Notiziario religioso 15-18 Aprile
2010
Giovedì 15. Il commento al Vangelo. “Chi crede nel Figlio ha la vita
eterna”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 3,31-36) commentato da P. Lino Pedron
31 Chi viene
dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla
terra, appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32 Egli attesta
ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; 33 chi
però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. 34 Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di
Dio e dà lo Spirito senza misura. 35 Il Padre ama il
Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36 Chi crede nel Figlio ha la vita
eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe
su di lui».
"Chi viene
dall’alto è al di sopra di tutti". Queste parole
spiegano perché nessuno dev’essere geloso della
superiorità di Gesù: egli viene dall’alto, da Dio; il Battista e tutti gli
altri vengono dalla terra. Il Figlio incarnato rende testimonianza delle realtà
celesti che continuamente vede, perché vive in continuo rapporto d’amore con il
Padre (cfr Gv 1,18).
"Egli attesta
ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza" (v.
33). L’evangelista ripete quanto aveva già detto Gesù in 3,11: "Voi non
accogliete la nostra testimonianza". Ma
l’orizzonte dell’incredulità è allargato, perché si afferma che nessuno
accoglie la testimonianza di Gesù. Questa generalizzazione è esagerata, ma vuol
dire che tutti dovrebbero credere in Gesù e invece non ci crede quasi nessuno.
Il v. 33 riprende in senso positivo le precedenti affermazioni
negative sulla mancata accoglienza della rivelazione di Gesù. La fede dei
discepoli offre la prova che Dio è veritiero. "Accogliere la testimonianza
del rivelatore che viene dall’alto è dare, attraverso
di lui, l’assenso a Dio stesso, è riconoscere la veracità divina nella parola
stessa dell’inviato: Dio infatti parla in lui; egli coinvolge automaticamente
Dio" (Mollat).
Il v. 34 spiega le precedenti affermazioni sull’autenticità della
rivelazione di Gesù. Egli è l’unico autentico rivelatore definitivo inviato dal
Padre. Chi accoglie la sua testimonianza costituisce la prova irrefutabile che
Dio è veritiero, ossia si rivela veramente e autenticamente nel suo Figlio.
L’inviato del Padre rivela la parola di Dio e comunica la salvezza perché egli
solo può comunicare lo Spirito senza misura.
Il v. 35 spiega perché Gesù può donare lo Spirito: "Il Padre
ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa". Questo
amore del Padre per il Figlio è lo Spirito Santo.
Sant’Agostino
commenta: "Il Padre ama il Figlio, ma lo ama come Padre il Figlio, non
come padrone il servo; lo ama come Figlio Unigenito, non come figlio adottivo. Per questo gli ha dato tutto in mano. Cosa vuol dire tutto? Vuol dire che il
Figlio è potente quanto il Padre… Essendosi dunque
degnato di mandare il Figlio, non pensiamo che ci sia stato mandato un
inferiore al Padre; mandando il Figlio, il Padre ci ha dato un altro se
stesso" (PL 35, 1509).
Nel v. 36 si sviluppa la tematica della fede e dell’incredulità e
si prospetta la situazione di chi crede e di chi non crede. Chi crede nel
Figlio ha la vita eterna. Chi non crede nel Figlio non partecipa alla vita
eterna. Nella prima Lettera di Giovanni leggiamo: "Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha
il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. Questo io vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita
eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (5,11-13). De.it.press
Venerdì 16. Il commento al Vangelo. La moltiplicazione dei pani
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,1-15) commentato da P. Lino Pedron
1 Dopo questi
fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo
seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì
sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la
Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una
grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane
perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova;
egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7
Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure
perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli,
Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani
d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù:
«Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero
dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e,
dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso
fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai
discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei
cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
14 Allora la
gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è
davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano
per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto
solo.
Il miracolo della
moltiplicazione dei pani ci introduce al grande discorso sul pane della vita,
anticipandone i temi principali. Il racconto è importante perché tutti gli
evangelisti lo riportano e lo mettono al centro dell’attività pubblica di Gesù.
Il brano rivela un
preciso significato cristologico e sacramentale, che non è tanto quello di
sfamare la folla, ma di rivelare la gloria di Dio in Gesù, Parola fatta carne.
Il lago di Galilea
è chiamato mare di Tiberiade dal nome della città costruita negli anni 14-36 d.
C. dal tetrarca Erode Antipa in onore dell’imperatore
Tiberio.
La grande folla
che segue Gesù e parteciperà al prodigio straordinario
della moltiplicazione dei pani, il giorno dopo rifiuterà la rivelazione del
Figlio di Dio. Il seguire Gesù per vedere dei miracoli non è indice di una fede
autentica.
Nella tradizione
biblica Dio si è rivelato soprattutto su un monte: il
Sinai (Es 19-20). Anche il rivelatore definitivo di
Dio, Gesù, si manifesta sopra un monte. Questa specificazione ha soprattutto un
valore teologico.
Prima di dare
inizio al segno-miracolo, Giovanni precisa che "era vicina la Pasqua, la
festa di giudei" (v. 4). Per l’evangelista e la comunità cristiana, che
rilegge il fatto alla luce della risurrezione, questa precisazione cronologica
serve come richiamo alla Pasqua cristiana, simboleggiata dal pane spezzato, che
affonda le sue radici nel ricordo della Pasqua ebraica e nei miracoli che l’accompagnarono. In Gesù si compie il passato e si realizza
ogni speranza di Israele. Il pane che egli sta per donare al popolo porta a
perfezione la Pasqua ebraica facendola confluire nel grande banchetto
eucaristico cristiano.
Con le parole di
Gesù a Filippo: "Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da
mangiare?", l’evangelista sembra ispirarsi alle parole che Mosè rivolse al
Signore: "Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?"
(Nm 11,13).
Gesù rivolge
questa domanda a Filippo per metterlo alla prova. Si presenta fin dall’inizio
il tema della fede, di cui è permeato tutto il capitolo sesto. La risposta di
Filippo mette in evidenza che perfino un acquisto
rilevante di pane sarebbe stato insufficiente per sfamare tante persone. La
soluzione umana non basta a saziare i bisogni dell’uomo. E’ Gesù che appaga in
pienezza ogni necessità e aspirazione: con cinque pani sfama cinquemila persone
e ne avanzano dodici ceste (v. 13).
Giovanni specifica
che i pani erano di orzo per indicare che si tratta del pane dei poveri e per
rievocare l’analogo prodigio operato da Dio per mezzo del profeta Eliseo (2Re
4,42ss).
Tutti mangiarono a
sazietà. La frase: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada
perduto" vuole sottolineare il carattere sacro
del pane avanzato, perché viene visto in prospettiva eucaristica, come segno
della carne di Cristo. Il pane di Gesù, a differenza della manna nel deserto
(cfr Es 16,20), viene
raccolto perché non si corrompa.
Il numero dodici
potrebbe essere riferito agli apostoli: ne raccolsero una cesta ciascuno; ma
più probabilmente indica la perfezione e la completezza del pane eucaristico,
che può saziare la fame spirituale non solo dei cinquemila ma di tutti gli
uomini.
La folla riconosce
Gesù come il profeta atteso per la fine dei tempi (Es
4,1-9). Ma il testo fa capire che l’entusiasmo della
folla è di carattere politico. E poiché la sua regalità è fraintesa dalla
folla, Gesù si ritira da solo sul monte. Da questo momento ha inizio il
progressivo ridursi della folla narrato in questo capitolo, finché Gesù non
rimane solo con i Dodici. De.it.press
Sabato
17. Il commento al Vangelo.
Gesù cammina sulle acque
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 6,16-21) commentato da P. Lino Pedron
16 Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e,
saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da
loro. 18 Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19 Dopo aver
remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che
camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». 21 Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò
la riva alla quale erano diretti.
Dopo la
moltiplicazione dei pani, i discepoli, come la folla, avevano acclamato Gesù
re, ma la loro speranza era stata delusa. Ora scendono al lago e, sconsolati,
dirigono la barca verso Cafarnao per ritornare a casa
loro e al loro lavoro.
Giovanni sottolinea questa incomprensione dei discepoli con
l’immagine della notte e della tenebra (vv. 16-17). Il separarsi da Gesù e il non seguire la sua parola è entrare nella tenebra e nella cecità più profonda. La
confusione interiore del loro cuore, simboleggiata dal forte vento che scuote
la barca, li induce ad abbandonare il Maestro.
L’annotazione
dell’evangelista: "Gesù non era ancora venuto da loro" (v. 17)
prepara la sua rivelazione ai discepoli. Lontani dalla spiaggia circa cinque o
sei chilometri essi videro Gesù che camminava sulle acque. Egli si presenta
come Dio che può camminare sulle grandi acque e sul mare (Sal
77,20; 107,4-30; ecc.). Con le parole: "Sono io, non temete!" Gesù si
fa conoscere loro e si rivela come il Signore in cui è
presente la potenza di salvezza di Dio. Le forze della natura, anche le più violente,
non possono ostacolare l’azione del Figlio di Dio. Egli si rivela ai discepoli
non solo come Messia, che sazia la loro fame, ma ancor più come Dio che ancora
una volta va loro incontro con amore. De.it.press
Domenica
18. Il commento al Vangelo.
«E' il Signore!»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 21,1-19) commentato da P. Lino Pedron
1 Dopo questi
fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.
E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon
Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle
di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo
e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli
dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma
in quella notte non presero nulla.
4 Quando già era
l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era
Gesù. 5 Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da
mangiare?». Gli risposero: «No». 6 Allora disse loro:
«Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e
non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel
discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena
udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era
spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la
barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non
erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a
terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e
del pane. 10 Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or
ora». 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di
centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero
tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro:
«Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?»,
poiché sapevano bene che era il Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce.
14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava
ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di
Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo
sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di
nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo
sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per
la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato
che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e
gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose
Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità
ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da
solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un
altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato
Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».
Il capitolo 20 del vangelo di Giovanni ha descritto il cammino di fede
pasquale dei discepoli a partire dalla tomba vuota fino all’incontro personale
con il Risorto che reca i doni pasquali. Il capitolo 21
ci presenta Gesù risorto nella comunità che è in missione tra le ostilità del
mondo e che viene invitata a seguire il Maestro, anche se le è riservata la
medesima sorte (cfr 21,29).
Il ritorno dei
discepoli alla loro terra di Galilea e al loro lavoro di pescatori forse rivela
un momento di dispersione e di smarrimento della comunità dopo lo scandalo
della croce. Ma l’esperienza con il Risorto, vissuta
in una normale giornata di fatica, mette in luce che la fede si può vivere
sempre in qualsiasi tempo e circostanza.
Il Signore si rivela loro presso il mare di Tiberiade svelando con
gradualità il suo mistero e la loro vocazione.
Pietro è il primo
del gruppo ad essere nominato. E’ lui che prende
l’iniziativa della pesca. La sua funzione nella comunità cristiana è già delineata chiaramente.
Il loro numero di
"sette" ha un significato: come il numero "dodici" indica la totalità di Israele, il "sette" è la cifra
simbolica dell’universalità. Questi sette discepoli sono simbolicamente il
primo seme della Chiesa che viene sparso tra le
nazioni pagane, perché la parola di Gesù possa generare altri figli di Dio. Ma senza Gesù l’insuccesso è totale e non prendono nulla.
Senza la fede nel Risorto, che è la Vita della comunità, è impossibile riuscire
nella missione e portare frutti nella Chiesa.
Sul far del
giorno, quando i discepoli tornano dal loro lavoro infruttuoso, egli va loro
incontro, ma loro non lo riconoscono. L’"alba" in cui agisce Gesù è
l’opposto della notte e delle tenebre in cui hanno agito i discepoli. Nel
linguaggio biblico, è il momento dell’intervento straordinario di Dio (cfr Es 24,24; ecc.); essa coincide con la risurrezione di
Cristo e con la sua presenza nella comunità ecclesiale.
E’ spuntato il
nuovo giorno e Gesù rivolge la sua parola autoritativa:
"Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete" (v. 6a).
Il risultato è una pesca miracolosa e abbondante, tanto che "non
riuscivano più a tirare su la rete per la grande quantità di pesci" (v. 6b).
Allora il
discepolo che Gesù amava dice a Pietro: "E’ il Signore!". Pietro non discute minimamente l’intuizione di fede del suo
compagno: Tutto proteso verso il Signore si cinge la veste e si getta in mare:
è l’uomo della risposta immediata. Anche gli altri credono dopo aver
visto, ma il loro modo di agire verso il Signore è diverso: tirano la rete
piena di pesci e nel servizio ecclesiale tutti prendono contatto con Gesù.
Per ordine di
Gesù, Pietro riprende il suo servizio nel gruppo, sale sulla barca, tira la
rete a terra e fa il computo della pesca: centocinquantatrè
grossi pesci. Dietro a questo numero c’è qualcosa di misterioso. Scrive Strathmann: "L’esegesi della Chiesa antica aveva
ragione quando intuiva che dietro a quel numero c’era qualcosa di misterioso; è
particolarmente degno di nota quanto dice Gerolamo a proposito di Hes.
47,9-12, che gli antichi zoologi avrebbero conosciuto 153 specie di pesci;
inoltre, si poteva considerare il numero 153 come la somma dei numeri da 1 a
17, o come numero di un triangolo di base 17, cioè come un numero di misteriosa
perfezione. Così la pesca apostolica degli uomini è definita universale e
misteriosa, nessun popolo ne è escluso (cfr At 2,9-11)
e tutti si raccolgono nell’unica rete della Chiesa universale, che può
accogliere tutti senza lacerarsi. Ma gli apostoli come
pescatori di uomini possono compiere con successo questo lavoro soltanto su
comando di Gesù" (Il vangelo secondo Giovanni, Brescia 1973, pag. 435).
La pesca è seguita
da un banchetto in cui il Cristo risorto dà da mangiare ai discepoli. Il testo,
parlando di pane e di pesce, allude in modo esplicito all’Eucaristia, momento
vertice della vita della Chiesa. Il Signore è al centro della sua comunità
rinnovata, che egli nutre familiarmente con il pane e il pesce, simbolo
dell’Eucaristia, ossia dono della sua vita (cfr Lc
24,30.41-43; At 1,4).
Solo nell’ascolto
della parola del Signore e nell’incontro eucaristico con il Risorto la Chiesa
rende fruttuoso ogni suo impegno. Sempre e dovunque vale il detto di Gesù:
"Senza di me non potete fare nulla" (Gv
15,5).
Al termine del
pasto con i discepoli, Gesù si rivolge a Pietro, chiedendogli una professione
d’amore, per affidargli il suo gregge: "Simone di Giovanni, mi ami tu più
di costoro?" (v. 15). Il Cristo per costituire Pietro pastore della Chiesa
esige da lui un amore più grande di quello degli altri discepoli.
Nella sua risposta
Pietro si appella alla scienza divina di Gesù chiamandolo Signore, evitando
così la presunzione di considerarsi migliore dei suoi amici. La triste
esperienza del rinnegamento, dopo che egli aveva protestato di voler dare la vita per il Maestro anche se tutti gli altri lo
avessero abbandonato (Mc 14,29), ha prodotto il suo effetto benefico. Pietro
non si confronta più con gli altri, ma confessa con sincerità e semplicità il
suo amore per il Signore.
Pietro, dopo la
sua dichiarazione d’amore, riceve da Gesù il conferimento dell’ufficio
pastorale: "Pasci i miei agnelli" (v. 15); "Pasci
le mie pecore" (vv. 16-17).
Quindi Pietro è costituito pastore di tutto il gregge,
ossia guida spirituale di tutta la Chiesa.
Dopo aver dato a
Pietro la missione di guida della Chiesa, Gesù gli predice la fine: in
vecchiaia egli sperimenterà la prigione e verserà il suo sangue per il Signore.
Gesù ha perdonato
a Pietro e lo ha riabilitato facendo di lui un uomo
nuovo che lo imiterà anche nel martirio. Durante l’ultima cena Pietro aveva
protestato di voler seguire subito il Maestro, offrendo la vita per lui; Gesù
però gli aveva replicato che lo avrebbe seguito in futuro. Dopo la risurrezione il Signore annuncia a Pietro che questa
testimonianza la darà in vecchiaia (v. 18).
A somiglianza di
Gesù, Pietro glorificherà Dio con la testimonianza del sangue versato. Seguire
Cristo (v. 19) è andare con lui fino alla morte. De.it.press
Domenica III di Pasqua. Tanto affannarsi per nulla
Nella comunità
cristiana elaboriamo programmi pastorali ambiziosi, in famiglia mettiamo in
atto le tecniche psicologiche più aggiornate per educare meglio i figli, c’impegnamo, facciamo progetti, eppure – lo sappiamo – anche
gli sforzi più lodevoli non sempre sono coronati da successo. Il figlio
iscritto, con tanti sacrifici, alla scuola cattolica più rinomata, al corso
d’inglese, di nuoto, di musica, educato secondo i canoni religiosi
tradizionali, un giorno delude tutte le attese, dice di essere senza ideali e
pensa solo a divertirsi. Perché?
Capita a noi
qualcosa di simile a ciò che è successo a sette discepoli che, dopo la Pasqua,
si sono messi a pescare: erano persone preparate,
esperte, volenterose, hanno lavorato per un’intera notte, ma non hanno ottenuto
nulla. Tanti sforzi vanificati: hanno agito al buio, senza la luce della parola
del Risorto.
A volte questa
parola sembra dare orientamenti assurdi, lontani da ogni logica, contrari al
buon senso: costruire un mondo di pace senza l’uso della violenza, porgere
l’altra guancia, amare il nemico, rifiutare la competizione, farsi poveri… sono suggerimenti assurdi
quanto quello di gettare le reti in pieno giorno. Ma la scelta è tra fidarsi e
ottenere un risultato e affannarsi senza concludere
nulla.
Prima Lettura (At 5,27b-32.40b-41)
In quei giorni 27 il sommo sacerdote cominciò a interrogarli dicendo: 28
“Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed
ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere
su di noi il sangue di quell’uomo”.
29 Rispose allora
Pietro insieme agli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. 30 Il Dio dei nostri padri ha
risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. 31 Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e
salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei
peccati. 32 E di questi fatti siamo testimoni noi e lo
Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”.
40 Allora li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a
parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. 41 Ma essi se ne
andarono dal sinedrio lieti di essere stati
oltraggiati per amore del nome di Gesù.
La comunità
cristiana, fin dai suoi primi anni di vita, ha dovuto affrontare l’opposizione
delle guide spirituali di Israele che hanno condannato Gesù di Nazareth come
bestemmiatore. Dopo la sua morte ignominiosa, per Anna e Caifa
il caso era definitivamente chiuso, anche perché i discepoli non avevano dato alcuna prova di coraggio, si erano dati tutti
precipitosamente alla fuga.
Passa invece poco
tempo ed ecco che questi discepoli divengono impavidi, si organizzano in una
nuova, pericolosa “setta” che osa – come ha fatto il Maestro – sfidare
l’indiscussa autorità religiosa dei capi del popolo. Questi un giorno decidono di arrestare gli apostoli e di farli comparire
davanti al sinedrio. Dopo averli interrogati, il sommo sacerdote ricorda la
disposizione che ha dato di non insegnare più nel nome di costui e li
rimprovera: “Voi volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” (vv.27-28). Si noti come Caifa eviti perfino di pronunciare il nome Gesù; lo chiama costui,
quell’uomo.
Per nulla
intimorito, Pietro, in nome di tutti, risponde: “Bisogna obbedire a Dio
piuttosto che agli uomini” (v.29).
Gesù è stato un
uomo scomodo per i detentori del potere sia politico che
religioso e gli apostoli sono stati altrettanto scomodi per le autorità
costituite, per questo sono stati perseguitati.
I cristiani non
possono che essere persone scomode. Hanno dato e daranno
sempre fastidio a chi difende situazioni ingiuste, incompatibili con il
Vangelo. Hanno disturbato e disturberanno sempre chi
vuole perpetuare tradizioni intollerabili, lesive della dignità dell’uomo e
della donna. Non lasceranno tranquilli coloro che codificano
pratiche che violano i diritti della persona.
La seconda parte
della lettura (vv.30-32) contiene un breve discorso
che riassume tutto il messaggio cristiano sulla risurrezione. Pietro fa una
drammatica contrapposizione fra l’azione di Dio e quella delle autorità
religiose giudaiche. Dice: “Dio ha risuscitato Gesù
che voi avete ucciso”. Colui che gli uomini hanno
condannato come una persona pericolosa, come un nemico dell’ordine costituito,
Dio lo ha esaltato come capo e salvatore.
Seconda Lettura (Ap 5,11-14)
Io Giovanni 11 vidi e intesi voci di molti angeli intorno al trono e
agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era
miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12 e dicevano a gran voce:
“L’Agnello che fu
immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore,
gloria e benedizione”.
13 Tutte le
creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi
contenute, udii che dicevano:
“A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria
e potenza, nei secoli dei secoli”.
14 E i quattro
esseri viventi dicevano: “Amen”. E i vegliardi si prostrarono in adorazione.
Ci sono domande
alle quali gli uomini non riescono a dare risposta: perché il dolore, perché in
questo mondo ci sono persone fortunate ed altre che,
senza alcuna colpa, vivono infelici? Perché un bimbo innocente è colpito da un
male incurabile? Perché le guerre, i terremoti, le catastrofi? Perché la morte?
E dopo la morte? L’esistenza dell’uomo sulla terra è come avvolta
nell’oscurità, sembra un libro misterioso che nessuno riesce a decifrare.
All’inizio del
capitolo 5 dell’Apocalisse, l’autore descrive una
scena solenne e grandiosa: l’Agnello che è stato immolato si avvicina al trono
di Dio, prende dalla sua destra il libro e ne rompe i sigilli. Il significato
della visione è il seguente: l’Agnello, cioè Gesù, è l’unico che può aprire il
libro in cui è contenuta la risposta agli interrogativi più inquietanti del
cuore umano. Solo lui è capace di dare un senso agli
avvenimenti della storia, di illuminare tanti drammi e tante angosce.
A questo punto
inizia il brano che è ripreso nella nostra lettura. Gli angeli, tutti gli
esseri viventi, tutti i membri del popolo di Dio, lieti e riconoscenti
all’Agnello che, con la sua morte e risurrezione, ha gettato una luce sui
misteri più profondi della vita dell’uomo, uniscono le loro voci in un canto di
giubilo. A questa lode proclamata dagli esseri intelligenti
si uniscono anche le creature inanimate (v.13).
Il canto della
creazione indica che tutte le creature sono state liberate dalla schiavitù del
peccato. Quando l’uomo le utilizzava per il male erano
schiave, non servivano allo scopo per il quale Dio le aveva fatte. Dopo che il sacrificio
dell’Agnello ha trasformato il cuore dell’uomo esse
servono finalmente il bene. Anche per loro è giunta la redenzione, per questo
esultano di gioia.
Vangelo (Gv 21,1-19)
1 Dopo questi
fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade.
E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon
Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle
di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo
e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli
dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma
in quella notte non presero nulla.
4 Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla
riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli
risposero: “No”. 6 Allora disse loro: “Gettate la rete
dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più
tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù
amava disse a Pietro: “E’ il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il
Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in
mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete
piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se
non un centinaio di metri.
9 Appena scesi a terra, videro
un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: “Portate
un po’ del pesce che avete preso or ora”. 11 Allora Simon Pietro salì nella
barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè
grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli
osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.
13 Allora Gesù si avvicinò,
prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli,
dopo essere risuscitato dai morti.
15 Quand’ebbero
mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più
di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli
disse: “Pasci i miei agnelli”. 16 Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi
vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli
disse: “Pasci le mie pecorelle”. 17 Gli disse per la terza volta: “Simone di
Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli
dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai
tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci
le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico:
quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma
quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti
porterà dove tu non vuoi”. 19 Questo gli disse per
indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse:
“Seguimi”.
Se consideriamo
questo brano solo come la cronaca di un fatto redatta da un testimone oculare,
non possono sfuggire alcune difficoltà. Stupisce ad esempio il fatto che, dopo
tante manifestazioni del Risorto, i discepoli ancora non lo riconoscano. E’ già
la terza volta che lo incontrano (v.14), eppure si ha la netta sensazione che
non lo abbiano mai visto prima. Poi, non si capisce
bene come mai essi si meraviglino di fronte alla pesca miracolosa; Luca dice
che essi avevano già assistito a un episodio analogo nel giorno in cui Gesù li
aveva invitati a seguirlo per diventare pescatori di uomini (Lc 5,1-11). Poi ancora, come mai Pietro e gli altri
apostoli si trovano in Galilea ed hanno ripreso la loro normale vita di
pescatori? Dopo la Pasqua, non si erano dedicati
immediatamente e completamente all’annuncio del Vangelo?
Queste difficoltà
sono preziose perché ci insospettiscono riguardo al genere letterario del
testo: non siamo di fronte a una pagina di cronaca, ma a un brano di teologia e
il linguaggio usato è biblico, non giornalistico. Risulta dunque difficile
stabilire cosa sia realmente accaduto. L’evangelista vuole certamente dire che
gli apostoli hanno fatto l’esperienza del Risorto, ma vuole soprattutto dare
catechesi ai cristiani delle sue comunità.
Domenica scorsa ci
ha raccontato due manifestazioni del Signore: una avvenuta
nel giorno di Pasqua, in assenza di Tommaso, l’altra, otto giorni dopo,
presente Tommaso. Questa insistenza sul ritmo “settimanale” – dicevamo – era il
modo con cui Giovanni voleva che i cristiani prendessero coscienza che, ogni
volta che si radunavano, nel giorno del Signore, per
celebrare l’eucaristia, il Risorto si trovava in mezzo a loro.
A differenza del Vangelo
della scorsa settimana, quello di oggi non colloca l’apparizione di Gesù in domenica, ma in un giorno feriale, mentre i discepoli
sono intenti al loro lavoro. Hanno dunque ripreso la vita di ogni giorno. Cosa fanno i discepoli di Cristo lungo la settimana, qual è
la missione che è loro affidata e come la portano a compimento? A queste
domande l’evangelista risponde raccontando un episodio carico di simbolismo che
ora cercheremo di decodificare.
Cominciamo dagli
occupanti della barca. Sono sette. Questo numero indica la perfezione, la
completezza. Pietro e gli altri sei rappresentano la totalità dei discepoli che
costituiscono l’intera comunità cristiana. Il simbolismo
potrebbe spingersi anche oltre fino a cogliere, nell’identità di questi
discepoli, un’immagine dei vari tipi di cristiani che, nonostante i loro limiti
e le loro manchevolezze, hanno pur sempre diritto di cittadinanza nella Chiesa:
quelli che hanno difficoltà a credere (Tommaso), quelli un po’ fanatici (i due
figli di Zebedeo che volevano invocare il fuoco del
cielo contro gli oppositori; Lc 9,54), quelli che
hanno rinnegato il Maestro (Pietro), quelli legati alle tradizioni del passato,
ma onesti e aperti ai segni dei tempi (Natanaele), e
anche i cristiani anonimi che non sono conosciuti da nessuno (i due discepoli
senza nome).
Il mare, lo
abbiamo notato spesso, era, presso gli israeliti, il simbolo di tutte le forze
nemiche dell’uomo.
Se essere sommersi
dall’acqua significa rimanere in balia del male,
pescare vuol dire allora tirare fuori da questa condizione di “non vita”,
liberare dalle forze del male che mantengono in situazioni di morte. Pensiamo a
tutte quelle schiavitù che ci impediscono di vivere con gioia, di sorridere: la
bramosia del denaro, i rancori, le passioni sregolate, la droga, la
pornografia, l’ansia, la fretta, i rimorsi, la paura….
Ora è chiaro cosa intendeva dire Gesù quando disse ai discepoli:
“Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17).
Eccoli difatti
all’opera. Pietro si è rimesso a fare il suo mestiere, la sua è una pesca
materiale, ma – nel linguaggio teologico dell’evangelista – essa indica la
missione apostolica della chiesa impegnata nella liberazione dell’uomo. Nel
Vangelo di Matteo il regno dei cieli è paragonato ad
una rete gettata in mare che raccoglie ogni genere di pesci e quando è piena è
trascinata a riva (Mt 13,47-48).
La notte con
l’oscurità che l’accompagna ha pure un significato
negativo. “Se uno cammina nella notte, inciampa” (Gv
11,10), “chi segue me, non camminerà nelle tenebre” (Gv
8,12) – ha detto Gesù. Durante la notte nessuno può agire o orientarsi (Gv 9,4). Senza la luce, la “pesca” dei discepoli non può
ottenere alcun risultato.
Non manca solo la
luce, manca anche Gesù, anzi – secondo il simbolismo dell’evangelista Giovanni
– non c’è luce proprio perché non c’è Gesù “luce del
mondo” (Gv 8,12). Pietro e gli altri si impegnano allo spasimo nella missione che è stata loro
affidata, ma non concludono nulla. Potrebbero intuire la ragione del loro
fallimento se ricordassero le parole del Maestro: “Senza di me non potete fare
nulla” (Gv 15,5).
Sono soli, forse
si sentono anche abbandonati in mezzo ai pericoli e alle difficoltà. Pensano di
dover svolgere la loro missione di “pescatori di uomini” contando unicamente
sulle loro capacità e sulle loro forze. Non vedono Gesù, non percepiscono la
sua presenza perché hanno lo sguardo offuscato dalla mancanza di fede. Non riescono neppure a richiamare alla mente le sue parole
rassicuranti: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Il mondo non mi vedrà più, voi invece mi vedrete” (Gv 14,18-19).
Il Signore non è
sulla barca, – è vero – si trova sulla riva, ha già raggiunto la terraferma,
cioè, la condizione definitiva dei risorti. Verso questa terra tendono e
giungeranno anche i discepoli.
Finalmente ecco
spuntare l’alba (v.4) e con il nuovo giorno giungere anche la luce, quella vera
“che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), quella che viene
“a visitarci dall’alto, come sole che sorge” (Lc
1,78). E’ Gesù, ma solo con gli occhi della fede è possibile vederlo e
riconoscerlo, perché è il Risorto.
La sua voce è
nitida e ben percettibile, la sua parola giunge dalla riva e guida l’attività
dei discepoli.
Non appena questi
si fidano, ecco il miracolo: contro tutte le logiche umane, contro ogni
ragionevole aspettativa ottengono un risultato
stupefacente.
Giovanni vuole che
i cristiani delle sue comunità arrivino a comprendere che Gesù, pur stando
sulla “riva”, cioè, nella gloria del Padre, è sempre accanto a loro, tutti i
giorni e continua a far risuonare la sua voce, chiama, parla, indica ciò che
devono fare.
Il risultato della
missione della chiesa è indicato dalla straordinaria quantità di pesci pescati:
153. Questo numero ha un significato simbolico. Risulta
da 50x3+3. Per gli israeliti il numero cinquanta indicava tutto il popolo; il
numero 3 rappresentava la perfezione, la pienezza. Dei
pesci non ne sfugge dunque neppure uno.
Il senso di questo
curioso particolare è il seguente: la comunità cristiana porterà a compimento
con pieno successo la sua missione di salvezza. Tutto il popolo, tutta
l’umanità verrà liberata dai vincoli di morte che la
avvolgono, la tengono prigioniera, la portano alla rovina, come le acque
impetuose del mare trascinano sul fondo anche il più abile dei nuotatori. I
discepoli riusciranno in questa grandiosa impresa – assicura il Vangelo di oggi
– a condizione che si lascino sempre guidare dalla voce del Risorto.
Pietro tira fino a
terra la rete con i pesci.
Gesù aveva
predetto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò a me tutti gli uomini” (Gv 12,32). Ecco che ora egli realizza, attraverso i suoi
discepoli, la promessa. Nessun uomo sfuggirà all’opera di salvezza portata
avanti dalla sua comunità.
La rete non si
spezza, nonostante la grande quantità di pesci. In questo dettaglio
apparentemente banale è contenuto un messaggio significativo:
Pietro riesce a mantenere integra e salda l’unità dei credenti nonostante il
loro numero e la conseguente diversità di cultura, di idee, di linguaggio.
Il banchetto con
il quale si chiude il racconto della pesca miracolosa è il simbolo della
conclusione della storia della salvezza. Gesù attende
i discepoli sulla terra ferma, in cielo. Ha con sé del pesce (v.9): è il frutto
dell’opera da lui compiuta in questo mondo. Ricordiamo ad esempio il buon
ladrone che egli ha portato con sé in paradiso (Lc
23,43).
Come ai sette
discepoli sul lago di Galilea, a tutta la comunità cristiana viene
chiesto di presentare il pesce, il frutto del lavoro apostolico. Il pane invece
è sempre offerto gratuitamente da Gesù, non viene
portato dagli uomini. E’ l’eucaristia, è il pane che il Risorto spezza e vuole
che tutti i fratelli condividano fino al giorno in cui il segno sacramentale
sarà realizzato dall’unione piena e definitiva con lui e con il Padre.
L’ultima parte del
brano (vv.15-19) descrive la missione di Pietro.
Lungo tutto il racconto questo
apostolo ha occupato una posizione di rilievo: è lui che ha preso l’iniziativa
di andare a pescare, poi, malgrado abbia riconosciuto il Signore dopo il
“discepolo che Gesù amava”, è stato ancora lui a prendere in mano la rete piena
di grossi pesci e, senza romperla, a trascinarla fino a riva.
E’ innegabile il
significato simbolico di questi particolari: dentro la comunità cristiana il primato – diciamo così – della “sensibilità”
spetta al discepolo senza nome, ma quello di presiedere al lavoro apostolico e
all’unità della chiesa è indubbiamente di Pietro. Pur arrivando
sistematicamente “in ritardo” e meritando spesso i rimproveri di Gesù, rimane
il punto di riferimento della vita ecclesiale. A lui è chiesto di pascere il
gregge del Signore.
L’immagine del
pastore non suscita solo risonanze positive. L’essere paragonati a degli
agnellini, magari incapaci di pensare e di decidere in modo responsabile, non a
tutti piace. Ma non è questo il senso delle parole di
Gesù. Egli non ha conferito a Pietro il potere di comandare, di dare ordini come fa il pastore con le pecore e, meno ancora,
quello di costituire una casta privilegiata e staccata dalla comunità dei
fratelli. Pietro – lo ricordiamo – non era immune da questa tentazione. E’
giunto a rifiutare il gesto del Maestro che voleva lavargli i piedi perché un
giorno sperava di poter far da padrone sul gregge.
Chiedendogli di
pascere il gregge, Gesù esige da lui una conversione completa, un cambiamento
radicale del suo modo di pensare e di agire. Vuole che manifesti una capacità
di amare incondizionata, superiore a quella di tutti gli altri. Pascere
significa alimentare i fratelli con il cibo della Parola di vita.
Non sarà facile
per Pietro capire ed accettare questa proposta. Per
molto tempo ancora rimarrà aggrappato alle sue convinzioni, ai suoi sogni. Solo
col passare degli anni, dopo molti tentennamenti, giungerà alla completa
conversione. Nel Vangelo di oggi gli viene
preannunciata la conclusione del suo cammino al seguito del Maestro. Durante la
passione non ha avuto il coraggio di stare con Gesù. Un giorno però – gli viene detto – sarà posto nella condizione di dare la sua
vita; conoscerà la coercizione, la prigionia (“altri ti cingeranno e ti
porteranno dove tu non vorrai”) ed infine morirà su una croce (“tenderai le
mani”). P. fernando Armellini,
de.it.press
Vaticano e pedofilia. Intellettuali e artisti
, le voci pro Ratzinger
MILANO—Il trentenne conservatore Ross Douthat,
opinionista tra i più puntuti degli Usa, sul New York Times
di ieri ha scritto un articolo intitolato «Il miglior Papa». In esso si legge
una difesa dell’integrità morale di Benedetto XVI, che per il columnist non si può mettere in discussione anche nel tempo
precedente la sua ascesa al trono di Pietro. Il rigore che lo contraddistingue
si manifestò in occasioni delicate, soprattutto durante i giorni del
pontificato di Giovanni Paolo II. Che fu un Papa, per Douthat,
«sempre amato», nonché «bello e carismatico», al quale
si perdonò tutto. Invece Ratzinger aveva già l’immagine del «Rottweiler di
Dio».
Fa specie che
proprio sul New York Times esca questa difesa. Anche
se il polverone mediatico potrebbe ripartire dal mondo anglosassone, si sta
creando un’opinione trasversale che offre attenuanti al pontefice o lo difende.
Per esempio, Hendrik Hertzberg
sull’ultimo numero del laico New Yorker, in un
articolo intitolato «Indulgence», dopo aver ricordato
Martin Lutero e l’attuale crisi di potere e di cultura della Chiesa, ammette
che Benedetto XVI «si incontrò personalmente con le vittime dell’abuso durante
la sua visita nel 2008 negli Stati Uniti». E aggiunge: anche i suoi critici
sono d’accordo sul fatto che abbia affrontato il problema più seriamente che in
passato. Inoltre, un appello con settanta firme del mondo francofono si sta
diffondendo da una decina di giorni. Ha raccolto intellettuali, filosofi,
giornalisti, drammaturghi, docenti universitari, artisti e personalità varie.
Nomi che si sono ritrovati in pochi giorni grazie alla rete (attraverso il sito
http://www.appelaverite.fr). Tra i firmatari troviamo Jean-Luc Marion, dell’Académie Française, professore a
Parigi e a Chicago. In una brevissima nota inviataci dagli Usa
ha scritto: «È evidente che la crisi dei preti pedofili è stata male gestita, è
evidente che gli attacchi sono sproporzionati e fondamentalmente ingiusti». C’è
poi Remi Brague, professore di filosofia e membro
dell’Institut, lo scrittore Françoise
Taillandier, la filosofa Chantal Delsol (anch’essa membro
dell’Institut); vi troviamo l’attore Michael Lonsdale, il matematico —insignito della medaglia Fields— Laurent Lafforgue. E ancora: Alain Joly, pastore luterano, Bernadette Dupont, senatrice,
Jacques Arènes, psicanalista. Chiudiamo con Fabrice Hadjaj, giunto al
cattolicesimo dopo ideali rivoluzionari e letture dei grandi nichilisti del
Novecento. Scrittore e filosofo, nato nel 1971 a Nanterre
da genitori ebrei di origine tunisina, lo scorso anno fece rumore la sua idea
di una «nuova mistica della carne». Attaccava ogni riduzione dei rapporti a
«masturbazione assistita», quel «tecnicismo» con relativa
«morale borghese» capaci di rinchiudere «il desiderio sessuale nel
preservativo ».
Ribadiva Hadjaj: «È la Chiesa l’unica a
non aver paura di liberarlo fino in fondo». Nel testo di tale appello si legge,
tra l’altro: «I casi di pedofilia nella Chiesa sono,
per tutti i cattolici, fonte di sofferenza profonda e di dolore estremo. Membri
della gerarchia della Chiesa hanno riscontrato in alcuni dossier gravi mancanze
e disfunzioni, e noi rendiamo omaggio alla volontà del Papa di fare luce su
questi casi. Con i vescovi, e in quanto membri della
stessa Chiesa, i laici cattolici si fanno carico del peso dei crimini di alcuni
sacerdoti e delle debolezze dei loro superiori; si mettono risolutamente, come
Cristo invita a fare, dalla parte di quanti soffrono maggiormente per questi
crimini». E, dopo aver auspicato che la verità emerga e si affronti
«serenamente e fraternamente » tutto ciò che ha reso
possibile tali offese, il testo prosegue: «Al di là del diritto
all’informazione, legittimo e democratico, non possiamo che constatare con tristezza
in quanto cristiani, ma soprattutto in quanto cittadini, che numerosi mass
media nel nostro Paese (e in Occidente in generale) trattano questi casi con
parzialità, scarsa conoscenza o viva soddisfazione. Da riassunti, sintesi e
generalizzazioni, il quadro della Chiesa che viene
fatto attualmente dalla stampa non corrisponde a ciò che vivono i cristiani
cattolici ». Va aggiunto — ci ha confidato una fonte vicina al patriarcato di
Mosca— che l’accusa è circolata soltanto in forme ridotte nella cattolica
Polonia (è stata ripresa la dichiarazione del portavoce vaticano), mentre il
mondo scandinavo l’ha quasi ignorata. In Russia è apparsa in poche righe nelle
agenzie e non è stata ampliata o commentata dai giornali.
Il sito della Izvestia tace, quello della Pravda anche, nemmeno radio e televisioni hanno avuto
qualcosa da dire. L’unica curiosità, che ha suscitato un moderato interesse,
riguardava l’idea di interrogare ed eventualmente ammanettare il Papa. Solo
grazie a questa trovata si è saputo quel che stava accadendo. Anzi, in seguito
al ritorno di un bambino russo di sette anni adottato negli Usa (di nome Artëm Saveliev), rifiutato dalla
famiglia americana, i media di Mosca da qualche giorno stanno accusando gli
Stati Uniti di una particolare forma di pedofilia.
Armando Torno CdS 14
Sindone. Invito a ripensarsi. Di fronte a quello "specchio del
Vangelo"
Non era, questo,
il tempo del disincanto, del ripiegamento nell’individuale, o addirittura della
rabbia e della rivolta? Dopo i primi tre giorni di ostensione, le impressioni
portano da tutt’altra parte. Si è visto a Torino uno “spettacolo” che non è
usuale sulle piazze delle nostre città – e tanto meno sulle piazzette
televisive delle nostre reti unificate. In tre giorni sono sfilate davanti alla
Sindone 70 mila persone. Ciascuno ha impiegato quasi
due ore a percorrere poco più di un chilometro, dai Giardini Reali al Duomo.
Con qualche disagio nella sera di sabato 10 aprile,
perché la macchina dell’accoglienza doveva rodarsi. Poi tutto è filato liscio,
fino ad ora.
Il percorso è un
invito a “ripensarsi”: su se stessi, prima ancora che su Gesù Cristo. Si incontrano le grandi immagini del Signore (Mantegna,
Bellini, Beato Angelico, Rubens); poi si sale attraverso i ruderi del
paganesimo (i busti del Museo di Antichità, il Teatro Romano). Si piomba nel
nero della “prelettura” dove la Sindone viene mostrata con nuovissime immagini in alta definizione.
Poi ancora un passaggio, l’ultimo, nel buio della
cattedrale. E finalmente la Sindone “vera”, illuminata come meglio non si
potrebbe per non danneggiare il Telo e per consentire ai pellegrini di
contemplare quel corpo e quel Volto martoriato. Il cammino del pellegrino è
un’esperienza spirituale (l’arcivescovo Poletto,
custode della Sindone, lo ripete ad ogni occasione): e
forse proprio per questo diventa difficile assimilarla ad altri raduni e altri
pellegrinaggi.
Dal 10 aprile si
vedono girare per Torino le facce che vorremmo vedere sempre, e ovunque: gruppi
di ragazzi e di anziani, famiglie coi bambini, monache
e tanta “gente comune”. Semplice, felice di essere lì. Commossa,
anche, all’uscita, dopo aver potuto contemplare, se pure per pochissimi minuti,
quel Volto. L’esperienza di “venire per vedere” rende il pellegrinaggio
alla Sindone particolare, e forse unico. Non c’è una “reliquia” a Torino, anche
se per i credenti quel Telo richiama la Passione di
Gesù con una tale evidenza da renderlo comunque “autentico”, al di là delle
convinzioni degli scienziati. Non c’è stato nessun miracolo di quelli che la
Chiesa riconosce (ciò che accade nei cuori sfugge a tutti ma non al Signore…). Non ci sono apparizioni, né improvvisate né
programmate. Come disse Giovanni Paolo II parlando davanti alla Sindone nel
1998, quel Telo è “specchio del Vangelo”: cioè è specchio
dell’amore di Dio che ciascuno di noi riesce a rendere visibile servendo i
fratelli. Il cardinale Poletto ha voluto sottolineare proprio questo aspetto scegliendo come motto
dell’ostensione 2010 “Passio Christi, passio hominis”: la Passione del Signore è un esempio e un “segno”
che deve ricondurci a vedere le “passioni” che sono intorno a noi, fra gli
uomini e le donne del nostro tempo. La sofferenza nostra e del mondo ha bisogno
di essere “redenta”, deve trovare un senso: e il silenzio della Sindone indica
la strada – quella, appunto, del Vangelo da vivere, mettendosi a servizio dei
fratelli.
I volti dei
pellegrini giunti di fronte alla teca sono sempre uguali e tutti diversi: raccontano uno stupore, una commozione, una gioia che le
parole non riescono a rendere. Qualcuno arriva baldanzoso con il binocolo, gli
ingranditori per le macchine fotografiche, gli occhialini per vedere in 3d. E
quasi subito lascia cadere le braccia, affascinato da quell’immagine perfetta.
Chi ha il privilegio di poterli guardare mentre sfilano in silenzio e si
fermano per qualche minuto non può fare a meno di
pensare che questo è il vero e unico “miracolo” dell’ostensione: offrire
un’opportunità di interrogarsi, riscoprire la propria fede di fronte al
“silenzio del Sabato Santo”. Se quell’immagine richiama il “Figlio dell’Uomo”,
è della nostra morte che si sta parlando, venendo pellegrini alla Sindone, e di
niente altro. Sapendo che dopo il Sabato Santo c’è la
domenica di Pasqua, il tempo del Signore.
Marco Bonatti, direttore “La Voce del popolo” (Torino), responsabile
della comunicazione dell’Ostensione 2010
Mettiamolo subito
in chiaro. La pedofilia è la pratica più disgustosa e aberrante che esista. È
una violenza infame esercitata su chi non può difendersi.
È l’abuso ignobile
di una posizione di autorità (come genitore, come prete, come insegnante);
autorità che dovrebbe essere esercitata invece per formare e per proteggere. I
giovani e i bambini che ne sono vittime pagheranno per tutta la vita le conseguenze di una violenza che rimarrà uno sfregio
brutale nella loro anima e nella loro vita intima, sessuale e non. I colpevoli,
chi ha agito e chi ha coperto, insegnanti, genitori,
preti o suore che siano, devono pagare.
Devono andare in
galera, senza “se” e senza “ma”. Punto. Le vittime vanno risarcite fino
all’ultimo soldo, anche se, certo, il danaro non
restituirà loro l’innocenza o la gioia di vivere che avevano prima. Sul piano
ecclesiale, gli scandali di questi giorni potrebbero e dovrebbero riaprire
finalmente il dibattito sul celibato, al fine di renderlo sempre più una
scelta. È necessario quindi un più consapevole approccio con il mondo moderno,
nel quale la trasparenza degli atti è un obbligo per tutti .
E poi si potrebbe pensare (finalmente) ad un maggior
coinvolgimento del laicato, di cui tanto si favoleggia e che in realtà viene da
sempre tenuto in posizione di stretta sudditanza. Detto questo per la
chiarezza, vorrei spostare per un attimo il focus della questione. Cioè sull'uso strumentale e politico che l'informazione fa di scandali
dolorosi. Si ha l'impressione talvolta che, ferma restando la gravità dei
fatti, dietro questa strategia informativa ci sia ancora una sorta di Kulturkampf.
Si utilizzano
drammi reali, dolori umani, sofferenze sociali enormi per ricreare la cupola
dei Nemici, dei Responsabili, dei Visitors estranei e
colpevoli: è un po’ l’Impero del male che ritorna, come si vede nei film di
Star Wars. Proprio Star Wars
sembra il modello di certe articolesse che si leggono in questi giorni sui giornali tedeschi o inglesi.
Tutto è sbagliato
di quello che fanno i “nemici”, i quali sono nemici appunto
perché sono sbagliati e perversi; pensano e fanno cose sbagliate e perverse.
Questa informazione a tesi va molto al di là di questo
scandalo, ripeto, reale, i cui responsabili vanno puniti. La questione della
comunicazione guidata è tuttavia uno dei grandi problemi di oggi.
Indipendentemente da chi formula le tesi. Quello che dà fastidio, tornando a
noi, è vedere come la Chiesa cattolica, in queste settimane, nei giornali di
tutto il mondo, sembri un congresso di pervertiti.
E i milioni di
persone che ogni giorno fanno volontariato rischiando del proprio, spesso la
vita? E coloro che scavano pozzi in Africa, che aprono
mense in India e in Pakistan, che curano i lebbrosi nel Togo o che, più
semplicemente, raccolgono scarpe usate in Europa per mantenere ospedali o
ricoveri per anziani in Sudamerica; tutti costoro, dico, non sono Chiesa? E
quando costoro cominceranno a fare notizia?
Mauro Montanari, CdI aprile
Attacchi alla Chiesa. Con fermezza e serenità
La gente sa
distinguere e non subisce la campagna denigratoria
Certo preti
pedofili ci sono, sono piccoli numeri, e vanno adeguatamente e fermamente
sanzionati, come il Papa e la Chiesa da tempo stanno
facendo e sono risoluti a fare. Benedetto XVI ne ha
già dato più volte toccante testimonianza.
Ma nel grande chiasso mediatico di questi giorni c’è anche
altro, su cui bisogna serenamente e attentamente riflettere. È infatti in atto una campagna trasversale e transnazionale,
che ha come obiettivo proprio il Papa. In una lunga e articolata intervista a
SIR Europa (leggi), Andrea Riccardi ha giustamente
ricordato che questo tipo di campagna non è un fenomeno nuovo: basta ritornare
indietro di una trentina d’anni, alla seconda metà degli anni
Sessanta, in particolare dopo l’enciclica “Humanae
vitae” di Paolo VI, quella in cui condannava la
contraccezione. L’ultimo decennio di quel pontificato e i primi anni di
Giovanni Paolo II sono stati oggetto di durissime
critiche sui giornali e, in generale, nel sistema della comunicazione, che
peraltro oggi è sempre più forte pervasivo. Si tratta di stagioni differenti,
osserva giustamente Riccardi, caratterizzate da
critiche di carattere diverso, che non vanno confuse tra di loro. Indubbiamente
però c'è un fondo comune: “La Chiesa cattolica, con il suo messaggio, la sua
tradizione, la sua pretesa di cambiare l'uomo, risulta
ostica nei confronti della mentalità 'liberale', fosse quella rivoluzionaria e
anti-istituzionale del 1968, fosse quella neoliberale o radicale di tempi più
recenti”.
Tentando di far
passare l’equazione evidentemente inaccettabile tra comportamenti riprovevoli
di alcuni suoi membri – anche autorevoli – e tutta la Chiesa, a partire dal suo vertice, il Papa, si cerca l’occasione per
dare una spallata ad un’istituzione che per sua natura – quella natura pasquale
che risalta proprio in questi giorni, anche con l’ostensione a Torino della
Sindone – non può essere ridotta alle dinamiche secolari, alle categorie della
politica e della comunicazione.
Si tenta insomma,
ponendo l’enfasi su un crimine come la pedofilia, responsabilità individuale di
precisi individui, di minare la credibilità
complessiva del messaggio. Che è e resta scomodo per
buona parte della cultura dominante. In particolare la dottrina sul matrimonio,
l’identità sessuale, la vita, al suo concepimento ed
al suo termine naturale, sono scomode, perché in particolare all’Occidente
secolarizzato, ricordano cose fondamentali che si vorrebbe dimenticare, ma
danno all’uomo ed alla donna di oggi prospettiva e speranza.
L’impegno allora,
per i cattolici ovviamente, ma per l’intera opinione pubblica, è non subire passivamente il gioco mediatico. Ribattere
nel merito, ovviamente, e rendere visibile la solidarietà prima di tutto al
Papa. E nello stesso tempo, come ricordava sempre Riccardi,
continuare serenamente nella testimonianza. Con un di
più di consapevolezza culturale, semmai, come ha ricordato sempre al SIR
Giuseppe Savagnone (leggi). La gente sa cos'è la
Chiesa, perché la conosce e l'ha vissuta. I cristiani insomma continuino con
maggior lena a farsi presenti, personalmente, nella società e nella vita,
mostrando in modo diretto e attraente il loro essere cristiani. Sir
All'origine
dell'aggressione cui sono sottoposti la Chiesa, e lo stesso papa Benedetto XVI,
sul tema della pedofilia in ambito ecclesiale, ci sono
un pregiudizio razionalista e una violenza giacobina:
si pensi alla «peste pedofila » di cui parla Paolo
Flores d'Arcais, che prefigura la dannazione per
volontà popolare dell'«untore » di manzoniana memoria. Sono toni cui dovrebbe
essere estranea la stessa cultura laica. Che non è negazione della religione, ma cavourriana
separazione tra le leggi e i comandamenti, tra lo Stato e le istituzioni
ecclesiastiche. Il pregiudizio razionalista tende invece a cancellare la
distinzione kantiana, e liberale, fra peccato e reato; pretende di assimilare,
«omologare», i comportamenti della Chiesa a quelli della società civile,
negandone la specificità spirituale, codificata nel diritto canonico, ben
diverso da quello positivo dello Stato secolarizzato.
La Chiesa, che
condanna il peccato e perdona il peccatore pentito, ha commesso in passato
(anche con Papa Wojtyla) molti errori in materia di pedofilia ecclesiale. I
reati andavano denunciati con coraggio, mentre varie forme di reticenza hanno
contribuito a peggiorare la situazione. Tuttora gli atteggiamenti, spesso
confusi e contraddittori, di alcuni rappresentanti del clero non aiutano a far
chiarezza. Quando risuonano paralleli impropri con le persecuzioni antisemite,
o si stabiliscono arbitrarie correlazioni tra omosessualità e pedofilia, si ha
l'impressione che papa Ratzinger vada tutelato anche dalle sortite incaute di
alcuni alti prelati.
Resta il fatto che non si può chiedere alla Chiesa di rinunciare a uno
spazio autonomo di analisi e di giudizio, che è tutt'altra cosa dalla pretesa
di sottrarre i propri membri all'imperio della legge. Lo Stato e la Chiesa
hanno missioni diverse e la pretesa di cancellare questa feconda differenza
danneggerebbe entrambi. Si sta manifestando, inoltre, un vistoso
paradosso. A essere oggetto degli attacchi più aspri è proprio l'attuale
Pontefice, che ha il merito indubbio di aver fatto opera di trasparenza
all'interno della Chiesa, su un fenomeno troppo a lungo sottaciuto, e di aver
cercato di definire, e distinguere, gli ambiti dei tribunali civili,
riconoscendone le prerogative in tema di persecuzione del reato di pedofilia, secondo la legge civile, e quelli propri della
Chiesa, rivendicandone l'autonomia nella condanna dei peccati e nella
redenzione dei peccatori, secondo il diritto canonico e la propria predicazione
(si chiama carità cristiana). Nonostante questo, oggi Benedetto XVI rischia di
passare come il Papa che ha coperto la pedofilia dei sacerdoti.
La distinzione fra
peccato e reato è parte integrante della nostra cultura e della nostra civiltà,
alla quale non possiamo rinunciare. Essa sanziona la differenza, e la distanza,
fra lo Stato democratico-liberale, fondato sui
diritti e le garanzie individuali, e lo Stato teocratico: un ordinamento oppressivo
che, come hanno tragicamente provato i totalitarismi
anche di un recente passato, non s’identifica solo nel connubio fra trono e
altare, ma, anche e soprattutto, nell’illusione razionalista e nel tentativo
volontaristico di cambiare, con mezzi coercitivi, la natura dell’uomo. Di
fronte allo spettacolo inquietante cui stiamo assistendo, stupisce, infine, la
grande quantità di spettatori che rimangono silenti in un’apparente
indifferenza. Come se la stessa nostra democrazia
liberale non fosse debitrice del messaggio cristiano che ha posto al centro la
sacralità e l’inviolabilità della persona. Piero Ostellino
CdS 14
Il commento. La confusione della Chiesa
È un disagio più
che un errore, non è un'analisi più o meno grossolana
ma una reazione scomposta, è un danno che la Chiesa non fa agli omosessuali ma
a se stessa.
Il cardinale
Tarcisio Bertone, che è un uomo di solito prudente ed
è, nientemeno, il numero due dello Stato Vaticano, per difendere il celibato ha
abusato dell'omosessualità: "Molti sociologi, molti psichiatri hanno
dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia - ha detto in Cile -
e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno
detto recentemente, che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia".
Sulla natura
e le origini della pulsione pedofila sono state
scritte molte cose, ma che ci sia un rapporto statistico-scientifico tra
omosessualità e pedofilia è sicuramente una bugia. Detta da un teologo la bugia
è ancora più grave. Il cardinale Bertone ha infatti un rapporto altissimo con il candore e con l'amore,
un'abitudine filosofica con la profondità, è un uomo di Dio. Perciò davvero ci
sorprende che sia entrato a piedi uniti su una questione così delicata e
complessa. E ci pare, alla fine, che le sue parole non debbano essere lette
come un manifesto teocratico dell'intolleranza a uso e consumo degli omofobi,
ma come una drammatica confessione di debolezza, dello stato confusionale in
cui si trova la Chiesa cattolica in questo momento.
Tutti sappiamo che
la pedofilia è sesso con bambini o bambine, è uno dei tanti misteri della
psiche e della storia dell'umanità, la conosciamo dai tempi dell'antica e
tollerante Grecia. Per noi è perversione, è depravazione, è violenza perché il
pedofilo rende disponibile a sé un corpo che non è ancora animato
autonomamente, non è maturo per le scelte sessuali, non è responsabile. Alla
bimba o al bimbo viene infatti imposto un rapporto
fisico in maniera subdola da qualcuno che è più grande, è autorevole, gode
della sua fiducia, esercita una forte influenza spirituale.
Ecco, a noi pare
molto strano che un uomo di Chiesa non si renda conto di quanto sia oltraggioso
imputare di reato l'omosessualità, associarla alla pedofilia. Noi non abbiamo
la presunzione di sapere che cos'è l'omosessuale né qual è la maniera meglio accettata da Dio di definire o di praticare la
sessualità in genere. Ma tutti, anche Bertone e il
clero di Roma, sanno che la pedofilia è un reato, un feroce abuso e invece
l'omosessualità - sia una scelta o
sia imposta dalla natura - è comunque legittima tanto quanto
l'eterosessualità. Hanno gli stessi titoli. A
nessun cardinale è venuto in mente di giustificare o soltanto di associare con
argomenti scientifici lo stupro con l'eterosessualità: ci sono eterosessuali
stupratori e ci sono eterosessuali pedofili, maschi e femmine, come ci sono
ladri calvi e ladri capelloni. Non è il capello che fa l'uomo ladro, illustre
cardinale.
E però è così
facile replicare al cardinale Bertone che mentre
scriviamo stiamo ancora a chiederci che cosa sta
succedendo nella nomenklatura della Chiesa di Roma.
Noi sappiamo bene che ci sono molti preti all'avanguardia nella battaglia
contro la pedofilia e la depravazione violenta. Sarebbe dunque grossolano
sostenere che tutti i preti, in quanto celibi, sono
pedofili, perché appunto ne vediamo tanti che si danno anima e corpo a
difendere i bambini, a proteggere la loro ingenuità, a rilanciare l'immagine
evangelica dei pargoli che vanno a Cristo.
Fosse solo dal
punto di vista della comunicazione, i pastori di Roma non ne indovinano più
una. Sembrano non custodire più il gregge, non proteggere più le pecorelle.
Invece di limitarsi a rimediare ai propri difetti e a ripulire la propria
comunità dai vizi, rispondendo ovviamente nel merito a chi eccede e a chi
attacca per anticlericalismo preconcetto, si arroccano in una difesa aggressiva
che è più deleteria degli attacchi subiti. L'idiozia di evocare un complotto
sionista perché il New York Times appartiene a un
ebreo è una tecnica tipica dei cavernicoli, da Polifemo
che accecato dal suo dolore accusava Nessuno, ai falsi protocolli di Sion che
imputavano agli ebrei di attentare alla cristianità. Anche la minimizzazione
del quotidiano americano, definito "un tabloid", è roba da polemisti
di provincia. Da uno dei poteri più antichi, sapienti e collaudati, ci si aspetterebbe un'intelligenza e una spiritualità più
attrezzate.
Diciamo la verità: non siamo abituati a una Chiesa che si
arrampica sugli specchi, allo smarrimento di una gerarchia ecclesiastica
spaventata dagli scheletri negli armadi. Certo Tarcisio Bertone
ha il diritto e anche il dovere di difendere la Chiesa e il celibato dei preti,
ma offendendo così gli omosessuali tradisce la sua fragilità, espone la sua
omofobia, disarma tutti i soldati di Cristo. FRANCESCO MERLO
LR 14
SWR. Venerdì Santo, attrazione italiana in Germania
La comunità
cattolica italiana in Germania si è conquistata un posto d’onore nella classifica
della celebrazione del Venerdì Santo. Sono ormai anni che in diverse città
tedesche le nostre Missioni cattoliche realizzano la Passione vivente. Fra le
più suggestive spiccano quelle di Stoccarda-
Bad Cannstatt e di Ulm/Neu-Ulm. La partecipazione si attesta sulle 20.000 persone
Almeno una volta all’anno la comunità italiana in Germania occupa anche sulla
stampa locale un ruolo di primo piano.
Fede e tradizione
popolare italiana offrono in questa giornata di penitenza e di riflessione un
modo toccante di rivivere l’evento storico che ha dato vita
al cristianesimo. Per affrontare il giudizio del grande pubblico, che si
riversa nelle vie cittadine di alcune città tedesche, bambini, giovani e meno giovani per due mesi si preparano meticolosamente al grande
appuntamento. Si elaborano testi, si cercano gli attori e le comparse , si approntano i costumi si studia la coreografia, si
definiscono gli aspetti tecnici dei palcoscenici, si inoltrano le richieste di
autorizzazione al comune, alla polizia e al decanato di competenza, si mette a
punto la regia e si acquisiscono gli sponsor per far fronte alle spese. C’è
dunque un bel da fare. I missionari danno una mano, ma il peso maggiore ricade
sul regista e sul comitato promotore. D’altronde la sfida, compresa quella
climatica, è grande.
Culla della
tradizione della Passione vivente italiana in Germania è Stoccarda-Bad
Cannstatt.
Qui 32 anni fa furono mossi i primi passi. Alla prima edizione
vi fu una partecipazione di un mezzo migliaio di italiani.
Oggi la partecipazione è multietnica ed è decuplicata, grazie anche agli sforzi
del regista Angelo Attademo.
Quella di maggior
richiamo passa per le vie cittadine di Neu-Ulm/Ulm. In queste due città , divise
dal Danubio, l’affluenza registrata si attesta sulle 20.000 persone.
Ideatore,
promotore e regista è Nicola Albarino, un giovane
emigrato di Venosa, cittadina lucana in provincia di Potenza che ha dato i
natali nel 65 a.C. al grande poeta latino Quinto Orazio Flacco.
Nel 2004 Albarino convinse il bresciano don Giuseppe Gilberti, locale missionario da quasi tre decenni, a
tentare di trapiantare la tradizione venosina nella città di Albert Einstein.
Costituito un
comitato per la Via Crucis Vivente col preciso compito di provvedere
a preparare e a curare l’evento nei minimi particolari, nel 2005 ebbe
luogo la prima edizione del revival.
Il regista Albarino, che per passione si dedica alla musica, riserva
ai costumi, ai palcoscenici, al gioco delle luci e alla musica un ruolo di
primo piano.
Per favorire una
maggiore partecipazione di cittadini tedeschi e di altre nazionalità, i
cronisti introducono le scene anche in lingua tedesca. La croce da portare da Neu-Ulm ad Ulm
pesa oltre mezzo quintale; mentre il fusto della flagellazione supera i 150
chili.
La
rappresentazione delle 6 stazioni della via dolorosa
avviene su altrettanti palcoscenici allestiti nelle piazze centrali di Neu-Ulm e di Ulm. Essi sono
dotati di amplificazioni, riflettori, tele e di vere piante di ulivo.
Gli 80 protagonisti indossano costumi del tempo, cuciti
gratuitamente da donne italiane; mentre elmi, corazze, spade, mantelli e
sandali vengono acquistati in Italia.
Non mancano poi
ciotole, brocche, lampade ad olio in terracotta
importate dalla storica Venosa, cittadina della Basilicata, prevalentemente
agricola.
Le classiche
scene, rappresentate sia a Stoccarda-Bad Cannstatt che ad Ulm/Neu-Ulm, sono: ’Ultima cena,
l’Orto degli Ulivi, la Cattura, l’Interrogatorio di Caifa,
il Processo, la Crocifissione.
I particolari
delle prove nel servizio audio http://www.swr.de/international/it/-/id=233350/did=6200668/pv=mplayer/vv=popup/nid=233350/1dwtmsv/index.html
Tony Màzzaro SWR International/Sezione italiana (de.it.press)
CEI: Catechesi. Suscitare la fede. “Lettera” a 40 anni dal Documento
di base
“Riproporre
all’attenzione di tutte le componenti della comunità
ecclesiale le linee portanti” del Documento di base “Il rinnovamento della
catechesi” (Db), a 40 anni dalla sua pubblicazione (1970), ed “evidenziare gli
effetti positivi che esso ha prodotto nell’azione pastorale”. Questo l’obiettivo principale della lettera della Commissione
episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, rivolta “alle
comunità, ai presbiteri e ai catechisti” e intitolata “Annuncio e catechesi per
la vita cristiana”. Nel testo, la Cei segnala “le sfide con cui devono fare i
conti oggi l’evangelizzazione e la catechesi, e le nuove esigenze a cui devono rispondere nel contesto del nostro Paese,
profondamente mutato rispetto quarant’anni fa”. “Non rassegniamoci a lasciare
che l’uomo viva solo in superficie, o che diventi
schiavo del conformismo”, l’invito finale della lettera, un cui si afferma che
”nel cammino della Chiesa italiana il Db ha soprattutto messo in evidenza il
primato dell’evangelizzazione”.
Il primato deIl’evangelizzazione. Il Db, l’esordio della lettera, è
stato “la prima strada attraverso la quale i documenti conciliari sono arrivati
alla base”: in Italia, “ha favorito il nascere e l’impiantarsi di una nuova
sensibilità missionaria, ha introdotto nuove tematiche,
un nuovo linguaggio, un nuovo metodo di lavoro”, elaborato “con la collaborazione
di tutte le Chiese in Italia”. Sul piano dei contenuti della fede, il Db “ci ha
insegnato che il centro vivo della catechesi è la persona di Gesù” ed “ha aiutato a veicolare una visione rinnovata della
fede”, per cui “la catechesi ha la finalità non solo di trasmettere i contenuti
della fede, ma di educare la ‘mentalità di fede’, di iniziare alla vita
ecclesiale, di integrare fede e vita, insegnandoci a leggere il nostro tempo
alla luce della parola di Dio”. In questa nuova prospettiva, i catechisti “sono
maestri, educatori e testimoni della fede”, ma “nella Chiesa ogni cristiano, in
forza del battesimo e della cresima, è responsabile
dell’evangelizzazione: una responsabilità differenziata, ma comune”. Questo
“impegno di evangelizzazione”, per il Db, “deve raggiungere le persone nella
loro concreta situazione di vita”, che “non sono semplici destinatari della catechesi, ma protagonisti del proprio cammino di fede”. Tra
le fonti della catechesi, il Db cita la Sacra Scrittura, la tradizione, la
liturgia, le opere del creato. Anche il contesto
sociale “va guardato con gli occhi della fede”, in quanto “non è solo lo spazio
in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si
manifesta, attraverso i segni dei tempi”: di qui la necessità di “essere fedeli
alla parola di Dio e alle esigenze della persona”.
Indifferenza,
irrilevanza, privatizzazione. Razionalismo, scientismo, relativismo,
materialismo consumista: sono questi, per la Cei, gli “influssi culturali” che
hanno caratterizzato, in questi 40 anni, il “processo
di secolarizzazione” che ha investito l’Italia, dove “sorti scenari culturali e
religiosi nuovi che, se da una parte richiedono costante fedeltà agli
orientamenti del Db, dall’altra esigono scelte pastorali e catechistiche
nuove”, poiché “la Chiesa si trova in Italia di fronte a una situazione
profondamente mutata rispetto a quella del 1970”. Quella di oggi è per la Cei
un’Italia con “larghe tracce di tradizione cristiana”, ma in cui “si diffonde
una concezione della vita, da cui è escluso ogni riferimento al Trascendente”.
L’indifferenza religiosa, l’irrilevanza attribuita alla fede, in base alla
quale giovani e adulti “non negano Dio, semplicemente
non sono interessati”, il soggettivismo, che “induce molti cristiani a selezionare
in maniera arbitraria i contenuti della fede e della morale cristiana, a
relativizzare l’appartenenza ecclesiale e a vivere l’esperienza religiosa in
forma individualistica”. Tutti fenomeni, questi, grazie ai quali la religione “viene relegata nella sfera del privato, con la conseguente
relativizzazione dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cristiano e
dei modelli di comportamento che ne derivano”. Su tutto ciò, incide anche il
“crescente pluralismo culturale e la pervasività
della comunicazione multimediale”.
Suscitare la fede.
“Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per
vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna
suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone,
confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e
ne accompagna tutte le fasi della vita”. Nel nuovo documento, la Cei sottolinea il primato del “primo annuncio”, che “non è solo
quello che precede l’iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di
ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti”.
In molti casi, inoltre, il primo annuncio è “una vera e propria premessa al
catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e
i ragazzi”. “Questo rinnovato accento sulla persona nei suoi snodi fondamentali
– è una delle affermazioni di fondo della lettera -
apre per la catechesi il tempo di una riformulazione del contenuto, del metodo
e dello stile, inserendola più chiaramente in un cammino di formazione che comprende
le molteplici dimensioni della vita cristiana”. Catechesi
come “responsabilità di tutta la comunità”: questo l’appello rivolto dalla Cei
alle parrocchie. Tra le priorità: la catechesi degli adulti e dei
giovani, l’iniziazione cristiana, l’apostolato biblico, la necessità di
“valorizzare il rapporto tra fede e ragione”, attraverso l’attenzione ai
“problemi morali che emergono nella vita dei singoli e nella convivenza
sociale”.
Sir
Dopo una denuncia, in Vaticano procedono così
Le linee guida
della congregazione per la dottrina della fede circa le procedure da adottare
quando vengono denunciati abusi sessuali su minori -
di Sandro Magister
ROMA – Da lunedì,
sul sito web della Santa Sede si può leggere il documento riprodotto qui sotto,
che riassume le procedure in uso da alcuni anni nella Chiesa cattolica nei casi
di abuso sessuale su minori ad opera di persone con i
sacri ordini.
Per minori si intendono le persone con meno di 18 anni, mentre per atti
di pedofilia si intendono gli abusi compiuti su bambini impuberi.
Sulle circa
tremila denunce arrivate alla congregazione per la dottrina della fede dal 2001 a oggi, per abusi su minori commessi negli
ultimi cinquant'anni, i casi di pedofilia vera e propria sono il 10 per cento
del totale. Il 60 per cento dei casi sono di
attrazione sessuale per adolescenti dello stesso sesso, mentre il restante 30
per cento riguarda rapporti con giovanissime.
La maggior parte
dei casi affrontati si sono conclusi con una sanzione
amministrativa e disciplinare a carico dell'imputato: procedura più rapida ed
efficace di quando si celebra un vero e proprio processo.
Per la denuncia
degli abusi alle autorità civili la Santa Sede ordina di seguire le leggi del
luogo. Ciò vuol dire che nei paesi di cultura giuridica anglosassone e in
Francia la denuncia è obbligatoria. Mentre dove non lo è, la Santa Sede
incoraggia le vittime a rivolgersi esse stesse ai tribunali.
Le modifiche
annunciate nell'ultimo paragrafo del documento riguardano
in particolare l'abolizione dei termini di prescrizione, che dal 2001 sono di
10 anni, da contarsi a partire dal compimento dei 18 anni della vittima.
Già oggi, però, la prescrizione non è tassativa e le denunce sono accolte anche
per atti più lontani nel tempo.
Ecco dunque il
testo delle linee guida, tradotto dall'originale inglese:
Guida alle delle
procedure di base della congregazione per la dottrina della fede riguardo alle
accuse di abusi sessuali
La disposizione
che deve essere applicata è il motu proprio "Sacramentorum sanctitatis
tutela" del 30 aprile 2001 insieme al
Codice di Diritto Canonico del 1983. La presente è una guida introduttiva che
può essere d'aiuto a laici e non canonisti.
A. Procedure
preliminari
La diocesi indaga
su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi
di un minore.
Qualora il
sospetto abbia verosimiglianza con la verità, il caso viene
deferito alla Cdf. Il vescovo locale trasmette ogni
informazione necessaria alla Cdf ed esprime la
propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a
lungo termine.
Va sempre dato
seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento
di crimini alle autorità preposte.
Nella fase
preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure
precauzionali per la salvaguardia della comunità,
comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere
di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua
diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che egli è sollecitato a
esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non
ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo
prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico.
B. Procedure
autorizzate dalla Cdf
La Cdf studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove
necessario, richiede informazioni supplementari.
La Cdf ha a disposizione una serie di opzioni:
1. Processi penali
La Cdf può autorizzare il vescovo locale a condurre un
processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi
appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato a un tribunale
della Cdf.
La Cdf può autorizzare il vescovo locale a istruire un
processo penale amministrativo davanti a un delegato del vescovo locale,
assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle
accuse e a esaminare le prove. L'accusato ha il diritto di presentare ricorso
alla Cdf contro un decreto che lo condanni a una pena
canonica. La decisione dei cardinali membri della Cdf
è definitiva.
Qualora il
sacerdote venga giudicato colpevole, i due
procedimenti — giudiziario e amministrativo penale — possono condannarlo a un
certo numero di pene canoniche, la più seria delle quali è la dimissione dallo
stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata
direttamente durante queste procedure.
2. Casi riferiti
direttamente al Santo Padre
In casi
particolarmente gravi, in cui processi civili criminali abbiano ritenuto
colpevole di abusi sessuali su minori un religioso, o in cui le prove siano
schiaccianti, la Cdf può scegliere di portare questo
caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto
di dimissione dallo stato clericale «ex officio». Non esiste ricorso canonico
dopo un simile decreto papale.
La Cdf porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti
accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati
dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il
Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa («pro bono Ecclesiae»).
3. Misure
disciplinari
In quei casi in
cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini e abbia accettato di
vivere una vita di preghiera e penitenza, la Cdf
autorizza il vescovo locale a emettere un decreto che proibisce o limita il
ministero pubblico di tale sacerdote. Tali decreti sono imposti tramite un
precetto penale che comprendono una pena canonica per la violazione delle
condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro
questi decreti è possibile il ricorso alla Cdf. La
decisione della Cdf è definitiva.
C. La revisione del motu proprio
La Cdf ha in corso una revisione di
alcuni articoli del motu proprio Sacramentorum
sanctitatis tutela, al fine di aggiornare il suddetto
motu proprio del 2001 alla luce delle speciali
facoltà riconosciute alla Cdf dai Pontefici Giovanni
Paolo ii e Benedetto xvi.
Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette
procedure. L’Espresso on line 14
Tragedia Merano. Si sentivano sicuri. La preghiera del vescovo Karl, la
solidarietà Ue e Caritas
Bolzano -
"Lunedì era una bella giornata di primavera, tutto sembrava essere avvolto
dalla pace. I viaggiatori
saliti su quel treno si sentivano sicuri. E poi,
all'improvviso, ecco la tragedia". Nell'incidente ferroviario in Val Venosta (Bolzano) lunedì 12
aprile hanno perso la vita nove persone. Una frana di fango e sassi si è
staccata dalla montagna tra Laces e Castelbello, proprio mentre transitava il treno della Sad. Dei 28 feriti una quindicina
- i più gravi - sono ancora ricoverati negli ospedali di Merano e Bolzano.
Nella chiesa parrocchiale di Silandro, capoluogo venostano, mons. Karl Golser,
vescovo di Bolzano-Bressanone, ha presieduto il 13
aprile una celebrazione eucaristica in suffragio delle vittime del più grave disastro
ferroviario mai accaduto in Alto Adige.
Credere nella
risurrezione. Nella chiesa parrocchiale di Silandro i
volti delle nove vittime sono stati proiettati all'inizio della celebrazione e
a ciascuno di loro è stato dedicato un breve pensiero. "Desidero esprimere
ancora una volta la mia vicinanza a tutti coloro che
in questa tragedia hanno perduto un loro caro - ha detto mons. Golser - e ai tanti feriti auguro una pronta guarigione e
che non rimanga loro alcun segno permanente di questa disgrazia". Il
vescovo ha ricordato che, come cristiani, crediamo nella resurrezione dei morti
perché Cristo è risorto: "Proprio per questo crediamo che un giorno
potremo rivedere i nostri cari, morti in un modo tanto tragico, e che fin da
ora siamo uniti con loro nella preghiera".
Una grande
tragedia. "Si tratta senza ombra di dubbio della
più grande tragedia ferroviaria mai avvenuta in Provincia di Bolzano - ha detto
il governatore Luis Durnwalder -. Vogliamo portare il
cordoglio del governo altoatesino a tutti i parenti delle vittime. Faremo tutto
il possibile per aiutare e dare conforto a chi ha perso i propri cari in questa
tragedia. Il nostro grazie va comunque ai
soccorritori, il cui intervento è stato pronto e immediato". Sul luogo
della tragedia, nel pomeriggio di lunedì è arrivato
anche il ministro delle Infrastrutture e trasporti, Altero Matteoli, e
l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti. "Porto
il cordoglio del governo italiano alle famiglie coinvolte da questa tragedia e
a tutta la comunità altoatesina", ha dichiarato Altero Matteoli. La
tragedia ferroviaria ha avuto grande eco all'estero. "In questo momento di
grande dolore per il mio Paese, invio le mie condoglianze alle famiglie e agli
amici di coloro che hanno perso la vita in questo
incidente ferroviario". Jerzy Buzek, presidente del Parlamento europeo, ha espresso
solidarietà e vicinanza alle famiglie delle vittime altoatesine. Nel suo
messaggio Buzek, di nazionalità polacca, fa
riferimento al lutto che ha colpito il suo Paese con l'incidente aereo di Smolensk, dove hanno perso la vita 96
persone fra cui il presidente della Repubblica Lech Kaczynski.
Il sostegno della
Caritas. Sono partite anche le prime iniziative di solidarietà a favore delle
famiglie delle vittime e di quanti sono rimasti
feriti. La Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone ha
messo a disposizione delle vittime 30.000 euro del "Fondo di solidarietà
per persone in stato di bisogno". "Il disastro ferroviario
- spiega la Caritas in una nota - ha suscitato grande commozione e
partecipazione in provincia di Bolzano e nel resto del Paese. I
familiari delle vittime e i superstiti hanno bisogno di solidarietà concreta.
La Caritas, assieme a molti altoatesini, desidera aiutarli e per questo invita
a sostenere la sua iniziativa di raccolta fondi. Con la causale 'Incidente
ferroviario Venosta' sarà possibile effettuare donazioni presso quattro banche della nostra
provincia". Purtroppo, dicono Mauro Randi e Heiner Schweigkofler, direttori
della Caritas altoatesina, "non siamo in grado di cancellare tutto il
carico di disperazione e di lutto causato dalla perdita di vite umane
nell'incidente ferroviario, ma possiamo comunque dare
prova della nostra solidarietà con un gesto concreto".
Accertare le
cause. Sostegno finanziario alle famiglie colpite dal lutto e da conseguenti
difficoltà economiche, assistenza nei casi di procedimenti legali per il
riconoscimento di risarcimenti sono stati decisi anche dalla giunta provinciale.
In segno di lutto, sono state sospese le sedute del Consiglio provinciale e i
singoli assessori ridurranno tutte le loro attività pubbliche programmate fino
ai funerali delle vittime. Sul fronte dell'accertamento delle cause del
disastro ferroviario (si ipotizza la rottura di un
impianto di irrigazione a monte che avrebbe inzuppato pesantemente il terreno
franato poi a valle proprio mentre passava il treno), il procuratore capo Guido
Rispoli ha iscritto otto persone sul registro degli indagati. "Dobbiamo prima stabilire con certezza le cause della frana,
per questo per il momento la linea ferroviaria della Val
Venosta resterà chiusa nel tratto tra Castelbello e Laces - ha
dichiarato -. Va stabilito se la condotta
dell'impianto d'irrigazione è stata l'unica causa del disastro o se ci sono
concause, come per esempio la presenza di falde acquifere". Sir
Accostamento
omossessuali pedofilia,
Francia contro Bertone: "Inaccetabile"
PARIGI - Le
dichiarazioni di ieri del segretario di Stato vaticano
Tarcisio Bertone che aveva collegato omosessualità e
pedofilia sono definite un accostamento «inaccettabile» dal governo francese
tramite una nota del ministero degli Esteri.Ieri,
parlando dal Cile, il segretario di Stato della santa Sede aveva osservato che
all’origine dei numerosi casi di pedofilia all’interno della
chiesa non vi era il celibato dei sacerdoti quanto un problema di
omosessualità.
«Numerosi psichiatri e psicologi hanno dimostrato che non
esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri - e mi è stato
confermato anche recentemente - hanno dimostrato che esiste un legame tra
omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema», ha dichiarato il segretario di Stato vaticano rispondendo
a un’intervista a una radio cilena.
La Santa Sede
precisa. Il segretario di Stato vaticano , card.
Tarcisio Bertone, nella sua conferenza stampa in
Cile, si riferiva «alla problematica degli abusi all’interno della Chiesa e non
nella popolazione mondiale». È quanto ha precisato padre Federico Lombardi,
portavoce della Santa Sede, rispondendo alle polemiche scoppiate sulle
dichiarazioni di Bertone, in cui veniva
indicato un nesso tra pedofilia e omosessualità. Da dato
statistici della Chiesa, risulta che il 60% degli abusi su minori è compiuto
da preti omosessuali.
«Le autorità
ecclesiastiche non ritengono di loro competenza fare affermazioni generali di
carattere specificamente psicologico o medico, per le quali
rimandano naturalmente agli studi degli specialisti e alle ricerche in corso
sulla materia»: è quanto ha precisato padre Federico Lombardi, portavoce del
Vaticano, sulle affermazioni del card. Tarcisio Bertone
a proposito di un nesso tra omosessalità e
pedofilia. LS 14
«Pedofilia legata all'omosessualità»: Il Vaticano: ci riferivamo solo ai preti
ROMA - Il
segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone,
nella sua conferenza stampa in Cile, si riferiva «alla problematica degli abusi
all'interno della Chiesa e non nella popolazione mondiale».
È quanto ha
precisato padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, rispondendo alle
polemiche scoppiate sulle dichiarazioni di Bertone,
in cui veniva indicato un nesso tra pedofilia e
omosessualità. Da dato statistici della Chiesa,
risulta che il 60% degli abusi su minori è compiuto da preti omosessuali. Nel
frattempo sulle frasi di Bertone, che già avevano
innescato molte polemiche in Italia, è arivata una
condanna ufficiale del governo francese
Padre Lombardi.
«Per quanto di competenza delle autorità ecclesiastiche, nel campo delle cause
di abusi su minori da parte di sacerdoti affrontate negli anni recenti dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede, risulta
semplicemente il dato statistico riferito nella intervista di Mons. Scicluna, in cui si parlava di un 10% di casi di pedofilia
in senso stretto, e di un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti), dei quali
circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere
eterosessuale», ha ricordato Lombardi «Ci si riferisce qui evidentemente - ha
detto - alla problematica degli abusi da parte di sacerdoti e non nella
popolazione in generale».
La condanna della
Francia. La Francia condanna «l'amalgama inaccettabile» tra pedofilia ed omosessualità nelle parole del segretario di stato
Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, È quanto ha
detto il ministero degli Esteri di Parigi.
«Si tratta di un
amalgama inaccettabile che condanniamo», ha detto il portavoce del ministero
degli Esteri francese, Bernard Valero, in riferimento alle parole del cardinal Bertone.
«La Francia - ha aggiunto Valero durante una
conferenza stampa a Parigi - ricorda il suo impegno nella lotta alle
discriminazioni ed ai pregiudizi legati
all'orientamento sessuale e all'identità di genere». La Francia è il primo
stato a reagire alle parole pronunciate lunedì scorso
in Cile - del segretario di Stato Vaticano.
Anche l'ex
segretario del Pd Veltroni, intanto ha invitato a fare molta attenzione per non
cadere sul terreno dell'intolleranza e della discriminazione: «Ogni accostamento tra omosessualità e pedofilia è indebito
e pericoloso. Dovremmo essere tutti consapevoli che una cosa è la pluralità e
la libertà degli orientamenti sessuali, e ben altra cosa è la sopraffazione e
la violenza verso chi, in primo luogo i bambini, non ha gli strumenti e la
forza per difendersi da un abuso»
Malta, altri
manifesti insultanti contro il Papa. I preti portino «la luce di Dio nella
confusione dei nostri tempi»: lo ha detto Benedetto
XVI, nel corso dell'udienza generale in Piazza San Pietro. Il Pontefice non ha
fatto alcun accenno allo scandalo di pedofilia all'interno della Chiesa. Ma ha comunque dedicato una buona parte del suo discorso al
ruolo del sacerdote.
Nel frattempo a
Malta, dove in Pontefice andrà in visita sabato e
domenica prossimi, ancora scritte offensive verso il, Papa sono comparse su
manifesti di benvenuto affissi dal governo per annunciare la visita del
Pontefice. Dopo i baffetti di Adolf Hitler dipinti sul volto del Papa su tre manifesti
sabato scorso, accompagnati da scritte ingiuriose, oggi un altro manifesto è
stato vandalizzato. Addetti ai lavori sono stati immediatamente incaricati di
cancellare le scritte e sostituire i manifesti interessati.
A Malta in 19 anni ci sono state 45 denunce di abusi su bambini: 19
casi sono stati archiviati, 13 sono ancora aperti, 4 sacerdoti sono stati
dichiarati colpevoli, puniti e rimossi dai loro incarichi. IM
14
Papst: Priester stehen im „Dienst an der Wahrheit“
In einigen Wochen geht, inmitten aller
Turbulenzen um das Thema Missbrauch, das vom Papst ausgerufene Priesterjahr zu
Ende. In seinen Katechesen will sich Benedikt bei seinen kommenden
Generalaudienzen näher mit dem Priesteramt beschäftigen. An diesem Mittwoch
machte er auf dem Petersplatz einen Anfang: Er erinnerte daran, dass der
auferstandene Christus „den Aposteln die Vollmacht gegeben hat, zu taufen und
zu lehren (vgl. Mt 28, 19f) sowie die Sünden zu
vergeben (vgl. Joh 20, 23).“
„Heute wollen wir zunächst den Dienst
des Lehrens betrachten. Der Priester als Lehrer – das heißt nicht, dass er sich
selbst in den Vordergrund stellt oder irgendwelche Disziplinen abhandelt, die
es gäbe, sondern er stellt sich in den Dienst Jesu Christi, der das Wort der
Wahrheit selber ist. Denn die Grundfrage des Menschen ist ja, woher komme ich,
wohin gehe ich, was soll ich tun? Nach diesen Grundfragen braucht er Antwort
und die kann man sich nicht selbst ausdenken, sondern die Antwort muss aus der
Wahrheit selbst, muss von Gott her kommen. Christus als das Wort Gottes hat es
uns geschenkt und gezeigt. Der Priester verkündet sie, er steht im Dienst
dieser Wahrheit, er propagiert nicht eigene Ansichten und Meinungen, sondern
ist demütiger Diener dessen, was uns allen gemeinsam ist und uns allen den Weg
bereitet. Das bedeutet natürlich nicht, dass er etwas fremdes, sozusagen
neutral anbietet, sondern das verlangt, dass er innerlich in diese Wahrheit
hineinwächst, sich von ihr formen lässt und dass er das Gemeinsame so
weitergibt, dass es auch sein eigenes Leben geformt hat.“
Das könne mit sich bringen, „dass der
Priester zuweilen Rufer in der Wüste ist, das heißt, dass er gegen die
herrschenden kulturellen Tendenzen steht und dass er im Widerstand gegen
eingefahrene herrschende Meinungen das verkündigen muss, was eigentlich der Weg
des Menschen ist“, so Benedikt.
„Dabei ist dann wichtig, wie ich schon
sagte, dass der Priester durch sein Leben selbst zeigt, dass er von der
Wahrheit ergriffen ist, dass er nicht sich propagiert, sondern sich von ihr
ständig neu kritisieren und umformen lässt - und durch seinen Prozess der Demut
vor der Wahrheit und des Lebens in sie hinein sie glaubwürdig und vor allem
auch gegenseitig und heute verständlich macht.“
Der heilige Pfarrer von Ars sei „uns
gerade in seiner Schlichtheit ein Beispiel“, fuhr der Papst fort.
„Er hat keine gelehrten Theorien
verkündet, aber er hat in die Wahrheit so hinein gelebt, dass er sie verstanden
hat und dass er sie in ihrer Aktualität zu den Menschen überzeugend zu bringen
vermochte. Wenn wir all das bedenken, sehen wir, dass der Herr den Priestern
eine große Aufgabe anvertraut hat, hinter der sie immer zurückbleiben, aber die
da doch nicht aufhört, eine grundlegende Aufgabe für diese Welt zu sein. Jeder
Priester soll mit Herz und Mund und in der Heiligkeit seiner Lebensführung der
Stimme Ausdruck geben, auf die wir warten, nämlich der Stimme unseres Guten
Hirten Jesus Christus...
Von Herzen bitte ich euch, stets für
gute Priester und um gute Priesterberufungen zu beten und den Priestern zu
helfen, dass sie mehr lernen wirklich Priester zu sein. Dass sie den Leidenden,
den Armen und den Bedürftigen ihm selbst zu begegnen. Der barmherzige Gott
segne euch und eure Familien und schenke euch noch gesegnete Osterzeit!“ (rv 14)
Missbrauch. Opfer wollen den Papst treffen
Rom. Es sollte alles so schön werden,
ein geschichtsträchtiger Besuch vor malerischer Kulisse. Am Samstag reist Papst
Benedikt XVI. nach Malta - 1950 Jahre nach dem Apostel Paulus, der der
christlichen Überlieferung zufolge im Jahr 60 nach Christus das Christentum auf
die Insel brachte. Malta ist bis heute streng katholisch, Scheidung und
Abtreibung sind verboten, und als Johannes Paul II. die Insel 2001 besuchte,
kam es zum größten Menschenauflauf in deren Geschichte. Benedikt aber kann
nicht nur mit Jubelgesängen rechnen.
Auch auf Malta ist die Kirche in
Missbrauchsskandale verstrickt, Opfer sexueller Übergriffe von Priestern
fordern ein Treffen mit dem Oberhaupt der Katholiken. Seitdem in der Vorwoche
Unbekannte Plakate des Papstes mit Hitler-Schnurrbart und dem Wort
"Pädophiler" beschmiert hatten, wächst in Rom die Sorge vor
Zwischenfällen.
Als Wortführer der Missbrauchsopfer
gilt der heute 37-jährige Lawrence Grech, der als
Kind in einem katholischen Waisenhaus regelmäßig missbraucht wurde. Unter
Tränen schilderten einige andere Opfer öffentlich, was ihnen dort in den 80er
Jahren angetan wurde. Grech und neun weitere Männer
führen seit sieben Jahren einen Prozess gegen drei Geistliche. Er hat den Papst
aufgefordert, sich zu entschuldigen.
Offiziell geplant ist ein solches
Treffen nicht. Das Programm sei sehr dicht, sagte Papst-Sprecher Federico
Lombardi. Auf Nachfrage wollte er es nicht ganz ausschließen und bekräftigte
die Bereitschaft des Papstes, weitere Missbrauchsopfer zu treffen. "Das
muss aber mit Andacht und Reflexion und nicht unter dem Druck der Medien
geschehen."
In der römischen Kurie ist mit Charles Scicluna ausgerechnet ein Malteser zuständig für die
Strafverfolgung in Missbrauchsfällen. Nach Angaben der Kirche wurden auf Malta
innerhalb der vergangenen zehn Jahre gegen 45 von insgesamt 850 Priestern
Vorwürfe laut, sich an Minderjährigen vergangen zu haben. In der Regel wurden
sie nur kirchenintern verfolgt. Es ist nicht bekannt, wie viele ihres Amtes
entbunden wurden. Lawrence Grech fürchtet, selbst
wenn es zu einem weltlichen Verfahren kommen sollte, gebe es wohl kein großes
Interesse an der Wahrheit: Der Prozess finde hinter verschlossenen Türen statt
und konzentriere sich bisher auf einen der Angeklagten. Das Gericht habe
verfügt, dass die Prozessakten nicht veröffentlicht werden dürften.
Kardinal gibt Schwulen Schuld -
Unterdessen gießt Kardinalsekretär Tarcisio Bertone
Öl ins Feuer. Der Mann, der als rechte Hand des Papstes gilt, behauptete auf
einer Chile-Reise, nicht das Eheverbot für Priester, sondern die Homosexualität
sei Schuld an den Missbrauchsfällen. "Viele
Psychologen und Psychiater haben nachgewiesen, dass es keinen Zusammenhang
zwischen dem Zölibat und der Pädophilie gibt, aber viele andere haben gezeigt
und mir kürzlich versichert, dass ein Zusammenhang zwischen Homosexualität und
Pädophilie besteht. Das ist die Wahrheit und das ist das Problem", wurde Bertone von der Online-Ausgabe eines chilenischen Radiosenders
zitiert. KORDULA DOERFLER (FR mit dpa
14)
Wie das Turiner Grabtuch die Massen verzaubert
Über eine Million Menschen haben sich
angemeldet, 20.000 Reisebusse fahren täglich nach Turin. Das mysteriöse
Grabtuch, das der Überlieferung nach den Leichnam Jesu bedeckt haben soll,
fasziniert die Massen. Man könnte es für einen genialen Befreiungsschlag der
katholischen Kirche halten.
Das Antlitz auf dem Grabtuch ist kaum
mehr als ein Schatten. Doch in diesen Tagen wird es in Turin bewacht, als
besuche gerade der Präsident der Vereinigten Staaten die Stadt. „Nein“, sagt
ein Pilger in der langen Menschenschlange vor der Basilika San Giovanni
Battista, „es ist ein König!“
Der Verdacht liegt nahe, die
Ausstellung für einen genialen Befreiungsschlag der katholischen Kirche in der
Stunde ihrer größten Krise zu halten, wäre sie nicht schon vor Jahren geplant
gewesen – oder aber für eine wundersame Fügung der „divina
provvidenza“, als Eingriff der „göttlichen
Vorsehung“, wie es jetzt viele in Turin glauben mögen.
Jedenfalls konnte das Bild dieses
„Königs“ zu keinem passenderen Zeitpunkt auf die Radarschirme der Welt und der
Kirche zurückkehren. Er sei „berührt“ oder „erschüttert“ ist der Kommentar von
jedem zweiten Pilger, der die Basilika wieder verlässt.
Warum sie gekommen sind? „Himmel und
Erde berühren sich in diesem Tuch“, antwortet ein Mann aus dem Libanon. 5000
Soldaten hat der italienische Staat freigestellt, um sie und die Ausstellung
der „Santa Sindone“ zusätzlich zu den Kräften der Carabinieri, der Polizisten und anderer Ordnungskräfte zu
schützen und den Ansturm aus aller Welt in geordnete Bahnen zu lenken.
Weit über eine Million haben sich über
das Internet angemeldet, 20.000 Reisebusse werden allein in den nächsten Tagen
erwartet, die italienischen Züge nach Turin sind um 20 Prozent verbilligt.
Hunderttausende werden im Schritttempo an dem rätselhaften alten Leintuch
vorbei pilgern, um drei bis fünf Minuten vor ihm im Dämmerlicht verharren zu
können.
Vermeintliches Grab von Jesus endeckt - Schon am Samstagabend strömten 12.000 vor das
Bild des nackten Gekreuzigten, den das Tuch verwahrt, 2000 akkreditierte
Journalisten nicht mit gerechnet. Noch bevor Kardinal Poletto
die Ausstellung des Grabtuchs mit einem Hochamt im Duomo
di Torino eröffnete, war schon die Prominenz der Stadt und des Landes am
Samstagabend vor die Kronreliquie der Savoyerkönige
geeilt, die seit 1983 den Päpsten gehört - Dottore
Montezemolo, Dottore Marchionne
„e tutti quanti“ - um wieder mit eigenen Augen zu
sehen, was gewöhnlich in einem Hochsicherheitstresor der Basilika streng
verschlossen bleibt.
Erstmals seit Jahrhunderten ist es
jetzt auch ohne die großen Flicken zu sehen, die dem Tuch nach Brandschäden von
1532 aufgenäht worden waren und 2002 in einer hoch geheimen Operation entfernt
wurden. Am 2. Mai will der Papst vor das kostbare Leinen pilgern. Das Tuch ist
die größte Ikone der Christenheit.
Kein Wunder, dass es natürlich auch
Adolf Hitler brennend interessierte, mit seinem fast okkulten siebten Sinn für
alles, was wirklich wertvoll war, wie ein Historiker in den letzten Tagen in
Erinnerung gerufen hat. Schon 1938 hatte „der Führer“ in Italien „ungewöhnliche
und hartnäckige“ Fragen nach der Reliquie gestellt und danach, wie und wo sie
genau aufbewahrt wurde.
Das ist nicht erstaunlich. Erstaunlich
ist eher, dass die Italiener das Grabtuch schon im September 1939 vor möglichen
Bomben und ihren Verbündeten aus Turin in Sicherheit brachten, und zwar nicht –
wie geplant - in die Benediktiner-Abtei auf dem Monte Cassino,
die als sicherste Trutzburg Italiens galt, sondern in die Wallfahrtskiche
von Montevergine in der Campagna.
Das Tuch und seine Geschichte - Wäre
das Tuch nach Monte Cassino gekommen, wäre es 1944 im
Trommelfeuer der Alliierten in den Trümmern der Abtei zu Staub geworden. In
Turin aber hatten sich schon ein Jahr zuvor Offiziere der Wehrmacht, als die
Achse Berlin-Rom gerade zerbrochen war, „sofort nach dem Grabtuch erkundet“,
wie Kardinal Fossati im Oktober 1946 preisgab, als
das Tuch nach Turin zurück kam. Der Weg des Grabtuchs ist immer wieder
erstaunlich. Dass es nun besser betrachtet werden kann als je zuvor, grenzt an
ein Wunder.
Nicht weniger als wunderbar ist auch
die perfekte Logistik, mit der in Turin die Pilger zum Ziel ihrer Reise geführt
werden. Die Stadt platzt vor Menschen und atmet doch den Frieden eines ruhigen
Frühlingstages. Kein Labyrinth, sondern ein übersichtliches System von
Laufgängen nimmt jeden Fremden zielsicher in die richtige Richtung mit.
Im Atrium der Basilika erklärt ein
Video der langsam voran schreitenden Menge alle bemerkenswerten Details des
Grabtuchs, auf die es sich lohnt, wenig später das Augenmerk zu richten. Im Dom
erklärt eine Stimme die Anatomie des Mannes in dem Leinen, der ausgelitten
hatte, als er da hinein gelegt wurde. „Von der Mitte nach rechts sehen sie den
Nacken, Rücken und die Beine mit den Zeichen der Folter. Beten wir für alle,
die leiden ?“
Nur beweisen lässt sich natürlich
nicht, dass die „Santa Sindone“ tatsächlich das
Grabtuch Christi ist. Ähnlich sieht es mit allen Gegenbeweisen aus. Dass es
eine Fälschung ist, um die Gläubigen zu täuschen, ist ein alter Vorwurf. Ein
französischer Bischof (der es nur nie gesehen hatte) fand schon im 14.
Jahrhundert, es sei „listig gemalt und betrügerisch“.
1988 wollten Wissenschaftler mit einem
Radiokarbon-Test herausgefunden haben, dass das Gewebe aus der Zeit um 1320
stammen soll. Doch ein erstes Abbild des Tuches findet sich schon in einem
Codex aus dem Jahr 1192 in Budapest. Das berühmte Gesicht auf dem Tuch schweigt
zu all dem, sehr majestätisch. Die rechte Wange geschwollen und verschmiert.
Die Nase scheint gebrochen. Rund achtzig Hiebe sind auf seinem Körper nieder
geprasselt. Riesige Nägel haben seine Handgelenke und Füße durchbohrt, und eine
Klinge seine rechte Seite. An der Stirn und dem Hinterkopf quillt Blut aus dem
Haar.
Gewiss ist folgendes: in diesem Laken
lag einmal ein Mann, dem exakt das Gleiche widerfuhr, was Jesus von Nazareth
nach Auskunft der Evangelien geschehen ist, der vor der Zerstörung Jerusalems
die große Hoffnung vieler Juden war. Kein Bild, kein Schriftstück auf der
ganzen Erde spiegelt präziser, wie Jesus zu Tode kam. Doch das zarte Lichtbild,
das wir zwischen den Blut- und Wasserspuren und den Brandschäden erkennen
können, hat keine Konturen, keine Zeichnung, keine Pigmente, rein gar nichts
davon und ruht nur in den oberen Teilen der Faser.
Keiner kann sagen, was es ist und wie
es auf den Stoff geraten ist. Die Entstehung und der Charakter des Bildes
bleiben unerklärlich. Daran hat auch eine internationale und interdisziplinäre
Forscherkommission nichts geändert, die in den letzten Jahrzehnten erregende
Ergebnisse aus dem Tuch zu Tage förderte. Wären wir vor einem Gericht, würde
das Grabtuch leicht jeden Indizienprozess gewinnen, dass es mit dem „reinen
Leinen“ identisch ist, das Joseph von Arimatäa für
Jesus gekauft hat, wie der Richter Dr. Markus van den Hövel
aus Bochum nach der sachlichen Sichtung aller Befunde kürzlich in einem
bezwingenden Plädoyer dargelegt hat. Der Leinwand ist
eine exakte Landkarte des Leidens eingezeichnet. Doch richtig beginnt sie erst
in unserer Zeit zu reden.
„Unser Glaube stützt sich auf das
Evangelium“, sagte Kardinal Poletto in seiner Predigt
zum Beginn der Ausstellung, „und nicht auf dieses Tuch“ (obwohl er persönlich
daran glaube, dass es das Leichentuch Jesu sei). Doch jetzt, im Zeitalter der
digitalen Revolution, wo jedes Bild und jeder Text auf gleiche Weise in binäre
Codes aufgelöst und verbreitet wird, werden ja auch unsere alten Textbegriffe
zu eng.
Wer kann denn, wenn er heute auf dieses
Grabtuch schaut, das Leinen noch anders als eine große alte Schriftrolle
begreifen, die nichts anderes als die Evangelien über die Passion Jesu erzählt.
„Warum lasst ihr in eurem Herzen solche Zweifel aufkommen?“ fragt der
Auferstandene etwa bei dem Evangelisten Lukas seine verängstigten Jünger: „Seht
meine Hände und meine Füße an: Ich bin es selbst.“ Das Grabtuch erzählt nichts
anderes. „Sieh meine Wunden!“ sagt es dem zweifelnden Apostel Thomas. Das
Grabtuch spricht, wie Pilatus sprach, als er auf den König der Juden zeigte,
dem römische Legionäre gerade eine Gestrüpp aus Dornen als Krone auf den Kopf
und ins Haar geprügelt hatten: „Ecco homo! Seht,
welch ein Mensch!“
Der Autor Paul Badde
ist den Spuren des Grabtuchs als Korrespondent von WELT ONLINE gefolgt und hat
die Ergebnisse seiner Recherchen in diesem Buch vorgelegt: „Das Grabtuch von
Turin oder das Geheimnis der heiligen Bilder“. 160 Seiten mit vielen Bildern, Pattloch-Verlag, München 2010. Paul Badde
DW 14
Katholische Kirche Die Missbrauchs-Prozession
Erst sorgt die Kirche für mehr
Transparenz, dann macht ein Kurienkardinal Homosexualität für Pädophilie
verantwortlich. Der Vatikan springt im Missbrauchsskandal vor, zurück und
seitwärts. Ein Kommentar von Heribert Prantl
Das Verhalten des Vatikans im
Missbrauchsskandal erinnert an die Echternacher
Springprozession. Dort sprangen einst die Gläubigen drei Schritte vor und zwei
zurück und kamen dann irgendwann doch beim Grab des Heiligen Willibrod an, der zur Hilfe bei Krämpfen und
Nervenkrankheiten angerufen wird. Im Missbrauchsskandal ist es so, dass die
römische Kurie nicht nur vor und zurück, sondern auch noch seitlich springt:
Einem Bekenntnis folgen zwei Beschwichtigungen und drei Ausreden.
Soeben wieder: An einem Tag
veröffentlicht der Vatikan seine internen Regeln, welche die kirchlichen
Verantwortlichen verpflichten, bei sexuellem Missbrauch sofort den Staatsanwalt
einzuschalten. Das war ein Schritt der Wahrheit.
Am nächsten Tag aber folgt der Schritt der
Unwahrheit: Kurienkardinal Bertone schiebt die Schuld
am sexuellen Missbrauch durch Priester auf die Homosexualität, also auf die
Beziehungsform, welche die katholische Kirche seit jeher verdammt.
Neue Schuld durch Abwiegeln
Diese verweigert sich der Erkenntnis,
die der heilige Irenäus von Lyon schon im vierten Jahrhundert hatte: Nihil salvatur, nisi acceptatur. Nichts kann
geheilt werden, was nicht zuvor akzeptiert worden ist. Die Kirche will ihre
Verantwortlichkeit für den sexuellen Missbrauch durch Priester nicht ohne Wenn
und Aber akzeptieren.
Sie lädt neue Schuld auf sich, wenn sie
abwiegelt. Und sie lädt Schuld auf sich, wenn sie überführte Sexualstraftäter
in einem kirchlichen Dienstverhältnis belässt und es dann zu einer erneuten Tat
kommt. Die Kirche hat eine Garantenpflicht. Sie verletzt diese Pflicht in
strafbarer Weise, wenn Sexualstraftäter von ihr die Macht zurückbekommen, die
sie missbraucht haben. SZ 14
Aufbruch nach Galiläa… von Bischof Heinz Josef Algermissen
„Ich gehe fischen.“ (Joh 21, 3). Das ist gewissermaßen der Schlusspunkt unter
eine Karriere, die für Petrus am See Genezareth ihren Anfang nahm und die dort
wohl auch wieder enden sollte.
„Schuster, bleib bei deinem Leisten!“
oder eben: „Fischer, bleib bei deinen Netzen!“ So mag es ihm durch den Kopf
gegangen sein, als er nach dem Jesus-Abenteuer wieder in seinem früheren Leben
angekommen war. Mit welcher Begeisterung hatte Petrus sich doch diesem Rabbi
und seiner neuen Lehre angeschlossen, bereit, die Welt aus den Angeln zu heben,
ein Fels in der Brandung, auf den Gott seine Kirche bauen wollte, bis an die
Grenzen der Erde. Weit waren sie nicht gekommen. Schon in Jerusalem gab es jede
Menge Ärger mit den religiösen Autoritäten und natürlich mit der römischen
Besatzungsmacht.
Was für Treueschwüre hatte Petrus nicht
seinem Meister erklärt, den er dann doch im entscheidenden Augenblick verraten
hat. Er hatte Angst, aber weglaufen vor sich selbst und vor allem, woran er
geglaubt und wofür er gelebt hatte? Die Enttäuschung über sich selbst ist das
Schwerste. Auch ein Petrus muss damit leben. Mit seinen hochfliegenden Plänen,
seinen zerstörten Hoffnungen, dem eigenen Versagen. Er hatte nach den Sternen
gegriffen und den Himmel berührt – und war doch wieder auf dem Boden der
Realität aufgeschlagen. Das tat weh.
Vielleicht hätte Petrus mehr darauf
setzen sollen, was Jesus ihm auf dem Höhepunkt der Krise versprochen hatte:
„Ich habe für dich gebetet, dass dein Glaube nicht erlischt. Und wenn du dich
wieder bekehrt hast, dann stärke deine Brüder.“ (Lk
22, 32).
Petrus hätte wissen können, dass er
gerade auch in der Krise, im Dunkel, im Selbstzweifel von Gott getragen ist.
Und dass Jesus auch weiterhin zu ihm hält und auf ihn setzt, allen äußeren
Prüfungen und inneren Anfechtungen zum Trotz.
„Ich gehe fischen.“ Anstatt in
Lethargie und Selbstmitleid zu verfallen, geht Petrus an den Anfang seiner
Berufung zurück. Und genau dort, am Ufer des Sees von Galiläa, findet er auch
den, der ihn schon einmal zum Menschenfischer berufen hat. „Es ist der Herr“,
der Auferstandene, der am Ufer seines Lebens steht und ihn auffordert, die
Netze noch einmal auszuwerfen. Es ist gewissermaßen die „zweite Berufung“, die
weniger von jener ersten Begeisterung und Leichtigkeit des Anfangs hat, die
aber durch Krisen gereift ist und trägt.
Vielleicht war es auch nicht einfach
Resignation, dass Petrus in sein früheres Leben zurückkehren will. Es mag wohl
auch die leise Hoffnung mitgeschwungen haben, dass Jesus sein Versprechen hält,
auch über den Tod hinaus: „Ich gehe euch voraus nach Galiläa. Dort werdet ihr
mich sehen.“ (vgl. Mt 28, 7). Das ist weniger eine
Ortsbezeichnung als vielmehr eine Richtungsangabe. Dorthin, wo Petrus „fischen“
geht, ins gewöhnliche Leben, da ist der Erfahrungsraum des Göttlichen – damals
wie heute.
Dem Glauben geht es nicht um
nostalgisch-wehmütige Erinnerungen an frühere Zeiten, da die Welt noch heil
schien und der Kinderglaube ungebrochen war. Wir müssen vielmehr ankommen in
unserem Galiläa, unserem Lebensalltag, wo der Auferstandene uns heute sehen und
begegnen will, unaufgeregt und unspektakulär.
Ich wünsche uns allen Osteraugen, die
im Alltäglichen all der Krisensymptome in Kirche und Gesellschaft Seine
besondere Gegenwart erkennen können, in dem Gewöhnlichen den Anruf Gottes, in
den Menschen, mit denen wir zusammen sind, die Schwester und den Bruder. Auch
das wäre Ostern – ein Leben lang. „Bonifatiusbote“ 18
Kirchlicher Missbrauch. Die Geschändeten von Grafendorf
Grafendorf. Dass sich viele in
Grafendorf vor Willi Moser* fürchten, kann man schon nachvollziehen. Moser ist
ein großer, vitaler Mann von siebzig Jahren, mit kräftigen Händen und klarem
Blick. Er hört sehr genau zu. Er vergisst das Gehörte nicht und erzählt es
weiter, meistens mit einem etwas bitteren Lächeln, das Enttäuschung verrät,
aber auch Gewissheit ausdrückt.
So kann sich Willi Moser zum Beispiel
noch ganz genau an das hassverzerrte Gesicht seines Freundes Hansi* erinnern,
damals auf der Bürgerversammlung in Grafendorf, als der die Burschen plötzlich
angebrüllt hat: "Nun haltet doch endlich mal die Klappe!" Oder daran,
wie Bischof Kapellari ihm vorgeworfen hat, er sei schuld, dass zwei seiner
Söhne aus der Kirche ausgetreten sind.
In Grafendorf steht alles an seinem
Platz: Mitten im Dorf die Kirche, der Kirchenwirt und die Raiffeisenkasse,
neben dem Kriegerdenkmal zwischen gelben Stiefmütterchen die Silhouetten von
Graf Ekbert und Gräfin Willibirg,
die dem schönen Ort den Namen gaben. Das stattliche Haus der Mosers steht am
Ortsrand. Aus allen Ecken grüßen hier die Zeugen eines frommen und tätigen
Lebens - von der Harke auf der Terrasse über den Herrgottswinkel, das riesige
Porträt von Papst Johannes Paul II. über dem Sofa bis zum Laptop auf dem Küchentisch.
Der Vater ist Kirchenmusiker und war lange Organist der Gemeinde.
Und überall im Haus und in der Gemeinde
haben die heute erwachsenen Kinder von Willi Moser und seiner Frau Gertrud*
ihre Spuren hinterlassen. Sechs Söhne und eine Tochter haben in Grafendorf
ministriert, Orgel gespielt, die Kirchenzeitung ausgetragen, die Sonntagslesung
gelesen und im Chor gesungen. Drei Söhne haben dafür über Jahre die
"besondere Zuwendung" und die "väterliche Liebe" des Herrn
Pfarrer erfahren.
Thomas*, der eine von ihnen, ist in
Psychotherapie gegen die Erstarrungszustände, die er immer wieder durchlebt,
seit er sich als Junge gegen die Übergriffe des Priesters wehren musste. Peter*
leidet unter Panikattacken. "Als Kind hat er bis zu sieben Tage lang den
Stuhl zurückgehalten", erzählt Mutter Gertrud. Der dritte steht heute noch
bis zu einer Dreiviertelstunde unter der Dusche.
Grafendorf in der Steiermark ist eine
Missbrauchsgemeinde. Auf rund dreißig schätzt Thomas Moser, inzwischen 34, die
Zahl seiner Leidensgenossen. Anfangs dachte sich niemand etwas dabei, wie der
fleißige Herr Pfarrer sich immer wieder Jungen ins Pfarrhaus holte. "Er
hat gesagt, er muss sich um die Kinder kümmern, weil die Eltern es nicht genug
tun", erzählt Willi Moser. Weil er angeblich Hilfe für die Renovierung
einer Wohnung brauchte, entführte er den zwölfjährigen Thomas über Tage nach
Graz. Erst danach bekam Mutter Gertrud etwas mit. "Ich war ja damals
völlig unbedarft", sagt sie heute. "Das Wort Pädophilie habe ich gar
nicht gekannt."
"Herausgekommen" oder
"aufgeflogen" ist der gewohnheitsmäßige Missbrauch seither schon
zwei- oder dreimal. Jedes Mal hat Grafendorf die Sache in Rekordzeit
absorbiert. Erst war alles unbewiesen oder Verleumdung.
Oder der Pfarrer brauche eben ein
"bisschen Zärtlichkeit", wie Gertrud Moser vom Vorsitzenden des
Pfarrgemeinderats hörte. Dann war alles eine alte Geschichte, die keiner mehr
hören wollte. Jetzt, wo sexueller Missbrauch durch Priester auch in Österreich
das große Thema ist, hat der neue Pfarrer am vierten Fastensonntag endlich
einen relativ deutlichen Satz über seinen Amtsvorgänger gesagt: "So viele
junge Männer haben sicher nicht gelogen."
Klar ist in Grafendorf jetzt, dass da
etwas war. Unklar ist aber, wer es damals der Diözese gemeldet hat. Unter
Verdacht stehen die Mosers. "Wir waren die Bösen, die den Pfarrer
vertrieben haben!", erzählt Gertrud Moser.
Dabei hatte die Mutter von Thomas erst
nur den Pfarrer selbst zur Rede gestellt. "Er hat mir weinend versichert,
dass es nicht wieder vorkommen wird." Als Jahre später durch die Medien
ging, dass der Kardinal von Wien Jungen missbraucht hatte, erlebte die Frau,
wie der Pfarrer seine Sünden wirklich verarbeitet hatte.
Er sprach von "Verleumdungen"
und schrie regelrecht von der Kanzel herab. Und Mutter Moser begann zu
sprechen. So drang die Kunde vom Missbrauch auch bis nach Graz. Gertrud Moser
wurde zu einer Befragung zum "bischöflichen Visitator"
zitiert. Sie könne jemanden mitbringen, hieß es. Damals spürte sie erstmals die
Wand, vor der sie seither steht. "Niemand wollte. Der Pfarrsekretär hat
sich nicht getraut, und die Schuldirektorin hat mich angeschrien."
Der Pfarrer musste gehen, jetzt schien
es heraus. Aber es schien nur so. Im Pfarrbrief stand etwas von
"gesundheitlichen Gründen", und man munkelte, der arme Mann liege nun
im Krankenhaus. In Wirklichkeit hatte er vom Bischof gleich die nächste Pfarrei
zugewiesen bekommen.
Gertrud Moser kriegte Wind davon,
protestierte, die Lokalzeitung brachte einen Artikel. Aus Graz kam der
Generalvikar und gab den Mosers vor einer feindseligen Gemeinde recht. Die
Missbrauchsopfer, inzwischen junge Erwachsene, kamen öffentlich zu Wort. Sie
hatten sich vor der Versammlung im Pfarrsaal zusammengetan und einander Mut
gemacht. "Die Geschändeten" nannte sie der Vorsitzende des
Pfarrgemeinderats.
Das Pfarrhaus, ein Gewölbebau aus dem
18. Jahrhundert, ist das prächtigste Gebäude im Ort. Warm scheint die Sonne auf
die Holzbank vor dem steinernen Portal. Aber als die Rede auf Missbrauch kommt,
steht der heutige Ortspfarrer Alois Puntigam rasch
auf und bittet den Gast in sein düsteres Büro.
Dass die Familie Moser im Dorf seither
isoliert ist, kann er nicht richtig dementieren. Nur eins zu eins auf den
Missbrauch mag er es nicht zurückführen. Wie viele Opfer es waren, weiß er
nicht; gefragt hat er nie. "Man weiß ja nicht, ob alle auch dazu
stehen", sagt er und korrigiert sich gleich: "Ob alle auch bereit
sind auszusagen." Dafür hat der Pfarrer Verständnis. "Die Schande
wird dann öffentlich gemacht, und die Opfer haben wieder die Schande."
Wenn die Opfer die Schande haben, muss
sich auch der Täter kein schlechtes Gewissen machen. Das hat der alte Pfarrer,
der jedes Gespräch verweigert, wohl auch nicht getan. Seine Ehre sei verletzt,
schrieb er jedenfalls in einem Rundbrief nach seiner Absetzung. Thomas ist es
noch einmal gelungen, ihn zur Rede zu stellen. "Geschämt hat der Pfarrer
sich für seine Homosexualität, nicht für den Missbrauch", erzählt er.
Was die Amtskirche im Falle von
Grafendorf unternommen hat, lässt mehr auf hilflose Strukturen als auf den
Willen zur Vertuschung schließen. Thomas Moser erinnert sich an ein verdruckstes Verhör. Als es zur Sache ging, musste er mit
dem Rechtsanwalt in einen Nebenraum. Am Ende fragte der: "Hat er Sie im
Genitalbereich berührt?" Thomas: "Ich habe Ja gesagt. Aber dann war
die Befragung auf einmal zu Ende."
Weil der Pfarrer uneinsichtig war, kam
es sogar zu einem kirchenrechtlichen Prozess in Salzburg. Wie er ausging, hat
die Familie nie erfahren. Jahre später teilte der Generalvikar dem Vater Moser
mit, "dass das katholische Kirchenrecht Urteilsveröffentlichungen nicht
nur nicht vorsieht, sondern darüber hinaus die beteiligten Personen sogar zur
Geheimhaltung verpflichtet sind". Erst die Wiener Wochenzeitung
"Falter" fand heraus, dass der Pfarrer verurteilt, das Urteil aber
von der Glaubenskongregation in Rom wieder aufgehoben worden war. Der Fall sei
"verjährt" hieß es. Nur die Schande ist geblieben. * Namen
geändert
NORBERT MAPPES-NIEDIEK FR 14
Missbrauch. Der Papst und die Pflichten
Es war die Nachricht, auf die viele
gewartet hatten: In Missbrauchsfällen hätte die katholische Kirche die Behörden
einzuschalten, dekretiere eine am Montag veröffentlichte Richtlinie des
Heiligen Stuhls. Von Jost Müller-Neuhof
BERLIN - Insbesondere in
Deutschland, wo sich am Donnerstag Bischof Robert Zollitsch
mit Justizministerin Sabine Leutheusser-Schnarrenberger über diese Frage
unterhalten wird, erschien die Meldung wie eine scharfe höchstamtliche Reaktion
auf die Missbrauchsfälle.
Die Erwartungen an einen „Kurswechsel“
des Papstes hin zu Transparenz und Kooperation könnten enttäuscht werden. Oder
besser: Auf die Internetveröffentlichung der „Hinweise zum Verständnis der
Verfahrensgrundlagen der Glaubenskongregation bei Vorwürfen des sexuellen
Missbrauchs“, so der Titel des Dokuments, sollten sie sich nicht stützen.
Anzuwendendes Recht, heißt es in dem
Dokument, ist das Motu Proprio
„Sacramentorum sanctitatis tutela“ (MP SST) vom 30. April 2001 in Verbindung mit dem
Kodex des kanonischen Rechts von 1983“. Und weiter: „Bürgerliche Gesetze, die
das Anzeigen von Verbrechen bei den zuständigen Behörden betreffen, sollen
immer befolgt werden“. Der Satz mag neu sein, beschreibt aber
Selbstverständliches: Gegen staatliches Recht, zumal Strafgesetze, darf man
nicht verstoßen.
Für Deutschland bedeutet dies, dass die
Bischöfe die Behörden in Missbrauchsfällen keineswegs zwingend einschalten
müssen. Anzeigepflichtig sind laut Strafgesetz nur Schwerstdelikte wie Mord und
Totschlag, Hochverrat, Menschenraub und dergleichen. Wer schweigt, wenn er
davon erfährt, wird bestraft. Für sexuellen Missbrauch gilt das jedoch gerade
nicht. Zudem sind laut deutschem Recht Geistliche, die von anzeigepflichtigen
Verbrechen erfahren, von der Meldepflicht ausgenommen, wenn sie ihnen als
Seelsorger anvertraut werden.
Von einer päpstlich dekretierten
Berichtspflicht an die Behörden kann deshalb keine Rede sein – was der
Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz, der Trierer Bischof Stephan
Ackermann, am Dienstag auch bestätigte. Der Text erläutert Kirchenrecht. Er
wendet sich an „Laien“ und „Nichtkanoniker“, also des Kirchenrechts Unkundige.
Ein Akt für die Öffentlichkeit, ansonsten folgenlos. Dem Problem will sich der
Papst dafür auf persönlicher Ebene stellen: Bei seinem Besuch auf Malta am
Wochenende seien Gespräche mit Opfern möglich, sagte sein Sprecher. Tsp 14
Bischof Walter Mixa. Provokateur mit wenig Geschick
Charmant, leutselig und trinkfest – in
der Person des Augsburger Bischofs Walter Mixa hat
der im Juli 2000 verstorbene Militärbischof Dyba schon vor zehn Jahren einen
kongenialen Nachfolger gefunden. Mittlerweile steht der gebürtige Oberschlesier
Mixa auch als streitbarstes Mitglied der Deutschen
Bischofskonferenz dem Fuldaer Erzbischof Dyba nicht mehr nach.
2007 zieh er die Pläne der damaligen
Bundesfamilienministerin von der Leyen (CDU), die Zahl der Krippenplätze in der
Bundesrepublik bis zum Jahr 2013 zu vervielfachen als „kinderfeindlich und
ideologisch verblendet“. Das Wort von den Frauen, die zu „Gebärmaschinen“
degradiert würden, geht dem Bischof bis heute nach. Nicht anders ist es mit
einer Äußerung über den Zusammenhang zwischen der Sexualisierung der
Gesellschaft sowie der Medien und dem sexuellen Missbrauch Minderjähriger: Die
„sogenannte sexuelle Revolution, in deren Verlauf von besonders progressiven
Moralkritikern auch die Legalisierung von sexuellen Kontakten zwischen
Erwachsenen und Minderjährigen gefordert wurde“, sei an dem weit verbreiteten
Übel Kindesmissbrauch „sicher nicht unschuldig“, äußerte der Bischof Mitte
Februar.
Vom Angreifer zum Verteidiger
Indes ist Mixa
schon seit Wochen nicht mehr in der Rolle des Angreifers zu sehen. Nicht ganz
freiwillig ist er zum Verteidiger geworden. Seit die „Süddeutsche Zeitung“
vorgibt, ihr lägen eidesstattliche Erklärungen mehrerer Personen vor, Mixa sei als Stadtpfarrer von Schrobenhausen zwischen 1975
und 1996 in einem von Schwestern geleiteten Kinderheim ihnen gegenüber
wiederholt gewalttätig geworden, sieht sich Mixa als
erster Bischof in Deutschland Verdächtigungen ausgesetzt, die mittlerweile in
einem Atemzug mit sexuellen Übergriffen auf Kinder und Schutzbefohlene als
Missbrauch bezeichnet werden – doch das nach Mixas
Worten vollkommen zu Unrecht. „Gewalt zwischen Menschen lehne ich grundsätzlich
ab“, bekundete der Militärbischof zu Ostern in der Zeitung „Bild am Sonntag“.
Andere Vorhaltungen hat der Bischof
inzwischen eingestanden: Als Stadtpfarrer von Schrobenhausen hatte Mixa den Vorsitz des Stiftungsrates jener örtlichen
Waisenhausstiftung inne, in deren Einrichtungen es nicht nur zu den
Züchtigungen der Kinder gekommen, sondern in deren Buchführung es in den fraglichen
Jahren zu finanziellen Unregelmäßigkeiten gekommen sein soll – mutmaßlich im
Zusammenhang mit dem Ankauf von Möbeln und Antiquitäten, die ihren Platz in
kirchlichen Räumlichkeiten fanden. Im Jahr 2000 – so ließ Mixa
am Montag verbreiten – seien die meisten Gegenstände nach Eichstätte gebracht
und alle finanziellen Angelegenheiten zwischen ihm und der Waisenhausstiftung
geregelt worden: „Ich war immer in erster Linie Seelsorger und Priester. Dabei
kann es schon sein, dass ich mich nicht akribisch um finanztechnische Fragen
gekümmert habe“, hieß es in Augsburg.
Dieser Satz könnte rückblickend auch
auf jene aufsehenerregende Aktion gemünzt sein, mit der Mixa
Ende 2001 auf dem Balkan Schlagzeilen machte. Auf dem Flughafen von Skopje
entdeckte der mazedonische Zoll am 29. Dezember etwa 400.000 Mark im Handgepäck
des Militärbischofs. Nach eigener Darstellung hatte Mixa
lediglich dem Bischof von Skopje eine Gefälligkeit erweisen wollen. Der habe
mit Spenden aus Deutschland so sparsam gewirtschaftet, dass noch einiges für
künftige Investitionen übrig geblieben war, das nun in Euro gewechselt werden
musste. Das Devisenvergehen wurde auf diplomatischem Weg aus der Welt
geschafft.
Ansonsten war es in den ersten Jahren
recht ruhig um den Bischof von Eichstätt. Die Rolle des agent
provocateur der Bischofskonferenz und des
Lieblingsgegners des juste milieu
in den Medien und der Politik füllte Dyba bis zu seinem frühen Tod allein aus. Mixa dagegen verfügt trotz des Doktortitels in Theologie
bis heute nicht über die sprachlichen Fähigkeit und die intellektuelle
Brillanz, mit der Dyba Freunde beeindruckte und Feinde provozierte.
Im Rampenlicht wollte er nie stehen
Wie im Fall des Kölner Kardinals
Meisner, der sich oft auf die Sachkenntnis und die Dienste des Psychiaters Lütz verlässt, so wirken viele der gesellschaftspolitischen
Einlassungen Mixa von Medienfachleuten wie dem
Geschäftsführer der bistumseigenen Mediengruppe Sankt Ulrich und Konsultor des
Päpstlichen Medienrates, Dirk Hermann Voß, verfasst. In Streitgesprächen hatte Mixa hatte mehr als einmal Mühe, seine schriftlichen
Einlassungen im Ton zu wiederholen und in der Sache zu verteidigen. Dasselbe
gilt für seine Stellungnahmen als Militärbischof.
Subtile ethische Differenzierungen und
fundierte Darlegungen aus dem Stegreif zu Krieg und Frieden waren seine Sache
nie. Mit seiner Warnung vor „fast blinder Nibelungentreue“ gegenüber den
Vereinigten Staaten nach dem Terroranschlag vom 11. September 2001 und dem
Krieg in Afghanistan machte sich Mixa kaum Freunde.
Mixas
Ziel war es allerdings auch nie, im Rampenlicht der Medien zu stehen. Nachdem
er 1993 in Augsburg als Nachfolger von Bischof Stimpfle
nicht zum Zuge gekommen war, ernannte ihn Papst Johannes Paul II. im Februar
1996 zum Bischof der Nachbardiözese Eichstätt. Von dort würde der Weg
vielleicht eines Tages nach München führen, wo die Tage von Kardinal Wetter im
Jahr 2003 gezählt sein sollten. Um die Berufung nach München doch noch zu
bewerkstelligen und sich in eine gute Position gegenüber weiteren Aspiranten auf
diesen Sitz zu bringen, zeigte sich das kleine Bistum Eichstätt bei der
Ausstattung der 2001 in Berlin eingeweihten Apostolischen Nuntiatur großzügiger
als manch größere Diözese. Gleichzeitig machte Eichstätt mit einer nie
dagewesenen Zahl von Priesterkandidaten von sich reden. Mixa
zog „Berufungen“ an wie kaum ein anderer Bischof in Deutschland – und wechselte
dazu die Leitung des Priesterseminars in Eichstätt so oft wie nirgendwo anders.
Einer der ehemaligen Leiter (Regenten)
zieh den Bischof im Jahr 2002 öffentlich, „irrationale Solidarität zu
Kandidaten“ aufgebaut zu haben, „welche sogar das Kirchenrecht als nicht
tragbar“ bezeichne. Überdies habe sich der Bischof „von ihm abhängige
Seminaristen“ gesucht, um sich über die Vorgänge im Seminar zu informieren.
Auch in der Regentenkonferenz sorgte
die jeder Regel widersprechende Kandidatenschwemme in Eichstätt und der direkte
Umgang mancher Seminaristen mit Bischof Mixa für
Stirnrunzeln. Doch in Rom schienen die Zahlen zunächst mehr Eindruck zu machen
als die Personen, die hinter ihnen standen.
„Ich gehe davon aus, dass Bischof Mixa die Wahrheit sagt“
Dennoch kam Mixa
in München nicht zum Zug. Als über den Sommer 2005 für das altbayerische Bistum
in Augsburg ein Nachfolger des aus Altersgründen in den Ruhestand getretenen
Benediktiner-Bischofs Dammertz ein Nachfolger gesucht wurde, schien dieses Amt
einigen Strategen in Rom und Deutschland wie geschaffen für den aus dem Bistum
Augsburg stammenden Mixa. Im Bistum Augsburg wollten
viele hohe Kleriker diese Sicht – wie schon 1993 – nicht teilen. Eine
Delegation fuhr nach Rom, um die Heimkehr des einstigen Stadtpfarrers zu
verhindern. Die Möglichkeit, Mixa als Erzbischof von
München zu verhindern, gab den Ausschlag.
Denn auch in Rom stand es um das
Ansehen des Eichstätter Bischofs nicht zum Besten. Als Großkanzler der der
Katholischen Universität Eichstätt-Ingolstadt reüssierte er im Zusammenwirken
mit der Hochschulleitung nicht so, dass aus dem hässlichen Entlein
der bayerischen Hochschullandschaft ein mittelprächtiger Schwan geworden wäre.
Auch in dieser Hinsicht gilt der Satz, dass Mixa
immer in erster Linie Seelsorger und Priester sein wollte. Die Krise der KU
Eichstätt, die im vorgegangenen Jahr im Zuge der Suche nach einem neuen
Präsidenten eskalierte und erhebliche finanziellen Unregelmäßigkeiten ans Licht
brachte, hat eine ihrer Wurzeln in der Ära Mixa.
Auch personelle Ungeschicklichkeiten
ließen und lassen manche Römer mit Mixa hadern. Als
Bischof von Eichstätt berief er einen Eichstätter Priester, der an einem
vatikanischen Gerichtshof Dienst tat, recht unvermittelt nach Bayern zurück.
Alle Bitten aus Rom, den verdienstvollen Mann in römischen Diensten zu
belassen, verhallten ungehört. Mixa brauchte einen
Kirchenjuristen in Eichstätt. Vor zwei Jahren wiederholte sich dasselbe Spiel
mit einem Augsburger Priester aus dem vatikanischen Staatssekretariat, den Mixa zurückbeorderte. Offiziell benötigte Mixa ihn als Ausländerseelsorger im Allgäu, de facto war
der Mann Opfer einer vatikanischen Intrige geworden. Um seinen Verbleib hatte
kein Geringerer als Kardinalstaatssekretär Bertone,
der zweite Mann im Vatikan, gebeten.
Entsprechend verhalten klingen bislang
auch alle Solidaritätsbekundungen mit dem Eichstätter Bischof: Er glaube den
Versicherungen des Bischofs, niemals Gewalt angewandt zu haben, äußerte namens
der Deutschen Bischofskonferenz deren Sekretär, der Jesuit Langendörfer. Der
Vorsitzende, Erzbischof Zollitsch, rührte sich nicht.
Der Diözesanrat des Bistums Augsburg wählte dieselbe Tonlage: „Ich gehe davon
aus, dass Bischof Mixa die Wahrheit sagt“, ließ sich
der Vorsitzende Mangold vernehmen. Nach dem Kirchenrecht wird Mixa noch sechs Jahre Bischof von Augsburg bleiben können.
Nach Afghanistan ist er in dieser Woche nicht wie vorgesehen gefahren. Daniel
Deckers Faz 14
Regina Caeli: Gott heilt Zweifel - Papst betet für „geliebte polnische Nation“
Papst Benedikt XVI. hat das
fortwährende Wirken des Heiligen Geistes in der Kirche hervorgehoben. Die
Erfahrung des auferstandenen Christus beschränke sich nicht nur auf die Jünger
Jesu, sondern sei allen Menschen möglich, sagte der Papst am Weißen Sonntag vor
dem Mittagsgebet in Castel Gandolfo. Zugleich verwies
das Kirchenoberhaupt mit Blick auf das Evangelium vom ungläubigen Thomas auf
die göttliche Nachsicht gegenüber Glaubenszweifeln. Dieser Apostel, der seine
Finger in Jesu Wunden legte, habe dadurch nicht nur sein eigenes, sondern auch
„unser“ Misstrauen geheilt. Der Auftrag der Kirche sei es, allen Menschen die
Frohe Botschaft des auferstandenen Christus freudig zu verkünden.
Benedikt gedachte beim „Regina Caeli“ auch der Opfer des Flugzeugunglücks. Er versicherte
dem polnischen Volk seine Anteilnahme und sein Gebet zu. Außerdem erwähnte er
den Beginn der Wallfahrt zum Grabtuch in Turin, an der er selber am 2. Mai
teilnehmen wolle. Die deutschsprachigen Pilger grüßte er nach dem Gebet des
Regina Caeli mit folgenden Worten:
„Der auferstandene Herr trägt die
Wundmale seiner Liebe für immer an sich. Er kommt zu uns, um die Wunden unserer
Lieblosigkeit, der Eigenliebe, des Zweifels und der Selbstzerstörung zu heilen.
Wie der Apostel Thomas wollen wir die übergroße Barmherzigkeit Gottes erkennen,
uns durch sie von Grund auf verwandeln lassen und die Antwort des Glaubens neu
lernen: „Mein Herr und mein Gott“ (Joh 20,28). Der
Friede des Auferstandenen begleite euch an diesem Weißen Sonntag und in der
kommenden Woche.“
Das Turiner Grabtuch, das viele
Katholiken als Grabtuch Christi verehren, wird seit Samstag erstmals seit 10
Jahren wieder im Dom der norditalienischen Industriestadt öffentlich gezeigt.
Benedikt XVI. wird am 2. Mai nach Turin kommen und vor dem Grabtuch meditieren.
Knapp 1,5 Millionen Besucher aus aller Welt haben sich bislang für die
Ausstellung angemeldet. Aus Deutschland sind 11.000 Kartenbestellungen
eingegangen. Bis zum Ende der Ausstellung am 23. Mai erwartet das Erzbistum
Turin rund 2 Millionen Besucher. (rv 11)
Erziehungsmethoden. Der Herr straft, wen er liebt. Wolken über den Seminaralltag
Wie war das eigentlich damals, in den
fünfziger Jahren, als Kindern der Teufel aus dem Leib geprügelt wurde und
niemand - auch nicht die Patres eines Benediktinerklosters
- den Nutzen des Schindens in Zweifel zog? Erinnerungen von Hermann Unterstöger
Ob Prügel davon leichter werden, dass
sie eine theoretische Rechtfertigung mit sich führen, bleibt dahingestellt. In
jener Zeit, von der hier kursorisch die Rede sein soll (es waren die fünfziger
Jahre, und die biblische Ausleihe "In jener Zeit" mag andeuten, wie
unendlich weit das alles zurückliegt) - in jener Zeit also wurde man, auf dem
Gymnasium jedenfalls, auf eine durchaus gebildete Art geprügelt.
Das Gymnasium betrieben die Patres eines niederbayerischen Benediktinerklosters, und
die hatten für körperliche Erziehungsmaßnahmen eine doppelte Begründung auf
Lager.
Den Vorrang hatte verständlicherweise
die religiöse Variante. Bei jeder Gelegenheit - und der Gelegenheiten waren
viele - wurde vor der Abstrafung darauf verwiesen, dass der Herr den straft,
den er liebt, was wahlweise dem Buch der Sprüche oder dem Brief Pauli an die
Hebräer zu entnehmen ist.
Das konnte so vonstatten
gehen, dass der Mönch, in aller Regel der Präfekt oder einer aus dem
Lehrkörper, den unbotmäßigen Buben an den Schläfenhaaren alias
"Schmalzfedern" peu à peu
in die Höhe zog und bei jeder Stufe einen Teil des Bibelworts zitierte:
"Wen - der Herr - liebet - den - das merkst dir - züchtiget - er."
Uns imponierten zwar die alten Endungen in "liebet" und
"züchtiget", aber wir hätten es doch vorgezogen, wenn der Herr uns
etwas weniger geliebet hätte.
Der Blitz schlug öfter bei ihm ein
In Griechisch hatten wir den Direktor
des Seminars, einen Mann von ebensolcher Grimmigkeit
wie Ungerechtigkeit. Seine Lieblinge hatten es gut, besonders wenn sie über
Eltern verfügten, die dann und wann mit einer Cremetorte anrückten. Wer arm war
oder gar auf einem der wenigen Freiplätze saß, musste auf der Hut sein.
Der Blitz schlug öfter bei ihm ein, als
dies nach der Strafstatistik hätte geschehen dürfen, selten ohne den iambischen Trimeter, wonach ein Mensch, der nicht
geschunden wird, auch nicht erzogen wird. Den gab es auf Altgriechisch zur
"Kopfnuss" oder zum Schlag mit der flachen Hand auf den Hinterkopf,
und was man davon ins Leben mitnahm, war das Wissen, dass der fatale Sinnspruch
aus Menanders "Monostichen" war und dass dérein, das griechische Wort für schinden, irgendwie
unregelmäßig konjugiert wird. War es das wert?
Um nochmal biblisch zu raunen: Da in
jener Zeit der Nutzen des Schindens für die Erziehung von kaum jemandem
angezweifelt wurde, am wenigsten von den eigenen Eltern, hatten in diesem
System sogar die Exzesse ihren möglicherweise dubiosen, aber letztlich doch
legitimen Platz.
In der Volksschule bei uns auf dem
Dorf, einer im Übrigen sehr effektiven Zwergschule, gab es einen Lehrer, der im
Krieg einen Kopfschuss abbekommen hatte. Es ging die Rede, dass er unter dem
Bürstenhaar eine Silberplatte trage, die ihm, wenn die Sonne draufbrenne, große Pein mache, ja die ihn schier in den
Wahnsinn treibe. Wie immer sich das verhalten haben mochte, der Mann war
tatsächlich oft wie ausgewechselt, und wer ihm da in die Quere kam, der konnte,
wie man auf dem Land sagte, "Reue und Leid erwecken". Dazu war aber
in der Regel keine Zeit, denn Lehrer H. drosch die Kinder, nach einer anderen
Redensart, "durch Sonne und Mond", eine Raserei, von der er später
nichts mehr zu wissen schien. Dass wir Kinder den Mann sehr mochten, sei dabei
auch noch zu Protokoll gegeben.
Gegen die Prügelstrafe, speziell gegen
die allgegenwärtigen Tatzen, gab es eine Art Naturheilmittel, nämlich die
uralte und durch Karl-May-Lektüre immer erneuerte These, dass der Indianer
keinen Schmerz kennt, das heißt: ihn sich nicht anmerken lässt. Den Schmerz
vertrieb dieses völkerkundliche Aperçu zwar in keiner
Weise, aber man stand, wenn man es beherzigte, im Kreis der Kameraden besser da
als einer, der zusammenzuckte oder womöglich sogar heulte.
Wogegen kein Kraut gewachsen war, das
waren Torturen seelischer Art, die unstrittig gut gemeint waren, die aber
dessen ungeachtet eine gewaltige Verwüstung anrichteten. Im Franziskushaus
Altötting, einer von Mallersdorfer
Schwestern betreuten und unter Buben seinerzeit sehr gefürchteten Einrichtung
des Seraphischen Liebeswerks, wurde dem Verfasser dieses kleinen Abrisses
einmal eine bedrückende Belehrung zuteil. Da er es mit dem Schneuzen
nicht sonderlich genau nahm, bekam er vom Nikolaus einen riesigen Latz umgehängt,
auf dem ein Bub zu sehen war, der die Rotzglocke mit der Zunge auffing.
Darunter stand "Mir schmeckt's!", und mit
diesem Ding musste der Siebenjährige ein paar Tage Spießruten laufen. Er
vergrub es schließlich eines nebeligen Abends im Misthaufen der hauseigenen
Ökonomie und kassierte für die Ausflucht, der Latz sei ihm wohl gestohlen
worden, von der Nonne noch ein paar saftige Watschen.
Es schien unter Pädagogen dieser Zeit
die Meinung vorzuherrschen, dass sich hinter
Fehlleistungen nicht so sehr kindliche Schwäche verbirgt als vielmehr
Böswilligkeit. Allenthalben sah man den Satan am Werk, beispielsweise bei einem
Buben, der zweimal vor Heimweh aus dem Seminar entwich, wofür er das volle
Programm an Vorwürfen, Prügeln und Prangerstehen
bezog. Er wurde zum Bettnässer, in dessen Schlafsaalecke es keiner aushielt,
und kann Gott danken, dass ihn seine Eltern über eine Weile nach Hause holten.
Bei einem anderen ging das weniger gut
aus. Der Knabe wurde auffällig, weil seine Schrift immer schlechter wurde und
weil er überdies die Linien des Schreibhefts nicht korrekt einhalten konnte.
Man nannte ihn alles Mögliche, gab ihm Kopfnüsse ohne Ende, stieß ihn auch mit
dem Kopf aufs Schreibpult. Auf die Idee, einen Arzt oder wenigstens den
durchaus versierten Krankenbruder zu Rate zu ziehen, kam jedoch niemand. Der
Tumor, der im Gehirn des Kleinen saß, brachte die Sache auf seine Art zum
Abschluss.
Solche Ereignisse legten sich wie
Wolken über den Seminaralltag. Man rückte dichter zusammen, und wenn die Erinnerung
nicht trügt, waren die Patres danach auch erkennbar
milder. Das gab sich aber bald, und zur Illustration dessen, wie man
erzieherisch in die Knaben hineinwirkte, sei ein weiteres eigenes Erlebnis
nachgereicht.
Da hatte also der Schüler U. in den
Ferien ein paar Verse von der Kategorie "Goethe sagt zu Schiller: Der Schoaß ist ein Getriller" eingeflüstert bekommen, und
nichts erschien ihm dringlicher, als diese Verse nun im Schlafsaal zum Besten
zu geben, der Gaudi halber und gewiss auch zur eigenen Verherrlichung.
Entweder heiß oder kalt
Sein Vortrag war kaum zu Ende, als der
Präfekt, der sich die Verse von draußen angehört hatte, eintrat und sagte:
"So, und du gehst jetzt in mein Zimmer und holst den Stock." In
seiner Verzweiflung kam U. nach einiger Zeit mit leeren Händen zurück: Da sei
kein Stock. "Das wollen wir doch sehen", sagte daraufhin der Präfekt,
und als er seinerseits zurückkam, hatte er den derben Knotenstock dabei. Es gab
zwanzig auf den nackten Hintern, und da der Präfekt auch Turnlehrer war, fielen
sie so aus, dass sie so schnell nicht zu vergessen waren.
Der Indianer U. hat, als die anderen
schon längst wieder schliefen, die Nacht durchgeheult,
und wenn er bis heute Einläufe hasst, so führt er das auch auf jene Nacht mit
Goethe, Schiller und dem Präfekten zurück. Öfter als sonst wurde er danach mit
der Bibelstelle konfrontiert, wonach er entweder heiß oder kalt sein müsse,
widrigenfalls er, als lau, aus dem Mund des Herrn ausgespien werden müsse.
Bald danach wurde er, wenn nicht aus
dem Mund des Herrn, so jedenfalls aus dem Seminar ausgespien und war sehr
glücklich über dieses alles in allem doch sehr famose Schriftwort.
PS: Als er Jahre später das Kloster in
einer anderen Angelegenheit aufsuchte, brachte ihm der nämliche Präfekt nachts
ein paar Birnen aufs Zimmer: "Damit'st uns net verhungerst."
SZ 14
Maltareise: „Paulus auch heute Beispiel für Verkündigung“
Papst Benedikt wird bei seinem Besuch
auf Malta am kommenden Wochenende einen paulinischen Ort besuchen: die Grotte,
in der der Apostel die erste Gemeinde auf der Insel gründete, in einem
unterirdischen Raum. Eigentlich wollte Paulus nach Rom, um sich dort als
römischer Bürger dem Gericht zu stellen, denn dazu hatte er das Recht. John Azzopardi, Kurator des Paulusmuseums auf Malta und Priester
in der Pauluskirche in Rabat:
„Der Schiffbruch hat das verhindert und
Gottes Vorsehung hat das verhindert. Obwohl er nach Rom wollte, blieb er für
drei Monate in Malta, weil das Meer zu tückisch für die Schifffahrt war. Die Tradition
berichtet uns, dass Paulus in Lukas aus Gründen der Klugheit die erste
christliche Gemeinde außerhalb der Mauern der Stadt auf Malta gründeten, nicht
innerhalb, und zwar genau in dieser Grotte.“
1.950 Jahre nach der unfreiwilligen
Landung des Apostels Paulus besucht nun der Papst die Grotte. Benedikt XVI.
hatte darauf bestanden, bei seinem Aufenthalt auf Malta auch mindestens einen
paulinischen Ort zu besuchen. Damit bringt er noch einmal – nach dem Paulusjahr
2008-2009 – zum Ausdruck, wie viel Bedeutung der Heilige für die Kirche von
heute hat, so Azzopardi.
„Selbstverständlich hat der Heilige
Paulus evangelisiert, und selbstverständlich muss die religiöse Sprache heute
einen moderneren Ansatz haben. Genau das tut der Papst. Mit seiner Theologie,
seiner Intelligenz, mit seiner Einsicht kann er uns den Glauben in einer
Sprache nahebringen, die wir verstehen. In ihm verbinden sich zwei
Eigenschaften: er ist ein großer Theologe und er drückt sich so aus, dass jeder
ihn verstehen kann.“ (rv 13)
Vatikan: Herranz verteidigt den Papst
Kurienkardinal Julian Herranz verteidigt den Papst. Im Gespräch mit der
Tageszeitung „Corriere della Sera“ meint Herranz, eigentlich könnten sich „andere Einrichtungen“ am
Einsatz des Papstes gegen Pädophilie „ein Beispiel nehmen“. So habe Benedikt
erst letztes Jahr – noch vor Ausbruch der Missbrauchs-Skandale – der Kleruskongregation spezielle Vollmachten übertragen, um
gegen die Vergehen von Klerikern vorzugehen. Dazu gehöre auch ein entschiedenes
Handeln gegen Täter von sexuellem Missbrauch an Minderjährigen. Wahrscheinlich
sei der derzeitige Sturm gegen Benedikt XVI. auch deswegen so heftig, weil
dieser manches sage, was nicht „politisch korrekt“ sei. (ansa/corriere 12)
Der Vatikan und pädophile Priester. „Papst wünscht absolute Transparenz“
Der Papst kann Priester in besonders
schweren Fällen von sexuellem Missbrauch auch ohne kirchenrechtliches Verfahren
in den Laienstand zurückversetzen. So ist es den päpstlichen Richtlinien
vorgesehen, die den Umgang mit Übergriffen auf Kinder und Jugendliche durch
Kleriker regeln sollen. Der Vatikan machte diese Regeln, die seit 2001 gelten,
nun auf seiner Internetseite öffentlich. Der stellvertretende Vatikan-Sprecher
Pater Ciro Benedettini bestätigte, dies Regelwerk sei
nicht neu. Aber es sei jetzt veröffentlicht worden, um die „vom Papst
gewünschte absolute Transparenz“ zu zeigen.
Wenn die Beweislage erdrückend sei,
könne die Glaubenskongregation sich bereits vor Beginn des kanonischen
Verfahrens an den Papst wenden und um „Laisierung“ des Verdächtigen bitten,
heißt es in den Richtlinien. Zudem seien die Bischöfe stets gehalten, den
Einsatz verdächtiger Priester zum Schutz Minderjähriger einzuschränken.
Bischöfe könnten „vor, während und nach kirchenrechtlichen Verfahren“ nach
eigenem Ermessen entsprechende Maßnahmen ergreifen. Die Kirche müsse aber
„immer“ die staatlichen Behörden einschalten.
Vatikansprecher Frederico Lombardi
stellte im Auftrag von Benedikt XVI. klar, der Papst wünsche „Wahrheit und
Frieden für die Opfer“ pädophiler Missbrauchsfälle. Nach Vatikan-Angaben soll
die geplante Überarbeitung der päpstlichen Normen aus dem Jahr 2001 an den
erwähnten Vorgehensweisen nichts ändern. Der Vatikan richtete auf seiner
Homepage eine Seite mit Dokumenten und Stellungnahmen zu Vorwürfen ein, wonach
die Kirchenführung nicht angemessen gegen pädophile Priester vorgegangen sei.
„Deutlich mehr Fälle in Ettal“ - Knapp zwei Monate nach Bekanntwerden des
Missbrauchsskandals im oberbayerischen Kloster Ettal
hat der vom Erzbistum München und Freising im Einverständnis mit dem Kloster
ernannte Sonderermittler, Rechtsanwalt Thomas Pfister, am Montag seinen gut 180
Seiten langen Abschlussbericht vorgelegt. Darin werden Misshandlungen und
sexueller Missbrauch von mehr als 100 Klosterschülern durch etwa 15 Mönche in
den vergangenen Jahrzehnten dokumentiert.
Die Ermittlungen hätten eindeutig
ergeben, dass in dem Kloster „über Jahrzehnte hinweg bis etwa 1990 Kinder und
Heranwachsende brutal misshandelt, sadistisch gequält und auch sexuell
missbraucht wurden“, bestätigte Pfister gegenüber der Frankfurter Allgemeinen
Zeitung. Die Zahl der ihm im Anschluss an seinen Zwischenbericht vom 5. März
zugetragenen Schilderungen habe sich zwischenzeitlich noch deutlich erhöht. In
den Blickpunkt der kircheninternen Ermittlungen ist demnach auch ein
langjähriger Abt des Klosters gerückt, der Kinder geschlagen und seelisch
gequält haben soll. Der Bericht wurde dem Erzbischöflichen Ordinariat in
München und der Benediktinerabtei in Ettal übergeben,
die das Dokument am Montag mit dem Hinweis, Zeit zur Lektüre zu benötigen, noch
nicht veröffentlichen wollte. Pfister machte gegenüber der F.A.Z. deutlich,
dass er eine baldige Pressekonferenz in der Sache befürworten würde.
Der Generalvikar des Erzbischofs von
München und Freising, Peter Beer, sagte am Montag, der Konvent habe sich „in
beeindruckender Weise“ und „in aller Offenheit der schwierigen Situation der
Aufarbeitung gestellt“. Er lobte den „Aufklärungswillen“ und die „große
Aufklärungsbereitschaft“. Faz.net 12
Vatikan: Richtlinien zu Missbrauch veröffentlicht
Bei Fällen von sexuellen Übergriffen
auf Kindern und Jugendlichen durch Kleriker sollen „immer“ die Behörden
eingeschaltet werden. Das steht in Vatikan-Richtlinien, die an diesem Montag
auf der Homepage des Heiligen Stuhls veröffentlicht worden sind. In den
schwersten Fällen kann der Papst einen Täter-Priester gleich laisieren, auch
wenn noch kein kanonisches Urteil vorliegt, so die Richtlinien. Vatikansprecher
Pater Ciro Benedettini präzisierte, das jetzt
veröffentlichte Regelwerk sei nicht neu, sondern stamme von 2003. Es werde
jetzt veröffentlicht, um „die vom Papst gewünschte absolute Transparenz“
deutlich zu machen. Bei Übergriffen auf Erwachsene gelten andere Normen.
Vieles schon bekannt
Vieles ist eigentlich schon bekannt von
dem, was in den jetzt veröffentlichten Richtlinien steht. Immerhin findet sich
dort aber ganz klar der – an den verantwortlichen Ortsbischof gerichtete –
Satz: „Das bürgerliche Gesetz, das die Anzeige von Verbrechen bei den Behörden
betrifft, soll immer befolgt werden.“
Die Glaubenskongregation hat – so wird
in den Richtlinien deutlich – mehrere Optionen, wenn ihr ein Missbrauchsfall
zur Kenntnis gelangt. Je nach der Schwere der Vorwürfe kann sie entweder den
Ortsbischof ermächtigen, selbst vor einem lokalen Kirchengericht einen
Strafprozess durchzuführen; in diesem Fall kann der Beschuldigte gegen sein
Urteil Revision bei der Glaubenskongregation einlegen. Oder die Kongregation
kann im entsprechenden Bistum einen Verwaltungsprozess anstoßen: Werden dabei
kanonische Strafen verhängt, darf der Beschuldigte ebenfalls bei der
Kongregation dagegen Berufung einlegen. „Die Entscheidung, die die
Kardinalsmitglieder der Glaubenskongregation dazu fällen, ist endgültig“, so
die Richtlinien.
Keine Vertuschung
Und dann eine interessante weitere
Regelung: „In wirklich schwerwiegenden Fällen, also wenn ein ziviles Gericht
einen Priester wegen des sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen verurteilt
hat oder wenn es evidente Beweise gibt, kann die Glaubenskongregation den Fall
direkt dem Heiligen Vater unterbreiten – mit der Bitte, dass der Papst ein „ex-ufficio“-Dekret für die Zurückstufung in den Laienstand
erlässt. Gegen ein solches päpstliches Dekret ist keine kanonische Berufung
möglich.“ Wenn beschuldigte Priester selbst um Dispens vom Priesteramt bäten,
dann „genehmigt der Heilige Vater das um des Wohles der Kirche willen“, so der
Text wörtlich. Von „Vertuschung“ oder von „Geschwätz“ ist in dem Regelwerk
keine Rede. (rv)
Gänswein: „Papstbrief an die Iren ist deutlich genug“
„Es ist weder hilfreich noch sinnvoll,
dass der Papst sich zu jedem Vorfall von
sexuellem Missbrauch einzeln äußert”.
So äußerte sich der Privatsekretär des Papstes, Georg Gänswein,
an diesem Dienstag in einem Interview in der Bildzeitung. Zum einen gäbe es
klare Zuständigkeiten und Verantwortungen, die zu beachten sind. Zum anderen
müsse man nur die Äußerungen des Papstes lesen, um ein klares Bild davon zu
bekommen, wie der Papst zu dem Thema stehe. Der Privatsekretär erst von
Kardinal Ratzinger und dann Benedikt betonte, dass niemand sexuellen Missbrauch
so deutlich verurteilt habe wie der Papst und die Kirche. Er habe sich mit
Opfern von Missbrauch getroffen und der Brief an die Kirche in Irland nehme zu
den Fällen so deutlich Stellung wie nie zuvor. – Georg Gänswein
äußerte sich anlässlich des Jahrestages der Papstwahl Benedikts am kommenden
Montag. Den Papst charakterisierend fügte er hinzu, dass der Papst ein
exzellenter Lehrer sei. Er „hat die Gabe des Wortes, er liebt das Schreiben. Er
spricht klar und verständlich“, so Gänswein. Gefragt
nach drei Charakteristiken fügte er hinzu: „Unerschütterlichen Glauben,
demütige Festigkeit, entwaffnende Milde. Er ist sanft in der Art, aber
felsenfest in der Sache“. (bild 13)
EU: Schwarzer Tag für Lebensschutz
Ein schwarzer Tag für den Lebensschutz:
So sehen viele das jüngste Urteil des Europäischen Menschenrechtsgerichtshof in
Straßburg. Es geht um die Eizellen- und Samenspende für In-Vitro-Befruchtungen.
Das Gericht verurteilte Österreich nun dazu, zwei Eltern 10.000 Euro
Schadensersatz zu zahlen, weil die geltende Gesetzeslage in Österreich – die
solche Spenden bei In-Vitro-Schwangerschaften verbietet - der Europäischen
Menschenrechtskonvention widerspreche.
Lucio Romano ist Präsident der
italienischen Lebensschutzorganisation „Scienza e
Vita“ (Wissenschaft und Leben). Er sieht das Urteil mit großer Besorgnis:
„Die Eizellenspende zu erlauben
bedeutet, die natürliche Elternschaft zu untergraben. Es wird die Eindeutigkeit
von Vater- und Mutterschaft aufgeweicht. Das geht auf Kosten des Rechts des
Kindes zu erfahren, wer die eignen genetischen Eltern sind in Einheit mit der
biologischen und sozialen Identität.“
Lebensschützer weisen immer wieder auf
den möglichen Missbrauch hin – nicht nur das Problem von über 60-jährigen
Müttern, die Kinder austragen, sondern auch auf den möglichen Handel mit Samen
und Eizellen.
„Es wird das Recht zur Diskriminierung
festgeschrieben, denn nun muss z.B. die Eizellenspenderin ausgewählt werden: Da
ist Geschmacksfragen Tür und Tor geöffnet: die Haut- oder Haarfarbe kann
ausgewählt werden, mögliche Krankheiten werden aussortiert, oder es wird –
paradoxerweise – möglich, Eizellen- oder Samenspender zu wählen, die den neuen
Eltern möglichst ähnlich sehen.“
Lucio Romano setzt auf einen
gesellschaftlichen Dialog in Europa, der die Politiker zur Vernunft bringt:
„Wir hoffen, dass es zu einem Wertekonsens kommt in der Frage der Menschenwürde
und der Familie. Jede Manipulation am Menschen führt nicht nur zu einer
Beeinträchtigung des Lebens, sondern auch zu einer Störung der natürlichen sozialen
und familiären Bindungen, was negative Folgen für den gesamtgesellschaftlichen
Zusammenhalt hat.“ (rv 11)
Vatikan: Verhaftungspläne für den Papst sind „originell“
Die Ankündigung des britischen
Atheisten Richard Dawkins, den Papst bei seinem Großbritannien-Besuch
wegen Verbrechen gegen die Menschlichkeit festnehmen zu lassen, ist nach Worten
von Vatikansprecher Federico Lombardi eine „originelle Idee“. Eine ernsthafte
Auseinandersetzung verlange aber fundiertere
Argumente, erklärte der Jesuit am Dienstag auf Anfrage. Benedikt XVI. reise als
Staatsoberhaupt und auf Einladung der britischen Regierung nach England. Es
wäre daher kurios, wenn die Gastgeber diesen Anlass für eine Festnahme nutzen
wollten, sagte Lombardi. Der Autor Dawkins und sein
Kollege Christopher Hitchens planen laut
Medienberichten, das Kirchenoberhaupt als angeblichen Hauptverantwortlichen für
die sexuellen Vergehen katholischer Kleriker vor Gericht zu bringen. Eine
entsprechende Klage wollen die Initiatoren durch die Menschenrechtsanwälte
Geoffrey Robertson und Mark Stephens vorbereiten lassen. Benedikt XVI. reist
vom 16. bis 19. September nach Großbritannien. Im vergangenen Jahr musste die
damalige israelische Außenministerin Tzipi Livni eine Reise nach Großbritannien wegen einer drohenden
Klage absagen. Auf Betreiben von Palästinensern hatte ein Londoner Gericht
Haftbefehl wegen des Vorwurfs erlassen, israelische Soldaten seien während des
Gaza-Konflikts an Kriegsverbrechen beteiligt gewesen. kna
13
Vatikan: Kirchliche Verjährungsfristen aufheben
Der Vatikan erwägt eine Aufhebung der
zehnjährigen Verjährungsfrist für Missbrauchsdelikte. Die Praxis zeige, dass
„eine Zehn-Jahres-Frist dieser Typologie von Fällen nicht angemessen“ sei,
erklärte Charles J. Scicluna, Strafverfolger der
Glaubenskongregation für schwere kirchenrechtliche Vergehen. „Es wäre
wünschenswert, zum früheren System zurückzukehren, nach dem es für
schwerwiegende Vergehen keine Verjährung gibt“, sagte er der italienischen
Tageszeitung „Avvenire“ am Wochenende. Scicluna bezog sich dabei auf das katholische Kirchenrecht
vor 1898, das bis dahin keine zeitliche Begrenzung für eine kirchliche
Strafverfolgung kannte. 2001 legte der Papsterlass „De delictis
gravioribus“ (Über schwerwiegende Vergehen) für die
kirchendisziplinarische Ahndung von Verstößen gegen das klerikale
Keuschheitsgebot eine Verjährung von zehn Jahren fest, bei Missbrauch von
Minderjährigen beginnen die zehn Jahre mit dem Erreichen des 18. Lebensjahrs.
Der Kirchenjurist verwies darauf, dass Papst Johannes Paul II. bereits 2002 die
Vollmacht erteilt habe, in begründeten Einzelfällen von der Verjährung
abzusehen. Diese Ausnahme werde „normalerweise auch gewährt“, so Scicluna. Zu den „schwerwiegenden Vergehen“ zählen nach dem
Kirchenrecht etwa auch Verstöße gegen das Beichtgeheimnis und gegen die
Eucharistie. (domradio/avvenire
13)
Bischof Mixa und der Kunsthandel ''Ein Preis jenseits der Realität''
Mit Geldern aus einer Stiftung hat
Bischof Mixa einen Stich gekauft - und offenbar viel
zu viel bezahlt. Wurde der Oberhirte übers Ohr gehauen? Von A. Roß und S. Mayr
Hat der Augsburger Bischof Walter Mixa mit der Zahlung von 43.000 Mark für einen Stich des
italienischen Künstlers Giovanni Battista Piranesi nur einen guten, aber meist
mittellosen Freund in Rom alimentiert wollen, oder wurde er von diesem brutal
übers Ohr gehauen?
Kunstsammler meldeten sich aufgrund der
Berichterstattung über den Kauf des Werkes bei der Süddeutschen Zeitung und
äußerten massive Zweifel an der Rechtmäßigkeit des Kaufpreises. "Bei
dieser Geschichte hat sich einer oder haben sich mehrere Menschen dumm und
dämlich verdient, der Preis ist jenseits jeglicher Realität", sagte ein Kunstsammler,
der ungenannt bleiben will.
Eine Nachfrage beim renommierten
Münchner Auktionshaus Karl & Faber bestätigte die Aussage des Sammlers. Ein
Piranesi aus dem 18. Jahrhundert sei 1995 sicher nicht mehr als 4500 Mark wert
gewesen. Heute bezahle man dafür zwischen 1000 und 1500 Euro, erklärte eine
Expertin des Auktionshauses der SZ. Bischof Mixa war
schon zuvor unter Druck geraten, weil er den Stich offenbar aus Mitteln der
Katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen erworben hat.
Nun wird die Luft für den Bischof, der
nach Prügelvorwürfen von ehemaligen Heimkindern ohnehin in der Kritik steht,
noch dünner. Verkäufer des Stichs von Piranesi war - wie berichtet - Rudolf
Paul Koletzko, der langjährige Sekretär des
ehemaligen Augsburger Bischofs Josef Stimpfle.
Koletzko
lebt seit mehr als einem Vierteljahrhundert in Rom, wo er nach eigenen Angaben
als Generalsekretär der Stiftung Rotonda Romana
wirkt. Diese Stiftung hat es sich zur Aufgabe gemacht, die kulturellen
Beziehungen zwischen Bayern und Rom zu pflegen.
Gründungsmitglieder wie die ehemaligen
CSU-Landräte Richard Keßler (Neuburg/Donau), Heinrich
Frey (Starnberg), Xaver Bittl (Eichstätt) und der verstorbene Anton Dietrich
(Dillingen) nutzten diesen Organisation immer wieder, um mit Freunden mehrtägige
Informations- und Vergnügungsfahrten nach Rom zu unternehmen. Ihr
Generalsekretär Koletzko fungierte dabei als
Türöffner für die Besucher aus Bayern. Mal schleuste Koletzko
die Besuchergruppen zur Morgenmesse mit dem Papst, mal wurden politische Termine
absolviert.
Koletzko
rühmt sich seiner intimen Kenntnisse des Vatikans, weshalb er auch gelegentlich
andere Besuchergruppen aus Bayern durch Rom und durch die heiligen Hallen
gelotst hat. Dennoch fragen sich Politiker, aber auch Kirchenleute aus Schwaben,
wovon Koletzko in Rom eigentlich lebt. Vor Jahren hat
er offenbar einmal an Politiker und ihm bekannte Kirchenmänner an Weihnachten
einen Bettelbrief geschrieben, weil man ihm seine Wohnung in Rom ausgeraubt
habe.
Zum früheren Eichstätter und heutigen
Augsburger Bischof Walter Mixa hat Koletzko all die Jahre engen Kontakt gehabt. Warum er
seinen Job als Bischofssekretär bei Stimpfle
plötzlich aufgab und nach Rom ging, darüber gibt es in Kirchenkreisen bis heute
Spekulationen.
Bischof Mixa
hat mittlerweile eingeräumt, dass es in seiner Ära als Kuratoriumsvorsitzender
der Katholischen Waisenhausstiftung Schrobenhausen "wohl mehrfach zu
finanztechnisch unklaren Zuordnungen von Ausstattungsgegenständen zwischen der
Waisenhausstiftung und der Pfarrkirchenstiftung gekommen" sei.
Wie diese "unklaren
Zuordnungen" konkret ausgesehen haben könnten, berichtete die Augsburger
Allgemeine am Dienstag: Mixa habe "Mitte der
neunziger Jahre" bei einem "Haustürgeschäft" einen
"liturgischen" Teppich für 18.000 Mark gekauft. Diese Anschaffung
erfolgte offenbar ohne Rücksprache mit den Gremien, denn nach Informationen der
SZ lehnte die Kirchenverwaltung die nachträgliche Übernahme der Kosten ab.
Zweifel an Voß wachsen - Daraufhin soll
Mixa die 18.000 Mark "kurzerhand aus Geldern der
Waisenhausstiftung" bezahlt haben. Erst später habe der Pfarrgemeinderat
den Teppich für 12.000 Mark gekauft - dem Kinderheim könnte damit ein Schaden
in Höhe von 6000 Mark entstanden sein. Ob diese Transaktion den Tatbestand der
Untreue erfüllt, wird demnächst der von der Waisenhausstiftung beauftragte
Sonderermittler Sebastian Knott beantworten müssen. Der Ingolstädter
Rechtsanwalt hat für Ende der Woche eine Stellungnahme angekündigt. Nach
Angaben der Augsburger Allgemeinen gebe es "Dutzende ähnlicher
Fälle".
Im Zuge der Prügel- und Finanzaffäre
wächst in Bistumskreisen offenbar auch der Druck auf Dirk Hermann Voß, den
bischöflichen Koordinator für Öffentlichkeitsarbeit. Voß, der als
Geschäftsführer des St. Ulrich Verlages nach dem Bischof der mächtigste Mann im
Bistum Augsburg ist, hat nach Meinung von etlichen Priestern dem Oberhirten mit
seiner Drohung geschadet, die Diözese behalte sich juristische Schritte gegen
die Vorwürfe der Heimkinder vor. Bis jetzt aber hat sie nichts unternommen. SZ 14
Essener Bischof: Kirche in der Krise
Der Essener Bischof Franz-Josef
Overbeck hat Vorwürfe zurückgewiesen, der Papst schweige zum Thema „sexueller
Missbrauch“ durch Geistliche. In der ARD-Talkshow „Anne Will“ meinte Overbeck
am Sonntagabend, an der Haltung Benedikts zum Thema Missbrauch könne es keinen
Zweifel geben.
„Der Papst selber hat von Anfang an
immer deutlich gemacht, dass es ihm darum geht zu sagen: Missbrauch ist ein
Verbrechen, ist Todsünde, und wir müssen alles tun, um es aufzuklären. Wenn Sie
allein lesen, was er während seines Pontifikats zu diesem Thema gesagt hat, ist
seine Botschaft sehr eindeutig – bis hin zu seinen Gesprächen mit
Missbrauchsopfern in Australien und in den USA.“
Overbeck unterstrich in der teilweise
hitzigen Debatte, Benedikt XVI. übe „ein universales Amt für die ganze Kirche“
aus. „Das müssen auch wir Deutschen lernen“, so der Bischof. Es stimme
allerdings, dass seine klare Botschaft gegen Missbrauch in Deutschland derzeit
nicht gehört werde.
„Ich glaube, sie verfängt deswegen
nicht, weil wir in eine Krise in der deutschen Kirche geraten sind, die sehr
damit zu tun hat, dass Priester das Vertrauen der Menschen gebrochen haben:
dadurch, dass sie sich durch sexuelle Taten an ihnen vergangen haben und damit
ihre Macht missbraucht haben, die dafür da ist, dass Menschen Vertrauen
gewinnen. Wenn das nicht geschieht, haben wir als Priester und Bischöfe ein
großes Problem – und dieses Problem haben wir zurzeit.“ (ard
12)
Piusbruder Williamson bleibt Prozess fern
Kommt er? Kommt er nicht? Seit Dienstag
steht fest: Der Piusbruder Bischof Williamson, angeklagt wegen Volksverhetzung,
wird zu seinem Prozess am Regensburger Amtsgericht am Freitag nicht erscheinen.Von Jost Müller-Neuhof
BERLIN - Dies bestätigte
Williamsons Anwalt Matthias Loßmann dem Tagesspiegel.
Zu den Gründen schwieg Loßmann. Er will aber im
Verfahren etwas dazu sagen. Williamson hatte im November 2008 im
oberpfälzischen Kloster Zaitzkofen im Interview mit
einem schwedischen TV-Team die Existenz von Gaskammern zur NS-Zeit bestritten.
Auch seien nicht sechs Millionen Juden, sondern einige hunderttausend von Nazis
ermordet worden.
Das TV-Interview ist auch über das
Internet verbreitet worden. Das Amtsgericht schickte ihm daraufhin einen
Strafbefehl: 120 Tagessätze, das bedeutet eine Vorstrafe. Zunächst schien es,
als wolle der umstrittene Geistliche die Strafe akzeptieren, dann entschied er
sich aber doch für ein Gerichtsverfahren. Er will kein verurteilter
Volksverhetzer sein.
Ob Williamson einer Strafe entgehen
kann, ist offen. „Wenn sich jemand mit einem Fernsehteam unterhält und dabei
den Holocaust leugnet, ist das keine Konversation unter Privaten“, sagt der
Berliner Strafrechtsanwalt Nikolai Venn, der auch den
Zentralrat der Juden berät. Williamson habe selbst eingeräumt, dass er um die
Strafbarkeit seiner Äußerungen in Deutschland wusste. Auch habe der
Bundesgerichtshof entschieden, dass Holocaust-Leugnung via Internet den
deutschen Straftatbestand erfüllt, egal von wo aus sie verbreitet würde.
Das Amtsgericht hatte das Erscheinen
Williamsons ausdrücklich angeordnet. Allerdings gibt es für ihn die gesetzliche
Möglichkeit, sich von seinem Anwalt vertreten zu lassen. Der Piusbruder gilt
als jemand, der keinem Konflikt aus dem Weg geht. Aus Sicht von
Strafverteidigern wäre ein Auftritt sinnvoll gewesen. Man zeigt damit: Man ist
glaubwürdig und kneift nicht. Tsp 14
Gemmingen: „Wir regen uns über Nebensächlichkeiten auf“
Vor fünf Jahren – am 19. April 2005 –
wurde der deutsche Kurienkardinal Joseph Ratzinger zum 265. Nachfolger des
Apostel Petrus gewählt. Mit dabei war auch der damalige Redaktionsleiter der
deutschsprachigen Sektion von Radio Vatikan, P. Eberhard von Gemmingen SJ. In unserem Wocheninterview hat Mario Galgano ihn gefragt, welche Zwischenbilanz er zieht.
„Zunächst gab es ja einen großen Sturm
der Begeisterung in Deutschland mit dem Slogan „Wir sind Papst“; und dann kam
der Papst auch noch nach Köln und Bayern, und man hat sich große Hoffnungen
gemacht. Und die andere Seite hat kritisiert, „um Gottes Willen Ratzinger“.
Beides war meiner Ansicht nach sehr oberflächlich. Die einen haben gejubelt,
weil man dachte, jetzt ist Deutschland vorgerückt; und die anderen haben
protestiert, weil sie meinten, Ratzinger oder Benedikt sei entsetzlich
konservativ. Die öffentliche Wahrnehmung ist fast immer sehr oberflächlich. Vor
allem ist sie im deutschen Sprachraum anders als in anderen Ländern. Das muss
man sich klar machen: Was uns Deutschsprachige sehr bewegt – die
Piusbruderschaft, die tridentinische Messe – das wird in anderen Weltteilen,
und zwar in den allerallermeisten Weltteilen, überhaupt nicht wahrgenommen. Wir
regen uns also zum Teil auf über Nebensächlichkeiten und es gibt viel
wichtigeres, was der Papst tut und sagt. Er wird von anderen, von Christen in
anderen Ländern ganz anders wahrgenommen als im deutschen Sprachraum.“ (rv 11)
Kard. Bertone: Pädophilie hat mit Homosexualität zu tun
Steile These vom Außenminister des
Papstes: Der Missbrauchsskandal in der Kirche hat laut Kardinal Bertone nichts mit dem Zölibat zu tun - sondern mit
gleichgeschlechtlichem Sex.
Tarcisio Bertone
ist in der katholischen Kirche ein mächtiger Mann. Der Kurienkardinal gilt als
Vertrauter von Benedikt XVI., er bekleidet das Amt des Kardinalstaatssekretärs
und vertritt den Heiligen Stuhl nach Außen: Bertone ist die Nummer zwei im Vatikan, gleich nach dem
Papst.
Für Schlagzeilen sorgt der italienische
Kleriker nun allerdings fernab des Kirchenstaats während eines Besuchs in
Chile. Angesichts des Missbrauchsskandals in kirchlichen Einrichtungen stellte
der Kirchenmann eine Verbindung zwischen Pädophilie und Homosexualität her. Das
Zölibat, die Ehelosigkeit katholischer Priester, habe dagegen nichts damit zu
tun, erklärte Bertone vor Journalisten.
Der Außenminister der Kirche berief
sich auf die Wissenschaft, um seine Behauptung zu unterfüttern: "Viele
Psychologen und Psychiater haben bewiesen, dass es keine Beziehung zwischen
Zölibat und Pädophilie gibt", sagte Bertone.
Andere hätten wiederum gezeigt, dass es
"eine Beziehung zwischen Homosexualität und Pädophilie gibt",
verkündete der Chefdiplomat des Pontifex. "Das ist das Problem." Die
Kirche habe niemals Ermittlungen gegen pädophile Priester behindert, beteuerte
der Kardinal.
Bereits vor einigen Tagen hatte sich Bertone zu der Missbrauchs-Causa geäußert: Der Kardinal
sprach über Benedikts Seelenheil. Der Heilige Vater empfindet nach den Worten
seines wichtigsten Mitarbeiters "großen Schmerz" angesichts der
bekannt gewordenen Missbrauchsfälle in der Kirche. Der Heilige Vater habe
"sehr gelitten" wegen "dieser Priester, die ihrer eigenen
Berufung und Mission untreu geworden sind", so Bertone.
Lehmann nimmt Papst in Schutz
Immer wieder wird
die Rolle des Vatikans und der Papst selbst im Zusammenhang mit den
Missbrauchsfällen kritisiert. Der Skandal um sexuelle Übergriffe und prügelnde
Kirchenleute überschattet seit Monaten das Pontifikat Benedikts, der vor bald
fünf Jahren angetreten war, um der katholischen Kirche zu Stabilität und klarem
Profil zu verhelfen.
Immerhin bekam der als Joseph Ratzinger
geborene Kirchenführer inzwischen vehement formulierten Zuspruch aus seiner
Heimat. Der als progressiv geltende Mainzer Kardinal Karl Lehmann hält es für
"hysterisch", immer wieder ein Wort des Papstes zu den deutschen
Missbrauchsfällen zu fordern.
Der langjährige Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz sagte der Katholischen Nachrichten-Agentur,
Benedikt habe sich in der Vergangenheit "x-mal zum Missbrauch geäußert und
ihn verurteilt".
(dpa/AP 13)
Deutschland: Mixa verteidigt sich
Helmut Diehl ist ein ehemaliges
Heimkind des St. Josef-Kinderheimes in Schrobenhausen und hat nun Bischof
Walter Mixa in einem offenen Brief in Schutz
genommen. In dem Schreiben, das dem Bayerischen Rundfunk vorliegt schreibt er:
„In all den Jahren die ich dort verbracht habe, habe ich nie Gewalttätigkeiten
am eigenen Leibe zu spüren bekommen und auch niemals erlebt, dass dies andere
zu spüren bekamen, egal ob Heimkinder oder Ministranten.“
Zu den Vorwürfen der Ungereimtheiten in
der Buchführung der Waisenhausstiftung zurzeit von Bischof Mixa
als Stadtpfarrer von Schrobenhausen, hat der Bischof nun selber Stellung
bezogen: „Ich war immer in erster Linie Seelsorger und Priester. Dabei kann es
schon sein, dass ich mich nicht akribisch um finanztechnische Fragen gekümmert
habe“, räumt Mixa ein. Tatsächlich ist es wohl
mehrfach zu finanztechnisch unklaren Zuordnungen von Ausstattungsgegenständen
zwischen der Waisenhausstiftung und der Pfarrkirchenstiftung gekommen. Die
unrichtigen Zuordnungen seien nach den vorliegenden Erkenntnissen inzwischen
bereinigt.
(pm 12)
Italien: Grabtuch als Glaubenshilfe
Auf das vergangene Wochenende haben
nicht nur die Turiner schon lange gewartet: Nach ganzen zehn Jahren ist das
berühmte Grabtuch endlich wieder einmal zu sehen. Bis zum 23. Mai wird es im
Dom der oberitalienischen Industriestadt ausgestellt. Veronica Pohl hat
die Eröffnungsmesse für Radio Vatikan besucht:
Eine Schönheit ist der karge Domplatz
von Turin nicht. Seinen Schatz trägt die Kathedrale im Verborgenen –
gewöhnlichen Falls wenigstens: Hinter dem Presbyterium wird seit 1578 jenes
Tuch aufbewahrt, das zahllose Gläubige als das Grabtuch Jesu verehren. Einige
Tausend Pilger sind an diesem Samstag nach Turin gereist, um dabei zu sein,
wenn die Santa Sindone nach zehn Jahren in Dunkelheit
erstmals wieder zur Anbetung bereitgestellt wird. Der Dom, bislang waren nur
die vierzehn barocken Seitenaltäre erleuchtet, erstrahlt plötzlich in hellem
Licht – und im Zentrum des Altarraums hängt längs das Grabtuch,
lichtdurchflutet. „Das Grabtuch ist kein Gottesbeweis, kein Beweis für die
Auferstehung Jesu Christi, und hat uns doch so viel zu sagen“, betont der
Erzbischof von Turin, Kardinal Severino Poletto, in
seiner Predigt in dem überfüllten Gotteshaus:
„Dabei stellt das Grabtuch keine
Notwendigkeit für den Glauben an Christus dar. Von Christus zeugt schon das
Evangelium. Aber sein geheimnisvolles Antlitz kann dem Glauben und dem
Gebet der Gläubigen eine Hilfestellung geben. Denn es lädt uns ein, über die
Passion Christi nachzusinnen, die uns in den Wundmalen sichtbar vor Augen
tritt. Daran ist seine Liebe zu uns Menschen ablesbar – aus dieser Liebe heraus
hat er für uns gelitten und einen so hohen Preis gezahlt bis hin zu seinem Tod
am Kreuz.“
Mit bis zu zwei Millionen Besuchern
rechnet Turin in den kommenden sechs Wochen. Über 90 Prozent der erwarteten
Grabtuchpilger sind Italiener. Doch inzwischen sind auch Pilgergruppen aus dem
deutschsprachigen Raum eingetroffen. Am späten Sonntagabend hat Kardinal
Christoph Schönborn eine erste Messe vor dem Grabtuch gefeiert. Die Reliquie
lade den Betrachter ein, wie Thomas auf die Wundmale Jesu zu blicken, so der
Wiener Erzbischof:
„Heute sind wir alle mit diesem Apostel
Thomas vor der Sindone, vor dem Grabtuch. Und auch,
wenn wir es nicht mit den Händen berühren können, können wir es mit unseren
Blicken berühren. Ja, es stimmt schon: „Selig, die nicht sehen, und doch
glauben!“ Aber was für ein wunderbares Geschenk hat uns der Herr gemacht, dass
wir in unserem Glauben unterstützt sind, durch das, was wir hier sehen können.“
(rv 12)
Italien: Tag des Gebets für den Papst
Am kommenden Montag jährt sich zum
fünften Mal der Tag der Wahl Papst Benedikts XVI. Die italienische
Bischofskonferenz lädt aus diesem Anlass alle kirchlichen Gemeinschaften zu
einem Tag des Gebets für den Papst ein. Gleichzeitig versäume es die
italienische Kirche „in dieser Stunde der Prüfung“ nicht, ihrer Verpflichtung
zur Reinigung nachzukommen, so ein Bischofs-Statement. Sie wollten am Montag
auch in besonderer Weise für die Opfer der sexuellen Missbräuche durch Kleriker
beten und für alle, die sich überall auf der Welt „mit derartigen abscheulichen
Verbrechen befleckt haben“. Der frühere Präfekt der Ostkirchen-Kongregation,
Kardinal Achille Silvestrini, hat derweil wissen
lassen, er glaube nicht an eine Verschwörung gegen den Papst angesichts der
jetzigen Missbrauchsdebatte. „Es gibt kein Komplott“, so Silvestrini
zu einem Journalisten der Nachrichtenagentur „Ansa“ wörtlich. Ähnlich hatte
sich am Dienstag auch Vatikansprecher Federico Lombardi geäußert: Er fühle sich
nicht „unter Belagerung“. (zenit/rv/ansa 14)