin Özkan auf das Grundgesetz. Dieses sei nach der
NS-Zeit mit
ausdrücklicher Rückbesinnung auf das
christliche Menschenbild
verabschiedet worden, sagte Goppel.
Kruzifixe seien eine
"jahrhundertealte christliche Tradition in Deutschland", schob die
Migrationsbeauftragte Maria Böhmer (CDU) hinterher. Die Kreuze seien
"Ausdruck unserer Tradition und unseres Werteverständnisses".
Trotzdem findet Böhmer es "geradezu richtungsweisend", dass Christian
Wulff die türkischstämmige Ministerin in sein Kabinett berufen habe.
Nicht alle Unionsmitglieder scheinen
das so zu sehen. Politiker, die Kreuze aus Schulen verbannen wollen, sollten
sich überlegen, ob sie in einer christlichen Partei an der richtigen Stelle
seien, schimpfte der Integrationsbeauftragte der CDU/CSU-Bundestagsfraktion und
Parlamentarische Geschäftsführer der CSU-Landesgruppe im Bundestag, Stefan
Müller.
Die CDU-Nachwuchsorganisation
Schüler-Union hat gar gefordert, Aygül Özkan nicht zur Ministerin zu machen.
"Durch Aussagen wie jene von Frau Özkan verlieren die Volksparteien CDU
und CSU ihre Glaubwürdigkeit und damit ihren Rückhalt in der Bevölkerung",
sagte der Bundesvorsitzende Younes Ouaqasse der
Bild-Zeitung. "Diese Frau hat ihre Kompetenzen überschritten, deshalb darf
sie am Dienstag nicht zur Ministerin ernannt werden."
Unterstützung erhält Özkan ausgerechnet
vom politischen Gegner. Berlins Regierender Bürgermeister Klaus Wowereit (SPD)
verteidigte Özkan, die mit ihrem Vorschlag ein Urteil des
Bundesverfassungsgerichtes aufgegriffen habe. Die Union sei allerdings
"noch nicht reif" für eine türkischstämmige Ministerin, meinte der
SPD-Vize. Özkans Berufung sei reine Symbolpolitik.
Möglicherweise liege Özkan künftig im "Dauerclinch" mit der CDU, die
jetzt "erschrocken" sei, "wen man sich da geholt hat".
Auch der Trierer Sozialethiker und
Dominikanerpater Wolfgang Ockenfels kritisierte Christian Wulff. "Er hätte
sich vor der Ernennung Ökzans zur Ministerin
gründlicher über deren Haltung informieren sollen", sagte Ockenfels der
Rheinischen Post. Frau Ökzan kenne offenbar nicht
einmal das CDU-Parteiprogramm.
Sicher ist, dass ihr kein leichter
Start ins Ministeramt bevorsteht. Die stellvertretende Vorsitzende des
Hamburger Landesverbands steht seit einigen Tagen unter Polizeischutz. Die Bild
am Sonntag berichtete, Özkan erhalte Morddrohungen von Rechtsradikalen. In
E-Mails und Foren hätten Unbekannte geschrieben, dass etwas passieren werde,
wenn die Muslimin den Posten annehme, schrieb der Focus. Özkan reagierte aber
selbstbewusst - sie wolle sich nicht einschüchtern lassen.
Auch in ihrer Partei kann sie jetzt
viel Selbstbewusstsein gebrauchen. Sie fühle sich nicht als
"Quotenmigrantin", hatte Özkan vor kurzem in einem Interview gesagt.
"Ausgenützt würde ich mich nur fühlen, wenn ich meine politischen
Forderungen nicht auch wirklich leben würde." (dpa/AP 26)
Kommentar. Das Kreuz der CDU mit ihrem neuen Star Özkan
Kruzifix nochmal! Da gelang Christian
Wulff (CDU) mit der Berufung einer Muslima (CDU) zur
Ministerin ein medienträchtiger Coup – und nun das: Nur weil Frau Özkan zum
Thema Religion und Schule das gleiche sagt wie das Bundesverfassungsgericht,
gibt es Ärger. Wulff hätte es besser wissen müssen.
Ja, so geht das, wenn man als relativ
unerfahrene Landespolitikerin auf einmal in die Mühlräder der großen Politik
gerät, die man doch, zumindest so, noch gar nicht drehen wollte. Dann steht man
heute plötzlich da wie ein begossener Pudel, obwohl man gestern noch der
gefeierte Medienstar war.
Die erste deutsche Ministerin mit
Migrationshintergrund, eine Muslima auch noch, in der
CDU. Aygül Özkan wurde bestaunt wie ein kleines Weltwunder. Sie sonnte sich ein
wenig in diesem Glanz. Auch Christian Wulff sonnte sich. Und die Union
insgesamt. Man war ganz stolz auf diesen Coup.
Nun ist man im Nachhinein immer
schlauer, aber fest steht, dass die Dinge an diesem Wochenende außer Kontrolle
geraten sind. Nicht weil die designierte Ministerin die Position vertritt, die
sie vertritt. Das ist ziemlich exakt jene, die das Verfassungsgericht in seinem
Kruzifix-Urteil festgeschrieben hat: Staatliche Schulen sind zur Neutralität
verpflichtet.
Ministerin Özkan mutet ihren Wählern
sehr viel zu
Inhaltlich steht Aygül Özkan mit ihrer
Position also fest auf dem Boden des Grundgesetzes. Aber das reicht ja leider
nicht immer in der Politik, wo es auch darauf ankommt, zu welchem Zeitpunkt
eine Äußerung fällt, von wem sie kommt und was die Medien daraus machen können,
wenn sie einfach nur ihrem Handwerk nachgehen und bemerkenswerte Sätze etwas größer
schreiben.
Wenn also die erste muslimische
Ministerin der Christlich-Demokratischen Union, noch nicht im Amt, sich über
das Kreuz hermacht, dann ist das keine x-beliebige Einzelmeinung. Dann mutet
sie einem Teil ihrer Partei und einem Teil ihrer Wähler mehr zu, als die
emotional zu verkraften in der Lage wären. Wenn das auch noch an einem wenig
ereignisreichen Wochenende geschieht, an denen diverse Medien diverse
Schlagzeilen suchen, dann hat man den Salat.
Aygül Özkan darf man das am wenigsten
vorwerfen. Sie hat nur das getan, was sie bisher auch gemacht hat und was sie
erst zur Aufsteigerin in der Union werden ließ: Sie hat deutlich und präzise
ihre Meinung formuliert. Christian Wulff, der alles andere als ein Neuling ist
in diesem Geschäft, sein Stab, aber auch die Berliner Unionsstrategen müssen
sich dagegen vorwerfen lassen, ihrem kleinen Weltwunder nicht im notwendigen
Maße zur Seite gestanden zu haben. Ulrich Exner DW 26
Streit um Schulkreuze. "Kruzifixe bleiben in den Klassen"
Hannover. Kurz vor der Landtagswahl in
Nordrhein-Westfalen hätte sich die angehende Ministerin mit
Migrationshintergrund kein besseres Thema suchen können. Ausgerechnet die
Kreuze will sie aus den Schulen verbannen. Dass die künftige niedersächsische
Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) auch die Kopftücher los werden will,
verhallt in der Protestwelle aus den eigenen Reihen völlig.
In einem Interview hatte Özkan gesagt:
"Christliche Symbole gehören nicht an staatliche Schulen". Dagegen
erklärte Niedersachsens Ministerpräsident Christian Wulff (CDU): Seine
Landesregierung wünsche "sich Kreuze in Schulen und eine Erziehung auf
Grundlage christlicher Werte".
Von allen Seiten hagelt es jetzt aus
CDU und CSU Kritik. Manche fordern sogar, sie doch nicht zur Ministerin zu ernennen.
Am Dienstag soll die 38-Jährige Juristin als erste türkischstämmige Ministerin
in Deutschland vereidigt werden. Die SPD rechnet damit, dass die
CDU-Politikerin auch künftig in ihrer Partei anecken wird.
Der Vorsitzende des Innenausschusses im
Bundestag, Wolfgang Bosbach, lehnte Özkans rundweg ab: "Das ist in der Sache schlicht
falsch. Es gibt keinen Grund, das wichtigste christliche Symbol aus dem
öffentlichen Leben zu verdrängen", sagte der CDU-Politiker Wolfgang Bosbach den Zeitungen der Essener WAZ-Mediengruppe. Wenige
Tage vor der bundespolitisch wichtigen NRW-Wahl stellten die Äußerungen Özkans einen "fatalen Beitrag zur Verunsicherung
unserer Mitglieder und Wähler dar", so der CDU-Innenexperte.
Die Kirchenbeauftragte der
CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Maria Flachsbarth, betonte am Montag in Berlin, das
Kreuz habe seinen "selbstverständlichen Platz in der Öffentlichkeit".
Auch die Integrationsbeauftragte der
Bundesregierung, Maria Böhmer, lehnt ein Kruzifix-Verbot an staatlichen Schulen
ab. Kreuze seien Ausdruck einer jahrhundertealten christlichen Tradition in
Deutschland, sagte sie im Deutschlandfunk.
Ungeachtet des inhaltlichen Streits
nannte Böhmer die Ernennung der ersten türkischstämmigen Ministerin in
Deutschland richtungsweisend. In der vergangenen Woche hatten
Integrationsexperten in ganz Deutschland die Berufung der 38 Jahre alten
Muslimin als beispielhaft bewertet.
NRW-Integrationsminister Armin Laschet (CDU) hat die Forderung der künftigen
niedersächsischen Sozialministerin Aygül Özkan (CDU) nach einem Kruzifixverbot in Schulen abgelehnt. "Ich sage ganz
klar: In den Schulen Nordrhein-Westfalens bleiben die Kreuze hängen",
sagte Laschet der in Hagen erscheinenden
"Westfalenpost"
"Abstruse Ideen" - Besonders
scharfe Töne kamen von der CSU aus Bayern. "Mit solchen abstrusen Ideen
wird man jedenfalls in Bayern nicht Ministerin", sagte CSU-Generalsekretär
Alexander Dobrindt. "Solche Verunsicherungen
unserer Stammwähler sind wirklich überflüssig."
Dobrindt
sagte, Ministerpräsident Wulff hätte mit Özkan "vor ihrer Berufung besser
ein Gespräch über christdemokratische Politik geführt". "Dann wäre
manche Irritation unter den Unionsanhängern über die neue Ministerin vielleicht
unterblieben."
Protestenten
stellen sich hinter Özkan - Die evangelische Landeskirche in Hannover stellte
sich hinter die Berufung Özkans zu neuen Sozial- und
Integrationsministerin. Der stellvertretende Landesbischof Hans-Hermann Jantzen
sagte: "Wir freuen uns über die Ernennung von Aygül Özkan. Eine Ministerin
mit Migrationshintergrund tut unserem Land gut."
Allerdings zeigte er sich sehr erstaunt
über ihre Äußerung und begrüßte die Reaktion von Ministerpräsident Christian
Wulff (CDU). Wulff war über Özkans Äußerung verärgert
gewesen und hatte am Wochenende schnell klar gestellt, dass die Landesregierung
Kreuze an Schulen nicht grundsätzlich ablehnt.
Aus der konservativen Richtung der
Kirchen gab es am Montag allerdings auch die Forderung, die Berufung Özkans zur Sozial- und Integrationsministerin zu
überdenken. Der Beauftragte der Deutschen Evangelischen Allianz am Sitz des
Deutschen Bundestags, Wolfgang Baake, wandte sich damit in einem Schreiben an
Wulff.
"Im Dauerclinch mit der CDU"
- Nach Ansicht SPD-Generalsekretärin Andrea Nahles
zeigt die innerparteiliche Kritik an Özkan, dass die CDU mit der
selbstbewussten Ministerin überfordert sein wird. Özkan bewege sich mit ihrer
Position zu den Schul-Kruzifixen auf der Ebene des entsprechenden Urteil des Bundesverfassungsgerichts. Daran hätten sich alle
zu halten, sagte Nahles.
Berlins Regierender Bürgermeister Klaus
Wowereit (SPD) prophezeit der künftigen Sozialministerin Özkan einen
Dauerstreit mit ihrer Partei. Ihre in der CDU heftig kritisierten Äußerungen,
sowohl Kreuze als auch Kopftücher in öffentlichen Schulen zu verbieten, zeige,
dass sie nicht zur Programmatik der CDU passe, sagte Wowereit im
Deutschlandfunk.
"Die Reaktionen, die da jetzt
kommen, die Erschrockenheit bei der eigenen CDU, die zeigt ja, was denn da in
nächster Zeit zu erwarten ist. Wenn sie annähernd ihre Positionen versucht, als
Sozialministerin umzusetzen, dann ist sie im Dauerclinch mit ihrer CDU",
sagte Wowereit.
Obwohl er sich am Wochenende noch an
der Kritik zu Özkans Vorschlag beteiligt hatte,
wollte Niedersachsens Ministerpräsident das Thema jetzt schnell beenden:
"Frau Özkan akzeptiert, dass in Niedersachsen in den Schulen Kreuze
willkommen und gewünscht sind. Sie trägt diese Linie mit. Damit ist das Thema
erledigt", sagte Wulff in Oldenburg bei der Bundeskonferenz der
Integrations- und Ausländerbeauftragten in Deutschland. "Das
Missverständnis ist ausgeräumt worden. ...Sie wird eine grandiose Ministerin
sein." Wulff sagte aber auch: "Die Irritation hätte nicht sein
müssen."(afp/kho 26)
Deutsche Bischöfe beraten über neue Richtlinien
Der Freiburger Erzbischof Robert Zollitsch kündigt eine „gründliche Aufarbeitung der Fälle
von sexuellem Missbrauch in der Kirche“ an. Das sei „notwendig und schmerzhaft
zugleich“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz der
Frankfurter Allgemeinen Sonntagszeitung (FAS). Am Montag beraten die
Diözesanbischöfe in Würzburg erstmals über die überarbeiteten Richtlinien zum
Umgang mit Missbrauchsfällen. Bischof Stephan Ackermann, der bischöfliche
Missbrauchs-Beauftragte, erklärt, der Text sei „inhaltlich nachgebessert und
klarer, präziser formuliert“. Er regle unter anderem detaillierter das
Verhältnis von katholischer Kirche und ihren Einrichtungen zu den staatlichen
Strafverfolgungsbehörden. Die überarbeiteten Leitlinien sollen zudem stärker
auf die Opfer-Perspektive eingehen und ausdrücklich die Präventionsarbeit zum
Gegenstand haben. Ackermann hatte zusammen mit einer Expertengruppe einen
Entwurf erarbeitet, der den Bischöfen Ende letzter Woche zugegangen ist. Die
Bischofskonferenz hat mehrfach angekündigt, sie wolle bis zum Sommer ihre
Leitlinien von 2002 überarbeiten.
Nach FAS-Angaben plädieren „maßgebende
Bischöfe“ intern dafür, „die Leitlinien vor ihrer Verabschiedung mit
unabhängigen Fachleuten öffentlich zu erörtern“. Umstritten sei weiterhin die
Frage, „ob im Verdachtsfall auch dann die Staatsanwaltschaft zu informieren
sei, wenn das mutmaßliche Opfer das nicht will“. Zollitsch
nennt es die wichtigste Aufgabe der Bischöfe, sich stärker um die
Glaubwürdigkeit der Kirche zu bemühen und darum, verlorengegangenes Vertrauen
wiederzugewinnen. fas/kna 25
Papst in Großbritannien Gummis im Namen des Herrn
Darüber dürfte der Papst not amused sein: Ein britischer Regierungsbeamter schlägt vor,
er solle eine Abtreibungsklinik einweihen und eine Kondom-Kampagne starten.
Öffentlichwirksam
sind diese Vorschläge auf jeden Fall - schon jetzt sorgen sie in der britischen
Presse für Furore. Vor dem Papst-Besuch in Großbritannien im September ist ein
Regierungsdokument aus dem Außenministerium an die Öffentlichkeit gelangt,
berichtet der Sunday Telegraph - mit einem pikanten
E-Mail-Anhang. Der Inhalt: Eine Liste mit ersten Vorbereitungen zu dem Besuchprogramm des Papst im
September. Der Titel: "Der ideale Besuch sähe so aus".
Darin heißt es unter anderem, Papst
Benedikt XVI. solle bei seinem Besuch eine Abtreibungsklinik einweihen und eine
Homo-Ehe schließen. Außerdem könne er eine Kondom-Verkaufskampagne starten und
sein Durchgreifen im Missbrauchsskandal beweisen, indem er "zwielichtige
Bischöfe rausschmeißt".
Das Außenministerium entschuldigte sich
umgehend für das Papier, das von einem jungen Staatsbediensteten verfasst
worden sei. Der etwa 20-Jährige sei inzwischen mit anderen Aufgaben betraut
worden. Das Ministerium bezeichnete die Liste als "dumm" und
"respektlos".
Außenminister David Miliband
zeigte sich "entsetzt" über den Vorgang. Ein Ministeriumssprecher
sagte, das Papier spiegele nicht im Geringsten die
Position der britischen Regierung wider. Londons Botschafter im Vatikan,
Francis Campbell, drückte gegenüber Vertretern des Heiligen Stuhls in Rom das
Bedauern der britischen Regierung aus.
"Weit hergeholte Ideen" - Das
auf den 5. März datierte Dokument, das in einer Fußnote mit dem Hinweis
versehen war, es handele sich um etwas "weit hergeholte" Ideen, war
eines von drei an die E-Mail angehängten "Hintergrunddokumenten", die
Regierungsvertreter zur Diskussion über Themen für den Papstbesuch aufforderten,
wie die Zeitung berichtete.
Der Autor habe zudem gewarnt, der
Inhalt sei nur für den internen Gebrauch bestimmt; vor allem der Text "der
ideale Besuch" sei "Produkt eines Brainstormings", das auch noch
die entferntesten Ideen in Betracht ziehe.
Papst Benedikt XVI. wird das Vereinigte
Königreich vom 16. bis 19. September besuchen. Empfangen wird das Oberhaupt der
Katholischen Kirche dabei von Queen Elizabeth II. in ihrer Residenz Holyrood Palace im schottischen Edinburgh. Die Königin
steht der Church of England vor. Neben Edinburgh wird
der deutsche Papst auch in Glasgow, London und Coventry sein. Der Besuch ist
der erste eines Papstes auf der Insel seit 28 Jahren. Zuletzt war Papst
Johannes Paul II. im Jahr 1982 sechs Tage in Großbritannien. (sueddeutsche.de 25)
Rücktritt von Bischof Mixa - Ist der Sündenbock gefunden?
Irgendjemand muss die Schuld auf sich
nehmen und vor die Tore der Stadt tragen.
So beschreibt es das 3. Buch des Moses,
das für die Leviten, in dem die Riten zusammengestellt sind. Man lädt auf einen
Ziegenbock, der damit zum Sündenbock wird, die Schuld der Gemeinschaft und
treibt ihn in die Wüste.
In der Aufdeckung der Missbrauchsfälle
hatte man lange versucht, ein prominenteres Opfer zu finden, nämlich den Papst.
Irgendeinen Fehler musste in den Jahren, in denen er ein Leitungsamt ausgeübt
hatte, zu finden sein. Aus dem Fehler hätte man eine Schuld konstruieren
können, um ihn dann „in die Wüste zu schicken“. Das Wort hat sich in unserem
Sprachgebrauch erhalten. Ein Bischof ist dann in der Hierarchie der
Opferprominenz der nächste. Eigentlich waren es die Orden, die durch die
Vertuschung von Missbrauchsfällen in die Medien geraten waren. Zuerst waren es
die Jesuiten mit ihrer Schule in Berlin. Aber weder der Jesuitenprovinzial noch
ein Benediktinerabt schienen der Öffentlichkeit prominent genug, um die Schuld
wegzutragen.
Allerdings erstaunen zwei Dinge im
Zusammenhang mit dem Rücktritt des Augsburger Bischofs. Einmal, dass es in der
aufgeklärten Bundesrepublik weiter Opferriten gibt und dass einer als
Sündenbock ausgewählt wurde, der gar nichts mit Missbrauchsfällen zu tun
hatte.
Die Opferriten funktionieren weiter - Die aufgeklärte, d.h. von der Vernunft und
nicht von mythologischen Vorstellungen geleitete moderne Gesellschaft, verlangt
offensichtlich Opfer. Betrieben wird das von den Agenten der Aufklärung. Deren
Sprachrohr ist wohl nach allgemeiner Überzeugung nicht die Frankfurter
Allgemeine oder das ZDF, sondern seit Jahrzehnten der Spiegel. Die Süddeutsche
Zeitung sieht sich auch in der Rolle, nicht nur für Vernunft zu plädieren,
sondern Schuld aufzudecken und die Schuldigen „an den Pranger“ zu stellen, um
so die Schuld „auszumerzen“. Es ist wie eine Jagd. Sie wird von den Medien so
lange betrieben, bis „das Opfer zur Strecke“ gebracht ist.
Der Opferritus, der hier am Modell des
Sündenbocks beschrieben wird, wurde von René Girard entdeckt. Er hat die über
die ganze Welt verbreiteten Opferriten in „Das Heilige und die Gewalt“
beschrieben. Nun werden die Journalisten, die seit Wochen recherchieren, sich
nicht in der Rolle von Opferpriestern fühlen. Aber was in regelmäßigen
Abständen als Hatz auf die Politiker stattfindet und diesmal die katholische
Kirche trifft, entspringt der menschlichen Grundgegebenheit, die offensichtlich
nicht von der Vernunft abgeschafft wurde. Die Zustände sind trotz 200 Jahren
vernunftgeleiteter Gesellschaft immer noch so, dass die regulären
Entschuldungsmechanismen und Institutionen, nämlich die Gerichte und die
Rechtsprozesse, nicht ausreichen. Die Medien halten sich weiterhin an den
Sündenbock. Wenn er gefunden ist, dann muss er „geopfert“ werden. Das
geschieht nicht mehr als buchstäbliche Hinrichtung, sondern durch soziale
„Enthauptung“, nämlich durch Verlust des Amtes. Dabei ist es weniger von
Bedeutung, dass dieser im juristischen Sinn wirklich schuldig ist.
Dass die Opferriten weiter wirksam
sind, zeigt sich auch an der Zahl der Krimis die wöchentlich ausgestrahlt
werden. Offensichtlich häuft sich im Laufe der Woche so viel Schuld an, dass am
Wochenende ein Opfer gefunden werden muss. Die Schuldgefühle werden dadurch
weggebracht, dass man den Mörder ausfindig macht. Aber warum wurde gerade
Bischof Mixa zum Sündenbock, der die Schuldgefühle
wegtragen soll?
Ohrfeigen und finanzielle
Ungereimtheiten - Bisher hat kein
Journalist Bischof Mixa mit sexuellem Missbrauch in
Verbindung gebracht. Es waren Ohrfeigen oder andere körperlichen Strafen sowie
Geldbeträge, die nicht entsprechend dem Stiftungszweck des Schrobenhausener
Waisenhauses verwendet worden waren. Das ist schon erstaunlich, denn auch wenn
sich die Vorwürfe erhärten, sie haben allenfalls mit Kindern zu tun, werden
aber nicht als sexueller Missbrauch gedeutet. Hier könnte ein weiteres Ergebnis
der Forschungen von René Girard weiterhelfen. Das dumpfe Gefühl, dass Schuld
herausgeschafft werden muss, braucht eine gewisse Zeit, bis das Opfer
ausgemacht ist, das dann auch in der Lage ist, die Schuld aus der Mitte der
Gemeinschaft herauszutragen. Dazu ein Indiz: Der Sprecher von „Wir sind Kirche“
fordert vom Papst, das Rücktrittsgesuch des Bischofs schnell zu bearbeiten,
weil den Katholiken im Bistum in Augsburg ein langes Warten nicht zuzumuten
sei. Der Präsident des Zentralkomitees der Katholiken, Alois Glück verlangt dagegen,
dass man sich Zeit lassen müsse; seine Begründung: Man müsse den Opfern durch
genaue Aufklärung gerecht werden. Also: Die Sache weiter „köcheln“. Für „Wir
sind Kirche“ ist Bischof Mixa der geeignete
Sündenbock, für das Zentralkomitee noch nicht.
Nun müsste dem Laienkatholizismus der
Rücktritt eines Bischofs eigentlich als Genugtuung ausreichen, zumal gerade
dieser Bischof für das bisherige Priesterverständnis der katholischen Kirche
eingetreten ist und kein Verbündeter des Zentralkomitees zur Abschaffung des
Zölibats war. Aber gestürzt hat der Präsident des Zentralkomitees den Bischof
nicht. Alois Glück warnt am Freitag vor falscher Mythenbildung. Als
langjähriger Politiker, der sicher an den Opferriten der CSU, d.h. an den
Intrigen zur Absetzung nicht nur von Edmund Stoiber beteiligt war, weiß er: Der
Ritus wirkt nur, wenn das Opfer wirklich mit der Schuld beladen werden kann.
Die Auswahl des Sündenbocks in der
„aufgeklärten“ Bundesrepublik
Wie ist es nun dazu gekommen, dass
Bischof Mixa für die dumpfen, aggressiven,
verwirrenden Gefühle im Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen ausgewählt
wurde. Die Veröffentlichung von lange zurückliegenden Fehlgriffen gegenüber
Kindern hat frühere Bewohnerinnen des Waisenhauses in Schrobenhausen motiviert,
ihre Verletzungen, die offensichtlich noch keine Möglichkeit bekamen, zu
heilen, in die Öffentlichkeit zu tragen. Bischof Mixa
hat die Vorwürfe durch seinen Pressesprecher kategorisch abstreiten lassen.
Dieser hat von einer gezielten Kampagne gegen den Bischof gesprochen. Das
weckte natürlich die Frage, wer Recht hat. Die ehemaligen Bewohner des
Waisenhauses gaben eidesstattliche Erklärungen ab. Schritt für Schritt musste
der Bischof von seiner Strategie Abstand nehmen und schließlich um Verzeihung
bitten. Die Stiftung des Waisenhauses beauftragte einen Rechtsanwalt, der dann
auch finanzielle Ungereimtheiten entdeckte.
Der Augsburger Bischof hätte einfach
der katholischen Tradition folgen müssen. Wenn Schuld oder Versagen vorhanden
ist, muss sie bekannt werden, damit sie geheilt und nach katholischem
Verständnis, verziehen werden kann. Mit dieser Haltung hätte sich Bischof Mixa, ausgestattet mit der Tugend der Tapferkeit, durchaus
auch den Medien stellen können. Nichts anders wollen die Medien erst einmal. Das
kann das Amt kosten, aber nicht das Ansehen und die Würde.
Bischof Mixa
aber hat sich in den Sündenbockmechanismus verstrickt und sich nicht der
katholischen Praxis anvertraut. Der Sündenbockmechanismus verläuft nach den
Beobachtungen von René Girard so: Es ist meist der Zufall, der den Sündenbock
auswählt. Wenn jemand als Sündenbock angefragt wird und er sich nicht wehrt,
dann sammeln sich um ihn, ohne Rücksicht auf die Fakten, alle negativen
Gefühle. In diesem Fall die Wut über das Unrecht an Kindern, der Ärger über
eine strenge Sexualmoral, Rache- und Hassgefühle über klerikale
Selbstherrlichkeit und fragwürdige Personalentscheidungen. Der Druck dieser
Gefühle führte schließlich dazu, dass ein Rücktritt unausweichlich wurde. Der
Rücktritt ist erst einmal eine Niederlage, aber es gibt eine interessante neue
Entwicklung.
Die katholische Striktheit
in sexualethischen Fragen ist wieder mehrheitsfähig
Wenn der Sündenbock hingerichtet,
sozial „enthauptet“ ist, ist seine Wirkungsgeschichte nicht zu Ende. Weil er
die Schuld weggetragen hat, so René Girard, wird er plötzlich verehrt. Genau
das erlebt die katholische Kirche. Nicht zuletzt wegen ihrer strikten
Sexualmoral wird sie wegen Vertuschung von Missbrauchsfällen in eigenen Reihen
an den Pranger gestellt. Zugleich aber wird wieder verurteilt, was Jesus schon
aufs Korn genommen hat. Er sagt in der Bergpredigt: Ehebruch beginnt nicht erst
da, wo er getan wird, sondern bereits, wenn einer die Frau eines anderen mit
Begehren anblickt.
Kindesmissbrauch, so sehen es die
Medien, indem sie Psychologen zitieren, beginnt schon dann, wenn ein
Erwachsener mit erotischen Gefühlen ein Kind anschaut oder Jugendliche nach
ihren sexuellen Erfahrungen ausfragt, um sich daran zu ergötzen.
Soviel Zustimmung zu den Grundsätzen
der Sexualmoral, wie Jesus sie vertreten hat und wie die katholische Kirche sie
versucht hat, weiter zu verkünden, gab es lange nicht. Offensichtlich ist das
Zeitalter der sexuellen Revolution, mit der die katholische Kirche lange im
Konflikt lag, gerade dabei, sich selbst an sein Ende zu bringen. Der
Gleichklang der Psychologen mit der jesuanischen Deutung des erotischen
Begehrens spricht auf jeden Fall dafür.
Eckhard Bieger
S.J. Redaktion kath.de
Zollitsch: „Mixas Rücktritt ist kein Schuldeingeständnis!“
„Bischof Dr. Walter Mixa
hat dem Heiligen Vater den Verzicht auf das Amt des Bischofs von Augsburg und
des Militärbischofs der Bundesrepublik Deutschland angeboten. Dieser schwere
Schritt verdient Respekt. Wir, die Bischofskonferenz, stehen mit großer Achtung
vor ihm, denn er hat damit von sich aus einen wichtigen Schritt getan.“
Mit diesen Worten hat der Vorsitzende
der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch,
an diesem Donnerstagmittag in Bonn den Rücktritt Bischof Walter Mixas von seinen Ämtern bekannt gegeben. Ein Schritt, den
viele Stimmen, auch aus der Politik, im Vorfeld gefordert hatten. Robert Zollitsch bezeichnete den Rücktritt seines Amtsbruders als
„Verlust für unsere Bischofskonferenz“.
„Der Bischof von Augsburg möchte damit
in der Diözese, in der Kirche von Augsburg einen Neuanfang ermöglichen. Und wir
stehen mit großer Achtung vor dieser Entscheidung. Bischof Dr. Mixa hat sich auf vielfältige Weise bisher in die Deutsche
Bischofkonferenz eingebracht. Sowohl in seiner Zeit als Bischof von Eichstätt
von 1996 bis 2005, als auch seit 2005 als Bischof von Augsburg. Hier verdanken
wir ihm sehr viel. Und das gilt es einfach und wirklich anzuerkennen. Er wird
uns in dieser Weise auch fehlen in der Deutschen Bischofskonferenz.“
Anders, als die Erzbischöfe Robert Zollitsch und Reinhard Marx ihm zu bedenken gegeben hatten,
habe sich Bischof Mixa nicht für eine Auszeit in
geistlicher Einkehr entschieden. Das respektiere er, betonte der DBK-Vorsitzende
nochmals, und erklärte weiter:
„Ich habe es nicht als
Schuldeingeständnis verstanden. Ich sehe ganz klar, auch nach den Gesprächen,
die ich mit ihm hatte, dass er die Möglichkeit schaffen will, dass in Augsburg
ein Neuanfang gegeben ist.“
Das weitere Prozedere - Den nun
folgenden Verlauf, erklärt der Sprecher der Deutschen Bischofskonferenz,
Matthias Kopp, gebe das Kirchenrecht vor:
„Das weitere Prozedere sieht
folgendermaßen aus: Sie wissen, der Bischof von Augsburg hat einen Brief an den
Papst geschrieben. Ist dieser im Vatikan eingegangen, wird der Papst das
Rücktrittsgesuch zu einem bestimmten Zeitpunkt wahrscheinlich annehmen.
Kirchenrechtlich ist es dann so, dass in dem Moment, wo der Amtsverzicht
angenommen ist, das Domkapitel zusammentritt, um einen Diözesanadministrator zu
wählen, der die Geschäfte übernimmt, bis durch das Bayernkonkordat ein neuer
Bischof eingesetzt wird durch den Papst.“
Etwas anders liege die Sache bei der
Neubesetzung der Position des Militärbischofs:
„Hier wird der Heilige Stuhl in einem Prozedere mit der Bundesregierung eine Person
vorschlagen, wo die Bundesregierung dann zustimmt und der Papst schließlich den
neuen Militärbischof ernennt. Würde jetzt diese Person eine „Person x“ sein,
die kein deutscher Diözesanbischof ist, hätten wir einen 28. Bischof in
Deutschland. Das Militärbischofsamt in Berlin ist eine eigene Einrichtung, wie
ein Ordinariat, wie ein Generalvikariat in anderen Bistümern.“ (pm 22)
Rücktritt von Bischof Mixa. „Dieses Kapitel ist noch nicht abgeschlossen“
Ungeachtet des Rücktrittsgesuchs des
Augsburger Bischofs dringt das Zentralkomitee der deutschen Katholiken auf eine
umfassende Aufklärung der Prügel- und Untreuevorwürfe.
Die Reformbewegung „Wir sind Kirche“ appelliert an den Vatikan, in der Causa Mixa rasch über das Rücktrittsgesuch zu entscheiden.
Debattenende mit Mixas
Rücktrittsgesuch?
Der Vorsitzende der bayerischen
Bischofskonferenz, Erzbischof Reinhard Marx, hat vor einer Vorverurteilung des
Augsburger Bischofs Walter Mixa gewarnt. Marx mahnte,
nötig sei ein „objektiver Bericht, nicht nur Vorwürfe, die von den Medien
vermittelt werden“. Mixa habe ihm versichert, dass
auch er wünsche, dass die Prügel- und Untreuevorwürfe
objektiv geklärt werden. Das müssten Fachleute tun. „Mit einer Bewertung der
Vorgänge sollten wir uns also Zeit lassen, bis endgültige Ergebnisse
vorliegen“, betonte der Erzbischof von München und Freising.
Zugleich gestand Marx ein, dass der
Fall Mixa die Kirche belastet hat. Mixa hatte am Donnerstag beim Vatikan sein Rücktrittsgesuch
eingereicht: „Es ist immer belastend, wenn ein Mitbruder in der Diskussion
steht und angegriffen wird, manchmal zu Recht, manchmal auch zu Unrecht“, sagte
er.
ZdK
pocht auf Aufklärung - Ungeachtet des Rücktrittsgesuchs des Augsburger Bischofs
dringt das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK)
auf eine umfassende Aufklärung der Vorwürfe gegen Mixa.
„Mit dem Rücktritt von Walter Mixa kann dieses
Kapitel nicht abgeschlossen werden“, betonte ZdK-Präsident
Alois Glück. Glück sagte, die Vorwürfe müssten unbedingt aufgeklärt werden.
„Sonst trägt man nur zu einer vergifteten Atmosphäre und zur falschen
Mythenbildung bei“, sagte der ZdK-Präsident und
CSU-Politiker.
Die Reformbewegung „Wir sind Kirche“
appellierte an den Vatikan, über Mixas
Rücktrittsgesuch möglichst rasch zu entscheiden. Eine lange Hängepartie wäre
den Katholiken im Bistum Augsburg nicht zuzumuten, sagte „Wir sind
Kirche“-Sprecher Christian Weisner. Er betonte, ein
rasches Votum Roms sei auch deshalb nötig, weil Mixa
nicht nur als Augsburger Bischof, sondern auch als katholischer Militärbischof
in Deutschland zurücktreten wolle. In der jetzigen schwierigen Lage in
Afghanistan bräuchten die katholischen Soldaten und ihre Familien schnell
wieder einen handlungsfähigen Militärbischof. „Auch deswegen muss man auf eine
schnelle Entscheidung des Vatikans über Mixas
Rücktrittsangebot hoffen“, sagte Weisner. Vor allem
sei das die Kirche auch den Opfern schuldig.
Der Vorsitzende des Augsburger
Diözesanrats, Helmut Mangold, mahnte zudem, nach der Entscheidung über das
Rücktrittsangebot dürfe es dann nicht wieder ein Jahr dauern, bis ein neuer
Bischof ernannt wird.
Mixa
hatte am Donnerstag gesagt, er wolle weiteren Schaden von der Kirche abwenden
und im Bistum Augsburg einen Neuanfang ermöglichen. Er soll in seiner Zeit als
Stadtpfarrer im oberbayerischen Schrobenhausen (1975 bis 1996) Heimkinder
geschlagen haben. Mixa hatte dies zunächst geleugnet,
dann aber doch „Ohrfeigen“ eingestanden Frühere Heimkinder werfen ihm in
eidesstattlichen Erklärungen jedoch massive Prügelattacken vor. Mixa werden auch finanzielle Unregelmäßigkeiten in seiner Zeit
als Stadtpfarrer angelastet (Bischof Mixa: Dubiose
Geschäfte, heftige „Watsch'n“).
Diözese entpflichtet Berater des
Bischofs - In der Diözese wurde nach Mixas
Rücktrittsgesuch unterdessen dem engem Berater des
Bischofs Dirk Hermann Voß mit sofortiger Wirkung die Verantwortung für die
Öffentlichkeits- und Medienarbeit entzogen. Diese Zuständigkeit übernahm
Generalvikar Karlheinz Knebel. Voß bleibt aber unter anderem Geschäftsführer
der Mediengruppe Sankt Ulrich Verlag.
Bundestagsvizepräsident und ZdK-Mitglied Wolfgang Thierse betonte, er hätte sich ein
ehrlicheres Verhalten des Bischofs gewünscht: „Ich kenne Bischof Mixa nicht persönlich. Aber es ist offensichtlich eine Art
Sonderbewusstsein eines katholischen Bischofs gewesen, der meinte, durch Amt,
durch Weihe sei er etwas anderes als andere Menschen“, sagte der SPD-Politiker.
Dei
Bundesvorsitzende der Grünen, Claudia Roth, die aus Augsburg stammt, sagte, sie
hoffe, „dass mit dem Mixa-Rückzug“ ein Neubeginn im
Bistum Augsburg und in der Deutschen Bischofskonferenz möglich ist“ - mit
anderen Positionen und einem anderen Umgang mit Konflikten. Das
Rücktrittsgesuch sei sicher „im Sinne von vielen katholischen Gläubigen und
Geistlichen“, werde aber nicht ausreichen. „Die Verfehlungen, über die seit
Wochen berichtet wird, müssen weiter mit großem Nachdruck aufgeklärt werden. Mixa darf nicht das Bauernopfer für alle anderen sein“,
warnte Roth. Sie hoffe sehr, „dass man in Augsburg endlich die Kraft findet,
wieder ein liberaleres Bistum zu schaffen“. Faz.net 23
Deutsche Katholiken reagieren nach einem Zeitungsbericht heftig auf den
Missbrauchsskandal in ihrer Kirche.
Nach einem am Samstag veröffentlichten Bericht der „Frankfurter Rundschau“
haben sich die Kirchenaustrittszahlen teilweise verdoppelt oder verdreifacht.
Besonders drastisch ist der Austritts-Anstieg laut Bericht in den stark
katholisch geprägten Regionen Süd- und Westdeutschlands. So nahmen im März die
Austritte im Bistum Bamberg von sonst durchschnittlich 200 bis 300 auf etwa
1.400 Gläubige zu. Im Bistum Rottenburg-Stuttgart stiegen die Austritte nach
Angaben von Bischof Gebhard Fürst von durchschnittlich 1.400 monatlich auf
2.676 im März an. Auch das Erzbistum Freiburg hatte Mitte April von nahezu
einer Verdreifachung der Zahlen gesprochen. So traten im März 2.711 Katholiken
aus, ein Jahr zuvor waren es 1.058 Austritte. Im Bistum Würzburg kletterten die
Austrittszahlen von 407 im März 2009 auf 1233 im März 2010. Im Bistum Augsburg,
dessen Bischof Walter Mixa wegen
Misshandlungsvorwürfen seinen Rücktritt einreichte, gab es nach Zeitungsangaben
seit Jahresbeginn 4.300 Austritte. Im Bistum Essen traten im März 2009 rund 440
Gläubige aus, im März dieses Jahres waren es rund 700. kna
25
Benedikt XVI.: „Internet ist schön und gut, aber“
Die digitale Welt ist eine große
positive Herausforderung für die Kirche. Davon ist Papst Benedikt XVI.
überzeugt. Er empfing an diesem Samstagmittag rund 6.000 Teilnehmer einer
italienischen Tagung zum Thema „Digitale Zeugen“ im Vatikan. Auch im Internet
können Gläubige die Frohe Botschaft weiter tragen, sagte der Papst. Doch berge
das World Wide Web auch Gefahren:
„Das Internet kann aber zu einem
Gleichschaltungsorgan verkommen und den intellektuellen und moralischen
Relativismus fördern. Wohlgemerkt, wir sind nicht gegen neue Technologien.
Unsere Kraft liegt aber im Kirchesein – also
Gemeinschaft der Gläubigen. Wir sind in der Lage allen Menschen die Nachricht
des Auferstandenen weiterzugeben. Und das tun wir, indem wir uns dem
Mitmenschen voll und ganz hingeben.“
Der Papst zählte dann verschiedene
Medienbeispiele auf, die es in Italien gebe. Und dann richtete er einige Worte
direkt an katholische Kommunikationsschaffenden:
„Ich rufe alle Berufstätige in diesem
Sektor auf, in ihren Herzen ihre Berufung zum Dasein für die Mitmenschen zu
fördern. Um das zu erreichen brauchen sie aber auch eine solide theologische
Vorbereitung und insbesondere eine tiefe und freudige Leidenschaft für Gott,
die im ständigen Dialog mit dem Herrn entsteht.“
„Leben und Menschenwürde sind
unantastbar“ - Das Leben und die Menschenwürde sind ein wertvolles Gut und
deshalb unantastbar. Das sagte Papst Benedikt XVI. an diesem Samstag dem neuen
belgischen Botschafter beim Heiligen Stuhl. Charles Ghislain hat dem Papst sein
Beglaubigungsschreiben überreicht. Der Papst erinnerte in seiner Rede an zwei
Katastrophen, die vor kurzem in Belgien geschehen sind: der Sturz eines
Gebäudes in Lüttich Ende Januar und das Zugunglück in Buizingen
im März.
„Diese Katastrophen zeigen uns, wie
zerbrechlich die menschliche Existenz ist und wie wichtig es ist, das Leben zu
schützen. Solche Ursachen zeigen uns des Weiteren auch, die Bedeutung eines
wahren sozialen Zusammenlebens und des gegenseitigen Respekts. Deshalb müssen
wir alle das Leben als solches und die Menschenwürde verteidigen und fördern,
so wie es das Naturrecht vorsieht.“
Die Kirche, so der Papst, hat zum Ziel,
das Gemeinwohl zu stärken. Sie verlange deshalb nichts anderes als Religionsfreiheit,
um diese ihre Botschaft zu verbreiten, ohne sie jemanden aufzuzwingen, fügte
Benedikt an. (rv 24)
Missbrauch in Österreich „Ein runder Tisch ist nur ein Startschuss“
In Österreich tagte der runde Tisch zum
Thema Missbrauch Mitte April. Der Wiener Erzbischof Kardinal Schönborn sprach
damals von einer ‚Allianz gegen Missbrauch’. Die Vizepräsidentin des
Hauptverbandes der Katholischen Elternverbände Österreichs, Cornelia
Frankenstein, zieht aus den Erfahrungen erste Schlüsse und warnt vor überzogenen
Erwartungen an diese Form der Auseinandersetzung:
„Man muss dabei sofort klarstellen,
dass ein runder Tisch nur ein Startschuss sein kann. Ein runder Tisch hat den
großen Vorteil, dass man hier Experten zusammenrufen kann, die durch ihre
tägliche Arbeit mit dem Problem befasst sind und hier auch sachlich
Lösungsvorschläge bringen können.“
Sehr deutlich sei bei diesem runden
Tisch aber auch geworden, dass die Gesellschaft insgesamt auf wackligem Boden
stehe, wenn es um Missbrauch geht. Hier habe die durch die Kirche begonnene
Aufarbeitung einen guten Einfluss auf die Diskussionen gehabt:
„Die katholische Kirche in Österreich
hat hier der Politik die Tür geöffnet, angstfrei mit der Thematik umzugehen.
Ein runder Tisch kann eine Versachlichung der Debatte leisten, denn das ist ein
gesamtgesellschaftliches Problem, dem man sich immer stellen muss. Jeder, der
Verantwortung trägt für Schutzbefohlene, muss sich bewusst sein, dass es eine
Gefahr gibt und dass es wichtig ist, damit richtig umzugehen. Und diese
Verantwortung hat auch die Politik.“
Mit Blick auf die Österreichische
Geschichte zu den Missbrauchsfällen, beginnend mit dem Wiener Erzbischof
Kardinal Groer vor zehn Jahren, ordnet Cornelia Frankenstein die Bedeutung
eines runden Tisches in der augenblicklichen Debatte ein. (rv
23)
Belgien. Der Bischof von Brügge, Roger Joseph Vangheluwe, ist wegen Missbrauchs zurückgetreten.
Benedikt XVI. hat den Rücktritt
umgehend angenommen. Vangheluwe gesteht, dass er als
Priester und auch noch in seiner ersten Zeit als Bischof „einen Jungen sexuell
missbraucht“ hat. Das Opfer sei „davon immer noch gezeichnet“. Er habe das
Opfer und seine Familie „in den letzten Jahrzehnten mehrmals um Verzeihung
gebeten“: „Aber das hat ihm keinen Frieden gegeben“, so der Bischof wörtlich.
Und auch er sei „nicht im Frieden mit mir selbst“. Der „Mediensturm dieser
letzten Wochen“ habe „das Trauma verstärkt“: So könne es „nicht mehr weitergehen“.
Vangheluwe wörtlich: „Ich bedaure zutiefst, was ich
getan habe, und bitte ehrlich um Entschuldigung beim Opfer, seiner Familie, bei
der ganzen katholischen Gemeinschaft und der Gesellschaft allgemein.“ Die
Familie des Opfers hatte sich zu Wochenbeginn schriftlich an die Bischöfe
gewandt. Diese forderten Vangheluwe daraufhin zum
Rücktritt auf. Erzbischof André-Joseph Léonard von Brüssel meinte am Freitag
bei einer Pressekonferenz unter Tränen: „Bei Missbrauch gibt es keine
Winkelzüge. Wir sind uns der Vertrauenskrise bewusst.“ Er hoffe, dass diese
Deutlichkeit helfe, dem Opfer seine Würde zurückzugeben und dass sie zu seiner
Genesung beitrage. Wenn der Bischof von Brügge nicht von sich aus seinen
Rücktritt angeboten hätte, dann hätten die belgischen Bischöfe beim Vatikan ein
Amtsenthebungsverfahren gegen ihn beantragt, so Léonard. - Vangheluwe
wurde 1936 in Roeselare geboren. 1963 wurde er zum
Priester geweiht. Er lehrte anschließend Theologie am Priesterseminar in
Brügge. In der Belgischen Bischofskonferenz war er unter anderem für die
karitative Arbeit der katholischen Kirche zuständig. (ansa/kipa 23)
Merkel: „Christen sollen nicht verzagen“
Bundeskanzlerin Angela Merkel hat keine
Sorge, dass die Kirche durch die gegenwärtige Diskussion über die
Missbrauchsfälle als gesellschaftliche Institution unglaubwürdig wird. Das
sagte die CDU-Vorsitzende am Dienstagabend in Mülheim bei einer
Podiumsdiskussion auf der Festveranstaltung zum 50-jährigen Bestehen der
Katholischen Akademie im Bistum Essen:
„Ich glaube, wir sollten doch bei aller
Tragik und Schwierigkeit dieser Diskussion, unsere Kräfte nicht kleiner reden,
als sie sind - sind doch die Kirchen kräftig in ihrer Geschichte und ihren
Möglichkeiten, dass ich in mir den festen Glauben habe, dass das zu bewältigen
ist, und dass wir das miteinander hinbekommen. Ich glaube, wir können das
schaffen, wenn wir wahr und klar sind. Wenn wir vor allem für die Zukunft
glaubwürdig zeigen können, dass Menschen, die Opfer von Missbrauch geworden
sind, das Gefühl haben, in einer Gesellschaft zu leben, wo man sich mit diesen
Problemen an die Gesellschaft wenden kann. Wo man nicht ausgegrenzt wird oder
sich selbst noch rechtfertigen muss.“
Politik und Kirche hätten das zum
gemeinsamen Ziel erklärt, so Merkel.
„Wir wissen alle, dass die
Missbrauchsfälle nicht nur eine Angelegenheit der katholischen Kirche sind. Wir
versuchen das politisch, besonders durch den Runden Tisch mit den drei
Ministerinnen, zu flankieren. Dennoch gibt es bei vielen Christen Verunsicherung
darüber, was das bedeutet und wie wir da wieder heraus kommen. Ich finde es
wichtig, und das hat neben anderen Erzbischof Zollitsch
gesagt, dass Wahrheit und Klarheit die einzige Möglichkeit sind, damit
umzugehen. Aber ich finde auch grade die Reaktionen, einen Beauftragten wie
Bischof Ackermann zu benennen, und vieles Andere mehr, sind wichtig.“ (domradio/kna 22)
Marokko: Bischofskonferenz Nordafrika zu Missionars-Ausweisungen
Aus den drei afrikanischen Ländern
Algerien, Libyen und Tunesien sind in diesen Tagen die Bischöfe nach Marokko
gereist – seit Dienstag tagen sie gemeinsam mit ihren marokkanischen Kollegen
in Rabat über die Situation der Kirche in den jeweiligen Ländern. Insbesondere
soll bei der regionale Bischofskonferenz Nordafrika, die am Freitag zu Ende
geht, über die Ausweisung christlicher Missionare beraten werden, das war vorab
bekannt geworden. Radio Vatikan hat mit Luciano Ardesi,
einem Kenner der Maghreb-Zone gesprochen. Die Ausweisungswelle in Marokko
Anfang März sei nicht eine neue Entwicklung, meint Ardesi.
„Das Phänomen ist nicht neu für
Marokko, auch in den vergangenen Jahren hat es immer wieder Ausweisungen
gegeben, das gilt auch für die anderen Länder der Maghreb-Zone, für Nordafrika,
ganz speziell für Algerien, wo es immer wieder Vertreibungen von
protestantischen und evangelikalen Predigern gegeben hat. Was neu ist in
Marokko, ist die Beschuldigung des Proselytismus.“
Proselytismus
– das bedeutet, dass jemand darum sehr bemüht ist, Gläubige aus anderen
Glaubensgemeinschaften hin zur eigenen abzuwerben. Also ein Konfessions-Wechsel
voranzutreiben.
„In den vergangenen Jahren ist eine
Gemeinschaft von Christen geboren, marokkanischen Ursprungs, und diese Gruppe
reklamiert für sich einen Dialog mit der marokkanischen Regierung, pocht auf
Glaubensfreiheit, die bis heute nicht in ihrem Land garantiert ist.“ (rv 22)
"Beichtmobil" und "Rosenkranzknüpfen" auf dem 2. Ökumenischen Kirchentag in München
Das "Beichtmobil" des
weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in Not"
kommt zum 2. Ökumenischen Kirchentag
nach München. Vom Donnerstag, 13.
Mai, bis Samstag ,15. Mai, kann der
"fahrende Beichtstuhl von etwa 10.00
bis 18.00 Uhr direkt am Westeingang der
"Agora" in der neuen Messe Riem
(U2 Messestadt West) besucht werden.
Der geistliche Assistent des
Hilfswerks in Deutschland, Pater
Hermann-Josef Hubka, steht dort für
Gespräche und seelsorglichen Rat sowie
für die Beichte zur Verfügung.
Außerdem wird "Kirche in Not"
mit einem Stand auf der "Agora2 in der
Messehalle B6 (Stand B 35, U2
Messestadt Ost) über die weltweite Arbeit
des Hilfswerks informieren. Besucher
sind dort eingeladen, unter
professioneller Anleitung das
"Rosenkranzknüpfen" zu erlernen. Dr.
Sigrid Krines
bietet solche Kurse seit einigen Jahren im Auftrag von
"Kirche in Not" an, um die
Verbreitung des Rosenkranzgebets zu fördern.
Auch auf dem "Abend der
Begegnung" am Mittwoch, 12. Mai, in der Münchner
Innenstadt wird "Kirche in Not"
mit einem Informationsstand vertreten
sein. Auf dem "Platz der Opfer des
Nationalsozialismus" (U-Bahn Station
Odeonsplatz)
erwarten den Besucher Spiel und Spaß mit dem
"Kinderbibel-Glücksrad".
Erstmals wird "Kirche in Not" dabei die
"Mini-Kinderbibel"
vorstellen. Diese "abgespeckte" Version der weltweit
bereits über 47 Millionen Mal
verteilten "Kinderbibel" passt in jede
Hosentasche und ist ein kurzweiliger
Reisebegleiter für Kinder.
Bei dem "Beichtmobil" handelt
es sich um einen zum Beichtstuhl
umgebauten VW-Bus, mit dem Pater Hubka bereits seit gut sechs Jahren
durch Deutschland tourt. Wie
"Kirche in Not" mitteilt, habe noch Papst
Johannes Paul II. dem "fahrenden
Beichtstuhl" seinen Apostolischen Segen
erteilt. Dieser Segen gelte auch heute noch
für alle Gläubigen, die im
Beichtmobil Zuspruch und Vergebung
suchen. KiN
Studienzeit. Käßmann geht an US-Universität
Hannover. Margot Käßmann
geht für einen viermonatigen Studienaufenthalt in die USA. Die nach einer
Alkoholfahrt im Februar von ihren kirchlichen Spitzenämtern zurückgetretene
Theologin werde von August bis Dezember das Herbstsemester an der Emory-University in Atlanta verbringen, bestätigte die
Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) am Freitag in Hannover.
Nach ihrem Rückzug als
EKD-Ratsvorsitzende und Bischöfin von Hannover ist Käßmann
Pastorin, zunächst ohne eine Gemeinde oder einen speziellen Auftrag. Auf dem
Ökumenischen Kirchentag in München vom 12. bis 16. Mai will sie erstmals wieder
öffentlich auftreten. Danach sind Predigten unter anderem in Hannover und
Berlin geplant.
Die Universität in den USA habe die
51-Jährige zu Gastvorträgen eingeladen, erklärte die EKD. Die geschiedene
Mutter von vier erwachsenen Töchtern hatte die USA bereits während eines
einjährigen Schüleraustausches kennengelernt. Die Studienzeit steht Käßmann wie allen Pastoren nach mindestens zehnjähriger
Amtszeit zu. Nach ihrem Rücktritt hatte Käßmann
zunächst Urlaub genommen. Die hannoversche Landeskirche erwartet sie Anfang
2011 als Pastorin in einer noch nicht bekannten Funktion zurück.
Käßmann
war am 24. Februar von ihren Ämtern zurückgetreten, weil sie nach dem
Überfahren einer roten Ampel mit 1,54 Promille am Steuer ihres Dienstwagens
gestoppt worden war. Zu den Umständen der privaten Fahrt im Zentrum von
Hannover hatte sie sich nicht geäußert. Zur Strafe muss Käßmann
rund 8000 Euro Buße zahlen und für mindestens zehn Monate auf ihren
Führerschein verzichten.
Ihre Nachfolge an der EKD-Spitze trat
der rheinische Präses Nikolaus Schneider vorrübergehend
bis zur Neuwahl im Herbst an. Er gilt allerdings als aussichtsreichster
Kandidat. Im Herbst soll dann auch über die Nachfolge im Bischofsamt in
Hannover entschieden werden. (dpa 26)
Amtsverzicht wegen Missbrauchs. Belgischer Bischof tritt ab
Der belgische Bischof Roger Vangheluwe (73) ist wegen sexuellen Missbrauchs eines
Jugendlichen zurückgetreten. Papst Benedikt XVI. nahm den Amtsverzicht des
Bischofs von Brügge an, wie in Rom und Brüssel am Freitag mitgeteilt wurde. In
einer zugleich veröffentlichten Erklärung räumte Vangheluwe
ein, das aus seiner engeren Umgebung stammende Opfer schon in seiner Zeit als
Priester und auch "eine gewisse Zeit" als Bischof sexuell missbraucht
zu haben. Vangheluwe leitete das Bistum seit 1984.
Er ist damit seit Beginn der jüngsten
Missbrauchskrise der erste, der sexuellen Missbrauch im Bischofsamt zugegeben
hat. Bischofskonferenz-Sprecher Eric de Beukelaer
sprach von einem "schwarzen Tag für die Kirche in Belgien".
Der Erzbischof von Mechelen-Brüssel,
Andre-Joseph Leonard, nannte Vangheluwes Rücktritt
aus Respekt für das Opfer und für die Wahrheit unabdingbar. Der Vorsitzende der
Missbrauchs-Kommission der belgischen Kirche, Peter Adriaenssens,
sagte, Vangheluwe sei erst unter Druck
zurückgetreten. Am Dienstag hätten sich Familienmitglieder des Opfers an die
belgischen Bischöfe gewendet. Diese hätten sofort reagiert.
Leonard fügte hinzu, wäre Vangheluwe jetzt nicht zurückgetreten, hätten die
belgischen Bischöfe beim Vatikan seine Amtsenthebung gefordert. Er erklärte,
die Bischöfe wollten "die nicht zu lange zurückliegende Epoche beenden, in
der in der Kirche und anderenorts Schweigen und Vertuschen als Lösung
vorgezogen wurden".
Der zurückgetretene Bischof Vangheluwe ließ erklären, er habe sich mehrfach bei dem Opfer
und seiner Familie entschuldigt. Dies habe die Situation indes nicht beruhigt
und das Opfer sei bis heute traumatisiert. Er bedauere zutiefst, was er getan
habe, und entschuldige sich bei dem "Opfer, seiner Familie, der ganzen
katholischen Gemeinde und der Gesellschaft insgesamt". (kna)
Papst-Verfilmung. Die Film-Päpste verlieren den Heiligenschein
Jahrzehntelang lang konnte die Kirche
mit den Filmen über den Papst zufrieden sein. Der Heiligenschein wurde von
jedem Filmemacher brav aufgesetzt. Das war einmal. In Nanni Morettis bald
startenden Papstfilm "Habemus Papam" ist das Kirchenoberhaupt depressiv und braucht
einen Psychiater.
Der Papst, belagert in der Engelsburg,
gebeugt von Problemen, die auf seine Kirche prasseln, ratlos, mutlos, von Zweifeln
geplagt? Dies ist, um Missverständnissen vorzubeugen, keine Beschreibung der
derzeitigen Verfassung von Benedikt XVI. - und doch dieser Tage in Rom zu
besichtigen.
Man muss nur das Zentrum verlassen und
eine halbe Stunde die Via Tuscolana entlang in südöstlicher
Richtung fahren, bis zu den Cinecittà-Studios. Dort
hat der Regisseur Nanni Moretti für seinen neuen Film "Habemus
Papam" die Sixtinische Kapelle nachbauen lassen.
Ein Konklave findet statt, ein neuer Papst wird gewählt - und die Wahl fällt auf
Michel Piccoli.
Piccoli ist dafür hoch qualifiziert,
nicht wegen seiner ungezählten bourgeoisen Sünder und respektlosen Anarchisten,
aber durch sein Alter (er ist 84, Benedikt 83), seine respekteinflößenden 1,84
Meter und durch seine Stimme. "Autorität ausstrahlen", beschrieb
Woody Allen einmal Stimmqualität: "Wie der Computer in ,2001' oder der
Papst."
Woody hat sich zumeist direkt mit Gott
beschäftigt und den Papst einen guten Mann sein lassen - bis auf diesen
vernichtenden Einzeiler in "Harry außer sich":
"Wenn ich die Wahl zwischen dem Papst und Klimaanlagen hätte, würde ich
die Klimaanlagen wählen".
Doch Nanni Moretti ist nach Woody Allen
der führende Praktiker von Psychoanalyse zu komödiantischen Zwecken. Piccolis
Papst ist depressiv, fühlt sich seinen Aufgaben nicht gewachsen und ruft einen
Psychiater - gespielt von Moretti.
Das ist eine hinterlistige
Konstellation, die Moretti hier konstruiert, bedenkt man, dass Freud die
Religion als Neurose betrachtete und die Kirche eisern ablehnte; außerdem ist
der Papst qua Eigendefinition der Hirte, der den Weg weist und nicht selbst
ratlos an der Gabelung stehen darf.
Möglicherweise steht das Papst-Bild im
Film an einem Scheideweg. Dreißig Jahre lang, die ganze Amtszeit Johannes Paul
II. hindurch, konnte der Vatikan mit den filmischen Porträts Heiliger Väter
höchst zufrieden sein. Eigentlich hatte der Image-Aufbau bereits 1968 begonnen,
mit Anthony Quinn "In den Schuhen des Fischers".
Zehn Jahre vor Karol Woytila betätigte sich das Kino prophetisch: Der erste
nicht-italienische Papst seit Jahrhunderten wird gewählt, er heißt Kiril Lakota (Kiril/Karol!), er stammt aus dem kommunistischen
Osteuropa, und ihm gelingt mit der Macht seiner Worte, eine Konfrontation der
Großmächte zu beenden. Am Ende verteilt er den Reichtum der Kirche an die Armen
der Welt.
Quinn war eine wunderbare Mischung aus
Filmheld und Wunschpapst: massiver Körper, in russischen Lagern gestählter
Wille, ein Nebeneinander tiefer Skepsis und intellektueller Offenheit.
Sein Hauptratgeber ist Pater Telemond (Oskar Werner), ein an Hans Küng erinnernder
Freidenker. Die einflussreichen Deutschen im Vatikan, das entwickelt sich zu
einem kleinen Subtopos im Kino; auch in "Illuminati" zieht ein Kardinal Strauss
(Armin Mueller-Stahl) die Fäden im Hintergrund.
Papst Pius XII. und der Zionismus
Der "Fischer" war nach sieben
Jahrzehnten Filmgeschichte, das eigentliche Leinwanddebüt der Figur des
Papstes. Man findet Kinopäpste bis zurück in die Zwanziger, aber sie sind meist
Beiwerk, wie Leo XIII. in "Theodor Herzl, der Bannerträger des jüdischen
Volkes" oder Julius II. als Michelangelos Brötchengeber
in "Inferno und Ekstase".
Der einzige Mann auf dem Petrusthron mit eigenen Film-Meriten war Alexander VI.
alias Rodrigo Borgia, vor allem für seinen anrüchigen Lebenswandel berüchtigt
und deshalb filmtauglich.
Lange Zeit jedenfalls war der Herr im
Vatikan kein Kinothema, gemieden aus einem gewissen Respekt für den Oberhirten,
aber auch aus Mangel an mit ihm verknüpfbarem Sex & Crime. Das stand im
Widerspruch zu der wachen Aufmerksamkeit, welche die Kirche von Anfang an dem
Kino zuteil werden ließ, das
sie lange als Feind betrachtete.
Noch 1929 stellte der Jesuit Friedrich Muckermann auf dem Münchner Filmkongress zwei Welten
unversöhnlich nebeneinander: "Im Raume der einen erhebt sich, alles
überragend, die Kirche, im Raum der anderen der Kinopalast. Unsere Helden sind
die Heiligen, dort triumphiert der Hochstapler. Wir verherrlichen die
Jungfräulichkeit und die christliche Familie, dort aber herrscht
die Halbwelt und die moralische Ungebundenheit."
Aus der Verdammung wurde allmählich das
Streben nach Kontrolle; noch heute sitzen in Zensurgremien in aller Welt
Vertreter der Kirche. Letztlich hat der Vatikan selbst die Filmfurien auf den
Stellvertreter Gottes losgelassen. Die Kurve der Papst-Filme beginnt zu Beginn
der Achtziger steil anzusteigen, und das hat ursächlich mit dem Vorsatz
Johannes Paul II. zu tun, der erste Medienpapst zu werden.
Dies führte schon 1980 zum ersten
Verbot eines Papst-Films: "Tele Vaticano - Das
Auge des Papstes", worin der Vatikan eine Fernsehstation gründet, um
jugendliche Ungläubige in den Schoß der Kirche zurückzuholen. Der Film
verschwand lange von der Bildfläche und kam erst zwanzig Jahre später ungeschnitten heraus.
Nun brachen die Dämme. Ringo Starr gab
als Pius IX. in "Lisztomania" dem Teufel
den Auftrag, dem Komponisten in Weihwasser zu ersäufen. Tom Conti fand sich als
Leo XIV. in "Ein wahrer Jünger seines Herrn" inkognito unter Armen in
einem Dorf.
Und immer wieder taucht, noch zu
Lebzeiten, Johannes Paul II. in belegten oder fiktionalen Geschichten auf,
verkörpert von Albert Finney, Jon Voight, Thomas
Kretschmann oder Eugene Greytak, einem amerikanischen
Ex-Grundstücksmakler, der ihm so ähnlich sah, dass er ihn ein Dutzend Mal vor
der Kamera verkörpern durfte.
Die Woytila-Filme
waren durchweg Hagiografien, vor allem, wenn sie aus Polen kamen. Doch nun
scheint der Respekt aufgebraucht, was sich am "Da Vinci Code" und
"Illuminati" und "Habemus
Papam" ablesen lässt. Michel Piccoli, der neue
Papst, besitzt übrigens Vatikanerfahrung.
Vor ein paar Jahren, in "Rencontre unique", bereitet
er sich als Nikita Chruschtschow auf ein Treffen mit Johannes XXIII. vor - eine
wunderbare, surreale Komödie, in der die beiden Führer sich vor allem den Kopf
über typische Handbewegungen zerbrechen. Hanns-Georg Rodek
DW 26