Notiziario religioso  19-21  Aprile  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 19. Il commento al Vangelo. “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”  1

2.       Martedì 20. Il commento al Vangelo. “Io sono il pane della vita”  1

3.       Mercoledì 21. Il commento al Vangelo. “Chi viene a me non avrà più fame”  1

4.       Il Papa a Malta. Sulle onde di Paolo  2

5.       Malta, dal Papa otto vittime di abusi. «Ratzinger piangeva per l'emozione»  2

6.       Il Papa a Malta. Un dono da condividere  3

7.       In migliaia a Malta accolgono il Papa. "Siate baluardo cattolico nella Ue"  3

8.       Benedetto XVI. Fin dai primi momenti 4

9.       Per questo papa tutto è grazia, anche "gli attacchi del mondo ai nostri peccati"  4

10.   Benedetto XVI. Mite e deciso  5

11.   Vangelo dei migranti. Un libro di p. Zilio, missionario tra gli italiani di Londra  6

12.   Matrimonio e legge.  Un punto chiaro e fermo  6

13.   ''Sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia'' 7

 

 

1.       Papst trifft Missbrauchsopfer auf Malta  7

2.       Katholische Kirche. Laien fordern „Richtungswechsel“  8

3.       Lombardi: „Große Bereitschaft des Papstes, zuzuhören“  8

4.       Gastbeitrag. Die Kirche droht zu versteinern  9

5.       Papst Benedikt zum Missbrauchsskandal Ein bisschen Reue  9

6.       Hintergrund. Das Ausland und der Papst 9

7.       (K)ein Grund zu gehen? Steigende Zahlen von Kirchenaustritten in vielen Regionen  10

8.       Papst Benedikt XVI wird 83  11

9.       Fünf Jahre im Amt. Der interreligiöse Scherbenhaufen des Papstes  11

10.   Interview zu Papst Benedikt XVI. "Ein von Desastern bestimmtes Pontifikat"  12

11.   Papst: „Missbrauchsskandal verpflichtet zur Busse“  13

12.   Papst Benedikt XVI. Einsam hinter hohen Mauern  13

13.   Missbrauch in der katholischen Kirche Signal an die Opfer 14

14.   Der Fall Mixa. Das Maß ist voll 14

15.   Kommentar. Unwürdiger Bischof 14

16.   Malta vor dem Papstbesuch: „Neue Offenheit“?  15

17.   Wegen Volksverhetzung. Williamson zu Geldstrafe verurteilt 15

18.   Missbrauch in der katholischen Kirche Lob dem Verschweigen  15

19.   Caritas: „Katastrophenhilfe bedeutet auch Seelsorge!“  16

20.   Bischof Mixa unter Druck  16

21.   Ohrfeigen-Geständnis. Zollitsch will von Mixa die ganze Wahrheit erfahren  16

 

 

 

 

Lunedì 19. Il commento al Vangelo. “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,22-29) commentato da P. Lino Pedron 

 

22 Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. 23 Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. 24 Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. 25 Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

26 Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28 Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». 29 Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».

Questa gente che cerca Gesù sembra piena di fede, ma in realtà essa non crede nel Cristo. La loro non è fede, ma solo curiosità e simpatia superficiale, come risulterà nel seguito del racconto.

Gesù denuncia il vero motivo del loro interesse per la sua persona e li invita a una ricerca meno egoistica e più spirituale. Egli li rimprovera per la loro superficialità: nella moltiplicazione dei pani non avevano riconosciuto Gesù come Dio.

Il Cristo biasima la loro ricerca affannosa per il cibo che perisce, ossia per il pane che sfama il corpo, e li esorta a cercare il cibo che dura per la vita eterna. Questo cibo dev’essere qualcosa che assomiglia all’acqua viva che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14). Si tratta quindi della rivelazione del Verbo incarnato, assimilata con una vita di fede profondissima che conduce alla vita eterna.

In questa prima fase del discorso, il cibo che Gesù darà rimane misterioso. In 6,51 l’evangelista specificherà che si tratta della persona del Figlio di Dio, sacrificata per l’umanità con la passione e la morte, e donata in cibo.

L’azione del Padre che pone il suo sigillo indelebile sul Figlio è la consacrazione solenne dell’uomo Cristo Gesù fin dal primo istante della sua incarnazione e nel suo battesimo al Giordano.

"Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?" (v. 28). In questa domanda appare chiaramente la mentalità giudaica legata al valore delle opere. Gesù si oppone a questa mentalità e presenta necessaria per il possesso del regno di Dio una sola opera: la fede nella sua persona.

In questo brano sembra riecheggiare la polemica di Paolo contro le opere della legge a favore della fede: con le opere della legge nessun uomo può essere giustificato davanti a Dio (Rm 3,20); infatti si è giustificati non dalle opere, ma dalla fede, indipendentemente dalle opere (Rm 3,27-28; Gal 2,16; 3,5).

L’oggetto di questa fede è colui che Dio ha inviato, Gesù. L’unica opera che l’uomo deve compiere è credere nell’inviato di Dio. La fede di cui parla il vangelo è dono di Dio. L’uomo ha però la sua responsabilità perché può anche rifiutare questo dono. Quindi la fede è anche opera dell’uomo. De.it.press

 

 

 

Martedì 20. Il commento al Vangelo. “Io sono il pane della vita”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,30-35) commentato da P. Lino Pedron 

 

30 Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; 33 il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34 Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.

I giudei pretendono di fondare la loro fede sull’esperienza di prodigi straordinari. Nella mentalità giudaica i segni sono visti nella linea delle opere e devono essere simili a quelli operati da Mosè quando liberò Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

I galilei citano uno dei prodigi dell’esodo per indicare a Gesù in quale direzione deva operare i suoi segni per esigere la loro fede. Egli deve compiere un prodigio simile a quello della manna. Il testo più vicino alla citazione è il Sal 78,24: "Fece piovere loro la manna da mangiare e diede loro il pane del cielo".

Il cibo divino della rivelazione escatologica piena e perfetta non è dono di Mosè, ma è offerto dal Padre nel dono del suo Figlio. Questo pane dal cielo è chiamato veritiero perché contiene la verità, cioè la rivelazione definitiva della vita divina che si identifica con la persona di Gesù. Questo pane dal cielo è dunque una persona: è Gesù che la vita al mondo. Tutti gli uomini possono trovare vita e salvezza nel Figlio di Dio.

La replica finale dei giudei (v. 34) sembra piena di fede. In realtà non credono affatto in Gesù e intendono il pane dal cielo come alimento terreno; non hanno afferrato per nulla il senso della rivelazione del Verbo incarnato nella sua persona divina. Appena il Maestro chiarirà ulteriormente il suo pensiero, proclamandosi come il pane della vita disceso dal cielo (vv. 36 ss), i giudei manifesteranno la loro incredulità (Gv 6,41-42).

Gesù chiarisce il suo pensiero dichiarando esplicitamente di essere il pane di Dio, fonte della vita. Ora non ci sono più equivoci: il pane di Dio, disceso dal cielo per dare la vita all’umanità, è Gesù.

La frase: "Io sono il pane della vita" confrontata con "Io sono… la verità e la vita" (Gv 14,6) ci fa comprendere che il pane dal cielo è la parola, la rivelazione di Gesù, ossia la verità. Gesù è la verità della vita eterna, manifesta e comunica la vita di Dio.

Il Verbo incarnato è l’unica persona che può spegnere la fame e la sete di vita e di salvezza. Per questo motivo esorta tutti ad andare da lui per appagare il bisogno di felicità (Gv 7,37).

"Chi viene a me" e "Chi crede in me" sono espressioni dell’unico atteggiamento di fede. La fede è l’orientamento della vita verso la persona di Gesù. De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 21. Il commento al Vangelo. “Chi viene a me non avrà più fame”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,35-40) commentato da P. Lino Pedron 

 

35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi , verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

L’incomprensione da parte dei giudei porta Gesù ad affrontare più esplicitamente l’argomento della sua identità con parole chiare che mettono tutti davanti a scelte concrete. "Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (v. 35). E’ lui il pane venuto dal cielo per nutrire e sostenere il nuovo popolo di Dio. E’ lui il dono d’amore fatto dal Padre ad ogni uomo, pellegrino nel deserto del mondo. E’ lui la Parola che la vita eterna.

Gesù denuncia la mancanza di fede dei giudei. Essi hanno ascoltato le sue parole e hanno visto i segni operati da lui, ma rifiutano di aderire a lui.

In questo brano Gesù spiega il motivo ultimo dell’incredulità dei giudei: essi non fanno parte del gruppo di coloro che il Padre ha dato al suo Figlio. Il Padre vuole la salvezza completa e perfetta di tutte le persone affidate al Figlio, e questa salvezza è la risurrezione nell’ultimo giorno.

Il dono della vita eterna e della risurrezione nell’ultimo giorno è legato a una condizione: contemplare il Figlio e credere in lui. Si tratta dello sguardo contemplativo di una fede profonda che orienta tutta l’esistenza verso la persona di Gesù. De.it.press

 

 

 

 

Il Papa a Malta. Sulle onde di Paolo

 

Il primo giorno nell’isola dove sostò naufrago l’Apostolo delle Genti Benedetto XVI è da ieri (17 aprile) a Malta e oggi farà ritorno a Roma. Si tratta del suo 14° viaggio internazionale, l’ottavo nel Continente europeo. La breve visita apostolica s'incornicia nel 1950° anniversario del naufragio di San Paolo sull’isola. Due i discorsi del Papa nella prima giornata del viaggio: all’aeroporto internazionale di Luqa e alla grotta di San Paolo, a Rabat.

 

Un ruolo chiave. “Malta – ha detto Benedetto XVI, all'arrivo all’aeroporto internazionale di Luqa - è stata un crocevia di molti dei grandi eventi e degli scambi culturali nella storia europea e mediterranea, fino ai nostri stessi giorni. Queste isole hanno giocato un ruolo chiave nello sviluppo politico, religioso e culturale dell’Europa, del Vicino Oriente e del Nord Africa”. A questi lidi, “secondo gli arcani disegni di Dio”, il Vangelo fu recato “da san Paolo e dai primi seguaci di Cristo. La loro opera missionaria ha portato molti frutti lungo i secoli, contribuendo in innumerevoli modi a plasmare la ricca e nobile cultura di Malta”. Ricordando la “grande importanza strategica” di Malta, in tempi recenti come in passato, il Santo Padre ha sottolineato: “Voi continuate a giocare un valido ruolo nei dibattiti odierni sull’identità, la cultura e le politiche europee. Allo stesso tempo, sono lieto di rilevare l’impegno del Governo nei progetti umanitari ad ampio raggio, specialmente in Africa. E’ da auspicare vivamente che ciò possa servire per promuovere il benessere dei meno fortunati di voi, quale espressione di genuina carità cristiana”.

 

Ponte tra popoli e culture. Secondo il Papa, “Malta ha molto da offrire in campi diversi, quali la tolleranza, la reciprocità, l’immigrazione ed altre questioni cruciali per il futuro di questo Continente. La vostra Nazione dovrebbe continuare a difendere l’indissolubilità del matrimonio quale istituzione naturale e sacramentale, come pure la vera natura della famiglia, come già sta facendo nei confronti della sacralità della vita umana dal concepimento sino alla morte naturale, e il vero rispetto che si deve dare alla libertà religiosa secondo modalità che portino ad un autentico sviluppo integrale sia degli individui sia della società”. Considerando, poi, gli “stretti vincoli con il Vicino Oriente, non soltanto in termini culturali e religiosi, ma anche linguistici”, il Pontefice ha incoraggiato “a porre questo insieme di abilità e di punti di forza a favore di un suo uso più grande, per poter servire da ponte nella comprensione tra i popoli, le culture e le religioni presenti nel Mediterraneo”. “Molto deve essere ancora fatto per costruire rapporti di genuina fiducia e di dialogo fruttuoso – ha osservato -, e Malta si trova in buona posizione per stendere la mano dell’amicizia ai propri vicini a nord e a sud, ad est e ad ovest”. Nel suo discorso all'aeroporto, Benedetto XVI ha anche ricordato il “ruolo indispensabile che la fede cattolica ha avuto nello sviluppo” di Malta e “le vite di santità che hanno portato i maltesi a donare se stessi per il bene degli altri”, tra cui Dun ?or? Preca, canonizzato tre anni fa.

 

Un segno indelebile. “Il naufragio di Paolo e la sua sosta per tre mesi a Malta hanno lasciato un segno indelebile nella storia del vostro Paese”, ha evidenziato il Santo Padre, nella visita alla grotta di san Paolo, a Rabat. Grazie alla presenza dell'Apostolo delle genti, “il Vangelo di Gesù Cristo si radicò saldamente e portò molto frutto non soltanto nella vita degli individui, delle famiglie e delle comunità, ma anche nella formazione dell’identità nazionale di Malta, come pure nella sua vibrante e particolare cultura”. Le fatiche apostoliche di Paolo “portarono pure una ricca messe nella generazione di predicatori che seguirono le sue orme, e particolarmente nel gran numero di sacerdoti e religiosi che imitarono il suo zelo missionario lasciando Malta per andare a portare il Vangelo in lidi lontani”. Un ringraziamento e un incoraggiamento sono stati rivolti ai tanti missionari presenti nella chiesa di San Paolo. Come è stato per la vita dell'Apostolo delle genti, “la parola del Vangelo ha tutt’oggi il potere di irrompere nelle nostre vite e di cambiarne il corso. Oggi lo stesso Vangelo che Paolo predicò continua a esortare il popolo di queste isole alla conversione, ad una nuova vita e ad un futuro di speranza”.

 

La sfida dell'evangelizzazione. Il Papa ha invitato tutti “a far propria la sfida esaltante della nuova evangelizzazione”, in particolare ha esortato genitori, insegnanti e catechisti a introdurre “i giovani alla bellezza e alla ricchezza della fede cattolica, offrendo loro una solida catechesi ed invitandoli ad una partecipazione sempre più attiva alla vita sacramentale della Chiesa”. Per Benedetto XVI, “il mondo ha bisogno di tale testimonianza!”. Di fronte “a così tante minacce alla sacralità della vita umana, alla dignità del matrimonio e della famiglia”, i nostri contemporanei hanno bisogno “di essere costantemente richiamati alla grandezza della nostra dignità di figli di Dio e alla vocazione sublime che abbiamo ricevuto in Cristo” e “la società di riappropriarsi e di difendere quelle verità morali fondamentali che sono alla base dell’autentica libertà e del genuino progresso”, ha concluso.  Sir 18

 

 

 

 

Malta, dal Papa otto vittime di abusi. «Ratzinger piangeva per l'emozione»

 

Il Pontefice: «Provo vergogna». Uno degli otto che lo hanno incontrato: «Mi sono sentito liberato da un peso»

 

FLORIANA (MALTA) - Alla fine l'incontro tra Benedetto XVI e alcune vittime maltesi di preti pedofili c'è stato. E si è svolto a porte chiuse domenica nella nunziatura apostolica di Rabat, dove il Santo Padre è tornato per pranzo a conclusione di una messa celebrata di fronte a 40 mila fedeli a Floriana. Benedetto XVI a Malta ha incontrato «un piccolo gruppo di persone che sono state abusate sessualmente da esponenti del clero», ha reso noto la sala stampa vaticana con una nota in inglese. «Egli era profondamente commosso dalle loro storie ed ha espresso la sua vergogna e il suo dolore per quello che le vittime e le loro famiglie hanno sofferto. Ha pregato con loro ed ha garantito loro che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare tutto quello che è in suo potere per indagare le accuse, assicurare alla giustizia coloro che sono responsabili degli abusi e applicare effettivamente le misure tese a salvaguardare i giovani in futuro. Nello spirito della sua recente lettera ai cattolici d’Irlanda - conclude la nota del Vaticano - ha pregato affinché tutte le vittime degli abusi sperimentino la guarigione e la riconciliazione, permettendo loro di andare avanti con rinnovata speranza». «Ho visto il Papa piangere di emozione e mi sono sentito liberato da un grande peso» lo ha riferito una delle otto vittime di abusi ricevute da Benedetto XVI a Malta, Lawrence Grech. «Non mi aspettavo scuse dal Papa - ha detto - ma ho visto in lui e nel vescovo di Malta l'umiltà di una Chiesa che in quel momento rappresentava tutto il problema della Chiesa moderna». Il Papa, ha raccontato Grech, «ha appoggiato la mano sulla testa di ciascuno dei partecipanti all'incontro, benedicendoli. Io mi sento liberato e sollevato da un grande peso». «Da tanto tempo non andavo più a messa e avevo perso la fede - ha detto ancora - ma ora mi sento un cattolico convinto». L'incontro con il Papa - ha concluso - è stato «il più grande regalo mai ricevuto dopo la nascita di mia figlia», nonostante il fatto che l'appuntamento gli abbia impedito di partecipare alla festa della piccola, che oggi celebrava con la famiglia il suo terzo compleanno.

GLI ULTIMI INCONTRI NEGLI STATI UNITI E IN AUSTRALIA - A quanto riferisce il Times of Malta, le vittime maltesi di preti pedofili erano otto ed erano scortate dalla polizia. Tra di essi, c’era il loro portavoce Lawrence Grech. Erano accompagnati da monsignor Anton Gouder, pro-vicario generale di Malta. Sinora il Vaticano non aveva né escluso né confermato che tale incontro sarebbe avvenuto, tenuto conto del breve lasso di tempo che il Papa trascorre a Malta, sabato e domenica. Benedetto XVI aveva già incontrato delle vittime di preti pedofili nei suoi viaggi negli Stati Uniti e in Australia. Nella recente lettera ai cattolici irlandesi sul tema della pedofilia, Ratzinger aveva affermato di essere disponibile ad incontrare altre vittime. Ai giornalisti che lo incalzavano di domande circa un nuovo incontro a Malta, il portavoce vaticano Federico Lombardi aveva risposto: «Anche in passato ne ha fatti, ma sempre in un clima che era chiaramente e intenzionalmente di raccoglimento e discrezione, non sotto una pressione di carattere mediatico, in modo da avere possibilità di ascolto e comunicazione personale». Nei giorni scorsi dieci uomini, che affermano di essere stati abusati quando erano bambini da alcuni sacerdoti nell’orfanotrofio St Joseph di Sta Vanera, avevano chiesto all’arcivescovo della Valletta Paul Cremona di incontrare il Papa. I vescovi dell’isola hanno creato un «response team» che da undici anni ha raccolto le denunce di 84 casi di abusi da parte di una quarantina di sacerdoti.

40 MILA FEDELI - L'incontro con le vittime di preti pedofili ha seguito la messa celebrata dal Papa a Floriana. Oltre 40 mila persone hanno affollato di buon'ora il piazzale dei Granai, dove Benedetto XVI, prima dell'incontro con le vittime dei preti pedofili, ha celebrato la messa in occasione della sua visita sull'isola. La piazza più grande di Malta non è stata sufficiente ad accogliere i fedeli che volevano partecipare alla celebrazione presieduta dal Pontefice concelebrata da 800 sacerdoti. Molti gli striscioni di benvenuto e le bandiere, mentre non è stato visto alcun segno delle contestazioni che erano state ventilate da settori isolati prima dell'arrivo del pontefice.

«I PRETI DEVONO RISPETTARE LA MISSIONE RICEVUTA» - Benedetto XVI, 83 anni martedì, non ha fatto riferimento esplicito allo scandalo degli abusi su minori, affermando solo che i preti devono «rispettare la missione che hanno ricevuto». Al contrario, l'arcivescovo di Malta, Paul Cremona, ha parlato direttamente dello scandalo pedofilia che sta intaccando la credibilità della Chiesa a Malta e non solo. Nel suo discorso davanti al Pontefice all'inizio della messa, Cremona ha parlato della necessità di «una chiesa abbastanza umile da riconoscere gli errori e i peccati dei suoi membri».

«VOGLIONO CONVINCERCI A RINUNCIARE A FEDE» -«Molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da se stessi i valori e le credenze con i quali vivere» ha sottolineato il Papa durante l'omelia. «Se siamo tentati di credere a loro, dovremmo ricordare - ha suggerito ai fedeli - un episodio raccontato dal Vangelo: quello dei discepoli, esperti pescatori, che hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce. Poi, quando Gesù è apparso sulla riva, ha indicato loro dove pescare e hanno potuto realizzare una pesca così grande, che a stento potevano trascinarla». «Lasciati a se stessi - ha commentato Ratzinger - i loro sforzi erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una grande quantità di pesci». «Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre - ha concluso - grandi frutti».

TECNOLOGIA NON PUÒ SALVARCI DAL MALE, SOLO DIO - La «tecnologia avanzata» non può «rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono» ha aggiunto il Pontefice nell'omelia della messa celebrata a Floriana. «Siamo tentati di pensare - ha affermato il Santo Padre - che l'odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, colo lui può guidarci tra le tempeste della vita ed solo lui può condurci in un porto sicuro, come ha fatto per Paolo ed i suoi compagni, alla deriva delle coste di Malta».

IL DONO ALL'ICONA -Dopo la messa Benedetto XVI ha donato una rosa d'oro all'icona della Vergine più venerata di Malta, Nostra Signora di Pinu portata a Floriana da Gozo. Il Papa ha voluto anche «salutare tutti i pellegrini di lingua italiana qui presenti oggi in questa felice occasione, specialmente quelli che sono giunti da Lampedusa e Linosa». «Grazie - ha detto loro in italiano - per essere venuti a condividere questo momento di celebrazione e di preghiera con i fratelli e le sorelle maltesi. Che l'Apostolo Paolo, del quale commemoriamo l'anniversario della presenza in queste isole, sia per voi un esempio di fede salda e coraggiosa di fronte alle avversità. Su tutti voi e sui vostri familiari a casa, ben volentieri invoco abbondanti Benedizioni del Signore per un felice e santo tempo di Pasqua».  CdS 18

 

 

 

 

Il Papa a Malta. Un dono da condividere

 

Il secondo giorno dedicato alla testimonianza di fede e di carità La Santa Messa a Floriana, l'incontro con i giovani a La Valletta, il congedo all'aeroporto di Luqa. Questi sono stati, oggi, domenica 18 aprile, i momenti salienti della seconda e ultima giornata della visita apostolica di Benedetto XVI a Malta, nel 1950° anniversario del naufragio di San Paolo. Dopo la Messa, il Papa ha incontrato presso la nunziatura apostolica alcune vittime di abusi sessuali da parte di esponenti del clero.

 

Preservare fede e valori. “Non tutto quello che il mondo oggi propone è meritevole”, anzi “molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da se stessi i valori e le credenze con i quali vivere. Ci dicono che non abbiamo bisogno di Dio e della Chiesa”, ma solo “se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti”. Lo ha affermato Benedetto XVI, nella messa sul Piazzale dei Granai, a Floriana. “Si è tentati di pensare – ha aggiunto - che l’odierna tecnologia avanzata possa rispondere ad ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, solo lui può guidarci tra le tempeste della vita e solo lui può condurci ad un porto sicuro”. In ogni ambito della nostra vita “necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio”. Con Dio, ha evidenziato il Santo Padre, “possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla”. Di qui l'invito a preservare la fede e i valori che vi sono stati trasmessi da San Paolo: “Continuate ad esplorare la ricchezza e la profondità del dono di Paolo e procurate di consegnarlo non solo ai vostri figli, ma a tutti coloro che incontrate oggi. Ogni visitatore di Malta dovrebbe essere impressionato dalla devozione della sua gente, dalla fede vibrante manifestata nelle celebrazioni nei giorni di festa, dalla bellezza delle sue chiese e dei suoi santuari”. Ma quel dono “ha bisogno di essere condiviso con altri, ha bisogno di essere espresso”.

 

Una rosa per Maria. Prima della recita del Regina Caeli, il Papa ha ricordato “la particolare devozione del popolo maltese alla Madre di Dio, espressa con grande fervore a Nostra Signora di Ta’ Pinu e sono lieto di avere l’opportunità di pregare davanti alla sua immagine, portata qui appositamente da Gozo per questa occasione. Sono inoltre compiaciuto di presentare una Rosa d’Oro a lei, come segno del nostro filiale affetto, che condividiamo per la Madre di Dio”. Il Pontefice ha, quindi, chiesto di pregarla in particolare “con il titolo di Regina della famiglia”, titolo aggiunto alle Litanie Lauretane da Giovanni Paolo II.

 

“Non abbiate paura!”. Un invito a non avere paura il Santo Padre lo ha rivolto ai giovani, nell'incontro pomeridiano sulla Banchina del Porto Grande de La Valletta. “Nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti”. San Giovanni “ci dice che questo amore perfetto scaccia il timore. E perciò dico a tutti voi 'Non abbiate paura!'”. A Malta “vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese difenda sia il bambino non ancora nato, come pure promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no all'aborto e al divorzio”. Di qui l'esortazione “a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita famigliare per una società sana. A Malta e a Gozo le famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri anziani ed infermi, ed accolgono i bambini come doni di Dio”. Altre nazioni, ha sostenuto Benedetto XVI, “possono imparare dal vostro esempio cristiano”. È necessario perché “nel contesto della società europea, i valori evangelici ancora una volta stanno diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di San Paolo”.

 

Pensiero per i migranti. Un ultimo incoraggiamento “a coltivare una profonda coscienza della vostra identità ed accogliere le responsabilità che ne discendono, specialmente promuovendo i valori del Vangelo che vi offrono una chiara visione della dignità umana e della comune origine, nonché destino, del genere umano”. Lo ha dato Benedetto XVI, nella cerimonia di congedo all’Aeroporto internazionale di Luqa. “Siate un esempio, sia qui che altrove, di una dinamica vita cristiana. Siate fieri della vostra vocazione cristiana e conservate con cura la vostra eredità religiosa e culturale. Guardate al futuro con speranza, con profondo rispetto per la creazione di Dio, ossequio per la vita umana, alta stima per il matrimonio e l’integrità della famiglia!”, è stato l'invito. Posta nel cuore del Mediterraneo, a Malta arrivano molti migranti, ha ricordato il Papa, consapevole “delle difficoltà che possono causare l’accoglienza di un gran numero di persone” e “che non possono essere risolte da alcun Paese di primo approdo, da solo”. Ma il Pontefice è “fiducioso che, contando sulla forza delle radici cristiane e sulla lunga e fiera storia di accoglienza degli stranieri, Malta cercherà, con il sostegno di altri Stati e delle organizzazioni internazionali, di venire in soccorso di quanti qui arrivano ed assicurarsi che i loro diritti siano rispettati”. Sir 18

 

 

 

In migliaia a Malta accolgono il Papa. "Siate baluardo cattolico nella Ue"

 

Benedetto XVI è arrivato sull'isola alle 17. Obiettivo principale del viaggio, visitare i luoghi dell'apostolo Paolo, promuovere i valori della tolleranza soprattutto nei confronti degli immigrati. Il ritorno a Roma è previsto già per domani sera, all'aeroporto di Ciampino. Napolitano gli ha augurato "pieno successo" per la missione apolistolica

 

CITTA' DEL VATICANO - E' stato salutatato da una folla festante Papa Benedetto XVI a Malta, da migliaia di giovani delle scuole cattoliche che cantavano "Tanti auguri a te" e da striscioni con su scritto "Welcome, Holy Father". Benedetto XVI è arrivato alle 17 all'aeroporto internazionale di Luqa a Malta, circa un'ora e mezza dopo essere partito da Fiumicino. Ad accoglierlo  il presidente della Repubblica, George Abela, con la moglie, e il presidente della conferenza episcopale maltese, monsignor Paul Cremona. "Santo Padre, il nostro inno è una preghiera": sono state le prime parole rivolte al Papa da Abela. Mentre il Papa, nel suo primo intervento già all'aeroporto, ha chiesto ai fedeli che lo hanno accolto che "Malta sia un baluardo per la difesa dei valori cristiani in un'Europa sempre più secolarizzata".

 

"Avete - ha detto Benedetto XVI - molto da offrire in campi diversi, quali la tolleranza, la reciprocità, l'immigrazione ed altre questioni cruciali per il futuro di questo Continente. La vostra Nazione dovrebbe continuare a difendere l'indissolubilità del matrimonio quale istituzione naturale e sacramentale, come pure la vera natura della famiglia, come già sta facendo nei confronti della sacralità della vita umana dal concepimento sino alla morte naturale, e il vero rispetto che si deve dare alla libertà religiosa secondo modalità che portino ad un autentico sviluppo integrale sia degli individui sia della società".

 

Secondo il Papa, ad assegnare questo compito a Malta è la storia stessa: il Vangelo, arrivato a Malta con San Paolo 1950 anni fa "ha portato molti frutti lungo i secoli, contribuendo in innumerevoli modi a plasmare la ricca e nobile cultura di Malta". La visita nasce infatti proprio dal desiderio di Benedetto XVI di un pellegrinaggio nei luoghi dove 1950 anni fa, colpito da una tempesta mentre navigava verso Roma, naufragò San Paolo, e dove l'apostolo riuscì in soli tre mesi a creare una fiorente comunità cristiana. Un luogo ideale, pertanto, da cui far partire quel "rinnovamento dei doni dello spirito sul popolo di Dio" invocato più volte in questi giorni dal pontefice ferito dal "peccato" dei preti pedofili e bersaglio di imponenti attacchi mediatici.

 

Immigrazione e valori cristiani sono i temi indicati prima della partenza come temi privilegiati. Valori che costituiscono "questioni cruciali per il futuro di questo continente", ha ribadito il Papa nel suo primo intervento a Malta. E' necessario, ha detto ancora Benedetto XVI, ''stendere la mano dell'amicizia ai propri vicini a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest'' e in questo processo l'isola di Malta può ''servire da ponte nella comprensione tra i popoli, le culture e le religioni presenti nel Mediterraneo'', per ''costruire rapporti di genuina fiducia e di dialogo fruttuoso''. Mentre poco prima, in aereo, rivolgendosi ai giornalisti, ha fatto riferimento alla vicenda della pedofilia, affermando che la Chiesa è stata "ferita dai nostri peccati".

 

La Valletta, Floriana e Rabat saranno le prime località ad essere attraversate oggi pomeriggio e stasera dalla papamobile, che sarà il mezzo di trasporto utilizzato da Benedetto XVI in ognuno degli spostamenti di questo suo 14esimo viaggio apostolico. L'evento centrale di oggi pomeriggio è la visita alla Grotta di San Paolo: un piccolo anfratto roccioso, oggi sormontato da una chiesa, che la tradizione ricorda e conserva come il luogo dove l'Apostolo visse a Malta prima di ripartire per Roma. Numerosi i giornalisti stranieri - circa 200 quelli accreditati - anche se la nube di cenere del vulcano islandese, che ha provocato la cancellazione di migliaia di voli internazionali, ha costretto molti cronisti della visita papale a ritardare l'arrivo o a cercare alternative.

 

Domenica il Papa celebrerà una messa sul Piazzale dei Granai a Floriana, dove poi reciterà il Regina Coeli. Dopo un pranzo con i vescovi alla Nunziatura di Rabat, percorrerà un breve tragitto in catamarano per raggiungere la Banchina di La Valletta dove incontrerà i giovani. Alle 18:40 la cerimonia di congedo e alle 19:10 la partenza per Roma, dove l'arrivo, all'aereoporto di Ciampino, è previsto per le 20:45. Importanti le misure di sicurezza disposte all'arrivo, con 2.000 uomini schierati sull'isola, tra esercito e forze dell'ordine. Temute inoltre contestazioni collegate allo scandalo sulla pedofilia.

 

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato a Benedetto XVI un messaggio alla vigilia della partenza per augurargli "pieno successo" del viaggio a Malta. LR 17

 

 

 

 

Benedetto XVI. Fin dai primi momenti

 

Il filo che ha attraversato cinque anni Ore 17.50 del 19 aprile 2005, la fumata bianca.

Ore18.43, l'annuncio: "Habemus Papam…".

Ore 18.48, Benedetto XVI, preceduto dalla Croce, si affaccia alla Loggia delle benedizioni per salutare e impartire la benedizione apostolica "Urbi et Orbi". Dice alle persone che gremiscono piazza san Pietro: "Hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti…".

Dopo 3 giorni, 22 aprile, Benedetto XVI riceve in udienza i cardinali: riprende il pensiero del 19 aprile. "Se da una parte mi sono presenti i limiti della mia persona e delle mie capacità - afferma - dall'altra so bene qual è la natura della missione che mi è affidata e che mi accingo a svolgere con atteggiamento di interiore dedizione. Non si tratta qui di onori, bensì di servizio da svolgere con semplicità e disponibilità, imitando il nostro Maestro e Signore, che non venne per essere servito ma per servire".

Intende continuare con quella mitezza e quella fermezza che, da sempre nel suo dna, si traducono in un volto sereno, in un linguaggio mite, in un insegnamento essenziale: sono i tratti di un padre che traduce l'amore per i figli in incoraggiamento e richiesta esigente perché diventino grandi.

Il giorno dopo l'incontro con i cardinali, 23 aprile 2005, il Papa riceve i rappresentanti dei mezzi di comunicazione sociale da tempo a Roma per le esequie di Giovanni Paolo II, il Conclave, e la sua elezione.

Dice loro: "Perché gli strumenti di comunicazione sociale possano rendere un positivo servizio al bene comune, occorre l'apporto responsabile di tutti e di ciascuno. È necessaria una sempre migliore comprensione delle prospettive e delle responsabilità che il loro sviluppo comporta in ordine ai riflessi che di fatto si verificano sulla coscienza e sulla mentalità degli individui come sulla formazione della pubblica opinione".

Non sfuggì allora e non sfugge oggi la quasi contemporaneità dei due incontri.

Due messaggi a destinatari diversi, il primo all'interno e il secondo all'esterno della Chiesa, ma uniti dal filo di una parola forte: servizio.

Da sempre sa il Papa che questa parola non si trova facilmente nei vocabolari della cultura dell'apparenza e del calcolo ma altrettanto bene sa che in essa c'è il significato più alto dell'essere cristiani.

E così, fin da quei primi momenti del pontificato, continua a camminare come servitore della verità e agli incroci della cronaca e della storia, dove le strade della ragione si incontrano con le strade della fede, suscita domande, indica direzioni, propone percorsi ad alta quota.

Offre risposte totalmente diverse da quelle del potere, dell'ideologia, dell'indifferenza, della mediocrità.

Scompiglia le carte ai maestri del poco o del nulla che reagiscono, tentano di isolare il pastore dal gregge attraverso una martellante operazione di indebolimento della credibilità delle sue parole: la strategia, che è sotto gli occhi di tutti, passa proprio attraverso i media i cui rappresentanti Benedetto XVI ha incontrato all'inizio del pontificato. Un atto di fiducia, di stima e, come sempre, un richiamo che si è ripetuto e approfondito nel corso di cinque anni. Il Papa vi rimane fedele.

Non si scoraggia, mantiene il passo di quei giorni d'aprile 2005, l'umile operaio della vigna non teme, non si chiude in se stesso, non alza il recinto: sa che il vigneto ha bisogno di ancor maggiore cura perché possa dare miglior frutto. Ha questa certezza, la riceve dal Signore della vigna e la comunica ogni giorno. Parte della "cultura laica" si accorge di una straordinaria statura culturale e morale, incomincia a reagire all'ingiustizia e all'infondatezza delle accuse a colui che ha avuto l'audacia di denunciare la sporcizia e con umiltà e forza ha pulito la casa.

Soprattutto la gente capisce e sa distinguere, non si lascia condizionare dalle grida mediatiche. È già accaduto in Italia in tempi recenti attorno a uno dei "principi non negoziabili" che Benedetto XVI sempre richiama alla coscienza: la vita umana. Lo capiscono i giovani che alla Giornata mondiale della gioventù a Madrid nel 2011 faranno registrare un record di presenze mentre gli esperti, sempre sui media, stanno ancora a parlare di un distacco.

Ecco, il 16 maggio in piazza san Pietro e in tanti altri luoghi nel mondo - in Italia sta già avvenendo in risposta all'invito del card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei - l'abbraccio, il ringraziamento e la conferma di una fedeltà operosa al suo magistero saranno più forti che mai.

"Con l'umile e lieta certezza - ha detto Benedetto XVI il 14 aprile richiamando il tema del servire - di chi ha incontrato la Verità, è stato afferrato e trasformato e perciò non può fare a meno di annunciarla".  Paolo Bustaffa

 

 

 

 

Per questo papa tutto è grazia, anche "gli attacchi del mondo ai nostri peccati"

 

Resistere alla "dittatura del conformismo". Ma anche "fare penitenza, riconoscere ciò che si è sbagliato, aprirsi al perdono, lasciarsi trasformare". Il messaggio di Joseph Ratzinger alla Chiesa, in una sua inattesa omelia fuori programma

di Benedetto XVI [Trascrizione integrale dell'omelia pronunciata dal papa giovedì 15 aprile 2010, di prima mattina, nella Cappella Paolina in Vaticano, durante una messa con i membri della pontificia commissione biblica (nella foto). Ne ha dato notizia per prima la Radio Vaticana sette ore dopo. E dopo 52 ore ne è stato diffuso il testo completo].

 

Cari fratelli e sorelle, non ho trovato il tempo di preparare una vera omelia. Vorrei soltanto invitare ciascuno alla personale meditazione proponendo e sottolineando alcune frasi della liturgia odierna, che si offrono al dialogo orante tra noi e la Parola di Dio. La parola, la frase che vorrei proporre alla comune meditazione è questa grande affermazione di san Pietro: "Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini" (Atti 5, 29). San Pietro sta davanti alla suprema istituzione religiosa, alla quale normalmente si dovrebbe obbedire, ma Dio sta al di sopra di questa istituzione e Dio gli ha dato un altro "ordinamento": deve obbedire a Dio. L'obbedienza a Dio è la libertà, l'obbedienza a Dio gli dà la libertà di opporsi all'istituzione.

 

E qui gli esegeti attirano la nostra attenzione sul fatto che la risposta di san Pietro al Sinedrio è quasi fino "ad verbum" identica alla risposta di Socrate al giudizio nel tribunale di Atene. Il tribunale gli offre la libertà, la liberazione, a condizione però che non continui a ricercare Dio. Ma cercare Dio, la ricerca di Dio è per lui un mandato superiore, viene da Dio stesso. E una libertà comprata con la rinuncia al cammino verso Dio non sarebbe più libertà. Quindi deve obbedire non a questi giudici – non deve comprare la sua vita perdendo se stesso – ma deve obbedire a Dio. L'obbedienza a Dio ha il primato.

 

Qui è importante sottolineare che si tratta di obbedienza e che è proprio l'obbedienza che dà libertà. Il tempo moderno ha parlato della liberazione dell'uomo, della sua piena autonomia, quindi anche della liberazione dall'obbedienza a Dio. L'obbedienza non dovrebbe più esserci, l'uomo è libero, è autonomo: nient'altro. Ma questa autonomia è una menzogna: è una menzogna ontologica, perché l'uomo non esiste da se stesso e per se stesso, ed è anche una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione, la condivisione della libertà è necessaria. E se Dio non esiste, se Dio non è un'istanza accessibile all'uomo, rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Di conseguenza, il consenso della maggioranza diventa l'ultima parola alla quale dobbiamo obbedire. E questo consenso – lo sappiamo dalla storia del secolo scorso – può essere anche un "consenso nel male".

 

Così vediamo che la cosiddetta autonomia non libera veramente l'uomo. L'obbedienza verso Dio è la libertà, perché è la verità, è l'istanza che si pone di fronte a tutte le istanze umane. Nella storia dell'umanità queste parole di Pietro e di Socrate sono il vero faro della liberazione dell'uomo, che sa vedere Dio e, in nome di Dio, può è deve obbedire non tanto agli uomini, ma a Lui e liberarsi, così, dal positivismo dell'obbedienza umana. Le dittature sono state sempre contro questa obbedienza a Dio. La dittatura nazista, come quella marxista, non possono accettare un Dio che sia al di sopra del potere ideologico. E la libertà dei martiri, che riconoscono Dio, proprio nell’obbedienza al potere divino, è sempre l'atto di liberazione nel quale giunge a noi la libertà di Cristo.

 

Oggi, grazie a Dio, non viviamo sotto dittature, ma esistono forme sottili di dittatura: un conformismo che diventa obbligatorio, pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e le sottili aggressioni contro la Chiesa, o anche quelle meno sottili, dimostrano come questo conformismo possa realmente essere una vera dittatura. Per noi vale questo: si deve obbedire più a Dio che agli uomini. Ma ciò suppone che conosciamo veramente Dio e che vogliamo veramente obbedire a Lui. Dio non è un pretesto per la propria volontà, ma è realmente Lui che ci chiama e ci invita, se fosse necessario, anche al martirio. Perciò, confrontati con questa parola che inizia una nuova storia di libertà nel mondo, preghiamo soprattutto di conoscere Dio, di conoscere umilmente e veramente Dio e, conoscendo Dio, di imparare la vera obbedienza che è il fondamento della libertà umana.

 

Scegliamo una seconda parola dalla prima lettura: san Pietro dice che Dio ha innalzato Cristo alla sua destra come capo e salvatore (cfr v. 31). Capo è traduzione del termine greco "archegos", che implica una visione molto più dinamica: "archegos" è colui che mostra la strada, che precede, è un movimento, un movimento verso l'alto. Dio lo ha innalzato alla sua destra – quindi parlare di Cristo come "archegos" vuol dire che Cristo cammina avanti a noi, ci precede, ci mostra la strada. Ed essere in comunione con Cristo è essere in un cammino, salire con Cristo, è sequela di Cristo, è questa salita in alto, è seguire l'"archegos", colui che è già passato, che ci precede e ci mostra la strada.

 

Qui, evidentemente, è importante che ci venga detto dove arriva Cristo e dove dobbiamo arrivare anche noi: "hypsosen" – in alto – salire alla destra del Padre. Sequela di Cristo non è soltanto imitazione delle sue virtù, non è solo vivere in questo mondo, per quanto ci è possibile, simili a Cristo, secondo la sua parola, ma è un cammino che ha una meta. E la meta è la destra del Padre. C'è questo cammino di Gesù, questa sequela di Gesù che termina alla destra del Padre. All'orizzonte di tale sequela appartiene tutto il cammino di Gesù, anche l'arrivare alla destra del Padre.

 

In questo senso, la meta di questo cammino è la vita eterna alla destra del Padre in comunione con Cristo. Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di nuovo che il cristianesimo rimane un "frammento" se non pensiamo a questa meta, che vogliamo seguire l'"archegos" all'altezza di Dio, alla gloria del Figlio che ci fa figli nel Figlio e dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita eterna il cristianesimo rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.

 

Se si può dire che, anche prescindendo dalla vita eterna, dal Cielo promesso, è meglio vivere secondo i criteri cristiani, perché vivere secondo la verità e l'amore, anche se sotto tante persecuzioni, è in stesso bene ed è meglio di tutto il resto, è proprio questa volontà di vivere secondo la verità e secondo l'amore che deve anche aprire a tutta la larghezza del progetto di Dio con noi, al coraggio di avere già la gioia nell'attesa della vita eterna, della salita seguendo il nostro "archegos". E "Soter" è il Salvatore, che ci salva dall'ignoranza circa le cose ultime. Il Salvatore ci salva dalla solitudine, ci salva da un vuoto che rimane nella vita senza l'eternità, ci salva dandoci l'amore nella sua pienezza. Egli è la guida. Cristo, l'"archegos", ci salva dandoci la luce, dandoci la verità, dandoci l'amore di Dio.

 

Poi soffermiamoci ancora su un versetto: Cristo, il Salvatore, ha dato a Israele conversione e perdono dei peccati (v. 31) – nel testo greco il termine è "metanoia" –, ha dato penitenza e perdono dei peccati. Questa per me è un'osservazione molto importante: la penitenza è una grazia. C'è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere.

 

Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina. E così queste due cose che dice san Pietro – penitenza e perdono – corrispondono all'inizio della predicazione di Gesù: "metanoeite", cioè convertitevi (cfr. Marco 1, 15). Quindi questo è il punto fondamentale: la "metanoia" non è una cosa privata, che parrebbe sostituita dalla grazia, ma la "metanoia" è l'arrivo della grazia che ci trasforma.

 

E infine una parola del Vangelo, dove ci viene detto che chi crede avrà la vita eterna (cfr. Giovanni 3, 36). Nella fede, in questo "trasformarsi" che la penitenza dona, in questa conversione, in questa nuova strada del vivere, arriviamo alla vita, alla vera vita. E qui mi vengono in mente due altri testi. Nella "Preghiera sacerdotale" il Signore dice: questa è la vita, conoscere te e il tuo consacrato (cfr. Giovanni 17, 3). Conoscere l'essenziale, conoscere la Persona decisiva, conoscere Dio e il suo Inviato è vita, vita e conoscenza, conoscenza di realtà che sono la vita. E l'altro testo è la risposta del Signore ai sadducei circa la risurrezione, dove, dai libri di Mosè, il Signore prova il fatto della risurrezione dicendo: Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr. Matteo 22, 31-32; Marco 12, 26-27; Luca 20, 37-38). Dio non è Dio dei morti. Se Dio è Dio di questi, sono vivi. Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita.

Preghiamo il Signore perché questo succeda e realmente, con la nostra vita, conosciamo Dio, perché il nostro nome entri nel nome di Dio e la nostra esistenza diventi vera vita: vita eterna, amore e verità. L’Espresso on line 18

 

 

 

 

Benedetto XVI. Mite e deciso

 

Protagonista sul piano del pensiero e della coscienza Neppure il vaticanista più attento e diligente osa fare un bilancio dei cinque anni di pontificato di Benedetto XVI. Tali e tante sono state le sue azioni pastorali, relative al triplice mandato di successore di Pietro di insegnare, santificare e reggere la Chiesa: annunciare la buona notizia della salvezza nel Cristo morto e risorto, sostenere la fede dei discepoli, a cominciare dai pastori delle comunità dei credenti, governare la barca della Chiesa tra le onde della storia, anche di fronte alle tempeste che si abbattono contro di essa.

Il quinto anniversario di elezione di Joseph Ratzinger, 19 aprile 2005, tre giorni dopo il suo 83° compleanno (16 aprile 1927) si celebra in tutta la cattolicità in un momento di acutissima tensione a causa delle accuse circa la questione della pedofilia. Ma il mite e deciso Papa non si fa intimorire. Anche se soffre interiormente, è ben allenato a far fronte a critiche e derisioni. Per sostenere la sua intima lotta a difesa delle ragioni della fede e della santità della Chiesa, la Conferenza episcopale italiana ha sollecitato i vescovi e i parroci a indire preghiere e suppliche in questo anniversario. Così fanno le Conferenze episcopali di tutto il mondo. Nella sua lunga storia, Ratzinger si è spesso trovato a dover giudicare e opporre resistenze a deviazioni dottrinali e pratiche, nel periodo del suo insegnamento teologico e della sua attività pastorale di vescovo, e in particolar modo nell'ufficio di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; quella Congregazione prima denominata Sant'Uffizio, considerato dall'esterno come un sinistro tribunale pronto alla condanna e alla scomunica. In realtà questo profondo e lucido professore, autore di moltissime opere tradotte in tutte le lingue, ha sempre percepito la sua vita quale quella di un "umile operaio della vigna del Signore", come ha detto all'inizio del suo pontificato. Ricordate? "Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti, e soprattutto mi affido alle vostre preghiere".

Un programma e uno stile che rifugge dalla retorica delle parole e dei gesti spettacolari, e punta sulla sostanza dei messaggi. Un Papa da ascoltare più che da vedere: moltissime persone, vere e proprie folle, vanno ai tradizionali appuntamenti domenicali in piazza san Pietro e alle udienze del mercoledì. Nonostante ritornanti fasi critiche che hanno punteggiato questi cinque anni e sono rimbalzate sui media internazionali, soprattutto a causa di preconcetti ed equivoche interpretazioni, come nel caso del discorso di Ratisbona su Maometto, Benedetto XVI è entrato nella società mondiale come protagonista sul piano del pensiero e della coscienza collettiva. Chi ha orecchie per intendere ha potuto ascoltare messaggi chiari e coraggiosi, fondati sul Vangelo come è stato consegnato dallo Spirito alle Chiese, e vissuto nella trasmissione ininterrotta delle generazioni dei credenti, senza aggiunte soggettive e stravaganti, accogliendo gli arricchimenti e aggiornamenti conciliari in una "ermeneutica della continuità". Non si è sottratto al dovere di abbattere gli idoli accattivanti della cultura attuale, che distruggono la coscienza morale di interi popoli.

Benedetto XVI è al suo posto nel compiere quest'opera di guida della comunità che il Signore gli ha affidato e di leader morale di tutti i timorati di Dio, quella grandissima massa di umanità che sta sulla soglia della speranza, trattenuta ancora nell'atrio dei Gentili. Egli non impone dogmi ma solleva il velo della mente per lasciare spazio alla luce del Mistero e al senso dell'umana esistenza. Questi primi cinque anni sono stati certamente benedetti, anche se nella fatica quotidiana che le necessità di una vigna così vasta impone.  Elio Bromuri

 

 

 

Vangelo dei migranti. Un libro di p. Zilio, missionario tra gli italiani di Londra

 

LONDRA - Nel contesto dell’anno 2010, proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale per l’avvicinamento delle culture” e dalla Conferenza delle Chiese Europee (Kek)  “Anno europeo per le migrazioni”, un libro che raccoglie le meditazioni di un missionario dei migranti. Si tratta di “Vangelo dei Migranti. Con gli Italiani in terra inglese” (edizioni Emi) e che sarà in libreria nel prossimo mese di maggio. L’autore è padre Renato Zilio, missionario scalabriniano con una lunga esperienza al servizio dei migranti. Ha fondato il Centro Interculturale Giovanile di Ecoublay nella Regione Parigina, ha diretto a Ginevra la rivista della comunità italiana “Presenza Italiana”, ha lavorato presso il Centro Studi Migrazioni Internazionali di Parigi e svolto attività di missione a Gibuti, nel Corno d’Africa. Attualmente vive a Londra presso il Centro Interculturale Scalabrini di Brixton Road. In questo volume i pensieri diventano pagine vive, che nascono giorno dopo giorno dall’esperienza della sua parrocchia londinese. È un vero microcosmo. Sono gli emigrati italiani, la cui vita si intreccia, oltre che con quella del Paese ospite, anche con le comunità portoghese, filippina. Per gli uni e per gli altri - per tutti - “emigrare è sempre una lotta. Lo è per il pane e la dignità”. Impegno pastorale e sfida del “vivere insieme” si rivelano particolarmente vivi, stimolanti e attuali. Una lettura tra prosa e poesia che rinvia il lettore alla realtà degli immigrati in Italia oggi e porta a riflettere sulla  nostra condizione attuale di popolo che accoglie. Uno strumento prezioso per capire il mondo multiculturale in cui viviamo. La prefazione al volume è del card. Roger Etchegaray che sottolinea come l’emigrazione è diventata oggi di una “complessità crescente o piuttosto di un’ampiezza tale da non essere sufficiente l’imbroglio! Si dibatte molto in questi tempi - scrive - soprattutto in Europa, non senza fatica per cercare un consenso. La riflessione è necessaria per meglio scoprire le radici delle nostre solidarietà universali e questa riflessione  deve inglobare gli emigranti. Ma questo non lo si può fare se non in un clima di reciproca fiducia”.

(Migranti-press)

 

 

 

 

Matrimonio e legge.  Un punto chiaro e fermo

 

Giuseppe Dalla Torre sulla pronuncia della ConsultaUna pronuncia "molto importante" che "sembrerebbe sbaragliare la tesi del diritto al matrimonio a prescindere dall'identità di genere". Così Giuseppe Dalla Torre, costituzionalista e rettore della Lumsa (Libera Università Maria Ss. Assunta), commentando a caldo, il 14 aprile al SIR, la sentenza con cui la Corte costituzionale ha rigettato i ricorsi sui matrimoni gay presentati dal tribunale di Venezia e dalla Corte di Appello di Trento per chiedere l'illegittimità di una serie di articoli del Codice civile che impediscono le nozze tra persone dello stesso sesso. ''La Corte costituzionale - spiega una nota della Consulta - decidendo sulle questioni poste con ordinanze del Tribunale di Venezia e della Corte d'appello di Trento, in relazione alle unioni omosessuali, ha dichiarato inammissibili le questioni stesse in riferimento agli artt. 2 (diritti inviolabili dell'uomo) e 117, I comma (ordinamento comunitario e obblighi internazionali) della Costituzione, e infondate in relazione agli artt. 3 (principio di uguaglianza) e 29 (diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio) della Costituzione''. Il Tribunale di Venezia e la Corte di Appello di Trento erano stati chiamati a dirimere le vicende di tre coppie gay alle quali l'ufficiale giudiziario aveva impedito di procedere alle pubblicazioni di matrimonio.

 

Riaffermato il principio costituzionale sulla famiglia. "Fermo restando che bisognerà ovviamente leggere le motivazioni della sentenza - afferma Dalla Torre -, mi sembra molto importante la dichiarazione della Corte di infondatezza delle eccezioni di incostituzionalità della normativa vigente rispetto agli artt. 3 e 29 della Costituzione". "Posto che per la Costituzione italiana la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio - spiega il giurista -, la definizione 'società naturale' implica che lo Stato non ne può modificare la struttura fondamentale che è nella natura stessa dell'uomo". Per quanto riguarda il matrimonio, "che si distingue dalle altre formazioni sociali per la diversità di sesso dei contraenti - e questo è un dato culturale e antropologico che non può essere smentito - è evidente che non si può invocare il principio di uguaglianza per difendere gli omosessuali da una presunta ma inesistente discriminazione". Chiunque - chiarisce il giurista - "ha libero accesso al matrimonio, fermo restando, tuttavia, che esso è un rapporto fra un uomo e una donna. Non si tratta dunque di escludere i gay dal matrimonio, ma di riaffermare che la diversità di genere è un prerequisito per poter accedere a questo istituto, un prerequisito radicato nella natura dell'uomo e che ha una ragione fondamentale, anche se non ne è l'unica, nella funzione procreativa tipica del matrimonio stesso".

 

No a "pensare i desideri in termini di diritti". Questi "tentativi di forzature giuridiche" dimostrano, secondo Dalla Torre, "la tendenza molto forte nel sentire contemporaneo a pensare i desideri in termini di diritti, ma è evidente che questo significa concepire la realtà come una pluralità di individui-isole l'uno rispetto all'altro, in cui ognuno cerca soltanto di affermare se stesso, e non come una realtà di individui inseriti in una pluralità di relazioni e formazioni sociali, al cui interno la dimensione del diritto individuale è dimensionata e modellata rispetto al diritto degli altri". La regolamentazione dei matrimoni gay compete allora alla discrezionalità del legislatore? "Non spetta a nessuno - è la risposta di Dalla Torre -: stando alla nostra Costituzione il legislatore non può legittimare una modifica dell'istituto del matrimonio. Questo è il punto forte. Il legislatore può eventualmente stabilire modalità per regolare relazioni che non sono di tipo matrimoniale ma di altro genere - tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso -, che nulla hanno comunque a vedere con la famiglia e non riguardano l'unione in quanto tale, e dunque escludono la prefigurazione di una sorta di parafamiglia". In questo caso, conclude il rettore della Lumsa, "il legislatore può pensare, entro certi limiti, a forme di tutela dei diritti del singolo individuo che si trova in un determinato contesto di fatto".

 

Il bene della società. Soddisfazione per la pronuncia della Consulta è stata espressa anche da Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, che afferma: "La Corte costituzionale ha scelto il bene della società". "Non possiamo non sottolineare - prosegue Belletti - che sulla questione fondamentale posta dai ricorsi sembra pienamente confermato il principio costituzionale di 'famiglia come società naturale fondata sul matrimonio'. E di questo dovrà tener conto il legislatore qualora decida di mettere mano alla materia: quale che sia il nome, Pacs, Dico o Didore, la Costituzione non permette alcuna equiparazione alla famiglia delle unioni di fatto, omo o eterosessuali che siano". "Era questo che chiedeva il Family Day ed è questo che ribadiamo oggi", conclude il presidente del Forum. "Si tratta di riaffermare che è interesse prioritario della società puntare sulla famiglia stabile, riconosciuta e riconoscibile". Sir

 

 

 

''Sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia''

 

Benedetto XVI: ''Contro la Chiesa attacchi della nuova dittatura del conformismo''

   

Città del Vaticano - Nel mondo di oggi esistono nuove forme di dittatura più sottile, c'è ''un conformismo, per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e la sottile aggressione contro la Chiesa, o anche meno sottile, dimostrano come questo conformismo può realmente essere una vera dittatura''.

sorveglianza

E' quanto ha detto Benedetto XVI nell'omelia della messa celebrata, nella Cappella Paolina in Vaticano, con i membri della Pontificia Commissione Biblica.

''Devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci appariva troppo dura. Adesso sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioe' cio' che e' sbagliato nella nostra vita''.

C'è bisogno, ha aggiunto, di ''aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della Misericordia divina''.

''L'obbedienza a Dio ha il primato'', ha quindi ricordato Ratzinger, ''bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini''. ''L'obbedienza a Dio'', ha spiegato il Papa, dà a Pietro la libertà di opporsi alla suprema istituzione religiosa. Parimenti, Socrate davanti al Tribunale di Atene, che gli offre la libertà a patto di non ricercare più Dio, non deve obbedire a questi giudici, comprare la sua vita perdendo se stesso, ma deve obbedire a Dio. Obbedienza a Dio ''che dà libertà''.

Al contrario nei tempi moderni - ha osservato Benedetto XVI - si è teorizzata la liberazione dell'uomo, anche dall'obbedienza a Dio: l'uomo sarebbe libero, autonomo, e nient'altro. ''Ma questa autonomia è una menzogna, una menzogna ontologica, perché l'uomo non esiste da se stesso e per se stesso; è una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione e la condivisione delle libertà è necessaria e se Dio non esiste, se Dio non è un'istanza accessibile all'uomo, rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Poi il consenso della maggioranza diventa l'ultima parola alla quale dobbiamo obbedire e questo consenso - lo sappiamo dalla storia del secolo scorso - puo' essere anche un consenso nel male. Cosi vediamo che la cosiddetta autonomia non libera l'uomo''. (Adnkronos 15)

 

 

 

 

Papst trifft Missbrauchsopfer auf Malta

 

Papst Benedikt XVI. ist am Sonntagmittag in Malta mit einer kleinen Gruppe von Missbrauchsopfern zusammengetroffen. Das teilte der Vatikan anschließend mit. Die Begegnung fand nach Abschluss der großen Messe in der Apostolischen Nuntiatur von Valletta statt, wo der Papst sich während seines zweitägigen Besuchs in Malta aufhält. Das katholische Kirchenoberhaupt sei tief bewegt gewesen von den Schilderungen der Teilnehmer und habe seine Scham und sein Leid über den Schmerz der Opfer und ihrer Familien bekundet, heißt es in der Vatikan-Erklärung. Er habe mit den Opfern gemeinsam gebetet und ihnen versichert, dass die Kirche jetzt und in Zukunft alles in ihrer Macht stehende tun werde, um die Anschuldigungen aufzuklären, die für den Missbrauch Verantwortlichen zur Rechenschaft zu ziehen und wirksame Maßnahmen zu ergreifen, um junge Menschen in Zukunft zu schützen. „Im Geist des jüngsten Briefes an die Katholiken von Irland hat der Papst gebetet, dass alle Opfer des Missbrauchs Heilung und Versöhnung erfahren und fähig werden, mit neuer Hoffung in die Zukunft zu gehen“, heißt es in der Vatikanmitteilung. 

 

„Jesus als überwältigende Erfahrung“ - Jede persönliche Begegnung mit Jesus ist eine überwältigende Erfahrung der Liebe. Das sagte Papst Benedikt an die Jugend in Malta, die er am Sonntagabend am Hafen von La Valletta traf. Unser Korrespondent vor Ort, Stefan Kempis, hat einige Eindrücke eingesammelt.

 

 „Eine kurze, aber sehr intensive Reise“ - „Eine kurze, aber sehr intensive und schöne Reise“ – das sagte Vatikansprecher Federico Lombardi am Sonntag über die Visite Benedikts auf Malta. Fragen an unseren Korrespondenten Stefan Kempis in La Valletta: Wie haben die Malteser die Nachricht aufgenommen, dass der Papst schließlich auch einige Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen und mit ihnen gebetet hat?

 

„Das werden die meisten Malteser erst nach ein paar Stunden in den Fernsehnachrichten oder aus der Zeitung erfahren; die Menschen hier sind, auch wenn das manche von draußen befremden mag, doch zuallererst am Feiern mit dem Papst interessiert. Aber natürlich ist durch die Reihen der Journalisten im internationalen Pressezentrum eine spürbare Bewegung gegangen, als die Nachricht von dieser Begegnung bekannt wurde. Vatikansprecher Lombardi musste denn auch gleich daran erinnern, dass der Papst jetzt nicht automatisch auf jeder künftigen Reise Missbrauchs-Opfer treffen wird. Das sei ja  „kein Zwang“, so Lombardi wörtlich. Mir sagen Malteser jedenfalls, dass Benedikt gut daran tat, gerade hier mit einigen Opfern zu sprechen.“

 

Papst: „Habt Vertrauen in den christlichen Glauben!“ - Die Gläubigen sollen dem christlichen Glauben vertrauen. Dazu mahnte Papst Benedikt XVI. an diesem Sonntag auf Malta. Er feierte zusammen mit Tausenden Einheimischen und Besuchern eine große Messe im Freien in Floriana. Er rief die maltesische Bevölkerung zu Gastfreundschaft auf. Technologien allein können nicht allen Bedürfnissen genügen, sagte der Papst am Sonntagmorgen auf dem Kornspeicherplatz von Floriana, dem größten Platz der Insel. Der Mensch benötige Gott und sei von ihm abhängig.

 

„Viele Stimmen versuchen uns einzureden, unseren Glauben an Gott und seine Kirche abzulegen und selbst die Werte und Glaubensüberzeugungen zu wählen, nach denen wir leben wollen. Sie sagen uns, dass wir Gott oder die Kirche nicht brauchen. Wenn wir versucht sind, ihnen zu glauben, sollten wir uns an die Episode aus dem heutigen Evangelium erinnern, als die Jünger – alles erfahrene Fischer – sich die ganze Nacht abgemüht, aber nicht einen einzigen Fisch gefangen hatten. Als dann Jesus am Ufer erschien, wies er ihnen die Richtung zu einem so großen Fang, dass sie ihn kaum einholen konnten. Solange sie sich selbst überlassen waren, blieben ihre Anstrengungen erfolglos; als Jesus bei ihnen stand, fingen sie eine gewaltige Menge Fische. Meine lieben Brüder und Schwestern, wenn wir unser Vertrauen auf den Herrn setzen und seinen Lehren folgen, werden wir immer überreichen Lohn erhalten.“

 

An dem Gottesdienst nahmen nach Angaben der Veranstalter 40.000 Menschen teil. Während der gut zweistündigen Messe sprach die Gemeinde auf Maltesisch ein besonderes Fürbittgebet für Benedikt XVI. zum fünften Jahrestag seiner Wahl zum Papst: „Möge er mit der Hilfe des Heiligen Geistes das Wort Gottes in Hingabe hören, in Heiligkeit bewahren und in Treue lehren.“

 

Papst schenkt goldene Rose für Marienheiligtum - Benedikt XVI. hat die Gläubigen Maltas für ihre Treue gedankt. Wörtlich sagte er nach der großen Messe in Floriana:

 

„Ich danke euch für alles, was ich von euch erhalten habe, für den freundlichen Empfang und vor allem für die Gebete für mein Dienstamt.“

 

Der Gottesdienst auf dem größten Platz des Landes war einer der Höhepunkte der zweitätigen Pastoralreise des Kirchenoberhaupts nach Malta. Beim anschließendem „Regina caeli“-Gebet wandte sich Benedikt XVI. auf Deutsch an eine Gruppe deutscher Pilger, die nach Malta gekommen war. Zum Abschluss der Messe übergab der Papst der Kirche Maltas eine goldene Rose für das Marienheiligtum „Unsere Liebe Frau von Ta' Pinu“ auf der Nachbarinsel Gozo. Das Marienbild des vielbesuchten Heiligtums war eigens zur Papstmesse nach Floriana gebracht und neben dem Altar aufgestellt worden. rv/kna 18

 

 

 

 

Katholische Kirche. Laien fordern „Richtungswechsel“

 

München - Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) hofft angesichts der weltumspannenden Berichte über sexuellen Missbrauch auf eine „Erneuerung der Kirche“. Unter dem Eindruck von „Entsetzen, Enttäuschung und Wut“ verlangte der neue Präsident des ZdK, Alois Glück, unter demonstrativem Beifall der mehr als 150 Teilnehmer der Frühjahrs-Vollversammlung des ZdK, nicht länger auf den Schutz der Institution abzustellen, sondern die Perspektive der Opfer einzunehmen.

Dieser „Richtungswechsel“ werde weit über die Missbrauchsdebatte hinaus Auswirkungen haben, sagte der langjährige CSU-Politiker voraus. Der Rottenburger Bischof Gebhard Fürst, der im ZdK die Deutsche Bischofskonferenz repräsentiert, pflichtete dem Präsidenten bei. In den Augen des Bischofs befindet sich die Glaubwürdigkeit der Kirche in Deutschland in ihrer „größten Krise“ seit Menschengedenken.

 „Eine Fixierung auf das Versagen Einzelner reicht nicht aus“, sagte Glück in seinem ersten „Bericht zur Lage“ als Präsident des ZdK und bezog „Papst, Bischöfe und Laien“ in das Verlangen nach Erneuerung ein. Autorität wiederzugewinnen gelinge der Kirche weder, indem sie Ansprüche an die Gesellschaft und den Staat stelle, sich gekränkt oder beleidigt gebe oder sich - auf ein populäres Kirchenlied anspielend - als „Haus voll Glorie“ darstelle. Vertrauen gewinne „unsere Kirche“ nur zurück durch überzeugenden Dienst für die Menschen, Wahrhaftigkeit mit Blick auf die Schwächen und die Stärken der Kirche und eine starke spirituelle Ausstrahlung.

„Graben zwischen dem Leben der Gläubigen und der Lehre der Kirche“

Als vordringlich bezeichnete Glück das Bestreben, „Grundlagen für neues Vertrauen zu schaffen“, etwa durch eindeutige Regelungen für die Zusammenarbeit mit dem Staat. Freilich müssten diese in ganz Deutschland einheitlich gehandhabt werden, unabhängig von den unterschiedlichen kirchenrechtlichen Zuständigkeiten in Diözesen und Ordensgemeinschaften. „Das ist die allgemeine Erwartung an unsere Bischofskonferenz“, hieß es vielsagend.

Später, „aber nicht irgendwann“, seien tabufreie Beratungen darüber notwendig, welche Schlussfolgerungen für die Gestalt der Kirche und insbesondere das Verhältnis von Amtsträgern und Laien gezogen werden müssten. In die gleiche Richtung wies der Berliner Jesuit Mertes, der als Rektor des Canisius-Kollegs im Januar die Mauer des Schweigens über Missbrauch in kirchlichen Einrichtungen zum Einsturz gebracht hatte.

In München warnten Mertes wie auch der vormalige Bundestagsvizepräsident Thierse im Sinne Glücks davor, die eigene Gewissenserforschung zu früh zu beenden. Der „Graben zwischen dem Leben der Gläubigen und der Lehre der Kirche“ sei immer größer geworden, sagte Thierse unter Hinweis auf den „Abwehrkampf der Papstkirche“ gegen abweichende Auffassungen auf dem Gebiet der Sexualmoral. Gleichzeitig sei sexuelle Gewalt in der Kirche jahrzehntelang vertuscht und der Zölibat und die vielen Verstöße gegen ihn mit einem Tabu umgeben worden. Für die Kirche insgesamt hoffte er angesichts des Missbrauchsskandals, sie möge „der Gesellschaft ein Beispiel geben, wie man mit einer solchen Schande ehrlich und aufrichtig umgeht“.

Kritik an der Haltung von Papst Benedikt XVI. angesichts der weltweiten Enthüllungen über sexuelle Übergriffe von Geistlichen wurde in der ausgiebigen Aussprache nicht laut. Mehrere Teilnehmer hoben die „Klarheit“ der Aussagen des Papstes in dem Brief an die irischen Katholiken hervor und schlossen sich der Einschätzung des ZdK-Präsidenten Glück an, jener Brief sei „der Maßstab und die Orientierung für unsere Bischofskonferenz“. Dass sich Benedikt XVI. gesondert zur Lage der katholischen Kirche in Deutschland äußere, hielt niemand für erforderlich. Thierse sprach indes von „Zorn auf den Vatikan“; vieles, was dort in den zurückliegenden Wochen und Monaten gesagt wurde, sei „für die Kirche ganz furchtbar“.

Unmut über das schweigen Zollitschs

Blankes Unverständnis geäußert wurde in der Debatte angesichts des langen Schweigens des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, des Freiburger Erzbischofs Zollitsch. Nicht in den Äußerungen Glücks, wohl aber in mehreren Debattenbeiträgen fiel der Name Zollitsch in einem Atemzug mit den Namen von Bischöfen wie Müller (Regensburg) und Mixa (Augsburg), denen viele ZdK-Mitglieder militante Ignoranz angesichts der größten Krise der Kirche in Deutschland seit Menschengedenken attestierten. Nicht durch Beifall bestätigt wurde der Dank des ZdK-Präsidenten für das Engagement des Trierer Bischofs Ackermann als Missbrauchsbeauftragtem der Bischofskonferenz.

Wie die Bischofskonferenz auf die „Vertrauenskrise“ reagieren wird, ließ sich den Äußerungen des Rottenburger Bischofs Fürst nicht entnehmen. Allerdings umriss Fürst das Ausmaß des Vertrauensverlustes mit dem Hinweis, dass sich die Zahl der Kirchenaustritte im Bistum Rottenburg-Stuttgart im vergangenen Monat gegenüber dem Vergleichsmonat des Vorjahres auf mehr als 2400 verdreifacht habe. Bischof Fürst kündigte an, alle Personen in seinem Bistum, die der katholischen Kirche jüngst den Rücken gekehrt hätten, an drei Terminen zu Gesprächen einzuladen.

Daniel Deckers Faz 16

 

 

 

Lombardi: „Große Bereitschaft des Papstes, zuzuhören“

 

Es hat denn doch viele überrascht, dass der Papst auf Malta einige Opfer sexuellen Missbrauchs getroffen hat. Unser Korrespondent Stefan Kempis sprach darüber mit Vatikansprecher Pater Federico Lombardi.

 

Wie beurteilen Sie das Treffen mit den Missbrauchs-Opfern?  

„Ich finde, diese Begegnung war etwas sehr Positives. Das ist ein Zeichen der pastoralen Sorge des Heiligen Vaters und – vor allem – seiner großen Bereitschaft, zuzuhören. Angesichts der großen Debatte in der Kirche von heute legt es auch Zeugnis ab vom Geist menschlicher Aufmerksamkeit, christlichen Gebets und der Spiritualität – Bereiche, in denen dieses Problem jetzt vom Heiligen Vater mit hineingenommen wird.“

 

Muss der Papst jetzt auf jeder künftigen Reise ins Ausland Missbrauchs-Opfer treffen?

„Ich glaube, dass das per se nicht nötig ist. Man muss bei jeder Reise neu abschätzen, welchen Sinn man ihr geben will und wo die seelsorgliche Dringlichkeit liegt bei allem, was der Papst auf einer Reise tut. Das Programm soll so einen umfassenden Sinn und eine Ausgeglichenheit bekommen. Und viel hängt natürlich auch immer von den kirchlichen Autoritäten vor Ort ab: Sie müssen die Wichtigkeit oder Dringlichkeit der verschiedenen Etappen der Reise vorab einschätzen.“

 

„Viele Feiernde, wenige Polizisten“ - Viel mehr feiernde Menschen am Straßenrand als gedacht – und fast keine Polizisten zu sehen: Das war der Eindruck, den Papst-Sprecher Federico Lombardi in den ersten Stunden der Maltareise des Papstes gewann. In La Valletta meinte der Jesuit am Samstagabend vor Journalisten, die Reise habe viel enthusiastischer begonnen als erwartet. Stefan Kempis fragte P. Lombardi, was seine Eindrücke von den ersten Stunden des Papstes auf Malta seien.

 

„Ich glaube, wir können begeistert sein! Denn die Aufnahme durch das maltesische Volk ist wirklich wunderbar. Die ganze Bevölkerung ist auf der Straße, wie zu einem großen Fest. Die Leute sind sehr zufrieden, den Papst hier zu haben, und eine solche Gelegenheit zu haben, ihren Glauben auf eine volkstümliche und tiefe Weise auszudrücken! Ich glaube wirklich, dass diese Wurzel, die bis auf den heiligen Paulus zurückgeht, tief und gesund ist. Man sieht, wie dieses Ereignis des Schiffsbruchs des Paulus hier auf dieser Insel immer noch etwas Aktuelles ist: Wir sehen, wie der Glaube hier neues Leben gibt und Mission erweckt. Die Freude, den anderen den Glauben weiterzugeben, und die große Tradition des Missionswerks der Malteser in der Welt- das ist beeindruckend. Diese kleine Bevölkerung, die wirklich überall zerstreut war und jedes Mal den Glauben mit sich gebracht hat in viele Teile der Welt: Das konnte man heute Abend in dieser Pauluskirche und in der Paulusgrotte erleben.“

 

Viele hatten vorher die Befürchtung, die Reise werde durch die Missbrauchs-Skandale überschattet. Das scheint aber heute nicht so auszusehen…

 

„Für die maltesische Bevölkerung sicher nicht! Wir haben heute sicher 100.000 Leute gesehen, und ich glaube, dass wir morgen noch einmal 100.000 Menschen sehen werden… die waren nicht besonders von diesem Problem bedrückt. Natürlich – das Problem besteht in der Kirche, und es besteht auch hier, aber man muss die richtigen Proportionen sehen, und wenn etwas zu korrigieren ist, muss man das tun, klar und entschieden. Hier allerdings haben wir eine Bevölkerung, die aus dem Glauben feiert, und das müssen wir ihr erlauben… Es gibt ja in der Welt nicht nur das, was uns die Zeitungen sagen!“

 

Jugendliche auf Malta: Gar nicht so übel… - Den Sonntagnachmittag auf Malta widmete Papst Benedikt der Jugend. Die Insel hat eine der niedrigsten Geburtenraten in der EU, und früher emigrierten junge Leute von hier schnurstracks nach Italien oder Australien, um Arbeit zu finden. Doch der lutherische deutsche Pfarrer Wilfried Steen, der in Rabat lebt, hat beobachtet, dass es Maltas Jugendlichen heutzutage gar nicht so schlecht geht:

 

„Malta legt großen Wert auf Bildung, und es ist erstaunlich, wie viel hier in der Schulbildung und in der universitären Ausbildung getan wird. Das ist meiner Auffassung nach auch konsequent, die junge Generation in starkem Masse durch Bildungsanstrengungen zu fördern, weil Malta ja sonst nichts anderes einzubringen hat: Es gibt wenig natürliche Ressourcen, die Insel ist dicht besiedelt… also, was man hier verkaufen kann, ist sozusagen die geistige Leistung und die Leistung der Arbeitenden. Das schafft Malta in einem erstaunlichen Masse: Die zweitniedrigste Arbeitslosenquote in der EU ist eine Leistung. Sie ist sicher auch darauf zurückzuführen, dass hier das Kleinhandwerk – nach deutschen Begriffen Ich-AGs – sehr stark ist, und trotzdem: Man muss immerhin sagen, dass man hier in La Valletta keine Bettler findet, sondern stattdessen sehr viele Menschen, die trotz eines sehr bescheidenen Einkommens hier sehr zufrieden leben und ihre Arbeit haben. Ich halte das für eine bemerkenswerte Leistung! Das sind zum Teil Einkommen, die weit unter der Grenze dessen liegen, was wir aus Deutschland kennen, aber die Menschen leben hier aufgrund ihres familiären Verbundes durchaus sehr zufrieden. Ich bin auch wirklich erstaunt, wie ein Land wie Malta doch die Wirtschaftskrise meistert und für die eigene Bevölkerung doch Einkommens- und Lebensmöglichkeiten erschließt.“ (rv 18)

 

 

 

 

Gastbeitrag. Die Kirche droht zu versteinern

 

Der Papst muss verstehen, dass es Zeit ist für ein ökumenisches Konzil, meint Norbert Scholl, Professor für katholische Theologie in Heidelberg.

 

In den fünf Jahren seit seiner Wahl hat Benedikt XVI. leider nicht den Mut gefunden, den drückenden Reformstau abzubauen, den ihm sein Vorgänger hinterlassen hat. Stattdessen setzt Benedikt den rückwärtsgewandten, traditionsverhafteten Kurs fort. Benedikt entspricht damit in keiner Weise den Anforderungen des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-65). Es wollte die Kirche ins Heute eintreten lassen.

 

Heute ist die römische Kirche unter Benedikts Führung eher daran, ihre Zukunftsfähigkeit zu verlieren und zum Fossil zu versteinern.Das ist allerdings nicht allein dem Versagen dieses Papstes zuzuschreiben. Die fünf Jahre seines Pontifikats offenbaren mehr und mehr die grundlegende Schwäche des gesamten Systems römisch-katholische Kirche: hierarchische Struktur (von oben nach unten), "Zwei-Klassen-Gesellschaft" (privilegierter Klerus/untergeordnete Laien), römischer Zentralismus (kaum Befugnisse für Ortskirchen, Bischöfe als Befehlsempfänger und Ausführungsorgane römischer Anordnungen), uneingeschränkte monarchistische Machtbefugnis des Papstes ("Unfehlbarkeit").

 

Benedikt wagt nicht, etwas von dem zu revidieren, was seine "unfehlbaren" Vorgänger gelehrt haben: Zölibatspflicht für Priester, Verbot der Frauenordination, rigide Sexualmoral. Er bleibt fixiert auf ein Kirchenbild, das die imperiale und feudalistische Struktur der Antike und des Mittelalters widerspiegelt. Er behindert eine entschlossene und radikale Erneuerung der kirchlichen Amtssprache und der dogmatischen Formeln ("Heiliger Vater", Christologie). Er erkennt nicht das Erfordernis eines Neu-Denkens der Gottesfrage (Berücksichtigung der Erkenntnisse der Evolutionsbiologie und der Hirnforschung). Er sieht noch immer in der römischen Kirche die "einzig wahre" Kirche Christi und degradiert die Kirchen der Reformation zu "kirchlichen Gemeinschaften".

 

Die unter strenger Geheimhaltung mit den erzreaktionären Piusbrüdern geführten "Versöhnungs-Gespräche" verheißen nichts Gutes. Die zukunftsweisenden Konzilsdokumente über die Gewissens - und Religionsfreiheit, über die nicht-christlichen Religionen, über das Judentum und die Ökumene sind in Gefahr, "umgedeutet" zu werden. Selbst konservative Theologen befürchten eine Verfälschung der Aussagen und der realen Absichten des reformorientierten Zweiten Vatikanischen Konzils.

 

Der Papst sollte endlich die immer lauter werdende, weltweite Kritik an seinem Pontifikat als Ausdruck der tiefen Besorgnis der Gläubigen über den Zustand der römischen Kirche verstehen und sie nicht als "Geschwätz" abtun. Vielleicht begreift er auch, dass ein Einzelner - und sei es ein "unfehlbarer" Papst - dazu gar nicht in der Lage ist und dass es eines neuen, nun aber wirklich ökumenischen Konzils bedarf.

Dr. Norbert Scholl (*1931), 1969-1996 Professor für katholische Theologie in Heidelberg, ist Mitglied der Reformbewegung "Wir sind Kirche" FR 17

 

 

 

Papst Benedikt zum Missbrauchsskandal Ein bisschen Reue

 

Eher nebenbei äußert sich Papst Benedikt zum Missbrauchsskandal. Der Vatikan will unterdessen Hunderttausende Priester in Rom für ihr Oberhaupt demonstrieren lassen. Von Andrea Bachstein, Rom

 

Fast nebenbei hat am Donnerstag Papst Benedikt XVI. zu den Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche Bezug genommen. "Wir Christen haben auch in jüngster Zeit oft das Wort  Reue vermieden, weil es uns als zu hart erschienen ist", sagte Papst Benedikt XVI.  am Donnerstag. "Aber "jetzt, unter den Angriffen der Welt, die von unseren Sünden spricht, sehen wir, dass es eine Gnade ist, Buße tun zu können. Und wir sehen, wie notwendig es ist, Buße zu tun und zu erkennen, was falsch ist in unserem Leben." Das Kirchenoberhaupt fuhr fort: "Der Schmerz der Reue bedeutet Reinigung und Veränderung."

Der Papst hat keinen spektakulären Anlass gesucht, um zumindest im Ansatz die Worte zu finden, auf die so viele seit Wochen gewartet haben. Benedikt XVI. sprach sie in einer Predigt während einer Messe in der Paolinischen Kapelle des Vatikan vor Mitgliedern der Päpstlichen Bibelkommission aus. Diese Mahnung zu Reue und Buße des Papstes stand in Zusammenhang mit einer Ausführung zum Thema "Primat des Gehorsams vor Gott".

 

Der Text wurde von der italienischen Agentur Ansa verbreitet, Radio Vatikan veröffentlichte ihn unter der Überschrift: "Der Gehorsam gegenüber Gott macht den Menschen wirklich frei, auch, um sich der Diktatur des Konformismus zu widersetzen." Die Passage, in der Papst Benedikt XVI. offenkundig Bezug nimmt auf die Angriffe, unter denen die Kirche wegen der zahlreichen Missbrauchsfälle durch Priester und andere Kirchenbedienstete in vielen Ländern steht, taucht dort jedoch erst gegen Schluss des Beitrages auf.

Demonstration für den Papst

Das Kirchenoberhaupt sagte am Donnerstag weiter, es gehe darum, sich dem Vergeben zu öffnen, sich auf die Vergebung vorzubereiten, sich verändern zu lassen. Deutlicher hat sich der Papst bisher nur in seinem Hirtenbrief an die Gläubigen in Irland vom 20. März. geäußert. Am Wochenende fliegt Benedikt XVI. nach Malta, es ist seine erste Auslandsreise seit Bekanntwerden der Missbrauchsskandale. Auch dort gibt es mehrere Dutzend Opfer. Einige von ihnen haben gebeten, dass der Papst sich mit ihnen treffen soll.

Unterdessen hat wegen der Vorwürfe gegen den Papst die vatikanische Kleruskongregation die Priester weltweit zu einer Solidaritätsdemonstration für das Kirchenoberhaupt aufgerufen. Die Kundgebung soll am 11.Juni auf dem Petersplatz in Rom stattfinden.

Kardinal Claudio Hummes, rief in einem Brief an 400.000 Geistliche aus aller Welt zu der Aktion auf. "Es geht darum, unserem geliebten Papst Benedikt XVI. unsere Solidarität, unsere Unterstützung, unser Vertrauen zu zeigen", schrieb er in dem Brief, den die Glaubenskongregation am Donnerstag im Internet veröffentlichte. Eine ähnliche Aktion plant das italienische Bündnis laizistischer Gruppen für Mitte Mai.

SZ 16

 

 

 

Hintergrund. Das Ausland und der Papst

 

Moslems sind enttäuscht

Respekt und Ansehen hat dem Papst sein Besuch 2009 in Bethlehem eingebracht, auch weil er in dem palästinensischen Flüchtlingslager Aida die Rechte der Bewohner auf ein menschenwürdiges Leben einforderte. Allerdings hat sich bei vielen Muslimen das Verhältnis zu Benedikt abgekühlt. Zunächst hatte die hohe muslimische Geistlichkeit die Wahl des Wertkonservativen zum Papst begrüßt. Einen bis heute nachwirkenden Bruch jedoch löste 2006 die Regensburger Rede aus. Darin machte sich der Papst unkommentiert das Zitat eines spätbyzantinischen Herrschers zu eigen, der den Islam in erster Linie mit Gewalt identifizierte. Um die Wogen zu glätten, betrat der Papst 2009 als besondere Geste die Hussein Bin Talal Moschee in Amman - ohne aber dadurch dem Verhältnis beider Weltreligionen neue Impulse geben zu können. (mge)

 

Kein Glück in Nordamerika

Die US-Amerikaner sind mit Benedikt XVI. nie warm geworden. Zu vergeistigt schien der Deutsche, zu unnahbar einer Kultur, die auch von der Seelsorge Unterhaltung erwartet. Erst eine USA-Reise 2008 schien das Eis zu brechen. Er schuf Sympathien, indem er sich mit Opfern pädophiler US-Priester traf und zugab, die Kirche sei mit dem Problem "manchmal sehr schlecht umgegangen". Doch zuletzt haben gerade US-Medien versucht, Joseph Ratzinger eine tragende Rolle bei der Vertuschung von Missbrauchsfällen nachzuweisen. Fürsprecher verweisen zwar darauf, da sei mehr Rauch als Feuer. Doch die Anwürfe zeigen, was Benedikt in Amerika nicht gelungen ist: die drittgrößte Landeskirche Roms mit ihren 67 Millionen Katholiken vom Fluch der gerade in den USA schwindelerregenden Pädophilie-Skandale zu befreien. (ost)

 

Lateinamerika - Charisma vermisst

Nein, verehrt oder gar geliebt wird er nicht in Lateinamerika. Man ehrt ihn, man beugt sich womöglich seiner Autorität, aber dass er die Herzen rührt - nein, auch in der katholischsten Ecke der Welt vermissen die meisten Gläubigen offenbar bei Benedikt XVI. das Charisma. Ein Teil des lateinamerikanischen Klerus hatte 2005 gehofft, einer der ihren werde auf Johannes Paul II. folgen. Unvergessen ist in der Kirche Kardinal Ratzingers harsches Vorgehen gegen die Befreiungstheologie Lateinamerikas in den 80er Jahren. Kirchenferne Kreise schütteln den Kopf über manche Papst-Ansicht - dass sich, wie er 2007 bei seinem Brasilien-Besuch sagte, die Ureinwohner nach der Verkündigung des Evangeliums gesehnt hätten, erscheint ihnen so hanebüchen wie Benedikts Ansicht, die Kirche sei historisch am Elend der Indianer unschuldig. (kth)

 

Israel - Bitte um Vergebung erwartet

Päpste sind den Israelis leicht suspekt, ein deutscher besonders. Zumal Benedikt XVI. ein offenes Wort zur Rolle des Vatikans während der Schreckensherrschaft der Nazis bis heute vermieden hat. Als Benedikt 2009 nach Israel reiste, nahm man ihm auch übel, dass er - anders als Vorgänger Johannes Paul - beim Besuch in Yad Vashem kein persönliches Wort fand. Der Pontifex deutscher Herkunft sprach sich auf theologisch-intellektueller Ebene gegen das Vergessen und jede Verharmlosung der Schoah aus. Nur, auf die Israelis wirkte das zu kühl für einen, der seine Jugend in der Nazi-Zeit verbracht hatte. Gerade von Joseph Ratzinger hätten sie eine Bitte um Vergebung erwartet. Auch erinnert man sich an die Affäre um Piusbruder Richard Williamson, den Benedikt wieder in den Schoß der Kirche aufnahm. Der Mann ist als Holocaust-Leugner bekannt. (geg)

 

Afrika - Zweifel am Zölibat

Das Wachstumspotenzial der katholischen Kirche liegt in Afrika. Rund 20 Prozent aller Afrikaner sind katholisch. Das entspricht rund 158 Millionen Katholiken auf dem afrikanischen Kontinent. Tendenz: steigend. In den vergangenen Jahren hat sich die katholische Anhängerschaft verzwanzigfacht. Bis 2025 erwartet Rom, dass ein Sechstel aller Katholiken weltweit in Afrika leben werden. Der Papst scheint äußerst beliebt zu sein. Allerdings sieht man es in Afrika auch nicht so eng mit dem Zölibat für Priester und der päpstlichen Kondom-Ächtung. Angesichts von Millionen Menschen, die mit dem Aids-Virus infiziert sind, hält nicht nur der südafrikanische Bischof Kevin Dowling das Kondomverbot für moralisch inakzeptabel. Viele Geistliche verteilen in ihren Gemeinden Kondome. (dw) fr 17

 

 

 

 

 

(K)ein Grund zu gehen? Steigende Zahlen von Kirchenaustritten in vielen Regionen

 

Mit einer Schockstarre hatten offenbar viele enttäuschte Kirchenmitglieder zunächst auf das Bekanntwerden von Missbrauchsfällen in kirchlichen Einrichtungen reagiert. Entgegen mancher Erwartungen blieb die Zahl der Kirchenaustritte im Februar und März noch auf normalem Niveau, doch nun gehen die Zahlen in vielen Regionen deutlich nach oben. In der Politik würde man von „erdrutschartigen Verlusten“ sprechen. Kirchliche Medien sind derzeit bemüht, die bekannt gewordenen Zahlen zu begründen – oft genug mit dem geradezu peinlichen Tenor, diese regelrecht schönzureden.

 

Bemerkenswert ist, dass mit den Austrittszahlen nunmehr ein weiteres Thema in die Schlagzeilen der Medien gelangt, dass in den Kirchengemeinden vor Ort kaum präsent ist. Wie viele Getaufte in einem Jahr aus ihrer Kirche austreten, erfahren die Gemeindemitglieder vielleicht noch in den Jahresschlussgottesdiensten und in der Gemeindestatistik, die im Pfarrbrief veröffentlicht wird. Der Rest ist Schweigen. Darüber in Gemeinden, Gremien und Gruppen ins Gespräch zu kommen, kommt einem Tabubruch gleich. Denn Kirchenaustritte konfrontieren die, die Gemeinde sein und leben wollen, mit der Frage nach der Glaubwürdigkeit ihres Christ- und Kircheseins.

Vor einem Jahr war es die päpstliche Aufwertung der konservativen Pius-Bruderschaft, die in Deutschland zu schweren Turbulenzen und auch zu einer Austrittswelle führte. Diesmal aber geht die Krise nicht von Rom aus, sondern betrifft vielleicht sogar die eigene Kirchengemeinde oder Schule. Auch das verleiht der derzeitigen Krise und ihren Folgen eine besondere Dimension.

Kirchenaustritte - so ernst sie zu nehmen sind -  sind aber nur ein Symptom der heutigen gesamtkirchlichen Situation. Sinkende Zahlen von Gottesdienstbesuchen, mangelndes Wissen über Glauben, Kirche sowie die religiöse Praxis, der schwindende Einfluss der Kirche in der Öffentlichkeit – all das ist Ausdruck dafür, dass sich Grundlegendes im Verhältnis von Kirche und Gesellschaft verändert hat. Die Kirche hat aufgrund gesellschaftlicher Ausdifferenzierung und zunehmender Individualisierung ihre Monopolstellung in Sachen Sinndeutung und Lebensorientierung längst verloren und ist inzwischen ein Sinnanbieter unter vielen anderen geworden. Kirche muss nun selber für ihr Angebot werben und Überzeugungsarbeit leisten.

 

Diese neue Situation ermöglicht es Menschen, aus den religiösen Angeboten jeweils das auszuwählen, was sie benötigen oder was ihnen plausibel erscheint. Auch Christen machen von diesem Verhalten Gebrauch: Getaufte, die Kirche bei Bedarf und Gelegenheit wahrnehmen, finden sich neben denen, die dauerhaft Gemeinde (er-)leben wollen. Eine solche Wahlfreiheit schließt konsequenterweise die Möglichkeit zum Kirchenaustritt mit ein – gerade dann, wenn die Glaubwürdigkeit auf dem Spiel steht und das Vertrauen in die Institution Kirche rapide schwindet.

 

Oft ist in jüngster Zeit davon die Rede, dass es ohnehin die Kirchenfernen seien, bei denen der berühmte Tropfen nun das Fass zum Überlaufen gebracht habe und die mit ihrem Kirchenaustritt gegen die in der jüngsten Vergangenheit bekannt gewordenen Missbrauchsfälle protestieren. Ist dem wirklich so? Es gibt unzählige Studien, die belegen, dass einem Kirchenaustritt ganz unterschiedliche Motive zugrunde liegen. Auf diese soll an dieser Stelle nicht näher eingegangen werden. Tatsächlich geht dem Entschluss zum Kirchenaustritt zumeist ein längerer Prozess der Entfremdung und/oder Enttäuschung, vielleicht sogar der Verärgerung über kirchliche Positionen oder Personen voraus. Für Viele ist auch die Kirchensteuer ein Grund, die Kirche zu verlassen.

 

Fakt aber ist: Es ist falsch, die steigende Zahl der Kirchenaustritte mit einem Gesundschrumpfungsprozess schönzureden oder mit dem Bild der „kleinen Herde“ womöglich auch noch zu spiritualisieren. Jeder Kirchenaustritt ist eine Anfrage an die verlassene Gemeinschaft. Nur den wenigsten Austrittswilligen fällt der tatsächliche Schritt leicht. Immer steht dahinter eine Gewissenentscheidung, die es zu respektieren und ernst zu nehmen gilt. Keineswegs signalisiert der Austritt aus der Glaubensgemeinschaft zwingend den Abfall vom Glauben und Desinteresse an der Kirche. Ohne Frage gibt es zunehmend auch diesen Grund. Und dieser ist in aller Konsequenz zu respektieren. Aber gerade derzeit sagen nur wenige: „Ich will die Kirche nicht“. Wohl die meisten sagen: „Ich will die Kirche nicht so“ – und sie zeigen damit trotz oder gerade wegen ihres Kirchenaustrittes sehr wohl ein Interesse an Kirche und christlichem Glauben. Die Frage, ob der Weg zum Standesamt/Amtsgericht der richtige ist, kann und soll an dieser Stelle nicht beantwortet werden.

Was ist zu tun? Verlorenes Vertrauen kann und muss in kleinen und sicher oft mühsamen Schritten wiedergewonnen werden, denn sinn- und wertstiftende Organisationen sind wichtiger und nötiger denn je. Egal, ob sie die Kirche verlassen haben oder ihr (noch) treu sind: Die Sehnsucht vieler Christen nach Glaubwürdigkeit der Kirche ist keineswegs utopisch, ohne Verortung. Glaubwürdig ist Kirche da, wo es eine Echtheit der Beziehung zu Gott und den Menschen gibt. Und besonders auch dort, wo das Eingestehen von Schuld und Versagen und eine aufrichtige Bitte um Vergebung zu Veränderung, zur möglichen Wiedergutmachung und zu einem Neubeginn führt. Schon die frühen Christen sprechen davon, dass Kirche heilig und sündhaft zugleich ist.

„Wollt auch ihr weggehen?“ (Joh 6,67) -  diese Frage stellt Jesus seinen Jüngern, als sich seine Anhänger scharenweise von ihm abwenden. Dieses Wort Jesu ist naheliegend und wird oft zitiert in den letzten Wochen. Und wir wissen, dass es mit dem Weggehen oder Wegbleiben allein nicht getan ist. Es bleibt die Frage nach dem Wohin, die schon Petrus an Jesus stellt – und auch selber beantwortet: „Du hast Worte des ewigen Lebens“.

 

Die Gemeinden vor Ort bieten in besondere Weise den Raum, in dem diese Worte glaubwürdig erfahrbar und erlebbar sind. Vor allem aber ist jeder Christ, der in seinen sozialen Bezugsfeldern überzeugt lebt, die beste Werbung für das Sinnangebot Kirche. Auch für diejenigen, die die Kirche verlassen haben. Diese Chance gilt es zu nutzen.  Andrea Kronisch , kath.de-Redaktion

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI wird 83

 

Mit einem ausgedünnten Arbeitsprogramm hat Papst Benedikt XVI. am Freitag seinen 83. Geburtstag begangen. Um die Mittagszeit sprach er mit einigen brasilianischen Bischöfen über die Situation in ihren Diözesen, darunter auch der österreichische Amazonas-Bischof Erwin Kräutler. Unterdessen trafen im Vatikan Glückwünsche aus aller Welt ein, vor allem von italienischen Politikern, aber auch aus dem deutschen Sprachraum. Neben einem Mittagessen im Kreis seines päpstlichen Haushalts nutzte Benedikt XVI. seinen Geburtstag vor allem zu Erholung und zu letzten Vorbereitungen für seine Reise nach Malta am Wochenende. Anlässlich des fünften Jahrestages der Wahl von Joseph Ratzinger zum Papst am kommenden Montag gibt Kardinal-Dekan Angelo Sodano mit dem Kardinalskollegium ein Essen zu Ehren des Papstes. Einziges offizielles Ereignis zu diesen beiden Gedenktagen ist am 29. April ein Konzert in der vatikanischen Audienz-Halle. Es wird dem Papst von Italiens Präsident Giorgio Napolitano gestiftet.

 

Als „politisch wachen Papst“ und großen Theologen hat Erzbischof Robert Zollitsch Papst Benedikt XVI. gewürdigt. Das Kirchenoberhaupt beziehe in öffentlichen Debatten Stellung und bringe auch gegenüber den Mächtigen der Welt feste moralische Standards zur Geltung. Das schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz in einem Beitrag für die Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ (Freitag) anlässlich des fünften Jahrestages der Papstwahl. Die Weltkirche feiert das Jubiläum am kommenden Montag. Als „entschiedener Kämpfer für eine Kultur des Lebens“ verstecke sich der Papst nicht hinter diplomatischen Floskeln, sondern riskiere auch „durchaus heftigen Widerspruch“, so der Erzbischof. Im Blick auf das Verhältnis zum Judentum müssten gerade die Deutschen Benedikt XVI. zutiefst dankbar sein. Zollitsch verwies dabei auf den Besuch des Papstes im Vernichtungslager Auschwitz und auf seine Verurteilung des Antisemitismus in der Holocaust-Gedenkstätte Yad Vashem. 

 

Papst Benedikt hat „tiefe Wurzeln und weite Äste“. Das sagt Roman Angulanza, pensionierter Direktor des katholischen Bildungswerkes in Salzburg. Er kennt den Papst seit über einem halben Jahrhundert. Er gehört zum Schülerkreis von Josef Ratzinger, der die jährlichen Treffen mit seinen früheren Studenten auch als Papst fortführt. Im Gespräch mit Radio Vatikan zeichnet Angulanza ein persönliches Bild des Papstes:

 

„Wir haben uns natürlich gefragt: Wie wird er jetzt sein, als Papst? Aber im Schülerkreis ist er ganz locker, so wie früher. Er hat immer sein fröhliches Lächeln auf, er fühlt sich im Kreis sehr geborgen und daheim. Er ist sehr bescheiden, unglaublich interessiert an allem, was wir ihm erzählen. Er ist sehr offen. Also ich habe ihn nie anders kennen gelernt, als in seiner bescheidenen, liebenswürdigen, freundlichen, sehr herzlichen Art. Er war auch immer gut zu Späßen aufgelegt.“

 

Viel zu lachen hat das katholische Kirchenoberhaupt in der letzten Zeit nicht gehabt. Ob Fragen der Ökumene, die Piusbrüder oder der Missbrauchsskandal – in fünf Jahren Pontifikat begegnete Benedikt XVI. so manche Herausforderung. Leicht werde da die Gesamtvision des Papstes von der Glaubensgemeinschaft vergessen, so Angulanza. Der Papstkenner erinnert sich an Joseph Ratzingers Worte aus einem Interview von 2003. Der zukünftige Papst habe damals gesagt: „Ich glaube, für die Kirche ist es einfach wichtig, dass sie einerseits einen festen Stamm hat, der trägt und steht, und tiefe Wurzeln hat, und dass sie andererseits ihre Äste weit ausspannen kann, so dass sich viele Leute mehr oder weniger nah an sie anhängen können, auch wenn Identifizierungen heute schwierig sind. Es müssen eben auch Vögel in diesem Baum nisten können, die selbst nicht zu diesem Baum gehören und daher auch immer wieder einmal wegfliegen. Ich glaube, hier sollten wir einfach Freude daran haben, dass es so etwas gibt und dass man sich von weit her an die Kirche anhängen kann, wie kritisch man ihr gegenüber auch immer stehen mag.“ (rv/kipa/kna 16)

 

 

 

 

Fünf Jahre im Amt. Der interreligiöse Scherbenhaufen des Papstes

 

Er meint es gut, aber er macht es schlecht: Benedikt XVI. ist der intellektuell und theologisch bedeutendste Papst seit langem. Doch er hat seine Talente und Kräfte nicht genutzt. Benedikts bisherige Amtszeit verursachte einen interreligiösen Scherbenhaufen, analysiert Historiker Michael Wolffsohn .

Wir sind Papst", jubelte die Nation vor fünf Jahren. Bei seinem Deutschlandbesuch lag sie ihm zu Füßen. "Zum Teufel mit dem Papst", flucht Joseph Ratzingers Heimatland heute. Eigentlich spräche das für Benedikt XVI. Erinnert dieses Wechselbad der Gefühle nicht an das Neue Testament? Erst "Hosianna!", dann "Kreuziget ihn!"

Wohlfeil sind heute die Anti-Benedikt-Bekenntnisse. Gerade wer die Kenntnisse und das Wissen dieses Papstes kennt und schätzt, wird - unabhängig von der laufenden Missbrauchs- und Bloß-nicht-Benedikt-Konjunktur - umso enttäuschter von ihm sein. Als Jude richte ich meinen Blick besonders auf sein Verhältnis zu Judentum und Islam.

Benedikt XVI. ist der intellektuell und besonders theologisch bedeutendste Papst seit langem. Dieses gottgegebene Reservoir sowie die persönlich erworbenen religiösen Potenzen hat er nicht genutzt. Wie kein zweiter hätte der deutsche Papst zu Judentum und Islam Brücken schlagen können - und müssen. Stattdessen: Ein interreligiöser Scherbenhaufen.

Manche sagen, bei seinem Auschwitzbesuch, im Mai 2006, hätte Papst Benedikt erstmals jüdische Gefühle tief verletzt: Die Deutschen seien, so Benedikt, von den Nationalsozialisten verführt und verblendet worden. Das sei, so die Papstkritik, die Verwandlung deutscher Täter in Opfer. Nach fast allem, was Benedikt judentheologisch jenem Besuch folgen ließ, klingt diese Kritik plausibel. Vom Blickwinkel des Jahres 2006 aus sind jedoch Zweifel angebracht an dieser Interpretation.

Bis zu seinem Besuch im Vernichtungslager hatte sich Ratzinger als katholisch-jüdischer Brückenbauer hervorgetan. Was Benedikt in Auschwitz sagen wollte, war dies: Gottlosigkeit - und die Nationalsozialisten waren Gottlose - führe zu Gewalt und Menschenverachtung und also zu Menschenmord. Gottesfurcht bedeute dagegen auch Ehrfurcht vor Menschenleben.

Genau hier wird das Problem des Papstes erkennbar: Immer wieder fragt man sich: "Was hat er gemeint?" Seinen Analysen und Aussagen fehlt die Präzision, und seine Beispiele sagen meistens das Gegenteil des Gemeinten. Er selbst provoziert die Missverständnisse, indem er so verquast formuliert wie der sprichwörtliche deutsche Professor - der er bis 1977 auch war, bevor er Erzbischof, dann Kardinal und Papst wurde.

 

 

Dabei hätte Benedikt in Auschwitz zum Beispiel auch sagen können, was jeder theologische Proseminarteilnehmer weiß: Wer auch nur einen Menschen ermordet, verstößt gegen das Christen und Juden gemeinsame Gebot "Du sollst nicht morden!"

Mit wenigen - sogar den standardisierten Fernseh-Zeitportionen angemessenen - Worten hätte der Papst auf eine der zentralen Gemeinsamkeiten von Christen und Juden hingewiesen: auf die Zehn Gebote sowie die Tatsache, dass talmudische (also jüdische) und jesuanische Ethik weitgehend deckungsgleich sind. Stattdessen bot er der Welt verschachtelte Theologie und fragwürdige Geschichtsdeutung.

Der Papst und die Juden

Mindestens so missverständlich war dann die Regensburger Rede des Papstes am 12. September 2006: Zur Rolle der Gewalt bei der Verbreitung der Religion und als Kritiker des Islam zitierte er ausgerechnet einen byzantinischen, also christlichen Kaiser, den kaum jemand kannte. Ein Christ als Kronzeuge zu diesem Thema: absurd.

Ein byzantinischer Christ: noch absurder, denn die byzantinischen Kaiser verkörperten noch weniger als die Katholische Kirche die Gewaltlosigkeit. Wollte Benedikt über den Kaiser Manuel II. eine Brücke zur orthodoxen Christenheit schlagen? Dagegen ist nichts zu sagen - doch nicht mit diesem Zitat, zu diesem Thema, in dieser Zeit.

Es kam, wie es kommen musste: Die islamische Welt war mehrheitlich empört. Dabei hatte es Benedikt gut gemeint - unterstellen wir das einmal. Und doch so schlecht gemacht.

Ein Papst seines theologischen Kalibers hätte zum Thema "Gewalt im Islam" den Begriff des Heiligen Krieges in vergleichender christlich-muslimischer und auch jüdischer Sicht aufgreifen und ebenso gelehrt wie verständnisvoll islamistische Fundamentalisten darauf hinweisen können, dass sie mit Selbstmordattentaten an den Fundamenten des Islam rütteln.

Er hätte ergänzen können, dass Juden und Christen im Koran nicht als "Ungläubige" gelten, sondern Schutz genießen. Er hätte fragen können, ob "Jihad" tatsächlich Krieg oder, wie von Islam-Apologeten behauptet, "große geistige Anstrengung" bedeutet. "Lassen Sie uns das gemeinsam klären", hätte er sagen können, um hinzuzufügen: "Ebenso sind wir Christen bereit, selbstkritisch zu fragen, ob die Kirche stets die jesuanische Friedensbotschaft der Bergpredigt befolgt hat." Benedikt hätte, hätte, hätte. Er hat nicht. Er hat meistens gesprochen, ohne die Folgen zu bedenken, und sich anschließend zum Reparateur seiner selbst gemacht.

Seiner Regensburger Islamschelte folgten Ende 2006 die Reue-Reise nach Istanbul sowie im Frühjahr 2008 eine Erklärung des Pontifex mit iranisch-schiitischen Geistlichen: Glaube und Vernunft seien "von sich aus gewaltlos", hieß es. Diese Aussage stimmt weder bezüglich der Kirchengeschichte noch im Hinblick auf Koran und Hadith, die Sammlung der Worte und Taten des Propheten Mohammed. Seit wann wäre außerdem und ausgerechnet der schiitische Iran-Islam gewaltlos?

Schon das 2007 erschienene Jesus-Buch des Papstes war ein judentheologischer Rückschritt. Noch als Kardinal hatte er erklärt: Die Kirche habe das Alte Testament zu einseitig als Hinführung auf Jesus, den Christus, interpretiert. Im Jesus-Buch ist von dieser Selbstkritik keine Rede mehr.

 

Danach hat Benedikt viele Juden direkt provoziert. Anfang 2008 formulierte er persönlich für die Lateinische Messe eine neue Fassung der Juden-Fürbitte im Karfreitagsgebet: Die Juden sollten Jesus als ihren Heiland anerkennen, so wird nun wieder - auf Latein - gebetet, nachdem die Kirche in den Landessprachen von diesem Wunsch Abstand genommen hatte. Wieder fühlte er sich missverstanden. Wieder hatte er - unterstellen wir - alles gut gemeint und, ja, den traditionellen Text entschärft. Doch nicht allein der Text war die Provokation, das Thema war es. Muss der Papst, müssen die Katholiken, für die Juden bitten, weil sie eben nicht an Jesus als Christus glauben? Das dürfen sich die Juden verbitten, wenn ihnen der Papst auf Augenhöhe begegnen will.

Will er denn? Kann er überhaupt, wenn er 2009 Holocaustleugner kirchlich wiedereingliedert? Wenn er den "Pius-Brüdern" die Hand ausstreckt, obwohl sie die uralte Legende von den Juden als Gottesmörder auf- und hochkochen lassen und dafür sogar die Juden der Jetztzeit, ja die Juden auf ewig, sofern sie nicht konvertieren, verantwortlich machen? Wieder hat es der Papst nicht so gemeint, heißt es, und von der Judenfeindlichkeit der Brüder nichts gewusst. Dabei hatte er als Kardinal die Verhandlungen mit den Piusbrüdern geführt und deren Vertreter persönlich gekannt.

Der Pius-Brüder-Absolution folgte noch 2009 der Besuch Israels. Dort überwältigte ihn das Grundvokabular der "Holocaustbewältigung". Benedikt hatte gemeint, es reiche, wenn er den Holocaust einmal, bei der Ankunft, als Urverbrechen bezeichne und Wiederholungen, selbst in der Holocaust-Gedenkstätte Jad Waschem, vermeide. Wieder war der Papst-Professor politisch verpeilt. Erlöst wurde er durch Präsident Peres und den aschkenasischen Oberrabbiner Metzger. Sie interpretierten ihn wohlwollend und entschärften auf diese Weise die Spannungen.

Dieser Papst hat Juden gegenüber seine Chancen verpasst, islamische Fundamentalisten unfreiwillig gestärkt und in dieser Hinsicht sein Pontifikat verpatzt.

Der Historiker Michael Wolffsohn zählt zu den führenden jüdischen Intellektuellen in Deutschland. DW 16

 

 

 

 

Interview zu Papst Benedikt XVI. "Ein von Desastern bestimmtes Pontifikat"

 

Der US-amerikanische Papstkenner John L. Allen über Skandale, Krisen und Kontroversen unter Benedikt XVI., der sich lieber der Theologie widmet als den irdischen Herausforderungen. John L. Allen, geboren 1965, ist Vatikan-Experte der unabhängigen US-Wochenzeitung National Catholic Reporter. Seine 2002 vorgelegte Ratzinger-Biografie erschien im Patmos-Verlag. Im Herder-Verlag kam 2008 das Bändchen "Worum es dem Papst geht" heraus. ( jf )

 

Herr Allen, macht Papst Benedikt seine Sache gut?

 

Das ist ganz extrem eine Frage der Perspektive. Für die Insider, die an den Lippen des Papstes hängen und sich an seine Fersen heften, ist Benedikt ein großer Lehrer. Der Rest der Welt aber schert sich kaum um seine klugen, fein ziselierten Enzykliken, Predigten und Reden. Da steht der Papst für eine beispiellose Serie von Skandalen, Krisen, Kontroversen und PR-Katastrophen. Und so gesehen, ist dieses Pontifikat - wie wir Amerikaner sagen - "defined by its desasters", von seinen Desastern bestimmt.

 

Wie nimmt sich der Papst selbst wahr?

 

Er möchte einer postmodernen Welt das Lehrgebäude des Christentums in einladender Weise präsentieren. Diese Agenda arbeitet er sehr systematisch ab.

 

Aber den besagten "Rest der Welt" scheint er damit kaum zu erreichen.

 

Das ist Benedikts Paradox: Wir haben es mit einem lehrenden Papst zu tun, der - wenn er Gehör finden wollte - eine Weile mit dem Lehren aufhören und stattdessen seinen Laden in Ordnung bringen müsste.

 

Ein Desinteresse an innerer Führung wurde schon Benedikts Vorgänger vorgeworfen.

 

Ein zweites Paradox! Joseph Ratzinger wurde gewählt, um mit Missständen im Vatikan aufzuräumen. Stattdessen steht er für ein Regime, in dem so ziemlich alles daneben geht, was daneben gehen kann. Verglichen mit dem Zustand heute, lief die Kurie unter Johannes Paul II. wie geschmiert.

 

Woran liegt das?

 

Benedikt hat mit Führung nichts im Sinn. Seine Zeit und seine Energie investiert er in Theologie. Was ich gar nicht für schlecht halte. Er bringt da ja durchaus Beeindruckendes zustande. Und hätte er Leute um sich geschart, die sein Führungsdefizit ausgleichen und für ihn das Kommando übernehmen könnten, wäre das ganz in Ordnung. Aber auch das ist offensichtlich nicht der Fall.

 

Im Missbrauchs-Skandal wirkt der Papst auf viele so, als hätte er neben dem Führungsdefizit auch ein Defizit an Empathie und menschlicher Wärme. Wie erleben Sie ihn?

 

Das ist - sorry! - das nächste Paradox. Es gibt in der gesamten Kirchenspitze keinen, der mehr dafür getan hätte, den Missbrauchs-Sumpf trockenzulegen, als Joseph Ratzinger.

 

Das ist doch jetzt nicht Ihr Ernst?

 

Doch, unbedingt! Er hat strenge Verfahrensregeln eingeführt zu einer Zeit, als sonst niemand so recht an das Thema Missbrauch herangehen wollte. Er hat sich als erster Papst mit Missbrauchsopfern getroffen und im Namen der Kirche persönlich um Verzeihung gebeten. Das entsprang, wie ich aus persönlichem Erleben versichern kann, einem tiefen Entsetzen über das, was er da alles zu lesen bekommen hatte.

 

Dann liegen jene Kritiker falsch, die dem Vatikan eine Mentalität des Wegsehens, Leugnens und Vertuschens vorwerfen?

 

Das war zweifellos die Unkultur der Kirche und speziell des Vatikans über Jahrzehnte. Aber Ratzinger steht für den Bruch damit. Er hätte als strahlender Held aus der ganzen Geschichte herauskommen können. Trotzdem haben Sie Recht mit Ihrer Skepsis. Seine Rolle als Aufklärer ist völlig untergegangen. Und daran sind nicht die "bösen Medien" schuld, sondern das grottenschlechte Krisenmanagement des Apparats. Und zu sagen, dem Papst seien die Opfer egal, hat nichts mit dem Joseph Ratzinger zu tun, den ich kenne.

 

Wer ist also der, den Sie kennen?

 

Einen liebenswürdigeren, höflicheren, zugewandteren und persönlich interessierteren Menschen werden Sie kaum finden. Wenn Sie das jetzt wundert, ist das wiederum ein Gradmesser für das Versagen der päpstlichen PR. Es gab die Momente, in denen die genannten Charakterzüge auch öffentlich wahrgenommen wurden: Nach seiner USA-Reise etwa gaben ihm 83 Prozent der Amerikaner gute Noten. Aber kaum saß er im Flugzeug, passierte wieder irgendein Debakel. Also noch einmal: Der Papst könnte einen guten Lauf haben, wenn er fähig wäre, im eigenen Haus aufzuräumen.

 

Wer es als Theologe oder Kritiker mit ihm zu tun bekommt, soll wenig Liebenswürdigkeit spüren.

 

In seinem Selbstbild unterscheidet er strikt zwischen Person und Sache. Gegen vermeintlich falsche oder gar gefährliche Lehren geht er so unerbittlich vor wie kein Zweiter.

Was für die Betroffenen aufs Selbe herauskommt.

Stimmt. Und trotzdem ist Ratzinger kein fieser Mensch.

Interview: Joachim Frank FR 17

 

 

 

Papst: „Missbrauchsskandal verpflichtet zur Busse“

 

Papst Benedikt XVI. sieht angesichts des Missbrauchsskandals die Notwendigkeit zur Busse und Reue. Wörtlich sagte er in einer Messe mit der vatikanischen Bibelkommission an diesem Donnerstag:

 

„Wir Christen haben auch in jüngster Zeit oft das Wort Busse vermieden, weil es uns zu hart schien. Jetzt, unter den Angriffen der Welt, die uns unsere Sünden vorhalten, erkennen wir, dass Busse tun zu können eine Gnade ist, und wir sehen, wie notwendig das Büssen ist.“

 

Die damit verbundenen Leiden bewirkten Reinigung und Wandlung, betonte der Papst.

 

„Dieser Schmerz ist Gnade, weil er Erneuerung bedeutet. Es geht darum, sich der göttlichen Barmherzigkeit und der Vergebung zu öffnen, so das Kirchenoberhaupt.“

 

Zugleich sprach der Papst von einer „subtilen oder auch weniger subtilen Aggression gegen die Kirche“. Auch ohne totalitäre Regime herrsche ein Druck, so zu denken, wie alle denken. Die Angriffe auf die Kirche zeigten, „wie dieser Konformismus wirklich eine echte Diktatur sein kann“.

Kirchenrechtler: Exkommunikation bei Missbrauchsfällen unangebracht - Priester, die sich des sexuellen Missbrauchs schuldig gemacht haben, sollen exkommuniziert werden. Damit könne der Papst diesen „Mühlstein am Hals der Kirche zertrümmern“. Das schreibt der Journalist Heribert Prantl in der „Süddeutschen Zeitung“ von diesem Dienstag. Klaus Lüdicke ist Professor für Kirchenrecht und erklärt gegenüber dem Kölner Domradio, warum diese Idee nicht sonderlich weit trage:

 

„Das kirchliche Strafrecht hat ja nicht das Ziel, das soziale Zusammenleben von Menschen zu regeln – das tut der Staat –, sondern die Glaubensgemeinschaft zu schützen, also den Glauben und die Funktionsfähigkeit der Kirche in Dienste. Von daher gibt es hier andere Strafen in der Kirche als im Staat. Die Exkommunikation, von der hier die Rede ist, bedeutet ja, dass jemand für die Zeit, wie er sich auflehnt gegen die Ordnung der Kirche, ausgeschlossen wird. Sobald er sagt, er füge sich wieder, er folge der Ordnung der Kirche, wird er von dieser Strafe losgesprochen. Das hieße bei einem Missbrauchstäter, wenn der zu seinem Bischof geht und sagt 'Ich will es nicht wieder tun', müsste er sofort von der Strafe losgesprochen werden. Das kann doch nicht der Sinn der Sache sein.“ (kipa/domradio 15)

 

 

 

 

Papst Benedikt XVI. Einsam hinter hohen Mauern

 

Rom. Es ist ein verhangener Frühlingstag in Rom. Um kurz vor 18 Uhr steigt an jenem 19. April 2005 Rauch aus dem Schornstein der Sixtinischen Kapelle. Ist er grau? Oder weiß? Erst als die mächtigen Glocken des Petersdoms zu läuten beginnen, weicht die Verwirrung. Mehr als 100 000 Menschen strömen herbei, rund um den Petersplatz bricht der Verkehr zusammen. "Habemus papam", verkündet der chilenische Kardinal Jorge Arturo Medina Estevez vom Balkon der Kathedrale. 17 Tage nach dem Tod von Johannes Paul II. hat das Konklave den 78-jährigen Kardinal Joseph Ratzinger zu seinem Nachfolger gekürt, einen "demütigen Arbeiter im Weinberg des Herrn", wie er es selbst formuliert. Die Menge jubelt dem 265. Papst in der Geschichte zu.

 

Die Wahlversammlung der Kardinäle brauchte nur zwei Tage für ihre Entscheidung, die viele überraschte: Zum ersten Mal seit fast 500 Jahren saß wieder ein Deutscher auf dem Stuhl Petri. Dabei galt Ratzinger durchaus als "papabile", ein scharfsinniger Denker und gestrenger Glaubenswächter zugleich, der nach fast 25 Jahren in Rom den komplizierten Machtapparat des Kirchenstaates wie kaum ein Zweiter kannte. Als Präfekt der Glaubenskongregation gehörte er selbst zu den ganz Mächtigen und war einer der engsten Mitarbeiter des polnischen Papstes.

 

Die Kardinäle hatten sich damit für Kontinuität entschieden, für einen, von dem sie wussten, dass er modischen Erscheinungen des Zeitgeistes sehr kritisch gegenüberstand und dem die Einheit der Kirche stets wichtiger war als eine Öffnung. Anders als sein Vorgänger, der auf seinen vielen Auslandsreisen fast zum Popstar wurde, galt Ratzinger jedoch als unnahbar und menschenscheu.

 

Seinem Ruf blieb er auch als Papst treu. Als "Pontifikat der verpassten Gelegenheiten" bezeichnet es sein einstiger Weggefährte Hans Küng. Schon in seiner ersten Messe geißelte Benedikt die "Diktatur des Relativismus". Fünf Jahre nach seiner Wahl sieht er sich mit einer der größten Krisen der katholischen Kirche konfrontiert: Wegen des Missbrauchsskandals hat sie in vielen europäischen Ländern ein massives Glaubwürdigkeitsproblem, und das liegt auch daran, wie Rom mit dem Problem umgeht.

 

Doch schon vorher provozierte der deutsche Papst immer wieder weltweite Aufregung. Den Anfang machte er 2006 mit seiner Vorlesung in Regensburg, in der er den byzantinischen Kaiser Manuel mit dem Satz zitierte, vom Propheten Mohamed komme nur "Schlechtes und Inhumanes". Gewalt-Exzesse in der arabischen Welt ließen nicht lange auf sich warten. Auch die Protestanten brüskierte Benedikt, und die Aussöhnung mit dem Judentum leidet darunter, dass ausgerechnet ein deutscher Papst die Seligsprechung von Pius XII. vorantreibt und die Karfreitagsfürbitte für die Erleuchtung der Juden wieder eingeführt hat.

 

Ein noch größerer Lapsus aber unterlief ihm Anfang vergangenen Jahres mit der Entscheidung, die Exkommunikation der Lefebvre-Bischöfe rückgängig zu machen. Dass einer von ihnen, der britische Bischof Richard Williamson, ein notorischer Holocaust-Leugner war und nur wenige Tage zuvor gegenüber dem schwedischen Fernsehen ein entsprechendes Interview gegeben hatte, wusste der Papst offenbar nicht. Bis heute kursieren verschiedene Versionen, wie es dazu kommen konnte.

 

Benedikts Ansehen war jedenfalls so beschädigt, dass er öffentlich reagieren musste. Von einer "unvorhersehbaren Panne" sprach er hinterher. In der Sache aber blieb er unnachgiebig und nahm die Piusbruderschaft vor weltweitem "Hass" in Schutz. Im Vatikan finden regelmäßige Treffen mit den ultrakonservativen Bischöfen statt, die die Beschlüsse des Zweiten Vatikanischen Konzils als zu liberal ablehnen und deshalb ausgeschlossen worden waren.

 

Der Fall Williamson ist ein Lehrstück, wie der Vatikan funktioniert. Benedikt hält die Zügel zwar straffer in der Hand als der häufig abwesende Johannes Paul II., doch fehlt ihm das Gespür, dass päpstliche Dekrete auch eine politische Dimension haben. Im Sinne der reinen Lehre trifft der Dogmatiker Ratzinger einsame Entscheidungen, deren Wirkung hinter den hohen Mauern des Vatikans entweder gar nicht oder falsch eingeschätzt wird. Hinterher muss korrigiert, richtiggestellt und dementiert werden, mit der gebotenen Langsamkeit einer uralten Institution. Deren "Regierung", die Kurie, kann noch immer nach Gutdünken schalten und walten. Und noch immer gleicht der Vatikan eher einem absolutistischen Hofstaat, der, seltsam losgelöst von der Moderne, seinen eigenen Gesetzen gehorcht.

 

"Krisenmanagement" ist verpönt, und das hat auch mit der Person von Joseph Ratzinger zu tun. Schon in früheren Jahren galt er vielen als der "Kältefaktor" der katholischen Kirche. Seitdem die Kirche geschüttelt wird von immer neuen Enthüllungen über pädophile Priester, erwarten gerade in Deutschland viele Katholiken an der Basis mehr Empathie - auch wenn der Papst derartige Übergriffe als "abscheuliche Verbrechen" verurteilt hat. In seinem Verständnis sind sie zwar eine moralische Todsünde, aber nur von einzelnen fehlbaren Priestern. Die Institution Kirche muss unbefleckt bleiben von diesem "Schmutz". Diese Haltung prägte schon sein Handeln, als er als Präfekt der Glaubenskongregation für das Thema zuständig war.

 

So sehr es aus Deutschland Kritik hagelt, so moderat ist sie in dem Land, in dem Ratzinger einst als "Panzerkardinal" verspottet wurde. Im katholischen Italien ist der Papst eine Instanz, die man nicht angreift. Selbst italienische Intellektuelle sind begeistert von der Prinzipienstärke des deutschen Professors. "Er ist genau der Richtige, um diese Krise zu meistern", sagt Lucetta Scaraffia, eine römische Historikerin und Journalistin. Sich selbst betrachtet sie als katholische Feministin. Kürzlich schrieb sie in der Vatikan-Zeitung Osservatore Romano einen viel beachteten Gastbeitrag, in dem sie den Missbrauchsskandal auch darauf zurückführte, dass es zu wenige Frauen in kirchlichen Leitungsämtern gibt. Dennoch ist sie überzeugt davon, dass Benedikt XVI. theologisch, intellektuell und auch menschlich ein Segen für die Katholiken ist. "Die Kirche ist unter Benedikt auf dem richtigen Weg."

 

Auch hohe italienische Würdenträger sprangen dem Papst in den vergangenen Wochen geradezu aggressiv bei. Als "Geschwätz des Augenblicks" bezeichnete Kardinalsdekan Angelo Sodano bei der Ostermesse auf dem Petersplatz die immer lauter werdende Kritik am Papst, andere donnern von einer "verabscheuenswerten Kampagne" gegen ihn. Die Fälle von Missbrauch, die es auch in Italien gegeben hat, dagegen kommen nur sehr zögerlich ans Licht. KORDULA DOERFLER FR 17

 

 

 

 

Missbrauch in der katholischen Kirche Signal an die Opfer

 

Erzbischof Joachim Zollitsch erklärt sich bei einem Treffen mit der Justizministerin bereit, über finanzielle Entschädigungen für Missbrauchsopfer zu diskutieren. Von Susanne Höll

 

Die katholische Kirche ist grundsätzlich bereit, bald über die Frage finanzieller Entschädigung von Opfern sexuellen Missbrauchs zu diskutieren. Bei einem Treffen mit Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger (FDP) erklärte sich der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Joachim Zollitsch, bereit, an dem runden Tisch zum Kindesmissbrauch, der nächste Woche erstmals tagt, über eine, wie es hieß "angemessene Anerkennung des Leides der Opfer" zu reden.

 

Konkrete Formen der Entschädigung seien bei dem Gespräch im Justizministerium kein Thema gewesen, sagten Teilnehmer. Aus Kirchenkreisen hieß es, die Missbrauchsfälle der vergangenen Jahrzehnte seien sehr unterschiedlich, ebenso die Bedürfnisse der Opfer. Es gebe keine Patentlösungen, die einst missbrauchten Kinder bräuchten individuelle Unterstützung. Auch müsse geklärt werden, welche Entschädigungen die einst in Heimen misshandelten Kinder erhielten; diese beiden Gruppen dürften nicht fundamental unterschiedlich behandelt werden.

Zollitsch sagte der Ministerin nach Teilnehmerangaben auch zu, in Missbrauchsfällen eng und schnell mit der Justiz zusammenzuarbeiten. Die innerkirchlichen Leitlinien aus dem Jahr 2002 zum Umgang mit Verdachtsfällen würden präzisiert. Darin heißt es bislang, in solchen Fällen werde "gegebenenfalls das Gespräch mit der Staatsanwaltschaft gesucht". Das Wort "gegebenenfalls" solle gestrichen werden, teilte Zollitschs Sprecher Matthias Kopp mit. Die katholische Kirche möchte sich aber weiter vorbehalten, die Justiz nicht einzuschalten, wenn die Opfer darauf bestehen. Sei Gefahr im Verzug sei, solle dies aber nicht gelten.

Der Vorsitzende des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Alois Glück, forderte die katholische Kirche auf, in Deutschland bald einheitliche Regelungen zum Umgang mit Missbrauchsfällen durchzusetzen. "Es muss, unabhängig vom Kirchenrecht, einen klaren einhelligen Weg geben", sagte Glück mit Blick auf den viel beachteten Beschluss der bayerischen Bischöfe, in Zukunft bei jedem Missbrauchsverdacht die Justiz einzuschalten.

Konkreter Anlass des Treffens Leutheusser-Schnarrenbergers mit Zollitsch war ein Streit der beiden am Jahresanfang. Die Justizministerin hatte der katholischen Kirche vorgeworfen, die Strafverfolger nicht zügig genug zu informieren. Zollitsch hatte dies empört bestritten und Leutheusser-Schnarrenberger ein Ultimatum zur Rücknahme ihres Vorwurfs gestellt. Teilnehmer beider Seiten sprachen nun von einem sachliches Treffen in guter Atmosphäre. Die frühere Verwerfung sei nicht mehr zur Sprache gekommen. SZ 16

 

 

 

Der Fall Mixa. Das Maß ist voll

 

Zwischen der Aussage des Augsburger Bischofs Mixa, er habe zu keiner Zeit gegen Kinder und Jugendliche körperliche Gewalt „in irgendeiner Form“ angewandt, und seinem Eingeständnis, er habe als Stadtpfarrer von Schrobenhausen in den siebziger Jahren „die eine oder andere“ Ohrfeige ausgeteilt, liegen wenige Tage.

In den mehr als dreißig Jahren seither hat sich das Verständnis von dem, was als Gewalt zu bezeichnen ist, allerdings erheblich gewandelt - zum Besseren. Das kann dem politisch wachen Mixa, der sich immer wieder an gesellschaftlichen Diskussionen beteiligt hat, nicht entgangen sein. Deshalb steht er jetzt nicht nur als „Watschen-Bischof“ da, sondern auch als Lügner - ein schlechtes Zeugnis für einen geistlichen Oberhirten. Es kommt hinzu, dass es in Schrobenhausen - auf Kosten des Kinderheims - anscheinend auch finanzielle Unregelmäßigkeiten gab, die Mixa zu verantworten hat. Wenn der Zwischenbericht eines Sonderermittlers stimmen sollte, kann man diesen Fall nicht mehr als Kampagne gegen einen streitbaren Bischof abtun. Dann ist Mixas Maß voll. Günther Nonnenmacher Faz 17

 

 

 

Kommentar. Unwürdiger Bischof

 

Ein Militärbischof, der "Gewalt zwischen Menschen grundsätzlich ablehnt"? Nein, Walter Mixa, so konnte das nie und nimmermehr was werden mit der Verteidigung gegen den Vorwurf, ehemalige Heimkinder misshandelt zu haben!

VON JOACHIM FRANK

 

Ein Militärbischof, der "Gewalt zwischen Menschen grundsätzlich ablehnt"? Nein, Walter Mixa, so konnte das nie und nimmermehr was werden mit der Verteidigung gegen den Vorwurf, ehemalige Heimkinder misshandelt zu haben!

 

Ein Priester müsse gewaltlos sein, und daran habe er sich immer gehalten, beteuerte der Augsburger Oberhirte. Inzwischen aber kann der katholische Gandhi mit dem "reinen Herzen" die "eine oder andre Watsch´n natürlich nicht ausschließen". Zu groß und zu belastbar ist die Zahl immer neuer Opfer-Berichte. Aber erstens, wehrt Mixa ab, sei das ja eigentlich gar keine Gewalt und zweitens vor 20, 30 Jahren völlig normal gewesen. Gesetzt den Fall, Mixa hat all das ungetrübten Sinnes gesagt, müsste dem Augsburger Realsatiriker dringend jemand bedeuten, dass er sich unentrinnbar um Kopf und Kragen geredet hat. Erst waren die ruchlosen 68er für den Missbrauch zuständig, jetzt rechtfertigt der Geist der 70er Ohrfeigen und womöglich noch schlimmere Attacken. "Zu keiner Zeit körperliche Gewalt gegen Kinder und Jugendliche in irgendeiner Form", dieses Maß hat Mixa selbst gesetzt. Davon kommt er nicht mehr herunter.

 

Seine gewundenen Ausflüchte machen zunichte, was Papst und Bischöfe derzeit über die Ehrlichkeit und den Aufklärungswillen der Kirche predigen. All das ist unglaubwürdig, solange höchste Funktionäre die Unkultur des Leugnens und Abwimmelns in eigener Sache pflegen. Mit der vielbeschworenen Würde des geistlichen Amtes hat das ohnehin nichts mehr zu tun. Fragt sich, wann Mixas Mitbrüder ihm das endlich sagen wollen, und wann Rom reagiert. FR 17

 

 

 

 

Malta vor dem Papstbesuch: „Neue Offenheit“?

 

In 24 Stunden bricht Papst Benedikt XVI. zu seiner 14. Auslandsreise auf die Insel Malta auf. Dort will er an die Landung des Apostels Paulus auf dem Archipel erinnern, das zwischen Sizilien und Tunesien liegt. Vorgesehen ist ein Besuch Benedikts in der „Paulusgrotte“, eine große Messfeier unter freiem Himmel und ein Treffen mit Jugendlichen. Wie die Malteser den Papstbesuch aufnehmen, verrät der Erzbischof von Malta, Paul Cremona, im Interview mit Radio Vatikan:

 

„Die Bevölkerung wartet gespannt auf den Papstbesuch.. Vor allem die Kirche sagt den Gläubigen, sich vorzubereiten und den Papst willkommen zu heißen. So wie es die Malteser vor fast 2.000 Jahren taten, als der Heilige Paulus zu ihnen kam. Sie haben ihn mit Liebe und Gastfreundschaft aufgenommen.“

 

Dass der Besuch Benedikts das Glaubensleben der Insel neu beleben kann, von dieser Hoffnung ist auch in der Bevölkerung etwas zu spüren. Die deutsche katholische Publizistin Livia Leykauf lebt seit einigen Jahren auf Malta. Unser Korrespondent Stefan Kempis hat mit ihr gesprochen.

 

Was kann man sich vom Papstbesuch hier auf Malta erwarten?

 

„Viele erhoffen sich eine Neubelebung des Glaubens; ich denke auch, dass eine neue Offenheit und mehr Gespräch durch den Papstbesuch angeregt werden. Da ist schon viel passiert“

 

Die Situation der Mittelmeerflüchtlinge, die auf die Insel Malta kommen, ist schrecklich. In dem Safi-Detention-Center auf Malta werden die Flüchtlinge aus afrikanischen Ländern bis zu 18 Monate festgehalten, während sie auf Bearbeitung ihrer Asylanträge warten. Stefan Troendle vom ARD-Hörfunk ist es gelungen, in das für Journalisten nur schwer zugängliche Auffanglager zu gelangen. Er hat dort mit Flüchtlingen gesprochen. Collins aus Nigeria sagte ihm: „Ich wäre ja in meinem Land geblieben, das ist ok für mich. Es hängt mit den Problemen zusammen, die ich dort habe wegen der Regierung, wegen der religiösen und politischen Krise in Nigeria. Es gibt viele Familie, die Probleme haben und weg müssen; wenn sie bleiben, werden sie umgebracht. In anderen Ländern ist es doch ähnlich. Deswegen kommen so viele hierher – und nicht freiwillig. Ich habe hier Asyl beantragt, aber ich würde jedes europäische Land bevorzugen, wo es so etwas wie Menschenrechte gibt. In Malta gibt es die nämlich nicht." (ard 16)

 

 

 

 

Wegen Volksverhetzung. Williamson zu Geldstrafe verurteilt

 

Richard Williamson: Nnicht vorsätzlich gehandelt?

 

Das Regensburger Amtsgericht hat den Holocaust-Leugner Richard Williamson wegen Volksverhetzung zu einer Geldstrafe von 10.000 Euro verurteilt. Der 70 Jahre alte Bischof der Piusbruderschaft hatte in einem im Priesterseminar Zaitzkofen nahe Regensburg aufgezeichneten Interview mit dem schwedischen Fernsehen den Massenmord an den Juden bestritten.

Das Amtsgericht verurteilte Williamson am Freitag zu 100 Tagessätzen zu je 100 Euro. Sie blieb damit geringfügig unter der Forderung der Staatsanwaltschaft von 120 Tagessätzen. Williamsons Verteidiger hatte Freispruch gefordert und wird voraussichtlich Berufung gegen das Urteil einlegen. Die Staatsanwaltschaft will ebenfalls Rechtsmittel prüfen.

Ohne Angeklagten und Zeugen

Williamson, der in London lebt war trotz Vorladung nicht zu dem Prozess gekommen. Laut Verteidigung hätten die Piusbrüder dies dem Briten untersagt. Auch die drei als Zeugen geladenen Fernsehjournalisten aus Schweden blieben der Verhandlung fern. Die Justiziarin des Senders hatte dies in einem Brief an das Gericht damit begründet, dass das Verfahren in Deutschland den schwedischen Rechtsvorstellungen auf eine freie Meinungsäußerung widerspreche.

Williamson hatte in dem Interview davon gesprochen, in der Zeit des Nationalsozialismus nicht sechs Millionen Juden ermordet worden seien, sondern 200.000 bis 300.000 - davon aber niemand in Gaskammern. Williamson habe nach dem Interview aber deutlich darauf hingewiesen, dass seine Aussagen zum Holocaust nicht in Deutschland gesendet werden dürften. Dem Bischof sei bewusst gewesen, dass dies in der Bundesrepublik strafbar sei.

In einer früheren eidesstattlichen Versicherung sagte Williamson, er sei in dem Interview „überraschend“ nach den Gaskammern gefragt worden. Vorher soll es in dem Gespräch vom November 2008 fast eine Stunde nur um Kirchenthemen gegangen sein. Williamson hatte aber bereits 20 Jahre vorher in der kanadischen Provinz Québec den Völkermord an den Juden angezweifelt. Deswegen konfrontierte der schwedische Reporter ihn mit diesen früheren Aussagen. In der Folge führte Williamson aus, dass es rein technisch gar nicht möglich gewesen sei, in Auschwitz Menschen mit Gas zu ermorden. Dabei berief er sich auf die Thesen des amerikanischen Holocaustleugners Fred Leuchter.

Verteidigung: „Er ist in eine Falle getappt“

Die Verteidigung erklärte, dass Williamson von dem Fernsehteam quasi überrumpelt worden sei. „Er ist in eine Falle getappt.“ Oberstaatsanwalt Edgar Zach ging hingegen von einem Vorsatz aus. Williamson habe ein erstrebtes Ziel gehabt: „Er wollte seine wirren Ansichten an den Mann bringen.“ Zach sagte, bei solchen Holocaust- Leugnern gebe es einen „pathologischen Drang“ dazu. Ein Fernsehinterview vor einem Millionenpublikum sei dazu das geeignete Mittel.

Die Amtsrichterin schloss sich der rechtlichen Bewertung der Staatsanwaltschaft an. Ihrer Meinung nach ging es gar nicht darum, ob das Interview für den deutschen Medienmarkt gedacht war. Auch eine Ausstrahlung in Schweden reiche aus, dass die strafbaren Inhalte in Deutschland bekannt werden. Richterin Frahm sprach davon, dass Williamsons Überzeugungen in „Verblendungen abgleiten“ würden.

In dem Prozess war erörtert worden, dass Williamson auch bei den Anschlägen vom 11. September Verschwörungstheorien unterstütze, wonach die amerikanische Regierung mit den Terrorakten etwas zu tun habe. Der Papst hatte im Januar 2009 Williamson und drei weitere exkommunizierte Bischöfe der Bruderschaft Pius X. wieder in die katholische Kirche aufgenommen. Da gerade zu dieser Zeit auch der Inhalt des Interviews mit Williamson bekannt wurde, war die Entscheidung des Vatikans weltweit heftig kritisiert worden. Später hatte Benedikt XVI. Fehler bei der Aufhebung der Exkommunikation des rechtsgerichteten Kirchenmanns eingeräumt und erklärt, von der Holocaust-Leugnung erst nach seiner Entscheidung erfahren zu haben. Faz.net mit dpa 16

 

 

 

Missbrauch in der katholischen Kirche Lob dem Verschweigen

 

"Du hast dich gut verhalten": Weil er einen pädophilen Priester nicht anzeigte, bekam ein französischen Bischof einen Dankesbrief aus dem Vatikan.

Neue Vorwürfe gegen den Vatikan im Missbrauchsskandal: Ein römisch katholisches Laienmagazin in Frankreich hat den Brief eines hochrangigen Vatikan-Kardinals veröffentlicht, in dem dieser das Vertuschen von Missbrauchsfällen lobt.

Der Kardinal gratulierte 2001 einem Bischof dafür, dass dieser einen geständigen Priester nicht angezeigt habe. Der Mann wurde später wegen wiederholter Vergewaltigung eines Jungen und sexuellen Übergriffen an weiteren Kindern und Jugendlichen zu 18 Jahren Gefängnis verurteilt.

"Du hast dich gut verhalten", schrieb der Kardinal, der von 1996 bis 2006 für die weltweit eingesetzten Priester zuständig war. Seine Begründung: Bischöfe hätten zu Priester keine rein professionelle Beziehung, eher eine spirituelle Vaterschaft. Gegen einen "direkten Verwandten" müssten sie deshalb nicht aussagen. Ein Vatikan-Sprecher bestritt den Inhalt des Briefes nicht.

 

Eine Serie von Missbrauchsfällen an Kindern und Jugendlichen durch Würdenträger hat die katholische Kirche in eine schwere Krise gestürzt. Der Papst hatte die Gläubigen erst am Donnerstag wegen der Missbrauchsvorwürfe zur Buße aufgerufen. Die Äußerungen Benedikts standen im Kontrast zu früheren Aussagen anderer ranghoher Kirchenvertreter, die zuletzt vor allem die Kirche und den Papst verteidigt und von einer angeblichen Medienkampagne gesprochen hatten. Der Skandal überschattet auch den 83. Geburtstag von Papst Benedikt XVI.

 

Die katholische Kirche in den Niederlanden zeigte indes Mut zur Aufklärung, indem sie in einem bislang seltenen Schritt Anzeige gegen einen Pfarrer erstattete. Nur vier Tage nach der Veröffentlichung neuer Missbrauchs-Richtlinien des Vatikans im Internet teilte die Diözese Rotterdam am Freitag mit, der Mann sei aus dem Dienst entfernt worden.

Dem Pfarrer wird vorgeworfen, sich während eines Aufenthalts in Sri Lanka an Minderjährigen vergangen zu haben. Das Bistum habe im Juli 2009 von den Vorwürfen erfahren und daraufhin den Fall untersucht. Es ist der vierte Geistliche seit März, der in den Niederlanden wegen Missbrauchsvorwürfen aus dem Amt geworfen wurde. (sueddeutsche.de 16)

 

 

 

Caritas: „Katastrophenhilfe bedeutet auch Seelsorge!“

 

Die seelsorgerische Unterstützung der Menschen ist ein wesentlicher Aspekt der Katastrophenhilfe. Allerdings wird sie im Rahmen der Berichterstattung über die zweifellos wichtige materielle Erstversorgung oftmals ausgeblendet. Das bemängelt der Präsident der Caritas Österreich, Franz Küberl, im Gespräch mit Kathpress – und verweist exemplarisch auf die Situation drei Monate nach dem Erdbeben in Haiti:

 

Was sehr oft übersehen wird, ist, dass die Menschen auch in einer seelischen Ausnahmesituation sind. Das sind ja seelische Katastrophen, die sich hier abspielen. Das Eine ist, dass man das Glück hat, bei den Überlebenden zu sein. Zum Anderen haben ja die meisten Angehörige verloren. Es haben eigentlich Alle alles verloren, was sie besessen haben. Und das ist eine ungeheure Herausforderung für alle, die dort helfen. Weil ja Hilfe nie nur materielle Unterstützung bedeutet, sondern immer auch heißt, dass man den Opfern als Menschen zur Seite steht.“

 

Wichtig sei, dass den Betroffenen ein Raum für ihre Trauerbewältigung bereitgestellt werde, so Küberl. Zuzuhören und Zeit zu haben für das Gespräch bestimme den seelsorgerlichen Dienst. (kap 15)

 

 

 

 

Bischof Mixa unter Druck

 

Dubiose Geschäfte und heftige „Watsch'n“ - Von Albert Schäffer und Daniel Deckers, Schrobenhausen / München

 

Ein Sonderermittler hat dem katholischen Bischof von Augsburg, Walter Mixa, finanzielle Unregelmäßigkeiten in erheblichem Umfang vorgeworfen. Nach den Nachforschungen, die der Sondermittler in einem Zwischenbericht am Freitag erläuterte, sind in der Zeit, in der Mixa Vorsitzender des Kuratoriums der katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen war, Gelder der Stiftung für sachfremde Zwecke verwandt worden.

Unter anderem soll aus Mitteln der Stiftung ein Stich zu einem Preis von 43.000 Mark gekauft worden sein, dessen tatsächlichen Wert später ein Sachverständiger auf 5000 Mark schätzte. Als Verkäufer des Stichs, der aus der Zeit von Giovanni Battista Piranesi stammen sollte, trat ein früherer Kirchensekretär auf, der Mixa die Zahlung quittierte.

Nicht nur wegen dieser und anderer Geschäfte geriet Mixa am Freitag unter Druck; er musste auch seine frühere Darstellung korrigieren, er habe „zu keiner Zeit gegen Kinder und Jugendliche körperliche Gewalt in irgendeiner Form angewandt“. Am Freitag sagte der Bischof, als langjähriger Lehrer und Stadtpfarrer in Schrobenhausen, der mit sehr vielen Jugendlichen zusammengetroffen sein, könne er „die eine oder andere Watsch'n von vor zwanzig Jahren“ nicht ausschließen. Seine frühere Erklärung wollte Mixa nur noch „auf schwere körperliche Züchtigungen“ bezogen wissen. Falls er Ohrfeigen, die zur damaligen Zeit „vollkommen normal“ gewesen seien, ausgeteilt habe, bedauere er dies jetzt aufrichtig.

Rücktrittforderungen aus der Politik

Politiker von SPD und Grünen forderten am Freitag auf Mixa zum Rücktritt auf. Die Fraktionsvorsitzende der Grünen im Bundestag Künast warf Mixa vor, die Öffentlichkeit belogen zu haben. Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Glück, äußerte, er halte gegenwärtig nichts von Rücktrittsforderungen. Ein Urteil könne man sich erst bilden, wenn völlige Klarheit über die Anschuldigungen hergestellt sei. Der Vorsitzende des Augsburger Diözesanrates, Mangold, sagte, Erinnerungslücken seien kein ausreichender Grund für einen Rücktritt.

Mixa war von 1975 bis 1996 Stadtpfarrer in Schrobenhausen; danach wurde er Bischof von Eichstätt. Im Jahr 2005 ernannte ihn Papst Benedikt XVI. zum Bischof von Augsburg; seit 2000 ist Mixa auch Militärbischof. In seiner Zeit als Schrobenhausener Stadtpfarrer stand er dem Kuratorium der dortigen Waisenhausstiftung vor.

„Mit voller Wucht ins Gesicht geschlagen“

Der Sonderermittler, der Ingolstädter Rechtsanwalt Sebastian Knott, der von der Waisenhausstiftung eingesetzt worden ist, berichtete am Freitag, nach seinem Erkenntnissen seien „besonders auffällige Kinder“ Mixa „vorgestellt“ worden, der mit ihnen unter vier Augen gesprochen habe. Der Anwalt verwies auf eine eidesstattliche Erklärung eines früheren Heimkinds, die ihm vorliege. Darin werde geschildert, wie das Kind - damals sechzehn Jahre alt - nach einer gescheiterten Flucht aus dem Heim von Mixa aus einem Raum gerufen worden und mit voller Wucht ins Gesicht geschlagen worden sei.

Nach seinen Nachforschungen sei zur Schrobenhausener Zeit Mixas Heimkinder mit den Worten gedroht worden: „Warte nur, wenn der Stadtpfarrer Mixa kommt.“ Dem Ingolstädter Anwalt ist es allerdings nicht gelungen, Kontakt zu weiteren ehemaligen Heimkindern herzustellen, die Mixa in eidesstattlichen Erklärungen beschuldigen, sie misshandelt zu haben. Er kenne diese eidesstattliche Erklärungen, über welche die „Süddeutsche Zeitung“ berichtet hatte, nicht, sagte der Sonderermittler, der seine Nachforschungen ausdrücklich als vorläufig bezeichnete. Auch Mixa habe ihm persönlich nicht Rede und Antwort gestanden; er sei an den Anwalt des Bischofs verwiesen worden.

Vorwürfe finanzieller Unregelmäßigkeiten

Zu Vorwürfen finanzieller Unregelmäßigkeiten hatte sich Mixa schon vor dem Zwischenbericht des Ermittlers geäußert. Er sei „immer in erster Linie Seelsorger und Priester“ gewesen und habe sich „nicht akribisch um finanztechnische Fragen gekümmert“. Die „Unklarheiten“ seien aber im Jahr 2000 bereinigt worden. Der Sonderermittler wies am Freitag Zahlungsbelege vor, die Mixas Unterschrift tragen; der Anwalt konnte bislang nicht feststellen, dass bei allen Erwerbungen Rückbuchungen zugunsten der Waisenhausstiftung stattgefunden haben; große Beträge, etwa für den Piranesi-Stich und andere Kunstwerke, seien allerdings an die Stiftung im Jahr 2000 rücküberwiesen worden.

Folgende Zahlungen der Waisenhausstiftung listete der Sonderermittler unter anderem auf, die nach seiner Rechtsauffassung nicht vom Stiftungszweck gedeckt waren: Uhrenreparaturen für Mixa in den Jahren 1996/1997 (Gesamtaufwand 940,46 Mark), ein Bischofsring für Mixa im Jahr 1996 (3854, 34 Mark), Teppiche, die als „Leihgabe“ der Pfarrkirche überlassen wurden (18.000 Mark), Säulensockel für den Pfarrgarten (5457 Mark), weitere Kunstgegenstände neben dem Piranesi-Stich, darunter ein Kreuz und zwei Leuchter-Engel für 47.000 Mark.

In einem Briefwechsel verwies Mixa 1999 darauf, in Absprache mit dem damaligen Heimleiter seien die Kunstwerke angeschafft worden, damit die Kinder im Heim „durch eine entsprechende Ausgestaltung des Hauses ein Gespür für Kunstwerke und für das Schöne entwickeln sollten.“ Als auffällig bewertete der Sonderermittler auch hohe Weinrechnungen, die vom Kinderheim beglichen wurden; allein in den Jahren 1993 bis 1996 wurden dafür 5386, 51 Mark bezahlt. Faz 16

 

 

 

Ohrfeigen-Geständnis. Zollitsch will von Mixa die ganze Wahrheit erfahren

 

Die Kritik am Augsburger Bischof Walter Mixa wird schärfer. Dessen Nachfolger, Stadtpfarrer Josef Beyrer von Schrobenhausen, wirft ihm vor, mit seinem Ohrfeigen-Geständnis, viel zu lange gewartet zu haben. Auch Erzbischof Zollitsch fordert Mixa auf, die Vorwürfe so schnell wie möglich aufzuklären.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, und die Apostolische Nuntiatur in Berlin sind im Gespräch mit dem in die Kritik geratenen Augsburger Bischof Walter Mixa. Das sagte Zollitsch auf Nachfrage vor Journalisten in Frankfurt.

 

Zollitsch habe mit Mixa vereinbart, dass dieser alles ihm mögliche tun werde, um zu einer Aufklärung der gegen ihn erhobenen Vorwürfe beizutragen. Er sei sich sicher, so Zollitsch, dass Mixa dies auch tun werde.

Nach dem Ohrfeigen-Geständnis des Augsburger Bischofs hat dessen Nachfolger, Stadtpfarrer Josef Beyrer von Schrobenhausen, den Bischof kritisiert. „Es wäre hilfreich gewesen, wenn Mixa seine Handgreiflichkeiten 14 Tage früher eingeräumt hätte“, sagte Beyrer.

Auch der sächsische evangelische Bischof Jochen Bohl hat seinem katholischem Amtskollegen den Rücktritt nahegelegt. „Was auch immer vor 30 Jahren in Schrobenhausen passiert sein mag, sein Verhalten in den letzten 14 Tagen ist seines Amtes nicht würdig“, sagte Bohl am Sonnabend in Leipzig. Bohl ist auch Mitglied im Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD).

Über die Konsequenzen müsse die katholische Kirche jedoch selbst entscheiden. „Wir haben vor nicht allzu langer Zeit hinreichend deutlich gemacht, wie man in der evangelischen Kirche mit vergleichbaren Problemen umgeht“, sagte Bohl mit Blick auf den Rücktritt der EKD-Ratsvorsitzenden Margot Käßmann. Die hannoversche Landesbischöfin war Ende Februar wegen einer Trunkenheitsfahrt zurückgetreten.

Mixa hatte nach ersten Misshandlungsvorwürfen von ehemaligen Heimkindern im Kinderheim St. Josef in Schrobenhausen erklärt, er habe niemals Gewalt gegen Kinder und Jugendliche angewendet und habe ein „reines Herz“. Am Freitag hatte er dann eingeräumt, als Stadtpfarrer von Schrobenhausen doch Ohrfeigen ausgeteilt zu haben.

Inzwischen liegen sieben eidesstattliche Erklärungen früherer Heimkinder vor, die Mixa in seiner Zeit als Stadtpfarrer von Schrobenhausen (1975-1996) brutale Prügelattacken vorwerfen. Der Schrobenhausener Sonderermittler Sebastian Knott hatte von einem weiteren Fall berichtet, bei dem Mixa 1976 einen damals 16-Jährigen „mit voller Wucht brutal ins Gesicht“ geschlagen haben soll. Dies habe der Betroffene ebenfalls in einer eidesstattlichen Erklärung bekräftigt.

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Mixa teilte über einen Münchner Rechtsanwalt dem Sonderermittler mit, er stehe nach wie vor zu einem Gespräch mit den mutmaßlichen Opfern zur Verfügung. Das lehnen diese aber ab. Eine 47- jährige Frau sagte der Nachrichtenagentur dpa, sie sei auf keinen Fall zu so einem Gespräch bereit und wisse von anderen Betroffenen, dass sie das Gesprächsangebot gerade nach Mixas Ohrfeigen-Geständnis ablehnen.

DW 17