Notiziario religioso 1-8 Aprile
2010
PAUSA DI PASQUA
AUGURI DI BUONE FESTIVITÀ PASQUALI
(gli aggiornamenti
riprenderanno il 9 aprile)
Il commento
quotidiano al Vangelo
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo del
giorno commentato da P. Lino Pedron
1 aprile, GIOVEDÌ SANTO Gv
13,1-15
1 Prima della
festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo
mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla
fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda
Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù
sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e
a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio,
se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a
lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era
cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse:
«Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli
disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti
laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i
piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno,
non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti
chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di
nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e
Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro,
ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi
gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l’esempio,
perché come ho fatto io, facciate anche voi.
Giovanni apre il
racconto della passione e morte di Gesù presentando il gesto profetico della
lavanda dei piedi con il quale è simboleggiata la
donazione d’amore del Figlio di Dio con il servizio della sua vita, mediante
l’umiliazione suprema della croce.
La lavanda dei piedi
raffigura la passione e la morte di Gesù, l’estremo atto d’amore di Gesù per i
suoi. Questo servizio del lavare i piedi, che poteva
essere preteso solo dagli schiavi non ebrei, preannuncia l’annientamento della
croce, supplizio riservato agli schiavi.
Questa fase finale
della manifestazione del Cristo inizia poco prima della festa di Pasqua.
L’ora di Gesù è il
passaggio dalla terra al cielo, il ritorno al Padre dal quale era uscito (v.
3). Con la sua morte Gesù va al Padre (cfr Gv 17,13).
Il Cristo è stato inviato nel mondo dall’amore del Padre per salvare l’umanità
peccatrice (cfr Gv 3,16-17; 12,47) e per illuminare
le tenebre del male (cfr Gv 3,19; 12,46): ora,
adempiuta la sua missione, egli lascia il mondo e va dal Padre (cfr Gv 16,28).
Questo passaggio
di Gesù, attraverso la passione e la morte, rappresenta la suprema prova del
suo amore per i suoi discepoli (v. 1): l’espressione più alta dell’amore è
costituita dal sacrificio della vita per i propri amici (cfr Gv 15,13). Gesù, buon pastore, ha dato
la vita per le sue pecore (cfr Gv 10,11.15). Questo
significa «amare sino alla fine» (v. 1).
Sulla croce è
stato consumato il sacrificio dell’amore del Figlio di
Dio; per questo Gesù, prima di chinare il capo e di consegnare lo Spirito,
esclamò: «E’ compiuto!» (Gv 19,30). Questo verbo (in greco: tetélestai)
richiama l’espressione «sino alla fine» (in greco: eis
télos) di Gv 13,1 e forma
una grande inclusione dei capitoli 13-19 del vangelo di Giovanni.
Gli eventi finali
della rivelazione suprema dell’amore di Gesù per la
sua comunità devono essere visti in questa luce della perfezione dell’amore del
Figlio di Dio per i suoi. La lavanda dei piedi preannuncia
simbolicamente questo servizio supremo di amore del Cristo per la sua Chiesa.
Questo gesto
profetico avviene durante l’ultima cena. Paolo e gli altri vangeli ci
raccontano che in questa occasione Gesù ha istituito
l’eucaristia (cfr 1Cor 11,23ss; Mc 14,22ss e par.). Giovanni, nel contesto dell’ultima cena, non fa neppure un cenno a
tale avvenimento. Il tema dell’eucaristia l’aveva già trattato ampiamente nel
capitolo 6.
La lavanda dei
piedi simboleggia l’ora del Cristo, cioè il dono supremo della sua vita a
favore dei suoi amici con la morte umiliante sulla croce. Il «deporre le vesti»
(v. 4) richiama il «deporre l’anima» (cfr Gv
10,11.15.17): il buon Pastore dona la vita a favore delle sue pecore.
Simone Pietro
rifiuta di ricevere da Gesù il servizio della lavanda dei piedi. Tra gli ebrei
questo servizio era riservato agli schiavi pagani; il padrone non poteva
esigerlo da una schiavo circonciso. In tale contesto sociale si capisce pienamente l’obiezione di
Pietro: è inaudito che il Signore compia un servizio così umiliante.
La risposta
misteriosa di Gesù: «Quello che io faccio…
lo capirai in seguito» (v. 7) non è di facile comprensione. Difatti Pietro non
si accontenta della risposta di Gesù e si ostina nel suo rifiuto. Gesù gli
risponde che tale rifiuto lo esclude dalla partecipazione alla sua vita.
L’espressione
«avere parte» indica l’eredità della terra promessa (cfr Dt
12,12; 14, 27.29) e la vita di comunione con il
Signore (cfr Dt 10,9). In questo contesto
esprime la vita di amicizia profonda del discepolo con il Figlio di Dio. Gesù
fa presente a Pietro che, rifiutando il suo umile servizio, si separa dal suo
Signore, perché non accetta il suo sacrificio redentore, simboleggiato dalla
lavanda dei piedi.
Davanti a questa
prospettiva Pietro si ricrede prontamente e si dichiara disposto a farsi lavare
anche le altre parti del corpo. Gesù gli risponde che non è necessario il bagno
per chi è puro. La risposta di Gesù indica la mondezza del
cuore dall’incredulità e dal peccato. In Gv
15,3 la purificazione dei discepoli è presentata in rapporto con la parola
rivelata dal Cristo e accolta da essi, quindi fa capire che tale mondezza
spirituale è frutto della fede. Questa spiegazione è suggerita dal riferimento
al tradimento di Giuda: non tutti gli apostoli sono puri, perché tra loro c’è
un incredulo, il traditore (vv.10-11).
Gesù, al termine
della lavanda dei piedi, può esortare, con la forza dell’esempio, i discepoli
al servizio vicendevole nella comunità cristiana. Egli fa leva sulla sua
condizione divina di Signore e Maestro per invitare i discepoli a imitare il
suo esempio di umile servitore dei fratelli (v. 14).
Se il Figlio di
Dio si è abbassato tanto per amore dei discepoli, a maggior ragione questi
devono servirsi reciprocamente. Gesù ha dato l’esempio che i suoi discepoli
devono imitare: essi devono amarsi come Gesù li ha amati
(Gv 13,34; 15,12) e devono prestarsi i più umili
servizi a imitazione di Cristo che è venuto per servire (cfr Mc 10,41-45; Lc 22,24-27).
2
aprile 2010 VENERDÌ SANTO La Passione secondo Giovanni (Gv
18,1 --- 19,42)
1 Detto questo,
Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron,
dove c'era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il
traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si
ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di
soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora,
conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece
innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero:
«Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era
là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io»,
indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di
nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me,
lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s'adempisse la parola che egli aveva detto: « Non ho perduto
nessuno di quelli che mi hai dato ». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una
spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò
l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11
Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel
fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
12 Allora il
distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono
Gesù, lo legarono 13 e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di
Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno. 14 Caifa poi era quello che aveva
consigliato ai Giudei: «E' meglio che un uomo solo muoia per il popolo».
15 Intanto Simon
Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era
conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo
sacerdote; 16 Pietro invece si fermò fuori, vicino
alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori,
parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. 17 E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di
quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18 Intanto i servi e le guardie
avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro
stava con loro e si scaldava.
19 Allora il sommo
sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. 20
Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente;
ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si
riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21 Perché interroghi me?
Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che
cosa ho detto». 22 Aveva appena detto questo, che una
delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al
sommo sacerdote?». 23 Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è
il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24 Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo
sacerdote.
25 Intanto Simon
Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi
discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26 Ma uno dei servi del sommo
sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva
tagliato l'orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27 Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
28 Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa
nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non
contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29 Uscì dunque Pilato verso di loro e
domandò: «Che accusa portate contro quest'uomo?». 30 Gli risposero:
«Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato». 31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra
legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte
nessuno». 32 Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di
quale morte doveva morire.
Gesù uscì dal
cenacolo per recarsi in un giardino oltre il torrente Cedron.
Il ricordo del Cedron richiama la storia del re
Davide, quando per la ribellione del figlio Assalonne
fuggì da Gerusalemme, attraversò il Cedron (2Sam
15,23) e risalì l’erta del monte degli Ulivi (2Sam 15,30). Giovanni, situando
l’incontro di Gesù con il traditore in un giardino, probabilmente allude al
peccato del primo uomo: a differenza di Adamo, che nel giardino dell’Eden fu
vinto dal serpente tentatore (Gen 2,8ss; 3,1ss), il
Cristo riportò vittoria su Giuda che personifica le forze sataniche. Giuda, il
traditore, venne a catturare Gesù con un numero imprecisato di soldati romani e
di guardie dei sommi sacerdoti. Questo vuol significare che tutte le forze del
male, giudei e pagani, hanno congiurato contro il Cristo.
La scena della
manifestazione della divinità del Signore (Io sono)
trasforma il significato dell’arresto di Gesù: egli si consegna di sua
iniziativa ai nemici. Il fatto che i soldati cadano a terra indica con
chiarezza che Gesù ha rivelato il suo nome divino "Io sono".
Con l’incolumità
dei discepoli (v. 8) si adempie la parola di Gesù: "Di coloro che mi hai
dato, non ne ho perduto nessuno" (v. 9). A differenza dei sinottici,
Giovanni svela il nome di colui che colpisce con la
spada, Simon Pietro, e il nome del servo colpito, Malco.
La presentazione della passione, come un calice amaro che Gesù deve bere, la
troviamo nella preghiera angosciosa di Cristo al Padre (Mc 14,36 e par.).
Pietro con il suo zelo umano si oppone anche in questa
occasione alla volontà di Dio espressa da Gesù con le parole: "Il calice
che il Padre mi ha dato" (v. 11).
Dopo essersi
rivelato come il Signore e dopo aver proclamato la necessità di compiere la
volontà del Padre, Gesù si lascia catturare e legare per essere condotto dal
sommo sacerdote Anna. Anna fu sommo sacerdote dal 6 al 15
e fu deposto dai romani. Dopo qualche anno gli successe il genero Caifa che tenne la carica dal 18 al 36.
Anna fu sommo sacerdote perché esercitò questo ufficio
per una decina d’anni e inoltre perché ben cinque suoi figli e suo genero Caifa ottennero il sommo sacerdozio. Quindi
Anna fu molto influente anche quando non coprì personalmente questa carica.
Marco riporta la
triplice negazione di Pietro dopo la condanna di Gesù (14,66ss). Luca fa
precedere il rinnegamento di Pietro al processo di Gesù (22,55ss). Giovanni
pone l’interrogatorio al centro, racchiuso dalle tre negazioni di Pietro
(18,18.25), ossia contrappone la ferma testimonianza di Gesù al triplice
rinnegamento dell’apostolo.
Interrogato dal
sommo sacerdote sui suoi discepoli e la sua dottrina, Gesù risponde con
franchezza dichiarando di aver adempiuto la sua missione di rivelatore non di
nascosto, ma al cospetto di tutto il mondo, per cui tutti conoscono la sua
dottrina. A questa rivelazione completa e perfetta non deve aggiungere nulla
(v. 20) e conclude che, invece di interrogare lui, il
sommo sacerdote avrebbe fatto meglio a interrogare quelli che l’hanno ascoltato
(v. 21). Ma la sua risposta franca fu giudicata
insolente da una guardia che gli diede uno schiaffo. Questo è l’unico gesto
ingiurioso subìto da Gesù durante il processo giudaico. Quindi
il Cristo, nel vangelo di Giovanni, non fu umiliato come descrivono i
sinottici, ma conservò tutta la sua dignità regale. Giovanni qui e nel pretorio
(19,2–3) ricorda solo gli schiaffi probabilmente perché questo gesto indica il
rifiuto violento di una persona: il Cristo del vangelo di Giovanni può essere
rigettato, ma non umiliato.
Concluso l’interrogatorio davanti ai capi giudei, Gesù è condotto
al pretorio. Era l’alba (v. 28). In questa circostanza traspare con evidenza la
fine ironia di Giovanni: i giudei senza scrupolo condannano a morte un giusto,
anzi il Santo di Dio, e si preoccupano di non contrarre impurità legali,
entrando nella casa di un pagano. In questa situazione il procuratore romano
esce dal pretorio e va verso i giudei per conoscere l’accusa
contro Gesù.
Ponzio Pilato fu prefetto della Giudea dal 26 al 36 d.C. In
base alle informazioni di Filone, di Giuseppe Flavio e di Tacito sappiamo che
Pilato esercitò la sua carica con durezza e crudeltà, mostrando il suo
disprezzo per i giudei; fu deposto da Vitellio,
legato di Siria, per la sua brutalità nel procedere con i popoli sottomessi al
governo di Roma. Secondo i sinottici, i giudei portano molte accuse contro Gesù
(Mc 15,3 e par.); invece Giovanni riporta la risposta sdegnosa dei capi dinanzi
alla richiesta di Pilato (v. 30). Con questa risposta i capi dei giudei fanno
intendere a Pilato che Gesù è reo di qualche delitto religioso. Per questo
Pilato replica: ‘Prendetelo voi e giudicatelo secondo
la vostra legge’ (v. 31). I capi dei giudei però non avevano il diritto di
eseguire la condanna a morte, perciò risposero al governatore: ‘A noi non è consentito uccidere alcuno’ (v. 31).
L’annotazione dell’evangelista sull’adempimento della parola di
Gesù sul tipo di morte che avrebbe subìto chiarisce che i capi intendevano la
crocifissione. Gesù infatti aveva preannunziato la sua
esaltazione sulla croce (3,14; 8,28; 12,32). Quindi ai
giudei non era consentito eseguire sentenze di morte perché i romani si erano
riservati questo diritto. Le esecuzioni ad opera dei
giudei registrate nel Nuovo Testamento (At 7,54-60; Gv
8,3ss) e i tentativi di lapidazione (8,59; 10,32) devono essere considerati
degli abusi.
33 Pilato allora
rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei
Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure
altri te l'hanno detto sul mio conto?». 35 Pilato rispose: «Sono
io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che
cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è
di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori
avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non
è di quaggiù». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu
sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per
questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere
testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38 Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto
questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io
non trovo in lui nessuna colpa. 39 Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno
per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re
dei Giudei?». 40 Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!».
Barabba era un brigante.
Al termine del
primo contatto con i capi dei giudei, Pilato entra di nuovo nel pretorio per
interrogare Gesù sulla sua pretesa regalità: "Tu sei il re dei
giudei?" (v. 33). Giovanni sviluppa il tema della regalità di Gesù in un
dialogo di alto valore cristologico. La regalità di Gesú non è di carattere temporale e politico, ma riveste
una finalità rivelatrice: rendere testimonianza alla verità. Gesù è re; lo
scopo della sua incarnazione è costituito dall’esercizio di questa funzione
regale religiosa. Pilato vuole sapere di quale delitto
è accusato Gesù. Dopo aver rivolto la domanda ai capi senza ottenere risposta,
ora interroga direttamente l’accusato per conoscere il capo di
imputazione. Gesù nella risposta trasporta l’interlocutore dal piano
politico a quello religioso, dichiarando che il suo regno trascende l’ordine
temporale (v. 36). Il regno di Cristo non è di ordine politico
anche se le folle l’hanno acclamato re d’Israele nel suo ingresso
messianico in Gerusalemme (12,12-13). Gesù ha sempre rifiutato la regalità
mondana: per questo si ritirò sul monte quando i galilei tentarono di prenderlo
per proclamarlo re (6,14-15). La prova migliore che il regno di Cristo non è di
questo mondo, è l’assenza completa di un esercito che impugni le armi per difenderlo
(v. 36). Il Logos si è fatto carne per essere testimone della verità, cioè per
manifestare autorevolmente e infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta (3,11.32). Perciò la regalità di Cristo
concretamente si identifica con la sua missione rivelatrice
e salvifica. Gesù è re perché è l’unica persona in contatto diretto con Dio
(1,18) che manifesta e comunica la vita del Padre instaurando nel mondo la
presenza salvifica del Signore. L’elemento essenziale del regno consiste nella
comunicazione della vita divina all’umanità. Dio regna quando manifesta
concretamente la sua potenza salvifica a favore del suo popolo. Il Cristo è re in quanto manifesta e comunica la presenza salvifica di Dio;
però la sua regalità non è imposta con la forza o la violenza, ma dev’essere accolta liberamente. Questo
atteggiamento dell’accettazione libera viene espresso con la categoria
dell’ascolto della voce di Gesù (v. 37): fa parte del regno di Cristo chi
riceve docilmente la sua parola. "Essere dalla verità" significa avere
l’origine della vita religiosa dalla Parola, cioè essere animati profondamente
dalla rivelazione del Cristo, per cui non si subisce alcun influsso malefico
del maligno. I giudei che non lasciano penetrare nel cuore la parola di Gesù
sono dal diavolo non da Dio, perché non ascoltano il Logos rivelatore. Perciò
il discepolo del Cristo, partecipe del suo regno, trova l’origine della propria
esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e quindi si dimostra
docile alla sua voce (v. 37).
Evidentemente
Pilato non poteva capire la profondità delle espressioni del Cristo, perciò
domanda: ‘Che cos’è la verità?’ (v. 38) e senza
attendere risposta esce di nuovo dal pretorio. Con questa domanda e questo atteggiamento Pilato mostra concretamente di non
essere dalla verità, perché non ascolta la voce di Gesù.
Pilato dinanzi
alla folla dei giudei proclama senza equivoci
l’innocenza di Gesù (v. 38). Quindi il tribunale
pagano ha proclamato l’innocenza del Cristo; sono stati i capi dei giudei a
volere la sua morte.
Il governatore
romano, per liberare Gesù, gioca la carta della clemenza a favore di un
prigioniero, in occasione della festa di Pasqua. Presentando Gesù come re dei
giudei voleva far presa sull’orgoglio nazionale del popolo. La reazione dei
giudei è violenta: preferiscono il sedizioso Barabba, imprigionato per
omicidio, a Gesù che aveva risuscitato i morti (v.
40).
Gesù usa tre volte
l’espressione "il mio regno" nel v. 36 per
farci comprendere la natura del suo regno: esso non ha origine da questo mondo,
ma da Dio. La sua regalità non ha nulla da condividere con quella del mondo,
anche se si estende ad esso. Non è politica perché
egli non si serve della potenza e non fa uso della forza di un esercito per
difenderla. Non è di origine terrena perché egli non è di questo mondo, ma è
venuto in esso per salvarlo e riportarlo al Padre. La sua regalità ha la sua
origine dall’alto, è divina e universale. Non è opera umana ma è dono di Dio
che si manifesta nell’amore fatto servizio alla verità e alla vita.
Sì, Gesù è re, ma
egli presenta la sua regalità collegata alla verità. Egli è il testimone di un
Dio-Amore; il rivelatore della verità che conduce al Padre; la manifestazione
della presenza di Dio che salva attraverso la sua parola e la sua opera. La
verità di cui parla è la manifestazione di se stesso agli uomini e la salvezza
che dona a loro per mezzo della conoscenza che essi hanno di lui. Egli è re di
"chiunque è dalla verità", ossia di ogni uomo che ascolta la sua
parola, la interiorizza e la vive.
Pilato non ha compreso nulla né della regalità, né della
verità, né tantomeno di avere davanti a sé colui che è la Verità.
La regalità di
Gesù, così fortemente legata alla croce, è esattamente
il contrario del trionfalismo e dell’oppressione dei re di questo mondo. Il
Cristo regna dalla croce morendo per salvare l’umanità. La sua regalità è tutta
misericordia, solidarietà con i peccatori e perdono.
19.1 Allora Pilato
fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2 E i
soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti
e gli dicevano: 3 «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 4 Pilato
intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo
conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». 5 Allora
Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello
di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». 6 Al
vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e
crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». 7 Gli risposero
i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si
è fatto Figlio di Dio».
8 All'udire queste
parole, Pilato ebbe ancor più paura 9 ed entrato di
nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma
Gesù non gli diede risposta. 10 Gli disse allora Pilato: «Non
mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di
metterti in croce?». 11 Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse
stato dato dall'alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una
colpa più grande».
12 Da quel momento
Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti
si fa re si mette contro Cesare». 13 Udite queste parole, Pilato fece condurre
fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto,
in ebraico Gabbatà. 14 Era la Preparazione della
Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei:
«Ecco il vostro re!». 15 Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse
loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti:
«Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare». 16 Allora lo consegnò
loro perché fosse crocifisso.
Dinanzi alla
richiesta popolare, Pilato liberò l’assassino e fece flagellare Gesù (19,1). Il
comportamento del governatore può sembrare crudele e incoerente, avendo egli
riconosciuto e proclamato l’innocenza di Gesù. Nell’interpretazione
di Giovanni, però, appare come un atto di clemenza per placare il furore della
folla. Difatti, subito dopo la flagellazione, Pilato conduce fuori Gesù
sperando di ottenere il consenso dei giudei per la sua liberazione (19,4ss). La
coronazione di spine è una parodia inventata dai soldati pagani per dichiarare
Cristo re. Questo episodio va letto a un duplice livello: storicamente
costituisce una beffa dei soldati romani; Giovanni però
vi vede un’autentica proclamazione della regalità di Cristo da parte dei
pagani; per questo elimina quegli elementi oltraggiosi e umilianti che possono
offuscare tale lettura cristologica.
Dopo la
flagellazione Pilato uscì dal pretorio per proclamare ancora una volta
l’innocenza del Cristo e annunciare che lo avrebbe condotto al loro cospetto.
Gesù uscì "portando la corona di spine e la veste di porpora", segni
della regalità; allora Pilato proclamò: "Ecco l’uomo" (19,5).
Nella scena finale
del processo romano, Pilato esclamerà davanti ai giudei: "Ecco il vostro
re" (v. 14). Quindi l’uomo incoronato e rivestito
del manto regale è un re che non fa paura. L’uomo che ora è giudicato è stato
costituito giudice unico e supremo, perché figlio dell’uomo (5,22.27), il Logos
diventato carne (1,14). Tra il titolo "figlio dell’uomo" e
l’espressione "uomo" di 19,5 esiste una
grande somiglianza. Nel quarto vangelo ambedue le locuzioni sottolineano
l’umanità del Figlio di Dio, rivelatore del Padre.
I capi, al vedere
Gesù con la corona e il manto regali, schiamazzarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo" (19,6). Pilato
però non si arrende dinanzi alla richiesta dei capi e proclama nuovamente
l’innocenza di Gesù, perciò propone loro di prendere il prigioniero e di
crocifiggerlo, come già si era espresso nel primo dialogo con la folla (18,31).
La risposta dei capi contiene la causa ultima del loro odio religioso contro
Gesù: secondo la legge giudaica deve morire perché si è fatto Figlio di Dio (v.
7). Pilato, sentendo questa accusa, ebbe ancor più
paura (v. 8). Imbevuto com’era di mitologia e di superstizione, temette di
trovarsi dinanzi a uno dei semidei del panteon pagano,
perciò, entrato nel pretorio, chiese a Gesù: "Donde sei tu?" (v. 9).
L’avverbio "donde" nel vangelo di Giovanni indica l’origine
misteriosa di Gesù e dei suoi doni (4,11; 7,27-28; 8,14; 9,29–30). Gesù però
non rivela a Pilato la sua origine. Questi rimane sconcertato per
l’atteggiamento di Gesù e gli ricorda il suo potere supremo di decretare la sua
liberazione o la sua crocifissione. Gesù ricorda a Pilato che il suo potere gli
viene dall’alto, cioè da Dio, il quale gli permette di procedere contro il
Cristo; tuttavia la maggiore responsabilità della sua condanna a morte deve
essere attribuita al traditore Giuda e ai giudei che lo hanno
consegnato al tribunale pagano (v. 11). Il peccato di Pilato sta nell’abuso di
potere e nella viltà, ma sono i capi del popolo e Giuda che hanno voluto la
morte di Cristo.
Il giudice romano
rimase molto impressionato dalla risposta di Gesù, perciò "cercava di
rimetterlo in libertà" (v. 12). Questo tentativo di Pilato è registrato in
tutti quattro i vangeli. La reazione dei giudei però scoraggia il governatore,
anzi contiene una velata minaccia di accusa presso l’imperatore: "Se
rimetti in libertà costui, non sei amico di Cesare;
chi si fa re, si oppone a Cesare" (v. 12). L’accusa di non essere amico
dell’imperatore era la minaccia più grave per un romano desideroso solo di far
carriera politica, perché il successo in questa strada dipendeva dal favore
dell’imperatore.
All’udire le
minacce dei giudei, Pilato "condusse fuori Gesù verso il luogo detto Litòstroto... e lo fece sedere nel tribunale" per
proclamarlo re (v. 13). Pilato fa sedere il Cristo sul
trono e lo proclama re dei giudei. A livello storico appare con evidenza il
disprezzo di Pilato contro il popolo ebraico, ma nella mente dell’evangelista
il Cristo è presentato come re-giudice che siede in tribunale.
Dinanzi allo
scherno del governatore romano, i giudei reagiscono schiamazzando e gridando:
"Via! Via! Crocifiggilo" (v. 15). E Pilato insiste sullo scherno,
dicendo: "Crocifiggerò il vostro re?". La dichiarazione finale dei
sommi sacerdoti esprime l’abisso dell’incredulità dei capi; costoro non solo
rifiutano la regalità di Gesù, ma anche quella di Dio, perché proclamano:
"Non abbiamo (altro) re se non Cesare". Il Signore doveva essere
l’unico re d’Israele (1Sam 8,7; 12,12), invece i capi dei giudei affermano
solennemente che l’unico loro re è l’imperatore
romano. Con queste espressioni è consumato il rifiuto totale e completo del
Cristo e termina il dramma del processo di Gesù con la consegna della sua persona ai giudei, perché fosse eseguita la
crocifissione.
17 Essi allora
presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio,
detto in ebraico Gòlgota, 18
dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall'altra, e
Gesù nel mezzo. 19 Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla
croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20 Molti Giudei
lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso
Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21 I
sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato:
«Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei
Giudei». 22 Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».
23 I soldati poi,
quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e
ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella
tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo da
cima a fondo. 24 Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte
a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:
Si son divise tra
loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.
E i soldati fecero
proprio così.
25 Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua
madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.
26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli
amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
27 Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da
quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
28 Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai
compiuta, disse per adempiere la Scrittura: « Ho sete ». 29 Vi era lì un vaso
pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e
gliela accostarono alla bocca. 30 E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse:
«Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.
Coloro che
dovevano eseguire la condanna presero in consegna Gesù, il quale portando su di
sé la croce uscì verso il Calvario (che significa cranio), in ebraico detto Golgota. Il Calvario era un piccolo colle brullo e spoglio
di vegetazione, per questo chiamato "cranio", situato fuori le mura
di Gerusalemme, ma vicino alla città. Su questo piccolo colle Gesù fu crocifisso tra altri due condannati. A questo punto Giovanni
dedica un brano intero alla scritta posta sulla croce di Gesù: "Gesù il
nazareno, re dei giudei" (v. 19). Il titolo era scritto in tre lingue:
quella della popolazione indigena, l’ebraico; quella dei dominatori, il latino;
quella internazionale, il greco. Giovanni vuole insinuare sottilmente
l’universalismo della regalità di Cristo.
La scritta di
Pilato irritò i sommi sacerdoti, i quali dissero al governatore romano:
"Non scrivere: ‘Il re dei giudei’, ma che egli ha
detto: ‘Sono re dei giudei’" (v. 21). I capi hanno capito l’umiliazione
della scritta e per questo non vogliono, neppure per burla, che il nazareno sia
proclamato loro re. Il governatore però rimase fermo
nella sua decisione, per assaporare la gioia della rivincita e dell’umiliazione
dei giudei.
La divisione e il
sorteggio dei vestiti realizzano la profezia del salmo 22,19. I crocifissosi avevano diritto sugli indumenti dei condannati.
I soldati divisero le vesti di Gesù in quattro parti. Da questo dettaglio siamo
informati che i crocifissosi del Cristo furono
quattro. La tunica del Maestro però creò un problema:
"Era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo" (v.
23): per questo la tirarono a sorte. Nel comportamento dei soldati
l’evangelista vede l’adempimento del salmo 21,19: "Si divisero le mie
vesti e sui miei indumenti gettarono la sorte". Nella tradizione cristiana
la tunica di Gesù, senza cuciture, spesso è stata vista come segno dell’unità
della Chiesa, a somiglianza della rete di Simone Pietro che non si ruppe, pur
contenendo una quantità così grande di pesci (21,11).
Anche la scena dei
vv.
25-27 è carica di simbolismo. L’elemento storico è interpretato a un livello
molto profondo, perché l’evangelista vede in esso un significato ecclesiologico
di grande importanza: la proclamazione di Maria, madre della Chiesa. Solo
Giovanni ricorda la madre di Gesù e il discepolo amato e ci informa che erano
"presso la croce", mentre i sinottici ci dicono che le pie donne stavano lontano. Ma
l’elemento caratteristico di questa scena è rappresentato dalle parole di Gesù
alla madre e al discepolo amato. Con le parole rivolte a sua madre: "Donna, ecco tuo figlio" (v. 26), Gesù costituisce Maria
madre del discepolo che personifica tutti i discepoli del Cristo. Quindi Maria è proclamata madre della Chiesa dal Figlio di
Dio. Con le parole rivolte al discepolo, Gesù chiarisce e ribadisce
il suo pensiero: "Ecco tua madre" (v. 27). Maria è veramente la madre
dei discepoli del Cristo, ossia è madre della Chiesa. La scena si conclude con la frase: "E da quell’ora il discepolo
l’accolse nei propri (beni)". Il discepolo amato, rappresentante di tutti
i credenti, accoglie la madre del Cristo come sua, quale tesoro preziosissimo.
La scena che
descrive gli ultimi istanti di Gesù crocifisso fino
alla sua morte (vv. 28-30) è
incentrata sul tema del compimento perfetto della Scrittura. Nella sua scienza
divina Gesù è consapevole di aver compiuto perfettamente l’opera di Dio (4,34),
cioè la sua opera rivelatrice e redentrice (17,4), e quindi può morire per
consegnare alla Chiesa lo Spirito, cioè per iniziare l’era dello Spirito santo.
Egli ha sete (v. 28) di chiudere la sua giornata per aprire la strada al Paraclito, consegnandolo alla Chiesa nell’istante della sua
morte.
La sete è
caratteristica nei moribondi che hanno perduto molto sangue. Ma
la sete di Gesù ha un profondo significato: quello di donare la persona divina
dello Spirito santo alla sua Chiesa. Il gesto dei soldati che porgono
dell’aceto a Gesù richiama il salmo 69,22, dove il povero perseguitato si
esprime così: "Quando avevo sete, mi hanno dato
aceto". Dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù pronunziò l’ultima parola:
"E’ compiuto!". Con la sua morte il Cristo ha rivelato in modo
perfetto il suo amore e quello del Padre per l’umanità peccatrice. Egli ha
compiuto l’opera affidatagli dal Padre (17,4) e perciò può chiudere
volontariamente la sua giornata inclinando la testa e consegnando lo Spirito.
Quest’ultima espressione non significa solo la morte del Signore, ma anche il
dono dello Spirito Santo alla Chiesa nascente: morendo sulla croce Gesù
consegnò alla sua comunità lo Spirito. Il giorno della sua risurrezione Gesù
dirà agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo" dopo aver mostrato
loro le mani e il costato con le ferite della crocifissione (20,20.22). Il dono
dello Spirito alla Chiesa è legato alla morte e alla risurrezione del Signore.
31 Era il giorno
della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante
il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato),
chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era
stato crocifisso insieme con lui. 33 Venuti però da
Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono
le gambe, 34 ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne
uscì sangue e acqua.
35 Chi ha visto ne dá testimonianza e la sua
testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36
Questo infatti avvenne perché si adempisse la
Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37 E un altro passo della
Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui
che hanno trafitto.
Dopo la morte di
Gesù l’evangelista riporta una scena originalissima nella quale il Cristo è
presentato come l’agnello pasquale che doveva essere immolato senza fratture.
Data l’imminenza della festa di Pasqua i giudei si
preoccupano di osservare la legge che prescrive la rimozione dei cadaveri dei
giustiziati prima della sera (Dt 21,22-23); tanto più
questo precetto doveva essere rispettato in occasione della Pasqua. Per tale
ragione i capi si premurarono di non lasciare i corpi dei condannati sulla
croce nel giorno di quel sabato solenne e pensarono di accelerare loro la morte
con la frattura delle gambe. Questa crudeltà doveva servire ad accorciare
l’agonia dei crocifissi, i quali, non potendo più far
leva sui piedi per respirare, sarebbero morti soffocati. I giudei perciò si
rivolsero a Pilato per ottenere la frattura delle gambe dei condannati per farli
morire subito e così deporli dalla croce prima del tramonto del sole, cioè
prima che iniziasse la solennità della Pasqua.
I soldati romani
vennero sul Calvario e spezzarono le gambe ai due crocifissi
con Gesù, ma "venuti da Gesù, come videro che egli era già morto, non gli
spezzarono le gambe" (v. 33). Così il Cristo è presentato come l’agnello
pasquale al quale non doveva essere rotto alcun osso (v. 36). E questo avvenne
nella stessa ora in cui nel tempio di Gerusalemme si immolavano
gli agnelli pasquali.
A questo punto
della narrazione Giovanni rileva un dettaglio al quale annette grande
importanza: "Uno dei soldati con una lancia colpì il suo fianco e subito
ne uscì sangue e acqua" (v. 34).
Come abbiamo constatato a più riprese nel vangelo secondo Giovanni,
l’acqua viva o corrente donata dal Cristo, simboleggia il sacramento
dell’Eucaristia (Gv 6,53ss). Perciò il Cristo crocifisso viene presentato come la fonte della vita eterna
e della salvezza, in quanto rivelatore perfetto dell’amore di Dio e autore del
sacramento dell’Eucaristia.
L’evangelista si
presenta lungo tutto il vangelo come testimone diretto di tutti gli eventi che
narra, ma qui, nel v. 35, ribadisce che la sua
testimonianza è verace. L’appello alla veracità della testimonianza di chi ha
visto, vuole inculcare la storicità della scena del versamento del sangue e
dell’acqua dal fianco del Cristo crocifisso e favorire
la fede dei lettori del suo vangelo. La contemplazione della rivelazione
suprema dell’amore di Gesù sulla croce, con il costato trafitto, immolato come
l’agnello pasquale, suscita la fede esistenziale che si concretizza
in un contraccambio d’amore. Se i segni operati da Gesù devono favorire la fede
in lui, Messia e Figlio di Dio (Gv 20,30-31), a maggior
ragione il segno supremo della carità di Cristo, con il petto squarciato, deve
invitare a credere esistenzialmente nella sua persona
divina, perché gli eventi descritti in questa scena adempiono la Scrittura (v.
36). Perciò l’adempimento dell’Antico Testamento nella vita di Gesù costituisce
un argomento a favore della fede nel Cristo, Figlio di Dio, perché in tal modo
è mostrato che egli è il personaggio predetto dai profeti, che riempie di sé
tutta la Bibbia.
Gli oracoli
dell’Antico Testamento realizzati nella scena del colpo di lancia sono due: il
primo concerne l’agnello pasquale, il secondo il personaggio messianico
trafitto. Nella Bibbia era prescritto che l’agnello pasquale dovesse essere
immolato senza frattura di ossa (Es 12,46; Nm 9,12). Ora con la sua morte Gesù ha adempiuto anche
questo dettaglio della Scrittura (vv.
32.36). Il colpo di lancia con il quale Cristo fu
trafitto ha realizzato un altro passo biblico, quello di Zaccaria 12,10 nel
quale si parla dello sguardo a colui che hanno trafitto.
Evidentemente lo sguardo al crocifisso trafitto è lo
sguardo della fede, simile a quello rivolto al serpente di bronzo (Gv 3,14-15).
38 Dopo questi
fatti, Giuseppe d'Arimatèa, che era discepolo di
Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il
corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e
prese il corpo di Gesù. 39 Vi andò anche Nicodèmo,
quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di
mirra e di aloe di circa cento libbre. 40 Essi presero allora il corpo di Gesù,
e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com'è usanza seppellire per
i Giudei. 41 Ora, nel luogo dove era stato crocifisso,
vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era
stato ancora deposto. 42 Là dunque deposero Gesù, a motivo
della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.
Nel brano finale
di Giovanni 18–19 il quarto evangelista si riallaccia al racconto dei
sinottici. La nota caratteristica su Giuseppe di Arimatea,
che era un discepolo del Signore, ma in segreto, per la paura dei giudei,
aggiunge un elemento nuovo a quanto avevano detto i
sinottici che lo avevano descritto semplicemente come un pio e influente membro
del sinedrio. Solo Giovanni introduce in scena un altro attore: Nicodemo,
personaggio ben noto al lettore del quarto vangelo per il suo dialogo notturno
con Gesù (Gv 3,9). Secondo la narrazione di Giovanni,
Giuseppe di Arimatea e Nicodemo accolsero
il corpo di Gesù come un bene prezioso e lo avvolsero in piccoli lenzuoli (othónia) con gli aromi, secondo il costume giudaico (v.
40). Nel descrivere la sepoltura di Gesù, Giovanni, in modo originale, parla di
un giardino vicino al luogo della crocifissione; in esso vi era un sepolcro
nuovo nel quale non era stato posto nessuno (v. 41). Il corpo di Gesù fu
deposto in questo sepolcro vicino, perché ormai stava per finire la
Preparazione dei giudei (v. 42). Al tramonto del sole infatti
iniziava ufficialmente la festa di Pasqua.
4 aprile 2010. PASQUA. Gv
20,1-9
1 Nel giorno dopo
il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di
buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata
dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo,
quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro
e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3 Uscì allora
Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4
Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo
corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le
bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo
seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma
piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era
giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che
egli cioè doveva risuscitare dai morti.
Maria Maddalena si
reca al sepolcro per rimanere presso la tomba di Gesù, come una persona che non
vuole separarsi da colui che ama intensamente neppure
dopo la morte. Questa discepola è animata da un forte amore umano per Gesù come
dimostra eloquentemente il suo pianto inconsolabile presso il sepolcro del
Signore.
L’annotazione
"mentre era ancora buio" potrebbe avere un
significato simbolico, per indicare le tenebre provocate dall’assenza di Gesù. Ma ben presto apparirà il Cristo-Luce che illumina il mondo
e sarà contemplato per prima proprio da Maria Maddalena.
La Maddalena,
giunta al sepolcro, constata che la pietra della tomba
di Gesù è stata rimossa e, pensando a una manomissione del sepolcro, corre da
Simone Pietro e dal discepolo che Gesù amava.
Il discepolo amato
corse più velocemente di Pietro e arrivò per primo al sepolcro, forse perché
era più giovane; non è improbabile però che questo dettaglio voglia insinuare
un maggiore amore per Gesù. Infatti, se il correre è proprio di chi ama, corre
più velocemente chi ama di più.
Il discepolo amato
arrivò per primo alla tomba, ma non entrò e si limitò a chinarsi e a vedere i
lenzuoli per terra. Egli attese Pietro per entrare nel sepolcro. Forse con
questo gesto si vuole insinuare il primato di Pietro. Nel capitolo seguente
troveremo la scena del conferimento del primato pastorale a Pietro (Gv 21,15ss).
Pietro entrò nel
sepolcro e vide i lenzuoli per terra come aveva visto l’altro discepolo, ma vide anche il sudario, che era stato sul capo di Gesù,
piegato a parte. Tale constatazione suscitò la fede nel discepolo amato.
La presenza di due
uomini per testimoniare la verità del sepolcro vuoto risponde alle esigenze del
diritto ebraico secondo il quale per la validità di una testimonianza devono
essere almeno due i testimoni oculari (Dt 19,15; Mt
18,16; 2Cor 13,1ss).
L’associazione tra
il vedere e il credere (v. 8) formerà una delle tematiche
centrali della seconda parte di questo capitolo, dove Tommaso pretenderà di
vedere per credere (v. 25) e il Risorto esaudirà la sua richiesta, proclamando
però beati quelli che crederanno senza aver visto (v. 29).
Il discepolo vide
e credette alla Scrittura che prediceva la
risurrezione di Gesù (v. 9). L’ignoranza della Scrittura da parte dei discepoli
implica una certa difficoltà a credere (Gv 20,8;
1,26; 7,28; 8,14).
"Nella Chiesa
che va alla ricerca dei segni ci sono diversi
temperamenti, diverse mentalità: c’è l’affetto di Maria, l’intuizione di
Giovanni, la massiccia lentezza di Pietro; si tratta di diversi tipi, di
diverse famiglie di spiriti che cercano i segni della presenza del Signore. Ma tutti, se sono veramente nella Chiesa, hanno in comune
l’ansia della presenza di Gesù tra noi. Esistono quindi nella Chiesa diversi
doni spirituali, da cui hanno origine diverse disposizioni: alcuni sono più
veloci, altri più lenti; tutti comunque si aiutano a vicenda, rispettandosi
reciprocamente, per cercare insieme i segni della presenza di Dio e
comunicarceli, nonostante le diversità delle reazioni di fronte al mistero. In
questo episodio troviamo l’esempio della collaborazione nella diversità:
ciascuno comunica all’altro quel poco che ha visto, e insieme ricostruiscono
l’orientamento dell’esistenza cristiana, laddove i segni della presenza del
Signore, di fronte a gravi difficoltà o a situazioni sconvolgenti, sembrano essere
scomparsi… Quando manca la presenza dei segni
visibili del Signore, bisogna scuotersi, muoversi, correre, cercare, comunicare
con altri, con la certezza che Dio è presente e ci parla. Se nella Chiesa
primitiva Maddalena non avesse agito in tal modo, comunicando ciò che sapeva, e
se non ci si fosse aiutati l’un l’altro, il sepolcro
sarebbe rimasto là e nessuno vi sarebbe andato; sarebbe rimasta inutile la
risurrezione di Gesù. Soltanto la ricerca comune e l’aiuto
degli uni agli altri portano finalmente a ritrovarsi insieme, riuniti nel
riconoscimento del Signore" (C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni,
Roma 1980, 157-158).
Lunedì 5 aprile 2010. Mt 28,8-15
8 Abbandonato in
fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio
ai suoi discepoli.
9 Ed ecco Gesù
venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero
i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro:
«Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là
mi vedranno».
11 Mentre esse
erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi
sacerdoti quanto era accaduto. 12 Questi si riunirono allora con gli anziani e
deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo: 13 «Dichiarate:
i suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno
rubato, mentre noi dormivamo. 14 E se mai la cosa verrà all'orecchio del
governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».
15 Quelli, preso il denaro, fecero secondo le
istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad
oggi.
Le donne eseguono
l’incarico ricevuto dall’angelo. Alla paura è subentrata la gioia che vince la
paura e caratterizza il sentimento pasquale. Il timore di Dio fulmina (Mt 28,4)
o dà gioia (Mt 28,8) secondo il cuore in cui abita.
Le donne hanno
colto il messaggio dell’angelo. Questa rivelazione le invia in missione: devono
trasmettere la parola di vita che già le riempie di gioia. Esse hanno dato un
ammirevole esempio di fedeltà, di dedizione e d’amore a Cristo nel tempo della
sua vita pubblica come durante la sua passione; ora sono premiate da Gesù con
un particolare gesto di attenzione e di predilezione. Il loro comportamento
riassume l’atteggiamento del vero credente davanti a Cristo.
Gesù stesso viene
loro incontro e dà loro il compito di essere le apostole
degli apostoli: "Andate e annunziate ai miei fratelli…"
(v. 10). Esse sono inviate dal Risorto e hanno compreso, almeno confusamente,
il senso della Pasqua, mentre le guardie vanno a riferire ai sommi sacerdoti
l’accaduto, ma ne ignorano il senso.
Questo annuncio portato dalle guardie ai capi del popolo
d’Israele è il segno di Giona che Gesù aveva promesso
loro in Mt 12,38-40.
I sommi sacerdoti
tengono un consiglio con gli anziani che stranamente assomiglia a quello che
preludeva la passione (Mt 26, 3); anche qui rispunta
il denaro: come la morte di Gesù era stata valutata in denaro, così anche la
sua risurrezione.
Al messaggio
cristiano, che le donne comunicano, essi contrappongono un anti-messaggio, che
i soldati sono incaricati di trasmettere: il messaggio cristiano della
risurrezione è una menzogna messa in scena dai discepoli col furto del
cadavere. Ma i testimoni che dormono al momento del
fatto non hanno alcun valore.
Le guardie
divulgano tra i giudei questa lezione appresa in fretta e pagata bene dai
maestri. Così la morte e la risurrezione del Cristo continuano ad essere "fino ad oggi" la questione cruciale
della storia, partendo dalla quale tutti gli uomini di ogni tempo devono fare
una scelta libera e decisiva.
Martedì 6 aprile 2010. Gv
20,11-18
11 Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva.
Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide
due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei
piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna,
perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». 14 Detto
questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che
era Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi
cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del
giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto
e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse:
«Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in
ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!
17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono
ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre
mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». 18 Maria di
Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho
visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
Dopo aver
costatato la tomba vuota, Pietro e l’altro discepolo ritornarono nel cenacolo:
là li troverà Gesù la sera di quello stesso giorno. I due discepoli lasciano il
luogo della tomba, invece Maria rimase presso il sepolcro e piangeva. Agli
angeli che le chiedono la ragione del suo pianto, essa rispose: "Hanno
portato via il mio Signore e non so dove lo hanno
posto" (v. 13).
A questo punto
entra in scena Gesù, fuori dal sepolcro, in piedi, ma
Maria non lo riconosce. Non solo qui, ma anche nel brano della pesca miracolosa
il Risorto non è conosciuto immediatamente. Gesù si fa conoscere da Maria
chiamandola per nome: egli è il buon pastore che conosce le sue pecore e le
chiama per nome (cfr Gv
10,3-4. 27). Maria, appena sentito il suo nome,
riconosce subito Gesù e gli dice: "Rabbunì"
che significa "Maestro mio".
Matteo narra che
le pie donne abbracciarono i piedi di Gesù, appena lo
incontrarono (Mt 28,9). Giovanni fa intendere un gesto simile da parte della
Maddalena, perché il Risorto le dice: "Non trattenermi, infatti
non sono ancora salito al Padre" (v. 17). Quindi
Gesù affida alla discepola una missione per i suoi discepoli: annunziare loro
che sta per ascendere al Padre. I discepoli sono fratelli di Gesù, perciò Dio è
il Padre dei credenti in Cristo.
Maria Maddalena
esegue l’ordine affidatole dal Risorto, annunziando ai discepoli: "Ho
visto il Signore" e raccontando quello che le aveva detto (V. 18). Questo
lieto messaggio costituisce il vertice di tutto il brano Gv
20,1-18. Esso si è aperto con l’esclamazione dolorosa:
"Hanno portato via il Signore" (v. 2) e si chiude con l’esplosione
gioiosa: "Ho visto il Signore" (v. 18).
L’incontro di Gesù
con la Maddalena e l’annuncio fatto dalla donna ai fratelli contengono un
grande messaggio per il discepolo di ogni tempo: il Signore è vivo e ognuno
deve cercarlo in un cammino di fede, sicuro che se farà la sua parte, il
Signore non tarderà a venirgli incontro e a farsi conoscere.
Un monaco del XIII
secolo descrive questo incontro tra Cristo e Maria, mettendo sulla bocca di
Gesù queste parole: "Donna, perché piangi? Chi cerchi? Colui che tu
cerchi, già lo possiedi e non lo sai? Tu hai la vera ed eterna gioia e ancora
tu piangi? Questa gioia è nel più intimo del tuo essere e tu ancora la cerchi al di fuori? Tu sei là, fuori, a piangere presso
la tomba: Il tuo cuore è la mia tomba. E lì io non sto morto,
ma riposo vivo per sempre. La tua anima è il mio giardino. Avevi ragione
di pensare che io fossi il giardiniere. Io sono il nuovo Adamo. Lavoro nel mio
paradiso e sorveglio tutto ciò che qui accade. Le tue lacrime, il tuo amore, il
tuo desiderio, tutte queste cose sono opera mia. Tu mi possiedi nel più intimo
di te stessa senza saperlo ed è per questo che tu mi
cerchi fuori. E’ dunque anche fuori che io ti apparirò, e così ti farò
ritornare in te stessa, per farti trovare nell’intimo del tuo essere colui che tu cerchi altrove" (Anonimo, Meditazione
sulla passione e risurrezione di Cristo, 38: PL 184, 766).
Mercoledì 7 aprile 2010. Lc
24,13-35
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un
villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto.
15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e
camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed
egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state
facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa,
gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi
è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò
che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole,
davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi
sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e
poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose
sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti;
recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, sono
venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che
egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come
avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla
parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste
sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E
cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro
in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furono vicini al
villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29
Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al
declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro,
prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si
aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla
loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il
cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava
le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme,
dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è
apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e
come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane
Questo episodio è
una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora
oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due viandanti
sono figura della Chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando incontra il
suo Signore nella Parola e nel Pane.
Centro del
racconto è il Cristo morto e risorto davanti al quale ogni uomo "è senza
testa e lento di cuore a credere" (v. 25).
Potremmo anche
noi, come le donne e come Pietro, andare al sepolcro. Come loro, lo troveremmo
vuoto. Non è lì il Vivente. E’ per le strade del mondo in cerca dei fratelli
smarriti. Li segue, li incontra, li accompagna per trasformare la loro fuga da
Gerusalemme in pellegrinaggio verso il Padre.
Come ai due
discepoli di Emmaus, Cristo si fa vicino a tutti noi.
Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti della vita e si
associa al nostro cammino, ovunque andiamo. Egli non si allontana da noi anche se noi ci allontaniamo da lui. E’ venuto per
cercare e salvare ciò che era perduto (cfr Lc 5,32;
19,10).
Cristo in persona
ci spiega le Scritture e ci apre gli occhi. Anche se rimane invisibile, lo
percepiamo con l’occhio della fede. Tutti possono giungere a lui attraverso
l’annuncio che lo rivela risorto e il gesto dello spezzare il pane.
La Parola e il
Pane, con cui egli resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il
viatico della Chiesa fino alla fine dei tempi. La Parola e il corpo di Cristo
ci assimilano a lui, donandoci lo Spirito, che è la forza per vivere da figli
del Padre e fratelli tra di noi.
Il messaggio della
risurrezione avanza attraverso la celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che la
Chiesa fa esperienza che Cristo è il Vivente. L’annuncio della risurrezione,
che si era aperto con diffidenza all’inizio del racconto (v. 23), dopo
l’incontro con il Cristo che spiega le Scritture e spezza il Pane
si trasmette da una Chiesa all’altra con partecipazione e gioia (v. 35).
Giovedì 8 aprile 2010. Lc 24,35-48
35 Essi poi
riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto
nello spezzare il pane.
36 Mentre essi
parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace
a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli
disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi
nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!
Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro
le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed
erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli
offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo
prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse:
«Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si
compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei
Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse:
46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo
giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il
perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete
testimoni.
In questo brano
Luca collega direttamente il nostro conoscere il Risorto con l’esperienza di
Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che
essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente; noi invece la
contempliamo e la tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza
della loro parola e la celebrazione dell’Eucaristia.
Luca insiste molto
sulla corporeità del Signore risorto. E’ una necessità nei confronti
dell’ambiente ellenistico, che credeva all’immortalità dell’anima, ma non alla
risurrezione dei corpi (cfr At 17,18.32; 26,8.24). Con
la risurrezione della carne sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell’uomo di superare l’ultimo
nemico, la morte (cfr 1Cor 15, 26).
Chiave di lettura
e sintesi delle Scritture è il Crocifisso, che offre
la visione di un Dio che è amore e misericordia infinita. Ai piedi della croce
cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che egli è
da sempre rivolto a noi e ci perdona. I discepoli
saranno testimoni di questo (v. 48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza
dell’uomo.
La forza di questa
testimonianza è lo Spirito Santo, la potenza dall’alto (v. 49). Come scese su
Maria, scenderà su di loro (cfr Lc 1,35; At 1,8; 2,1ss). L’incarnazione di Dio nella storia continua
e giunge al suo compimento definitivo. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà
con l’uomo: al tempo degli antichi fu "davanti a noi" come legge per
condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu "con noi" per
aprirci e insegnarci la strada verso il Padre; ora, nel tempo della Chiesa, è
"in noi" come vita nuova.
Gesù ha terminato
la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e con lui,
ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la Parola e il
Pane.