Notiziario religioso 22-26 Aprile
2010
Giovedì 22. Il commento al Vangelo. “Chi crede ha la vita eterna”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,44-51) commentato da P. Lino Pedron
44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha
mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E
tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da
lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in
verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane
della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti;
50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi
ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia
di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è
la mia carne per la vita del mondo».
La ragione ultima
della fede si trova nell’attrazione del Padre perché gli uomini aderiscano al
Figlio suo. La citazione dei profeti: "E tutti saranno
ammaestrati da Dio" potrebbe ispirarsi a Ger 31,33-34 e a Ez 36,23-27, ma
il testo più vicino a quello citato da Giovanni è Is 54,13: "E porrò …
tutti i tuoi figli ammaestrati da Dio". Anche qui, come in Gv 6,31,
la citazione non sembra trovarsi alla lettera nell’Antico Testamento. Giovanni
adatta il testo alle sue prospettive teologiche, tra le quali spicca l’universalismo della salvezza. Egli infatti non parla solo di "tutti i figli di
Gerusalemme", ma di " tutti" semplicemente, interpretando la
nuova alleanza in prospettiva universalistica.
La fede è dono di
Dio e affonda le sua radici nell’azione divina del
Padre. Quindi crede in Gesù solo chi " ha
ascoltato e imparato dal Padre" (v. 45).
Gesù, dopo aver detto che il motivo ultimo della fede sta nell’attrazione del
Padre, soggiunge: "Chi crede ha la vita eterna" (v. 47). La vita
eterna dipende dalla fede. E la fede consiste nell’ascoltare e mangiare Gesù,
che è il pane celeste che fa vivere eternamente.
Dopo la solenne
proclamazione di essere il pane della vita, Gesù fa il confronto tra la manna
mangiata dai padri nel deserto e il pane che è la sua persona. La manna non
procurò l’immortalità perché tutti nel deserto morirono, compreso Mosè, ma chi
mangia Gesù non morirà mai.
L’azione del
mangiare indica l’interiorizzazione della parola del
Figlio di Dio e l’assimilazione della sua persona con una vita di fede
profondissima. Il mangiare il pane vivente che è Gesù, significa far propria la
verità del Cristo, anzi la persona del Cristo che è la verità, ossia la
rivelazione piena e perfetta del Padre.
Nel v. 51 Gesù aggiunge un nuovo elemento che preannuncia la
tematica centrale dell’ultima sezione del discorso (vv. 53-58):
il pane della vita è la carne di Gesù per la vita del mondo. Il pane del cielo
è la carne di Gesù, ossia la sua persona sacrificata per la salvezza
dell’umanità con la passione e morte gloriosa.
L’amore di Dio per
gli uomini raggiunge la sua massima espressione nella morte di Gesù in croce:
sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo.
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Venerdì 23. Il commento al Vangelo. “Chi mangia questo pane vivrà in
eterno”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,52-59) commentato da P. Lino Pedron
52 Allora i Giudei
si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da
mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi
dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue,
non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha
la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.
55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera
bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me
e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di
me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal
cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia
questo pane vivrà in eterno».
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
Questo brano
riprende il tema del mangiare la carne di Gesù per richiamarlo e svilupparlo, e
per associargli il tema del bere il suo sangue. Il mangiare la carne di Gesù e
il bere il suo sangue hanno come effetto salvifico la vita eterna o il rimanere
in comunione intima con la persona divina di Cristo.
Dopo le
mormorazioni dei giudei, Gesù non attenua il suo linguaggio sulla necessità di
mangiare la sua carne, anzi, rincara la dose aggiungendo
anche la necessità di bere il suo sangue; e nel brano seguente
sostituirà il verbo faghèin con il verbo tròghein, termine molto crudo che
indica l’azione del masticare con i denti.
Le parole di Gesù
sono di un verismo così accentuato che non possono essere interpretate solo nel
senso di interiorizzazione della rivelazione. Questo
linguaggio si applica sicuramente all’Eucaristia. Evidentemente la cena
eucaristica non prescinde dalla fede; anzi, il mangiare la carne del Signore e
il bere il suo sangue è una dimostrazione di fede.
Le parole di Gesù
sulla condizione per possedere la vita eterna sono esplicite: bisogna mangiare
la sua carne e bere il suo sangue. La fede in Gesù si concretizza
e si dimostra nel mangiare la sua carne e nel bere il suo sangue.
Con la comunione
al corpo e al sangue di Cristo è seminato in noi il germe della risurrezione
che porterà il suo frutto più maturo nell’ultimo giorno. "La risurrezione
non farà che mettere in attività le forze che la comunione al corpo e al sangue
del Salvatore ha deposto nell’uomo per la risurrezione finale del suo
essere" (Loisy). L’alimento della carne e del sangue di Cristo nutre
veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di
vita eterna.
La comunione tra
Gesù e il discepolo si concretizza in un’azione di
vita. Il Cristo diventa fonte e fine dell’esistenza del cristiano che mangia la
sua carne, in modo analogo a quanto avviene in seno alla Trinità. Come il Padre
dà la vita al Figlio, così il Figlio dà la vita a
colui che si nutre dell’Eucaristia.
Nel v. 58 Gesù chiude il discorso confrontando l’effetto diverso
del nutrimento della manna e del mangiare il pane del cielo che è la sua
persona. Il contrasto tra il nutrimento perituro e imperfetto della manna -
simbolo della legge mosaica - e la persona del Verbo incarnato, rivelazione
definitiva e perfetta di Dio, è chiaro.
De.it.press
Sabato 24. Il commento al Vangelo. “Tu hai parole di vita eterna”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,60-69) commentato da P. Lino Pedron
60 Molti dei suoi
discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo
linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i
suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse
loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là
dov'era prima? 63 E' lo Spirito che dà la vita, la
carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma
vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non
credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E continuò: «Per questo vi
ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
66 Da allora molti
dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui.
67 Disse allora
Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 68 Gli rispose Simon
Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di
vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che
tu sei il Santo di Dio».
In questo brano viene descritta la reazione negativa dei discepoli alla
rivelazione di Gesù sul pane della vita. I giudei e i discepoli manifestano la
loro incredulità. Queste persone non sono rinate dallo Spirito Santo, perciò
non possono credere alla rivelazione di Gesù. Per questo il
discorso di Cristo appare loro duro, ossia assurdo e inaccettabile.
Di fronte allo
scandalo dei discepoli che non credono, Gesù parla subito dell’evento
conclusivo della sua esistenza terrena, che potrebbe essere motivo di uno scandalo
maggiore: è Gesù con la sua natura umana che sale al cielo. Lo scandalo
dell’ascensione sta nel fatto che un "uomo" sia salito presso Dio,
dove svolge la sua funzione di avvocato in nostro favore (1Gv 2,1).
La ragione per cui
i discepoli rimangono increduli è che non si lasciano vivificare dallo Spirito
Santo e perciò sono dominati dalla carne, cioè sono schiavi della natura umana
e dell’istinto, che non può accettare il sublime mistero della rivelazione del
Figlio di Dio.
Per quanto
riguarda la rivelazione del Figlio di Dio, la carne (= tutte le capacità
dell’uomo) non giova a nulla perché solo lo Spirito dà
la vita di Dio. La natura umana infatti è incapace di
trascendere i suoi limiti per accogliere le parole di Gesù che sono Spirito e
Vita.
Di qui la
necessità della fede per ricevere la rivelazione di Cristo e il suo corpo e il
suo sangue nell'Eucaristia. Solo lo Spirito
Santo può far salire l’uomo al livello divino delle parole del Cristo. Proprio
per questo, negli scritti di Giovanni, lo Spirito Santo è presentato come lo
Spirito della verità (Gv 14,17; 15,26; ecc.), ossia come la persona divina in
funzione della rivelazione di Gesù, in quanto deve far
penetrare nel cuore degli uomini la rivelazione del Verbo incarnato.
Gesù termina il
suo soliloquio constatando con tristezza che alcuni
dei suoi discepoli non credono. Egli dà la spiegazione ultima dell’incredulità
dei discepoli, come aveva fatto a proposito dei giudei (v. 44). L’adesione alla
persona di Gesù è un dono di Dio, che l’uomo può accogliere o rifiutare.
Nel v. 66 si descrive la conclusione della crisi spirituale dei
discepoli increduli: abbandonano Gesù e non lo seguono più. Dinanzi alla
defezione massiccia di tanti discepoli, Gesù mette alla prova anche i Dodici,
chiedendo loro: "Volete andarvene anche voi?"(v.
67). Gesù invita gli apostoli a rinnovare la loro scelta: o accettare la sua
rivelazione, anche sconcertante, o abbandonarlo e andarsene.
La risposta
all’interrogativo provocatorio del Cristo viene da Simone Pietro, il quale, a nome dei Dodici, professa la sua fede nella messianicità
divina di Gesù. Egli riconosce in Gesù il Signore che ha parole di vita eterna.
Quello che per gli altri è un discorso duro, assurdo e inaccettabile (v. 60),
per Pietro sono parole di vita eterna (v. 68). La medesima cosa è scandalosa
per l’uomo carnale e fonte di vita eterna per il credente. De.it.press
Domenica
25. Il commento al Vangelo.
“Io e il Padre siamo una cosa sola”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 10,27-30) commentato da P. Lino Pedron
27 Le mie pecore
ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi
seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le
rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti
e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa
sola».
I giudei non
accettano la testimonianza divina delle opere compiute da Gesù perché non sono
pecore di Cristo: le pecore di Cristo ascoltano la sua
voce, i giudei invece non credono.
Le pecore di Gesù
si trovano in mani sicure, perché sono custodite con cura dal Padre e dal
Figlio, queste due persone che vivono in comunione e in intimità perfetta, come
dice Gesù: "Io e il Padre siamo una cosa
sola" (v. 30). Le parole di Gesù, di essere una cosa sola con Dio, si
rivelano scandalose agli orecchi degli increduli giudei.
In questo testo
Giovanni pone sulla bocca di Gesù tre affermazioni che mettono in risalto
l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo:
ascoltano la sua voce, lo seguono e non periranno mai.
La qualità
fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto: "Chi ascolta
la mia parola e crede in colui che mi ha mandato ha la
vita eterna" (Gv 5,24). Chi ascolta il Maestro ha la vita e diventa suo
confidente. E a sua volta è conosciuto da lui con una unione
personale e profonda che si concretizza nell’amore (Gv 10, 4).
Ma l’ascolto implica il seguire Gesù, ed è azione e
impegno. Chi si fida di Gesù, che "ha parole di vita eterna" (Gv
6,68), gode dei beni messianici e porta frutti di vita
duratura (Gv 10,10-15; 14,6).
Inoltre chi lo
segue sarà custodito da lui (Gv 17,12), nessun ladro lo potrà rapire e nessuna
prova o persecuzione lo vincerà perché Gesù, cosciente della sua missione, lo
custodisce e lo preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace.
Solo chi
appartiene al gregge di Cristo riconosce nella sua parola la
qualità di Messia e di buon Pastore, che agisce a nome del Padre, in unità di
azione e di amore. Il credente, a differenza di colui che
non è delle pecore di Cristo, sente vicino nella sua vita il Signore che gli dà
sicurezza, perché in lui vede il Padre che gli dona la vita eterna, che è
conoscenza del Padre e del Figlio (Gv 6,40; 17,3.22). De.it.press
Domenica 25. IV di Pasqua. E’ bello farsi portare, ma da chi?
A partire dal III secolo d.C. (non prima) compare spesso nelle
catacombe l’immagine del Cristo pastore con una pecora sulle spalle o
attorniato dal gregge. E’ una scena che vuole raffigurare la fiducia e la
serenità con cui il credente attraversa la valle oscura della morte, sorretto o
guidato dal suo Signore.
Ma non è soltanto nel momento in cui lascia questo mondo
che il discepolo si affida alle braccia del suo Pastore. Quello è soltanto
l’ultimo, quando appare chiaro che tutti coloro che
durante la vita si atteggiavano a pastori, ma predicavano dottrine opposte a
quelle di Cristo, erano in realtà solo mercenari, spacciatori di illusioni. Nel
momento decisivo sono costretti a dichiarare la loro incapacità a soccorrere.
Il discepolo
accetta di farsi accompagnare dal buon Pastore in ogni istante della sua vita.
Lasciarsi
trasportare è una scelta meno comoda di quanto sembri. Presuppone il coraggio
di affidare la propria vita a Cristo, senza lasciarsi prendere dallo sgomento
quando non si comprende dove egli stia andando e dove voglia condurre.
Significa anche resistere alle lusinghe degli pseudo-pastori che in realtà sono
ladri e predoni il cui unico obiettivo (spesso nemmeno cosciente) è
l’affermazione di sé, è la ricerca del proprio tornaconto.
Prima Lettura (At 13,14.43-52)
In quei giorni, 14 Paolo e Barnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad
Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si
sedettero.
43 Molti giudei e
proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba ed essi, intrattenendosi
con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio.
44 Il sabato seguente
quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. 45 Quando videro
quella moltitudine, i giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le
affermazioni di Paolo, bestemmiando. 46 Allora Paolo e
Barnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse annunziata a voi
per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni
della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. 47 Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto come luce
per le genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”.
48 Nell’udir ciò,
i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la
fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. 49 La parola di Dio si
diffondeva per tutta la regione. 50 Ma i giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una
persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. 51
Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono
a Icònio, 52 mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
La liturgia della
Parola di oggi si apre con un brano tratto dal racconto del primo viaggio
missionario di Paolo e Barnaba. Questi due apostoli un sabato arrivano ad Antiochia di Pisidia e, come sono soliti fare,
entrano nella sinagoga dei giudei e cominciano ad annunciare la Buona Novella
di Gesù (v.14). Il loro messaggio impressiona, sorprende, o meglio, sconvolge
letteralmente gli uditori, giudei ferventi, educati secondo le tradizioni dei
loro padri, fedeli osservanti della legge. Costoro conoscono gli oracoli dei
profeti e vivono in attesa del Messia, tuttavia rimangono sconcertati e
sbalorditi quando, dalla bocca di Paolo e di Barnaba, odono un messaggio
scandaloso: Gesù, condannato dalle autorità religiose e
giustiziato con un supplizio infamante, è il salvatore del mondo. E’
inaudito! Non possono che pensare: forse abbiamo capito male. Per questo il
sabato seguente accorrono ancora più numerosi (vv.14-44).
Lungo la settimana
riflettono su quanto hanno ascoltato e giungono alla
conclusione che ciò che Paolo e Barnaba hanno detto è blasfemo, è un
insulto a Dio. Dopo aver dato tante prove di forza
durante l’esodo, egli ora non può rendersi ridicolo e spregevole agli occhi dei
popoli inviando un messia sconfitto e condannato. Si sentono in dovere di
difendere la purezza della loro fede. Non sono persone cattive, malevole,
disoneste, sono semplicemente condizionate dalla loro mentalità religiosa, non
sono disposte a mettere in dubbio le loro certezze, non immaginano neppure
lontanamente che il Signore possa avere in serbo qualche sorpresa o qualche
novità (v.45).
I due apostoli,
con franchezza, ripropongono il loro messaggio, senza
lasciarsi scoraggiare dal rifiuto né intimidire dall’opposizione delle persone
più devote. Anzi, vedono in questa mancata adesione alla fede da parte di
alcuni un invito a rivolgersi anche ai pagani. Si realizza così la profezia di
Isaia: la luce e la salvezza sono per tutti i popoli e devono giungere “fino
alle estremità della terra” (vv.46-47).
Non tutti però
chiudono la mente e il cuore. Molti, sia giudei che pagani, sentono la chiamata
di Dio alla conversione e scelgono il cammino della salvezza. Così
“abbracciarono la fede tutti coloro che erano
destinati alla vita eterna” (v.48). Non si tratta della predestinazione al
paradiso per alcuni e della dannazione eterna per altri. Nella vita eterna non
si entra quando si muore, ma nel momento in cui si aderisce alla fede e si
accetta il Messia di Dio. Alcuni, in piena buona fede, senza rendersi conto di
ciò che perdono, ritengono assurda questa fede e la rifiutano. Coloro che l’accolgono invece, da subito, sono nella vita eterna. Alla
fine nessuno verrà escluso. L’autore degli Atti degli
Apostoli constata soltanto che, per i misteriosi
meccanismi che regolano e condizionano la libertà dell’uomo, alcuni arrivano
prima alla vita. Gli altri giungeranno certamente, anche se più tardi.
Il fatto che le promesse e le benedizioni di
Dio vengano offerte anche ai pagani inquieta ancor più
i giudei ligi alle loro tradizioni e, visto che le parole non bastano a
bloccare gli eventi, ricorrono al sopruso. Fra i membri della loro comunità ci
sono alcune donne della nobiltà che hanno mariti o figli impiegati in posti
chiave dell’apparato amministrativo della città. Costoro ottengono che i due
apostoli vengano allontanati (v.50).
L’episodio
richiama un fatto identico accaduto a Gesù all’inizio della sua vita pubblica.
Non appena cominciò a predicare a Nazareth, anch’egli venne
scacciato dalla sinagoga e rischiò addirittura di essere linciato da coloro che
si erano riuniti per la preghiera. I suoi compaesani ritenevano di essere
religiosi esemplari, erano convinti di avere già capito tutto di Dio, non
potevano accettare che Gesù mettesse in dubbio le loro sicurezze religiose e
mostrasse loro che ben poco avevano capito delle sacre Scritture (Lc 4,16-29).
Se Gesù e gli
apostoli sono stati perseguitati, non c’è da meravigliarsi che nessun
predicatore autentico del Vangelo sia lasciato tranquillo e non incontri
oppositori.
Dopo aver
ricordato che Paolo e Barnaba furono costretti ad andare ad
Iconio (v.51), il brano si conclude con un’annotazione curiosa: i discepoli
erano pieni di gioia e di Spirito Santo (v.52). E’ strano: i malvagi hanno avuto la meglio, i due apostoli devono andarsene sconfitti
ed i cristiani di Antiochia di Pisidia, invece di rattristarsi, sono pieni di
gioia!.
La gioia può
coesistere anche con la lacrime, con le speranze
deluse, con il dolore dell’ingiustizia subita. Non potranno sperimentare questa
gioia sia i malvagi che si oppongono alla verità e
lottano contro chi annuncia il Vangelo, sia i giusti, se non liberano il loro
cuore dal risentimento contro chi li perseguita.
Seconda Lettura
(Ap 7,9.14b-17)
Io Giovanni, 9 vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare,
di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al
trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle
mani.
14 E uno degli
anziani disse: “Essi sono coloro che sono passati
attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole
candide col sangue dell’Agnello. 15 Per questo stanno
davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario;
e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
16 Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il
sole, né arsura di sorta, 17 perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il
loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E
Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi”.
Quanti dolori,
quante tribolazioni, quante amarezze nella vita dell’uomo! Quando vediamo tanti
innocenti soffrire, rimanere vittime di violenze, di tradimenti, di inganni cerchiamo disperatamente un perché, ma spesso non
lo troviamo. Il libro dell’Apocalisse dedica quattro capitoli a questo angosciante problema (Ap 5-8). Dice che, nei cieli,
si trova un libro in cui un angelo ha preso nota di tutte le sofferenze e di
tutte le lacrime degli uomini. In questo libro viene
detto anche il perché accadono tante cose incomprensibili e assurde. Purtroppo
però il libro è chiuso con sette sigilli che nessun uomo è in grado di
spezzare; ecco la ragione per cui gli uomini piangono: si sentono come in balia
di un destino cieco e non trovano una spiegazione ai drammi che li affliggono.
Allora, non
abbiamo alcuna speranza di trovare un senso alla
storia del mondo? Il libro che contiene la risposta alle nostre angosce, ai
nostri interrogativi più profondi rimarrà chiuso per sempre? Il Veggente
dell’Apocalisse invita tutti a porre fine al pianto: l’Agnello – dice – aprirà
il libro e spezzerà ad uno ad uno i suoi sigilli,
cioè, svelerà tutti gli enigmi della nostra esistenza.
Il brano di oggi narra ciò che avviene dopo la
rottura del sesto sigillo: appare una moltitudine immensa che nessuno può
contare, gente di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Tutti stanno in piedi
di fronte al trono dell’Agnello, indossano vesti bianche ed hanno palme nelle
mani (v.9). Il vestito bianco è il simbolo della gioia e dell’innocenza, le
palme sono il segno della vittoria.
Chi sono queste
persone? Sono coloro che in questo mondo hanno sopportato tribolazioni e
persecuzioni ed hanno donato la loro vita ai fratelli, come ha fatto l’Agnello.
Gli uomini li hanno considerati dei falliti, ma per Dio sono dei vincitori
(v.14). Essi “non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole,
né arsura di sorta, perché l’Agnello... sarà il loro pastore... e Dio tergerà
ogni lacrima dai loro occhi” (vv.16-17).
In questi ultimi
versetti c’è un’immagine strana: “L’Agnello sarà il loro pastore”. Come può un
agnello essere anche pastore? Eppure è proprio così: Gesù è divenuto pastore,
guida, perché, come agnello, è stato immolato, ha donato la sua vita per amore.
Questa pagina è
stata scritta per incoraggiare i cristiani perseguitati a perseverare con
pazienza e fermezza. In loro sta realizzandosi ciò che
è accaduto a Gesù, l’Agnello; se lo seguiranno come si segue un pastore,
parteciperanno alla sua stessa vittoria.
Vangelo (Gv
10,27-30)
In quel tempo Gesù
disse: 27 “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le
conosco ed esse mi seguono.
28 Io do loro la
vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.
29 Il Padre mio
che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del
Padre mio. 30 Io e il Padre siamo una cosa sola”.
La terra d’Israele
è in grande parte montuosa e adibita alla pastorizia. Custodi di greggi sono
stati Abele, Abramo, Giacobbe, Mosè, Davide. Non deve dunque destare meraviglia
che nella Bibbia ricorrano spesso immagini della vita pastorale. Dio è chiamato
“pastore d’Israele”: conduce il suo popolo come un gregge, lo tratta con amore
e sollecitudine, lo guida verso pascoli abbondanti e sorgenti d’acqua fresca
(Sal 23,1; 80,2). Anche il Messia è annunciato dai profeti come un pastore che
pascerà Israele: “Ecco, costituirò sopra di esse pastori che le faranno
pascolare… susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re, e
sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia” (Ger 23,1-6; Ez 34).
Gesù si richiama a
questa immagine quando un giorno, scendendo dalla barca, vede una grande folla
accorsa a piedi per udire da lui una parola di speranza. Marco dice: “egli si commosse per loro, perché erano come pecore senza
pastore” (Mc 6,33-34).
Nel Vangelo di
Giovanni Gesù si presenta come l’atteso pastore (Gv 10,11.14), come colui che condurrà il popolo lungo il cammino della
rettitudine e della fedeltà al Signore.
La quarta domenica
di Pasqua è detta domenica del buon pastore perché in essa, ogni anno, la
liturgia propone un brano del capitolo 10 di Giovanni
nel quale Gesù si presenta come il vero pastore. I quattro versetti che
leggiamo nel Vangelo oggi sono tratti dalla parte conclusiva del discorso di
Gesù e vogliono aiutarci ad approfondire il significato di questa immagine
biblica.
Iniziamo con una
precisazione: quando parliamo di Gesù buon pastore la prima immagine che ci
viene in mente è quella del Maestro che tiene sulle
spalle o tra le braccia una pecorella. E’ vero: Gesù è buon pastore anche nel
senso che va alla ricerca della pecorella smarrita, ma questa è la riproduzione
della parabola che si trova nel Vangelo di Luca (Lc 15,4-8). Il buon pastore di
cui si parla nel Vangelo di Giovanni non ha nulla a che vedere con questa
immagine dolce e tenera. Gesù non si presenta come colui che
accarezza affettuosamente la pecora ferita, ma come l’uomo duro, forte, deciso
che si batte contro i banditi e contro gli animali feroci, come faceva Davide
che inseguiva il leone e l’orso che gli portavano via una pecora del gregge, li
abbatteva e strappava la preda dalla loro bocca (1Sam 17,34-35). Gesù è buon
pastore perché non ha paura di lottare fino a dare la
propria vita per il gregge che ama (Gv 10,11).
La prima
affermazione che fa è fortissima: le mie pecore – dice – non andranno mai
perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano (v.28). La loro salvezza è garantita
non dalla loro docilità, dalla loro fedeltà, ma dalla sua iniziativa, dal suo
coraggio, dal suo amore gratuito e incondizionato. Questo è il grande annuncio!
Questa è la bella notizia che viene dalla Pasqua e che il cristiano deve
comunicare ad ogni uomo. Anche a chi ha sbagliato
tutto nella vita egli deve assicurare: le tue miserie,
le tue manchevolezze, le tue scelte di morte non riusciranno a sconfiggere
l’amore di Cristo.
La seconda
immagine, quella delle pecore, va chiarita perché può suscitare un certo
disagio. Da chi è costituito il gregge che segue il “buon pastore”? A qualcuno
viene forse spontaneo rispondere: dai laici che accolgono docilmente e mettono
in pratica tutte le disposizioni date dal clero. Pastori sarebbero dunque le
gerarchie ecclesiali, mentre pecore sarebbero i semplici fedeli.
Chiariamo: l’unico
pastore è Cristo e lo è perché – come abbiamo sottolineato
nella seconda lettura – egli è l’Agnello che ha immolato la propria vita. Sue
pecore sono tutti coloro che hanno il coraggio di
seguirlo in questo dono della vita. Il pastore è dunque un Agnello che
condivide in tutto la sorte del gregge.
C’è un altro
equivoco che è opportuno sciogliere, quello di identificare se stessi con il
gregge di Cristo. Esistono zone d’ombra nella chiesa che si autoescludono dal
Regno di Dio perché in esse alligna il peccato, mentre ci sono margini enormi, al di là dei confini della Chiesa, che rientrano nel Regno
di Dio perché vi è all’opera lo Spirito. L’azione dello Spirito si manifesta
nell’impulso al dono della vita per il fratello: “Chi sta nell’amore dimora in
Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16).
Può essere
discepolo del buon pastore anche chi, pur non conoscendo Cristo, si sacrifica
per il povero, pratica la giustizia, la fraternità, la condivisione dei beni,
l’ospitalità, la fedeltà, la sincerità, il rifiuto della violenza, il perdono
dei nemici, l’impegno per la pace. Questo deve rendere attenti tanti cristiani
che si cullano in autocompiacimenti che potrebbero rivelarsi alla fine tragiche
illusioni. Il Pastore un giorno potrebbe, inaspettatamente, dire a più d’uno:
“Non vi conosco, non so di dove siete” (Lc 13,25)
L’ostentazione di
sicurezza, la diffidenza preconcetta nei confronti dei membri di altre
religioni e i pregiudizi verso i non credenti sono ancor oggi tanto radicati e
perniciosi quanto il falso irenismo.
Come si diviene
membri del gregge che segue Gesù? Cosa accade alle
pecore che sono fedeli a lui? Il Vangelo di oggi afferma che non siamo noi che
prendiamo l’iniziativa di seguirlo, è lui che chiama: “Le mie pecore ascoltano
la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”
(v.27).
I discepoli di
Gesù vivono in questo mondo, abitano fra gli uomini. Sentono tanti richiami e
ricevono anche messaggi fuorvianti. Sono molti coloro che si atteggiano a
pastori, che promettono vita, benessere, felicità ed invitano
a seguirli. E’ facile rimanere ingannati da ciarlatani. Come riconoscere fra
tante voci, quella del vero Pastore? E’ necessario abituarvi l’orecchio. Chi
ascolta solo per cinque minuti una persona e poi per un anno non la sente più,
ben difficilmente sarà in grado di distinguere la sua voce in mezzo alla folla.
Chi ascolta il Vangelo solo una volta all’anno, non
impara a riconoscere la voce del Signore che parla.
Non è facile
fidarsi di Gesù perché egli non promette successi, trionfi, vittorie, come
invece fanno tutti gli altri pastori. Chiede il dono di sé, esige la rinuncia
alla ricerca del proprio tornaconto, domanda il sacrificio della vita. Eppure –
assicura – questo è l’unico cammino che introduce nella vita eterna (vv.28-29).
Non ci sono scorciatoie; chi indica altre strade sta
barando e conduce alla morte.
Il brano si conclude con le parole di Gesù : “Io e il Padre siamo uno”
(v.30). Questa frase un po’ astratta indica il cammino da seguire per giungere
all’unità con Dio: è necessario diventare “uno” con Cristo. Questo significa
che si deve raggiungere con lui un’unità di pensieri, di intenti
e di azioni.
Questa affermazione ci fa riflettere sul ministero di coloro
che sono chiamati a “pascere” il gregge di Cristo. A volte nella comunità cristiana
si nota una certa tensione fra coloro che, con termini non molto esatti, sono
chiamati: clero e laici. Qualcuno sostiene che questi ultimi devono stare uniti
ai loro “pastori”; altri dicono che sono questi che devono stare uniti al
popolo di Dio. Forse è più giusto pensare che tutto il popolo di Dio, laici e
clero, deve seguire insieme l’unico pastore che è Gesù
e diventare, con lui, “uno” con il Padre. P. fernando Armellini, de.it.press
Lunedì 26. Il commento al Vangelo. “Io sono la porta”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 10,1-10) commentato da P. Lino Pedron
1 «In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto
delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un
brigante. 2 Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 3 Il
guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore
una per una e le conduce fuori. 4 E quando ha condotto fuori tutte le sue
pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua
voce. 5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma
fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono
che cosa significava ciò che diceva loro.
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono
la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti
prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io
sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà
e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e
distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano
in abbondanza.
Questo brano è la
continuazione del capitolo precedente. Il discorso sulla porta e il buon
Pastore spiega e interpreta il significato
dell’epilogo drammatico della professione di fede del cieco guarito.
Chi è espulso
dalla sua comunità politica o religiosa, a motivo della
sua testimonianza nel Signore Gesù, entra a far parte del gregge di Cristo e in
esso trova vita abbondante e salvezza perfetta.
I capi del popolo
giudaico con il loro comportamento si sono manifestati ladri e briganti (v. 8),
non pastori d’Israele. Il cieco guarito, scomunicato dai giudei, non vivrà come
pecora senza gregge e senza pastore; egli ha già incontrato il buon Pastore e
con la sua professione di fede è già entrato nell’ovile del Signore attraverso
la porta che è Gesù.
L’espressione
"In verità, in verità vi dico" (v. 1) preannuncia
rivelazioni molto importanti e profonde. L’immagine della porta (v. 1)
significa che per essere veri pastori del gregge di Dio bisogna passare per la
porta che è Cristo. Egli infatti è il luogo della
presenza di Dio, è la via d’accesso al Padre ed è il nuovo tempio definitivo.
Chi ignora Cristo
e rifiuta la sua persona è un ladro e un brigante,
cioè non può guidare le pecore ai pascoli della vita eterna, ma causa rovina e
morte. In concreto, i giudei e i farisei, che non vogliono accettare la
mediazione salvifica di Gesù, sono ladri e briganti. Così pure i ribelli, gli
zeloti e i guerriglieri come Barabba, che hanno provocato sommosse popolari,
non essendo entrati nella comunità d’Israele attraverso la porta stabilita da
Dio, sono causa solo di rovina e di morte. Il vero pastore del gregge di Dio
entra per la porta che è Gesù e si mette in rapporto con le
pecore attraverso Gesù.
Con la frase
"chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori" (v. 3), Gesù
fa capire la sua azione di condurre le sue pecore fuori dal recinto della
sinagoga. Il cieco guarito, che è stato espulso dalla comunità giudaica, in
realtà è stato condotto fuori dalla sinagoga dal buon Pastore ed è stato
introdotto nell’ovile di Cristo che è la Chiesa.
Come Dio ha
condotto Israele fuori dall’Egitto, così Gesù si mette alla testa del suo
gregge per farlo uscire dal giudaismo. Con questa
azione la Chiesa è separata radicalmente dalla sinagoga.
Data
l’incomprensione delle sue parole enigmatiche, Gesù riprende le immagini
precedenti e le chiarisce: la porta delle pecore è lui, i ladri e i briganti
sono i falsi pastori d’Israele. Gesù è il mediatore per avere accesso al gregge
di Dio, è la via per giungere al Padre (Gv 14,6), è la strada obbligata per mettersi
in comunione con le sue pecore.
La porta, nel
linguaggio biblico, significa anche la città o il tempio (cfr Sal 87,1-2;
112,2; ecc.). Gesù quindi proclama di essere il luogo dove si trova la
salvezza. Egli è stato mandato dal Padre nel mondo affinché l’umanità
peccatrice fosse salvata per mezzo di lui (Gv 3,17). Perciò le pecore che
vogliono avere la vita eterna in pienezza non possono fare a meno della sua
azione mediatrice: devono entrare nella vita eterna per la porta che è Cristo.
Questa mediazione
salvifica non è qualcosa di oppressivo, ma il mezzo per godere perfetta libertà
e per sperimentare la pienezza della vita.
Il Figlio di Dio
non è venuto nel mondo per uccidere e per portare alla rovina l’umanità, come
fanno i falsi pastori, ma per salvare tutti. De.it.press
Tenuto il primo Convegno Nazionale dei Laici italiani in Germania
Sul tema „Noi
Chiesa tra cooperazione e corresponsabilitá”, nei giorni 16-18 aprile a Bad
Königshofen
Bad Königshofen -
Dal 16 al 18 Aprile ha avuto luogo a Bad Königshofen il primo Convegno
Nazionale Laici che ha visto la presenza di 45
collaboratori volontari delle comunitá Italiane in Germania, convenuti dalle
cittá piu disparate-da Berlino a Monaco, da Francoforte a Münster, da Amburgo a
Göttingen, da Ludwigshafen , Gross-Gerau, Mainz…
É stato affrontato
il tema “Noi Chiesa tra Cooperazione e Corresponsabilitá” in
risposta a due urgenze pastorali: l´esigenza che viene reclamata dai cristiani
laici di assumere delle responsabilitá evangelizzatrici nella chiesa, e la
necessitá di muoversi nella direzione di
una maggiore integrazione e collaborazione con la chiesa locale.
La relatrice
Dott.ssa Luisa Deponti del Centro Studi dei missionari Scalabriniani di Basilea
ha svolto in maniera chiara e profonda i due temi: a) “Cristiani Laici di
origine immigrata , messaggeri di comunione e
cattolicitá nella chiesa e cristiani laici come cellule vive nella chiesa
locale.” b) La sfida della nuova Evangelizzazione in Germania.
I lavori di gruppo
e gli orientamenti operativi a conclusione del Convegno hanno sottolineato l´importanza della formazione (autoformazione) e il valore della
cattolicitá ( cioé comunione pentecostale delle diversitá) come luogo di nuova
evangelizzazione.
Un grazie alla
Delegazione delle Missioni che ha voluto e promosso tramite Don Pio Visentin,
Don Luciano Donatelli e Teresa Sepe (rappresentante dei consigli pastorali),
questo Convegno.
La partecipazione
dell`assemblea é stata vivace, attiva e interessata. Tutti i partecipanti hanno
espresso l´auspicio che
un convegno dei laici a livello Nazionale diventi una
consuetudine annuale da realizzare possibilmente in una grande cittá, nel
centro della Germania che possa essere piu facilmente raggiungibile.
La presenza di
alcuni giovani ci fanno essere ottimisti per un loro maggiore coinvolgimento al
prossimo Convegno. Mario Ferrera, de.it.press
Benedetto XVI. La parola chiave.
I primi cinque anni di pontificato
Cinque anni fa l’elezione
di Joseph Ratzinger non ha stupito. Si trattava di una garanzia da diversi
punti di vista, dopo un pontificato straordinario. Scegliendo il nome di
Benedetto, rilanciava un programma di investimento di
civiltà, richiamando le radici stesse dell’Europa e della modernità: radici
cattoliche. Possiamo dire che questo sia il primo punto del pontificato.
Che si intreccia costitutivamente con un altro carattere.
Benedetto XVI infatti è l’ultimo pontefice del
Concilio, cui ha partecipato direttamente, non come vescovo, ma come già vivace
teologo. La sua visione del Concilio, che è poi una delle chiavi fondamentali
per la Chiesa in questi decenni e anche in proiezione futura, è stata espressa
nel programmatico discorso alla Curia romana il 22 dicembre 2005, uno dei testi
più impegnati del Papa. Sfidando le letture nel senso della rottura, ribadisce l’interpretazione del Vaticano II nel solco della
vita della Chiesa e del suo continuo rinnovamento. È una proposta che,
nell’ancora più famoso discorso al corpo accademico dell’antica università di
Ratisbona, condensa nell’appello ad “allargare gli
orizzonti della razionalità”. Quella linea della continuità nella riforma e nel
cambiamento, che aveva letto per la Chiesa, la propone anche nei confronti
della modernità, della linea culturale illuministica, cui rivendica una matrice
cristiana e sviluppi coerenti con la fede stessa.
Il discorso di
Ratisbona del 12 settembre 2006 segna anche l’“incomprensione” di Benedetto
XVI: le sue parole sono radicalmente banalizzate e interpretate nel senso di
una polemica con l’Islam. Sembra quasi che questa incomprensione sia in realtà
una precomprensione, per cui il Papa, la Chiesa, debbano
per forza recitare una parte nel copione già scritto del grande dibattito
pubblico. Se Giovanni Paolo II aveva imposto un registro diverso, l’eccezione
doveva essere chiusa. La Chiesa doveva essere riportata ad
una arcigna posizione di chiusura.
È quindi
necessario cercare di andare oltre questo registro, viepiù affermatosi negli
anni più recenti ed oggi furoreggiante. Si scopre,
allora, non solo un rigoroso dialogo a tutto campo, con i “laici”, con l’Islam,
con gli ebrei, ma anche un magistero “patristico”. Il Papa – e lo si può toccare con mano nella recentissima lettera
pastorale ai cattolici d’Irlanda del 19 marzo scorso, in cui ha dettato le
linee per chiudere lo scandalo pedofilia – ha un tono patristico. Riprende il
registro dei grandi padri della Chiesa nell’età della fondazione che è anche
quella della transizione dall’antichità classica ad un
mondo nuovo, in cui conta la testimonianza di vita cristiana e nello stesso
tempo la capacità di articolarla. Per questo la parola-chiave del pontificato è
“logos”, una parola greca che, nel Vangelo di Giovanni
diventa l’espressione della nuova, sconvolgente, vitale sintesi cristiana, una
proposta di salvezza, di liberazione, di speranza. E proprio la speranza
cristiana è il tema non a caso della seconda e più intensa enciclica di
Benedetto: “Spe salvi”. Sir
Benedetto XVI: "A Malta ho condiviso il dolore delle vittime dei
pedofili"
Il Pontefice ha
parlato del suo ultimo viaggio apostolico, rievocato l'incontro con alcune
persone vittime di abusi di sacerdoti, e rilanciato il messaggio per
l'accoglienza degli immigrati, sulle orme di San Paolo
CITTA' DEL
VATICANO - "Ho condiviso la loro sofferenza e con commozione ho pregato
con loro assicurando l'azione della Chiesa": lo ha
detto papa Benedetto XVI ricordando, durante l'udienza generale,
l'incontro avuto domenica scorsa a Malta con alcune vittime di abusi da parte
di religiosi.
"E' stato per
me motivo di gioia, ed anche di consolazione - ha raccontato il Papa - sentire
il particolare calore di quel popolo che dà il senso di una grande famiglia,
accomunata dalla fede e dalla visione cristiana della vita. Dopo la
Celebrazione, ho voluto incontrare alcune persone vittime di abusi da parte di
esponenti del Clero".
Il Papa non ha
ricordato solo l'incontro con le vittime, ma anche altri momenti gradevoli del
viaggio a Malta, e ne ha tratto anche un bilancio, nel corso dell'udienza:
"Crocevia naturale, Malta è al centro di rotte di migrazione: uomini e
donne, come un tempo san Paolo, approdano sulle coste
maltesi, talvolta spinti da condizioni di vita assai ardue, da violenze e
persecuzioni, e ciò comporta, naturalmente, problemi complessi sul piano
umanitario, politico e giuridico, problemi che hanno soluzioni non facili, ma
da ricercare con perseveranza e tenacia, concertando gli interventi a livello
internazionale".
Benedetto XVI ha ripetuto quindi in piazzza San Pietro l'appello da
lui rivolto domenica all'Unione Europea affinché sostenga Malta nell'accogliere
doverosamente gli immigrati che vi sbarcano provenientio dalle coste africane.
"Così - ha scandito oggi - è bene che si faccia in tutte le Nazioni che
hanno i valori cristiani nelle radici delle loro Carte Costituzionali e delle
loro culture". Per Papa Ratzinger, "la sfida di
coniugare nella complessità dell'oggi la perenne validità del Vangelo è
affascinante per tutti, ma specialmente per i giovani. Le nuove
generazioni infatti la avvertono in modo più
forte". LR 21
Testimoni digitali. Destinate a incontrarsi. La Chiesa e la Rete
"Testimoni
digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale" è il titolo del
convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall'Ufficio comunicazioni
sociali e dal progetto culturale della Cei. "Le nuove tecnologie -
così mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR
il significato dell'evento - esigono competenze specifiche ma richiedono pure
un'idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve
riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo
sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo
della fede". Tra i relatori Francesco Casetti e padre
Antonio Spadaro, ai quali il SIR ha chiesto un'anticipazione dei
rispettivi interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Casetti,
direttore del dipartimento di Scienza della comunicazione (Università
Cattolica), interverrà il 23 aprile su "Scenari digitali e nuove forme di
presenza della Chiesa"; sempre il 23 aprile padre Spadaro, redattore de
"La Civiltà Cattolica", rifletterà su "La fede nella Rete delle
relazioni: comunione e connessione"
Casetti: con il
linguaggio del tempo
Il dovere della
Chiesa è parlare il linguaggio del proprio tempo, anche se questo si chiama web
2.0, e dunque essere presente nella rete per portarvi la testimonianza di
Cristo. Ne è convinto Francesco Casetti, per il quale due
sono i rischi da evitare in questa missione: "Il primo è non avere una
voce netta abbastanza e il secondo è legato ai linguaggi che si usano.
Quelli del web 2.0 sono non sempre facili da manovrare e hanno regole particolari. I rischi
sono quelli di adagiarvisi senza rivitalizzarli dal di
dentro, di non dare loro una forma". Per evitarli
Casetti suggerisce di "mettere l'accento sul tema della carità, che è un
valore del comunicatore. La carità è la virtù di chi, come il
comunicatore, sta dentro la situazione e si trova in faccia all'altro. Non c'è
verità senza carità. La ricetta giusta è allora portare la carità nella rete
evitando il rischio di non essere capaci di testimoniare o di usare linguaggi
imposti. I vantaggi che ne deriveranno non spetta a
noi giudicarli. Questi verranno da soli se saremo 'puri di cuore' e capaci di
usare i linguaggi non come forme strumentali ma a partire
dalle potenzialità che offrono". L'ingresso nella Rete può
coincidere con un modo nuovo di credere? Forse sì, è la risposta dell'esperto,
che ricorda come "il nucleo del credere sia qualcosa di antropologicamente
forte e fondato da un uomo in colloquio con il suo Dio". Tuttavia, ricorda, "ci sono anche forme storiche del credere.
I tempi che ci aspettano hanno forme del credere diverse rispetto al passato anche se l'interpellazione diretta di Dio resta
irrinunciabile". "Penso - è la conclusione - che la rete apra nuove
forme culturali e sociali del credere. Tutti i modi di uso della rete a questo
scopo sono utili (preghiera on line, breviari in rete, studio, documenti…),
tutto ciò che aiuta nel modo giusto va bene. La rete è
anche questo, un luogo dove ci sono cose bellissime e
altre orribili. Un Papa ci ha detto di non aver paura ed io credo che, in
questo tempo, non bisogna averne".
Spadaro: quali
contatti tra la fede e il web?
"La Rete e la
Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad
incontrarsi". Ne è convinto padre Antonio Spadaro, che
spiega: "Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell'annuncio di un
messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.
La Chiesa che evangelizza è dunque naturalmente presente - ed è chiamata ad esserlo - lì dove l'uomo sviluppa la sua capacità di
conoscenza e di relazione". Internet, ricorda padre Spadaro, "non è affatto un semplice 'strumento' di comunicazione che
si può usare o meno, ma un 'ambiente' culturale, che determina uno stile di
pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a
definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni,
addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L'uomo non resta
immutato dal modo con cui manipola la realtà: a trasformarsi non sono soltanto
i mezzi con i quali comunica, ma l'uomo stesso e la
sua cultura". Dunque, "è evidente come la
Rete ponga una serie di questioni rilevanti di ordine educativo e pastorale:
opportunità e rischi". Tuttavia, per il gesuita,
"le questioni più rilevanti sono quelle che riguardano la stessa
comprensione della fede e della Chiesa. La logica del web ha un impatto
sulla logica teologica e Internet comincia a porre delle sfide alla
comprensione stessa del cristianesimo. Quali sono i punti di
maggiore contatto dialettico tra la fede e la Rete?". Al convegno
"Testimoni digitali", conclude il gesuita,
"proverò a individuare questi punti critici per avviare una loro
discussione alla luce anche di palesi connaturalità come anche di evidenti
incompatibilità". Sir
Educare oggi. Il desiderio di capire. Il prete, una persona che intuisce
Sono dedicati al
tema dell'educazione gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 la
cui bozza, esaminata dal Consiglio episcopale permanente (Cep) della Cei (Roma,
22-25 marzo), verrà discussa e approvata nel corso
dell'Assemblea generale dei vescovi italiani in programma sempre a Roma dal 24
al 28 maggio. Nella sua prolusione al Cep, il cardinale presidente Angelo
Bagnasco aveva tra l'altro sottolineato l'importanza,
nell'Anno sacerdotale in corso, di una "declinazione educativa del compito
sacerdotale". "Il sacerdote - aveva affermato il
presidente Cei - è l'uomo della Parola, la quale ha in sé una potenza
invincibile. Nella misura in cui è immessa nel
processo educativo" non può "non produrre frutto". La
questione educativa interpella tutti con processi e dinamiche
sempre più complessi. In che modo il prete può incidere su di essi? Il
SIR ne ha parlato con Paola Bignardi, pedagogista e membro del Comitato per il
progetto culturale della Cei.
Se il prete è
l'uomo della Parola, qual è la possibile relazione tra Parola di Dio e
vocazione all'educare?
"Proprio
perché il prete è uomo della Parola, è uomo
dell'educazione. La Parola testimonia l'amore e la cura con cui Dio educa il
suo popolo; il Vangelo è la narrazione suggestiva di
incontri carichi di umanità, attraverso i quali Gesù aiuta persone di ogni
condizione a scoprire le domande profonde che portano nel cuore e ad aprirsi
all'amore del Padre. La Parola dunque non solo aggiunge spessore al compito
educativo, ma propone uno stile di riferimento esigente e liberante. Può
aggiungere certo autorevolezza al prete, se egli vive questo
aspetto della sua vita come un servizio che rende obbediente lui per primo alla
Parola che annuncia e propone. Ma al tempo stesso il
prete deve vigilare affinché questo non configuri un ruolo che dà prestigio. L'autorevolezza è ben diversa dal prestigio umano".
La questione
educativa si colloca al cuore della questione antropologica che implica la
riflessione e la ricerca della verità sull'uomo, nonché
la centralità della persona. Come si può porre il sacerdote-educatore in questo orizzonte?
"Credo che il
sacerdote, in quanto educatore, debba guardare alla
vita delle persone e alle caratteristiche storiche di esse con attenzione e con
il desiderio di capire. Oggi sono in atto cambiamenti profondi che riguardano
la visione della vita e il modo stesso di pensare il valore della persona. Se
ci si dovesse porre in un atteggiamento di distanza o di giudizio, si
perderebbe la possibilità di accompagnare le persone all'incontro con il
Signore e il suo Vangelo. L'educazione ha bisogno di
educatori che sappiano avere fiducia nell'altro: solo in questo modo si può
aiutare quest'ultimo a compiere il suo cammino verso il bene".
In che cosa
consiste il ruolo di guida e "accompagnatore" del sacerdote, e come
può questi offrire ragioni di senso e di speranza ai giovani?
"Il prete è
una persona che sa farsi vicino, che sa capire; che sa
intuire il momento in cui è bene parlare e quello in cui è meglio tacere e
attendere… Don Bosco, che è un modello di educatore anche per ogni sacerdote,
ha inventato di tutto per entrare in confidenza con i suoi ragazzi. La
vicinanza e la fiducia aprono la strada a dialoghi personali importanti, quelli
in cui si comunica in profondità. E poi ai giovani occorre
mostrare che l'ideale per cui si vive dà gioia, dà pienezza all'esistenza e
permette di provare il gusto della vita".
Il prete conosce
gli stessi smarrimenti e crisi di identità che
impediscono oggi a tanti adulti di essere educatori? Se sì, come si può
intervenire?
"Penso sia
naturale che il prete abbia le stesse difficoltà degli adulti di oggi, da certi
punti di vista accresciute dal carattere esigente della sua scelta; per altri
versi, facilitate dalla sua fede nel Signore e nel suo aiuto. Certo un prete
impara ad essere educatore attraverso percorsi
formativi attenti a questo aspetto del ministero, ma lo impara anche mettendosi
in ascolto della sua stessa esperienza, disposto a mettersi in gioco. E infine: anche per il prete, come per i genitori e gli insegnanti,
se vi fossero momenti e occasioni dedicati a continuare a far crescere le
persone in maniera permanente, proprio sul piano educativo, questo non potrebbe
che aiutare a superare tante difficoltà che a volte tarpano le ali e danno un
senso di pesantezza".
Come vede, alla
luce di tutto questo, il rapporto tra preti e laici?
"Il prete può
dare ai laici un orizzonte ampio, quello che attinge alle ragioni della fede e
alla prospettiva del Vangelo, e può imparare mettendosi in ascolto della loro
esperienza, che è necessariamente diversa dalla sua. I laici devono rettificare le loro domande, chiedendo
al prete di occuparsi delle persone, senza pretendere che si dedichi alle mille
iniziative di cui oggi sono cariche le sue giornate. E possono imparare il
valore di una dedizione che ha portato a lasciare tutto, certo per il Signore,
ma anche per le persone che Egli affida loro nel
ministero". Sir 21
Benedetto XVI a Malta. L'approdo che salva dal naufragio
Il pianto del papa
con le vittime degli abusi sessuali. "Dio non rifiuta
nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande
amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti" - di Sandro Magister
ROMA – L'atto
simbolico più forte del suo viaggio a Malta, Benedetto XVI l'ha compiuto al
riparo dai media. È stato il suo pianto con otto vittime di abusi sessuali ad opera di sacerdoti, abusi compiuti su di loro quand'erano
in giovanissima età.
Il papa li ha
incontrati a porte chiuse, nella nunziatura, poco dopo la messa di domenica 18
aprile. È stato uno degli otto, Lawrence Grech, 35
anni, a riferire del pianto del papa. E anche della propria
commozione e del riaccendersi in lui della fede.
Il comunicato
ufficiale vaticano ha così descritto l'incontro:
"Il Santo
Padre era profondamente commosso dai loro racconti ed ha espresso la sua
vergogna e dolore per ciò che le vittime e le loro famiglie hanno
sofferto. Ha pregato con loro ed ha assicurato loro che la Chiesa sta facendo e
continuerà a fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per accertare le
accuse, per portare di fronte alla giustizia i responsabili degli abusi e per
mettere in pratica misure efficaci finalizzate alla salvaguardia
dei giovani nel futuro. Nello spirito della sua recente
lettera ai cattolici dell'Irlanda, ha pregato affinché tutte le vittime di
abusi possano sperimentare guarigione e riconciliazione, che diano loro la
forza per proseguire il cammino con rinnovata speranza".
In effetti, il
viaggio a Malta è stato compiuto da papa Joseph Ratzinger sotto una pressione
mediatica internazionale fortissima, che esigeva da lui dei gesti e delle
parole per lo scandalo della pedofilia.
E lui non vi si è
sottratto. Ma l'ha fatto con lo stile che gli è
proprio.
Non ha mai parlato
esplicitamente, in pubblico, della questione della pedofilia. Ha ascoltato,
piuttosto, ciò che altri gli hanno detto in proposito: il vescovo della
Valletta all'inizio della messa e, nel pomeriggio, un giovane omosessuale,
durante l'incontro con i giovani sulla banchina del porto. Quest'ultimo
intervento, in particolare, è stato un j'accuse tagliente e circostanziato
contro le pecche della Chiesa.
In almeno due
occasioni, però, papa Benedetto ha fornito in pubblico la sua chiave di lettura
della crisi che ha colpito la Chiesa con lo scandalo della pedofilia.
La prima volta è
stata sabato pomeriggio, quando ha brevemente parlato ai giornalisti sull'aereo
diretto a Malta.
Per spiegare i
motivi del suo viaggio, Benedetto XVI ha ricordato il naufragio di san Paolo a
Malta nell'anno 60: "Penso che il motivo del
naufragio parla per noi. Dal naufragio, per Malta è nata la fortuna di avere la
fede; così possiamo pensare anche noi che i naufragi della vita possono fare il
progetto di Dio per noi e possono anche essere utili per nuovi
inizi nella nostra vita".
E poco oltre ha
aggiunto: "So che Malta ama Cristo e ama la sua
Chiesa che è il suo Corpo e sa che, anche se questo Corpo è ferito dai nostri
peccati, il Signore tuttavia ama questa Chiesa, e il suo Vangelo è la vera
forza che purifica e guarisce".
La seconda volta è
stata domenica pomeriggio, col discorso ai giovani sul molo del porto della
Valletta.
Ha detto il papa,
in questo discorso: "San Paolo, da giovane, ha avuto un’esperienza che lo ha cambiato per sempre. Come sapete, un tempo egli era
nemico della Chiesa ed ha fatto di tutto per distruggerla. Mentre era in
viaggio verso Damasco, con l’intento di eliminare ogni cristiano che vi avesse
trovato, gli apparve il Signore in visione. Una luce accecante brillò attorno a
lui ed egli udì una voce dirgli: 'Perché mi
perseguiti? Io sono Gesù, che tu perseguiti' (Atti 9, 4-5). Paolo venne completamente sopraffatto da questo incontro con il
Signore e tutta la sua vita venne trasformata. Divenne un discepolo fino ad essere un grande apostolo e missionario. [...]
"Ogni
incontro personale con Gesù è un’esperienza travolgente d’amore. Dapprima, come Paolo stesso ammette, aveva
'perseguitato ferocemente la Chiesa di Dio e cercato di distruggerla' (cfr.
Galati 1, 13). Ma l'odio e la
rabbia espresse in quelle parole furono completamente spazzate via dalla
potenza dell'amore di Cristo. Per il resto della sua vita, Paolo ha avuto
l’ardente desiderio di portare l’annuncio di questo
amore fino ai confini della terra.
"Forse
qualcuno di voi mi dirà che San Paolo è stato spesso severo nei suoi scritti. Come posso affermare che egli ha diffuso un messaggio
d’amore?
"La mia
risposta è questa. Dio ama ognuno
di noi con una profondità e intensità che non possiamo neppure immaginare. Egli
ci conosce intimamente, conosce ogni nostra capacità ed
ogni nostro errore. Poiché egli ci ama così tanto,
egli desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù così
che possiamo avere vita in abbondanza. Quando ci richiama perché qualche cosa
nelle nostre vite dispiace a lui, non ci rifiuta, ma ci chiede di cambiare e
divenire più perfetti. Questo è quanto ha chiesto a San Paolo sulla via di
Damasco. Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia,
nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più
perfetti.
"San Giovanni
ci dice che questo amore perfetto scaccia il timore
(cfr. 1 Giovanni 4, 18). E perciò dico a tutti voi 'Non abbiate paura!'. Quante
volte ascoltiamo queste parole nelle Scritture! Sono state indirizzate
dall’angelo a Maria nell’Annunciazione, da Gesù a Pietro, quando lo ha chiamato ad essere un discepolo, e dall’angelo a Paolo
la vigilia del suo naufragio. A quanti di voi desiderano seguire Cristo, come
coppie sposate, genitori, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che portano il
messaggio del Vangelo al mondo, dico: non abbiate paura!
Certamente incontrerete opposizione al messaggio del Vangelo. La cultura
odierna, come ogni cultura, promuove idee e valori che sono talvolta in
contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore
Gesù Cristo. Spesso sono presentate con un grande potere persuasivo, rinforzato
dai media e dalla pressione sociale da gruppi ostili alla fede cristiana. È
facile, quando si è giovani e impressionabili, essere influenzati dai coetanei
ad accettare idee e valori che sappiamo non sono ciò
che il Signore davvero vuole da noi. Ecco perché dico a voi: non abbiate paura,
ma rallegratevi del suo amore per voi; fidatevi di lui, rispondete al suo
invito ad essere discepoli, trovate nutrimento e aiuto
spirituale nei sacramenti della Chiesa.
"Qui a Malta
vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese difenda
sia il bambino non ancora nato, come pure promuova la stabilità della vita di
famiglia dicendo no all'aborto e al divorzio. Vi esorto a mantenere questa
coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del
matrimonio e della vita famigliare per una società sana. A Malta e a Gozo le
famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri anziani ed infermi, ed accolgono i bambini come doni di Dio. Altre
nazioni possono imparare dal vostro esempio cristiano. Nel
contesto della società europea, i valori evangelici ancora una volta
stanno diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di San
Paolo.
"In quest’Anno
Sacerdotale, vi chiedo di essere aperti alla possibilità che il Signore possa
chiamare alcuni di voi a darsi totalmente al servizio del suo popolo nel
sacerdozio e nella vita consacrata. Il vostro paese ha dato molti eccellenti
sacerdoti e religiosi alla chiesa. Siate ispirati dal loro esempio e
riconoscete la profonda gioia che proviene nel dedicare la propria vita
all’annuncio del messaggio dell’amore di Dio per
tutti, senza eccezione".
Naufragio e
ferite, odio e volontà di distruggere... Ma per papa Benedetto davvero tutto è grazia e promessa di guarigione, "anche gli attacchi
del mondo ai nostri peccati".
Possono essere la mano di Dio che "desidera purificarci dai
nostri errori e rafforzare le nostre virtù, così che possiamo avere vita in
abbondanza". L’Espresso on line 19
Testimoni digitali. Come stare nei siti? Una presenza significativa
ed efficace
"Testimoni
digitali. Volti e linguaggi nell'era cross mediale" è il titolo del
convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall'Ufficio comunicazioni
sociali e dal progetto culturale della Cei. "Le nuove tecnologie - così
mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR il
significato dell'evento - esigono competenze specifiche ma richiedono pure
un'idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve
riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo
sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo
della fede". Tra i relatori Ruggero Eugeni e Paolo
Peverini, ai quali il SIR ha chiesto un'anticipazione dei rispettivi
interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Eugeni, ordinario di
semiotica dei media all'Università Cattolica e direttore dell'Alta Scuola in
media, comunicazione e spettacolo (Almed) dello stesso Ateneo, e Peverini,
semiologo della Luiss, interverranno il 23 aprile, sul
tema "Media, linguaggi e crossmedialità".
Eugeni: più
"affetti", meno "prodotti"
"L'esplorazione
del 'continente digitale' - afferma Ruggero Eugeni -
deve tener conto di un dato di partenza: esperienze e linguaggi dei nuovi media
non sono più riconducibili a una mappa unitaria in quanto il 'continente
digitale' è in costante movimento e trasformazione, né sopporta distinzioni
nette e vincolanti tra media differenti". A tal proposito, ricorda il
docente, "molti parlano di una condizione globale e reticolare, se non
addirittura 'post-mediale'". Queste "considerazioni di
partenza", per Eugeni, "aprono due ordini di considerazioni". Da
un lato, "i media non possono più essere pensati in
quanto 'canali' o 'mezzi' che veicolano informazione: essi sono mondi di
vita, ambienti in cui svolgere esperienze vive e complesse in cui si connettono
aspetti cognitivi, emozionali, pratici. La stessa distinzione
tra attività svolte nel mondo 'reale' e attività svolte nel mondo mediale si
affievolisce a fronte di una forte pervasività dei media digitali e una
connessione strettissima con gli ambienti della vita quotidiana dei soggetti".
Dall'altro lato, "all'interno di questa esperienza", prosegue il
docente, assume "un peso decisivo l'aspetto della
relazione interpersonale; questa si configura come una relazione diffusa e
fusionale, non focalizzata e fortemente empatica. Il mercato degli
affetti si è rivelato nei nuovi media un motore di sviluppo molto più potente
del mercato dei prodotti: è ancora difficile vedere sviluppati modelli di
business tradizionali nel web, mentre il numero di contatti e amicizie
sviluppati all'interno dei siti permette di quantificarne il valore anche
economico". Questi "tratti della condizione e dell'esperienza
mediale contemporanea", conclude Eugeni,
"chiedono evidentemente un ripensamento della figura del testimone e delle
forme della sua presenza profetica".
Peverini: "l'attraversamento
dei media"
Multimediale,
intermediale, cross mediale: tutti termini che "rischiano di risultare vaghi, e che spesso vengono utilizzati come
sinonimi: o per una divulgazione frettolosa, o perché sono entrati in un
vocabolario che ha perso la capacità di denotare un significato". A
soffermarsi sulla necessità di "ricostruire il significato di
parole-chiave che conosciamo molto bene, ma che assumono significati differenti
nel momento in cui diventano oggetto di studio a livello internazionale" è
Paolo Peverini. "Un testo - ricorda l'esperto - è multimediale non
soltanto quando utilizza diversi linguaggi ma quando fa sintesi non solo di
diversi linguaggi, ma di varie forme di comunicazione: un sito Internet, ad esempio,
è multimediale, perché i contenuti vengono declinati
in forme che rimandano ad altri modi di comunicazione, all'interno di un unico
strumento". La crossmedialità, invece, è un
"attraversamento dei media", dove un testo è concepito come
disseminato in pezzi su mezzi differenti, e chiede al destinatario di
'ricucire' i vari pezzi". Un termine, quello di crossmedialità, che
- per Peverini - "è usato spesso in modo apparentemente innocente, come se
dietro non ci fosse nessuna ambiguità": per questo, occorre "sapere usare
in maniera strategica il collegamento tra media differenti",
andando anche "oltre le mode terminologiche del momento". Ma quale "testimonianza" si può offrire nel mondo
digitale? "Un conto è il 'passaparola' in rete,
che tende ad inoculare l'informazione in alcuni spazi dei media digitali,
sapendo che da lì partono buoni canali per farla diffondere, un conto è la
testimonianza basata sul 'ti do la mia parola'…". Di qui la necessità di
interrogarsi sulle "ricadute relazionali" di nuove forme di comunicazione,
come gli "spot virali" (messaggi pubblicitari caratterizzati da una
diffusione in rete molto rapida), partendo dal destinatario come "figura
chiave" che "fa parte del processo di costruzione del
messaggio". Sir
L'anti pizzo di don Ciottti sbarca a Reggio Calabria
REGGIO CALABRIA -
Ci sarà un adesivo sulle vetrine dei negozi che si ribellano al pizzo. Con
sopra scritto "Reggio-Libera-Reggio". Sarà
un marchio, positivo. Indicherà ai cittadini che quell'azienda non dà soldi
alla 'ndrangheta, che non vuole piegarsi al racket, che è pronta
a denunciare o che lo ha già fatto. Parte così l'iniziativa tenuta a battesimo
da don Luigi Ciotti. La prima del genere a Reggio Calabria, tra le poche grandi
città del sud a non avere ancora un'associazione antiracket, e che ad oggi conta solo tre denunce. Ai commercianti Libera
chiede un atto di fiducia e di coraggio. Un gesto importante, al quale i
cittadini dovranno dare forza scegliendo di andare a sostenere le attività che
vi aderiranno con i loro acquisti. In questo senso -
come ha spiegato il referente reggino di Libera, Mimmo Nasone - è
iniziata ieri anche la campagna di adesione riservata alle famiglie, alle
persone, alla gente comune che aderendo si impegnano a dar man forte a chi si
ribella alla 'ndrangheta.
Per Ciotti
"c'è bisogno di concretezza, di meno parole e di più fatti, forse di meno
convegni, come se ne fanno in Italia tutti i giorni, alcuni importanti, ma c'è
bisogno di tanta concretezza, coerenza, continuità soprattutto".
L'iniziativa è il
frutto di un impegno di 58 associazioni anche diverse
tra loro, ma che secondo Ciotti hanno avuto "la forza di togliersi delle
etichette per costruirne una insieme". Il presidente di Libera ha spiegato
che "proprio per questo si tratta di una iniziativa
importante. Non è mai successo in Italia che tante
associazioni si mettessero insieme, partendo da quella meravigliosa esperienza
di "Addio pizzo" a Palermo, indicando alla gente un simbolo da
seguire, imprenditori da aiutare e sostenere, creando le condizioni affinché
possano avere la dignità del loro lavoro".
All'iniziativa
anche Tano Grasso, della Federazione antiracket italiana, per il quale "è
l'avvio di un percorso importante. Reggio Calabria è, purtroppo, una delle città più in
negativo dal punto di vista della reazione al racket da parte degli
imprenditori". Aggiungendo che "a Reggio
siamo ancora al punto di partenza. Questo è un buon
inizio, ma è solo il punto di partenza di un ragionamento da fare sul
racket". Da una parte quindi la consegna del logo antiracket "Reggio-Libera-Reggio" agli imprenditori che condividono
l'iniziativa. Dall'altra l'avvio di una campagna per il sostegno del consumo
critico e responsabile, indirizzando la gente ad acquistare beni e servizi presso
imprese che hanno denunciato il racket o che rifiutino di pagare il pizzo nelle
sue diverse forme, o che decidano di non assecondare più le richieste
estorsive, esercitando la propria attività con provata libertà da qualsiasi
legame con la 'ndrangheta. di GIUSEPPE
BALDESSARRO LR 20
Il Papa: «Scandalo pedofilia momento di tribolazione, ma non mi sento solo»
Il Pontefice ha
detto di sentire attorno a sè la presenza e l'appoggio dell'intero collegio cardinalizio
MILANO - Il Papa è
ritornato nuovamente sul caso pedofilia. È un momento di «tribolazione» per una
Chiesa «ferita e peccatrice», che tuttavia confida nell'aiuto di Dio: ha detto
papa Benedetto XVI, con un implicito riferimento allo scandalo degli abusi,
durante il pranzo con i cardinali residenti a Roma, organizzato oggi in
Vaticano in onore del suo quinto anno di Pontificato. Ratzinger ha anche detto
di non sentirsi «solo», perchè avverte attorno a sè la presenza e l'appoggio
dell'intero collegio cardinalizio.
IL PRANZO - In
questo momento - ha riferito l'Osservatore Romano in un breve articolo sul
pranzo di oggi - il Papa «sente, molto fortemente, di
non essere solo; sente di avere accanto a sè l'intero Collegio cardinalizio che
con lui condivide tribolazioni e consolazioni. «Il
Papa - riferisce il quotidiano vaticano - ha voluto ringraziare il collegio
cardinalizio per l'aiuto che riceve giorno dopo giorno. Soprattutto nel momento
in cui sembra vedersi confermata la parola di sant'Agostino citata dal Vaticano
II, che la Chiesa ha peregrinato "inter persecutiones mundi et
consolationem Dei"». A questo proposito il
Pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, «ricordando - si legge
nell'articolo - che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor più le
consolazioni di Dio». In particolare per il Papa è una grande consolazione
proprio il Collegio cardinalizio. «Nella Chiesa - ha spiegato, secondo quanto
riporta l'Osservatore - esistono due principi: uno
personale e uno comunionale. Ora il Papa ha una responsabilità personale, non
delegabile; il vescovo è circondato dai suoi presbiteri. Ma il Papa è
circondato dal collegio cardinalizio che potrebbe essere chiamato in termini
orientali quasi il suo sinodo, la sua compagnia permanente che lo aiuta, l'accompagna, lo affianca nel suo lavoro. Ed è questa
vicinanza particolare che il Pontefice avverte in questo momento e per la quale
ringrazia il Signore mentre invoca, per andare avanti, la forza della fede,
nella gioia della risurrezione». CdS 19
Educare oggi. A quale figura di uomo? Mons. Crociata: "l'essere prima del
sapere e del saper fare"
“Le istituzioni
non riescono più ad educare e il parlare tanto di
educazione, oggi, sembra il segno di un malessere e di una difficoltà nuova e
complessa. La crisi contemporanea vede interrotto, o comunque fortemente
compromesso, il processo di trasmissione di cultura e valori alle nuove
generazioni, e ci costringe a parlare di ‘emergenza educativa’”: lo ha detto, ieri (20 aprile) a Roma, il segretario generale
della Cei, mons. Mariano Crociata, intervenendo al convegno nazionale “Giovani
e Sistema educativo di Istruzione e Formazione in Italia”, promosso
congiuntamente da Cnos-Fap e Cnos-Scuola, i due enti Salesiani che si occupano
rispettivamente di formazione e aggiornamento professionale, il primo, e della
scuola il secondo. Prima di mons. Crociata ha preso la parola don Pascual
Chávez Villanueva, rettor maggiore dei Salesiani, che ha parlato sul tema “Il
servizio dei Salesiani d’Italia a favore dei giovani nella scuola e nella
formazione professionale”. “Noi Salesiani – ha affermato –
per natura siamo educatori. L’Europa ha bisogno di
noi, più che mai, perché ha bisogno di educazione e di proposte di alto profilo
culturale”, aggiungendo che gli elementi fondanti del carisma salesiano
rimangono “una casa che accoglie, una parrocchia che evangelizza, una scuola
che avvia alla vita, un cortile ove incontrarsi in allegria”. Si muove
in questa direzione il “Progetto Europa” che impegna tutta la famiglia
Salesiana a rafforzare la propria presenza nel continente europeo, specie nella
scuola e nella formazione professionale.
Da anima ad anima.
Nel suo intervento, dal titolo “Emergenza educativa e priorità pastorali della
Chiesa in Italia”, il segretario generale della Cei ha anzitutto messo in evidenza la natura dell’educazione: “L’educazione –
ha detto – è un incontro d’anime, una misteriosa trasmissione da anima ad
anima”. “L’educazione cristiana, in particolare, tende alla piena umanità
dell’uomo” e “tutta la potenzialità di unicità ed
originalità di ogni essere umano è costitutivamente connessa con la comunità.
La grandezza unica e irripetibile dell’essere umano
trova la sua garanzia nel legame tra persona e comunità”. “L’educazione – ha
proseguito mons. Crociata – ha a che fare con l’essere, prima che con il sapere
o il saper fare. Occorre quindi
riflettere su chi è l’uomo e a quale figura di uomo educhiamo le nuove
generazioni, ma anche noi stessi”. Ha poi notato che “spazio e forma
fondamentale dell’educazione è la relazione.
All’interno della relazione interpersonale, la forma fondamentale della
presenza educativa è costituita dalla testimonianza autorevole. Innanzitutto
l’esempio, testimonianza del proprio essere che si imprime
nell’educando, ma anche l’autorità, intesa non come imposizione, ma senso
benevolo e accettabile del limite e della finitezza umana, indicatore di una
regola e di un ordine”.
Le ragioni della
“crisi educativa”. Quali le sfide pastorali, nel campo dell’educazione, che si
pongono alla Chiesa in Italia? Innanzitutto, ha notato mons.
Crociata, “la famiglia, ambito primario di ogni educazione. I genitori
sono presenza insostituibile di ogni opera educativa, in
quanto accompagnano con lo stile del modello esemplare, testimoniale,
colui che deve crescere e diventare adulto. Poi gli educatori,
della comunità cristiana e della scuola, ciascuno con le loro finalità tipiche.
Decisiva per tutti è però la qualità personale della maturità e della
testimonianza dell’educatore. Gli educandi, infatti, hanno bisogno di limiti
motivati e di incoraggiamenti fondati, di prospettive
verso le quali dirigersi”. E a proposito del rapporto tra il
giovane e i propri genitori, ha detto: “Dipendere da una comunità di persone
qual è la famiglia, avere alle spalle una tradizione e una cultura, essere
sottoposti all’autorità dei genitori, lungi dall’essere una limitazione della
libertà e dell’autonomia, costituisce l’unica condizione della loro vera
assunzione e realizzazione. Questo genere di considerazioni
in realtà getta una luce che rende intellegibili le ragioni di una crisi come
quella contemporanea, che vede interrotto – o comunque fortemente compromesso –
il processo di trasmissione della cultura e del mondo dei valori da cui veniamo
alle nuove generazioni e che ci costringe a parlare di emergenza educativa”.
Traguardi e
accordi dei centri Salesiani. Al suo arrivo al Salesianum, prima dell’inizio
dei lavori del convegno, a mons. Crociata è stato
mostrato un prototipo sperimentale di autoveicolo, realizzato dagli allievi del
Centro di formazione professionale “Teresa Gerini” di Roma, vincitore del
concorso nazionale Automeccanica 2008. Nel corso della
mattinata, è stato anche siglato un protocollo d’intesa con
Federmeccanica, per una più stretta collaborazione tra le imprese e i percorsi
di formazione. Come ha spiegato il presidente dei due enti
Cnos, p. Mario Tonini, “è l’ultimo degli accordi firmati in questi anni con
varie realtà di punta, quali Fiat, Schneider Electric, Dmg, Hede, Siemens e altre.
“Grazie a questi accordi – ha sottolineato – i
Salesiani riescono ad innovare la formazione professionale”. Sir 21
"Coprì alcuni preti" cacciato il vescovo di Miami. Linea
dura di Ratzinger,
si "dimette" Favalora
Nel 2002 si trovò
a gestire le accuse contro 45 sacerdoti e un prelato
che molestò una donna. Il Papa ha preferito sostituirlo, ma fu il prelato a
mettere al bando i Legionari di Cristo di MARCO ANSALDO
CITTÀ DEL VATICANO
- Il caso pedofilia nella Chiesa fa saltare un'altra testa nelle alte sfere del
clero. Si è dimesso ieri, ufficialmente per motivi di salute, il vescovo di
Miami, monsignor John C. Favalora. Dimissioni arrivate con otto mesi di
anticipo rispetto alla scadenza naturale di 75 anni,
età consueta di pensionamento per un porporato. Benedetto XVI
ha accettato la lettera, e già nominato il suo successore, monsignor Thomas G.
Wenski, proveniente da un'altra diocesi americana.
Nel 2002, negli
Stati Uniti, durante la prima ondata dello scandalo pedofilia, il vescovo
Favalora si trovò a gestire le accuse contro 45 preti
della sua diocesi. Non mancarono le critiche per il suo operato,
con l'accusa di aver coperto alcuni sacerdoti e anche un prelato che molestò
una donna.
Favalora non ha
mai ammesso le proprie responsabilità, e si è infine dimesso in base al secondo
comma dell'art. 401 del codice di Diritto Canonico,
che prevede ragioni di salute o gravi impedimenti. Il vescovo, che ha al
momento 74 anni, aveva chiesto alcuni mesi fa al Papa
di essere affiancato da un coadiutore con diritto di successione. Il coadiutore
sarebbe poi subentrato al compimento del 75esimo anno, quando all'arcivescovo
di Miami sarebbe stato possibile dare le dimissioni per ragioni di età. Ma il Vaticano, nella linea della tolleranza zero annunciata
da Benedetto XVI, ha deciso di tagliare corto. Ratzinger, sull'onda delle
polemiche internazionali per lo scandalo pedofilia, e nello spirito di severità
esposto nelle sue dichiarazioni, ha preferito sostituirlo direttamente.
Favalora fu,
comunque, uno dei primi vescovi ad adottare le nuove linee-guida invocate dalla
Conferenza episcopale americana contro la pedofilia. A tal punto si spinse la
sua azione che lo scorso ottobre fu criticato per aver
autonomamente messo al bando, nella sua arcidiocesi, i Legionari di Cristo e il
Movimento Regnum Christi, oggi sottoposti dal Papa a visita apostolica dopo che
è emersa la doppia vita del loro fondatore, Marcial Maciel. Un passo che giunse
prima di una eventuale decisione della Santa Sede sui
Legionari, e che formalmente deve ancora arrivare anche se numerose
testimonianze parlano di un probabile commissariamento del movimento. Maciel,
il religioso messicano che morì nel 2008 e che aveva avuto figli da diverse
donne finendo denunciato per stupro, si era rifugiato nell'ultimo periodo della
sua vita proprio a Miami, dopo che il nuovo Papa aveva riaperto le inchieste
contro di lui e, non potendolo processare perché troppo malato, gli aveva
proibito di continuare il ministero, compresa la
possibilità di celebrare.
Monsignor Favalora,
mettendo i Legionari al bando - da ottobre 2009 non possono esercitare alcun
ministero nel territorio dell'arcidiocesi - si era dunque mostrato molto severo
con l'organizzazione sotto accusa. Già prima di questa decisione, peraltro, il
presule era finito nel mirino dei tradizionalisti per aver tollerato alcune
violazioni liturgiche nella sua stessa cattedrale.
Solo la scorsa
settimana, il 16 aprile, aveva affrontato estesamente il problema della
pedofilia in un articolo pubblicato sul sito della sua diocesi. "Il
processo di ammettere la propria peccaminosità è doloroso - aveva scritto - e i
vescovi europei faranno quel che hanno fatto i vescovi
negli Usa: introdurre politiche di tolleranza zero per chi abusa".
LR 21
Ostensione della Sindone. Un appello silenzioso. 5.000 militari sfilano davanti il "sacro
lino"
Si è chiuso il 18
aprile a Torino il pellegrinaggio della Chiesa ordinariato militare per
l'Ostensione della Sindone, la terza degli ultimi 12
anni, dopo quelle del 1998 e del 2000. I circa 5.000 militari presenti, con i
loro familiari, dopo aver partecipato alla messa presieduta dall'arcivescovo
ordinario militare, mons. Vincenzo Pelvi, nella basilica di Maria Ausiliatrice,
si sono recati in processione nel duomo per venerare "il sacro lino".
L'alto numero di partecipanti ha richiesto l'uso di due megaschermi posti
all'esterno di Maria Ausiliatrice per permettere a tutti di prendere parte alla
liturgia. Il pellegrinaggio era cominciato il giorno prima con una lectio
dell'arcivescovo castrense e due conferenze sul tema "Passio Christi, passio hominis" tenute dal biblista, mons. Giuseppe
Ghiberti, e da Bruno Barberis, uno dei massimi esperti della Sindone. Nelle
prossime settimane, fino alla chiusura dell'ostensione (il 23 maggio) sono attesi
oltre 1 milione e 600 mila pellegrini. Tra loro anche
papa Benedetto XVI che sarà a Torino il 2 maggio.
Solidarietà al
Papa. Nel corso della messa mons. Pelvi ha voluto, ancora una volta, ribadire la solidarietà a Benedetto XVI, da giorni al centro
di una campagna mediatica sollevata per lo scandalo degli abusi sessuali nella
Chiesa. "Agli ingiusti e menzogneri attacchi dei nostri giorni, la
famiglia militare risponde concorde e unanime nella preghiera per il Sommo
Pontefice che antepone Cristo e il bene delle anime ad
ogni umana considerazione, consapevole che è meglio lasciar perdere le opinioni
terrene". "Nessuno potrà togliere alla Chiesa la fermezza nel
testimoniare la verità - ha aggiunto l'arcivescovo - ancora oggi e per i secoli
futuri, il cuore della Chiesa batte e ama con il cuore del Successore di
Pietro. Il Signore non abbandonerà mai la sua Chiesa e il Papa che le ha
donato, la cui grandezza è davanti agli occhi del mondo intero". "La cattedra di papa Benedetto non è un regno, neppure un trono.
È la cattedra del servizio, del sacrificio, del martirio. È la cattedra del
magistero, della fede e della certezza, della carità e del governo pastorale -
ha dichiarato l'arcivescovo - non è una cattedra inventata dagli uomini. Gli
uomini ne hanno inventate tante, ma quella del Papa è la stessa cattedra di
Pietro, l'apostolo chiamato da Gesù. E noi, alunni di questa cattedra, amiamo
il Papa, scelto dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Cristo. Egli è la
bocca della verità, l'apostolo della pace, della giustizia, della fraternità,
della libertà, il custode della dignità umana. È l'icona contemporanea della passio Christi e della passio hominis. Oserei dire che
il suo volto, come l'icona sindonica, è un segno veramente luminoso che rimanda
a Gesù. Abbiamo tutti bisogno del Successore di
Pietro, della sua ombra risanatrice della sua parola e della sua instancabile e
sicura guida".
Volti degli uomini
e volto di Dio. Nella meditazione del sabato
l'ordinario militare aveva fatto riferimento al tema della Sindone con una
meditazione incentrata sul "volto". "Il Volto
che ci appare nei Vangeli, come quello nella Sindone - ha detto mons. Pelvi - è
il Volto di un Dio che si nasconde e si rivela allo stesso tempo. Meditare sul mistero del Volto e dei volti conduce alla pace".
Ricordando l'immagine della Sindone l'arcivescovo ha
invitato a non dimenticare "quelle dolorose di tanti bambini e delle loro
madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, sfigurati dal dolore e
dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti - ha proseguito mons.
Pelvi - sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità: di fronte alla
loro condizione inerme crollano tutte le false giustificazioni della guerra e
della violenza. Dobbiamo convertirci a progetti di pace e impegnarci per un
mondo più degno dell'uomo voluto ad immagine del
Volto". Mons. Pelvi ha poi indicato nella "santità
l'unica vera strada possibile di realizzazione di sé nel quotidiano con l'aiuto
di Dio. La santità del quotidiano entra nella scuola,
nelle case, sale in aereo, va in nave, entra in caserma, si accosta a un
malato, incontra i disperati, sa parlare con tutti". Essa si
realizza in tre passaggi: "Da una vita ripiegata sull'io
a una vita centrata su Dio; dai desideri del mondo, al desiderio del progetto
di Dio ed, infine, il rifiuto della mediocrità che addormenta la
coscienza". È la prima volta che la Chiesa Ordinariato partecipa
all'ostensione della Sindone con un pellegrinaggio nazionale. sir
Bischofskonferenz rät Mixa zu „räumlicher Distanz“
Der Vorsitzende der katholischen
Deutschen Bischofskonferenz, Zollitsch, hat dem Augsburger Bischof Walter Mixa
eine vorübergehende „Zeit der Einkehr“ nahegelegt. Papst Benedikt XVI.
berichtete in Rom unterdessen von seiner Begegnung mit Missbrauchsopfern. Von
Daniel Deckers
Zwei Tage vor der ersten Sitzung des
runden Tisches gegen sexuellen Missbrauch haben die deutschen Bischöfe den
Druck auf den Augsburger Bischof Mixa erhöht. Am Mittwoch ließen die
Erzbischöfe Zollitsch und Marx verlauten, sie hätten mit Mixa „überlegt, wie er
in der derzeit schwierigen Situation im Bistum Augsburg zur Beruhigung
beitragen“ könne. Dazu könne „eine Zeit der geistlichen Einkehr und der
räumlichen Distanz hilfreich sein“, um eine Atmosphäre größerer Sachlichkeit
bei den notwendigen und auch von ihm gewünschten Klärungen zu bewirken. Der
Freiburger Erzbischof Zollitsch äußerte sich in seiner Eigenschaft als
Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, Marx als Münchner Erzbischof und
Metropolit der Kirchenprovinz München-Freising.
Mixa, der auch Katholischer
Militärbischof ist, sieht sich seit einigen Wochen Vorhaltungen ausgesetzt, er
habe während seiner Zeit als Stadtpfarrer in Schrobenhausen Kindern Gewalt angetan.
Seit der vergangenen Woche stehen durch Dokumente zweifelsfrei belegte Vorwürfe
im Raum, Mixa habe Gelder der Katholischen Waisenhausstiftung in einer Weise
für private Zwecke benutzt, die den - straf- und kirchenrechtlich verjährten -
Tatbestand der Untreue erfüllten. Bis jetzt beziehen sich alle Vorwürfe auf die
Zeit vor der Ernennung Mixas zum Bischof.
Zollitsch hatte in den vergangenen
Tagen insgesamt vier Mal fernmündlich mit Bischof Mixa gesprochen. Erzbischof
Marx hatte Mixa am Samstag in Augsburg aufgesucht und sich dazu mit Erzbischof
Zollitsch abgestimmt. Der Apostolische Nuntius in Berlin, Périsset, wird über
die Vorgänge auf dem laufenden gehalten.
Bischof Ackermann kritisiert „Fehler in
der Kommunikation“
Öffentlicher Druck und vertrauliche
Gespräche führten indes nicht zu einem von Zollitsch und Marx gewünschten
Ergebnis. Am vergangenen Freitag hatte Mixa lediglich eingestanden, Kinder
„Watsch'n“ verabreicht zu haben. Zu Ostern hatte er sich noch mit den für einen
Militärbischof ungewöhnlichen Worten zitieren lassen, er lehne Gewalt zwischen
Menschen prinzipiell ab. Am Montag kam Mixa insoweit einer Aussprache im
Priesterrat seiner Diözese zuvor, als er kurz vor der Sitzung vermelden ließ,
unter anderem eine Münchner Anwaltskanzlei werde dem Verdacht finanzieller
Unregelmäßigkeiten nachgehen. Außerdem bekundete er, es tue ihm „im Herzen weh
und leid“, dass er vielen Menschen Kummer bereitet habe.
Der Beauftragte der Deutschen
Bischofskonferenz für Fälle sexuellen Missbrauchs, der Trierer Bischof
Ackermann, sagte unterdessen, Priester hätten „das Vertrauen von Menschen auf
grausamste Weise verraten“. In einer Predigt während des Priestertags der
diesjährigen Heilig-Rock-Tage in Trier kritisierte der Bischof auch „Fehler in
der Kommunikation der Bischöfe und auch von Rom aus“.
„Eine giftige, stinkende Wolke entlädt
sich“
„Eine giftige, stinkende Wolke entlädt
sich“, sagte der Bischof mit Blick auf die lange Zeit tabuisierten Übergriffe
Geistlicher auf Minderjährige. Unter Hinweis auf das von Papst Benedikt
ausgerufene Jahr der Priester meinte Ackermann, die Ereignisse der letzten Zeit
machten deutlich, dass es viel an fehlgeleitetem Hunger nach Nähe und Macht
auch bei Priestern gebe. Offensichtlich befänden sich auch Priester in der
Gefahr, den Hunger nach Leben anderswo zu stillen als in der Beziehung zu Jesus
Christus.
Der Bischof rief die Priester, aber
auch alle anderen Gläubigen dazu auf, nicht nur auf sich selbst zu hören,
sondern auch auf die Stimme Jesu Christi. Am Montag werden die 27 deutschen
Ortsbischöfe in Würzburg zu ihrem „Ständigen Rat“ zusammenkommen. Auf der
Tagesordnung steht unter anderem die Fortschreibung der seit 2002 geltenden
Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen Missbrauchs in der Kirche.
Papst Benedikt XVI. berichtet von
Malta-Besuch
Papst Benedikt XVI. berichtete
unterdessen bei seiner Generalaudienz in Rom über seine Begegnung mit „einigen
Opfern sexuellen Missbrauchs von Seiten des Klerus“ am Wochenende auf Malta:
„Ich habe ihr Leiden mitempfunden, ergriffen mit ihnen gebetet und dabei das
Handeln der Kirche zugesichert.
Nach Angaben der katholischen Kirche in
Irland nahm der Papst das Rücktrittsgesuch des Bischofs von Kildare, Jim
Moriarty, an, der wegen des Missbrauchsskandals seinen Rückzug angeboten hatte.
Eine entsprechende Erklärung des Vatikans werde an diesem Donnerstag erwartet,
berichtete die Nachrichtenagentur AP. Nach einem Bericht der Zeitung
„Repubblica“ gibt auch der Bischof von Miami sein Amt ab. Der 74 Jahre alte
John Favalora sei aus gesundheitlichen Gründen zurückgetreten. Eigentlich habe
Favalora mit Hilfe eines Koadjutors weiterregieren wollen.
Sein von ihm vorgeschlagener Helfer
wurde nun sein Nachfolger. Favalora wird vorgeworfen, er habe 2002 die Vorwürfe
gegen 45 Priester in seinem Bistum nicht energisch genug verfolgt, schreibt das
Blatt. Andererseits habe er später dazu beigetragen, dass die Vergehen des
Gründers der Legionäre, Christi Marcial Maciel, aufgedeckt wurden, der seine
letzten Lebensjahre in Miami verbrachte. Dem Priester wird der Missbrauch an
vielen Seminaristen vorgeworfen. Zudem hatte er mehrere Kinder.
Der Vorsitzende der katholischen
Deutschen Bischofskonferenz (DBK), Robert Zollitsch, und der Münchner
Erzbischof Reinhard Marx haben dem Augsburger Bischof Walter Mixa einen vorübergehenden
Amtsverzicht nahegelegt. Zollitsch sagte am Mittwoch in Freiburg, er und Marx
hätten in den vergangenen Tagen mehrfach mit Mixa gesprochen. Dabei habe man
„mit ihm überlegt, ob eine Zeit der geistlichen Einkehr und der räumlichen
Distanz hilfreich sein könne“, sagte Zollitsch. Das Bistum Augsburg wollte
zunächst nicht zum Vorstoß von Erzbischof Zollitsch Stellung nehmen.
Zollitsch sagte zur Begründung seines
Vorschlags, ein Rückzug Mixas sei geeignet, „eine Atmosphäre größerer
Sachlichkeit bei den notwendigen und auch von ihm gewünschten Klärungen zu
bewirken“.
Diozösenrat fordert Amtsniederlegung
Unterdessen forderten der Diözesanrat
und die Vorsitzenden der Katholiken- und Dekanatsräte im Erzbistum Köln den
Augsburger Bischof auf, die Leitung seiner Diözese niederzulegen, bis die gegen
ihn erhobenen Vorwürfe geklärt sind. „Damit soll weiterer Schaden von der
Kirche abgewendet werden“, heißt es in einer am Mittwoch veröffentlichten
Erklärung des Diözesanrats. Nur mit seinem solchen Schritt könnten Zeichen
gesetzt werden, „um zumindest zum Teil die Glaubwürdigkeit der Kirche wieder
herzustellen“.
Mixa hat inzwischen bestätigt,
Heimkindern in seiner früheren Zeit als Stadtpfarrer zwischen 1975 und 1996 mehrere
Heimkinder geschlagen und finanzielle Mittel der Heimstiftung satzungswidrig
verwendet haben. In der Kritik steht Mixa außerdem, weil er zunächst jegliche
körperliche Gewalt gegen Kinder abstritt, nach zwei Wochen aber zugab,
möglicherweise „die eine oder andere“ Ohrfeige verteilt zu haben.
Franz Maget: „Rücktritt zwingend
erforderlich“
Darüber hinaus könne ihm eine
vorübergehende räumliche Distanz die Möglichkeit geben, nach sehr erhitzten
Wochen neue Kräfte zu sammeln und die Geschehnisse mit mehr Ruhe zu bedenken.
Der bayerische Landtags-Vizepräsident
Franz Maget (SPD) hat die Erklärung von Zollitsch begrüßt. Mit einem Rücktritt
„könnte der in die Kritik geratene und schwere belastete Bischof seiner Kirche
einen Dienst erweisen“, sagte Maget in München. Mixa füge seiner Kirche Schaden
zu. Deren moralische Autorität habe schwer gelitten. „Deswegen ist ein solcher
Rücktritt zwingend erforderlich. Und er kommt ja eigentlich, wenn man ehrlich
ist, schon zu spät“, sagte Maget. Faz 21
Papst: „Habe das Leid der Missbrauchsopfer geteilt“
Etwa 30.000 Menschen haben an diesem
Mittwoch an der Generalaudienz des Papstes teilgenommen – darunter tausend
römische Schulkinder und mehrere hundert Priester aus dem Bistum Rom. Benedikt
zog auf dem Petersplatz eine Bilanz seines Besuchs auf der Insel Malta am
letzten Wochenende.
„Anlass dafür war der 1.950. Jahrestag
der Ankunft des heiligen Paulus auf dieser Insel. Der Schiffbruch, der ihn
dorthin brachte, wird etwa auf das Jahr 60 datiert. Wie Paulus durfte auch ich
die herzliche Aufnahme des maltesischen Volkes erfahren. Er sagte, dass sie -
obwohl sie Barbaren waren - eine ganz ungewöhnliche menschliche Freundlichkeit
vorfanden. Heute sind sie ein gebildetes Volk von hoher Kultur, aber ihre
Menschenfreundlichkeit und Gastlichkeit haben sie sich bewahrt. Ich möchte
allen danken, die mir diesen Empfang bereitet haben, besonders den Kindern und
Jugendlichen, die mit Enthusiasmus um mich herum waren. Die Höhepunkte meiner
Reise waren der Besuch der Grotte des heiligen Paulus bei Rabat, in die er als
Gefangener nach der Überlieferung drei Monate gelebt hat; dann die
Eucharistiefeier in Floriana vor der Kirche des Heiligen Publius und
schließlich das Treffen mit den Jugendlichen in Valletta, im Hafen, in einem
wundervollen Bild, in dem die Schiffe herum waren, die Artillerie
Verehrungssalven abgab und die Freude so richtig alles prägte.“
Ein im ursprünglichen Programm nicht
vorgesehener wichtiger Termin war außerdem das Treffen Benedikts mit einigen
Opfern von sexuellem Missbrauch, abseits der TV-Kameras. „Ich habe ihr Leiden
geteilt und habe tief bewegt mit ihnen zusammen gebetet- wobei ich ihnen auch
das Handeln der Kirche zugesichert habe“: Das sagte der Papst in seinem
italienischen Redeteil an diesem Mittwoch. In seiner deutschen Ansprache
erwähnte er die Begegnung hingegen nicht, sondern kam stattdessen auf Paulus
zurück. (rv 21)
Weltgebetstag für geistliche Berufe. Priester als Kundschafter
von Bischof Heinz Josef Algermissen
In meinem Referat im Rahmen des
Diözesantages am 3. Juli 2009 in der Fuldaer Kongresshalle habe ich mich
besonders und ausdrücklich an die Priester gewandt und u. a. gesagt: „Das
Priesterjahr ist eine vorzügliche Möglichkeit, dass sich die Priester unseres
Bistums auf ihre Kernkompetenzen besinnen und darüber mit den ihnen
anvertrauten Menschen in ein Gespräch kommen.“ Angesichts dessen, dass das weltweite Priesterjahr am 11. Juni zu Ende geht,
hoffe ich sehr, dass der von mir gewünschte Gesprächsprozess unterdessen in
Gang gekommen ist.
Vielen Menschen, liebe Leserinnen und
Leser, fällt es enorm schwer, sich Gott vorzustellen, geschweige denn in einer
Beziehung mit ihm zu stehen. Ich glaube, Priester können gerade in dieser
Notlage zu einem Leben mit Gott hinführen und ermutigen. Das geht nicht durch
kluge Reden, sondern durch viele kleine Zeichen, die Ausdruck einer ganzen
Lebenshaltung sind. Es geht um Leben aus der Überzeugung, dass es Gott wirklich
gibt. Also: Mit Gott rechnen – täglich und überall; an Gott denken, vor
Entscheidungen und schwierigen Situationen; auf Gott hinweisen, vor allem ohne
Worte, durch das eigene Auftreten und die vielen Begegnungen mit Menschen.
Priester sollten anderen Menschen Mut machen zu dem, was der Hl. Paulus als
Aufgabe aller sieht: „Sie sollten Gott suchen, ob sie ihn ertasten und finden
könnten; denn keinem von uns ist er fern. Denn in ihm leben wir, bewegen wir
uns und sind wir.“ (Apg 17, 27-28).
Diese Haltung kann auch helfen, mit
einer Tatsache zurechtzukommen, die vielen bewusst, aber noch keineswegs
allgemein akzeptiert ist: Priester sein wird künftig nicht automatisch Pfarrer
sein heißen. Diese Perspektive schafft derzeit unter Priestern manche Ängste,
vor befürchtetem Machtverlust ebenso wie vor autoritären Führungsstilen, vor
Kommandieren durch Jüngere ebenso wie vor dem Einfügensollen in Teams.
Dem wird nur durch einen entschiedenen
geistlichen Leitungsstil, der auf Kooperation, auf Teilhabe an Verantwortung
und ernsthafte Delegation setzt, zu begegnen sein. Zukünftige Leiter oder
Moderatoren können nicht mehr agieren als diejenigen, die alle Fäden in der
Hand halten. Ihnen werden Pastoralteams und Ehrenamtliche anvertraut. Das
tradierte Bild vom Pfarrherrn funktioniert dann nicht mehr. Ein solches
Selbstverständnis wird in Zukunft nur zu unnötigen Konflikten führen.
Wir müssen miteinander einen
Leitungsstil finden, der alle Mitwirkenden schätzt und sich nicht selbst an die
Stelle dessen setzt, der alles für uns Menschen Entscheidende doch längst getan
hat. Vielmehr werden Pfarrer erfahrbar die Stelle Gottes freihalten müssen. Ich
bin davon fest überzeugt: Sollte dieser Weg gelingen, wird es für viele
Priester vielleicht sogar attraktiv werden, kein Pfarrer mit großer
Administration sein zu „müssen“. Und die, die es sein wollen, werden befreit
von einem faktisch rein weltlich verstandenen Leitungsverständnis, das
geistliche Menschen tendenziell entweder überfordern oder verformen kann.
Bislang sind viele Priester
Einzelkämpfer. Manchmal ungewollt, manchmal, weil sie es gerne sind. Manche
sind auf ganz tragische Weise solche geworden. Deutlich ist aber schon jetzt:
Priester in Zukunft werden Gemeinschaftsmenschen sein, Kommunikation und
Gemeinschaftsbildung anstoßen, Charismen der Ehrenamtlichen entdecken und
fördern müssen. Sie werden Menschen sakramental sammeln und zum Himmel
geleiten.
Ich glaube, dass die kirchliche
Erneuerung und das Weiterleben des christlichen Glaubens in unseren Breiten
eine Erneuerung auch des priesterlichen Dienstes und Selbstverständnisses mit
sich bringen wird. Die von mir genannten Aspekte sind sicher nicht alle,
vielleicht sind sie nicht einmal die wichtigsten. Aber sie zeigen doch in eine
deutliche Richtung. Im Priesterjahr sehe ich die große Chance, dass Aspekte wie
diese stärker ins Gespräch über die künftigen Wege der Kirche gebracht werden.
Am „Weltgebetstag für geistliche
Berufe“ möchte ich einladen, die Priester unseres Bistums in schwieriger
Umbruchzeit und angesichts der Krise in der Kirche biblisch als „Kundschafter“
(vgl. Num 13, 2) zu verstehen. Bitte lassen Sie sich mit unseren Priestern
zusammen darauf ein, auf dass wir uns in Gottes Zukunft hinein aufmachen
können! „Bonifatiusbote“ 25
Moraltheologen: „Zölibatspflicht überprüfen”
In der Debatte um Missbrauch wurde in
den vergangenen Monaten auch viel über den Zölibat diskutiert. Für eine
Überprüfung der Zölibatspflicht hat sich jetzt die Arbeitsgemeinschaft
Deutscher Moraltheologen ausgesprochen. Ein direkter Zusammenhang zwischen dem
Zölibat und den Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche lasse sich zwar
nicht herstellen, schreiben die Moraltheologen in einer am Dienstag
veröffentlichten Presseerklärung, die auch an die Deutsche Bischofskonferenz
ging. Die Pflicht zur Ehelosigkeit ziehe aber möglicherweise Kandidaten mit
einem unreifen Verhältnis zur eigenen Sexualität an. Im Interview mit Radio
Vatikan erklärt Vorstandvorsitzender Prof. Konrad Hilpert die Details.
„Ich meine damit, dass es einen
möglichen oder wahrscheinlichen Zusammenhang gibt zwischen dem psychisch
unreifen Bedürfnis nach Nähe, Bestätigung, sexueller Erfüllung einzelner
Personen gegenüber Kindern und Jugendlichen und ermöglichenden, begünstigenden
oder sogar absichernden Strukturen, die etwas mit Abhängigkeit, Macht, Sakralisierung
und Idealisierung von Personen und Funktionen zu tun haben. Ich vermute, dass
es diesen Zusammenhang gibt.“
Natürlich dürfe man jetzt nicht alle
Priester pauschal verurteilen oder kollektiv haftbar machen, betont Hilpert.
Die Missbrauchsfälle in der Kirche zeigten eher ein anderes Grundproblem auf.
(rv 21)
Katholische Kirche. Nicht mit Mixa
Dass zwei Bischöfe einen dritten
aufgefordert haben, sich zumindest für eine Weile aus seinem Amt
zurückzuziehen, ist ein Tabubruch und eine Sensation.
Doch das kann nicht das Ende sein. Die Bischöfe haben nicht nur in Deutschland
noch einen weiten Weg vor sich. Von Daniel Deckers
Es kommt nicht alle Tage vor, dass
Bischöfe öffentlich übereinander sprechen. Noch seltener geschieht es, dass sie
öffentlich nicht gut übereinander reden. Dass nun zwei Bischöfe einen dritten
aufgefordert haben, sich – zunächst für eine Weile – aus seinem Amt
zurückzuziehen, ist eine Sensation.
Es geht um viel. Der Augsburger Bischof
Mixa steht längst nicht mehr nur im Verdacht, als Pfarrer vor Jahren gegenüber
Kindern handgreiflich geworden zu sein. Mindestens so schwer wiegen die gut
dokumentierten Vorhaltungen, er habe ebenfalls als Pfarrer Gelder einer
Waisenhausstiftung in einer Weise zweckentfremdet, die ein – zurückhaltend ausgedrückt
– schräges Licht auf seine Lebensführung wirft. Nach fast fünfzehn Jahren hat
Mixa dieser Teil seiner Vergangenheit eingeholt – doch nur, um sie abzustreiten
und sich so lange einer Aufklärung zu verweigern, bis der Druck übermächtig
wird.
Ein längst überfälliges Zeichen der
Besinnung
Damit illustriert Mixa jene nicht
seltene Haltung kirchlicher Amtsträger, die der Trierer Bischof Ackermann am
Mittwoch mit den Worten vom fehlgeleiteten Hunger nach Nähe und Macht
beschrieb. An diesem Punkt kommen Erzbischof Zollitsch und der Münchner
Erzbischof Marx ins Spiel. Auch ihnen ist die Kategorie der Macht nicht fremd.
Zu Beginn des vergangenen Jahres unterlag Marx dem Freiburger in der Wahl zum
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz. Wortgleich bemühen sie sich jetzt
darum, ein längst überfälliges Zeichen der Besinnung in der katholischen Kirche
in Deutschland zu setzen.
Am Freitag wird der Runde Tisch gegen
sexuellen Missbrauch seine Arbeit aufnehmen. Am Montag wollen die Bischöfe über
eine Fortschreibung ihrer Leitlinien zum Umgang mit Fällen sexuellen
Missbrauchs in der Kirche beraten. Nicht mit Mixa. Der Sache wie seinem
Verhalten nach ist der Augsburger Bischof eine Hypothek, die jede Bekundung der
Bischöfe unglaubwürdig machte, sie übernähmen für das Geschehene die
Verantwortung und wollten das Gebaren der Institution angesichts möglicher
Verfehlungen ihrer Mitglieder transparenter machen.
Zollitsch und Marx haben mit ihrem Wort
an Mixa ein Tabu gebrochen. Doch das kann nicht das Ende sein. Stimmt das Wort
des heiligen Augustinus: „Für euch bin ich Bischof, mit euch Christ“, dann
haben die Bischöfe nicht nur in Deutschland noch einen weiten Weg vor sich. Faz
21
Prügelvorwürfe. Um Bischof Mixa wird es einsam
"Seine Autorität ist völlig
dahin": Seit ehemalige Heimkinder Walter Mixa beschuldigen, sie mit Faust
und Stock geschlagen zu haben, verliert der Bischof zusehends an Rückhalt. Zwei
namhafte Bischöfe und immer mehr Pfarrer fordern Mixa auf, Konsequenzen zu
ziehen. Von Stefan Mayr und Andreas Roß
Am kommenden Sonntag wird der
Augsburger Bischof Walter Mixa 69 Jahre alt. Man kann getrost davon ausgehen,
dass dieser persönliche Festtag dem Oberhirten wenig Anlass zum Feiern bieten
wird.
Denn um den Bischof, der im Verdacht
steht, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen Heimkinder geschlagen und Gelder aus
einer Waisenhausstiftung zweckentfremdet zu haben, wird es immer einsamer.
Bislang hatte Mixa noch alle
Forderungen aus der Öffentlichkeit ignoriert, er möge bis zur Klärung der Vorwürfe
doch sein Amt ruhen lassen. Doch nun haben nicht nur zwei namhafte
Bischofskollegen, sondern auch etliche Pfarrer aus dem Bistum ihr Schweigen
gebrochen und den Oberhirten öffentlich aufgefordert, Konsequenzen zu ziehen.
Auch die Entschuldigung, die Mixa vor
dem Priesterrat des Bistums ausgesprochen hat, ändert nichts daran, dass die
Lage für den Bischof schwierig ist - und ausgerechnet in dieser Situation soll
er beim Festakt des Augsburger Diözesanrates am Samstag den Gottesdienst
zelebrieren.
Klar Position bezogen haben
mittlerweile etliche Priester aus der Diözese: "Eine sofortige Ruhepause
wäre ein erster Schritt - wenn danach der Rücktritt folgt", sagt Hans
Fischer, der Pfarrer von Diedorf.
"Der Herr Bischof hat seine
Glaubwürdigkeit verloren, und zwar unabhängig davon, wann er zurückkommt."
Die Affäre ziehe sich "schon viel zu lange hin", und jeden weiteren
Tag, den Mixa im Amt bleibe, "richtet er Schaden für die Diözese und die
katholische Kirche an".
Fischer fordert auch den Medienberater
des Bischofs, Dirk Hermann Voß, zum Rücktritt auf: "Das ist der falsche
Mann am falschen Platz." Auch andere Pfarrer finden klare Worte. So las
der Gersthofer Pfarrer Ralf Gössl, der bislang als enger Freund von Mixa galt,
vor seinen Gottesdiensten eine Erklärung vor, die deutlicher nicht hätte sein
können.
"Dass ein Bischof seine Diözese
und die gesamte Öffentlichkeit belügt, das ist unannehmbar. Es ist unannehmbar
im Hinblick auf jene Kinder, denen Gewalt angetan wurde - denn auch Ohrfeigen
sind eine Form von Gewalt -, und es ist unannehmbar im Hinblick auf die
Glaubwürdigkeit unserer Kirche. Alle Versuche, die zurzeit von manchen
unternommen werden, dies schönzureden, sind unangebracht."
Seit vor 21 Tagen mehrere ehemalige
Kinder aus dem Kinderheim Schrobenhausen den Bischof beschuldigt haben, er habe
sie vor Jahren teilweise mit Faust, Stock und Teppichklopfer geschlagen, ist
die Situation in der Diözese Augsburg total verfahren.
Ein Sonderermittler des Kinderheims
wirft dem Bischof vor, in dessen Amtszeit als Stadtpfarrer sei in größerem
Umfang Stiftungsgeld satzungsfremd ausgegeben worden - für überteuerte
Kunstwerke, Weine, Bewirtungen und andere Dinge, die für die Heimkinder von
keinerlei Nutzen waren.
Auch viele Katholiken und
Laienvertreter sprechen sich inzwischen offen für einen Rücktritt aus:
"Der Bischof ist sicherlich nicht mehr zu halten. Seine Autorität ist
völlig dahin", sagt beispielsweise Klaus Vogelgsang, Vorstandsmitglied im
Pfarrgemeinderat von Heilig Geist in Augsburg-Hochzoll. "Die Frage ist
nur, wie gestalten wir das, ohne großen Schaden für die Kirche
anzurichten."
Herbert Tyroller, der Diözesansprecher
der Kirchenvolksbewegung, berichtete, er sei angesichts der Sturheit des
Bischofs oft darauf angesprochen worden, ob er nicht für eine
Rücktrittsforderung Unterschriften sammeln wolle. Vor allem die finanziellen
Unregelmäßigkeiten im Schrobenhauser Kinderheim hätten die Leute empört und
hellhörig gemacht.
Während Politiker von SPD und Grünen
schon seit längerem den Rücktritt von Mixa fordern, halten sich führende
Politiker der CSU noch bedeckt. Am Mittwoch ging der CSU-Sozialpolitiker
Hermann Imhof, bis zu seiner Wahl in den Landtag Caritasdirektor in Nürnberg,
allerdings in Vorlage und forderte ebenfalls Mixas sofortigen Rücktritt. Aus dem
Bischofshaus in Augsburg kommt aber auf all das keine Reaktion. Das Bistum
veröffentlichte lediglich eine Pressemitteilung über die Ordinariatskonferenz
vom Dienstag. Darin wird berichtet, Bischof Walter Mixa habe dort
"erstmals über seine Einschätzung der gegen ihn erhobenen Vorwürfe"
informiert. SZ 22
Woche für das Leben: „Menschen mit Behinderung sind nicht behindert, sie werden es!“
„Gesund oder krank – von Gott geliebt“:
Unter diesem Motto steht in den Jahren 2008-2010 die „Woche für das Leben“. In
diesem Jahr findet die ökumenische Initiative bundesweit vom 17. April bis 24.
April statt. Träger sind Deutschen Bischofskonferenz und der Rat der
Evangelischen Kirche in Deutschland. Das Jahresmotto der Woche 2010 lautet:
„Gesundheit - höchstes Gut“ und will den in der Gesellschaft vorherrschenden
Gesundheitsbegriff kritisch hinterfragen. Simone Bell-D`Avis leitet die
Arbeitsstelle Pastoral für Menschen mit Behinderung der Deutschen
Bischofskonferenz und erklärt im Gespräch mit Radio Vatikan das besondere
Anliegen der Aktionswoche:
„Die Woche für das Leben hat ja
grundsätzlich den Auftrag, zu sagen, Gebrechlichkeit, Leid, Lebensende,
Krankheit und Tod sind Teile des Lebens, die man nicht verdrängen darf. An
dieser Stelle versucht sie, Aufklärungsarbeit zu leisten. Und der Aspekt der
Behinderung ist jetzt insbesondere mit aufgegriffen worden, um zu sagen,
Behinderung ist eine Lebensrealität.“ (rv 20)
Bischof Mixa entschuldigt sich: „Es tut mir im Herzen weh“
Der Augsburger Bischof Walter Mixa hat
für körperliche Züchtigungen in seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer
um Verzeihung gebeten. Der Priesterrat seiner Diözese „teilt die Sorge vieler
um die Glaubwürdigkeit der Kirche“.
Der Augsburger Bischof Walter Mixa hat
sich für eigenes Fehlverhalten entschuldigt. „Es tut mir im Herzen weh und
leid, dass ich vielen Menschen Kummer bereitet habe“, sagte Mixa laut Bistum
bei einer Sitzung des Priesterrats seiner Diözese am Montagabend in
Leitershofen bei Augsburg. „Ich bitte um Verzeihung.“ Die Presse war von dem
Treffen ausgeschlossen gewesen.
Das aus 35 Pfarrern bestehende Gremium
beriet mit Mixa über die gegen ihn erhobenen Vorwürfe körperlicher Gewalt gegen
Kinder und Jugendliche, falscher Aussagen und finanzieller Ungereimtheiten.
„Der Priesterrat teilt die Sorge vieler um die Glaubwürdigkeit der Kirche“,
heißt es in einer am Dienstag veröffentlichten Erklärung. Das Bistum befinde
sich in einer schwierigen Situation. „Der Priesterrat setzt sich gemeinsam mit
dem Bischof dafür ein, dass die gegen ihn erhobenen Vorwürfe lückenlos
aufgearbeitet werden“, teilte das Gremium mit.
Mixa hatte zunächst kategorisch
bestritten, in seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer jemals Gewalt
gegen Kinder und Jugendliche angewendet zu haben. Nach zwei Wochen gestand er
dann ein, Heimkinder in Schrobenhausen möglicherweise geohrfeigt zu haben. Nach
wie vor werden Mixa in eidesstattlichen Erklärungen Betroffener auch noch
brutale Prügelangriffe vorgeworfen, die er aber weiterhin bestreitet.
Ein Angehöriger des Priesterrats, der
anonym bleiben wollte, sagte der Nachrichtenagentur ddp: „Dieser Bischof ist
nicht mehr zu halten.“ Viele Kollegen fragten nicht mehr, „ob der Bischof geht,
sondern wann er geht“, sagte der Pfarrer. Die spannende Frage sei schon jetzt:
„Wer kommt danach?“ Es gebe im Bistum einen „massiven Vertrauensverlust bei
Spendern und Kirchensteuerzahlern“.
Zwei der mutmaßlichen Prügelopfer
Mixas, Monika Bernhard und Hildegard Sedlmair, lehnten
die Entschuldigung des Bischofs ab. „Er will sich retten und im Amt bleiben“,
sagten sie. Das nach wie vor bestehende Gesprächsangebot Mixas schlugen sie
aus. Faz.net 20
Der Augsburger Bischof Walter Mixa bittet angesichts der Vorwürfe gegen ihn um Verzeihung.
Nach einem Gespräch mit dem Priesterrat
seines Bistums am Montag Abend erklärte Mixa wörtlich:
„Es tut mir im Herzen weh und leid, dass ich vielen Menschen Kummer bereitet
habe. Ich bitte um Verzeihung.“ Mixa soll als Stadtpfarrer von Schrobenhausen
zwischen 1975 und 1996 Kinder im dortigen Josefsheim geschlagen haben; nach
einigem Zögern räumte er kürzlich einige Ohrfeigen ein. Zudem soll er als
Kuratoriumsvorsitzender der Trägerstiftung Geld satzungswidrig verwendet haben.
Der Priesterrat sprach von einer „offenen“ Beratung „über die schwierige Lage
unseres Bistums“. Die 35 Priester, die dem Rat angehörten, teilten „die Sorge
vieler um die Glaubwürdigkeit der Kirche“. Der Rat „setzt sich gemeinsam mit
dem Bischof dafür ein, dass die gegen ihn erhobenen Vorwürfe lückenlos
aufgearbeitet werden.“ Dabei ist nach Medienangaben der Erzbischof von München
und Freising, Reinhard Marx, als möglicher Vermittler im Fall Mixa im Gespräch.
Marx ist Vorsitzender der Freisinger Bischofskonferenz. Von Berlin aus hat
Kardinal Georg Sterzinsky Rufe nach einem Rücktritt Mixas zurückgewiesen.
Stattdessen setzt er sich für eine unabhängige Untersuchung der Vorwürfe gegen
Augsburgs Bischof ein. Derweil hat auch der Päpstliche Nuntius, Jean-Claude
Périsset, mit Mixa telefoniert; Der Inhalt des Gesprächs wurde aber nicht
bekannt. Der Vatikan ist für die Ernennung wie für den Rücktritt eines Bischofs
zuständig. pm/kna 20
Italien: Kapuziner verteidigen Umbettung von Padre Pio
Die Kapuziner verteidigen die Umbettung
des Leichnams von Pater Pio im süditalienischen San Giovanni Rotondo. Die
sterblichen Überreste des italienischen Volksheiligen und Kapuziners wurden am
Montagnachmittag aus der Krypta der Ordenskirche in die wenige hundert Meter
eigens für ihn errichtete Kirche des Star-Architekten Renzo Piano gebracht. Der
neue Ruheort ist eine mit reichen Mosaiken ausgestattete Krypta in der
Wallfahrtskirche San Pio da Pietrelcina. Die Umbettung war in den Medien und
der Öffentlichkeit in Italien immer wieder kritisiert worden, die neue Kirche
sei reich ausgestattet und teuer, P. Pio habe aber immer arm gelebt. Der
Sprecher der Kapuziner-Ordensprovinz, Antonio Belpiede, erklärt:
„Pater Pio ruht nun hinter dem Altar
der Unterkirche, in der Säule, die die ganze ihm geweihte Kirche trägt. Das ist
eine starke Symbolik: Er wird eingeschrieben in Christus, der der Felsen der
ganzen Kirche ist. Die Umbettung hängt mit der christlichen Tradition zusammen:
Es gab sie auch für die heiligen Franziskus, Antonius, Klara, Don Bosco usw.
Wenn ein Christ von der Kirche heiliggesprochen wird, bekommt er eine neue
Kirche, die auf seinen Namen geweiht ist, und wird dorthin überführt.“ (rv 21)
China vor der "Expo 2010": Hoffnung auf Öffnung
Vom 1. Mai bis 31. Oktober wird
Shanghai Schauplatz der Weltausstellung
"Expo 2010" sein. China
erwartet dazu über 70 Millionen Besucher und
versucht, sich im Vorfeld weltoffen und
harmonisch zu präsentieren.
Inwieweit dieses Bild den Tatsachen
entspricht und wie sich die
Situation der Christen in China
darstellt, analysiert die
Geschäftsführerin des weltweiten
katholischen Hilfswerks "Kirche in
Not", Karin Maria Fenbert, im
Gespräch mit André Stiefenhofer.
FRAGE: Frau Fenbert, die Welt ist zu
Gast in China – was müssen Besucher
wissen, die zur "Expo 2010"
reisen?
FENBERT: Sie müssen sich bewusst sein,
dass sie als ausländische Besucher einen
nur oberflächlichen Eindruck vom Land
bekommen werden. Shanghai ist die
glitzernde Vorzeigemetropole Chinas. Im
Gegensatz zum großen Rest des
Landes finden sich dort zum Beispiel
auf vielen Hinweisschildern nicht
nur chinesische, sondern auch englische
Schriftzeichen. Dieses kleine
Detail soll verdeutlichen, dass man in
Shanghai darauf eingestellt ist,
dem Besucher jenes China zu zeigen, das
man ihn sehen lassen will.
FRAGE: Und wie sieht dieses China aus?
FENBERT: Wirtschaftlich einflussreich,
hoch technisiert und kulturell bedeutsam.
Dieses Bild ist natürlich nicht falsch,
aber es stellt nur einen Teil
der Wahrheit dar. Die Kehrseite der
Medaille ist die große Armut, unter
der gerade die Landbevölkerung und das
große Heer der etwa 130 Millionen
Wanderarbeiter zu leiden haben. Von
kirchlicher Seite ist unverändert zu
beklagen, dass sich noch einige
katholische Geistliche und Bischöfe in
Haft befinden.
Teilweise sind sie auch in Arbeitslagern eingesperrt oder
einfach spurlos verschwunden. Zwar ist
die katholische Kirche eine der
wenigen anerkannten Religionen in
China, aber das heißt nicht, dass
manche Katholiken nicht wegen ihres
Glaubens verfolgt werden. Priester
in China müssen sehr vorsichtig und
diplomatisch agieren, um sich und
ihre Gläubigen nicht in Gefahr zu
bringen.
FRAGE: In den letzten Jahren scheint
sich für die Katholiken aber doch einiges
gebessert zu haben – die Kirchen sind
voll und die Zahl der Gläubigen
wächst. Wie passt das mit der von Ihnen
geschilderten Situation zusammen?
FENBERT: Auch die chinesische Führung
hat erkannt, dass die katholische Kirche
eine wichtige soziale Funktion im Land
erfüllt. Von staatlicher Seite
gibt es kein soziales Netz. Daher dient
es durchaus den Zielen der
Staatsführung, wenn die Kirche die
sozialen Ungleichheiten durch ihre
Arbeit in China mildert. Denn wer sein
Glück im Glauben findet, neigt
seltener zu radikalem Verhalten. Dieses
Phänomen trägt nach Ansicht der
chinesischen Führung zur
"Harmonie" im Land bei. So lange sich die
katholische Kirche darauf beschränkt,
der staatlichen Harmonie dienlich
zu sein, lässt man sie gewähren. Die
Probleme beginnen dann, wenn die
Kirche versucht, die Gesellschaft zu
reformieren. Gottesdienste zu
feiern ist der Kirche also erlaubt,
aber wenn sie versucht, ihr
christliches Menschenbild in den Staat
einzubringen, stößt sie schnell
an ihre Grenzen.
FRAGE: China ist also noch weit von
einer offenen, pluralistischen Gesellschaft
entfernt?
FENBERT: Von der Gesetzgebung und der
Staatsführung her ist es noch ein weiter
Weg dorthin. Dafür gibt es einfach noch
zu viele Beschränkungen, wie
erst kürzlich wieder der Streit um den
Internet-Suchdienst Google
gezeigt hat. In China darf Google, wie
auch alle anderen westlichen
Anbieter, nur eine stark zensierte
Version seiner Suchmaschine anbieten.
Informationen etwa über die Aufstände
in Tibet oder über die Geschichte
der Volksrepublik China aus kritischer
Sicht dürfen nicht gezeigt
werden. Der einzelne Staatsbürger hat
in China also nicht denselben
Zugang zu Informationen oder dieselben
Rechte wie ein Bürger in
westlichen Gesellschaften. Der Großteil
der Bevölkerung darf seinen
Wohnort nicht frei wählen, und den
Menschen wird ihre Familienplanung
von staatlicher Seite vorgeschrieben.
Andererseits macht China – gerade auch
dank des Internets – in letzter
Zeit große Fortschritte, was den Aufbau
einer Zivilgesellschaft angeht.
Trotz aller staatlichen Einschränkungen
bilden sich Umwelt-, Kultur- und
andere Bürgerorganisationen, die im
Rahmen ihrer Möglichkeiten viel
bewegen. Im Internet gibt es eine
lebendige chinesische Bloggerszene,
die sich über aktuelle Themen
austauscht. Das ist zwar kein Ersatz für
die fehlende Pressefreiheit, aber es
ist zumindest ein Hoffnung
machender Anfang.
FRAGE: Was erwarten Sie sich von der
"Expo 2010"?
FENBERT: Von Großereignissen dieser Art
kann man sich erhoffen, dass sie zur
Öffnung des Landes beitragen und den
Menschen somit ihr Leben
erleichtern. Leider zeigt die
Erfahrung, dass aber auch das Gegenteil
der Fall sein kann, so wie zum Beispiel
während der Olympischen Spielen
im Jahr 2008. Damals musste die
Bevölkerung unter dem Vorwand der
Sicherheit viele Einschränkungen über
sich ergehen lassen. Eine Öffnung
kann es immer nur dann geben, wenn sich
die chinesische Staatsführung
davon Vorteile verspricht.
Die "Expo 2010" wird also zunächst ein rein
von wirtschaftlichen Interessen
geprägtes Ereignis sein. Inwieweit in
diesem Rahmen auch kritische Themen
angesprochen werden können, bleibt
abzuwarten. KiN 19
„Heilsames Zuhören“ - Missbrauchsopfer zur Begegnung mit dem Papst
Die Kirche wird jetzt und in Zukunft
alles in ihrer Macht stehende tun, um die Missbrauchsanschuldigungen
aufzuklären, die Verantwortlichen zur Rechenschaft zu ziehen und junge Menschen
in Zukunft zu schützen. Das hat Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntag auf Malta
zugesichert – und zwar gegenüber Missbrauchsopfern im persönlichen Gespräch.
Unter Ausschluss der Öffentlichkeit hatte er diese am Sonntagmittag in der
Apostolischen Nuntiatur von Valletta getroffen. Lawrence Grech, selbst Opfer
von Missbrauch geworden, schildert im ARD-Hörfunk die Begegnung:
„Zuerst haben wir alle gemeinsam
gebetet. Und dann hatte jeder von uns für einige Minuten ein privates Gespräch
mit dem Papst. Wir haben ihm unsere ganz persönlichen Geschichten erzählt. Das
war sehr emotional. Meine Schilderung hat den Papst sehr bewegt, das habe ich
eindeutig gemerkt. Er hat mir zugehört und dann gesagt: Ich werde für dich
beten. Und ich sagte zu ihm, dass ich hoffe, dass er in diesem Gebet auch die
Leere verspürt, die in meinem Inneren ist. Und zwar deswegen in meinem Inneren
ist, weil ein Priester wie er mich missbraucht und mir so meinen Glauben
genommen hat. Diese Begegnung mit dem Papst macht mich sehr stolz.“
Weiter habe Papst Benedikt XVI. den
Opfern und ihren Familien seine Scham und seinen Schmerz über den Missbrauch
durch Geistliche bekundet, beschreibt Laurence Grech.
„Der Papst hat dem, was man aus den
Medien von ihm kennt, nicht geähnelt. Man hat ihm sein herzliches Mitgefühl
angemerkt. Zurückliegend habe ich immer gedacht, der Papst versteckt etwas und
hält sich sehr zurück. Nachdem ich bei unserer Begegnung seine Tränen gesehen
habe, glaube ich das nicht mehr. Das war echt.“ (ard 19)
Maltareise: Papst fordert mehr Hilfe für Bootsflüchtlinge
Papst Benedikt XVI. hat zum Abschluss
seiner zweitägigen Maltareise mehr internationale Hilfe für Immigranten und
Bootsflüchtlinge gefordert. Trotz aller Schwierigkeiten sollte die
Inselrepublik mit Unterstützung anderer Staaten und internationaler Organisationen
den Ankommenden Hilfe leisten und für die Achtung ihre Rechte eintreten, sagte
das Kirchenoberhaupt bei der Abschiedszeremonie auf dem Flughafen. Die
Migrationsfrage könne unmöglich von einem Erstankunftsland allein gelöst
werden. Aufgrund seiner christlichen Wurzeln und seiner guten Tradition mit der
Aufnahme von Fremden sollte Malta aber dazu einen Beitrag leisten. Bei der
Zeremonie, die sich wegen der vorausgegangenen Jugendveranstaltung erheblich
verspätet hatte, appellierte Benedikt XVI. nochmals an die Malteser, ihre
christliche Identität zu wahren und für christliche Werte in der Gesellschaft
einzutreten.
„Nicht triumphalistisch, sondern mutig“
– Eine Bilanz der Papstreise nach Malta
Malta kann weder als Hauptschauplatz
der Weltpolitik gelten, noch spielt es kirchlich eine übergeordnete Rolle. Und
doch: Die Papstreise zum kleinen südeuropäischen Inselstaat hat einen sehr
starken Eindruck hinterlassen – besonders auch wegen der Papstbegegnung mit
Missbrauchsopfern, aber nicht nur. Hören Sie aus Malta das Fazit unseres
Korrespondenten Stefan Kempis zur Papstreise:
Etwas mehr als 24 Stunden hat Benedikt
XVI. an diesem Wochenende auf der Insel Malta verbracht – Besuch bei einer
selbstbewussten Ortskirche, deren tiefer Glauben und Feierfreude bestechen.
Stefan Kempis mit einer Bilanz der 14. Auslandsreise unseres Papstes.
Was hat der Papst getan auf Malta? Er
hat mit den Maltesern gefeiert und sie im Glauben gestärkt. Hört sich an wie
ein Gemeinplatz – ist aber keiner: „Weide meine Lämmer, weide meine Schafe“,
das ist der Auftrag Jesu an Petrus, wie wir gerade an diesem Sonntag im
Johannesevangelium gelesen haben. Genau das hat Petrusnachfolger Benedikt auf
Malta getan – und er konnte dabei auf einem bemerkenswerten Fundament an
Glaubensstärke bei den Einwohnern aufbauen, wie es anderswo in Europa längst
zerbröselt ist.
Maltas Medien haben eine positive
Bilanz der Papstreise gezogen - Die Leitartikel nehmen vor allem das Treffen
des Papstes mit maltesischen Missbrauchsopfern in den Blick. „Der Papst hat das
Richtige getan“, schreibt die „Times of Malta“. Nun sei es an der Zeit für
„unser Rechtssystem, ebenfalls das Richtige zu tun“, heißt es mit Blick auf
seit Jahren anhängige Verfahren. Die Malteser hätten dem Kirchenoberhaupt wie
damals dem Heiligen Paulus „Gastfreundschaft gewährt“ und ihn „enthusiastisch
begrüßt“, schreibt die „Times of Malta“ weiter. „Emotionaler Abschied“ titelt
die „Times of Malta“ unter einem halbseitigen Bild des Papstes vor jubelnden
Menschen. Vorder- und Rückseite des Blattes zeigen Fotos von Benedikt XVI., wie
er ein Kleinkind segnet und in den Hafen einfährt. Auch die Zeitung
„L´Orizzont“ ist mit einem doppelseitigen Foto ummantelt, das den Papst beim
Einzug zur Messe zeigt. kna 19
Missbrauch und Zölibat. "Bessere Auswahl künftiger Priester nötig"
Die zahlreichen Fälle sexuellen
Missbrauchs von Kindern und Jugendlichen durch katholische Priester haben die
aggressive Ablehnung des Zölibats erheblich verstärkt. Klaus Baumann,
katholischer Priester, sieht den Zölibat nicht als Magneten für Sexualgestörte.
Eine Erwiderung auf Micha Hilgers.VON KLAUS BAUMANN
Die zahlreichen Fälle sexuellen
Missbrauchs von Kindern und Jugendlichen durch katholische Priester haben die
aggressive Ablehnung des Zölibats erheblich verstärkt. Will die
römisch-katholische Kirche weiter am Zölibat festhalten, muss sie das ihr
Mögliche tun, dass er deutlich und unverkrampft auf
Gott verweist. Von Gott allein her hat der Zölibat Sinn. Das müssen nicht alle
verstehen. Die christlichen Traditionen sind einhellig überzeugt, dass Jesus
selbst so lebte. Er sagte dazu prägnant (Matthäus 19, 12): "Wer das fassen
kann, der fasse es." Der Zölibat soll auch heute stören; denn in ihm wird
radikal konkret, dass der unfassbare Gott aufs Persönlichste etwas mit uns
Menschen zu tun haben will.
Nichts davon in den Missbrauchsfällen.
Darin wurde der Zölibat auf empörende Weise entstellt. Priester haben das in
sie gesetzte, auch religiös gegründete Vertrauen der Opfer verraten. Der
defensive Hinweis, pädophile Vergehen seien im Klerus weitaus seltener als im
Rest der Bevölkerung und kämen auch bei Lehrern vor, darf nicht ablenken von
diesem lebenswichtigen Aspekt für die Kirche selbst. Wo Personalverantwortliche
diese Verbrechen an Kindern zu vertuschen versuchten, verletzten sie ihre
ebenfalls religiös begründete Sorgepflicht.
Die öffentliche Empörung zeigt, wie
viel vom Wesen priesterlicher Aufgaben intuitiv auch in der heutigen
Gesellschaft verstanden wird - selbst in der heftigen Pauschalkritik am
Zölibat. Sie ist nicht nur Empörung über schwere moralische Fehltritte von
Moralpredigern; sie zeigt die Enttäuschung darüber, dass Priester nicht dem
Heiligen gedient, sondern religiöse Autorität pervers benutzt haben. Sie haben
für das Heilige offene Kinderseelen, die ihnen heilig hätten sein müssen, tief
verletzt. Noch im Negativen ist die Erwartung erkennbar, dass Priester für ihre
Mitmenschen in ihrer Begegnung mit Gott als Brücke dienen sollten, nicht als
Hindernis oder gar "Seelenmörder".
In diesem höchst emotional besetzten
Feld ist es nicht leicht, wie der Beitrag des Psychoanalytikers Micha Hilgers
in der Frankfurter Rundschau vom 1. April 2010 zeigt, klar zu analysieren und
pauschal entwertende Angriffe zu unterlassen. Es gilt hier, dreierlei zu
unterscheiden: Den sexuellen Missbrauch von Kindern und Jugendlichen durch
Priester, dessen Vertuschung und die völlig unzureichende Sorge für die Opfer
und die Frage nach Sinn und Lebbarkeit des priesterlichen Zölibats auch im 21.
Jahrhundert.
Hilgers verdammt den Zölibat als Magnet
für Sexualgestörte und krankmachendes System. Besser als pauschale Polemik sind
empirische Tatsachen. Verlässliche Zahlen über sexuellen Missbrauch von Kindern
und Jugendlichen durch katholische Priester liegen für Deutschland noch nicht vor.
Die Studien des renommierten John Jay College of Criminal Justice, New York,
aus den Jahren 2004 und 2006 über den sexuellen Missbrauch durch Priester und
Diakone in den USA zwischen 1950 und 2002 liefern belastbare wissenschaftliche
Erkenntnisse.
Von etwa 110.000 Priestern wurde dort
fast 4400 Priestern - das sind vier Prozent - sexueller Missbrauch an knapp
11.000 minderjährigen Opfern vorgeworfen, meist in den 1960/70er Jahren. Die
Hälfte der Opfer waren im Alter der frühen Geschlechtsreife zwischen elf und 14
Jahren; mehr als ein Viertel zwischen 15 und 17, knapp ein Viertel waren Jungen
und Mädchen unter elf Jahren.
Transparenz und Offenheit
In letzteren Fällen handelte es sich
somit um pädosexuelle Handlungen im engeren Sinn, in denen die Täter
möglicherweise eine bislang nicht heilbare pädophile Störung hatten. Auch in
den übrigen Fällen von Übergriffen auf (früh-) pubertäre Kinder und Jugendliche
bis 17 ist mit psychosexuellen Entwicklungsstörungen bei den Tätern zu rechnen,
für die der Zölibat ein bewusster oder unbewusster Versuch der Bewältigung war.
Auffällig ist der erheblich höhere Anteil der Übergriffe auf männliche Opfer
(vier von fünf), während in der übrigen Bevölkerung heterosexuelle
Missbrauchstaten überwiegen.
Die US-Daten sind zwar nicht einfach
für Deutschland zu übernehmen; es sind jedoch die sichersten weltweit. Auch
vier Prozent sind schlimm, jeder Fall ist zu viel. Da gibt es nichts zu
beschönigen, trotz sehr unterschiedlicher Täterprofile. Von vier Prozent oder
von dramatischen Einzelfällen jedoch auf alle übrigen zu schließen, ist
unhaltbar. Hilgers´ Behauptung, dass die meisten Zölibatären keine
"erwachsene Sexualität" entwickelt haben, entbehrt der belastbaren
Grundlagen und wirkt wie eine "wilde Psychoanalyse", die aus fachlicher
Sicht eher ihm selbst schadet.
Dennoch zwingt er den Blick auf die
wirklichen Gründe. Die Missbrauchsskandale zwingen die Kirche(n) dazu, endlich
den naiven bis verantwortungslosen Umgang mit den Tätern aufzugeben und zuerst
den Opfern möglichst gerecht zu werden: durch Transparenz und Offenheit
darüber, was geschehen ist, ohne die Opfer noch mehr zu verletzen; durch
authentisches Mitgefühl und echtes Sorgen für die Opfer; Gerechtigkeit in der
Kirche und mit den Behörden; therapeutischer Beistand. Die Zeichen dafür stehen
gut. Barmherzigkeit für Täter sollte in der Strafverfolgung ohne
Vorverurteilung bestehen, in Therapie, beruflicher Umorientierung und
Suizidprävention.
Unabdingbar sind künftig wirksamere präventive
Maßnahmen, etwa Änderungen in der Auswahl, Aus- und Fortbildung der Priester.
Wo Menschen sich für Ordensgelübde oder den Priester-Zölibat entscheiden
wollen, ist damit zu rechnen, dass sie noch lange keine "in sich ruhende
Persönlichkeiten" sind. Es sollte durch geeignete Auswahlverfahren von
vornherein so gut es geht ausgeschlossen werden, dass Männer mit schweren
Persönlichkeitsstörungen als Priesterkandidaten aufgenommen oder gar zu
Priestern geweiht werden. In vielen deutschen Diözesen lehnen die
Seminarleitungen jedes Jahr eine erstaunliche Anzahl von Bewerbern ab - trotz
Priestermangels nicht selten über ein Drittel.
Doch auch die verbleibenden Kandidaten
sind keine "in sich ruhende Persönlichkeiten". Sie brauchen dies auch
nicht zu sein; ihre bewussten Motivationen sind meist vermengt mit eher
defensiven unbewussten Motiven - auch im Blick auf ihr sexuelles Erleben und
Verhalten. Sie nutzen neurotische und reife Abwehrmechanismen. Sie stellen
damit keine Ausnahme gegenüber der Normalbevölkerung dar, wie jeder
Paartherapeut bestätigen wird.
Damit zur Frage nach der Lebbarkeit des
Zölibats. Er stellt unweigerlich hohe Anforderungen an die seelische Reife,
will er auf Dauer sinnvoll und echt gelebt werden. Für alle Menschen stellt die
psychosexuelle Entwicklung eine Grunddimension ihrer Persönlichkeitsentwicklung
dar.
Gerade psychoanalytisch erfahrene
Therapeuten wissen, dass die menschliche Sexualität weder nur Triebgeschehen
noch nur reife schenkende und empfangende Liebe ist. Sie ist grundsätzlich mit
einer Vielzahl von unbewussten Motiven verbunden, die sich an die bewussten
Aspekte anhängen. In ihr manifestieren sich alle möglichen unbewussten
Spannungen und Konflikte und suchen oft in ihr ein Ventil. Die Psychoanalyse
weiß, wie wenig Menschen aus Erfahrungen, den sexuellen inbegriffen, lernen und
stattdessen unbewussten Beziehungsmustern (Wiederholungszwängen) folgen.
Die (angehenden) Priester können den
Zölibat nicht frei und klar wählen und erst recht nicht auf Dauer sinn-gerecht
leben, wenn er ihnen unbewusst vor allem zur Abwehr oder gar zur Vermeidung von
Intimität in einer Partnerschaft auf Augenhöhe dient. Genügende innere Freiheit
von solchen unbewussten Dynamiken gehört zur notwendigen emotionalen Reife, die
offiziell eine Grundvoraussetzung für die Zulassung zur Priesterweihe ist.
Deshalb ist die von Hilgers geforderte
und bereits seit langem in allen deutschen Diözesen umfangreich genutzte
Supervision für Priester zwar wertvoll, doch bleibt sie ebenso unzureichend wie
die Rahmenordnung der Priesterausbildung in Deutschland von 2003, da beide nur
die bewussten und vorbewussten Seelenkräfte angehen. Es bedarf stattdessen
einer persönlichkeitsorientierten Priesterausbildung, die zusätzlich auch
zentrale unbewusste Abwehrmuster, Leibes- und Beziehungserfahrungen geeignet
bearbeiten hilft.
Ich meine geeignete
psychotherapeutische Selbsterfahrung, die nicht auf Pathologie fixiert ist,
sondern "in großer Liebe zur Wahrheit" (Anna Freud) der
Persönlichkeitsentwicklung dient, der Klärung eigener Motivationen und Konflikte
und emotionaler Reifung. Genügende emotionale Reife zeigt sich in
zwischenmenschlichen Beziehungen mit Frauen und Männern, die von innerer
Freiheit, Wärme, Takt, Empathie und Verständnis ebenso charakterisiert sind wie
von genügender Frustrationstoleranz und unverkrampfter Impulskontrolle, so dass
sie Beziehungen auch aufrechterhalten können, wenn sie von Konflikten und
Frustrationen bedroht werden. Viele Priester - weit mehr als auffallen - leben
den Zölibat so, gewinnend in ihrer Art und unspektakulär, manchmal durchlitten,
in nahen und weniger nahen Beziehungen.
Darin nicht sexuelle Erfüllung oder
Befriedigung zu suchen - auch in unvermeidlichen Fällen des Verliebens - ist
allerdings keine Frage menschlicher Reife allein, sondern zusammen mit ihr
"Sache" einer anderen Liebe, Treue und Freundschaft, für welche die
Priester ihr Leben einsetzen und wirken wollen. Sie wollen bewusst, frei und
dankbar Gottes Wirken in Jesus Christus bezeugen. Ohne sich bewährende Liebe zu
ihm ist der Zölibat sinnlos; mit ihr ein vitales Zeichen. Denn es weist radikal
über die Welt und ihre Erfüllungen hinaus auf Jesus Christus. In seiner
Menschlichkeit stellte Jesus das Positive vor Augen. Hält die Kirche am Zölibat
fest, muss sie dieses Positive möglichst gut entwickeln und die Freiheit dafür
fördern. FR 21
Papst Benedikt XVI. hat am Montag den fünften Jahrestag seiner Wahl begangen
Den Jahrestag, der im Vatikan als
Feiertag gilt und für die Angestellten dienstfrei ist, verbringt der 83-Jährige
ohne protokollarische Termine. Um die Mittagszeit gab Kardinaldekan Angelo
Sodano mit den in Rom anwesenden Kardinälen ein Essen zu Ehren des Papstes. Es
handele sich nicht um eine Dienstbesprechung oder Krisensitzung, sondern um ein
Festtreffen, hebt man im Vatikan hervor. Ort des gemeinsamen Essens ist die
Sala Ducale, einer der Prunkräume des Apostolischen Palastes. Eingeladen waren
dem Vernehmen nach zwischen 40 und 50 Personen. Die mit aufwendigen Fresken
ausgestaltete Sala Ducale, die zwischen der Sixtinischen Kapelle und der
Cappella Paolina liegt, gibt unter anderen den Rahmen für die jährlichen
Neujahrsempfänge des Papstes für das beim Heiligen Stuhl akkreditierte
Diplomatische Corps. – Am 19. April 2005 wählten die zum Konklave versammelten
Kardinäle im vierten Wahlgang den damaligen Präfekten der Glaubenskongregation,
Joseph Ratzinger, zum Kirchenoberhaupt.
Ratzinger-Schüler blickt zurück auf
fünf Jahre „Pontifikat Benedikt“ - Roman Angulanza, pensionierter Direktor des
katholischen Bildungswerkes in Salzburg, kennt den Papst über ein halbes
Jahrhundert. Er gehört zum Schülerkreis von Joseph Ratzinger, der die
jährlichen Treffen mit seinen früheren Studenten auch als Papst in Castel
Gandolfo weiterführt. Schritte auf dem Weg der Ökumene, wichtige Papstreisen
oder Benedikts Umgang mit heiklen Themen wie Missbrauch und Piusbrüdern – im
Interview mit Radio Vatikan lässt Angulanza fünf bewegte Jahre „Pontifikat
Benedikt“ Revue passieren. Lesen Sie hier den zweiten Teil zum Thema.
So wie Benedikt XVI. bei der ersten
Bischofssynode nach seiner Wahl zum Papst neue Kommunikationsregeln
propagierte, so schlug er auch im interreligiösen Dialog einen neuen Ton an. Im
Gedächtnis blieb vor allem die Regensburger Rede vom 12. September 2006. Diese
warf nicht nur in der muslimischen Gemeinschaft Fragen auf. Benedikts
provokantes Zitat zum Verhältnis von Religion und Gewalt im Islam hat den
Dialog mit den Muslimen jedoch gerade erst in Gang gebracht, so Angulanza.
„Es haben sich ja unmittelbar nach der Rede
138 hochrangige Vertreter des Islams gemeldet. Sie haben einen sehr
respektvollen Brief an den Papst gerichtet. Damit hat dann ein fruchtbarer
Dialog begonnen. Ein Jahr später waren diese hochrangigen Gelehrten dann bei
uns im Schülerkreis und führten einen sehr höflichen Dialog ohne
Feindseligkeiten mit ihm. Da wurden vor allem die Gemeinsamkeiten der beiden
Religionen herausgearbeitet. Daraufhin ist es zur Gründung eines
katholisch-muslimischen Forums gekommen und das hat wiederum bewirkt, dass in einzelnen
muslimischen Staaten dann auch erlaubt worden ist, Kirchen zu bauen.“
Meisner: Benedikts Gehorsam
verpflichtet zu Solidarität - Wir haben einen Papst unter dem Kreuz. Das hat
der Erzbischof von Köln, Kardinal Joachim Meisner, anlässlich der 5-jährigen
Amtseinführung von Benedikt XVI. betont. Darum sei er so „christoauthentisch“
für uns, so der Kardinal wörtlich in seiner Predigt im Kölner Dom an diesem
Sonntag.
„Nach dem Gesetz der Schwerkraft fallen
die Lasten immer nach unten. Sie suchen im tiefsten Punkt ihren Standort. Und
so fallen die Lasten der Kirche und der Welt auf den Schreibtisch des Papstes,
auf die Schultern des Papstes und auf das Herz des Papstes. Vielleicht können
wir erahnen, wie viele Lasten und was für Lasten gerade in dem letzten
Vierteljahr auf das Herz des Papstes gefallen sind.“
Als Meister der genauen Analyse und
differenzierten Argumentation hat Erzbischof Robert Zollitsch Papst Benedikt
XVI. zu seinem Amtsjubiläum beschrieben. Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz lobte, der Papst erkenne und deute die Zeichen der Zeit und
verbinde sie mit der Botschaft des Evangeliums. Das geht aus einem am Montag im
Internetportal der Erzdiözese Freiburg veröffentlichtem Schreiben hervor. „Im
Nebel der Orientierungslosigkeit“ gelinge es dem Papst mit seinem eigenen, von
starker Glaubenskraft geprägten Stil immer wieder, „klare und sichtbare
Wegzeichen zu setzen“, so der Freiburger Erzbischof. In einer Zeit mangelnder geistiger Orientierung warne Benedikt XVI. vor
der „Diktatur des Relativismus“. Er lasse nicht die Kirchenfahne im Wind des
Zeitgeistes flattern, wertet Zollitsch. „Das wird nicht immer von allen als
populär empfunden. Aber wir haben gute Gründe, für das inzwischen fünfjährige
Pontifikat dankbar zu sein“.
Es war ein Glücksfall, dass man einen
Mann von einem solchen intellektuellen und theologischen Format bekommen
konnte. Mit diesen Worten würdigt der langjährige Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Kardinal Karl Lehmann, das bisherige Pontifikat Benedikts
XVI. Als Nachfolger von Johannes Paul II. habe er „wirklich schwierige
Ausgangsbedingungen“ gehabt, so der Kardinal im Interview mit der kna. Aber er
habe rasch einen eigenen Stil entwickelt, ohne seinen Vorgänger nachzumachen.
In punkto Ökumene werde der Papst oftmals „etwas schief wahrgenommen“, betont
Lehmann weiter. „Ich glaube, Benedikt XVI. ist sehr viel ökumenischer
eingestellt, als man meint. Aber er hat hier gewiss strenge Maßstäbe und hohe
Kriterien.“ Und der Kardinal fügt hinzu: „Ich hoffe, dass gewisse Pannen, unter
denen das Pontifikat gelitten hat - mit den Piusbrüdern zum Beispiel oder auch
die eine oder andere ökumenische Äußerung, die geschickter hätte sein können -
das Bild von ihm nicht verzerren.“ Dass mancher derzeit klarere Worte des
Papstes zu den Missbrauchsfällen in der Kirche vermisse, erscheint Kardinal
Lehmann hingegen unangebracht: „Dieser ständige Ruf, dass der Papst nun ein
eigenes Wort an Deutschland richten müsste, kommt mir manchmal etwas hysterisch
vor. Denn der Papst ist der Oberhirte für die ganze Kirche. Wenn er etwas
erklärt, dann spricht er immer zu allen.“
Der Regensburger Dogmatiker und
Ratzinger-Schüler Wolfgang Beinert sieht die katholische Kirche in einer Krise
ähnlich jener zur Zeit der Reformation im 16. Jahrhundert. Die Krise sei
sicherlich nicht von Benedikt XVI. gemacht, deshalb könne er sie auch nicht
allein beheben, sagte Beinert am Montag im Bayerischen Rundfunk. Aber der Papst
habe die letzte Verantwortung dafür. Viele Dinge seien im Vatikan so gelaufen,
dass sie zur Krise beigetragen hätten. Dies habe Benedikt XVI. selbst
eingeräumt. Als „kirchengeschichtliche Revolution“ bezeichnete es der Theologe,
wenn nun neue päpstliche Richtlinien vorsähen, dass Fälle von Kindsmissbrauch
durch einen Priester an den Staatsanwalt gegeben werden sollen. Damit sei die
These von der Kirche als vollkommene, in sich geschlossene Gesellschaft, die
mit allem allein fertig werden könne, durchbrochen. Zugleich bedauerte Beinert,
dass die Mehrzahl der Gläubigen mittlerweile in einer merkwürdigen
Gleichgültigkeit gegenüber der Kirche verharre. (agenturen)
Leitartikel. Wir sind nicht Papst
Für den Unfallbericht des Joseph
Ratzinger genügen ganze drei Wörter: Wir sind Papst. Dieses Stück
radikal-minimalistischer Prosa als Codewort für sein Pontifikat ist auch fünf
Jahre nach der Wahl Benedikts XVI. gültig. Geändert hat sich nur das Subjekt.
"Wir", das sind nicht mehr "die Deutschen", die annahmen,
der Landsmann sei einer von ihnen. Dieser Trugschluss ist offensichtlich: Nicht
einmal zur größten Erschütterung der Kirche in ihrer Nachkriegsgeschichte, dem
Missbrauchsskandal, findet der deutsche Papst ein Wort oder eine Geste der
Heimatverbundenheit. Menschlich ist das ein eigentümlicher Mangel an
Geistesgegenwart, kirchenpolitisch aber ein schweres Versagen, weil sich der
oberste Krisenmanager so erst recht unberührt und abgehoben gibt.
"Wir", das sind auch deshalb
nicht einmal mehr "die" Katholiken", obwohl der Papst nach
kirchlicher Doktrin doch Symbol und Garant der Einheit ist. "Wir" -
das sind vielmehr die Alt- und Neokonservativen, denen Ratzinger perfekt ins
restaurative Programm passt: ein Kirchenführer in deutlicher Distanz zur
Moderne und zur pluralen, offenen Gesellschaft. Der Intellektuelle auf dem
Stuhl Petri sollte den Mitnahme-Effekt einer vermeintlichen "Wiederkehr
der Religion" sichern. So stellten sich das auch die Kardinäle vor, die
Ratzinger förmlich ins Amt beteten.
Sie dürfen auch heute mit ihrer Wahl
zufrieden sein. Theologisch und kirchenpolitisch hat Benedikt XVI. nicht die
Spur gewackelt. Innerkirchliche Reformen? Lockerung der (Sexual-)Moral? Dialog
auf Augenhöhe mit der säkularen Welt? Öffnung gegenüber anderen Kirchen und
Religionen? Nichts dergleichen. Statt dessen Abgrenzung, Verurteilung,
Brüskierung. Einzig den reaktionären Piusbrüdern macht Benedikt Avancen bis an
den Rand katholischer Selbstverleugnung.
Es stimmt, was ein US-Kardinal seinem
deutschen Mitbruder vor dem Konklave im April 2005 zuraunte: "Wir können
nicht mit Ratzinger als Papst nach Hause kommen. Ihr Deutsche aber auch
nicht!" Nur hat es ein wenig gedauert, bis "wir" das verstanden
haben. Wir waren Papst - einen Sommer lang. Zum Auftakt seines Pontifikats
schien Benedikt aller Welt beweisen zu wollen, dass der Glaubenswächter und
Inquisitor nur Funktion, nicht Wesen war; seinen ersten Predigten, Reden und
Lehrschreiben als Papst fehlte alles Doktrinäre und Moralisierende. Auf dem
Weltjugendtag in Köln im August 2005 hob der Papst nicht den Zeigefinger,
sondern breitete die Arme aus. Ein bisschen unbeholfen, aber anscheinend
authentisch. Und alles jubelte.
Doch ein Papst ist kein Maskottchen,
Joseph Ratzinger am allerwenigsten. Zwar ist auch er nicht unberührt geblieben
von Überschwang und Ekstase der Massen. Aber theologisch wie charakterlich ist
es ihm zuwider, Benedetto-Superstar zu sein. Zu seinem Vorgänger hatte diese
Rolle hervorragend gepasst, weil Johannes Paul II. in der Schlussphase seines
Mammut-Pontifikats längst nicht mehr als gestrenges Kirchenoberhaupt agierte,
sondern als Schmerzensmann und Friedensapostel zu einer Art Ikone geworden war.
Das musste in der Folge zu Brüchen und Enttäuschungen führen.
Benedikt hätte sie mildern können,
ginge ihm nicht ein wesentliches Merkmal erfolgreicher Führung ab: Menschenkenntnis.
Er hätte Ratgeber und Vertraute mit Format gebraucht - und die Bereitschaft,
auf sie zu hören. Stattdessen umgibt er sich im vatikanischen Palast, dem
prächtigsten Hochbunker der Welt, mit mediokren Einflüsterern. Am liebsten
verlässt er sich auf die eigene Unfehlbarkeit - nicht die des Amtes, sondern
des Intellekts. Wer etwa in seinem "Jesus"-Buch das Fallbeil sausen
hört, mit dem Seine Heiligkeit so manche Theologieprofessoren hinrichtet, seine
ehemaligen Kollegen, der ahnt, warum dieser Papst von einem Verhängnis zum
nächsten schliddert - und warum das auch so bleiben wird.
Der nicht-katholischen Welt kann es
egal sein, Kirchenkritiker dürfen sich gar freuen,
weil ihnen der Pontifex maximus höchstpersönlich die Vorlagen liefert. Aber für
Benedikts Kirche ist es ein Elend und für den Papst der größtmögliche Rückfall
hinter seinen Auftrag. Menschenfischer sollten die Apostel nach dem Willen Jesu
sein. Joseph Ratzinger dagegen ist der Direktor eines Fischereimuseums. Er
pflegt die historischen Exponate - und vernachlässigt die Fische. Joachim Frank
FR 20
Italien. Der Leichnam des Volksheiligen Padre Pio (1887-1968) ist umgebettet worden.
Der durch seine Kreuzigungswunden
bekanntgewordene Kapuzinerpater kommt aus der Krypta der Ordenskirche Santa
Maria delle Grazie in die wenige hundert Meter eigens für ihn errichtete Kirche
des Star-Architekten Renzo Piano. Im Anschluss an die Überführung fand eine
Eucharistiefeier statt, teilte der Orden im süditalienischen San Giovanni
Rotondo mit. Als Datum habe man bewusst den fünften Jahrestag der Papstwahl von
Papst Benedikt XVI. gewählt. Zudem beginnt an diesem Tag das 126.
Provinzkapitel der Kapuziner. Der neue Ruheort ist eine mit reichen Mosaiken
ausgestattete Krypta in der Wallfahrtskirche San Pio da Pietrelcina. Das 2004
eingeweihte Gotteshaus ist der zweitgrößte Sakralbau Italiens nach dem
Petersdom. (kap 20)
Der Papst will keinen, der mit ihm spricht
Zu allen Vorwürfen schweigt der Papst,
so böswillig sie auch sein mögen. Sein Erzrivale sprach stattdessen für ihn.
Wer berät, jetzt in der Krise, Benedikt XVI.? Inzwischen fünf Jahre im Amt, hat
er sich weitgehend abgeschottet. Die Anatomie eines Hofstaates. Von Daniel
Deckers
Es war ein Bruch mit allen liturgischen
Gepflogenheiten - und zugleich ein weiterer unfreiwilliger Beweis dafür, dass
die katholische Kirche fünf Jahre nach der Wahl von Joseph Kardinal Ratzinger
zum Papst in einer dramatischen Krise steckt. Zu Beginn des Gottesdienstes am
Ostersonntag trug Kardinal Angelo Sodano eine Ergebenheitsadresse des
Kardinalskollegiums an Benedikt XVI. vor: „Das Volk Gottes ist mit Ihnen.“
Der Papst verfolgte die Intervention
des Kardinals, der die Attacken auf den „makellosen Fels der heiligen Kirche
Christi“ als „Geschwätz“ abtat, mit unbewegter Miene. Dann dankte er mit einer
Umarmung, die dem Friedensgruß der katholischen Liturgie ähnelt. Das hässliche
Wort „Missbrauch“ trübte den vatikanischen Osterfrieden nicht.
Mikropolitik wie zur Zeit der
Spätrenaissance
Dass der Papst sich nicht mehr persönlich
äußern würde, sei zwei Wochen vor Ostern im Zusammenhang mit der
Veröffentlichung seines Briefes an die irischen Katholiken festgelegt worden,
heißt es bei ranghohen Personen in Rom. Doch auch sie wissen keine Antwort auf
die Frage, wer den Papst zum Schweigen und den Kardinal zum Reden gebracht
haben könnte - nicht zuletzt weil Sodano ein alter Widersacher Benedikts ist.
Nun waren die Handlungsmuster im
Zentrum der Kirche noch nie mit Entscheidungs- und Konfliktlösungsmechanismen
in modernen Regierungen und mit rationalem Verwaltungshandeln vergleichbar.
Johannes Paul II. konnte mit seinem
Charisma viele strukturelle Schwächen überdecken. Benedikt vermag das nicht.
Mittlerweile hat sich die Kurie vollends in einen Hof zurückverwandelt, an dem
Mikropolitik wie zur Zeit der Spätrenaissance betrieben wird.
Zwei komplett gegensätzliche Männer
Kardinal Sodano, der da am Ostersonntag
das Wort ergriff, sprach als ranghöchstes Mitglied des Kardinalskollegiums,
nicht als Freund oder Vertrauter des Papstes - im Gegenteil. Als
Kardinalstaatssekretär unter Papst Johannes Paul II. war Sodano zusammen mit
dem damaligen Papstsekretär einer der beiden stärksten Männer im Vatikan.
Ratzinger war Präfekt der Glaubenskongregation und als Sachwalter des Dogmas
der institutionelle Antipode des obersten, mit allen Wassern gewaschenen
Kirchendiplomaten Sodano.
Die beiden Männer waren selten einer
Meinung. In den neunziger Jahren beispielsweise war Ratzinger für, Sodano gegen
den Ausstieg der deutschen Bischöfe aus der gesetzlichen Schwangerenberatung.
Als der von Papst Johannes Paul II. und seiner Entourage protegierte Wiener
Erzbischof Hans Hermann Groer Mitte der Neunziger in den Verdacht geriet, sich
an jungen Männern vergangen zu haben, war es Ratzinger, der auf eine Untersuchung
drang. Im Vorzimmer des Papstes war kein Durchkommen.
Erst 2001 gelang es Ratzinger, die
Zuständigkeit seiner Behörde für alle Fälle sexueller Übergriffe von
Geistlichen auf Minderjährige zu erhalten.
Nach seiner Wahl griff er hart durch
Nach seiner Wahl zum Papst im April
2005 machte Ratzinger kurzen Prozess. 2006 verurteilte er den Gründer der
„Legionäre Christi“, Marcel Maciel Degollado, zu einem „Leben des Gebetes und
der Buße“. Der Mexikaner hatte sich an Seminaristen vergangen - und Sodano hatte
lange Zeit seine schützende Hand über den auch von Johannes Paul II.
geschätzten Ordensgründer gehalten.
Gleichzeitig ersetzte Benedikt auch den
Kardinalstaatssekretär und seine Seilschaft aus Norditalien weitgehend mit
Leuten seines Vertrauens. Allen voran machte er seinen langjährigen engsten
Mitarbeiter in der Glaubenskongregation, Tarcisio Bertone, zum
Kardinalstaatssekretär.
Bertone war auf Reisen
Bertone war am Ostersonntag nicht auf
dem Petersplatz zu sehen. Am Dienstag tat er das, was er so gerne tut wie ein
Fußballspiel zu kommentieren: verreisen. Dass er keine Fremdsprache spricht,
dämpft seine Reiselust nicht. Die aber ist so übermächtig, dass er als zweiter
Mann im Vatikan und Leiter der wichtigsten Behörde nicht nur in den Augen
seines Vorgängers Sodano ein Versager ist.
Auch Kardinäle, die wie der Kölner
Joachim Kardinal Meisner mit dem Papst auf gutem Fuß stehen, sind längst bei
Benedikt vorstellig geworden, um ihm die Trennung von Bertone nahezulegen.
Ratzinger hat dieses Ansinnen bislang weit von sich gewiesen.
Warum der Auftritt Sodanos?
Was also spielte sich wirklich am
Ostersonntag auf den Stufen des Petersdomes ab, und was sagt dieser Vorfall
über die inneren Verhältnisse des Vatikans? Enthielt Sodanos Auftritt die
versteckte Botschaft an seinen alten Widersacher, dass noch immer mit ihm zu
rechnen sei? Könnte er seine Stellung nur genutzt haben, um seinen Nachfolger
im Staatssekretariat öffentlich zu düpieren?
Oder symbolisierte der Friedensgruß des
82 Jahre alten Sodano mit dem Papst, der am gestrigen Samstag 83 Jahre alt
wurde, nur dasselbe autistische Verhältnis gegenüber der modernen Welt, das
einst auch die Greise in den Politbüros der kommunistischen Diktaturen an den
Tag gelegt hatten?
Jede dieser Interpretationen macht in
diesen Tagen in Rom die Runde. Nur eine wird ausgeschlossen: dass Sodano dem
Papst ehrlichen Herzens beispringen wollte. Stattdessen heißt es: Wie es
wirklich zu dem Auftritt Sodanos kam, weiß womöglich nicht einmal Benedikt.
Direkten Zugang haben nur wenige
Denn was in der Welt und auch in Rom
geschieht, gelangt zum Papst nur vorsortiert über den Schreibtisch seines
Privatsekretärs Georg Gänswein oder aus dem Mund einiger weniger Vertrauter wie
seines Bruders Georg Ratzinger, der schon seit längerem in Rom weilt. „Giorgionismo“
lautet in Anspielung auf die beiden Georgs die italienisch-spöttische
Beschreibung jener von Benedikt selbst erzeugten hermetischen Abgeschlossenheit
seines engsten Umfeldes.
Zu dienstlichen Besprechungen sieht
dieser Papst wie auch sein Vorgänger regelmäßig nur die Präfekten der Glaubens-
und der Bischofskongregation. Direkten Zugang haben nur Bertone und wohl auch,
alter Gewohnheit folgend, der zweite Mann im Staatssekretariat, Erzbischof
Fernando Filoni. Gerne hört der Papst den Rat des Großrektors der
Lateran-Universität und Präsidenten der „Akademie für das Leben“, Erzbischof
Rino Fisichella.
Ratzinger will es privat
Alle anderen Kurienkardinäle, wie der
deutsche, kirchenpolitisch überaus wichtige Ökumene-Minister Kasper, müssen oft
Wochen, wenn nicht Monate auf Audienzen beim Papst warten. Unvorstellbar ist
unter Benedikt, dass einfache Monsignori aus den vatikanischen Behörden an den
Tisch des Papstes gebeten werden und dort aufgefordert werden, zu berichten,
was ihnen auf dem Herzen liegt. So war es bei Johannes Paul II.
Ratzinger schätzt die Privatheit höher
als sein Vorgänger. Er ist mittlerweile fast so alt, wie es Johannes Paul II.
bei seinem Tod im Frühjahr 2005 war, und von dem Wunsch beseelt, den zweiten
Band seines Jesus-Buches fertigzustellen.
Die Rechte weiß nicht, was die Linke
tut
Gänzlich unüblich ist es auch, dass die
wichtigsten Kurienkardinäle frühzeitig in Entscheidungsprozesse einbezogen
werden. Von der Übung, Besprechungen im Stil von Kabinettssitzungen abzuhalten,
ist Benedikt nach bescheidenen Anfängen während seines ersten Amtsjahres
abgerückt.
Seit Jahren weiß in der Kurie deshalb
die Rechte nicht, was die Linke tut. Das bekommt vor allem der Sprecher des
Vatikans, Federico Lombardi, zu spüren. Selbst wenn der Jesuit wie sein
Vorgänger Joaquín Navarro-Valls regelmäßig Hintergrundgespräche mit
Journalisten führen wollte, er wüsste oft nichts zu berichten. Wenn überhaupt,
dann wird er als einer der Letzten ins Bild gesetzt.
Ratzinger schweigt
Die Kommunikation innerhalb des
Vatikans nahe der Nulllinie, die Kommunikation nach außen trotz der
katastrophalen Versäumnisse im Zuge der Rehabilitation der Pius-Bischöfe
unverändert - und dann ein undurchsichtiges Schauspiel wie das auf dem
österlichen Petersplatz.
Im März vergangenen Jahres schrieb der
Papst nach Wochen medialer Belagerung einen persönlich gehaltenen Brief, klagte
über die „sprungbereite Feindseligkeit“ der Medien und erläuterte die Motive,
die ihn veranlasst hatten, die Exkommunikation der Bischöfe der Pius-Bruderschaft
aufzuheben. Jetzt schweigt er zu allen Vorwürfen, die seine Person betreffen,
so böswillig sie auch sein mögen.
Die Vorwürfe sind zahlreich
Hat Ratzinger als Erzbischof von
München und Freising den Einsatz eines pädophilen Priesters in der Seelsorge
gutgeheißen, wie mittlerweile suggeriert wird? Oder haben nicht jene recht, die
immer darauf beharrten, dass Ratzinger auch in München eher der Professor blieb
als ein Bischof wurde, der sich um Land und Leute kümmerte?
Hat Ratzinger als Präfekt der
vatikanischen Kongregation der Glaubenslehre, wie die „New York Times“ jüngst
zu berichten wusste, zu Beginn der achtziger Jahre mit fadenscheinigen
Argumenten die Entlassung eines wegen sexueller Übergriffe rechtskräftig
verurteilten amerikanischen Priesters aus dem Klerikerstand hinausgezögert?
Oder waren Ratzinger durch die Linie
von Johannes Paul II. die Hände gebunden, die Hürden für die Laisierung von
Priestern so hoch wie möglich zu legen, nachdem es unter Papst Paul VI. viele
Jahre lang massenhafte Entlassungen von Geistlichen gegeben hatte?
Die Implosion steht bevor
Jetzt rächen sich viele bedenkliche
Entwicklungen während des langen Pontifikats von Johannes Paul II., etwa die
Präferenz Roms für rechtgläubige, aber führungs- und leitungsschwache Bischöfe.
Und der allzu laxe Umgang mit dem Problem Pädophilie - bis Joseph Kardinal
Ratzinger am Hof so viel Macht gewonnen hatte, dass er „die anderen“ verdrängen
konnte.
Am Montag beginnt Jahr sechs des
Pontifikats von Benedikt XVI. Es steht im Zeichen einer Implosion von
Strukturen wie zuletzt 1870 nach dem Untergang des Kirchenstaates. Fas 20
Missbrauch. Strafe auf katholisch
Freiburg. Ein katholischer Priester,
der minderjährige Mädchen missbraucht haben soll, ist offenbar in die Deutsche
Auslandsseelsorge nach Washington versetzt worden, um ihm eine "Zeit der
Besinnung" zu gewähren. Wie der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz,
Pater Hans Langendörfer, am Dienstag in Freiburg berichtete, soll der Mann in
den späten 80er und frühen 90er Jahren sexuelle Beziehungen zu weiblichen
Jugendlichen und jungen Frauen gehabt haben, die sich ihm als Seelsorger
anvertraut hatten. Der Mann habe die Taten zugegeben. Es gebe nicht den
Verdacht, dass er Mädchen unter 14 Jahren missbraucht habe. Auch gebe es keine
Hinweise darauf, dass der Priester auch in den USA junge Frauen missbraucht
habe.
Die Fälle hätten sich in der
Mädchenorganisation der Schönstatt-Bewegung abgespielt. Dort habe man
spätestens Ende 2004 davon gewusst, weil sich ein Opfer gemeldet habe. Der
Generalrektor der Priestergemeinschaft habe den Mainzer Bischof Karl Lehmann
gebeten, dem Priester wegen "Zölibatsproblemen" eine Neuorientierung
zu ermöglichen.
2006 durfte der Priester nach
Washington. Lehmann sei nicht über die Missbrauchsvorwürfe informiert worden.
Dies sei erst am 30. März geschehen. Das Bistum habe daraufhin die
Staatsanwaltschaft informiert und den Beschuldigten zurückbeordert. WOLFGANG
WAGNER
FR 21