Notiziario religioso 30-31 Agosto
2010
Lunedì 30 agosto. Il commento al Vangelo. Gesù alla sinagoga di Nazaret
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 4,16-30) commentato da P. Lino Pedron
16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo
solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo
del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era
scritto:
18 Lo Spirito del
Signore è sopra di me;
per questo mi ha
consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto
messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la
vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 e predicare un
anno di grazia del Signore.
20 Poi arrotolò il
volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella
sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è
adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati
delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il
figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi
citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che
accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua
patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun
profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche:
c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per
tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a
nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta
di Sidone. 27 C'erano molti lebbrosi in Israele al
tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All'udire
queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del
monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
Gesù si presenta
ufficialmente davanti ai suoi concittadini come il profeta inviato da Dio,
applicando a sé le parole di Isaia 61,1-2. Egli sarà il liberatore del suo
popolo e di quanti soffrono ingiustizie. A Nazaret la
sua manifestazione è ostacolata dalla diffidenza e dalla ostilità
degli ascoltatori.
Gli abitanti di Nazaret non lo riconoscono come l'Inviato di Dio, mentre a Cafarnao anche i demoni lo proclamano
"il Santo di Dio" (Lc 4,34). Il vangelo è
destinato ai giudei, ma trova accoglienza, già fin
dall'inizio, solo tra i pagani.
La liberazione
degli oppressi (v. 18) è il vangelo per eccellenza. Per Isaia 56, 8 il vero digiuno è dedicarsi al servizio del prossimo
mediante opere di misericordia tra cui la liberazione dei prigionieri.
I
"poveri" ai quali è destinato il messaggio del vangelo sono coloro che mancano dei beni necessari, ma prima di tutto
della libertà. E' questa mancanza di libertà che li rende afflitti. Ma non basta consolarli, bisogna tirarli fuori dalla loro
condizione. Il vangelo annuncia la liberazione da ogni forma di schiavitù,
fisica e morale, già in questa vita, prima ancora che nella vita
eterna.
Tra la
predicazione di Isaia e quella di Gesù c'è uno stacco netto:
l'"oggi". Ciò che in Isaia era un annuncio, in Gesù diventa realtà, diventa il presente, l'"oggi" della salvezza. Il
lieto annuncio che Gesù propone ai suoi uditori non è una dottrina, ma è lui
stesso. Egli è la salvezza e la via per conseguirla. La "grazia" ( v. 19) accordata da Dio agli uomini passa attraverso la
sua persona, anzi, è lui stesso. Questa grazia e questa salvezza è destinata ad ogni uomo, prescindendo dalla terra
d'origine, dalle condizioni sociali, dalla stessa fede religiosa. L'esempio di
Elia e di Eliseo citato da Gesù (vv.
25-27) mostra che la salvezza non è destinata solo
agli ebrei, ma è per tutti.
Gesù è venuto ad
annunciare al mondo un lieto messaggio di guarigione e di liberazione, di
libertà e di grazia. I destinatari di questo gioioso messaggio sono i poveri, i
peccatori pentiti, gli oppressi. L'anno di grazia del Signore (v. 19) è il
tempo del perdono che Dio accorda a quanti si accostano a lui con sentimenti di
umiltà e di povertà.
Con il proverbio:
"Nessun profeta è bene accetto in patria" ( v.
24) Gesù delinea il suo destino di profeta inascoltato, emarginato,
squalificato. Egli prevede fin d'ora l'indurimento del popolo d'Israele e
l'elezione dei popoli pagani. Già nella finale di questo
brano (vv. 29-30) ci
si avvia alla sua tumultuosa eliminazione, fuori dalla città, come il vangelo
racconterà nel seguito. Il modo in cui Gesù ha scandalizzato i suoi
concittadini di allora è identico a quello con cui scandalizza noi oggi. La
tentazione di addomesticare Cristo è di tutti e di sempre, ma Gesù non si
lascia intrappolare: o si accoglie nel modo giusto o se ne va. De.it.press
Martedì 31 agosto. Il commento al Vangelo. «Taci, esci da costui!»
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 4,31-37) commentato da P. Lino Pedron
31 Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al
sabato ammaestrava la gente. 32 Rimanevano
colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. 33 Nella sinagoga
c'era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: 34 «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei
venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!».
35 Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il
demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun
male. 36 Tutti furono presi da paura e si dicevano l'un l'altro: «Che parola è
mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se
ne vanno?». 37 E si diffondeva la fama di lui in tutta
la regione.
Dopo averci
offerto una sintesi della predicazione di Gesù, Luca ci offre un saggio della sua
attività di guaritore. Egli non solo insegna con autorità, ma
comanda agli spiriti maligni con autorità e potenza (v. 46). La potenza di Gesù
è la potenza dello Spirito santo che è in lui e lo
rende forte contro satana (cfr 4,1-13).
I demoni sono i
"teologi" di Cristo. Qui ne troviamo una conferma. Lo spirito maligno
dice a Gesù:" Io so chi tu sei: il Santo di
Dio" (v. 34). Il messia Gesù è venuto a sconfiggere le potenze del male.
Questo primo miracolo ne è la conferma.
L'insegnamento di
Gesù che aveva suscitato l'ira degli abitanti di Nazaret,
qui a Cafarnao suscita un'esplosione di entusiasmo.
Gesù stupisce per quello che dice, ma soprattutto per come lo dice, perché ha
la capacità di rendere la sua parola credibile e
accettabile ai suoi ascoltatori. Matteo scrive: "Egli insegnava
loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi" (7,29).
Il demonio
riconosce che Gesù è il Santo di Dio, perché, dovunque andava, Gesù rimuoveva e
distruggeva tutto ciò che era immondo, impuro: il male, il peccato, le
infermità, la morte. Il riconoscere che Gesù è il Santo di Dio, da parte del
demonio, è la dichiarazione di una coscienza lucida che sa, ma che è staccata
dal cuore, che vuole il contrario.
Questo conoscere
il bene e la verità con la mente, e volere il contrario, questa scissione tra
mente e cuore, tra verità e bene, è la stessa rottura che il demonio ha
prodotto nell'uomo. Gli uomini devono essere liberati da questo male che
impedisce loro di volere il bene.
Gesù è venuto a
liberare l'uomo da tutte le forme di male. Questa liberazione è prodotta dalla
potenza della sua parola. Ogni giorno possiamo fare esperienza anche noi di
questa potenza di salvezza, se ascoltiamo con fede umile e sincera la parola
del Dio vivente. De.it.press
Per un’umanità riconciliata. "L'uomo nelle religioni”
Teologia,
antropologia cristiana, islam e fedi orientali alla Settimana Meic
Si è conclusa il 27 agosto, a Camaldoli,
la Settimana teologica "L'uomo nelle religioni” promossa dal Movimento
ecclesiale per l’impegno culturale. Teologia delle religioni,
antropologia cristiana e incontro/dialogo con l’islam e con le fedi orientali,
in particolare buddismo e induismo, i temi al centro dei lavori. La
Settimana, ha detto tracciandone un bilancio il
presidente nazionale del Meic Carlo Cirotto, “ha portato alla luce una stupefacente varietà di
posizioni di fedi, tradizioni, elaborazioni mitiche o razionali", e ha
consentito di individuare "elementi utili a costruzioni di più ampio
raggio: la consapevolezza del nostro essere limitati”, e la spinta “a rompere i
vincoli spazio-tempo” per aprirsi “alla realtà tutta intera”. Secondo Cirotto, proprio da questo
atteggiamento che “ci conduce inevitabilmente, qualunque sia la nostra fede, a
fronteggiare il Mistero", si può partire per andare verso
"l'attuazione di un progetto di 'umanità riconciliata' capace di
coinvolgere gli uomini in una crescita di liberazione e unificazione". Gli
spunti emersi dalla Settimana, ha assicurato,
impegneranno la riflessione futura del Meic.
Un’etica dell’infinito
Secondo mons. Lorenzo Chiarinelli, vescovo di
Viterbo, “il cristianesimo dovrà innanzitutto impegnarsi a comprendere se
stesso in una pluralità di religioni e dovrà riflettere in concreto sulla
verità e l'universalità che esso rivendica" in questo stesso contesto plurale. A tale fine il presule ha evidenziato
"l'esigenza di una maggiore conoscenza di ciascuna religione" e
l'avvio di "un nuovo lavoro teologico: bisogna che la nostra Chiesa
coltivi di più le vocazioni teologiche perché forse non lo facciamo
abbastanza". "L'esperienza del limite è forse molto
più forte oggi che in altri tempi - ha osservato mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano -. I
continui progressi nei diversi campi della tecnica e soprattutto” nella
medicina e nella genetica “rendono più acuta la percezione della necessità di
superarlo". Tuttavia "l'avanzamento della tecnica non ha
diminuito, bensì acuito le incertezze” e “ha moltiplicato le ragioni
dell'angoscia esistenziale", e questo "sfida l'antropologia cristiana
a trovare coordinate concettuali per vivere il limite in modo umano”. Di qui,
secondo mons. Sanna, la necessità di promuovere una
"etica dell'infinito radicata nell'incarnazione di Cristo: la storia umana
ha accettato miti in base ai quali un uomo è diventato dio”, ma “non ha trovato
facile ammettere che un Dio diventi uomo, perché questa eventualità deprime la
potenza di Dio"; ora "Gesù ha assunto il limite umano, per superarlo dal di dentro, e, nell'accettare il limite della natura
umana, ha trasformato questa natura umana in una promessa di salvezza".
Incontro fra
Occidente e Oriente. "C'è bisogno di un vero incontro
tra l’Occidente e l’Oriente - ha sostenuto Benedict Kanakappally, indiano, docente di Fenomenologia delle
religioni alla Pontificia Università Urbaniana -,
anche sulla spiritualità. Se un incontro dialogico con le spiritualità
indù è sempre auspicabile per il cristianesimo”, esso rimane “la via obbligata
per i cristiani dell’India. Sebbene il cristianesimo abbia
preso piede in India già nei primi secoli, culturalmente è rimasto in un limbo,
e anche oggi dà l’impressione di non sapere” o “non volere entrare in un serio
dialogo culturale con le spiritualità indiane”. Per Kanakappally,
invece, “la questione dell’adattamento culturale della spiritualità cristiana
in India assume un senso d’urgenza proprio oggi, di fronte all’integralismo
culturale religioso indù che si oppone al cristianesimo e alle sue attività” e
giustifica la sua presa di posizione “nei confronti del cristianesimo in nome
proprio di una sua percepita estraneità culturale al Paese". Concorda Cinto Busquet, teologo catalano
(Pontificia Università Urbaniana) ed esperto di culti
dell'estremo Oriente: "Aprendosi in modo radicale all’Oriente” la Chiesa
diventa “veramente 'cattolica'. Le nuove inculturazioni
orientali diventano sempre più presenze affatto secondarie anche nel
cristianesimo".
Islam e dibattito
antropologico. "E' impossibile affrontare, in tutta la sua complessità, la
questione antropologica nella tradizione islamica perché quando si parla di islam ci si riferisce a una serie di tradizioni che si
sono sviluppate con grande varietà nello spazio e nel tempo". A precisarlo
è Francesco Zannini, docente al Pontificio istituto
di studi arabi e islamistica. E’ necessario, ha
aggiunto, “incoraggiare il dibattito in ambito islamico sulla questione
antropologica” perché esso "continuerà ad arricchirsi grazie ai contributi
della tradizione islamica e del dialogo, oggi molto vivo, con le varie tendenze
filosofiche occidentali". "Di fronte all'odierno affermarsi”, nel
mondo islamico, “di posizioni massimaliste e fondamentaliste, è forse opportuno
chiedersi, come d'altra parte viene già fatto da molti
intellettuali musulmani – ha concluso Zannini -, se
non sia il caso di riflettere su tali posizioni e riesaminare con spirito
critico le letture tradizionali del testo sacro, avvalendosi delle scienze
linguistiche, storiche e sociali moderne". sir
Espulsioni, il monito del Vaticano: "I
rom furono vittime di un olocausto"
La Chiesa deplora
gli interventi della Francia contro i nomadi: «Non si tratta di politica, ma di
salvaguardia dei diritti umani»
CITTA' DEL
VATICANO - La Chiesa «non è nè di destra nè di sinistra», e nel deplorare le espulsioni dei rom dalla Francia non intende «entrare nelle discussioni
politiche» ma solo proporre il suo punto di vista in tema di «difesa dei
diritti umani e della dignità delle persone». È quanto afferma il segretario
del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti, arcivescovo Agostino Marchetto, interpellato dall’agenzia francofona I.Media.
«Quando si
difendono i diritti umani, quando si parla di rispetto della dignità delle persone, in particolare di donne e bambini, non si fa
della politica, ma della pastorale», osserva l’arcivescovo Marchetto
dopo le polemiche sorte in Francia anche in seguito all’appello all’accoglienza
delle «legittime diversità umane» lanciato domenica scorsa, in francese, da
papa Benedetto XVI durante l’Angelus. «La Chiesa è la
Chiesa - afferma -, essa non è a destra e non è a sinistra, e non è neanche al
centro. Essa presenta rispettosamente il suo punto di vista su tutto ciò che
concerne la legge morale e la dottrina sociale della Chiesa».
Nell’intervista a I.Media,
agenzia francofona specializzata in temi vaticani, mons. Marchetto
rileva che «la morale non riguarda solo le questioni della sessualità,
dell’aborto o del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la morale riguarda
l’uomo nella sua completezza». E spiega: «noi non vogliamo entrare nelle
discussioni politiche, ma siamo per la causa dell’uomo, e in particolare di
coloro che, in un dato momento, soffrono di più e devono essere aiutati a
superare le loro difficoltà».
Di fronte alla
decisione del governo francese di procedere allo smantellamento dei campi e al
rimpatrio di intere comunità rom, il segretario del
Pontificio Consiglio ripete che le espulsioni non possono essere «collettive».
«Bisogna stare attenti alle differenti situazioni e non si può colpevolizzare
un’intera popolazione per violazioni di legge commesse da alcuni», ribadisce. Poi aggiunge: «Quando ci sono delle espulsioni,
ci sono delle sofferenze, e io non posso certo
rallegrarmi delle sofferenze di queste persone, in particolare quando si tratta
di persone deboli e povere che sono state perseguitate, che sono state
anch’esse vittime di un olocausto e che vivono sempre fuggendo da chi dà loro
la caccia». LS 27
Pakistan. Urgono più aiuti. Continuano gli interventi di Caritas e mondo cattolico
“E’ stata una
catastrofe assolutamente epocale. La Caritas e la
Chiesa pakistana stanno facendo il possibile per portare aiuti agli sfollati ma
ci sarà bisogno di molte risorse per gestire l’emergenza e ritornare ad una situazione di normalità”. Lo dice al SIR Massimo Pallottino, responsabile dell’ufficio Asia di Caritas
italiana, che racconta come stanno procedendo gli aiuti umanitari alle
popolazioni del Pakistan colpite dalle alluvioni: si parla di 2000 morti e
circa 20 milioni di persone coinvolte nel disastro,
tra cui 3,5 milioni di bambini che rischiano di contrarre malattie mortali.
Secondo l’Onu almeno 800.000 persone sono ancora isolate. Caritas italiana –
che subito lanciato una raccolta fondi e ha già allocato 180/190.000 euro - è
in costante contatto con Caritas Pakistan, che sta distribuendo aiuti alla
popolazione e intende raggiungere almeno 250.000 sfollati. Il 24 agosto il
vescovo di Faisalabad, mons. Joseph Coutts, ha
chiesto di celebrare una giornata di preghiera anche per favorire il dialogo
tra cattolici (minoranza nel Paese), musulmani e indù e aiutarsi
reciprocamente. Il Papa aveva lanciato un appello il 18 agosto scorso e la Cei
ha stanziato un milione di euro e invitato al sostegno delle iniziative
promosse da Caritas italiana (www.caritasitaliana.it ).
Situazione grave e
confusa. “L’appello di emergenza di Caritas internationalis
è stato di 4,2 milioni di euro – spiega Pallottino –
ma si sta già pensando di rivedere le cifre perché questi soldi non
basteranno”. La situazione, infatti, risulta
peggiorare di ora in ora: “Molte zone prima inaccessibili sono state raggiunte
ed emergono tutti i bisogni degli sfollati: prima di tutto il cibo. Il governo e gli aiuti internazionali consegnano solo riso, ma c’è
necessità di complementi nutrizionali supplementari, soprattutto per i bambini
e le donne incinte”. L’altra emergenza, prosegue Pallottino,
“è il rischio epidemie: sono stati già registrati casi di colera, a causa
dell’acqua sporca e delle scarse condizioni igieniche”. Poi “servono tende, kit
di emergenza, teli di plastica, materassini per proteggersi dall’umidità”. Secondo Pallottino “in questa fase si
avverte il problema del coordinamento, c’è un po’ di confusione, soprattutto
rispetto agli aiuti governativi. Si registra tra la popolazione un certo
scontento perché, nonostante i team governativi abbiamo
visitato i villaggi e constatato la situazione, gli aiuti tardano ad arrivare”.
“In questa grande confusione – osserva – la struttura statale pakistana, che
già di per sé è fragile, rischia di trovarsi in difficoltà e di portare ad una ripresa delle frange oltranziste, come visto negli
attentati dei giorni scorsi”.
Gli sfollati
premono sulle città. “Sono cinque le diocesi colpite dall’esondazioni
del fiume Indo, da nord a sud del Paese – racconta il responsabile Caritas -, e
ora l’onda di piena si sta spostando dal Punjab al Sindh e si teme che arrivi a Islamabad. La gente è nel
panico perché si sente minacciata dalla piena e fugge. C’è
quindi una forte pressione degli sfollati sulle città, in particolare su
Karachi, e non sarà facile reggere l’impatto”. Passata l’emergenza,
spiega Pallottino, “bisognerà verificare i danni
reali sull’agricoltura: girano cifre che vanno da 1,7
milioni a 5 milioni di ettari di coltivazioni distrutte, soprattutto risaie. Questo potrebbe mettere a dura prova la sicurezza alimentare del
Paese”. Insieme a Caritas Pakistan stanno portando aiuti umanitari –
perché già presenti in Pakistan con progetti precedenti - anche Catholic relief service (Caritas
Usa), Cordaid (Caritas Olanda), la Caritas svizzera e
quella irlandese.
C’è bisogno di
tutto. "Il disastro in Pakistan è immenso, come non si
era mai visto nella storia di questo paese. I profughi
che stanno arrivando nelle città sono milioni e hanno bisogno davvero di tutto”.
A parlare è Stephen Sadiq, il responsabile della
Comunità di Sant'Egidio a Islamabad, che in questi giorni si è mobilitata per
portare i primi soccorsi alle vittime delle alluvioni. “I bisogni più urgenti –
dice Sadiq - sono teli di plastica da usare come
pavimento nelle tende, materassi, cuscini, lenzuola, zanzariere contro la
malaria, latte per bambini e neonati, acqua potabile, utensili
per cucinare, medicine e vestiti". Una prima raccolta di aiuti di
emergenza, fatta ad Islamabad, ha permesso di
procedere alla distribuzione di acqua e generi alimentari, lungo l'autostrada
che porta alla capitale, dove c'è un'immensa fila di persone che non hanno più
niente, solo i vestiti che indossano. “Gruppi di donne e bambini - continua Sadiq - non mangiavano da diversi giorni. Tanti sono
scalzi. Non possono neanche tornare indietro perché le strade semplicemente non
ci sono più, inghiottite dall'acqua o distrutte”. Anche più a sud, attorno a
Lahore, informa la Comunità di S.Egidio,
ci sono molti sfollati, “talvolta trasportati dai convogli militari che hanno
effettuato i soccorsi, ma non sono in grado di fornire ulteriore assistenza”.
Occorre fare di
più. Anche i salesiani di Quetta si stanno impegnando
nei soccorsi ai profughi, in una zona dove non
arrivano ancora gli aiuti internazionali. I campi salesiani accolgono 1500
famiglie, per un totale di circa 150 mila persone. “Questa mattina abbiamo
raccolto un centinaio di famiglie, a cui abbiamo dato
l’essenziale per almeno per un mese: farina e olio per il chapati,
il loro pane quotidiano, lenticchie e qualche medicina”, ha raccontato don
Peter Zago, salesiano, alla Radio Vaticana. “Abbiamo
ricevuto aiuti dalla Germania, però se avessimo più aiuti
potremmo raggiungere specialmente gli sfollati dalla zona del Sindh”.
«Politica
cristiana? Sì, ma nei fatti»
Il monito del
presidente dei vescovi italiani: le parole non bastano, ogni credente sia
coerente sempre con la fede E sul caso della Fiat di Melfi: «Seguire le parole
di Napolitano»
GENOVA - «Una nuova classe politica, cristiana nei fatti non nelle
parole, è un richiamo da sempre. Fa parte della fede di ogni credente essere in
modo intelligente coerente con la propria fede e presente nelle diverse
responsabilità sociali, civili e politiche». Lo ha dichiarato stamani l'arcivescovo di Genova e presidente
della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, a margine del 520/mo anniversario
dall'apparizione della Madonna della Guardia, avvenuta il 29 agosto del 1490.
«È indubbio - ha indicato il cardinale Bagnasco - che
anche il mondo politico abbia bisogno sempre di presenze qualificate e
coerenti; sia quelle che ci sono in questo momento, come quelle di ieri e come
quelle di domani. Presenze qualificate affinchè la
storia proceda».
POLITICHE PER LA
FAMIGLIA - «Trascurare la famiglia, ad esempio nelle sue esigenze economiche,
significa sgretolare la società stessa» ha poi detto il cardinale. «Per contro - ha proseguito l'alto prelato - mettere in atto
delle politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia perchè
possa avere dei figli, significa guardare lontano, assicurare un corpo sociale
equilibrato. Non si finirà mai di insistere perchè le
misure siano sempre più aderenti ed efficaci alla reltà
della famiglia grembo della vita». «Il mondo - ha
commentato Bagnasco mentre parlava della denatalità - può guardare con fiducia
al futuro finchè un uomo e una donna uniranno le loro vite per sempre nel vincolo del matrimonio.
La famiglia fondata sul matrimonio, e in modo tutto speciale nel sacramento, è
una prova che Dio continua ad amare il mondo, che ha fiducia nell'uomo, che
esiste il futuro, che l'amore e la speranza sono più forti del male».
IL CASO MELFI -
Bagnasco ha parlato anche del caso della fiat di Melfi
e dei tre operai licenziati e poi reintegrati: «Da un parte l'auspicio che
tutti facciamo è che si risolva la vertenza Fiat nel modo migliore per tutti -
ha detto l'alto prelato -, dall'altra parte le parole che il Capo dello Stato
ha detto mi pare siano proprio una linea di azione valida per tutti». Napolitano
aveva richiamato al rispetto della sentenza dei giudici. «Il lavoro è
fondamentale per costruirsi una famiglia» ha aggiunto affrontando il tema della
disoccupazione. E nello specifico dell'episodi di
Melfi ha detto di sperare «che attraverso un dialogo insistente e intelligente
si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti». CdS 29
"Trattamento Boffo"
in arrivo per Don Sciortino? Il direttore di Famiglia
cristiana nel mirino dei giornali berlusconiani
Don Sciortino, il direttore di Famiglia cristiana, deve
accendere i ceri alla Madonna: finora gli è toccato
di subire l’accusa di pornografo. Il suo settimanale è stato “trasfigurato” dal
Giornale di Berlusconi in “fanghiglia cristiana”, e i suoi articoli sono stati
gratificati con aggettivi variopinti, che vanno dal disgustoso allo sgradevole,
per non citare gli insulti più pesanti, affidati alla militanza cattolica
interna al Pdl.
Il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che ama il manganello
parlante, è stato il più lesto ed il più diretto con
la bonomia di sempre. Interrogato da Luca Talese del
Fatto quotidiano, ha buttato giù alla rinfusa i suoi
pensieri più casti sul conto del sacerdote. “Lo stile di vita
invernale ed estivo di don Sciortino”,
sostiene Gasparri, “e’ tale che difficilmente può impartire lezioni di morale a
chicchessia”.
Inutile ricordare
che Famiglia Cristiana ha espresso critiche politiche. “Pensavo e so di don Sciortino e dei suoi singolari comportamenti”, ammicca
Gasparri rincarando la dose. Ma che cosa gli addebita?
Prima di tutto il fatto che non indossa abiti talari quasi mai. Tutto qui? O Gasparri si riferisce “alle serate in cui il direttore di
Famiglia Cristiana faceva bisboccia e ad altri episodi di cui sono a conoscenza… È stato visto al bar, in buona compagnia,
sempre allegro. Eppoi non ha mai tenuto messa
a Marettimo… Don Sciortino
si diverte e si rifiuta di dire messa, è stato ripreso anche dalle autorità
ecclesiali, basta cercare nell’archivio. Se vive in questo modo
non può pretendere di fare la morale a noi, non ha l’autorità per fare una
battaglia politica contro di noi”.
Avete capito
l’antifona, no? Chi vuole fare una battaglia politica deve passare una sorta di
esame-finestra, deve ottenere una specie di
lasciapassare, attraversare la porta stretta che lascia fuori quelli che
disturbano il manovratore. Altrimenti c’è il “trattamento Sciortino”,
come ha ribattezzato Gasparri il trattamento Boffo.
Qualcuno dovrebbe
consigliare a Don Sciortino di non sentirsi indenne e
di tutelare se stesso e il suo periodico con bagni di fede, preghiere e – non ci starebbe affatto male – un voto (niente di
elettorale, ci riferiamo alla promessa).
Trattandosi di un
sant’uomo, disposto a non vedere nel mondo la cattiveria, don Sciortino cammina sulle strade del mondo con passo gioioso
e con l’animo sgombro. Perchè mai dovrebbe capitargli
qualcosa di brutto? Non e’ già tanto, essere additati
come peccatori, pornografi, e di scrivere testi disgustosi?
No, non è già
tanto. Dovrebbe voltarsi indietro e guardare a quel che è successo a Dino Boffo, per rimanere in famiglia, con il direttore
dell’Avvenire gettato in pasto all’opinione pubblica come un molestatore di
donne gelose. Ha ottenuto le scuse dal direttore del giornale berlusconiano, ma
e’ stato costretto (dai suoi “confratelli”) a
dimettersi per chissà per quale ragione di stato, quindi la punizione per le
sue imprudenti critiche al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, l’ha
ricevuta ed è stata dolorosa.
Uscendo dall’alveo
cattolico, don Sciortino potrà trovare materiale
assai significativo nella collezione del Giornale e di
Libero, e – perchè no? – su Panorama. Chi tocca i
fili, muore, insomma. E quanti restano in vita, si fanno
la croce con la mano manca ancora per lo spavento e la straordinarietà del
miracolo ottenuto.
Famiglia Cristiana
è il periodico dei Paolini, che assomigliano ai gesuiti senza esserlo, e sono
benefattori senza darlo a parere. Il settimanale è in sintonia con le
organizzazioni cattoliche che stanno, come si dice oggi, sul territorio, i
volontari, i missionari, gli uomini di Chiesa che sanno come stanno le cose, si
dannano l’anima (absit iniuria
verbis…) per portare un poco di conforto a coloro che hanno bisogno.
I Paolini hanno il
polso della situazione e sopportano meno degli altri le storture di questo
mondo, reagiscono, s’arabbiano
e scrivono ciò che hanno da scrivere senza fare calcoli: a chi serve, chi se ne
avvantaggia, chi ci resta male, quali danni potrebbe subire il Vaticano e così
via. Famiglia Cristiana è diventato nel tempo una voce
autorevole nella stampa nazionale sia per il numero di lettori che è riuscito a
guadagnare, quanto per il modo spartano, deciso e indipendente con cui affronta
gli argomenti dell’attualità. Talvolta non piace a sinistra, spesso non piace a destra.
Ormai ha imparato,
a proprie spese, che criticare il governo e, soprattutto, il presidente del
Consiglio, obbliga ad un viatico di penitenza, del
quale i Paolini – non solo loro – non sentono certo la necessità. Ma hanno
imboccato questa strada, sono tenaci, tosti,
passionali e forti delle loro conoscenze, difficilmente si faranno irretire da
toni minacciosi e insulti. Obbediscono a ordini che vengono da lontano, non s’adattano con facilità ai suggerimenti non richiesti, ed
intendono subire unicamente le sventure dei bisognosi.
I cattolici del Pdl – da Lupi all’onnipresente Gelmini, Rotondi e gli altri
– non hanno avuto misericordia né indulgenza e invece di riflettere sui
rimproveri, hanno gettato “fanghiglia cristiana” – per usare l’epiteto del
giornale berlusconiano – contro di loro.
Don Sciortino non si volta dall’altra parte, non porge l’altra
guancia, continua per la sua strada. È convinto
che bisogna perdonare perché non sanno quello che fanno? Impossibile: quelli
sanno ciò che fanno e dicono, eccome. Il perdono di don Sciortino
potrebbe avere tante motivazioni meno quella che Gesù sulla Croce trovò
dall’alto della sua incommensurabile bontà. SicInf 26
"Avvenire" un anno dopo il caso Boffo.
«Ossessiva aggressione a colpi di grossolane falsità»
Il ''metodo Boffo'' e' ''un
misfatto'', perche' ''significa usare la stampa per
fare del male in modo consapevole e violento. Ricordiamocelo''.
Cosi' il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio,
torna oggi a un anno di distanza sulla vicenda che porto'
il suo predecessore Dino Boffo alle dimissioni dalla
direzione del quotidiano della Cei, in seguito alle notizie sul suo conto
pubblicate dal 'Giornale' di Vittorio Feltri.
Secondo Tarquinio,
quella di allora fu ''un'ossessiva aggressione a colpi
di grossolane falsita' (poi ammesse dallo stesso
incauto e feroce accusatore) contro Dino Boffo,
grande direttore di giornale e persona specchiata e generosa, che - contro il
parere e le insistenze dei suoi collaboratori e del suo editore - decise di
protestare dimettendosi e chiedendo, per prima cosa, giustizia al suo e nostro
Ordine professionale''. Rispondendo a un lettore, Tarquinio scrive oggi che
''quando si parla di 'metodo Boffo' - e se ne sta
parlando troppo e a sproposito - bisognerebbe essere percio'
rigorosi e corretti. Tenere, cioe', bene a mente che
quel cosiddetto 'metodo' consiste nell'uso di carte false contro qualcuno (e' l'onorevole Stracquadanio che
ha cercato, invece, di 'nobilitarlo' presentandolo come una legittima campagna
per far dimettere una personalita')''. ''Le
dimissioni - aggiunge - sono state, nel caso di Dino, la protesta e il danno di
chi ha subito la diffamazione, non certo il successo di chi l'ha sviluppata.
Anzi, se le regole
della nostra professione hanno ancora senso e forza, so che quelle
dimissioni-lezione umana e civile saranno la causa della sconfitta di
chi ha violato leggi e deontologia''
Tarquinio afferma
che ''un certo modo di fare giornalismo e certi toni'' sono
''sbagliati e a volte, persino, insopportabili''. ''Quelli del Giornale diretto
da Vittorio Feltri - aggiunge polemicamente - finiscono con impressionante
frequenza in queste categorie''. ''Ma ognuno - prosegue - ha il suo stile e
interpreta a suo modo i diritti-doveri della libera stampa. E, ormai da tempo, ci troviamo su una china niente affatto esaltante,
tant'e', arrivo a dire, che finche' ci si limita al
cattivo gusto e all'insolenza siamo di fronte, tutto sommato, a un male
minore''. Secondo Tarquinio, infatti, ''un anno fa
fummo tutti testimoni di ben altro da parte della testata e del direttore
appena citati''. Il direttore di Avvenire conclude che
''su ognuno di noi cronisti grava il peso del giudizio dei lettori e - se e
quando norme e limiti vengono calpestati, come nel caso dell'attacco al mio
predecessore - degli altri nostri giudici naturali''. L’U 29
Card. Angelo Bagnasco. I giovani interrogano gli adulti
Üubblichiamo l'omelia tenuta sabato 28 agosto al Santuario della Guardia
dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e
presidente della Cei
1. Ci siamo fatti pellegrini lungo la strada che porta a questo
antico e caro santuario. Su questa strada per secoli hanno camminato le
generazioni che ci hanno preceduto: vecchi e giovani, bambini e ragazzi,
famiglie che, nel pieno del vigore e delle responsabilità, sono saliti fin quassù anche con fatica e, per anni, nel completo
digiuno pur di poter fare la comunione eucaristica. “Si andava alla Guardia”
per fare la confessione e la comunione: così si diceva ma soprattutto si pensava.
Questo era lo scopo principale, non scritto su nessuna carta, ma scolpito nel
cuore di ciascuno. Si veniva qui perché ci si sentiva
a casa, non tanto per particolari accoglienze o iniziative, ma perché c’era
Lei, la Madre di tutti perché Madre di Dio. E la Madre comprende sempre i suoi
figli; e li consola. Lei continua ad esserci, ad
essere con noi che di quell’antica gente siamo figli; con noi che di quella
moltitudine vogliamo essere degni continuatori.
2. Non è vero che
le nuove generazioni disprezzano ciò che è stato, le
tradizioni, la storia che ha radici antiche e ha generato frutti che ancora
gustiamo. Essi non vogliono una storia che sia museo, puro antiquariato
senz’anima, un fantasma morto. Vogliono una storia viva, che nasce ed è guidata
da ispirazioni alte, da ideali veri. E quindi sempre viva e
attuale anche se ricca di secoli. Non è forse, questo Santuario, un
esempio di questo desiderio e di questa ricerca che attraversa l’anima dei
giovani che non di rado si sentono orfani pur avendo molto?
Essi sono disorientati quando non vedono punti di orientamento; ma questi punti li desiderano e li cercano. Tocca a noi adulti essere
dei riferimenti umili e autorevoli: il mondo degli adulti, invece, è a volte sofisticato, pieno di preconcetti e pregiudizi, pretende di
costruire il futuro senza il passato, di poter guardare la storia con occhi
sufficienti, di ritenere superato e vecchio ciò che è stato vissuto con frutto.
E così – come succede in Europa – taglia il ramo su
cui è seduto! E’ un peccato di presunzione e di miopia: come se camminare con
intelligenza nel solco tracciato dall’esperienza di altri fosse umiliare se
stessi anziché un riferimento e un aiuto per orientarci nella complessità
contemporanea.
I giovani non
cercano questo, chiedono altro con modi spesso indiretti, che richiedono da
parte nostra di essere raccolti con attenzione e compresi. Non possiamo
assistere rassegnati allo sbando della confusione valoriale che porta
all’individualismo, che rinchiude ognuno in se stesso, uccide i rapporti,
impoverisce il vivere sociale.
3. Per questo i
Vescovi italiani hanno scelto come obiettivo del decennio la sfida educativa, consapevoli – insieme ai loro sacerdoti – che non c’è
evangelizzazione senza educazione integrale della persona e senza educatori
autentici e convinti. Il Vangelo annuncia la redenzione ed eleva tutto l’uomo,
promuove civiltà e cultura. Quel piccolo Bambino che vediamo in braccio alla
Madonna che ci guarda affettuosa, è stato educato dalla Santa Vergine ed educa tutti noi. Tutti abbiamo sempre bisogno di essere
educati e di educarci: nessuno è arrivato!
Quanta umiltà ci
vuole per educare e lasciarci educare! Invece ci
scontriamo spesso con l’orgoglio e la presunzione: questa zizzania, che non si
estingue mai dal nostro campo interiore, rende suscettibili per ogni più
piccola cosa, per ogni soffio che non sia laudativo, che non riconosca i nostri
meriti veri o presunti. Ci fa permalosi per ogni osservazione e contrasto alle
nostre idee, ai nostri punti di vista, ostinati nei nostri programmi. Quanta
umiltà ci vuole per essere intelligenti e quindi liberi! I giovani hanno
bisogno di vedere negli adulti delle persone libere: non perché fanno ciò che
vogliono a capriccio, secondo gusti, voglie, interessi individuali. Liberi perché
non sono ingiusti, perché fanno ciò che è vero e buono, perché seguono le
regole, perché osservano le leggi, fedeli alla parola data
e agli impegni assunti, decisi a fare il proprio dovere sempre, fieri di poter
tenere la testa alta davanti a tutti perché a posto con Dio e con la propria
retta coscienza; fieri di “stare all’onore del mondo”, di poter fare cioè –
come dicevano i nostri vecchi – “bella figura” non perché ricchi o potenti, ma
perché onesti e giusti.
E’ questo
complesso di atteggiamenti spirituali, di comportamenti e di valori, che rende
gli adulti credibili agli occhi delle giovani generazioni; che li rende dei
testimoni e dei maestri. E’ questo compito che occuperà il decennio della
Chiesa italiana che vogliamo questa sera deporre nella
mani materne di Maria, chiedendo a Lei che doni a Genova la fiducia e lo
slancio necessari per essere ciascuno parte viva di un compito di cui tutti
siamo protagonisti e destinatari. Card. Angelo Bagnasco
L'otto per mille si allarga. Restano fuori i musulmani
L'imam: si inizi a lavorare anche con noi moderati. Intese con lo
Stato Apertura a sei confessioni con il sì della Cei.
L'otto per mille si allarga
ROMA - «Di
resistenze vere e proprie in questi casi non ce ne sono, no, però sa come si
dice in politica: esistono altre priorità...». Il
senatore pdl Lucio Malan,
valdese, la racconta con ironia, i disegni di legge presentati assieme al
costituzionalista del pd Stefano Ceccanti
arriveranno in Parlamento alla riapertura dalle ferie per ratificare le nuove
intese dello Stato con altre sei confessioni religiose, materia delicata anche
perché le «intese» permettono di partecipare alla ripartizione dell'otto per
mille. Tra i nuovi ingressi, peraltro, non ci saranno né erano previsti i
musulmani, e l'imam Yahya Pallavicini, del Coreis, non nasconde l'amarezza: «Sarebbe opportuno che si iniziasse a lavorare per riconoscere giuridicamente quei
musulmani moderati che da anni si sono dimostrati interlocutori affidabili e
autonomi da ogni ideologia fondamentalista».
Finora, oltre alla
Chiesa cattolica, lo Stato ha riconosciuto l'Unione delle comunità ebraiche
italiane, la Tavola valdese, la Chiesa evangelica luterana, l'Unione delle
Chiese avventiste del 7° giorno e le Assemblee di Dio, tutte leggi approvate
tra gli anni Ottanta e Novanta. Le nuove intese - già definite dal governo
Prodi e sottoscritte da quello Berlusconi il 4 aprile, con relativi disegni di
legge approvati dal consiglio dei ministri il 13
maggio - aggiungeranno all'elenco cristiani ortodossi, buddisti, mormoni,
induisti, apostolici e testimoni di Geova. Non è ancora finita, la Lega ha già
pronti una serie di emendamenti, dai matrimoni all'ora di religione «ci sono una serie di questioni che meritano approfondimento»,
dice il capogruppo al Senato Federico Bricolo.
I cattolici come
la Cei, peraltro, negano preoccupazioni per l'otto per mille, «siamo sempre
stati favorevoli all'allargamento né ci preoccupa: è una conferma del sistema
stesso, nessuno potrà accusare la Chiesa di volere un abito su misura», dice il
vescovo Domenico Mogavero, responsabile degli Affari
giuridici della Cei. Intanto, però, su una cosa tutti quanti appaiono
d'accordo: per l'Islam la faccenda è ancora tutta da impostare. Lo dice il
vicepresidente pdl della Camera, Maurizio Lupi: «La libertà religiosa non è in discussione. Ma il problema è
duplice: da una parte non esiste un interlocutore unico, i musulmani sono
divisi tra vari soggetti; e dall'altra c'è la questione oggettivamente delicata
che riguarda la regolamentazione delle attività
intorno alle moschee, non sempre di culto, talvolta contaminate dall'estremismo
terroristico».
In più, aggiunge
il pd Pierluigi Castagnetti, «non si può derogare sul
riconoscimento esplicito, non solo implicito, della Costituzione: un riconoscimento
formale che già ai tempi del tavolo aperto da Amato e fino ad oggi non è mai
arrivato». Lo stesso vescovo Mogavero
fa notare: «Poligamia, il ruolo della donna, l'educazione dei figli, ci sono
norme e usi islamici che vanno contro i postulati fondamentali della nostra
Costituzione: per questo l'impegno a rispettare la Carta è la condizione
essenziale». Il tema è aperto, l'imam Pallavicini
sospira: «C'è una responsabilità politica nel non voler arginare l'estremismo,
le difficoltà esistono ma non è giusto che per una minoranza pretestuosamente
maschilista o poligama ci vada di mezzo un milione di fedeli». Gian Guido
Vecchi CdS 27
Santa Sede. Messaggio ai musulmani in occasione della fine del Ramadan
Un appello alle
autorità civili e religiose per “offrire il proprio contributo per porre
rimedio” alla violenza tra fedeli di diverse religioni “in vista del bene
comune di tutta la società! Le autorità
civili possano far valere la superiorità del diritto assicurando una vera
giustizia per fermare gli autori ed i promotori della
violenza!” E’ contenuto nel messaggio augurale che il Pontificio Consiglio per
il Dialogo Interreligioso ha formulato venerdì ai musulmani in occasione della
fine del Ramadan, sul tema: "Cristiani e Musulmani: insieme per vincere la
violenza tra fedeli di religioni diverse". Il Messaggio porta la firma del
presidente card. Jean-Louis Tauran,
e del segretario del Pontificio Consiglio, l’arcivescovo mons. Pier Luigi. “Non
si può non constatare – si legge nel messaggio - che
il tema suggerito quest’anno dal Pontificio Consiglio” è “purtroppo di grande
attualità, almeno in alcune regioni del mondo”. “Tra le cause della violenza
tra fedeli di religioni diverse – osserva il Pontificio Consiglio - si possono
indicare la manipolazione della religione a fini politici o di altro tipo, la
discriminazione sulla base dell’etnia o dell’identità religiosa; le divisioni e
le tensioni sociali. L’ignoranza, la povertà, il
sottosviluppo, l’ingiustizia sono parimenti fonti dirette o indirette di
violenza non solo tra comunità religiose, ma anche al loro interno”.
Nel testo sono
presenti anche alcune raccomandazioni: “aprire i
nostri cuori al perdono reciproco e alla riconciliazione per una convivenza
pacifica e fruttuosa; riconoscere, come base di una cultura del dialogo, ciò
che abbiamo in comune e ciò che ci differenzia; riconoscere e rispettare la
dignità e i diritti di ogni essere umano, senza nessuna distinzione basata
sull’appartenenza etnica o religiosa; necessità di promulgare leggi giuste che
garantiscano l’uguaglianza fondamentale fra tutti; importanza della formazione
al rispetto, al dialogo e alla fratellanza nei vari spazi educativi: a casa, a
scuola, nelle chiese e nelle moschee”. In tal modo, prosegue
il messaggio, “saremo in grado di contrastare la violenza tra fedeli di
religioni diverse e promuovere la pace e l’armonia tra le varie comunità
religiose. L’insegnamento dei capi religiosi, ma anche i testi
scolastici che siano attenti a presentare le religioni in maniera oggettiva, rivestono, come l’insegnamento nel suo insieme,
un’importanza decisiva nell’educazione e nella formazione dei giovani”. Il
messaggio conclude augurandosi che “queste
considerazioni, come pure le reazioni che susciteranno tra voi e nelle
conversazioni con i vostri amici cristiani, possano contribuire alla
continuazione di un dialogo sempre più rispettoso e sereno”. Sir 27
Meeting. L'attacco a Eco e l'indulgenza col potere.
Parte la crociata di Cl contro i moralisti
Per i discepoli di
don Giussani, ormai giunti alla terza generazione, lo scandalo è "Famiglia
cristiana" quando se la prende con Berlusconi - di GAD LERNER
RIMINI - Sono
venuto al Meeting di Rimini per capire cos'è questo detestabile
"moralismo" che tanto fastidio suscita nei cattolici moderati di
Comunione e Liberazione. Per i discepoli di don Giussani, ormai giunti alla
terza generazione, lo scandalo è "Famiglia cristiana" quando se la
prende con Berlusconi.
E perciò stesso va
disdegnata come "L'Unità" o "Il Fatto",
a detta di Maurizio Lupi; merita viceversa indulgenza il degrado nei
comportamenti dei politici al comando: non siamo forse tutti peccatori? Chi di
noi ha il diritto di scagliare la prima pietra? "Sia proibita la vendita
di 'Famiglia cristianà sul sagrato delle
chiese!", invoca lo storico di Cl, monsignor Massimo Camisasca.
La parabola
evangelica viene declinata in forme sorprendenti da
una folla entusiasta nel tributare applausi indistinti: da Geronzi
ai missionari in America Latina. E rivela una sensibilità talmente particolare
di questo popolo, reso compatto dall'intimità delle sue liturgie, da
configurarlo quasi come una Chiesa privata, ben sintonizzata con gli umori più
profondi della destra italiana. Parlo di Chiesa privata perché Cl non solo si contrappone,
come e più di sempre, al cosiddetto cattolicesimo democratico. Ma si distanzia dal giudizio critico sulla classe dirigente
pronunciato dalla Cei e che perfino il portavoce dell'Opus Dei, Pippo Corigliano, nei giorni scorsi ha consegnato in un'intervista
al "Manifesto": "Al momento politici che abbiano una struttura
morale tale da interpretare i valori cattolici non se ne vedono. Il
punto è che i politici proprio quei valori tentano poi di strumentalizzare".
Un atto d'accusa del tutto assente dal Meeting di Rimini.
Una kermesse
dominata dalla confidenza instaurata da Cl con banchieri e imprenditori, pur
senza rinunciare agli appuntamenti religiosi
a raccontare l'antipatia di Cl per il
"moralismo" attraverso alcune istantanee di una festa dominata, come
tutti hanno notato, dall'affettuosa confidenza instaurata da Cl con banchieri e
imprenditori, pur senza rinunciare, in particolare i giovani, alla centralità
degli appuntamenti religiosi, alla politica ecumenica e alla visione
internazionale promosse da Carron, del tutto
disinteressato alla politica italiana, che resta appannaggio della generazione
precedente. I ciellini hanno dato in abbondanza a Cesare quel che è di Cesare,
e forse al governo in carica pure qualcosa di più, riservandosi il primato
spirituale.
E' Giancarlo Cesana, responsabile laico di Cl divenuto presidente del
Policlinico di Milano, a introdurre l'appuntamento più
atteso, la lectio del Patriarca di Venezia, Angelo Scola. Tema:
"Desiderare Dio. Chiesa e post-modernità".
Saranno diecimila, non vola una mosca. Cesana estrae
un foglietto per spiegare in due esempi il vizio della post-modernità. Racconta
dello studente universitario cui chiese un giudizio sull'aborto: "Ognuno
la pensa come vuole", fu la risposta che ancora lo indigna. Del resto,
aggiunge, nella Russia comunista, "è lo stesso" non divenne forse
l'intercalare più comune?
Preparato il
terreno, Cesana vibra il fendente decisivo. Una
citazione di Umberto Eco dalle pagine conclusive de "Il nome della
rosa", allorquando Guglielmo di Baskerville contempla l'incendio della biblioteca e della
chiesa. Eccola.
"Temi i
profeti e coloro che sono disposti a morire per la
verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro,
talvolta al posto loro (...) Forse il compito di chi ama gli uomini è di far
ridere della verità, fare ridere la verità, perché l'unica verità è imparare a
liberarci dalla morbosa passione per la verità".
Applauso
scrosciante di riprovazione. Per Cesana quella frase
di un romanzo pubblicato trent'anni fa resta, in perfetta buona fede, più grave
di qualsiasi misfatto commesso da un politico arraffone della giunta lombarda di Formigoni. Sorriderà
distaccato di fronte alle tentazioni umane di un assessore - cosa volete che
siano - mentre denuncia implacabile l'agnosticismo dello studente di fronte
all'aborto. Colpevole, lui sì. O vittima di Umberto Eco?
Con il patriarca
Scola la conversazione si eleva, costellata magistralmente di citazioni
cinematografiche e generazionali, come l'"on the road" di Kerouac,
richiamo affascinante sebbene gli astanti restino ben lungi dal suo ideale
libertario. Neppure il cardinale più amato dai ciellini, difatti, rinuncia alla
polemica con i moralisti, i più insidiosi fra i peccatori perché abuserebbero
del richiamo a comportamenti esemplari, cioè alla testimonianza.
Ecco come li
attacca Scola: "Diventa allora necessario liberare la categoria della
testimonianza dalla pesante ipoteca moralista che la opprime riducendola, per
lo più, alla coerenza di un soggetto ultimamente autoreferenziale". A chi
si riferisce Scola? Forse a coloro che s'illudono di praticare la virtù senza
riconoscere la sua implicazione successiva, secondo cui "la Chiesa, in
modo diretto o indiretto, diventa condizione indispensabile per desiderare Dio",
diventa cioè il luogo "che rende possibile la
testimonianza". Come? "Anzitutto, attraverso
l'Eucarestia e la liturgia".
Il percorso è
chiaro: se la testimonianza si manifesta nell'osservanza religiosa, chi siamo
noi per criticare i peccatori osservanti la pratica
religiosa nella Chiesa che resta "santa al di là dei peccati, talora
terribili, del suo personale"?
Così vengono
"sistemati" i moralisti. E per gradire, poco più tardi, intervenendo
di nuovo al Caffè letterario del Meeting, lo stesso Scola rivolgerà un pubblico
encomio a Renato Farina: "Sono pochi i giornalisti bravi come lui".
Come volevasi dimostrare.
Sbaglierò, ma ho
colto perfino un pizzico di compiacimento quando il Patriarca sottolineava con voce sofferta quel "terribili",
riferito a certi peccati degli uomini di Chiesa. Perché chinandosi amorevole
sul frammento d'anima penitente, il testimone disciplinato susciterà in lei
nuovamente il desiderio di Dio, la fede che ci è
donata nella Chiesa.
Particolarmente
ricercati, non a caso, fra gli ospiti del Meeting
primeggiano i figliol prodighi che vengono a raccontare il loro avvicinamento a
questa idea di Chiesa (privata?). Come il sottosegretario Eugenia Roccella che si dilunga sul suo passato radicale,
femminista, anticlericale. O l'assai più tormentato filosofo
Pietro Barcellona, sospinto in depressione dal fallimento del comunismo, verso
un approdo cristiano.
Aggirandosi fra
gli stand non si trovano solo le aziende in rapporto di business con la
Compagnia delle Opere o con i politici ciellini. Bisogna fare la fila per
visitare la mostra sulla scrittrice cattolica americana Flannery
O'Connor, così come vivacissimi sono i dibattiti
critici sulla tecnoscienza. E' nel linguaggio di un
conservatorismo moderno che si esprime questa strana indulgenza ciellina per i
malfattori, contrapposta alla severità con cui additano i moralisti. Al centro
dell'installazione dedicata a don Bosco, per esempio, trovo gli stessi luchetti resi popolari fra i giovani da Federico Moccia: reggono nastri devozionali: "O Maria Vergine
potente", "Tu nell'ora della morte accogli
l'anima in paradiso". L'imprinting di un
movimento cresciuto nella contrapposizione all'Utopia del Sessantotto, compare
perfino stampato sulle t-shirt: "Non ho nulla per cui protestare, solo da
ringraziare".
Ricordo a Roberto
Formigoni il nostro incontro di dieci anni fa, all'indomani di una sua
trionfale vittoria elettorale in Lombardia. Dopo aver concesso a Comunione e Liberazione "il
merito storico di avere generato me, che sono però dotato di una forza politica
autonoma ben maggiore", prometteva un prossimo trionfale sbarco a Roma:
"Questo nostro modello conquisterà l'Italia". Non è andata così e
oggi lo trovo più cauto. Si accontenta di rivendicare una riuscita
"fecondazione di idee". I politici ciellini
radunati in Rete Italia contano su Maurizio Lupi, pupillo di Berlusconi, e su
Mario Mauro al parlamento europeo; ma patiscono nella loro culla lombarda il
fiato sul collo della Lega, da cui non sono riusciti a distinguersi più che
tanto sul piano culturale e religioso. Quanto ai politici affaristi con cui
militano fianco a fianco nel Pdl,
la linea resta sempre la stessa: no al moralismo.
Per difendere la
loro Verità dalle insidie del moralismo, dunque, scelgono di prendersela con il
"potente" Umberto Eco. Peccato che Giancarlo Cesana
non abbia riferito anche la frase che l'autore de "Il nome della
rosa" mette in bocca al suo protagonista, subito prima di quella
incriminata: "L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo
amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal
veggente". LR 28
Sulle tracce di Madre Teresa, combattere l’aborto con l’adozione
È la formula della
fondatrice delle Missionarie della Carità spiegata ad AsiaNews
da suor Jenvie, che da oltre 20
anni lavora nell’orfanotrofio di Ahmedabad.
Protagonista di un miracolo, la madre racconta: “Lavoriamo bene, tanto che oggi
i medici consigliano a chi chiede di abortire di venire prima da noi”.
Ahmedabad (AsiaNews) – Combattere
l’aborto tramite l’adozione. È la formula, lanciata da madre Teresa di
Calcutta, che oggi le sue Missionarie della Carità usano per fermare la piaga
dell’interruzione di gravidanza in uno dei Paesi più
colpiti dal fenomeno. Lo spiega ad AsiaNews suor Jenvie, che si unì alle religiose della Beata quando aveva
soltanto 17 anni, scrivendo in segreto a madre Teresa
per chiedere di poter essere ammessa a “servire i più poveri fra i poveri”.
Suor Jenvie vive e presta la sua missione nella casa delle
Missionarie di Ahmedabad, il Nirmala
Shishu Bhavan Bhimjipura, sin dal 1989. Tra l’altro, è protagonista lei
stessa di un piccolo miracolo: il giorno prima di pronunciare i suoi voti,
cadde infatti in coma per un male non diagnosticato.
Dopo tre giorni, i medici ne pronunciarono la dichiarazione di morte. Avvertite
dell’accaduto, le sue future consorelle iniziarono a pregare per lei, che
riprese a respirare.
Più tardi, quel
giorno, la stessa Madre Teresa andò a prenderla insieme a quattro consorelle
per portarla via. Nel biglietto di dimissioni, scrisse che “riportava a casa la
sua bambina”. Nel sanitario della casa, si scoprì che era affetta da
tubercolosi: grazie alle preghiere e alle cure delle Missionarie, tuttavia,
riuscì a sconfiggerla e – oltre 20 anni dopo –
continua a lottare contro la piaga dell’aborto.
Ad AsiaNews, suor Jenvie racconta:
“È una grande benedizione poter seguire le orme della Beata, così come è una grande gioia accogliere tutti questi bambini.
Fino ad oggi, siamo riuscite a perfezionare oltre 600 adozioni. Come diceva
sempre Madre Teresa, combattiamo l’aborto con l’adozione e la cura per la
madre. In questo modo abbiamo salvato migliaia di vite. A cliniche, ospedali,
stazioni di polizia abbiamo inviato questo messaggio: Per favore, non
distruggete [la vita di] questi bambini; noi ci prenderemo cura dei bambini. Così, alle madri in difficoltà
abbiamo sempre qualcuno che dice loro: Vieni, ci prenderemo cura di te e
troveremo una casa per il tuo bambino”.
Le Missionarie
accolgono al momento 13 bambini nella casa di Ahmedabad, di cui uno disabile. A questa casa nel frattempo
si sono aggiunte altre 9 case nell’Orissa,
: “Abbiamo molta cura degli aspetti legali, seguiamo tutte le procedure. Tanto che oggi, persino i medici dei vari ospedali consigliano alle
ragazze che chiedono l’aborto di venire prima a parlare con noi”.
Suore Jenvie conclude citando la
fondatrice: “Ogni bambino salvato è fonte di grande gioia per i suoi genitori
adottivi. Noi sappiamo che le famiglie devono pianificare in qualche modo la
loro formazione, ma esiste un metodo naturale per farlo. Nell’amore,
ogni cosa riesce”. Nirmala Carvalho, noicattolici
La Vergine nera, luce nel cuore del Mediterraneo
In cima a una
collina a picco sul mare della costa tirrenica siciliana, da cui pare di
accarezzare Lipari e Vulcano e abbracciare i Nebrodi,
diventa più facile incontrare Dio. Sarà per questo che ogni anno un milione di
pellegrini scelgono il Santuario di Tindari per riconciliarsi con se stessi e riscoprire la
propria fede, tenuti per mano da una Madonna bruna dal fascino orientale,
giunta in questo piccolo centro del Messinese mille anni fa da chissà dove, che
si presenta al mondo con l’espressione del Cantico dei Cantici Nigra sum, sed formosa.
La Madonna nera
che tiene in braccio il Bambino risalirebbe all’epoca delle Crociate,
realizzata con fattezze tipiche della donna mediorientale, ha
incuriosito per secoli storici e poeti, vescovi e fedeli, che solo oggi,
dopo un coraggioso restauro nel 1995, voluto dall’attuale vescovo di Patti,
Ignazio Zambito, è possibile ammirare guardando il
suo vero volto.
E lei, la Vergine
che tiene in braccio il Logos, è lì, nel Santuario costruito da Giuseppe Pullano, vescovo di Patti e inaugurato nel 1979 per
accogliere i pellegrini che, soprattutto d’estate, si inerpicano
per la collina su cui sorgeva l’antica Tyndaris dei
greci e dei romani, fondata nel 396 avanti Cristo e distrutta forse da un
terremoto, poi risorta nel quinto secolo, divenendo sede vescovile. La piccola
chiesa cinquecentesca non era più in grado di contenere i visitatori che da
ogni parte della Sicilia e dell’Italia continuano a scegliere Tindari per pregare, chiedere protezione e ammirare il
creato.
Sul sagrato è un
continuo scattare foto-ricordo, mostrare sorrisi e nasi all’insù per ammirare
la facciata del Santuario. Ragazzi con lo zaino in spalla e il costume che
sbuca fuori della maglietta, prima di un tuffo nel mare di Marinello,
salgono sulla navetta che li porta davanti alla Madonna. Moltissime sono donne
dell’Est Europa che lavorano nella zona.
Nicola Antonazzo abita a Falcone: «Siamo
molto devoti della Madonna di Tindari e quando
possiamo veniamo qui su a pregare». «Oggi – dice la moglie, Margaret Mootien, originaria di Mauritius, ma da trent’anni in
Sicilia – siamo qui perché è l’anniversario della
morte di mio padre. Spesso preghiamo per i nostri cari, per amici che stanno
male. Chiediamo alla Madonna di potere alleviare le loro sofferenze». Maria Amato arriva da Palermo, ha un’amica con un tumore,
è qui in vacanza e non vuole perdere l’opportunità di inginocchiarsi davanti
alla Madonna.
«Perché questo è
il Santuario della ordinarietà,
non abbiamo miracoli vistosi e riconosciuti, anche se ci scrivono pure
dall’Australia e dagli Stati Uniti per testimoniare eventi prodigiosi», spiega
don Antonino Gregorio, 73 anni, dal 1995 rettore di questa «casa» mariana.
Tanti sono gli «ex voto» conservati nella sagrestia del Santuario antico, i
quadri che ricordano salvataggi da naufragi, le lettere: tutto confluirà in una
mostra permanente che si sta realizzando nella cripta del Santuario nuovo.
La popolarità di Tindari è indiscussa grazie anche ai programmi televisivi
che ne hanno promosso il fascino e la storia. Così
arrivano pellegrini da qualunque parte del mondo. In estate sono più numerosi i
siciliani: migliaia di persone dei paesi del
circondario percorrono chilometri a piedi, partendo di notte per raggiungere la
cima di Tindari. In autunno e primavera è il momento
dei pellegrinaggi organizzati dal Nord Italia,
dall’Europa, perfino dal Giappone. Da aprile a ottobre è un flusso permanente.
«Molti vengono da turisti, è vero – racconta don Gregorio
che, assieme a don Emanuele Di Santo e alle suore Speranzine,
è la presenza costante tra le mura del Santuario –. Ma per lo più la gente che
arriva qui vuole confessarsi, comunicarsi, cambiare
vita perché si trova l’anonimato e possono vuotare il sacco. Io ascolto molti
giovani che non sono contenti della vita che conducono. Vedo persone che
percorrono la salita in ginocchio in segno di penitenza. Tanta gente ci scrive
per pregare perché si trova in difficoltà, perché ha perso il lavoro, perché
vive condizioni di malattia, perché è preoccupata per i figli».
Si respira un
grande bisogno di Dio a Tindari. Non sono mancati i
pellegrini illustri: dal patriarca di Venezia (e futuro papa Giovanni XXIII)
Angelo Roncalli all’ex governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo, a Giovanni Paolo II che il 12 giugno 1988 recitò
l’atto di affidamento alla Madonna di Tindari.
L’esperienza
pastorale in un Santuario è molto particolare. «I
Santuari sono le cliniche dello spirito, come diceva Paolo VI
– osserva il rettore –. Le persone vengono per ringraziare, per incontrare Dio,
ma le vediamo una sola volta. Così abbiamo instaurato uno stile di trasparenza
e di accoglienza. E vedo che la gente apprezza e a volte ci scrive, dopo essere
tornata a casa».
Alessandra Turrisi , Avvenire 27
Tre
giorni, da Assisi a Gubbio, sul “Sentiero di San Francesco
E’ dedicata al
tema della riconciliazione la camminata di tre giorni, da Assisi a Gubbio,
lungo il “Sentiero di San Francesco”, in programma dall’1
al 3 settembre per iniziativa delle diocesi di Assisi-Nocera
Umbra-Gualdo Tadino e di
Gubbio.
L’iniziativa
giunta alla seconda edizione è stata presentata a Perugia dal vescovo eugubino
Mario Ceccobelli nel corso di un incontro a cui erano presenti il presidente del Consiglio Regionale,
Eros Brega e l’assessore alla Cultura dell’Umbria,
Fabrizio Bracco, e rappresentanti della Provincia, che insieme a molti altri
enti e associazioni, hanno offerto il loro sostegno.
La camminata
partirà da Assisi dopo una preghiera sulla tomba di San Francesco, per poi fare
tappa a Valfabbrica. Il secondo giorno si proseguirà
per Caprignone e, il terzo giorno, 3 settembre,
passando per Vallingegno, si approderà alla chiesa della Vittorina in Gubbio.
Il percorso di 42 chilometri è a partecipazione libera o con adesione a
diversi pacchetti di servizi, dai pranzi al sacco al pernottamento, fruibili
contattando la diocesi di Gubbio e un’agenzia di viaggi incaricata. Per
l’occasione è stato inaugurato un sito internet (www.ilsentierodifrancesco.it)
che fornisce tra l'altro la mappa della camminata, da affrontare non solo a
piedi, ma anche in bici, a cavallo o in auto, e riferimenti alle fonti
francescane per ogni luogo. Grtv
Vatikan an Moslems: „Lasst uns gemeinsam Gewalt stoppen“
Der Vatikan ruft die Muslime dazu auf,
gemeinsam mit den Christen interreligiöse Gewalt zu überwinden. Grund für
solche Gewalt seien nicht selten Diskriminierungen aufgrund der
Religionszugehörigkeit, heißt es in einer Botschaft zum Ende des islamischen
Fastenmonats Ramadan. Das Schreiben ist von Kardinal Jean-Louis Tauran unterzeichnet, dem Verantwortlichen des Papstes für
den interreligiösen Dialog.
Leider sei das Thema „Konflikte
zwischen Christen und Moslems“ zumindest in einigen Teilen der Welt von großer
Aktualität, so Tauran. Dahinter stehe oft der
Missbrauch von Religion für politische Zwecke. Aber auch Unwissenheit, Armut,
Unterentwicklung und das Fehlen von Gerechtigkeit seien direkte oder indirekte
Quellen der Gewalt zwischen Christen und Moslems. Hier sollten die zivilen und
religiösen Autoritäten Abhilfe schaffen. Sache der Politik sei es, die
Vorherrschaft des Rechts zu sichern, also für entsprechende Gesetze zu sorgen
und ihre Einhaltung zu überwachen, um die Urheber und Förderer interreligiöser
Gewalt zu stoppen und die Gleichheit aller zu garantieren. Außerdem mahnt Tauran dazu, junge Menschen zu Respekt und Dialog zu erziehen.
Auch Schulbücher hätten auf eine objektive Darstellung von Religionen zu
achten. Tauran erinnerte mit seinen Vorschlägen an
die Beratungsergebnisse der Gemischten Dialogkommission aus Vertretern des
Heiligen Stuhles und der ägyptischen al-Azhar-Universität. Dieser hochrangige
Gesprächskreis ist eine Folge der Regensburger Rede Papst Benedikts über Glaube
und Vernunft von 2005, die in der muslimischen Welt zunächst auf ablehnende
Reaktionen gestoßen war.
Die Religionen an sich sind nicht die
Quelle von Spannungen zwischen Christen und Moslems – vielmehr seien es die
Gläubigen, die ihr religiöses Erbe mitunter verraten. Das sagte uns Kardinal
Jean-Lous Tauran in einer kurzen Stellungnahme am
Rand des Rimini-Meetings.
„Wer gläubig ist und mit Angehörigen
anderer Religionen spricht, muss kohärent sein. Wir müssen den Mut haben, Gut
und Böse zu unterscheiden, an Rechte und Pflichten erinnern und, nicht zuletzt,
uns wie verantwortungsvolle Bürger verhalten. Denn wir sind Gläubige und Bürger
– nicht Gläubige oder Bürger. Das wichtigste aber ist das religiöse Zeugnis.
Denn wir verbreiten nicht humanistische Werte, sondern in erster Linie
evangelische Werte.“
Indessen ist der Dialog zwischen
Christen und Moslems nicht nur eine Sache von Worten und von Intellekt, so Tauran in Rimini. Auch das Herz gehöre dazu.
„Unsere Angst vor dem Anderen muss zur
Angst für den Anderen werden. Das heißt, wenn die Rechte meines Bruders nicht
garantiert sind, wenn er misshandelt wird, leide auch ich, geht es auch mich
etwas an.“ Rv 27
Mutter Teresa. Ein Leben, um das Leid der Welt zu lindern
Viele Menschen verehrten Mutter Teresa
schon zu Lebzeiten wie eine Heilige. Unermüdlich setzte sich die Nonne und
Gründerin des Ordens der «Missionarinnen der Nächstenliebe» für die Ärmsten der
Armen ein. Jetzt wäre sie 100 Jahre alt. Ein Porträt.
Oft wurde sie gefragt, woher sie bis
ins hohe Alter die Kraft nahm. «Ich fülle meinen Tank mit Gebeten», war ihre
Antwort. Am 26. August 1910 wurde Mutter Teresa in Skopje als Tochter albanischer
Eltern geboren und auf den Namen Agnes Gonxha Bojaxhiu getauft. Mit 18 Jahren trat sie in den irischen
Loreto-Orden ein und kam als Novizin nach Indien, wo sie zunächst an einer
katholischen Schule unterrichtete.
Die Armut in Kolkata
erschütterte sie aber so, dass sie diese Arbeit aufgab. Während einer Bahnfahrt
erlebte sie, was sie später als «Gottes zweiten Ruf» bezeichnete. Jesus wolle,
dass sie ihm in die Slums folge, sagte sie. 1950 gründete sie ihren Orden. Mit
dem Friedensnobelpreis 1979 wurde die katholische Nonne weltbekannt.
Kloster in Kalkutta wird weiter
betrieben
Das Kloster von Mutter Teresas
Missionarinnen der Nächstenliebe liegt an einer vielbefahrenen Straße im Herzen
von Kolkata (Kalkutta). Durch die vergitterten
Fenster dringt der Lärm der indischen Millionenstadt ins Innere, wo
Ordensschwestern in blau- weißen Saris geschäftig ihrer Arbeit nachgehen. In
der Verwaltung klappern alte Schreibmaschinen. Im Innenhof wird Wäsche
gewaschen. «Wenn Sie so wollen», sagt eine der gut gelaunten Nonnen, «dann ist
das hier das Hauptquartier unserer Organisation».
Stille herrscht im Erdgeschoss des 1953
bezogenen Mutterhauses, wo die vor 13 Jahren gestorbene Ordensgründerin ihre
letzte Ruhe gefunden hat. In der Mitte des Raumes ist ein weißer Sarkophag in
den Boden eingelassen, geschmückt mit Blumen und Kerzen. Immer wieder treten
Schwestern ans Grab, um zu beten. Für sie ist Mutter Teresa, die am 26. August
100 Jahre alt geworden wäre, hinter diesen Klostermauern noch genauso präsent
wie andernorts bei ihrer täglichen Arbeit für den Orden.
Mutter Teresa war ein Mensch der Tat,
wie sich Schwester Andrea erinnert, die vor einem halben Jahrhundert aus Bayern
nach Kolkata kam, um sich den Missionarinnen
anzuschließen. «Sie hat uns beigebracht, in die Welt hinaus zu gehen und die
Augen für die Armut zu öffnen.» Zudem habe sie die jungen Frauen gelehrt, keine
Angst davor zu haben, Bedürftigen beizustehen und neue Wege zu beschreiten.
«Wir müssen zu den Menschen, auf die Straße, wo sie liegen und fallen», sagt
die 71-Jährige. «Wo sonst niemand hingeht, dort ist unser Platz.»
Sterbehaus mit 110 Männern und Frauen
Eine halbe Autostunde vom Kloster
entfernt gibt es so einen Ort - das Sterbehaus Nirmal
Hriday (Reines Herz). Mutter Teresa hat es 1952 im
Stadtteil Kalighat als erste Einrichtung ihres Ordens
eröffnet, zwei Jahre nachdem der Vatikan diesen offiziell anerkannt hatte. Nach
Indien war die in Skopje (heute Mazedonien) geborene Agnes Gonxha
Bojaxhio 1929 als Novizin gekommen. Mitte der 40er
Jahre habe sie Gottes Ruf vernommen und damit begonnen, sich um die Ärmsten der
Armen zu kümmern, berichtet Schwester Andrea. «Sie spürte immer, dass Gott die
treibende Kraft für unsere Arbeit ist.»
Die Einrichtung in Kalighat
ist seit ihrer Gründung zum Synonym für die Arbeit des Ordens geworden. Mutter
Teresas Haus für kranke und sterbende Arme steht über dem Eingang. In zwei
riesigen Sälen werden 110 Männer und Frauen von Nonnen und zahlreichen
Freiwilligen aus aller Welt versorgt. Vielen kann mit einfachen Mitteln Linderung
verschafft werden. Andere sind hier, um in Würde zu sterben. «Seit der
Eröffnung hat man uns 87 000 Menschen gebracht», sagt Schwester Glenda, die
resolute Oberin. Mehr als 36 000 davon seien gestorben.
Kritiker bemängeln, dass es in den
Häusern des Ordens keine angemessene medizinische Versorgung gibt. Schwester
Glenda weist die Vorwürfe zurück. Wir sind kein Krankenhaus, sagt sie. Leidende
Menschen, bei denen Hoffnung auf Heilung bestehe, würden an Ärzte vermittelt.
Auch die Behandlungskosten übernehme der Orden.
Missionarinnen der Nächstenliebe in 137
Ländern
«Ohne die Hilfe der Schwestern wäre ich
jetzt tot», mischt sich der 50-jährige Ram Bahadur
ins Gespräch ein. Nach einem schweren Unfall vor ein paar Jahren sei er vor dem
Sterbehaus abgelegt worden. «Als mir niemand helfen wollte, haben die
Schwestern 400 000 Rupien (knapp 6700 Euro) für meine Operation bezahlt und
mich gepflegt.» Schwester Glenda lächelt und sagt: «Viele kommen in einem
wirklich fürchterlichem Zustand zu uns, doch Gott nimmt sich ihrer immer an.»
Inzwischen gibt es die Missionarinnen
der Nächstenliebe in 137 Ländern. Vor allem im Westen sehe die Arbeit jedoch
anders aus als in Indien, denn in New York oder Sydney müssten nicht viele
Menschen auf der Straße sterben, sagt Schwester Andrea. Doch Leid gebe es
überall. «Mutter sagte immer, die größte Seuche der Neuzeit ist nicht Aids,
sondern das Gefühl, sich ausgestoßen und unerwünscht zu fühlen.» Dieser Kampf
gegen die Armut der Seele sei noch schwerer zu führen als der Kampf gegen Hunger
und Krankheit.
Auch in den nächsten
Jahr wird der Orden weiter wachsen. Schwester Andrea schränkt allerdings ein:
«Wir planen unser Arbeit eigentlich nicht im Voraus, denn wir gehen nur
dorthin, wohin man uns ruft.» Anfragen gebe es jedoch
viele. «Das geistige Erbe, dass uns Mutter hinterlassen hat, inspiriert uns und
unsere Arbeit weiter. So lange wir dieses Erbe
pflegen und auf Gottes Stimme hören, so lange werden wir weitermachen.» Und mit
einem Lächeln fügt die deutsche Ordensschwester hinzu: «Eigentlich können wir
erst aufhören, wenn es keine Armen mehr auf dieser Erde gibt.»
Im März 1997 gab sie wegen einer
Herzkrankheit die Leitung des Ordens an Schwester Nirmala
(67) ab. Am 5. September 1997 starb Mutter Teresa im Alter von 87 Jahren.
News.de 26
„Krieg gegen Christen in 50 Ländern“
Von 100 Menschen, die weltweit aufgrund
ihrer Religion ermordet werden, sind 75 Christen. Daran hat Mario Mauro,
OSZE-Beauftragter gegen Rassismus und Mitglied des Europaparlaments, beim
katholischen Rimini-Meeting erinnert. Es sei ein regelrechter Krieg gegen
Christen in über 50 Ländern der Welt im Gang, in denen es keine
Religionsfreiheit gebe.
„An der Spitze der entsprechenden Liste
steht Nordkorea. Ein atheistischer Staat, der alle Religionen verbietet.
Allerdings: 35 der besagten 50 Länder sind islamisch. Das wirft ernste Fragen
über den Stand des Dialogs zwischen uns und den mehrheitlich muslimischen
Staaten auf. Die wichtigsten dieser Staaten sind Pakistan, Saudi Arabien,
Afghanistan und Irak, wo ein echtes Blutbad im Gang ist, das die Flucht der
Christen praktisch erzwingt und damit die Destabilisierung des gemarterten
Landes weiter vorantreibt.“
Zwar sei auch das moderne Europa nicht
frei von einer gewissen Christophobie, so Mauro. Er
verweist auf diverse Gerichtsurteile in Ländern des alten Kontinents, etwa über
die Entfernung von Kreuzen aus Klassenzimmern oder über Entlassungen von Christen,
weil sie ein Jesusbild am Arbeitsplatz aufgestellt hatten. Allerdings seien die
interreligiösen Konflikte außerhalb Europas von anderer Größenordnung.
„Die Politik spielt in jedem Fall mit.
Mehr noch, wenn wir uns die Konflikte in der Welt ansehen, gibt es keinen
einzigen, der nicht in irgendeiner Art mit der Religion zu tun hätte. Was
bedeutet das? Das bedeutet, wenn ein fundamentalistischer Wind weht, also etwa
Gott zum Vorwand für Machtgewinn missbraucht wird, dann spricht man von
Religion, um Diskriminierungen zu rechtfertigen. Auf der anderen Seite stehen
jene, die aus dem einfachen Grund sterben, weil sie an Christus glauben.“
Die Organisation für Sicherheit und
Zusammenarbeit in Europa (OSZE) war, sagt Mauro, eine der ersten Einrichtungen
überhaupt, die das Problem der Christenverfolgung wahrgenommen habe. Seit 2004
gebe es die Stelle des Persönlichen Beauftragten des OSZE-Vorsitzes für die
Bekämpfung von Rassismus, Fremdenfeindlichkeit und Diskriminierung, mit
besonderem Schwerpunkt Diskriminierung von Christen. Rv
26
Margot Kässmann im FR-Interview. „Jetzt bin ich erst mal weg“
Am Samstag fliegt sie in die USA, wo
sie vier Monate lang an der Emory University
unterrichten wird: Margot Käßmann über ihre Studien
in Atlanta, Aufbrüche und ihren Kultstatus. Margot Käßmann,
52, war EKD-Ratsvorsitzende und Bischöfin von Hannover. Im Februar 2010 trat
sie von beiden kirchlichen Ämtern zurück, nachdem sie von der Polizei betrunken
am Steuer ihres Wagens gestoppt worden war.
Frau Käßmann,
Sie sitzen auf gepackten Koffern. Was nehmen Sie mit in die USA?
Das Wichtigste – bei Frauen ganz normal
– ist die Kleidung. Noch sind es in Atlanta 32 Grad, im November können die
Temperaturen aber auch bis auf null runtergehen. Da ist bei 23 Kilo Obergrenze
beim Reisegepäck eine Entscheidung angesagt. Ansonsten geht natürlich der
Laptop mit.
Bücher?
Nicht viele. Davon gibt es in der
Unibibliothek genug.
Bedeutet die Beschränkung für Sie auch
eine Art Entrümpelung?
Entrümpelt habe ich im Wesentlichen
schon, als ich die Bischofswohnung in Hannover verlassen habe. Eingezogen bin
ich dort 1999 mit einer sechsköpfigen Familie, ausgezogen jetzt allein. Da habe
ich mich von enorm viel getrennt, vom Puppen- bis zum
Kinderbilderbücher-Aussortieren. Das war auch der Abschied von der
Familiensituation, und dafür habe ich auch richtig Zeit gebraucht.
Was haben Sie mit den Sachen gemacht?
Alles, was ich nicht in meine neue
eigene Wohnung mitgenommen habe, habe ich an „Fairkauf“
gegeben. Ein großartiges Projekt der Diakonie hier in Hannover: Sie geben Ihre
Sachen dort ab, und sie werden zu kleinen Preisen verkauft. Daraus entstehen
Arbeits- und Ausbildungsplätze.
Vier Monate USA – schwingt da ein
Gefühl von Flucht mit?
Flucht? Bestimmt nicht! Jede
hannoversche Pastorin kann nach zehn Dienstjahren ein dreimonatiges
Kontaktstudium absolvieren, um nach der Zeit der Praxis wieder an die
theologische Wissenschaft anzuknüpfen. Ich werde im Oktober 25 Jahre im Amt
sein, habe so etwas aber noch nie gemacht. Insofern ist das jetzt eine Riesenchance,
auf die mich sehr freue.
Das Kontaktstudium dient dem Lernen,
Sie dagegen sollen ja lehren. Was eigentlich genau?
Die Emory
University verbindet mit ihrer Einladung zu einer Gastprofessur, dem Candler Chair, an mich nicht die
Erwartung, dass ich im regulären Angebot Seminare gebe oder Vorlesungen halte.
Die Universität möchte, dass ich zur Verfügung stehe. Ich soll einmal
wöchentlich einen Vortrag in der Universität halten und zusätzlich auf
Einladung anderer Institutionen sprechen. Davon habe ich inzwischen schon eine
ganze Reihe vorliegen, zum Beispiel vom deutschen Department der Universität,
von einem Friedensinstitut in San Diego, von Gemeinden auch. Die Universität
hat ein hervorragendes Reformationsarchiv. Die bevorstehende 500-Jahr-Feier des
Reformationsbeginns 1517 soll darum auch in meinen Vorträgen eine Rolle
spielen. Und am Reformationstag Ende Oktober werde ich den Gottesdienst an der
Universität halten.
Was sagt den Studenten dort der Name
Margot Käßmann?
Die Dekanin hat mir gerade gemailt,
dass sich mein Kommen jetzt herumzusprechen beginne. Die Uni hat wohl eine
Pressemeldung dazu veröffentlicht, und es gebe ein ganz großes Interesse.
Sie kommen in das Land des Irak- und
des Afghanistan-Kriegs. Sie kommen in ein Land mit massivem christlichem
Fundamentalismus. Ist das für Sie politisch und kirchlich nicht auch eine Art
Kampfeinsatz auf feindlichem Gelände?
Es gibt in den USA sehr viele
theologische Strömungen. Die methodistische Kirche, die die Emory-University
trägt und zu der ich seit Jahren Kontakt habe, ist in ihrem Denken ganz
bestimmt nicht eng. Die Forschungssituation ist hervorragend – wie an vielen
amerikanischen Universitäten, die Arbeitsmöglichkeiten in deutlich kleineren
Gruppen anbieten als die deutschen theologischen Fakultäten. Natürlich möchte
ich auch schauen, wie Christen in Atlanta, der Stadt Martin Luther Kings, heute
mit der Friedensfrage umgehen, was sie zum Afghanistan-Einsatz sagen...
... und ihnen Ihre eigene pazifistische
Position ähnlich klar vortragen, wie Sie das in Deutschland getan haben?
Ich werde mit meinem Standpunkt nicht
hinter dem Berg halten. Das ist, glaube ich, auch gar nicht gewünscht. Vielmehr
geht es ja um meinen Beitrag zu einer gut protestantischen Debattenkultur.
Dieser Beitrag wird aber – bei allem
Interesse – viel stärker inkognito sein als in Deutschland.
Meinen Sie, ich bedauere das? Im
Gegenteil: Gerade auch darauf freue ich mich. Ich finde es angezeigt, dass
jetzt einmal etwas mehr Ruhe einkehrt in mein Leben und dass ich nicht
andauernd unter Beobachtung stehe.
Sie lehnen für sich einen „Kultstatus“
ab. Darüber entscheiden aber gemeinhin nicht die Prominenten, sondern deren
Fans.
Jetzt bin ich ja erst einmal eine Zeit
lang weg. Danach habe ich mit der Gastprofessur in Bochum noch einmal die
Chance eines Übergangs, der Suche nach langfristigen Perspektiven für meine
Arbeit. Nach vielen Jahren, in denen ich täglich Pflichtprogramm absolviert
habe, ist das jetzt eine Zeit der Kür. Ich bin dankbar, dass ich in aller
Freiheit die Frage stellen kann: Wohin geht die Reise?
Interview: Joachim Frank FR 28
USA: Religionsfreiheit für Demokratie
Um den geplanten Bau eines islamischen
Kulturzentrums in der Nähe des ehemaligen World Trade Centers in New York wird
weiterhin rege gestritten. Gerade die Errichtung einer Moschee nahe dem
Terrorschauplatz vom 11. September 2001 spaltet die US-Amerikaner in zwei
Parteien. Mit Präsident Obama stehen viele für den Moschee-Bau als Zeichen des
Dialogs zwischen Christen und Muslimen. Andere sehen darin eine Provokation
angesichts der vielen Toten durch islamistische Extremisten. In der ganzen
Debatte fühlen sich wieder andere vernachlässigt. Über einen Wiederaufbau der
bei den Anschlägen zerstörten griechisch-orthodoxen St. Nikolauskirche werde so
gut wie gar nicht gesprochen, beklagen jetzt Vertreter der
griechisch-orthodoxen Kirche. Dabei gibt es nicht nur Kontroversen. Der Dialog
zwischen der katholischen Kirche und muslimischen Verbänden habe seit den
Anschlägen eher zugenommen. Das sagt Ferdinand Oertel, katholischer Journalist
und USA-Experte gegenüber Radio Vatikan.
„Nach dem Terrorangriff sind die
muslimischen Gruppierungen in Amerika, es gibt glaube ich vier verteilt über
das ganze Land, dazu übergegangen, sich selbst einmal vorzustellen, in den
Vereinigten Staaten als Muslime friedliche Bürger sein zu wollen. Das ist sehr
schwer gewesen, hat aber vor allem auch im Bereich der Kirchen, besonders im
Verhältnis der katholischen Kirche und der Muslime, zu engen Kontakten geführt.“
Erst mit den Terroranschlägen seien die
Muslime überhaupt in das amerikanische Bewusstsein gerückt, so Oertel. Von 300
Millionen Einwohnern in den USA seien maximal fünf Prozent Muslime. 40 Prozent
der Amerikaner haben laut einer Studie Vorbehalte gegen die Bürger aus
arabischen Herkunftsländern. Ein Unterschied zwischen den USA und Europa:
„Während viele Europäer das Vordringen
des Islam als bedrohlich für die christliche Kultur ansehen, fühlen viele
Amerikaner durch die Moslems ihre Demokratie bedroht. Unterschiedlich ist auch
die Frage der Integration der Muslime. Fast alle Einwanderer in Amerika wollen
dort Amerikaner werden, während Muslime in europäischen Ländern eigentlich ihre
Religionskultur und ihr Leben bis hin zur eigenen Gesetzgebung beibehalten
wollen.“
Dass in Amerika eine gute Basis für ein
freundschaftliches Zusammenleben von Christen und Muslimen gegeben ist, erklärt
Ferdinand Oertel mit der Geschichte der Immigration. Im 18. und 19. Jahrhundert
hätten Katholiken einen schweren Stand in den Vereinigten Staaten gehabt.
Gegner wie der Ku-Klux-Klan oder die Liga gegen den Unamerikanismus
haben Katholiken damals unterdrückt und Kirchen zerstört.
„Bedrohlich waren vor allem Katholiken
– die katholischen Iren, Italiener – weil den Katholiken unterstellt wurde, sie
können keine guten Demokraten sein. Sie können nicht unabhängig vom Papst sein,
sie wären also Papstanhänger. Das ging sogar so weit, dass in Kämpfen um die
Präsidentschaft den Katholiken vorgeworfen wurde, sie wollten die amerikanische
Demokratie untergraben und eine Art päpstliches Regime einführen.“
Religionsfreiheit als Bedingung der
Demokratie anerkennen – das ist die Devise von Ferdinand Oertel. Rv 27
Die Papstkritik von Pfarrer Broch
Hängt der Erfolg der katholischen
Journalistenausbildung vom Papst ab?
„Der Papst fährt die Kirche gegen die
Wand.“ Wer als Leiter eines kirchlichen Medieninstituts so etwas sagt, kann
sich der öffentlichen Aufmerksamkeit sicher sein. Zwar führen solche Sätze zu
einer Bruchlandung, zumal der für die Journalistenausbildung Verantwortliche
der katholischen Kirche eingestehen muss, das Interview nicht gegengelesen zu
haben. Zukünftige Leiter von Pressestellen wären im Institut nicht gut
aufgehoben, aber eine solche Ausbildung hat das Institut schon längst aus der
Programm genommen. Die Ausbildung führt das Katholische Soziale Institut im
Rheinland weiter. Mal etwas, das aus dem Süden in den Norden wandert, gehört es
doch zum Gründungbestand des „Instituts zur Förderung des publizistischen
Nachwuchses“, den Rheinischen Katholizismus außen vorzuhalten.
Was könnte den zukünftigen und schon
abgesetzten Leiter bewogen haben, sich so in Szene zu setzen? Dass er damit das
Ohr der Bischöfe gewinnen könnte, darf er nicht erwartet haben. Diese wollen
die Qualität, die das Institut sich erarbeitet hat, gesichert sehen. Die
Kirchensteuerzahler werden auch eher erwarten, dass sie mit ihren Euros nicht
Papstkritik finanzieren, das leisten viele Medien kostenfrei, sondern dass es
gut ausgebildete Journalisten gibt, auf die man sich verlassen kann, weil sie
sich, den Mahnungen der Päpste entsprechend, an die Wahrheit halten.
Vielleicht wollte Broch die jungen
Leute, die in den Ausbildungsgängen aufgenommen sind, für sich gewinnen. Aber
die Nachklänge der Achtundsechziger Kirchenleute dürften bei der jungen
Generation, die sich von Rom nicht abgestoßen, sondern angezogen fühlt, nicht
verfangen. Von einem antirömischen Affekt im Staff
des Instituts hat man nichts gehört. Es bleibt dann nur noch die begründete
Hypothese, dass ihm zu seiner eigentlichen Aufgabe, nämlich ein
journalistisches Ausbildungsinstitut in das Internetzeitalter zu führen, nichts
eingefallen ist. Das wäre dringend notwendig, denn das Institut hat die letzten
Jahre sich hauptsächlich mit Umzügen von München nach Augsburg und dann wieder
nach München, der Auflösung des Studios in Ludwigshafen und, wie die
katholische Kirche in Deutschland überhaupt, mit Organisationsfragen
beschäftigt.
Inzwischen hat sich aber die
Medienlandschaft so gewandelt, dass man sich über die Zukunftschancen von
Journalisten Gedanken machen muss. Wer junge Leute in die Medien bringen will,
der Kommentator betreibt ein solches Programm für Theologiestudenten an der
Jesuitenhochschule in Frankfurt, kann doch nicht mehr den traditionellen Weg
vorschlagen, über eine der immer noch vielen Volontärsstellen
der Zeitungen den Weg zu finden. Dort werden zwar Volontäre dringend als
billige Redaktionskräfte gebraucht, aber das kann ein kirchliches Institut
nicht verantwortungsvoll mehr tun. Das Problem liegt auf zwei Ebenen:
1. Das Internet wird zum Nervensystem
des ganzen Kommunikationsbetriebes. Es ist nicht ein Medium, das an 4. Stelle
nach dem Fernsehen zu behandeln ist, sondern alle bisherigen Medien, auch das
Fernsehen, werden Anhängsel des Internets. Was das für die
Journalistenausbildung bedeutet, darüber hätte Pfarrer Broch etwas sagen
müssen.
2. Das Internet mit seiner
Kostenlos-Philosophie vernichtet Arbeitsplätze im Medienbereich, vor allem bei
den Printmedien. Die Studenten sehen die kostenlose Verbreitung von Nachrichten
und die anderen Inhaltsangebote als großen Vorteil. Was man als Student aber
kostenfrei genutzt hat, gibt einem später keine bezahlte Arbeit. Bisher hat nur
Google den Weg gefunden, mit Werbung im Internet wirklich Geld zu verdienen.
Den übrigen Medien, vor allem dem Zeitungs- und Zeitschriftenmarkt, in dem es
bisher viele Redakteursstellen gab, wird die
finanzielle Basis entzogen.
Wenn die Bischöfe einen Ersatz für
Pfarrer Broch suchen, dann sollten sie eine konzeptionelle Begabung finden. Und
es sollte eine solche Person sein, die nicht wegen konzeptioneller Ratlosigkeit
sich mit Kirchenkritik bei den Medien anbiedert. Kein seriöser Journalist
erwartet von einer von den Bischöfen installierten Leitungsperson öffentliche
Kritik am eigenen Unternehmen.
Der Nachfolger muss jedoch ein noch
schwierigeres Problem angehen, das genau zu der psychologischen Klemme bei
Pfarrer Broch geführt hat. Wenn katholischer Journalismus darin sein Ziel
sieht, möglichst positiv über die Kirche zu berichten, dann muss es zwingend
und dringend zu einer Auflehnung gegen diese intellektuelle Engführung kommen.
Ein so verstandener kirchlicher Journalismus ist ja weit enger geführt als das
Kommunikationsanliegen von Papst und Bischöfen, die doch fast jeden Tag etwas
zu den Problemen der Menschen sagen, ob Embryonenforschung, Sozialstaat,
Schulfragen, oder zum Einsatz für die Katastrophengebiete aufrufen. Wenn
katholischer Journalismus sich aber darin erschöpft, die Repräsentanten der
Kirche zu vermitteln, dann kann sich Wut aufstauen.
Aber das Institut ist nicht allein dem
journalistischen, sondern dem publizistischen Nachwuchs gewidmet. Publik
gemacht werden soll aber das Evangelium und wie es heute gelebt wird. Da sind
Nachrichten über die Kirche denkbar ungeeignet. In der Gotik waren die
Glasfenster das Medium, der Gang durch eine Kathedrale war das damalige
Fernsehprogramm. Das besteht aber nun mal zu einem großen Teil aus Inszenierungen
– wie das kirchliche Leben auch. Von katholischen Autoren sollen die
Lebensfragen inszeniert werden. Da der Journalismus ein Kind der Aufklärung
ist, wird die „Publizierung“ der menschlichen Grunderfahrungen den Künsten
überlassen. Aber Kunst, auch der Film, spielen im
Denken des Instituts keine Rolle. Es konkurriert mit 150 anderen
Journalistenschulen und im Endeffekt bleibt das Katholische auf die
Berichterstattung über Kirche eingeengt. Als das Institut sich nach der in den
Neunzigern gerade aktuellen Managementtheorie auf die sog. Kernkompetenzen
reduzierte, eben auf die Journalistenausbildung und damit die
Drehbuchwerkstätten und die PR-Ausbildung anderen Trägern übereignete, hat es
bereits vor seine Zukunft eine Betonmauer gestellt. Dass eine solche Verengung
den Frustpegel steigen lässt, ist verständlich. Eigentlich hat Pfarrer Broch
nur dem Ausdruck gegeben, wohin das Institut gelangt ist. Auch dem
Aufsichtsratsvorsitzenden fällt nichts anderes ein, als die Bischöfe an den
Pranger zu stellen. Das ist ja das Vorteilhafte an der katholischen Kirche, man
hat immer einen Schuldigen, wenn nicht den Papst, dann die Bischöfe – auch eine
Ausprägung katholischen Journalismus. Der Fall Broch war nicht ein
bedauerlicher Ausrutscher, sondern ein Menetekel. Eckhard Bieger S.J.
kath.de - Redaktion
Aussteigen auf katholisch: Zahl der Einsiedler wächst
Sie leben in Höhlen, beten Tag und
Nacht, sprechen mit niemandem und ernähren sich von Waldbeeren. So oder so
ähnlich leben Eremiten, zumindest gemäß der allgemeinen Vorstellung. Eremit
sein, das ist eine Lebensform, für die heute in der katholischen Kirche wieder
Platz ist. Und mehr noch, der Einsiedler ist im Aufwind. Allein in Italien
leben heute ungefähr 200 Eremiten, hat der in Bologna lehrende Soziologe Isacco Turrina herausgefunden.
„Ein Eremit ist ein Mensch, der ein
mönchisches Leben führt, aber außerhalb von Klostermauern“, definiert der
Wissenschaftler. Ein Mensch, der hauptsächlich betet.
„Er betet in einer Atmosphäre der
Stille und der Einsamkeit. Die Lebensform der Einsamkeit bedeutet auch, dass
der Eremit banale Tätigkeiten macht, wie Hausarbeit – es gibt ja niemanden, der
das für ihn erledigt, keine Gemeinschaft. Ansonsten führt er ein
zurückgezogenes, sehr einfaches, nüchternes Leben.“
Konkret heißt das: Einsiedler vermeiden
die Zerstreuung und die Unterhaltung, die typisch wären für ein normales Leben,
erklärt Turrina.
„Sie und ich, wir haben, wenn wir
arbeiten, mit vielen Menschen zu tun, die wir nicht kennen, ein normales
Arbeitsleben bringt das heute mit sich. Der Eremit hat überdies kein Fernsehen
und liest meist keine Zeitung. Einige Eremiten haben ein Radio, hören es aber
nur zu den Mahlzeiten und auch da nur bestimmte spirituelle Sendungen. Es ist
nicht so, dass das eremitische Leben gar keine Form
der Kommunikation vorsieht. Es sieht aber vor, sie sehr sparsam zu verwenden.
Damit sie nicht diese Form des Lebens stören, die ganz dem Gebet und der
Vereinigung mit Gott gewidmet ist.“
Rund 200 Eremiten gibt es heute in
Italien, ebenso viele in Frankreich und etwa 80 in Deutschland, so die
Erhebungen des Soziologen.
„Viele Eremiten sind Kustoden von
aufgelassenen Pfarreien oder entlegenen Heiligtümern, die seit langem nicht
mehr genutzt werden, normalerweise in Berggegenden. Aber es stimmt nicht, dass
die Eremiten heute ausschließlich in entlegenen Gebieten und in irgendwelchen
Grotten hausen. Wir finden Eremiten in allen Landschaften und in allen
Umgebungen.“
Dabei bedeutet das Wort Eremit
eigentlich „Wüstenbewohner“. Manche Einsiedler wählen freilich heutzutage auch
die Stadtwüste als ihr Lebensumfeld:
„Der Stadt-Eremit ist ein Eremit wie
andere auch. In den Städten gibt es ja heute viele Menschen, die fast wie
Einsiedler leben, nur dass sie das nicht freiwillig und nicht im Gebet tun.
Denken wir an die vielen einsamen alten Menschen. In einer Stadt ist das
Individuum anonym. Im Supermarkt oder auf der Post sehen wir viele Leute, aber
wir können, wenn wir wollen, auch darauf verzichten, nur ein Wort mit jemandem
zu wechseln. Allerdings, für die meisten ist diese Lebensform ein Unglück,
nichts was sie sich selbst wählen würden. Der Eremit hingegen sucht bewusst
diese einsame Lebensform.“
Einsam, aber nicht allein, könnte man
hinzufügen. Denn der Eremit ist normalerweise kein Mensch, der überhaupt
niemanden trifft: „Im Gegenteil, um den
Einsiedler herum entsteht immer ein Netz von spirituellen Kontakten, Menschen,
die im Austausch mit dem Eremiten stehen, etwa regelmäßig für ein paar Stunden
und für eine spirituelle Erfahrung vorbeikommen. Ein Eremit braucht andere
Menschen, gerade weil er in extremer Armut lebt.“
Für das Einsiedlerdasein muss man
freilich gemacht sein – das hat Turrina bei seinen
Gesprächen mit Eremiten immer wieder gehört. Die meisten Einsiedler, unter
ihnen sind übrigens gut die Hälfte Frauen, kommen aus Ordensgemeinschaften, sie
waren etwa als Missionare tätig. Und auch die Charaktereigenschaften müssen
mitspielen, damit das Leben in der Einsamkeit gute Früchte trägt:
„Der Eremit muss einen guten Charakter
haben, also auch anderen in aufgeräumter Weise begegnen können. Eremiten sind
keine Menschenfeinde, keine Leute, die andere meiden, denn wenn es so wäre,
würden sie zum Trübsinn neigen, der Eremit muss aber ein herzlicher Charakter
sein. Und er muss einen bemerkenswerten inneren Reichtum haben. Eine starke
Berufung, damit er sich nicht langweilt und auch immer etwas findet, was er
vertiefen und nachfragen und meditieren möchte.“
Die Figur des Eremiten ist ein uraltes
christliches Kulturgut. So erwähnt im 6. Jahrhundert der Heilige Benedikt in
seiner Ordensregel den Einsiedler als die eine von vier Arten von Mönchen.
Allerdings war dem Eremiten in der neueren Geschichte nicht immer Glück
beschieden. Jahrhunderte lang war diese Lebensform in der Kirche im Wortsinn
ausgestorben und überlebte nur noch als Dekor. So gab
es im 18. und 19. Jahrhundert in englischen Landschaftsparks so genannte
„Schmuckeremiten“. Diese professionellen Einsiedler lebten gegen Bezahlung in
eigens eingerichteten, auf alte getrimmten Eremitagen und ließen sich zu
bestimmten Tageszeiten sehen, um den Hausherren und dessen Gäste mit seinem
Anblick zu erfreuen.
„Im 19. Jahrhundert hat sich eine
Vorstellung von Ordensleben als einem aktiven Leben in der sozialen Realität
der Zeit entwickelt. Das kontemplative Ordensleben wurde für nutzlos gehalten
und ging in eine tiefe Krise. Wiedergeboren wurde es erst nach dem 2.
Weltkrieg, mit zunächst sehr vereinzelten Erfahrungen in Kanada, Frankreich,
USA. Und dann kam das 2. Vatikanische Konzil, das die eremitische
Lebensform wieder bestätigte. Das hat sich auch im neuen
Kirchenrechts-Gesetzbuch von 1983 niedergeschlagen. Der Kodex von 1917 sah die eremitische Lebensform gar nicht vor. Die Initiative ging
also von unten aus, aber die Kirche hat sie aufgenommen im Kirchenrecht und hat
ihr eine neue Energie gegeben, weshalb die Zahl Eremiten heute sicherlich
zunimmt.“
Der Kanon 603 des kirchlichen
Gesetzbuches weist den Einsiedlern eine ganz genaue Funktion zu: Beten für das
Heil der Welt. Im Gebet lenkt der bzw. die Eremitin die Aufmerksamkeit Gottes
auch auf die Probleme seiner Mitbrüder und Schwestern, die mitten im Leben der
Welt stehen. Der Eremit repräsentiert damit alle anderen im Gebet. Abseits der
spirituellen Komponente ist die nonkonforme
Lebensweise des Einsiedlers auch für nicht-spirituelle Gemüter anziehend. Isacco Turrina macht das an dem
deutschen Wort „Aussteiger“ fest:
„Der Aussteiger ist jemand, der nach
einem ausgefüllten Leben sich zurückzieht in ein einsameres Leben. Der
Aussteiger macht das meist nicht aus religiösen Motiven. Doch allein die
Tatsache, dass es auf Deutsch dieses Wort gibt, legt nahe, dass diese Person
eine Figur der Moderne ist. Ein Idealtyp, den wir heute in verschiedenen
Ausformungen sehen. Das heißt, die Eremiten sind nicht die einzigen, die eine
Wahl dieser Art machen. Ihre Eigenheit ist, dass sie diese Wahl aus religiösen
Gründen treffen, weil sie dazu berufen sind. Sie sind aber geistig verwandt mit
Menschen, die für sich entscheiden, sich aus dem Leben in Gesellschaft zu
entfernen.“ Rv 26
Frankreich/Vatikan: Bildung statt Geld für Roma
Der Vatikan reagiert auf die
Abschiebung von hunderten Roma nach Rumänien. In einer Stellungnahme von diesem
Freitag erklärte Erzbischof Agostino Marchetto vom
päpstlichen Rat der Seelsorge für Migranten und Menschen unterwegs, dass die
Kirche sich politisch weder rechts, links oder in der Mitte positioniere. Der
Leiter des Migrantenrats verteidigt indessen die
Parteinahme der Kirche für die von Frankreich ausgewiesenen Roma. Papst
Benedikt hatte beim Angelusgebet vergangenen Sonntag
gemahnt, man müsse die Menschen in ihrer Verschiedenheit annehmen.
Die Kritik am Vorgehen der
französischen Regierung wegen der der Abschiebung von hunderten Roma nach
Rumänien vermehrt sich. Zuletzt hat eine Organisation zur Wahrung der Rechte
von Roma das Verhalten des französischen Staates als rassistisch verworfen. In
der Türkei gab es öffentliche Proteste gegen die Massenabschiebungen. Jan Opiela ist der Seelsorgebeauftragte für Sinti und Roma in
Köln. Unseren Kollegen vom Domradio erklärt er, warum
die Roma so unterschiedliche Sympathien hervorrufen.
„Weil sie einen anderen Ansatz von
Leben haben als wir. Sie sind nicht in dieser bürgerlichen Welt zuhause wie
wir. Und da sie nirgendwo vom Staat als Staatsbürger angenommen werden, das
führt dann regelmäßig zu Auseinandersetzungen, ob es ordnungsrechtliche Sachen
sind, ob es Grenzangelegenheiten sind – es geht immer wieder in dieselbe
Richtung.“
Die Schuld für die Kollision der
Lebensarten liege nicht allein bei den Roma, so Opiela.
Obwohl die Reaktionen auf das bisweilen autonome Verhalten der Roma nicht
unbegründet seien.
„Es ist natürlich befremdlich auf der
einen Seite. Auf der anderen Seite aber auch wiederum verstehbar. Weil die
Väter und Mütter, die Europa damals initiiert haben, haben natürlich nicht an
diesen Armutstourismus gedacht. Es ist natürlich der sogenannte Sendestaat
anzufragen, das wäre hier Rumänien: Warum fühlen sich die Menschen in Rumänien
so unwohl, dass sie auswandern? Und der Trick den Frankreich anwendet, indem
300 Euro ausgelobt werden für Erwachsene und 100 für Kinder – damit zieht man
eher die Leute an, als dass man sie nach Hause schickt.“
Letztendlich sei die Integration der
Roma und anderen fahrenden Völker eine Frage der Bildung. Das sei das bessere
Angebot der europäischen Staaten, nicht die materielle Hilfe.
„Geld ist nicht der richtige Berater,
sondern hier ist eigentlich nur Manpower gefragt. Das heißt die Menschen werden
sich nur auf etwas einlassen, wenn sie das aus einer von anderen Menschen auf
Augenhöhe gegebenen Erklärung bekommen. Nicht durch autoritäre Maßnahmen, durch
Flicks – also durch Polizei – oder Staat. Sondern im Lernprozess, welche Recht
ich als Bürger habe und welche Pflichten ich habe.“
Frankreich hatte am Donnerstag 300 Roma
nach Rumänien abgeschoben. Die Regierung von Staatspräsident Nicolas Sarkozy
macht die Roma für zahlreiche Verbrechen verantwortlich und kritisiert ihre
illegalen Siedlungen. Die Abschiebung stieß bei Menschenrechtsorganisationen,
der EU und dem Erzbischof von Paris auf Kritik.
domradio 27
Vatikan: „Roma waren auch Holocaust-Opfer“
Die Diskussion um die französische
Ausländerpolitik reißt nicht ab: Der Vatikan blickt kritisch auf das Vorgehen
der französischen Regierung gegen die Roma. Am Freitag hatte Erzbischof
Agostino Marchetto vom päpstlichen Rat der Seelsorge
für Migranten und Menschen unterwegs noch beschwichtigt: Die Kirche wolle sich
politisch weder rechts, links noch in der Mitte positionieren. Papst Benedikt
forderte beim letzten Angelusgebet schon
eindringlicher, man müsse die Menschen in ihrer Verschiedenheit akzeptieren.
Jetzt äußert sich auch der Leiter des Migrantenrats
mit schärferen Worten.
Die Abschiebung der Roma sei ein
Angriff auf die Schwachen, Armen und Verfolgten, die auch Opfer des Holocaust
waren und immer auf der Flucht leben müssten, vor denen, die sie jagen. So
erinnert der Leiter des Migrantenrats Agostino Marchetto an den schweren Stand der fahrenden Völker, der
sich wie ein roter Faden durch ihre Geschichte zieht. Auf politischer Ebene
käme man viel leichter zu einer Lösung, wenn die Menschenwürde konsequent
gewahrt würde. So heißt es in der Rede, die Marchetto
beim internationalen Forum für Migration und Frieden im kolumbianischen Bogota
vorbringen wird. Der zweitägige Kongress beginnt am 1. September. Die Kirche
postuliere eine Erziehung, die eine Mentalität der Ausgrenzung überwinde, heißt
es dort. Ursache der weiterhin wachsenden Migration sei nicht zuletzt eine
Spaltung von Nord- und Südländern in der Welt. Es gäbe viele Vorurteile in den
Zuwanderungsländern durch sprachliche, kulturelle oder religiöse Unterschiede,
so Marchetto. Der Migrant werde als Eindringling
gesehen, als ein Grund für die hohen staatlichen Sozialausgaben. Es käme nicht
allein darauf an, Ordnungswidrigkeiten zu verringern. Die Beziehung und
Gemeinsamkeit von Einzelperson und Staat müsse gelebt werden.“ Rv 28