Notiziario religioso  30-31  Agosto  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 30 agosto. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret 1

2.       Martedì 31 agosto. Il commento al Vangelo. «Taci, esci da costui!»  1

3.       Per un’umanità riconciliata. "L'uomo nelle religioni”  1

4.       Espulsioni, il monito del Vaticano: "I rom furono vittime di un olocausto"  2

5.       Pakistan. Urgono più aiuti. Continuano gli interventi di Caritas e mondo cattolico  2

6.       «Politica cristiana? Sì, ma nei fatti»  3

7.       "Trattamento Boffo" in arrivo per Don Sciortino? Il direttore di Famiglia cristiana nel mirino dei giornali berlusconiani 3

8.       "Avvenire" un anno dopo il caso Boffo. «Ossessiva aggressione a colpi di grossolane falsità»  4

9.       Card. Angelo Bagnasco. I giovani interrogano gli adulti 4

10.   L'otto per mille si allarga. Restano fuori i musulmani 5

11.   Santa Sede. Messaggio ai musulmani in occasione della fine del Ramadan  5

12.   Meeting. L'attacco a Eco e l'indulgenza col potere. Parte la crociata di Cl contro i moralisti 5

13.   Sulle tracce di Madre Teresa, combattere l’aborto con l’adozione  6

14.   La Vergine nera, luce nel cuore del Mediterraneo  7

15.   Tre giorni, da Assisi a Gubbio, sul “Sentiero di San Francesco  7

 

 

1.       Vatikan an Moslems: „Lasst uns gemeinsam Gewalt stoppen“  7

2.       Mutter Teresa. Ein Leben, um das Leid der Welt zu lindern  8

3.       „Krieg gegen Christen in 50 Ländern“  8

4.       Margot Kässmann im FR-Interview. „Jetzt bin ich erst mal weg“  8

5.       USA: Religionsfreiheit für Demokratie  9

6.       Die Papstkritik von Pfarrer Broch  9

7.       Aussteigen auf katholisch: Zahl der Einsiedler wächst 10

8.       Frankreich/Vatikan: Bildung statt Geld für Roma  11

9.       Vatikan: „Roma waren auch Holocaust-Opfer“  11

 

 

 

 

Lunedì 30 agosto. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 4,16-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;

per questo mi ha consacrato con l'unzione,

e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,

per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista;

per rimettere in libertà gli oppressi,

19 e predicare un anno di grazia del Signore.

20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».

28 All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Gesù si presenta ufficialmente davanti ai suoi concittadini come il profeta inviato da Dio, applicando a sé le parole di Isaia 61,1-2. Egli sarà il liberatore del suo popolo e di quanti soffrono ingiustizie. A Nazaret la sua manifestazione è ostacolata dalla diffidenza e dalla ostilità degli ascoltatori.

Gli abitanti di Nazaret non lo riconoscono come l'Inviato di Dio, mentre a Cafarnao anche i demoni lo proclamano "il Santo di Dio" (Lc 4,34). Il vangelo è destinato ai giudei, ma trova accoglienza, già fin dall'inizio, solo tra i pagani.

La liberazione degli oppressi (v. 18) è il vangelo per eccellenza. Per Isaia 56, 8 il vero digiuno è dedicarsi al servizio del prossimo mediante opere di misericordia tra cui la liberazione dei prigionieri.

I "poveri" ai quali è destinato il messaggio del vangelo sono coloro che mancano dei beni necessari, ma prima di tutto della libertà. E' questa mancanza di libertà che li rende afflitti. Ma non basta consolarli, bisogna tirarli fuori dalla loro condizione. Il vangelo annuncia la liberazione da ogni forma di schiavitù, fisica e morale, già in questa vita, prima ancora che nella vita eterna.

Tra la predicazione di Isaia e quella di Gesù c'è uno stacco netto: l'"oggi". Ciò che in Isaia era un annuncio, in Gesù diventa realtà, diventa il presente, l'"oggi" della salvezza. Il lieto annuncio che Gesù propone ai suoi uditori non è una dottrina, ma è lui stesso. Egli è la salvezza e la via per conseguirla. La "grazia" ( v. 19) accordata da Dio agli uomini passa attraverso la sua persona, anzi, è lui stesso. Questa grazia e questa salvezza è destinata ad ogni uomo, prescindendo dalla terra d'origine, dalle condizioni sociali, dalla stessa fede religiosa. L'esempio di Elia e di Eliseo citato da Gesù (vv. 25-27) mostra che la salvezza non è destinata solo agli ebrei, ma è per tutti.

Gesù è venuto ad annunciare al mondo un lieto messaggio di guarigione e di liberazione, di libertà e di grazia. I destinatari di questo gioioso messaggio sono i poveri, i peccatori pentiti, gli oppressi. L'anno di grazia del Signore (v. 19) è il tempo del perdono che Dio accorda a quanti si accostano a lui con sentimenti di umiltà e di povertà.

Con il proverbio: "Nessun profeta è bene accetto in patria" ( v. 24) Gesù delinea il suo destino di profeta inascoltato, emarginato, squalificato. Egli prevede fin d'ora l'indurimento del popolo d'Israele e l'elezione dei popoli pagani. Già nella finale di questo brano (vv. 29-30) ci si avvia alla sua tumultuosa eliminazione, fuori dalla città, come il vangelo racconterà nel seguito. Il modo in cui Gesù ha scandalizzato i suoi concittadini di allora è identico a quello con cui scandalizza noi oggi. La tentazione di addomesticare Cristo è di tutti e di sempre, ma Gesù non si lascia intrappolare: o si accoglie nel modo giusto o se ne va. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 31 agosto. Il commento al Vangelo. «Taci, esci da costui!»

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 4,31-37) commentato da P. Lino Pedron 

 

31 Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. 32 Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. 33 Nella sinagoga c'era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: 34 «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». 35 Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male. 36 Tutti furono presi da paura e si dicevano l'un l'altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?». 37 E si diffondeva la fama di lui in tutta la regione.

Dopo averci offerto una sintesi della predicazione di Gesù, Luca ci offre un saggio della sua attività di guaritore. Egli non solo insegna con autorità, ma comanda agli spiriti maligni con autorità e potenza (v. 46). La potenza di Gesù è la potenza dello Spirito santo che è in lui e lo rende forte contro satana (cfr 4,1-13).

I demoni sono i "teologi" di Cristo. Qui ne troviamo una conferma. Lo spirito maligno dice a Gesù:" Io so chi tu sei: il Santo di Dio" (v. 34). Il messia Gesù è venuto a sconfiggere le potenze del male. Questo primo miracolo ne è la conferma.

L'insegnamento di Gesù che aveva suscitato l'ira degli abitanti di Nazaret, qui a Cafarnao suscita un'esplosione di entusiasmo. Gesù stupisce per quello che dice, ma soprattutto per come lo dice, perché ha la capacità di rendere la sua parola credibile e accettabile ai suoi ascoltatori. Matteo scrive: "Egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (7,29).

Il demonio riconosce che Gesù è il Santo di Dio, perché, dovunque andava, Gesù rimuoveva e distruggeva tutto ciò che era immondo, impuro: il male, il peccato, le infermità, la morte. Il riconoscere che Gesù è il Santo di Dio, da parte del demonio, è la dichiarazione di una coscienza lucida che sa, ma che è staccata dal cuore, che vuole il contrario.

Questo conoscere il bene e la verità con la mente, e volere il contrario, questa scissione tra mente e cuore, tra verità e bene, è la stessa rottura che il demonio ha prodotto nell'uomo. Gli uomini devono essere liberati da questo male che impedisce loro di volere il bene.

Gesù è venuto a liberare l'uomo da tutte le forme di male. Questa liberazione è prodotta dalla potenza della sua parola. Ogni giorno possiamo fare esperienza anche noi di questa potenza di salvezza, se ascoltiamo con fede umile e sincera la parola del Dio vivente. De.it.press

 

 

 

Per un’umanità riconciliata. "L'uomo nelle religioni”

 

Teologia, antropologia cristiana, islam e fedi orientali alla Settimana Meic

 

Si è conclusa il 27 agosto, a Camaldoli, la Settimana teologica "L'uomo nelle religioni” promossa dal Movimento ecclesiale per l’impegno culturale. Teologia delle religioni, antropologia cristiana e incontro/dialogo con l’islam e con le fedi orientali, in particolare buddismo e induismo, i temi al centro dei lavori. La Settimana, ha detto tracciandone un bilancio il presidente nazionale del Meic Carlo Cirotto, “ha portato alla luce una stupefacente varietà di posizioni di fedi, tradizioni, elaborazioni mitiche o razionali", e ha consentito di individuare "elementi utili a costruzioni di più ampio raggio: la consapevolezza del nostro essere limitati”, e la spinta “a rompere i vincoli spazio-tempo” per aprirsi “alla realtà tutta intera”. Secondo Cirotto, proprio da questo atteggiamento che “ci conduce inevitabilmente, qualunque sia la nostra fede, a fronteggiare il Mistero", si può partire per andare verso "l'attuazione di un progetto di 'umanità riconciliata' capace di coinvolgere gli uomini in una crescita di liberazione e unificazione". Gli spunti emersi dalla Settimana, ha assicurato, impegneranno la riflessione futura del Meic.

 

Un’etica dell’infinito Secondo mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo di Viterbo, “il cristianesimo dovrà innanzitutto impegnarsi a comprendere se stesso in una pluralità di religioni e dovrà riflettere in concreto sulla verità e l'universalità che esso rivendica" in questo stesso contesto plurale. A tale fine il presule ha evidenziato "l'esigenza di una maggiore conoscenza di ciascuna religione" e l'avvio di "un nuovo lavoro teologico: bisogna che la nostra Chiesa coltivi di più le vocazioni teologiche perché forse non lo facciamo abbastanza". "L'esperienza del limite è forse molto più forte oggi che in altri tempi - ha osservato mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano -. I continui progressi nei diversi campi della tecnica e soprattutto” nella medicina e nella genetica “rendono più acuta la percezione della necessità di superarlo". Tuttavia "l'avanzamento della tecnica non ha diminuito, bensì acuito le incertezze” e “ha moltiplicato le ragioni dell'angoscia esistenziale", e questo "sfida l'antropologia cristiana a trovare coordinate concettuali per vivere il limite in modo umano”. Di qui, secondo mons. Sanna, la necessità di promuovere una "etica dell'infinito radicata nell'incarnazione di Cristo: la storia umana ha accettato miti in base ai quali un uomo è diventato dio”, ma “non ha trovato facile ammettere che un Dio diventi uomo, perché questa eventualità deprime la potenza di Dio"; ora "Gesù ha assunto il limite umano, per superarlo dal di dentro, e, nell'accettare il limite della natura umana, ha trasformato questa natura umana in una promessa di salvezza".

 

Incontro fra Occidente e Oriente. "C'è bisogno di un vero incontro tra l’Occidente e l’Oriente - ha sostenuto Benedict Kanakappally, indiano, docente di Fenomenologia delle religioni alla Pontificia Università Urbaniana -, anche sulla spiritualità. Se un incontro dialogico con le spiritualità indù è sempre auspicabile per il cristianesimo”, esso rimane “la via obbligata per i cristiani dell’India. Sebbene il cristianesimo abbia preso piede in India già nei primi secoli, culturalmente è rimasto in un limbo, e anche oggi dà l’impressione di non sapere” o “non volere entrare in un serio dialogo culturale con le spiritualità indiane”. Per Kanakappally, invece, “la questione dell’adattamento culturale della spiritualità cristiana in India assume un senso d’urgenza proprio oggi, di fronte all’integralismo culturale religioso indù che si oppone al cristianesimo e alle sue attività” e giustifica la sua presa di posizione “nei confronti del cristianesimo in nome proprio di una sua percepita estraneità culturale al Paese". Concorda Cinto Busquet, teologo catalano (Pontificia Università Urbaniana) ed esperto di culti dell'estremo Oriente: "Aprendosi in modo radicale all’Oriente” la Chiesa diventa “veramente 'cattolica'. Le nuove inculturazioni orientali diventano sempre più presenze affatto secondarie anche nel cristianesimo".

 

Islam e dibattito antropologico. "E' impossibile affrontare, in tutta la sua complessità, la questione antropologica nella tradizione islamica perché quando si parla di islam ci si riferisce a una serie di tradizioni che si sono sviluppate con grande varietà nello spazio e nel tempo". A precisarlo è Francesco Zannini, docente al Pontificio istituto di studi arabi e islamistica. E’ necessario, ha aggiunto, “incoraggiare il dibattito in ambito islamico sulla questione antropologica” perché esso "continuerà ad arricchirsi grazie ai contributi della tradizione islamica e del dialogo, oggi molto vivo, con le varie tendenze filosofiche occidentali". "Di fronte all'odierno affermarsi”, nel mondo islamico, “di posizioni massimaliste e fondamentaliste, è forse opportuno chiedersi, come d'altra parte viene già fatto da molti intellettuali musulmani – ha concluso Zannini -, se non sia il caso di riflettere su tali posizioni e riesaminare con spirito critico le letture tradizionali del testo sacro, avvalendosi delle scienze linguistiche, storiche e sociali moderne". sir

 

 

 

Espulsioni, il monito del Vaticano: "I rom furono vittime di un olocausto"

 

La Chiesa deplora gli interventi della Francia contro i nomadi: «Non si tratta di politica, ma di salvaguardia dei diritti umani»

 

CITTA' DEL VATICANO - La Chiesa «non è di destra di sinistra», e nel deplorare le espulsioni dei rom dalla Francia non intende «entrare nelle discussioni politiche» ma solo proporre il suo punto di vista in tema di «difesa dei diritti umani e della dignità delle persone». È quanto afferma il segretario del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti, arcivescovo Agostino Marchetto, interpellato dall’agenzia francofona I.Media.

 

«Quando si difendono i diritti umani, quando si parla di rispetto della dignità delle persone, in particolare di donne e bambini, non si fa della politica, ma della pastorale», osserva l’arcivescovo Marchetto dopo le polemiche sorte in Francia anche in seguito all’appello all’accoglienza delle «legittime diversità umane» lanciato domenica scorsa, in francese, da papa Benedetto XVI durante l’Angelus. «La Chiesa è la Chiesa - afferma -, essa non è a destra e non è a sinistra, e non è neanche al centro. Essa presenta rispettosamente il suo punto di vista su tutto ciò che concerne la legge morale e la dottrina sociale della Chiesa». Nell’intervista a I.Media, agenzia francofona specializzata in temi vaticani, mons. Marchetto rileva che «la morale non riguarda solo le questioni della sessualità, dell’aborto o del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la morale riguarda l’uomo nella sua completezza». E spiega: «noi non vogliamo entrare nelle discussioni politiche, ma siamo per la causa dell’uomo, e in particolare di coloro che, in un dato momento, soffrono di più e devono essere aiutati a superare le loro difficoltà».

 

Di fronte alla decisione del governo francese di procedere allo smantellamento dei campi e al rimpatrio di intere comunità rom, il segretario del Pontificio Consiglio ripete che le espulsioni non possono essere «collettive». «Bisogna stare attenti alle differenti situazioni e non si può colpevolizzare un’intera popolazione per violazioni di legge commesse da alcuni», ribadisce. Poi aggiunge: «Quando ci sono delle espulsioni, ci sono delle sofferenze, e io non posso certo rallegrarmi delle sofferenze di queste persone, in particolare quando si tratta di persone deboli e povere che sono state perseguitate, che sono state anch’esse vittime di un olocausto e che vivono sempre fuggendo da chi dà loro la caccia». LS 27

 

 

 

Pakistan. Urgono più aiuti. Continuano gli interventi di Caritas e mondo cattolico

 

“E’ stata una catastrofe assolutamente epocale. La Caritas e la Chiesa pakistana stanno facendo il possibile per portare aiuti agli sfollati ma ci sarà bisogno di molte risorse per gestire l’emergenza e ritornare ad una situazione di normalità”. Lo dice al SIR Massimo Pallottino, responsabile dell’ufficio Asia di Caritas italiana, che racconta come stanno procedendo gli aiuti umanitari alle popolazioni del Pakistan colpite dalle alluvioni: si parla di 2000 morti e circa 20 milioni di persone coinvolte nel disastro, tra cui 3,5 milioni di bambini che rischiano di contrarre malattie mortali. Secondo l’Onu almeno 800.000 persone sono ancora isolate. Caritas italiana – che subito lanciato una raccolta fondi e ha già allocato 180/190.000 euro - è in costante contatto con Caritas Pakistan, che sta distribuendo aiuti alla popolazione e intende raggiungere almeno 250.000 sfollati. Il 24 agosto il vescovo di Faisalabad, mons. Joseph Coutts, ha chiesto di celebrare una giornata di preghiera anche per favorire il dialogo tra cattolici (minoranza nel Paese), musulmani e indù e aiutarsi reciprocamente. Il Papa aveva lanciato un appello il 18 agosto scorso e la Cei ha stanziato un milione di euro e invitato al sostegno delle iniziative promosse da Caritas italiana (www.caritasitaliana.it ).

 

Situazione grave e confusa. “L’appello di emergenza di Caritas internationalis è stato di 4,2 milioni di euro – spiega Pallottino – ma si sta già pensando di rivedere le cifre perché questi soldi non basteranno”. La situazione, infatti, risulta peggiorare di ora in ora: “Molte zone prima inaccessibili sono state raggiunte ed emergono tutti i bisogni degli sfollati: prima di tutto il cibo. Il governo e gli aiuti internazionali consegnano solo riso, ma c’è necessità di complementi nutrizionali supplementari, soprattutto per i bambini e le donne incinte”. L’altra emergenza, prosegue Pallottino, “è il rischio epidemie: sono stati già registrati casi di colera, a causa dell’acqua sporca e delle scarse condizioni igieniche”. Poi “servono tende, kit di emergenza, teli di plastica, materassini per proteggersi dall’umidità”. Secondo Pallottino “in questa fase si avverte il problema del coordinamento, c’è un po’ di confusione, soprattutto rispetto agli aiuti governativi. Si registra tra la popolazione un certo scontento perché, nonostante i team governativi abbiamo visitato i villaggi e constatato la situazione, gli aiuti tardano ad arrivare”. “In questa grande confusione – osserva – la struttura statale pakistana, che già di per sé è fragile, rischia di trovarsi in difficoltà e di portare ad una ripresa delle frange oltranziste, come visto negli attentati dei giorni scorsi”.

 

Gli sfollati premono sulle città. “Sono cinque le diocesi colpite dall’esondazioni del fiume Indo, da nord a sud del Paese – racconta il responsabile Caritas -, e ora l’onda di piena si sta spostando dal Punjab al Sindh e si teme che arrivi a Islamabad. La gente è nel panico perché si sente minacciata dalla piena e fugge. C’è quindi una forte pressione degli sfollati sulle città, in particolare su Karachi, e non sarà facile reggere l’impatto”. Passata l’emergenza, spiega Pallottino, “bisognerà verificare i danni reali sull’agricoltura: girano cifre che vanno da 1,7 milioni a 5 milioni di ettari di coltivazioni distrutte, soprattutto risaie. Questo potrebbe mettere a dura prova la sicurezza alimentare del Paese”. Insieme a Caritas Pakistan stanno portando aiuti umanitari – perché già presenti in Pakistan con progetti precedenti - anche Catholic relief service (Caritas Usa), Cordaid (Caritas Olanda), la Caritas svizzera e quella irlandese.

 

C’è bisogno di tutto. "Il disastro in Pakistan è immenso, come non si era mai visto nella storia di questo paese. I profughi che stanno arrivando nelle città sono milioni e hanno bisogno davvero di tutto”. A parlare è Stephen Sadiq, il responsabile della Comunità di Sant'Egidio a Islamabad, che in questi giorni si è mobilitata per portare i primi soccorsi alle vittime delle alluvioni. “I bisogni più urgenti – dice Sadiq - sono teli di plastica da usare come pavimento nelle tende, materassi, cuscini, lenzuola, zanzariere contro la malaria, latte per bambini e neonati, acqua potabile, utensili per cucinare, medicine e vestiti". Una prima raccolta di aiuti di emergenza, fatta ad Islamabad, ha permesso di procedere alla distribuzione di acqua e generi alimentari, lungo l'autostrada che porta alla capitale, dove c'è un'immensa fila di persone che non hanno più niente, solo i vestiti che indossano. “Gruppi di donne e bambini - continua Sadiq - non mangiavano da diversi giorni. Tanti sono scalzi. Non possono neanche tornare indietro perché le strade semplicemente non ci sono più, inghiottite dall'acqua o distrutte”. Anche più a sud, attorno a Lahore, informa la Comunità di S.Egidio, ci sono molti sfollati, “talvolta trasportati dai convogli militari che hanno effettuato i soccorsi, ma non sono in grado di fornire ulteriore assistenza”.

 

Occorre fare di più. Anche i salesiani di Quetta si stanno impegnando nei soccorsi ai profughi, in una zona dove non arrivano ancora gli aiuti internazionali. I campi salesiani accolgono 1500 famiglie, per un totale di circa 150 mila persone. “Questa mattina abbiamo raccolto un centinaio di famiglie, a cui abbiamo dato l’essenziale per almeno per un mese: farina e olio per il chapati, il loro pane quotidiano, lenticchie e qualche medicina”, ha raccontato don Peter Zago, salesiano, alla Radio Vaticana. “Abbiamo ricevuto aiuti dalla Germania, però se avessimo più aiuti potremmo raggiungere specialmente gli sfollati dalla zona del Sindh”.

 

 

 

 

«Politica cristiana? Sì, ma nei fatti»

 

Il monito del presidente dei vescovi italiani: le parole non bastano, ogni credente sia coerente sempre con la fede E sul caso della Fiat di Melfi: «Seguire le parole di Napolitano»

 

GENOVA - «Una nuova classe politica, cristiana nei fatti non nelle parole, è un richiamo da sempre. Fa parte della fede di ogni credente essere in modo intelligente coerente con la propria fede e presente nelle diverse responsabilità sociali, civili e politiche». Lo ha dichiarato stamani l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, a margine del 520/mo anniversario dall'apparizione della Madonna della Guardia, avvenuta il 29 agosto del 1490. «È indubbio - ha indicato il cardinale Bagnasco - che anche il mondo politico abbia bisogno sempre di presenze qualificate e coerenti; sia quelle che ci sono in questo momento, come quelle di ieri e come quelle di domani. Presenze qualificate affinchè la storia proceda».

POLITICHE PER LA FAMIGLIA - «Trascurare la famiglia, ad esempio nelle sue esigenze economiche, significa sgretolare la società stessa» ha poi detto il cardinale. «Per contro - ha proseguito l'alto prelato - mettere in atto delle politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia perchè possa avere dei figli, significa guardare lontano, assicurare un corpo sociale equilibrato. Non si finirà mai di insistere perchè le misure siano sempre più aderenti ed efficaci alla reltà della famiglia grembo della vita». «Il mondo - ha commentato Bagnasco mentre parlava della denatalità - può guardare con fiducia al futuro finchè un uomo e una donna uniranno le loro vite per sempre nel vincolo del matrimonio. La famiglia fondata sul matrimonio, e in modo tutto speciale nel sacramento, è una prova che Dio continua ad amare il mondo, che ha fiducia nell'uomo, che esiste il futuro, che l'amore e la speranza sono più forti del male».

IL CASO MELFI - Bagnasco ha parlato anche del caso della fiat di Melfi e dei tre operai licenziati e poi reintegrati: «Da un parte l'auspicio che tutti facciamo è che si risolva la vertenza Fiat nel modo migliore per tutti - ha detto l'alto prelato -, dall'altra parte le parole che il Capo dello Stato ha detto mi pare siano proprio una linea di azione valida per tutti». Napolitano aveva richiamato al rispetto della sentenza dei giudici. «Il lavoro è fondamentale per costruirsi una famiglia» ha aggiunto affrontando il tema della disoccupazione. E nello specifico dell'episodi di Melfi ha detto di sperare «che attraverso un dialogo insistente e intelligente si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti». CdS 29

 

 

 

"Trattamento Boffo" in arrivo per Don Sciortino? Il direttore di Famiglia cristiana nel mirino dei giornali berlusconiani

 

Don Sciortino, il direttore di Famiglia cristiana, deve accendere i ceri alla Madonna: finora gli è  toccato di subire l’accusa di pornografo. Il suo settimanale è stato “trasfigurato” dal Giornale di Berlusconi in “fanghiglia cristiana”, e i suoi articoli sono stati gratificati con aggettivi variopinti, che vanno dal disgustoso allo sgradevole, per non citare gli insulti più pesanti, affidati alla militanza cattolica interna al Pdl.

 

Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ama il manganello parlante, è stato il più lesto ed il più diretto con la bonomia di sempre. Interrogato da Luca Talese del Fatto quotidiano, ha buttato giù alla rinfusa i suoi pensieri più casti sul conto del sacerdote. “Lo stile di vita invernale ed estivo di don Sciortino”, sostiene Gasparri, “e’ tale che difficilmente può impartire lezioni di morale a chicchessia”.

 

Inutile ricordare che Famiglia Cristiana ha espresso critiche politiche. “Pensavo e so di don Sciortino e dei suoi singolari comportamenti”, ammicca Gasparri rincarando la dose. Ma che cosa gli addebita? Prima di tutto il fatto che non indossa abiti talari quasi mai. Tutto qui? O Gasparri si riferisce “alle serate in cui il direttore di Famiglia Cristiana faceva bisboccia e ad altri episodi di cui sono a conoscenza… È stato visto al bar, in buona compagnia, sempre allegro. Eppoi non ha mai tenuto messa a Marettimo… Don Sciortino si diverte e si rifiuta di dire messa, è stato ripreso anche dalle autorità ecclesiali, basta cercare nell’archivio. Se vive in questo modo non può pretendere di fare la morale a noi, non ha l’autorità per fare una battaglia politica contro di noi”.

 

Avete capito l’antifona, no? Chi vuole fare una battaglia politica deve passare una sorta di esame-finestra, deve ottenere una specie di lasciapassare, attraversare la porta stretta che lascia fuori quelli che disturbano il manovratore. Altrimenti c’è il “trattamento Sciortino”, come ha ribattezzato Gasparri il trattamento Boffo.

 

Qualcuno dovrebbe consigliare a Don Sciortino di non sentirsi indenne e di tutelare se stesso e il suo periodico con bagni di fede, preghiere e – non ci starebbe affatto male – un voto (niente di elettorale, ci riferiamo alla promessa).

Trattandosi di un sant’uomo, disposto a non vedere nel mondo la cattiveria, don Sciortino cammina sulle strade del mondo con passo gioioso e con l’animo sgombro. Perchè mai dovrebbe capitargli qualcosa di brutto? Non e’ già tanto, essere additati come peccatori, pornografi, e di scrivere testi disgustosi?

 

No, non è già tanto. Dovrebbe voltarsi indietro e guardare a quel che è successo a Dino Boffo, per rimanere in famiglia, con il direttore dell’Avvenire gettato in pasto all’opinione pubblica come un molestatore di donne gelose. Ha ottenuto le scuse dal direttore del giornale berlusconiano, ma e’ stato costretto (dai suoi “confratelli”) a dimettersi per chissà per quale ragione di stato, quindi la punizione per le sue imprudenti critiche al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, l’ha ricevuta ed è stata dolorosa.

 

Uscendo dall’alveo cattolico, don Sciortino potrà trovare materiale assai significativo nella collezione del Giornale e di Libero, e – perchè no? – su Panorama. Chi tocca i fili, muore, insomma. E quanti restano in vita, si fanno la croce con la mano manca ancora per lo spavento e la straordinarietà del miracolo ottenuto.

 

Famiglia Cristiana è il periodico dei Paolini, che assomigliano ai gesuiti senza esserlo, e sono benefattori senza darlo a parere. Il settimanale è in sintonia con le organizzazioni cattoliche che stanno, come si dice oggi, sul territorio, i volontari, i missionari, gli uomini di Chiesa che sanno come stanno le cose, si dannano l’anima (absit iniuria verbis…) per portare un poco di conforto a coloro che hanno bisogno.

 

I Paolini hanno il polso della situazione e sopportano meno degli altri le storture di questo mondo, reagiscono, s’arabbiano e scrivono ciò che hanno da scrivere senza fare calcoli: a chi serve, chi se ne avvantaggia, chi ci resta male, quali danni potrebbe subire il Vaticano e così via. Famiglia Cristiana è diventato nel tempo una voce autorevole nella stampa nazionale sia per il numero di lettori che è riuscito a guadagnare, quanto per il modo spartano, deciso e indipendente con cui affronta gli argomenti dell’attualità. Talvolta non piace a sinistra, spesso non piace a destra.

 

Ormai ha imparato, a proprie spese, che criticare il governo e, soprattutto, il presidente del Consiglio, obbliga ad un viatico di penitenza, del quale i Paolini – non solo loro – non sentono certo la necessità. Ma hanno imboccato questa strada, sono tenaci, tosti, passionali e forti delle loro conoscenze, difficilmente si faranno irretire da toni minacciosi e insulti. Obbediscono a ordini che vengono da lontano, non s’adattano con facilità ai suggerimenti non richiesti, ed intendono subire unicamente le sventure dei bisognosi.

 

I cattolici del Pdl – da Lupi all’onnipresente Gelmini, Rotondi e gli altri – non hanno avuto misericordia né indulgenza e invece di riflettere sui rimproveri, hanno gettato “fanghiglia cristiana” – per usare l’epiteto del giornale berlusconiano – contro di loro.

 

Don Sciortino non si volta dall’altra parte, non porge l’altra guancia, continua per la sua strada. È  convinto che bisogna perdonare perché non sanno quello che fanno? Impossibile: quelli sanno ciò che fanno e dicono, eccome. Il perdono di don Sciortino potrebbe avere tante motivazioni meno quella che Gesù sulla Croce trovò dall’alto della sua incommensurabile bontà. SicInf 26

 

 

 

 

"Avvenire" un anno dopo il caso Boffo. «Ossessiva aggressione a colpi di grossolane falsità»

 

Il ''metodo Boffo'' e' ''un misfatto'', perche' ''significa usare la stampa per fare del male in modo consapevole e violento.  Ricordiamocelo''. Cosi' il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, torna oggi a un anno di distanza sulla vicenda che porto' il suo predecessore Dino Boffo alle dimissioni dalla direzione del quotidiano della Cei, in seguito alle notizie sul suo conto pubblicate dal 'Giornale' di Vittorio Feltri.

Secondo Tarquinio, quella di allora fu ''un'ossessiva aggressione a colpi di grossolane falsita' (poi ammesse dallo stesso incauto e feroce accusatore) contro Dino Boffo, grande direttore di giornale e persona specchiata e generosa, che - contro il parere e le insistenze dei suoi collaboratori e del suo editore - decise di protestare dimettendosi e chiedendo, per prima cosa, giustizia al suo e nostro Ordine professionale''. Rispondendo a un lettore, Tarquinio scrive oggi che ''quando si parla di 'metodo Boffo' - e se ne sta parlando troppo e a sproposito - bisognerebbe essere percio' rigorosi e corretti. Tenere, cioe', bene a mente che quel cosiddetto 'metodo' consiste nell'uso di carte false contro qualcuno (e' l'onorevole Stracquadanio che ha cercato, invece, di 'nobilitarlo' presentandolo come una legittima campagna per far dimettere una personalita')''. ''Le dimissioni - aggiunge - sono state, nel caso di Dino, la protesta e il danno di chi ha subito la diffamazione, non certo il successo di chi l'ha sviluppata.

Anzi, se le regole della nostra professione hanno ancora senso e forza, so che quelle dimissioni-lezione umana e civile saranno la causa della sconfitta di chi ha violato leggi e deontologia''

 

Tarquinio afferma che ''un certo modo di fare giornalismo e certi toni'' sono ''sbagliati e a volte, persino, insopportabili''. ''Quelli del Giornale diretto da Vittorio Feltri - aggiunge polemicamente - finiscono con impressionante frequenza in queste categorie''. ''Ma ognuno - prosegue - ha il suo stile e interpreta a suo modo i diritti-doveri della libera stampa. E, ormai da tempo, ci troviamo su una china niente affatto esaltante, tant'e', arrivo a dire, che finche' ci si limita al cattivo gusto e all'insolenza siamo di fronte, tutto sommato, a un male minore''. Secondo Tarquinio, infatti, ''un anno fa fummo tutti testimoni di ben altro da parte della testata e del direttore appena citati''. Il direttore di Avvenire conclude che ''su ognuno di noi cronisti grava il peso del giudizio dei lettori e - se e quando norme e limiti vengono calpestati, come nel caso dell'attacco al mio predecessore - degli altri nostri giudici naturali''. L’U 29

 

 

 

Card. Angelo Bagnasco. I giovani interrogano gli adulti

 

Üubblichiamo l'omelia tenuta sabato 28 agosto al Santuario della Guardia

dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei

 

1. Ci siamo fatti pellegrini lungo la strada che porta a questo antico e caro santuario. Su questa strada per secoli hanno camminato le generazioni che ci hanno preceduto: vecchi e giovani, bambini e ragazzi, famiglie che, nel pieno del vigore e delle responsabilità, sono saliti fin quassù anche con fatica e, per anni, nel completo digiuno pur di poter fare la comunione eucaristica. “Si andava alla Guardia” per fare la confessione e la comunione: così si diceva ma soprattutto si pensava. Questo era lo scopo principale, non scritto su nessuna carta, ma scolpito nel cuore di ciascuno. Si veniva qui perché ci si sentiva a casa, non tanto per particolari accoglienze o iniziative, ma perché c’era Lei, la Madre di tutti perché Madre di Dio. E la Madre comprende sempre i suoi figli; e li consola. Lei continua ad esserci, ad essere con noi che di quell’antica gente siamo figli; con noi che di quella moltitudine vogliamo essere degni continuatori.

 

2. Non è vero che le nuove generazioni disprezzano ciò che è stato, le tradizioni, la storia che ha radici antiche e ha generato frutti che ancora gustiamo. Essi non vogliono una storia che sia museo, puro antiquariato senz’anima, un fantasma morto. Vogliono una storia viva, che nasce ed è guidata da ispirazioni alte, da ideali veri. E quindi sempre viva e attuale anche se ricca di secoli. Non è forse, questo Santuario, un esempio di questo desiderio e di questa ricerca che attraversa l’anima dei giovani che non di rado si sentono orfani pur avendo molto? Essi sono disorientati quando non vedono punti di orientamento; ma questi punti li desiderano e li cercano. Tocca a noi adulti essere dei riferimenti umili e autorevoli: il mondo degli adulti, invece, è a volte sofisticato, pieno di preconcetti e pregiudizi, pretende di costruire il futuro senza il passato, di poter guardare la storia con occhi sufficienti, di ritenere superato e vecchio ciò che è stato vissuto con frutto. E così – come succede in Europa – taglia il ramo su cui è seduto! E’ un peccato di presunzione e di miopia: come se camminare con intelligenza nel solco tracciato dall’esperienza di altri fosse umiliare se stessi anziché un riferimento e un aiuto per orientarci nella complessità contemporanea.

I giovani non cercano questo, chiedono altro con modi spesso indiretti, che richiedono da parte nostra di essere raccolti con attenzione e compresi. Non possiamo assistere rassegnati allo sbando della confusione valoriale che porta all’individualismo, che rinchiude ognuno in se stesso, uccide i rapporti, impoverisce il vivere sociale.

 

3. Per questo i Vescovi italiani hanno scelto come obiettivo del decennio la sfida educativa, consapevoli – insieme ai loro sacerdoti – che non c’è evangelizzazione senza educazione integrale della persona e senza educatori autentici e convinti. Il Vangelo annuncia la redenzione ed eleva tutto l’uomo, promuove civiltà e cultura. Quel piccolo Bambino che vediamo in braccio alla Madonna che ci guarda affettuosa, è stato educato dalla Santa Vergine ed educa tutti noi. Tutti abbiamo sempre bisogno di essere educati e di educarci: nessuno è arrivato!

Quanta umiltà ci vuole per educare e lasciarci educare! Invece ci scontriamo spesso con l’orgoglio e la presunzione: questa zizzania, che non si estingue mai dal nostro campo interiore, rende suscettibili per ogni più piccola cosa, per ogni soffio che non sia laudativo, che non riconosca i nostri meriti veri o presunti. Ci fa permalosi per ogni osservazione e contrasto alle nostre idee, ai nostri punti di vista, ostinati nei nostri programmi. Quanta umiltà ci vuole per essere intelligenti e quindi liberi! I giovani hanno bisogno di vedere negli adulti delle persone libere: non perché fanno ciò che vogliono a capriccio, secondo gusti, voglie, interessi individuali. Liberi perché non sono ingiusti, perché fanno ciò che è vero e buono, perché seguono le regole, perché osservano le leggi, fedeli alla parola data e agli impegni assunti, decisi a fare il proprio dovere sempre, fieri di poter tenere la testa alta davanti a tutti perché a posto con Dio e con la propria retta coscienza; fieri di “stare all’onore del mondo”, di poter fare cioè – come dicevano i nostri vecchi – “bella figura” non perché ricchi o potenti, ma perché onesti e giusti.

E’ questo complesso di atteggiamenti spirituali, di comportamenti e di valori, che rende gli adulti credibili agli occhi delle giovani generazioni; che li rende dei testimoni e dei maestri. E’ questo compito che occuperà il decennio della Chiesa italiana che vogliamo questa sera deporre nella mani materne di Maria, chiedendo a Lei che doni a Genova la fiducia e lo slancio necessari per essere ciascuno parte viva di un compito di cui tutti siamo protagonisti e destinatari. Card. Angelo Bagnasco

 

 

 

 

L'otto per mille si allarga. Restano fuori i musulmani

 

L'imam: si inizi a lavorare anche con noi moderati. Intese con lo Stato Apertura a sei confessioni con il sì della Cei. L'otto per mille si allarga

 

ROMA - «Di resistenze vere e proprie in questi casi non ce ne sono, no, però sa come si dice in politica: esistono altre priorità...». Il senatore pdl Lucio Malan, valdese, la racconta con ironia, i disegni di legge presentati assieme al costituzionalista del pd Stefano Ceccanti arriveranno in Parlamento alla riapertura dalle ferie per ratificare le nuove intese dello Stato con altre sei confessioni religiose, materia delicata anche perché le «intese» permettono di partecipare alla ripartizione dell'otto per mille. Tra i nuovi ingressi, peraltro, non ci saranno né erano previsti i musulmani, e l'imam Yahya Pallavicini, del Coreis, non nasconde l'amarezza: «Sarebbe opportuno che si iniziasse a lavorare per riconoscere giuridicamente quei musulmani moderati che da anni si sono dimostrati interlocutori affidabili e autonomi da ogni ideologia fondamentalista».

Finora, oltre alla Chiesa cattolica, lo Stato ha riconosciuto l'Unione delle comunità ebraiche italiane, la Tavola valdese, la Chiesa evangelica luterana, l'Unione delle Chiese avventiste del 7° giorno e le Assemblee di Dio, tutte leggi approvate tra gli anni Ottanta e Novanta. Le nuove intese - già definite dal governo Prodi e sottoscritte da quello Berlusconi il 4 aprile, con relativi disegni di legge approvati dal consiglio dei ministri il 13 maggio - aggiungeranno all'elenco cristiani ortodossi, buddisti, mormoni, induisti, apostolici e testimoni di Geova. Non è ancora finita, la Lega ha già pronti una serie di emendamenti, dai matrimoni all'ora di religione «ci sono una serie di questioni che meritano approfondimento», dice il capogruppo al Senato Federico Bricolo.

I cattolici come la Cei, peraltro, negano preoccupazioni per l'otto per mille, «siamo sempre stati favorevoli all'allargamento né ci preoccupa: è una conferma del sistema stesso, nessuno potrà accusare la Chiesa di volere un abito su misura», dice il vescovo Domenico Mogavero, responsabile degli Affari giuridici della Cei. Intanto, però, su una cosa tutti quanti appaiono d'accordo: per l'Islam la faccenda è ancora tutta da impostare. Lo dice il vicepresidente pdl della Camera, Maurizio Lupi: «La libertà religiosa non è in discussione. Ma il problema è duplice: da una parte non esiste un interlocutore unico, i musulmani sono divisi tra vari soggetti; e dall'altra c'è la questione oggettivamente delicata che riguarda la regolamentazione delle attività intorno alle moschee, non sempre di culto, talvolta contaminate dall'estremismo terroristico».

In più, aggiunge il pd Pierluigi Castagnetti, «non si può derogare sul riconoscimento esplicito, non solo implicito, della Costituzione: un riconoscimento formale che già ai tempi del tavolo aperto da Amato e fino ad oggi non è mai arrivato». Lo stesso vescovo Mogavero fa notare: «Poligamia, il ruolo della donna, l'educazione dei figli, ci sono norme e usi islamici che vanno contro i postulati fondamentali della nostra Costituzione: per questo l'impegno a rispettare la Carta è la condizione essenziale». Il tema è aperto, l'imam Pallavicini sospira: «C'è una responsabilità politica nel non voler arginare l'estremismo, le difficoltà esistono ma non è giusto che per una minoranza pretestuosamente maschilista o poligama ci vada di mezzo un milione di fedeli». Gian Guido Vecchi CdS 27

 

 

 

 

Santa Sede. Messaggio ai musulmani in occasione della fine del Ramadan

 

Un appello alle autorità civili e religiose per “offrire il proprio contributo per porre rimedio” alla violenza tra fedeli di diverse religioni “in vista del bene comune di tutta la società! Le autorità civili possano far valere la superiorità del diritto assicurando una vera giustizia per fermare gli autori ed i promotori della violenza!” E’ contenuto nel messaggio augurale che il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha formulato venerdì ai musulmani in occasione della fine del Ramadan, sul tema: "Cristiani e Musulmani: insieme per vincere la violenza tra fedeli di religioni diverse". Il Messaggio porta la firma del presidente card. Jean-Louis Tauran, e del segretario del Pontificio Consiglio, l’arcivescovo mons. Pier Luigi. “Non si può non constatare – si legge nel messaggio - che il tema suggerito quest’anno dal Pontificio Consiglio” è “purtroppo di grande attualità, almeno in alcune regioni del mondo”. “Tra le cause della violenza tra fedeli di religioni diverse – osserva il Pontificio Consiglio - si possono indicare la manipolazione della religione a fini politici o di altro tipo, la discriminazione sulla base dell’etnia o dell’identità religiosa; le divisioni e le tensioni sociali. L’ignoranza, la povertà, il sottosviluppo, l’ingiustizia sono parimenti fonti dirette o indirette di violenza non solo tra comunità religiose, ma anche al loro interno”.

Nel testo sono presenti anche alcune raccomandazioni: “aprire i nostri cuori al perdono reciproco e alla riconciliazione per una convivenza pacifica e fruttuosa; riconoscere, come base di una cultura del dialogo, ciò che abbiamo in comune e ciò che ci differenzia; riconoscere e rispettare la dignità e i diritti di ogni essere umano, senza nessuna distinzione basata sull’appartenenza etnica o religiosa; necessità di promulgare leggi giuste che garantiscano l’uguaglianza fondamentale fra tutti; importanza della formazione al rispetto, al dialogo e alla fratellanza nei vari spazi educativi: a casa, a scuola, nelle chiese e nelle moschee”. In tal modo, prosegue il messaggio, “saremo in grado di contrastare la violenza tra fedeli di religioni diverse e promuovere la pace e l’armonia tra le varie comunità religiose. L’insegnamento dei capi religiosi, ma anche i testi scolastici che siano attenti a presentare le religioni in maniera oggettiva, rivestono, come l’insegnamento nel suo insieme, un’importanza decisiva nell’educazione e nella formazione dei giovani”. Il messaggio conclude augurandosi che “queste considerazioni, come pure le reazioni che susciteranno tra voi e nelle conversazioni con i vostri amici cristiani, possano contribuire alla continuazione di un dialogo sempre più rispettoso e sereno”. Sir 27

 

 

 

 

 

Meeting. L'attacco a Eco e l'indulgenza col potere. Parte la crociata di Cl contro i moralisti

 

Per i discepoli di don Giussani, ormai giunti alla terza generazione, lo scandalo è "Famiglia cristiana" quando se la prende con Berlusconi - di GAD LERNER

 

RIMINI - Sono venuto al Meeting di Rimini per capire cos'è questo detestabile "moralismo" che tanto fastidio suscita nei cattolici moderati di Comunione e Liberazione. Per i discepoli di don Giussani, ormai giunti alla terza generazione, lo scandalo è "Famiglia cristiana" quando se la prende con Berlusconi.

E perciò stesso va disdegnata come "L'Unità" o "Il Fatto", a detta di Maurizio Lupi; merita viceversa indulgenza il degrado nei comportamenti dei politici al comando: non siamo forse tutti peccatori? Chi di noi ha il diritto di scagliare la prima pietra? "Sia proibita la vendita di 'Famiglia cristianà sul sagrato delle chiese!", invoca lo storico di Cl, monsignor Massimo Camisasca.

 

La parabola evangelica viene declinata in forme sorprendenti da una folla entusiasta nel tributare applausi indistinti: da Geronzi ai missionari in America Latina. E rivela una sensibilità talmente particolare di questo popolo, reso compatto dall'intimità delle sue liturgie, da configurarlo quasi come una Chiesa privata, ben sintonizzata con gli umori più profondi della destra italiana. Parlo di Chiesa privata perché Cl non solo si contrappone, come e più di sempre, al cosiddetto cattolicesimo democratico. Ma si distanzia dal giudizio critico sulla classe dirigente pronunciato dalla Cei e che perfino il portavoce dell'Opus Dei, Pippo Corigliano, nei giorni scorsi ha consegnato in un'intervista al "Manifesto": "Al momento politici che abbiano una struttura morale tale da interpretare i valori cattolici non se ne vedono. Il punto è che i politici proprio quei valori tentano poi di strumentalizzare". Un atto d'accusa del tutto assente dal Meeting di Rimini.

 

Una kermesse dominata dalla confidenza instaurata da Cl con banchieri e imprenditori, pur senza rinunciare agli appuntamenti religiosi

a raccontare l'antipatia di Cl per il "moralismo" attraverso alcune istantanee di una festa dominata, come tutti hanno notato, dall'affettuosa confidenza instaurata da Cl con banchieri e imprenditori, pur senza rinunciare, in particolare i giovani, alla centralità degli appuntamenti religiosi, alla politica ecumenica e alla visione internazionale promosse da Carron, del tutto disinteressato alla politica italiana, che resta appannaggio della generazione precedente. I ciellini hanno dato in abbondanza a Cesare quel che è di Cesare, e forse al governo in carica pure qualcosa di più, riservandosi il primato spirituale.

 

E' Giancarlo Cesana, responsabile laico di Cl divenuto presidente del Policlinico di Milano, a introdurre l'appuntamento più atteso, la lectio del Patriarca di Venezia, Angelo Scola. Tema: "Desiderare Dio. Chiesa e post-modernità". Saranno diecimila, non vola una mosca. Cesana estrae un foglietto per spiegare in due esempi il vizio della post-modernità. Racconta dello studente universitario cui chiese un giudizio sull'aborto: "Ognuno la pensa come vuole", fu la risposta che ancora lo indigna. Del resto, aggiunge, nella Russia comunista, "è lo stesso" non divenne forse l'intercalare più comune?

Preparato il terreno, Cesana vibra il fendente decisivo. Una citazione di Umberto Eco dalle pagine conclusive de "Il nome della rosa", allorquando Guglielmo di Baskerville contempla l'incendio della biblioteca e della chiesa. Eccola.

 

"Temi i profeti e coloro che sono disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro (...) Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a liberarci dalla morbosa passione per la verità".

Applauso scrosciante di riprovazione. Per Cesana quella frase di un romanzo pubblicato trent'anni fa resta, in perfetta buona fede, più grave di qualsiasi misfatto commesso da un politico arraffone della giunta lombarda di Formigoni. Sorriderà distaccato di fronte alle tentazioni umane di un assessore - cosa volete che siano - mentre denuncia implacabile l'agnosticismo dello studente di fronte all'aborto. Colpevole, lui sì. O vittima di Umberto Eco?

Con il patriarca Scola la conversazione si eleva, costellata magistralmente di citazioni cinematografiche e generazionali, come l'"on the road" di Kerouac, richiamo affascinante sebbene gli astanti restino ben lungi dal suo ideale libertario. Neppure il cardinale più amato dai ciellini, difatti, rinuncia alla polemica con i moralisti, i più insidiosi fra i peccatori perché abuserebbero del richiamo a comportamenti esemplari, cioè alla testimonianza.

 

Ecco come li attacca Scola: "Diventa allora necessario liberare la categoria della testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale". A chi si riferisce Scola? Forse a coloro che s'illudono di praticare la virtù senza riconoscere la sua implicazione successiva, secondo cui "la Chiesa, in modo diretto o indiretto, diventa condizione indispensabile per desiderare Dio", diventa cioè il luogo "che rende possibile la testimonianza". Come? "Anzitutto, attraverso l'Eucarestia e la liturgia".

Il percorso è chiaro: se la testimonianza si manifesta nell'osservanza religiosa, chi siamo noi per criticare i peccatori osservanti la pratica religiosa nella Chiesa che resta "santa al di là dei peccati, talora terribili, del suo personale"?

 

Così vengono "sistemati" i moralisti. E per gradire, poco più tardi, intervenendo di nuovo al Caffè letterario del Meeting, lo stesso Scola rivolgerà un pubblico encomio a Renato Farina: "Sono pochi i giornalisti bravi come lui". Come volevasi dimostrare.

Sbaglierò, ma ho colto perfino un pizzico di compiacimento quando il Patriarca sottolineava con voce sofferta quel "terribili", riferito a certi peccati degli uomini di Chiesa. Perché chinandosi amorevole sul frammento d'anima penitente, il testimone disciplinato susciterà in lei nuovamente il desiderio di Dio, la fede che ci è donata nella Chiesa.

Particolarmente ricercati, non a caso, fra gli ospiti del Meeting primeggiano i figliol prodighi che vengono a raccontare il loro avvicinamento a questa idea di Chiesa (privata?). Come il sottosegretario Eugenia Roccella che si dilunga sul suo passato radicale, femminista, anticlericale. O l'assai più tormentato filosofo Pietro Barcellona, sospinto in depressione dal fallimento del comunismo, verso un approdo cristiano.

Aggirandosi fra gli stand non si trovano solo le aziende in rapporto di business con la Compagnia delle Opere o con i politici ciellini. Bisogna fare la fila per visitare la mostra sulla scrittrice cattolica americana Flannery O'Connor, così come vivacissimi sono i dibattiti critici sulla tecnoscienza. E' nel linguaggio di un conservatorismo moderno che si esprime questa strana indulgenza ciellina per i malfattori, contrapposta alla severità con cui additano i moralisti. Al centro dell'installazione dedicata a don Bosco, per esempio, trovo gli stessi luchetti resi popolari fra i giovani da Federico Moccia: reggono nastri devozionali: "O Maria Vergine potente", "Tu nell'ora della morte accogli l'anima in paradiso". L'imprinting di un movimento cresciuto nella contrapposizione all'Utopia del Sessantotto, compare perfino stampato sulle t-shirt: "Non ho nulla per cui protestare, solo da ringraziare".

 

Ricordo a Roberto Formigoni il nostro incontro di dieci anni fa, all'indomani di una sua trionfale vittoria elettorale in Lombardia. Dopo aver concesso a Comunione e Liberazione "il merito storico di avere generato me, che sono però dotato di una forza politica autonoma ben maggiore", prometteva un prossimo trionfale sbarco a Roma: "Questo nostro modello conquisterà l'Italia". Non è andata così e oggi lo trovo più cauto. Si accontenta di rivendicare una riuscita "fecondazione di idee". I politici ciellini radunati in Rete Italia contano su Maurizio Lupi, pupillo di Berlusconi, e su Mario Mauro al parlamento europeo; ma patiscono nella loro culla lombarda il fiato sul collo della Lega, da cui non sono riusciti a distinguersi più che tanto sul piano culturale e religioso. Quanto ai politici affaristi con cui militano fianco a fianco nel Pdl, la linea resta sempre la stessa: no al moralismo.

Per difendere la loro Verità dalle insidie del moralismo, dunque, scelgono di prendersela con il "potente" Umberto Eco. Peccato che Giancarlo Cesana non abbia riferito anche la frase che l'autore de "Il nome della rosa" mette in bocca al suo protagonista, subito prima di quella incriminata: "L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente". LR 28

 

 

 

Sulle tracce di Madre Teresa, combattere l’aborto con l’adozione

 

È la formula della fondatrice delle Missionarie della Carità spiegata ad AsiaNews da suor Jenvie, che da oltre 20 anni lavora nell’orfanotrofio di Ahmedabad. Protagonista di un miracolo, la madre racconta: “Lavoriamo bene, tanto che oggi i medici consigliano a chi chiede di abortire di venire prima da noi”.

 

Ahmedabad (AsiaNews) – Combattere l’aborto tramite l’adozione. È la formula, lanciata da madre Teresa di Calcutta, che oggi le sue Missionarie della Carità usano per fermare la piaga dell’interruzione di gravidanza in uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno. Lo spiega ad AsiaNews suor Jenvie, che si unì alle religiose della Beata quando aveva soltanto 17 anni, scrivendo in segreto a madre Teresa per chiedere di poter essere ammessa a “servire i più poveri fra i poveri”.

 

Suor Jenvie vive e presta la sua missione nella casa delle Missionarie di Ahmedabad, il Nirmala Shishu Bhavan Bhimjipura, sin dal 1989. Tra l’altro, è protagonista lei stessa di un piccolo miracolo: il giorno prima di pronunciare i suoi voti, cadde infatti in coma per un male non diagnosticato. Dopo tre giorni, i medici ne pronunciarono la dichiarazione di morte. Avvertite dell’accaduto, le sue future consorelle iniziarono a pregare per lei, che riprese a respirare.

 

Più tardi, quel giorno, la stessa Madre Teresa andò a prenderla insieme a quattro consorelle per portarla via. Nel biglietto di dimissioni, scrisse che “riportava a casa la sua bambina”. Nel sanitario della casa, si scoprì che era affetta da tubercolosi: grazie alle preghiere e alle cure delle Missionarie, tuttavia, riuscì a sconfiggerla e – oltre 20 anni dopo – continua a lottare contro la piaga dell’aborto.

 

Ad AsiaNews, suor Jenvie racconta: “È una grande benedizione poter seguire le orme della Beata, così come è una grande gioia accogliere tutti questi bambini. Fino ad oggi, siamo riuscite a perfezionare oltre 600 adozioni. Come diceva sempre Madre Teresa, combattiamo l’aborto con l’adozione e la cura per la madre. In questo modo abbiamo salvato migliaia di vite. A cliniche, ospedali, stazioni di polizia abbiamo inviato questo messaggio: Per favore, non distruggete [la vita di] questi bambini; noi ci prenderemo cura dei bambini. Così, alle madri in difficoltà abbiamo sempre qualcuno che dice loro: Vieni, ci prenderemo cura di te e troveremo una casa per il tuo bambino”.

 

Le Missionarie accolgono al momento 13 bambini nella casa di Ahmedabad, di cui uno disabile. A questa casa nel frattempo si sono aggiunte altre 9 case nell’Orissa, : “Abbiamo molta cura degli aspetti legali, seguiamo tutte le procedure. Tanto che oggi, persino i medici dei vari ospedali consigliano alle ragazze che chiedono l’aborto di venire prima a parlare con noi”.

 

Suore Jenvie conclude citando la fondatrice: “Ogni bambino salvato è fonte di grande gioia per i suoi genitori adottivi. Noi sappiamo che le famiglie devono pianificare in qualche modo la loro formazione, ma esiste un metodo naturale per farlo. Nell’amore, ogni cosa riesce”.  Nirmala Carvalho, noicattolici

 

 

 

 

La Vergine nera, luce nel cuore del Mediterraneo

 

In cima a una collina a picco sul mare della costa tirrenica siciliana, da cui pare di accarezzare Lipari e Vulcano e abbracciare i Nebrodi, diventa più facile incontrare Dio. Sarà per questo che ogni anno un milione di pellegrini scelgono il Santuario di Tindari per riconciliarsi con se stessi e riscoprire la propria fede, tenuti per mano da una Madonna bruna dal fascino orientale, giunta in questo piccolo centro del Messinese mille anni fa da chissà dove, che si presenta al mondo con l’espressione del Cantico dei Cantici Nigra sum, sed formosa.

La Madonna nera che tiene in braccio il Bambino risalirebbe all’epoca delle Crociate, realizzata con fattezze tipiche della donna mediorientale, ha incuriosito per secoli storici e poeti, vescovi e fedeli, che solo oggi, dopo un coraggioso restauro nel 1995, voluto dall’attuale vescovo di Patti, Ignazio Zambito, è possibile ammirare guardando il suo vero volto.

E lei, la Vergine che tiene in braccio il Logos, è lì, nel Santuario costruito da Giuseppe Pullano, vescovo di Patti e inaugurato nel 1979 per accogliere i pellegrini che, soprattutto d’estate, si inerpicano per la collina su cui sorgeva l’antica Tyndaris dei greci e dei romani, fondata nel 396 avanti Cristo e distrutta forse da un terremoto, poi risorta nel quinto secolo, divenendo sede vescovile. La piccola chiesa cinquecentesca non era più in grado di contenere i visitatori che da ogni parte della Sicilia e dell’Italia continuano a scegliere Tindari per pregare, chiedere protezione e ammirare il creato.

Sul sagrato è un continuo scattare foto-ricordo, mostrare sorrisi e nasi all’insù per ammirare la facciata del Santuario. Ragazzi con lo zaino in spalla e il costume che sbuca fuori della maglietta, prima di un tuffo nel mare di Marinello, salgono sulla navetta che li porta davanti alla Madonna. Moltissime sono donne dell’Est Europa che lavorano nella zona.

Nicola Antonazzo abita a Falcone: «Siamo molto devoti della Madonna di Tindari e quando possiamo veniamo qui su a pregare». «Oggi – dice la moglie, Margaret Mootien, originaria di Mauritius, ma da trent’anni in Sicilia – siamo qui perché è l’anniversario della morte di mio padre. Spesso preghiamo per i nostri cari, per amici che stanno male. Chiediamo alla Madonna di potere alleviare le loro sofferenze». Maria Amato arriva da Palermo, ha un’amica con un tumore, è qui in vacanza e non vuole perdere l’opportunità di inginocchiarsi davanti alla Madonna.

«Perché questo è il Santuario della ordinarietà, non abbiamo miracoli vistosi e riconosciuti, anche se ci scrivono pure dall’Australia e dagli Stati Uniti per testimoniare eventi prodigiosi», spiega don Antonino Gregorio, 73 anni, dal 1995 rettore di questa «casa» mariana. Tanti sono gli «ex voto» conservati nella sagrestia del Santuario antico, i quadri che ricordano salvataggi da naufragi, le lettere: tutto confluirà in una mostra permanente che si sta realizzando nella cripta del Santuario nuovo.

La popolarità di Tindari è indiscussa grazie anche ai programmi televisivi che ne hanno promosso il fascino e la storia. Così arrivano pellegrini da qualunque parte del mondo. In estate sono più numerosi i siciliani: migliaia di persone dei paesi del circondario percorrono chilometri a piedi, partendo di notte per raggiungere la cima di Tindari. In autunno e primavera è il momento dei pellegrinaggi organizzati dal Nord Italia, dall’Europa, perfino dal Giappone. Da aprile a ottobre è un flusso permanente.

«Molti vengono da turisti, è vero – racconta don Gregorio che, assieme a don Emanuele Di Santo e alle suore Speranzine, è la presenza costante tra le mura del Santuario –. Ma per lo più la gente che arriva qui vuole confessarsi, comunicarsi, cambiare vita perché si trova l’anonimato e possono vuotare il sacco. Io ascolto molti giovani che non sono contenti della vita che conducono. Vedo persone che percorrono la salita in ginocchio in segno di penitenza. Tanta gente ci scrive per pregare perché si trova in difficoltà, perché ha perso il lavoro, perché vive condizioni di malattia, perché è preoccupata per i figli».

Si respira un grande bisogno di Dio a Tindari. Non sono mancati i pellegrini illustri: dal patriarca di Venezia (e futuro papa Giovanni XXIII) Angelo Roncalli all’ex governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo, a Giovanni Paolo II che il 12 giugno 1988 recitò l’atto di affidamento alla Madonna di Tindari.

L’esperienza pastorale in un Santuario è molto particolare. «I Santuari sono le cliniche dello spirito, come diceva Paolo VI – osserva il rettore –. Le persone vengono per ringraziare, per incontrare Dio, ma le vediamo una sola volta. Così abbiamo instaurato uno stile di trasparenza e di accoglienza. E vedo che la gente apprezza e a volte ci scrive, dopo essere tornata a casa».

Alessandra Turrisi , Avvenire 27

 

 

 

Tre giorni, da Assisi a Gubbio, sul “Sentiero di San Francesco

 

E’ dedicata al tema della riconciliazione la camminata di tre giorni, da Assisi a Gubbio, lungo il “Sentiero di San Francesco”, in programma dall’1 al 3 settembre per iniziativa delle diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Gubbio.

L’iniziativa giunta alla seconda edizione è stata presentata a Perugia dal vescovo eugubino Mario Ceccobelli nel corso di un incontro a cui erano presenti il presidente del Consiglio Regionale, Eros Brega e l’assessore alla Cultura dell’Umbria, Fabrizio Bracco, e rappresentanti della Provincia, che insieme a molti altri enti e associazioni, hanno offerto il loro sostegno.

La camminata partirà da Assisi dopo una preghiera sulla tomba di San Francesco, per poi fare tappa a Valfabbrica. Il secondo giorno si proseguirà per Caprignone e, il terzo giorno, 3 settembre, passando per Vallingegno, si approderà alla chiesa della Vittorina in Gubbio.

Il percorso di 42 chilometri è a partecipazione libera o con adesione a diversi pacchetti di servizi, dai pranzi al sacco al pernottamento, fruibili contattando la diocesi di Gubbio e un’agenzia di viaggi incaricata. Per l’occasione è stato inaugurato un sito internet (www.ilsentierodifrancesco.it) che fornisce tra l'altro la mappa della camminata, da affrontare non solo a piedi, ma anche in bici, a cavallo o in auto, e riferimenti alle fonti francescane per ogni luogo. Grtv

 

 

 

 

Vatikan an Moslems: „Lasst uns gemeinsam Gewalt stoppen“

 

Der Vatikan ruft die Muslime dazu auf, gemeinsam mit den Christen interreligiöse Gewalt zu überwinden. Grund für solche Gewalt seien nicht selten Diskriminierungen aufgrund der Religionszugehörigkeit, heißt es in einer Botschaft zum Ende des islamischen Fastenmonats Ramadan. Das Schreiben ist von Kardinal Jean-Louis Tauran unterzeichnet, dem Verantwortlichen des Papstes für den interreligiösen Dialog.

 

Leider sei das Thema „Konflikte zwischen Christen und Moslems“ zumindest in einigen Teilen der Welt von großer Aktualität, so Tauran. Dahinter stehe oft der Missbrauch von Religion für politische Zwecke. Aber auch Unwissenheit, Armut, Unterentwicklung und das Fehlen von Gerechtigkeit seien direkte oder indirekte Quellen der Gewalt zwischen Christen und Moslems. Hier sollten die zivilen und religiösen Autoritäten Abhilfe schaffen. Sache der Politik sei es, die Vorherrschaft des Rechts zu sichern, also für entsprechende Gesetze zu sorgen und ihre Einhaltung zu überwachen, um die Urheber und Förderer interreligiöser Gewalt zu stoppen und die Gleichheit aller zu garantieren. Außerdem mahnt Tauran dazu, junge Menschen zu Respekt und Dialog zu erziehen. Auch Schulbücher hätten auf eine objektive Darstellung von Religionen zu achten. Tauran erinnerte mit seinen Vorschlägen an die Beratungsergebnisse der Gemischten Dialogkommission aus Vertretern des Heiligen Stuhles und der ägyptischen al-Azhar-Universität. Dieser hochrangige Gesprächskreis ist eine Folge der Regensburger Rede Papst Benedikts über Glaube und Vernunft von 2005, die in der muslimischen Welt zunächst auf ablehnende Reaktionen gestoßen war.

 

Die Religionen an sich sind nicht die Quelle von Spannungen zwischen Christen und Moslems – vielmehr seien es die Gläubigen, die ihr religiöses Erbe mitunter verraten. Das sagte uns Kardinal Jean-Lous Tauran in einer kurzen Stellungnahme am Rand des Rimini-Meetings.

 

„Wer gläubig ist und mit Angehörigen anderer Religionen spricht, muss kohärent sein. Wir müssen den Mut haben, Gut und Böse zu unterscheiden, an Rechte und Pflichten erinnern und, nicht zuletzt, uns wie verantwortungsvolle Bürger verhalten. Denn wir sind Gläubige und Bürger – nicht Gläubige oder Bürger. Das wichtigste aber ist das religiöse Zeugnis. Denn wir verbreiten nicht humanistische Werte, sondern in erster Linie evangelische Werte.“

 

Indessen ist der Dialog zwischen Christen und Moslems nicht nur eine Sache von Worten und von Intellekt, so Tauran in Rimini. Auch das Herz gehöre dazu.

 

„Unsere Angst vor dem Anderen muss zur Angst für den Anderen werden. Das heißt, wenn die Rechte meines Bruders nicht garantiert sind, wenn er misshandelt wird, leide auch ich, geht es auch mich etwas an.“ Rv 27

 

 

 

Mutter Teresa. Ein Leben, um das Leid der Welt zu lindern

 

Viele Menschen verehrten Mutter Teresa schon zu Lebzeiten wie eine Heilige. Unermüdlich setzte sich die Nonne und Gründerin des Ordens der «Missionarinnen der Nächstenliebe» für die Ärmsten der Armen ein. Jetzt wäre sie 100 Jahre alt. Ein Porträt.

Oft wurde sie gefragt, woher sie bis ins hohe Alter die Kraft nahm. «Ich fülle meinen Tank mit Gebeten», war ihre Antwort. Am 26. August 1910 wurde Mutter Teresa in Skopje als Tochter albanischer Eltern geboren und auf den Namen Agnes Gonxha Bojaxhiu getauft. Mit 18 Jahren trat sie in den irischen Loreto-Orden ein und kam als Novizin nach Indien, wo sie zunächst an einer katholischen Schule unterrichtete.

Die Armut in Kolkata erschütterte sie aber so, dass sie diese Arbeit aufgab. Während einer Bahnfahrt erlebte sie, was sie später als «Gottes zweiten Ruf» bezeichnete. Jesus wolle, dass sie ihm in die Slums folge, sagte sie. 1950 gründete sie ihren Orden. Mit dem Friedensnobelpreis 1979 wurde die katholische Nonne weltbekannt.

Kloster in Kalkutta wird weiter betrieben

Das Kloster von Mutter Teresas Missionarinnen der Nächstenliebe liegt an einer vielbefahrenen Straße im Herzen von Kolkata (Kalkutta). Durch die vergitterten Fenster dringt der Lärm der indischen Millionenstadt ins Innere, wo Ordensschwestern in blau- weißen Saris geschäftig ihrer Arbeit nachgehen. In der Verwaltung klappern alte Schreibmaschinen. Im Innenhof wird Wäsche gewaschen. «Wenn Sie so wollen», sagt eine der gut gelaunten Nonnen, «dann ist das hier das Hauptquartier unserer Organisation».

Stille herrscht im Erdgeschoss des 1953 bezogenen Mutterhauses, wo die vor 13 Jahren gestorbene Ordensgründerin ihre letzte Ruhe gefunden hat. In der Mitte des Raumes ist ein weißer Sarkophag in den Boden eingelassen, geschmückt mit Blumen und Kerzen. Immer wieder treten Schwestern ans Grab, um zu beten. Für sie ist Mutter Teresa, die am 26. August 100 Jahre alt geworden wäre, hinter diesen Klostermauern noch genauso präsent wie andernorts bei ihrer täglichen Arbeit für den Orden.

Mutter Teresa war ein Mensch der Tat, wie sich Schwester Andrea erinnert, die vor einem halben Jahrhundert aus Bayern nach Kolkata kam, um sich den Missionarinnen anzuschließen. «Sie hat uns beigebracht, in die Welt hinaus zu gehen und die Augen für die Armut zu öffnen.» Zudem habe sie die jungen Frauen gelehrt, keine Angst davor zu haben, Bedürftigen beizustehen und neue Wege zu beschreiten. «Wir müssen zu den Menschen, auf die Straße, wo sie liegen und fallen», sagt die 71-Jährige. «Wo sonst niemand hingeht, dort ist unser Platz.»

Sterbehaus mit 110 Männern und Frauen

Eine halbe Autostunde vom Kloster entfernt gibt es so einen Ort - das Sterbehaus Nirmal Hriday (Reines Herz). Mutter Teresa hat es 1952 im Stadtteil Kalighat als erste Einrichtung ihres Ordens eröffnet, zwei Jahre nachdem der Vatikan diesen offiziell anerkannt hatte. Nach Indien war die in Skopje (heute Mazedonien) geborene Agnes Gonxha Bojaxhio 1929 als Novizin gekommen. Mitte der 40er Jahre habe sie Gottes Ruf vernommen und damit begonnen, sich um die Ärmsten der Armen zu kümmern, berichtet Schwester Andrea. «Sie spürte immer, dass Gott die treibende Kraft für unsere Arbeit ist.»

Die Einrichtung in Kalighat ist seit ihrer Gründung zum Synonym für die Arbeit des Ordens geworden. Mutter Teresas Haus für kranke und sterbende Arme steht über dem Eingang. In zwei riesigen Sälen werden 110 Männer und Frauen von Nonnen und zahlreichen Freiwilligen aus aller Welt versorgt. Vielen kann mit einfachen Mitteln Linderung verschafft werden. Andere sind hier, um in Würde zu sterben. «Seit der Eröffnung hat man uns 87 000 Menschen gebracht», sagt Schwester Glenda, die resolute Oberin. Mehr als 36 000 davon seien gestorben.

Kritiker bemängeln, dass es in den Häusern des Ordens keine angemessene medizinische Versorgung gibt. Schwester Glenda weist die Vorwürfe zurück. Wir sind kein Krankenhaus, sagt sie. Leidende Menschen, bei denen Hoffnung auf Heilung bestehe, würden an Ärzte vermittelt. Auch die Behandlungskosten übernehme der Orden.

Missionarinnen der Nächstenliebe in 137 Ländern

«Ohne die Hilfe der Schwestern wäre ich jetzt tot», mischt sich der 50-jährige Ram Bahadur ins Gespräch ein. Nach einem schweren Unfall vor ein paar Jahren sei er vor dem Sterbehaus abgelegt worden. «Als mir niemand helfen wollte, haben die Schwestern 400 000 Rupien (knapp 6700 Euro) für meine Operation bezahlt und mich gepflegt.» Schwester Glenda lächelt und sagt: «Viele kommen in einem wirklich fürchterlichem Zustand zu uns, doch Gott nimmt sich ihrer immer an.»

Inzwischen gibt es die Missionarinnen der Nächstenliebe in 137 Ländern. Vor allem im Westen sehe die Arbeit jedoch anders aus als in Indien, denn in New York oder Sydney müssten nicht viele Menschen auf der Straße sterben, sagt Schwester Andrea. Doch Leid gebe es überall. «Mutter sagte immer, die größte Seuche der Neuzeit ist nicht Aids, sondern das Gefühl, sich ausgestoßen und unerwünscht zu fühlen.» Dieser Kampf gegen die Armut der Seele sei noch schwerer zu führen als der Kampf gegen Hunger und Krankheit.

Auch in den nächsten Jahr wird der Orden weiter wachsen. Schwester Andrea schränkt allerdings ein: «Wir planen unser Arbeit eigentlich nicht im Voraus, denn wir gehen nur dorthin, wohin man uns ruft.» Anfragen gebe es jedoch viele. «Das geistige Erbe, dass uns Mutter hinterlassen hat, inspiriert uns und unsere Arbeit weiter. So lange wir dieses Erbe pflegen und auf Gottes Stimme hören, so lange werden wir weitermachen.» Und mit einem Lächeln fügt die deutsche Ordensschwester hinzu: «Eigentlich können wir erst aufhören, wenn es keine Armen mehr auf dieser Erde gibt.»

Im März 1997 gab sie wegen einer Herzkrankheit die Leitung des Ordens an Schwester Nirmala (67) ab. Am 5. September 1997 starb Mutter Teresa im Alter von 87 Jahren. News.de 26

 

 

 

 

 

„Krieg gegen Christen in 50 Ländern“

 

Von 100 Menschen, die weltweit aufgrund ihrer Religion ermordet werden, sind 75 Christen. Daran hat Mario Mauro, OSZE-Beauftragter gegen Rassismus und Mitglied des Europaparlaments, beim katholischen Rimini-Meeting erinnert. Es sei ein regelrechter Krieg gegen Christen in über 50 Ländern der Welt im Gang, in denen es keine Religionsfreiheit gebe.

 

„An der Spitze der entsprechenden Liste steht Nordkorea. Ein atheistischer Staat, der alle Religionen verbietet. Allerdings: 35 der besagten 50 Länder sind islamisch. Das wirft ernste Fragen über den Stand des Dialogs zwischen uns und den mehrheitlich muslimischen Staaten auf. Die wichtigsten dieser Staaten sind Pakistan, Saudi Arabien, Afghanistan und Irak, wo ein echtes Blutbad im Gang ist, das die Flucht der Christen praktisch erzwingt und damit die Destabilisierung des gemarterten Landes weiter vorantreibt.“

 

Zwar sei auch das moderne Europa nicht frei von einer gewissen Christophobie, so Mauro. Er verweist auf diverse Gerichtsurteile in Ländern des alten Kontinents, etwa über die Entfernung von Kreuzen aus Klassenzimmern oder über Entlassungen von Christen, weil sie ein Jesusbild am Arbeitsplatz aufgestellt hatten. Allerdings seien die interreligiösen Konflikte außerhalb Europas von anderer Größenordnung.

 

„Die Politik spielt in jedem Fall mit. Mehr noch, wenn wir uns die Konflikte in der Welt ansehen, gibt es keinen einzigen, der nicht in irgendeiner Art mit der Religion zu tun hätte. Was bedeutet das? Das bedeutet, wenn ein fundamentalistischer Wind weht, also etwa Gott zum Vorwand für Machtgewinn missbraucht wird, dann spricht man von Religion, um Diskriminierungen zu rechtfertigen. Auf der anderen Seite stehen jene, die aus dem einfachen Grund sterben, weil sie an Christus glauben.“

 

Die Organisation für Sicherheit und Zusammenarbeit in Europa (OSZE) war, sagt Mauro, eine der ersten Einrichtungen überhaupt, die das Problem der Christenverfolgung wahrgenommen habe. Seit 2004 gebe es die Stelle des Persönlichen Beauftragten des OSZE-Vorsitzes für die Bekämpfung von Rassismus, Fremdenfeindlichkeit und Diskriminierung, mit besonderem Schwerpunkt Diskriminierung von Christen. Rv 26

 

 

 

 

Margot Kässmann im FR-Interview. „Jetzt bin ich erst mal weg“

 

Am Samstag fliegt sie in die USA, wo sie vier Monate lang an der Emory University unterrichten wird: Margot Käßmann über ihre Studien in Atlanta, Aufbrüche und ihren Kultstatus. Margot Käßmann, 52, war EKD-Ratsvorsitzende und Bischöfin von Hannover. Im Februar 2010 trat sie von beiden kirchlichen Ämtern zurück, nachdem sie von der Polizei betrunken am Steuer ihres Wagens gestoppt worden war.

 

Frau Käßmann, Sie sitzen auf gepackten Koffern. Was nehmen Sie mit in die USA?

Das Wichtigste – bei Frauen ganz normal – ist die Kleidung. Noch sind es in Atlanta 32 Grad, im November können die Temperaturen aber auch bis auf null runtergehen. Da ist bei 23 Kilo Obergrenze beim Reisegepäck eine Entscheidung angesagt. Ansonsten geht natürlich der Laptop mit.

Bücher?

Nicht viele. Davon gibt es in der Unibibliothek genug.

Bedeutet die Beschränkung für Sie auch eine Art Entrümpelung?

Entrümpelt habe ich im Wesentlichen schon, als ich die Bischofswohnung in Hannover verlassen habe. Eingezogen bin ich dort 1999 mit einer sechsköpfigen Familie, ausgezogen jetzt allein. Da habe ich mich von enorm viel getrennt, vom Puppen- bis zum Kinderbilderbücher-Aussortieren. Das war auch der Abschied von der Familiensituation, und dafür habe ich auch richtig Zeit gebraucht.

Was haben Sie mit den Sachen gemacht?

Alles, was ich nicht in meine neue eigene Wohnung mitgenommen habe, habe ich an „Fairkauf“ gegeben. Ein großartiges Projekt der Diakonie hier in Hannover: Sie geben Ihre Sachen dort ab, und sie werden zu kleinen Preisen verkauft. Daraus entstehen Arbeits- und Ausbildungsplätze.

Vier Monate USA – schwingt da ein Gefühl von Flucht mit?

Flucht? Bestimmt nicht! Jede hannoversche Pastorin kann nach zehn Dienstjahren ein dreimonatiges Kontaktstudium absolvieren, um nach der Zeit der Praxis wieder an die theologische Wissenschaft anzuknüpfen. Ich werde im Oktober 25 Jahre im Amt sein, habe so etwas aber noch nie gemacht. Insofern ist das jetzt eine Riesenchance, auf die mich sehr freue.

Das Kontaktstudium dient dem Lernen, Sie dagegen sollen ja lehren. Was eigentlich genau?

Die Emory University verbindet mit ihrer Einladung zu einer Gastprofessur, dem Candler Chair, an mich nicht die Erwartung, dass ich im regulären Angebot Seminare gebe oder Vorlesungen halte. Die Universität möchte, dass ich zur Verfügung stehe. Ich soll einmal wöchentlich einen Vortrag in der Universität halten und zusätzlich auf Einladung anderer Institutionen sprechen. Davon habe ich inzwischen schon eine ganze Reihe vorliegen, zum Beispiel vom deutschen Department der Universität, von einem Friedensinstitut in San Diego, von Gemeinden auch. Die Universität hat ein hervorragendes Reformationsarchiv. Die bevorstehende 500-Jahr-Feier des Reformationsbeginns 1517 soll darum auch in meinen Vorträgen eine Rolle spielen. Und am Reformationstag Ende Oktober werde ich den Gottesdienst an der Universität halten.

 

Was sagt den Studenten dort der Name Margot Käßmann?

Die Dekanin hat mir gerade gemailt, dass sich mein Kommen jetzt herumzusprechen beginne. Die Uni hat wohl eine Pressemeldung dazu veröffentlicht, und es gebe ein ganz großes Interesse.

Sie kommen in das Land des Irak- und des Afghanistan-Kriegs. Sie kommen in ein Land mit massivem christlichem Fundamentalismus. Ist das für Sie politisch und kirchlich nicht auch eine Art Kampfeinsatz auf feindlichem Gelände?

Es gibt in den USA sehr viele theologische Strömungen. Die methodistische Kirche, die die Emory-University trägt und zu der ich seit Jahren Kontakt habe, ist in ihrem Denken ganz bestimmt nicht eng. Die Forschungssituation ist hervorragend – wie an vielen amerikanischen Universitäten, die Arbeitsmöglichkeiten in deutlich kleineren Gruppen anbieten als die deutschen theologischen Fakultäten. Natürlich möchte ich auch schauen, wie Christen in Atlanta, der Stadt Martin Luther Kings, heute mit der Friedensfrage umgehen, was sie zum Afghanistan-Einsatz sagen...

... und ihnen Ihre eigene pazifistische Position ähnlich klar vortragen, wie Sie das in Deutschland getan haben?

Ich werde mit meinem Standpunkt nicht hinter dem Berg halten. Das ist, glaube ich, auch gar nicht gewünscht. Vielmehr geht es ja um meinen Beitrag zu einer gut protestantischen Debattenkultur.

Dieser Beitrag wird aber – bei allem Interesse – viel stärker inkognito sein als in Deutschland.

Meinen Sie, ich bedauere das? Im Gegenteil: Gerade auch darauf freue ich mich. Ich finde es angezeigt, dass jetzt einmal etwas mehr Ruhe einkehrt in mein Leben und dass ich nicht andauernd unter Beobachtung stehe.

Sie lehnen für sich einen „Kultstatus“ ab. Darüber entscheiden aber gemeinhin nicht die Prominenten, sondern deren Fans.

Jetzt bin ich ja erst einmal eine Zeit lang weg. Danach habe ich mit der Gastprofessur in Bochum noch einmal die Chance eines Übergangs, der Suche nach langfristigen Perspektiven für meine Arbeit. Nach vielen Jahren, in denen ich täglich Pflichtprogramm absolviert habe, ist das jetzt eine Zeit der Kür. Ich bin dankbar, dass ich in aller Freiheit die Frage stellen kann: Wohin geht die Reise?

Interview: Joachim Frank FR 28

 

 

 

 

USA: Religionsfreiheit für Demokratie

 

Um den geplanten Bau eines islamischen Kulturzentrums in der Nähe des ehemaligen World Trade Centers in New York wird weiterhin rege gestritten. Gerade die Errichtung einer Moschee nahe dem Terrorschauplatz vom 11. September 2001 spaltet die US-Amerikaner in zwei Parteien. Mit Präsident Obama stehen viele für den Moschee-Bau als Zeichen des Dialogs zwischen Christen und Muslimen. Andere sehen darin eine Provokation angesichts der vielen Toten durch islamistische Extremisten. In der ganzen Debatte fühlen sich wieder andere vernachlässigt. Über einen Wiederaufbau der bei den Anschlägen zerstörten griechisch-orthodoxen St. Nikolauskirche werde so gut wie gar nicht gesprochen, beklagen jetzt Vertreter der griechisch-orthodoxen Kirche. Dabei gibt es nicht nur Kontroversen. Der Dialog zwischen der katholischen Kirche und muslimischen Verbänden habe seit den Anschlägen eher zugenommen. Das sagt Ferdinand Oertel, katholischer Journalist und USA-Experte gegenüber Radio Vatikan.

 

„Nach dem Terrorangriff sind die muslimischen Gruppierungen in Amerika, es gibt glaube ich vier verteilt über das ganze Land, dazu übergegangen, sich selbst einmal vorzustellen, in den Vereinigten Staaten als Muslime friedliche Bürger sein zu wollen. Das ist sehr schwer gewesen, hat aber vor allem auch im Bereich der Kirchen, besonders im Verhältnis der katholischen Kirche und der Muslime, zu engen Kontakten geführt.“

 

Erst mit den Terroranschlägen seien die Muslime überhaupt in das amerikanische Bewusstsein gerückt, so Oertel. Von 300 Millionen Einwohnern in den USA seien maximal fünf Prozent Muslime. 40 Prozent der Amerikaner haben laut einer Studie Vorbehalte gegen die Bürger aus arabischen Herkunftsländern. Ein Unterschied zwischen den USA und Europa:

 

„Während viele Europäer das Vordringen des Islam als bedrohlich für die christliche Kultur ansehen, fühlen viele Amerikaner durch die Moslems ihre Demokratie bedroht. Unterschiedlich ist auch die Frage der Integration der Muslime. Fast alle Einwanderer in Amerika wollen dort Amerikaner werden, während Muslime in europäischen Ländern eigentlich ihre Religionskultur und ihr Leben bis hin zur eigenen Gesetzgebung beibehalten wollen.“

 

Dass in Amerika eine gute Basis für ein freundschaftliches Zusammenleben von Christen und Muslimen gegeben ist, erklärt Ferdinand Oertel mit der Geschichte der Immigration. Im 18. und 19. Jahrhundert hätten Katholiken einen schweren Stand in den Vereinigten Staaten gehabt. Gegner wie der Ku-Klux-Klan oder die Liga gegen den Unamerikanismus haben Katholiken damals unterdrückt und Kirchen zerstört.

 

„Bedrohlich waren vor allem Katholiken – die katholischen Iren, Italiener – weil den Katholiken unterstellt wurde, sie können keine guten Demokraten sein. Sie können nicht unabhängig vom Papst sein, sie wären also Papstanhänger. Das ging sogar so weit, dass in Kämpfen um die Präsidentschaft den Katholiken vorgeworfen wurde, sie wollten die amerikanische Demokratie untergraben und eine Art päpstliches Regime einführen.“

Religionsfreiheit als Bedingung der Demokratie anerkennen – das ist die Devise von Ferdinand Oertel. Rv 27

 

 

 

Die Papstkritik von Pfarrer Broch

 

Hängt der Erfolg der katholischen Journalistenausbildung vom Papst ab?

 

„Der Papst fährt die Kirche gegen die Wand.“ Wer als Leiter eines kirchlichen Medieninstituts so etwas sagt, kann sich der öffentlichen Aufmerksamkeit sicher sein. Zwar führen solche Sätze zu einer Bruchlandung, zumal der für die Journalistenausbildung Verantwortliche der katholischen Kirche eingestehen muss, das Interview nicht gegengelesen zu haben. Zukünftige Leiter von Pressestellen wären im Institut nicht gut aufgehoben, aber eine solche Ausbildung hat das Institut schon längst aus der Programm genommen. Die Ausbildung führt das Katholische Soziale Institut im Rheinland weiter. Mal etwas, das aus dem Süden in den Norden wandert, gehört es doch zum Gründungbestand des „Instituts zur Förderung des publizistischen Nachwuchses“, den Rheinischen Katholizismus außen vorzuhalten.

 

Was könnte den zukünftigen und schon abgesetzten Leiter bewogen haben, sich so in Szene zu setzen? Dass er damit das Ohr der Bischöfe gewinnen könnte, darf er nicht erwartet haben. Diese wollen die Qualität, die das Institut sich erarbeitet hat, gesichert sehen. Die Kirchensteuerzahler werden auch eher erwarten, dass sie mit ihren Euros nicht Papstkritik finanzieren, das leisten viele Medien kostenfrei, sondern dass es gut ausgebildete Journalisten gibt, auf die man sich verlassen kann, weil sie sich, den Mahnungen der Päpste entsprechend, an die Wahrheit halten.

 

Vielleicht wollte Broch die jungen Leute, die in den Ausbildungsgängen aufgenommen sind, für sich gewinnen. Aber die Nachklänge der Achtundsechziger Kirchenleute dürften bei der jungen Generation, die sich von Rom nicht abgestoßen, sondern angezogen fühlt, nicht verfangen. Von einem antirömischen Affekt im Staff des Instituts hat man nichts gehört. Es bleibt dann nur noch die begründete Hypothese, dass ihm zu seiner eigentlichen Aufgabe, nämlich ein journalistisches Ausbildungsinstitut in das Internetzeitalter zu führen, nichts eingefallen ist. Das wäre dringend notwendig, denn das Institut hat die letzten Jahre sich hauptsächlich mit Umzügen von München nach Augsburg und dann wieder nach München, der Auflösung des Studios in Ludwigshafen und, wie die katholische Kirche in Deutschland überhaupt, mit Organisationsfragen beschäftigt.

 

Inzwischen hat sich aber die Medienlandschaft so gewandelt, dass man sich über die Zukunftschancen von Journalisten Gedanken machen muss. Wer junge Leute in die Medien bringen will, der Kommentator betreibt ein solches Programm für Theologiestudenten an der Jesuitenhochschule in Frankfurt, kann doch nicht mehr den traditionellen Weg vorschlagen, über eine der immer noch vielen Volontärsstellen der Zeitungen den Weg zu finden. Dort werden zwar Volontäre dringend als billige Redaktionskräfte gebraucht, aber das kann ein kirchliches Institut nicht verantwortungsvoll mehr tun. Das Problem liegt auf zwei Ebenen:

 

1. Das Internet wird zum Nervensystem des ganzen Kommunikationsbetriebes. Es ist nicht ein Medium, das an 4. Stelle nach dem Fernsehen zu behandeln ist, sondern alle bisherigen Medien, auch das Fernsehen, werden Anhängsel des Internets. Was das für die Journalistenausbildung bedeutet, darüber hätte Pfarrer Broch etwas sagen müssen.

 

2. Das Internet mit seiner Kostenlos-Philosophie vernichtet Arbeitsplätze im Medienbereich, vor allem bei den Printmedien. Die Studenten sehen die kostenlose Verbreitung von Nachrichten und die anderen Inhaltsangebote als großen Vorteil. Was man als Student aber kostenfrei genutzt hat, gibt einem später keine bezahlte Arbeit. Bisher hat nur Google den Weg gefunden, mit Werbung im Internet wirklich Geld zu verdienen. Den übrigen Medien, vor allem dem Zeitungs- und Zeitschriftenmarkt, in dem es bisher viele Redakteursstellen gab, wird die finanzielle Basis entzogen.

 

Wenn die Bischöfe einen Ersatz für Pfarrer Broch suchen, dann sollten sie eine konzeptionelle Begabung finden. Und es sollte eine solche Person sein, die nicht wegen konzeptioneller Ratlosigkeit sich mit Kirchenkritik bei den Medien anbiedert. Kein seriöser Journalist erwartet von einer von den Bischöfen installierten Leitungsperson öffentliche Kritik am eigenen Unternehmen.

 

Der Nachfolger muss jedoch ein noch schwierigeres Problem angehen, das genau zu der psychologischen Klemme bei Pfarrer Broch geführt hat. Wenn katholischer Journalismus darin sein Ziel sieht, möglichst positiv über die Kirche zu berichten, dann muss es zwingend und dringend zu einer Auflehnung gegen diese intellektuelle Engführung kommen. Ein so verstandener kirchlicher Journalismus ist ja weit enger geführt als das Kommunikationsanliegen von Papst und Bischöfen, die doch fast jeden Tag etwas zu den Problemen der Menschen sagen, ob Embryonenforschung, Sozialstaat, Schulfragen, oder zum Einsatz für die Katastrophengebiete aufrufen. Wenn katholischer Journalismus sich aber darin erschöpft, die Repräsentanten der Kirche zu vermitteln, dann kann sich Wut aufstauen.

 

Aber das Institut ist nicht allein dem journalistischen, sondern dem publizistischen Nachwuchs gewidmet. Publik gemacht werden soll aber das Evangelium und wie es heute gelebt wird. Da sind Nachrichten über die Kirche denkbar ungeeignet. In der Gotik waren die Glasfenster das Medium, der Gang durch eine Kathedrale war das damalige Fernsehprogramm. Das besteht aber nun mal zu einem großen Teil aus Inszenierungen – wie das kirchliche Leben auch. Von katholischen Autoren sollen die Lebensfragen inszeniert werden. Da der Journalismus ein Kind der Aufklärung ist, wird die „Publizierung“ der menschlichen Grunderfahrungen den Künsten überlassen. Aber Kunst, auch der Film, spielen im Denken des Instituts keine Rolle. Es konkurriert mit 150 anderen Journalistenschulen und im Endeffekt bleibt das Katholische auf die Berichterstattung über Kirche eingeengt. Als das Institut sich nach der in den Neunzigern gerade aktuellen Managementtheorie auf die sog. Kernkompetenzen reduzierte, eben auf die Journalistenausbildung und damit die Drehbuchwerkstätten und die PR-Ausbildung anderen Trägern übereignete, hat es bereits vor seine Zukunft eine Betonmauer gestellt. Dass eine solche Verengung den Frustpegel steigen lässt, ist verständlich. Eigentlich hat Pfarrer Broch nur dem Ausdruck gegeben, wohin das Institut gelangt ist. Auch dem Aufsichtsratsvorsitzenden fällt nichts anderes ein, als die Bischöfe an den Pranger zu stellen. Das ist ja das Vorteilhafte an der katholischen Kirche, man hat immer einen Schuldigen, wenn nicht den Papst, dann die Bischöfe – auch eine Ausprägung katholischen Journalismus. Der Fall Broch war nicht ein bedauerlicher Ausrutscher, sondern ein Menetekel.  Eckhard Bieger S.J. kath.de - Redaktion

 

 

 

Aussteigen auf katholisch: Zahl der Einsiedler wächst

 

Sie leben in Höhlen, beten Tag und Nacht, sprechen mit niemandem und ernähren sich von Waldbeeren. So oder so ähnlich leben Eremiten, zumindest gemäß der allgemeinen Vorstellung. Eremit sein, das ist eine Lebensform, für die heute in der katholischen Kirche wieder Platz ist. Und mehr noch, der Einsiedler ist im Aufwind. Allein in Italien leben heute ungefähr 200 Eremiten, hat der in Bologna lehrende Soziologe Isacco Turrina herausgefunden.

 

„Ein Eremit ist ein Mensch, der ein mönchisches Leben führt, aber außerhalb von Klostermauern“, definiert der Wissenschaftler. Ein Mensch, der hauptsächlich betet.

 

„Er betet in einer Atmosphäre der Stille und der Einsamkeit. Die Lebensform der Einsamkeit bedeutet auch, dass der Eremit banale Tätigkeiten macht, wie Hausarbeit – es gibt ja niemanden, der das für ihn erledigt, keine Gemeinschaft. Ansonsten führt er ein zurückgezogenes, sehr einfaches, nüchternes Leben.“

 

Konkret heißt das: Einsiedler vermeiden die Zerstreuung und die Unterhaltung, die typisch wären für ein normales Leben, erklärt Turrina.

 

„Sie und ich, wir haben, wenn wir arbeiten, mit vielen Menschen zu tun, die wir nicht kennen, ein normales Arbeitsleben bringt das heute mit sich. Der Eremit hat überdies kein Fernsehen und liest meist keine Zeitung. Einige Eremiten haben ein Radio, hören es aber nur zu den Mahlzeiten und auch da nur bestimmte spirituelle Sendungen. Es ist nicht so, dass das eremitische Leben gar keine Form der Kommunikation vorsieht. Es sieht aber vor, sie sehr sparsam zu verwenden. Damit sie nicht diese Form des Lebens stören, die ganz dem Gebet und der Vereinigung mit Gott gewidmet ist.“

 

Rund 200 Eremiten gibt es heute in Italien, ebenso viele in Frankreich und etwa 80 in Deutschland, so die Erhebungen des Soziologen.

 

„Viele Eremiten sind Kustoden von aufgelassenen Pfarreien oder entlegenen Heiligtümern, die seit langem nicht mehr genutzt werden, normalerweise in Berggegenden. Aber es stimmt nicht, dass die Eremiten heute ausschließlich in entlegenen Gebieten und in irgendwelchen Grotten hausen. Wir finden Eremiten in allen Landschaften und in allen Umgebungen.“

 

Dabei bedeutet das Wort Eremit eigentlich „Wüstenbewohner“. Manche Einsiedler wählen freilich heutzutage auch die Stadtwüste als ihr Lebensumfeld:

 

„Der Stadt-Eremit ist ein Eremit wie andere auch. In den Städten gibt es ja heute viele Menschen, die fast wie Einsiedler leben, nur dass sie das nicht freiwillig und nicht im Gebet tun. Denken wir an die vielen einsamen alten Menschen. In einer Stadt ist das Individuum anonym. Im Supermarkt oder auf der Post sehen wir viele Leute, aber wir können, wenn wir wollen, auch darauf verzichten, nur ein Wort mit jemandem zu wechseln. Allerdings, für die meisten ist diese Lebensform ein Unglück, nichts was sie sich selbst wählen würden. Der Eremit hingegen sucht bewusst diese einsame Lebensform.“

 

Einsam, aber nicht allein, könnte man hinzufügen. Denn der Eremit ist normalerweise kein Mensch, der überhaupt niemanden trifft:  „Im Gegenteil, um den Einsiedler herum entsteht immer ein Netz von spirituellen Kontakten, Menschen, die im Austausch mit dem Eremiten stehen, etwa regelmäßig für ein paar Stunden und für eine spirituelle Erfahrung vorbeikommen. Ein Eremit braucht andere Menschen, gerade weil er in extremer Armut lebt.“

 

Für das Einsiedlerdasein muss man freilich gemacht sein – das hat Turrina bei seinen Gesprächen mit Eremiten immer wieder gehört. Die meisten Einsiedler, unter ihnen sind übrigens gut die Hälfte Frauen, kommen aus Ordensgemeinschaften, sie waren etwa als Missionare tätig. Und auch die Charaktereigenschaften müssen mitspielen, damit das Leben in der Einsamkeit gute Früchte trägt:

 

„Der Eremit muss einen guten Charakter haben, also auch anderen in aufgeräumter Weise begegnen können. Eremiten sind keine Menschenfeinde, keine Leute, die andere meiden, denn wenn es so wäre, würden sie zum Trübsinn neigen, der Eremit muss aber ein herzlicher Charakter sein. Und er muss einen bemerkenswerten inneren Reichtum haben. Eine starke Berufung, damit er sich nicht langweilt und auch immer etwas findet, was er vertiefen und nachfragen und meditieren möchte.“

 

Die Figur des Eremiten ist ein uraltes christliches Kulturgut. So erwähnt im 6. Jahrhundert der Heilige Benedikt in seiner Ordensregel den Einsiedler als die eine von vier Arten von Mönchen. Allerdings war dem Eremiten in der neueren Geschichte nicht immer Glück beschieden. Jahrhunderte lang war diese Lebensform in der Kirche im Wortsinn ausgestorben und überlebte nur noch als Dekor. So gab es im 18. und 19. Jahrhundert in englischen Landschaftsparks so genannte „Schmuckeremiten“. Diese professionellen Einsiedler lebten gegen Bezahlung in eigens eingerichteten, auf alte getrimmten Eremitagen und ließen sich zu bestimmten Tageszeiten sehen, um den Hausherren und dessen Gäste mit seinem Anblick zu erfreuen.

 

„Im 19. Jahrhundert hat sich eine Vorstellung von Ordensleben als einem aktiven Leben in der sozialen Realität der Zeit entwickelt. Das kontemplative Ordensleben wurde für nutzlos gehalten und ging in eine tiefe Krise. Wiedergeboren wurde es erst nach dem 2. Weltkrieg, mit zunächst sehr vereinzelten Erfahrungen in Kanada, Frankreich, USA. Und dann kam das 2. Vatikanische Konzil, das die eremitische Lebensform wieder bestätigte. Das hat sich auch im neuen Kirchenrechts-Gesetzbuch von 1983 niedergeschlagen. Der Kodex von 1917 sah die eremitische Lebensform gar nicht vor. Die Initiative ging also von unten aus, aber die Kirche hat sie aufgenommen im Kirchenrecht und hat ihr eine neue Energie gegeben, weshalb die Zahl Eremiten heute sicherlich zunimmt.“

 

Der Kanon 603 des kirchlichen Gesetzbuches weist den Einsiedlern eine ganz genaue Funktion zu: Beten für das Heil der Welt. Im Gebet lenkt der bzw. die Eremitin die Aufmerksamkeit Gottes auch auf die Probleme seiner Mitbrüder und Schwestern, die mitten im Leben der Welt stehen. Der Eremit repräsentiert damit alle anderen im Gebet. Abseits der spirituellen Komponente ist die nonkonforme Lebensweise des Einsiedlers auch für nicht-spirituelle Gemüter anziehend. Isacco Turrina macht das an dem deutschen Wort „Aussteiger“ fest:

 

„Der Aussteiger ist jemand, der nach einem ausgefüllten Leben sich zurückzieht in ein einsameres Leben. Der Aussteiger macht das meist nicht aus religiösen Motiven. Doch allein die Tatsache, dass es auf Deutsch dieses Wort gibt, legt nahe, dass diese Person eine Figur der Moderne ist. Ein Idealtyp, den wir heute in verschiedenen Ausformungen sehen. Das heißt, die Eremiten sind nicht die einzigen, die eine Wahl dieser Art machen. Ihre Eigenheit ist, dass sie diese Wahl aus religiösen Gründen treffen, weil sie dazu berufen sind. Sie sind aber geistig verwandt mit Menschen, die für sich entscheiden, sich aus dem Leben in Gesellschaft zu entfernen.“ Rv 26

 

 

 

 

Frankreich/Vatikan: Bildung statt Geld für Roma

 

Der Vatikan reagiert auf die Abschiebung von hunderten Roma nach Rumänien. In einer Stellungnahme von diesem Freitag erklärte Erzbischof Agostino Marchetto vom päpstlichen Rat der Seelsorge für Migranten und Menschen unterwegs, dass die Kirche sich politisch weder rechts, links oder in der Mitte positioniere. Der Leiter des Migrantenrats verteidigt indessen die Parteinahme der Kirche für die von Frankreich ausgewiesenen Roma. Papst Benedikt hatte beim Angelusgebet vergangenen Sonntag gemahnt, man müsse die Menschen in ihrer Verschiedenheit annehmen.

 

Die Kritik am Vorgehen der französischen Regierung wegen der der Abschiebung von hunderten Roma nach Rumänien vermehrt sich. Zuletzt hat eine Organisation zur Wahrung der Rechte von Roma das Verhalten des französischen Staates als rassistisch verworfen. In der Türkei gab es öffentliche Proteste gegen die Massenabschiebungen. Jan Opiela ist der Seelsorgebeauftragte für Sinti und Roma in Köln. Unseren Kollegen vom Domradio erklärt er, warum die Roma so unterschiedliche Sympathien hervorrufen.

 

„Weil sie einen anderen Ansatz von Leben haben als wir. Sie sind nicht in dieser bürgerlichen Welt zuhause wie wir. Und da sie nirgendwo vom Staat als Staatsbürger angenommen werden, das führt dann regelmäßig zu Auseinandersetzungen, ob es ordnungsrechtliche Sachen sind, ob es Grenzangelegenheiten sind – es geht immer wieder in dieselbe Richtung.“

 

Die Schuld für die Kollision der Lebensarten liege nicht allein bei den Roma, so Opiela. Obwohl die Reaktionen auf das bisweilen autonome Verhalten der Roma nicht unbegründet seien.

 

„Es ist natürlich befremdlich auf der einen Seite. Auf der anderen Seite aber auch wiederum verstehbar. Weil die Väter und Mütter, die Europa damals initiiert haben, haben natürlich nicht an diesen Armutstourismus gedacht. Es ist natürlich der sogenannte Sendestaat anzufragen, das wäre hier Rumänien: Warum fühlen sich die Menschen in Rumänien so unwohl, dass sie auswandern? Und der Trick den Frankreich anwendet, indem 300 Euro ausgelobt werden für Erwachsene und 100 für Kinder – damit zieht man eher die Leute an, als dass man sie nach Hause schickt.“

 

Letztendlich sei die Integration der Roma und anderen fahrenden Völker eine Frage der Bildung. Das sei das bessere Angebot der europäischen Staaten, nicht die materielle Hilfe.

 

„Geld ist nicht der richtige Berater, sondern hier ist eigentlich nur Manpower gefragt. Das heißt die Menschen werden sich nur auf etwas einlassen, wenn sie das aus einer von anderen Menschen auf Augenhöhe gegebenen Erklärung bekommen. Nicht durch autoritäre Maßnahmen, durch Flicks – also durch Polizei – oder Staat. Sondern im Lernprozess, welche Recht ich als Bürger habe und welche Pflichten ich habe.“

 

Frankreich hatte am Donnerstag 300 Roma nach Rumänien abgeschoben. Die Regierung von Staatspräsident Nicolas Sarkozy macht die Roma für zahlreiche Verbrechen verantwortlich und kritisiert ihre illegalen Siedlungen. Die Abschiebung stieß bei Menschenrechtsorganisationen, der EU und dem Erzbischof von Paris auf Kritik.  domradio 27

 

 

 

Vatikan: „Roma waren auch Holocaust-Opfer“

 

Die Diskussion um die französische Ausländerpolitik reißt nicht ab: Der Vatikan blickt kritisch auf das Vorgehen der französischen Regierung gegen die Roma. Am Freitag hatte Erzbischof Agostino Marchetto vom päpstlichen Rat der Seelsorge für Migranten und Menschen unterwegs noch beschwichtigt: Die Kirche wolle sich politisch weder rechts, links noch in der Mitte positionieren. Papst Benedikt forderte beim letzten Angelusgebet schon eindringlicher, man müsse die Menschen in ihrer Verschiedenheit akzeptieren. Jetzt äußert sich auch der Leiter des Migrantenrats mit schärferen Worten.

 

Die Abschiebung der Roma sei ein Angriff auf die Schwachen, Armen und Verfolgten, die auch Opfer des Holocaust waren und immer auf der Flucht leben müssten, vor denen, die sie jagen. So erinnert der Leiter des Migrantenrats Agostino Marchetto an den schweren Stand der fahrenden Völker, der sich wie ein roter Faden durch ihre Geschichte zieht. Auf politischer Ebene käme man viel leichter zu einer Lösung, wenn die Menschenwürde konsequent gewahrt würde. So heißt es in der Rede, die Marchetto beim internationalen Forum für Migration und Frieden im kolumbianischen Bogota vorbringen wird. Der zweitägige Kongress beginnt am 1. September. Die Kirche postuliere eine Erziehung, die eine Mentalität der Ausgrenzung überwinde, heißt es dort. Ursache der weiterhin wachsenden Migration sei nicht zuletzt eine Spaltung von Nord- und Südländern in der Welt. Es gäbe viele Vorurteile in den Zuwanderungsländern durch sprachliche, kulturelle oder religiöse Unterschiede, so Marchetto. Der Migrant werde als Eindringling gesehen, als ein Grund für die hohen staatlichen Sozialausgaben. Es käme nicht allein darauf an, Ordnungswidrigkeiten zu verringern. Die Beziehung und Gemeinsamkeit von Einzelperson und Staat müsse gelebt werden.“ Rv 28