Notiziario religioso  15-18  Aprile  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 15. Il commento al Vangelo. “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”  1

2.       Venerdì 16. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani 1

3.       Sabato 17. Il commento al Vangelo. Gesù cammina sulle acque  2

4.       Domenica 18. Il commento al Vangelo. «E' il Signore!»  2

5.       Domenica  III  di Pasqua. Tanto affannarsi per nulla  3

6.       Vaticano e pedofilia. Intellettuali e artisti , le voci pro Ratzinger 5

7.       Sindone. Invito a ripensarsi. Di fronte a quello "specchio del Vangelo"  5

8.       Pedofilia e prima pagina  6

9.       Attacchi alla Chiesa. Con fermezza e serenità  6

10.   Una difesa laica del Papa  6

11.   Il commento. La confusione della Chiesa  7

12.   SWR. Venerdì Santo, attrazione italiana in Germania  7

13.   CEI: Catechesi. Suscitare la fede. “Lettera” a 40 anni dal Documento di base  8

14.   Dopo una denuncia, in Vaticano procedono così 8

15.   Tragedia Merano. Si sentivano sicuri. La preghiera del vescovo Karl, la solidarietà Ue e Caritas  9

16.   Accostamento omossessuali pedofilia, Francia contro Bertone: "Inaccetabile"  10

17.   «Pedofilia legata all'omosessualità»: Il Vaticano: ci riferivamo solo ai preti 10

 

 

1.       Papst: Priester stehen im „Dienst an der Wahrheit“  10

2.       Missbrauch. Opfer wollen den Papst treffen  11

3.       Wie das Turiner Grabtuch die Massen verzaubert 11

4.       Katholische Kirche Die Missbrauchs-Prozession  12

5.       Aufbruch nach Galiläa… von Bischof Heinz Josef Algermissen  12

6.       Kirchlicher Missbrauch. Die Geschändeten von Grafendorf 13

7.       Missbrauch. Der Papst und die Pflichten  14

8.       Bischof Walter Mixa. Provokateur mit wenig Geschick  14

9.       Regina Caeli: Gott heilt Zweifel - Papst betet für „geliebte polnische Nation“  15

10.   Erziehungsmethoden. Der Herr straft, wen er liebt. Wolken über den Seminaralltag  15

11.   Maltareise: „Paulus auch heute Beispiel für Verkündigung“  16

12.   Vatikan: Herranz verteidigt den Papst 16

13.   Der Vatikan und pädophile Priester. „Papst wünscht absolute Transparenz“  16

14.   Vatikan: Richtlinien zu Missbrauch veröffentlicht 17

15.   Gänswein: „Papstbrief an die Iren ist deutlich genug“  17

16.   EU: Schwarzer Tag für Lebensschutz  17

17.   Vatikan: Verhaftungspläne für den Papst sind „originell“  18

18.   Vatikan: Kirchliche Verjährungsfristen aufheben  18

19.   Bischof Mixa und der Kunsthandel ''Ein Preis jenseits der Realität'' 18

20.   Essener Bischof: Kirche in der Krise  18

21.   Piusbruder Williamson bleibt Prozess fern  19

22.   Gemmingen: „Wir regen uns über Nebensächlichkeiten auf“  19

23.   Kard. Bertone: Pädophilie hat mit Homosexualität zu tun  19

24.   Deutschland: Mixa verteidigt sich  20

25.   Italien: Grabtuch als Glaubenshilfe  20

26.   Italien: Tag des Gebets für den Papst 20

 

 

 

 

Giovedì 15. Il commento al Vangelo. “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 3,31-36) commentato da P. Lino Pedron 

 

31 Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32 Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; 33 chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. 34 Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura. 35 Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36 Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui».

"Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti". Queste parole spiegano perché nessuno dev’essere geloso della superiorità di Gesù: egli viene dall’alto, da Dio; il Battista e tutti gli altri vengono dalla terra. Il Figlio incarnato rende testimonianza delle realtà celesti che continuamente vede, perché vive in continuo rapporto d’amore con il Padre (cfr Gv 1,18).

"Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (v. 33). L’evangelista ripete quanto aveva già detto Gesù in 3,11: "Voi non accogliete la nostra testimonianza". Ma l’orizzonte dell’incredulità è allargato, perché si afferma che nessuno accoglie la testimonianza di Gesù. Questa generalizzazione è esagerata, ma vuol dire che tutti dovrebbero credere in Gesù e invece non ci crede quasi nessuno.

Il v. 33 riprende in senso positivo le precedenti affermazioni negative sulla mancata accoglienza della rivelazione di Gesù. La fede dei discepoli offre la prova che Dio è veritiero. "Accogliere la testimonianza del rivelatore che viene dall’alto è dare, attraverso di lui, l’assenso a Dio stesso, è riconoscere la veracità divina nella parola stessa dell’inviato: Dio infatti parla in lui; egli coinvolge automaticamente Dio" (Mollat).

Il v. 34 spiega le precedenti affermazioni sull’autenticità della rivelazione di Gesù. Egli è l’unico autentico rivelatore definitivo inviato dal Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio. L’inviato del Padre rivela la parola di Dio e comunica la salvezza perché egli solo può comunicare lo Spirito senza misura.

Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa". Questo amore del Padre per il Figlio è lo Spirito Santo.

Sant’Agostino commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il Figlio è potente quanto il Padre… Essendosi dunque degnato di mandare il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato un inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha dato un altro se stesso" (PL 35, 1509).

Nel v. 36 si sviluppa la tematica della fede e dell’incredulità e si prospetta la situazione di chi crede e di chi non crede. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita eterna. Nella prima Lettera di Giovanni leggiamo: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo io vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (5,11-13). De.it.press

 

 

 

 

Venerdì 16. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,1-15) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani ci introduce al grande discorso sul pane della vita, anticipandone i temi principali. Il racconto è importante perché tutti gli evangelisti lo riportano e lo mettono al centro dell’attività pubblica di Gesù.

Il brano rivela un preciso significato cristologico e sacramentale, che non è tanto quello di sfamare la folla, ma di rivelare la gloria di Dio in Gesù, Parola fatta carne.

Il lago di Galilea è chiamato mare di Tiberiade dal nome della città costruita negli anni 14-36 d. C. dal tetrarca Erode Antipa in onore dell’imperatore Tiberio.

La grande folla che segue Gesù e parteciperà al prodigio straordinario della moltiplicazione dei pani, il giorno dopo rifiuterà la rivelazione del Figlio di Dio. Il seguire Gesù per vedere dei miracoli non è indice di una fede autentica.

Nella tradizione biblica Dio si è rivelato soprattutto su un monte: il Sinai (Es 19-20). Anche il rivelatore definitivo di Dio, Gesù, si manifesta sopra un monte. Questa specificazione ha soprattutto un valore teologico.

Prima di dare inizio al segno-miracolo, Giovanni precisa che "era vicina la Pasqua, la festa di giudei" (v. 4). Per l’evangelista e la comunità cristiana, che rilegge il fatto alla luce della risurrezione, questa precisazione cronologica serve come richiamo alla Pasqua cristiana, simboleggiata dal pane spezzato, che affonda le sue radici nel ricordo della Pasqua ebraica e nei miracoli che l’accompagnarono. In Gesù si compie il passato e si realizza ogni speranza di Israele. Il pane che egli sta per donare al popolo porta a perfezione la Pasqua ebraica facendola confluire nel grande banchetto eucaristico cristiano.

Con le parole di Gesù a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?", l’evangelista sembra ispirarsi alle parole che Mosè rivolse al Signore: "Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?" (Nm 11,13).

Gesù rivolge questa domanda a Filippo per metterlo alla prova. Si presenta fin dall’inizio il tema della fede, di cui è permeato tutto il capitolo sesto. La risposta di Filippo mette in evidenza che perfino un acquisto rilevante di pane sarebbe stato insufficiente per sfamare tante persone. La soluzione umana non basta a saziare i bisogni dell’uomo. E’ Gesù che appaga in pienezza ogni necessità e aspirazione: con cinque pani sfama cinquemila persone e ne avanzano dodici ceste (v. 13).

Giovanni specifica che i pani erano di orzo per indicare che si tratta del pane dei poveri e per rievocare l’analogo prodigio operato da Dio per mezzo del profeta Eliseo (2Re 4,42ss).

Tutti mangiarono a sazietà. La frase: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto" vuole sottolineare il carattere sacro del pane avanzato, perché viene visto in prospettiva eucaristica, come segno della carne di Cristo. Il pane di Gesù, a differenza della manna nel deserto (cfr Es 16,20), viene raccolto perché non si corrompa.

Il numero dodici potrebbe essere riferito agli apostoli: ne raccolsero una cesta ciascuno; ma più probabilmente indica la perfezione e la completezza del pane eucaristico, che può saziare la fame spirituale non solo dei cinquemila ma di tutti gli uomini.

La folla riconosce Gesù come il profeta atteso per la fine dei tempi (Es 4,1-9). Ma il testo fa capire che l’entusiasmo della folla è di carattere politico. E poiché la sua regalità è fraintesa dalla folla, Gesù si ritira da solo sul monte. Da questo momento ha inizio il progressivo ridursi della folla narrato in questo capitolo, finché Gesù non rimane solo con i Dodici. De.it.press

 

 

 

 

Sabato 17. Il commento al Vangelo. Gesù cammina sulle acque

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 6,16-21) commentato da P. Lino Pedron 

 

16 Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. 18 Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19 Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». 21 Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli, come la folla, avevano acclamato Gesù re, ma la loro speranza era stata delusa. Ora scendono al lago e, sconsolati, dirigono la barca verso Cafarnao per ritornare a casa loro e al loro lavoro.

Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con l’immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.

L’annotazione dell’evangelista: "Gesù non era ancora venuto da loro" (v. 17) prepara la sua rivelazione ai discepoli. Lontani dalla spiaggia circa cinque o sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal 77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente, non possono ostacolare l’azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai discepoli non solo come Messia, che sazia la loro fame, ma ancor più come Dio che ancora una volta va loro incontro con amore. De.it.press

 

 

 

Domenica 18. Il commento al Vangelo. «E' il Signore!»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 21,1-19) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

4 Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora». 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.

13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all’incontro personale con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21 ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la medesima sorte (cfr 21,29).

Il ritorno dei discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo della croce. Ma l’esperienza con il Risorto, vissuta in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere sempre in qualsiasi tempo e circostanza.

Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con gradualità il suo mistero e la loro vocazione.

Pietro è il primo del gruppo ad essere nominato. E’ lui che prende l’iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente.

Il loro numero di "sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra simbolica dell’universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il primo seme della Chiesa che viene sparso tra le nazioni pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l’insuccesso è totale e non prendono nulla. Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire nella missione e portare frutti nella Chiesa.

Sul far del giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro incontro, ma loro non lo riconoscono. L’"alba" in cui agisce Gesù è l’opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel linguaggio biblico, è il momento dell’intervento straordinario di Dio (cfr Es 24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.

E’ spuntato il nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a). Il risultato è una pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non riuscivano più a tirare su la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).

Allora il discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E’ il Signore!". Pietro non discute minimamente l’intuizione di fede del suo compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare: è l’uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver visto, ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete piena di pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.

Per ordine di Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatrè grossi pesci. Dietro a questo numero c’è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann: "L’esegesi della Chiesa antica aveva ragione quando intuiva che dietro a quel numero c’era qualcosa di misterioso; è particolarmente degno di nota quanto dice Gerolamo a proposito di Hes. 47,9-12, che gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci; inoltre, si poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a 17, o come numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11) e tutti si raccolgono nell’unica rete della Chiesa universale, che può accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).

La pesca è seguita da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo, parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all’Eucaristia, momento vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo dell’Eucaristia, ossia dono della sua vita (cfr Lc 24,30.41-43; At 1,4).

Solo nell’ascolto della parola del Signore e nell’incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5).

Al termine del pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione d’amore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa esige da lui un amore più grande di quello degli altri discepoli.

Nella sua risposta Pietro si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando così la presunzione di considerarsi migliore dei suoi amici. La triste esperienza del rinnegamento, dopo che egli aveva protestato di voler dare la vita per il Maestro anche se tutti gli altri lo avessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro non si confronta più con gli altri, ma confessa con sincerità e semplicità il suo amore per il Signore.

Pietro, dopo la sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci le mie pecore" (vv. 16-17). Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge, ossia guida spirituale di tutta la Chiesa.

Dopo aver dato a Pietro la missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in vecchiaia egli sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore.

Gesù ha perdonato a Pietro e lo ha riabilitato facendo di lui un uomo nuovo che lo imiterà anche nel martirio. Durante l’ultima cena Pietro aveva protestato di voler seguire subito il Maestro, offrendo la vita per lui; Gesù però gli aveva replicato che lo avrebbe seguito in futuro. Dopo la risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18).

A somiglianza di Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato. Seguire Cristo (v. 19) è andare con lui fino alla morte. De.it.press

 

 

 

 

Domenica  III  di Pasqua. Tanto affannarsi per nulla

 

Nella comunità cristiana elaboriamo programmi pastorali ambiziosi, in famiglia mettiamo in atto le tecniche psicologiche più aggiornate per educare meglio i figli, c’impegnamo, facciamo progetti, eppure – lo sappiamo – anche gli sforzi più lodevoli non sempre sono coronati da successo. Il figlio iscritto, con tanti sacrifici, alla scuola cattolica più rinomata, al corso d’inglese, di nuoto, di musica, educato secondo i canoni religiosi tradizionali, un giorno delude tutte le attese, dice di essere senza ideali e pensa solo a divertirsi. Perché?

Capita a noi qualcosa di simile a ciò che è successo a sette discepoli che, dopo la Pasqua, si sono messi a pescare: erano persone preparate, esperte, volenterose, hanno lavorato per un’intera notte, ma non hanno ottenuto nulla. Tanti sforzi vanificati: hanno agito al buio, senza la luce della parola del Risorto.

A volte questa parola sembra dare orientamenti assurdi, lontani da ogni logica, contrari al buon senso: costruire un mondo di pace senza l’uso della violenza, porgere l’altra guancia, amare il nemico, rifiutare la competizione, farsi poveri… sono suggerimenti assurdi quanto quello di gettare le reti in pieno giorno. Ma la scelta è tra fidarsi e ottenere un risultato e affannarsi senza concludere nulla.

 

Prima Lettura (At 5,27b-32.40b-41)

 

In quei giorni 27 il sommo sacerdote cominciò a interrogarli dicendo: 28 “Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo”.

29 Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. 30 Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. 31 Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. 32 E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”.

40 Allora li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. 41 Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.

 

La comunità cristiana, fin dai suoi primi anni di vita, ha dovuto affrontare l’opposizione delle guide spirituali di Israele che hanno condannato Gesù di Nazareth come bestemmiatore. Dopo la sua morte ignominiosa, per Anna e Caifa il caso era definitivamente chiuso, anche perché i discepoli non avevano dato alcuna prova di coraggio, si erano dati tutti precipitosamente alla fuga.

Passa invece poco tempo ed ecco che questi discepoli divengono impavidi, si organizzano in una nuova, pericolosa “setta” che osa – come ha fatto il Maestro – sfidare l’indiscussa autorità religiosa dei capi del popolo. Questi un giorno decidono di arrestare gli apostoli e di farli comparire davanti al sinedrio. Dopo averli interrogati, il sommo sacerdote ricorda la disposizione che ha dato di non insegnare più nel nome di costui e li rimprovera: “Voi volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” (vv.27-28). Si noti come Caifa eviti perfino di pronunciare il nome Gesù; lo chiama costui, quell’uomo.

Per nulla intimorito, Pietro, in nome di tutti, risponde: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (v.29).

Gesù è stato un uomo scomodo per i detentori del potere sia politico che religioso e gli apostoli sono stati altrettanto scomodi per le autorità costituite, per questo sono stati perseguitati.

I cristiani non possono che essere persone scomode. Hanno dato e daranno sempre fastidio a chi difende situazioni ingiuste, incompatibili con il Vangelo. Hanno disturbato e disturberanno sempre chi vuole perpetuare tradizioni intollerabili, lesive della dignità dell’uomo e della donna. Non lasceranno tranquilli coloro che codificano pratiche che violano i diritti della persona.

La seconda parte della lettura (vv.30-32) contiene un breve discorso che riassume tutto il messaggio cristiano sulla risurrezione. Pietro fa una drammatica contrapposizione fra l’azione di Dio e quella delle autorità religiose giudaiche. Dice: “Dio ha risuscitato Gesù che voi avete ucciso”. Colui che gli uomini hanno condannato come una persona pericolosa, come un nemico dell’ordine costituito, Dio lo ha esaltato come capo e salvatore.

 

Seconda Lettura (Ap 5,11-14)

 

Io Giovanni 11 vidi e intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12 e dicevano a gran voce:

“L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”.

13 Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:

“A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”.

14 E i quattro esseri viventi dicevano: “Amen”. E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

 

Ci sono domande alle quali gli uomini non riescono a dare risposta: perché il dolore, perché in questo mondo ci sono persone fortunate ed altre che, senza alcuna colpa, vivono infelici? Perché un bimbo innocente è colpito da un male incurabile? Perché le guerre, i terremoti, le catastrofi? Perché la morte? E dopo la morte? L’esistenza dell’uomo sulla terra è come avvolta nell’oscurità, sembra un libro misterioso che nessuno riesce a decifrare.

All’inizio del capitolo 5 dell’Apocalisse, l’autore descrive una scena solenne e grandiosa: l’Agnello che è stato immolato si avvicina al trono di Dio, prende dalla sua destra il libro e ne rompe i sigilli. Il significato della visione è il seguente: l’Agnello, cioè Gesù, è l’unico che può aprire il libro in cui è contenuta la risposta agli interrogativi più inquietanti del cuore umano. Solo lui è capace di dare un senso agli avvenimenti della storia, di illuminare tanti drammi e tante angosce.

A questo punto inizia il brano che è ripreso nella nostra lettura. Gli angeli, tutti gli esseri viventi, tutti i membri del popolo di Dio, lieti e riconoscenti all’Agnello che, con la sua morte e risurrezione, ha gettato una luce sui misteri più profondi della vita dell’uomo, uniscono le loro voci in un canto di giubilo. A questa lode proclamata dagli esseri intelligenti si uniscono anche le creature inanimate (v.13).

Il canto della creazione indica che tutte le creature sono state liberate dalla schiavitù del peccato. Quando l’uomo le utilizzava per il male erano schiave, non servivano allo scopo per il quale Dio le aveva fatte. Dopo che il sacrificio dell’Agnello ha trasformato il cuore dell’uomo esse servono finalmente il bene. Anche per loro è giunta la redenzione, per questo esultano di gioia.

 

Vangelo (Gv 21,1-19)

 

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

 4 Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. 6 Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “E’ il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

 9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”. 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.

 13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

 15 Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. 16 Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. 17 Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

 

Se consideriamo questo brano solo come la cronaca di un fatto redatta da un testimone oculare, non possono sfuggire alcune difficoltà. Stupisce ad esempio il fatto che, dopo tante manifestazioni del Risorto, i discepoli ancora non lo riconoscano. E’ già la terza volta che lo incontrano (v.14), eppure si ha la netta sensazione che non lo abbiano mai visto prima. Poi, non si capisce bene come mai essi si meraviglino di fronte alla pesca miracolosa; Luca dice che essi avevano già assistito a un episodio analogo nel giorno in cui Gesù li aveva invitati a seguirlo per diventare pescatori di uomini (Lc 5,1-11). Poi ancora, come mai Pietro e gli altri apostoli si trovano in Galilea ed hanno ripreso la loro normale vita di pescatori? Dopo la Pasqua, non si erano dedicati immediatamente e completamente all’annuncio del Vangelo?

Queste difficoltà sono preziose perché ci insospettiscono riguardo al genere letterario del testo: non siamo di fronte a una pagina di cronaca, ma a un brano di teologia e il linguaggio usato è biblico, non giornalistico. Risulta dunque difficile stabilire cosa sia realmente accaduto. L’evangelista vuole certamente dire che gli apostoli hanno fatto l’esperienza del Risorto, ma vuole soprattutto dare catechesi ai cristiani delle sue comunità.

Domenica scorsa ci ha raccontato due manifestazioni del Signore: una avvenuta nel giorno di Pasqua, in assenza di Tommaso, l’altra, otto giorni dopo, presente Tommaso. Questa insistenza sul ritmo “settimanale” – dicevamo – era il modo con cui Giovanni voleva che i cristiani prendessero coscienza che, ogni volta che si radunavano, nel giorno del Signore, per celebrare l’eucaristia, il Risorto si trovava in mezzo a loro.

A differenza del Vangelo della scorsa settimana, quello di oggi non colloca l’apparizione di Gesù in domenica, ma in un giorno feriale, mentre i discepoli sono intenti al loro lavoro. Hanno dunque ripreso la vita di ogni giorno. Cosa fanno i discepoli di Cristo lungo la settimana, qual è la missione che è loro affidata e come la portano a compimento? A queste domande l’evangelista risponde raccontando un episodio carico di simbolismo che ora cercheremo di decodificare.

 

Cominciamo dagli occupanti della barca. Sono sette. Questo numero indica la perfezione, la completezza. Pietro e gli altri sei rappresentano la totalità dei discepoli che costituiscono l’intera comunità cristiana. Il simbolismo potrebbe spingersi anche oltre fino a cogliere, nell’identità di questi discepoli, un’immagine dei vari tipi di cristiani che, nonostante i loro limiti e le loro manchevolezze, hanno pur sempre diritto di cittadinanza nella Chiesa: quelli che hanno difficoltà a credere (Tommaso), quelli un po’ fanatici (i due figli di Zebedeo che volevano invocare il fuoco del cielo contro gli oppositori; Lc 9,54), quelli che hanno rinnegato il Maestro (Pietro), quelli legati alle tradizioni del passato, ma onesti e aperti ai segni dei tempi (Natanaele), e anche i cristiani anonimi che non sono conosciuti da nessuno (i due discepoli senza nome).

 

Il mare, lo abbiamo notato spesso, era, presso gli israeliti, il simbolo di tutte le forze nemiche dell’uomo.

Se essere sommersi dall’acqua significa rimanere in balia del male, pescare vuol dire allora tirare fuori da questa condizione di “non vita”, liberare dalle forze del male che mantengono in situazioni di morte. Pensiamo a tutte quelle schiavitù che ci impediscono di vivere con gioia, di sorridere: la bramosia del denaro, i rancori, le passioni sregolate, la droga, la pornografia, l’ansia, la fretta, i rimorsi, la paura….

Ora è chiaro cosa intendeva dire Gesù quando disse ai discepoli: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17).

Eccoli difatti all’opera. Pietro si è rimesso a fare il suo mestiere, la sua è una pesca materiale, ma – nel linguaggio teologico dell’evangelista – essa indica la missione apostolica della chiesa impegnata nella liberazione dell’uomo. Nel Vangelo di Matteo il regno dei cieli è paragonato ad una rete gettata in mare che raccoglie ogni genere di pesci e quando è piena è trascinata a riva (Mt 13,47-48).

 

La notte con l’oscurità che l’accompagna ha pure un significato negativo. “Se uno cammina nella notte, inciampa” (Gv 11,10), “chi segue me, non camminerà nelle tenebre” (Gv 8,12) – ha detto Gesù. Durante la notte nessuno può agire o orientarsi (Gv 9,4). Senza la luce, la “pesca” dei discepoli non può ottenere alcun risultato.

Non manca solo la luce, manca anche Gesù, anzi – secondo il simbolismo dell’evangelista Giovanni – non c’è luce proprio perché non c’è Gesù “luce del mondo” (Gv 8,12). Pietro e gli altri si impegnano allo spasimo nella missione che è stata loro affidata, ma non concludono nulla. Potrebbero intuire la ragione del loro fallimento se ricordassero le parole del Maestro: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Sono soli, forse si sentono anche abbandonati in mezzo ai pericoli e alle difficoltà. Pensano di dover svolgere la loro missione di “pescatori di uomini” contando unicamente sulle loro capacità e sulle loro forze. Non vedono Gesù, non percepiscono la sua presenza perché hanno lo sguardo offuscato dalla mancanza di fede. Non riescono neppure a richiamare alla mente le sue parole rassicuranti: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Il mondo non mi vedrà più, voi invece mi vedrete” (Gv 14,18-19).

 

Il Signore non è sulla barca, – è vero – si trova sulla riva, ha già raggiunto la terraferma, cioè, la condizione definitiva dei risorti. Verso questa terra tendono e giungeranno anche i discepoli.

 

Finalmente ecco spuntare l’alba (v.4) e con il nuovo giorno giungere anche la luce, quella vera “che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), quella che viene “a visitarci dall’alto, come sole che sorge” (Lc 1,78). E’ Gesù, ma solo con gli occhi della fede è possibile vederlo e riconoscerlo, perché è il Risorto.

La sua voce è nitida e ben percettibile, la sua parola giunge dalla riva e guida l’attività dei discepoli.

Non appena questi si fidano, ecco il miracolo: contro tutte le logiche umane, contro ogni ragionevole aspettativa ottengono un risultato stupefacente.

Giovanni vuole che i cristiani delle sue comunità arrivino a comprendere che Gesù, pur stando sulla “riva”, cioè, nella gloria del Padre, è sempre accanto a loro, tutti i giorni e continua a far risuonare la sua voce, chiama, parla, indica ciò che devono fare.

 

Il risultato della missione della chiesa è indicato dalla straordinaria quantità di pesci pescati: 153. Questo numero ha un significato simbolico. Risulta da 50x3+3. Per gli israeliti il numero cinquanta indicava tutto il popolo; il numero 3 rappresentava la perfezione, la pienezza. Dei pesci non ne sfugge dunque neppure uno.

Il senso di questo curioso particolare è il seguente: la comunità cristiana porterà a compimento con pieno successo la sua missione di salvezza. Tutto il popolo, tutta l’umanità verrà liberata dai vincoli di morte che la avvolgono, la tengono prigioniera, la portano alla rovina, come le acque impetuose del mare trascinano sul fondo anche il più abile dei nuotatori. I discepoli riusciranno in questa grandiosa impresa – assicura il Vangelo di oggi – a condizione che si lascino sempre guidare dalla voce del Risorto.

 

Pietro tira fino a terra la rete con i pesci.

Gesù aveva predetto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò a me tutti gli uomini” (Gv 12,32). Ecco che ora egli realizza, attraverso i suoi discepoli, la promessa. Nessun uomo sfuggirà all’opera di salvezza portata avanti dalla sua comunità.

La rete non si spezza, nonostante la grande quantità di pesci. In questo dettaglio apparentemente banale è contenuto un messaggio significativo: Pietro riesce a mantenere integra e salda l’unità dei credenti nonostante il loro numero e la conseguente diversità di cultura, di idee, di linguaggio.

 

Il banchetto con il quale si chiude il racconto della pesca miracolosa è il simbolo della conclusione della storia della salvezza. Gesù attende i discepoli sulla terra ferma, in cielo. Ha con sé del pesce (v.9): è il frutto dell’opera da lui compiuta in questo mondo. Ricordiamo ad esempio il buon ladrone che egli ha portato con sé in paradiso (Lc 23,43).

Come ai sette discepoli sul lago di Galilea, a tutta la comunità cristiana viene chiesto di presentare il pesce, il frutto del lavoro apostolico. Il pane invece è sempre offerto gratuitamente da Gesù, non viene portato dagli uomini. E’ l’eucaristia, è il pane che il Risorto spezza e vuole che tutti i fratelli condividano fino al giorno in cui il segno sacramentale sarà realizzato dall’unione piena e definitiva con lui e con il Padre.

 

L’ultima parte del brano (vv.15-19) descrive la missione di Pietro.

     Lungo tutto il racconto questo apostolo ha occupato una posizione di rilievo: è lui che ha preso l’iniziativa di andare a pescare, poi, malgrado abbia riconosciuto il Signore dopo il “discepolo che Gesù amava”, è stato ancora lui a prendere in mano la rete piena di grossi pesci e, senza romperla, a trascinarla fino a riva.

E’ innegabile il significato simbolico di questi particolari: dentro la comunità cristiana il primato – diciamo così – della “sensibilità” spetta al discepolo senza nome, ma quello di presiedere al lavoro apostolico e all’unità della chiesa è indubbiamente di Pietro. Pur arrivando sistematicamente “in ritardo” e meritando spesso i rimproveri di Gesù, rimane il punto di riferimento della vita ecclesiale. A lui è chiesto di pascere il gregge del Signore.

L’immagine del pastore non suscita solo risonanze positive. L’essere paragonati a degli agnellini, magari incapaci di pensare e di decidere in modo responsabile, non a tutti piace. Ma non è questo il senso delle parole di Gesù. Egli non ha conferito a Pietro il potere di comandare, di dare ordini come fa il pastore con le pecore e, meno ancora, quello di costituire una casta privilegiata e staccata dalla comunità dei fratelli. Pietro – lo ricordiamo – non era immune da questa tentazione. E’ giunto a rifiutare il gesto del Maestro che voleva lavargli i piedi perché un giorno sperava di poter far da padrone sul gregge.

Chiedendogli di pascere il gregge, Gesù esige da lui una conversione completa, un cambiamento radicale del suo modo di pensare e di agire. Vuole che manifesti una capacità di amare incondizionata, superiore a quella di tutti gli altri. Pascere significa alimentare i fratelli con il cibo della Parola di vita.

Non sarà facile per Pietro capire ed accettare questa proposta. Per molto tempo ancora rimarrà aggrappato alle sue convinzioni, ai suoi sogni. Solo col passare degli anni, dopo molti tentennamenti, giungerà alla completa conversione. Nel Vangelo di oggi gli viene preannunciata la conclusione del suo cammino al seguito del Maestro. Durante la passione non ha avuto il coraggio di stare con Gesù. Un giorno però – gli viene detto – sarà posto nella condizione di dare la sua vita; conoscerà la coercizione, la prigionia (“altri ti cingeranno e ti porteranno dove tu non vorrai”) ed infine morirà su una croce (“tenderai le mani”). P. fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

 

Vaticano e pedofilia. Intellettuali e artisti , le voci pro Ratzinger

 

MILANO—Il trentenne conservatore Ross Douthat, opinionista tra i più puntuti degli Usa, sul New York Times di ieri ha scritto un articolo intitolato «Il miglior Papa». In esso si legge una difesa dell’integrità morale di Benedetto XVI, che per il columnist non si può mettere in discussione anche nel tempo precedente la sua ascesa al trono di Pietro. Il rigore che lo contraddistingue si manifestò in occasioni delicate, soprattutto durante i giorni del pontificato di Giovanni Paolo II. Che fu un Papa, per Douthat, «sempre amato», nonché «bello e carismatico», al quale si perdonò tutto. Invece Ratzinger aveva già l’immagine del «Rottweiler di Dio».

Fa specie che proprio sul New York Times esca questa difesa. Anche se il polverone mediatico potrebbe ripartire dal mondo anglosassone, si sta creando un’opinione trasversale che offre attenuanti al pontefice o lo difende. Per esempio, Hendrik Hertzberg sull’ultimo numero del laico New Yorker, in un articolo intitolato «Indulgence», dopo aver ricordato Martin Lutero e l’attuale crisi di potere e di cultura della Chiesa, ammette che Benedetto XVI «si incontrò personalmente con le vittime dell’abuso durante la sua visita nel 2008 negli Stati Uniti». E aggiunge: anche i suoi critici sono d’accordo sul fatto che abbia affrontato il problema più seriamente che in passato. Inoltre, un appello con settanta firme del mondo francofono si sta diffondendo da una decina di giorni. Ha raccolto intellettuali, filosofi, giornalisti, drammaturghi, docenti universitari, artisti e personalità varie. Nomi che si sono ritrovati in pochi giorni grazie alla rete (attraverso il sito http://www.appelaverite.fr). Tra i firmatari troviamo Jean-Luc Marion, dell’Académie Française, professore a Parigi e a Chicago. In una brevissima nota inviataci dagli Usa ha scritto: «È evidente che la crisi dei preti pedofili è stata male gestita, è evidente che gli attacchi sono sproporzionati e fondamentalmente ingiusti». C’è poi Remi Brague, professore di filosofia e membro dell’Institut, lo scrittore Françoise Taillandier, la filosofa Chantal Delsol (anch’essa membro dell’Institut); vi troviamo l’attore Michael Lonsdale, il matematico —insignito della medaglia Fields— Laurent Lafforgue. E ancora: Alain Joly, pastore luterano, Bernadette Dupont, senatrice, Jacques Arènes, psicanalista. Chiudiamo con Fabrice Hadjaj, giunto al cattolicesimo dopo ideali rivoluzionari e letture dei grandi nichilisti del Novecento. Scrittore e filosofo, nato nel 1971 a Nanterre da genitori ebrei di origine tunisina, lo scorso anno fece rumore la sua idea di una «nuova mistica della carne». Attaccava ogni riduzione dei rapporti a «masturbazione assistita», quel «tecnicismo» con relativa «morale borghese» capaci di rinchiudere «il desiderio sessuale nel preservativo ».

Ribadiva Hadjaj: «È la Chiesa l’unica a non aver paura di liberarlo fino in fondo». Nel testo di tale appello si legge, tra l’altro: «I casi di pedofilia nella Chiesa sono, per tutti i cattolici, fonte di sofferenza profonda e di dolore estremo. Membri della gerarchia della Chiesa hanno riscontrato in alcuni dossier gravi mancanze e disfunzioni, e noi rendiamo omaggio alla volontà del Papa di fare luce su questi casi. Con i vescovi, e in quanto membri della stessa Chiesa, i laici cattolici si fanno carico del peso dei crimini di alcuni sacerdoti e delle debolezze dei loro superiori; si mettono risolutamente, come Cristo invita a fare, dalla parte di quanti soffrono maggiormente per questi crimini». E, dopo aver auspicato che la verità emerga e si affronti «serenamente e fraternamente » tutto ciò che ha reso possibile tali offese, il testo prosegue: «Al di là del diritto all’informazione, legittimo e democratico, non possiamo che constatare con tristezza in quanto cristiani, ma soprattutto in quanto cittadini, che numerosi mass media nel nostro Paese (e in Occidente in generale) trattano questi casi con parzialità, scarsa conoscenza o viva soddisfazione. Da riassunti, sintesi e generalizzazioni, il quadro della Chiesa che viene fatto attualmente dalla stampa non corrisponde a ciò che vivono i cristiani cattolici ». Va aggiunto — ci ha confidato una fonte vicina al patriarcato di Mosca— che l’accusa è circolata soltanto in forme ridotte nella cattolica Polonia (è stata ripresa la dichiarazione del portavoce vaticano), mentre il mondo scandinavo l’ha quasi ignorata. In Russia è apparsa in poche righe nelle agenzie e non è stata ampliata o commentata dai giornali.

 

Il sito della Izvestia tace, quello della Pravda anche, nemmeno radio e televisioni hanno avuto qualcosa da dire. L’unica curiosità, che ha suscitato un moderato interesse, riguardava l’idea di interrogare ed eventualmente ammanettare il Papa. Solo grazie a questa trovata si è saputo quel che stava accadendo. Anzi, in seguito al ritorno di un bambino russo di sette anni adottato negli Usa (di nome Artëm Saveliev), rifiutato dalla famiglia americana, i media di Mosca da qualche giorno stanno accusando gli Stati Uniti di una particolare forma di pedofilia.

Armando Torno CdS 14

 

 

 

 

Sindone. Invito a ripensarsi. Di fronte a quello "specchio del Vangelo"

 

Non era, questo, il tempo del disincanto, del ripiegamento nell’individuale, o addirittura della rabbia e della rivolta? Dopo i primi tre giorni di ostensione, le impressioni portano da tutt’altra parte. Si è visto a Torino uno “spettacolo” che non è usuale sulle piazze delle nostre città – e tanto meno sulle piazzette televisive delle nostre reti unificate. In tre giorni sono sfilate davanti alla Sindone 70 mila persone. Ciascuno ha impiegato quasi due ore a percorrere poco più di un chilometro, dai Giardini Reali al Duomo. Con qualche disagio nella sera di sabato 10 aprile, perché la macchina dell’accoglienza doveva rodarsi. Poi tutto è filato liscio, fino ad ora.

Il percorso è un invito a “ripensarsi”: su se stessi, prima ancora che su Gesù Cristo. Si incontrano le grandi immagini del Signore (Mantegna, Bellini, Beato Angelico, Rubens); poi si sale attraverso i ruderi del paganesimo (i busti del Museo di Antichità, il Teatro Romano). Si piomba nel nero della “prelettura” dove la Sindone viene mostrata con nuovissime immagini in alta definizione. Poi ancora un passaggio, l’ultimo, nel buio della cattedrale. E finalmente la Sindone “vera”, illuminata come meglio non si potrebbe per non danneggiare il Telo e per consentire ai pellegrini di contemplare quel corpo e quel Volto martoriato. Il cammino del pellegrino è un’esperienza spirituale (l’arcivescovo Poletto, custode della Sindone, lo ripete ad ogni occasione): e forse proprio per questo diventa difficile assimilarla ad altri raduni e altri pellegrinaggi.

Dal 10 aprile si vedono girare per Torino le facce che vorremmo vedere sempre, e ovunque: gruppi di ragazzi e di anziani, famiglie coi bambini, monache e tanta “gente comune”. Semplice, felice di essere lì. Commossa, anche, all’uscita, dopo aver potuto contemplare, se pure per pochissimi minuti, quel Volto. L’esperienza di “venire per vedere” rende il pellegrinaggio alla Sindone particolare, e forse unico. Non c’è una “reliquia” a Torino, anche se per i credenti quel Telo richiama la Passione di Gesù con una tale evidenza da renderlo comunque “autentico”, al di là delle convinzioni degli scienziati. Non c’è stato nessun miracolo di quelli che la Chiesa riconosce (ciò che accade nei cuori sfugge a tutti ma non al Signore…). Non ci sono apparizioni, né improvvisate né programmate. Come disse Giovanni Paolo II parlando davanti alla Sindone nel 1998, quel Telo è “specchio del Vangelo”: cioè è specchio dell’amore di Dio che ciascuno di noi riesce a rendere visibile servendo i fratelli. Il cardinale Poletto ha voluto sottolineare proprio questo aspetto scegliendo come motto dell’ostensione 2010 “Passio Christi, passio hominis”: la Passione del Signore è un esempio e un “segno” che deve ricondurci a vedere le “passioni” che sono intorno a noi, fra gli uomini e le donne del nostro tempo. La sofferenza nostra e del mondo ha bisogno di essere “redenta”, deve trovare un senso: e il silenzio della Sindone indica la strada – quella, appunto, del Vangelo da vivere, mettendosi a servizio dei fratelli.

I volti dei pellegrini giunti di fronte alla teca sono sempre uguali e tutti diversi: raccontano uno stupore, una commozione, una gioia che le parole non riescono a rendere. Qualcuno arriva baldanzoso con il binocolo, gli ingranditori per le macchine fotografiche, gli occhialini per vedere in 3d. E quasi subito lascia cadere le braccia, affascinato da quell’immagine perfetta. Chi ha il privilegio di poterli guardare mentre sfilano in silenzio e si fermano per qualche minuto non può fare a meno di pensare che questo è il vero e unico “miracolo” dell’ostensione: offrire un’opportunità di interrogarsi, riscoprire la propria fede di fronte al “silenzio del Sabato Santo”. Se quell’immagine richiama il “Figlio dell’Uomo”, è della nostra morte che si sta parlando, venendo pellegrini alla Sindone, e di niente altro. Sapendo che dopo il Sabato Santo c’è la domenica di Pasqua, il tempo del Signore.

Marco Bonatti, direttore “La Voce del popolo” (Torino), responsabile della comunicazione dell’Ostensione 2010

 

 

 

Pedofilia e prima pagina

 

Mettiamolo subito in chiaro. La pedofilia è la pratica più disgustosa e aberrante che esista. È una violenza infame esercitata su chi non può difendersi.

È l’abuso ignobile di una posizione di autorità (come genitore, come prete, come insegnante); autorità che dovrebbe essere esercitata invece per formare e per proteggere. I giovani e i bambini che ne sono vittime pagheranno per tutta la vita le conseguenze di una violenza che rimarrà uno sfregio brutale nella loro anima e nella loro vita intima, sessuale e non. I colpevoli, chi ha agito e chi ha coperto, insegnanti, genitori, preti o suore che siano, devono pagare.

Devono andare in galera, senza “se” e senza “ma”. Punto. Le vittime vanno risarcite fino all’ultimo soldo, anche se, certo, il danaro non restituirà loro l’innocenza o la gioia di vivere che avevano prima. Sul piano ecclesiale, gli scandali di questi giorni potrebbero e dovrebbero riaprire finalmente il dibattito sul celibato, al fine di renderlo sempre più una scelta. È necessario quindi un più consapevole approccio con il mondo moderno, nel quale la trasparenza degli atti è un obbligo per tutti . E poi si potrebbe pensare (finalmente) ad un maggior coinvolgimento del laicato, di cui tanto si favoleggia e che in realtà viene da sempre tenuto in posizione di stretta sudditanza. Detto questo per la chiarezza, vorrei spostare per un attimo il focus della questione. Cioè sull'uso strumentale e politico che l'informazione fa di scandali dolorosi. Si ha l'impressione talvolta che, ferma restando la gravità dei fatti, dietro questa strategia informativa ci sia ancora una sorta di Kulturkampf.

Si utilizzano drammi reali, dolori umani, sofferenze sociali enormi per ricreare la cupola dei Nemici, dei Responsabili, dei Visitors estranei e colpevoli: è un po’ l’Impero del male che ritorna, come si vede nei film di Star Wars. Proprio Star Wars sembra il modello di certe articolesse che si leggono in questi giorni sui giornali tedeschi o inglesi.

Tutto è sbagliato di quello che fanno i “nemici”, i quali sono nemici appunto perché sono sbagliati e perversi; pensano e fanno cose sbagliate e perverse. Questa informazione a tesi va molto al di là di questo scandalo, ripeto, reale, i cui responsabili vanno puniti. La questione della comunicazione guidata è tuttavia uno dei grandi problemi di oggi. Indipendentemente da chi formula le tesi. Quello che dà fastidio, tornando a noi, è vedere come la Chiesa cattolica, in queste settimane, nei giornali di tutto il mondo, sembri un congresso di pervertiti.

E i milioni di persone che ogni giorno fanno volontariato rischiando del proprio, spesso la vita? E coloro che scavano pozzi in Africa, che aprono mense in India e in Pakistan, che curano i lebbrosi nel Togo o che, più semplicemente, raccolgono scarpe usate in Europa per mantenere ospedali o ricoveri per anziani in Sudamerica; tutti costoro, dico, non sono Chiesa? E quando costoro cominceranno a fare notizia?

Mauro Montanari, CdI aprile

 

 

 

 

Attacchi alla Chiesa. Con fermezza e serenità

 

La gente sa distinguere e non subisce la campagna denigratoria

Certo preti pedofili ci sono, sono piccoli numeri, e vanno adeguatamente e fermamente sanzionati, come il Papa e la Chiesa da tempo stanno facendo e sono risoluti a fare. Benedetto XVI ne ha già dato più volte toccante testimonianza.

Ma nel grande chiasso mediatico di questi giorni c’è anche altro, su cui bisogna serenamente e attentamente riflettere. È infatti in atto una campagna trasversale e transnazionale, che ha come obiettivo proprio il Papa. In una lunga e articolata intervista a SIR Europa (leggi), Andrea Riccardi ha giustamente ricordato che questo tipo di campagna non è un fenomeno nuovo: basta ritornare indietro di una trentina d’anni, alla seconda metà degli anni Sessanta, in particolare dopo l’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI, quella in cui condannava la contraccezione. L’ultimo decennio di quel pontificato e i primi anni di Giovanni Paolo II sono stati oggetto di durissime critiche sui giornali e, in generale, nel sistema della comunicazione, che peraltro oggi è sempre più forte pervasivo. Si tratta di stagioni differenti, osserva giustamente Riccardi, caratterizzate da critiche di carattere diverso, che non vanno confuse tra di loro. Indubbiamente però c'è un fondo comune: “La Chiesa cattolica, con il suo messaggio, la sua tradizione, la sua pretesa di cambiare l'uomo, risulta ostica nei confronti della mentalità 'liberale', fosse quella rivoluzionaria e anti-istituzionale del 1968, fosse quella neoliberale o radicale di tempi più recenti”.

Tentando di far passare l’equazione evidentemente inaccettabile tra comportamenti riprovevoli di alcuni suoi membri – anche autorevoli – e tutta la Chiesa, a partire dal suo vertice, il Papa, si cerca l’occasione per dare una spallata ad un’istituzione che per sua natura – quella natura pasquale che risalta proprio in questi giorni, anche con l’ostensione a Torino della Sindone – non può essere ridotta alle dinamiche secolari, alle categorie della politica e della comunicazione.

Si tenta insomma, ponendo l’enfasi su un crimine come la pedofilia, responsabilità individuale di precisi individui, di minare la credibilità complessiva del messaggio. Che è e resta scomodo per buona parte della cultura dominante. In particolare la dottrina sul matrimonio, l’identità sessuale, la vita, al suo concepimento ed al suo termine naturale, sono scomode, perché in particolare all’Occidente secolarizzato, ricordano cose fondamentali che si vorrebbe dimenticare, ma danno all’uomo ed alla donna di oggi prospettiva e speranza.

L’impegno allora, per i cattolici ovviamente, ma per l’intera opinione pubblica, è non subire passivamente il gioco mediatico. Ribattere nel merito, ovviamente, e rendere visibile la solidarietà prima di tutto al Papa. E nello stesso tempo, come ricordava sempre Riccardi, continuare serenamente nella testimonianza. Con un di più di consapevolezza culturale, semmai, come ha ricordato sempre al SIR Giuseppe Savagnone (leggi). La gente sa cos'è la Chiesa, perché la conosce e l'ha vissuta. I cristiani insomma continuino con maggior lena a farsi presenti, personalmente, nella società e nella vita, mostrando in modo diretto e attraente il loro essere cristiani. Sir

 

 

 

Una difesa laica del Papa

 

All'origine dell'aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI, sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina: si pensi alla «peste pedofila » di cui parla Paolo Flores d'Arcais, che prefigura la dannazione per volontà popolare dell'«untore » di manzoniana memoria. Sono toni cui dovrebbe essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare, «omologare», i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile, negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato.

La Chiesa, che condanna il peccato e perdona il peccatore pentito, ha commesso in passato (anche con Papa Wojtyla) molti errori in materia di pedofilia ecclesiale. I reati andavano denunciati con coraggio, mentre varie forme di reticenza hanno contribuito a peggiorare la situazione. Tuttora gli atteggiamenti, spesso confusi e contraddittori, di alcuni rappresentanti del clero non aiutano a far chiarezza. Quando risuonano paralleli impropri con le persecuzioni antisemite, o si stabiliscono arbitrarie correlazioni tra omosessualità e pedofilia, si ha l'impressione che papa Ratzinger vada tutelato anche dalle sortite incaute di alcuni alti prelati.

Resta il fatto che non si può chiedere alla Chiesa di rinunciare a uno spazio autonomo di analisi e di giudizio, che è tutt'altra cosa dalla pretesa di sottrarre i propri membri all'imperio della legge. Lo Stato e la Chiesa hanno missioni diverse e la pretesa di cancellare questa feconda differenza danneggerebbe entrambi. Si sta manifestando, inoltre, un vistoso paradosso. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l'attuale Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza all'interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili, riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della Chiesa, rivendicandone l'autonomia nella condanna dei peccati e nella redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione (si chiama carità cristiana). Nonostante questo, oggi Benedetto XVI rischia di passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti.

La distinzione fra peccato e reato è parte integrante della nostra cultura e della nostra civiltà, alla quale non possiamo rinunciare. Essa sanziona la differenza, e la distanza, fra lo Stato democratico-liberale, fondato sui diritti e le garanzie individuali, e lo Stato teocratico: un ordinamento oppressivo che, come hanno tragicamente provato i totalitarismi anche di un recente passato, non s’identifica solo nel connubio fra trono e altare, ma, anche e soprattutto, nell’illusione razionalista e nel tentativo volontaristico di cambiare, con mezzi coercitivi, la natura dell’uomo. Di fronte allo spettacolo inquietante cui stiamo assistendo, stupisce, infine, la grande quantità di spettatori che rimangono silenti in un’apparente indifferenza. Come se la stessa nostra democrazia liberale non fosse debitrice del messaggio cristiano che ha posto al centro la sacralità e l’inviolabilità della persona. Piero Ostellino CdS 14

 

 

 

 

Il commento. La confusione della Chiesa

 

È un disagio più che un errore, non è un'analisi più o meno grossolana ma una reazione scomposta, è un danno che la Chiesa non fa agli omosessuali ma a se stessa.

 

Il cardinale Tarcisio Bertone, che è un uomo di solito prudente ed è, nientemeno, il numero due dello Stato Vaticano, per difendere il celibato ha abusato dell'omosessualità: "Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia - ha detto in Cile - e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia".

 Sulla natura e le origini della pulsione pedofila sono state scritte molte cose, ma che ci sia un rapporto statistico-scientifico tra omosessualità e pedofilia è sicuramente una bugia. Detta da un teologo la bugia è ancora più grave. Il cardinale Bertone ha infatti un rapporto altissimo con il candore e con l'amore, un'abitudine filosofica con la profondità, è un uomo di Dio. Perciò davvero ci sorprende che sia entrato a piedi uniti su una questione così delicata e complessa. E ci pare, alla fine, che le sue parole non debbano essere lette come un manifesto teocratico dell'intolleranza a uso e consumo degli omofobi, ma come una drammatica confessione di debolezza, dello stato confusionale in cui si trova la Chiesa cattolica in questo momento.

 

Tutti sappiamo che la pedofilia è sesso con bambini o bambine, è uno dei tanti misteri della psiche e della storia dell'umanità, la conosciamo dai tempi dell'antica e tollerante Grecia. Per noi è perversione, è depravazione, è violenza perché il pedofilo rende disponibile a sé un corpo che non è ancora animato autonomamente, non è maturo per le scelte sessuali, non è responsabile. Alla bimba o al bimbo viene infatti imposto un rapporto fisico in maniera subdola da qualcuno che è più grande, è autorevole, gode della sua fiducia, esercita una forte influenza spirituale.

 

Ecco, a noi pare molto strano che un uomo di Chiesa non si renda conto di quanto sia oltraggioso imputare di reato l'omosessualità, associarla alla pedofilia. Noi non abbiamo la presunzione di sapere che cos'è l'omosessuale né qual è la maniera meglio accettata da Dio di definire o di praticare la sessualità in genere. Ma tutti, anche Bertone e il clero di Roma, sanno che la pedofilia è un reato, un feroce abuso e invece l'omosessualità   -  sia una scelta o sia imposta dalla natura  -  è comunque legittima tanto quanto l'eterosessualità. Hanno gli stessi titoli.  A nessun cardinale è venuto in mente di giustificare o soltanto di associare con argomenti scientifici lo stupro con l'eterosessualità: ci sono eterosessuali stupratori e ci sono eterosessuali pedofili, maschi e femmine, come ci sono ladri calvi e ladri capelloni. Non è il capello che fa l'uomo ladro, illustre cardinale.

 

E però è così facile replicare al cardinale Bertone che mentre scriviamo stiamo ancora a chiederci che cosa sta succedendo nella nomenklatura della Chiesa di Roma. Noi sappiamo bene che ci sono molti preti all'avanguardia nella battaglia contro la pedofilia e la depravazione violenta. Sarebbe dunque grossolano sostenere che tutti i preti, in quanto celibi, sono pedofili, perché appunto ne vediamo tanti che si danno anima e corpo a difendere i bambini, a proteggere la loro ingenuità, a rilanciare l'immagine evangelica dei pargoli che vanno a Cristo.

 

Fosse solo dal punto di vista della comunicazione, i pastori di Roma non ne indovinano più una. Sembrano non custodire più il gregge, non proteggere più le pecorelle. Invece di limitarsi a rimediare ai propri difetti e a ripulire la propria comunità dai vizi, rispondendo ovviamente nel merito a chi eccede e a chi attacca per anticlericalismo preconcetto, si arroccano in una difesa aggressiva che è più deleteria degli attacchi subiti. L'idiozia di evocare un complotto sionista perché il New York Times appartiene a un ebreo è una tecnica tipica dei cavernicoli, da Polifemo che accecato dal suo dolore accusava Nessuno, ai falsi protocolli di Sion che imputavano agli ebrei di attentare alla cristianità. Anche la minimizzazione del quotidiano americano, definito "un tabloid", è roba da polemisti di provincia. Da uno dei poteri più antichi, sapienti e collaudati, ci si aspetterebbe un'intelligenza e una spiritualità più attrezzate.

 

Diciamo la verità: non siamo abituati a una Chiesa che si arrampica sugli specchi, allo smarrimento di una gerarchia ecclesiastica spaventata dagli scheletri negli armadi. Certo Tarcisio Bertone ha il diritto e anche il dovere di difendere la Chiesa e il celibato dei preti, ma offendendo così gli omosessuali tradisce la sua fragilità, espone la sua omofobia, disarma tutti i soldati di Cristo. FRANCESCO MERLO

LR 14

 

 

 

 

SWR. Venerdì Santo, attrazione italiana in Germania

 

La comunità cattolica italiana in Germania si è conquistata un posto d’onore nella classifica della celebrazione del Venerdì Santo. Sono ormai anni che in diverse città tedesche le nostre Missioni cattoliche realizzano la Passione vivente. Fra le più suggestive spiccano quelle di Stoccarda- Bad Cannstatt e di Ulm/Neu-Ulm. La partecipazione si attesta sulle 20.000 persone

Almeno una volta all’anno la comunità italiana in Germania occupa anche sulla stampa locale un ruolo di primo piano.

Fede e tradizione popolare italiana offrono in questa giornata di penitenza e di riflessione un modo toccante di rivivere l’evento storico che ha dato vita al cristianesimo. Per affrontare il giudizio del grande pubblico, che si riversa nelle vie cittadine di alcune città tedesche, bambini, giovani e meno giovani per due mesi si preparano meticolosamente al grande appuntamento. Si elaborano testi, si cercano gli attori e le comparse , si approntano i costumi si studia la coreografia, si definiscono gli aspetti tecnici dei palcoscenici, si inoltrano le richieste di autorizzazione al comune, alla polizia e al decanato di competenza, si mette a punto la regia e si acquisiscono gli sponsor per far fronte alle spese. C’è dunque un bel da fare. I missionari danno una mano, ma il peso maggiore ricade sul regista e sul comitato promotore. D’altronde la sfida, compresa quella climatica, è grande.

Culla della tradizione della Passione vivente italiana in Germania è Stoccarda-Bad Cannstatt.

Qui 32 anni fa furono mossi i primi passi. Alla prima edizione vi fu una partecipazione di un mezzo migliaio di italiani. Oggi la partecipazione è multietnica ed è decuplicata, grazie anche agli sforzi del regista Angelo Attademo.

 

Quella di maggior richiamo passa per le vie cittadine di Neu-Ulm/Ulm. In queste due città , divise dal Danubio, l’affluenza registrata si attesta sulle 20.000 persone.

Ideatore, promotore e regista è Nicola Albarino, un giovane emigrato di Venosa, cittadina lucana in provincia di Potenza che ha dato i natali nel 65 a.C. al grande poeta latino Quinto Orazio Flacco. Nel 2004 Albarino convinse il bresciano don Giuseppe Gilberti, locale missionario da quasi tre decenni, a tentare di trapiantare la tradizione venosina nella città di Albert Einstein.

Costituito un comitato per la Via Crucis Vivente col preciso compito di provvedere a preparare e a curare l’evento nei minimi particolari, nel 2005 ebbe luogo la prima edizione del revival.

 

Il regista Albarino, che per passione si dedica alla musica, riserva ai costumi, ai palcoscenici, al gioco delle luci e alla musica un ruolo di primo piano.

Per favorire una maggiore partecipazione di cittadini tedeschi e di altre nazionalità, i cronisti introducono le scene anche in lingua tedesca. La croce da portare da Neu-Ulm ad Ulm pesa oltre mezzo quintale; mentre il fusto della flagellazione supera i 150 chili.

La rappresentazione delle 6 stazioni della via dolorosa avviene su altrettanti palcoscenici allestiti nelle piazze centrali di Neu-Ulm e di Ulm. Essi sono dotati di amplificazioni, riflettori, tele e di vere piante di ulivo.

Gli 80 protagonisti indossano costumi del tempo, cuciti gratuitamente da donne italiane; mentre elmi, corazze, spade, mantelli e sandali vengono acquistati in Italia.

 

Non mancano poi ciotole, brocche, lampade ad olio in terracotta importate dalla storica Venosa, cittadina della Basilicata, prevalentemente agricola.

Le classiche scene, rappresentate sia a Stoccarda-Bad Cannstatt che ad Ulm/Neu-Ulm, sono: ’Ultima cena, l’Orto degli Ulivi, la Cattura, l’Interrogatorio di Caifa,

il Processo, la Crocifissione.

I particolari delle prove nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6200668/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1dwtmsv/index.html

Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)

 

 

 

 

 

CEI: Catechesi. Suscitare la fede. “Lettera” a 40 anni dal Documento di base

 

“Riproporre all’attenzione di tutte le componenti della comunità ecclesiale le linee portanti” del Documento di base “Il rinnovamento della catechesi” (Db), a 40 anni dalla sua pubblicazione (1970), ed “evidenziare gli effetti positivi che esso ha prodotto nell’azione pastorale”. Questo l’obiettivo principale della lettera della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, rivolta “alle comunità, ai presbiteri e ai catechisti” e intitolata “Annuncio e catechesi per la vita cristiana”. Nel testo, la Cei segnala “le sfide con cui devono fare i conti oggi l’evangelizzazione e la catechesi, e le nuove esigenze a cui devono rispondere nel contesto del nostro Paese, profondamente mutato rispetto quarant’anni fa”. “Non rassegniamoci a lasciare che l’uomo viva solo in superficie, o che diventi schiavo del conformismo”, l’invito finale della lettera, un cui si afferma che ”nel cammino della Chiesa italiana il Db ha soprattutto messo in evidenza il primato dell’evangelizzazione”.

 

Il primato deIl’evangelizzazione. Il Db, l’esordio della lettera, è stato “la prima strada attraverso la quale i documenti conciliari sono arrivati alla base”: in Italia, “ha favorito il nascere e l’impiantarsi di una nuova sensibilità missionaria, ha introdotto nuove tematiche, un nuovo linguaggio, un nuovo metodo di lavoro”, elaborato “con la collaborazione di tutte le Chiese in Italia”. Sul piano dei contenuti della fede, il Db “ci ha insegnato che il centro vivo della catechesi è la persona di Gesù” ed “ha aiutato a veicolare una visione rinnovata della fede”, per cui “la catechesi ha la finalità non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la ‘mentalità di fede’, di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita, insegnandoci a leggere il nostro tempo alla luce della parola di Dio”. In questa nuova prospettiva, i catechisti “sono maestri, educatori e testimoni della fede”, ma “nella Chiesa ogni cristiano, in forza del battesimo e della cresima, è responsabile dell’evangelizzazione: una responsabilità differenziata, ma comune”. Questo “impegno di evangelizzazione”, per il Db, “deve raggiungere le persone nella loro concreta situazione di vita”, che “non sono semplici destinatari della catechesi, ma protagonisti del proprio cammino di fede”. Tra le fonti della catechesi, il Db cita la Sacra Scrittura, la tradizione, la liturgia, le opere del creato. Anche il contesto sociale “va guardato con gli occhi della fede”, in quanto “non è solo lo spazio in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta, attraverso i segni dei tempi”: di qui la necessità di “essere fedeli alla parola di Dio e alle esigenze della persona”.

 

Indifferenza, irrilevanza, privatizzazione. Razionalismo, scientismo, relativismo, materialismo consumista: sono questi, per la Cei, gli “influssi culturali” che hanno caratterizzato, in questi 40 anni, il “processo di secolarizzazione” che ha investito l’Italia, dove “sorti scenari culturali e religiosi nuovi che, se da una parte richiedono costante fedeltà agli orientamenti del Db, dall’altra esigono scelte pastorali e catechistiche nuove”, poiché “la Chiesa si trova in Italia di fronte a una situazione profondamente mutata rispetto a quella del 1970”. Quella di oggi è per la Cei un’Italia con “larghe tracce di tradizione cristiana”, ma in cui “si diffonde una concezione della vita, da cui è escluso ogni riferimento al Trascendente”. L’indifferenza religiosa, l’irrilevanza attribuita alla fede, in base alla quale giovani e adulti “non negano Dio, semplicemente non sono interessati”, il soggettivismo, che “induce molti cristiani a selezionare in maniera arbitraria i contenuti della fede e della morale cristiana, a relativizzare l’appartenenza ecclesiale e a vivere l’esperienza religiosa in forma individualistica”. Tutti fenomeni, questi, grazie ai quali la religione “viene relegata nella sfera del privato, con la conseguente relativizzazione dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cristiano e dei modelli di comportamento che ne derivano”. Su tutto ciò, incide anche il “crescente pluralismo culturale e la pervasività della comunicazione multimediale”.

 

Suscitare la fede. “Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita”. Nel nuovo documento, la Cei sottolinea il primato del “primo annuncio”, che “non è solo quello che precede l’iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti”. In molti casi, inoltre, il primo annuncio è “una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi”. “Questo rinnovato accento sulla persona nei suoi snodi fondamentali – è una delle affermazioni di fondo della lettera - apre per la catechesi il tempo di una riformulazione del contenuto, del metodo e dello stile, inserendola più chiaramente in un cammino di formazione che comprende le molteplici dimensioni della vita cristiana”. Catechesi come “responsabilità di tutta la comunità”: questo l’appello rivolto dalla Cei alle parrocchie. Tra le priorità: la catechesi degli adulti e dei giovani, l’iniziazione cristiana, l’apostolato biblico, la necessità di “valorizzare il rapporto tra fede e ragione”, attraverso l’attenzione ai “problemi morali che emergono nella vita dei singoli e nella convivenza sociale”.

Sir

 

 

 

 

Dopo una denuncia, in Vaticano procedono così

 

Le linee guida della congregazione per la dottrina della fede circa le procedure da adottare quando vengono denunciati abusi sessuali su minori - di Sandro Magister

 

ROMA – Da lunedì, sul sito web della Santa Sede si può leggere il documento riprodotto qui sotto, che riassume le procedure in uso da alcuni anni nella Chiesa cattolica nei casi di abuso sessuale su minori ad opera di persone con i sacri ordini.

 

Per minori si intendono le persone con meno di 18 anni, mentre per atti di pedofilia si intendono gli abusi compiuti su bambini impuberi.

 

Sulle circa tremila denunce arrivate alla congregazione per la dottrina della fede  dal 2001 a oggi, per abusi su minori commessi negli ultimi cinquant'anni, i casi di pedofilia vera e propria sono il 10 per cento del totale. Il 60 per cento dei casi sono di attrazione sessuale per adolescenti dello stesso sesso, mentre il restante 30 per cento riguarda rapporti con giovanissime.

 

La maggior parte dei casi affrontati si sono conclusi con una sanzione amministrativa e disciplinare a carico dell'imputato: procedura più rapida ed efficace di quando si celebra un vero e proprio processo.

 

Per la denuncia degli abusi alle autorità civili la Santa Sede ordina di seguire le leggi del luogo. Ciò vuol dire che nei paesi di cultura giuridica anglosassone e in Francia la denuncia è obbligatoria. Mentre dove non lo è, la Santa Sede incoraggia le vittime a rivolgersi esse stesse ai tribunali.

 

Le modifiche annunciate nell'ultimo paragrafo del documento riguardano in particolare l'abolizione dei termini di prescrizione, che dal 2001 sono di 10 anni,  da contarsi a partire dal compimento dei 18 anni della vittima. Già oggi, però, la prescrizione non è tassativa e le denunce sono accolte anche per atti più lontani nel tempo.

 

Ecco dunque il testo delle linee guida, tradotto dall'originale inglese:

 

Guida alle delle procedure di base della congregazione per la dottrina della fede riguardo alle accuse di abusi sessuali

 

La disposizione che deve essere applicata è il motu proprio "Sacramentorum sanctitatis tutela"  del 30 aprile 2001 insieme al Codice di Diritto Canonico del 1983. La presente è una guida introduttiva che può essere d'aiuto a laici e non canonisti.

 

A. Procedure preliminari

La diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore.

 

Qualora il sospetto abbia verosimiglianza con la verità, il caso viene deferito alla Cdf. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla Cdf ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine.

 

Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte.

 

Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che egli è sollecitato a esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico.

 

B. Procedure autorizzate dalla Cdf

La Cdf studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove necessario, richiede informazioni supplementari.

 

La Cdf ha a disposizione una serie di opzioni:

 

1. Processi penali

La Cdf può autorizzare il vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato a un tribunale della Cdf.

 

La Cdf può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti a un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove. L'accusato ha il diritto di presentare ricorso alla Cdf contro un decreto che lo condanni a una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della Cdf è definitiva.

 

Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due procedimenti — giudiziario e amministrativo penale — possono condannarlo a un certo numero di pene canoniche, la più seria delle quali è la dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante queste procedure.

 

2. Casi riferiti direttamente al Santo Padre

In casi particolarmente gravi, in cui processi civili criminali abbiano ritenuto colpevole di abusi sessuali su minori un religioso, o in cui le prove siano schiaccianti, la Cdf può scegliere di portare questo caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale «ex officio». Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale.

 

La Cdf porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa («pro bono Ecclesiae»).

 

3. Misure disciplinari

In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini e abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la Cdf autorizza il vescovo locale a emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Tali decreti sono imposti tramite un precetto penale che comprendono una pena canonica per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso alla Cdf. La decisione della Cdf è definitiva.

 

C. La revisione del motu proprio

La Cdf ha in corso una revisione di alcuni articoli del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, al fine di aggiornare il suddetto motu proprio del 2001 alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla Cdf dai Pontefici Giovanni Paolo ii e Benedetto xvi. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure. L’Espresso on line 14

 

 

 

 

 

Tragedia Merano. Si sentivano sicuri. La preghiera del vescovo Karl, la solidarietà Ue e Caritas

 

Bolzano - "Lunedì era una bella giornata di primavera, tutto sembrava essere avvolto dalla pace. I viaggiatori saliti su quel treno si sentivano sicuri. E poi, all'improvviso, ecco la tragedia". Nell'incidente ferroviario in Val Venosta (Bolzano) lunedì 12 aprile hanno perso la vita nove persone. Una frana di fango e sassi si è staccata dalla montagna tra Laces e Castelbello, proprio mentre transitava il treno della Sad. Dei 28 feriti una quindicina - i più gravi - sono ancora ricoverati negli ospedali di Merano e Bolzano. Nella chiesa parrocchiale di Silandro, capoluogo venostano, mons. Karl Golser, vescovo di Bolzano-Bressanone, ha presieduto il 13 aprile una celebrazione eucaristica in suffragio delle vittime del più grave disastro ferroviario mai accaduto in Alto Adige.

 

Credere nella risurrezione. Nella chiesa parrocchiale di Silandro i volti delle nove vittime sono stati proiettati all'inizio della celebrazione e a ciascuno di loro è stato dedicato un breve pensiero. "Desidero esprimere ancora una volta la mia vicinanza a tutti coloro che in questa tragedia hanno perduto un loro caro - ha detto mons. Golser - e ai tanti feriti auguro una pronta guarigione e che non rimanga loro alcun segno permanente di questa disgrazia". Il vescovo ha ricordato che, come cristiani, crediamo nella resurrezione dei morti perché Cristo è risorto: "Proprio per questo crediamo che un giorno potremo rivedere i nostri cari, morti in un modo tanto tragico, e che fin da ora siamo uniti con loro nella preghiera".

 

Una grande tragedia. "Si tratta senza ombra di dubbio della più grande tragedia ferroviaria mai avvenuta in Provincia di Bolzano - ha detto il governatore Luis Durnwalder -. Vogliamo portare il cordoglio del governo altoatesino a tutti i parenti delle vittime. Faremo tutto il possibile per aiutare e dare conforto a chi ha perso i propri cari in questa tragedia. Il nostro grazie va comunque ai soccorritori, il cui intervento è stato pronto e immediato". Sul luogo della tragedia, nel pomeriggio di lunedì è arrivato anche il ministro delle Infrastrutture e trasporti, Altero Matteoli, e l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti. "Porto il cordoglio del governo italiano alle famiglie coinvolte da questa tragedia e a tutta la comunità altoatesina", ha dichiarato Altero Matteoli. La tragedia ferroviaria ha avuto grande eco all'estero. "In questo momento di grande dolore per il mio Paese, invio le mie condoglianze alle famiglie e agli amici di coloro che hanno perso la vita in questo incidente ferroviario". Jerzy Buzek, presidente del Parlamento europeo, ha espresso solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime altoatesine. Nel suo messaggio Buzek, di nazionalità polacca, fa riferimento al lutto che ha colpito il suo Paese con l'incidente aereo di Smolensk, dove hanno perso la vita 96 persone fra cui il presidente della Repubblica Lech Kaczynski.

 

Il sostegno della Caritas. Sono partite anche le prime iniziative di solidarietà a favore delle famiglie delle vittime e di quanti sono rimasti feriti. La Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone ha messo a disposizione delle vittime 30.000 euro del "Fondo di solidarietà per persone in stato di bisogno". "Il disastro ferroviario - spiega la Caritas in una nota - ha suscitato grande commozione e partecipazione in provincia di Bolzano e nel resto del Paese. I familiari delle vittime e i superstiti hanno bisogno di solidarietà concreta. La Caritas, assieme a molti altoatesini, desidera aiutarli e per questo invita a sostenere la sua iniziativa di raccolta fondi. Con la causale 'Incidente ferroviario Venosta' sarà possibile effettuare donazioni presso quattro banche della nostra provincia". Purtroppo, dicono Mauro Randi e Heiner Schweigkofler, direttori della Caritas altoatesina, "non siamo in grado di cancellare tutto il carico di disperazione e di lutto causato dalla perdita di vite umane nell'incidente ferroviario, ma possiamo comunque dare prova della nostra solidarietà con un gesto concreto".

 

Accertare le cause. Sostegno finanziario alle famiglie colpite dal lutto e da conseguenti difficoltà economiche, assistenza nei casi di procedimenti legali per il riconoscimento di risarcimenti sono stati decisi anche dalla giunta provinciale. In segno di lutto, sono state sospese le sedute del Consiglio provinciale e i singoli assessori ridurranno tutte le loro attività pubbliche programmate fino ai funerali delle vittime. Sul fronte dell'accertamento delle cause del disastro ferroviario (si ipotizza la rottura di un impianto di irrigazione a monte che avrebbe inzuppato pesantemente il terreno franato poi a valle proprio mentre passava il treno), il procuratore capo Guido Rispoli ha iscritto otto persone sul registro degli indagati. "Dobbiamo prima stabilire con certezza le cause della frana, per questo per il momento la linea ferroviaria della Val Venosta resterà chiusa nel tratto tra Castelbello e Laces - ha dichiarato -. Va stabilito se la condotta dell'impianto d'irrigazione è stata l'unica causa del disastro o se ci sono concause, come per esempio la presenza di falde acquifere". Sir

 

 

 

 

Accostamento omossessuali pedofilia, Francia contro Bertone: "Inaccetabile"

 

PARIGI - Le dichiarazioni di ieri del segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone che aveva collegato omosessualità e pedofilia sono definite un accostamento «inaccettabile» dal governo francese tramite una nota del ministero degli Esteri.Ieri, parlando dal Cile, il segretario di Stato della santa Sede aveva osservato che all’origine dei numerosi casi di pedofilia all’interno della chiesa non vi era il celibato dei sacerdoti quanto un problema di omosessualità.

 

«Numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri - e mi è stato confermato anche recentemente - hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano rispondendo a un’intervista a una radio cilena.

 

La Santa Sede precisa. Il segretario di Stato vaticano , card. Tarcisio Bertone, nella sua conferenza stampa in Cile, si riferiva «alla problematica degli abusi all’interno della Chiesa e non nella popolazione mondiale». È quanto ha precisato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, rispondendo alle polemiche scoppiate sulle dichiarazioni di Bertone, in cui veniva indicato un nesso tra pedofilia e omosessualità. Da dato statistici della Chiesa, risulta che il 60% degli abusi su minori è compiuto da preti omosessuali.

 

«Le autorità ecclesiastiche non ritengono di loro competenza fare affermazioni generali di carattere specificamente psicologico o medico, per le quali rimandano naturalmente agli studi degli specialisti e alle ricerche in corso sulla materia»: è quanto ha precisato padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, sulle affermazioni del card. Tarcisio Bertone a proposito di un nesso tra omosessalità e pedofilia.  LS 14

 

 

 

 

 

 

«Pedofilia legata all'omosessualità»: Il Vaticano: ci riferivamo solo ai preti

 

ROMA - Il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, nella sua conferenza stampa in Cile, si riferiva «alla problematica degli abusi all'interno della Chiesa e non nella popolazione mondiale».

 

È quanto ha precisato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, rispondendo alle polemiche scoppiate sulle dichiarazioni di Bertone, in cui veniva indicato un nesso tra pedofilia e omosessualità. Da dato statistici della Chiesa, risulta che il 60% degli abusi su minori è compiuto da preti omosessuali. Nel frattempo sulle frasi di Bertone, che già avevano innescato molte polemiche in Italia, è arivata una condanna ufficiale del governo francese

 

Padre Lombardi. «Per quanto di competenza delle autorità ecclesiastiche, nel campo delle cause di abusi su minori da parte di sacerdoti affrontate negli anni recenti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, risulta semplicemente il dato statistico riferito nella intervista di Mons. Scicluna, in cui si parlava di un 10% di casi di pedofilia in senso stretto, e di un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti), dei quali circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere eterosessuale», ha ricordato Lombardi «Ci si riferisce qui evidentemente - ha detto - alla problematica degli abusi da parte di sacerdoti e non nella popolazione in generale».

 

La condanna della Francia. La Francia condanna «l'amalgama inaccettabile» tra pedofilia ed omosessualità nelle parole del segretario di stato Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, È quanto ha detto il ministero degli Esteri di Parigi.

 

«Si tratta di un amalgama inaccettabile che condanniamo», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri francese, Bernard Valero, in riferimento alle parole del cardinal Bertone. «La Francia - ha aggiunto Valero durante una conferenza stampa a Parigi - ricorda il suo impegno nella lotta alle discriminazioni ed ai pregiudizi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere». La Francia è il primo stato a reagire alle parole pronunciate lunedì scorso in Cile - del segretario di Stato Vaticano.

 

Anche l'ex segretario del Pd Veltroni, intanto ha invitato a fare molta attenzione per non cadere sul terreno dell'intolleranza e della discriminazione: «Ogni accostamento tra omosessualità e pedofilia è indebito e pericoloso. Dovremmo essere tutti consapevoli che una cosa è la pluralità e la libertà degli orientamenti sessuali, e ben altra cosa è la sopraffazione e la violenza verso chi, in primo luogo i bambini, non ha gli strumenti e la forza per difendersi da un abuso»

 

Malta, altri manifesti insultanti contro il Papa. I preti portino «la luce di Dio nella confusione dei nostri tempi»: lo ha detto Benedetto XVI, nel corso dell'udienza generale in Piazza San Pietro. Il Pontefice non ha fatto alcun accenno allo scandalo di pedofilia all'interno della Chiesa. Ma ha comunque dedicato una buona parte del suo discorso al ruolo del sacerdote.

 

Nel frattempo a Malta, dove in Pontefice andrà in visita sabato e domenica prossimi, ancora scritte offensive verso il, Papa sono comparse su manifesti di benvenuto affissi dal governo per annunciare la visita del Pontefice. Dopo i baffetti di Adolf Hitler dipinti sul volto del Papa su tre manifesti sabato scorso, accompagnati da scritte ingiuriose, oggi un altro manifesto è stato vandalizzato. Addetti ai lavori sono stati immediatamente incaricati di cancellare le scritte e sostituire i manifesti interessati.

 

A Malta in 19 anni ci sono state 45 denunce di abusi su bambini: 19 casi sono stati archiviati, 13 sono ancora aperti, 4 sacerdoti sono stati dichiarati colpevoli, puniti e rimossi dai loro incarichi. IM 14

 

 

 

 

Papst: Priester stehen im „Dienst an der Wahrheit“

 

In einigen Wochen geht, inmitten aller Turbulenzen um das Thema Missbrauch, das vom Papst ausgerufene Priesterjahr zu Ende. In seinen Katechesen will sich Benedikt bei seinen kommenden Generalaudienzen näher mit dem Priesteramt beschäftigen. An diesem Mittwoch machte er auf dem Petersplatz einen Anfang: Er erinnerte daran, dass der auferstandene Christus „den Aposteln die Vollmacht gegeben hat, zu taufen und zu lehren (vgl. Mt 28, 19f) sowie die Sünden zu vergeben (vgl. Joh 20, 23).“

 

„Heute wollen wir zunächst den Dienst des Lehrens betrachten. Der Priester als Lehrer – das heißt nicht, dass er sich selbst in den Vordergrund stellt oder irgendwelche Disziplinen abhandelt, die es gäbe, sondern er stellt sich in den Dienst Jesu Christi, der das Wort der Wahrheit selber ist. Denn die Grundfrage des Menschen ist ja, woher komme ich, wohin gehe ich, was soll ich tun? Nach diesen Grundfragen braucht er Antwort und die kann man sich nicht selbst ausdenken, sondern die Antwort muss aus der Wahrheit selbst, muss von Gott her kommen. Christus als das Wort Gottes hat es uns geschenkt und gezeigt. Der Priester verkündet sie, er steht im Dienst dieser Wahrheit, er propagiert nicht eigene Ansichten und Meinungen, sondern ist demütiger Diener dessen, was uns allen gemeinsam ist und uns allen den Weg bereitet. Das bedeutet natürlich nicht, dass er etwas fremdes, sozusagen neutral anbietet, sondern das verlangt, dass er innerlich in diese Wahrheit hineinwächst, sich von ihr formen lässt und dass er das Gemeinsame so weitergibt, dass es auch sein eigenes Leben geformt hat.“

 

Das könne mit sich bringen, „dass der Priester zuweilen Rufer in der Wüste ist, das heißt, dass er gegen die herrschenden kulturellen Tendenzen steht und dass er im Widerstand gegen eingefahrene herrschende Meinungen das verkündigen muss, was eigentlich der Weg des Menschen ist“, so Benedikt.

 

„Dabei ist dann wichtig, wie ich schon sagte, dass der Priester durch sein Leben selbst zeigt, dass er von der Wahrheit ergriffen ist, dass er nicht sich propagiert, sondern sich von ihr ständig neu kritisieren und umformen lässt - und durch seinen Prozess der Demut vor der Wahrheit und des Lebens in sie hinein sie glaubwürdig und vor allem auch gegenseitig und heute verständlich macht.“

 

Der heilige Pfarrer von Ars sei „uns gerade in seiner Schlichtheit ein Beispiel“, fuhr der Papst fort.

 

„Er hat keine gelehrten Theorien verkündet, aber er hat in die Wahrheit so hinein gelebt, dass er sie verstanden hat und dass er sie in ihrer Aktualität zu den Menschen überzeugend zu bringen vermochte. Wenn wir all das bedenken, sehen wir, dass der Herr den Priestern eine große Aufgabe anvertraut hat, hinter der sie immer zurückbleiben, aber die da doch nicht aufhört, eine grundlegende Aufgabe für diese Welt zu sein. Jeder Priester soll mit Herz und Mund und in der Heiligkeit seiner Lebensführung der Stimme Ausdruck geben, auf die wir warten, nämlich der Stimme unseres Guten Hirten Jesus Christus...

 

Von Herzen bitte ich euch, stets für gute Priester und um gute Priesterberufungen zu beten und den Priestern zu helfen, dass sie mehr lernen wirklich Priester zu sein. Dass sie den Leidenden, den Armen und den Bedürftigen ihm selbst zu begegnen. Der barmherzige Gott segne euch und eure Familien und schenke euch noch gesegnete Osterzeit!“ (rv 14)

 

 

 

 

Missbrauch. Opfer wollen den Papst treffen

 

Rom. Es sollte alles so schön werden, ein geschichtsträchtiger Besuch vor malerischer Kulisse. Am Samstag reist Papst Benedikt XVI. nach Malta - 1950 Jahre nach dem Apostel Paulus, der der christlichen Überlieferung zufolge im Jahr 60 nach Christus das Christentum auf die Insel brachte. Malta ist bis heute streng katholisch, Scheidung und Abtreibung sind verboten, und als Johannes Paul II. die Insel 2001 besuchte, kam es zum größten Menschenauflauf in deren Geschichte. Benedikt aber kann nicht nur mit Jubelgesängen rechnen.

 

Auch auf Malta ist die Kirche in Missbrauchsskandale verstrickt, Opfer sexueller Übergriffe von Priestern fordern ein Treffen mit dem Oberhaupt der Katholiken. Seitdem in der Vorwoche Unbekannte Plakate des Papstes mit Hitler-Schnurrbart und dem Wort "Pädophiler" beschmiert hatten, wächst in Rom die Sorge vor Zwischenfällen.

 

Als Wortführer der Missbrauchsopfer gilt der heute 37-jährige Lawrence Grech, der als Kind in einem katholischen Waisenhaus regelmäßig missbraucht wurde. Unter Tränen schilderten einige andere Opfer öffentlich, was ihnen dort in den 80er Jahren angetan wurde. Grech und neun weitere Männer führen seit sieben Jahren einen Prozess gegen drei Geistliche. Er hat den Papst aufgefordert, sich zu entschuldigen.

 

Offiziell geplant ist ein solches Treffen nicht. Das Programm sei sehr dicht, sagte Papst-Sprecher Federico Lombardi. Auf Nachfrage wollte er es nicht ganz ausschließen und bekräftigte die Bereitschaft des Papstes, weitere Missbrauchsopfer zu treffen. "Das muss aber mit Andacht und Reflexion und nicht unter dem Druck der Medien geschehen."

 

In der römischen Kurie ist mit Charles Scicluna ausgerechnet ein Malteser zuständig für die Strafverfolgung in Missbrauchsfällen. Nach Angaben der Kirche wurden auf Malta innerhalb der vergangenen zehn Jahre gegen 45 von insgesamt 850 Priestern Vorwürfe laut, sich an Minderjährigen vergangen zu haben. In der Regel wurden sie nur kirchenintern verfolgt. Es ist nicht bekannt, wie viele ihres Amtes entbunden wurden. Lawrence Grech fürchtet, selbst wenn es zu einem weltlichen Verfahren kommen sollte, gebe es wohl kein großes Interesse an der Wahrheit: Der Prozess finde hinter verschlossenen Türen statt und konzentriere sich bisher auf einen der Angeklagten. Das Gericht habe verfügt, dass die Prozessakten nicht veröffentlicht werden dürften.

 

Kardinal gibt Schwulen Schuld - Unterdessen gießt Kardinalsekretär Tarcisio Bertone Öl ins Feuer. Der Mann, der als rechte Hand des Papstes gilt, behauptete auf einer Chile-Reise, nicht das Eheverbot für Priester, sondern die Homosexualität sei Schuld an den Missbrauchsfällen. "Viele Psychologen und Psychiater haben nachgewiesen, dass es keinen Zusammenhang zwischen dem Zölibat und der Pädophilie gibt, aber viele andere haben gezeigt und mir kürzlich versichert, dass ein Zusammenhang zwischen Homosexualität und Pädophilie besteht. Das ist die Wahrheit und das ist das Problem", wurde Bertone von der Online-Ausgabe eines chilenischen Radiosenders zitiert. KORDULA DOERFLER  (FR mit dpa 14)

 

 

 

Wie das Turiner Grabtuch die Massen verzaubert

 

Über eine Million Menschen haben sich angemeldet, 20.000 Reisebusse fahren täglich nach Turin. Das mysteriöse Grabtuch, das der Überlieferung nach den Leichnam Jesu bedeckt haben soll, fasziniert die Massen. Man könnte es für einen genialen Befreiungsschlag der katholischen Kirche halten.

Das Antlitz auf dem Grabtuch ist kaum mehr als ein Schatten. Doch in diesen Tagen wird es in Turin bewacht, als besuche gerade der Präsident der Vereinigten Staaten die Stadt. „Nein“, sagt ein Pilger in der langen Menschenschlange vor der Basilika San Giovanni Battista, „es ist ein König!“

Der Verdacht liegt nahe, die Ausstellung für einen genialen Befreiungsschlag der katholischen Kirche in der Stunde ihrer größten Krise zu halten, wäre sie nicht schon vor Jahren geplant gewesen – oder aber für eine wundersame Fügung der „divina provvidenza“, als Eingriff der „göttlichen Vorsehung“, wie es jetzt viele in Turin glauben mögen.

Jedenfalls konnte das Bild dieses „Königs“ zu keinem passenderen Zeitpunkt auf die Radarschirme der Welt und der Kirche zurückkehren. Er sei „berührt“ oder „erschüttert“ ist der Kommentar von jedem zweiten Pilger, der die Basilika wieder verlässt.

Warum sie gekommen sind? „Himmel und Erde berühren sich in diesem Tuch“, antwortet ein Mann aus dem Libanon. 5000 Soldaten hat der italienische Staat freigestellt, um sie und die Ausstellung der „Santa Sindone“ zusätzlich zu den Kräften der Carabinieri, der Polizisten und anderer Ordnungskräfte zu schützen und den Ansturm aus aller Welt in geordnete Bahnen zu lenken.

Weit über eine Million haben sich über das Internet angemeldet, 20.000 Reisebusse werden allein in den nächsten Tagen erwartet, die italienischen Züge nach Turin sind um 20 Prozent verbilligt. Hunderttausende werden im Schritttempo an dem rätselhaften alten Leintuch vorbei pilgern, um drei bis fünf Minuten vor ihm im Dämmerlicht verharren zu können.

 

Vermeintliches Grab von Jesus endeckt - Schon am Samstagabend strömten 12.000 vor das Bild des nackten Gekreuzigten, den das Tuch verwahrt, 2000 akkreditierte Journalisten nicht mit gerechnet. Noch bevor Kardinal Poletto die Ausstellung des Grabtuchs mit einem Hochamt im Duomo di Torino eröffnete, war schon die Prominenz der Stadt und des Landes am Samstagabend vor die Kronreliquie der Savoyerkönige geeilt, die seit 1983 den Päpsten gehört - Dottore Montezemolo, Dottore Marchionne „e tutti quanti“ - um wieder mit eigenen Augen zu sehen, was gewöhnlich in einem Hochsicherheitstresor der Basilika streng verschlossen bleibt.

Erstmals seit Jahrhunderten ist es jetzt auch ohne die großen Flicken zu sehen, die dem Tuch nach Brandschäden von 1532 aufgenäht worden waren und 2002 in einer hoch geheimen Operation entfernt wurden. Am 2. Mai will der Papst vor das kostbare Leinen pilgern. Das Tuch ist die größte Ikone der Christenheit.

Kein Wunder, dass es natürlich auch Adolf Hitler brennend interessierte, mit seinem fast okkulten siebten Sinn für alles, was wirklich wertvoll war, wie ein Historiker in den letzten Tagen in Erinnerung gerufen hat. Schon 1938 hatte „der Führer“ in Italien „ungewöhnliche und hartnäckige“ Fragen nach der Reliquie gestellt und danach, wie und wo sie genau aufbewahrt wurde.

Das ist nicht erstaunlich. Erstaunlich ist eher, dass die Italiener das Grabtuch schon im September 1939 vor möglichen Bomben und ihren Verbündeten aus Turin in Sicherheit brachten, und zwar nicht – wie geplant - in die Benediktiner-Abtei auf dem Monte Cassino, die als sicherste Trutzburg Italiens galt, sondern in die Wallfahrtskiche von Montevergine in der Campagna.

 

Das Tuch und seine Geschichte - Wäre das Tuch nach Monte Cassino gekommen, wäre es 1944 im Trommelfeuer der Alliierten in den Trümmern der Abtei zu Staub geworden. In Turin aber hatten sich schon ein Jahr zuvor Offiziere der Wehrmacht, als die Achse Berlin-Rom gerade zerbrochen war, „sofort nach dem Grabtuch erkundet“, wie Kardinal Fossati im Oktober 1946 preisgab, als das Tuch nach Turin zurück kam. Der Weg des Grabtuchs ist immer wieder erstaunlich. Dass es nun besser betrachtet werden kann als je zuvor, grenzt an ein Wunder.

Nicht weniger als wunderbar ist auch die perfekte Logistik, mit der in Turin die Pilger zum Ziel ihrer Reise geführt werden. Die Stadt platzt vor Menschen und atmet doch den Frieden eines ruhigen Frühlingstages. Kein Labyrinth, sondern ein übersichtliches System von Laufgängen nimmt jeden Fremden zielsicher in die richtige Richtung mit.

Im Atrium der Basilika erklärt ein Video der langsam voran schreitenden Menge alle bemerkenswerten Details des Grabtuchs, auf die es sich lohnt, wenig später das Augenmerk zu richten. Im Dom erklärt eine Stimme die Anatomie des Mannes in dem Leinen, der ausgelitten hatte, als er da hinein gelegt wurde. „Von der Mitte nach rechts sehen sie den Nacken, Rücken und die Beine mit den Zeichen der Folter. Beten wir für alle, die leiden ?“

Nur beweisen lässt sich natürlich nicht, dass die „Santa Sindone“ tatsächlich das Grabtuch Christi ist. Ähnlich sieht es mit allen Gegenbeweisen aus. Dass es eine Fälschung ist, um die Gläubigen zu täuschen, ist ein alter Vorwurf. Ein französischer Bischof (der es nur nie gesehen hatte) fand schon im 14. Jahrhundert, es sei „listig gemalt und betrügerisch“.

1988 wollten Wissenschaftler mit einem Radiokarbon-Test herausgefunden haben, dass das Gewebe aus der Zeit um 1320 stammen soll. Doch ein erstes Abbild des Tuches findet sich schon in einem Codex aus dem Jahr 1192 in Budapest. Das berühmte Gesicht auf dem Tuch schweigt zu all dem, sehr majestätisch. Die rechte Wange geschwollen und verschmiert. Die Nase scheint gebrochen. Rund achtzig Hiebe sind auf seinem Körper nieder geprasselt. Riesige Nägel haben seine Handgelenke und Füße durchbohrt, und eine Klinge seine rechte Seite. An der Stirn und dem Hinterkopf quillt Blut aus dem Haar.

Gewiss ist folgendes: in diesem Laken lag einmal ein Mann, dem exakt das Gleiche widerfuhr, was Jesus von Nazareth nach Auskunft der Evangelien geschehen ist, der vor der Zerstörung Jerusalems die große Hoffnung vieler Juden war. Kein Bild, kein Schriftstück auf der ganzen Erde spiegelt präziser, wie Jesus zu Tode kam. Doch das zarte Lichtbild, das wir zwischen den Blut- und Wasserspuren und den Brandschäden erkennen können, hat keine Konturen, keine Zeichnung, keine Pigmente, rein gar nichts davon und ruht nur in den oberen Teilen der Faser.

Keiner kann sagen, was es ist und wie es auf den Stoff geraten ist. Die Entstehung und der Charakter des Bildes bleiben unerklärlich. Daran hat auch eine internationale und interdisziplinäre Forscherkommission nichts geändert, die in den letzten Jahrzehnten erregende Ergebnisse aus dem Tuch zu Tage förderte. Wären wir vor einem Gericht, würde das Grabtuch leicht jeden Indizienprozess gewinnen, dass es mit dem „reinen Leinen“ identisch ist, das Joseph von Arimatäa für Jesus gekauft hat, wie der Richter Dr. Markus van den Hövel aus Bochum nach der sachlichen Sichtung aller Befunde kürzlich in einem bezwingenden Plädoyer dargelegt hat. Der Leinwand ist eine exakte Landkarte des Leidens eingezeichnet. Doch richtig beginnt sie erst in unserer Zeit zu reden.

„Unser Glaube stützt sich auf das Evangelium“, sagte Kardinal Poletto in seiner Predigt zum Beginn der Ausstellung, „und nicht auf dieses Tuch“ (obwohl er persönlich daran glaube, dass es das Leichentuch Jesu sei). Doch jetzt, im Zeitalter der digitalen Revolution, wo jedes Bild und jeder Text auf gleiche Weise in binäre Codes aufgelöst und verbreitet wird, werden ja auch unsere alten Textbegriffe zu eng.

Wer kann denn, wenn er heute auf dieses Grabtuch schaut, das Leinen noch anders als eine große alte Schriftrolle begreifen, die nichts anderes als die Evangelien über die Passion Jesu erzählt. „Warum lasst ihr in eurem Herzen solche Zweifel aufkommen?“ fragt der Auferstandene etwa bei dem Evangelisten Lukas seine verängstigten Jünger: „Seht meine Hände und meine Füße an: Ich bin es selbst.“ Das Grabtuch erzählt nichts anderes. „Sieh meine Wunden!“ sagt es dem zweifelnden Apostel Thomas. Das Grabtuch spricht, wie Pilatus sprach, als er auf den König der Juden zeigte, dem römische Legionäre gerade eine Gestrüpp aus Dornen als Krone auf den Kopf und ins Haar geprügelt hatten: „Ecco homo! Seht, welch ein Mensch!“

Der Autor Paul Badde ist den Spuren des Grabtuchs als Korrespondent von WELT ONLINE gefolgt und hat die Ergebnisse seiner Recherchen in diesem Buch vorgelegt: „Das Grabtuch von Turin oder das Geheimnis der heiligen Bilder“. 160 Seiten mit vielen Bildern, Pattloch-Verlag, München 2010. Paul Badde DW 14

 

 

 

Katholische Kirche Die Missbrauchs-Prozession

 

Erst sorgt die Kirche für mehr Transparenz, dann macht ein Kurienkardinal Homosexualität für Pädophilie verantwortlich. Der Vatikan springt im Missbrauchsskandal vor, zurück und seitwärts. Ein Kommentar von Heribert Prantl

Das Verhalten des Vatikans im Missbrauchsskandal erinnert an die Echternacher Springprozession. Dort sprangen einst die Gläubigen drei Schritte vor und zwei zurück und kamen dann irgendwann doch beim Grab des Heiligen Willibrod an, der zur Hilfe bei Krämpfen und Nervenkrankheiten angerufen wird. Im Missbrauchsskandal ist es so, dass die römische Kurie nicht nur vor und zurück, sondern auch noch seitlich springt: Einem Bekenntnis folgen zwei Beschwichtigungen und drei Ausreden.

Soeben wieder: An einem Tag veröffentlicht der Vatikan seine internen Regeln, welche die kirchlichen Verantwortlichen verpflichten, bei sexuellem Missbrauch sofort den Staatsanwalt einzuschalten. Das war ein Schritt der Wahrheit.

 

Am nächsten Tag aber folgt der Schritt der Unwahrheit: Kurienkardinal Bertone schiebt die Schuld am sexuellen Missbrauch durch Priester auf die Homosexualität, also auf die Beziehungsform, welche die katholische Kirche seit jeher verdammt.

Neue Schuld durch Abwiegeln

Diese verweigert sich der Erkenntnis, die der heilige Irenäus von Lyon schon im vierten Jahrhundert hatte: Nihil salvatur, nisi acceptatur. Nichts kann geheilt werden, was nicht zuvor akzeptiert worden ist. Die Kirche will ihre Verantwortlichkeit für den sexuellen Missbrauch durch Priester nicht ohne Wenn und Aber akzeptieren.

Sie lädt neue Schuld auf sich, wenn sie abwiegelt. Und sie lädt Schuld auf sich, wenn sie überführte Sexualstraftäter in einem kirchlichen Dienstverhältnis belässt und es dann zu einer erneuten Tat kommt. Die Kirche hat eine Garantenpflicht. Sie verletzt diese Pflicht in strafbarer Weise, wenn Sexualstraftäter von ihr die Macht zurückbekommen, die sie missbraucht haben. SZ 14

 

 

 

 

Aufbruch nach Galiläa… von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

„Ich gehe fischen.“ (Joh 21, 3). Das ist gewissermaßen der Schlusspunkt unter eine Karriere, die für Petrus am See Genezareth ihren Anfang nahm und die dort wohl auch wieder enden sollte.

 

„Schuster, bleib bei deinem Leisten!“ oder eben: „Fischer, bleib bei deinen Netzen!“ So mag es ihm durch den Kopf gegangen sein, als er nach dem Jesus-Abenteuer wieder in seinem früheren Leben angekommen war. Mit welcher Begeisterung hatte Petrus sich doch diesem Rabbi und seiner neuen Lehre angeschlossen, bereit, die Welt aus den Angeln zu heben, ein Fels in der Brandung, auf den Gott seine Kirche bauen wollte, bis an die Grenzen der Erde. Weit waren sie nicht gekommen. Schon in Jerusalem gab es jede Menge Ärger mit den religiösen Autoritäten und natürlich mit der römischen Besatzungsmacht.

Was für Treueschwüre hatte Petrus nicht seinem Meister erklärt, den er dann doch im entscheidenden Augenblick verraten hat. Er hatte Angst, aber weglaufen vor sich selbst und vor allem, woran er geglaubt und wofür er gelebt hatte? Die Enttäuschung über sich selbst ist das Schwerste. Auch ein Petrus muss damit leben. Mit seinen hochfliegenden Plänen, seinen zerstörten Hoffnungen, dem eigenen Versagen. Er hatte nach den Sternen gegriffen und den Himmel berührt – und war doch wieder auf dem Boden der Realität aufgeschlagen. Das tat weh.

 

Vielleicht hätte Petrus mehr darauf setzen sollen, was Jesus ihm auf dem Höhepunkt der Krise versprochen hatte: „Ich habe für dich gebetet, dass dein Glaube nicht erlischt. Und wenn du dich wieder bekehrt hast, dann stärke deine Brüder.“ (Lk 22, 32).

 

Petrus hätte wissen können, dass er gerade auch in der Krise, im Dunkel, im Selbstzweifel von Gott getragen ist. Und dass Jesus auch weiterhin zu ihm hält und auf ihn setzt, allen äußeren Prüfungen und inneren Anfechtungen zum Trotz.

 

„Ich gehe fischen.“ Anstatt in Lethargie und Selbstmitleid zu verfallen, geht Petrus an den Anfang seiner Berufung zurück. Und genau dort, am Ufer des Sees von Galiläa, findet er auch den, der ihn schon einmal zum Menschenfischer berufen hat. „Es ist der Herr“, der Auferstandene, der am Ufer seines Lebens steht und ihn auffordert, die Netze noch einmal auszuwerfen. Es ist gewissermaßen die „zweite Berufung“, die weniger von jener ersten Begeisterung und Leichtigkeit des Anfangs hat, die aber durch Krisen gereift ist und trägt.

 

Vielleicht war es auch nicht einfach Resignation, dass Petrus in sein früheres Leben zurückkehren will. Es mag wohl auch die leise Hoffnung mitgeschwungen haben, dass Jesus sein Versprechen hält, auch über den Tod hinaus: „Ich gehe euch voraus nach Galiläa. Dort werdet ihr mich sehen.“ (vgl. Mt 28, 7). Das ist weniger eine Ortsbezeichnung als vielmehr eine Richtungsangabe. Dorthin, wo Petrus „fischen“ geht, ins gewöhnliche Leben, da ist der Erfahrungsraum des Göttlichen – damals wie heute.

Dem Glauben geht es nicht um nostalgisch-wehmütige Erinnerungen an frühere Zeiten, da die Welt noch heil schien und der Kinderglaube ungebrochen war. Wir müssen vielmehr ankommen in unserem Galiläa, unserem Lebensalltag, wo der Auferstandene uns heute sehen und begegnen will, unaufgeregt und unspektakulär.

 

Ich wünsche uns allen Osteraugen, die im Alltäglichen all der Krisensymptome in Kirche und Gesellschaft Seine besondere Gegenwart erkennen können, in dem Gewöhnlichen den Anruf Gottes, in den Menschen, mit denen wir zusammen sind, die Schwester und den Bruder. Auch das wäre Ostern – ein Leben lang. „Bonifatiusbote“ 18

 

 

 

Kirchlicher Missbrauch. Die Geschändeten von Grafendorf

 

Grafendorf. Dass sich viele in Grafendorf vor Willi Moser* fürchten, kann man schon nachvollziehen. Moser ist ein großer, vitaler Mann von siebzig Jahren, mit kräftigen Händen und klarem Blick. Er hört sehr genau zu. Er vergisst das Gehörte nicht und erzählt es weiter, meistens mit einem etwas bitteren Lächeln, das Enttäuschung verrät, aber auch Gewissheit ausdrückt.

 

So kann sich Willi Moser zum Beispiel noch ganz genau an das hassverzerrte Gesicht seines Freundes Hansi* erinnern, damals auf der Bürgerversammlung in Grafendorf, als der die Burschen plötzlich angebrüllt hat: "Nun haltet doch endlich mal die Klappe!" Oder daran, wie Bischof Kapellari ihm vorgeworfen hat, er sei schuld, dass zwei seiner Söhne aus der Kirche ausgetreten sind.

 

In Grafendorf steht alles an seinem Platz: Mitten im Dorf die Kirche, der Kirchenwirt und die Raiffeisenkasse, neben dem Kriegerdenkmal zwischen gelben Stiefmütterchen die Silhouetten von Graf Ekbert und Gräfin Willibirg, die dem schönen Ort den Namen gaben. Das stattliche Haus der Mosers steht am Ortsrand. Aus allen Ecken grüßen hier die Zeugen eines frommen und tätigen Lebens - von der Harke auf der Terrasse über den Herrgottswinkel, das riesige Porträt von Papst Johannes Paul II. über dem Sofa bis zum Laptop auf dem Küchentisch. Der Vater ist Kirchenmusiker und war lange Organist der Gemeinde.

Und überall im Haus und in der Gemeinde haben die heute erwachsenen Kinder von Willi Moser und seiner Frau Gertrud* ihre Spuren hinterlassen. Sechs Söhne und eine Tochter haben in Grafendorf ministriert, Orgel gespielt, die Kirchenzeitung ausgetragen, die Sonntagslesung gelesen und im Chor gesungen. Drei Söhne haben dafür über Jahre die "besondere Zuwendung" und die "väterliche Liebe" des Herrn Pfarrer erfahren.

 

Thomas*, der eine von ihnen, ist in Psychotherapie gegen die Erstarrungszustände, die er immer wieder durchlebt, seit er sich als Junge gegen die Übergriffe des Priesters wehren musste. Peter* leidet unter Panikattacken. "Als Kind hat er bis zu sieben Tage lang den Stuhl zurückgehalten", erzählt Mutter Gertrud. Der dritte steht heute noch bis zu einer Dreiviertelstunde unter der Dusche.

 

Grafendorf in der Steiermark ist eine Missbrauchsgemeinde. Auf rund dreißig schätzt Thomas Moser, inzwischen 34, die Zahl seiner Leidensgenossen. Anfangs dachte sich niemand etwas dabei, wie der fleißige Herr Pfarrer sich immer wieder Jungen ins Pfarrhaus holte. "Er hat gesagt, er muss sich um die Kinder kümmern, weil die Eltern es nicht genug tun", erzählt Willi Moser. Weil er angeblich Hilfe für die Renovierung einer Wohnung brauchte, entführte er den zwölfjährigen Thomas über Tage nach Graz. Erst danach bekam Mutter Gertrud etwas mit. "Ich war ja damals völlig unbedarft", sagt sie heute. "Das Wort Pädophilie habe ich gar nicht gekannt."

 

"Herausgekommen" oder "aufgeflogen" ist der gewohnheitsmäßige Missbrauch seither schon zwei- oder dreimal. Jedes Mal hat Grafendorf die Sache in Rekordzeit absorbiert. Erst war alles unbewiesen oder Verleumdung.

 

Oder der Pfarrer brauche eben ein "bisschen Zärtlichkeit", wie Gertrud Moser vom Vorsitzenden des Pfarrgemeinderats hörte. Dann war alles eine alte Geschichte, die keiner mehr hören wollte. Jetzt, wo sexueller Missbrauch durch Priester auch in Österreich das große Thema ist, hat der neue Pfarrer am vierten Fastensonntag endlich einen relativ deutlichen Satz über seinen Amtsvorgänger gesagt: "So viele junge Männer haben sicher nicht gelogen."

 

Klar ist in Grafendorf jetzt, dass da etwas war. Unklar ist aber, wer es damals der Diözese gemeldet hat. Unter Verdacht stehen die Mosers. "Wir waren die Bösen, die den Pfarrer vertrieben haben!", erzählt Gertrud Moser.

 

Dabei hatte die Mutter von Thomas erst nur den Pfarrer selbst zur Rede gestellt. "Er hat mir weinend versichert, dass es nicht wieder vorkommen wird." Als Jahre später durch die Medien ging, dass der Kardinal von Wien Jungen missbraucht hatte, erlebte die Frau, wie der Pfarrer seine Sünden wirklich verarbeitet hatte.

 

Er sprach von "Verleumdungen" und schrie regelrecht von der Kanzel herab. Und Mutter Moser begann zu sprechen. So drang die Kunde vom Missbrauch auch bis nach Graz. Gertrud Moser wurde zu einer Befragung zum "bischöflichen Visitator" zitiert. Sie könne jemanden mitbringen, hieß es. Damals spürte sie erstmals die Wand, vor der sie seither steht. "Niemand wollte. Der Pfarrsekretär hat sich nicht getraut, und die Schuldirektorin hat mich angeschrien."

 

Der Pfarrer musste gehen, jetzt schien es heraus. Aber es schien nur so. Im Pfarrbrief stand etwas von "gesundheitlichen Gründen", und man munkelte, der arme Mann liege nun im Krankenhaus. In Wirklichkeit hatte er vom Bischof gleich die nächste Pfarrei zugewiesen bekommen.

 

Gertrud Moser kriegte Wind davon, protestierte, die Lokalzeitung brachte einen Artikel. Aus Graz kam der Generalvikar und gab den Mosers vor einer feindseligen Gemeinde recht. Die Missbrauchsopfer, inzwischen junge Erwachsene, kamen öffentlich zu Wort. Sie hatten sich vor der Versammlung im Pfarrsaal zusammengetan und einander Mut gemacht. "Die Geschändeten" nannte sie der Vorsitzende des Pfarrgemeinderats.

 

Das Pfarrhaus, ein Gewölbebau aus dem 18. Jahrhundert, ist das prächtigste Gebäude im Ort. Warm scheint die Sonne auf die Holzbank vor dem steinernen Portal. Aber als die Rede auf Missbrauch kommt, steht der heutige Ortspfarrer Alois Puntigam rasch auf und bittet den Gast in sein düsteres Büro.

 

Dass die Familie Moser im Dorf seither isoliert ist, kann er nicht richtig dementieren. Nur eins zu eins auf den Missbrauch mag er es nicht zurückführen. Wie viele Opfer es waren, weiß er nicht; gefragt hat er nie. "Man weiß ja nicht, ob alle auch dazu stehen", sagt er und korrigiert sich gleich: "Ob alle auch bereit sind auszusagen." Dafür hat der Pfarrer Verständnis. "Die Schande wird dann öffentlich gemacht, und die Opfer haben wieder die Schande."

 

Wenn die Opfer die Schande haben, muss sich auch der Täter kein schlechtes Gewissen machen. Das hat der alte Pfarrer, der jedes Gespräch verweigert, wohl auch nicht getan. Seine Ehre sei verletzt, schrieb er jedenfalls in einem Rundbrief nach seiner Absetzung. Thomas ist es noch einmal gelungen, ihn zur Rede zu stellen. "Geschämt hat der Pfarrer sich für seine Homosexualität, nicht für den Missbrauch", erzählt er.

 

Was die Amtskirche im Falle von Grafendorf unternommen hat, lässt mehr auf hilflose Strukturen als auf den Willen zur Vertuschung schließen. Thomas Moser erinnert sich an ein verdruckstes Verhör. Als es zur Sache ging, musste er mit dem Rechtsanwalt in einen Nebenraum. Am Ende fragte der: "Hat er Sie im Genitalbereich berührt?" Thomas: "Ich habe Ja gesagt. Aber dann war die Befragung auf einmal zu Ende."

 

Weil der Pfarrer uneinsichtig war, kam es sogar zu einem kirchenrechtlichen Prozess in Salzburg. Wie er ausging, hat die Familie nie erfahren. Jahre später teilte der Generalvikar dem Vater Moser mit, "dass das katholische Kirchenrecht Urteilsveröffentlichungen nicht nur nicht vorsieht, sondern darüber hinaus die beteiligten Personen sogar zur Geheimhaltung verpflichtet sind". Erst die Wiener Wochenzeitung "Falter" fand heraus, dass der Pfarrer verurteilt, das Urteil aber von der Glaubenskongregation in Rom wieder aufgehoben worden war. Der Fall sei "verjährt" hieß es. Nur die Schande ist geblieben. * Namen geändert 

NORBERT MAPPES-NIEDIEK FR 14

 

 

 

 

Missbrauch. Der Papst und die Pflichten

 

Es war die Nachricht, auf die viele gewartet hatten: In Missbrauchsfällen hätte die katholische Kirche die Behörden einzuschalten, dekretiere eine am Montag veröffentlichte Richtlinie des Heiligen Stuhls. Von Jost Müller-Neuhof

 

BERLIN -  Insbesondere in Deutschland, wo sich am Donnerstag Bischof Robert Zollitsch mit Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger über diese Frage unterhalten wird, erschien die Meldung wie eine scharfe höchstamtliche Reaktion auf die Missbrauchsfälle.

 

Die Erwartungen an einen „Kurswechsel“ des Papstes hin zu Transparenz und Kooperation könnten enttäuscht werden. Oder besser: Auf die Internetveröffentlichung der „Hinweise zum Verständnis der Verfahrensgrundlagen der Glaubenskongregation bei Vorwürfen des sexuellen Missbrauchs“, so der Titel des Dokuments, sollten sie sich nicht stützen.

 

Anzuwendendes Recht, heißt es in dem Dokument, ist das Motu ProprioSacramentorum sanctitatis tutela“ (MP SST) vom 30. April 2001 in Verbindung mit dem Kodex des kanonischen Rechts von 1983“. Und weiter: „Bürgerliche Gesetze, die das Anzeigen von Verbrechen bei den zuständigen Behörden betreffen, sollen immer befolgt werden“. Der Satz mag neu sein, beschreibt aber Selbstverständliches: Gegen staatliches Recht, zumal Strafgesetze, darf man nicht verstoßen.

 

Für Deutschland bedeutet dies, dass die Bischöfe die Behörden in Missbrauchsfällen keineswegs zwingend einschalten müssen. Anzeigepflichtig sind laut Strafgesetz nur Schwerstdelikte wie Mord und Totschlag, Hochverrat, Menschenraub und dergleichen. Wer schweigt, wenn er davon erfährt, wird bestraft. Für sexuellen Missbrauch gilt das jedoch gerade nicht. Zudem sind laut deutschem Recht Geistliche, die von anzeigepflichtigen Verbrechen erfahren, von der Meldepflicht ausgenommen, wenn sie ihnen als Seelsorger anvertraut werden.

 

Von einer päpstlich dekretierten Berichtspflicht an die Behörden kann deshalb keine Rede sein – was der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz, der Trierer Bischof Stephan Ackermann, am Dienstag auch bestätigte. Der Text erläutert Kirchenrecht. Er wendet sich an „Laien“ und „Nichtkanoniker“, also des Kirchenrechts Unkundige. Ein Akt für die Öffentlichkeit, ansonsten folgenlos. Dem Problem will sich der Papst dafür auf persönlicher Ebene stellen: Bei seinem Besuch auf Malta am Wochenende seien Gespräche mit Opfern möglich, sagte sein Sprecher.  Tsp 14

 

 

 

 

Bischof Walter Mixa. Provokateur mit wenig Geschick

 

Charmant, leutselig und trinkfest – in der Person des Augsburger Bischofs Walter Mixa hat der im Juli 2000 verstorbene Militärbischof Dyba schon vor zehn Jahren einen kongenialen Nachfolger gefunden. Mittlerweile steht der gebürtige Oberschlesier Mixa auch als streitbarstes Mitglied der Deutschen Bischofskonferenz dem Fuldaer Erzbischof Dyba nicht mehr nach.

2007 zieh er die Pläne der damaligen Bundesfamilienministerin von der Leyen (CDU), die Zahl der Krippenplätze in der Bundesrepublik bis zum Jahr 2013 zu vervielfachen als „kinderfeindlich und ideologisch verblendet“. Das Wort von den Frauen, die zu „Gebärmaschinen“ degradiert würden, geht dem Bischof bis heute nach. Nicht anders ist es mit einer Äußerung über den Zusammenhang zwischen der Sexualisierung der Gesellschaft sowie der Medien und dem sexuellen Missbrauch Minderjähriger: Die „sogenannte sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven Moralkritikern auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen Erwachsenen und Minderjährigen gefordert wurde“, sei an dem weit verbreiteten Übel Kindesmissbrauch „sicher nicht unschuldig“, äußerte der Bischof Mitte Februar.

Vom Angreifer zum Verteidiger

Indes ist Mixa schon seit Wochen nicht mehr in der Rolle des Angreifers zu sehen. Nicht ganz freiwillig ist er zum Verteidiger geworden. Seit die „Süddeutsche Zeitung“ vorgibt, ihr lägen eidesstattliche Erklärungen mehrerer Personen vor, Mixa sei als Stadtpfarrer von Schrobenhausen zwischen 1975 und 1996 in einem von Schwestern geleiteten Kinderheim ihnen gegenüber wiederholt gewalttätig geworden, sieht sich Mixa als erster Bischof in Deutschland Verdächtigungen ausgesetzt, die mittlerweile in einem Atemzug mit sexuellen Übergriffen auf Kinder und Schutzbefohlene als Missbrauch bezeichnet werden – doch das nach Mixas Worten vollkommen zu Unrecht. „Gewalt zwischen Menschen lehne ich grundsätzlich ab“, bekundete der Militärbischof zu Ostern in der Zeitung „Bild am Sonntag“.

Andere Vorhaltungen hat der Bischof inzwischen eingestanden: Als Stadtpfarrer von Schrobenhausen hatte Mixa den Vorsitz des Stiftungsrates jener örtlichen Waisenhausstiftung inne, in deren Einrichtungen es nicht nur zu den Züchtigungen der Kinder gekommen, sondern in deren Buchführung es in den fraglichen Jahren zu finanziellen Unregelmäßigkeiten gekommen sein soll – mutmaßlich im Zusammenhang mit dem Ankauf von Möbeln und Antiquitäten, die ihren Platz in kirchlichen Räumlichkeiten fanden. Im Jahr 2000 – so ließ Mixa am Montag verbreiten – seien die meisten Gegenstände nach Eichstätte gebracht und alle finanziellen Angelegenheiten zwischen ihm und der Waisenhausstiftung geregelt worden: „Ich war immer in erster Linie Seelsorger und Priester. Dabei kann es schon sein, dass ich mich nicht akribisch um finanztechnische Fragen gekümmert habe“, hieß es in Augsburg.

Dieser Satz könnte rückblickend auch auf jene aufsehenerregende Aktion gemünzt sein, mit der Mixa Ende 2001 auf dem Balkan Schlagzeilen machte. Auf dem Flughafen von Skopje entdeckte der mazedonische Zoll am 29. Dezember etwa 400.000 Mark im Handgepäck des Militärbischofs. Nach eigener Darstellung hatte Mixa lediglich dem Bischof von Skopje eine Gefälligkeit erweisen wollen. Der habe mit Spenden aus Deutschland so sparsam gewirtschaftet, dass noch einiges für künftige Investitionen übrig geblieben war, das nun in Euro gewechselt werden musste. Das Devisenvergehen wurde auf diplomatischem Weg aus der Welt geschafft.

Ansonsten war es in den ersten Jahren recht ruhig um den Bischof von Eichstätt. Die Rolle des agent provocateur der Bischofskonferenz und des Lieblingsgegners des juste milieu in den Medien und der Politik füllte Dyba bis zu seinem frühen Tod allein aus. Mixa dagegen verfügt trotz des Doktortitels in Theologie bis heute nicht über die sprachlichen Fähigkeit und die intellektuelle Brillanz, mit der Dyba Freunde beeindruckte und Feinde provozierte.

Im Rampenlicht wollte er nie stehen

Wie im Fall des Kölner Kardinals Meisner, der sich oft auf die Sachkenntnis und die Dienste des Psychiaters Lütz verlässt, so wirken viele der gesellschaftspolitischen Einlassungen Mixa von Medienfachleuten wie dem Geschäftsführer der bistumseigenen Mediengruppe Sankt Ulrich und Konsultor des Päpstlichen Medienrates, Dirk Hermann Voß, verfasst. In Streitgesprächen hatte Mixa hatte mehr als einmal Mühe, seine schriftlichen Einlassungen im Ton zu wiederholen und in der Sache zu verteidigen. Dasselbe gilt für seine Stellungnahmen als Militärbischof.

Subtile ethische Differenzierungen und fundierte Darlegungen aus dem Stegreif zu Krieg und Frieden waren seine Sache nie. Mit seiner Warnung vor „fast blinder Nibelungentreue“ gegenüber den Vereinigten Staaten nach dem Terroranschlag vom 11. September 2001 und dem Krieg in Afghanistan machte sich Mixa kaum Freunde.

Mixas Ziel war es allerdings auch nie, im Rampenlicht der Medien zu stehen. Nachdem er 1993 in Augsburg als Nachfolger von Bischof Stimpfle nicht zum Zuge gekommen war, ernannte ihn Papst Johannes Paul II. im Februar 1996 zum Bischof der Nachbardiözese Eichstätt. Von dort würde der Weg vielleicht eines Tages nach München führen, wo die Tage von Kardinal Wetter im Jahr 2003 gezählt sein sollten. Um die Berufung nach München doch noch zu bewerkstelligen und sich in eine gute Position gegenüber weiteren Aspiranten auf diesen Sitz zu bringen, zeigte sich das kleine Bistum Eichstätt bei der Ausstattung der 2001 in Berlin eingeweihten Apostolischen Nuntiatur großzügiger als manch größere Diözese. Gleichzeitig machte Eichstätt mit einer nie dagewesenen Zahl von Priesterkandidaten von sich reden. Mixa zog „Berufungen“ an wie kaum ein anderer Bischof in Deutschland – und wechselte dazu die Leitung des Priesterseminars in Eichstätt so oft wie nirgendwo anders.

Einer der ehemaligen Leiter (Regenten) zieh den Bischof im Jahr 2002 öffentlich, „irrationale Solidarität zu Kandidaten“ aufgebaut zu haben, „welche sogar das Kirchenrecht als nicht tragbar“ bezeichne. Überdies habe sich der Bischof „von ihm abhängige Seminaristen“ gesucht, um sich über die Vorgänge im Seminar zu informieren. Auch in der Regentenkonferenz sorgte die jeder Regel widersprechende Kandidatenschwemme in Eichstätt und der direkte Umgang mancher Seminaristen mit Bischof Mixa für Stirnrunzeln. Doch in Rom schienen die Zahlen zunächst mehr Eindruck zu machen als die Personen, die hinter ihnen standen.

„Ich gehe davon aus, dass Bischof Mixa die Wahrheit sagt“

Dennoch kam Mixa in München nicht zum Zug. Als über den Sommer 2005 für das altbayerische Bistum in Augsburg ein Nachfolger des aus Altersgründen in den Ruhestand getretenen Benediktiner-Bischofs Dammertz ein Nachfolger gesucht wurde, schien dieses Amt einigen Strategen in Rom und Deutschland wie geschaffen für den aus dem Bistum Augsburg stammenden Mixa. Im Bistum Augsburg wollten viele hohe Kleriker diese Sicht – wie schon 1993 – nicht teilen. Eine Delegation fuhr nach Rom, um die Heimkehr des einstigen Stadtpfarrers zu verhindern. Die Möglichkeit, Mixa als Erzbischof von München zu verhindern, gab den Ausschlag.

Denn auch in Rom stand es um das Ansehen des Eichstätter Bischofs nicht zum Besten. Als Großkanzler der der Katholischen Universität Eichstätt-Ingolstadt reüssierte er im Zusammenwirken mit der Hochschulleitung nicht so, dass aus dem hässlichen Entlein der bayerischen Hochschullandschaft ein mittelprächtiger Schwan geworden wäre. Auch in dieser Hinsicht gilt der Satz, dass Mixa immer in erster Linie Seelsorger und Priester sein wollte. Die Krise der KU Eichstätt, die im vorgegangenen Jahr im Zuge der Suche nach einem neuen Präsidenten eskalierte und erhebliche finanziellen Unregelmäßigkeiten ans Licht brachte, hat eine ihrer Wurzeln in der Ära Mixa.

Auch personelle Ungeschicklichkeiten ließen und lassen manche Römer mit Mixa hadern. Als Bischof von Eichstätt berief er einen Eichstätter Priester, der an einem vatikanischen Gerichtshof Dienst tat, recht unvermittelt nach Bayern zurück. Alle Bitten aus Rom, den verdienstvollen Mann in römischen Diensten zu belassen, verhallten ungehört. Mixa brauchte einen Kirchenjuristen in Eichstätt. Vor zwei Jahren wiederholte sich dasselbe Spiel mit einem Augsburger Priester aus dem vatikanischen Staatssekretariat, den Mixa zurückbeorderte. Offiziell benötigte Mixa ihn als Ausländerseelsorger im Allgäu, de facto war der Mann Opfer einer vatikanischen Intrige geworden. Um seinen Verbleib hatte kein Geringerer als Kardinalstaatssekretär Bertone, der zweite Mann im Vatikan, gebeten.

Entsprechend verhalten klingen bislang auch alle Solidaritätsbekundungen mit dem Eichstätter Bischof: Er glaube den Versicherungen des Bischofs, niemals Gewalt angewandt zu haben, äußerte namens der Deutschen Bischofskonferenz deren Sekretär, der Jesuit Langendörfer. Der Vorsitzende, Erzbischof Zollitsch, rührte sich nicht. Der Diözesanrat des Bistums Augsburg wählte dieselbe Tonlage: „Ich gehe davon aus, dass Bischof Mixa die Wahrheit sagt“, ließ sich der Vorsitzende Mangold vernehmen. Nach dem Kirchenrecht wird Mixa noch sechs Jahre Bischof von Augsburg bleiben können. Nach Afghanistan ist er in dieser Woche nicht wie vorgesehen gefahren. Daniel Deckers Faz 14

 

 

 

 

Regina Caeli: Gott heilt Zweifel - Papst betet für „geliebte polnische Nation“

 

Papst Benedikt XVI. hat das fortwährende Wirken des Heiligen Geistes in der Kirche hervorgehoben. Die Erfahrung des auferstandenen Christus beschränke sich nicht nur auf die Jünger Jesu, sondern sei allen Menschen möglich, sagte der Papst am Weißen Sonntag vor dem Mittagsgebet in Castel Gandolfo. Zugleich verwies das Kirchenoberhaupt mit Blick auf das Evangelium vom ungläubigen Thomas auf die göttliche Nachsicht gegenüber Glaubenszweifeln. Dieser Apostel, der seine Finger in Jesu Wunden legte, habe dadurch nicht nur sein eigenes, sondern auch „unser“ Misstrauen geheilt. Der Auftrag der Kirche sei es, allen Menschen die Frohe Botschaft des auferstandenen Christus freudig zu verkünden.

 

Benedikt gedachte beim „Regina Caeli“ auch der Opfer des Flugzeugunglücks. Er versicherte dem polnischen Volk seine Anteilnahme und sein Gebet zu. Außerdem erwähnte er den Beginn der Wallfahrt zum Grabtuch in Turin, an der er selber am 2. Mai teilnehmen wolle. Die deutschsprachigen Pilger grüßte er nach dem Gebet des Regina Caeli mit folgenden Worten:

 

„Der auferstandene Herr trägt die Wundmale seiner Liebe für immer an sich. Er kommt zu uns, um die Wunden unserer Lieblosigkeit, der Eigenliebe, des Zweifels und der Selbstzerstörung zu heilen. Wie der Apostel Thomas wollen wir die übergroße Barmherzigkeit Gottes erkennen, uns durch sie von Grund auf verwandeln lassen und die Antwort des Glaubens neu lernen: „Mein Herr und mein Gott“ (Joh 20,28). Der Friede des Auferstandenen begleite euch an diesem Weißen Sonntag und in der kommenden Woche.“

 

Das Turiner Grabtuch, das viele Katholiken als Grabtuch Christi verehren, wird seit Samstag erstmals seit 10 Jahren wieder im Dom der norditalienischen Industriestadt öffentlich gezeigt. Benedikt XVI. wird am 2. Mai nach Turin kommen und vor dem Grabtuch meditieren. Knapp 1,5 Millionen Besucher aus aller Welt haben sich bislang für die Ausstellung angemeldet. Aus Deutschland sind 11.000 Kartenbestellungen eingegangen. Bis zum Ende der Ausstellung am 23. Mai erwartet das Erzbistum Turin rund 2 Millionen Besucher. (rv 11)

 

 

 

Erziehungsmethoden. Der Herr straft, wen er liebt. Wolken über den Seminaralltag

 

Wie war das eigentlich damals, in den fünfziger Jahren, als Kindern der Teufel aus dem Leib geprügelt wurde und niemand - auch nicht die Patres eines Benediktinerklosters - den Nutzen des Schindens in Zweifel zog? Erinnerungen von Hermann Unterstöger

 

Ob Prügel davon leichter werden, dass sie eine theoretische Rechtfertigung mit sich führen, bleibt dahingestellt. In jener Zeit, von der hier kursorisch die Rede sein soll (es waren die fünfziger Jahre, und die biblische Ausleihe "In jener Zeit" mag andeuten, wie unendlich weit das alles zurückliegt) - in jener Zeit also wurde man, auf dem Gymnasium jedenfalls, auf eine durchaus gebildete Art geprügelt.

Das Gymnasium betrieben die Patres eines niederbayerischen Benediktinerklosters, und die hatten für körperliche Erziehungsmaßnahmen eine doppelte Begründung auf Lager.

 

Den Vorrang hatte verständlicherweise die religiöse Variante. Bei jeder Gelegenheit - und der Gelegenheiten waren viele - wurde vor der Abstrafung darauf verwiesen, dass der Herr den straft, den er liebt, was wahlweise dem Buch der Sprüche oder dem Brief Pauli an die Hebräer zu entnehmen ist.

Das konnte so vonstatten gehen, dass der Mönch, in aller Regel der Präfekt oder einer aus dem Lehrkörper, den unbotmäßigen Buben an den Schläfenhaaren alias "Schmalzfedern" peu à peu in die Höhe zog und bei jeder Stufe einen Teil des Bibelworts zitierte: "Wen - der Herr - liebet - den - das merkst dir - züchtiget - er." Uns imponierten zwar die alten Endungen in "liebet" und "züchtiget", aber wir hätten es doch vorgezogen, wenn der Herr uns etwas weniger geliebet hätte.

Der Blitz schlug öfter bei ihm ein

In Griechisch hatten wir den Direktor des Seminars, einen Mann von ebensolcher Grimmigkeit wie Ungerechtigkeit. Seine Lieblinge hatten es gut, besonders wenn sie über Eltern verfügten, die dann und wann mit einer Cremetorte anrückten. Wer arm war oder gar auf einem der wenigen Freiplätze saß, musste auf der Hut sein.

Der Blitz schlug öfter bei ihm ein, als dies nach der Strafstatistik hätte geschehen dürfen, selten ohne den iambischen Trimeter, wonach ein Mensch, der nicht geschunden wird, auch nicht erzogen wird. Den gab es auf Altgriechisch zur "Kopfnuss" oder zum Schlag mit der flachen Hand auf den Hinterkopf, und was man davon ins Leben mitnahm, war das Wissen, dass der fatale Sinnspruch aus Menanders "Monostichen" war und dass dérein, das griechische Wort für schinden, irgendwie unregelmäßig konjugiert wird. War es das wert?

Um nochmal biblisch zu raunen: Da in jener Zeit der Nutzen des Schindens für die Erziehung von kaum jemandem angezweifelt wurde, am wenigsten von den eigenen Eltern, hatten in diesem System sogar die Exzesse ihren möglicherweise dubiosen, aber letztlich doch legitimen Platz.

In der Volksschule bei uns auf dem Dorf, einer im Übrigen sehr effektiven Zwergschule, gab es einen Lehrer, der im Krieg einen Kopfschuss abbekommen hatte. Es ging die Rede, dass er unter dem Bürstenhaar eine Silberplatte trage, die ihm, wenn die Sonne draufbrenne, große Pein mache, ja die ihn schier in den Wahnsinn treibe. Wie immer sich das verhalten haben mochte, der Mann war tatsächlich oft wie ausgewechselt, und wer ihm da in die Quere kam, der konnte, wie man auf dem Land sagte, "Reue und Leid erwecken". Dazu war aber in der Regel keine Zeit, denn Lehrer H. drosch die Kinder, nach einer anderen Redensart, "durch Sonne und Mond", eine Raserei, von der er später nichts mehr zu wissen schien. Dass wir Kinder den Mann sehr mochten, sei dabei auch noch zu Protokoll gegeben.

Gegen die Prügelstrafe, speziell gegen die allgegenwärtigen Tatzen, gab es eine Art Naturheilmittel, nämlich die uralte und durch Karl-May-Lektüre immer erneuerte These, dass der Indianer keinen Schmerz kennt, das heißt: ihn sich nicht anmerken lässt. Den Schmerz vertrieb dieses völkerkundliche Aperçu zwar in keiner Weise, aber man stand, wenn man es beherzigte, im Kreis der Kameraden besser da als einer, der zusammenzuckte oder womöglich sogar heulte.

Wogegen kein Kraut gewachsen war, das waren Torturen seelischer Art, die unstrittig gut gemeint waren, die aber dessen ungeachtet eine gewaltige Verwüstung anrichteten. Im Franziskushaus Altötting, einer von Mallersdorfer Schwestern betreuten und unter Buben seinerzeit sehr gefürchteten Einrichtung des Seraphischen Liebeswerks, wurde dem Verfasser dieses kleinen Abrisses einmal eine bedrückende Belehrung zuteil. Da er es mit dem Schneuzen nicht sonderlich genau nahm, bekam er vom Nikolaus einen riesigen Latz umgehängt, auf dem ein Bub zu sehen war, der die Rotzglocke mit der Zunge auffing. Darunter stand "Mir schmeckt's!", und mit diesem Ding musste der Siebenjährige ein paar Tage Spießruten laufen. Er vergrub es schließlich eines nebeligen Abends im Misthaufen der hauseigenen Ökonomie und kassierte für die Ausflucht, der Latz sei ihm wohl gestohlen worden, von der Nonne noch ein paar saftige Watschen.

Es schien unter Pädagogen dieser Zeit die Meinung vorzuherrschen, dass sich hinter Fehlleistungen nicht so sehr kindliche Schwäche verbirgt als vielmehr Böswilligkeit. Allenthalben sah man den Satan am Werk, beispielsweise bei einem Buben, der zweimal vor Heimweh aus dem Seminar entwich, wofür er das volle Programm an Vorwürfen, Prügeln und Prangerstehen bezog. Er wurde zum Bettnässer, in dessen Schlafsaalecke es keiner aushielt, und kann Gott danken, dass ihn seine Eltern über eine Weile nach Hause holten.

Bei einem anderen ging das weniger gut aus. Der Knabe wurde auffällig, weil seine Schrift immer schlechter wurde und weil er überdies die Linien des Schreibhefts nicht korrekt einhalten konnte. Man nannte ihn alles Mögliche, gab ihm Kopfnüsse ohne Ende, stieß ihn auch mit dem Kopf aufs Schreibpult. Auf die Idee, einen Arzt oder wenigstens den durchaus versierten Krankenbruder zu Rate zu ziehen, kam jedoch niemand. Der Tumor, der im Gehirn des Kleinen saß, brachte die Sache auf seine Art zum Abschluss.

 

Solche Ereignisse legten sich wie Wolken über den Seminaralltag. Man rückte dichter zusammen, und wenn die Erinnerung nicht trügt, waren die Patres danach auch erkennbar milder. Das gab sich aber bald, und zur Illustration dessen, wie man erzieherisch in die Knaben hineinwirkte, sei ein weiteres eigenes Erlebnis nachgereicht.

Da hatte also der Schüler U. in den Ferien ein paar Verse von der Kategorie "Goethe sagt zu Schiller: Der Schoaß ist ein Getriller" eingeflüstert bekommen, und nichts erschien ihm dringlicher, als diese Verse nun im Schlafsaal zum Besten zu geben, der Gaudi halber und gewiss auch zur eigenen Verherrlichung.

Entweder heiß oder kalt

Sein Vortrag war kaum zu Ende, als der Präfekt, der sich die Verse von draußen angehört hatte, eintrat und sagte: "So, und du gehst jetzt in mein Zimmer und holst den Stock." In seiner Verzweiflung kam U. nach einiger Zeit mit leeren Händen zurück: Da sei kein Stock. "Das wollen wir doch sehen", sagte daraufhin der Präfekt, und als er seinerseits zurückkam, hatte er den derben Knotenstock dabei. Es gab zwanzig auf den nackten Hintern, und da der Präfekt auch Turnlehrer war, fielen sie so aus, dass sie so schnell nicht zu vergessen waren.

Der Indianer U. hat, als die anderen schon längst wieder schliefen, die Nacht durchgeheult, und wenn er bis heute Einläufe hasst, so führt er das auch auf jene Nacht mit Goethe, Schiller und dem Präfekten zurück. Öfter als sonst wurde er danach mit der Bibelstelle konfrontiert, wonach er entweder heiß oder kalt sein müsse, widrigenfalls er, als lau, aus dem Mund des Herrn ausgespien werden müsse.

Bald danach wurde er, wenn nicht aus dem Mund des Herrn, so jedenfalls aus dem Seminar ausgespien und war sehr glücklich über dieses alles in allem doch sehr famose Schriftwort.

PS: Als er Jahre später das Kloster in einer anderen Angelegenheit aufsuchte, brachte ihm der nämliche Präfekt nachts ein paar Birnen aufs Zimmer: "Damit'st uns net verhungerst."  SZ 14

 

 

 

 

Maltareise: „Paulus auch heute Beispiel für Verkündigung“

 

Papst Benedikt wird bei seinem Besuch auf Malta am kommenden Wochenende einen paulinischen Ort besuchen: die Grotte, in der der Apostel die erste Gemeinde auf der Insel gründete, in einem unterirdischen Raum. Eigentlich wollte Paulus nach Rom, um sich dort als römischer Bürger dem Gericht zu stellen, denn dazu hatte er das Recht. John Azzopardi, Kurator des Paulusmuseums auf Malta und Priester in der Pauluskirche in Rabat:

 

„Der Schiffbruch hat das verhindert und Gottes Vorsehung hat das verhindert. Obwohl er nach Rom wollte, blieb er für drei Monate in Malta, weil das Meer zu tückisch für die Schifffahrt war. Die Tradition berichtet uns, dass Paulus in Lukas aus Gründen der Klugheit die erste christliche Gemeinde außerhalb der Mauern der Stadt auf Malta gründeten, nicht innerhalb, und zwar genau in dieser Grotte.“

 

1.950 Jahre nach der unfreiwilligen Landung des Apostels Paulus besucht nun der Papst die Grotte. Benedikt XVI. hatte darauf bestanden, bei seinem Aufenthalt auf Malta auch mindestens einen paulinischen Ort zu besuchen. Damit bringt er noch einmal – nach dem Paulusjahr 2008-2009 – zum Ausdruck, wie viel Bedeutung der Heilige für die Kirche von heute hat, so Azzopardi.

„Selbstverständlich hat der Heilige Paulus evangelisiert, und selbstverständlich muss die religiöse Sprache heute einen moderneren Ansatz haben. Genau das tut der Papst. Mit seiner Theologie, seiner Intelligenz, mit seiner Einsicht kann er uns den Glauben in einer Sprache nahebringen, die wir verstehen. In ihm verbinden sich zwei Eigenschaften: er ist ein großer Theologe und er drückt sich so aus, dass jeder ihn verstehen kann.“ (rv 13)

 

 

 

Vatikan: Herranz verteidigt den Papst

 

Kurienkardinal Julian Herranz verteidigt den Papst. Im Gespräch mit der Tageszeitung „Corriere della Sera“ meint Herranz, eigentlich könnten sich „andere Einrichtungen“ am Einsatz des Papstes gegen Pädophilie „ein Beispiel nehmen“. So habe Benedikt erst letztes Jahr – noch vor Ausbruch der Missbrauchs-Skandale – der Kleruskongregation spezielle Vollmachten übertragen, um gegen die Vergehen von Klerikern vorzugehen. Dazu gehöre auch ein entschiedenes Handeln gegen Täter von sexuellem Missbrauch an Minderjährigen. Wahrscheinlich sei der derzeitige Sturm gegen Benedikt XVI. auch deswegen so heftig, weil dieser manches sage, was nicht „politisch korrekt“ sei. (ansa/corriere 12)

 

 

 

 

 Der Vatikan und pädophile Priester. „Papst wünscht absolute Transparenz“

 

Der Papst kann Priester in besonders schweren Fällen von sexuellem Missbrauch auch ohne kirchenrechtliches Verfahren in den Laienstand zurückversetzen. So ist es den päpstlichen Richtlinien vorgesehen, die den Umgang mit Übergriffen auf Kinder und Jugendliche durch Kleriker regeln sollen. Der Vatikan machte diese Regeln, die seit 2001 gelten, nun auf seiner Internetseite öffentlich. Der stellvertretende Vatikan-Sprecher Pater Ciro Benedettini bestätigte, dies Regelwerk sei nicht neu. Aber es sei jetzt veröffentlicht worden, um die „vom Papst gewünschte absolute Transparenz“ zu zeigen.

Wenn die Beweislage erdrückend sei, könne die Glaubenskongregation sich bereits vor Beginn des kanonischen Verfahrens an den Papst wenden und um „Laisierung“ des Verdächtigen bitten, heißt es in den Richtlinien. Zudem seien die Bischöfe stets gehalten, den Einsatz verdächtiger Priester zum Schutz Minderjähriger einzuschränken. Bischöfe könnten „vor, während und nach kirchenrechtlichen Verfahren“ nach eigenem Ermessen entsprechende Maßnahmen ergreifen. Die Kirche müsse aber „immer“ die staatlichen Behörden einschalten.

Vatikansprecher Frederico Lombardi stellte im Auftrag von Benedikt XVI. klar, der Papst wünsche „Wahrheit und Frieden für die Opfer“ pädophiler Missbrauchsfälle. Nach Vatikan-Angaben soll die geplante Überarbeitung der päpstlichen Normen aus dem Jahr 2001 an den erwähnten Vorgehensweisen nichts ändern. Der Vatikan richtete auf seiner Homepage eine Seite mit Dokumenten und Stellungnahmen zu Vorwürfen ein, wonach die Kirchenführung nicht angemessen gegen pädophile Priester vorgegangen sei.

 

„Deutlich mehr Fälle in Ettal“ - Knapp zwei Monate nach Bekanntwerden des Missbrauchsskandals im oberbayerischen Kloster Ettal hat der vom Erzbistum München und Freising im Einverständnis mit dem Kloster ernannte Sonderermittler, Rechtsanwalt Thomas Pfister, am Montag seinen gut 180 Seiten langen Abschlussbericht vorgelegt. Darin werden Misshandlungen und sexueller Missbrauch von mehr als 100 Klosterschülern durch etwa 15 Mönche in den vergangenen Jahrzehnten dokumentiert.

Die Ermittlungen hätten eindeutig ergeben, dass in dem Kloster „über Jahrzehnte hinweg bis etwa 1990 Kinder und Heranwachsende brutal misshandelt, sadistisch gequält und auch sexuell missbraucht wurden“, bestätigte Pfister gegenüber der Frankfurter Allgemeinen Zeitung. Die Zahl der ihm im Anschluss an seinen Zwischenbericht vom 5. März zugetragenen Schilderungen habe sich zwischenzeitlich noch deutlich erhöht. In den Blickpunkt der kircheninternen Ermittlungen ist demnach auch ein langjähriger Abt des Klosters gerückt, der Kinder geschlagen und seelisch gequält haben soll. Der Bericht wurde dem Erzbischöflichen Ordinariat in München und der Benediktinerabtei in Ettal übergeben, die das Dokument am Montag mit dem Hinweis, Zeit zur Lektüre zu benötigen, noch nicht veröffentlichen wollte. Pfister machte gegenüber der F.A.Z. deutlich, dass er eine baldige Pressekonferenz in der Sache befürworten würde.

Der Generalvikar des Erzbischofs von München und Freising, Peter Beer, sagte am Montag, der Konvent habe sich „in beeindruckender Weise“ und „in aller Offenheit der schwierigen Situation der Aufarbeitung gestellt“. Er lobte den „Aufklärungswillen“ und die „große Aufklärungsbereitschaft“. Faz.net 12

 

 

 

Vatikan: Richtlinien zu Missbrauch veröffentlicht

 

Bei Fällen von sexuellen Übergriffen auf Kindern und Jugendlichen durch Kleriker sollen „immer“ die Behörden eingeschaltet werden. Das steht in Vatikan-Richtlinien, die an diesem Montag auf der Homepage des Heiligen Stuhls veröffentlicht worden sind. In den schwersten Fällen kann der Papst einen Täter-Priester gleich laisieren, auch wenn noch kein kanonisches Urteil vorliegt, so die Richtlinien. Vatikansprecher Pater Ciro Benedettini präzisierte, das jetzt veröffentlichte Regelwerk sei nicht neu, sondern stamme von 2003. Es werde jetzt veröffentlicht, um „die vom Papst gewünschte absolute Transparenz“ deutlich zu machen. Bei Übergriffen auf Erwachsene gelten andere Normen.

 

Vieles schon bekannt

Vieles ist eigentlich schon bekannt von dem, was in den jetzt veröffentlichten Richtlinien steht. Immerhin findet sich dort aber ganz klar der – an den verantwortlichen Ortsbischof gerichtete – Satz: „Das bürgerliche Gesetz, das die Anzeige von Verbrechen bei den Behörden betrifft, soll immer befolgt werden.“

 

Die Glaubenskongregation hat – so wird in den Richtlinien deutlich – mehrere Optionen, wenn ihr ein Missbrauchsfall zur Kenntnis gelangt. Je nach der Schwere der Vorwürfe kann sie entweder den Ortsbischof ermächtigen, selbst vor einem lokalen Kirchengericht einen Strafprozess durchzuführen; in diesem Fall kann der Beschuldigte gegen sein Urteil Revision bei der Glaubenskongregation einlegen. Oder die Kongregation kann im entsprechenden Bistum einen Verwaltungsprozess anstoßen: Werden dabei kanonische Strafen verhängt, darf der Beschuldigte ebenfalls bei der Kongregation dagegen Berufung einlegen. „Die Entscheidung, die die Kardinalsmitglieder der Glaubenskongregation dazu fällen, ist endgültig“, so die Richtlinien.

 

Keine Vertuschung

Und dann eine interessante weitere Regelung: „In wirklich schwerwiegenden Fällen, also wenn ein ziviles Gericht einen Priester wegen des sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen verurteilt hat oder wenn es evidente Beweise gibt, kann die Glaubenskongregation den Fall direkt dem Heiligen Vater unterbreiten – mit der Bitte, dass der Papst ein „ex-ufficio“-Dekret für die Zurückstufung in den Laienstand erlässt. Gegen ein solches päpstliches Dekret ist keine kanonische Berufung möglich.“ Wenn beschuldigte Priester selbst um Dispens vom Priesteramt bäten, dann „genehmigt der Heilige Vater das um des Wohles der Kirche willen“, so der Text wörtlich. Von „Vertuschung“ oder von „Geschwätz“ ist in dem Regelwerk keine Rede. (rv)

 

 

 

Gänswein: „Papstbrief an die Iren ist deutlich genug“

 

„Es ist weder hilfreich noch sinnvoll, dass der Papst sich zu jedem Vorfall von

sexuellem Missbrauch einzeln äußert”. So äußerte sich der Privatsekretär des Papstes, Georg Gänswein, an diesem Dienstag in einem Interview in der Bildzeitung. Zum einen gäbe es klare Zuständigkeiten und Verantwortungen, die zu beachten sind. Zum anderen müsse man nur die Äußerungen des Papstes lesen, um ein klares Bild davon zu bekommen, wie der Papst zu dem Thema stehe. Der Privatsekretär erst von Kardinal Ratzinger und dann Benedikt betonte, dass niemand sexuellen Missbrauch so deutlich verurteilt habe wie der Papst und die Kirche. Er habe sich mit Opfern von Missbrauch getroffen und der Brief an die Kirche in Irland nehme zu den Fällen so deutlich Stellung wie nie zuvor. – Georg Gänswein äußerte sich anlässlich des Jahrestages der Papstwahl Benedikts am kommenden Montag. Den Papst charakterisierend fügte er hinzu, dass der Papst ein exzellenter Lehrer sei. Er „hat die Gabe des Wortes, er liebt das Schreiben. Er spricht klar und verständlich“, so Gänswein. Gefragt nach drei Charakteristiken fügte er hinzu: „Unerschütterlichen Glauben, demütige Festigkeit, entwaffnende Milde. Er ist sanft in der Art, aber felsenfest in der Sache“. (bild 13)

 

 

 

 

EU: Schwarzer Tag für Lebensschutz

 

Ein schwarzer Tag für den Lebensschutz: So sehen viele das jüngste Urteil des Europäischen Menschenrechtsgerichtshof in Straßburg. Es geht um die Eizellen- und Samenspende für In-Vitro-Befruchtungen. Das Gericht verurteilte Österreich nun dazu, zwei Eltern 10.000 Euro Schadensersatz zu zahlen, weil die geltende Gesetzeslage in Österreich – die solche Spenden bei In-Vitro-Schwangerschaften verbietet - der Europäischen Menschenrechtskonvention widerspreche.

 

Lucio Romano ist Präsident der italienischen Lebensschutzorganisation „Scienza e Vita“ (Wissenschaft und Leben). Er sieht das Urteil mit großer Besorgnis:

 

„Die Eizellenspende zu erlauben bedeutet, die natürliche Elternschaft zu untergraben. Es wird die Eindeutigkeit von Vater- und Mutterschaft aufgeweicht. Das geht auf Kosten des Rechts des Kindes zu erfahren, wer die eignen genetischen Eltern sind in Einheit mit der biologischen und sozialen Identität.“

 

Lebensschützer weisen immer wieder auf den möglichen Missbrauch hin – nicht nur das Problem von über 60-jährigen Müttern, die Kinder austragen, sondern auch auf den möglichen Handel mit Samen und Eizellen.

 

„Es wird das Recht zur Diskriminierung festgeschrieben, denn nun muss z.B. die Eizellenspenderin ausgewählt werden: Da ist Geschmacksfragen Tür und Tor geöffnet: die Haut- oder Haarfarbe kann ausgewählt werden, mögliche Krankheiten werden aussortiert, oder es wird – paradoxerweise – möglich, Eizellen- oder Samenspender zu wählen, die den neuen Eltern möglichst ähnlich sehen.“

 

Lucio Romano setzt auf einen gesellschaftlichen Dialog in Europa, der die Politiker zur Vernunft bringt: „Wir hoffen, dass es zu einem Wertekonsens kommt in der Frage der Menschenwürde und der Familie. Jede Manipulation am Menschen führt nicht nur zu einer Beeinträchtigung des Lebens, sondern auch zu einer Störung der natürlichen sozialen und familiären Bindungen, was negative Folgen für den gesamtgesellschaftlichen Zusammenhalt hat.“ (rv 11)

 

 

 

Vatikan: Verhaftungspläne für den Papst sind „originell“

 

Die Ankündigung des britischen Atheisten Richard Dawkins, den Papst bei seinem Großbritannien-Besuch wegen Verbrechen gegen die Menschlichkeit festnehmen zu lassen, ist nach Worten von Vatikansprecher Federico Lombardi eine „originelle Idee“. Eine ernsthafte Auseinandersetzung verlange aber fundiertere Argumente, erklärte der Jesuit am Dienstag auf Anfrage. Benedikt XVI. reise als Staatsoberhaupt und auf Einladung der britischen Regierung nach England. Es wäre daher kurios, wenn die Gastgeber diesen Anlass für eine Festnahme nutzen wollten, sagte Lombardi. Der Autor Dawkins und sein Kollege Christopher Hitchens planen laut Medienberichten, das Kirchenoberhaupt als angeblichen Hauptverantwortlichen für die sexuellen Vergehen katholischer Kleriker vor Gericht zu bringen. Eine entsprechende Klage wollen die Initiatoren durch die Menschenrechtsanwälte Geoffrey Robertson und Mark Stephens vorbereiten lassen. Benedikt XVI. reist vom 16. bis 19. September nach Großbritannien. Im vergangenen Jahr musste die damalige israelische Außenministerin Tzipi Livni eine Reise nach Großbritannien wegen einer drohenden Klage absagen. Auf Betreiben von Palästinensern hatte ein Londoner Gericht Haftbefehl wegen des Vorwurfs erlassen, israelische Soldaten seien während des Gaza-Konflikts an Kriegsverbrechen beteiligt gewesen. kna 13

 

 

 

Vatikan: Kirchliche Verjährungsfristen aufheben

 

Der Vatikan erwägt eine Aufhebung der zehnjährigen Verjährungsfrist für Missbrauchsdelikte. Die Praxis zeige, dass „eine Zehn-Jahres-Frist dieser Typologie von Fällen nicht angemessen“ sei, erklärte Charles J. Scicluna, Strafverfolger der Glaubenskongregation für schwere kirchenrechtliche Vergehen. „Es wäre wünschenswert, zum früheren System zurückzukehren, nach dem es für schwerwiegende Vergehen keine Verjährung gibt“, sagte er der italienischen Tageszeitung „Avvenire“ am Wochenende. Scicluna bezog sich dabei auf das katholische Kirchenrecht vor 1898, das bis dahin keine zeitliche Begrenzung für eine kirchliche Strafverfolgung kannte. 2001 legte der Papsterlass „De delictis gravioribus“ (Über schwerwiegende Vergehen) für die kirchendisziplinarische Ahndung von Verstößen gegen das klerikale Keuschheitsgebot eine Verjährung von zehn Jahren fest, bei Missbrauch von Minderjährigen beginnen die zehn Jahre mit dem Erreichen des 18. Lebensjahrs. Der Kirchenjurist verwies darauf, dass Papst Johannes Paul II. bereits 2002 die Vollmacht erteilt habe, in begründeten Einzelfällen von der Verjährung abzusehen. Diese Ausnahme werde „normalerweise auch gewährt“, so Scicluna. Zu den „schwerwiegenden Vergehen“ zählen nach dem Kirchenrecht etwa auch Verstöße gegen das Beichtgeheimnis und gegen die Eucharistie. (domradio/avvenire 13)

 

 

 

Bischof Mixa und der Kunsthandel ''Ein Preis jenseits der Realität''

 

Mit Geldern aus einer Stiftung hat Bischof Mixa einen Stich gekauft - und offenbar viel zu viel bezahlt. Wurde der Oberhirte übers Ohr gehauen? Von A. Roß und S. Mayr

 

Hat der Augsburger Bischof Walter Mixa mit der Zahlung von 43.000 Mark für einen Stich des italienischen Künstlers Giovanni Battista Piranesi nur einen guten, aber meist mittellosen Freund in Rom alimentiert wollen, oder wurde er von diesem brutal übers Ohr gehauen?

Kunstsammler meldeten sich aufgrund der Berichterstattung über den Kauf des Werkes bei der Süddeutschen Zeitung und äußerten massive Zweifel an der Rechtmäßigkeit des Kaufpreises. "Bei dieser Geschichte hat sich einer oder haben sich mehrere Menschen dumm und dämlich verdient, der Preis ist jenseits jeglicher Realität", sagte ein Kunstsammler, der ungenannt bleiben will.

Eine Nachfrage beim renommierten Münchner Auktionshaus Karl & Faber bestätigte die Aussage des Sammlers. Ein Piranesi aus dem 18. Jahrhundert sei 1995 sicher nicht mehr als 4500 Mark wert gewesen. Heute bezahle man dafür zwischen 1000 und 1500 Euro, erklärte eine Expertin des Auktionshauses der SZ. Bischof Mixa war schon zuvor unter Druck geraten, weil er den Stich offenbar aus Mitteln der Katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen erworben hat.

Nun wird die Luft für den Bischof, der nach Prügelvorwürfen von ehemaligen Heimkindern ohnehin in der Kritik steht, noch dünner. Verkäufer des Stichs von Piranesi war - wie berichtet - Rudolf Paul Koletzko, der langjährige Sekretär des ehemaligen Augsburger Bischofs Josef Stimpfle.

 

Koletzko lebt seit mehr als einem Vierteljahrhundert in Rom, wo er nach eigenen Angaben als Generalsekretär der Stiftung Rotonda Romana wirkt. Diese Stiftung hat es sich zur Aufgabe gemacht, die kulturellen Beziehungen zwischen Bayern und Rom zu pflegen.

Gründungsmitglieder wie die ehemaligen CSU-Landräte Richard Keßler (Neuburg/Donau), Heinrich Frey (Starnberg), Xaver Bittl (Eichstätt) und der verstorbene Anton Dietrich (Dillingen) nutzten diesen Organisation immer wieder, um mit Freunden mehrtägige Informations- und Vergnügungsfahrten nach Rom zu unternehmen. Ihr Generalsekretär Koletzko fungierte dabei als Türöffner für die Besucher aus Bayern. Mal schleuste Koletzko die Besuchergruppen zur Morgenmesse mit dem Papst, mal wurden politische Termine absolviert.

Koletzko rühmt sich seiner intimen Kenntnisse des Vatikans, weshalb er auch gelegentlich andere Besuchergruppen aus Bayern durch Rom und durch die heiligen Hallen gelotst hat. Dennoch fragen sich Politiker, aber auch Kirchenleute aus Schwaben, wovon Koletzko in Rom eigentlich lebt. Vor Jahren hat er offenbar einmal an Politiker und ihm bekannte Kirchenmänner an Weihnachten einen Bettelbrief geschrieben, weil man ihm seine Wohnung in Rom ausgeraubt habe.

Zum früheren Eichstätter und heutigen Augsburger Bischof Walter Mixa hat Koletzko all die Jahre engen Kontakt gehabt. Warum er seinen Job als Bischofssekretär bei Stimpfle plötzlich aufgab und nach Rom ging, darüber gibt es in Kirchenkreisen bis heute Spekulationen.

Bischof Mixa hat mittlerweile eingeräumt, dass es in seiner Ära als Kuratoriumsvorsitzender der Katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen "wohl mehrfach zu finanztechnisch unklaren Zuordnungen von Ausstattungsgegenständen zwischen der Waisenhausstiftung und der Pfarrkirchenstiftung gekommen" sei.

Wie diese "unklaren Zuordnungen" konkret ausgesehen haben könnten, berichtete die Augsburger Allgemeine am Dienstag: Mixa habe "Mitte der neunziger Jahre" bei einem "Haustürgeschäft" einen "liturgischen" Teppich für 18.000 Mark gekauft. Diese Anschaffung erfolgte offenbar ohne Rücksprache mit den Gremien, denn nach Informationen der SZ lehnte die Kirchenverwaltung die nachträgliche Übernahme der Kosten ab.

 

Zweifel an Voß wachsen - Daraufhin soll Mixa die 18.000 Mark "kurzerhand aus Geldern der Waisenhausstiftung" bezahlt haben. Erst später habe der Pfarrgemeinderat den Teppich für 12.000 Mark gekauft - dem Kinderheim könnte damit ein Schaden in Höhe von 6000 Mark entstanden sein. Ob diese Transaktion den Tatbestand der Untreue erfüllt, wird demnächst der von der Waisenhausstiftung beauftragte Sonderermittler Sebastian Knott beantworten müssen. Der Ingolstädter Rechtsanwalt hat für Ende der Woche eine Stellungnahme angekündigt. Nach Angaben der Augsburger Allgemeinen gebe es "Dutzende ähnlicher Fälle".

Im Zuge der Prügel- und Finanzaffäre wächst in Bistumskreisen offenbar auch der Druck auf Dirk Hermann Voß, den bischöflichen Koordinator für Öffentlichkeitsarbeit. Voß, der als Geschäftsführer des St. Ulrich Verlages nach dem Bischof der mächtigste Mann im Bistum Augsburg ist, hat nach Meinung von etlichen Priestern dem Oberhirten mit seiner Drohung geschadet, die Diözese behalte sich juristische Schritte gegen die Vorwürfe der Heimkinder vor. Bis jetzt aber hat sie nichts unternommen. SZ 14

 

 

 

Essener Bischof: Kirche in der Krise

 

Der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck hat Vorwürfe zurückgewiesen, der Papst schweige zum Thema „sexueller Missbrauch“ durch Geistliche. In der ARD-Talkshow „Anne Will“ meinte Overbeck am Sonntagabend, an der Haltung Benedikts zum Thema Missbrauch könne es keinen Zweifel geben.

 

„Der Papst selber hat von Anfang an immer deutlich gemacht, dass es ihm darum geht zu sagen: Missbrauch ist ein Verbrechen, ist Todsünde, und wir müssen alles tun, um es aufzuklären. Wenn Sie allein lesen, was er während seines Pontifikats zu diesem Thema gesagt hat, ist seine Botschaft sehr eindeutig – bis hin zu seinen Gesprächen mit Missbrauchsopfern in Australien und in den USA.“

 

Overbeck unterstrich in der teilweise hitzigen Debatte, Benedikt XVI. übe „ein universales Amt für die ganze Kirche“ aus. „Das müssen auch wir Deutschen lernen“, so der Bischof. Es stimme allerdings, dass seine klare Botschaft gegen Missbrauch in Deutschland derzeit nicht gehört werde.

 

„Ich glaube, sie verfängt deswegen nicht, weil wir in eine Krise in der deutschen Kirche geraten sind, die sehr damit zu tun hat, dass Priester das Vertrauen der Menschen gebrochen haben: dadurch, dass sie sich durch sexuelle Taten an ihnen vergangen haben und damit ihre Macht missbraucht haben, die dafür da ist, dass Menschen Vertrauen gewinnen. Wenn das nicht geschieht, haben wir als Priester und Bischöfe ein großes Problem – und dieses Problem haben wir zurzeit.“ (ard 12)

 

 

 

 

Piusbruder Williamson bleibt Prozess fern

 

Kommt er? Kommt er nicht? Seit Dienstag steht fest: Der Piusbruder Bischof Williamson, angeklagt wegen Volksverhetzung, wird zu seinem Prozess am Regensburger Amtsgericht am Freitag nicht erscheinen.Von Jost Müller-Neuhof

 

BERLIN -  Dies bestätigte Williamsons Anwalt Matthias Loßmann dem Tagesspiegel. Zu den Gründen schwieg Loßmann. Er will aber im Verfahren etwas dazu sagen. Williamson hatte im November 2008 im oberpfälzischen Kloster Zaitzkofen im Interview mit einem schwedischen TV-Team die Existenz von Gaskammern zur NS-Zeit bestritten. Auch seien nicht sechs Millionen Juden, sondern einige hunderttausend von Nazis ermordet worden.

 

Das TV-Interview ist auch über das Internet verbreitet worden. Das Amtsgericht schickte ihm daraufhin einen Strafbefehl: 120 Tagessätze, das bedeutet eine Vorstrafe. Zunächst schien es, als wolle der umstrittene Geistliche die Strafe akzeptieren, dann entschied er sich aber doch für ein Gerichtsverfahren. Er will kein verurteilter Volksverhetzer sein.

 

Ob Williamson einer Strafe entgehen kann, ist offen. „Wenn sich jemand mit einem Fernsehteam unterhält und dabei den Holocaust leugnet, ist das keine Konversation unter Privaten“, sagt der Berliner Strafrechtsanwalt Nikolai Venn, der auch den Zentralrat der Juden berät. Williamson habe selbst eingeräumt, dass er um die Strafbarkeit seiner Äußerungen in Deutschland wusste. Auch habe der Bundesgerichtshof entschieden, dass Holocaust-Leugnung via Internet den deutschen Straftatbestand erfüllt, egal von wo aus sie verbreitet würde.

 

Das Amtsgericht hatte das Erscheinen Williamsons ausdrücklich angeordnet. Allerdings gibt es für ihn die gesetzliche Möglichkeit, sich von seinem Anwalt vertreten zu lassen. Der Piusbruder gilt als jemand, der keinem Konflikt aus dem Weg geht. Aus Sicht von Strafverteidigern wäre ein Auftritt sinnvoll gewesen. Man zeigt damit: Man ist glaubwürdig und kneift nicht.  Tsp 14

 

 

 

 

Gemmingen: „Wir regen uns über Nebensächlichkeiten auf“

 

Vor fünf Jahren – am 19. April 2005 – wurde der deutsche Kurienkardinal Joseph Ratzinger zum 265. Nachfolger des Apostel Petrus gewählt. Mit dabei war auch der damalige Redaktionsleiter der deutschsprachigen Sektion von Radio Vatikan, P. Eberhard von Gemmingen SJ. In unserem Wocheninterview hat Mario Galgano ihn gefragt, welche Zwischenbilanz er zieht.

 

„Zunächst gab es ja einen großen Sturm der Begeisterung in Deutschland mit dem Slogan „Wir sind Papst“; und dann kam der Papst auch noch nach Köln und Bayern, und man hat sich große Hoffnungen gemacht. Und die andere Seite hat kritisiert, „um Gottes Willen Ratzinger“. Beides war meiner Ansicht nach sehr oberflächlich. Die einen haben gejubelt, weil man dachte, jetzt ist Deutschland vorgerückt; und die anderen haben protestiert, weil sie meinten, Ratzinger oder Benedikt sei entsetzlich konservativ. Die öffentliche Wahrnehmung ist fast immer sehr oberflächlich. Vor allem ist sie im deutschen Sprachraum anders als in anderen Ländern. Das muss man sich klar machen: Was uns Deutschsprachige sehr bewegt – die Piusbruderschaft, die tridentinische Messe – das wird in anderen Weltteilen, und zwar in den allerallermeisten Weltteilen, überhaupt nicht wahrgenommen. Wir regen uns also zum Teil auf über Nebensächlichkeiten und es gibt viel wichtigeres, was der Papst tut und sagt. Er wird von anderen, von Christen in anderen Ländern ganz anders wahrgenommen als im deutschen Sprachraum.“ (rv 11)

 

 

 

Kard. Bertone: Pädophilie hat mit Homosexualität zu tun

 

Steile These vom Außenminister des Papstes: Der Missbrauchsskandal in der Kirche hat laut Kardinal Bertone nichts mit dem Zölibat zu tun - sondern mit gleichgeschlechtlichem Sex.

Tarcisio Bertone ist in der katholischen Kirche ein mächtiger Mann. Der Kurienkardinal gilt als Vertrauter von Benedikt XVI., er bekleidet das Amt des Kardinalstaatssekretärs und vertritt den Heiligen Stuhl nach Außen: Bertone ist die Nummer zwei im Vatikan, gleich nach dem Papst.

Für Schlagzeilen sorgt der italienische Kleriker nun allerdings fernab des Kirchenstaats während eines Besuchs in Chile. Angesichts des Missbrauchsskandals in kirchlichen Einrichtungen stellte der Kirchenmann eine Verbindung zwischen Pädophilie und Homosexualität her. Das Zölibat, die Ehelosigkeit katholischer Priester, habe dagegen nichts damit zu tun, erklärte Bertone vor Journalisten.

 

Der Außenminister der Kirche berief sich auf die Wissenschaft, um seine Behauptung zu unterfüttern: "Viele Psychologen und Psychiater haben bewiesen, dass es keine Beziehung zwischen Zölibat und Pädophilie gibt", sagte Bertone.

Andere hätten wiederum gezeigt, dass es "eine Beziehung zwischen Homosexualität und Pädophilie gibt", verkündete der Chefdiplomat des Pontifex. "Das ist das Problem." Die Kirche habe niemals Ermittlungen gegen pädophile Priester behindert, beteuerte der Kardinal.

Bereits vor einigen Tagen hatte sich Bertone zu der Missbrauchs-Causa geäußert: Der Kardinal sprach über Benedikts Seelenheil. Der Heilige Vater empfindet nach den Worten seines wichtigsten Mitarbeiters "großen Schmerz" angesichts der bekannt gewordenen Missbrauchsfälle in der Kirche. Der Heilige Vater habe "sehr gelitten" wegen "dieser Priester, die ihrer eigenen Berufung und Mission untreu geworden sind", so Bertone.

Lehmann nimmt Papst in Schutz

Immer wieder wird die Rolle des Vatikans und der Papst selbst im Zusammenhang mit den Missbrauchsfällen kritisiert. Der Skandal um sexuelle Übergriffe und prügelnde Kirchenleute überschattet seit Monaten das Pontifikat Benedikts, der vor bald fünf Jahren angetreten war, um der katholischen Kirche zu Stabilität und klarem Profil zu verhelfen.

Immerhin bekam der als Joseph Ratzinger geborene Kirchenführer inzwischen vehement formulierten Zuspruch aus seiner Heimat. Der als progressiv geltende Mainzer Kardinal Karl Lehmann hält es für "hysterisch", immer wieder ein Wort des Papstes zu den deutschen Missbrauchsfällen zu fordern.

Der langjährige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz sagte der Katholischen Nachrichten-Agentur, Benedikt habe sich in der Vergangenheit "x-mal zum Missbrauch geäußert und ihn verurteilt".

(dpa/AP 13)

 

 

 

Deutschland: Mixa verteidigt sich

 

Helmut Diehl ist ein ehemaliges Heimkind des St. Josef-Kinderheimes in Schrobenhausen und hat nun Bischof Walter Mixa in einem offenen Brief in Schutz genommen. In dem Schreiben, das dem Bayerischen Rundfunk vorliegt schreibt er: „In all den Jahren die ich dort verbracht habe, habe ich nie Gewalttätigkeiten am eigenen Leibe zu spüren bekommen und auch niemals erlebt, dass dies andere zu spüren bekamen, egal ob Heimkinder oder Ministranten.“

 

Zu den Vorwürfen der Ungereimtheiten in der Buchführung der Waisenhausstiftung zurzeit von Bischof Mixa als Stadtpfarrer von Schrobenhausen, hat der Bischof nun selber Stellung bezogen: „Ich war immer in erster Linie Seelsorger und Priester. Dabei kann es schon sein, dass ich mich nicht akribisch um finanztechnische Fragen gekümmert habe“, räumt Mixa ein. Tatsächlich ist es wohl mehrfach zu finanztechnisch unklaren Zuordnungen von Ausstattungsgegenständen zwischen der Waisenhausstiftung und der Pfarrkirchenstiftung gekommen. Die unrichtigen Zuordnungen seien nach den vorliegenden Erkenntnissen inzwischen bereinigt.

(pm 12)

 

 

 

Italien: Grabtuch als Glaubenshilfe

 

Auf das vergangene Wochenende haben nicht nur die Turiner schon lange gewartet: Nach ganzen zehn Jahren ist das berühmte Grabtuch endlich wieder einmal zu sehen. Bis zum 23. Mai wird es im Dom der oberitalienischen Industriestadt ausgestellt.  Veronica Pohl hat die Eröffnungsmesse  für Radio Vatikan besucht:

 

Eine Schönheit ist der karge Domplatz von Turin nicht. Seinen Schatz trägt die Kathedrale im Verborgenen – gewöhnlichen Falls wenigstens: Hinter dem Presbyterium wird seit 1578 jenes Tuch aufbewahrt, das zahllose Gläubige als das Grabtuch Jesu verehren. Einige Tausend Pilger sind an diesem Samstag nach Turin gereist, um dabei zu sein, wenn die Santa Sindone nach zehn Jahren in Dunkelheit erstmals wieder zur Anbetung bereitgestellt wird. Der Dom, bislang waren nur die vierzehn barocken Seitenaltäre erleuchtet, erstrahlt plötzlich in hellem Licht  – und im Zentrum des Altarraums hängt längs das Grabtuch, lichtdurchflutet. „Das Grabtuch ist kein Gottesbeweis, kein Beweis für die Auferstehung Jesu Christi, und hat uns doch so viel zu sagen“, betont der Erzbischof von Turin, Kardinal Severino Poletto, in seiner Predigt in dem überfüllten Gotteshaus:

 

„Dabei stellt das Grabtuch keine Notwendigkeit für den Glauben an Christus dar. Von Christus zeugt schon das Evangelium. Aber sein geheimnisvolles Antlitz  kann dem Glauben und dem Gebet der Gläubigen eine Hilfestellung geben. Denn es lädt uns ein, über die Passion Christi nachzusinnen, die uns in den Wundmalen sichtbar vor Augen tritt. Daran ist seine Liebe zu uns Menschen ablesbar – aus dieser Liebe heraus hat er für uns gelitten und einen so hohen Preis gezahlt bis hin zu seinem Tod am Kreuz.“

 

Mit bis zu zwei Millionen Besuchern rechnet Turin in den kommenden sechs Wochen. Über 90 Prozent der erwarteten Grabtuchpilger sind Italiener. Doch inzwischen sind auch Pilgergruppen aus dem deutschsprachigen Raum eingetroffen. Am späten Sonntagabend hat Kardinal Christoph Schönborn eine erste Messe vor dem Grabtuch gefeiert. Die Reliquie lade den Betrachter ein, wie Thomas auf die Wundmale Jesu zu blicken, so der Wiener Erzbischof:

 

„Heute sind wir alle mit diesem Apostel Thomas vor der Sindone, vor dem Grabtuch. Und auch, wenn wir es nicht mit den Händen berühren können, können wir es mit unseren Blicken berühren. Ja, es stimmt schon: „Selig, die nicht sehen, und doch glauben!“ Aber was für ein wunderbares Geschenk hat uns der Herr gemacht, dass wir in unserem Glauben unterstützt sind, durch das, was wir hier sehen können.“

(rv 12)

 

 

 

Italien: Tag des Gebets für den Papst

 

Am kommenden Montag jährt sich zum fünften Mal der Tag der Wahl Papst Benedikts XVI. Die italienische Bischofskonferenz lädt aus diesem Anlass alle kirchlichen Gemeinschaften zu einem Tag des Gebets für den Papst ein. Gleichzeitig versäume es die italienische Kirche „in dieser Stunde der Prüfung“ nicht, ihrer Verpflichtung zur Reinigung nachzukommen, so ein Bischofs-Statement. Sie wollten am Montag auch in besonderer Weise für die Opfer der sexuellen Missbräuche durch Kleriker beten und für alle, die sich überall auf der Welt „mit derartigen abscheulichen Verbrechen befleckt haben“. Der frühere Präfekt der Ostkirchen-Kongregation, Kardinal Achille Silvestrini, hat derweil wissen lassen, er glaube nicht an eine Verschwörung gegen den Papst angesichts der jetzigen Missbrauchsdebatte. „Es gibt kein Komplott“, so Silvestrini zu einem Journalisten der Nachrichtenagentur „Ansa“ wörtlich. Ähnlich hatte sich am Dienstag auch Vatikansprecher Federico Lombardi geäußert: Er fühle sich nicht „unter Belagerung“. (zenit/rv/ansa 14)