Notiziario religioso 26-29 Agosto
2010
Giovedì 26 agosto. Il commento al
Vangelo. “Vegliate dunque”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 24,42-51) commentato da P. Lino Pedron
42 Vegliate
dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore
vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di
casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si
lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché
nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.
45 Qual è dunque
il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con
l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 46 Beato quel
servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 47 In verità
vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i
suoi beni. 48 Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone
tarda a venire, 49 e cominciasse a percuotere i suoi
compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, 50 arriverà il padrone quando
il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, 51 lo punirà con rigore e gli
infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore
di denti.
La morte arriva
imprevedibile per noi, ma al momento esatto previsto da Dio. Perché vigilare? Per essere trovati pronti; per non essere esclusi dalla sala delle
nozze eterne.
Questa ignoranza
dell’ora si iscrive nella nostra natura: la nostra
vita ci sfugge, siamo un mistero per noi stessi, non ci possediamo, siamo del
Signore.
Vigilare, essere
pronti significa porsi davanti al Signore sempre presente (solo apparentemente
assente) e vivere coerentemente secondo questa fede.
Nella parabola del
servitore preposto ai servizi del suo padrone, la vigilanza prende la forma di
una fedeltà responsabile verso una missione affidata dal Signore.
Seguendo il tenore
del testo, bisogna porre l’accento sulla parusìa. Ci
sono delle persone a cui sono state affidate
responsabilità particolari nella Chiesa. La funzione dei detentori di cariche è
qualificata come servizio. Coloro che sono affidati alle loro cure sono
compagni di servizio. I detentori di cariche non sono padroni posti al di sopra degli altri. Tutti hanno un unico Signore sopra
di sé. L’abuso della carica merita la massima condanna, come vuol far capire la
punizione severissima.
L’attesa del
Cristo deve suscitare l’impulso all’azione morale, a non sprecare il tempo, a
comportarsi come servi di tutti e padroni di nessuno. De.it.press
Venerdì
27 agosto. Il commento al Vangelo.
La parabola delle dieci vergini
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 25,1-13) commentato da P. Lino Pedron
1 Il regno dei
cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono
incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4
le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi.
5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si
levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte quelle vergini
si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge:
Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge
risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai
venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle
andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte
entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono
anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.
La storia
raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono
lo sposo.
Chi è lo sposo e
chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità
cristiana. La storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la
sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma del loro sposo.
Queste dieci ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cfr Ef 5,22-32).
Queste dieci
ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte.
In che cosa si manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che
l'attesa dello sposo sarebbe andata per le lunghe: per questo" insieme con
le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).
Avevano capito che
la vita ha una durata troppo lunga per poter
conservare sempre la stessa carica di fede e di carità senza fare rifornimento.
Le lampade accese significano la costante vigilanza che occorre per non perdersi
nella notte della dimenticanza e dell'infedeltà in questo mondo.
Tema di questo
racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita
presente sia una sala d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta
come vita responsabilizzata in vista del Signore che viene. L'attendere
Dio presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.
Le cinque ragazze
sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi,
sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle
amiche stolte che le supplicano:" Dateci del
vostro olio, perché le nostre lampade si spengono rispondono:" No, che non
abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e
compratevene" (vv. 8-9).
Le ragazze sagge
non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante
al posto di un altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un
affare personale, è un assegno"non trasferibile".
Questo racconto
istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un arrivo di cui non conosciamo né il giorno né l'ora, ma che
non è lontano ed è certissimo e inevitabile.
Queste ragazze
stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" ( v.
11) hanno dimenticato l'insegnamento che egli aveva già impartito al capitolo
7,22-23 di questo vangelo: "Molti mi diranno in quel giorno (il giorno del
giudizio finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai
conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità".
Queste parole non
condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come
"Signore", ma ci insegnano che la preghiera deve essere congiunta
alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del Padre,
diversamente la preghiera non serve.
Nell'attesa del
grande giorno della venuta del Signore bisogna
vegliare e non comportarsi come i cristiani di Tessalonica
che nel prolungarsi dell'attesa della venuta del Signore cominciarono a darsi
all'ozio e al vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts 3,6-12). Così le ragazze del
racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono essere impegnate, operose e
diligenti.
Matteo ha dato a
questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del
discorso della montagna (Matteo, capitoli 5-6-7).Anche
là troviamo la contrapposizione tra il saggio e lo stolto. Nel discorso della
montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù,
ma metterle anche in pratica. Questa disposizione viene
trasferita anche al presente racconto delle dieci ragazze che rappresentano la
comunità cristiana. Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani
che fanno la volontà di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della
montagna.
Vigilare
nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere
pronti; ed essere pronti significa essere fedeli alla volontà del Padre,
facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà
fatto il giudizio finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana:
attuare con perseveranza la volontà del Padre che il Signore
Gesù ha definitivamente rivelato. Nella parabola del giudizio finale ( Matteo 25,31-46) il Signore ci indicherà dettagliatamente
quali sono le opere buone che dobbiamo fare nell'attesa della sua venuta. De.it.press
Sabato 28 agosto. Il commento al Vangelo. La parabola dei talenti
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 25,14-30) commentato da P. Lino Pedron
14 Avverrà come di
un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i
suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a
ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che
aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque.
17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui
invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare
una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto
tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri
cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho
guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e
fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità
su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai
consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23
Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel
poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo
talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai
seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo
talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e
infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo
dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai
banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28
Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a
chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche
quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà
pianto e stridore di denti.
La parabola dei
servi a cui sono stati affidati dei talenti accentua
il contrasto tra i servitori buoni e fedeli e quello malvagio.
Il regno dei cieli
è un capitale messo nelle nostre mani; non possiamo lasciarlo improduttivo.
Questa parabola ci insegna la vera natura del rapporto che deve intercorrere
tra Dio e l’uomo. E’ tutto il contrario di quel timore servile che cerca
rifugio e sicurezza contro Dio stesso in un’esatta osservanza dei suoi
comandamenti.
E’ invece un
rapporto d’amore dal quale possono scaturire coraggio, generosità e libertà.
Il servo buono e
fedele è colui che, superando il timore servile e la
gretta concezione farisaica del dovere religioso, traduce il messaggio in atti
concreti, generosi e coraggiosi. Attendere il padrone significa assumere il
rischio della propria responsabilità.
A coloro che si
muovono nell’amore e si assumono il rischio delle decisioni, si aprono
prospettive sempre nuove. Chi invece resta inerte e pauroso
(v. 25) diviene sterile e gli sarà tolto anche quello che ha (v. 29).
Non basta non far
niente di male, bisogna fare positivamente tutto il
bene possibile.
La parabola
suscita il problema della ricompensa. Per comprendere questo tema non bisogna
dimenticare il rapporto dello schiavo col suo padrone. Se si tiene
presente il rapporto padrone-schiavo nella società antica, la paga appare come
una ricompensa di grazia. Il padrone non è tenuto a pagare nulla al suo schiavo
proprio perché è suo e quindi è sua e dovuta ogni attività dello schiavo.
L’appello è
rivolto alla comunità cristiana che vive nel tempo tra la Pasqua e la parusìa. E’ il tempo nel quale la comunità sta al servizio
di Gesù e questo vuol dire concretamente al servizio dell’uomo.
La paralisi
operativa del terzo schiavo è provocata dalla paura nei confronti del suo
padrone. Il cristiano vero conosce Dio come amore infinito e questo lo porta ad
agire con entusiasmo e dedizione.
Leggiamo nella
Prima lettera di Giovanni: "Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua
perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio…
Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,
perché il timore suppone un castigo e chi teme non è
perfetto nell’amore" (4,17-18). De.it.press
Domenica 29 agosto. Il commento al Vangelo. “Non metterti al primo posto”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Lc 14,1.7-14) commentato da P. Lino
Pedron
1 Un sabato era
entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
7 Osservando poi
come gli invitati sceglievano i primi posti, disse
loro una parabola: 8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al
primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e
colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai
con vergogna occupare l'ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va’ a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti
ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a
tutti i commensali.
11 Perché chiunque
si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà
esaltato».
12 Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una
cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i
ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il
contraccambio. 13 Al contrario, quando dài un
banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e
sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai
infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
I farisei si
preoccupano del loro onore, amano i primi posti nelle sinagoghe e vogliono
essere complimentati nelle piazze. Esigono la precedenza davanti agli altri e
sono persuasi di avere diritto ai posti di onore. Ma
lo spirito del vangelo è l’umiltà, il contrario del protagonismo di quelli che
scelgono i primi posti. E questa non è questione di intelligenza
tattica o di galateo: è una scelta di Dio. Gesù si è messo all’ultimo posto, si
è fatto servo di tutti e si è umiliato. Per questo è stato innalzato e
glorificato.
Se Gesù ha scelto
l’ultimo posto, anche il cristiano deve scegliere l’ultimo posto e rimanervi
costantemente e saldamente. Per fare questo deve guarire dal gonfiore della sua
superbia e dai suoi deliri di onnipotenza.
L’umiltà è la
verità dell’uomo, ma è anche la verità di Dio, perché Dio è amore. Il fine
della predicazione del vangelo è portare gli uomini all’umiltà per farli
diventare come Dio che è umile.
Il peccato di
Adamo, il peccato di ogni uomo, è voler occupare il
posto di Dio, credendo, erroneamente, che Dio sia al primo posto. Ma il vero Dio, quello che si è manifestato in Gesù di Nazaret, ha scelto l’ultimo posto. Il credente che lo ama e
lo segue, lo cerca lì. Dobbiamo cercare l’ultimo posto, perché ciò che conta è
la vicinanza a Dio. E questo non significa seppellire i talenti, ma investirli
nella direzione giusta. E’ giusto voler essere come Dio, ma prima bisogna
sapere com’è Dio. Egli è umile, povero e piccolo, perché è amore: questa è la
sua grandezza, la sua gloria e il suo potere.
Il Figlio di Dio
si è umiliato fino alla morte di croce e per questo fu
innalzato dal Padre (cfr Fil 2,5-11). Il cristiano deve seguirlo
nell’umiliazione e nella gloria.
Il discorso
precedente era rivolto agli invitati; dal v. 12 in
avanti è rivolto all’invitante. A quelli Gesù ha detto di scegliere l’ultimo
posto, a questo dice di scegliere gli ultimi. Il motivo viene
detto nel brano seguente (vv. 15-24):
perché Dio fa così.
Gesù rivolge
un’esortazione inaspettata al capo di casa. La sua parola è fortemente
provocatoria e urta non solo il comportamento farisaico e legalistico, ma le
comuni abitudini della società civile. Essa si leva contro le caste
privilegiate e i circoli chiusi che lasciano fuori la moltitudine degli
indigenti, dei malati e dei bisognosi.
Anche durante un
pranzo solenne Gesù si prende cura degli infelici e degli affamati, perorando
la loro causa in casa dei ricchi. E’ una grande lezione di gratuità e di
umanità.
Il privilegio
degli ultimi deve caratterizzare la vita cristiana. Paolo apostolo rimprovera i
cristiani di Corinto, perché nella cena del Signore non aspettano i poveri che
arrivano tardi a causa del lavoro o della loro condizione di schiavi.
Comportandosi così, disprezzano la Chiesa di Dio (cfr 1Cor 11,12). E san
Giacomo scrive: "Dio ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la
fede ed eredi del Regno" (Gc 2,5).
Invitando a tavola
i ricchi e i vicini, ordinariamente ci si attende un contraccambio. L’invito
rientra così nelle speculazioni e negli interessi personali
ed egoistici. Ma Gesù ci ha insegnato: "Se amate
quelli che vi amano, quale grazia ne avete? Anche i peccatori amano
quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che fanno del bene a voi, quale grazia ne avete? Anche i
peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere,
quale grazia ne avete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri
nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa
sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli
ingrati e i malvagi… Date e vi sarà dato (da Dio)" (Lc 6,35-36.38).
L’amore dei
cristiani non deve fondarsi sul desiderio di essere ricambiati, perché l’amore
o è gratuito o non è amore.
Si devono invitare
i più poveri tra i poveri, perché da loro non c’è nulla da aspettarsi: non
possono ricambiare l’invito, né procurarci onori e avanzamenti di grado.
Umanamente
parlando, non è neppure piacevole sedersi con loro a tavola, per ovvi motivi.
Servire con amore disinteressato, dando tutto senza aspettarsi nulla: questa è
l’essenza della carità cristiana.
"Sarai beato
perché non hanno da ricambiarti" (v. 14). Beatitudine strana,
ma vera. Ci identifica con Dio che è amore gratuito, grazia e
misericordia (cfr Lc 6,36). L’amore gratuito che dà il primo posto al povero è essenziale al cristianesimo,
perché il Padre privilegia i figli più bisognosi, e perché Gesù si è fatto
ultimo di tutti.
La ricompensa
promessa da Gesù non consiste nell’avere qualcosa, ma è la comunione con Dio
nel suo regno eterno. De.it.press
Domenica 29 agosto. XXII del tempo ordinario. E’ possibile provare la gioia
di Dio
Siamo in una villa di campagna dell’alta
borghesia di una grande città del terzo mondo, una di quelle metropoli dove la
miseria si accompagna allo spreco più sfacciato.
Al termine della festa per il ventesimo
compleanno della figlia – brillante studentessa universitaria – i genitori
ordinano ai due domestici di sistemare la sala.
Ecco la sorpresa:
sui tavoli è avanzata un’enorme quantità di carne,
riso, patatine fritte, torte, pasticcini.
Che ne facciamo di
tutta questa roba? – chiede imbarazzato il marito. La moglie,
che sta portando in cucina un vassoio colmo di bicchieri da lavare, si ferma un
istante, sorpresa, poi, come chi si rendesse conto in ritardo dell’errore
commesso, soggiunge: “Abbiamo invitato le persone sbagliate: gente che non
aveva fame”.
Abbiamo paura di
lasciarci avvicinare da chi ha fame, temiamo che possa impoverirci. Eppure la
festa della nostra vita potrebbe concludersi in modo
deludente: potremmo ritrovarci con quei beni che il Signore ci aveva dato
affinché con essi potessimo “sfamare” i suoi poveri.
“Beati gli
invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!” – esclama l’angelo
dell’Apocalisse (Ap 19,9). Ma
a quella festa potrà partecipare solo chi si è privato di tutto per donarlo a
chi aveva fame.
Prima Lettura (Sir
3,19-21.30-31)
17 Figlio, nella tua attività sii modesto,
sarai amato dall’uomo
gradito a Dio.
18 Quanto più sei grande,
tanto più umìliati;
così troverai grazia
davanti al Signore;
19 perché grande è la potenza del Signore
20 e dagli umili egli è glorificato.
28 Una mente
saggia medita le parabole,
un orecchio attento è
quanto desidera il saggio.
29 L’acqua spegne
un fuoco acceso,
l’elemosina espia i
peccati.
Per essere umili è
forse necessario ricercare il disprezzo degli altri? Non sarebbe saggio, non
avrebbe senso. Questo atteggiamento non attirerebbe –
come invece assicura il Siracide – l’amore degli
uomini e la benevolenza di Dio.
Qual è allora il
comportamento che attira la simpatia degli uomini ed
il favore del Signore? In che modo gli umili gli rendono “gloria”? (v.20).
Basta una rapida
verifica, una semplice introspezione per rendersi conto che tutto ciò che siamo
è un regalo di Dio. Da lui provengono la vita, la
bellezza, la forza, l’intelligenza, le qualità che abbiamo. Nulla è nostro, di nulla ci possiamo vantare.
Non è malvagio, è
soltanto ridicolo chi fa sfoggio dei doni di Dio come se fossero suoi. E’
insensato chi ostenta le qualità che ha ricevuto per
confrontarsi e per imporsi agli altri. I doni di Dio sono stati dati affinché
di essi facciamo dono ai fratelli.
Umile è colui che – ben cosciente delle proprie doti, attitudini,
capacità – si mette a servizio di tutti, considera gli altri come padroni che
gli possono chiedere aiuto quando sono nel bisogno.
L’umile mantiene
il capo chino, come chi è sempre pronto a ricevere ordini dai superiori.
“Glorifica” Dio, perché ciò che dà “gloria” a Dio è la gioia dell’uomo.
E’ l’umile che
instaura rapporti che rendono felici, che pone fine all’egoismo, alla
competizione, all’ostentazione e introduce nel mondo il principio nuovo dello
scambio gratuito dei doni di Dio.
E’ in questo senso
che Gesù si è autodefinito “mite ed umile di cuore”
(Mt 11,29): ha donato senza riserve tutto se stesso per amore.
Seconda Lettura (Eb 12,18-19.22-24a)
Fratelli, 18 voi non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un
fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di tromba e a
suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non
rivolgesse più a loro la parola;
22 Voi vi siete
invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla
Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza
festosa 23 e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio
giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, 24 al
Mediatore della Nuova Alleanza.
Gli Ebrei che si
erano convertiti al cristianesimo continuavano ad avere una certa nostalgia
della religione dei loro padri. L’autore della lettera cerca di illuminarli
facendo un confronto fra la religione antica, rappresentata dal monte Sinai e
la religione cristiana, che ha per simbolo la nuova Gerusalemme.
Cosa è accaduto sul Sinai? Ci furono lingue di fuoco, tuoni,
oscurità, tenebre. Di fronte ad un simile spettacolo, il popolo ebbe paura e
chiese a Mosè che fosse lui a parlare e non il Signore (vv.18-19).
Come si può avere nostalgia di un Dio che non può essere avvicinato se non
attraverso intermediari?
I cristiani –
continua la lettura – non si avvicinarono al monte Sinai, per fare esperienze terrificanti
di Dio (v.22). Essi si avvicinano a Cristo. L’esperienza religiosa che fanno è completamente diversa: è quella della festa perché
in Gesù scoprono il volto del Dio amico degli uomini (v.23-24). Nell’AT vi erano tanti mediatori fra il Signore ed il popolo: i
sommi sacerdoti, i leviti, il sinedrio, gli anziani. Oggi i cristiani sanno di
potersi rivolgere direttamente al Padre, senza alcuna riserva o paura. L’unico
mediatore è Cristo il quale non cerca servi, ma amici
(Gv 15,15).
Vangelo (Lc 14,1.7-14)
1 Un sabato Gesù
era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.
7 Osservando poi
come gli invitati sceglievano i primi posti, disse
loro una parabola: 8 “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al
primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e
colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai
con vergogna occupare l’ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti
ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a
tutti i commensali.
11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e
chi si umilia sarà esaltato”.
12 Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una
cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i
ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il
contraccambio. 13 Al contrario, quando dài un
banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e
sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai
infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.
In Israele il
pranzo del sabato non si riduceva a una semplice refezione, era un convito dove si ritrovavano parenti e amici che conversavano
sui più svariati argomenti. Si discorreva di lavoro, di politica, di problemi
familiari e sociali. I temi religiosi, teologici e morali venivano
trattati soprattutto quando un rabbino era fra gli ospiti. I maestri e i
dottori approfittavano di questi banchetti per esporre le loro dottrine. Anche
Gesù ha dato molti dei suoi insegnamenti a tavola (Lc
5,29; 7,36; 9,17; 10,38; 11,37; 14; 19,1; 22,7-38).
Il brano di oggi
va collocato in questo contesto di simposio festivo.
Siamo nella casa di un fariseo, al termine della liturgia nella sinagoga e Gesù
è fra gli invitati (v.1).
A tavola non ci si
siede come capita, bisogna attenersi a una rigida etichetta, ci sono gerarchie
da rispettare. I posti vengono assegnati con molta
attenzione: al centro le persone di riguardo, accanto a loro il padrone di casa
e poi via via tutti gli altri, disposti ai tavoli in
considerazione della loro posizione sociale, della funzione religiosa che
svolgono, della ricchezza che possiedono, dell’età. Gesù accompagna con il suo
sguardo distaccato e anche un po’ divertito la distribuzione dei posti fatta da
uno dei domestici, osserva l’imbarazzo di chi, magari inavvertitamente, si è
portato un po’ troppo avanti e deve arretrare di alcune posizioni, vede il
compiacimento malcelato di chi si schermisce, ma alla fine acconsente ad occupare un posto più centrale e prestigioso; nota gli
atteggiamenti impacciati, i rossori, le goffaggini. Introduce una prima
parabola (vv.7-11).
“Quando sei invitato a nozze da qualcuno,
non metterti al primo posto... va all’ultimo, perché, venendo colui che ti ha invitato ti dica: amico, passa più avanti! Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”.
Questo invito alla
furbizia stona parecchio sulla bocca di Gesù. E’ strano che egli si abbassi a
suggerire un trucco tanto meschino per avere successo in pubblico e per
compiacere la vanità. Inoltre il proverbio che cita è ben noto in Israele
perché si trova nella Bibbia: “Non metterti al posto dei grandi, perché è
meglio sentirsi dire: sali quassù!, piuttosto che
essere umiliato davanti ad un superiore” (Pr 25,6-7). Rabbi Simeon,
un contemporaneo degli apostoli, raccomandava al suo discepolo: “Sta sotto di
due o tre posti rispetto quello che ti spetta e attendi che ti si dica: ‘Sali più su!’… E’ meglio infatti sentirti dire: ‘Sali più
su! Sali più su!’, piuttosto che ‘Scendi più giù! Scendi più
giù!”. Gesù dunque non fa che richiamare una prassi raccomandata da
tutti.
E’ vero, le parole
sono le stesse, ma il contenuto è diverso. Gesù non ha alcuna intenzione di
rendere scaltri i suoi discepoli. Non si è mai mostrato interessato a far loro
ottenere successi nella vita. Quando essi lasciavano trasparire l’ambizione dei
primi posti, li riprendeva sempre con severità (Mc 9,33-37). Proibiva persino
l’uso dei titoli onorifici (Mt 23,8-10), non tollerava le “divise” che
consacrano e sacralizzano le caste, faceva dell’ironia sugli scribi “che amano
passeggiare in lunghe vesti ed hanno piacere di essere salutati nelle piazze,
avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti” (Lc 20,46). Sulla sua
bocca il proverbio non ha dunque lo scopo di insegnare una tattica per
affermarsi. Vediamo di capire.
Se rileggiamo con
attenzione il brano, verifichiamo che una parola ricorre più spesso delle altre
(ben cinque volte!), è invitato-invitati. Il termine greco del testo originale
andrebbe però tradotto con chiamato-chiamati. E’ ai chiamati che ambiscono ai
primi posti che Gesù intende rivolgersi. Vanno dunque identificati.
Notiamo un secondo
dettaglio: il modo con cui Gesù prende la parola è per lo meno sorprendente.
Non è così che si interviene in casa d’altri. Egli non
parla come un ospite, ma come se fosse il padrone.
Bastano queste due
semplici osservazioni per farci intuire che la cena di Gesù in terra
palestinese è una cornice artificiale. Luca se ne serve per porre sulla bocca
del Signore una lezione ai chiamati, cioè ai cristiani delle sue comunità. E’
in queste comunità che, sempre più spesso, esplodono dissensi e dissapori per
questioni di precedenze. I presbiteri, i responsabili dei vari ministeri si
lasciano prendere dalla smania di occupare i “primi posti”. E’ l’eterno
problema della Chiesa: tutti dovrebbero servire, ma, in pratica, c’è sempre chi
aspira a titoli onorifici, vuole primeggiare, si gonfia di orgoglio e giunge a
trasformare perfino l’Eucaristia in un’occasione di auto-celebrazione. Ecco il
cancro che distrugge le nostre comunità!.
Gesù sapeva quante
tensioni sarebbero sorte fra i suoi discepoli a causa della frenesia per i
primi posti, per questo, durante l’ultima cena, ha voluto richiamare di nuovo
la lezione. Voleva che rimanesse impressa nella mente di tutti come il suo
testamento: “Chi è più grande, chi sta a tavola o chi
serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io
sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,26-27).
Gesù non chiede –
come faceva rabbi Simeon – di arretrare di due o tre
posti, ma di capovolgere le posizioni, di rovesciare la scala dei valori. Solo
chi sceglie, come ha fatto lui, il posto del servo, verrà
esaltato durante l’unico banchetto che conta, quello del regno di Dio. Per chi
in terra ha fatto sfoggio di vanità, ha ricevuto inchini e onori, quel momento
sarà drammatico: si vedrà relegare all’ultimo posto, segno del fallimento della
sua vita, dimostrazione che i valori su cui ha puntato erano effimeri e
caduchi.
Dopo aver
raccontato la parabola, Gesù si rivolge al fariseo che l’ha invitato: “Quando
offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i
tuoi parenti, né i ricchi vicini...” (v.12). Non direi
che il clima che si è creato a tavola sia dei migliori: Gesù se la sta
prendendo un po’ con tutti. Che colpa ne ha quel povero fariseo se in Israele
la tradizione impone di invitare solo quattro categorie di persone: gli amici,
i fratelli, i parenti, i ricchi vicini? E’ forse conveniente mettere insieme un
dottore della legge con un pastore ignorante o un fariseo con un pubblicano?
Lo abbiamo già
notato: non è il Gesù seduto a tavola in una casa della Palestina che sta
parlando, ma è il Signore risorto che si rivolge al fariseo presente nelle
comunità di Luca. E’ il Cristo che fa raccomandazioni ai discepoli che si
comportano da farisei, che discriminano. E che dice?
Dice che bisogna
dare inizio a un nuovo banchetto in cui le quattro categorie della “gente per
bene” cedano il posto ad altre quattro: “Quando dai un
banchetto invita poveri, storpi, zoppi e ciechi” (v.13).
Gli storpi, i
ciechi e gli zoppi non erano ammessi nel tempio del Signore (Lv 21,18; 2 Sam 5,8). La loro
condizione era un chiaro segno del loro stato di peccato e l’assemblea degli
Israeliti doveva essere composta da gente integra,
perfetta, pura, senza difetti. Gesù annuncia di essere venuto a dare inizio ad un banchetto nuovo, un banchetto in cui gli esclusi, le
persone rifiutate da tutti divengono i primi invitati, coloro ai quali sono
riservati i posti d’onore.
Il suo discorso è
rivolto a tutti coloro che, nella comunità cristiana,
sono incaricati di organizzare il banchetto del regno. A loro viene richiesto il coraggio di seguire criteri nuovi,
opposti a quelli adottati dalla società civile.
Non è facile per
le comunità cristiane assimilare i criteri di Dio. Fin dalle origini nella
Chiesa sono esplose tensioni a causa delle discriminazioni dettate dai criteri
di questo mondo. Lo testimonia Giacomo che, nella sua lettera, è costretto a
richiamare i cristiani. “Supponiamo – dice – che entri in una
vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente,
ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: ‘Tu siediti
qui comodamente’, e al povero dite: ‘Tu mettiti in piedi lì’, oppure: ‘Siediti
qui ai piedi del mio sgabello’, non fate in voi stessi preferenze?” (Gc 2,2-4).
I poveri, i
ciechi, gli storpi, gli zoppi, rappresentano quelle persone che hanno sbagliato
nella vita. Sono il simbolo di chi cammina senza la luce del Vangelo e
inciampa, cade, fa del male a se stesso e agli altri, passa da un errore
all’altro. Gesù ricorda ai suoi discepoli che la festa è stata organizzata
proprio per costoro. Guai escluderli.
Concludendo la sua esortazione, afferma: accogliendo coloro che
tutti rifiutano “tu sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”
(v.14).
Quando gli uomini
fanno un favore, subito pensano alla contropartita; quasi per istinto calcolano
i vantaggi che ne possono ricavare. Questa logica è ben illustrata dalla
raccomandazione di Esiodo (sec.VIII a.C.): “Invita a tavola chi ti
ama e lascia stare il nemico. Ama chi ti ama;
va da chi viene da te. Dà a chi ti dà, non dare a chi non
dà”.
Gesù chiede al
discepolo di amare gratuitamente, di fare del bene in pura perdita. Raccomanda
di accogliere in casa coloro che non possono dare
nulla in cambio. La ricompensa verrà data da Dio in
cielo.
Questa affermazione ha bisogno di un chiarimento. L’invito ad
aiutare il povero, pensando alla ricchezza che così si accumula in cielo, può
essere ancora un comportamento egoista. E’ un servirsi del povero per
“trasferire i propri capitali in paradiso”. Questo
amore è antipatico, è subdolo.
Il povero va amato
perché è amabile, non per compassione o assumendo un atteggiamento di altezzosa
superiorità (magari anche solo spirituale). Certo non è facile scoprire
qualcosa di simpatico, di attraente in un nemico, in un malfattore. Gli occhi
umani non riuscirebbero mai a scorgere qualcosa di amabile in queste persone se
la parola del Signore non purificasse gli sguardi, non curasse
la cecità. E’ Gesù che fa capire che, se Dio ama ogni uomo, significa che nell’uomo esiste sempre qualcosa di meraviglioso.
Quale sarà la
ricompensa?
Chi ama avendo
come obiettivo la sola ricerca del bene del fratello diviene simile al Padre
che sta nei cieli, fa l’esperienza della sua stessa gioia.
La felicità di Dio
è tutta qui: amare gratuitamente.
Si realizza la
promessa di Gesù: “Sarà grande la vostra ricompensa: sarete figli
dell’Altissimo” (Lc 6,35). Non si può pretendere di più. P. Fernando Armellini, de.it.press
Editoriale di "Famiglia Cristiana". La Costituzione dimezzata
Il Cavaliere è
sempre più insofferente delle "forme" e dei "limiti"
previsti dalla Costituzione.
Berlusconi ha
detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il
piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non
si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così
lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla
“sovranità popolare” che finora lo ha votato.
La Costituzione in realtà dice: «La sovranità
appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione». Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli
interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste
parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le
avranno criticate, a quanti non sono importate nulla,
alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle
prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi
(con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il
solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più
probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi
dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento
passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi
bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che
vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di
comunicazione.
Uno dei temi trattati in queste settimane
dagli opinionisti è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da
Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in
particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello
che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare
in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale
delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o
quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi
“non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan
Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico
della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita”
mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i
momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte
naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un
sistema sociale e politico deve provvedere.
Il berlusconismo
sembra averne fatto una regola: se promette alla
Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a
tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il
“metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto
apposta. Beppe Del Colle, Famiglia Cristiana" n.35, 25
agosto.
Fiat, dalla Cei arriva il plauso a Napolitano: "Il suo intervento
nobilissimo e incisivo"
Citta' del Vaticano - ''L'intervento
del presidente Napolitano e' stato nobilissimo, rapido, incisivo e lucido''. E' quanto ha detto all' Adnkronos mons. Giancarlo Maria Bregantini,
Arcivescovo di Campobasso-Boiano e Presidente della
Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la
pace, in merito alla vicenda dei tre operai della Fiat di Melfi riammessi al
lavoro da una sentenza del tribunale dopo il licenziamento.
Bregantini ha aggiunto: ''L'azienda ha dei
compiti e degli obblighi non solo di natura economica ma anche di natura
personale''. Per questo non basta, ha spiegato l'arcivescovo, che la Fiat dica
'gli continuo a dare lo stipendio'. L'azienda, ha
detto l'esponente della Cei, ha diversi compiti: ''c'e'
l'aspetto del mantenimento - ha osservato Bregantini
- e questo e' dato dalla paga. Poi c'e' la funzione sociale, cioe' la responsabilita' verso la
persona e l'ambiente, quindi la dignita' di fronte a
Dio''.
Alla luce dunque
della dottrina sociale della Chiesa, si puo' dire
''che l'azienda stia compiendo un errore etico e nega i diritti della
persona''. ''Non si vede perche'
- ha detto l'arcivescovo - la Fiat non debba osservare la decisone del
tribunale. E in effetti non la osserva se riduce tutto
a una questione di carattere eocnomico-finanziario,
negando allo stesso tempo i diritti della persona. Non basta dire: 'ti pago lo stipendio', tale
comportamento dell'azienda denota, dal punto di vista della dottrina sociale
della Chiesa, un errore etico''. ''La sentenza ha dato un'indicazione - ha aggiunto
mons. Bregantini - ma la Fiat ha deciso di attuarla
in questa modalita' minimalista. In tal modo si priva
il lavoratore della sua dignita', non basta
soddisfare l'aspetto economico, c' e' la dignita' della persona''.
In merito alla
questione piu' generale della crisi nel Mezzogiorno,
mons. Bregantini ha invitato ''il mondo sindacale ad essere molto saggio'' cercando
il dialogo e non il conflitto a tutti i costi ed evitando cosi'
di ''provocare la perdita di investimenti verso il Sud''. In particolare, ha
detto Bregantini ''la Cgil stia attenta, e' necessario un dialogo vero''. ''Invochiamo saggezza - ha
detto il vescovo - nel mondo sindacale e rispetto della dignita'
da parte dei datori di lavoro''.
Il Meridione del
Paese sta attraversando un momento difficile, ha quindi spiegato mons. Bregantini, ed ''e' lasciato
sempre piu' solo da questa pseudo-crisi
che sta logorando la politica italiana''. ''E' una situazione - ha detto ancora
mons. Bregantini - che preoccupa ancora di piu' il Sud. La crisi infatti
avviene su questioni personali e non sulla questione del bene comune, cioe' il bene della collettivita'
nazionale. Sono concetti che ha spiegato bene Famiglia cristiana''. ''Non si puo' spaccare il Paese -
ha aggiunto ancora il vescovo - su questioni di carattere personale''. (Adnkronos 25)
Meeting Rimini. Tutelare i diritti. Terzo giorno di lavori
Diritti umani,
tutela della vita e dei più deboli e piccoli, sono stati alcuni dei temi
dibattuti nel corso della terza giornata di lavoro (24 agosto) del Meeting di
Rimini, “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”.
Una sostituzione
pericolosa. Marta Cartabia, docente di Diritto
costituzionale all’università degli studi di Milano-Bicocca, ha cercato di rispondere alla domanda “I
diritti umani sono ancora un diritto?”, soffermandosi ad analizzare casi
concreti in cui la Corte Europea si sovrappone alle decisioni dei parlamenti
nazionali regolarmente eletti dai cittadini, come ad esempio nel caso delle
leggi austriache e tedesche sulla fecondazione assistita che avevano vietato la
fecondazione eterologa. “La Corte di Strasburgo in questo caso – ha ricordato
la giurista – ha affermato che la distinzione fra fecondazione omologa ed
eterologa provoca discriminazione fra coppie che soffrono di problemi di
sterilità e una violazione del loro diritto alla vita privata
e familiare, che comporterebbe anche il diritto ad avere un figlio.
Questo sostituirsi ai legittimi parlamenti da parte di Istituzioni
soprannazionali rivela una concezione astratta e individualistica dei diritti,
i quali, quando vengono tradotti nelle carte e quindi
diventano positivi, subiscono delle limitazioni per proteggere altri beni che
si ritengono ugualmente importanti”. Esemplare anche il caso Lautsi del 2009 contro l’Italia, sull’esposizione del
crocefisso nelle aule scolastiche. Pure in questo caso la Corte Europea
ha condannato l’Italia per il fatto di prevedere l’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, anche se il
Governo ha proposto ricorso in appello. “La domanda che ci si pone – ha
continuato la studiosa – è evidente: perché su un problema di questa natura debbono intervenire le istituzioni europee anziché quelle
nazionali? Questo significa distruggere la storia e le radici
culturali dei popoli che compongono l’Europa”. Sulla stessa linea anche
David Kretzmer, dello Straus Institute
for the Advanced Study of Law
and Justice della New York University
School of Law, per il quale “occorre molta attenzione nel non dar
corso alle decisioni delle istituzioni internazionali, quando queste
interferiscono su questioni interne ai Paesi, perché toglieremmo loro
l’autorità di intervenire anche in quelli come Russia e Turchia dove i poteri
pubblici violano i diritti umani e coprono crimini efferati”.
La vita vale più
della morte. Di tutela del diritto alla vita ha parlato Andrea Simoncini, docente di diritto costituzionale all’università
di Firenze, partendo dal caso di Eluana Englaro. Un caso suscitato “per affermare un principio, per
stabilire un diritto, quello di morire quando la vita non merita più di essere
vissuta”. “Questa vicenda – ha detto Simoncini
- sfida uno dei dogmi centrali del pensiero contemporaneo: la libertà come
capacità autonoma di scegliere, di autodeterminazione. In ballo c’è l’idea
per cui si è liberi solo se si è in grado di
scegliere. In base a questa se una persona è libera e
qualcosa ostacola la sua scelta, lo scopo del diritto è eliminare questo
ostacolo”. In altre parole “eliminare il bisogno, anche visivamente, non facendolo
vedere”. “Mentre un tempo, (Aristotele, Platone, Tommaso e
Agostino), la libertà è sempre stata la capacità di soddisfare il bisogno, di
realizzare ciò per cui siamo nati, - ha spiegato il docente - per i moderni la
libertà è capacità di non avere bisogni. Eluana
era in una condizione di profondo bisogno ed occorreva
affermare la sua libertà, non prendendosi cura di lei ma liberandola dal
bisogno. Per ottenere questo occorreva prendere una decisione
che eliminasse il suo bisogno di vivere”. La decisione della Cassazione
“ha accettato questa nuova idea di libertà” ovvero che “libertà
di vivere sia la possibilità di interrompere la vita”. Per Simoncini “il diritto è sempre più utilizzato per
conseguire artificialmente quello che la natura non consente: liberare l’uomo
dal bisogno che lo caratterizza. Con il diritto si può
realizzare la più grande utopia, togliere all’uomo la sua umanità”.
Occorre, invece, “riconoscere la positività che vince ogni solitudine e
violenza solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale
più della malattia e della morte”.
Lo scandalo abusi.
Al Meeting riminese è intervenuto anche mons. Diarmuid
Martin, arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, con una relazione sul card.
John Henry Newman (1801-1890), e sul cattolicesimo irlandese di allora e di
oggi. Non è mancato un cenno agli abusi sessuali nel Paese. “Le
vittime sono state derubate del Dio che cercano, ma i fedeli si sentono spesso
derubati della loro Chiesa e si sentono traditi da essa. Lo scandalo degli
abusi sessuali di bambini da parte di sacerdoti e
religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo. I fedeli sono
scandalizzati dagli abusi e dalla maniera in cui questi furono trattati dalle
autorità ecclesiastiche”. Il presule ha, poi, ricordato che “l’Irlanda
sta subendo una vera rivoluzione della sua cultura religiosa” e non è più “un
baluardo del cattolicesimo tradizionale” come testimoniano le percentuali di
presenza alla messa domenicale (dal 2 al 5%) e dall’aumento del numero dei
matrimoni civili. Daniele Rocchi sir
Vescovi Triveneto. I primi passi. Nota
pastorale sulla prima Comunione a 100 anni dal decreto di san Pio X
Un'occasione per
ricordare il pontefice veneto san Pio X (1835 - 1914), "uomo buono ma
insieme fermo e risoluto nel promuovere il rinnovamento della vita
ecclesiale", e richiamare "il valore decisivo dell'iniziazione
cristiana dei ragazzi, soprattutto in questo tempo segnato da un accelerato
processo di secolarizzazione e di indifferenza
religiosa". Con questo obiettivo i vescovi della
Regione ecclesiastica del Triveneto hanno sottoscritto nella riunione del 1°
giugno scorso a Zelarino (Venezia) la nota pastorale
"La prima Comunione all'età dell'uso della ragione", diffusa il 28
luglio. Il testo esce in occasione del centesimo anniversario del decreto
"Quam singulari Christus amore", emesso dalla Sacra Congregazione dei
Sacramenti l'8 agosto 1910 per disposizione del papa Pio X, con cui si stabilì
che i ragazzi fossero ammessi alla prima Comunione all'età della
"discrezione", cioè verso i 7 anni di età,
anziché a 12-14 anni come prevedeva la prassi pastorale del tempo. La nota
ripercorre il quadro storico-ecclesiale e le motivazioni pastorali che
determinarono tale svolta e s'interroga su quanto quel decreto possa dire oggi
riguardo l'educazione cristiana dei ragazzi. La
Regione ecclesiastica del Triveneto comprende tre Regioni geografiche: Veneto,
Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, per un totale di 15 diocesi.
Cento anni dopo.
Il decreto di Pio X, che ribadì le prescrizioni del
Concilio Lateranense IV (1215) successivamente confermate dal Concilio di
Trento nella sua 13ª sessione (1551-1552), segnò "una vera e propria
svolta - scrivono i vescovi - perché negli ultimi secoli", l'età della
prima Comunione "era stata ritardata verso i 12-14 anni", e richiese
al Papa "l'edizione di un nuovo catechismo per loro" e "il
coinvolgimento attivo dei genitori". Oggi, a cento anni dalla sua
pubblicazione, il decreto "ci invita a tenere viva la nostra attenzione ai
ragazzi e promuovere la loro educazione cristiana, fin dai primissimi anni
della loro vita"; "ci chiede" di accompagnarli "verso una
progressiva conoscenza di Gesù e verso una comunione sempre più intensa con
lui, facendo vivere loro una serena e gioiosa esperienza di vita cristiana
all'interno delle nostre comunità ecclesiali". Secondo i vescovi il
decreto rammenta inoltre che "il momento culminante della comunione con
Cristo si realizza mediante l'incontro sacramentale con Lui
nell'Eucaristia", e che iniziare ad essa i
bambini "è molto di più che prepararli alla prima Comunione. È introdurli alla vita cristiana ed ecclesiale; è nutrire la loro
vita cristiana con gli atteggiamenti propri della vita liturgica espressi nella
celebrazione eucaristica: l'accoglienza fraterna, l'ascolto della parola di
Dio, la professione di fede, l'offerta di sé, la disponibilità al
servizio".
Una triplice
scelta pastorale. "Noi continuiamo ad ammettere i
ragazzi alla prima Comunione anche oggi in un'età molto giovane: a 9-10 anni.
Ma quello che ci sta a cuore", sottolineano i
vescovi, è "il loro cammino globale di iniziazione alla vita
cristiana", "frutto dell'azione dello Spirito Santo", ma che
"si realizza attraverso un itinerario che la prepara, la anticipa e la
favorisce" quando, "guidati e animati dalle loro famiglie e dalla
comunità cristiana, si rendono docili all'azione dello Spirito". "Il
cambiamento culturale in atto, il processo di secolarizzazione, il diffuso
atteggiamento di indifferenza religiosa attuale
chiedono a noi oggi una triplice scelta pastorale". Anzitutto di "non
limitare il cammino di iniziazione cristiana ai soli
incontri settimanali di catechesi, ma di far vivere ai ragazzi una vera
esperienza di vita cristiana" che coinvolga loro, i genitori e tutta la
comunità. Necessaria, inoltre, la partecipazione attiva dei loro genitori.
"Oggi - osservano i vescovi - molti genitori mantengono un atteggiamento
di delega nei confronti dell'educazione cristiana dei
figli", ma essi hanno un "diritto-dovere educativo" che può considerarsi
"un vero e proprio ministero ecclesiale".
L'incontro con
l'amore di Dio. Il cammino di fede dei ragazzi va inoltre "inserito
organicamente nell'itinerario dell'intera comunità parrocchiale", luogo
"ordinario e privilegiato di iniziazione cristiana".
Iniziazione che può a sua volta diventare "occasione per risvegliare nella
comunità il senso delle origini e la necessità di una rinnovata riscoperta
della propria fede". Come il decreto "Quam singulari", anche gli attuali "Orientamenti dei
vescovi italiani che regolano l'iniziazione cristiana dei ragazzi - si legge
ancora nella nota - avvertono che l'itinerario di iniziazione
non termina con la celebrazione di battesimo, cresima ed Eucaristia, ma
continua con il tempo della mistagogia". Pertanto i fanciulli
"dovranno essere accompagnati dalla comunità" a continuare la loro
formazione anche nell'età dell'adolescenza e della giovinezza. "La prassi
dell'iniziazione cristiana - concludono i vescovi -
deve confrontarsi con i tempi che cambiano e con gli uomini e le donne che
incontra. San Pio X ci ricorda che, al di là dei
metodi e dei percorsi, deve rimanere fondamentale l'intento del nostro impegno
educativo: favorire l'incontro con l'amore di Dio".
GIOVANNA PASQUALIN
TRAVERSA
Il "ponte" delle religioni. In Turchia incontro con
Bartolomeo I e il vice muftì di Istanbul
Il "viaggio
dell'amicizia" organizzato dall'associazione "Rondine - Cittadella
della pace", cominciato il 15 luglio in Azerbaijan,
finisce a Istanbul, in Turchia, dove la delegazione è arrivata il 28 luglio da Yerevan, capitale dell'Armenia. Già dal pullman il gruppo,
nonostante l'ora tarda e la stanchezza, accumulate per la fatica e le tante
emozioni di questo lungo percorso, ha ammirato una delle città più belle del
mondo, e dalle montagne armene si è ritrovato
catapultato nell'antica Costantinopoli, che brillava sul mar di Marmara. La
Turchia confina con il Caucaso e con tutti i Paesi, Azerbaijan,
Georgia e Armenia, che sono stati visitati dalla delegazione, ma è
completamente diversa: a Istanbul tra i richiami dei muezzin per la preghiera e
le sirene delle navi, in un brulicare costante di persone, turisti e un
traffico infernale, l'impressione di trovarsi "nel mezzo" tra Europa,
Asia e Medio Oriente, è fortissima. E forse non ci
poteva essere luogo migliore dove diffondere ancora
una volta i "14 punti per la pace nel Caucaso", il documento che
l'associazione ha consegnato in tutti gli incontri avuti in questi giorni,
elaborato all'indomani del conflitto tra Russia e Georgia del 2008, per volontà
dei giovani ospitati nello Studentato internazionale di "Rondine". E dato che il dialogo interreligioso è un pilastro
fondamentale nella costruzione della pace, come è scritto nell'ultimo punto del
documento stesso, gli appuntamenti principali in Turchia sono stati con
Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, e con Sabri
Demir, vice muftì di Istanbul.
Bisogna fermare il
fanatismo. Il primo ha lanciato un appello contro il fanatismo religioso, che
va fermato, "perché purtroppo si fanno ancora delle guerre in nome della
religione e questa è una grande contraddizione". Bartolomeo I ha ricordato
che "noi lavoriamo e preghiamo sempre per la pace" e ha sottolineato che "il nostro patriarcato cerca di essere
un ponte di dialogo tra Grecia e Turchia e tra le Chiese ortodosse dei
Balcani". "Sentiamo - ha aggiunto - la responsabilità dell'unità
interortodossa e abbiamo avviato dialoghi con tutte le Chiese a denominazione
cristiana: con il cattolicesimo abbiamo prima avuto il 'dialogo
di carità' sotto il pontificato di Giovanni XXIII e poi, dal 1980, abbiamo
iniziato il 'dialogo di verità'". Bartolomeo I ha anche richiamato
l'importanza del "dialogo accademico" con l'islam e l'ebraismo e ha sottolineato come "l'amore", il
"rispetto" e la "comprensione reciproca" siano i valori
comuni di cui il mondo di oggi ha più bisogno. Il patriarca ha ricambiato i
saluti di Benedetto XVI, portati dal presidente di "Rondine", Franco
Vaccari, e ascoltando l'esperienza di convivenza dello Studentato ha commentato
che "è molto più preziosa delle università, degli
studi e della sapienza del mondo". Rivolgendosi poi agli studenti presenti
ha detto "voi preparate il mondo di domani". Al termine dell'incontro il patriarca ha regalato a Vaccari il
francobollo emesso dalle poste vaticane per la visita del Papa in Turchia, nel
2006, dove sono raffigurati Bartolomeo I e Benedetto XVI. Il patriarca ha anche
augurato "buon Ramadan" ai due studenti musulmani presenti e ha
invitato uno dei due, il ceceno Magomed Aleroev, nello studio privato, dove gli ha mostrato il
proprio corano in greco e arabo, posato accanto alla Bibbia.
Non ci conosciamo
abbastanza. Per Sabri Demir,
incontrato nello stesso giorno, "se oggi ci sono
dei conflitti è perché non ci conosciamo abbastanza". Il religioso ha
indicato nella Turchia e nella città di Istanbul una sorta di "ponti"
naturali tra culture e religioni, perché "qui siamo esattamente a metà tra
Asia ed Europa e abbiamo sviluppato una cultura della tolleranza con tutti i
Paesi con cui abbiamo una vicinanza geografica e con cui siamo venuti in
contatto nella nostra storia". Demir ha
ricordato che, "in tutta la Turchia, moschee, chiese e sinagoghe convivono
senza problemi le une accanto alle altre ed è così da mille anni"; il vice
muftì ha indicato nel prossimo Ramadan, che comincerà l'11 agosto, uno degli
esempi di buona armonia tra le religioni, "perché in quel periodo i
musulmani devono osservare l'astinenza dal cibo, durante il giorno, e i fedeli
delle chiese cristiane e delle sinagoghe turche preparano per loro da mangiare,
la sera". Nel suo incontro con il gruppo di "Rondine", Demir ha sottolineato che in
effetti, nei Paesi musulmani, "negli ultimi cento anni, sono sorti molti
conflitti", ma questi eventi non sono legati, secondo il suo parere, alla
religione, ma a questioni di interessi geopolitici internazionali. Il vice
muftì ha spiegato che la Turchia è "un Paese laico" dove esiste un
ministero per gli Affari religiosi statale, da cui dipendono i muftì delle
province e dei sobborghi, ma c'è una totale divisione tra le sfere dei due
poteri e la libertà di culto è garantita, "perché noi non partecipiamo
alla vita politica e lo Stato non interviene nelle faccende religiose".
Ascoltando le esperienze di convivenza tra giovani ebrei, musulmani e ortodossi
dello Studentato di "Rondine", Demir ha
paragonato i giovani a un "giardino di rose, dove ognuna ha un diverso
colore e profumo, ma nessuna è più bella di altre" ed ha augurato che
l'associazione "che ha degli obiettivi così nobili, si diffonda in altri
Paesi del mondo".
SIMONA MENGASCINI (da Istanbul)
Alla Casa Bianca c'è uno strano profeta
Si chiama Barack
Obama e la sua visione messianica somiglia a quella di Gioacchino da Fiore. In
Vaticano ci hanno persino creduto. Ecco la storia di un falso che però ha un
fondo di verità - di Sandro Magister
ROMA – La tempesta
scatenata nei giorni scorsi dalle dichiarazioni di Barack H. Obama circa il
progetto dell'Istituto Cordoba di New York di costruire una moschea a pochi
passi dalle Twin Towers abbattute l'11 settembre 2001 da terroristi musulmani
ha riportato in primo piano la domanda su quale sia la visione complessiva
dell'attuale presidente degli Stati Uniti di America.
In un primo tempo,
il 13 agosto, al centinaio di ospiti di fede islamica che aveva invitato alla
Casa Bianca per celebrare l’inizio del Ramadan, Obama aveva detto:
"Come
cittadino e come presidente credo che i musulmani abbiano lo stesso diritto di
praticare la loro religione di chiunque altro in questo paese. Questo comprende
il diritto di costruire un luogo di culto e un centro comunitario su un terreno
privato nella parte sud di Manhattan, in accordo con le leggi e le ordinanze
locali. Questa è l’America, e il nostro impegno per la
libertà religiosa deve essere incrollabile".
Ma il giorno dopo, subissato dalle reazioni, si era sentito
in dovere di fare retromarcia, non sul principio ma sul caso particolare:
"Non stavo
commentando e non commenterò sulla saggezza di
prendere la decisione di costruire lì una moschea, stavo facendo un commento
molto specifico su un diritto che risale alla fondazione del nostro paese. E
penso che sia molto importante, per quanto difficile, che non perdiamo di vista
chi siamo come popolo e quali sono i nostro
valori".
I critici di Obama
hanno avuto buon gioco nel mettere in evidenza questa sua oscillazione di
giudizio. Che è solo l'ultima di una lunga serie e rende incerto anche il
giudizio su di lui.
Obama è un enigma
anche per la Chiesa cattolica. Su di lui sono stati formulati giudizi
entusiastici e condanne inesorabili, di cui www.chiesa ha volta
a volta riferito. Tra gli elogi fece colpo un anno fa,
in Vaticano, quello del cardinale Georges Cottier. Tra gli anatemi quello di monsignor Michel Schooyans
e dell'arcivescovo Roland Minnerath. Per il
primo, Obama è un novello Costantino, capo di un moderno impero provvido per la
Chiesa. Per i secondi è un falso messia, che è doveroso smascherare.
La divaricazione
di giudizio divide anche l'episcopato cattolico americano, la cui leadership è
molto critica di talune scelte di Obama in materia di
vita e famiglia, e la segreteria di Stato vaticana, che invece è più
comprensiva, come lo è anche "L'Osservatore Romano".
Di recente sono
usciti in Italia due libri che studiano il personaggio Obama con una
particolare attenzione alla sua visione generale del mondo, che è poi la
questione che più interessa alla Chiesa.
Il primo ha per
autore un giornalista della Radio Vaticana, Alessandro Gisotti,
profondo conoscitore dell'America.
Il secondo ha per autori Martino Cervo, caporedattore del quotidiano
"Libero", e Mattia Ferraresi, corrispondente da Washington del
quotidiano "il Foglio".
Sia l'uno che l'altro libro mettono in luce con una ricca e accurata
documentazione che, in effetti, la visione di Obama ha molto di
contraddittorio.
Un esempio lampante di contraddizione è quando Obama cita il teologo
protestante Reinhold Niebuhr come suo ispiratore.
Niebuhr (1892-1971), grande ammiratore e interprete di
sant'Agostino, fu uno dei maestri del "realismo" nella politica
internazionale. Sostenne cioè il primato dell'interesse nazionale e
dell'equilibrio tra le potenze, in una umanità
profondamente segnata dal male.
Niebuhr definiva la democrazia: "una
ricerca di soluzioni provvisorie a problemi irresolvibili".
E una sua famosa preghiera diceva: "Dio mi conceda la serenità di
accettare le cose che non posso cambiare". Tutto l'opposto, quindi, della
retorica messianica che pervade i discorsi di Obama, del suo continuo
proclamare l'avvento di una "nuova era", di un "nuovo inizio", di una "età di pace", di un
mondo redento perché "Yes, we can".
Nel suo libro, Gisotti ricorda che il cattolico George Weigel,
celebre biografo di Giovanni Paolo II, ha messo in evidenza
come la visione di Obama sia proprio "l'esempio perfetto di quel tipo di
utopismo contro il quale Niebuhr, con il suo profondo
senso della fragilità della storia e delle autodistruttive capacità degli
esseri umani, si batté per tre decenni".
Piuttosto che a Niebuhr, i discorsi di Obama sembrano sposarsi all'utopia
di un famoso monaco e teologo medievale: Gioacchino da Fiore, profeta di una
"età dello Spirito" dopo quelle concluse del
Padre e del Figlio, una terza e definitiva età di pace, di giustizia, di
umanità senza più divisioni, neppure tra le religioni.
Appare così forte
la parentela ideale tra Obama e Gioacchino da Fiore, che nel 2008 corse sui
media di tutto il mondo la notizia che il futuro
presidente degli Stati Uniti per tre volte si era riferito a lui in discorsi
chiave della sua campagna elettorale.
La notizia trovò
tale credito che il 27 marzo 2009 il francescano Raniero Cantalamessa,
predicatore ufficiale della casa pontificia, la rilanciò in una delle sue
prediche di Quaresima al papa e alla curia romana.
In realtà la
notizia era falsa. Mai Obama ha citato Gioacchino da Fiore in qualche suo
discorso. Nel loro libro, Cervo e Ferraresi ricostruiscono con precisione la
genesi e la storia di questo falso, nel quale è caduto anche il predicatore del
Vaticano.
Per aver
ricordato, nel suo sermone, che Gioacchino da Fiore era un eretico, padre Cantalamessa fu interpellato dall'agenzia on line della conferenza episcopale degli Stati Uniti, "Catholic News Service". Alla
quale dichiarò:
"Qualcuno ha
usato le mie parole per insinuare che considero anche Obama un eretico come
Gioacchino, mentre io ho una profonda stima per il nuovo presidente degli Stati
Uniti".
Ma richiesto di dire come avesse saputo della triplice
citazione fatta da Obama, padre Cantalamessa disse
candidamente:
"Digitando
'Obama Gioacchino da Fiore' su Google, si trovano tutte le notizie su cui mi
sono basato per il mio discorso".
Nonostante le
inesistenti citazioni, dunque, la somiglianza tra la retorica di Obama e la
visione di Gioacchino da Fiore resta. Il teologo e cardinale Henri De Lubac
non avrebbe avuto difficoltà ad aggiungere Obama
all'affollata schiera della "Posterità spirituale di Gioacchino da
Fiore", titolo di un suo saggio di trent'anni fa sull'influsso che
l'utopia di quel monaco ha avuto fino ai giorni nostri, dentro e fuori il cattolicesimo.
Ma di nuovo, la contraddizione riappare quando si
confrontano i discorsi di Obama con le sue decisioni concrete.
Le truppe in
Afghanistan restano, Guantanamo non chiude, sull'aborto incombono i fondi
federali... Giorno dopo giorno, le decisioni operative
del presidente contrastano con gli annunci. Rimandano sempre a un imprecisato
"domani" l'inverarsi dell'utopia messianica che i suoi discorsi
continuano a riproporre.
Anche la
"nuova era" di Gioacchino da Fiore non si avverò nel 1260, l'anno stabilito. Ma il sogno
sopravvisse. E Obama lo ripropone oggi nel suo ruolo
di uomo più potente del mondo.
Scrivono Cervo e
Ferraresi: "Il fatto che le parole di Gioacchino siano state messe in
bocca a Obama è un tocco d'ironia che ha tutta l'aria di un destino. L'afflato millenarista, gioachimita, in fondo
totalitario, cancella l'inesorabile limitatezza umana per affidare la salvezza
dell'uomo all'uomo, o almeno a colui che si mostra
capace di incarnare il desiderio di cambiamento. Poco cambia
che sia un re, un filosofo, un mezzo santo o il presidente degli Stati
Uniti". L’Espresso online 23
USA. La religione nel tempo di Barack Obama
Leggo su
Newsmax.com, notiziario online del Partito Repubblicano, un’intervista in cui
il Pastore Evangelico Franklin Graham sostiene che l’attuale Presidente B.
Obama ha stretti legami con l’Islam e sottolinea che Obama è “nato” islamico.
L’intervistatore John King della CNN chiede:
Ha dei dubbi sulla fede cristiana del Presidente?
F.Graham risponde: Penso che il problema del Presidente è che
egli è nato musulmano. Suo padre era musulmano, il seme dell’Islam è passato
attraverso suo padre come il seme del giudaismo è passato attraverso sua madre.
E’ nato musulmano, suo padre gli ha dato un nome islamico.Ora è ovvio che lui ha rinunciato al Profeta Maometto, che
ha rinunciato all’Islam ed ha accettato Gesù Cristo. Debbo credere a
quello che dice. Ma era nato musulmano, il mondo
islamico lo vede come uno dei suoi figli…
E via di questo
passo, sottolineando la differenza fra quello che il
Presidente dice e le sue origini, sul nascere in una religione ed il diventare
parte di un’altra, fino a sostenere che il Presidente avrebbe fatto meglio ad
entrare in una buona chiesa evangelica, quelle sì che insegnano bene la Bibbia,
anziché nella chiesa del Rev. Wrights di Chicago.
Insomma questa
intervista mi pare una
bella espressione del libero mercato delle chiese, un’attività promozionale per
il primato di una chiesa in campo etico e politico, per prestigio e numero dei
seguaci.
Pensiero che fa nascere una nuova domanda: qual’è la chiesa migliore per salvarsi l’anima lassù, e per
diventare un inattaccabile presidente degli USA quaggiù? Ricordiamo che
all’epoca della campagna elettorale del Presidente Kennedy si sostenne da più
parti che mai e poi mai un cattolico poteva essere presidente degli USA perché l’obbligo
dell’ubbidienza al Papa di Roma poteva interferire con le decisioni politiche.
Ed allora per cercare una risposta in questo bel groviglio
multietnico e multiculturale creato dall’attuale Presidente, da buona europea,
abituata a dare uno sguardo all’indietro prima di guardare in avanti, ricordo
che i padri fondatori dell’Unione di stati nordamericani erano un gruppetto di
Puritani emigrati nel XVII secolo dall’Inghilterra, in cerca di una terra dove
potessero essere liberi di professare il loro credo religioso, perché nella
terra natia si sentivano una minoranza
perseguitata dalla chiesa anglicana, professata dalla corona e quindi dalla
maggioranza della popolazione, nata dal distacco dalla Chiesa di Roma,
ufficialmente a causa di un divorzio negato.
E questi Puritani
sancirono il principio della libertà di religione, pensiero e parola, come
pietre fondanti di una comunità formata da emigrati provenienti da ogni parte
del globo, che doveva crescere nel rispetto di questi principi.
Che cosa sono
dunque le riflessioni/accuse
rivolte dal Rev. F. Graham al Presidente, nato e cresciuto sul suolo americano,
istruito ad Harvard, primo nero a dirigere la rivista interna di quel
prestigioso ateneo?
Non siamo nella
terra di tutte le libertà per tutti? Fino a che punto queste libertà fondanti
sono una realtà vissuta, accettata nel quotidiano? Mi pare che in questo caso
siamo alle manifestazioni del conservatorismo più chiuso, quello che limita ai wasps, bianchi anglo- sassoni protestanti,
le libertà di cui alla costuituzione, insomma la
manifestazione di una democrazia limitatissima, privilegio di pochi, e di una
religione che salva l’anima di quei pochi. Per salvarsi, prima in questo mondo
e poi nell’altro, è opportuno che gli americani entrino nella chiesa indicata
dal Rev. Graham. Meglio ancora, in questo caso la
salvezza è proprio garantita, se nascono figli di membri di quella chiesa,
biondi e con gli occhi chiari.
Con buona pace dei
sacri principi di libertà sanciti nella costituzione, difesi con coraggio da Barack Hussein
Obama, primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America, in una
situazione difficile e spinosa come quella della collocazione di un centro di
cultura islamica a New York.
Signor Presidente,
per lasciare alle giovani generazioni americane una democrazia più perfetta e
più compiuta, la strada da percorrere è assai lunga,
lei ne indica la direzione e ne illumina
il cammino. Coraggio, vada avanti, porti avanti il suo sogno di un’America
migliore. Emanuela Medoro
Missione. Spezzare il pane. Settimana di formazione e spiritualità (Assisi,
26-31 agosto)
"Spezzare
pane per tutti i popoli. Il dono della missione". Questo il
tema della Settimana nazionale di formazione e spiritualità missionaria, in
programma ad Assisi dal 26 al 31 agosto. Ne abbiamo chiesto
"un'anticipazione" a don Gianni Cesena, direttore dell'Ufficio Cei
per la cooperazione missionaria tra le Chiese e della Fondazione Missio.
Spezzare il pane
con tutti: quali orizzonti conferisce questo impegno all'attività missionaria?
"Il tema del
nostro tradizionale appuntamento formativo, quest'anno, prende spunto in
particolare da una frase contenuta nel messaggio del Papa per la prossima
Giornata missionaria: 'Una Chiesa eucaristica non può
che essere una Chiesa missionaria'. Oltre alla preparazione della Giornata,
l'altro appuntamento su cui si focalizzerà l'attività missionaria del prossimo anno
pastorale sarà infatti il Congresso eucaristico, in
programma ad Ancona nel 2011, che ha già una valenza missionaria nel suo tema.
In questa prospettiva, spezzare il pane per tutti i popoli, da una parte ci
richiama all'universalità: il pane è un simbolo molto denso, che richiama il
corpo del Signore, ma anche il Signore crocifisso, il
corpo offerto per la salvezza di tutti gli uomini. Dall'altra
parte, il pane ci esorta a condividere la fame di tutte le persone: la fame di
pane e la fame di Dio, attraverso la capacità di vivere una vita secondo il
Vangelo, in grado cioè di spezzare il pane per gli altri".
C'è poi la
missione concepita come "dono"…
"Quello del
dono è un dinamismo che va sempre tenuto presente, quando si parla di missione,
e che invece spesso viene concepito a senso unico. Il
dono - di cui l'Eucaristia è segno tipico - è quello che l'inviato in missione
porta evangelizzando, ma è anche quello che riceve nel rispondere alla chiamata
del Signore e nel lasciarsi evangelizzare da Lui e dalle persone che incontra.
Tramite la settimana di Assisi, vorremmo lanciare una provocazione: senza nulla
togliere a ciò che si dona andando in terre di missione, vorremmo concepire la missione come un dono fatto anzitutto a noi. Quanto più
spezziamo il pane per gli altri, tanto più ci
'ritorna' in termini di comprensione del Vangelo, della Parola di Dio,
dell'umanità stessa: non solo per quanto riguarda gli aspetti problematici, ma
soprattutto riguardo a qual è il progetto di Dio su ciascuno di noi e su tutti
i popoli. Per quanto riguarda la Chiesa in Italia, l'appuntamento di agosto
sarà anche l'occasione per interpretare un cammino in cui le nostre Chiese
hanno fatto molto in termini di attività missionaria, ma che ora tendono una mano anche alle altre Chiese per annunciare il
Vangelo alle persone venute tra di noi, e che appartengono al variegato mondo
dell'immigrazione".
Nei lavori verrà dato anche ampio spazio alla "geografia della
fame". Quali le politiche di aiuto?
"Solo dagli
osservatori più attenti è stato fatto notare che l'attuale crisi economica e
finanziaria per qualcuno è mancanza dei mezzi di sopravvivenza. Per tutti
costoro, la crisi aggrava la situazione: per questo bisogna accorgersi di cosa
significhi la fame, in concreto. Oggi tutte le politiche di cooperazione sono
in crisi, sotto due aspetti: in primo luogo a causa della tendenza a pensare
prima alle nostre economie, alle nostre famiglie che soffrono per la crisi
economica, per poi eventualmente prendere in considerazione i più poveri. In secondo
luogo, la non trasparenza dell'attività di alcuni organismi crea un clima di
sospetto su come un'opera di solidarietà possa andare a buon fine. Il mondo
missionario ha sempre giocato, e continua a giocare,
sul campo la sua partita, ma c'è bisogno che anche la società civile vigili.
Non bisogna trascurare, infine, il fatto che la risposta missionaria è sempre
una risposta episodica: ci vuole una nuova cultura
della cooperazione, che invece sta regredendo. L'esempio da
seguire, ancora una volta, è quello del Papa, che nella Caritas in veritate sollecita una giusta economia internazionale per
garantire a tutti i giusti diritti".
Sul piano
formativo, nell'anno in cui inizia il decennio dedicato dalla Chiesa italiana
all'"emergenza educativa", ci sono passi da compiere in ambito
missionario?
"Per le modalità e i mezzi in cui oggi si trasmette la fede, in una
società globalizzata, non si può pensare ad un'idea di educazione molto
ristretta, legata cioè alle sole virtù personali. Il cristiano e il cittadino
che vengono educati nel terzo millennio sono cittadini
del mondo. Oggi tanta gente viaggia e conosce la solidarietà dei missionari:
attraverso la loro testimonianza, altre persone possono conoscere meglio e
condividere i destini del mondo. Quando si racconta
delle terre di missione, più che le bidonville, si dovrebbero far vedere le
università piene di giovani che studiano, in modo da condividere la loro
volontà di speranza. È in questo contesto, a mio
avviso, che va inquadrata un'azione educativa mirata non a guardare il proprio
particolare, ma ad assumere invece quegli stili di vita necessari per poter
convivere in questa società. Gli analisti ci dicono che il nostro è un Paese in
cui, finora, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre
possibilità: è questo il momento di adottare stili di vita coerenti con le
nostre possibilità, ma anche con la solidarietà verso chi è nel
bisogno". M.MICHELA NICOLAIS
Il linguaggio post-televisivo del Papa
Papa Benedetto XVI
non sa comunicare? Avrebbe davvero bisogno di uno spin
doctor che gli suggerisse cosa dire, come e quando dirlo? Qualcuno che si intrufolasse
nella sua presunta solitudine per consigliarlo, indirizzarlo, guadagnargli
audience ed evitare polemiche quando parla da cristiano ai musulmani, agli
ebrei, alle multinazionali del farmaco, agli abortisti messicani, ai massoni
belgi, agli avvocatoni americani? Nelle prossime
settimane, sarà un argomento di cui sentiremo parlare giàcché
«penne cattoliche», quelle con l’infallibilità incorporata, stanno
scendendo in campo per spiegare perché il Papa sia sotto attacco. E nonostante
le ottime intenzioni, dalle anticipazioni apparse sui giornali
pare che un po’ di colpa ce l’abbia anche il Santo Padre: è mal consigliato,
comunica male, manca di una squadra che pianifichi la sua strategia
comunicativa.
Aspettando il
ritorno dei bei tempi, che inizieranno certamente non
appena in Vaticano assolderanno chi saprà far parlare il Papa a comando, magari
scelto (per par condicio) non più in un movimento fondato in Spagna ma in uno
nato in Italia, non più tra gli ex presidenti della stampa estera ma tra gli ex
vicedirettori del Tg Uno, ricordiamoci che sull’icona mediatica di Benedetto XVI,
prima dei giornalisti, hanno scritto studiosi italiani e stranieri, anche non
cattolici, quindi non infallibili ma solo seri. Perché, per l’ovvio gioco di
specchi che l’interazione comunicativa impone, l’icona del Papa condiziona
quella della Chiesa. Con buona pace degli spiritosi che il 19 aprile 2005 lo
avevano (simpaticamente, in verità) soprattutto percepito come il Pastore
tedesco, ad agosto di quell’anno Joseph Ratzinger ha iniziato a farsi
riconoscere come il potenziale maestro di chiunque avesse voglia di pensare,
anche tra coloro che si occupano di comunicazione. Ad
un evento ideato con gli stilemi del ciclone Wojtyla, la giornata mondiale
della gioventù di Colonia, quando il secondo giorno le telecamere hanno ripreso
la sua visita alla sinagoga della città tedesca, è stato come se i riflettori
si fossero spenti sul suo predecessore e accesi definitivamente su Benedetto
XVI.
Non è un fatto
insignificante se, dopo l’eruzione comunicativa e carismatica di Giovanni Paolo
II, dopo l’epoca in cui i messaggi sono stati straordinariamente coperti da
immagini e gesti, nella basilica vaticana la parola è tornata regina. Almeno
per coloro che fanno comunicazione premettendo la loro
appartenenza «cattolica», questo avrebbe dovuto essere il primo segnale di discontinuità
tra l’attuale e il precedente pontefice. Uscito dal cono d’ombra nel quale ha
vissuto durante i 24 anni di collaborazione con
Wojtyla, Benedetto XVI ha iniziato subito a manifestare un efficacissimo
«minimalismo comunicativo» che appare la cifra immediata che lega i fedeli al
Papa durante le sue catechesi e le sue omelie. Non è un ritorno al passato,
piuttosto una proiezione verso l’epoca della post-
televisione. I massmediologi indicano proprio nella parola la
forma comunicativa più pertinente alla convergenza tecnologica dei media.
Perché è capace, allo stesso tempo, di mettere in discussione la tradizionale
comunicazione unidirezionale accentuando così le possibilità di dialogo.
Un’attitudine quest’ultima che, anche per come è stata
gestita la comunicazione negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo
II, trova disabituati persino i fedeli della Chiesa.
Dopo l’agosto del
2005, dopo Colonia, è stato sempre più difficile, fino a diventare impossibile,
un esercizio che prima di Benedetto XVI era diventato regola: aggiungere
l'icona del Pontefice come plusvalore, quasi fosse una «guest
star», ad avvenimenti presentati e gestiti con le stesse categorie
dell'intrattenimento, diritti Siae compresi. Sin dalla sua prima omelia durante
i giorni del lutto di Giovanni Paolo II, Ratzinger ha soprattutto lanciato una
sfida per quella parte della Chiesa che ancora si illude,
sbagliando analisi sull’effettiva stratificazione sociale, e ragionando ancora
con i modelli della paleocomunicazione, di poter puntare
al target più basso dell’opinione pubblica riempiendo gli spazi comunicativi di
mezze notizie, notizie mal dette, presunte opinioni, smentite, frasi fatte e
rifatte. Non è raro trovare nei libri del Ratzinger teologo una premessa che
ricorda che la possibilità che l’uomo ha di parlare con Dio è data dal fatto
che Dio stesso è discorso, ascolto, risposta. Che tutto questo possa avvenire
anche quando il suo Vicario ricorre ai massmedia, è
una sfida conforme alla caratura intellettuale di un Papa che sa insegnare. Che
tutti, anche i cattolici vogliano aiutarlo in questa sfida, questo è un altro
problema. L’U 25
Beati voi, ospiti e stranieri. La 30° Tendopoli a San Gabriele
dell’Addolorata
Sono le
beatitudini a fare da filo conduttore alla trentesima edizione della
“Tendopoli”, l’appuntamento che da tre decenni raduna al Santuario di San
Gabriele dell’Addolorata a Isola del Gran Sasso (Te)
giovani provenienti da tutta Italia. Un’edizione speciale, quella di quest’anno
– apertasi il 24 agosto, alla presenza di circa mille partecipanti - perché
sarà l’occasione per ricordare il cammino fatto dai giovani della “Tendopoli”
in questi trent’anni. “Per celebrare questa ricorrenza – ha raccontato al Sir,
padre Francesco Cordeschi, fondatore e anima della
manifestazione che si concluderà sabato 28 agosto –
abbiamo pensato che riflettere sul Discorso della montagna sarebbe stato il
miglior compendio dell’excursus sui comandamenti, intrapreso negli ultimi dieci
anni, e più in generale sull’itinerario che Dio ci ha fatto percorrere”.
La Fiaccola della
speranza. La tendopoli si è aperta ufficialmente nel tardo pomeriggio di
martedì con l’intervento del Vescovo della diocesi di Teramo-Atri, mons. Michele Seccia,
insieme al padre provinciale dei Passionisti, Piergiorgio Bartoli.
I giovani hanno poi accolto la Fiaccola della Speranza, benedetta per la prima
volta da Papa Giovanni Paolo II nel 1994 e lo scorso anno da Papa Benedetto XV,
che è arrivata da Spoleto al termine di una staffetta.
Nei prossimi giorni i giovani ascolteranno e rifletteranno sulle testimonianze
dei relatori tra cui Alessandro Meluzzi, Armando
Santarelli, Roberto Cecconi, Paolo Brosio e Ciro
Benedettini. Le varie testimonianze potranno essere seguite quotidianamente on line sul sito internet della Tendopoli (www.tendopoli.it ). “Il tema Beati voi ospiti e stranieri – ha spiegato
padre Cordeschi – vuole essere un invito a scendere
con sincerità nel profondo del proprio cuore, fino a scoprire di essere ospite
e straniero perché qualunque terra abiterai non sarà
lì la tua terra, perché nessuna terra sarà di tuo possesso. Sarai
sempre residente e pellegrino insieme”.
La via scritta dai
giovani. “Per l’occasione – continua Padre Cordeschi
- è stato realizzato un libro, contente stampe e testi, attraverso cui i
giovani che in questi anni hanno vissuto le diverse Tendopoli hanno raccontato
la loro esperienza dando vita ad una speciale via
Crucis. Si tratta di una sintesi dell’esperienza passionista attraverso le
gioie e le sofferenze dei giovani. Un album che consegneremo
a tutti i partecipanti”. Nella notte tra venerdì e sabato una delegazioni dei “tendopolisti”
si staccherà dal gruppo per partecipare al grande raduno dei giovani che si
svolgerà quella stessa notte a L’Aquila, in occasione della Perdonanza
Giovani, a cui saranno presenti anche i giovani del Sermig,
l’Arsenale della Pace di Torino.
Giovani di oggi e
di ieri. Sabato 28 agosto vi sarà, invece, la chiusura della Tendopoli a cui parteciperanno anche molti di coloro che hanno preso
parte a queste trenta edizioni. A tutti loro, padre Francesco e i suoi
collaboratori, hanno rivolto l’invito a condividere questa giornata di festa.
Alle 11 è prevista la messa presieduta dal cardinal
Walter Kasper, già presidente del Pontificio
Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Nel pomeriggio vi sarà il
mandato finale con la consegna del pane e dell’acqua simboli del pellegrino.
“In questi trent’anni – conclude padre Cordeschi – è diventato sempre più difficile riuscire a
raggiungere i giovani perché sono sparpagliati in vie diversissime, anche
all’interno della stessa Chiesa. A non essere cambiato è, però, quel desiderio di fondo dei giovani, la voglia di ricercare Dio.
Essenzialità e preghiera, restano, così, i punti cardine della Tendopoli per
accompagnarli in questo cammino. E’ per questo che guardando
a quanto fatto ho la certezza di vedere una Chiesa giovane, viva e
fresca. Ma soprattutto, la consapevolezza che l’esperienza
delle Tendopoli non la facciamo noi, ma Dio”. sir
Evasione fiscale e legge "ad aziendam":
don Gallo è il primo autore che se ne va
"Non
pubblicherò più libri con Mondadori, dopo questa storia del romanzaccio di
Segrate io zitto non ci sto". Don Andrea Gallo è un
autore Mondadori e mette la parola fine al suo rapporto con la casa editrice
dopo l'inchiesta del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicata
tre giorni fa e la "tempesta del dubbio" di un autore Mondadori, il
teologo Vito Mancuso, che in una lettera aperta al quotidiano ha sollevato la
questione se sia eticamente corretto continuare a pubblicare il proprio lavoro
con un'azienda che ha pagato 8,6 milioni di euro al fisco, in vent'anni,
anziché 350 milioni. E poi tutto sia stato sanato da una legge "ad aziendam".
Tra tutti gli
autori Mondadori in ambasce, don Andrea però è il primo che consuma lo strappo.
"Ciò che è grave sono le leggi ad personam del
governo, allora dovrei dimettermi dall'Italia - riflette sulla polemica la
psicoterapeuta e scrittrice, Gianna Schelotto -
Mondadori è un'azienda con cui lavoro benissimo, ha altissime professionalità e
non ha mai toccato una virgola nei miei libri". "Da Mondadori me ne
sono andato un anno fa - spiega Dario Vergassola, comico e autore spezzino -
non mi trovavo bene; nessuna pressione, ma nei miei confronti c'era
indifferenza".
Don Gallo invece
sabato ha pagato 92 euro, la bolletta di un pensionato genovese cui avevano
tagliato la luce perché non riusciva a saldarla, e non può stare zitto, dice,
davanti a un'evasione di 350 milioni. "Sono un autore piccolissimo,
minuscolo, ho compagni enormi, da Zagrebelski a
Scalfari, da Saviano a Citati, ma qualcuno deve pur
dire no a un certo punto, e questa vicenda: è un romanzaccio che spinge un
mini-autore come me a non poter proseguire ancora con Mondadori", dice don
Gallo.
Il prete di strada
ci tiene a precisare, però: "L'azienda di Segrate è un monumento
dell'editoria italiana e, lì dentro, ho incontrato professionalità eccellenti. Però non posso fare finta di
niente davanti a una legge "ad aziendam"
che ha messo a posto un'evasione fiscale enorme. Vero che ci
sono state due sentenze favorevoli, ma al terzo grado non ci si è arrivati: è
invece arrivata l'ennesima legge ad personam".
Per Mondadori don
Gallo ha pubblicato due titoli, "Angelicamente anarchico" nel 2004 e,
a febbraio 2010, "Così in terra come in cielo": "È successa una
cosa che mi ha incuriosito, in occasione delle
presentazioni pubbliche dell'ultimo libro - svela don Andrea - la Mondadori,
sia a Milano, sia a Genova, dove esistono librerie dell'azienda, mi ha
organizzato gli incontri da Feltrinelli". Ricorda la telefonata furiosa
del suo amico Beppe Grillo, appena pubblicò "Angelicamente anarchico"
per Mondadori: "Prete maledetto non dovevi farlo" - ride il fondatore
della Comunità di San Benedetto - ma mi avevano cercato loro, io non mi ero
posto il problema, avevo incontrato persone molto competenti, e poi mi interessava soltanto che tutto ciò che il libro
guadagnava, così come tutti quelli che ho scritto, andasse sul conto della
Comunità e finanziasse il suo lavoro. Quando è uscito "Così in terra come
in cielo" Grillo mi ha nuovamente telefonato ("Finalmente pubblichi
con Feltrinelli" mi ha detto). Io gli ho risposto di no, ma anche lui era
caduto nel giochetto, perché il volume veniva
presentato al pubblico nella libreria di via Ceccardi".
Don Gallo guarda
indietro e punta il dito: "Abbiamo tutti preso un grosso granchio: abbiamo
sottovalutato chi sapeva e aveva capito tutto, per tempo, Indro
Montanelli". "Perché
davanti all'inchiesta di Giannini le istituzioni, le forze politiche non
parlano? C'è un silenzio assordante in questa crisi di sistema".
Gianna Schelotto si allinea con la maggior parte di grandi autori
che non vogliono rompere un rapporto di altissimo profilo con le eccellenze che
lavorano in Mondadori: "Ho cominciato con la casa editrice negli anni
Settanta e Berlusconi non c'era ancora - dice la psicoterapeuta genovese -
Spero di continuare finché Berlusconi, come proprietario, non ci sarà
più". LR 24
Settimana liturgica. Le tre parole. Memoria, libertà e speranza nella
riflessione del card. Scola
L’eucaristia, “in
forza della sua propria e specifica integralità, deve
essere per la vita quotidiana” illuminandone gli aspetti più significativi: gli
affetti, il lavoro, la socialità e l’esperienza del dolore. Ad
affermarlo è il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, che la sera del
22 agosto ha aperto a Fabriano la 61ma Settimana liturgica nazionale
“Eucaristia e condivisione. 'Dacci oggi il nostro pane quotidiano' (Matteo
6, 11)”, che si concluderà il 27 agosto per iniziativa
del Centro azione liturgica. La celebrazione inaugurale è stata presieduta dal
vescovo di Fabriano-Matelica, mons. Giancarlo Vecerrica, alla quale è seguito il saluto del presidente
del Cal e vescovo di Cerignola-Ascoli
Satriano, mons. Felice Di Molfetta.
Memoria, libertà e
speranza. Secondo il card. Scola “le distorsioni riscontrabili lungo i secoli,
nella teologia e nella prassi eucaristica, potrebbero essere descritte a partire dall'esame delle verità a essa relative che sono
state trascurate”. Dimenticarne la dimensione liturgico-sacramentale “condurrebbe inevitabilmente a
disincarnare il rapporto con Cristo. Non parlare della presenza reale
equivarrebbe a confinare la specificità dell'evento cristiano nelle strette
maglie di una generica religiosità. Dimenticare la dimensione sacrificale
sradicherebbe l'eucaristia dalla singolare missione redentrice di Gesù. O, infine, trascurare che la res
sacramenti è la Chiesa e la sua unità, sfocerebbe nella riduzione
individualistica del cristianesimo”.
Centrale la
relazione eucaristia – vita quotidiana. Quest’ultima, spiega il card. Scola,
“si gioca, innanzitutto, nell'esperienza che ogni uomo fa” del tempo,
rilevabile “anzitutto nel presente” del quale non è
tuttavia possibile parlare “fuori dalle dimensioni del passato e del futuro”. E proprio “da questa insuperabile connessione tra presente, passato
e futuro si evince che come il presente è l'ambito specifico della libertà, il
passato lo è della memoria e il futuro della speranza. Memoria, libertà e speranza esprimono un io in cammino”.
L’ambito degli
affetti. “Se consideriamo la rilevanza antropologica
dell'eucaristia nelle dimensioni essenziali dell'esperienza umana – prosegue il
patriarca - dobbiamo prendere in considerazione l'ambito degli affetti”, ossia
“i cardini costitutivi dell'amore nell'umana esperienza. Innanzitutto la dimensione del corpo, e, quindi, della differenza
sessuale”. “A nessuno di noi – sottolinea il
patriarca - sfugge il livello di confusione in cui queste dimensioni
fondamentali dell'avventura umana vengono oggi vissute e, ciò che è più grave,
proposte dalla cultura dominante. La pretesa di poter
prescindere dalla differenza sessuale e, contemporaneamente, un'esaltazione
astratta del corpo, la separazione di amore e fecondità — o perché si cerca un
preteso sterile dono di sé o perché si vuol essere fecondi senza consegna di sé
—, l'orizzonte assai inquietante della clonazione umana che abolirebbe l'esperienza
originaria della paternità-figliolanza... e l'elenco potrebbe continuare”.
Di fronte a questi elementi il porporato richiama l’affermazione di Benedetto XVIal n 27 di Sacramentum
caritatis: “L'eucaristia, sacramento della carità,
mostra un particolare rapporto con l'amore tra l'uomo e la donna, uniti in
matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità
propria del nostro tempo”.
Il lavoro. “Una
seconda dimensione che caratterizza l'esperienza elementare di ogni uomo,
vissuta nella vita quotidiana, è il lavoro”, ambito che “esprime la capacità di
interagire con la realtà, in tutte le sue dimensioni, ivi comprese quelle
economica e socio-politica”, fa notare ancora il card. Scola. Anche il lavoro,
secondo il patriarca, viene illuminato dall’azione
eucaristica. In questa azione, spiega, “l'uomo impara
quotidianamente anche in cosa consista la verità del suo agire, perciò anche
del suo lavoro. Il suo agire non è mai come l'agire del Creatore, ma è sempre
un co-agire” e “in quanto
tale non si può attuare in modo autonomo rispetto a ciò che lo precede: la
realtà in tutta la sua alterità. L'eucaristia è quella azione
paradigmatica che precede e provoca l'azione dell'uomo”.
Comunione,
sacrificio e redenzione. Ma l’eucaristia è anche scuola di
comunione: essa, evidenzia il porporato, “fa di noi una cosa sola, senza che
nessuno debba rinunciare alla propria identità. Nulla è più lontano
dalla comunione cristiana dell’annullamento dell’io
nel collettivo”. Pertanto “non si può impunemente celebrare l’eucaristia senza
farsi carico, ognuno secondo la propria vocazione, della condivisione del
bisogno a tutti i livelli”. Infine “la condizione di sacrificio che costituisce
una costante dell'esperienza elementare degli uomini”. In tale orizzonte,
rammenta il patriarca, “la morte di Cristo quale passaggio verso la
risurrezione assume in sé ogni possibile sacrificio, e fa sì che la croce nella
vita dell'uomo sia, per quanto dolorosa, soltanto una condizione”, ossia un
momento di passaggio. “Nella potenza salvifica del Redentore – è la conclusione
del card. Scola - persino il peccato, se riconosciuto, perde la sua sembianza
di morte”. sir
I turisti vanno e
vengono con gli occhi sospesi alle stupende, gotiche nervature delle navate.
Girano, si guardano attorno, scambiano, amano fotografare... Ogni
tanto, però, scende dal pulpito l’invito a sostare qualche istante, immobili,
là dove stanno: è il momento della preghiera. Un prete o un pastore protestante
accompagnano dall’alto la voce dei presenti con un salmo e un Padre nostro
insieme. Ciò richiama il senso di un luogo, dove la comunità cristiana si
riunisce a pregare. Vi verrà, allora, da pensare alle nostre città d’arte, dove
a volte confusione, foto e scompiglio di turisti rendono un luogo di culto
irriconoscibile agli occhi dei nostri antenati e della loro fede.
Al pomeriggio, nell’animato quartiere di Soho potete
rifugiarvi qualche istante nell’antica chiesa di St. Patrick. Entrando, nella
penombra vi accoglie una serie infinita di banchi ben allineati, quasi composti
in preghiera. Sull’altare in fondo, infatti, un illuminatissimo
ostensorio d’oro e un bouquet di fiori vi guardano. Non c’è anima vivente. Solo
assorta in un angolo una statua in gesso di Santa
Teresa di Lisieux e altre vecchie statue di santi. Sembra, tuttavia, di essere
in un’oasi di pace straordinaria in un quartiere pieno di vita e di via-vai. E
pare che Dio stesso vi aspetti qui da sempre.
In una chiesa
vicina, frequentata da portoghesi, una Madonna di Fatima esulta segretamente
della miriade di ceri lasciati accesi da chi passa. Accanto, una grande
scritta: Lord, a light for you to enlighten me in my
difficulties and decisions. Per illuminarmi
nelle mie difficoltà e decisioni. Qui in terra inglese si vuole sempre che il
messaggio sia chiaro e trasmetta qualcosa. Anche alla televisione. Perfino
scritto per terra, quando si attraversano le strade: guardare a destra o guardare a sinistra. La parola come sempre illumina un
gesto, altrimenti questo si fa automatico e banale. E così, accendere un cero
qui si illumina di senso.
Passate accanto ad
un altra vecchia chiesa in pietra grigia e sentite
cantare. Se entrate, un folto pubblico nero vi accoglie sorridente... e non vi
pare vero di essere attesi! Così, sorpresi, posate le borse della spesa e dopo
qualche istante di estasi ve ne potete andare. Anche
un estraneo qui trova il suo posto. O un momento originale di stare insieme:
sorpresa sempre gradevole per ambo le parti.
È questa una
società abituata ad ammettere l’altro e la sua espressione, oppure un altro
credo religioso, senza battere ciglio. Sacro e profano, poi, si mescolano nella
tolleranza più completa. In un’altra chiesa, così, appena entrati
vi pare di scorgere sull’ultimo banco un barbone completamente disteso con
accanto la sua birra. Ed allora può succedervi di
vederlo perfino durante la messa - come due settimane fa, alzando il calice
alla consacrazione - anche lui sollevare in alto la sua lattina,
automaticamente... Anche in questo caso, come sempre, il Signore è misericordia
e perdono!
Rientrando a casa,
sul marciapiedi potrete incrociare attorno a un leggio
improvvisato un gruppo pentecostale dei Caraibi per un breve gospel, dal ritmo
e suoni inconfondibili... Sì, esibirsi in pubblico con belle tuniche colorate
fa parte del loro essere. E comprendi, in fondo, che questo è lo spirito di una città, che tutto
ammette e rende possibile.
Mille volti di
Dio, mille modi per incontrarlo, mille volti di uomini che lo cercano nella
preghiera. Ma forse la preghiera più bella e più seria
è quella con gli italiani emigrati della nostra parrocchia. È al momento del
credo, del loro impegno di fede. Chiedo loro con calma, lentamente: “Rinunci a
fare il male, a vivere di violenza, di ambizione, di invidia
o di gelosia...? Rinunci allo spirito del male, di divisione, di esclusione e
di chiusura all’altro, al differente?” E loro, ogni volta compatti, a
rispondermi: “Siiiì, rinuncio!” Rinunciarvi, quando
la società di oggi al contrario vi invita
continuamente a farlo... so di chiedere loro un miracolo quotidiano. Ma ciò mi dice anche quanto ogni migrante, in fondo,
desidera un mondo più umano e fraterno. Una vita degna, da vivere insieme. Ed allora mi chiedo: “Quanti mai sanno leggere il cuore di
un migrante?” Renato Zilio missionario a Londra
Chiesa e creato. Il dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1° settembre
Il 1° settembre la
Chiesa in Italia celebra la 5ª Giornata per la salvaguardia
del creato. “Custodire il creato, per coltivare la pace” è il tema del messaggio
dei vescovi italiani per la Giornata. “Mi sembra molto bello interpretare il ‘salvaguardare’ con il ‘custodire’, che richiama il
coltivare e il custodire della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non
solo la preoccupazione a non rovinare qualcosa”, scrive mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi
sociali e il lavoro, commentando il messaggio della Cei per la Giornata (testo
integrale su www.chiesacattolica.it ).
Un dono per tutti.
“Il creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini”, spiega mons. Casile, perciò “a motivare il nostro impegno per il creato
è la passione verso l’uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale,
ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti
nella fede e nell’amore di Dio”. La responsabilità per il creato della Chiesa
consiste nel difendere “la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione
appartenenti a tutti” e nel “proteggere soprattutto l’uomo contro la
distruzione di se stesso”. “Se si avvilisce la persona – sottolinea
il direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro -, si
sconvolge l’ambiente e si danneggia la società, è necessario quindi educarci ad
una responsabilità ecologica che ‘affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità
della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della
persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa
all’amore per il prossimo e al rispetto della natura’”, come si legge
nell’enciclica “Caritas in veritate”.
Con riconoscenza.
Il credente, sostiene mons. Casile, “guarda alla
natura con riconoscenza e gratitudine verso Dio, per questo non la considera un
tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza”. Dunque,
“l’approccio cristiano mette Dio creatore al primo posto, l’uomo come prima
creatura e il creato come dono di Dio all’uomo, perché nel creato l’uomo, ogni
uomo, tutto l’uomo si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le
sue componenti: uomini, animali, piante, la visione
cristiana è il camminare insieme dell’uomo e dell’ambiente verso Dio”. Nel
messaggio “Custodire il creato, per coltivare la pace”, i vescovi, ricorda il
sacerdote, “ci invitano ad ‘accogliere e approfondire,
inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la
convivenza umana e la custodia della terra’. È un impegno prezioso per noi, per la nostra terra e per le future
generazioni”.
L’impegno della
Chiesa italiana. Per manifestare la propria attenzione nei confronti del creato
e per promuovere sempre maggiore attenzione sui temi ecologici, la Chiesa
italiana celebra ogni anno, il 1° settembre, la Giornata per la custodia del
creato che ha anche risvolti ecumenici, e la seconda
Domenica di Novembre la Giornata del ringraziamento per i doni della terra.
“L’azione dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro – evidenzia
il direttore - è prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione che il
Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa possiedono una forte connotazione
educativa, che favorisce la crescita di una cultura attenta all’ambiente,
rispettosa della persona, della famiglia, dello sviluppo e di una civiltà
dell’amore cristiano capace di custodire con tenerezza il creato”. L’obiettivo
generale è “quello di promuovere un effettivo cambiamento di mentalità che ci
induca ad adottare nuovi stili di vita, ‘nei quali la
ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per
una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi,
dei risparmi e degli investimenti’”, come scriveva Giovanni Paolo II nella “Centesimus annus”. Obiettivi
particolari si concretizzano “nel riflettere, aiutati
da esperti teologi, sul rapporto vitale tra l’uomo, l’ambiente e Dio,
nell’ottica della responsabilità di ciascuno; nella promozione di nuovi stili
di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, per
contenere le emissioni di gas serra, ma anche per la vivibilità delle nostre
città; nella diffusione di studi sul miglioramento dell’efficienza energetica
degli edifici, anche per gli spazi delle nostre comunità; sulla possibilità di
far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell’energia
eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l’illuminazione; sul
sostenere e praticare nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei
rifiuti, il riuso dell’usato”.
Attenzione al
creato. Benedetto XVI nella “Caritas in veritate” invita ad “avvertire come dovere gravissimo
quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che
anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla”.
L’espressione “dovere gravissimo”, chiarisce mons. Casile,
“esprime una qualifica etico-teologica molto forte,
che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l’obbligo dell’educazione che i
genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le nazioni
ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione
della pace in tutti gli uomini”. Perciò, “è necessario – conclude
mons. Casile - educarci e educare a una grande
attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità
tra noi, il creato e Dio”. sir
La "frontiera" algerina. Oasis:
mons. Teissier sul dialogo islamo-cristiano
L'impegno
educativo dei cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana per favorire lo
sviluppo di relazioni pacifiche e costruttive tra le due comunità di fede e
combattere le tendenze fondamentaliste che puntano alla separazione. Ne parla
mons. Henri Teissier, vescovo di Orano che sulla
rivista "Oasis" n. 11 di giugno
(www.oasiscenter.eu) racconta l'esperienza algerina.
Una premessa. "Se volgiamo l'attenzione al futuro delle relazioni islamo-cristiane - scrive il vescovo Henri Teissier -, è evidente che l'assunzione di un impegno nel
campo dell'educazione è di primaria importanza. La corrente
fondamentalista, che tende a separare le comunità le une dalle altre, è attualmente dominante in molti Paesi musulmani. Essa
esercita in particolare la sua influenza sui giovani, i quali vi aderiscono
spesso senza spirito critico, con la radicalità proprio dell'adolescenza o
della giovinezza. Da ciò deriva l'importanza del compito educativo nei loro confronti
per un futuro di pace tra le tradizioni religiose. Ma nel momento stesso in cui
affermiamo la centralità dell'impegno educativo
dobbiamo anche riconoscere che la responsabilità dell'educazione in ogni
società spetta essenzialmente, se non esclusivamente, ai membri della comunità
alla quale bambini e giovani appartengono, vale a dire ai loro genitori, prima
di tutto, ma anche alla comunità nazionale e alle autorità religiose. Fintanto che i giovani sono minorenni, è sui loro tutori che ricade
la responsabilità dell'educazione".
Sulla base di un dialogo rispettoso. Nella maggior parte dei Paesi
musulmani accade frequentemente che i genitori affidino i figli a scuole
dirette da educatori cristiani. "Simili iniziative - osserva il vescovo -
possono aver luogo soltanto sulla base di un dialogo
rispettoso con la società alla quale questi bambini e questi giovani
appartengono naturalmente. È ciò che si verifica di
fatto in molti Paesi musulmani nei quali, con il consenso dei genitori e con
l'autorizzazione dei Ministeri dell'educazione nazionale, alcune congregazioni
religiose cattoliche gestiscono istituti scolastici nei quali i giovani di
confessione musulmana, affidati alle scuole cristiane dai loro genitori sono
numerosi e a volte maggioritari".
La situazione nel Maghreb e in Algeria. Mons. Teissier fa notare come "la situazione descritta è
presente in tutti i Paesi musulmani che accettano l'esistenza, accanto alle
strutture formative statali, di scuole non statali e dunque delle scuole
cattoliche. È questa la condizione prevalente per le
istituzioni educative cattoliche nel Medio Oriente o in molti Paesi dell'Asia e
dell'Africa". "Nel Maghreb invece là
dove queste scuole hanno potuto sopravvivere, come in
Marocco o in Tunisia, la gestione degli istituti scolastici cattolici è
affidata a dirigenti cristiani stranieri che operano in strutture nelle quali
la maggior parte degli allievi e degli insegnanti sono musulmani". In
Algeria, la situazione è diversa: fino al 1976, la Chiesa cattolica gestiva 40 mila tra bambini e giovani, dalla scuola materna fino
alla secondaria. Con la nazionalizzazione, le scuole cattoliche hanno chiuso ma
la loro chiusura "non ha significato la fine del dialogo educativo che ci
impegnava all'interno della società algerina". "Nonostante la
nazionalizzazione delle loro scuole, in Algeria l'azione educativa dei
cristiani restava praticabile in altri tipi di strutture" che sussistono
ancora oggi: sono centri di formazione femminile, riviste anch'esse dedicate
alla formazione delle donne, prodotte in redazioni nelle quali lavorano fianco a fianco cristiani e musulmani. Un esempio concreto
di questa stretta collaborazione descritto nell'articolo, è la rivista "Hayat", pubblicata sia in arabo ce in francese e
diffusa in Algeria da poco meno di un quarto di secolo tra le donne e le
ragazze musulmane, grazie allo sforzo congiunto della Croce Rossa e della Caritas algerine.
Il comune
riferirsi a Dio. In simili contesti - prosegue il
vescovo di Orano - "in generale le differenze dogmatiche impediscono che
questo dialogo si svolga in base a riferimenti dichiaratamente confessionali. I
valori educativi passano piuttosto al livello dei valori umani comuni: onestà,
verità, giustizia, sincerità, rispetto dell'altro, altruismo, attenzione al
bene comune, pace, perdono e riconciliazione, sacralità della vita umana e più
recentemente, dell'integrità del creato. Il comune riferirsi
a Dio permette anche di riportare questi valori alla loro fonte, che è un
progetto di Dio sull'uomo, ma senza connotazioni confessionali precise".
sir
Papst Benedikt: „Pseudo-Wahrheiten geben dem Menschen keine Ruhe“
Jeder Mensch braucht in seinem Leben
andere Menschen, die ihm nahe sind, Freunde etwa und Familie. Jeder Mensch
braucht aber in seinem Leben auch Begleiter auf dem Glaubensweg. Das betonte
Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz in Castel Gandolfo. Solche Gefährten könnten beispielsweise
geistliche Begleiter, kluge Beichtväter oder Heilige sein. Alle Katholiken
sollten Glaubensvorbilder haben, denen sie sich besonders nahe fühlen, empfahl
Benedikt.
„Mir persönlich ist durch meine Studien
der heilige Augustinus ein ganz persönlicher Freund und Lebensgefährte
geworden. Sein Leben war erfüllt von der Suche nach Wahrheit. Die war nicht leicht
zugänglich, er hat viele Umwege machen müssen, aber er ließ sich nie davon
abbringen, zu suchen, was wirklich wahr ist. Gibt es Gott? Wer ist er? Wo ist
er? Diese Suche hat dem heiligen Augustinus schließlich Sinn und Halt gegeben
und ihn zum lebendigen Gott geführt.“
Augustinus' Erfahrungen als Mensch und
Christ seien auch heute noch relevant, in einer Zeit, in der scheinbar der
Relativismus die Wahrheit geworden sei, so Benedikt weiter. Augustinus habe
sich nie mit „Pseudo-Wahrheiten“ zufrieden gegeben. Die Unruhe der Suche habe
sein Leben bestimmt, alles andere habe ihm keine Ruhe gegeben. Zuletzt sei ihm
klar geworden, dass nicht er die Wahrheit findet, sondern dass umgekehrt die
Wahrheit, die er suchte, ihn gefunden hat. „Wir sollten sicher sein, dass
unsere Nähe zu solchen Heiligen uns als Menschen und als Christen wachsen
lässt“, so Papst Benedikt.
Papst fordert internationales
Eingreifen in Somalia - Papst Benedikt XVI. hat während der Generalaudienz die
Staatengemeinschaft zum Eingreifen in Somalia aufgefordert. Dort hatten am
Dienstag Terroristen ein Hotel attackiert.
„Meine Gedanken sind in Mogadischu, von
wo immer neue Nachrichten von grausamer Gewalt kommen und das gestern
Schauplatz eines neuen Blutbades war. Ich bin den Familien der Opfer nahe und
allen, die in Somalia unter Hass und Instabilität leiden. Ich hoffe, dass die
internationale Staatengemeinschaft keinen Einsatz scheut, den Respekt für das
Leben und für die Menschenrechte wieder aufzubauen.“
Bei dem Angriff hatten Terroristen der
radikalislamischen Shabaab-Miliz in dem Hotel in
Mogadischu 31 Menschen getötet, darunter sechs Parlamentsangehörige und
zahlreiche andere Staatsangestellte. Anschließend hatten die Angreifer sich
selbst in die Luft gesprengt. (rv 25)
Gottesgericht? Von Bischof Heinz Josef Algermissen
Die Katastrophe im Rahmen der so
genannten „Love-Parade“ vor fünf Wochen in Duisburg, bei der ein fragwürdiges
Massenspektakel zum Inferno mit 21 Toten und Hunderten von Verletzten umkippte,
provozierte bei einigen Kommentatoren die Erinnerung an die biblischen Städte
Sodom und Gomorrha. Da, wo sich heute das Tote Meer ausbreitet, sind sie wegen
ihrer Unzucht durch ein Strafgericht Gottes untergegangen.
Wer Genesis 18 und 19 aufschlägt, liest
über die beiden Städte mehrere Geschichten. Etwa die vom Urvater Abraham, der
feilscht wie auf dem Basar, dass Gott die Menschen verschonen möge, und die
Bedingungen dafür immer weiter herunterhandelt. Und Gott geht ein ums andere
Mal darauf ein. Abrahams Neffe Lot wohnt in Sodom. Dem schickt Gott Engel, um
ihn zu retten. Nur Lots Frau, die zurückschaut und die Vernichtung in den Blick
nimmt, erstarrt zur Salzsäule. Die Geschichten begleitet je die innere
Auflehnung gegen eine bestimmte Vorstellung von Gott, der konkrete Schuld der
Menschen mit konkreter Vernichtung bestraft.
Im Neuen Testament (Lk
13, 4f) widerspricht Jesus diesem Gottesbild ausdrücklich. Der eingestürzte
Turm von Schiloach hatte 18 Menschen erschlagen. Sie waren, sagt Jesus, anders
als viele dachten, nicht schuldiger als andere: „Meint ihr, dass nur sie Schuld
auf sich geladen hatten, alle anderen Einwohner von Jerusalem aber nicht? Nein,
im Gegenteil: Ihr alle werdet genauso umkommen, wenn ihr euch nicht bekehrt.“
Das heißt: Ein Unheil, dessen Grund sich nicht bestimmen lässt, kann nur als
Mahnung und Warnung dienen, sein Leben zu ändern, vor Gott und seinen Geboten
verantwortlich zu leben.
Im Matthäus-Evangelium, so z. B. Mt 11, 23f, erwähnt Jesus die Stadt Sodom ausdrücklich. Er
klagt seine Heimatstadt Kapharnaum an, weil sie die
Botschaft Gottes, die er befreiend bringt, nicht hören will: „Wenn in Sodom die
Wunder geschehen wären, die bei dir geschehen sind, dann stünde es heute noch.“
Sodom und Gomorrha sind biblische
Chiffren, deutliche Mahnung zur Umkehr ? für uns alle,
für eine Gesellschaft, die autonom sein und ohne Gottesbezug ihr Leben
gestalten will. Das aber wird heute oder morgen in einem Chaos enden. Bonifatiusbote 29
USA: „Moscheebau ist Zeichen der Religionsfreiheit"
Die Religionsfreiheit ist immer noch
tief im Denken der Amerikaner verankert - auch wenn die aktuelle Debatte um den
Moscheebau am Ground Zero
anderes vermuten lässt. Das meint der Religionsbeauftragte von US-Präsident
Barack Obama, Joshua DuBois. Radio Vatikan hat ihnanlässlich des diesjährigen Rimini-Treffens interviewt:
„In unserem Land gibt es wirklich
Respekt für verschiedene Religionen und für die Persönlichkeit derer, die zwar
einen anderen Hintergrund haben, aber denselben Glauben in Gott teilen. Die
Medien konzentrieren sich natürlich auf die Konflikte, aber meine Erfahrung
ist, dass die Mehrheit der Amerikaner großen Respekt vor anderen Religionen hat.
Natürlich gibt es lebendige Debatten, wie gerade jetzt, aber am Ende können wir
uns auf Grundprinzipien einigen.“
Einer stand in den letzten Tagen
besonders im Kreuzfeuer der Kritiker: Obama selbst. Er sprach sich indirekt für
den Bau der Moschee aus: „Unser Bekenntnis zur Religionsfreiheit muss
unerschütterlich sein“, so der US-Präsident. Respektlosigkeit vor den Opfern
des 11. September warfen ihm die Ablehner der Moschee
vor. Laut eine Umfrage der Washington Post glauben sogar 60 Prozent der
Amerikaner, dass Obama ein Muslim ist. Joshua Dubois klärt auf:
„Der Glaube ist das Wichtigste in
meinem Leben - dasselbe kann ich vom Präsidenten sagen. Seine Verbindung zu
Christus ist stark und standhaft. Vielleicht ist es nichts, worüber viel
berichtet wird, aber ich habe mit ihm gesprochen und gebetet. Er hat sich mit
christlichen Themen im öffentlichen Leben auseinandergesetzt und blieb stark in
seinem christlichen Glauben. Es ist ein täglicher Moment des Innehaltens für
ihn. Als ich Obama das erste Mal reden hörte, sprach er vom großartigen Gott,
dem wir in unserem Land dienen. Das war meine erste Erfahrung mit ihm. Vom
ersten Tag an, den ich mit ihm gearbeitet habe, war sein christlicher Glaube
stark und deutlich, genauso wie seine Bindung zu einer starken Verankerung des
Glaubens im öffentlichen Leben.“
Zweieinhalb bis sieben Millionen
Muslime leben schätzungsweise in den USA. Ähnlich wie die Katholiken, die im
19. Jahrhundert in die Staaten kamen, haben auch sie mit vielen Vorurteilen zu
kämpfen. An der Zusammenarbeit mit allen Religionen aber führt kein Weg vorbei,
meint Obamas Religionssekretär:
„Präsident Obama glaubt, wenn wir die
Herausforderungen unserer Nation und der Welt angehen wollen, dann müssen wir
das in Partnerschaft mit den Religionen machen. Keine Regierung und Institution
kann alleine die Bedürfnisse der Menschen erkennen. Wir müssen mit den
religiösen Einrichtungen zusammenarbeiten, die an vorderster Front der größten
Herausforderungen stehen.“ Rv 24
Vatikan: "Papst fand Worte des Feuers gegen die Täter"
Er habe "Worte des Feuers"
gegen die Missbrauchstäter gehabt - das sagte Charles Scicluna,
Missbrauchsbeauftragter der vatikanischen Kongregation für die Glaubenslehre
über Papst Benedikt. Im Interview mit dem Fernsehsender Fox News sprach Scicluna über die Haltung des Papstes zu den weltweiten
Missbrauchs-Skandalen. Inwieweit hat der Papst – eventuell noch als Kardinal -
von den Vorkommnissen gewusst, hat er etwas verschwiegen oder war er sogar
selbst einmal in einen Fall von sexuellem Missbrauch verwickelt – all das waren
Fragen, die die Medienberichte um den Papst gesteuert haben. Scicluna kennt die Debatte seit längerem. So leitete er
2005 die Untersuchungen rund um den Gründer der Legionäre Christi, Pater
Marcial Maciel, der sich der Pädophilie schuldig
gemacht haben soll. In der gesamten Diskussion um Missbrauch habe der Papst
immer eine klare Richtung vorgegeben, sagte Scicluna.
„Wir wissen sehr gut, dass er
entschlossen war, ein klares Beispiel und einen hohen Standard in dieser Frage
zu setzten. Wer an seinen Absichten zweifelt, soll seinen Brief an die
Katholiken in Irland lesen. Es ist ein wunderschöner Brief, geschrieben an eine
katholische Gemeinde in einem edlen Land mit großer Tradition, verletzt durch
die Sünden einiger ihrer Priester. Der Papst wendet sich an die Opfer, aber
auch an die Schuldigen und Sünder und sagt: „Du musst mit Demut deine Schuld
zugeben, dich den Konsequenzen stellen und dich läutern, du musst um Vergebung
bitten und um die Gnade, ein Leben in Gebet und Läuterung zu führen für das,
was du getan hast.“
Die Wunden sind oft tiefer, als man
denkt. Das weiß der Priester Charles Scicluna aus
persönlichen Kontakten mit den Missbrauchsopfern.
„Manchmal habe ich selbst geweint, denn
der Schmerz ist groß, wenn die Personen zu ihrem Trauma zurückkehren. Aber es
ist eine wichtige Erfahrung: Diese Menschen müssen von der Kirche gehört
werden. Wenn ich mich mit diesen Fällen beschäftige und die Menschen treffe,
dann werde ich mir bewusst, dass auch ich ein Priester bin. Ein Priester sollte
Trost spenden, und natürlich macht es mich traurig, wenn ich höre, was ein
Priester diesen Personen angetan hat. Es ist nicht einfach, für sie noch
weniger als für mich, aber es muss gemacht werden, es ist wichtig.“
Dass die Medien ein Geschäft mit
Hetz-Kampagnen machen, haben Mitarbeiter der römischen Kurie - und allgemein
Priester und katholische Laien - deutlich zu spüren bekommen. Den Attacken auf
den Papst schenkt Scicluna allerdings keine
Aufmerksamkeit.
„Ich organisiere meinen Tag nicht nach
den Schlagzeilen. Wir hatten das Privileg, den Heiligen Vater persönlich kennen
zu lernen, als er an diesen Fällen mit uns arbeitete. Und er hatte Worte des
Feuers gegen jene, die sich an Jugendlichen vergehen. Und wenn wir uns an seine
Worte halten und seiner Lehre gegenüber loyal sind, stehen wir auf einer sehr
guten Basis.“ Fox News 24
Irak: Kirche kritisiert US-Truppenabzug
Unter großem Medienaufgebot hat am
vergangenen Donnerstag der letzte Kampfverband der USA den Irak verlassen. Zwar
sind immer noch 50.000 Soldaten im Zweistromland, um die irakische Armee zu
beraten, aber auch die sollen bis Ende 2011 abgezogen werden. So wie die
Invasion seinerzeit auf harsche Kritik der katholischen Kirche stieß – der
kranke Papst Johannes Paul II. selber verurteilte den Krieg – so kritisiert die
katholische Kirche im Irak jetzt den Abzug der amerikanischen Truppen.
Chorbischof Philipp Najim ist
Statthalter (Prokurator) des chaldäischen Patriarchen beim Papst in Rom und
Apostolischer Visitator in Europa. Gegenüber Radio
Vatikan sagte er: „Ich glaube, dass zum
jetzigen Zeitpunkt der Truppenabzug nicht gut für die Zukunft des Landes ist
und nichts bringt. Wir haben keine stabile Regierung, die ihre Verantwortung
gegenüber dem irakischen Volk wahrnehmen könnte, und wir haben keine Armee, die
das Land und seine Souveränität schützen könnte. Daher ist diese Entscheidung
nicht zum Wohl des irakischen Volkes.“
Najim beklagt die Folgen der
völkerrechtswidrigen Invasion.
„Der Schaden ist durch die
ausländischen Truppen angerichtet worden, die in das Land eingefallen sind: Die
Stabilität des Landes ist dahin, und daher haben die Länder, die hier
eingedrungen sind, die hohe Pflicht und Verantwortung, die Sicherheit
wiederherzustellen und zu helfen, ein starkes nationales Heer aufzubauen. Dann
kann man auch wieder für eine bessere Zukunft kämpfen. Das irakische Volk muss
Vertrauen in seinen Staat haben. Aber nach all dem, was geschehen ist, fehlt
dieses Vertrauen. Und so verlassen viele das Land. Es fehlen Ärzte, Ingenieure
und Fachleute.“
Der Geistliche zieht eine düstere
Bilanz: „Nein, der Krieg ist nicht zu Ende. Der Krieg hat die Menschen zu
Flüchtlingen gemacht, er hat Leid und Chaos verursacht; er hat Tod, Blut,
Schmerzen hervorgebracht und er hat vor allem das irakische Volk seines
Vertrauen in die internationale Gemeinschaft beraubt.“ (rv
22)
Bischöfe einigen sich auf neue Leitlinien gegen Missbrauch
Nach langen und kontroversen
Diskussionen haben die 27 katholischen deutschen Ortsbischöfe am Montag eine
neue Version ihrer „Leitlinien für den Umgang mit sexuellem Missbrauch
Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedet.
Berlin -Den genauen Inhalt wollen sie
kommende Woche vorstellen. Strittig war offenbar bis zuletzt, wie man eine
grundsätzliche Anzeigepflicht bereits bei einem Anfangsverdacht einführen und
gleichzeitig den Schutz der Opfer wahren könne. So soll es nun Ausnahmen geben,
wenn durch die Anzeige eine zweite Traumatisierung des Opfers befürchtet wird.
Die alte Fassung der Richtlinien von
2002 sah lediglich vor, dass „gegebenenfalls das Gespräch mit der
Staatsanwaltschaft gesucht“ wird, wenn innerkirchliche Ermittlungen den
Verdacht bestätigt haben und der Vatikan sich mit dem Fall beschäftigt hat. Die
neue Fassung soll auch strengere Regeln für den Umgang mit den Tätern enthalten
und die Aufgaben der Missbrauchsbeauftragten in den Bistümern klar beschreiben.
Die Leitlinien, die neuen wie die alten, haben keinen kirchenrechtlich
verpflichtenden Charakter. Hält sich ein Bistum nicht daran, gibt es keine
Handhabe dagegen.
Die Bischöfe diskutieren auch verstärkt
über finanzielle Entschädigung von Missbrauchsopfern. Noch vor der nächsten
Sitzung des Runden Tisches „Sexueller Kindesmissbrauch“ bei der Bundesregierung
Ende September wollen sich die Bischofskonferenz und die Orden auf einen
Vorschlag einigen, sagte der Sprecher der deutschen Jesuiten am Montag dem
Tagesspiegel. Clk Tsp 24
Katholische Kirche. Von der Pflicht zum Widerspruch
Von Skandalen getrieben macht die
katholische Kirche endlich ihre Hausaufgaben: Die Bischöfe reagieren mit neuen
Leitlinien auf Missbrauchsfälle und sexuelle Gewalt. Die Krise der Kirche wird
das aber nicht beenden. Ein Kommentar von Matthias Drobinski
Diesen Montag werden die katholischen
Diözesanbischöfe sich in Würzburg versammeln und etwas Gutes tun. Sie werden
ihre Leitlinien zum Umgang mit sexueller Gewalt gegen Kinder und Jugendliche
verbessern, sie werden darüber beraten, was getan werden kann, damit diese
Gewalt erst gar nicht geschieht.
Vielleicht werden sie sogar in der
heiklen Frage weiterkommen, wie die Opfer dieser Gewalt entschädigt werden
können. Das ist aller Ehren wert: Die katholische Kirche macht, getrieben vom
Skandal, ihre Hausaufgaben. Und trotzdem: Die gute Tat wird die Krise nicht
beenden, in die die katholische Kirche geraten ist.
Die Kirchenkrise wird weitergehen, weil
sie so tief reicht, dass sie mit neuen Leitlinien gegen sexuelle Gewalt nicht
zu beenden ist. Bischöfe wie Gerhard Ludwig Müller aus Regensburg beklagen,
dass es den Kritikern innerhalb und außerhalb der Kirche nicht nur darum geht,
sexuellen Missbrauch aufzudecken - er hat insofern recht, als dass unter dem
Skandal um von Priestern und Ordensleuten verübte sexuelle Gewalt die tiefere
Agonie der katholischen Kirche liegt und benannt werden muss.
Diese Kirche steht nicht allein wegen
der Missbrauchsfälle derart in der öffentlichen Kritik. Es werden nicht allein
deswegen dieses Jahr 200.000, vielleicht sogar mehr als 300.000 Menschen aus
der Kirche austreten. Die Leute treten nicht aus, weil Kirchenmitarbeiter
Verbrechen begangen haben. Sie gehen, weil ihnen die gesamte Institution
unglaubwürdig geworden ist und der Skandal den letzten Anstoß zum Austritt
gegeben hat.
Die Kirche hätte auch jetzt den
Menschen viel zu sagen - sie suchen ja nach jemandem, der über Sinn und Glauben
und die existentiellen Dinge des Lebens redet. Stattdessen verdunstet die
Glaubwürdigkeit der größten Institution des Landes wie im Aralsee zwischen
Kasachstan und Usbekistan das Wasser. Selbst ein guter Teil der
Kirchenmitglieder glaubt nicht mehr an die Lehre von der Auferstehung der
Toten, dass Jesus also leibhaftig vom Tod erstand - und weiß nicht mehr, ob es
nun sieben oder zehn Gebote gibt.
Geht es um Homosexualität, Verhütung,
das Gelingen und Scheitern von Beziehungen, ist die katholische Kirche
sprachlos; geht es um die Grenzbereiche zwischen Tod und Leben, droht sie
sprachlos zu werden. Ihre Priester genießen durchaus Ansehen, es gibt aber
immer weniger von ihnen, und wer heute noch ins Priesterseminar geht, versteht
sich oft als heiliger Außenseiter; es gibt nur wenige Persönlichkeiten, die
anstecken, mitreißen, öffentliche Debatten mitbestimmen.
Das eine predigen, das
andere leben?
Die Missbrauchskrise hat eine Kirche in
der geistigen und geistlichen Defensive getroffen. Die Vorgänge um den
zurückgetretenen Bischof Walter Mixa haben gezeigt,
wie abgründig gerade der geistliche Mangel werden kann: Da predigt einer das
eine und lebt das andere - wer soll denen noch glauben?
Gerade in dieser Situation müsste die
Kirche Mut beweisen, müsste die kritischen Geister in ihren Reihen hören und
fördern, die Dissidenten aus Loyalität heraus. Die Bischöfe müssten mutig und
kreativ werden, das Undenkbare denken, wie das Papst Johannes XXIII. tat, als
er, geradezu überrascht von sich selbst, das Zweite Vatikanische Konzil
einberief.
Auch der Kirche in Deutschland würde
nun eine Zukunftskonferenz guttun, auf der die Glaubens- und Vertrauenskrise
offen diskutiert werden kann. In gut geführten Unternehmen gibt es die "obligation to dissent",
die Pflicht zum Widerspruch um der Sache willen.
Die Bischöfe haben, eine gute Woche vor
ihrer Würzburger Versammlung, Michael Broch zum Rücktritt von seinem Amt als
geistlicher Direktor der katholischen Journalistenausbildung gedrängt, weil der
ein papstkritisches Interview gegeben hat. Es ist das Gegenteil der "obligation to dissent":
die Reihen schließen, Kritiker zu Feinden erklären und ausschließen. Die Krise
der katholischen Kirche geht weiter.
SZ 23
Italien: Erdö, "Intellektuelle die Gottheit Christi lehren"
Europas Intellektuelle sind schon lange
nicht mehr von Haus aus gläubig – aber sie schöpfen bis heute gewinnbringend
aus dem Denken des Christentums. Davon ist der ungarische Kardinal Peter Erdö überzeugt. „Der europäische Intellektuelle von heute
interessiert sich für die großen Fragen des Lebens und der Welt, er ist jemand,
der Sinn und Werte für die Individuen und die Gesellschaft sucht und die
wesentlichen Inhalte des christlichen und griechisch-römischen Erbes kennt. Und
er bedenkt all das zumindest als mögliche Elemente der Antwort auf seine
grundlegenden Fragen“, sagte Erdö am Montag beim
Rimini-Treffen. Aus seiner Sicht sollten Katholiken und Orthodoxe sich
gemeinsam darum bemühen, den Intellektuellen Europas die christliche Basis
ihres Denkens wieder bewusster zu machen. Konkret in Rimini versuche man eine
zentrale pastorale Frage ökumenisch anzupacken:
„Es geht darum, ob und inwieweit ein
christlicher oder überhaupt ein Intellektueller in Europa heute die Gottheit
Jesu Christi annehmen kann. Ich bin überzeugt, dass diese Frage keine
dogmatische, sondern eine pastorale Frage ist. Die dogmatische Überzeugung über
die Gottheit Jesu Christi ist ja gemeinsam zwischen Katholiken und Orthodoxen.
Und wir können auch gemeinsam die Wege suchen, wie wir diese Grundwahrheit den
heutigen Menschen beibringen.“
Vor der Idee, dass es Gott gibt, kann
sich laut Erdö der europäische Intellektuelle nicht
von vornherein verschließen. „Es ist wahr, der Intellektuelle ist heute nicht
notwendigerweise gläubig. Aber niemand ist das“, so der ungarische Kardinal.
Der Glaube sei ein Geschenk Gottes, eine Gnade, und auch das gelte es bei der
Neuevangelisierung Europas als Botschaft hinauszutragen. rv
24
Zollitsch lobt Ökumene in Taizé
Der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat
die Bedeutung Taizés für den ökumenischen Dialog
gewürdigt. Zolltisch besuchte am Wochenende die seit 70 Jahren bestehende
ökumenische Gemeinschaft in Burgund. Gegenüber Radio Vatikan sagte er am
Sonntag:
„Ich glaube, die Einheit, die hier in Taizé gelebt wird, ist ein ständiger Impuls zu schauen,
dass die Einheit unter den Christen ein Auftrag Jesu Christi ist. Je offener
wir dafür sind, je mehr wir aufeinander zugehen und uns verstehen, je mehr wir
darum beten, desto schneller kann auch Gott diese Einheit uns schenken. Er muss
sie uns schenken, wir allein können sie nicht machen.“
Gerade Jugendliche, die so zahlreich
nach Taizé pilgern, glaubten an die Kraft des Gebets,
so Zollitsch, und dass Gott Wunder wirken könne:
„Es war ja schön, kurz bevor die Mauer
gefallen ist, war das Jugendtreffen in Pécs. Und in Pécs waren damals viele
Jugendlichen aus der damaligen DDR, aber auch von der Bundesrepublik
Deutschland. Als sie sich verabschiedeten, fragten sie ‚Wer weiß, ob wir uns
wieder sehen?’ Und dreiviertel Jahr später ist die Mauer gefallen. Wir hatten
selber das nicht zu hoffen gewagt. Aber man sieht: Gott hat Wege, die wir nicht
kennen. Ich gehöre zu denen, die offen sind für ein Wunder, das Gott wirkt.“
Das im Süden Burgunds gelegene Dorf
gilt als Symbol der ökumenischen Bewegung. Der Bruderschaft, die der
evangelische Pfarrer Frère Roger gegründet hatte,
gehören rund 100 Brüder aus mehr als 25 Ländern an, die aus verschiedenen
evangelischen Kirchen und aus der katholischen Kirche stammen. (kipa 22)
„Leben in Fülle“ von Altötting nach Flieden
Flieden.
Bei herrlichem Sonnenschein ist am Mittwoch das 15. Internationale Forum Altötting zu Ende gegangen. Über 2.000 Teilnehmer kamen in
diesem Jahr: 360 Kinder zwischen zwei und zwölf Jahren, rund 160 Teenies, 500
Jugendliche aus 20 Ländern und über 1.000 Teilnehmer beim Erwachsenen- und
Familienforum feierten zusammen ihren Glauben. Zum zweiten Male machten sich
auch 38 Teilnehmer aus der Pfarrgemeinde St. Goar (Flieden) auf den Weg nach Altötting,
um an diesem Forum der Gemeinschaft Emmanuel teilzunehmen. Durch zahlreiche Musicalaufführungen in Flieden
ist die Gemeinschaft dort bereits gut bekannt.
Die Gemeinschaft Emmanuel („Gott mit
uns“) ist eine vom Hl. Stuhl anerkannte junge Gemeinschaft in vielen Ländern
der Welt präsent: vom Landwirt bis zur Studentin, vom Juristen bis zur
Verkäuferin – Ehepaare, junge Leute und Singles gehören genauso zur
Gemeinschaft wie Priester und zölibatär lebende Schwestern und Brüder. Jeder
lebt in seinem familiären und beruflichen Umfeld und setzt sich besonders dafür
ein, das Evangelium der Welt von heute sichtbar und erfahrbar zu machen. Und
das konnte hier hautnah erlebt werden. Es gab einen riesigen Markt (Forum) der
Möglichkeiten, ausgerichtete auf Kinder, Jugendliche, Erwachsene oder Priester.
Mit ausgiebigem Lobpreis startete der Tag. Dem schloß
sich eine Katechese an, die stets aktuell und mitreisend von hervorragenden
Referenten vorgetragen wurde. Mit einem Gottesdienst schloß
das Vormittagsprogramm.
Im riesengroßen Essenszelt traf man
sich dann zum Mittagessen. So gestärkt konnte dann jeder sein persönliches
Nachmittagsprogramm gestalten. Viele Gesprächskreise luden mit aktuellen Themen
zur Teilnahme ein. Wer sich zwischendurch stärken wollte, war in das
Forums-Kaffee eingeladen: Hier wurde man des öfteren von Pfarrer, PGR-Sprecherin und
Gemeindereferentin bedient, und das Forums-Café avancierte zum Fliedener Stützpunkt. Während der ganzen Zeit war spürbar,
in wessen Geist sich hier alle versammelt haben. Alle Teilnehmer spürten eine
Ahnung des himmlischen Jerusalem, Glaubensfreude und Ermutigung, sich wieder
neu auf Jesus auszurichten. Gestärkt und begeistert trat man am Mittwoch die
Heimreise an.
Die Jugendlichen fanden den Abend der
Barmherzigkeit sehr anrührend. An diesem Abend versammelten sich alle
Teilnehmer in der Basilika, um vor dem ausgesetzten Allerheiligsten Anbetung zu
halten und viele Beichtgespräche zu führen. Juliane Kreß
(15) aus Magdlos, bereits zum zweitenmal
dabei, fühlte, daß „ihre Akkus wieder aufgeladen
wurden und sie so gestärkt ins neuen Schuljahr gehen kann“. Wendelin Junk,
Vorsitzender der KAB Flieden, war begeistert, so
viele Jugendlichen und junge Familien zu erleben, die ihr Leben ganz auf Jesus
ausrichten. Die ganze Atmosphäre des Forums stellte eine Erneuerung des eigenen
Glaubenslebens dar. Claudia und Werner Brunner haben schon jetzt beschlossen,
nächstes Jahr wiederzukommen. Einen so lebendigen Glauben zu erleben sei
ermutigend und bereichernd zugleich. Felix Leitschuh (11 Jahre), der mit seinen
drei Geschwistern und Eltern am Forum teilnahm, konnte viele Kinder
kennenlernen, die mit ihm und seinen Geschwistern ein Musical einstudierten.
Die gute Schule von Pia Bagus bei den St. Goar Kids zeigte großen Erfolg: als Jesus sang er gekonnt
die Hauptrolle. Mechthild Albinger (PGR Sprecherin) empfand die Tage als Tankstelle. Ihr taten vor allem die
Lobpreislieder gut, die „besonders die Glaubensfreude zum Ausdruck bringen und
eine Nachhaltigkeit haben“. Insgesamt waren alle Teilnehmer begeistert von den
Erfahrungen dieser Tage. Weitere Eindrücke vom Tag finden sich unter:
http://st.goar-flieden.de/ . bpf
Bistum Fulda. Gottes Schöpfung bewahren. Katholikenrat will Schöpfungstag
Fulda, Hanau, Marburg, Kassel. Der
Vorsitzende des Katholikenrates im Bistum Fulda, Richard Pfeifer, hat die
Pfarreien und Pfarrgemeinderäte dazu ermuntert, einen Schöpfungstag in der
Gemeinde zu feiern. Mit einer besonderen Liturgie, Bildungsveranstaltungen und
einem pastoralen Programm in der Gemeinde soll eine christliche Schöpfungsethik
und Schöpfungsspiritualität gefördert werden.
Hubertus Klering
aus der Katholikenratsprojektgruppe ‚Bewahrung der Schöpfung’ führt dazu näher
aus: „Als Katholiken sehen wir unsere Erde in einer ernsten Lage. Nicht nur,
dass wir als Menschen die Erde immer weiter ausbeuten und große Gebiete als
Lebensraum vernichten, die Profit- und Konsumgier der Reichen hat zur
Konsequenz, dass die armen Länder der Welt immer noch ärmer werden. Die Folgen
unseres Handelns sind die Zerstörung der Ozonschicht und die Veränderung des
Klimas, die Verschmutzung der Meere und die Verschwendung von Wasser. Es
scheint so zu sein, dass die größte Gefahr für die Erde wir Menschen selbst
sind.“ so Hubertus Klering.
Angesichts dieser Warnsignale seien die
Christen aus ihrem Schöpfungsglauben heraus aufgerufen, deutliche Zeichen zu
setzen, sagt Petra Peh aus der Projektgruppe. „Gottes
Schöpfung zu bewahren ist den Menschen und besonders den Christen aufgetragen.
Es kommt darauf an, diese Überzeugung jeden Tag im Handeln konkret werden zu
lassen.“ so Petra Peh.
Die ökumenische Initiative stammt vom
orthodoxen Patriarchen Dimitrios I., der 1989 einen Schöpfungstag am 1.
September in den liturgischen Kalender von Konstantinopel einfügte. Der Katholikenrat
regt an, in der Zeit vom 1. September bis zum Franziskustag am 4. Oktober in den Gemeinden einen
ökumenischen Schöpfungstag, zum Beispiel mit der Feier einer ökumenischen
Vesper oder im Rahmen des Erntedank-Festes zu veranstalten. Für die Gestaltung
dieses Tages hat die Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen eine ökumenische
Arbeitshilfe herausgegeben. Sie ist zum Download unter www.ack-nrw.de erhältlich. Mz 23
Uno-Gedenktag: Kampf gegen moderne Formen der Sklaverei
Von Menschenhandel über
Zwangsprostitution bis Schuldknechtschaft – Sklaverei hat heute viele Gesichter
und ist weltweit immer noch verbreitet. 2,7 Millionen Menschen sind derzeit
global von Menschenhandel und Ausbeutung betroffen; der Verdienst aus dem
Geschäft beläuft sich Schätzungen zufolge auf 32 Milliarden Dollar. Mit einem
Internationalen Gedenktag erinnern die Vereinten Nationen an diesem Montag an
Sklaverei und Formen menschlicher Unterdrückung. Die Abschaffung der Sklaverei
begann erst ab dem späten 18. Jahrhundert, doch neue Formen des Phänomens
finden sich bis heute in vielen Ländern der Welt. Dazu hat auch die
Globalisierung beigetragen. Jean Leonard Touadì vom
Lehrstuhl für Geopolitik und Geschichte Afrikas von der Uni Bologna:
„Das Phänomen der Globalisierung
macht die Bewegung von Menschenmassen und damit auch den transnationalen
Menschenhandel leichter möglich. Menschenhändler haben international
verstanden, wie sie die Globalisierung mit ihren kommunikativen Möglichkeiten
und Transportwegen ausnutzen können. Die Wege und die kriminellen Drahtzieher
sind allgemein bekannt, aber Gegenmaßnahmen reichen auf nationaler Ebene vor
diesem Hintergrund nicht mehr aus. Es fehlt eine transnationale Gesetzgebung,
die Prävention betreibt und zugleich akut durchgreift. Da ist noch viel zu
tun.“
Gesetzliche Grundlagen für Sklaverei
gibt es seit 1968 in keinem Land der Erde mehr. Dennoch wird sie betrieben;
selbst in Europa sind der Sklaverei ähnliche Formen von Unterdrückung bis heute
nicht verschwunden. Jüngstes Beispiel ist die Ausbeutung illegaler Einwanderer
in Süditalien. Auch der Menschenhandel macht dem Mittelmeerstaat zu schaffen.
Dazu Touadì:
„Italien hat vor zwei Monaten das
europäische Protokoll zum Menschenhandel unterschrieben, um seine Gesetzgebung
anzupassen. Aber es bleibt noch viel zu tun, um zwischen Migration und
Menschenhandel zu unterscheiden.“
Mit einem Programm zur Eindämmung des
modernen Sklavenhandels versucht die Unesco in der
letzten Zeit, verstärkt gegen das Phänomen vorzugehen. Dabei wird mehr und mehr
die internationale Gemeinschaft in die Pflicht genommen, denn national sind das
Phänomen und seine Auswüchse nur schwer zu bekämpfen. Das bestätigt auch der
Präsident der italienischen Kommission der Unesco,
Giovanni Puglisi:
„Das ist ein sehr wichtiges Programm,
das kulturelle Interessen verschiedener Länder verbindet, um Bewusstsein für
das Problem zu schaffen. Und es will weiter an heutige Formen der Sklaverei
erinnern.“ savethechildren/unesco
23
Position. Falsche Moschee am falschen Platz
Auf den Straßen demonstrieren die
Demonstranten für und gegen die Moschee in der Nähe von Ground
Zero. Warum die Debatte so vehement geführt wird.
In diesen Wochen tobt in den USA eine
Debatte über den geplanten Bau einer Moschee in unmittelbarer Nähe von Ground Zero, dem Ort in New York, an dem Dschihadisten 2001 einen Massenmord im Namen des Islam
verübten.
Als ich am 11. September 2001 kurz vor
neun Uhr in meiner Wohnung in Manhattans Gramercy
Park im Radio von dem ersten Flugzeug hörte, das in den Nordturm des World
Trade Center (WTC) flog, war mir sofort klar, dass New York einen neuen
Terrorangriff erlebt. Die Erinnerung an den islamistischen Bombenangriff 1993
auf die Zwillingstürme tauchte rasch in meinem Kopf auf. Damit begann ein
zentrales Kapitel des kollektiven Lebens der USA. Ich ging nach draußen und
lief entlang der Third Avenue in Richtung World Trade Center. Es war wenige
Minuten nach neun Uhr morgens als das zweite entführte Flugzeug in den
südlichen Turm des WTC flog. Der Ausgang des Terroranschlags war verheerend:
Fast 3000 Menschen sind diesem von Islamisten verübten Kriegsakt zum Opfer
gefallen.
An den folgenden zwei Tagen war ich auf
der Suche nach dem Bruder der Verlobten meines Mitbewohners. Ich fragte in
verschiedenen Krankenhäusern nach, ob er dort läge. Er hat den Terrorakt auf
das WTC nicht überlebt.
Die entscheidende Frage heute ist: Soll
oder darf Imam Faisal Abdul Rauf sein Projekt „Cordoba“, den Bau einer Moschee
nahe Ground Zero, durchführen?
Die amerikanische Bevölkerung ist fortschrittlicher
als Präsident Barack Obama und weiß, dass Raufs Recht
auf den Bau einer Moschee auf einem Privatgrundstück klar von der US-Verfassung
geschützt ist.
Sie wertet Obamas Verteidigungsrede der
Religionsfreiheit daher als oberflächlichen Versuch, das Unternehmen mit
erhobenem Zeigefinger zu kritisieren.
Es gibt keine andere westliche
Demokratie als die USA, in der die Religionsfreiheit so ausgeprägt ist und
geschützt wird. Doch die große Mehrheit der Amerikaner, einschließlich des
Chefs der Demokraten im Senat Harry Reid und dem ehemaligen linken
demokratischen Präsidentschaftskandidaten Howard Dean, sind gegen den Moscheebau. Der Hauptgrund ist offensichtlich, dass der
Imam bei seinem Moscheeprojekt nahe Ground Zero ohne Sensibilität gegenüber den Opfern und
deren Angehörigen vorgeht. Sie sind der Meinung, dass Ground
Zero der falsche Ort ist und Faisal Abdul Rauf einen anderen Platz für die
Moschee finden sollte.
Das Paradox dieser Auseinandersetzung
ist, dass Faisal Abdul Rauf sich als Repräsentant eines moderaten Islams in den
USA versteht und Brücken schlagen will. Er plädiert für Toleranz, für einen
„amerikanischen Islam“. Seine Herangehensweise und Äußerungen sorgen jedoch für
Streit und Entrüstung. So lehnt er die Bezeichnung von Hamas als terroristische
Organisation ab, und verteidigt 2009, während der blutigen Unterdrückung der
iranischen Freiheitsbewegung, die „Leitsätze der Revolution von 1979“ im Iran.
Auch machte Faisal Abdul Rauf Furore,
als er die Amerikaner „Helfershelfer des Verbrechens“ am 11. September nannte.
Angesichts dieser Fakten kann man diese Moschee am Ground
Zero als eine Art Triumph des dschihadistischen Islam
sehen. Nach einer vorsichtigen Einschätzung führen mehr als 80 Millionen
Islamisten einen Krieg gegen den Westen. Die drei jüngsten Anschläge in den USA
sind von einer extremen islamischen Ideologie motiviert. Der islamistisch
radikalisierte Militärpsychiater Nidal Malik Hasan ermordete vergangenen
November 13 Menschen und verletzte 30 in Fort Hood. Vor diesem Hintergrund kann
man nicht von einer wahnhaften „Islamophobie“ der
Amerikaner reden. Mit diesem wahrscheinlich aus der Islamischen Republik Iran
kommenden Kampfbegriff soll vielmehr Kritik an realen islamistischen Ideologien
und Gefahren abgewehrt und denunziert werden.
Der Autor ist Europakorrespondent der
„Jerusalem Post“ und Fellow der „Foundation
for Defense of
Democracies“. Tsp 25
Weltmission 2010. Starke Ordensfrauen für Indien
missio-Aktion
im Monat der Weltmission rückt Indien in den Fokus und zeigt, wie indische
Ordensschwestern schwache, diskriminierte und ausgegrenzte Menschen stark
machen.
Unter dem Leitwort „Geh und handle
genauso“ stellt missio im Monat der Weltmission das
Engagement indischer Ordensschwestern in der Nachfolge Mutter Teresas in den
Blickpunkt. „Für viele Menschen ist Mutter Teresa der Inbegriff der konkreten
und selbstlosen Nächstenliebe. Wir nehmen ihren 100. Geburtstag zum Anlass, um
zu zeigen, wie sich Ordensfrauen im heutigen Indien für schwache,
diskriminierte und ausgegrenzte Menschen einsetzen“, sagte missio-Präsident
Klaus Krämer.
Mehr als 90.000 indische
Ordensschwestern gibt es auf dem Subkontinent. Viele von ihnen engagieren sich
mit Programmen zur Bildung, Gesundheitsvorsorge und Förderung von Frauen und
Mädchen. „Die Ordensfrauen sind Motoren des Wandels. Sie gehen zu den Menschen
in die Slums der Megastädte, in die Dörfer, die vom Fortschritt abgeschnitten
sind. Sie packen dort an, wo die Hilfe benötigt wird. Ihre Botschaft ist dabei
so einfach wie überzeugend: Unabhängig von Kaste, Religion oder Geschlecht –
vor Gott sind alle Menschen gleich“, erklärte missio-Präsident
Pater Eric Englert.
missio
unterstützt die vielfältige Arbeit der Ordensfrauen. 147 Projekte von und mit
Schwestern konnten 2009 unterstützt werden. Gleichzeitig finanzierte missio die Ausbildung von mehr als 3.000 indischen
Schwestern. Denn ohne die nötige fachliche und geistliche Qualifikation wäre
ein intensives Engagement für Menschen in Not nicht möglich.
Die bundesweite Eröffnung der Aktion
zum Monat der Weltmission findet am 3. Oktober mit einem Pontifikalamt in Essen
statt. Daran nehmen der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck, Erzbischof
Vincent Concessao aus Neu-Delhi und zahlreiche
Ordensfrauen aus Indien teil. In den folgenden Wochen finden bundesweit mehrere
hundert Veranstaltungen zum Monat der Weltmission mit Gästen aus Indien sowie
der indischen Kulturgruppe Nrityarpan statt. Den
bundesweiten Abschluss feiert missio mit zahlreichen
Veranstaltungen vom 20. bis 24. Oktober in der Diözese Regensburg. Der
Abschlussgottesdienst mit Bischof Gerhard Ludwig Müller und den Regensburger
Domspatzen findet am Sonntag der Weltmission, dem 24. Oktober, in Regensburg
statt.
Mit der Kollekte, die am Sonntag der
Weltmission, dem 24. Oktober, bundesweit in den katholischen Gottesdiensten
gehalten wird, sammelt missio für die ärmsten
Diözesen der Weltkirche. De.it.press
Polen. "Das Kreuz muss bleiben"
Streit um das Denkmal für die Opfer der
Flugzeugkatastrophe von Smolensk: Polens radikale Katholiken wollen eine
Verlegung des Mahnmals verhindern.
„Wenn es sein muss, bleiben wir den
ganzen Winter“, verspricht Mariusz Bulski. Der junge
Sprecher der „Kreuz-Verteidiger“ hat die Hoffnungen auf ein Ende des Streites
um das Holzkreuz vor dem Warschauer Präsidentenpalast zerschlagen. Statt des
lauthals angekündigten Kompromissvorschlages hagelte es am Montag
Durchhalteparolen. Gleichzeitig verhärtete sich die Position der demonstrierenden
Ultra-Katholiken. „Das Kreuz muss vor dem Präsidentenpalast stehen bleiben“,
forderte Bulski. Zugleich kündigte er an, dass es
eine internationale Ausschreibung für ein Denkmal für die Opfer der
Flugzeugkatastrophe von Smolensk geben solle.
Bisher hieß es, das Kreuz dürfe wie
geplant in eine Kirche verlegt werden, nachdem ein Denkmal gebaut worden sei.
Nun wollen die „Kreuz-Verteidiger“ offenbar ein Denkmal und ein Kreuz. Man
hoffe, mit den neuen Vorschlägen sowohl den Staatspräsidenten Bronislaw Komorowski wie das Episkopat an den Verhandlungstisch zu
bringen, sagte Bulski.
Vor ein paar Tagen hatte ein anderer
Sprecher der „Kreuz-Verteidiger“ ein umstrittenes Projekt für einen acht Meter
hohen Obelisken mit 96 zum Himmel reichenden Händen vor dem Präsidentenpalast
präsentiert. Seit der Zwangsräumung ihres Nachtlagers unter dem Holzkreuz
versucht die religiös fanatisierte, von Oppositionschef Jaroslaw Kaczynski und
dem antisemitischen „Radio Maryja“ unterstützte
Gruppe, ihre Ziele besser zu kommunizieren. Vor einer Woche hatten
Polizeieinheiten ihr nächtliches Camp aufgelöst. Seitdem demonstrieren sie auf
der gegenüberliegenden Straßenseite für den Erhalt des Kreuzes.
Vor der gewaltsamen Räumung hatte der
neue Staatschef Komorowski die Grundforderung der „Kreuz-Verteidiger“
erfüllt und eine Gedenktafel für die Opfer der Flugzeugkatastrophe von Smolensk
eingeweiht. Doch die Tafel war den Protestierenden zu klein; zusammen mit der
Oppositionspartei PiS von Jaroslaw Kaczynski, dem
Zwillingsbruder des beim Absturz ums Leben gekommenen Staatspräsidenten,
fordern sie ein Denkmal von bisher nicht spezifizierten Ausmaßen.
Kaczynski geißelte die Polizeiaktion
als „Trick“, der zum Ziel habe, das Holzkreuz zu verbannen. Damit würde ein
Vorgehen gewählt, das aus der Volksrepublik Polen bekannt sei, giftete der
Oppositionschef. Bereits vor ein paar Wochen hatte Kaczynski behauptet, Polen
sei kein demokratisches Land mehr.
Verlierer des Kreuz-Streites vor dem
Präsidentenpalast ist bislang vor allem Polens katholische Kirche. Das absurde
Gezerre um das Holzkreuz wird seit Wochen live im polnischen Fernsehen
übertragen. Die „Kreuz-Verteidiger“ haben Spaßguerilla-Aktionen gegen das Kreuz
provoziert; inzwischen kursieren auch Videospiele und Technobeats zu den
religiösen Liedern der „Kreuz-Verteidiger“. Die von den Kaczynski-Anhängern
abgelehnte Gedenktafel wurde mit Fäkalien beschmiert, die „Kreuz-Verteidiger“
mit einer Handgranate bedroht. Der hohe Unterhaltungswert lockt allabendlich
Touristen und einheimische Gaffer vor den
Präsidentenpalast. Dies alles höhlt die Autorität der polnischen Kirche aus,
zumal diese wochenlang den Kopf in den Sand gesteckt hat.
Erst vor einer Woche meldete sich
endlich Polens neuer Primas Jozef Kowalczyk zu Wort. Im Nationalheiligtum Jasna
Gora rief er dazu auf, das Kreuz nicht für politische
Tauschgeschäfte zu missbrauchen. Vor dem Präsidentenpalast würden die Polen in
diesen Tagen eine schändliche „Manipulation mit dem Kreuz“ erleben. Dies habe
weder mit katholischem Gewissen noch mit Christenliebe zu tun, redete der
Primas den Politikern ins Gewissen.
Ende Juli hatten sich die Eigentümer
des Kreuzes, zwei Pfadfinderverbände, mit der Präsidialadministration auf den
Umzug in die nahe Sankt-Anna-Kirche geeinigt. Die geplante Prozession
scheiterte allerdings am erbitterten Widerstand der „Kreuz-Verteidiger“. Bisher
hat es Komorowskis Präsidialverwaltung nicht gewagt,
einen neuen Umzugstermin zu benennen. Tsp 24
„Zu viel Bürokratie beim Sozialdienst vermeiden“
Immer mehr Verbände und Organisationen
kritisieren die Pläne der deutschen Familienministerin Kristina Schröder zum
staatlichen Freiwilligendienst. Jetzt hat sich auch der Bund der deutschen Katholischen Jugend zu Wort gemeldet. Der Bundespräses der Jugendvertretung, Simon Rapp, befürchtet,
dass hinter dem Vorstoß zwei Gründe stehen, die mit dem eigentlichen Ziel
nichts zu tun haben:
„Der eine Grund ist, dass das
Ministerium scheinbar den zivilgesellschaftlichen Trägern nicht zutraut, dass
sie den bereits versprochenen und zugesagten Ausbau von 40.000 auf 65.000
Plätze innerhalb weniger Jahre vollziehen können. Wir haben das zugesagt und
wir schaffen das. Wir haben ein qualitativ hochwertiges Angebot und wir sind
bereits dabei, neue Zielgruppen anzusprechen, also all das, was die Ministerin
staatlich organisieren möchte. Der zweite Grund: es geht auch um das Bundesamt
für den Zivildienst, das bei einem Wegfall der Wehrpflicht plötzlich nichts
mehr zu tun hätte. Ein Bundesamt abzuschaffen scheint in Deutschland nicht
möglich zu sein, stattdessen sucht man eine neue Beschäftigung für dieses
Bundesamt.“
Der staatlich organisierte Sozialdienst
soll beim Wegfall der Wehrpflicht und damit auch des Zivildienstes dessen
Arbeit übernehmen und zwar parallel zum bereits bestehenden sozialen Jahr. Die
Kritik: Es entstehe Konkurrenz. Das müsse zwar nicht unbedingt negativ sein,
gibt Rupp zu. Dennoch macht er sich Sorgen über die Zukunft des freiwilligen
sozialen Jahres.
„Wir haben die Befürchtung, dass der
staatlich organisierte Freiwilligendienst wesentlich besser finanziell
ausgestattet wird und damit das freiwillige soziale Jahr im Laufe der Zeit
unter der finanziellen Last zusammenbricht.“
Aber nicht nur Verbände wie der BDKJ
oder die Caritas üben Kritik, auch die Organisationen selber. Pater Michael Beschorner leitet den Freiwilligendienst „Jesuit European Volunteers“ in Nürnberg.
„Ich würde mit dieser Kritik mitgehen
und sagen: Bitte nicht noch eine parallele Struktur aufbauen, denn es ist jetzt
schon schwierig genug in der Kooperation zwischen dem Bundesamt für den
Zivildienst und dem Familienministerium. Ich bin der Meinung: Wenn schon
zentral gearbeitet wird, dann das freiwillige soziale Jahr in Deutschland
stärken! Das kann man von mir aus auch gerne vereinheitlichen, was
Unterstützungssätze und Bürokratieabbau angeht. Das fände ich sinnvoller als
jetzt noch einmal etwas aufzubauen. Wir sehen gerade die Schwierigkeiten, die
wir in der Praxis mit dem Bundesentwicklungsministerium und dessen Programm „Weltwärts“ haben. Das hat sehr viel zusätzliche Bürokratie
für die einzelnen Träger verursacht.“
(rv 25)