Notiziario religioso 19-21 Aprile
2010
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,22-29) commentato da P. Lino Pedron
22 Il giorno dopo,
la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e
che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi
discepoli erano partiti. 23 Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove
avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. 24 Quando
dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì
sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla
ricerca di Gesù. 25 Trovatolo di là dal mare, gli dissero:
«Rabbì, quando sei venuto qua?».
26 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non
perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete
saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita
eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo
il suo sigillo». 28 Gli dissero
allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». 29 Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli
ha mandato».
Questa gente che
cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La
loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia
superficiale, come risulterà nel seguito del racconto.
Gesù denuncia il
vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca
meno egoistica e più spirituale. Egli li rimprovera per la loro superficialità:
nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio.
Il Cristo biasima
la loro ricerca affannosa per il cibo che perisce, ossia per il pane che sfama
il corpo, e li esorta a cercare il cibo che dura per la vita eterna. Questo
cibo dev’essere qualcosa che assomiglia all’acqua
viva che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Si
tratta quindi della rivelazione del Verbo incarnato, assimilata con una vita di
fede profondissima che conduce alla vita eterna.
In questa prima
fase del discorso, il cibo che Gesù darà rimane misterioso. In 6,51
l’evangelista specificherà che si tratta della persona del Figlio di Dio, sacrificata per l’umanità con la passione e la
morte, e donata in cibo.
L’azione del Padre
che pone il suo sigillo indelebile sul Figlio è la consacrazione solenne
dell’uomo Cristo Gesù fin dal primo istante della sua incarnazione e nel suo
battesimo al Giordano.
"Che cosa
dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v. 28). In
questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle
opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il
possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona.
In questo brano
sembra riecheggiare la polemica di Paolo contro le opere della legge a favore
della fede: con le opere della legge nessun uomo può essere giustificato
davanti a Dio (Rm 3,20); infatti
si è giustificati non dalle opere, ma dalla fede, indipendentemente dalle opere
(Rm 3,27-28; Gal 2,16; 3,5).
L’oggetto di
questa fede è colui che Dio ha inviato, Gesù. L’unica
opera che l’uomo deve compiere è credere nell’inviato di Dio. La fede di cui
parla il vangelo è dono di Dio. L’uomo ha però la sua responsabilità perché può
anche rifiutare questo dono. Quindi la fede è anche
opera dell’uomo. De.it.press
Martedì 20. Il commento al Vangelo. “Io sono il pane della vita”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,30-35) commentato da P. Lino Pedron
30 Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e
possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna
nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non
Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo,
quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende
dal cielo e dà la vita al mondo». 34 Allora gli dissero:
«Signore, dacci sempre questo pane». 35 Gesù rispose:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me
non avrà più sete.
I giudei
pretendono di fondare la loro fede sull’esperienza di prodigi straordinari.
Nella mentalità giudaica i segni sono visti nella linea delle opere e devono
essere simili a quelli operati da Mosè quando liberò Israele dalla schiavitù
dell’Egitto.
I galilei citano
uno dei prodigi dell’esodo per indicare a Gesù in quale direzione deva operare
i suoi segni per esigere la loro fede. Egli deve compiere un prodigio simile a
quello della manna. Il testo più vicino alla citazione è il Sal
78,24: "Fece piovere loro la manna da mangiare e diede loro il pane del
cielo".
Il cibo divino
della rivelazione escatologica piena e perfetta non è dono di Mosè, ma è offerto
dal Padre nel dono del suo Figlio. Questo pane dal cielo è chiamato veritiero
perché contiene la verità, cioè la rivelazione definitiva della vita divina che
si identifica con la persona di Gesù. Questo pane dal
cielo è dunque una persona: è Gesù che dà la vita al
mondo. Tutti gli uomini possono trovare vita e salvezza nel Figlio di Dio.
La replica finale
dei giudei (v. 34) sembra piena di fede. In realtà non
credono affatto in Gesù e intendono il pane dal cielo come alimento
terreno; non hanno afferrato per nulla il senso della rivelazione del Verbo
incarnato nella sua persona divina. Appena il Maestro chiarirà ulteriormente il
suo pensiero, proclamandosi come il pane della vita disceso dal cielo (vv. 36 ss), i giudei
manifesteranno la loro incredulità (Gv 6,41-42).
Gesù chiarisce il
suo pensiero dichiarando esplicitamente di essere il pane di Dio, fonte della
vita. Ora non ci sono più equivoci: il pane di Dio, disceso dal cielo per dare la vita all’umanità, è Gesù.
La frase: "Io
sono il pane della vita" confrontata con "Io sono…
la verità e la vita" (Gv 14,6) ci fa comprendere
che il pane dal cielo è la parola, la rivelazione di Gesù, ossia la verità.
Gesù è la verità della vita eterna, manifesta e comunica la vita
di Dio.
Il Verbo incarnato
è l’unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per
questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità
(Gv 7,37).
"Chi viene a
me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell’unico
atteggiamento di fede. La fede è l’orientamento della vita verso la persona di
Gesù. De.it.press
Mercoledì 21. Il commento al Vangelo. “Chi viene a me non avrà più fame”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,35-40) commentato da P. Lino Pedron
35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non
avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho
detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene
a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia
volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda
nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il
Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo
giorno».
L’incomprensione
da parte dei giudei porta Gesù ad affrontare più esplicitamente l’argomento
della sua identità con parole chiare che mettono tutti davanti a scelte
concrete. "Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non
avrà più fame e chi crede in me non avrà più
sete" (v. 35). E’ lui il pane venuto dal cielo per nutrire e sostenere il
nuovo popolo di Dio. E’ lui il dono d’amore fatto dal Padre ad
ogni uomo, pellegrino nel deserto del mondo. E’ lui la Parola che dà la vita eterna.
Gesù denuncia la
mancanza di fede dei giudei. Essi hanno ascoltato le sue parole e hanno visto i
segni operati da lui, ma rifiutano di aderire a lui.
In questo brano
Gesù spiega il motivo ultimo dell’incredulità dei giudei: essi non fanno parte
del gruppo di coloro che il Padre ha dato al suo Figlio. Il Padre vuole la
salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate al Figlio, e questa
salvezza è la risurrezione nell’ultimo giorno.
Il dono della vita
eterna e della risurrezione nell’ultimo giorno è legato a una condizione:
contemplare il Figlio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo
di una fede profonda che orienta tutta l’esistenza verso la persona di Gesù. De.it.press
Il Papa a Malta. Sulle onde di Paolo
Il primo giorno
nell’isola dove sostò naufrago l’Apostolo delle Genti Benedetto XVI è da ieri
(17 aprile) a Malta e oggi farà ritorno a Roma. Si tratta del suo 14°
viaggio internazionale, l’ottavo nel Continente europeo. La breve visita
apostolica s'incornicia nel 1950° anniversario del naufragio di San Paolo sull’isola.
Due i discorsi del Papa nella prima giornata del viaggio:
all’aeroporto internazionale di Luqa e alla grotta di
San Paolo, a Rabat.
Un ruolo chiave. “Malta – ha detto Benedetto XVI, all'arrivo all’aeroporto
internazionale di Luqa - è stata un crocevia di molti
dei grandi eventi e degli scambi culturali nella storia europea e mediterranea,
fino ai nostri stessi giorni. Queste isole hanno giocato un ruolo chiave
nello sviluppo politico, religioso e culturale dell’Europa, del Vicino Oriente
e del Nord Africa”. A questi lidi,
“secondo gli arcani disegni di Dio”, il Vangelo fu recato “da san Paolo e dai
primi seguaci di Cristo. La loro opera missionaria ha
portato molti frutti lungo i secoli, contribuendo in innumerevoli modi a
plasmare la ricca e nobile cultura di Malta”. Ricordando la “grande
importanza strategica” di Malta, in tempi recenti come in passato, il Santo
Padre ha sottolineato: “Voi continuate a giocare un
valido ruolo nei dibattiti odierni sull’identità, la cultura e le politiche
europee. Allo stesso tempo, sono lieto di rilevare l’impegno del Governo nei
progetti umanitari ad ampio raggio, specialmente in Africa. E’
da auspicare vivamente che ciò possa servire per promuovere il benessere dei
meno fortunati di voi, quale espressione di genuina carità cristiana”.
Ponte tra popoli e
culture. Secondo il Papa, “Malta ha molto da offrire in campi diversi, quali la
tolleranza, la reciprocità, l’immigrazione ed altre
questioni cruciali per il futuro di questo Continente. La vostra Nazione
dovrebbe continuare a difendere l’indissolubilità del matrimonio quale
istituzione naturale e sacramentale, come pure la vera natura della famiglia,
come già sta facendo nei confronti della sacralità della vita umana dal
concepimento sino alla morte naturale, e il vero rispetto che si deve dare alla
libertà religiosa secondo modalità che portino ad un
autentico sviluppo integrale sia degli individui sia della società”.
Considerando, poi, gli “stretti vincoli con il Vicino Oriente, non soltanto in
termini culturali e religiosi, ma anche linguistici”, il Pontefice ha
incoraggiato “a porre questo insieme di abilità e di punti di forza a favore di
un suo uso più grande, per poter servire da ponte
nella comprensione tra i popoli, le culture e le religioni presenti nel Mediterraneo”.
“Molto deve essere ancora fatto per costruire rapporti di genuina fiducia e di
dialogo fruttuoso – ha osservato -, e Malta si trova in buona posizione per
stendere la mano dell’amicizia ai propri vicini a nord e a sud, ad est e ad ovest”. Nel suo discorso all'aeroporto,
Benedetto XVI ha anche ricordato il “ruolo indispensabile che la fede cattolica
ha avuto nello sviluppo” di Malta e “le vite di santità che hanno portato i
maltesi a donare se stessi per il bene degli altri”, tra cui Dun ?or? Preca, canonizzato tre
anni fa.
Un segno
indelebile. “Il naufragio di Paolo e la sua sosta per tre mesi a Malta hanno
lasciato un segno indelebile nella storia del vostro Paese”, ha evidenziato il
Santo Padre, nella visita alla grotta di san Paolo, a Rabat. Grazie alla
presenza dell'Apostolo delle genti, “il Vangelo di Gesù Cristo si radicò
saldamente e portò molto frutto non soltanto nella vita degli individui, delle
famiglie e delle comunità, ma anche nella formazione dell’identità nazionale di
Malta, come pure nella sua vibrante e particolare cultura”. Le fatiche
apostoliche di Paolo “portarono pure una ricca messe nella generazione di
predicatori che seguirono le sue orme, e particolarmente nel gran numero di
sacerdoti e religiosi che imitarono il suo zelo missionario lasciando Malta per
andare a portare il Vangelo in lidi lontani”. Un ringraziamento e un
incoraggiamento sono stati rivolti ai tanti missionari presenti nella chiesa di
San Paolo. Come è stato per la vita dell'Apostolo
delle genti, “la parola del Vangelo ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle
nostre vite e di cambiarne il corso. Oggi lo stesso Vangelo che Paolo predicò
continua a esortare il popolo di queste isole alla conversione, ad una nuova vita e ad un futuro di speranza”.
La sfida dell'evangelizzazione.
Il Papa ha invitato tutti “a far propria la sfida esaltante della nuova
evangelizzazione”, in particolare ha esortato genitori, insegnanti e catechisti
a introdurre “i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica,
offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad
una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa”. Per
Benedetto XVI, “il mondo ha bisogno di tale testimonianza!”. Di fronte “a così
tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e
della famiglia”, i nostri contemporanei hanno bisogno “di essere costantemente
richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione
sublime che abbiamo ricevuto in Cristo” e “la società di riappropriarsi e di
difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica
libertà e del genuino progresso”, ha concluso. Sir 18
Malta, dal Papa otto vittime di abusi. «Ratzinger piangeva per l'emozione»
Il Pontefice:
«Provo vergogna». Uno degli otto che lo hanno
incontrato: «Mi sono sentito liberato da un peso»
FLORIANA (MALTA) -
Alla fine l'incontro tra Benedetto XVI e alcune vittime maltesi di preti
pedofili c'è stato. E si è svolto a porte chiuse
domenica nella nunziatura apostolica di Rabat, dove il Santo Padre è tornato
per pranzo a conclusione di una messa celebrata di fronte a 40 mila fedeli a Floriana. Benedetto XVI a Malta ha
incontrato «un piccolo gruppo di persone che sono state abusate sessualmente da
esponenti del clero», ha reso noto la sala stampa vaticana con una nota in
inglese. «Egli era profondamente commosso dalle loro storie ed ha espresso la
sua vergogna e il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ha pregato con loro ed ha garantito loro che
la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere per
indagare le accuse, assicurare alla giustizia coloro che sono
responsabili degli abusi e applicare effettivamente le misure tese a
salvaguardare i giovani in futuro. Nello spirito della sua recente lettera ai
cattolici d’Irlanda - conclude la nota del Vaticano -
ha pregato affinché tutte le vittime degli abusi sperimentino la guarigione e
la riconciliazione, permettendo loro di andare avanti con rinnovata speranza».
«Ho visto il Papa piangere di emozione e mi sono sentito liberato da un grande
peso» lo ha riferito una delle otto vittime di abusi
ricevute da Benedetto XVI a Malta, Lawrence Grech.
«Non mi aspettavo scuse dal Papa - ha detto - ma ho visto in lui e nel vescovo
di Malta l'umiltà di una Chiesa che in quel momento rappresentava tutto il
problema della Chiesa moderna». Il Papa, ha raccontato Grech,
«ha appoggiato la mano sulla testa di ciascuno dei
partecipanti all'incontro, benedicendoli. Io mi sento liberato e sollevato da
un grande peso». «Da tanto tempo non andavo più a
messa e avevo perso la fede - ha detto ancora - ma ora mi sento un cattolico
convinto». L'incontro con il Papa - ha concluso - è
stato «il più grande regalo mai ricevuto dopo la nascita di mia figlia»,
nonostante il fatto che l'appuntamento gli abbia impedito di partecipare alla
festa della piccola, che oggi celebrava con la famiglia il suo terzo
compleanno.
GLI ULTIMI
INCONTRI NEGLI STATI UNITI E IN AUSTRALIA - A quanto riferisce il Times of Malta, le vittime
maltesi di preti pedofili erano otto ed erano scortate dalla polizia. Tra di
essi, c’era il loro portavoce Lawrence Grech. Erano
accompagnati da monsignor Anton Gouder, pro-vicario
generale di Malta. Sinora il Vaticano non aveva né escluso né confermato che
tale incontro sarebbe avvenuto, tenuto conto del breve lasso
di tempo che il Papa trascorre a Malta, sabato e domenica. Benedetto XVI aveva già incontrato delle vittime di preti pedofili nei
suoi viaggi negli Stati Uniti e in Australia. Nella recente lettera ai
cattolici irlandesi sul tema della pedofilia, Ratzinger aveva affermato di
essere disponibile ad incontrare altre vittime. Ai
giornalisti che lo incalzavano di domande circa un nuovo incontro a Malta, il
portavoce vaticano Federico Lombardi aveva risposto: «Anche in passato ne ha
fatti, ma sempre in un clima che era chiaramente e intenzionalmente di
raccoglimento e discrezione, non sotto una pressione di carattere mediatico, in
modo da avere possibilità di ascolto e comunicazione personale». Nei giorni
scorsi dieci uomini, che affermano di essere stati abusati quando erano bambini
da alcuni sacerdoti nell’orfanotrofio St Joseph di Sta Vanera,
avevano chiesto all’arcivescovo della Valletta Paul Cremona di incontrare il
Papa. I vescovi dell’isola hanno creato un «response team» che da undici anni ha raccolto le
denunce di 84 casi di abusi da parte di una quarantina di sacerdoti.
40 MILA FEDELI - L'incontro con le vittime di preti pedofili ha seguito
la messa celebrata dal Papa a Floriana. Oltre 40 mila persone hanno affollato di buon'ora il piazzale dei
Granai, dove Benedetto XVI, prima dell'incontro con le vittime dei preti
pedofili, ha celebrato la messa in occasione della sua visita sull'isola. La
piazza più grande di Malta non è stata sufficiente ad accogliere i fedeli che
volevano partecipare alla celebrazione presieduta dal Pontefice concelebrata da
800 sacerdoti. Molti gli striscioni di benvenuto e le bandiere, mentre non è
stato visto alcun segno delle contestazioni che erano state ventilate da
settori isolati prima dell'arrivo del pontefice.
«I PRETI DEVONO
RISPETTARE LA MISSIONE RICEVUTA» - Benedetto XVI, 83
anni martedì, non ha fatto riferimento esplicito allo scandalo degli abusi su
minori, affermando solo che i preti devono «rispettare la missione che hanno
ricevuto». Al contrario, l'arcivescovo di Malta, Paul Cremona, ha parlato
direttamente dello scandalo pedofilia che sta intaccando la credibilità
della Chiesa a Malta e non solo. Nel suo discorso davanti al Pontefice
all'inizio della messa, Cremona ha parlato della necessità di «una chiesa
abbastanza umile da riconoscere gli errori e i peccati dei suoi membri».
«VOGLIONO
CONVINCERCI A RINUNCIARE A FEDE» -«Molte voci cercano
di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e
di scegliere da se stessi i valori e le credenze con i quali vivere» ha
sottolineato il Papa durante l'omelia. «Se siamo
tentati di credere a loro, dovremmo ricordare - ha suggerito ai fedeli - un
episodio raccontato dal Vangelo: quello dei discepoli, esperti pescatori, che
hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce. Poi,
quando Gesù è apparso sulla riva, ha indicato loro dove pescare e hanno potuto
realizzare una pesca così grande, che a stento potevano
trascinarla». «Lasciati a se stessi - ha commentato Ratzinger - i loro sforzi
erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una
grande quantità di pesci». «Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra
fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre - ha concluso - grandi frutti».
TECNOLOGIA NON PUÒ
SALVARCI DAL MALE, SOLO DIO - La «tecnologia avanzata» non può «rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci
assalgono» ha aggiunto il Pontefice nell'omelia della messa celebrata a Floriana. «Siamo tentati di pensare - ha affermato il Santo
Padre - che l'odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad
ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo
interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed
abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, colo lui può
guidarci tra le tempeste della vita ed solo lui può
condurci in un porto sicuro, come ha fatto per Paolo ed i suoi compagni, alla
deriva delle coste di Malta».
IL DONO ALL'ICONA
-Dopo la messa Benedetto XVI ha donato una rosa d'oro all'icona della Vergine
più venerata di Malta, Nostra Signora di Tà Pinu portata a Floriana da Gozo.
Il Papa ha voluto anche «salutare tutti i pellegrini di lingua italiana qui
presenti oggi in questa felice occasione, specialmente quelli che sono giunti
da Lampedusa e Linosa». «Grazie - ha detto loro in
italiano - per essere venuti a condividere questo momento di celebrazione e di
preghiera con i fratelli e le sorelle maltesi. Che l'Apostolo Paolo, del quale
commemoriamo l'anniversario della presenza in queste isole, sia per voi un
esempio di fede salda e coraggiosa di fronte alle avversità. Su tutti voi e sui
vostri familiari a casa, ben volentieri invoco
abbondanti Benedizioni del Signore per un felice e santo tempo di Pasqua». CdS 18
Il Papa a Malta. Un dono da condividere
Il secondo giorno
dedicato alla testimonianza di fede e di carità La Santa Messa a Floriana, l'incontro con i giovani a La
Valletta, il congedo all'aeroporto di Luqa. Questi
sono stati, oggi, domenica 18 aprile, i momenti salienti della seconda e ultima
giornata della visita apostolica di Benedetto XVI a Malta, nel 1950°
anniversario del naufragio di San Paolo. Dopo la Messa, il Papa ha incontrato
presso la nunziatura apostolica alcune vittime di
abusi sessuali da parte di esponenti del clero.
Preservare fede e
valori. “Non tutto quello che il mondo oggi propone è
meritevole”, anzi “molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la
nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da se stessi i valori e le
credenze con i quali vivere. Ci dicono che non abbiamo
bisogno di Dio e della Chiesa”, ma solo “se poniamo la nostra fiducia nel
Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti”.
Lo ha affermato Benedetto XVI, nella messa sul
Piazzale dei Granai, a Floriana. “Si è tentati di
pensare – ha aggiunto - che l’odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci
assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra
vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal
male, solo lui può guidarci tra le tempeste della vita e solo lui può condurci ad un porto sicuro”. In ogni ambito della nostra vita “necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio”. Con Dio, ha
evidenziato il Santo Padre, “possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo
fare nulla”. Di qui l'invito a preservare la fede e i valori che vi sono stati
trasmessi da San Paolo: “Continuate ad esplorare la
ricchezza e la profondità del dono di Paolo e procurate di consegnarlo non solo
ai vostri figli, ma a tutti coloro che incontrate oggi. Ogni
visitatore di Malta dovrebbe essere impressionato dalla devozione della sua
gente, dalla fede vibrante manifestata nelle celebrazioni nei giorni di festa,
dalla bellezza delle sue chiese e dei suoi santuari”. Ma
quel dono “ha bisogno di essere condiviso con altri, ha bisogno di essere
espresso”.
Una rosa per
Maria. Prima della recita del Regina Caeli, il Papa ha ricordato “la particolare devozione del
popolo maltese alla Madre di Dio, espressa con grande fervore a Nostra Signora
di Ta’ Pinu e sono lieto di avere l’opportunità di
pregare davanti alla sua immagine, portata qui appositamente da Gozo per questa
occasione. Sono inoltre compiaciuto di presentare una Rosa
d’Oro a lei, come segno del nostro filiale affetto, che condividiamo per la
Madre di Dio”. Il Pontefice ha, quindi, chiesto di pregarla in
particolare “con il titolo di Regina della famiglia”, titolo
aggiunto alle Litanie Lauretane da Giovanni Paolo II.
“Non abbiate
paura!”. Un invito a non avere paura il Santo Padre lo ha
rivolto ai giovani, nell'incontro pomeridiano sulla Banchina del Porto Grande
de La Valletta. “Nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e
diventare più perfetti”. San Giovanni “ci dice che questo
amore perfetto scaccia il timore. E perciò dico a tutti voi
'Non abbiate paura!'”. A Malta “vivete in una società
che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste
essere orgogliosi che il vostro Paese difenda sia il bambino non ancora nato,
come pure promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no all'aborto e
al divorzio”. Di qui l'esortazione “a mantenere questa
coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del
matrimonio e della vita famigliare per una società sana. A Malta e a
Gozo le famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri
anziani ed infermi, ed accolgono i bambini come doni
di Dio”. Altre nazioni, ha sostenuto Benedetto XVI, “possono imparare dal
vostro esempio cristiano”. È necessario perché “nel contesto
della società europea, i valori evangelici ancora una volta stanno
diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di San Paolo”.
Pensiero per i
migranti. Un ultimo incoraggiamento “a coltivare una profonda coscienza della
vostra identità ed accogliere le responsabilità che ne
discendono, specialmente promuovendo i valori del Vangelo che vi offrono una
chiara visione della dignità umana e della comune origine, nonché destino, del
genere umano”. Lo ha dato Benedetto XVI, nella
cerimonia di congedo all’Aeroporto internazionale di Luqa.
“Siate un esempio, sia qui che altrove, di una
dinamica vita cristiana. Siate fieri della vostra vocazione cristiana e
conservate con cura la vostra eredità religiosa e culturale. Guardate
al futuro con speranza, con profondo rispetto per la creazione di Dio, ossequio
per la vita umana, alta stima per il matrimonio e l’integrità della famiglia!”,
è stato l'invito. Posta nel cuore del Mediterraneo, a Malta arrivano
molti migranti, ha ricordato il Papa, consapevole “delle difficoltà che possono
causare l’accoglienza di un gran numero di persone” e “che non possono essere
risolte da alcun Paese di primo approdo, da solo”. Ma il Pontefice è “fiducioso
che, contando sulla forza delle radici cristiane e sulla lunga e fiera storia
di accoglienza degli stranieri, Malta cercherà, con il sostegno di altri Stati
e delle organizzazioni internazionali, di venire in soccorso di quanti qui
arrivano ed assicurarsi che i loro diritti siano
rispettati”. Sir 18
In migliaia a Malta accolgono il Papa. "Siate baluardo cattolico nella Ue"
Benedetto XVI è arrivato sull'isola alle 17. Obiettivo
principale del viaggio, visitare i luoghi dell'apostolo Paolo, promuovere i
valori della tolleranza soprattutto nei confronti degli immigrati. Il
ritorno a Roma è previsto già per domani sera, all'aeroporto di Ciampino.
Napolitano gli ha augurato "pieno successo" per la missione apolistolica
CITTA' DEL
VATICANO - E' stato salutatato da una folla festante
Papa Benedetto XVI a Malta, da migliaia di giovani delle scuole cattoliche che
cantavano "Tanti auguri a te" e da striscioni con
su scritto "Welcome, Holy Father". Benedetto XVI è
arrivato alle 17 all'aeroporto internazionale di Luqa
a Malta, circa un'ora e mezza dopo essere partito da Fiumicino. Ad accoglierlo il presidente della Repubblica, George Abela, con la moglie, e il presidente della conferenza
episcopale maltese, monsignor Paul Cremona. "Santo
Padre, il nostro inno è una preghiera": sono state le prime parole rivolte
al Papa da Abela. Mentre il Papa, nel suo primo
intervento già all'aeroporto, ha chiesto ai fedeli che lo hanno
accolto che "Malta sia un baluardo per la difesa dei valori cristiani in
un'Europa sempre più secolarizzata".
"Avete - ha
detto Benedetto XVI - molto da offrire in campi diversi, quali la tolleranza,
la reciprocità, l'immigrazione ed altre questioni
cruciali per il futuro di questo Continente. La vostra Nazione dovrebbe
continuare a difendere l'indissolubilità del matrimonio quale istituzione
naturale e sacramentale, come pure la vera natura della famiglia, come già sta
facendo nei confronti della sacralità della vita umana dal concepimento sino
alla morte naturale, e il vero rispetto che si deve dare alla libertà religiosa
secondo modalità che portino ad un autentico sviluppo
integrale sia degli individui sia della società".
Secondo il Papa,
ad assegnare questo compito a Malta è la storia stessa: il Vangelo, arrivato a
Malta con San Paolo 1950 anni fa "ha portato molti frutti lungo i secoli,
contribuendo in innumerevoli modi a plasmare la ricca e nobile cultura di
Malta". La visita nasce infatti proprio dal
desiderio di Benedetto XVI di un pellegrinaggio nei luoghi dove 1950 anni fa,
colpito da una tempesta mentre navigava verso Roma, naufragò San Paolo, e dove
l'apostolo riuscì in soli tre mesi a creare una fiorente comunità cristiana. Un
luogo ideale, pertanto, da cui far partire quel "rinnovamento dei doni
dello spirito sul popolo di Dio" invocato più volte in questi giorni dal
pontefice ferito dal "peccato" dei preti pedofili e bersaglio di imponenti attacchi mediatici.
Immigrazione e
valori cristiani sono i temi indicati prima della partenza come temi privilegiati. Valori che costituiscono "questioni
cruciali per il futuro di questo continente", ha
ribadito il Papa nel suo primo intervento a Malta. E' necessario, ha detto
ancora Benedetto XVI, ''stendere la mano dell'amicizia
ai propri vicini a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest'' e in questo processo
l'isola di Malta può ''servire da ponte nella comprensione tra i popoli, le
culture e le religioni presenti nel Mediterraneo'', per ''costruire rapporti di
genuina fiducia e di dialogo fruttuoso''. Mentre poco prima, in aereo,
rivolgendosi ai giornalisti, ha fatto riferimento alla vicenda della pedofilia,
affermando che la Chiesa è stata "ferita dai nostri peccati".
La Valletta, Floriana e Rabat saranno le prime località ad essere attraversate oggi pomeriggio e stasera dalla papamobile, che sarà il mezzo di trasporto utilizzato da
Benedetto XVI in ognuno degli spostamenti di questo suo 14esimo viaggio
apostolico. L'evento centrale di oggi pomeriggio è la visita alla Grotta di San
Paolo: un piccolo anfratto roccioso, oggi sormontato da una chiesa, che la
tradizione ricorda e conserva come il luogo dove
l'Apostolo visse a Malta prima di ripartire per Roma. Numerosi i giornalisti
stranieri - circa 200 quelli accreditati - anche se la nube di cenere del
vulcano islandese, che ha provocato la cancellazione di migliaia di voli
internazionali, ha costretto molti cronisti della
visita papale a ritardare l'arrivo o a cercare alternative.
Domenica il Papa
celebrerà una messa sul Piazzale dei Granai a Floriana,
dove poi reciterà il Regina Coeli.
Dopo un pranzo con i vescovi alla Nunziatura di Rabat, percorrerà un breve
tragitto in catamarano per raggiungere la Banchina di La
Valletta dove incontrerà i giovani. Alle 18:40 la cerimonia di congedo e alle
19:10 la partenza per Roma, dove l'arrivo, all'aereoporto
di Ciampino, è previsto per le 20:45. Importanti le misure di
sicurezza disposte all'arrivo, con 2.000 uomini schierati sull'isola, tra
esercito e forze dell'ordine. Temute inoltre contestazioni collegate
allo scandalo sulla pedofilia.
Il presidente
della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato a Benedetto XVI un messaggio
alla vigilia della partenza per augurargli "pieno successo" del
viaggio a Malta. LR 17
Benedetto XVI. Fin dai primi momenti
Il filo che ha
attraversato cinque anni Ore 17.50 del 19 aprile 2005, la fumata bianca.
Ore18.43,
l'annuncio: "Habemus Papam…".
Ore 18.48,
Benedetto XVI, preceduto dalla Croce, si affaccia alla
Loggia delle benedizioni per salutare e impartire la benedizione apostolica
"Urbi et Orbi". Dice alle persone che gremiscono piazza san Pietro: "Hanno
eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche
con strumenti insufficienti…".
Dopo 3 giorni, 22 aprile, Benedetto XVI riceve in udienza i
cardinali: riprende il pensiero del 19 aprile. "Se da una parte mi sono presenti
i limiti della mia persona e delle mie capacità - afferma - dall'altra so bene
qual è la natura della missione che mi è affidata e che mi accingo a svolgere
con atteggiamento di interiore dedizione. Non si
tratta qui di onori, bensì di servizio da svolgere con semplicità e
disponibilità, imitando il nostro Maestro e Signore, che non venne
per essere servito ma per servire".
Intende continuare
con quella mitezza e quella fermezza che, da sempre nel suo dna, si traducono in un volto sereno, in un linguaggio mite, in un
insegnamento essenziale: sono i tratti di un padre che traduce l'amore per i
figli in incoraggiamento e richiesta esigente perché diventino grandi.
Il giorno dopo
l'incontro con i cardinali, 23 aprile 2005, il Papa riceve i rappresentanti dei
mezzi di comunicazione sociale da tempo a Roma per le
esequie di Giovanni Paolo II, il Conclave, e la sua elezione.
Dice loro:
"Perché gli strumenti di comunicazione sociale possano rendere un positivo
servizio al bene comune, occorre l'apporto responsabile di tutti e di ciascuno. È necessaria una sempre migliore comprensione delle
prospettive e delle responsabilità che il loro sviluppo comporta in ordine ai riflessi che di fatto si verificano sulla
coscienza e sulla mentalità degli individui come sulla formazione della
pubblica opinione".
Non sfuggì allora
e non sfugge oggi la quasi contemporaneità dei due
incontri.
Due messaggi a
destinatari diversi, il primo all'interno e il secondo all'esterno della
Chiesa, ma uniti dal filo di una parola forte: servizio.
Da sempre sa il
Papa che questa parola non si trova facilmente nei vocabolari della cultura
dell'apparenza e del calcolo ma altrettanto bene sa
che in essa c'è il significato più alto dell'essere cristiani.
E così, fin da
quei primi momenti del pontificato, continua a camminare come servitore della
verità e agli incroci della cronaca e della storia, dove le strade della
ragione si incontrano con le strade della fede,
suscita domande, indica direzioni, propone percorsi ad alta quota.
Offre risposte totalmente
diverse da quelle del potere, dell'ideologia, dell'indifferenza, della
mediocrità.
Scompiglia le
carte ai maestri del poco o del nulla che reagiscono, tentano di isolare il
pastore dal gregge attraverso una martellante operazione di indebolimento
della credibilità delle sue parole: la strategia, che è sotto gli occhi di
tutti, passa proprio attraverso i media i cui rappresentanti Benedetto XVI ha
incontrato all'inizio del pontificato. Un atto di fiducia,
di stima e, come sempre, un richiamo che si è ripetuto e approfondito nel corso
di cinque anni. Il Papa vi rimane fedele.
Non si scoraggia,
mantiene il passo di quei giorni d'aprile 2005, l'umile operaio della vigna non
teme, non si chiude in se stesso, non alza il recinto: sa che il vigneto ha bisogno
di ancor maggiore cura perché possa dare miglior frutto. Ha questa certezza, la
riceve dal Signore della vigna e la comunica ogni giorno. Parte della
"cultura laica" si accorge di una straordinaria statura culturale e
morale, incomincia a reagire all'ingiustizia e all'infondatezza delle accuse a colui che ha avuto l'audacia di denunciare la sporcizia e
con umiltà e forza ha pulito la casa.
Soprattutto la
gente capisce e sa distinguere, non si lascia condizionare dalle grida
mediatiche. È già accaduto in Italia in tempi recenti attorno a uno dei
"principi non negoziabili" che Benedetto XVI sempre richiama alla
coscienza: la vita umana. Lo capiscono i giovani che alla Giornata mondiale
della gioventù a Madrid nel 2011 faranno registrare un record di presenze
mentre gli esperti, sempre sui media, stanno ancora a parlare di un distacco.
Ecco, il 16 maggio
in piazza san Pietro e in tanti altri luoghi nel mondo - in Italia sta già
avvenendo in risposta all'invito del card. Angelo
Bagnasco, presidente della Cei - l'abbraccio, il ringraziamento e la conferma
di una fedeltà operosa al suo magistero saranno più forti che mai.
"Con l'umile
e lieta certezza - ha detto Benedetto XVI il 14 aprile richiamando il tema del
servire - di chi ha incontrato la Verità, è stato afferrato e trasformato e
perciò non può fare a meno di annunciarla". Paolo Bustaffa
Per questo papa tutto è grazia, anche "gli attacchi del mondo ai
nostri peccati"
Resistere alla
"dittatura del conformismo". Ma anche
"fare penitenza, riconoscere ciò che si è sbagliato, aprirsi al perdono,
lasciarsi trasformare". Il messaggio di Joseph Ratzinger
alla Chiesa, in una sua inattesa omelia fuori programma
di Benedetto XVI [Trascrizione integrale dell'omelia
pronunciata dal papa giovedì 15 aprile 2010, di prima mattina, nella Cappella
Paolina in Vaticano, durante una messa con i membri della pontificia
commissione biblica (nella foto). Ne ha dato notizia
per prima la Radio Vaticana sette ore dopo. E dopo 52
ore ne è stato diffuso il testo completo].
Cari fratelli e
sorelle, non ho trovato il tempo di preparare una vera omelia. Vorrei soltanto
invitare ciascuno alla personale meditazione proponendo e sottolineando
alcune frasi della liturgia odierna, che si offrono al dialogo orante tra noi e
la Parola di Dio. La parola, la frase che vorrei proporre alla comune
meditazione è questa grande affermazione di san Pietro: "Bisogna obbedire
a Dio invece che agli uomini" (Atti 5, 29). San
Pietro sta davanti alla suprema istituzione religiosa, alla quale normalmente
si dovrebbe obbedire, ma Dio sta al di sopra di questa
istituzione e Dio gli ha dato un altro "ordinamento": deve obbedire a
Dio. L'obbedienza a Dio è la libertà, l'obbedienza a Dio gli dà la libertà di
opporsi all'istituzione.
E qui gli esegeti
attirano la nostra attenzione sul fatto che la risposta di san Pietro al
Sinedrio è quasi fino "ad verbum"
identica alla risposta di Socrate al giudizio nel tribunale di Atene. Il
tribunale gli offre la libertà, la liberazione, a condizione però che non
continui a ricercare Dio. Ma cercare Dio, la ricerca
di Dio è per lui un mandato superiore, viene da Dio stesso. E una libertà
comprata con la rinuncia al cammino verso Dio non sarebbe più libertà. Quindi deve obbedire non a questi giudici – non deve
comprare la sua vita perdendo se stesso – ma deve obbedire a Dio. L'obbedienza
a Dio ha il primato.
Qui è importante sottolineare che si tratta di obbedienza e che è proprio
l'obbedienza che dà libertà. Il tempo moderno ha parlato della liberazione
dell'uomo, della sua piena autonomia, quindi anche della liberazione
dall'obbedienza a Dio. L'obbedienza non dovrebbe più esserci, l'uomo è libero,
è autonomo: nient'altro. Ma questa autonomia è una
menzogna: è una menzogna ontologica, perché l'uomo non esiste da se stesso e
per se stesso, ed è anche una menzogna politica e pratica, perché la
collaborazione, la condivisione della libertà è necessaria. E se Dio non
esiste, se Dio non è un'istanza accessibile all'uomo,
rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Di conseguenza,
il consenso della maggioranza diventa l'ultima parola alla quale dobbiamo
obbedire. E questo consenso – lo sappiamo dalla storia del secolo scorso – può
essere anche un "consenso nel male".
Così vediamo che
la cosiddetta autonomia non libera veramente l'uomo. L'obbedienza verso Dio è
la libertà, perché è la verità, è l'istanza che si
pone di fronte a tutte le istanze umane. Nella storia dell'umanità queste
parole di Pietro e di Socrate sono il vero faro della liberazione dell'uomo,
che sa vedere Dio e, in nome di Dio, può è deve obbedire non tanto agli uomini,
ma a Lui e liberarsi, così, dal positivismo dell'obbedienza umana. Le dittature
sono state sempre contro questa obbedienza a Dio. La
dittatura nazista, come quella marxista, non possono
accettare un Dio che sia al di sopra del potere ideologico. E la libertà dei
martiri, che riconoscono Dio, proprio nell’obbedienza al potere divino, è
sempre l'atto di liberazione nel quale giunge a noi la libertà di Cristo.
Oggi, grazie a
Dio, non viviamo sotto dittature, ma esistono forme sottili di dittatura: un conformismo che diventa obbligatorio, pensare
come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e le sottili aggressioni contro
la Chiesa, o anche quelle meno sottili, dimostrano come questo conformismo
possa realmente essere una vera dittatura. Per noi vale questo: si deve
obbedire più a Dio che agli uomini. Ma ciò suppone che
conosciamo veramente Dio e che vogliamo veramente obbedire a Lui. Dio
non è un pretesto per la propria volontà, ma è realmente Lui che ci chiama e ci
invita, se fosse necessario, anche al martirio. Perciò, confrontati con questa
parola che inizia una nuova storia di libertà nel mondo, preghiamo soprattutto
di conoscere Dio, di conoscere umilmente e veramente
Dio e, conoscendo Dio, di imparare la vera obbedienza che è il fondamento della
libertà umana.
Scegliamo una
seconda parola dalla prima lettura: san Pietro dice che Dio ha innalzato Cristo
alla sua destra come capo e salvatore (cfr v. 31). Capo è traduzione del
termine greco "archegos", che implica una
visione molto più dinamica: "archegos"
è colui che mostra la strada, che precede, è un movimento, un movimento verso
l'alto. Dio lo ha innalzato alla sua destra – quindi
parlare di Cristo come "archegos" vuol dire
che Cristo cammina avanti a noi, ci precede, ci mostra la strada. Ed essere in
comunione con Cristo è essere in un cammino, salire con Cristo, è sequela di
Cristo, è questa salita in alto, è seguire l'"archegos",
colui che è già passato, che ci precede e ci mostra la
strada.
Qui,
evidentemente, è importante che ci venga detto dove
arriva Cristo e dove dobbiamo arrivare anche noi: "hypsosen"
– in alto – salire alla destra del Padre. Sequela di Cristo non è soltanto
imitazione delle sue virtù, non è solo vivere in questo mondo, per quanto ci è possibile, simili a Cristo, secondo la sua parola, ma è
un cammino che ha una meta. E la meta è la destra del Padre. C'è questo cammino di Gesù, questa sequela di Gesù che termina
alla destra del Padre. All'orizzonte di tale sequela appartiene
tutto il cammino di Gesù, anche l'arrivare alla destra del Padre.
In questo senso,
la meta di questo cammino è la vita eterna alla destra del Padre in comunione
con Cristo. Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna.
Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo
aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita
eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di
nuovo che il cristianesimo rimane un "frammento" se non pensiamo a
questa meta, che vogliamo seguire l'"archegos"
all'altezza di Dio, alla gloria del Figlio che ci fa figli nel Figlio e
dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita
eterna il cristianesimo rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la
gioia, la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.
Se si può dire
che, anche prescindendo dalla vita eterna, dal Cielo promesso, è meglio vivere
secondo i criteri cristiani, perché vivere secondo la verità e l'amore, anche
se sotto tante persecuzioni, è in sé stesso bene ed è
meglio di tutto il resto, è proprio questa volontà di vivere secondo la verità
e secondo l'amore che deve anche aprire a tutta la larghezza del progetto di
Dio con noi, al coraggio di avere già la gioia nell'attesa della vita eterna,
della salita seguendo il nostro "archegos".
E "Soter" è il Salvatore, che ci salva
dall'ignoranza circa le cose ultime. Il Salvatore ci salva dalla solitudine, ci
salva da un vuoto che rimane nella vita senza
l'eternità, ci salva dandoci l'amore nella sua pienezza. Egli è la guida.
Cristo, l'"archegos", ci salva dandoci la
luce, dandoci la verità, dandoci l'amore di Dio.
Poi soffermiamoci
ancora su un versetto: Cristo, il Salvatore, ha dato a Israele conversione e
perdono dei peccati (v. 31) – nel testo greco il termine è "metanoia"
–, ha dato penitenza e perdono dei peccati. Questa per me è un'osservazione
molto importante: la penitenza è una grazia. C'è una tendenza in esegesi che
dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione,
assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale,
senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa
interpretazione della grazia. La penitenza è grazia; è una grazia
che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver
bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro
essere.
Penitenza, poter
fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire
che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli
attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare
penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere
quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza,
cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché
è rinnovamento, è opera della misericordia divina. E così queste due cose che dice san Pietro – penitenza e perdono – corrispondono
all'inizio della predicazione di Gesù: "metanoeite",
cioè convertitevi (cfr. Marco 1, 15). Quindi questo è
il punto fondamentale: la "metanoia" non è una cosa privata, che
parrebbe sostituita dalla grazia, ma la "metanoia" è l'arrivo della
grazia che ci trasforma.
E infine una
parola del Vangelo, dove ci viene detto che chi crede
avrà la vita eterna (cfr. Giovanni 3, 36). Nella fede, in questo
"trasformarsi" che la penitenza dona, in questa conversione, in
questa nuova strada del vivere, arriviamo alla vita, alla vera vita. E qui mi vengono in mente due altri testi.
Nella "Preghiera sacerdotale" il Signore dice: questa è la vita,
conoscere te e il tuo consacrato (cfr. Giovanni 17,
3). Conoscere l'essenziale, conoscere la Persona
decisiva, conoscere Dio e il suo Inviato è vita, vita e conoscenza, conoscenza
di realtà che sono la vita. E l'altro testo è la risposta del Signore ai
sadducei circa la risurrezione, dove, dai libri di Mosè, il Signore prova il
fatto della risurrezione dicendo: Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di
Giacobbe (cfr. Matteo 22, 31-32; Marco 12, 26-27; Luca 20, 37-38). Dio non è
Dio dei morti. Se Dio è Dio di questi, sono vivi. Chi è scritto nel nome di Dio
partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di
Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto,
appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della
fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di
Dio e così un entrare nella vita.
Preghiamo il
Signore perché questo succeda e realmente, con la nostra vita, conosciamo Dio,
perché il nostro nome entri nel nome di Dio e la
nostra esistenza diventi vera vita: vita eterna, amore e verità. L’Espresso on line 18
Protagonista sul
piano del pensiero e della coscienza Neppure il vaticanista più attento e
diligente osa fare un bilancio dei cinque anni di pontificato di Benedetto XVI. Tali e tante sono state le sue azioni
pastorali, relative al triplice mandato di successore di Pietro di insegnare, santificare e reggere la Chiesa: annunciare la
buona notizia della salvezza nel Cristo morto e risorto, sostenere la fede dei
discepoli, a cominciare dai pastori delle comunità dei credenti, governare la
barca della Chiesa tra le onde della storia, anche di fronte alle tempeste che
si abbattono contro di essa.
Il quinto
anniversario di elezione di Joseph Ratzinger, 19 aprile 2005, tre giorni dopo
il suo 83° compleanno (16 aprile 1927) si celebra in tutta la cattolicità in un
momento di acutissima tensione a causa delle accuse circa la questione della
pedofilia. Ma il mite e deciso Papa non si fa
intimorire. Anche se soffre interiormente, è ben allenato a far fronte a
critiche e derisioni. Per sostenere la sua intima lotta a difesa delle ragioni
della fede e della santità della Chiesa, la Conferenza episcopale italiana ha
sollecitato i vescovi e i parroci a indire preghiere e suppliche in questo anniversario. Così fanno le Conferenze episcopali di
tutto il mondo. Nella sua lunga storia, Ratzinger si è spesso trovato a dover
giudicare e opporre resistenze a deviazioni dottrinali e pratiche, nel periodo
del suo insegnamento teologico e della sua attività pastorale di vescovo, e in
particolar modo nell'ufficio di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; quella Congregazione prima denominata
Sant'Uffizio, considerato dall'esterno come un sinistro tribunale pronto alla
condanna e alla scomunica. In realtà questo profondo e lucido professore,
autore di moltissime opere tradotte in tutte le lingue, ha
sempre percepito la sua vita quale quella di un "umile operaio della vigna
del Signore", come ha detto all'inizio del suo pontificato. Ricordate? "Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali
hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore.
Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire
anche con strumenti insufficienti, e soprattutto mi affido alle vostre
preghiere".
Un programma e uno
stile che rifugge dalla retorica delle parole e dei
gesti spettacolari, e punta sulla sostanza dei messaggi. Un Papa da ascoltare
più che da vedere: moltissime persone, vere e proprie folle, vanno
ai tradizionali appuntamenti domenicali in piazza san Pietro e alle udienze del
mercoledì. Nonostante ritornanti fasi critiche che hanno punteggiato questi cinque
anni e sono rimbalzate sui media internazionali, soprattutto a causa di
preconcetti ed equivoche interpretazioni, come nel caso del discorso di Ratisbona su Maometto, Benedetto XVI è entrato nella
società mondiale come protagonista sul piano del pensiero e della coscienza
collettiva. Chi ha orecchie per intendere ha potuto ascoltare messaggi chiari e
coraggiosi, fondati sul Vangelo come è stato
consegnato dallo Spirito alle Chiese, e vissuto nella trasmissione ininterrotta
delle generazioni dei credenti, senza aggiunte soggettive e stravaganti,
accogliendo gli arricchimenti e aggiornamenti conciliari in una
"ermeneutica della continuità". Non si è sottratto al dovere di
abbattere gli idoli accattivanti della cultura attuale, che distruggono la
coscienza morale di interi popoli.
Benedetto XVI è al suo posto nel compiere quest'opera di guida della
comunità che il Signore gli ha affidato e di leader morale di tutti i timorati
di Dio, quella grandissima massa di umanità che sta sulla soglia della
speranza, trattenuta ancora nell'atrio dei Gentili. Egli non impone dogmi ma
solleva il velo della mente per lasciare spazio alla luce del Mistero e al
senso dell'umana esistenza. Questi primi cinque anni sono stati certamente
benedetti, anche se nella fatica quotidiana che le necessità di una vigna così
vasta impone. Elio Bromuri
Vangelo dei migranti. Un libro di p. Zilio,
missionario tra gli italiani di Londra
LONDRA - Nel contesto dell’anno 2010, proclamato dalle Nazioni Unite
“Anno internazionale per l’avvicinamento delle culture” e dalla Conferenza
delle Chiese Europee (Kek) “Anno europeo per le migrazioni”, un libro
che raccoglie le meditazioni di un missionario dei migranti. Si
tratta di “Vangelo dei Migranti. Con gli Italiani in
terra inglese” (edizioni Emi) e che sarà in libreria nel prossimo mese di
maggio. L’autore è padre Renato Zilio,
missionario scalabriniano con una lunga esperienza al
servizio dei migranti. Ha fondato il Centro Interculturale Giovanile di Ecoublay nella Regione Parigina, ha diretto a Ginevra la
rivista della comunità italiana “Presenza Italiana”, ha lavorato presso il
Centro Studi Migrazioni Internazionali di Parigi e svolto attività di missione
a Gibuti, nel Corno d’Africa. Attualmente vive a
Londra presso il Centro Interculturale Scalabrini di Brixton Road. In questo volume i pensieri diventano pagine
vive, che nascono giorno dopo giorno dall’esperienza
della sua parrocchia londinese. È un vero microcosmo. Sono gli emigrati
italiani, la cui vita si intreccia, oltre che con
quella del Paese ospite, anche con le comunità portoghese, filippina. Per gli uni e per gli altri - per tutti - “emigrare è sempre una
lotta. Lo è per il pane e la dignità”. Impegno
pastorale e sfida del “vivere insieme” si rivelano particolarmente vivi, stimolanti e attuali. Una lettura tra prosa e poesia che
rinvia il lettore alla realtà degli immigrati in Italia oggi e porta a
riflettere sulla nostra
condizione attuale di popolo che accoglie. Uno strumento prezioso per capire il
mondo multiculturale in cui viviamo. La prefazione al volume è del card. Roger
Etchegaray che sottolinea come l’emigrazione è
diventata oggi di una “complessità crescente o piuttosto di un’ampiezza tale da
non essere sufficiente l’imbroglio! Si dibatte molto in questi tempi - scrive -
soprattutto in Europa, non senza fatica per cercare un consenso. La riflessione
è necessaria per meglio scoprire le radici delle nostre solidarietà universali
e questa riflessione deve
inglobare gli emigranti. Ma questo non lo si può fare
se non in un clima di reciproca fiducia”.
(Migranti-press)
Matrimonio e legge. Un punto chiaro
e fermo
Giuseppe Dalla
Torre sulla pronuncia della ConsultaUna pronuncia
"molto importante" che "sembrerebbe sbaragliare la tesi del
diritto al matrimonio a prescindere dall'identità di genere". Così
Giuseppe Dalla Torre, costituzionalista e rettore della Lumsa
(Libera Università Maria Ss. Assunta), commentando a
caldo, il 14 aprile al SIR, la sentenza con cui la Corte costituzionale ha
rigettato i ricorsi sui matrimoni gay presentati dal
tribunale di Venezia e dalla Corte di Appello di Trento per chiedere
l'illegittimità di una serie di articoli del Codice civile che impediscono le
nozze tra persone dello stesso sesso. ''La Corte costituzionale - spiega una
nota della Consulta - decidendo sulle questioni poste con ordinanze del
Tribunale di Venezia e della Corte d'appello di Trento, in
relazione alle unioni omosessuali, ha dichiarato inammissibili le
questioni stesse in riferimento agli artt. 2 (diritti inviolabili dell'uomo) e
117, I comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della
Costituzione, e infondate in relazione agli artt. 3 (principio di uguaglianza)
e 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio)
della Costituzione''. Il Tribunale di Venezia e la Corte di Appello di Trento
erano stati chiamati a dirimere le vicende di tre coppie gay alle quali
l'ufficiale giudiziario aveva impedito di procedere alle pubblicazioni di
matrimonio.
Riaffermato il
principio costituzionale sulla famiglia. "Fermo restando che bisognerà ovviamente leggere le motivazioni della sentenza -
afferma Dalla Torre -, mi sembra molto importante la dichiarazione della Corte
di infondatezza delle eccezioni di incostituzionalità della normativa vigente
rispetto agli artt. 3 e 29 della Costituzione". "Posto che per la
Costituzione italiana la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio
- spiega il giurista -, la definizione 'società naturale' implica che lo Stato
non ne può modificare la struttura fondamentale che è nella natura stessa
dell'uomo". Per quanto riguarda il matrimonio, "che si distingue
dalle altre formazioni sociali per la diversità di sesso dei contraenti - e
questo è un dato culturale e antropologico che non può essere smentito - è evidente
che non si può invocare il principio di uguaglianza per difendere gli
omosessuali da una presunta ma inesistente discriminazione". Chiunque -
chiarisce il giurista - "ha libero accesso al matrimonio, fermo restando,
tuttavia, che esso è un rapporto fra un uomo e una donna. Non si tratta dunque
di escludere i gay dal matrimonio, ma di riaffermare
che la diversità di genere è un prerequisito per poter accedere a questo
istituto, un prerequisito radicato nella natura dell'uomo e che ha una ragione
fondamentale, anche se non ne è l'unica, nella funzione procreativa tipica del
matrimonio stesso".
No a "pensare
i desideri in termini di diritti". Questi "tentativi di forzature
giuridiche" dimostrano, secondo Dalla Torre, "la tendenza molto forte
nel sentire contemporaneo a pensare i desideri in
termini di diritti, ma è evidente che questo significa concepire la realtà come
una pluralità di individui-isole l'uno rispetto all'altro, in cui ognuno cerca
soltanto di affermare se stesso, e non come una realtà di individui inseriti in
una pluralità di relazioni e formazioni sociali, al cui interno la dimensione
del diritto individuale è dimensionata e modellata rispetto al diritto degli
altri". La regolamentazione dei matrimoni gay
compete allora alla discrezionalità del legislatore? "Non spetta a nessuno
- è la risposta di Dalla Torre -: stando alla nostra Costituzione il
legislatore non può legittimare una modifica dell'istituto del matrimonio.
Questo è il punto forte. Il legislatore può eventualmente stabilire modalità per regolare relazioni che non sono di tipo
matrimoniale ma di altro genere - tra persone dello stesso sesso o di sesso
diverso -, che nulla hanno comunque a vedere con la famiglia e non riguardano
l'unione in quanto tale, e dunque escludono la prefigurazione di una sorta di
parafamiglia". In questo caso, conclude il
rettore della Lumsa, "il legislatore può
pensare, entro certi limiti, a forme di tutela dei diritti del singolo
individuo che si trova in un determinato contesto di fatto".
Il bene della
società. Soddisfazione per la pronuncia della Consulta è stata espressa anche
da Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, che
afferma: "La Corte costituzionale ha scelto il bene della società".
"Non possiamo non sottolineare - prosegue
Belletti - che sulla questione fondamentale posta dai ricorsi sembra pienamente
confermato il principio costituzionale di 'famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio'. E di questo dovrà tener conto il
legislatore qualora decida di mettere mano alla materia: quale che sia il nome,
Pacs, Dico o Didore, la
Costituzione non permette alcuna equiparazione alla famiglia delle unioni di
fatto, omo o eterosessuali che siano".
"Era questo che chiedeva il Family Day ed è questo che ribadiamo oggi", conclude il
presidente del Forum. "Si tratta di riaffermare che è interesse
prioritario della società puntare sulla famiglia stabile, riconosciuta e
riconoscibile". Sir
Benedetto XVI: ''Contro la Chiesa attacchi della nuova dittatura del
conformismo''
Città del Vaticano
- Nel mondo di oggi esistono nuove forme di dittatura più sottile, c'è ''un
conformismo, per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire
come agiscono tutti, e la sottile aggressione contro la Chiesa, o anche meno
sottile, dimostrano come questo conformismo può
realmente essere una vera dittatura''.
sorveglianza
E' quanto ha detto
Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata, nella Cappella Paolina in
Vaticano, con i membri della Pontificia Commissione Biblica.
''Devo dire che
noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura. Adesso sotto gli
attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far
penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioe' cio' che e'
sbagliato nella nostra vita''.
C'è bisogno, ha
aggiunto, di ''aprirsi al perdono, prepararsi al perdono,
lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e
della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera
della Misericordia divina''.
''L'obbedienza a
Dio ha il primato'', ha quindi ricordato Ratzinger, ''bisogna
obbedire a Dio invece che agli uomini''. ''L'obbedienza a Dio'', ha spiegato il
Papa, dà a Pietro la libertà di opporsi alla suprema istituzione religiosa.
Parimenti, Socrate davanti al Tribunale di Atene, che gli offre la libertà a
patto di non ricercare più Dio, non deve obbedire a questi giudici, comprare la
sua vita perdendo se stesso, ma deve obbedire a Dio. Obbedienza a Dio ''che dà
libertà''.
Al contrario nei
tempi moderni - ha osservato Benedetto XVI - si è teorizzata la liberazione
dell'uomo, anche dall'obbedienza a Dio: l'uomo sarebbe libero, autonomo, e
nient'altro. ''Ma questa autonomia è una menzogna, una
menzogna ontologica, perché l'uomo non esiste da se stesso e per se stesso; è
una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione e la condivisione
delle libertà è necessaria e se Dio non esiste, se Dio non è un'istanza
accessibile all'uomo, rimane come suprema istanza solo il consenso della
maggioranza. Poi il consenso della maggioranza diventa l'ultima parola alla
quale dobbiamo obbedire e questo consenso - lo sappiamo dalla storia del secolo
scorso - puo' essere anche un consenso nel male. Cosi
vediamo che la cosiddetta autonomia non libera
l'uomo''. (Adnkronos 15)
Papst trifft Missbrauchsopfer auf Malta
Papst Benedikt XVI. ist am
Sonntagmittag in Malta mit einer kleinen Gruppe von Missbrauchsopfern
zusammengetroffen. Das teilte der Vatikan anschließend mit. Die Begegnung fand
nach Abschluss der großen Messe in der Apostolischen Nuntiatur von Valletta
statt, wo der Papst sich während seines zweitägigen Besuchs in Malta aufhält.
Das katholische Kirchenoberhaupt sei tief bewegt gewesen von den Schilderungen
der Teilnehmer und habe seine Scham und sein Leid über den Schmerz der Opfer
und ihrer Familien bekundet, heißt es in der Vatikan-Erklärung. Er habe mit den
Opfern gemeinsam gebetet und ihnen versichert, dass die Kirche jetzt und in
Zukunft alles in ihrer Macht stehende tun werde, um die Anschuldigungen aufzuklären,
die für den Missbrauch Verantwortlichen zur Rechenschaft zu ziehen und wirksame
Maßnahmen zu ergreifen, um junge Menschen in Zukunft zu schützen. „Im Geist des
jüngsten Briefes an die Katholiken von Irland hat der Papst gebetet, dass alle
Opfer des Missbrauchs Heilung und Versöhnung erfahren und fähig werden, mit
neuer Hoffung in die Zukunft zu gehen“, heißt es in
der Vatikanmitteilung.
„Jesus als überwältigende Erfahrung“ -
Jede persönliche Begegnung mit Jesus ist eine überwältigende Erfahrung der
Liebe. Das sagte Papst Benedikt an die Jugend in Malta, die er am Sonntagabend
am Hafen von La Valletta traf. Unser Korrespondent vor Ort, Stefan Kempis, hat
einige Eindrücke eingesammelt.
„Eine kurze, aber sehr intensive
Reise“ - „Eine kurze, aber sehr intensive und schöne Reise“ – das sagte
Vatikansprecher Federico Lombardi am Sonntag über die Visite Benedikts auf
Malta. Fragen an unseren Korrespondenten Stefan Kempis in La Valletta: Wie
haben die Malteser die Nachricht aufgenommen, dass der Papst schließlich auch
einige Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen und mit ihnen gebetet hat?
„Das werden die meisten Malteser erst
nach ein paar Stunden in den Fernsehnachrichten oder aus der Zeitung erfahren;
die Menschen hier sind, auch wenn das manche von draußen befremden mag, doch
zuallererst am Feiern mit dem Papst interessiert. Aber natürlich ist durch die
Reihen der Journalisten im internationalen Pressezentrum eine spürbare Bewegung
gegangen, als die Nachricht von dieser Begegnung bekannt wurde. Vatikansprecher
Lombardi musste denn auch gleich daran erinnern, dass der Papst jetzt nicht
automatisch auf jeder künftigen Reise Missbrauchs-Opfer treffen wird. Das sei
ja „kein Zwang“, so Lombardi wörtlich. Mir sagen Malteser jedenfalls,
dass Benedikt gut daran tat, gerade hier mit einigen Opfern zu sprechen.“
Papst: „Habt Vertrauen in den
christlichen Glauben!“ - Die Gläubigen sollen dem christlichen Glauben
vertrauen. Dazu mahnte Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntag auf Malta. Er
feierte zusammen mit Tausenden Einheimischen und Besuchern eine große Messe im
Freien in Floriana. Er rief die maltesische
Bevölkerung zu Gastfreundschaft auf. Technologien allein können nicht allen
Bedürfnissen genügen, sagte der Papst am Sonntagmorgen auf dem Kornspeicherplatz
von Floriana, dem größten Platz der Insel. Der Mensch
benötige Gott und sei von ihm abhängig.
„Viele Stimmen versuchen uns
einzureden, unseren Glauben an Gott und seine Kirche abzulegen und selbst die
Werte und Glaubensüberzeugungen zu wählen, nach denen wir leben wollen. Sie
sagen uns, dass wir Gott oder die Kirche nicht brauchen. Wenn wir versucht
sind, ihnen zu glauben, sollten wir uns an die Episode aus dem heutigen
Evangelium erinnern, als die Jünger – alles erfahrene Fischer – sich die ganze Nacht
abgemüht, aber nicht einen einzigen Fisch gefangen hatten. Als dann Jesus am
Ufer erschien, wies er ihnen die Richtung zu einem so großen Fang, dass sie ihn
kaum einholen konnten. Solange sie sich selbst überlassen waren, blieben ihre
Anstrengungen erfolglos; als Jesus bei ihnen stand, fingen sie eine gewaltige
Menge Fische. Meine lieben Brüder und Schwestern, wenn wir unser Vertrauen auf
den Herrn setzen und seinen Lehren folgen, werden wir immer überreichen Lohn
erhalten.“
An dem Gottesdienst nahmen nach Angaben
der Veranstalter 40.000 Menschen teil. Während der gut zweistündigen Messe
sprach die Gemeinde auf Maltesisch ein besonderes Fürbittgebet für Benedikt
XVI. zum fünften Jahrestag seiner Wahl zum Papst: „Möge er mit der Hilfe des
Heiligen Geistes das Wort Gottes in Hingabe hören, in Heiligkeit bewahren und
in Treue lehren.“
Papst schenkt goldene Rose für
Marienheiligtum - Benedikt XVI. hat die Gläubigen Maltas für ihre Treue
gedankt. Wörtlich sagte er nach der großen Messe in Floriana:
„Ich danke euch für alles, was ich von
euch erhalten habe, für den freundlichen Empfang und vor allem für die Gebete
für mein Dienstamt.“
Der Gottesdienst auf dem größten Platz
des Landes war einer der Höhepunkte der zweitätigen Pastoralreise des Kirchenoberhaupts
nach Malta. Beim anschließendem „Regina caeli“-Gebet
wandte sich Benedikt XVI. auf Deutsch an eine Gruppe deutscher Pilger, die nach
Malta gekommen war. Zum Abschluss der Messe übergab der Papst der Kirche Maltas
eine goldene Rose für das Marienheiligtum „Unsere Liebe Frau von Ta' Pinu“ auf der Nachbarinsel Gozo. Das Marienbild des vielbesuchten Heiligtums war
eigens zur Papstmesse nach Floriana gebracht und
neben dem Altar aufgestellt worden. rv/kna 18
Katholische Kirche. Laien fordern „Richtungswechsel“
München - Das Zentralkomitee der
deutschen Katholiken (ZdK) hofft angesichts der
weltumspannenden Berichte über sexuellen Missbrauch auf eine „Erneuerung der
Kirche“. Unter dem Eindruck von „Entsetzen, Enttäuschung und Wut“ verlangte der
neue Präsident des ZdK, Alois Glück, unter
demonstrativem Beifall der mehr als 150 Teilnehmer der
Frühjahrs-Vollversammlung des ZdK, nicht länger auf
den Schutz der Institution abzustellen, sondern die Perspektive der Opfer
einzunehmen.
Dieser „Richtungswechsel“ werde weit
über die Missbrauchsdebatte hinaus Auswirkungen haben, sagte der langjährige
CSU-Politiker voraus. Der Rottenburger Bischof Gebhard Fürst, der im ZdK die Deutsche Bischofskonferenz repräsentiert,
pflichtete dem Präsidenten bei. In den Augen des Bischofs befindet sich die
Glaubwürdigkeit der Kirche in Deutschland in ihrer „größten Krise“ seit
Menschengedenken.
„Eine Fixierung auf das Versagen Einzelner
reicht nicht aus“, sagte Glück in seinem ersten „Bericht zur Lage“ als
Präsident des ZdK und bezog „Papst, Bischöfe und
Laien“ in das Verlangen nach Erneuerung ein. Autorität wiederzugewinnen gelinge
der Kirche weder, indem sie Ansprüche an die Gesellschaft und den Staat stelle,
sich gekränkt oder beleidigt gebe oder sich - auf ein populäres Kirchenlied
anspielend - als „Haus voll Glorie“ darstelle. Vertrauen gewinne „unsere
Kirche“ nur zurück durch überzeugenden Dienst für die Menschen, Wahrhaftigkeit
mit Blick auf die Schwächen und die Stärken der Kirche und eine starke
spirituelle Ausstrahlung.
„Graben zwischen dem Leben der
Gläubigen und der Lehre der Kirche“
Als vordringlich bezeichnete Glück das
Bestreben, „Grundlagen für neues Vertrauen zu schaffen“, etwa durch eindeutige
Regelungen für die Zusammenarbeit mit dem Staat. Freilich müssten diese in ganz
Deutschland einheitlich gehandhabt werden, unabhängig von den unterschiedlichen
kirchenrechtlichen Zuständigkeiten in Diözesen und Ordensgemeinschaften. „Das
ist die allgemeine Erwartung an unsere Bischofskonferenz“, hieß es vielsagend.
Später, „aber nicht irgendwann“, seien
tabufreie Beratungen darüber notwendig, welche Schlussfolgerungen für die
Gestalt der Kirche und insbesondere das Verhältnis von Amtsträgern und Laien
gezogen werden müssten. In die gleiche Richtung wies der Berliner Jesuit Mertes,
der als Rektor des Canisius-Kollegs im Januar die
Mauer des Schweigens über Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen zum Einsturz
gebracht hatte.
In München warnten
Mertes wie auch der vormalige Bundestagsvizepräsident Thierse im Sinne Glücks
davor, die eigene Gewissenserforschung zu früh zu beenden. Der „Graben zwischen
dem Leben der Gläubigen und der Lehre der Kirche“ sei immer größer geworden,
sagte Thierse unter Hinweis auf den „Abwehrkampf der Papstkirche“ gegen
abweichende Auffassungen auf dem Gebiet der Sexualmoral. Gleichzeitig sei
sexuelle Gewalt in der Kirche jahrzehntelang vertuscht und der Zölibat und die
vielen Verstöße gegen ihn mit einem Tabu umgeben worden. Für die Kirche
insgesamt hoffte er angesichts des Missbrauchsskandals, sie möge „der
Gesellschaft ein Beispiel geben, wie man mit einer solchen Schande ehrlich und
aufrichtig umgeht“.
Kritik an der Haltung von Papst
Benedikt XVI. angesichts der weltweiten Enthüllungen über sexuelle Übergriffe
von Geistlichen wurde in der ausgiebigen Aussprache nicht laut. Mehrere
Teilnehmer hoben die „Klarheit“ der Aussagen des Papstes in dem Brief an die
irischen Katholiken hervor und schlossen sich der Einschätzung des ZdK-Präsidenten Glück an, jener Brief sei „der Maßstab und
die Orientierung für unsere Bischofskonferenz“. Dass sich Benedikt XVI.
gesondert zur Lage der katholischen Kirche in Deutschland äußere, hielt niemand
für erforderlich. Thierse sprach indes von „Zorn auf den Vatikan“; vieles, was
dort in den zurückliegenden Wochen und Monaten gesagt wurde, sei „für die
Kirche ganz furchtbar“.
Unmut über das schweigen
Zollitschs
Blankes Unverständnis geäußert wurde in
der Debatte angesichts des langen Schweigens des Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz, des Freiburger Erzbischofs Zollitsch.
Nicht in den Äußerungen Glücks, wohl aber in mehreren Debattenbeiträgen fiel
der Name Zollitsch in einem Atemzug mit den Namen von
Bischöfen wie Müller (Regensburg) und Mixa
(Augsburg), denen viele ZdK-Mitglieder militante
Ignoranz angesichts der größten Krise der Kirche in Deutschland seit
Menschengedenken attestierten. Nicht durch Beifall bestätigt wurde der Dank des
ZdK-Präsidenten für das Engagement des Trierer
Bischofs Ackermann als Missbrauchsbeauftragtem der Bischofskonferenz.
Wie die Bischofskonferenz auf die
„Vertrauenskrise“ reagieren wird, ließ sich den Äußerungen des Rottenburger
Bischofs Fürst nicht entnehmen. Allerdings umriss Fürst das Ausmaß des
Vertrauensverlustes mit dem Hinweis, dass sich die Zahl der Kirchenaustritte im
Bistum Rottenburg-Stuttgart im vergangenen Monat gegenüber dem Vergleichsmonat
des Vorjahres auf mehr als 2400 verdreifacht habe. Bischof Fürst kündigte an,
alle Personen in seinem Bistum, die der katholischen Kirche jüngst den Rücken
gekehrt hätten, an drei Terminen zu Gesprächen einzuladen.
Daniel Deckers Faz
16
Lombardi: „Große Bereitschaft des Papstes, zuzuhören“
Es hat denn doch viele überrascht, dass
der Papst auf Malta einige Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen hat. Unser
Korrespondent Stefan Kempis sprach darüber mit Vatikansprecher Pater Federico
Lombardi.
Wie beurteilen Sie das Treffen mit den
Missbrauchs-Opfern?
„Ich finde, diese Begegnung war etwas
sehr Positives. Das ist ein Zeichen der pastoralen Sorge des Heiligen Vaters
und – vor allem – seiner großen Bereitschaft, zuzuhören. Angesichts der großen
Debatte in der Kirche von heute legt es auch Zeugnis ab vom Geist menschlicher
Aufmerksamkeit, christlichen Gebets und der Spiritualität – Bereiche, in denen
dieses Problem jetzt vom Heiligen Vater mit hineingenommen wird.“
Muss der Papst jetzt auf jeder
künftigen Reise ins Ausland Missbrauchs-Opfer treffen?
„Ich glaube, dass das per se nicht
nötig ist. Man muss bei jeder Reise neu abschätzen, welchen Sinn man ihr geben
will und wo die seelsorgliche Dringlichkeit liegt bei allem, was der Papst auf
einer Reise tut. Das Programm soll so einen umfassenden Sinn und eine
Ausgeglichenheit bekommen. Und viel hängt natürlich auch immer von den
kirchlichen Autoritäten vor Ort ab: Sie müssen die Wichtigkeit oder
Dringlichkeit der verschiedenen Etappen der Reise vorab einschätzen.“
„Viele Feiernde, wenige Polizisten“ -
Viel mehr feiernde Menschen am Straßenrand als gedacht – und fast keine
Polizisten zu sehen: Das war der Eindruck, den Papst-Sprecher Federico Lombardi
in den ersten Stunden der Maltareise des Papstes gewann. In La Valletta meinte
der Jesuit am Samstagabend vor Journalisten, die Reise habe viel
enthusiastischer begonnen als erwartet. Stefan Kempis fragte P. Lombardi, was
seine Eindrücke von den ersten Stunden des Papstes auf Malta seien.
„Ich glaube, wir können begeistert
sein! Denn die Aufnahme durch das maltesische Volk ist wirklich wunderbar. Die
ganze Bevölkerung ist auf der Straße, wie zu einem großen Fest. Die Leute sind
sehr zufrieden, den Papst hier zu haben, und eine solche Gelegenheit zu haben,
ihren Glauben auf eine volkstümliche und tiefe Weise auszudrücken! Ich glaube
wirklich, dass diese Wurzel, die bis auf den heiligen Paulus zurückgeht, tief
und gesund ist. Man sieht, wie dieses Ereignis des Schiffsbruchs des Paulus
hier auf dieser Insel immer noch etwas Aktuelles ist: Wir sehen, wie der Glaube
hier neues Leben gibt und Mission erweckt. Die Freude, den anderen den Glauben
weiterzugeben, und die große Tradition des Missionswerks der Malteser in der
Welt- das ist beeindruckend. Diese kleine Bevölkerung, die wirklich überall
zerstreut war und jedes Mal den Glauben mit sich gebracht hat in viele Teile
der Welt: Das konnte man heute Abend in dieser Pauluskirche und in der Paulusgrotte
erleben.“
Viele hatten vorher die Befürchtung,
die Reise werde durch die Missbrauchs-Skandale überschattet. Das scheint aber
heute nicht so auszusehen…
„Für die maltesische Bevölkerung sicher
nicht! Wir haben heute sicher 100.000 Leute gesehen, und ich glaube, dass wir
morgen noch einmal 100.000 Menschen sehen werden… die waren nicht besonders von
diesem Problem bedrückt. Natürlich – das Problem besteht in der Kirche, und es
besteht auch hier, aber man muss die richtigen Proportionen sehen, und wenn
etwas zu korrigieren ist, muss man das tun, klar und entschieden. Hier
allerdings haben wir eine Bevölkerung, die aus dem Glauben feiert, und das
müssen wir ihr erlauben… Es gibt ja in der Welt nicht nur das, was uns die
Zeitungen sagen!“
Jugendliche auf Malta: Gar nicht so
übel… - Den Sonntagnachmittag auf Malta widmete Papst Benedikt der Jugend. Die
Insel hat eine der niedrigsten Geburtenraten in der EU, und früher emigrierten
junge Leute von hier schnurstracks nach Italien oder Australien, um Arbeit zu
finden. Doch der lutherische deutsche Pfarrer Wilfried Steen, der in Rabat
lebt, hat beobachtet, dass es Maltas Jugendlichen heutzutage gar nicht so
schlecht geht:
„Malta legt großen Wert auf Bildung,
und es ist erstaunlich, wie viel hier in der Schulbildung und in der
universitären Ausbildung getan wird. Das ist meiner Auffassung nach auch
konsequent, die junge Generation in starkem Masse durch Bildungsanstrengungen
zu fördern, weil Malta ja sonst nichts anderes einzubringen hat: Es gibt wenig
natürliche Ressourcen, die Insel ist dicht besiedelt… also, was man hier
verkaufen kann, ist sozusagen die geistige Leistung und die Leistung der
Arbeitenden. Das schafft Malta in einem erstaunlichen Masse: Die
zweitniedrigste Arbeitslosenquote in der EU ist eine Leistung. Sie ist sicher
auch darauf zurückzuführen, dass hier das Kleinhandwerk – nach deutschen
Begriffen Ich-AGs – sehr stark ist, und trotzdem: Man muss immerhin sagen, dass
man hier in La Valletta keine Bettler findet, sondern stattdessen sehr viele
Menschen, die trotz eines sehr bescheidenen Einkommens hier sehr zufrieden
leben und ihre Arbeit haben. Ich halte das für eine bemerkenswerte Leistung!
Das sind zum Teil Einkommen, die weit unter der Grenze dessen liegen, was wir
aus Deutschland kennen, aber die Menschen leben hier aufgrund ihres familiären
Verbundes durchaus sehr zufrieden. Ich bin auch wirklich erstaunt, wie ein Land
wie Malta doch die Wirtschaftskrise meistert und für die eigene Bevölkerung
doch Einkommens- und Lebensmöglichkeiten erschließt.“ (rv
18)
Gastbeitrag. Die Kirche droht zu versteinern
Der Papst muss verstehen, dass es Zeit
ist für ein ökumenisches Konzil, meint Norbert Scholl, Professor für
katholische Theologie in Heidelberg.
In den fünf Jahren seit seiner Wahl hat
Benedikt XVI. leider nicht den Mut gefunden, den drückenden Reformstau
abzubauen, den ihm sein Vorgänger hinterlassen hat. Stattdessen setzt Benedikt
den rückwärtsgewandten, traditionsverhafteten Kurs fort. Benedikt entspricht
damit in keiner Weise den Anforderungen des Zweiten Vatikanischen Konzils
(1962-65). Es wollte die Kirche ins Heute eintreten lassen.
Heute ist die römische Kirche unter
Benedikts Führung eher daran, ihre Zukunftsfähigkeit zu verlieren und zum
Fossil zu versteinern.Das ist allerdings nicht allein
dem Versagen dieses Papstes zuzuschreiben. Die fünf Jahre seines Pontifikats
offenbaren mehr und mehr die grundlegende Schwäche des gesamten Systems
römisch-katholische Kirche: hierarchische Struktur (von oben nach unten),
"Zwei-Klassen-Gesellschaft" (privilegierter Klerus/untergeordnete
Laien), römischer Zentralismus (kaum Befugnisse für Ortskirchen, Bischöfe als
Befehlsempfänger und Ausführungsorgane römischer Anordnungen), uneingeschränkte
monarchistische Machtbefugnis des Papstes ("Unfehlbarkeit").
Benedikt wagt nicht, etwas von dem zu
revidieren, was seine "unfehlbaren" Vorgänger gelehrt haben: Zölibatspflicht für Priester, Verbot der Frauenordination,
rigide Sexualmoral. Er bleibt fixiert auf ein Kirchenbild, das die imperiale
und feudalistische Struktur der Antike und des Mittelalters widerspiegelt. Er
behindert eine entschlossene und radikale Erneuerung der kirchlichen
Amtssprache und der dogmatischen Formeln ("Heiliger Vater",
Christologie). Er erkennt nicht das Erfordernis eines Neu-Denkens der
Gottesfrage (Berücksichtigung der Erkenntnisse der Evolutionsbiologie und der
Hirnforschung). Er sieht noch immer in der römischen Kirche die "einzig
wahre" Kirche Christi und degradiert die Kirchen der Reformation zu
"kirchlichen Gemeinschaften".
Die unter strenger Geheimhaltung mit
den erzreaktionären Piusbrüdern geführten "Versöhnungs-Gespräche"
verheißen nichts Gutes. Die zukunftsweisenden Konzilsdokumente über die
Gewissens - und Religionsfreiheit, über die nicht-christlichen Religionen, über
das Judentum und die Ökumene sind in Gefahr, "umgedeutet" zu werden.
Selbst konservative Theologen befürchten eine Verfälschung der Aussagen und der
realen Absichten des reformorientierten Zweiten Vatikanischen Konzils.
Der Papst sollte endlich die immer
lauter werdende, weltweite Kritik an seinem Pontifikat als Ausdruck der tiefen
Besorgnis der Gläubigen über den Zustand der römischen Kirche verstehen und sie
nicht als "Geschwätz" abtun. Vielleicht begreift er auch, dass ein
Einzelner - und sei es ein "unfehlbarer" Papst - dazu gar nicht in
der Lage ist und dass es eines neuen, nun aber wirklich ökumenischen Konzils
bedarf.
Dr. Norbert Scholl (*1931), 1969-1996
Professor für katholische Theologie in Heidelberg, ist Mitglied der
Reformbewegung "Wir sind Kirche" FR 17
Papst Benedikt zum Missbrauchsskandal Ein bisschen Reue
Eher nebenbei äußert sich Papst
Benedikt zum Missbrauchsskandal. Der Vatikan will unterdessen Hunderttausende
Priester in Rom für ihr Oberhaupt demonstrieren lassen. Von Andrea Bachstein,
Rom
Fast nebenbei hat am Donnerstag Papst
Benedikt XVI. zu den Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche Bezug genommen.
"Wir Christen haben auch in jüngster Zeit oft das Wort Reue
vermieden, weil es uns als zu hart erschienen ist", sagte Papst Benedikt
XVI. am Donnerstag. "Aber "jetzt, unter den Angriffen der Welt,
die von unseren Sünden spricht, sehen wir, dass es eine Gnade ist, Buße tun zu
können. Und wir sehen, wie notwendig es ist, Buße zu tun und zu erkennen, was
falsch ist in unserem Leben." Das Kirchenoberhaupt fuhr fort: "Der
Schmerz der Reue bedeutet Reinigung und Veränderung."
Der Papst hat keinen spektakulären
Anlass gesucht, um zumindest im Ansatz die Worte zu finden, auf die so viele
seit Wochen gewartet haben. Benedikt XVI. sprach sie in einer Predigt während
einer Messe in der Paolinischen Kapelle des Vatikan vor Mitgliedern der Päpstlichen Bibelkommission
aus. Diese Mahnung zu Reue und Buße des Papstes stand in Zusammenhang mit
einer Ausführung zum Thema "Primat des Gehorsams vor Gott".
Der Text wurde von der italienischen
Agentur Ansa verbreitet, Radio Vatikan veröffentlichte ihn unter der
Überschrift: "Der Gehorsam gegenüber Gott macht den Menschen wirklich
frei, auch, um sich der Diktatur des Konformismus zu widersetzen." Die
Passage, in der Papst Benedikt XVI. offenkundig Bezug nimmt auf die Angriffe,
unter denen die Kirche wegen der zahlreichen Missbrauchsfälle durch Priester
und andere Kirchenbedienstete in vielen Ländern steht, taucht dort jedoch erst
gegen Schluss des Beitrages auf.
Demonstration für den Papst
Das Kirchenoberhaupt sagte am
Donnerstag weiter, es gehe darum, sich dem Vergeben zu öffnen, sich auf die
Vergebung vorzubereiten, sich verändern zu lassen. Deutlicher hat sich der
Papst bisher nur in seinem Hirtenbrief an die Gläubigen in Irland vom 20. März.
geäußert. Am Wochenende fliegt Benedikt XVI. nach Malta, es ist seine erste
Auslandsreise seit Bekanntwerden der Missbrauchsskandale. Auch dort gibt es
mehrere Dutzend Opfer. Einige von ihnen haben gebeten, dass der Papst sich mit
ihnen treffen soll.
Unterdessen hat wegen der Vorwürfe
gegen den Papst die vatikanische Kleruskongregation
die Priester weltweit zu einer Solidaritätsdemonstration für das
Kirchenoberhaupt aufgerufen. Die Kundgebung soll am 11.Juni auf dem Petersplatz
in Rom stattfinden.
Kardinal Claudio Hummes,
rief in einem Brief an 400.000 Geistliche aus aller Welt zu der Aktion auf.
"Es geht darum, unserem geliebten Papst Benedikt XVI. unsere Solidarität,
unsere Unterstützung, unser Vertrauen zu zeigen", schrieb er in dem Brief,
den die Glaubenskongregation am Donnerstag im Internet veröffentlichte. Eine
ähnliche Aktion plant das italienische Bündnis laizistischer Gruppen für Mitte
Mai.
SZ 16
Hintergrund. Das Ausland und der Papst
Moslems sind enttäuscht
Respekt und Ansehen hat dem Papst sein
Besuch 2009 in Bethlehem eingebracht, auch weil er in dem palästinensischen
Flüchtlingslager Aida die Rechte der Bewohner auf ein menschenwürdiges Leben
einforderte. Allerdings hat sich bei vielen Muslimen das Verhältnis zu Benedikt
abgekühlt. Zunächst hatte die hohe muslimische Geistlichkeit die Wahl des
Wertkonservativen zum Papst begrüßt. Einen bis heute nachwirkenden Bruch jedoch
löste 2006 die Regensburger Rede aus. Darin machte sich der Papst unkommentiert
das Zitat eines spätbyzantinischen Herrschers zu eigen, der den Islam in erster
Linie mit Gewalt identifizierte. Um die Wogen zu glätten, betrat der Papst 2009
als besondere Geste die Hussein Bin Talal Moschee in Amman - ohne aber dadurch
dem Verhältnis beider Weltreligionen neue Impulse geben zu können. (mge)
Kein Glück in Nordamerika
Die US-Amerikaner sind mit Benedikt
XVI. nie warm geworden. Zu vergeistigt schien der Deutsche, zu unnahbar einer
Kultur, die auch von der Seelsorge Unterhaltung erwartet. Erst eine USA-Reise
2008 schien das Eis zu brechen. Er schuf Sympathien, indem er sich mit Opfern
pädophiler US-Priester traf und zugab, die Kirche sei mit dem Problem
"manchmal sehr schlecht umgegangen". Doch zuletzt haben gerade
US-Medien versucht, Joseph Ratzinger eine tragende Rolle bei der Vertuschung
von Missbrauchsfällen nachzuweisen. Fürsprecher verweisen zwar darauf, da sei
mehr Rauch als Feuer. Doch die Anwürfe zeigen, was Benedikt in Amerika nicht
gelungen ist: die drittgrößte Landeskirche Roms mit ihren 67 Millionen
Katholiken vom Fluch der gerade in den USA schwindelerregenden
Pädophilie-Skandale zu befreien. (ost)
Lateinamerika - Charisma vermisst
Nein, verehrt oder gar geliebt wird er
nicht in Lateinamerika. Man ehrt ihn, man beugt sich womöglich seiner
Autorität, aber dass er die Herzen rührt - nein, auch in der katholischsten
Ecke der Welt vermissen die meisten Gläubigen offenbar bei Benedikt XVI. das
Charisma. Ein Teil des lateinamerikanischen Klerus hatte 2005 gehofft, einer
der ihren werde auf Johannes Paul II. folgen. Unvergessen ist in der Kirche
Kardinal Ratzingers harsches Vorgehen gegen die Befreiungstheologie
Lateinamerikas in den 80er Jahren. Kirchenferne Kreise schütteln den Kopf über
manche Papst-Ansicht - dass sich, wie er 2007 bei seinem Brasilien-Besuch
sagte, die Ureinwohner nach der Verkündigung des Evangeliums gesehnt hätten,
erscheint ihnen so hanebüchen wie Benedikts Ansicht, die Kirche sei historisch
am Elend der Indianer unschuldig. (kth)
Israel - Bitte um Vergebung erwartet
Päpste sind den Israelis leicht
suspekt, ein deutscher besonders. Zumal Benedikt XVI. ein offenes Wort zur
Rolle des Vatikans während der Schreckensherrschaft der Nazis bis heute
vermieden hat. Als Benedikt 2009 nach Israel reiste, nahm man ihm auch übel,
dass er - anders als Vorgänger Johannes Paul - beim Besuch in Yad Vashem kein persönliches Wort
fand. Der Pontifex deutscher Herkunft sprach sich auf
theologisch-intellektueller Ebene gegen das Vergessen und jede Verharmlosung
der Schoah aus. Nur, auf die Israelis wirkte das zu
kühl für einen, der seine Jugend in der Nazi-Zeit verbracht hatte. Gerade von
Joseph Ratzinger hätten sie eine Bitte um Vergebung erwartet. Auch erinnert man
sich an die Affäre um Piusbruder Richard Williamson, den Benedikt wieder in den
Schoß der Kirche aufnahm. Der Mann ist als Holocaust-Leugner bekannt. (geg)
Afrika - Zweifel am Zölibat
Das Wachstumspotenzial der katholischen
Kirche liegt in Afrika. Rund 20 Prozent aller Afrikaner sind katholisch. Das
entspricht rund 158 Millionen Katholiken auf dem afrikanischen Kontinent.
Tendenz: steigend. In den vergangenen Jahren hat sich die katholische
Anhängerschaft verzwanzigfacht. Bis 2025 erwartet
Rom, dass ein Sechstel aller Katholiken weltweit in Afrika leben werden. Der
Papst scheint äußerst beliebt zu sein. Allerdings sieht man es in Afrika auch
nicht so eng mit dem Zölibat für Priester und der päpstlichen Kondom-Ächtung.
Angesichts von Millionen Menschen, die mit dem Aids-Virus infiziert sind, hält
nicht nur der südafrikanische Bischof Kevin Dowling
das Kondomverbot für moralisch inakzeptabel. Viele
Geistliche verteilen in ihren Gemeinden Kondome. (dw)
fr 17
(K)ein Grund zu gehen? Steigende Zahlen von Kirchenaustritten in vielen Regionen
Mit einer Schockstarre
hatten offenbar viele enttäuschte Kirchenmitglieder zunächst auf das
Bekanntwerden von Missbrauchsfällen in kirchlichen Einrichtungen reagiert.
Entgegen mancher Erwartungen blieb die Zahl der Kirchenaustritte im Februar und
März noch auf normalem Niveau, doch nun gehen die Zahlen in vielen Regionen
deutlich nach oben. In der Politik würde man von „erdrutschartigen Verlusten“
sprechen. Kirchliche Medien sind derzeit bemüht, die bekannt gewordenen Zahlen
zu begründen – oft genug mit dem geradezu peinlichen Tenor, diese regelrecht
schönzureden.
Bemerkenswert ist, dass mit den
Austrittszahlen nunmehr ein weiteres Thema in die Schlagzeilen der Medien
gelangt, dass in den Kirchengemeinden vor Ort kaum präsent ist. Wie viele
Getaufte in einem Jahr aus ihrer Kirche austreten, erfahren die
Gemeindemitglieder vielleicht noch in den Jahresschlussgottesdiensten und in
der Gemeindestatistik, die im Pfarrbrief veröffentlicht wird. Der Rest ist
Schweigen. Darüber in Gemeinden, Gremien und Gruppen ins Gespräch zu kommen,
kommt einem Tabubruch gleich. Denn Kirchenaustritte konfrontieren die, die
Gemeinde sein und leben wollen, mit der Frage nach der Glaubwürdigkeit ihres
Christ- und Kircheseins.
Vor einem Jahr war es die päpstliche
Aufwertung der konservativen Pius-Bruderschaft, die in Deutschland zu schweren
Turbulenzen und auch zu einer Austrittswelle führte. Diesmal aber geht die
Krise nicht von Rom aus, sondern betrifft vielleicht sogar die eigene
Kirchengemeinde oder Schule. Auch das verleiht der derzeitigen Krise und ihren
Folgen eine besondere Dimension.
Kirchenaustritte - so ernst sie zu
nehmen sind - sind aber nur ein Symptom der heutigen gesamtkirchlichen
Situation. Sinkende Zahlen von Gottesdienstbesuchen, mangelndes Wissen über
Glauben, Kirche sowie die religiöse Praxis, der schwindende Einfluss der Kirche
in der Öffentlichkeit – all das ist Ausdruck dafür, dass sich Grundlegendes im
Verhältnis von Kirche und Gesellschaft verändert hat. Die Kirche hat aufgrund
gesellschaftlicher Ausdifferenzierung und zunehmender Individualisierung ihre
Monopolstellung in Sachen Sinndeutung und Lebensorientierung längst verloren
und ist inzwischen ein Sinnanbieter unter vielen anderen geworden. Kirche muss
nun selber für ihr Angebot werben und Überzeugungsarbeit leisten.
Diese neue Situation ermöglicht es
Menschen, aus den religiösen Angeboten jeweils das auszuwählen, was sie
benötigen oder was ihnen plausibel erscheint. Auch Christen machen von diesem
Verhalten Gebrauch: Getaufte, die Kirche bei Bedarf und Gelegenheit wahrnehmen,
finden sich neben denen, die dauerhaft Gemeinde (er-)leben wollen. Eine solche
Wahlfreiheit schließt konsequenterweise die Möglichkeit zum Kirchenaustritt mit
ein – gerade dann, wenn die Glaubwürdigkeit auf dem Spiel steht und das
Vertrauen in die Institution Kirche rapide schwindet.
Oft ist in jüngster Zeit davon die
Rede, dass es ohnehin die Kirchenfernen seien, bei denen der berühmte Tropfen
nun das Fass zum Überlaufen gebracht habe und die mit ihrem Kirchenaustritt
gegen die in der jüngsten Vergangenheit bekannt gewordenen Missbrauchsfälle
protestieren. Ist dem wirklich so? Es gibt unzählige Studien, die belegen, dass
einem Kirchenaustritt ganz unterschiedliche Motive zugrunde liegen. Auf diese
soll an dieser Stelle nicht näher eingegangen werden. Tatsächlich geht dem
Entschluss zum Kirchenaustritt zumeist ein längerer Prozess der Entfremdung
und/oder Enttäuschung, vielleicht sogar der Verärgerung über kirchliche
Positionen oder Personen voraus. Für Viele ist auch die Kirchensteuer ein
Grund, die Kirche zu verlassen.
Fakt aber ist: Es ist falsch, die
steigende Zahl der Kirchenaustritte mit einem Gesundschrumpfungsprozess
schönzureden oder mit dem Bild der „kleinen Herde“ womöglich auch noch zu
spiritualisieren. Jeder Kirchenaustritt ist eine Anfrage an die verlassene Gemeinschaft.
Nur den wenigsten Austrittswilligen fällt der
tatsächliche Schritt leicht. Immer steht dahinter eine Gewissenentscheidung,
die es zu respektieren und ernst zu nehmen gilt. Keineswegs signalisiert der
Austritt aus der Glaubensgemeinschaft zwingend den Abfall vom Glauben und
Desinteresse an der Kirche. Ohne Frage gibt es zunehmend auch diesen Grund. Und
dieser ist in aller Konsequenz zu respektieren. Aber gerade derzeit sagen nur
wenige: „Ich will die Kirche nicht“. Wohl die meisten sagen: „Ich will die
Kirche nicht so“ – und sie zeigen damit trotz oder gerade wegen ihres
Kirchenaustrittes sehr wohl ein Interesse an Kirche und christlichem Glauben.
Die Frage, ob der Weg zum Standesamt/Amtsgericht der richtige ist, kann und
soll an dieser Stelle nicht beantwortet werden.
Was ist zu tun? Verlorenes Vertrauen
kann und muss in kleinen und sicher oft mühsamen Schritten wiedergewonnen
werden, denn sinn- und wertstiftende Organisationen sind wichtiger und nötiger
denn je. Egal, ob sie die Kirche verlassen haben oder ihr (noch) treu sind: Die
Sehnsucht vieler Christen nach Glaubwürdigkeit der Kirche ist keineswegs
utopisch, ohne Verortung. Glaubwürdig ist Kirche da, wo es eine Echtheit der
Beziehung zu Gott und den Menschen gibt. Und besonders auch dort, wo das
Eingestehen von Schuld und Versagen und eine aufrichtige Bitte um Vergebung zu
Veränderung, zur möglichen Wiedergutmachung und zu einem Neubeginn führt. Schon
die frühen Christen sprechen davon, dass Kirche heilig und sündhaft zugleich
ist.
„Wollt auch ihr weggehen?“ (Joh 6,67) - diese Frage stellt Jesus seinen Jüngern,
als sich seine Anhänger scharenweise von ihm abwenden. Dieses Wort Jesu ist
naheliegend und wird oft zitiert in den letzten Wochen. Und wir wissen, dass es
mit dem Weggehen oder Wegbleiben allein nicht getan ist. Es bleibt die Frage
nach dem Wohin, die schon Petrus an Jesus stellt – und auch selber beantwortet:
„Du hast Worte des ewigen Lebens“.
Die Gemeinden vor Ort bieten in
besondere Weise den Raum, in dem diese Worte glaubwürdig erfahrbar und erlebbar
sind. Vor allem aber ist jeder Christ, der in seinen sozialen Bezugsfeldern
überzeugt lebt, die beste Werbung für das Sinnangebot Kirche. Auch für
diejenigen, die die Kirche verlassen haben. Diese Chance gilt es zu nutzen. Andrea Kronisch ,
kath.de-Redaktion
Mit einem ausgedünnten Arbeitsprogramm
hat Papst Benedikt XVI. am Freitag seinen 83. Geburtstag begangen. Um die
Mittagszeit sprach er mit einigen brasilianischen Bischöfen über die Situation
in ihren Diözesen, darunter auch der österreichische Amazonas-Bischof Erwin
Kräutler. Unterdessen trafen im Vatikan Glückwünsche aus aller Welt ein, vor
allem von italienischen Politikern, aber auch aus dem deutschen Sprachraum.
Neben einem Mittagessen im Kreis seines päpstlichen Haushalts nutzte Benedikt
XVI. seinen Geburtstag vor allem zu Erholung und zu letzten Vorbereitungen für
seine Reise nach Malta am Wochenende. Anlässlich des fünften Jahrestages der
Wahl von Joseph Ratzinger zum Papst am kommenden Montag gibt Kardinal-Dekan
Angelo Sodano mit dem Kardinalskollegium ein Essen zu
Ehren des Papstes. Einziges offizielles Ereignis zu diesen beiden Gedenktagen
ist am 29. April ein Konzert in der vatikanischen Audienz-Halle. Es wird dem
Papst von Italiens Präsident Giorgio Napolitano gestiftet.
Als „politisch wachen Papst“ und großen
Theologen hat Erzbischof Robert Zollitsch Papst
Benedikt XVI. gewürdigt. Das Kirchenoberhaupt beziehe in öffentlichen Debatten
Stellung und bringe auch gegenüber den Mächtigen der Welt feste moralische
Standards zur Geltung. Das schreibt der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz in einem Beitrag für die Vatikanzeitung „L´Osservatore
Romano“ (Freitag) anlässlich des fünften Jahrestages der Papstwahl. Die
Weltkirche feiert das Jubiläum am kommenden Montag. Als „entschiedener Kämpfer
für eine Kultur des Lebens“ verstecke sich der Papst nicht hinter
diplomatischen Floskeln, sondern riskiere auch „durchaus heftigen Widerspruch“,
so der Erzbischof. Im Blick auf das Verhältnis zum Judentum müssten gerade die
Deutschen Benedikt XVI. zutiefst dankbar sein. Zollitsch
verwies dabei auf den Besuch des Papstes im Vernichtungslager Auschwitz und auf
seine Verurteilung des Antisemitismus in der Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem.
Papst Benedikt hat „tiefe Wurzeln und
weite Äste“. Das sagt Roman Angulanza, pensionierter
Direktor des katholischen Bildungswerkes in Salzburg. Er kennt den Papst seit
über einem halben Jahrhundert. Er gehört zum Schülerkreis von Josef Ratzinger,
der die jährlichen Treffen mit seinen früheren Studenten auch als Papst
fortführt. Im Gespräch mit Radio Vatikan zeichnet Angulanza
ein persönliches Bild des Papstes:
„Wir haben uns natürlich gefragt: Wie
wird er jetzt sein, als Papst? Aber im Schülerkreis ist er ganz locker, so wie
früher. Er hat immer sein fröhliches Lächeln auf, er fühlt sich im Kreis sehr
geborgen und daheim. Er ist sehr bescheiden, unglaublich interessiert an allem,
was wir ihm erzählen. Er ist sehr offen. Also ich habe ihn nie anders kennen
gelernt, als in seiner bescheidenen, liebenswürdigen, freundlichen, sehr
herzlichen Art. Er war auch immer gut zu Späßen aufgelegt.“
Viel zu lachen hat das katholische
Kirchenoberhaupt in der letzten Zeit nicht gehabt. Ob Fragen der Ökumene, die
Piusbrüder oder der Missbrauchsskandal – in fünf Jahren Pontifikat begegnete
Benedikt XVI. so manche Herausforderung. Leicht werde da die Gesamtvision des
Papstes von der Glaubensgemeinschaft vergessen, so Angulanza.
Der Papstkenner erinnert sich an Joseph Ratzingers Worte aus einem Interview
von 2003. Der zukünftige Papst habe damals gesagt: „Ich glaube, für die Kirche
ist es einfach wichtig, dass sie einerseits einen festen Stamm hat, der trägt
und steht, und tiefe Wurzeln hat, und dass sie andererseits ihre Äste weit ausspannen
kann, so dass sich viele Leute mehr oder weniger nah an sie anhängen können,
auch wenn Identifizierungen heute schwierig sind. Es müssen eben auch Vögel in
diesem Baum nisten können, die selbst nicht zu diesem Baum gehören und daher
auch immer wieder einmal wegfliegen. Ich glaube, hier sollten wir einfach
Freude daran haben, dass es so etwas gibt und dass man sich von weit her an die
Kirche anhängen kann, wie kritisch man ihr gegenüber auch immer stehen mag.“ (rv/kipa/kna
16)
Fünf Jahre im Amt. Der interreligiöse Scherbenhaufen des Papstes
Er meint es gut, aber er macht es
schlecht: Benedikt XVI. ist der intellektuell und theologisch bedeutendste
Papst seit langem. Doch er hat seine Talente und Kräfte nicht genutzt.
Benedikts bisherige Amtszeit verursachte einen interreligiösen Scherbenhaufen,
analysiert Historiker Michael Wolffsohn .
Wir sind Papst", jubelte die
Nation vor fünf Jahren. Bei seinem Deutschlandbesuch lag sie ihm zu Füßen.
"Zum Teufel mit dem Papst", flucht Joseph Ratzingers Heimatland
heute. Eigentlich spräche das für Benedikt XVI. Erinnert dieses Wechselbad der
Gefühle nicht an das Neue Testament? Erst "Hosianna!", dann
"Kreuziget ihn!"
Wohlfeil sind heute die
Anti-Benedikt-Bekenntnisse. Gerade wer die Kenntnisse und das Wissen dieses
Papstes kennt und schätzt, wird - unabhängig von der laufenden Missbrauchs- und
Bloß-nicht-Benedikt-Konjunktur - umso enttäuschter von ihm sein. Als Jude richte
ich meinen Blick besonders auf sein Verhältnis zu Judentum und Islam.
Benedikt XVI. ist der intellektuell und
besonders theologisch bedeutendste Papst seit langem. Dieses gottgegebene
Reservoir sowie die persönlich erworbenen religiösen Potenzen hat er nicht
genutzt. Wie kein zweiter hätte der deutsche Papst zu Judentum und Islam
Brücken schlagen können - und müssen. Stattdessen: Ein interreligiöser
Scherbenhaufen.
Manche sagen, bei seinem Auschwitzbesuch, im Mai 2006, hätte Papst Benedikt erstmals
jüdische Gefühle tief verletzt: Die Deutschen seien, so Benedikt, von den
Nationalsozialisten verführt und verblendet worden. Das sei, so die
Papstkritik, die Verwandlung deutscher Täter in Opfer. Nach fast allem, was
Benedikt judentheologisch jenem Besuch folgen ließ, klingt diese Kritik
plausibel. Vom Blickwinkel des Jahres 2006 aus sind jedoch Zweifel angebracht
an dieser Interpretation.
Bis zu seinem Besuch im
Vernichtungslager hatte sich Ratzinger als katholisch-jüdischer Brückenbauer
hervorgetan. Was Benedikt in Auschwitz sagen wollte, war dies: Gottlosigkeit -
und die Nationalsozialisten waren Gottlose - führe zu Gewalt und
Menschenverachtung und also zu Menschenmord. Gottesfurcht bedeute dagegen auch
Ehrfurcht vor Menschenleben.
Genau hier wird das Problem des Papstes
erkennbar: Immer wieder fragt man sich: "Was hat er gemeint?" Seinen
Analysen und Aussagen fehlt die Präzision, und seine Beispiele sagen meistens
das Gegenteil des Gemeinten. Er selbst provoziert die Missverständnisse, indem
er so verquast formuliert wie der sprichwörtliche deutsche Professor - der er
bis 1977 auch war, bevor er Erzbischof, dann Kardinal und Papst wurde.
Dabei hätte Benedikt in Auschwitz zum
Beispiel auch sagen können, was jeder theologische Proseminarteilnehmer weiß:
Wer auch nur einen Menschen ermordet, verstößt gegen das Christen und Juden
gemeinsame Gebot "Du sollst nicht morden!"
Mit wenigen - sogar den
standardisierten Fernseh-Zeitportionen angemessenen - Worten hätte der Papst
auf eine der zentralen Gemeinsamkeiten von Christen und Juden hingewiesen: auf
die Zehn Gebote sowie die Tatsache, dass talmudische (also jüdische) und
jesuanische Ethik weitgehend deckungsgleich sind. Stattdessen bot er der Welt
verschachtelte Theologie und fragwürdige Geschichtsdeutung.
Der Papst und die Juden
Mindestens so missverständlich war dann
die Regensburger Rede des Papstes am 12. September 2006: Zur Rolle der Gewalt
bei der Verbreitung der Religion und als Kritiker des Islam zitierte er
ausgerechnet einen byzantinischen, also christlichen Kaiser, den kaum jemand
kannte. Ein Christ als Kronzeuge zu diesem Thema: absurd.
Ein byzantinischer Christ: noch
absurder, denn die byzantinischen Kaiser verkörperten noch weniger als die
Katholische Kirche die Gewaltlosigkeit. Wollte Benedikt über den Kaiser Manuel
II. eine Brücke zur orthodoxen Christenheit schlagen? Dagegen ist nichts zu
sagen - doch nicht mit diesem Zitat, zu diesem Thema, in dieser Zeit.
Es kam, wie es kommen musste: Die
islamische Welt war mehrheitlich empört. Dabei hatte es Benedikt gut gemeint -
unterstellen wir das einmal. Und doch so schlecht gemacht.
Ein Papst seines theologischen Kalibers
hätte zum Thema "Gewalt im Islam" den Begriff des Heiligen Krieges in
vergleichender christlich-muslimischer und auch jüdischer Sicht aufgreifen und
ebenso gelehrt wie verständnisvoll islamistische Fundamentalisten darauf
hinweisen können, dass sie mit Selbstmordattentaten an den Fundamenten des
Islam rütteln.
Er hätte ergänzen können, dass Juden
und Christen im Koran nicht als "Ungläubige" gelten, sondern Schutz
genießen. Er hätte fragen können, ob "Jihad" tatsächlich Krieg oder,
wie von Islam-Apologeten behauptet, "große geistige Anstrengung"
bedeutet. "Lassen Sie uns das gemeinsam klären", hätte er sagen
können, um hinzuzufügen: "Ebenso sind wir Christen bereit, selbstkritisch
zu fragen, ob die Kirche stets die jesuanische Friedensbotschaft der
Bergpredigt befolgt hat." Benedikt hätte, hätte, hätte. Er hat nicht. Er
hat meistens gesprochen, ohne die Folgen zu bedenken, und sich anschließend zum
Reparateur seiner selbst gemacht.
Seiner Regensburger Islamschelte
folgten Ende 2006 die Reue-Reise nach Istanbul sowie im Frühjahr 2008 eine
Erklärung des Pontifex mit iranisch-schiitischen Geistlichen: Glaube und
Vernunft seien "von sich aus gewaltlos", hieß es. Diese Aussage
stimmt weder bezüglich der Kirchengeschichte noch im Hinblick auf Koran und Hadith, die Sammlung der Worte und Taten des Propheten
Mohammed. Seit wann wäre außerdem und ausgerechnet der schiitische Iran-Islam
gewaltlos?
Schon das 2007 erschienene Jesus-Buch
des Papstes war ein judentheologischer Rückschritt. Noch als Kardinal hatte er
erklärt: Die Kirche habe das Alte Testament zu einseitig als Hinführung auf
Jesus, den Christus, interpretiert. Im Jesus-Buch ist von dieser Selbstkritik
keine Rede mehr.
Danach hat Benedikt viele Juden direkt
provoziert. Anfang 2008 formulierte er persönlich für die Lateinische Messe
eine neue Fassung der Juden-Fürbitte im Karfreitagsgebet:
Die Juden sollten Jesus als ihren Heiland anerkennen, so wird nun wieder - auf
Latein - gebetet, nachdem die Kirche in den Landessprachen von diesem Wunsch
Abstand genommen hatte. Wieder fühlte er sich missverstanden. Wieder hatte er -
unterstellen wir - alles gut gemeint und, ja, den traditionellen Text
entschärft. Doch nicht allein der Text war die Provokation, das Thema war es.
Muss der Papst, müssen die Katholiken, für die Juden bitten, weil sie eben
nicht an Jesus als Christus glauben? Das dürfen sich die Juden verbitten, wenn
ihnen der Papst auf Augenhöhe begegnen will.
Will er denn? Kann er überhaupt, wenn
er 2009 Holocaustleugner kirchlich wiedereingliedert? Wenn er den
"Pius-Brüdern" die Hand ausstreckt, obwohl sie die uralte Legende von
den Juden als Gottesmörder auf- und hochkochen lassen und dafür sogar die Juden
der Jetztzeit, ja die Juden auf ewig, sofern sie nicht konvertieren,
verantwortlich machen? Wieder hat es der Papst nicht so gemeint, heißt es, und
von der Judenfeindlichkeit der Brüder nichts gewusst. Dabei hatte er als Kardinal
die Verhandlungen mit den Piusbrüdern geführt und deren Vertreter persönlich
gekannt.
Der Pius-Brüder-Absolution folgte noch
2009 der Besuch Israels. Dort überwältigte ihn das Grundvokabular der
"Holocaustbewältigung". Benedikt hatte gemeint, es reiche, wenn er
den Holocaust einmal, bei der Ankunft, als Urverbrechen bezeichne und
Wiederholungen, selbst in der Holocaust-Gedenkstätte Jad Waschem,
vermeide. Wieder war der Papst-Professor politisch verpeilt.
Erlöst wurde er durch Präsident Peres und den aschkenasischen
Oberrabbiner Metzger. Sie interpretierten ihn wohlwollend und entschärften auf
diese Weise die Spannungen.
Dieser Papst hat Juden gegenüber seine
Chancen verpasst, islamische Fundamentalisten unfreiwillig gestärkt und in
dieser Hinsicht sein Pontifikat verpatzt.
Der Historiker Michael Wolffsohn zählt
zu den führenden jüdischen Intellektuellen in Deutschland. DW 16
Interview zu Papst Benedikt XVI. "Ein von Desastern bestimmtes Pontifikat"
Der US-amerikanische Papstkenner John
L. Allen über Skandale, Krisen und Kontroversen unter Benedikt XVI., der sich
lieber der Theologie widmet als den irdischen Herausforderungen. John L. Allen,
geboren 1965, ist Vatikan-Experte der unabhängigen US-Wochenzeitung National Catholic Reporter. Seine 2002 vorgelegte
Ratzinger-Biografie erschien im Patmos-Verlag. Im Herder-Verlag kam 2008 das
Bändchen "Worum es dem Papst geht" heraus. ( jf )
Herr Allen, macht Papst Benedikt seine
Sache gut?
Das ist ganz extrem eine Frage der
Perspektive. Für die Insider, die an den Lippen des Papstes hängen und sich an
seine Fersen heften, ist Benedikt ein großer Lehrer. Der Rest der Welt aber
schert sich kaum um seine klugen, fein ziselierten Enzykliken, Predigten und
Reden. Da steht der Papst für eine beispiellose Serie von Skandalen, Krisen,
Kontroversen und PR-Katastrophen. Und so gesehen, ist dieses Pontifikat - wie
wir Amerikaner sagen - "defined by its desasters",
von seinen Desastern bestimmt.
Wie nimmt sich der Papst selbst wahr?
Er möchte einer postmodernen Welt das
Lehrgebäude des Christentums in einladender Weise präsentieren. Diese Agenda
arbeitet er sehr systematisch ab.
Aber den besagten "Rest der
Welt" scheint er damit kaum zu erreichen.
Das ist Benedikts Paradox: Wir haben es
mit einem lehrenden Papst zu tun, der - wenn er Gehör finden wollte - eine
Weile mit dem Lehren aufhören und stattdessen seinen Laden in Ordnung bringen
müsste.
Ein Desinteresse an innerer Führung
wurde schon Benedikts Vorgänger vorgeworfen.
Ein zweites Paradox! Joseph Ratzinger
wurde gewählt, um mit Missständen im Vatikan aufzuräumen. Stattdessen steht er
für ein Regime, in dem so ziemlich alles daneben geht,
was daneben gehen kann. Verglichen mit dem Zustand
heute, lief die Kurie unter Johannes Paul II. wie geschmiert.
Woran liegt das?
Benedikt hat mit Führung nichts im
Sinn. Seine Zeit und seine Energie investiert er in Theologie. Was ich gar
nicht für schlecht halte. Er bringt da ja durchaus Beeindruckendes zustande.
Und hätte er Leute um sich geschart, die sein Führungsdefizit ausgleichen und
für ihn das Kommando übernehmen könnten, wäre das ganz in Ordnung. Aber auch
das ist offensichtlich nicht der Fall.
Im Missbrauchs-Skandal wirkt der Papst
auf viele so, als hätte er neben dem Führungsdefizit auch ein Defizit an
Empathie und menschlicher Wärme. Wie erleben Sie ihn?
Das ist - sorry! - das nächste Paradox.
Es gibt in der gesamten Kirchenspitze keinen, der mehr dafür getan hätte, den
Missbrauchs-Sumpf trockenzulegen, als Joseph Ratzinger.
Das ist doch jetzt nicht Ihr Ernst?
Doch, unbedingt! Er hat strenge
Verfahrensregeln eingeführt zu einer Zeit, als sonst niemand so recht an das
Thema Missbrauch herangehen wollte. Er hat sich als erster Papst mit
Missbrauchsopfern getroffen und im Namen der Kirche persönlich um Verzeihung gebeten.
Das entsprang, wie ich aus persönlichem Erleben versichern kann, einem tiefen
Entsetzen über das, was er da alles zu lesen bekommen hatte.
Dann liegen jene Kritiker falsch, die
dem Vatikan eine Mentalität des Wegsehens, Leugnens und Vertuschens vorwerfen?
Das war zweifellos die Unkultur der
Kirche und speziell des Vatikans über Jahrzehnte. Aber Ratzinger steht für den
Bruch damit. Er hätte als strahlender Held aus der ganzen Geschichte
herauskommen können. Trotzdem haben Sie Recht mit Ihrer Skepsis. Seine Rolle
als Aufklärer ist völlig untergegangen. Und daran sind nicht die "bösen
Medien" schuld, sondern das grottenschlechte Krisenmanagement des
Apparats. Und zu sagen, dem Papst seien die Opfer egal, hat nichts mit dem
Joseph Ratzinger zu tun, den ich kenne.
Wer ist also der, den Sie kennen?
Einen liebenswürdigeren, höflicheren, zugewandteren und persönlich interessierteren Menschen
werden Sie kaum finden. Wenn Sie das jetzt wundert, ist das wiederum ein
Gradmesser für das Versagen der päpstlichen PR. Es gab die Momente, in denen
die genannten Charakterzüge auch öffentlich wahrgenommen wurden: Nach seiner
USA-Reise etwa gaben ihm 83 Prozent der Amerikaner gute Noten. Aber kaum saß er
im Flugzeug, passierte wieder irgendein Debakel. Also noch einmal: Der Papst
könnte einen guten Lauf haben, wenn er fähig wäre, im eigenen Haus aufzuräumen.
Wer es als Theologe oder Kritiker mit
ihm zu tun bekommt, soll wenig Liebenswürdigkeit spüren.
In seinem Selbstbild unterscheidet er
strikt zwischen Person und Sache. Gegen vermeintlich falsche oder gar
gefährliche Lehren geht er so unerbittlich vor wie kein Zweiter.
Was für die Betroffenen aufs Selbe
herauskommt.
Stimmt. Und trotzdem ist Ratzinger kein
fieser Mensch.
Interview: Joachim Frank FR 17
Papst: „Missbrauchsskandal verpflichtet zur Busse“
Papst Benedikt XVI. sieht angesichts
des Missbrauchsskandals die Notwendigkeit zur Busse und Reue. Wörtlich sagte er
in einer Messe mit der vatikanischen Bibelkommission an diesem Donnerstag:
„Wir Christen haben auch in jüngster
Zeit oft das Wort Busse vermieden, weil es uns zu hart schien. Jetzt, unter den
Angriffen der Welt, die uns unsere Sünden vorhalten, erkennen wir, dass Busse
tun zu können eine Gnade ist, und wir sehen, wie notwendig das Büssen ist.“
Die damit verbundenen Leiden bewirkten
Reinigung und Wandlung, betonte der Papst.
„Dieser Schmerz ist Gnade, weil er
Erneuerung bedeutet. Es geht darum, sich der göttlichen Barmherzigkeit und der
Vergebung zu öffnen, so das Kirchenoberhaupt.“
Zugleich sprach der Papst von einer
„subtilen oder auch weniger subtilen Aggression gegen die Kirche“. Auch ohne
totalitäre Regime herrsche ein Druck, so zu denken, wie alle denken. Die
Angriffe auf die Kirche zeigten, „wie dieser Konformismus wirklich eine echte
Diktatur sein kann“.
Kirchenrechtler:
Exkommunikation bei Missbrauchsfällen unangebracht - Priester, die sich des
sexuellen Missbrauchs schuldig gemacht haben, sollen exkommuniziert werden.
Damit könne der Papst diesen „Mühlstein am Hals der Kirche zertrümmern“. Das
schreibt der Journalist Heribert Prantl in der „Süddeutschen Zeitung“ von
diesem Dienstag. Klaus Lüdicke ist Professor für Kirchenrecht und erklärt
gegenüber dem Kölner Domradio, warum diese Idee nicht
sonderlich weit trage:
„Das kirchliche Strafrecht hat ja nicht
das Ziel, das soziale Zusammenleben von Menschen zu regeln – das tut der Staat
–, sondern die Glaubensgemeinschaft zu schützen, also den Glauben und die
Funktionsfähigkeit der Kirche in Dienste. Von daher gibt es hier andere Strafen
in der Kirche als im Staat. Die Exkommunikation, von der hier die Rede ist,
bedeutet ja, dass jemand für die Zeit, wie er sich auflehnt gegen die Ordnung
der Kirche, ausgeschlossen wird. Sobald er sagt, er füge sich wieder, er folge
der Ordnung der Kirche, wird er von dieser Strafe losgesprochen. Das hieße bei
einem Missbrauchstäter, wenn der zu seinem Bischof geht und sagt 'Ich will es
nicht wieder tun', müsste er sofort von der Strafe losgesprochen werden. Das
kann doch nicht der Sinn der Sache sein.“ (kipa/domradio 15)
Papst Benedikt XVI. Einsam hinter hohen Mauern
Rom. Es ist ein verhangener
Frühlingstag in Rom. Um kurz vor 18 Uhr steigt an jenem 19. April 2005 Rauch
aus dem Schornstein der Sixtinischen Kapelle. Ist er grau? Oder weiß? Erst als
die mächtigen Glocken des Petersdoms zu läuten beginnen, weicht die Verwirrung.
Mehr als 100 000 Menschen strömen herbei, rund um den Petersplatz bricht der
Verkehr zusammen. "Habemus papam",
verkündet der chilenische Kardinal Jorge Arturo Medina Estevez
vom Balkon der Kathedrale. 17 Tage nach dem Tod von Johannes Paul II. hat das
Konklave den 78-jährigen Kardinal Joseph Ratzinger zu seinem Nachfolger gekürt,
einen "demütigen Arbeiter im Weinberg des Herrn", wie er es selbst
formuliert. Die Menge jubelt dem 265. Papst in der Geschichte zu.
Die Wahlversammlung der Kardinäle
brauchte nur zwei Tage für ihre Entscheidung, die viele überraschte: Zum ersten
Mal seit fast 500 Jahren saß wieder ein Deutscher auf dem Stuhl Petri. Dabei
galt Ratzinger durchaus als "papabile", ein
scharfsinniger Denker und gestrenger Glaubenswächter zugleich, der nach fast 25
Jahren in Rom den komplizierten Machtapparat des Kirchenstaates wie kaum ein
Zweiter kannte. Als Präfekt der Glaubenskongregation gehörte er selbst zu den
ganz Mächtigen und war einer der engsten Mitarbeiter des polnischen Papstes.
Die Kardinäle hatten sich damit für
Kontinuität entschieden, für einen, von dem sie wussten, dass er modischen
Erscheinungen des Zeitgeistes sehr kritisch gegenüberstand und dem die Einheit
der Kirche stets wichtiger war als eine Öffnung. Anders als sein Vorgänger, der
auf seinen vielen Auslandsreisen fast zum Popstar wurde, galt Ratzinger jedoch
als unnahbar und menschenscheu.
Seinem Ruf blieb er auch als Papst
treu. Als "Pontifikat der verpassten Gelegenheiten" bezeichnet es
sein einstiger Weggefährte Hans Küng. Schon in seiner ersten Messe geißelte
Benedikt die "Diktatur des Relativismus". Fünf Jahre nach seiner Wahl
sieht er sich mit einer der größten Krisen der katholischen Kirche
konfrontiert: Wegen des Missbrauchsskandals hat sie in vielen europäischen
Ländern ein massives Glaubwürdigkeitsproblem, und das liegt auch daran, wie Rom
mit dem Problem umgeht.
Doch schon vorher provozierte der
deutsche Papst immer wieder weltweite Aufregung. Den Anfang machte er 2006 mit
seiner Vorlesung in Regensburg, in der er den byzantinischen Kaiser Manuel mit
dem Satz zitierte, vom Propheten Mohamed komme nur "Schlechtes und
Inhumanes". Gewalt-Exzesse in der arabischen Welt ließen nicht lange auf
sich warten. Auch die Protestanten brüskierte Benedikt, und die Aussöhnung mit
dem Judentum leidet darunter, dass ausgerechnet ein deutscher Papst die
Seligsprechung von Pius XII. vorantreibt und die Karfreitagsfürbitte
für die Erleuchtung der Juden wieder eingeführt hat.
Ein noch größerer Lapsus aber unterlief
ihm Anfang vergangenen Jahres mit der Entscheidung, die Exkommunikation der
Lefebvre-Bischöfe rückgängig zu machen. Dass einer von ihnen, der britische
Bischof Richard Williamson, ein notorischer Holocaust-Leugner war und nur
wenige Tage zuvor gegenüber dem schwedischen Fernsehen ein entsprechendes
Interview gegeben hatte, wusste der Papst offenbar nicht. Bis heute kursieren
verschiedene Versionen, wie es dazu kommen konnte.
Benedikts Ansehen war jedenfalls so
beschädigt, dass er öffentlich reagieren musste. Von einer
"unvorhersehbaren Panne" sprach er hinterher. In der Sache aber blieb
er unnachgiebig und nahm die Piusbruderschaft vor weltweitem "Hass"
in Schutz. Im Vatikan finden regelmäßige Treffen mit den ultrakonservativen
Bischöfen statt, die die Beschlüsse des Zweiten Vatikanischen Konzils als zu
liberal ablehnen und deshalb ausgeschlossen worden waren.
Der Fall Williamson ist ein Lehrstück,
wie der Vatikan funktioniert. Benedikt hält die Zügel zwar straffer in der Hand
als der häufig abwesende Johannes Paul II., doch fehlt ihm das Gespür, dass
päpstliche Dekrete auch eine politische Dimension haben. Im Sinne der reinen
Lehre trifft der Dogmatiker Ratzinger einsame Entscheidungen, deren Wirkung
hinter den hohen Mauern des Vatikans entweder gar nicht oder falsch
eingeschätzt wird. Hinterher muss korrigiert, richtiggestellt und dementiert
werden, mit der gebotenen Langsamkeit einer uralten Institution. Deren
"Regierung", die Kurie, kann noch immer nach Gutdünken schalten und
walten. Und noch immer gleicht der Vatikan eher einem absolutistischen
Hofstaat, der, seltsam losgelöst von der Moderne, seinen eigenen Gesetzen
gehorcht.
"Krisenmanagement" ist
verpönt, und das hat auch mit der Person von Joseph Ratzinger zu tun. Schon in
früheren Jahren galt er vielen als der "Kältefaktor" der katholischen
Kirche. Seitdem die Kirche geschüttelt wird von immer neuen Enthüllungen über
pädophile Priester, erwarten gerade in Deutschland viele Katholiken an der
Basis mehr Empathie - auch wenn der Papst derartige Übergriffe als
"abscheuliche Verbrechen" verurteilt hat. In seinem Verständnis sind
sie zwar eine moralische Todsünde, aber nur von einzelnen fehlbaren Priestern.
Die Institution Kirche muss unbefleckt bleiben von diesem "Schmutz".
Diese Haltung prägte schon sein Handeln, als er als Präfekt der
Glaubenskongregation für das Thema zuständig war.
So sehr es aus Deutschland Kritik
hagelt, so moderat ist sie in dem Land, in dem Ratzinger einst als
"Panzerkardinal" verspottet wurde. Im katholischen Italien ist der
Papst eine Instanz, die man nicht angreift. Selbst italienische Intellektuelle
sind begeistert von der Prinzipienstärke des deutschen Professors. "Er ist
genau der Richtige, um diese Krise zu meistern", sagt Lucetta
Scaraffia, eine römische Historikerin und
Journalistin. Sich selbst betrachtet sie als katholische Feministin. Kürzlich
schrieb sie in der Vatikan-Zeitung Osservatore Romano
einen viel beachteten Gastbeitrag, in dem sie den Missbrauchsskandal auch
darauf zurückführte, dass es zu wenige Frauen in kirchlichen Leitungsämtern
gibt. Dennoch ist sie überzeugt davon, dass Benedikt XVI. theologisch,
intellektuell und auch menschlich ein Segen für die Katholiken ist. "Die
Kirche ist unter Benedikt auf dem richtigen Weg."
Auch hohe italienische Würdenträger
sprangen dem Papst in den vergangenen Wochen geradezu aggressiv bei. Als
"Geschwätz des Augenblicks" bezeichnete Kardinalsdekan Angelo Sodano bei der Ostermesse auf dem Petersplatz die immer
lauter werdende Kritik am Papst, andere donnern von einer
"verabscheuenswerten Kampagne" gegen ihn. Die Fälle von Missbrauch,
die es auch in Italien gegeben hat, dagegen kommen nur sehr zögerlich ans
Licht. KORDULA DOERFLER FR 17
Missbrauch in der katholischen Kirche Signal an die Opfer
Erzbischof Joachim Zollitsch
erklärt sich bei einem Treffen mit der Justizministerin bereit, über
finanzielle Entschädigungen für Missbrauchsopfer zu diskutieren. Von Susanne Höll
Die katholische Kirche ist
grundsätzlich bereit, bald über die Frage finanzieller Entschädigung von Opfern
sexuellen Missbrauchs zu diskutieren. Bei einem Treffen mit Justizministerin
Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) erklärte sich der Vorsitzende der
deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Joachim Zollitsch,
bereit, an dem runden Tisch zum Kindesmissbrauch, der nächste Woche erstmals
tagt, über eine, wie es hieß "angemessene Anerkennung des Leides der
Opfer" zu reden.
Konkrete Formen der Entschädigung seien
bei dem Gespräch im Justizministerium kein Thema gewesen, sagten Teilnehmer.
Aus Kirchenkreisen hieß es, die Missbrauchsfälle der vergangenen Jahrzehnte
seien sehr unterschiedlich, ebenso die Bedürfnisse der Opfer. Es gebe keine
Patentlösungen, die einst missbrauchten Kinder bräuchten individuelle
Unterstützung. Auch müsse geklärt werden, welche Entschädigungen die einst in
Heimen misshandelten Kinder erhielten; diese beiden Gruppen dürften nicht
fundamental unterschiedlich behandelt werden.
Zollitsch
sagte der Ministerin nach Teilnehmerangaben auch zu, in Missbrauchsfällen eng
und schnell mit der Justiz zusammenzuarbeiten. Die innerkirchlichen Leitlinien
aus dem Jahr 2002 zum Umgang mit Verdachtsfällen würden präzisiert. Darin heißt
es bislang, in solchen Fällen werde "gegebenenfalls das Gespräch mit der
Staatsanwaltschaft gesucht". Das Wort "gegebenenfalls" solle
gestrichen werden, teilte Zollitschs Sprecher
Matthias Kopp mit. Die katholische Kirche möchte sich aber weiter vorbehalten,
die Justiz nicht einzuschalten, wenn die Opfer darauf bestehen. Sei Gefahr im
Verzug sei, solle dies aber nicht gelten.
Der Vorsitzende des Zentralkomitees der
deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, forderte die
katholische Kirche auf, in Deutschland bald einheitliche Regelungen zum Umgang
mit Missbrauchsfällen durchzusetzen. "Es muss, unabhängig vom
Kirchenrecht, einen klaren einhelligen Weg geben", sagte Glück mit Blick
auf den viel beachteten Beschluss der bayerischen Bischöfe, in Zukunft bei
jedem Missbrauchsverdacht die Justiz einzuschalten.
Konkreter Anlass des Treffens
Leutheusser-Schnarrenbergers mit Zollitsch
war ein Streit der beiden am Jahresanfang. Die Justizministerin hatte der
katholischen Kirche vorgeworfen, die Strafverfolger nicht zügig genug zu
informieren. Zollitsch hatte dies empört bestritten
und Leutheusser-Schnarrenberger ein Ultimatum zur Rücknahme ihres Vorwurfs
gestellt. Teilnehmer beider Seiten sprachen nun von einem sachliches Treffen in
guter Atmosphäre. Die frühere Verwerfung sei nicht mehr zur Sprache gekommen.
SZ 16
Der Fall Mixa. Das Maß ist voll
Zwischen der Aussage des Augsburger
Bischofs Mixa, er habe zu keiner Zeit gegen Kinder
und Jugendliche körperliche Gewalt „in irgendeiner Form“ angewandt, und seinem
Eingeständnis, er habe als Stadtpfarrer von Schrobenhausen in den siebziger
Jahren „die eine oder andere“ Ohrfeige ausgeteilt, liegen wenige Tage.
In den mehr als dreißig Jahren seither
hat sich das Verständnis von dem, was als Gewalt zu bezeichnen ist, allerdings
erheblich gewandelt - zum Besseren. Das kann dem politisch wachen Mixa, der sich immer wieder an gesellschaftlichen
Diskussionen beteiligt hat, nicht entgangen sein. Deshalb steht er jetzt nicht
nur als „Watschen-Bischof“ da, sondern auch als Lügner - ein schlechtes Zeugnis
für einen geistlichen Oberhirten. Es kommt hinzu, dass es in Schrobenhausen -
auf Kosten des Kinderheims - anscheinend auch finanzielle Unregelmäßigkeiten
gab, die Mixa zu verantworten hat. Wenn der
Zwischenbericht eines Sonderermittlers stimmen sollte, kann man diesen Fall
nicht mehr als Kampagne gegen einen streitbaren Bischof abtun. Dann ist Mixas Maß voll. Günther Nonnenmacher Faz
17
Ein Militärbischof, der "Gewalt
zwischen Menschen grundsätzlich ablehnt"? Nein, Walter Mixa,
so konnte das nie und nimmermehr was werden mit der Verteidigung gegen den
Vorwurf, ehemalige Heimkinder misshandelt zu haben!
VON JOACHIM FRANK
Ein Militärbischof, der "Gewalt
zwischen Menschen grundsätzlich ablehnt"? Nein, Walter Mixa,
so konnte das nie und nimmermehr was werden mit der Verteidigung gegen den
Vorwurf, ehemalige Heimkinder misshandelt zu haben!
Ein Priester müsse gewaltlos sein, und
daran habe er sich immer gehalten, beteuerte der Augsburger Oberhirte.
Inzwischen aber kann der katholische Gandhi mit dem "reinen Herzen"
die "eine oder andre Watsch´n natürlich nicht
ausschließen". Zu groß und zu belastbar ist die Zahl immer neuer
Opfer-Berichte. Aber erstens, wehrt Mixa ab, sei das
ja eigentlich gar keine Gewalt und zweitens vor 20, 30 Jahren völlig normal
gewesen. Gesetzt den Fall, Mixa hat all das
ungetrübten Sinnes gesagt, müsste dem Augsburger Realsatiriker dringend jemand
bedeuten, dass er sich unentrinnbar um Kopf und Kragen geredet hat. Erst waren
die ruchlosen 68er für den Missbrauch zuständig,
jetzt rechtfertigt der Geist der 70er Ohrfeigen und womöglich noch schlimmere
Attacken. "Zu keiner Zeit körperliche Gewalt gegen Kinder und Jugendliche
in irgendeiner Form", dieses Maß hat Mixa selbst
gesetzt. Davon kommt er nicht mehr herunter.
Seine gewundenen Ausflüchte machen
zunichte, was Papst und Bischöfe derzeit über die Ehrlichkeit und den
Aufklärungswillen der Kirche predigen. All das ist unglaubwürdig, solange
höchste Funktionäre die Unkultur des Leugnens und Abwimmelns in eigener Sache
pflegen. Mit der vielbeschworenen Würde des geistlichen Amtes hat das ohnehin
nichts mehr zu tun. Fragt sich, wann Mixas Mitbrüder
ihm das endlich sagen wollen, und wann Rom reagiert. FR 17
Malta vor dem Papstbesuch: „Neue Offenheit“?
In 24 Stunden bricht Papst Benedikt
XVI. zu seiner 14. Auslandsreise auf die Insel Malta auf. Dort will er an die
Landung des Apostels Paulus auf dem Archipel erinnern, das zwischen Sizilien
und Tunesien liegt. Vorgesehen ist ein Besuch
Benedikts in der „Paulusgrotte“, eine große Messfeier
unter freiem Himmel und ein Treffen mit Jugendlichen. Wie die Malteser den
Papstbesuch aufnehmen, verrät der Erzbischof von Malta, Paul Cremona, im Interview mit Radio Vatikan:
„Die Bevölkerung wartet gespannt auf
den Papstbesuch.. Vor allem die Kirche sagt den
Gläubigen, sich vorzubereiten und den Papst willkommen zu heißen. So wie es die
Malteser vor fast 2.000 Jahren taten, als der Heilige Paulus zu ihnen kam. Sie
haben ihn mit Liebe und Gastfreundschaft aufgenommen.“
Dass der Besuch Benedikts das
Glaubensleben der Insel neu beleben kann, von dieser Hoffnung ist auch in der
Bevölkerung etwas zu spüren. Die deutsche katholische Publizistin Livia Leykauf lebt seit einigen Jahren auf Malta. Unser
Korrespondent Stefan Kempis hat mit ihr gesprochen.
Was kann man sich vom Papstbesuch hier
auf Malta erwarten?
„Viele erhoffen sich eine Neubelebung
des Glaubens; ich denke auch, dass eine neue Offenheit und mehr Gespräch durch
den Papstbesuch angeregt werden. Da ist schon viel passiert“
Die Situation der
Mittelmeerflüchtlinge, die auf die Insel Malta kommen, ist schrecklich. In dem
Safi-Detention-Center auf Malta werden die
Flüchtlinge aus afrikanischen Ländern bis zu 18 Monate festgehalten, während
sie auf Bearbeitung ihrer Asylanträge warten. Stefan Troendle
vom ARD-Hörfunk ist es gelungen, in das für Journalisten nur schwer zugängliche
Auffanglager zu gelangen. Er hat dort mit Flüchtlingen gesprochen. Collins aus
Nigeria sagte ihm: „Ich wäre ja in meinem Land geblieben, das ist ok für mich.
Es hängt mit den Problemen zusammen, die ich dort habe wegen der Regierung,
wegen der religiösen und politischen Krise in Nigeria. Es gibt viele Familie,
die Probleme haben und weg müssen; wenn sie bleiben, werden sie umgebracht. In
anderen Ländern ist es doch ähnlich. Deswegen kommen so viele hierher – und
nicht freiwillig. Ich habe hier Asyl beantragt, aber ich würde jedes
europäische Land bevorzugen, wo es so etwas wie Menschenrechte gibt. In Malta
gibt es die nämlich nicht." (ard 16)
Wegen Volksverhetzung. Williamson zu Geldstrafe verurteilt
Richard Williamson: Nnicht
vorsätzlich gehandelt?
Das Regensburger Amtsgericht hat den
Holocaust-Leugner Richard Williamson wegen Volksverhetzung zu einer Geldstrafe
von 10.000 Euro verurteilt. Der 70 Jahre alte Bischof der Piusbruderschaft
hatte in einem im Priesterseminar Zaitzkofen nahe
Regensburg aufgezeichneten Interview mit dem schwedischen Fernsehen den
Massenmord an den Juden bestritten.
Das Amtsgericht verurteilte Williamson
am Freitag zu 100 Tagessätzen zu je 100 Euro. Sie blieb damit geringfügig unter
der Forderung der Staatsanwaltschaft von 120 Tagessätzen. Williamsons
Verteidiger hatte Freispruch gefordert und wird voraussichtlich Berufung gegen
das Urteil einlegen. Die Staatsanwaltschaft will ebenfalls Rechtsmittel prüfen.
Ohne Angeklagten und Zeugen
Williamson, der in London lebt war
trotz Vorladung nicht zu dem Prozess gekommen. Laut Verteidigung hätten die
Piusbrüder dies dem Briten untersagt. Auch die drei als Zeugen geladenen
Fernsehjournalisten aus Schweden blieben der Verhandlung fern. Die Justiziarin
des Senders hatte dies in einem Brief an das Gericht damit begründet, dass das
Verfahren in Deutschland den schwedischen Rechtsvorstellungen auf eine freie
Meinungsäußerung widerspreche.
Williamson hatte in dem Interview davon
gesprochen, in der Zeit des Nationalsozialismus nicht sechs Millionen Juden
ermordet worden seien, sondern 200.000 bis 300.000 - davon aber niemand in
Gaskammern. Williamson habe nach dem Interview aber deutlich darauf
hingewiesen, dass seine Aussagen zum Holocaust nicht in Deutschland gesendet
werden dürften. Dem Bischof sei bewusst gewesen, dass dies in der
Bundesrepublik strafbar sei.
In einer früheren eidesstattlichen
Versicherung sagte Williamson, er sei in dem Interview „überraschend“ nach den
Gaskammern gefragt worden. Vorher soll es in dem Gespräch vom November 2008
fast eine Stunde nur um Kirchenthemen gegangen sein. Williamson hatte aber
bereits 20 Jahre vorher in der kanadischen Provinz Québec den Völkermord an den
Juden angezweifelt. Deswegen konfrontierte der schwedische Reporter ihn mit
diesen früheren Aussagen. In der Folge führte Williamson aus, dass es rein
technisch gar nicht möglich gewesen sei, in Auschwitz Menschen mit Gas zu
ermorden. Dabei berief er sich auf die Thesen des amerikanischen
Holocaustleugners Fred Leuchter.
Verteidigung: „Er ist in eine Falle
getappt“
Die Verteidigung erklärte, dass
Williamson von dem Fernsehteam quasi überrumpelt worden sei. „Er ist in eine
Falle getappt.“ Oberstaatsanwalt Edgar Zach ging hingegen von einem Vorsatz
aus. Williamson habe ein erstrebtes Ziel gehabt: „Er wollte seine wirren
Ansichten an den Mann bringen.“ Zach sagte, bei solchen Holocaust- Leugnern
gebe es einen „pathologischen Drang“ dazu. Ein Fernsehinterview vor einem
Millionenpublikum sei dazu das geeignete Mittel.
Die Amtsrichterin schloss sich der
rechtlichen Bewertung der Staatsanwaltschaft an. Ihrer Meinung nach ging es gar
nicht darum, ob das Interview für den deutschen Medienmarkt gedacht war. Auch
eine Ausstrahlung in Schweden reiche aus, dass die strafbaren Inhalte in
Deutschland bekannt werden. Richterin Frahm sprach davon, dass Williamsons
Überzeugungen in „Verblendungen abgleiten“ würden.
In dem Prozess war erörtert worden,
dass Williamson auch bei den Anschlägen vom 11. September Verschwörungstheorien
unterstütze, wonach die amerikanische Regierung mit den Terrorakten etwas zu
tun habe. Der Papst hatte im Januar 2009 Williamson und drei weitere
exkommunizierte Bischöfe der Bruderschaft Pius X. wieder in die katholische
Kirche aufgenommen. Da gerade zu dieser Zeit auch der Inhalt des Interviews mit
Williamson bekannt wurde, war die Entscheidung des Vatikans weltweit heftig
kritisiert worden. Später hatte Benedikt XVI. Fehler bei der Aufhebung der
Exkommunikation des rechtsgerichteten Kirchenmanns eingeräumt und erklärt, von
der Holocaust-Leugnung erst nach seiner Entscheidung erfahren zu haben. Faz.net
mit dpa 16
Missbrauch in der katholischen Kirche Lob dem Verschweigen
"Du hast dich gut verhalten":
Weil er einen pädophilen Priester nicht anzeigte, bekam ein französischen
Bischof einen Dankesbrief aus dem Vatikan.
Neue Vorwürfe gegen den Vatikan im
Missbrauchsskandal: Ein römisch katholisches Laienmagazin in Frankreich hat den
Brief eines hochrangigen Vatikan-Kardinals veröffentlicht, in dem dieser das
Vertuschen von Missbrauchsfällen lobt.
Der Kardinal gratulierte 2001 einem
Bischof dafür, dass dieser einen geständigen Priester nicht angezeigt habe. Der
Mann wurde später wegen wiederholter Vergewaltigung eines Jungen und sexuellen
Übergriffen an weiteren Kindern und Jugendlichen zu 18 Jahren Gefängnis
verurteilt.
"Du hast dich gut verhalten",
schrieb der Kardinal, der von 1996 bis 2006 für die weltweit eingesetzten
Priester zuständig war. Seine Begründung: Bischöfe hätten zu Priester keine
rein professionelle Beziehung, eher eine spirituelle Vaterschaft. Gegen einen
"direkten Verwandten" müssten sie deshalb nicht aussagen. Ein
Vatikan-Sprecher bestritt den Inhalt des Briefes nicht.
Eine Serie von Missbrauchsfällen an
Kindern und Jugendlichen durch Würdenträger hat die katholische Kirche in eine
schwere Krise gestürzt. Der Papst hatte die Gläubigen erst am Donnerstag wegen
der Missbrauchsvorwürfe zur Buße aufgerufen. Die Äußerungen Benedikts standen
im Kontrast zu früheren Aussagen anderer ranghoher Kirchenvertreter, die
zuletzt vor allem die Kirche und den Papst verteidigt und von einer angeblichen
Medienkampagne gesprochen hatten. Der Skandal überschattet auch den 83.
Geburtstag von Papst Benedikt XVI.
Die katholische Kirche in den
Niederlanden zeigte indes Mut zur Aufklärung, indem sie in einem bislang
seltenen Schritt Anzeige gegen einen Pfarrer erstattete. Nur vier Tage nach der
Veröffentlichung neuer Missbrauchs-Richtlinien des Vatikans im Internet teilte
die Diözese Rotterdam am Freitag mit, der Mann sei aus dem Dienst entfernt
worden.
Dem Pfarrer wird vorgeworfen, sich
während eines Aufenthalts in Sri Lanka an Minderjährigen vergangen zu haben.
Das Bistum habe im Juli 2009 von den Vorwürfen erfahren und daraufhin den Fall
untersucht. Es ist der vierte Geistliche seit März, der in den Niederlanden
wegen Missbrauchsvorwürfen aus dem Amt geworfen wurde. (sueddeutsche.de 16)
Caritas: „Katastrophenhilfe bedeutet auch Seelsorge!“
Die seelsorgerische Unterstützung der
Menschen ist ein wesentlicher Aspekt der Katastrophenhilfe. Allerdings wird sie
im Rahmen der Berichterstattung über die zweifellos wichtige materielle
Erstversorgung oftmals ausgeblendet. Das bemängelt der Präsident der Caritas
Österreich, Franz Küberl, im Gespräch mit Kathpress – und verweist exemplarisch auf die Situation
drei Monate nach dem Erdbeben in Haiti:
„Was sehr oft
übersehen wird, ist, dass die Menschen auch in einer seelischen
Ausnahmesituation sind. Das sind ja seelische Katastrophen, die sich hier
abspielen. Das Eine ist, dass man das Glück hat, bei den Überlebenden zu sein.
Zum Anderen haben ja die meisten Angehörige verloren. Es haben eigentlich Alle
alles verloren, was sie besessen haben. Und das ist eine ungeheure
Herausforderung für alle, die dort helfen. Weil ja Hilfe nie nur materielle
Unterstützung bedeutet, sondern immer auch heißt, dass man den Opfern als
Menschen zur Seite steht.“
Wichtig sei, dass den Betroffenen ein
Raum für ihre Trauerbewältigung bereitgestellt werde, so Küberl.
Zuzuhören und Zeit zu haben für das Gespräch bestimme den seelsorgerlichen
Dienst. (kap 15)
Bischof Mixa unter Druck
Dubiose Geschäfte und heftige „Watsch'n“ - Von Albert Schäffer und Daniel Deckers,
Schrobenhausen / München
Ein Sonderermittler hat dem
katholischen Bischof von Augsburg, Walter Mixa,
finanzielle Unregelmäßigkeiten in erheblichem Umfang vorgeworfen. Nach den
Nachforschungen, die der Sondermittler in einem Zwischenbericht am Freitag
erläuterte, sind in der Zeit, in der Mixa
Vorsitzender des Kuratoriums der katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen
war, Gelder der Stiftung für sachfremde Zwecke verwandt worden.
Unter anderem soll aus Mitteln der
Stiftung ein Stich zu einem Preis von 43.000 Mark gekauft worden sein, dessen
tatsächlichen Wert später ein Sachverständiger auf 5000 Mark schätzte. Als
Verkäufer des Stichs, der aus der Zeit von Giovanni Battista Piranesi stammen
sollte, trat ein früherer Kirchensekretär auf, der Mixa
die Zahlung quittierte.
Nicht nur wegen dieser und anderer
Geschäfte geriet Mixa am Freitag unter Druck; er
musste auch seine frühere Darstellung korrigieren, er habe „zu keiner Zeit
gegen Kinder und Jugendliche körperliche Gewalt in irgendeiner Form angewandt“.
Am Freitag sagte der Bischof, als langjähriger Lehrer und Stadtpfarrer in
Schrobenhausen, der mit sehr vielen Jugendlichen zusammengetroffen sein, könne
er „die eine oder andere Watsch'n von vor zwanzig
Jahren“ nicht ausschließen. Seine frühere Erklärung wollte Mixa
nur noch „auf schwere körperliche Züchtigungen“ bezogen wissen. Falls er
Ohrfeigen, die zur damaligen Zeit „vollkommen normal“ gewesen seien, ausgeteilt
habe, bedauere er dies jetzt aufrichtig.
Rücktrittforderungen aus der Politik
Politiker von SPD und Grünen forderten
am Freitag auf Mixa zum Rücktritt auf. Die
Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag Künast warf Mixa
vor, die Öffentlichkeit belogen zu haben. Der Präsident des Zentralkomitees der
deutschen Katholiken (ZdK), Glück, äußerte, er halte
gegenwärtig nichts von Rücktrittsforderungen. Ein Urteil könne man sich erst
bilden, wenn völlige Klarheit über die Anschuldigungen hergestellt sei. Der
Vorsitzende des Augsburger Diözesanrates, Mangold, sagte, Erinnerungslücken
seien kein ausreichender Grund für einen Rücktritt.
Mixa
war von 1975 bis 1996 Stadtpfarrer in Schrobenhausen; danach wurde er Bischof
von Eichstätt. Im Jahr 2005 ernannte ihn Papst Benedikt XVI. zum Bischof von
Augsburg; seit 2000 ist Mixa auch Militärbischof. In
seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer stand er dem Kuratorium der
dortigen Waisenhausstiftung vor.
„Mit voller Wucht ins Gesicht
geschlagen“
Der Sonderermittler, der Ingolstädter
Rechtsanwalt Sebastian Knott, der von der Waisenhausstiftung eingesetzt worden
ist, berichtete am Freitag, nach seinem Erkenntnissen seien „besonders
auffällige Kinder“ Mixa „vorgestellt“ worden, der mit
ihnen unter vier Augen gesprochen habe. Der Anwalt verwies auf eine
eidesstattliche Erklärung eines früheren Heimkinds, die ihm vorliege. Darin
werde geschildert, wie das Kind - damals sechzehn Jahre alt - nach einer
gescheiterten Flucht aus dem Heim von Mixa aus einem
Raum gerufen worden und mit voller Wucht ins Gesicht geschlagen worden sei.
Nach seinen Nachforschungen sei zur
Schrobenhausener Zeit Mixas Heimkinder mit den Worten
gedroht worden: „Warte nur, wenn der Stadtpfarrer Mixa
kommt.“ Dem Ingolstädter Anwalt ist es allerdings nicht gelungen, Kontakt zu
weiteren ehemaligen Heimkindern herzustellen, die Mixa
in eidesstattlichen Erklärungen beschuldigen, sie misshandelt zu haben. Er
kenne diese eidesstattliche Erklärungen, über welche
die „Süddeutsche Zeitung“ berichtet hatte, nicht, sagte der Sonderermittler,
der seine Nachforschungen ausdrücklich als vorläufig bezeichnete. Auch Mixa habe ihm persönlich nicht Rede und Antwort gestanden;
er sei an den Anwalt des Bischofs verwiesen worden.
Vorwürfe finanzieller
Unregelmäßigkeiten
Zu Vorwürfen finanzieller
Unregelmäßigkeiten hatte sich Mixa schon vor dem
Zwischenbericht des Ermittlers geäußert. Er sei „immer in erster Linie
Seelsorger und Priester“ gewesen und habe sich „nicht akribisch um
finanztechnische Fragen gekümmert“. Die „Unklarheiten“ seien aber im Jahr 2000
bereinigt worden. Der Sonderermittler wies am Freitag Zahlungsbelege vor, die Mixas Unterschrift tragen; der Anwalt konnte bislang nicht
feststellen, dass bei allen Erwerbungen Rückbuchungen zugunsten der
Waisenhausstiftung stattgefunden haben; große Beträge, etwa für den
Piranesi-Stich und andere Kunstwerke, seien allerdings an die Stiftung im Jahr
2000 rücküberwiesen worden.
Folgende Zahlungen der
Waisenhausstiftung listete der Sonderermittler unter anderem auf, die nach
seiner Rechtsauffassung nicht vom Stiftungszweck gedeckt waren:
Uhrenreparaturen für Mixa in den Jahren 1996/1997
(Gesamtaufwand 940,46 Mark), ein Bischofsring für Mixa
im Jahr 1996 (3854, 34 Mark), Teppiche, die als „Leihgabe“ der Pfarrkirche
überlassen wurden (18.000 Mark), Säulensockel für den Pfarrgarten (5457 Mark),
weitere Kunstgegenstände neben dem Piranesi-Stich, darunter ein Kreuz und zwei
Leuchter-Engel für 47.000 Mark.
In einem Briefwechsel verwies Mixa 1999 darauf, in Absprache mit dem damaligen Heimleiter
seien die Kunstwerke angeschafft worden, damit die Kinder im Heim „durch eine
entsprechende Ausgestaltung des Hauses ein Gespür für Kunstwerke und für das
Schöne entwickeln sollten.“ Als auffällig bewertete der Sonderermittler auch
hohe Weinrechnungen, die vom Kinderheim beglichen wurden; allein in den Jahren
1993 bis 1996 wurden dafür 5386, 51 Mark bezahlt. Faz
16
Ohrfeigen-Geständnis. Zollitsch will von Mixa die ganze Wahrheit erfahren
Die Kritik am Augsburger Bischof Walter
Mixa wird schärfer. Dessen Nachfolger, Stadtpfarrer
Josef Beyrer von Schrobenhausen, wirft ihm vor, mit
seinem Ohrfeigen-Geständnis, viel zu lange gewartet zu haben. Auch Erzbischof Zollitsch fordert Mixa auf, die
Vorwürfe so schnell wie möglich aufzuklären.
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und
die Apostolische Nuntiatur in Berlin sind im Gespräch mit dem in die Kritik
geratenen Augsburger Bischof Walter Mixa. Das sagte Zollitsch auf Nachfrage vor Journalisten in Frankfurt.
Zollitsch
habe mit Mixa vereinbart, dass dieser alles ihm mögliche tun werde, um zu einer Aufklärung der gegen ihn
erhobenen Vorwürfe beizutragen. Er sei sich sicher, so Zollitsch,
dass Mixa dies auch tun werde.
Nach dem Ohrfeigen-Geständnis des
Augsburger Bischofs hat dessen Nachfolger, Stadtpfarrer Josef Beyrer von Schrobenhausen, den Bischof kritisiert. „Es wäre
hilfreich gewesen, wenn Mixa seine
Handgreiflichkeiten 14 Tage früher eingeräumt hätte“, sagte Beyrer.
Auch der sächsische evangelische Bischof
Jochen Bohl hat seinem katholischem Amtskollegen den
Rücktritt nahegelegt. „Was auch immer vor 30 Jahren in Schrobenhausen passiert
sein mag, sein Verhalten in den letzten 14 Tagen ist seines Amtes nicht
würdig“, sagte Bohl am Sonnabend in Leipzig. Bohl ist auch Mitglied im Rat der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD).
Über die Konsequenzen müsse die
katholische Kirche jedoch selbst entscheiden. „Wir haben vor nicht allzu langer
Zeit hinreichend deutlich gemacht, wie man in der evangelischen Kirche mit
vergleichbaren Problemen umgeht“, sagte Bohl mit Blick auf den Rücktritt der
EKD-Ratsvorsitzenden Margot Käßmann. Die hannoversche
Landesbischöfin war Ende Februar wegen einer Trunkenheitsfahrt zurückgetreten.
Mixa
hatte nach ersten Misshandlungsvorwürfen von ehemaligen Heimkindern im
Kinderheim St. Josef in Schrobenhausen erklärt, er habe niemals Gewalt gegen
Kinder und Jugendliche angewendet und habe ein „reines Herz“. Am Freitag hatte
er dann eingeräumt, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen doch Ohrfeigen
ausgeteilt zu haben.
Inzwischen liegen sieben
eidesstattliche Erklärungen früherer Heimkinder vor, die Mixa
in seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen (1975-1996) brutale
Prügelattacken vorwerfen. Der Schrobenhausener Sonderermittler Sebastian Knott
hatte von einem weiteren Fall berichtet, bei dem Mixa
1976 einen damals 16-Jährigen „mit voller Wucht brutal ins Gesicht“ geschlagen
haben soll. Dies habe der Betroffene ebenfalls in einer eidesstattlichen
Erklärung bekräftigt.
*
Mixa
teilte über einen Münchner Rechtsanwalt dem Sonderermittler mit, er stehe nach
wie vor zu einem Gespräch mit den mutmaßlichen Opfern zur Verfügung. Das lehnen
diese aber ab. Eine 47- jährige Frau sagte der Nachrichtenagentur dpa, sie sei
auf keinen Fall zu so einem Gespräch bereit und wisse von anderen Betroffenen,
dass sie das Gesprächsangebot gerade nach Mixas
Ohrfeigen-Geständnis ablehnen.
DW 17