Notiziario religioso  22-26  Aprile  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 22. Il commento al Vangelo. “Chi crede ha la vita eterna”  1

2.       Venerdì 23. Il commento al Vangelo. “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”  1

3.       Sabato 24. Il commento al Vangelo. “Tu hai parole di vita eterna”  1

4.       Domenica 25. Il commento al Vangelo. “Io e il Padre siamo una cosa sola”  2

5.       Domenica 25. IV di Pasqua. E’ bello farsi portare, ma da chi?  2

6.       Lunedì 26. Il commento al Vangelo. “Io sono la porta”  4

7.       Tenuto il primo Convegno Nazionale dei Laici italiani in Germania  4

8.       Benedetto XVI. La parola chiave. I primi cinque anni di pontificato  5

9.       Benedetto XVI: "A Malta ho condiviso il dolore delle vittime dei pedofili"  5

10.   Testimoni digitali. Destinate a incontrarsi. La Chiesa e la Rete  5

11.   Educare oggi. Il desiderio di capire. Il prete, una persona che intuisce  6

12.   Benedetto XVI a Malta. L'approdo che salva dal naufragio  6

13.   Testimoni digitali. Come stare nei siti? Una presenza significativa ed efficace  7

14.   Peverini: "l'attraversamento dei media"  7

15.   L'anti pizzo di don Ciottti sbarca a Reggio Calabria  8

16.   Il Papa: «Scandalo pedofilia momento di tribolazione, ma non mi sento solo»   8

17.   Educare oggi. A quale figura di uomo? Mons. Crociata: "l'essere prima del sapere e del saper fare"  8

18.   "Coprì alcuni preti" cacciato il vescovo di Miami. Linea dura di Ratzinger, si "dimette" Favalora  9

19.   Ostensione della Sindone. Un appello silenzioso.  5.000 militari sfilano davanti il "sacro lino"  9

 

 

1.       Bischofskonferenz rät Mixa zu „räumlicher Distanz“  10

2.       Papst: „Habe das Leid der Missbrauchsopfer geteilt“  10

3.       Weltgebetstag für geistliche Berufe. Priester als Kundschafter  11

4.       Moraltheologen: „Zölibatspflicht überprüfen”  11

5.       Katholische Kirche. Nicht mit Mixa  11

6.       Prügelvorwürfe. Um Bischof Mixa wird es einsam   12

7.       Woche für das Leben: „Menschen mit Behinderung sind nicht behindert, sie werden es!“  12

8.       Bischof Mixa entschuldigt sich: „Es tut mir im Herzen weh“  12

9.       Der Augsburger Bischof Walter Mixa bittet angesichts der Vorwürfe gegen ihn um Verzeihung. 13

10.   Italien: Kapuziner verteidigen Umbettung von Padre Pio  13

11.   China vor der "Expo 2010": Hoffnung auf Öffnung  13

12.   „Heilsames Zuhören“ - Missbrauchsopfer zur Begegnung mit dem Papst  14

13.   Maltareise: Papst fordert mehr Hilfe für Bootsflüchtlinge  14

14.   Missbrauch und Zölibat. "Bessere Auswahl künftiger Priester nötig"  15

15.   Papst Benedikt XVI. hat am Montag den fünften Jahrestag seiner Wahl begangen  16

16.   Leitartikel. Wir sind nicht Papst  16

17.   Italien. Der Leichnam des Volksheiligen Padre Pio (1887-1968) ist umgebettet worden. 17

18.   Der Papst will keinen, der mit ihm spricht  17

19.   Missbrauch. Strafe auf katholisch  18

 

 

 

 

Giovedì 22. Il commento al Vangelo. “Chi crede ha la vita eterna”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,44-51) commentato da P. Lino Pedron 

 

44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

La ragione ultima della fede si trova nell’attrazione del Padre perché gli uomini aderiscano al Figlio suo. La citazione dei profeti: "E tutti saranno ammaestrati da Dio" potrebbe ispirarsi a Ger 31,33-34 e a Ez 36,23-27, ma il testo più vicino a quello citato da Giovanni è Is 54,13: "E porrò … tutti i tuoi figli ammaestrati da Dio". Anche qui, come in Gv 6,31, la citazione non sembra trovarsi alla lettera nell’Antico Testamento. Giovanni adatta il testo alle sue prospettive teologiche, tra le quali spicca l’universalismo della salvezza. Egli infatti non parla solo di "tutti i figli di Gerusalemme", ma di " tutti" semplicemente, interpretando la nuova alleanza in prospettiva universalistica.

La fede è dono di Dio e affonda le sua radici nell’azione divina del Padre. Quindi crede in Gesù solo chi " ha ascoltato e imparato dal Padre" (v. 45).

Gesù, dopo aver detto che il motivo ultimo della fede sta nell’attrazione del Padre, soggiunge: "Chi crede ha la vita eterna" (v. 47). La vita eterna dipende dalla fede. E la fede consiste nell’ascoltare e mangiare Gesù, che è il pane celeste che fa vivere eternamente.

Dopo la solenne proclamazione di essere il pane della vita, Gesù fa il confronto tra la manna mangiata dai padri nel deserto e il pane che è la sua persona. La manna non procurò l’immortalità perché tutti nel deserto morirono, compreso Mosè, ma chi mangia Gesù non morirà mai.

L’azione del mangiare indica l’interiorizzazione della parola del Figlio di Dio e l’assimilazione della sua persona con una vita di fede profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la rivelazione piena e perfetta del Padre.

Nel v. 51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannuncia la tematica centrale dell’ultima sezione del discorso (vv. 53-58): il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane del cielo è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza dell’umanità con la passione e morte gloriosa.

L’amore di Dio per gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce: sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo. De.it.press

 

 

 

 

Venerdì 23. Il commento al Vangelo. “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,52-59) commentato da P. Lino Pedron 

 

52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Questo brano riprende il tema del mangiare la carne di Gesù per richiamarlo e svilupparlo, e per associargli il tema del bere il suo sangue. Il mangiare la carne di Gesù e il bere il suo sangue hanno come effetto salvifico la vita eterna o il rimanere in comunione intima con la persona divina di Cristo.

Dopo le mormorazioni dei giudei, Gesù non attenua il suo linguaggio sulla necessità di mangiare la sua carne, anzi, rincara la dose aggiungendo anche la necessità di bere il suo sangue; e nel brano seguente sostituirà il verbo faghèin con il verbo tròghein, termine molto crudo che indica l’azione del masticare con i denti.

Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere interpretate solo nel senso di interiorizzazione della rivelazione. Questo linguaggio si applica sicuramente all’Eucaristia. Evidentemente la cena eucaristica non prescinde dalla fede; anzi, il mangiare la carne del Signore e il bere il suo sangue è una dimostrazione di fede.

Le parole di Gesù sulla condizione per possedere la vita eterna sono esplicite: bisogna mangiare la sua carne e bere il suo sangue. La fede in Gesù si concretizza e si dimostra nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue.

Con la comunione al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione che porterà il suo frutto più maturo nell’ultimo giorno. "La risurrezione non farà che mettere in attività le forze che la comunione al corpo e al sangue del Salvatore ha deposto nell’uomo per la risurrezione finale del suo essere" (Loisy). L’alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna.

La comunione tra Gesù e il discepolo si concretizza in un’azione di vita. Il Cristo diventa fonte e fine dell’esistenza del cristiano che mangia la sua carne, in modo analogo a quanto avviene in seno alla Trinità. Come il Padre la vita al Figlio, così il Figlio dà la vita a colui che si nutre dell’Eucaristia.

Nel v. 58 Gesù chiude il discorso confrontando l’effetto diverso del nutrimento della manna e del mangiare il pane del cielo che è la sua persona. Il contrasto tra il nutrimento perituro e imperfetto della manna - simbolo della legge mosaica - e la persona del Verbo incarnato, rivelazione definitiva e perfetta di Dio, è chiaro.

De.it.press

 

 

 

Sabato 24. Il commento al Vangelo. “Tu hai parole di vita eterna”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,60-69) commentato da P. Lino Pedron 

 

60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? 63 E' lo Spirito che la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».

66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.

67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

In questo brano viene descritta la reazione negativa dei discepoli alla rivelazione di Gesù sul pane della vita. I giudei e i discepoli manifestano la loro incredulità. Queste persone non sono rinate dallo Spirito Santo, perciò non possono credere alla rivelazione di Gesù. Per questo il discorso di Cristo appare loro duro, ossia assurdo e inaccettabile.

Di fronte allo scandalo dei discepoli che non credono, Gesù parla subito dell’evento conclusivo della sua esistenza terrena, che potrebbe essere motivo di uno scandalo maggiore: è Gesù con la sua natura umana che sale al cielo. Lo scandalo dell’ascensione sta nel fatto che un "uomo" sia salito presso Dio, dove svolge la sua funzione di avvocato in nostro favore (1Gv 2,1).

La ragione per cui i discepoli rimangono increduli è che non si lasciano vivificare dallo Spirito Santo e perciò sono dominati dalla carne, cioè sono schiavi della natura umana e dell’istinto, che non può accettare il sublime mistero della rivelazione del Figlio di Dio.

Per quanto riguarda la rivelazione del Figlio di Dio, la carne (= tutte le capacità dell’uomo) non giova a nulla perché solo lo Spirito la vita di Dio. La natura umana infatti è incapace di trascendere i suoi limiti per accogliere le parole di Gesù che sono Spirito e Vita.

Di qui la necessità della fede per ricevere la rivelazione di Cristo e il suo corpo e il suo sangue nell'Eucaristia. Solo lo Spirito Santo può far salire l’uomo al livello divino delle parole del Cristo. Proprio per questo, negli scritti di Giovanni, lo Spirito Santo è presentato come lo Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; ecc.), ossia come la persona divina in funzione della rivelazione di Gesù, in quanto deve far penetrare nel cuore degli uomini la rivelazione del Verbo incarnato.

Gesù termina il suo soliloquio constatando con tristezza che alcuni dei suoi discepoli non credono. Egli dà la spiegazione ultima dell’incredulità dei discepoli, come aveva fatto a proposito dei giudei (v. 44). L’adesione alla persona di Gesù è un dono di Dio, che l’uomo può accogliere o rifiutare.

Nel v. 66 si descrive la conclusione della crisi spirituale dei discepoli increduli: abbandonano Gesù e non lo seguono più. Dinanzi alla defezione massiccia di tanti discepoli, Gesù mette alla prova anche i Dodici, chiedendo loro: "Volete andarvene anche voi?"(v. 67). Gesù invita gli apostoli a rinnovare la loro scelta: o accettare la sua rivelazione, anche sconcertante, o abbandonarlo e andarsene.

La risposta all’interrogativo provocatorio del Cristo viene da Simone Pietro, il quale, a nome dei Dodici, professa la sua fede nella messianicità divina di Gesù. Egli riconosce in Gesù il Signore che ha parole di vita eterna. Quello che per gli altri è un discorso duro, assurdo e inaccettabile (v. 60), per Pietro sono parole di vita eterna (v. 68). La medesima cosa è scandalosa per l’uomo carnale e fonte di vita eterna per il credente. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 25. Il commento al Vangelo. “Io e il Padre siamo una cosa sola”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 10,27-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola».

I giudei non accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua voce, i giudei invece non credono.

Le pecore di Gesù si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.

In questo testo Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo: ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.

La qualità fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto: "Chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la vita eterna" (Gv 5,24). Chi ascolta il Maestro ha la vita e diventa suo confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione personale e profonda che si concretizza nell’amore (Gv 10, 4).

Ma l’ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv 6,68), gode dei beni messianici e porta frutti di vita duratura (Gv 10,10-15; 14,6).

Inoltre chi lo segue sarà custodito da lui (Gv 17,12), nessun ladro lo potrà rapire e nessuna prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù, cosciente della sua missione, lo custodisce e lo preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace.

Solo chi appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è conoscenza del Padre e del Figlio (Gv 6,40; 17,3.22). De.it.press

 

 

 

 

Domenica 25. IV di Pasqua. E’ bello farsi portare, ma da chi?

 

A partire dal III secolo d.C. (non prima) compare spesso nelle catacombe l’immagine del Cristo pastore con una pecora sulle spalle o attorniato dal gregge. E’ una scena che vuole raffigurare la fiducia e la serenità con cui il credente attraversa la valle oscura della morte, sorretto o guidato dal suo Signore.

Ma non è soltanto nel momento in cui lascia questo mondo che il discepolo si affida alle braccia del suo Pastore. Quello è soltanto l’ultimo, quando appare chiaro che tutti coloro che durante la vita si atteggiavano a pastori, ma predicavano dottrine opposte a quelle di Cristo, erano in realtà solo mercenari, spacciatori di illusioni. Nel momento decisivo sono costretti a dichiarare la loro incapacità a soccorrere.

Il discepolo accetta di farsi accompagnare dal buon Pastore in ogni istante della sua vita.

Lasciarsi trasportare è una scelta meno comoda di quanto sembri. Presuppone il coraggio di affidare la propria vita a Cristo, senza lasciarsi prendere dallo sgomento quando non si comprende dove egli stia andando e dove voglia condurre. Significa anche resistere alle lusinghe degli pseudo-pastori che in realtà sono ladri e predoni il cui unico obiettivo (spesso nemmeno cosciente) è l’affermazione di sé, è la ricerca del proprio tornaconto.

 

Prima Lettura (At 13,14.43-52)

 

In quei giorni, 14 Paolo e Barnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero.

43 Molti giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba ed essi, intrattenendosi con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio.

44 Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. 45 Quando videro quella moltitudine, i giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando. 46 Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. 47 Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”.

48 Nell’udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. 49 La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione. 50 Ma i giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. 51 Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio, 52 mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

 

La liturgia della Parola di oggi si apre con un brano tratto dal racconto del primo viaggio missionario di Paolo e Barnaba. Questi due apostoli un sabato arrivano ad Antiochia di Pisidia e, come sono soliti fare, entrano nella sinagoga dei giudei e cominciano ad annunciare la Buona Novella di Gesù (v.14). Il loro messaggio impressiona, sorprende, o meglio, sconvolge letteralmente gli uditori, giudei ferventi, educati secondo le tradizioni dei loro padri, fedeli osservanti della legge. Costoro conoscono gli oracoli dei profeti e vivono in attesa del Messia, tuttavia rimangono sconcertati e sbalorditi quando, dalla bocca di Paolo e di Barnaba, odono un messaggio scandaloso: Gesù, condannato dalle autorità religiose e giustiziato con un supplizio infamante, è il salvatore del mondo. E’ inaudito! Non possono che pensare: forse abbiamo capito male. Per questo il sabato seguente accorrono ancora più numerosi (vv.14-44).

Lungo la settimana riflettono su quanto hanno ascoltato e giungono alla conclusione che ciò che Paolo e Barnaba hanno detto è blasfemo, è un insulto a Dio. Dopo aver dato tante prove di forza durante l’esodo, egli ora non può rendersi ridicolo e spregevole agli occhi dei popoli inviando un messia sconfitto e condannato. Si sentono in dovere di difendere la purezza della loro fede. Non sono persone cattive, malevole, disoneste, sono semplicemente condizionate dalla loro mentalità religiosa, non sono disposte a mettere in dubbio le loro certezze, non immaginano neppure lontanamente che il Signore possa avere in serbo qualche sorpresa o qualche novità (v.45).

I due apostoli, con franchezza, ripropongono il loro messaggio, senza lasciarsi scoraggiare dal rifiuto né intimidire dall’opposizione delle persone più devote. Anzi, vedono in questa mancata adesione alla fede da parte di alcuni un invito a rivolgersi anche ai pagani. Si realizza così la profezia di Isaia: la luce e la salvezza sono per tutti i popoli e devono giungere “fino alle estremità della terra” (vv.46-47).

Non tutti però chiudono la mente e il cuore. Molti, sia giudei che pagani, sentono la chiamata di Dio alla conversione e scelgono il cammino della salvezza. Così “abbracciarono la fede tutti coloro che erano destinati alla vita eterna” (v.48). Non si tratta della predestinazione al paradiso per alcuni e della dannazione eterna per altri. Nella vita eterna non si entra quando si muore, ma nel momento in cui si aderisce alla fede e si accetta il Messia di Dio. Alcuni, in piena buona fede, senza rendersi conto di ciò che perdono, ritengono assurda questa fede e la rifiutano. Coloro che l’accolgono invece, da subito, sono nella vita eterna. Alla fine nessuno verrà escluso. L’autore degli Atti degli Apostoli constata soltanto che, per i misteriosi meccanismi che regolano e condizionano la libertà dell’uomo, alcuni arrivano prima alla vita. Gli altri giungeranno certamente, anche se più tardi.

 Il fatto che le promesse e le benedizioni di Dio vengano offerte anche ai pagani inquieta ancor più i giudei ligi alle loro tradizioni e, visto che le parole non bastano a bloccare gli eventi, ricorrono al sopruso. Fra i membri della loro comunità ci sono alcune donne della nobiltà che hanno mariti o figli impiegati in posti chiave dell’apparato amministrativo della città. Costoro ottengono che i due apostoli vengano allontanati (v.50).

L’episodio richiama un fatto identico accaduto a Gesù all’inizio della sua vita pubblica. Non appena cominciò a predicare a Nazareth, anch’egli venne scacciato dalla sinagoga e rischiò addirittura di essere linciato da coloro che si erano riuniti per la preghiera. I suoi compaesani ritenevano di essere religiosi esemplari, erano convinti di avere già capito tutto di Dio, non potevano accettare che Gesù mettesse in dubbio le loro sicurezze religiose e mostrasse loro che ben poco avevano capito delle sacre Scritture (Lc 4,16-29).

Se Gesù e gli apostoli sono stati perseguitati, non c’è da meravigliarsi che nessun predicatore autentico del Vangelo sia lasciato tranquillo e non incontri oppositori.

Dopo aver ricordato che Paolo e Barnaba furono costretti ad andare ad Iconio (v.51), il brano si conclude con un’annotazione curiosa: i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo (v.52). E’ strano: i malvagi hanno avuto la meglio, i due apostoli devono andarsene sconfitti ed i cristiani di Antiochia di Pisidia, invece di rattristarsi, sono pieni di gioia!.

La gioia può coesistere anche con la lacrime, con le speranze deluse, con il dolore dell’ingiustizia subita. Non potranno sperimentare questa gioia sia i malvagi che si oppongono alla verità e lottano contro chi annuncia il Vangelo, sia i giusti, se non liberano il loro cuore dal risentimento contro chi li perseguita.

 

Seconda Lettura (Ap 7,9.14b-17)

 

Io Giovanni, 9 vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani.

14 E uno degli anziani disse: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. 15 Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

16 Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, 17 perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.

 

Quanti dolori, quante tribolazioni, quante amarezze nella vita dell’uomo! Quando vediamo tanti innocenti soffrire, rimanere vittime di violenze, di tradimenti, di inganni cerchiamo disperatamente un perché, ma spesso non lo troviamo. Il libro dell’Apocalisse dedica quattro capitoli a questo angosciante problema (Ap 5-8). Dice che, nei cieli, si trova un libro in cui un angelo ha preso nota di tutte le sofferenze e di tutte le lacrime degli uomini. In questo libro viene detto anche il perché accadono tante cose incomprensibili e assurde. Purtroppo però il libro è chiuso con sette sigilli che nessun uomo è in grado di spezzare; ecco la ragione per cui gli uomini piangono: si sentono come in balia di un destino cieco e non trovano una spiegazione ai drammi che li affliggono.

Allora, non abbiamo alcuna speranza di trovare un senso alla storia del mondo? Il libro che contiene la risposta alle nostre angosce, ai nostri interrogativi più profondi rimarrà chiuso per sempre? Il Veggente dell’Apocalisse invita tutti a porre fine al pianto: l’Agnello – dice – aprirà il libro e spezzerà ad uno ad uno i suoi sigilli, cioè, svelerà tutti gli enigmi della nostra esistenza.

 Il brano di oggi narra ciò che avviene dopo la rottura del sesto sigillo: appare una moltitudine immensa che nessuno può contare, gente di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Tutti stanno in piedi di fronte al trono dell’Agnello, indossano vesti bianche ed hanno palme nelle mani (v.9). Il vestito bianco è il simbolo della gioia e dell’innocenza, le palme sono il segno della vittoria.

Chi sono queste persone? Sono coloro che in questo mondo hanno sopportato tribolazioni e persecuzioni ed hanno donato la loro vita ai fratelli, come ha fatto l’Agnello. Gli uomini li hanno considerati dei falliti, ma per Dio sono dei vincitori (v.14). Essi “non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello... sarà il loro pastore... e Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi” (vv.16-17).

In questi ultimi versetti c’è un’immagine strana: “L’Agnello sarà il loro pastore”. Come può un agnello essere anche pastore? Eppure è proprio così: Gesù è divenuto pastore, guida, perché, come agnello, è stato immolato, ha donato la sua vita per amore.

Questa pagina è stata scritta per incoraggiare i cristiani perseguitati a perseverare con pazienza e fermezza. In loro sta realizzandosi ciò che è accaduto a Gesù, l’Agnello; se lo seguiranno come si segue un pastore, parteciperanno alla sua stessa vittoria.

 

Vangelo (Gv 10,27-30)

 

In quel tempo Gesù disse: 27 “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.

29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola”.

 

La terra d’Israele è in grande parte montuosa e adibita alla pastorizia. Custodi di greggi sono stati Abele, Abramo, Giacobbe, Mosè, Davide. Non deve dunque destare meraviglia che nella Bibbia ricorrano spesso immagini della vita pastorale. Dio è chiamato “pastore d’Israele”: conduce il suo popolo come un gregge, lo tratta con amore e sollecitudine, lo guida verso pascoli abbondanti e sorgenti d’acqua fresca (Sal 23,1; 80,2). Anche il Messia è annunciato dai profeti come un pastore che pascerà Israele: “Ecco, costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare… susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re, e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia” (Ger 23,1-6; Ez 34).

Gesù si richiama a questa immagine quando un giorno, scendendo dalla barca, vede una grande folla accorsa a piedi per udire da lui una parola di speranza. Marco dice: “egli si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6,33-34).

Nel Vangelo di Giovanni Gesù si presenta come l’atteso pastore (Gv 10,11.14), come colui che condurrà il popolo lungo il cammino della rettitudine e della fedeltà al Signore.

La quarta domenica di Pasqua è detta domenica del buon pastore perché in essa, ogni anno, la liturgia propone un brano del capitolo 10 di Giovanni nel quale Gesù si presenta come il vero pastore. I quattro versetti che leggiamo nel Vangelo oggi sono tratti dalla parte conclusiva del discorso di Gesù e vogliono aiutarci ad approfondire il significato di questa immagine biblica.

 

Iniziamo con una precisazione: quando parliamo di Gesù buon pastore la prima immagine che ci viene in mente è quella del Maestro che tiene sulle spalle o tra le braccia una pecorella. E’ vero: Gesù è buon pastore anche nel senso che va alla ricerca della pecorella smarrita, ma questa è la riproduzione della parabola che si trova nel Vangelo di Luca (Lc 15,4-8). Il buon pastore di cui si parla nel Vangelo di Giovanni non ha nulla a che vedere con questa immagine dolce e tenera. Gesù non si presenta come colui che accarezza affettuosamente la pecora ferita, ma come l’uomo duro, forte, deciso che si batte contro i banditi e contro gli animali feroci, come faceva Davide che inseguiva il leone e l’orso che gli portavano via una pecora del gregge, li abbatteva e strappava la preda dalla loro bocca (1Sam 17,34-35). Gesù è buon pastore perché non ha paura di lottare fino a dare la propria vita per il gregge che ama (Gv 10,11).

La prima affermazione che fa è fortissima: le mie pecore – dice – non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano (v.28). La loro salvezza è garantita non dalla loro docilità, dalla loro fedeltà, ma dalla sua iniziativa, dal suo coraggio, dal suo amore gratuito e incondizionato. Questo è il grande annuncio! Questa è la bella notizia che viene dalla Pasqua e che il cristiano deve comunicare ad ogni uomo. Anche a chi ha sbagliato tutto nella vita egli deve assicurare: le tue miserie, le tue manchevolezze, le tue scelte di morte non riusciranno a sconfiggere l’amore di Cristo.

 

La seconda immagine, quella delle pecore, va chiarita perché può suscitare un certo disagio. Da chi è costituito il gregge che segue il “buon pastore”? A qualcuno viene forse spontaneo rispondere: dai laici che accolgono docilmente e mettono in pratica tutte le disposizioni date dal clero. Pastori sarebbero dunque le gerarchie ecclesiali, mentre pecore sarebbero i semplici fedeli.

Chiariamo: l’unico pastore è Cristo e lo è perché – come abbiamo sottolineato nella seconda lettura – egli è l’Agnello che ha immolato la propria vita. Sue pecore sono tutti coloro che hanno il coraggio di seguirlo in questo dono della vita. Il pastore è dunque un Agnello che condivide in tutto la sorte del gregge.

C’è un altro equivoco che è opportuno sciogliere, quello di identificare se stessi con il gregge di Cristo. Esistono zone d’ombra nella chiesa che si autoescludono dal Regno di Dio perché in esse alligna il peccato, mentre ci sono margini enormi, al di là dei confini della Chiesa, che rientrano nel Regno di Dio perché vi è all’opera lo Spirito. L’azione dello Spirito si manifesta nell’impulso al dono della vita per il fratello: “Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16).

Può essere discepolo del buon pastore anche chi, pur non conoscendo Cristo, si sacrifica per il povero, pratica la giustizia, la fraternità, la condivisione dei beni, l’ospitalità, la fedeltà, la sincerità, il rifiuto della violenza, il perdono dei nemici, l’impegno per la pace. Questo deve rendere attenti tanti cristiani che si cullano in autocompiacimenti che potrebbero rivelarsi alla fine tragiche illusioni. Il Pastore un giorno potrebbe, inaspettatamente, dire a più d’uno: “Non vi conosco, non so di dove siete” (Lc 13,25)

L’ostentazione di sicurezza, la diffidenza preconcetta nei confronti dei membri di altre religioni e i pregiudizi verso i non credenti sono ancor oggi tanto radicati e perniciosi quanto il falso irenismo.

 

Come si diviene membri del gregge che segue Gesù? Cosa accade alle pecore che sono fedeli a lui? Il Vangelo di oggi afferma che non siamo noi che prendiamo l’iniziativa di seguirlo, è lui che chiama: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” (v.27).

I discepoli di Gesù vivono in questo mondo, abitano fra gli uomini. Sentono tanti richiami e ricevono anche messaggi fuorvianti. Sono molti coloro che si atteggiano a pastori, che promettono vita, benessere, felicità ed invitano a seguirli. E’ facile rimanere ingannati da ciarlatani. Come riconoscere fra tante voci, quella del vero Pastore? E’ necessario abituarvi l’orecchio. Chi ascolta solo per cinque minuti una persona e poi per un anno non la sente più, ben difficilmente sarà in grado di distinguere la sua voce in mezzo alla folla. Chi ascolta il Vangelo solo una volta all’anno, non impara a riconoscere la voce del Signore che parla.

Non è facile fidarsi di Gesù perché egli non promette successi, trionfi, vittorie, come invece fanno tutti gli altri pastori. Chiede il dono di sé, esige la rinuncia alla ricerca del proprio tornaconto, domanda il sacrificio della vita. Eppure – assicura – questo è l’unico cammino che introduce nella vita eterna (vv.28-29). Non ci sono scorciatoie; chi indica altre strade sta barando e conduce alla morte.

 

Il brano si conclude con le parole di Gesù : “Io e il Padre siamo uno” (v.30). Questa frase un po’ astratta indica il cammino da seguire per giungere all’unità con Dio: è necessario diventare “uno” con Cristo. Questo significa che si deve raggiungere con lui un’unità di pensieri, di intenti e di azioni.

Questa affermazione ci fa riflettere sul ministero di coloro che sono chiamati a “pascere” il gregge di Cristo. A volte nella comunità cristiana si nota una certa tensione fra coloro che, con termini non molto esatti, sono chiamati: clero e laici. Qualcuno sostiene che questi ultimi devono stare uniti ai loro “pastori”; altri dicono che sono questi che devono stare uniti al popolo di Dio. Forse è più giusto pensare che tutto il popolo di Dio, laici e clero, deve seguire insieme l’unico pastore che è Gesù e diventare, con lui, “uno” con il Padre. P. fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Lunedì 26. Il commento al Vangelo. “Io sono la porta”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 10,1-10) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.

7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

Questo brano è la continuazione del capitolo precedente. Il discorso sulla porta e il buon Pastore spiega e interpreta il significato dell’epilogo drammatico della professione di fede del cieco guarito.

Chi è espulso dalla sua comunità politica o religiosa, a motivo della sua testimonianza nel Signore Gesù, entra a far parte del gregge di Cristo e in esso trova vita abbondante e salvezza perfetta.

I capi del popolo giudaico con il loro comportamento si sono manifestati ladri e briganti (v. 8), non pastori d’Israele. Il cieco guarito, scomunicato dai giudei, non vivrà come pecora senza gregge e senza pastore; egli ha già incontrato il buon Pastore e con la sua professione di fede è già entrato nell’ovile del Signore attraverso la porta che è Gesù.

L’espressione "In verità, in verità vi dico" (v. 1) preannuncia rivelazioni molto importanti e profonde. L’immagine della porta (v. 1) significa che per essere veri pastori del gregge di Dio bisogna passare per la porta che è Cristo. Egli infatti è il luogo della presenza di Dio, è la via d’accesso al Padre ed è il nuovo tempio definitivo.

Chi ignora Cristo e rifiuta la sua persona è un ladro e un brigante, cioè non può guidare le pecore ai pascoli della vita eterna, ma causa rovina e morte. In concreto, i giudei e i farisei, che non vogliono accettare la mediazione salvifica di Gesù, sono ladri e briganti. Così pure i ribelli, gli zeloti e i guerriglieri come Barabba, che hanno provocato sommosse popolari, non essendo entrati nella comunità d’Israele attraverso la porta stabilita da Dio, sono causa solo di rovina e di morte. Il vero pastore del gregge di Dio entra per la porta che è Gesù e si mette in rapporto con le pecore attraverso Gesù.

Con la frase "chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori" (v. 3), Gesù fa capire la sua azione di condurre le sue pecore fuori dal recinto della sinagoga. Il cieco guarito, che è stato espulso dalla comunità giudaica, in realtà è stato condotto fuori dalla sinagoga dal buon Pastore ed è stato introdotto nell’ovile di Cristo che è la Chiesa.

Come Dio ha condotto Israele fuori dall’Egitto, così Gesù si mette alla testa del suo gregge per farlo uscire dal giudaismo. Con questa azione la Chiesa è separata radicalmente dalla sinagoga.

Data l’incomprensione delle sue parole enigmatiche, Gesù riprende le immagini precedenti e le chiarisce: la porta delle pecore è lui, i ladri e i briganti sono i falsi pastori d’Israele. Gesù è il mediatore per avere accesso al gregge di Dio, è la via per giungere al Padre (Gv 14,6), è la strada obbligata per mettersi in comunione con le sue pecore.

La porta, nel linguaggio biblico, significa anche la città o il tempio (cfr Sal 87,1-2; 112,2; ecc.). Gesù quindi proclama di essere il luogo dove si trova la salvezza. Egli è stato mandato dal Padre nel mondo affinché l’umanità peccatrice fosse salvata per mezzo di lui (Gv 3,17). Perciò le pecore che vogliono avere la vita eterna in pienezza non possono fare a meno della sua azione mediatrice: devono entrare nella vita eterna per la porta che è Cristo.

Questa mediazione salvifica non è qualcosa di oppressivo, ma il mezzo per godere perfetta libertà e per sperimentare la pienezza della vita.

Il Figlio di Dio non è venuto nel mondo per uccidere e per portare alla rovina l’umanità, come fanno i falsi pastori, ma per salvare tutti. De.it.press

 

 

 

 

Tenuto il primo Convegno Nazionale dei Laici italiani in Germania

 

Sul tema „Noi Chiesa tra cooperazione e corresponsabilitá”, nei giorni 16-18 aprile a Bad Königshofen

 

Bad Königshofen - Dal 16 al 18 Aprile ha avuto luogo a Bad Königshofen il primo Convegno Nazionale Laici che ha visto la presenza di 45 collaboratori volontari delle comunitá Italiane in Germania, convenuti dalle cittá piu disparate-da Berlino a Monaco, da Francoforte a Münster, da Amburgo a Göttingen, da Ludwigshafen , Gross-Gerau, Mainz…

É stato affrontato il tema “Noi Chiesa tra Cooperazione e Corresponsabilitá” in risposta a due urgenze pastorali: l´esigenza che viene reclamata dai cristiani laici di assumere delle responsabilitá evangelizzatrici nella chiesa, e la necessitá di muoversi nella direzione  di una maggiore integrazione e collaborazione con la chiesa locale.

La relatrice Dott.ssa Luisa Deponti del Centro Studi dei missionari Scalabriniani di Basilea ha svolto in maniera chiara e profonda i due temi: a) “Cristiani Laici di origine immigrata , messaggeri di comunione e cattolicitá nella chiesa e cristiani laici come cellule vive nella chiesa locale.” b) La sfida della nuova Evangelizzazione in Germania.

I lavori di gruppo e gli orientamenti operativi a conclusione del Convegno hanno sottolineato l´importanza della formazione  (autoformazione) e il valore della cattolicitá ( cioé comunione pentecostale delle diversitá) come luogo di nuova evangelizzazione.

Un grazie alla Delegazione delle Missioni che ha voluto e promosso tramite Don Pio Visentin, Don Luciano Donatelli e Teresa Sepe (rappresentante dei consigli pastorali), questo Convegno.

La partecipazione dell`assemblea é stata vivace, attiva e interessata. Tutti i partecipanti hanno espresso l´auspicio che  un convegno dei laici a livello Nazionale diventi una consuetudine annuale da realizzare possibilmente in una grande cittá, nel centro della Germania che possa essere piu facilmente raggiungibile.

La presenza di alcuni giovani ci fanno essere ottimisti per un loro maggiore coinvolgimento al prossimo Convegno. Mario Ferrera, de.it.press  

 

 

 

 

Benedetto XVI. La parola chiave. I primi cinque anni di pontificato

 

Cinque anni fa l’elezione di Joseph Ratzinger non ha stupito. Si trattava di una garanzia da diversi punti di vista, dopo un pontificato straordinario. Scegliendo il nome di Benedetto, rilanciava un programma di investimento di civiltà, richiamando le radici stesse dell’Europa e della modernità: radici cattoliche. Possiamo dire che questo sia il primo punto del pontificato.

Che si intreccia costitutivamente con un altro carattere. Benedetto XVI infatti è l’ultimo pontefice del Concilio, cui ha partecipato direttamente, non come vescovo, ma come già vivace teologo. La sua visione del Concilio, che è poi una delle chiavi fondamentali per la Chiesa in questi decenni e anche in proiezione futura, è stata espressa nel programmatico discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005, uno dei testi più impegnati del Papa. Sfidando le letture nel senso della rottura, ribadisce l’interpretazione del Vaticano II nel solco della vita della Chiesa e del suo continuo rinnovamento. È una proposta che, nell’ancora più famoso discorso al corpo accademico dell’antica università di Ratisbona, condensa nell’appello ad “allargare gli orizzonti della razionalità”. Quella linea della continuità nella riforma e nel cambiamento, che aveva letto per la Chiesa, la propone anche nei confronti della modernità, della linea culturale illuministica, cui rivendica una matrice cristiana e sviluppi coerenti con la fede stessa.

Il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 segna anche l’“incomprensione” di Benedetto XVI: le sue parole sono radicalmente banalizzate e interpretate nel senso di una polemica con l’Islam. Sembra quasi che questa incomprensione sia in realtà una precomprensione, per cui il Papa, la Chiesa, debbano per forza recitare una parte nel copione già scritto del grande dibattito pubblico. Se Giovanni Paolo II aveva imposto un registro diverso, l’eccezione doveva essere chiusa. La Chiesa doveva essere riportata ad una arcigna posizione di chiusura.

È quindi necessario cercare di andare oltre questo registro, viepiù affermatosi negli anni più recenti ed oggi furoreggiante. Si scopre, allora, non solo un rigoroso dialogo a tutto campo, con i “laici”, con l’Islam, con gli ebrei, ma anche un magistero “patristico”. Il Papa – e lo si può toccare con mano nella recentissima lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda del 19 marzo scorso, in cui ha dettato le linee per chiudere lo scandalo pedofilia – ha un tono patristico. Riprende il registro dei grandi padri della Chiesa nell’età della fondazione che è anche quella della transizione dall’antichità classica ad un mondo nuovo, in cui conta la testimonianza di vita cristiana e nello stesso tempo la capacità di articolarla. Per questo la parola-chiave del pontificato è “logos”, una parola greca che, nel Vangelo di Giovanni diventa l’espressione della nuova, sconvolgente, vitale sintesi cristiana, una proposta di salvezza, di liberazione, di speranza. E proprio la speranza cristiana è il tema non a caso della seconda e più intensa enciclica di Benedetto: “Spe salvi”.  Sir

 

 

 

Benedetto XVI: "A Malta ho condiviso il dolore delle vittime dei pedofili"

 

Il Pontefice ha parlato del suo ultimo viaggio apostolico, rievocato l'incontro con alcune persone vittime di abusi di sacerdoti, e rilanciato il messaggio per l'accoglienza degli immigrati, sulle orme di San Paolo

 

CITTA' DEL VATICANO - "Ho condiviso la loro sofferenza e con commozione ho pregato con loro assicurando l'azione della Chiesa": lo ha detto papa Benedetto XVI ricordando, durante l'udienza generale,  l'incontro avuto domenica scorsa a Malta con alcune vittime di abusi da parte di religiosi.

 

"E' stato per me motivo di gioia, ed anche di consolazione - ha raccontato il Papa - sentire il particolare calore di quel popolo che dà il senso di una grande famiglia, accomunata dalla fede e dalla visione cristiana della vita. Dopo la Celebrazione, ho voluto incontrare alcune persone vittime di abusi da parte di esponenti del Clero".

 

Il Papa non ha ricordato solo l'incontro con le vittime, ma anche altri momenti gradevoli del viaggio a Malta, e ne ha tratto anche un bilancio, nel corso dell'udienza: "Crocevia naturale, Malta è al centro di rotte di migrazione: uomini e donne, come un tempo san Paolo, approdano sulle coste maltesi, talvolta spinti da condizioni di vita assai ardue, da violenze e persecuzioni, e ciò comporta, naturalmente, problemi complessi sul piano umanitario, politico e giuridico, problemi che hanno soluzioni non facili, ma da ricercare con perseveranza e tenacia, concertando gli interventi a livello internazionale".

 

Benedetto XVI ha ripetuto quindi in piazzza San Pietro l'appello da lui rivolto domenica all'Unione Europea affinché sostenga Malta nell'accogliere doverosamente gli immigrati che vi sbarcano provenientio dalle coste africane. "Così - ha scandito oggi - è bene che si faccia in tutte le Nazioni che hanno i valori cristiani nelle radici delle loro Carte Costituzionali e delle loro culture". Per Papa Ratzinger, "la sfida di coniugare nella complessità dell'oggi la perenne validità del Vangelo è affascinante per tutti, ma specialmente per i giovani. Le nuove generazioni infatti la avvertono in modo più forte". LR 21

 

 

 

 

 

Testimoni digitali. Destinate a incontrarsi. La Chiesa e la Rete

 

"Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale" è il titolo del convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall'Ufficio comunicazioni sociali e dal progetto culturale della Cei. "Le nuove tecnologie - così mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR il significato dell'evento - esigono competenze specifiche ma richiedono pure un'idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede". Tra i relatori Francesco Casetti e padre Antonio Spadaro, ai quali il SIR ha chiesto un'anticipazione dei rispettivi interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Casetti, direttore del dipartimento di Scienza della comunicazione (Università Cattolica), interverrà il 23 aprile su "Scenari digitali e nuove forme di presenza della Chiesa"; sempre il 23 aprile padre Spadaro, redattore de "La Civiltà Cattolica", rifletterà su "La fede nella Rete delle relazioni: comunione e connessione"

 

Casetti: con il linguaggio del tempo

Il dovere della Chiesa è parlare il linguaggio del proprio tempo, anche se questo si chiama web 2.0, e dunque essere presente nella rete per portarvi la testimonianza di Cristo. Ne è convinto Francesco Casetti, per il quale due sono i rischi da evitare in questa missione: "Il primo è non avere una voce netta abbastanza e il secondo è legato ai linguaggi che si usano. Quelli del web 2.0 sono non sempre facili da manovrare e  hanno regole particolari. I rischi sono quelli di adagiarvisi senza rivitalizzarli dal di dentro, di non dare loro una forma". Per evitarli Casetti suggerisce di "mettere l'accento sul tema della carità, che è un valore del comunicatore. La carità è la virtù di chi, come il comunicatore, sta dentro la situazione e si trova in faccia all'altro. Non c'è verità senza carità. La ricetta giusta è allora portare la carità nella rete evitando il rischio di non essere capaci di testimoniare o di usare linguaggi imposti. I vantaggi che ne deriveranno non spetta a noi giudicarli. Questi verranno da soli se saremo 'puri di cuore' e capaci di usare i linguaggi non come forme strumentali ma a partire dalle potenzialità che offrono". L'ingresso nella Rete può coincidere con un modo nuovo di credere? Forse sì, è la risposta dell'esperto, che ricorda come "il nucleo del credere sia qualcosa di antropologicamente forte e fondato da un uomo in colloquio con il suo Dio". Tuttavia, ricorda, "ci sono anche forme storiche del credere. I tempi che ci aspettano hanno forme del credere diverse rispetto al passato anche se l'interpellazione diretta di Dio resta irrinunciabile". "Penso - è la conclusione - che la rete apra nuove forme culturali e sociali del credere. Tutti i modi di uso della rete a questo scopo sono utili (preghiera on line, breviari in rete, studio, documenti…), tutto ciò che aiuta nel modo giusto va bene. La rete è anche questo, un luogo dove ci sono cose bellissime e altre orribili. Un Papa ci ha detto di non aver paura ed io credo che, in questo tempo, non bisogna averne".

 

Spadaro: quali contatti tra la fede e il web?

"La Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad incontrarsi". Ne è convinto padre Antonio Spadaro, che spiega: "Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell'annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. La Chiesa che evangelizza è dunque naturalmente presente - ed è chiamata ad esserlo - lì dove l'uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione". Internet, ricorda padre Spadaro, "non è affatto un semplice 'strumento' di comunicazione che si può usare o meno, ma un 'ambiente' culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L'uomo non resta immutato dal modo con cui manipola la realtà: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l'uomo stesso e la sua cultura". Dunque, "è evidente come la Rete ponga una serie di questioni rilevanti di ordine educativo e pastorale: opportunità e rischi". Tuttavia, per il gesuita, "le questioni più rilevanti sono quelle che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. La logica del web ha un impatto sulla logica teologica e Internet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Quali sono i punti di maggiore contatto dialettico tra la fede e la Rete?". Al convegno "Testimoni digitali", conclude il gesuita, "proverò a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione alla luce anche di palesi connaturalità come anche di evidenti incompatibilità". Sir

 

 

 

Educare oggi. Il desiderio di capire. Il prete, una persona che intuisce

Sono dedicati al tema dell'educazione gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 la cui bozza, esaminata dal Consiglio episcopale permanente (Cep) della Cei (Roma, 22-25 marzo), verrà discussa e approvata nel corso dell'Assemblea generale dei vescovi italiani in programma sempre a Roma dal 24 al 28 maggio. Nella sua prolusione al Cep, il cardinale presidente Angelo Bagnasco aveva tra l'altro sottolineato l'importanza, nell'Anno sacerdotale in corso, di una "declinazione educativa del compito sacerdotale". "Il sacerdote - aveva affermato il presidente Cei - è l'uomo della Parola, la quale ha in sé una potenza invincibile. Nella misura in cui è immessa nel processo educativo" non può "non produrre frutto". La questione educativa interpella tutti con processi e dinamiche sempre più complessi. In che modo il prete può incidere su di essi? Il SIR ne ha parlato con Paola Bignardi, pedagogista e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei.

 

Se il prete è l'uomo della Parola, qual è la possibile relazione tra Parola di Dio e vocazione all'educare?

"Proprio perché il prete è uomo della Parola, è uomo dell'educazione. La Parola testimonia l'amore e la cura con cui Dio educa il suo popolo; il Vangelo è la narrazione suggestiva di incontri carichi di umanità, attraverso i quali Gesù aiuta persone di ogni condizione a scoprire le domande profonde che portano nel cuore e ad aprirsi all'amore del Padre. La Parola dunque non solo aggiunge spessore al compito educativo, ma propone uno stile di riferimento esigente e liberante. Può aggiungere certo autorevolezza al prete, se egli vive questo aspetto della sua vita come un servizio che rende obbediente lui per primo alla Parola che annuncia e propone. Ma al tempo stesso il prete deve vigilare affinché questo non configuri un ruolo che dà prestigio. L'autorevolezza è ben diversa dal prestigio umano".

 

La questione educativa si colloca al cuore della questione antropologica che implica la riflessione e la ricerca della verità sull'uomo, nonché la centralità della persona. Come si può porre il sacerdote-educatore in questo orizzonte?

"Credo che il sacerdote, in quanto educatore, debba guardare alla vita delle persone e alle caratteristiche storiche di esse con attenzione e con il desiderio di capire. Oggi sono in atto cambiamenti profondi che riguardano la visione della vita e il modo stesso di pensare il valore della persona. Se ci si dovesse porre in un atteggiamento di distanza o di giudizio, si perderebbe la possibilità di accompagnare le persone all'incontro con il Signore e il suo Vangelo. L'educazione ha bisogno di educatori che sappiano avere fiducia nell'altro: solo in questo modo si può aiutare quest'ultimo a compiere il suo cammino verso il bene".

 

In che cosa consiste il ruolo di guida e "accompagnatore" del sacerdote, e come può questi offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani?

"Il prete è una persona che sa farsi vicino, che sa capire; che sa intuire il momento in cui è bene parlare e quello in cui è meglio tacere e attendere… Don Bosco, che è un modello di educatore anche per ogni sacerdote, ha inventato di tutto per entrare in confidenza con i suoi ragazzi. La vicinanza e la fiducia aprono la strada a dialoghi personali importanti, quelli in cui si comunica in profondità. E poi ai giovani occorre mostrare che l'ideale per cui si vive dà gioia, dà pienezza all'esistenza e permette di provare il gusto della vita".

 

Il prete conosce gli stessi smarrimenti e crisi di identità che impediscono oggi a tanti adulti di essere educatori? Se sì, come si può intervenire?

"Penso sia naturale che il prete abbia le stesse difficoltà degli adulti di oggi, da certi punti di vista accresciute dal carattere esigente della sua scelta; per altri versi, facilitate dalla sua fede nel Signore e nel suo aiuto. Certo un prete impara ad essere educatore attraverso percorsi formativi attenti a questo aspetto del ministero, ma lo impara anche mettendosi in ascolto della sua stessa esperienza, disposto a mettersi in gioco. E infine: anche per il prete, come per i genitori e gli insegnanti, se vi fossero momenti e occasioni dedicati a continuare a far crescere le persone in maniera permanente, proprio sul piano educativo, questo non potrebbe che aiutare a superare tante difficoltà che a volte tarpano le ali e danno un senso di pesantezza".

 

Come vede, alla luce di tutto questo, il rapporto tra preti e laici?

"Il prete può dare ai laici un orizzonte ampio, quello che attinge alle ragioni della fede e alla prospettiva del Vangelo, e può imparare mettendosi in ascolto della loro esperienza, che è necessariamente diversa dalla sua. I laici devono rettificare le loro domande, chiedendo al prete di occuparsi delle persone, senza pretendere che si dedichi alle mille iniziative di cui oggi sono cariche le sue giornate. E possono imparare il valore di una dedizione che ha portato a lasciare tutto, certo per il Signore, ma anche per le persone che Egli affida loro nel ministero". Sir 21

 

 

 

Benedetto XVI a Malta. L'approdo che salva dal naufragio

 

Il pianto del papa con le vittime degli abusi sessuali. "Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti"  - di Sandro Magister

 

ROMA – L'atto simbolico più forte del suo viaggio a Malta, Benedetto XVI l'ha compiuto al riparo dai media. È stato il suo pianto con otto vittime di abusi sessuali ad opera di sacerdoti, abusi compiuti su di loro quand'erano in giovanissima età.

 

Il papa li ha incontrati a porte chiuse, nella nunziatura, poco dopo la messa di domenica 18 aprile. È stato uno degli otto, Lawrence Grech, 35 anni, a riferire del pianto del papa. E anche della propria commozione e del riaccendersi in lui della fede.

 

Il comunicato ufficiale vaticano ha così descritto l'incontro:

 

"Il Santo Padre era profondamente commosso dai loro racconti ed ha espresso la sua vergogna e dolore per ciò che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ha pregato con loro ed ha assicurato loro che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per accertare le accuse, per portare di fronte alla giustizia i responsabili degli abusi e per mettere in pratica misure efficaci finalizzate alla salvaguardia dei giovani nel futuro. Nello spirito della sua recente lettera ai cattolici dell'Irlanda, ha pregato affinché tutte le vittime di abusi possano sperimentare guarigione e riconciliazione, che diano loro la forza per proseguire il cammino con rinnovata speranza".

 

In effetti, il viaggio a Malta è stato compiuto da papa Joseph Ratzinger sotto una pressione mediatica internazionale fortissima, che esigeva da lui dei gesti e delle parole per lo scandalo della pedofilia.

 

E lui non vi si è sottratto. Ma l'ha fatto con lo stile che gli è proprio.

 

Non ha mai parlato esplicitamente, in pubblico, della questione della pedofilia. Ha ascoltato, piuttosto, ciò che altri gli hanno detto in proposito: il vescovo della Valletta all'inizio della messa e, nel pomeriggio, un giovane omosessuale, durante l'incontro con i giovani sulla banchina del porto. Quest'ultimo intervento, in particolare, è stato un j'accuse tagliente e circostanziato contro le pecche della Chiesa.

 

In almeno due occasioni, però, papa Benedetto ha fornito in pubblico la sua chiave di lettura della crisi che ha colpito la Chiesa con lo scandalo della pedofilia.

 

La prima volta è stata sabato pomeriggio, quando ha brevemente parlato ai giornalisti sull'aereo diretto a Malta.

 

Per spiegare i motivi del suo viaggio, Benedetto XVI ha ricordato il naufragio di san Paolo a Malta nell'anno 60: "Penso che il motivo del naufragio parla per noi. Dal naufragio, per Malta è nata la fortuna di avere la fede; così possiamo pensare anche noi che i naufragi della vita possono fare il progetto di Dio per noi e possono anche essere utili per nuovi inizi nella nostra vita".

 

E poco oltre ha aggiunto: "So che Malta ama Cristo e ama la sua Chiesa che è il suo Corpo e sa che, anche se questo Corpo è ferito dai nostri peccati, il Signore tuttavia ama questa Chiesa, e il suo Vangelo è la vera forza che purifica e guarisce".

 

La seconda volta è stata domenica pomeriggio, col discorso ai giovani sul molo del porto della Valletta.

 

Ha detto il papa, in questo discorso: "San Paolo, da giovane, ha avuto un’esperienza che lo ha cambiato per sempre. Come sapete, un tempo egli era nemico della Chiesa ed ha fatto di tutto per distruggerla. Mentre era in viaggio verso Damasco, con l’intento di eliminare ogni cristiano che vi avesse trovato, gli apparve il Signore in visione. Una luce accecante brillò attorno a lui ed egli udì una voce dirgli: 'Perché mi perseguiti? Io sono Gesù, che tu perseguiti' (Atti 9, 4-5). Paolo venne completamente sopraffatto da questo incontro con il Signore e tutta la sua vita venne trasformata. Divenne un discepolo fino ad essere un grande apostolo e missionario. [...]

 

"Ogni incontro personale con Gesù è un’esperienza travolgente d’amore. Dapprima, come Paolo stesso ammette, aveva 'perseguitato ferocemente la Chiesa di Dio e cercato di distruggerla' (cfr. Galati 1, 13). Ma l'odio e la rabbia espresse in quelle parole furono completamente spazzate via dalla potenza dell'amore di Cristo. Per il resto della sua vita, Paolo ha avuto l’ardente desiderio di portare l’annuncio di questo amore fino ai confini della terra.

 

"Forse qualcuno di voi mi dirà che San Paolo è stato spesso severo nei suoi scritti. Come posso affermare che egli ha diffuso un messaggio d’amore?

 

"La mia risposta è questa. Dio ama ognuno di noi con una profondità e intensità che non possiamo neppure immaginare. Egli ci conosce intimamente, conosce ogni nostra capacità ed ogni nostro errore. Poiché egli ci ama così tanto, egli desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù così che possiamo avere vita in abbondanza. Quando ci richiama perché qualche cosa nelle nostre vite dispiace a lui, non ci rifiuta, ma ci chiede di cambiare e divenire più perfetti. Questo è quanto ha chiesto a San Paolo sulla via di Damasco. Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti.

 

"San Giovanni ci dice che questo amore perfetto scaccia il timore (cfr. 1 Giovanni 4, 18). E perciò dico a tutti voi 'Non abbiate paura!'. Quante volte ascoltiamo queste parole nelle Scritture! Sono state indirizzate dall’angelo a Maria nell’Annunciazione, da Gesù a Pietro, quando lo ha chiamato ad essere un discepolo, e dall’angelo a Paolo la vigilia del suo naufragio. A quanti di voi desiderano seguire Cristo, come coppie sposate, genitori, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che portano il messaggio del Vangelo al mondo, dico: non abbiate paura! Certamente incontrerete opposizione al messaggio del Vangelo. La cultura odierna, come ogni cultura, promuove idee e valori che sono talvolta in contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore Gesù Cristo. Spesso sono presentate con un grande potere persuasivo, rinforzato dai media e dalla pressione sociale da gruppi ostili alla fede cristiana. È facile, quando si è giovani e impressionabili, essere influenzati dai coetanei ad accettare idee e valori che sappiamo non sono ciò che il Signore davvero vuole da noi. Ecco perché dico a voi: non abbiate paura, ma rallegratevi del suo amore per voi; fidatevi di lui, rispondete al suo invito ad essere discepoli, trovate nutrimento e aiuto spirituale nei sacramenti della Chiesa.

 

"Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese difenda sia il bambino non ancora nato, come pure promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no all'aborto e al divorzio. Vi esorto a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita famigliare per una società sana. A Malta e a Gozo le famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri anziani ed infermi, ed accolgono i bambini come doni di Dio. Altre nazioni possono imparare dal vostro esempio cristiano. Nel contesto della società europea, i valori evangelici ancora una volta stanno diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di San Paolo.

 

"In quest’Anno Sacerdotale, vi chiedo di essere aperti alla possibilità che il Signore possa chiamare alcuni di voi a darsi totalmente al servizio del suo popolo nel sacerdozio e nella vita consacrata. Il vostro paese ha dato molti eccellenti sacerdoti e religiosi alla chiesa. Siate ispirati dal loro esempio e riconoscete la profonda gioia che proviene nel dedicare la propria vita all’annuncio del messaggio dell’amore di Dio per tutti, senza eccezione".

 

Naufragio e ferite, odio e volontà di distruggere... Ma per papa Benedetto davvero tutto è grazia e promessa di guarigione, "anche gli attacchi del mondo ai nostri peccati".

 

Possono essere la mano di Dio che "desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù, così che possiamo avere vita in abbondanza".  L’Espresso on line 19

 

 

 

 

Testimoni digitali. Come stare nei siti? Una presenza significativa ed efficace

 

"Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale" è il titolo del convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall'Ufficio comunicazioni sociali e dal progetto culturale della Cei. "Le nuove tecnologie - così mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR il significato dell'evento - esigono competenze specifiche ma richiedono pure un'idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede". Tra i relatori Ruggero Eugeni e Paolo Peverini, ai quali il SIR ha chiesto un'anticipazione dei rispettivi interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Eugeni, ordinario di semiotica dei media all'Università Cattolica e direttore dell'Alta Scuola in media, comunicazione e spettacolo (Almed) dello stesso Ateneo, e Peverini, semiologo della Luiss, interverranno il 23 aprile, sul tema "Media, linguaggi e crossmedialità".

 

Eugeni: più "affetti", meno "prodotti"

"L'esplorazione del 'continente digitale' - afferma Ruggero Eugeni - deve tener conto di un dato di partenza: esperienze e linguaggi dei nuovi media non sono più riconducibili a una mappa unitaria in quanto il 'continente digitale' è in costante movimento e trasformazione, né sopporta distinzioni nette e vincolanti tra media differenti". A tal proposito, ricorda il docente, "molti parlano di una condizione globale e reticolare, se non addirittura 'post-mediale'". Queste "considerazioni di partenza", per Eugeni, "aprono due ordini di considerazioni". Da un lato, "i media non possono più essere pensati in quanto 'canali' o 'mezzi' che veicolano informazione: essi sono mondi di vita, ambienti in cui svolgere esperienze vive e complesse in cui si connettono aspetti cognitivi, emozionali, pratici. La stessa distinzione tra attività svolte nel mondo 'reale' e attività svolte nel mondo mediale si affievolisce a fronte di una forte pervasività dei media digitali e una connessione strettissima con gli ambienti della vita quotidiana dei soggetti". Dall'altro lato, "all'interno di questa esperienza", prosegue il docente, assume "un peso decisivo l'aspetto della relazione interpersonale; questa si configura come una relazione diffusa e fusionale, non focalizzata e fortemente empatica. Il mercato degli affetti si è rivelato nei nuovi media un motore di sviluppo molto più potente del mercato dei prodotti: è ancora difficile vedere sviluppati modelli di business tradizionali nel web, mentre il numero di contatti e amicizie sviluppati all'interno dei siti permette di quantificarne il valore anche economico". Questi "tratti della condizione e dell'esperienza mediale contemporanea", conclude Eugeni, "chiedono evidentemente un ripensamento della figura del testimone e delle forme della sua presenza profetica".

 

Peverini: "l'attraversamento dei media"

Multimediale, intermediale, cross mediale: tutti termini che "rischiano di risultare vaghi, e che spesso vengono utilizzati come sinonimi: o per una divulgazione frettolosa, o perché sono entrati in un vocabolario che ha perso la capacità di denotare un significato". A soffermarsi sulla necessità di "ricostruire il significato di parole-chiave che conosciamo molto bene, ma che assumono significati differenti nel momento in cui diventano oggetto di studio a livello internazionale" è Paolo Peverini. "Un testo - ricorda l'esperto - è multimediale non soltanto quando utilizza diversi linguaggi ma quando fa sintesi non solo di diversi linguaggi, ma di varie forme di comunicazione: un sito Internet, ad esempio, è multimediale, perché i contenuti vengono declinati in forme che rimandano ad altri modi di comunicazione, all'interno di un unico strumento". La crossmedialità, invece, è un "attraversamento dei media", dove un testo è concepito come disseminato in pezzi su mezzi differenti, e chiede al destinatario di 'ricucire' i vari pezzi". Un termine, quello di crossmedialità, che - per Peverini - "è usato spesso in modo apparentemente innocente, come se dietro non ci fosse nessuna ambiguità": per questo, occorre "sapere usare in maniera strategica il collegamento tra media differenti", andando anche "oltre le mode terminologiche del momento". Ma quale "testimonianza" si può offrire nel mondo digitale? "Un conto è il 'passaparola' in rete, che tende ad inoculare l'informazione in alcuni spazi dei media digitali, sapendo che da lì partono buoni canali per farla diffondere, un conto è la testimonianza basata sul 'ti do la mia parola'…". Di qui la necessità di interrogarsi sulle "ricadute relazionali" di nuove forme di comunicazione, come gli "spot virali" (messaggi pubblicitari caratterizzati da una diffusione in rete molto rapida), partendo dal destinatario come "figura chiave" che "fa parte del processo di costruzione del messaggio". Sir

 

 

 

 

L'anti pizzo di don Ciottti sbarca a Reggio Calabria

 

REGGIO CALABRIA - Ci sarà un adesivo sulle vetrine dei negozi che si ribellano al pizzo. Con sopra scritto "Reggio-Libera-Reggio". Sarà un marchio, positivo. Indicherà ai cittadini che quell'azienda non dà soldi alla 'ndrangheta, che non vuole piegarsi al racket, che è pronta a denunciare o che lo ha già fatto. Parte così l'iniziativa tenuta a battesimo da don Luigi Ciotti. La prima del genere a Reggio Calabria, tra le poche grandi città del sud a non avere ancora un'associazione antiracket, e che ad oggi conta solo tre denunce. Ai commercianti Libera chiede un atto di fiducia e di coraggio. Un gesto importante, al quale i cittadini dovranno dare forza scegliendo di andare a sostenere le attività che vi aderiranno con i loro acquisti. In questo senso  -  come ha spiegato il referente reggino di Libera, Mimmo Nasone -  è iniziata ieri anche la campagna di adesione riservata alle famiglie, alle persone, alla gente comune che aderendo si impegnano a dar man forte a chi si ribella alla 'ndrangheta.

 

Per Ciotti "c'è bisogno di concretezza, di meno parole e di più fatti, forse di meno convegni, come se ne fanno in Italia tutti i giorni, alcuni importanti, ma c'è bisogno di tanta concretezza, coerenza, continuità soprattutto".

L'iniziativa è il frutto di un impegno di 58 associazioni anche diverse tra loro, ma che secondo Ciotti hanno avuto "la forza di togliersi delle etichette per costruirne una insieme". Il presidente di Libera ha spiegato che "proprio per questo si tratta di una iniziativa importante. Non è mai successo in Italia che tante associazioni si mettessero insieme, partendo da quella meravigliosa esperienza di "Addio pizzo" a Palermo, indicando alla gente un simbolo da seguire, imprenditori da aiutare e sostenere, creando le condizioni affinché possano avere la dignità del loro lavoro".

 

All'iniziativa anche Tano Grasso, della Federazione antiracket italiana, per il quale "è l'avvio di un percorso importante. Reggio Calabria è, purtroppo, una delle città più in negativo dal punto di vista della reazione al racket da parte degli imprenditori". Aggiungendo che "a Reggio siamo ancora al punto di partenza. Questo è un buon inizio, ma è solo il punto di partenza di un ragionamento da fare sul racket". Da una parte quindi la consegna del logo antiracket "Reggio-Libera-Reggio" agli imprenditori che condividono l'iniziativa. Dall'altra l'avvio di una campagna per il sostegno del consumo critico e responsabile, indirizzando la gente ad acquistare beni e servizi presso imprese che hanno denunciato il racket o che rifiutino di pagare il pizzo nelle sue diverse forme, o che decidano di non assecondare più le richieste estorsive, esercitando la propria attività con provata libertà da qualsiasi legame con la 'ndrangheta. di GIUSEPPE BALDESSARRO  LR 20

 

 

 

 

Il Papa: «Scandalo pedofilia momento di tribolazione, ma non mi sento solo»

 

Il Pontefice ha detto di sentire attorno a sè la presenza e l'appoggio dell'intero collegio cardinalizio

 

MILANO - Il Papa è ritornato nuovamente sul caso pedofilia. È un momento di «tribolazione» per una Chiesa «ferita e peccatrice», che tuttavia confida nell'aiuto di Dio: ha detto papa Benedetto XVI, con un implicito riferimento allo scandalo degli abusi, durante il pranzo con i cardinali residenti a Roma, organizzato oggi in Vaticano in onore del suo quinto anno di Pontificato. Ratzinger ha anche detto di non sentirsi «solo», perchè avverte attorno a sè la presenza e l'appoggio dell'intero collegio cardinalizio.

 

IL PRANZO - In questo momento - ha riferito l'Osservatore Romano in un breve articolo sul pranzo di oggi - il Papa «sente, molto fortemente, di non essere solo; sente di avere accanto a sè l'intero Collegio cardinalizio che con lui condivide tribolazioni e consolazioni. «Il Papa - riferisce il quotidiano vaticano - ha voluto ringraziare il collegio cardinalizio per l'aiuto che riceve giorno dopo giorno. Soprattutto nel momento in cui sembra vedersi confermata la parola di sant'Agostino citata dal Vaticano II, che la Chiesa ha peregrinato "inter persecutiones mundi et consolationem Dei"». A questo proposito il Pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, «ricordando - si legge nell'articolo - che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le consolazioni di Dio». In particolare per il Papa è una grande consolazione proprio il Collegio cardinalizio. «Nella Chiesa - ha spiegato, secondo quanto riporta l'Osservatore - esistono due principi: uno personale e uno comunionale. Ora il Papa ha una responsabilità personale, non delegabile; il vescovo è circondato dai suoi presbiteri. Ma il Papa è circondato dal collegio cardinalizio che potrebbe essere chiamato in termini orientali quasi il suo sinodo, la sua compagnia permanente che lo aiuta, l'accompagna, lo affianca nel suo lavoro. Ed è questa vicinanza particolare che il Pontefice avverte in questo momento e per la quale ringrazia il Signore mentre invoca, per andare avanti, la forza della fede, nella gioia della risurrezione». CdS 19

 

 

 

 

Educare oggi. A quale figura di uomo? Mons. Crociata: "l'essere prima del sapere e del saper fare"

 

“Le istituzioni non riescono più ad educare e il parlare tanto di educazione, oggi, sembra il segno di un malessere e di una difficoltà nuova e complessa. La crisi contemporanea vede interrotto, o comunque fortemente compromesso, il processo di trasmissione di cultura e valori alle nuove generazioni, e ci costringe a parlare di ‘emergenza educativa’”: lo ha detto, ieri (20 aprile) a Roma, il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, intervenendo al convegno nazionale “Giovani e Sistema educativo di Istruzione e Formazione in Italia”, promosso congiuntamente da Cnos-Fap e Cnos-Scuola, i due enti Salesiani che si occupano rispettivamente di formazione e aggiornamento professionale, il primo, e della scuola il secondo. Prima di mons. Crociata ha preso la parola don Pascual Chávez Villanueva, rettor maggiore dei Salesiani, che ha parlato sul tema “Il servizio dei Salesiani d’Italia a favore dei giovani nella scuola e nella formazione professionale”. “Noi Salesiani – ha affermato – per natura siamo educatori. L’Europa ha bisogno di noi, più che mai, perché ha bisogno di educazione e di proposte di alto profilo culturale”, aggiungendo che gli elementi fondanti del carisma salesiano rimangono “una casa che accoglie, una parrocchia che evangelizza, una scuola che avvia alla vita, un cortile ove incontrarsi in allegria”. Si muove in questa direzione il “Progetto Europa” che impegna tutta la famiglia Salesiana a rafforzare la propria presenza nel continente europeo, specie nella scuola e nella formazione professionale.

 

Da anima ad anima. Nel suo intervento, dal titolo “Emergenza educativa e priorità pastorali della Chiesa in Italia”, il segretario generale della Cei ha anzitutto messo in evidenza la natura dell’educazione: “L’educazione – ha detto – è un incontro d’anime, una misteriosa trasmissione da anima ad anima”. “L’educazione cristiana, in particolare, tende alla piena umanità dell’uomo” e “tutta la potenzialità di unicità ed originalità di ogni essere umano è costitutivamente connessa con la comunità. La grandezza unica e irripetibile dell’essere umano trova la sua garanzia nel legame tra persona e comunità”. “L’educazione – ha proseguito mons. Crociata – ha a che fare con l’essere, prima che con il sapere o il saper fare. Occorre quindi riflettere su chi è l’uomo e a quale figura di uomo educhiamo le nuove generazioni, ma anche noi stessi”. Ha poi notato che “spazio e forma fondamentale dell’educazione è la relazione. All’interno della relazione interpersonale, la forma fondamentale della presenza educativa è costituita dalla testimonianza autorevole. Innanzitutto l’esempio, testimonianza del proprio essere che si imprime nell’educando, ma anche l’autorità, intesa non come imposizione, ma senso benevolo e accettabile del limite e della finitezza umana, indicatore di una regola e di un ordine”.

 

Le ragioni della “crisi educativa”. Quali le sfide pastorali, nel campo dell’educazione, che si pongono alla Chiesa in Italia? Innanzitutto, ha notato mons. Crociata, “la famiglia, ambito primario di ogni educazione. I genitori sono presenza insostituibile di ogni opera educativa, in quanto accompagnano con lo stile del modello esemplare, testimoniale, colui che deve crescere e diventare adulto. Poi gli educatori, della comunità cristiana e della scuola, ciascuno con le loro finalità tipiche. Decisiva per tutti è però la qualità personale della maturità e della testimonianza dell’educatore. Gli educandi, infatti, hanno bisogno di limiti motivati e di incoraggiamenti fondati, di prospettive verso le quali dirigersi”. E a proposito del rapporto tra il giovane e i propri genitori, ha detto: “Dipendere da una comunità di persone qual è la famiglia, avere alle spalle una tradizione e una cultura, essere sottoposti all’autorità dei genitori, lungi dall’essere una limitazione della libertà e dell’autonomia, costituisce l’unica condizione della loro vera assunzione e realizzazione. Questo genere di considerazioni in realtà getta una luce che rende intellegibili le ragioni di una crisi come quella contemporanea, che vede interrotto – o comunque fortemente compromesso – il processo di trasmissione della cultura e del mondo dei valori da cui veniamo alle nuove generazioni e che ci costringe a parlare di emergenza educativa”.

 

Traguardi e accordi dei centri Salesiani. Al suo arrivo al Salesianum, prima dell’inizio dei lavori del convegno, a mons. Crociata è stato mostrato un prototipo sperimentale di autoveicolo, realizzato dagli allievi del Centro di formazione professionale “Teresa Gerini” di Roma, vincitore del concorso nazionale Automeccanica 2008. Nel corso della mattinata, è stato anche siglato un protocollo d’intesa con Federmeccanica, per una più stretta collaborazione tra le imprese e i percorsi di formazione. Come ha spiegato il presidente dei due enti Cnos, p. Mario Tonini, “è l’ultimo degli accordi firmati in questi anni con varie realtà di punta, quali Fiat, Schneider Electric, Dmg, Hede, Siemens e altre. “Grazie a questi accordi – ha sottolineato – i Salesiani riescono ad innovare la formazione professionale”. Sir 21

 

 

 

 

"Coprì alcuni preti" cacciato il vescovo di Miami. Linea dura di Ratzinger, si "dimette" Favalora 

 

Nel 2002 si trovò a gestire le accuse contro 45 sacerdoti e un prelato che molestò una donna. Il Papa ha preferito sostituirlo, ma fu il prelato a mettere al bando i Legionari di Cristo di MARCO ANSALDO

 

CITTÀ DEL VATICANO - Il caso pedofilia nella Chiesa fa saltare un'altra testa nelle alte sfere del clero. Si è dimesso ieri, ufficialmente per motivi di salute, il vescovo di Miami, monsignor John C. Favalora. Dimissioni arrivate con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale di 75 anni, età consueta di pensionamento per un porporato. Benedetto XVI ha accettato la lettera, e già nominato il suo successore, monsignor Thomas G. Wenski, proveniente da un'altra diocesi americana.

 

Nel 2002, negli Stati Uniti, durante la prima ondata dello scandalo pedofilia, il vescovo Favalora si trovò a gestire le accuse contro 45 preti della sua diocesi. Non mancarono le critiche per il suo operato, con l'accusa di aver coperto alcuni sacerdoti e anche un prelato che molestò una donna.

Favalora non ha mai ammesso le proprie responsabilità, e si è infine dimesso in base al secondo comma dell'art. 401 del codice di Diritto Canonico, che prevede ragioni di salute o gravi impedimenti. Il vescovo, che ha al momento 74 anni, aveva chiesto alcuni mesi fa al Papa di essere affiancato da un coadiutore con diritto di successione. Il coadiutore sarebbe poi subentrato al compimento del 75esimo anno, quando all'arcivescovo di Miami sarebbe stato possibile dare le dimissioni per ragioni di età. Ma il Vaticano, nella linea della tolleranza zero annunciata da Benedetto XVI, ha deciso di tagliare corto. Ratzinger, sull'onda delle polemiche internazionali per lo scandalo pedofilia, e nello spirito di severità esposto nelle sue dichiarazioni, ha preferito sostituirlo direttamente.

 

Favalora fu, comunque, uno dei primi vescovi ad adottare le nuove linee-guida invocate dalla Conferenza episcopale americana contro la pedofilia. A tal punto si spinse la sua azione che lo scorso ottobre fu criticato per aver autonomamente messo al bando, nella sua arcidiocesi, i Legionari di Cristo e il Movimento Regnum Christi, oggi sottoposti dal Papa a visita apostolica dopo che è emersa la doppia vita del loro fondatore, Marcial Maciel. Un passo che giunse prima di una eventuale decisione della Santa Sede sui Legionari, e che formalmente deve ancora arrivare anche se numerose testimonianze parlano di un probabile commissariamento del movimento. Maciel, il religioso messicano che morì nel 2008 e che aveva avuto figli da diverse donne finendo denunciato per stupro, si era rifugiato nell'ultimo periodo della sua vita proprio a Miami, dopo che il nuovo Papa aveva riaperto le inchieste contro di lui e, non potendolo processare perché troppo malato, gli aveva proibito di continuare il ministero, compresa la possibilità di celebrare.

 

Monsignor Favalora, mettendo i Legionari al bando - da ottobre 2009 non possono esercitare alcun ministero nel territorio dell'arcidiocesi - si era dunque mostrato molto severo con l'organizzazione sotto accusa. Già prima di questa decisione, peraltro, il presule era finito nel mirino dei tradizionalisti per aver tollerato alcune violazioni liturgiche nella sua stessa cattedrale.

Solo la scorsa settimana, il 16 aprile, aveva affrontato estesamente il problema della pedofilia in un articolo pubblicato sul sito della sua diocesi. "Il processo di ammettere la propria peccaminosità è doloroso - aveva scritto - e i vescovi europei faranno quel che hanno fatto i vescovi negli Usa: introdurre politiche di tolleranza zero per chi abusa".  LR 21

 

 

 

 

Ostensione della Sindone. Un appello silenzioso.  5.000 militari sfilano davanti il "sacro lino"

 

Si è chiuso il 18 aprile a Torino il pellegrinaggio della Chiesa ordinariato militare per l'Ostensione della Sindone, la terza degli ultimi 12 anni, dopo quelle del 1998 e del 2000. I circa 5.000 militari presenti, con i loro familiari, dopo aver partecipato alla messa presieduta dall'arcivescovo ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi, nella basilica di Maria Ausiliatrice, si sono recati in processione nel duomo per venerare "il sacro lino". L'alto numero di partecipanti ha richiesto l'uso di due megaschermi posti all'esterno di Maria Ausiliatrice per permettere a tutti di prendere parte alla liturgia. Il pellegrinaggio era cominciato il giorno prima con una lectio dell'arcivescovo castrense e due conferenze sul tema "Passio Christi, passio hominis" tenute dal biblista, mons. Giuseppe Ghiberti, e da Bruno Barberis, uno dei massimi esperti della Sindone. Nelle prossime settimane, fino alla chiusura dell'ostensione (il 23 maggio) sono attesi oltre 1 milione e 600 mila pellegrini. Tra loro anche papa Benedetto XVI che sarà a Torino il 2 maggio.

 

Solidarietà al Papa. Nel corso della messa mons. Pelvi ha voluto, ancora una volta, ribadire la solidarietà a Benedetto XVI, da giorni al centro di una campagna mediatica sollevata per lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa. "Agli ingiusti e menzogneri attacchi dei nostri giorni, la famiglia militare risponde concorde e unanime nella preghiera per il Sommo Pontefice che antepone Cristo e il bene delle anime ad ogni umana considerazione, consapevole che è meglio lasciar perdere le opinioni terrene". "Nessuno potrà togliere alla Chiesa la fermezza nel testimoniare la verità - ha aggiunto l'arcivescovo - ancora oggi e per i secoli futuri, il cuore della Chiesa batte e ama con il cuore del Successore di Pietro. Il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa e il Papa che le ha donato, la cui grandezza è davanti agli occhi del mondo intero". "La cattedra di papa Benedetto non è un regno, neppure un trono. È la cattedra del servizio, del sacrificio, del martirio. È la cattedra del magistero, della fede e della certezza, della carità e del governo pastorale - ha dichiarato l'arcivescovo - non è una cattedra inventata dagli uomini. Gli uomini ne hanno inventate tante, ma quella del Papa è la stessa cattedra di Pietro, l'apostolo chiamato da Gesù. E noi, alunni di questa cattedra, amiamo il Papa, scelto dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Cristo. Egli è la bocca della verità, l'apostolo della pace, della giustizia, della fraternità, della libertà, il custode della dignità umana. È l'icona contemporanea della passio Christi e della passio hominis. Oserei dire che il suo volto, come l'icona sindonica, è un segno veramente luminoso che rimanda a Gesù. Abbiamo tutti bisogno del Successore di Pietro, della sua ombra risanatrice della sua parola e della sua instancabile e sicura guida".

 

Volti degli uomini e volto di Dio. Nella meditazione del sabato l'ordinario militare aveva fatto riferimento al tema della Sindone con una meditazione incentrata sul "volto". "Il Volto che ci appare nei Vangeli, come quello nella Sindone - ha detto mons. Pelvi - è il Volto di un Dio che si nasconde e si rivela allo stesso tempo. Meditare sul mistero del Volto e dei volti conduce alla pace". Ricordando l'immagine della Sindone l'arcivescovo ha invitato a non dimenticare "quelle dolorose di tanti bambini e delle loro madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti - ha proseguito mons. Pelvi - sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità: di fronte alla loro condizione inerme crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo convertirci a progetti di pace e impegnarci per un mondo più degno dell'uomo voluto ad immagine del Volto". Mons. Pelvi ha poi indicato nella "santità l'unica vera strada possibile di realizzazione di sé nel quotidiano con l'aiuto di Dio. La santità del quotidiano entra nella scuola, nelle case, sale in aereo, va in nave, entra in caserma, si accosta a un malato, incontra i disperati, sa parlare con tutti". Essa si realizza in tre passaggi: "Da una vita ripiegata sull'io a una vita centrata su Dio; dai desideri del mondo, al desiderio del progetto di Dio ed, infine, il rifiuto della mediocrità che addormenta la coscienza". È la prima volta che la Chiesa Ordinariato partecipa all'ostensione della Sindone con un pellegrinaggio nazionale. sir

 

 

 

Bischofskonferenz rät Mixa zu „räumlicher Distanz“

 

Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz, Zollitsch, hat dem Augsburger Bischof Walter Mixa eine vorübergehende „Zeit der Einkehr“ nahegelegt. Papst Benedikt XVI. berichtete in Rom unterdessen von seiner Begegnung mit Missbrauchsopfern. Von Daniel Deckers

 

Zwei Tage vor der ersten Sitzung des runden Tisches gegen sexuellen Missbrauch haben die deutschen Bischöfe den Druck auf den Augsburger Bischof Mixa erhöht. Am Mittwoch ließen die Erzbischöfe Zollitsch und Marx verlauten, sie hätten mit Mixa „überlegt, wie er in der derzeit schwierigen Situation im Bistum Augsburg zur Beruhigung beitragen“ könne. Dazu könne „eine Zeit der geistlichen Einkehr und der räumlichen Distanz hilfreich sein“, um eine Atmosphäre größerer Sachlichkeit bei den notwendigen und auch von ihm gewünschten Klärungen zu bewirken. Der Freiburger Erzbischof Zollitsch äußerte sich in seiner Eigenschaft als Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, Marx als Münchner Erzbischof und Metropolit der Kirchenprovinz München-Freising.

Mixa, der auch Katholischer Militärbischof ist, sieht sich seit einigen Wochen Vorhaltungen ausgesetzt, er habe während seiner Zeit als Stadtpfarrer in Schrobenhausen Kindern Gewalt angetan. Seit der vergangenen Woche stehen durch Dokumente zweifelsfrei belegte Vorwürfe im Raum, Mixa habe Gelder der Katholischen Waisenhausstiftung in einer Weise für private Zwecke benutzt, die den - straf- und kirchenrechtlich verjährten - Tatbestand der Untreue erfüllten. Bis jetzt beziehen sich alle Vorwürfe auf die Zeit vor der Ernennung Mixas zum Bischof.

Zollitsch hatte in den vergangenen Tagen insgesamt vier Mal fernmündlich mit Bischof Mixa gesprochen. Erzbischof Marx hatte Mixa am Samstag in Augsburg aufgesucht und sich dazu mit Erzbischof Zollitsch abgestimmt. Der Apostolische Nuntius in Berlin, Périsset, wird über die Vorgänge auf dem laufenden gehalten.

Bischof Ackermann kritisiert „Fehler in der Kommunikation“

Öffentlicher Druck und vertrauliche Gespräche führten indes nicht zu einem von Zollitsch und Marx gewünschten Ergebnis. Am vergangenen Freitag hatte Mixa lediglich eingestanden, Kinder „Watsch'n“ verabreicht zu haben. Zu Ostern hatte er sich noch mit den für einen Militärbischof ungewöhnlichen Worten zitieren lassen, er lehne Gewalt zwischen Menschen prinzipiell ab. Am Montag kam Mixa insoweit einer Aussprache im Priesterrat seiner Diözese zuvor, als er kurz vor der Sitzung vermelden ließ, unter anderem eine Münchner Anwaltskanzlei werde dem Verdacht finanzieller Unregelmäßigkeiten nachgehen. Außerdem bekundete er, es tue ihm „im Herzen weh und leid“, dass er vielen Menschen Kummer bereitet habe.

Der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für Fälle sexuellen Missbrauchs, der Trierer Bischof Ackermann, sagte unterdessen, Priester hätten „das Vertrauen von Menschen auf grausamste Weise verraten“. In einer Predigt während des Priestertags der diesjährigen Heilig-Rock-Tage in Trier kritisierte der Bischof auch „Fehler in der Kommunikation der Bischöfe und auch von Rom aus“.

„Eine giftige, stinkende Wolke entlädt sich“

„Eine giftige, stinkende Wolke entlädt sich“, sagte der Bischof mit Blick auf die lange Zeit tabuisierten Übergriffe Geistlicher auf Minderjährige. Unter Hinweis auf das von Papst Benedikt ausgerufene Jahr der Priester meinte Ackermann, die Ereignisse der letzten Zeit machten deutlich, dass es viel an fehlgeleitetem Hunger nach Nähe und Macht auch bei Priestern gebe. Offensichtlich befänden sich auch Priester in der Gefahr, den Hunger nach Leben anderswo zu stillen als in der Beziehung zu Jesus Christus.

Der Bischof rief die Priester, aber auch alle anderen Gläubigen dazu auf, nicht nur auf sich selbst zu hören, sondern auch auf die Stimme Jesu Christi. Am Montag werden die 27 deutschen Ortsbischöfe in Würzburg zu ihrem „Ständigen Rat“ zusammenkommen. Auf der Tagesordnung steht unter anderem die Fortschreibung der seit 2002 geltenden Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen Missbrauchs in der Kirche.

Papst Benedikt XVI. berichtet von Malta-Besuch

Papst Benedikt XVI. berichtete unterdessen bei seiner Generalaudienz in Rom über seine Begegnung mit „einigen Opfern sexuellen Missbrauchs von Seiten des Klerus“ am Wochenende auf Malta: „Ich habe ihr Leiden mitempfunden, ergriffen mit ihnen gebetet und dabei das Handeln der Kirche zugesichert.

Nach Angaben der katholischen Kirche in Irland nahm der Papst das Rücktrittsgesuch des Bischofs von Kildare, Jim Moriarty, an, der wegen des Missbrauchsskandals seinen Rückzug angeboten hatte. Eine entsprechende Erklärung des Vatikans werde an diesem Donnerstag erwartet, berichtete die Nachrichtenagentur AP. Nach einem Bericht der Zeitung „Repubblica“ gibt auch der Bischof von Miami sein Amt ab. Der 74 Jahre alte John Favalora sei aus gesundheitlichen Gründen zurückgetreten. Eigentlich habe Favalora mit Hilfe eines Koadjutors weiterregieren wollen.

Sein von ihm vorgeschlagener Helfer wurde nun sein Nachfolger. Favalora wird vorgeworfen, er habe 2002 die Vorwürfe gegen 45 Priester in seinem Bistum nicht energisch genug verfolgt, schreibt das Blatt. Andererseits habe er später dazu beigetragen, dass die Vergehen des Gründers der Legionäre, Christi Marcial Maciel, aufgedeckt wurden, der seine letzten Lebensjahre in Miami verbrachte. Dem Priester wird der Missbrauch an vielen Seminaristen vorgeworfen. Zudem hatte er mehrere Kinder.

Der Vorsitzende der katholischen Deutschen Bischofskonferenz (DBK), Robert Zollitsch, und der Münchner Erzbischof Reinhard Marx haben dem Augsburger Bischof Walter Mixa einen vorübergehenden Amtsverzicht nahegelegt. Zollitsch sagte am Mittwoch in Freiburg, er und Marx hätten in den vergangenen Tagen mehrfach mit Mixa gesprochen. Dabei habe man „mit ihm überlegt, ob eine Zeit der geistlichen Einkehr und der räumlichen Distanz hilfreich sein könne“, sagte Zollitsch. Das Bistum Augsburg wollte zunächst nicht zum Vorstoß von Erzbischof Zollitsch Stellung nehmen.

Zollitsch sagte zur Begründung seines Vorschlags, ein Rückzug Mixas sei geeignet, „eine Atmosphäre größerer Sachlichkeit bei den notwendigen und auch von ihm gewünschten Klärungen zu bewirken“.

Diozösenrat fordert Amtsniederlegung

Unterdessen forderten der Diözesanrat und die Vorsitzenden der Katholiken- und Dekanatsräte im Erzbistum Köln den Augsburger Bischof auf, die Leitung seiner Diözese niederzulegen, bis die gegen ihn erhobenen Vorwürfe geklärt sind. „Damit soll weiterer Schaden von der Kirche abgewendet werden“, heißt es in einer am Mittwoch veröffentlichten Erklärung des Diözesanrats. Nur mit seinem solchen Schritt könnten Zeichen gesetzt werden, „um zumindest zum Teil die Glaubwürdigkeit der Kirche wieder herzustellen“.

Mixa hat inzwischen bestätigt, Heimkindern in seiner früheren Zeit als Stadtpfarrer zwischen 1975 und 1996 mehrere Heimkinder geschlagen und finanzielle Mittel der Heimstiftung satzungswidrig verwendet haben. In der Kritik steht Mixa außerdem, weil er zunächst jegliche körperliche Gewalt gegen Kinder abstritt, nach zwei Wochen aber zugab, möglicherweise „die eine oder andere“ Ohrfeige verteilt zu haben.

Franz Maget: „Rücktritt zwingend erforderlich“

Darüber hinaus könne ihm eine vorübergehende räumliche Distanz die Möglichkeit geben, nach sehr erhitzten Wochen neue Kräfte zu sammeln und die Geschehnisse mit mehr Ruhe zu bedenken.

Der bayerische Landtags-Vizepräsident Franz Maget (SPD) hat die Erklärung von Zollitsch begrüßt. Mit einem Rücktritt „könnte der in die Kritik geratene und schwere belastete Bischof seiner Kirche einen Dienst erweisen“, sagte Maget in München. Mixa füge seiner Kirche Schaden zu. Deren moralische Autorität habe schwer gelitten. „Deswegen ist ein solcher Rücktritt zwingend erforderlich. Und er kommt ja eigentlich, wenn man ehrlich ist, schon zu spät“, sagte Maget. Faz 21

 

 

 

Papst: „Habe das Leid der Missbrauchsopfer geteilt“

 

Etwa 30.000 Menschen haben an diesem Mittwoch an der Generalaudienz des Papstes teilgenommen – darunter tausend römische Schulkinder und mehrere hundert Priester aus dem Bistum Rom. Benedikt zog auf dem Petersplatz eine Bilanz seines Besuchs auf der Insel Malta am letzten Wochenende.

 

„Anlass dafür war der 1.950. Jahrestag der Ankunft des heiligen Paulus auf dieser Insel. Der Schiffbruch, der ihn dorthin brachte, wird etwa auf das Jahr 60 datiert. Wie Paulus durfte auch ich die herzliche Aufnahme des maltesischen Volkes erfahren. Er sagte, dass sie - obwohl sie Barbaren waren - eine ganz ungewöhnliche menschliche Freundlichkeit vorfanden. Heute sind sie ein gebildetes Volk von hoher Kultur, aber ihre Menschenfreundlichkeit und Gastlichkeit haben sie sich bewahrt. Ich möchte allen danken, die mir diesen Empfang bereitet haben, besonders den Kindern und Jugendlichen, die mit Enthusiasmus um mich herum waren. Die Höhepunkte meiner Reise waren der Besuch der Grotte des heiligen Paulus bei Rabat, in die er als Gefangener nach der Überlieferung drei Monate gelebt hat; dann die Eucharistiefeier in Floriana vor der Kirche des Heiligen Publius und schließlich das Treffen mit den Jugendlichen in Valletta, im Hafen, in einem wundervollen Bild, in dem die Schiffe herum waren, die Artillerie Verehrungssalven abgab und die Freude so richtig alles prägte.“

 

Ein im ursprünglichen Programm nicht vorgesehener wichtiger Termin war außerdem das Treffen Benedikts mit einigen Opfern von sexuellem Missbrauch, abseits der TV-Kameras. „Ich habe ihr Leiden geteilt und habe tief bewegt mit ihnen zusammen gebetet- wobei ich ihnen auch das Handeln der Kirche zugesichert habe“: Das sagte der Papst in seinem italienischen Redeteil an diesem Mittwoch. In seiner deutschen Ansprache erwähnte er die Begegnung hingegen nicht, sondern kam stattdessen auf Paulus zurück. (rv 21)

 

 

 

Weltgebetstag für geistliche Berufe. Priester als Kundschafter

 

von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

In meinem Referat im Rahmen des Diözesantages am 3. Juli 2009 in der Fuldaer Kongresshalle habe ich mich besonders und ausdrücklich an die Priester gewandt und u. a. gesagt: „Das Priesterjahr ist eine vorzügliche Möglichkeit, dass sich die Priester unseres Bistums auf ihre Kernkompetenzen besinnen und darüber mit den ihnen anvertrauten Menschen in ein Gespräch kommen.“ Angesichts dessen, dass das weltweite Priesterjahr am 11. Juni zu Ende geht, hoffe ich sehr, dass der von mir gewünschte Gesprächsprozess unterdessen in Gang gekommen ist.

 

Vielen Menschen, liebe Leserinnen und Leser, fällt es enorm schwer, sich Gott vorzustellen, geschweige denn in einer Beziehung mit ihm zu stehen. Ich glaube, Priester können gerade in dieser Notlage zu einem Leben mit Gott hinführen und ermutigen. Das geht nicht durch kluge Reden, sondern durch viele kleine Zeichen, die Ausdruck einer ganzen Lebenshaltung sind. Es geht um Leben aus der Überzeugung, dass es Gott wirklich gibt. Also: Mit Gott rechnen – täglich und überall; an Gott denken, vor Entscheidungen und schwierigen Situationen; auf Gott hinweisen, vor allem ohne Worte, durch das eigene Auftreten und die vielen Begegnungen mit Menschen. Priester sollten anderen Menschen Mut machen zu dem, was der Hl. Paulus als Aufgabe aller sieht: „Sie sollten Gott suchen, ob sie ihn ertasten und finden könnten; denn keinem von uns ist er fern. Denn in ihm leben wir, bewegen wir uns und sind wir.“ (Apg 17, 27-28).

 

Diese Haltung kann auch helfen, mit einer Tatsache zurechtzukommen, die vielen bewusst, aber noch keineswegs allgemein akzeptiert ist: Priester sein wird künftig nicht automatisch Pfarrer sein heißen. Diese Perspektive schafft derzeit unter Priestern manche Ängste, vor befürchtetem Machtverlust ebenso wie vor autoritären Führungsstilen, vor Kommandieren durch Jüngere ebenso wie vor dem Einfügensollen in Teams.

 

Dem wird nur durch einen entschiedenen geistlichen Leitungsstil, der auf Kooperation, auf Teilhabe an Verantwortung und ernsthafte Delegation setzt, zu begegnen sein. Zukünftige Leiter oder Moderatoren können nicht mehr agieren als diejenigen, die alle Fäden in der Hand halten. Ihnen werden Pastoralteams und Ehrenamtliche anvertraut. Das tradierte Bild vom Pfarrherrn funktioniert dann nicht mehr. Ein solches Selbstverständnis wird in Zukunft nur zu unnötigen Konflikten führen.

 

Wir müssen miteinander einen Leitungsstil finden, der alle Mitwirkenden schätzt und sich nicht selbst an die Stelle dessen setzt, der alles für uns Menschen Entscheidende doch längst getan hat. Vielmehr werden Pfarrer erfahrbar die Stelle Gottes freihalten müssen. Ich bin davon fest überzeugt: Sollte dieser Weg gelingen, wird es für viele Priester vielleicht sogar attraktiv werden, kein Pfarrer mit großer Administration sein zu „müssen“. Und die, die es sein wollen, werden befreit von einem faktisch rein weltlich verstandenen Leitungsverständnis, das geistliche Menschen tendenziell entweder überfordern oder verformen kann.

 

Bislang sind viele Priester Einzelkämpfer. Manchmal ungewollt, manchmal, weil sie es gerne sind. Manche sind auf ganz tragische Weise solche geworden. Deutlich ist aber schon jetzt: Priester in Zukunft werden Gemeinschaftsmenschen sein, Kommunikation und Gemeinschaftsbildung anstoßen, Charismen der Ehrenamtlichen entdecken und fördern müssen. Sie werden Menschen sakramental sammeln und zum Himmel geleiten.

 

Ich glaube, dass die kirchliche Erneuerung und das Weiterleben des christlichen Glaubens in unseren Breiten eine Erneuerung auch des priesterlichen Dienstes und Selbstverständnisses mit sich bringen wird. Die von mir genannten Aspekte sind sicher nicht alle, vielleicht sind sie nicht einmal die wichtigsten. Aber sie zeigen doch in eine deutliche Richtung. Im Priesterjahr sehe ich die große Chance, dass Aspekte wie diese stärker ins Gespräch über die künftigen Wege der Kirche gebracht werden.

 

Am „Weltgebetstag für geistliche Berufe“ möchte ich einladen, die Priester unseres Bistums in schwieriger Umbruchzeit und angesichts der Krise in der Kirche biblisch als „Kundschafter“ (vgl. Num 13, 2) zu verstehen. Bitte lassen Sie sich mit unseren Priestern zusammen darauf ein, auf dass wir uns in Gottes Zukunft hinein aufmachen können! „Bonifatiusbote“ 25

 

 

 

Moraltheologen: „Zölibatspflicht überprüfen”

 

In der Debatte um Missbrauch wurde in den vergangenen Monaten auch viel über den Zölibat diskutiert. Für eine Überprüfung der Zölibatspflicht hat sich jetzt die Arbeitsgemeinschaft Deutscher Moraltheologen ausgesprochen. Ein direkter Zusammenhang zwischen dem Zölibat und den Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche lasse sich zwar nicht herstellen, schreiben die Moraltheologen in einer am Dienstag veröffentlichten Presseerklärung, die auch an die Deutsche Bischofskonferenz ging. Die Pflicht zur Ehelosigkeit ziehe aber möglicherweise Kandidaten mit einem unreifen Verhältnis zur eigenen Sexualität an. Im Interview mit Radio Vatikan erklärt Vorstandvorsitzender Prof. Konrad Hilpert die Details.

 

„Ich meine damit, dass es einen möglichen oder wahrscheinlichen Zusammenhang gibt zwischen dem psychisch unreifen Bedürfnis nach Nähe, Bestätigung, sexueller Erfüllung einzelner Personen gegenüber Kindern und Jugendlichen und ermöglichenden, begünstigenden oder sogar absichernden Strukturen, die etwas mit Abhängigkeit, Macht, Sakralisierung und Idealisierung von Personen und Funktionen zu tun haben. Ich vermute, dass es diesen Zusammenhang gibt.“

 

Natürlich dürfe man jetzt nicht alle Priester pauschal verurteilen oder kollektiv haftbar machen, betont Hilpert. Die Missbrauchsfälle in der Kirche zeigten eher ein anderes Grundproblem auf. (rv 21)

 

 

 

Katholische Kirche. Nicht mit Mixa

 

Dass zwei Bischöfe einen dritten aufgefordert haben, sich zumindest für eine Weile aus seinem Amt zurückzuziehen, ist ein Tabubruch und eine Sensation. Doch das kann nicht das Ende sein. Die Bischöfe haben nicht nur in Deutschland noch einen weiten Weg vor sich. Von Daniel Deckers

 

Es kommt nicht alle Tage vor, dass Bischöfe öffentlich übereinander sprechen. Noch seltener geschieht es, dass sie öffentlich nicht gut übereinander reden. Dass nun zwei Bischöfe einen dritten aufgefordert haben, sich – zunächst für eine Weile – aus seinem Amt zurückzuziehen, ist eine Sensation.

Es geht um viel. Der Augsburger Bischof Mixa steht längst nicht mehr nur im Verdacht, als Pfarrer vor Jahren gegenüber Kindern handgreiflich geworden zu sein. Mindestens so schwer wiegen die gut dokumentierten Vorhaltungen, er habe ebenfalls als Pfarrer Gelder einer Waisenhausstiftung in einer Weise zweckentfremdet, die ein – zurückhaltend ausgedrückt – schräges Licht auf seine Lebensführung wirft. Nach fast fünfzehn Jahren hat Mixa dieser Teil seiner Vergangenheit eingeholt – doch nur, um sie abzustreiten und sich so lange einer Aufklärung zu verweigern, bis der Druck übermächtig wird.

Ein längst überfälliges Zeichen der Besinnung

Damit illustriert Mixa jene nicht seltene Haltung kirchlicher Amtsträger, die der Trierer Bischof Ackermann am Mittwoch mit den Worten vom fehlgeleiteten Hunger nach Nähe und Macht beschrieb. An diesem Punkt kommen Erzbischof Zollitsch und der Münchner Erzbischof Marx ins Spiel. Auch ihnen ist die Kategorie der Macht nicht fremd. Zu Beginn des vergangenen Jahres unterlag Marx dem Freiburger in der Wahl zum Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz. Wortgleich bemühen sie sich jetzt darum, ein längst überfälliges Zeichen der Besinnung in der katholischen Kirche in Deutschland zu setzen.

Am Freitag wird der Runde Tisch gegen sexuellen Missbrauch seine Arbeit aufnehmen. Am Montag wollen die Bischöfe über eine Fortschreibung ihrer Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen Missbrauchs in der Kirche beraten. Nicht mit Mixa. Der Sache wie seinem Verhalten nach ist der Augsburger Bischof eine Hypothek, die jede Bekundung der Bischöfe unglaubwürdig machte, sie übernähmen für das Geschehene die Verantwortung und wollten das Gebaren der Institution angesichts möglicher Verfehlungen ihrer Mitglieder transparenter machen.

Zollitsch und Marx haben mit ihrem Wort an Mixa ein Tabu gebrochen. Doch das kann nicht das Ende sein. Stimmt das Wort des heiligen Augustinus: „Für euch bin ich Bischof, mit euch Christ“, dann haben die Bischöfe nicht nur in Deutschland noch einen weiten Weg vor sich. Faz 21

 

 

 

Prügelvorwürfe. Um Bischof Mixa wird es einsam

 

"Seine Autorität ist völlig dahin": Seit ehemalige Heimkinder Walter Mixa beschuldigen, sie mit Faust und Stock geschlagen zu haben, verliert der Bischof zusehends an Rückhalt. Zwei namhafte Bischöfe und immer mehr Pfarrer fordern Mixa auf, Konsequenzen zu ziehen. Von Stefan Mayr und Andreas Roß

 

Am kommenden Sonntag wird der Augsburger Bischof Walter Mixa 69 Jahre alt. Man kann getrost davon ausgehen, dass dieser persönliche Festtag dem Oberhirten wenig Anlass zum Feiern bieten wird.

Denn um den Bischof, der im Verdacht steht, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen Heimkinder geschlagen und Gelder aus einer Waisenhausstiftung zweckentfremdet zu haben, wird es immer einsamer.

Bislang hatte Mixa noch alle Forderungen aus der Öffentlichkeit ignoriert, er möge bis zur Klärung der Vorwürfe doch sein Amt ruhen lassen. Doch nun haben nicht nur zwei namhafte Bischofskollegen, sondern auch etliche Pfarrer aus dem Bistum ihr Schweigen gebrochen und den Oberhirten öffentlich aufgefordert, Konsequenzen zu ziehen.

 

Auch die Entschuldigung, die Mixa vor dem Priesterrat des Bistums ausgesprochen hat, ändert nichts daran, dass die Lage für den Bischof schwierig ist - und ausgerechnet in dieser Situation soll er beim Festakt des Augsburger Diözesanrates am Samstag den Gottesdienst zelebrieren.

Klar Position bezogen haben mittlerweile etliche Priester aus der Diözese: "Eine sofortige Ruhepause wäre ein erster Schritt - wenn danach der Rücktritt folgt", sagt Hans Fischer, der Pfarrer von Diedorf.

"Der Herr Bischof hat seine Glaubwürdigkeit verloren, und zwar unabhängig davon, wann er zurückkommt." Die Affäre ziehe sich "schon viel zu lange hin", und jeden weiteren Tag, den Mixa im Amt bleibe, "richtet er Schaden für die Diözese und die katholische Kirche an".

Fischer fordert auch den Medienberater des Bischofs, Dirk Hermann Voß, zum Rücktritt auf: "Das ist der falsche Mann am falschen Platz." Auch andere Pfarrer finden klare Worte. So las der Gersthofer Pfarrer Ralf Gössl, der bislang als enger Freund von Mixa galt, vor seinen Gottesdiensten eine Erklärung vor, die deutlicher nicht hätte sein können.

"Dass ein Bischof seine Diözese und die gesamte Öffentlichkeit belügt, das ist unannehmbar. Es ist unannehmbar im Hinblick auf jene Kinder, denen Gewalt angetan wurde - denn auch Ohrfeigen sind eine Form von Gewalt -, und es ist unannehmbar im Hinblick auf die Glaubwürdigkeit unserer Kirche. Alle Versuche, die zurzeit von manchen unternommen werden, dies schönzureden, sind unangebracht."

Seit vor 21 Tagen mehrere ehemalige Kinder aus dem Kinderheim Schrobenhausen den Bischof beschuldigt haben, er habe sie vor Jahren teilweise mit Faust, Stock und Teppichklopfer geschlagen, ist die Situation in der Diözese Augsburg total verfahren.

 

Ein Sonderermittler des Kinderheims wirft dem Bischof vor, in dessen Amtszeit als Stadtpfarrer sei in größerem Umfang Stiftungsgeld satzungsfremd ausgegeben worden - für überteuerte Kunstwerke, Weine, Bewirtungen und andere Dinge, die für die Heimkinder von keinerlei Nutzen waren.

Auch viele Katholiken und Laienvertreter sprechen sich inzwischen offen für einen Rücktritt aus: "Der Bischof ist sicherlich nicht mehr zu halten. Seine Autorität ist völlig dahin", sagt beispielsweise Klaus Vogelgsang, Vorstandsmitglied im Pfarrgemeinderat von Heilig Geist in Augsburg-Hochzoll. "Die Frage ist nur, wie gestalten wir das, ohne großen Schaden für die Kirche anzurichten."

Herbert Tyroller, der Diözesansprecher der Kirchenvolksbewegung, berichtete, er sei angesichts der Sturheit des Bischofs oft darauf angesprochen worden, ob er nicht für eine Rücktrittsforderung Unterschriften sammeln wolle. Vor allem die finanziellen Unregelmäßigkeiten im Schrobenhauser Kinderheim hätten die Leute empört und hellhörig gemacht.

Während Politiker von SPD und Grünen schon seit längerem den Rücktritt von Mixa fordern, halten sich führende Politiker der CSU noch bedeckt. Am Mittwoch ging der CSU-Sozialpolitiker Hermann Imhof, bis zu seiner Wahl in den Landtag Caritasdirektor in Nürnberg, allerdings in Vorlage und forderte ebenfalls Mixas sofortigen Rücktritt. Aus dem Bischofshaus in Augsburg kommt aber auf all das keine Reaktion. Das Bistum veröffentlichte lediglich eine Pressemitteilung über die Ordinariatskonferenz vom Dienstag. Darin wird berichtet, Bischof Walter Mixa habe dort "erstmals über seine Einschätzung der gegen ihn erhobenen Vorwürfe" informiert.  SZ 22

 

 

 

 

 

Woche für das Leben: „Menschen mit Behinderung sind nicht behindert, sie werden es!“

„Gesund oder krank – von Gott geliebt“: Unter diesem Motto steht in den Jahren 2008-2010 die „Woche für das Leben“. In diesem Jahr findet die ökumenische Initiative bundesweit vom 17. April bis 24. April statt. Träger sind Deutschen Bischofskonferenz und der Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland. Das Jahresmotto der Woche 2010 lautet: „Gesundheit - höchstes Gut“ und will den in der Gesellschaft vorherrschenden Gesundheitsbegriff kritisch hinterfragen. Simone Bell-D`Avis leitet die Arbeitsstelle Pastoral für Menschen mit Behinderung der Deutschen Bischofskonferenz und erklärt im Gespräch mit Radio Vatikan das besondere Anliegen der Aktionswoche:

 

„Die Woche für das Leben hat ja grundsätzlich den Auftrag, zu sagen, Gebrechlichkeit, Leid, Lebensende, Krankheit und Tod sind Teile des Lebens, die man nicht verdrängen darf. An dieser Stelle versucht sie, Aufklärungsarbeit zu leisten. Und der Aspekt der Behinderung ist jetzt insbesondere mit aufgegriffen worden, um zu sagen, Behinderung ist eine Lebensrealität.“ (rv 20)

 

 

 

 

Bischof Mixa entschuldigt sich: „Es tut mir im Herzen weh“

 

Der Augsburger Bischof Walter Mixa hat für körperliche Züchtigungen in seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer um Verzeihung gebeten. Der Priesterrat seiner Diözese „teilt die Sorge vieler um die Glaubwürdigkeit der Kirche“.

 

Der Augsburger Bischof Walter Mixa hat sich für eigenes Fehlverhalten entschuldigt. „Es tut mir im Herzen weh und leid, dass ich vielen Menschen Kummer bereitet habe“, sagte Mixa laut Bistum bei einer Sitzung des Priesterrats seiner Diözese am Montagabend in Leitershofen bei Augsburg. „Ich bitte um Verzeihung.“ Die Presse war von dem Treffen ausgeschlossen gewesen.

Das aus 35 Pfarrern bestehende Gremium beriet mit Mixa über die gegen ihn erhobenen Vorwürfe körperlicher Gewalt gegen Kinder und Jugendliche, falscher Aussagen und finanzieller Ungereimtheiten. „Der Priesterrat teilt die Sorge vieler um die Glaubwürdigkeit der Kirche“, heißt es in einer am Dienstag veröffentlichten Erklärung. Das Bistum befinde sich in einer schwierigen Situation. „Der Priesterrat setzt sich gemeinsam mit dem Bischof dafür ein, dass die gegen ihn erhobenen Vorwürfe lückenlos aufgearbeitet werden“, teilte das Gremium mit.

Mixa hatte zunächst kategorisch bestritten, in seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer jemals Gewalt gegen Kinder und Jugendliche angewendet zu haben. Nach zwei Wochen gestand er dann ein, Heimkinder in Schrobenhausen möglicherweise geohrfeigt zu haben. Nach wie vor werden Mixa in eidesstattlichen Erklärungen Betroffener auch noch brutale Prügelangriffe vorgeworfen, die er aber weiterhin bestreitet.

Ein Angehöriger des Priesterrats, der anonym bleiben wollte, sagte der Nachrichtenagentur ddp: „Dieser Bischof ist nicht mehr zu halten.“ Viele Kollegen fragten nicht mehr, „ob der Bischof geht, sondern wann er geht“, sagte der Pfarrer. Die spannende Frage sei schon jetzt: „Wer kommt danach?“ Es gebe im Bistum einen „massiven Vertrauensverlust bei Spendern und Kirchensteuerzahlern“.

Zwei der mutmaßlichen Prügelopfer Mixas, Monika Bernhard und Hildegard Sedlmair, lehnten die Entschuldigung des Bischofs ab. „Er will sich retten und im Amt bleiben“, sagten sie. Das nach wie vor bestehende Gesprächsangebot Mixas schlugen sie aus. Faz.net 20

 

 

 

 

Der Augsburger Bischof Walter Mixa bittet angesichts der Vorwürfe gegen ihn um Verzeihung.

 

Nach einem Gespräch mit dem Priesterrat seines Bistums am Montag Abend erklärte Mixa wörtlich: „Es tut mir im Herzen weh und leid, dass ich vielen Menschen Kummer bereitet habe. Ich bitte um Verzeihung.“ Mixa soll als Stadtpfarrer von Schrobenhausen zwischen 1975 und 1996 Kinder im dortigen Josefsheim geschlagen haben; nach einigem Zögern räumte er kürzlich einige Ohrfeigen ein. Zudem soll er als Kuratoriumsvorsitzender der Trägerstiftung Geld satzungswidrig verwendet haben. Der Priesterrat sprach von einer „offenen“ Beratung „über die schwierige Lage unseres Bistums“. Die 35 Priester, die dem Rat angehörten, teilten „die Sorge vieler um die Glaubwürdigkeit der Kirche“. Der Rat „setzt sich gemeinsam mit dem Bischof dafür ein, dass die gegen ihn erhobenen Vorwürfe lückenlos aufgearbeitet werden.“ Dabei ist nach Medienangaben der Erzbischof von München und Freising, Reinhard Marx, als möglicher Vermittler im Fall Mixa im Gespräch. Marx ist Vorsitzender der Freisinger Bischofskonferenz. Von Berlin aus hat Kardinal Georg Sterzinsky Rufe nach einem Rücktritt Mixas zurückgewiesen. Stattdessen setzt er sich für eine unabhängige Untersuchung der Vorwürfe gegen Augsburgs Bischof ein. Derweil hat auch der Päpstliche Nuntius, Jean-Claude Périsset, mit Mixa telefoniert; Der Inhalt des Gesprächs wurde aber nicht bekannt. Der Vatikan ist für die Ernennung wie für den Rücktritt eines Bischofs zuständig. pm/kna 20

 

 

 

Italien: Kapuziner verteidigen Umbettung von Padre Pio

 

Die Kapuziner verteidigen die Umbettung des Leichnams von Pater Pio im süditalienischen San Giovanni Rotondo. Die sterblichen Überreste des italienischen Volksheiligen und Kapuziners wurden am Montagnachmittag aus der Krypta der Ordenskirche in die wenige hundert Meter eigens für ihn errichtete Kirche des Star-Architekten Renzo Piano gebracht. Der neue Ruheort ist eine mit reichen Mosaiken ausgestattete Krypta in der Wallfahrtskirche San Pio da Pietrelcina. Die Umbettung war in den Medien und der Öffentlichkeit in Italien immer wieder kritisiert worden, die neue Kirche sei reich ausgestattet und teuer, P. Pio habe aber immer arm gelebt. Der Sprecher der Kapuziner-Ordensprovinz, Antonio Belpiede, erklärt:

 

„Pater Pio ruht nun hinter dem Altar der Unterkirche, in der Säule, die die ganze ihm geweihte Kirche trägt. Das ist eine starke Symbolik: Er wird eingeschrieben in Christus, der der Felsen der ganzen Kirche ist. Die Umbettung hängt mit der christlichen Tradition zusammen: Es gab sie auch für die heiligen Franziskus, Antonius, Klara, Don Bosco usw. Wenn ein Christ von der Kirche heiliggesprochen wird, bekommt er eine neue Kirche, die auf seinen Namen geweiht ist, und wird dorthin überführt.“ (rv 21)

 

 

 

China vor der "Expo 2010": Hoffnung auf Öffnung

 

Vom 1. Mai bis 31. Oktober wird Shanghai Schauplatz der Weltausstellung

"Expo 2010" sein. China erwartet dazu über 70 Millionen Besucher und

versucht, sich im Vorfeld weltoffen und harmonisch zu präsentieren.

Inwieweit dieses Bild den Tatsachen entspricht und wie sich die

Situation der Christen in China darstellt, analysiert die

Geschäftsführerin des weltweiten katholischen Hilfswerks "Kirche in

Not", Karin Maria Fenbert, im Gespräch mit André Stiefenhofer.

 

FRAGE: Frau Fenbert, die Welt ist zu Gast in China – was müssen Besucher

wissen, die zur "Expo 2010" reisen?

 

FENBERT: Sie müssen sich bewusst sein, dass sie als ausländische Besucher einen

nur oberflächlichen Eindruck vom Land bekommen werden. Shanghai ist die

glitzernde Vorzeigemetropole Chinas. Im Gegensatz zum großen Rest des

Landes finden sich dort zum Beispiel auf vielen Hinweisschildern nicht

nur chinesische, sondern auch englische Schriftzeichen. Dieses kleine

Detail soll verdeutlichen, dass man in Shanghai darauf eingestellt ist,

dem Besucher jenes China zu zeigen, das man ihn sehen lassen will.

 

FRAGE: Und wie sieht dieses China aus?

 

FENBERT: Wirtschaftlich einflussreich, hoch technisiert und kulturell bedeutsam.

Dieses Bild ist natürlich nicht falsch, aber es stellt nur einen Teil

der Wahrheit dar. Die Kehrseite der Medaille ist die große Armut, unter

der gerade die Landbevölkerung und das große Heer der etwa 130 Millionen

Wanderarbeiter zu leiden haben. Von kirchlicher Seite ist unverändert zu

beklagen, dass sich noch einige katholische Geistliche und Bischöfe in

Haft befinden. Teilweise sind sie auch in Arbeitslagern eingesperrt oder

einfach spurlos verschwunden. Zwar ist die katholische Kirche eine der

wenigen anerkannten Religionen in China, aber das heißt nicht, dass

manche Katholiken nicht wegen ihres Glaubens verfolgt werden. Priester

in China müssen sehr vorsichtig und diplomatisch agieren, um sich und

ihre Gläubigen nicht in Gefahr zu bringen.

 

FRAGE: In den letzten Jahren scheint sich für die Katholiken aber doch einiges

gebessert zu haben – die Kirchen sind voll und die Zahl der Gläubigen

 

wächst. Wie passt das mit der von Ihnen geschilderten Situation zusammen?

 

FENBERT: Auch die chinesische Führung hat erkannt, dass die katholische Kirche

eine wichtige soziale Funktion im Land erfüllt. Von staatlicher Seite

gibt es kein soziales Netz. Daher dient es durchaus den Zielen der

Staatsführung, wenn die Kirche die sozialen Ungleichheiten durch ihre

Arbeit in China mildert. Denn wer sein Glück im Glauben findet, neigt

seltener zu radikalem Verhalten. Dieses Phänomen trägt nach Ansicht der

chinesischen Führung zur "Harmonie" im Land bei. So lange sich die

katholische Kirche darauf beschränkt, der staatlichen Harmonie dienlich

zu sein, lässt man sie gewähren. Die Probleme beginnen dann, wenn die

Kirche versucht, die Gesellschaft zu reformieren. Gottesdienste zu

feiern ist der Kirche also erlaubt, aber wenn sie versucht, ihr

christliches Menschenbild in den Staat einzubringen, stößt sie schnell

an ihre Grenzen.

 

FRAGE: China ist also noch weit von einer offenen, pluralistischen Gesellschaft

entfernt?

 

FENBERT: Von der Gesetzgebung und der Staatsführung her ist es noch ein weiter

Weg dorthin. Dafür gibt es einfach noch zu viele Beschränkungen, wie

erst kürzlich wieder der Streit um den Internet-Suchdienst Google

gezeigt hat. In China darf Google, wie auch alle anderen westlichen

Anbieter, nur eine stark zensierte Version seiner Suchmaschine anbieten.

Informationen etwa über die Aufstände in Tibet oder über die Geschichte

der Volksrepublik China aus kritischer Sicht dürfen nicht gezeigt

werden. Der einzelne Staatsbürger hat in China also nicht denselben

Zugang zu Informationen oder dieselben Rechte wie ein Bürger in

westlichen Gesellschaften. Der Großteil der Bevölkerung darf seinen

Wohnort nicht frei wählen, und den Menschen wird ihre Familienplanung

von staatlicher Seite vorgeschrieben.

 

Andererseits macht China – gerade auch dank des Internets – in letzter

Zeit große Fortschritte, was den Aufbau einer Zivilgesellschaft angeht.

Trotz aller staatlichen Einschränkungen bilden sich Umwelt-, Kultur- und

andere Bürgerorganisationen, die im Rahmen ihrer Möglichkeiten viel

bewegen. Im Internet gibt es eine lebendige chinesische Bloggerszene,

die sich über aktuelle Themen austauscht. Das ist zwar kein Ersatz für

die fehlende Pressefreiheit, aber es ist zumindest ein Hoffnung

machender Anfang.

 

FRAGE: Was erwarten Sie sich von der "Expo 2010"?

 

FENBERT: Von Großereignissen dieser Art kann man sich erhoffen, dass sie zur

Öffnung des Landes beitragen und den Menschen somit ihr Leben

erleichtern. Leider zeigt die Erfahrung, dass aber auch das Gegenteil

der Fall sein kann, so wie zum Beispiel während der Olympischen Spielen

im Jahr 2008. Damals musste die Bevölkerung unter dem Vorwand der

Sicherheit viele Einschränkungen über sich ergehen lassen. Eine Öffnung

kann es immer nur dann geben, wenn sich die chinesische Staatsführung

davon Vorteile verspricht. Die "Expo 2010" wird also zunächst ein rein

von wirtschaftlichen Interessen geprägtes Ereignis sein. Inwieweit in

diesem Rahmen auch kritische Themen angesprochen werden können, bleibt

abzuwarten. KiN 19

 

 

 

„Heilsames Zuhören“ - Missbrauchsopfer zur Begegnung mit dem Papst

 

Die Kirche wird jetzt und in Zukunft alles in ihrer Macht stehende tun, um die Missbrauchsanschuldigungen aufzuklären, die Verantwortlichen zur Rechenschaft zu ziehen und junge Menschen in Zukunft zu schützen. Das hat Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntag auf Malta zugesichert – und zwar gegenüber Missbrauchsopfern im persönlichen Gespräch. Unter Ausschluss der Öffentlichkeit hatte er diese am Sonntagmittag in der Apostolischen Nuntiatur von Valletta getroffen. Lawrence Grech, selbst Opfer von Missbrauch geworden, schildert im ARD-Hörfunk die Begegnung:

 

„Zuerst haben wir alle gemeinsam gebetet. Und dann hatte jeder von uns für einige Minuten ein privates Gespräch mit dem Papst. Wir haben ihm unsere ganz persönlichen Geschichten erzählt. Das war sehr emotional. Meine Schilderung hat den Papst sehr bewegt, das habe ich eindeutig gemerkt. Er hat mir zugehört und dann gesagt: Ich werde für dich beten. Und ich sagte zu ihm, dass ich hoffe, dass er in diesem Gebet auch die Leere verspürt, die in meinem Inneren ist. Und zwar deswegen in meinem Inneren ist, weil ein Priester wie er mich missbraucht und mir so meinen Glauben genommen hat. Diese Begegnung mit dem Papst macht mich sehr stolz.“

 

Weiter habe Papst Benedikt XVI. den Opfern und ihren Familien seine Scham und seinen Schmerz über den Missbrauch durch Geistliche bekundet, beschreibt Laurence Grech.

 

„Der Papst hat dem, was man aus den Medien von ihm kennt, nicht geähnelt. Man hat ihm sein herzliches Mitgefühl angemerkt. Zurückliegend habe ich immer gedacht, der Papst versteckt etwas und hält sich sehr zurück. Nachdem ich bei unserer Begegnung seine Tränen gesehen habe, glaube ich das nicht mehr. Das war echt.“ (ard 19)

 

 

 

Maltareise: Papst fordert mehr Hilfe für Bootsflüchtlinge

 

Papst Benedikt XVI. hat zum Abschluss seiner zweitägigen Maltareise mehr internationale Hilfe für Immigranten und Bootsflüchtlinge gefordert. Trotz aller Schwierigkeiten sollte die Inselrepublik mit Unterstützung anderer Staaten und internationaler Organisationen den Ankommenden Hilfe leisten und für die Achtung ihre Rechte eintreten, sagte das Kirchenoberhaupt bei der Abschiedszeremonie auf dem Flughafen. Die Migrationsfrage könne unmöglich von einem Erstankunftsland allein gelöst werden. Aufgrund seiner christlichen Wurzeln und seiner guten Tradition mit der Aufnahme von Fremden sollte Malta aber dazu einen Beitrag leisten. Bei der Zeremonie, die sich wegen der vorausgegangenen Jugendveranstaltung erheblich verspätet hatte, appellierte Benedikt XVI. nochmals an die Malteser, ihre christliche Identität zu wahren und für christliche Werte in der Gesellschaft einzutreten.

 

„Nicht triumphalistisch, sondern mutig“ – Eine Bilanz der Papstreise nach Malta

Malta kann weder als Hauptschauplatz der Weltpolitik gelten, noch spielt es kirchlich eine übergeordnete Rolle. Und doch: Die Papstreise zum kleinen südeuropäischen Inselstaat hat einen sehr starken Eindruck hinterlassen – besonders auch wegen der Papstbegegnung mit Missbrauchsopfern, aber nicht nur. Hören Sie aus Malta das Fazit unseres Korrespondenten Stefan Kempis zur Papstreise:

 

Etwas mehr als 24 Stunden hat Benedikt XVI. an diesem Wochenende auf der Insel Malta verbracht – Besuch bei einer selbstbewussten Ortskirche, deren tiefer Glauben und Feierfreude bestechen. Stefan Kempis mit einer Bilanz der 14. Auslandsreise unseres Papstes.

 

Was hat der Papst getan auf Malta? Er hat mit den Maltesern gefeiert und sie im Glauben gestärkt. Hört sich an wie ein Gemeinplatz – ist aber keiner: „Weide meine Lämmer, weide meine Schafe“, das ist der Auftrag Jesu an Petrus, wie wir gerade an diesem Sonntag im Johannesevangelium gelesen haben. Genau das hat Petrusnachfolger Benedikt auf Malta getan – und er konnte dabei auf einem bemerkenswerten Fundament an Glaubensstärke bei den Einwohnern aufbauen, wie es anderswo in Europa längst zerbröselt ist.

 

Maltas Medien haben eine positive Bilanz der Papstreise gezogen - Die Leitartikel nehmen vor allem das Treffen des Papstes mit maltesischen Missbrauchsopfern in den Blick. „Der Papst hat das Richtige getan“, schreibt die „Times of Malta“. Nun sei es an der Zeit für „unser Rechtssystem, ebenfalls das Richtige zu tun“, heißt es mit Blick auf seit Jahren anhängige Verfahren. Die Malteser hätten dem Kirchenoberhaupt wie damals dem Heiligen Paulus „Gastfreundschaft gewährt“ und ihn „enthusiastisch begrüßt“, schreibt die „Times of Malta“ weiter. „Emotionaler Abschied“ titelt die „Times of Malta“ unter einem halbseitigen Bild des Papstes vor jubelnden Menschen. Vorder- und Rückseite des Blattes zeigen Fotos von Benedikt XVI., wie er ein Kleinkind segnet und in den Hafen einfährt. Auch die Zeitung „L´Orizzont“ ist mit einem doppelseitigen Foto ummantelt, das den Papst beim Einzug zur Messe zeigt. kna 19

 

 

 

 

Missbrauch und Zölibat. "Bessere Auswahl künftiger Priester nötig"

 

Die zahlreichen Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern und Jugendlichen durch katholische Priester haben die aggressive Ablehnung des Zölibats erheblich verstärkt. Klaus Baumann, katholischer Priester, sieht den Zölibat nicht als Magneten für Sexualgestörte. Eine Erwiderung auf Micha Hilgers.VON KLAUS BAUMANN

 

Die zahlreichen Fälle sexuellen Missbrauchs von Kindern und Jugendlichen durch katholische Priester haben die aggressive Ablehnung des Zölibats erheblich verstärkt. Will die römisch-katholische Kirche weiter am Zölibat festhalten, muss sie das ihr Mögliche tun, dass er deutlich und unverkrampft auf Gott verweist. Von Gott allein her hat der Zölibat Sinn. Das müssen nicht alle verstehen. Die christlichen Traditionen sind einhellig überzeugt, dass Jesus selbst so lebte. Er sagte dazu prägnant (Matthäus 19, 12): "Wer das fassen kann, der fasse es." Der Zölibat soll auch heute stören; denn in ihm wird radikal konkret, dass der unfassbare Gott aufs Persönlichste etwas mit uns Menschen zu tun haben will.

 

Nichts davon in den Missbrauchsfällen. Darin wurde der Zölibat auf empörende Weise entstellt. Priester haben das in sie gesetzte, auch religiös gegründete Vertrauen der Opfer verraten. Der defensive Hinweis, pädophile Vergehen seien im Klerus weitaus seltener als im Rest der Bevölkerung und kämen auch bei Lehrern vor, darf nicht ablenken von diesem lebenswichtigen Aspekt für die Kirche selbst. Wo Personalverantwortliche diese Verbrechen an Kindern zu vertuschen versuchten, verletzten sie ihre ebenfalls religiös begründete Sorgepflicht.

 

Die öffentliche Empörung zeigt, wie viel vom Wesen priesterlicher Aufgaben intuitiv auch in der heutigen Gesellschaft verstanden wird - selbst in der heftigen Pauschalkritik am Zölibat. Sie ist nicht nur Empörung über schwere moralische Fehltritte von Moralpredigern; sie zeigt die Enttäuschung darüber, dass Priester nicht dem Heiligen gedient, sondern religiöse Autorität pervers benutzt haben. Sie haben für das Heilige offene Kinderseelen, die ihnen heilig hätten sein müssen, tief verletzt. Noch im Negativen ist die Erwartung erkennbar, dass Priester für ihre Mitmenschen in ihrer Begegnung mit Gott als Brücke dienen sollten, nicht als Hindernis oder gar "Seelenmörder".

 

In diesem höchst emotional besetzten Feld ist es nicht leicht, wie der Beitrag des Psychoanalytikers Micha Hilgers in der Frankfurter Rundschau vom 1. April 2010 zeigt, klar zu analysieren und pauschal entwertende Angriffe zu unterlassen. Es gilt hier, dreierlei zu unterscheiden: Den sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen durch Priester, dessen Vertuschung und die völlig unzureichende Sorge für die Opfer und die Frage nach Sinn und Lebbarkeit des priesterlichen Zölibats auch im 21. Jahrhundert.

 

 

Hilgers verdammt den Zölibat als Magnet für Sexualgestörte und krankmachendes System. Besser als pauschale Polemik sind empirische Tatsachen. Verlässliche Zahlen über sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen durch katholische Priester liegen für Deutschland noch nicht vor. Die Studien des renommierten John Jay College of Criminal Justice, New York, aus den Jahren 2004 und 2006 über den sexuellen Missbrauch durch Priester und Diakone in den USA zwischen 1950 und 2002 liefern belastbare wissenschaftliche Erkenntnisse.

 

Von etwa 110.000 Priestern wurde dort fast 4400 Priestern - das sind vier Prozent - sexueller Missbrauch an knapp 11.000 minderjährigen Opfern vorgeworfen, meist in den 1960/70er Jahren. Die Hälfte der Opfer waren im Alter der frühen Geschlechtsreife zwischen elf und 14 Jahren; mehr als ein Viertel zwischen 15 und 17, knapp ein Viertel waren Jungen und Mädchen unter elf Jahren.

Transparenz und Offenheit

 

In letzteren Fällen handelte es sich somit um pädosexuelle Handlungen im engeren Sinn, in denen die Täter möglicherweise eine bislang nicht heilbare pädophile Störung hatten. Auch in den übrigen Fällen von Übergriffen auf (früh-) pubertäre Kinder und Jugendliche bis 17 ist mit psychosexuellen Entwicklungsstörungen bei den Tätern zu rechnen, für die der Zölibat ein bewusster oder unbewusster Versuch der Bewältigung war. Auffällig ist der erheblich höhere Anteil der Übergriffe auf männliche Opfer (vier von fünf), während in der übrigen Bevölkerung heterosexuelle Missbrauchstaten überwiegen.

 

Die US-Daten sind zwar nicht einfach für Deutschland zu übernehmen; es sind jedoch die sichersten weltweit. Auch vier Prozent sind schlimm, jeder Fall ist zu viel. Da gibt es nichts zu beschönigen, trotz sehr unterschiedlicher Täterprofile. Von vier Prozent oder von dramatischen Einzelfällen jedoch auf alle übrigen zu schließen, ist unhaltbar. Hilgers´ Behauptung, dass die meisten Zölibatären keine "erwachsene Sexualität" entwickelt haben, entbehrt der belastbaren Grundlagen und wirkt wie eine "wilde Psychoanalyse", die aus fachlicher Sicht eher ihm selbst schadet.

 

Dennoch zwingt er den Blick auf die wirklichen Gründe. Die Missbrauchsskandale zwingen die Kirche(n) dazu, endlich den naiven bis verantwortungslosen Umgang mit den Tätern aufzugeben und zuerst den Opfern möglichst gerecht zu werden: durch Transparenz und Offenheit darüber, was geschehen ist, ohne die Opfer noch mehr zu verletzen; durch authentisches Mitgefühl und echtes Sorgen für die Opfer; Gerechtigkeit in der Kirche und mit den Behörden; therapeutischer Beistand. Die Zeichen dafür stehen gut. Barmherzigkeit für Täter sollte in der Strafverfolgung ohne Vorverurteilung bestehen, in Therapie, beruflicher Umorientierung und Suizidprävention.

 Unabdingbar sind künftig wirksamere präventive Maßnahmen, etwa Änderungen in der Auswahl, Aus- und Fortbildung der Priester. Wo Menschen sich für Ordensgelübde oder den Priester-Zölibat entscheiden wollen, ist damit zu rechnen, dass sie noch lange keine "in sich ruhende Persönlichkeiten" sind. Es sollte durch geeignete Auswahlverfahren von vornherein so gut es geht ausgeschlossen werden, dass Männer mit schweren Persönlichkeitsstörungen als Priesterkandidaten aufgenommen oder gar zu Priestern geweiht werden. In vielen deutschen Diözesen lehnen die Seminarleitungen jedes Jahr eine erstaunliche Anzahl von Bewerbern ab - trotz Priestermangels nicht selten über ein Drittel.

 

Doch auch die verbleibenden Kandidaten sind keine "in sich ruhende Persönlichkeiten". Sie brauchen dies auch nicht zu sein; ihre bewussten Motivationen sind meist vermengt mit eher defensiven unbewussten Motiven - auch im Blick auf ihr sexuelles Erleben und Verhalten. Sie nutzen neurotische und reife Abwehrmechanismen. Sie stellen damit keine Ausnahme gegenüber der Normalbevölkerung dar, wie jeder Paartherapeut bestätigen wird.

 

Damit zur Frage nach der Lebbarkeit des Zölibats. Er stellt unweigerlich hohe Anforderungen an die seelische Reife, will er auf Dauer sinnvoll und echt gelebt werden. Für alle Menschen stellt die psychosexuelle Entwicklung eine Grunddimension ihrer Persönlichkeitsentwicklung dar.

 

 

Gerade psychoanalytisch erfahrene Therapeuten wissen, dass die menschliche Sexualität weder nur Triebgeschehen noch nur reife schenkende und empfangende Liebe ist. Sie ist grundsätzlich mit einer Vielzahl von unbewussten Motiven verbunden, die sich an die bewussten Aspekte anhängen. In ihr manifestieren sich alle möglichen unbewussten Spannungen und Konflikte und suchen oft in ihr ein Ventil. Die Psychoanalyse weiß, wie wenig Menschen aus Erfahrungen, den sexuellen inbegriffen, lernen und stattdessen unbewussten Beziehungsmustern (Wiederholungszwängen) folgen.

 

Die (angehenden) Priester können den Zölibat nicht frei und klar wählen und erst recht nicht auf Dauer sinn-gerecht leben, wenn er ihnen unbewusst vor allem zur Abwehr oder gar zur Vermeidung von Intimität in einer Partnerschaft auf Augenhöhe dient. Genügende innere Freiheit von solchen unbewussten Dynamiken gehört zur notwendigen emotionalen Reife, die offiziell eine Grundvoraussetzung für die Zulassung zur Priesterweihe ist.

 

Deshalb ist die von Hilgers geforderte und bereits seit langem in allen deutschen Diözesen umfangreich genutzte Supervision für Priester zwar wertvoll, doch bleibt sie ebenso unzureichend wie die Rahmenordnung der Priesterausbildung in Deutschland von 2003, da beide nur die bewussten und vorbewussten Seelenkräfte angehen. Es bedarf stattdessen einer persönlichkeitsorientierten Priesterausbildung, die zusätzlich auch zentrale unbewusste Abwehrmuster, Leibes- und Beziehungserfahrungen geeignet bearbeiten hilft.

 

Ich meine geeignete psychotherapeutische Selbsterfahrung, die nicht auf Pathologie fixiert ist, sondern "in großer Liebe zur Wahrheit" (Anna Freud) der Persönlichkeitsentwicklung dient, der Klärung eigener Motivationen und Konflikte und emotionaler Reifung. Genügende emotionale Reife zeigt sich in zwischenmenschlichen Beziehungen mit Frauen und Männern, die von innerer Freiheit, Wärme, Takt, Empathie und Verständnis ebenso charakterisiert sind wie von genügender Frustrationstoleranz und unverkrampfter Impulskontrolle, so dass sie Beziehungen auch aufrechterhalten können, wenn sie von Konflikten und Frustrationen bedroht werden. Viele Priester - weit mehr als auffallen - leben den Zölibat so, gewinnend in ihrer Art und unspektakulär, manchmal durchlitten, in nahen und weniger nahen Beziehungen.

 

Darin nicht sexuelle Erfüllung oder Befriedigung zu suchen - auch in unvermeidlichen Fällen des Verliebens - ist allerdings keine Frage menschlicher Reife allein, sondern zusammen mit ihr "Sache" einer anderen Liebe, Treue und Freundschaft, für welche die Priester ihr Leben einsetzen und wirken wollen. Sie wollen bewusst, frei und dankbar Gottes Wirken in Jesus Christus bezeugen. Ohne sich bewährende Liebe zu ihm ist der Zölibat sinnlos; mit ihr ein vitales Zeichen. Denn es weist radikal über die Welt und ihre Erfüllungen hinaus auf Jesus Christus. In seiner Menschlichkeit stellte Jesus das Positive vor Augen. Hält die Kirche am Zölibat fest, muss sie dieses Positive möglichst gut entwickeln und die Freiheit dafür fördern. FR 21

 

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. hat am Montag den fünften Jahrestag seiner Wahl begangen

 

Den Jahrestag, der im Vatikan als Feiertag gilt und für die Angestellten dienstfrei ist, verbringt der 83-Jährige ohne protokollarische Termine. Um die Mittagszeit gab Kardinaldekan Angelo Sodano mit den in Rom anwesenden Kardinälen ein Essen zu Ehren des Papstes. Es handele sich nicht um eine Dienstbesprechung oder Krisensitzung, sondern um ein Festtreffen, hebt man im Vatikan hervor. Ort des gemeinsamen Essens ist die Sala Ducale, einer der Prunkräume des Apostolischen Palastes. Eingeladen waren dem Vernehmen nach zwischen 40 und 50 Personen. Die mit aufwendigen Fresken ausgestaltete Sala Ducale, die zwischen der Sixtinischen Kapelle und der Cappella Paolina liegt, gibt unter anderen den Rahmen für die jährlichen Neujahrsempfänge des Papstes für das beim Heiligen Stuhl akkreditierte Diplomatische Corps. – Am 19. April 2005 wählten die zum Konklave versammelten Kardinäle im vierten Wahlgang den damaligen Präfekten der Glaubenskongregation, Joseph Ratzinger, zum Kirchenoberhaupt.

 

Ratzinger-Schüler blickt zurück auf fünf Jahre „Pontifikat Benedikt“ - Roman Angulanza, pensionierter Direktor des katholischen Bildungswerkes in Salzburg, kennt den Papst über ein halbes Jahrhundert. Er gehört zum Schülerkreis von Joseph Ratzinger, der die jährlichen Treffen mit seinen früheren Studenten auch als Papst in Castel Gandolfo weiterführt. Schritte auf dem Weg der Ökumene, wichtige Papstreisen oder Benedikts Umgang mit heiklen Themen wie Missbrauch und Piusbrüdern – im Interview mit Radio Vatikan lässt Angulanza fünf bewegte Jahre „Pontifikat Benedikt“ Revue passieren. Lesen Sie hier den zweiten Teil zum Thema.

 

So wie Benedikt XVI. bei der ersten Bischofssynode nach seiner Wahl zum Papst neue Kommunikationsregeln propagierte, so schlug er auch im interreligiösen Dialog einen neuen Ton an. Im Gedächtnis blieb vor allem die Regensburger Rede vom 12. September 2006. Diese warf nicht nur in der muslimischen Gemeinschaft Fragen auf. Benedikts provokantes Zitat zum Verhältnis von Religion und Gewalt im Islam hat den Dialog mit den Muslimen jedoch gerade erst in Gang gebracht, so Angulanza.

 

„Es haben sich ja unmittelbar nach der Rede 138 hochrangige Vertreter des Islams gemeldet. Sie haben einen sehr respektvollen Brief an den Papst gerichtet. Damit hat dann ein fruchtbarer Dialog begonnen. Ein Jahr später waren diese hochrangigen Gelehrten dann bei uns im Schülerkreis und führten einen sehr höflichen Dialog ohne Feindseligkeiten mit ihm. Da wurden vor allem die Gemeinsamkeiten der beiden Religionen herausgearbeitet. Daraufhin ist es zur Gründung eines katholisch-muslimischen Forums gekommen und das hat wiederum bewirkt, dass in einzelnen muslimischen Staaten dann auch erlaubt worden ist, Kirchen zu bauen.“

 

Meisner: Benedikts Gehorsam verpflichtet zu Solidarität - Wir haben einen Papst unter dem Kreuz. Das hat der Erzbischof von Köln, Kardinal Joachim Meisner, anlässlich der 5-jährigen Amtseinführung von Benedikt XVI. betont. Darum sei er so „christoauthentisch“ für uns, so der Kardinal wörtlich in seiner Predigt im Kölner Dom an diesem Sonntag.

 

„Nach dem Gesetz der Schwerkraft fallen die Lasten immer nach unten. Sie suchen im tiefsten Punkt ihren Standort. Und so fallen die Lasten der Kirche und der Welt auf den Schreibtisch des Papstes, auf die Schultern des Papstes und auf das Herz des Papstes. Vielleicht können wir erahnen, wie viele Lasten und was für Lasten gerade in dem letzten Vierteljahr auf das Herz des Papstes gefallen sind.“

 

Als Meister der genauen Analyse und differenzierten Argumentation hat Erzbischof Robert Zollitsch Papst Benedikt XVI. zu seinem Amtsjubiläum beschrieben. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz lobte, der Papst erkenne und deute die Zeichen der Zeit und verbinde sie mit der Botschaft des Evangeliums. Das geht aus einem am Montag im Internetportal der Erzdiözese Freiburg veröffentlichtem Schreiben hervor. „Im Nebel der Orientierungslosigkeit“ gelinge es dem Papst mit seinem eigenen, von starker Glaubenskraft geprägten Stil immer wieder, „klare und sichtbare Wegzeichen zu setzen“, so der Freiburger Erzbischof. In einer Zeit mangelnder geistiger Orientierung warne Benedikt XVI. vor der „Diktatur des Relativismus“. Er lasse nicht die Kirchenfahne im Wind des Zeitgeistes flattern, wertet Zollitsch. „Das wird nicht immer von allen als populär empfunden. Aber wir haben gute Gründe, für das inzwischen fünfjährige Pontifikat dankbar zu sein“.

 

Es war ein Glücksfall, dass man einen Mann von einem solchen intellektuellen und theologischen Format bekommen konnte. Mit diesen Worten würdigt der langjährige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, das bisherige Pontifikat Benedikts XVI. Als Nachfolger von Johannes Paul II. habe er „wirklich schwierige Ausgangsbedingungen“ gehabt, so der Kardinal im Interview mit der kna. Aber er habe rasch einen eigenen Stil entwickelt, ohne seinen Vorgänger nachzumachen. In punkto Ökumene werde der Papst oftmals „etwas schief wahrgenommen“, betont Lehmann weiter. „Ich glaube, Benedikt XVI. ist sehr viel ökumenischer eingestellt, als man meint. Aber er hat hier gewiss strenge Maßstäbe und hohe Kriterien.“ Und der Kardinal fügt hinzu: „Ich hoffe, dass gewisse Pannen, unter denen das Pontifikat gelitten hat - mit den Piusbrüdern zum Beispiel oder auch die eine oder andere ökumenische Äußerung, die geschickter hätte sein können - das Bild von ihm nicht verzerren.“ Dass mancher derzeit klarere Worte des Papstes zu den Missbrauchsfällen in der Kirche vermisse, erscheint Kardinal Lehmann hingegen unangebracht: „Dieser ständige Ruf, dass der Papst nun ein eigenes Wort an Deutschland richten müsste, kommt mir manchmal etwas hysterisch vor. Denn der Papst ist der Oberhirte für die ganze Kirche. Wenn er etwas erklärt, dann spricht er immer zu allen.“

 

Der Regensburger Dogmatiker und Ratzinger-Schüler Wolfgang Beinert sieht die katholische Kirche in einer Krise ähnlich jener zur Zeit der Reformation im 16. Jahrhundert. Die Krise sei sicherlich nicht von Benedikt XVI. gemacht, deshalb könne er sie auch nicht allein beheben, sagte Beinert am Montag im Bayerischen Rundfunk. Aber der Papst habe die letzte Verantwortung dafür. Viele Dinge seien im Vatikan so gelaufen, dass sie zur Krise beigetragen hätten. Dies habe Benedikt XVI. selbst eingeräumt. Als „kirchengeschichtliche Revolution“ bezeichnete es der Theologe, wenn nun neue päpstliche Richtlinien vorsähen, dass Fälle von Kindsmissbrauch durch einen Priester an den Staatsanwalt gegeben werden sollen. Damit sei die These von der Kirche als vollkommene, in sich geschlossene Gesellschaft, die mit allem allein fertig werden könne, durchbrochen. Zugleich bedauerte Beinert, dass die Mehrzahl der Gläubigen mittlerweile in einer merkwürdigen Gleichgültigkeit gegenüber der Kirche verharre. (agenturen)

 

 

 

 

Leitartikel. Wir sind nicht Papst

 

Für den Unfallbericht des Joseph Ratzinger genügen ganze drei Wörter: Wir sind Papst. Dieses Stück radikal-minimalistischer Prosa als Codewort für sein Pontifikat ist auch fünf Jahre nach der Wahl Benedikts XVI. gültig. Geändert hat sich nur das Subjekt. "Wir", das sind nicht mehr "die Deutschen", die annahmen, der Landsmann sei einer von ihnen. Dieser Trugschluss ist offensichtlich: Nicht einmal zur größten Erschütterung der Kirche in ihrer Nachkriegsgeschichte, dem Missbrauchsskandal, findet der deutsche Papst ein Wort oder eine Geste der Heimatverbundenheit. Menschlich ist das ein eigentümlicher Mangel an Geistesgegenwart, kirchenpolitisch aber ein schweres Versagen, weil sich der oberste Krisenmanager so erst recht unberührt und abgehoben gibt.

 

"Wir", das sind auch deshalb nicht einmal mehr "die" Katholiken", obwohl der Papst nach kirchlicher Doktrin doch Symbol und Garant der Einheit ist. "Wir" - das sind vielmehr die Alt- und Neokonservativen, denen Ratzinger perfekt ins restaurative Programm passt: ein Kirchenführer in deutlicher Distanz zur Moderne und zur pluralen, offenen Gesellschaft. Der Intellektuelle auf dem Stuhl Petri sollte den Mitnahme-Effekt einer vermeintlichen "Wiederkehr der Religion" sichern. So stellten sich das auch die Kardinäle vor, die Ratzinger förmlich ins Amt beteten.

 

 

Sie dürfen auch heute mit ihrer Wahl zufrieden sein. Theologisch und kirchenpolitisch hat Benedikt XVI. nicht die Spur gewackelt. Innerkirchliche Reformen? Lockerung der (Sexual-)Moral? Dialog auf Augenhöhe mit der säkularen Welt? Öffnung gegenüber anderen Kirchen und Religionen? Nichts dergleichen. Statt dessen Abgrenzung, Verurteilung, Brüskierung. Einzig den reaktionären Piusbrüdern macht Benedikt Avancen bis an den Rand katholischer Selbstverleugnung.

 

Es stimmt, was ein US-Kardinal seinem deutschen Mitbruder vor dem Konklave im April 2005 zuraunte: "Wir können nicht mit Ratzinger als Papst nach Hause kommen. Ihr Deutsche aber auch nicht!" Nur hat es ein wenig gedauert, bis "wir" das verstanden haben. Wir waren Papst - einen Sommer lang. Zum Auftakt seines Pontifikats schien Benedikt aller Welt beweisen zu wollen, dass der Glaubenswächter und Inquisitor nur Funktion, nicht Wesen war; seinen ersten Predigten, Reden und Lehrschreiben als Papst fehlte alles Doktrinäre und Moralisierende. Auf dem Weltjugendtag in Köln im August 2005 hob der Papst nicht den Zeigefinger, sondern breitete die Arme aus. Ein bisschen unbeholfen, aber anscheinend authentisch. Und alles jubelte.

 

Doch ein Papst ist kein Maskottchen, Joseph Ratzinger am allerwenigsten. Zwar ist auch er nicht unberührt geblieben von Überschwang und Ekstase der Massen. Aber theologisch wie charakterlich ist es ihm zuwider, Benedetto-Superstar zu sein. Zu seinem Vorgänger hatte diese Rolle hervorragend gepasst, weil Johannes Paul II. in der Schlussphase seines Mammut-Pontifikats längst nicht mehr als gestrenges Kirchenoberhaupt agierte, sondern als Schmerzensmann und Friedensapostel zu einer Art Ikone geworden war. Das musste in der Folge zu Brüchen und Enttäuschungen führen.

 

Benedikt hätte sie mildern können, ginge ihm nicht ein wesentliches Merkmal erfolgreicher Führung ab: Menschenkenntnis. Er hätte Ratgeber und Vertraute mit Format gebraucht - und die Bereitschaft, auf sie zu hören. Stattdessen umgibt er sich im vatikanischen Palast, dem prächtigsten Hochbunker der Welt, mit mediokren Einflüsterern. Am liebsten verlässt er sich auf die eigene Unfehlbarkeit - nicht die des Amtes, sondern des Intellekts. Wer etwa in seinem "Jesus"-Buch das Fallbeil sausen hört, mit dem Seine Heiligkeit so manche Theologieprofessoren hinrichtet, seine ehemaligen Kollegen, der ahnt, warum dieser Papst von einem Verhängnis zum nächsten schliddert - und warum das auch so bleiben wird.

 

Der nicht-katholischen Welt kann es egal sein, Kirchenkritiker dürfen sich gar freuen, weil ihnen der Pontifex maximus höchstpersönlich die Vorlagen liefert. Aber für Benedikts Kirche ist es ein Elend und für den Papst der größtmögliche Rückfall hinter seinen Auftrag. Menschenfischer sollten die Apostel nach dem Willen Jesu sein. Joseph Ratzinger dagegen ist der Direktor eines Fischereimuseums. Er pflegt die historischen Exponate - und vernachlässigt die Fische. Joachim Frank FR 20

 

 

 

Italien. Der Leichnam des Volksheiligen Padre Pio (1887-1968) ist umgebettet worden.

 

Der durch seine Kreuzigungswunden bekanntgewordene Kapuzinerpater kommt aus der Krypta der Ordenskirche Santa Maria delle Grazie in die wenige hundert Meter eigens für ihn errichtete Kirche des Star-Architekten Renzo Piano. Im Anschluss an die Überführung fand eine Eucharistiefeier statt, teilte der Orden im süditalienischen San Giovanni Rotondo mit. Als Datum habe man bewusst den fünften Jahrestag der Papstwahl von Papst Benedikt XVI. gewählt. Zudem beginnt an diesem Tag das 126. Provinzkapitel der Kapuziner. Der neue Ruheort ist eine mit reichen Mosaiken ausgestattete Krypta in der Wallfahrtskirche San Pio da Pietrelcina. Das 2004 eingeweihte Gotteshaus ist der zweitgrößte Sakralbau Italiens nach dem Petersdom. (kap 20)

 

 

 

Der Papst will keinen, der mit ihm spricht

 

Zu allen Vorwürfen schweigt der Papst, so böswillig sie auch sein mögen. Sein Erzrivale sprach stattdessen für ihn. Wer berät, jetzt in der Krise, Benedikt XVI.? Inzwischen fünf Jahre im Amt, hat er sich weitgehend abgeschottet. Die Anatomie eines Hofstaates. Von Daniel Deckers

 

Es war ein Bruch mit allen liturgischen Gepflogenheiten - und zugleich ein weiterer unfreiwilliger Beweis dafür, dass die katholische Kirche fünf Jahre nach der Wahl von Joseph Kardinal Ratzinger zum Papst in einer dramatischen Krise steckt. Zu Beginn des Gottesdienstes am Ostersonntag trug Kardinal Angelo Sodano eine Ergebenheitsadresse des Kardinalskollegiums an Benedikt XVI. vor: „Das Volk Gottes ist mit Ihnen.“

Der Papst verfolgte die Intervention des Kardinals, der die Attacken auf den „makellosen Fels der heiligen Kirche Christi“ als „Geschwätz“ abtat, mit unbewegter Miene. Dann dankte er mit einer Umarmung, die dem Friedensgruß der katholischen Liturgie ähnelt. Das hässliche Wort „Missbrauch“ trübte den vatikanischen Osterfrieden nicht.

Mikropolitik wie zur Zeit der Spätrenaissance

Dass der Papst sich nicht mehr persönlich äußern würde, sei zwei Wochen vor Ostern im Zusammenhang mit der Veröffentlichung seines Briefes an die irischen Katholiken festgelegt worden, heißt es bei ranghohen Personen in Rom. Doch auch sie wissen keine Antwort auf die Frage, wer den Papst zum Schweigen und den Kardinal zum Reden gebracht haben könnte - nicht zuletzt weil Sodano ein alter Widersacher Benedikts ist.

Nun waren die Handlungsmuster im Zentrum der Kirche noch nie mit Entscheidungs- und Konfliktlösungsmechanismen in modernen Regierungen und mit rationalem Verwaltungshandeln vergleichbar.

Johannes Paul II. konnte mit seinem Charisma viele strukturelle Schwächen überdecken. Benedikt vermag das nicht. Mittlerweile hat sich die Kurie vollends in einen Hof zurückverwandelt, an dem Mikropolitik wie zur Zeit der Spätrenaissance betrieben wird.

Zwei komplett gegensätzliche Männer

Kardinal Sodano, der da am Ostersonntag das Wort ergriff, sprach als ranghöchstes Mitglied des Kardinalskollegiums, nicht als Freund oder Vertrauter des Papstes - im Gegenteil. Als Kardinalstaatssekretär unter Papst Johannes Paul II. war Sodano zusammen mit dem damaligen Papstsekretär einer der beiden stärksten Männer im Vatikan. Ratzinger war Präfekt der Glaubenskongregation und als Sachwalter des Dogmas der institutionelle Antipode des obersten, mit allen Wassern gewaschenen Kirchendiplomaten Sodano.

Die beiden Männer waren selten einer Meinung. In den neunziger Jahren beispielsweise war Ratzinger für, Sodano gegen den Ausstieg der deutschen Bischöfe aus der gesetzlichen Schwangerenberatung. Als der von Papst Johannes Paul II. und seiner Entourage protegierte Wiener Erzbischof Hans Hermann Groer Mitte der Neunziger in den Verdacht geriet, sich an jungen Männern vergangen zu haben, war es Ratzinger, der auf eine Untersuchung drang. Im Vorzimmer des Papstes war kein Durchkommen.

Erst 2001 gelang es Ratzinger, die Zuständigkeit seiner Behörde für alle Fälle sexueller Übergriffe von Geistlichen auf Minderjährige zu erhalten.

Nach seiner Wahl griff er hart durch

Nach seiner Wahl zum Papst im April 2005 machte Ratzinger kurzen Prozess. 2006 verurteilte er den Gründer der „Legionäre Christi“, Marcel Maciel Degollado, zu einem „Leben des Gebetes und der Buße“. Der Mexikaner hatte sich an Seminaristen vergangen - und Sodano hatte lange Zeit seine schützende Hand über den auch von Johannes Paul II. geschätzten Ordensgründer gehalten.

Gleichzeitig ersetzte Benedikt auch den Kardinalstaatssekretär und seine Seilschaft aus Norditalien weitgehend mit Leuten seines Vertrauens. Allen voran machte er seinen langjährigen engsten Mitarbeiter in der Glaubenskongregation, Tarcisio Bertone, zum Kardinalstaatssekretär.

Bertone war auf Reisen

Bertone war am Ostersonntag nicht auf dem Petersplatz zu sehen. Am Dienstag tat er das, was er so gerne tut wie ein Fußballspiel zu kommentieren: verreisen. Dass er keine Fremdsprache spricht, dämpft seine Reiselust nicht. Die aber ist so übermächtig, dass er als zweiter Mann im Vatikan und Leiter der wichtigsten Behörde nicht nur in den Augen seines Vorgängers Sodano ein Versager ist.

Auch Kardinäle, die wie der Kölner Joachim Kardinal Meisner mit dem Papst auf gutem Fuß stehen, sind längst bei Benedikt vorstellig geworden, um ihm die Trennung von Bertone nahezulegen. Ratzinger hat dieses Ansinnen bislang weit von sich gewiesen.

Warum der Auftritt Sodanos?

Was also spielte sich wirklich am Ostersonntag auf den Stufen des Petersdomes ab, und was sagt dieser Vorfall über die inneren Verhältnisse des Vatikans? Enthielt Sodanos Auftritt die versteckte Botschaft an seinen alten Widersacher, dass noch immer mit ihm zu rechnen sei? Könnte er seine Stellung nur genutzt haben, um seinen Nachfolger im Staatssekretariat öffentlich zu düpieren?

Oder symbolisierte der Friedensgruß des 82 Jahre alten Sodano mit dem Papst, der am gestrigen Samstag 83 Jahre alt wurde, nur dasselbe autistische Verhältnis gegenüber der modernen Welt, das einst auch die Greise in den Politbüros der kommunistischen Diktaturen an den Tag gelegt hatten?

Jede dieser Interpretationen macht in diesen Tagen in Rom die Runde. Nur eine wird ausgeschlossen: dass Sodano dem Papst ehrlichen Herzens beispringen wollte. Stattdessen heißt es: Wie es wirklich zu dem Auftritt Sodanos kam, weiß womöglich nicht einmal Benedikt.

Direkten Zugang haben nur wenige

Denn was in der Welt und auch in Rom geschieht, gelangt zum Papst nur vorsortiert über den Schreibtisch seines Privatsekretärs Georg Gänswein oder aus dem Mund einiger weniger Vertrauter wie seines Bruders Georg Ratzinger, der schon seit längerem in Rom weilt. „Giorgionismo“ lautet in Anspielung auf die beiden Georgs die italienisch-spöttische Beschreibung jener von Benedikt selbst erzeugten hermetischen Abgeschlossenheit seines engsten Umfeldes.

Zu dienstlichen Besprechungen sieht dieser Papst wie auch sein Vorgänger regelmäßig nur die Präfekten der Glaubens- und der Bischofskongregation. Direkten Zugang haben nur Bertone und wohl auch, alter Gewohnheit folgend, der zweite Mann im Staatssekretariat, Erzbischof Fernando Filoni. Gerne hört der Papst den Rat des Großrektors der Lateran-Universität und Präsidenten der „Akademie für das Leben“, Erzbischof Rino Fisichella.

Ratzinger will es privat

Alle anderen Kurienkardinäle, wie der deutsche, kirchenpolitisch überaus wichtige Ökumene-Minister Kasper, müssen oft Wochen, wenn nicht Monate auf Audienzen beim Papst warten. Unvorstellbar ist unter Benedikt, dass einfache Monsignori aus den vatikanischen Behörden an den Tisch des Papstes gebeten werden und dort aufgefordert werden, zu berichten, was ihnen auf dem Herzen liegt. So war es bei Johannes Paul II.

Ratzinger schätzt die Privatheit höher als sein Vorgänger. Er ist mittlerweile fast so alt, wie es Johannes Paul II. bei seinem Tod im Frühjahr 2005 war, und von dem Wunsch beseelt, den zweiten Band seines Jesus-Buches fertigzustellen.

Die Rechte weiß nicht, was die Linke tut

Gänzlich unüblich ist es auch, dass die wichtigsten Kurienkardinäle frühzeitig in Entscheidungsprozesse einbezogen werden. Von der Übung, Besprechungen im Stil von Kabinettssitzungen abzuhalten, ist Benedikt nach bescheidenen Anfängen während seines ersten Amtsjahres abgerückt.

Seit Jahren weiß in der Kurie deshalb die Rechte nicht, was die Linke tut. Das bekommt vor allem der Sprecher des Vatikans, Federico Lombardi, zu spüren. Selbst wenn der Jesuit wie sein Vorgänger Joaquín Navarro-Valls regelmäßig Hintergrundgespräche mit Journalisten führen wollte, er wüsste oft nichts zu berichten. Wenn überhaupt, dann wird er als einer der Letzten ins Bild gesetzt.

Ratzinger schweigt

Die Kommunikation innerhalb des Vatikans nahe der Nulllinie, die Kommunikation nach außen trotz der katastrophalen Versäumnisse im Zuge der Rehabilitation der Pius-Bischöfe unverändert - und dann ein undurchsichtiges Schauspiel wie das auf dem österlichen Petersplatz.

Im März vergangenen Jahres schrieb der Papst nach Wochen medialer Belagerung einen persönlich gehaltenen Brief, klagte über die „sprungbereite Feindseligkeit“ der Medien und erläuterte die Motive, die ihn veranlasst hatten, die Exkommunikation der Bischöfe der Pius-Bruderschaft aufzuheben. Jetzt schweigt er zu allen Vorwürfen, die seine Person betreffen, so böswillig sie auch sein mögen.

Die Vorwürfe sind zahlreich

Hat Ratzinger als Erzbischof von München und Freising den Einsatz eines pädophilen Priesters in der Seelsorge gutgeheißen, wie mittlerweile suggeriert wird? Oder haben nicht jene recht, die immer darauf beharrten, dass Ratzinger auch in München eher der Professor blieb als ein Bischof wurde, der sich um Land und Leute kümmerte?

Hat Ratzinger als Präfekt der vatikanischen Kongregation der Glaubenslehre, wie die „New York Times“ jüngst zu berichten wusste, zu Beginn der achtziger Jahre mit fadenscheinigen Argumenten die Entlassung eines wegen sexueller Übergriffe rechtskräftig verurteilten amerikanischen Priesters aus dem Klerikerstand hinausgezögert?

Oder waren Ratzinger durch die Linie von Johannes Paul II. die Hände gebunden, die Hürden für die Laisierung von Priestern so hoch wie möglich zu legen, nachdem es unter Papst Paul VI. viele Jahre lang massenhafte Entlassungen von Geistlichen gegeben hatte?

Die Implosion steht bevor

Jetzt rächen sich viele bedenkliche Entwicklungen während des langen Pontifikats von Johannes Paul II., etwa die Präferenz Roms für rechtgläubige, aber führungs- und leitungsschwache Bischöfe. Und der allzu laxe Umgang mit dem Problem Pädophilie - bis Joseph Kardinal Ratzinger am Hof so viel Macht gewonnen hatte, dass er „die anderen“ verdrängen konnte.

Am Montag beginnt Jahr sechs des Pontifikats von Benedikt XVI. Es steht im Zeichen einer Implosion von Strukturen wie zuletzt 1870 nach dem Untergang des Kirchenstaates. Fas 20

 

 

 

 

Missbrauch. Strafe auf katholisch

 

Freiburg. Ein katholischer Priester, der minderjährige Mädchen missbraucht haben soll, ist offenbar in die Deutsche Auslandsseelsorge nach Washington versetzt worden, um ihm eine "Zeit der Besinnung" zu gewähren. Wie der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, Pater Hans Langendörfer, am Dienstag in Freiburg berichtete, soll der Mann in den späten 80er und frühen 90er Jahren sexuelle Beziehungen zu weiblichen Jugendlichen und jungen Frauen gehabt haben, die sich ihm als Seelsorger anvertraut hatten. Der Mann habe die Taten zugegeben. Es gebe nicht den Verdacht, dass er Mädchen unter 14 Jahren missbraucht habe. Auch gebe es keine Hinweise darauf, dass der Priester auch in den USA junge Frauen missbraucht habe.

 

Die Fälle hätten sich in der Mädchenorganisation der Schönstatt-Bewegung abgespielt. Dort habe man spätestens Ende 2004 davon gewusst, weil sich ein Opfer gemeldet habe. Der Generalrektor der Priestergemeinschaft habe den Mainzer Bischof Karl Lehmann gebeten, dem Priester wegen "Zölibatsproblemen" eine Neuorientierung zu ermöglichen.

 

 

2006 durfte der Priester nach Washington. Lehmann sei nicht über die Missbrauchsvorwürfe informiert worden. Dies sei erst am 30. März geschehen. Das Bistum habe daraufhin die Staatsanwaltschaft informiert und den Beschuldigten zurückbeordert. WOLFGANG WAGNER

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