Notiziario religioso  26-29  Agosto  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Giovedì 26 agosto.  Il commento al Vangelo. “Vegliate dunque”  1

2.       Venerdì 27 agosto. Il commento al Vangelo. La parabola delle dieci vergini 1

3.       Sabato 28 agosto. Il commento al Vangelo. La parabola dei talenti 1

4.       Domenica 29 agosto. Il commento al Vangelo. “Non metterti al primo posto”  2

5.       Domenica 29 agosto. XXII del tempo ordinario. E’ possibile provare la gioia di Dio  3

6.       Editoriale di "Famiglia Cristiana". La Costituzione dimezzata  4

7.       Fiat, dalla Cei arriva il plauso a Napolitano: "Il suo intervento nobilissimo e incisivo"  5

8.       Meeting Rimini. Tutelare i diritti. Terzo giorno di lavori 5

9.       Vescovi Triveneto. I primi passi. Nota pastorale sulla prima Comunione a 100 anni dal decreto di san Pio X  5

10.   Il "ponte" delle religioni. In Turchia incontro con Bartolomeo I e il vice muftì di Istanbul 6

11.   Alla Casa Bianca c'è uno strano profeta  6

12.   USA. La religione nel  tempo di Barack Obama  8

13.   Missione. Spezzare il pane. Settimana di formazione e spiritualità (Assisi, 26-31 agosto) 8

14.   Il linguaggio post-televisivo del Papa  9

15.   Beati voi, ospiti e stranieri. La 30° Tendopoli a San Gabriele dell’Addolorata  9

16.   Evasione fiscale e legge "ad aziendam": don Gallo è il primo autore che se ne va  9

17.   Settimana liturgica. Le tre parole. Memoria, libertà e speranza nella riflessione del card. Scola  10

18.   Una città e la sua preghiera  10

19.   Chiesa e creato. Il dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1° settembre  11

20.   La "frontiera" algerina. Oasis: mons. Teissier sul dialogo islamo-cristiano  11

 

 

1.       Papst Benedikt: „Pseudo-Wahrheiten geben dem Menschen keine Ruhe“  12

2.       Gottesgericht? Von Bischof Heinz Josef Algermissen  12

3.       USA: „Moscheebau ist Zeichen der Religionsfreiheit"  12

4.       Vatikan: "Papst fand Worte des Feuers gegen die Täter"  13

5.       Irak: Kirche kritisiert US-Truppenabzug  13

6.       Bischöfe einigen sich auf neue Leitlinien gegen Missbrauch  13

7.       Katholische Kirche. Von der Pflicht zum Widerspruch  14

8.       Italien: Erdö, "Intellektuelle die Gottheit Christi lehren"  14

9.       Zollitsch lobt Ökumene in Taizé  14

10.   „Leben in Fülle“ von Altötting nach Flieden  15

11.   Bistum Fulda. Gottes Schöpfung bewahren. Katholikenrat will Schöpfungstag  15

12.   Uno-Gedenktag: Kampf gegen moderne Formen der Sklaverei 15

13.   Position. Falsche Moschee am falschen Platz  16

14.   Weltmission 2010. Starke Ordensfrauen für Indien  16

15.   Polen. "Das Kreuz muss bleiben"  16

16.   „Zu viel Bürokratie beim Sozialdienst vermeiden“  17

 

 

 

 

Giovedì 26 agosto.  Il commento al Vangelo. “Vegliate dunque”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 24,42-51) commentato da P. Lino Pedron 

 

42 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44 Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.

45 Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? 46 Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! 47 In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. 48 Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, 49 e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, 50 arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, 51 lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti.

La morte arriva imprevedibile per noi, ma al momento esatto previsto da Dio. Perché vigilare? Per essere trovati pronti; per non essere esclusi dalla sala delle nozze eterne.

Questa ignoranza dell’ora si iscrive nella nostra natura: la nostra vita ci sfugge, siamo un mistero per noi stessi, non ci possediamo, siamo del Signore.

Vigilare, essere pronti significa porsi davanti al Signore sempre presente (solo apparentemente assente) e vivere coerentemente secondo questa fede.

Nella parabola del servitore preposto ai servizi del suo padrone, la vigilanza prende la forma di una fedeltà responsabile verso una missione affidata dal Signore.

Seguendo il tenore del testo, bisogna porre l’accento sulla parusìa. Ci sono delle persone a cui sono state affidate responsabilità particolari nella Chiesa. La funzione dei detentori di cariche è qualificata come servizio. Coloro che sono affidati alle loro cure sono compagni di servizio. I detentori di cariche non sono padroni posti al di sopra degli altri. Tutti hanno un unico Signore sopra di sé. L’abuso della carica merita la massima condanna, come vuol far capire la punizione severissima.

L’attesa del Cristo deve suscitare l’impulso all’azione morale, a non sprecare il tempo, a comportarsi come servi di tutti e padroni di nessuno. De.it.press

 

 

 

Venerdì 27 agosto. Il commento al Vangelo. La parabola delle dieci vergini

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 25,1-13) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.

La storia raccontata in questo pezzo di vangelo ci presenta dieci ragazze che attendono lo sposo.

Chi è lo sposo e chi sono le dieci ragazze? Lo sposo è Cristo, le dieci ragazze sono la comunità cristiana. La storia non parla della sposa, perché le dieci ragazze sono la sposa e attendono l'arrivo non di uno sposo, ma del loro sposo. Queste dieci ragazze sono la sposa di Cristo, la Chiesa (cfr Ef 5,22-32).

Queste dieci ragazze si dividono in due categorie: cinque sono sagge e cinque sono stolte. In che cosa si manifesta la saggezza delle prime cinque? Hanno calcolato che l'attesa dello sposo sarebbe andata per le lunghe: per questo" insieme con le lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi" (v. 4).

Avevano capito che la vita ha una durata troppo lunga per poter conservare sempre la stessa carica di fede e di carità senza fare rifornimento. Le lampade accese significano la costante vigilanza che occorre per non perdersi nella notte della dimenticanza e dell'infedeltà in questo mondo.

Tema di questo racconto è l'attesa del Signore che viene. Ciò non significa che la vita presente sia una sala d'attesa della vita eterna, ma che deve essere vissuta come vita responsabilizzata in vista del Signore che viene. L'attendere Dio presuppone la fede. L'olio delle lampade è la fede con le opere.

Le cinque ragazze sagge, che rappresentano i buoni cristiani, non sembrano poi tanto buone, anzi, sembrano decisamente scostanti e cattivelle. Alle amiche stolte che le supplicano:" Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono rispondono:" No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene" (vv. 8-9).

Le ragazze sagge non possono dare il loro olio alle stolte perché nessuno può essere vigilante al posto di un altro, nessuno può amare Cristo al posto di un altro: è un affare personale, è un assegno"non trasferibile".

Questo racconto istruttivo ha lo scopo di esortare a tenersi pronti all'arrivo del Signore: un arrivo di cui non conosciamo né il giorno né l'ora, ma che non è lontano ed è certissimo e inevitabile.

Queste ragazze stolte che chiamano Gesù: "Signore, Signore" ( v. 11) hanno dimenticato l'insegnamento che egli aveva già impartito al capitolo 7,22-23 di questo vangelo: "Molti mi diranno in quel giorno (il giorno del giudizio finale): Signore, Signore ... Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità".

Queste parole non condannano la preghiera, non proibiscono di invocare Cristo come "Signore", ma ci insegnano che la preghiera deve essere congiunta alla pratica della vita cristiana. Bisogna fare la volontà del Padre, diversamente la preghiera non serve.

Nell'attesa del grande giorno della venuta del Signore bisogna vegliare e non comportarsi come i cristiani di Tessalonica che nel prolungarsi dell'attesa della venuta del Signore cominciarono a darsi all'ozio e al vagabondaggio (1Ts 4,11; 2Ts 3,6-12). Così le ragazze del racconto evangelico (cioè noi cristiani!) devono essere impegnate, operose e diligenti.

Matteo ha dato a questo racconto edificante una conclusione che concorda con la finale del discorso della montagna (Matteo, capitoli 5-6-7).Anche là troviamo la contrapposizione tra il saggio e lo stolto. Nel discorso della montagna essere saggio significa: non limitarsi ad ascoltare le parole di Gesù, ma metterle anche in pratica. Questa disposizione viene trasferita anche al presente racconto delle dieci ragazze che rappresentano la comunità cristiana. Sono pronti ad andare incontro al Signore quei cristiani che fanno la volontà di Dio come l'ha insegnata Gesù nel discorso della montagna.

Vigilare nell'attesa del Signore che viene in maniera improvvisa, vuol dire essere pronti; ed essere pronti significa essere fedeli alla volontà del Padre, facendo quelle opere di amore sulla base delle quali verrà fatto il giudizio finale. Questa è la vera "saggezza" cristiana: attuare con perseveranza la volontà del Padre che il Signore Gesù ha definitivamente rivelato. Nella parabola del giudizio finale ( Matteo 25,31-46) il Signore ci indicherà dettagliatamente quali sono le opere buone che dobbiamo fare nell'attesa della sua venuta. De.it.press

 

 

 

Sabato 28 agosto. Il commento al Vangelo. La parabola dei talenti

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 25,14-30) commentato da P. Lino Pedron 

 

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

La parabola dei servi a cui sono stati affidati dei talenti accentua il contrasto tra i servitori buoni e fedeli e quello malvagio.

Il regno dei cieli è un capitale messo nelle nostre mani; non possiamo lasciarlo improduttivo. Questa parabola ci insegna la vera natura del rapporto che deve intercorrere tra Dio e l’uomo. E’ tutto il contrario di quel timore servile che cerca rifugio e sicurezza contro Dio stesso in un’esatta osservanza dei suoi comandamenti.

E’ invece un rapporto d’amore dal quale possono scaturire coraggio, generosità e libertà.

Il servo buono e fedele è colui che, superando il timore servile e la gretta concezione farisaica del dovere religioso, traduce il messaggio in atti concreti, generosi e coraggiosi. Attendere il padrone significa assumere il rischio della propria responsabilità.

A coloro che si muovono nell’amore e si assumono il rischio delle decisioni, si aprono prospettive sempre nuove. Chi invece resta inerte e pauroso (v. 25) diviene sterile e gli sarà tolto anche quello che ha (v. 29).

Non basta non far niente di male, bisogna fare positivamente tutto il bene possibile.

La parabola suscita il problema della ricompensa. Per comprendere questo tema non bisogna dimenticare il rapporto dello schiavo col suo padrone. Se si tiene presente il rapporto padrone-schiavo nella società antica, la paga appare come una ricompensa di grazia. Il padrone non è tenuto a pagare nulla al suo schiavo proprio perché è suo e quindi è sua e dovuta ogni attività dello schiavo.

L’appello è rivolto alla comunità cristiana che vive nel tempo tra la Pasqua e la parusìa. E’ il tempo nel quale la comunità sta al servizio di Gesù e questo vuol dire concretamente al servizio dell’uomo.

La paralisi operativa del terzo schiavo è provocata dalla paura nei confronti del suo padrone. Il cristiano vero conosce Dio come amore infinito e questo lo porta ad agire con entusiasmo e dedizione.

Leggiamo nella Prima lettera di Giovanni: "Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio… Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore" (4,17-18). De.it.press

 

 

 

Domenica 29 agosto. Il commento al Vangelo. “Non metterti al primo posto”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Lc 14,1.7-14) commentato da P. Lino Pedron 

 

1 Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.

7 Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: 8 «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va’ a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.

11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

12 Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

I farisei si preoccupano del loro onore, amano i primi posti nelle sinagoghe e vogliono essere complimentati nelle piazze. Esigono la precedenza davanti agli altri e sono persuasi di avere diritto ai posti di onore. Ma lo spirito del vangelo è l’umiltà, il contrario del protagonismo di quelli che scelgono i primi posti. E questa non è questione di intelligenza tattica o di galateo: è una scelta di Dio. Gesù si è messo all’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Per questo è stato innalzato e glorificato.

Se Gesù ha scelto l’ultimo posto, anche il cristiano deve scegliere l’ultimo posto e rimanervi costantemente e saldamente. Per fare questo deve guarire dal gonfiore della sua superbia e dai suoi deliri di onnipotenza.

L’umiltà è la verità dell’uomo, ma è anche la verità di Dio, perché Dio è amore. Il fine della predicazione del vangelo è portare gli uomini all’umiltà per farli diventare come Dio che è umile.

Il peccato di Adamo, il peccato di ogni uomo, è voler occupare il posto di Dio, credendo, erroneamente, che Dio sia al primo posto. Ma il vero Dio, quello che si è manifestato in Gesù di Nazaret, ha scelto l’ultimo posto. Il credente che lo ama e lo segue, lo cerca lì. Dobbiamo cercare l’ultimo posto, perché ciò che conta è la vicinanza a Dio. E questo non significa seppellire i talenti, ma investirli nella direzione giusta. E’ giusto voler essere come Dio, ma prima bisogna sapere com’è Dio. Egli è umile, povero e piccolo, perché è amore: questa è la sua grandezza, la sua gloria e il suo potere.

Il Figlio di Dio si è umiliato fino alla morte di croce e per questo fu innalzato dal Padre (cfr Fil 2,5-11). Il cristiano deve seguirlo nell’umiliazione e nella gloria.

Il discorso precedente era rivolto agli invitati; dal v. 12 in avanti è rivolto all’invitante. A quelli Gesù ha detto di scegliere l’ultimo posto, a questo dice di scegliere gli ultimi. Il motivo viene detto nel brano seguente (vv. 15-24): perché Dio fa così.

Gesù rivolge un’esortazione inaspettata al capo di casa. La sua parola è fortemente provocatoria e urta non solo il comportamento farisaico e legalistico, ma le comuni abitudini della società civile. Essa si leva contro le caste privilegiate e i circoli chiusi che lasciano fuori la moltitudine degli indigenti, dei malati e dei bisognosi.

Anche durante un pranzo solenne Gesù si prende cura degli infelici e degli affamati, perorando la loro causa in casa dei ricchi. E’ una grande lezione di gratuità e di umanità.

Il privilegio degli ultimi deve caratterizzare la vita cristiana. Paolo apostolo rimprovera i cristiani di Corinto, perché nella cena del Signore non aspettano i poveri che arrivano tardi a causa del lavoro o della loro condizione di schiavi. Comportandosi così, disprezzano la Chiesa di Dio (cfr 1Cor 11,12). E san Giacomo scrive: "Dio ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del Regno" (Gc 2,5).

Invitando a tavola i ricchi e i vicini, ordinariamente ci si attende un contraccambio. L’invito rientra così nelle speculazioni e negli interessi personali ed egoistici. Ma Gesù ci ha insegnato: "Se amate quelli che vi amano, quale grazia ne avete? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a quelli che fanno del bene a voi, quale grazia ne avete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale grazia ne avete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi… Date e vi sarà dato (da Dio)" (Lc 6,35-36.38).

L’amore dei cristiani non deve fondarsi sul desiderio di essere ricambiati, perché l’amore o è gratuito o non è amore.

Si devono invitare i più poveri tra i poveri, perché da loro non c’è nulla da aspettarsi: non possono ricambiare l’invito, né procurarci onori e avanzamenti di grado.

Umanamente parlando, non è neppure piacevole sedersi con loro a tavola, per ovvi motivi. Servire con amore disinteressato, dando tutto senza aspettarsi nulla: questa è l’essenza della carità cristiana.

"Sarai beato perché non hanno da ricambiarti" (v. 14). Beatitudine strana, ma vera. Ci identifica con Dio che è amore gratuito, grazia e misericordia (cfr Lc 6,36). L’amore gratuito che il primo posto al povero è essenziale al cristianesimo, perché il Padre privilegia i figli più bisognosi, e perché Gesù si è fatto ultimo di tutti.

La ricompensa promessa da Gesù non consiste nell’avere qualcosa, ma è la comunione con Dio nel suo regno eterno. De.it.press

 

 

 

 

Domenica 29 agosto. XXII del tempo ordinario. E’ possibile provare la gioia di Dio

 

     Siamo in una villa di campagna dell’alta borghesia di una grande città del terzo mondo, una di quelle metropoli dove la miseria si accompagna allo spreco più sfacciato.

     Al termine della festa per il ventesimo compleanno della figlia – brillante studentessa universitaria – i genitori ordinano ai due domestici di sistemare la sala.

Ecco la sorpresa: sui tavoli è avanzata un’enorme quantità di carne, riso, patatine fritte, torte, pasticcini.

Che ne facciamo di tutta questa roba? – chiede imbarazzato il marito. La moglie, che sta portando in cucina un vassoio colmo di bicchieri da lavare, si ferma un istante, sorpresa, poi, come chi si rendesse conto in ritardo dell’errore commesso, soggiunge: “Abbiamo invitato le persone sbagliate: gente che non aveva fame”.

Abbiamo paura di lasciarci avvicinare da chi ha fame, temiamo che possa impoverirci. Eppure la festa della nostra vita potrebbe concludersi in modo deludente: potremmo ritrovarci con quei beni che il Signore ci aveva dato affinché con essi potessimo “sfamare” i suoi poveri.

“Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!” – esclama l’angelo dell’Apocalisse (Ap 19,9). Ma a quella festa potrà partecipare solo chi si è privato di tutto per donarlo a chi aveva fame.

 

Prima Lettura (Sir 3,19-21.30-31)

 

17 Figlio, nella tua attività sii modesto,

 sarai amato dall’uomo gradito a Dio.

 18 Quanto più sei grande, tanto più umìliati;

 così troverai grazia davanti al Signore;

 19 perché grande è la potenza del Signore

 20 e dagli umili egli è glorificato.

28 Una mente saggia medita le parabole,

 un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

29 L’acqua spegne un fuoco acceso,

 l’elemosina espia i peccati.

 

Per essere umili è forse necessario ricercare il disprezzo degli altri? Non sarebbe saggio, non avrebbe senso. Questo atteggiamento non attirerebbe – come invece assicura il Siracide – l’amore degli uomini e la benevolenza di Dio.

Qual è allora il comportamento che attira la simpatia degli uomini ed il favore del Signore? In che modo gli umili gli rendono “gloria”? (v.20).

Basta una rapida verifica, una semplice introspezione per rendersi conto che tutto ciò che siamo è un regalo di Dio. Da lui provengono la vita, la bellezza, la forza, l’intelligenza, le qualità che abbiamo. Nulla è nostro, di nulla ci possiamo vantare.

Non è malvagio, è soltanto ridicolo chi fa sfoggio dei doni di Dio come se fossero suoi. E’ insensato chi ostenta le qualità che ha ricevuto per confrontarsi e per imporsi agli altri. I doni di Dio sono stati dati affinché di essi facciamo dono ai fratelli.

Umile è colui che – ben cosciente delle proprie doti, attitudini, capacità – si mette a servizio di tutti, considera gli altri come padroni che gli possono chiedere aiuto quando sono nel bisogno.

L’umile mantiene il capo chino, come chi è sempre pronto a ricevere ordini dai superiori. “Glorifica” Dio, perché ciò che dà “gloria” a Dio è la gioia dell’uomo.

E’ l’umile che instaura rapporti che rendono felici, che pone fine all’egoismo, alla competizione, all’ostentazione e introduce nel mondo il principio nuovo dello scambio gratuito dei doni di Dio.

E’ in questo senso che Gesù si è autodefinito “mite ed umile di cuore” (Mt 11,29): ha donato senza riserve tutto se stesso per amore.

 

Seconda Lettura (Eb 12,18-19.22-24a)

 

Fratelli, 18 voi non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano che Dio non rivolgesse più a loro la parola;

22 Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa 23 e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, 24 al Mediatore della Nuova Alleanza.

 

Gli Ebrei che si erano convertiti al cristianesimo continuavano ad avere una certa nostalgia della religione dei loro padri. L’autore della lettera cerca di illuminarli facendo un confronto fra la religione antica, rappresentata dal monte Sinai e la religione cristiana, che ha per simbolo la nuova Gerusalemme.

Cosa è accaduto sul Sinai? Ci furono lingue di fuoco, tuoni, oscurità, tenebre. Di fronte ad un simile spettacolo, il popolo ebbe paura e chiese a Mosè che fosse lui a parlare e non il Signore (vv.18-19). Come si può avere nostalgia di un Dio che non può essere avvicinato se non attraverso intermediari?

I cristiani – continua la lettura – non si avvicinarono al monte Sinai, per fare esperienze terrificanti di Dio (v.22). Essi si avvicinano a Cristo. L’esperienza religiosa che fanno è completamente diversa: è quella della festa perché in Gesù scoprono il volto del Dio amico degli uomini (v.23-24). Nell’AT vi erano tanti mediatori fra il Signore ed il popolo: i sommi sacerdoti, i leviti, il sinedrio, gli anziani. Oggi i cristiani sanno di potersi rivolgere direttamente al Padre, senza alcuna riserva o paura. L’unico mediatore è Cristo il quale non cerca servi, ma amici (Gv 15,15).

 

Vangelo (Lc 14,1.7-14)

 

1 Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo.

7 Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: 8 “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te 9 e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10 Invece quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali.

 11 Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.

12 Disse poi a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. 13 Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

 

In Israele il pranzo del sabato non si riduceva a una semplice refezione, era un convito dove si ritrovavano parenti e amici che conversavano sui più svariati argomenti. Si discorreva di lavoro, di politica, di problemi familiari e sociali. I temi religiosi, teologici e morali venivano trattati soprattutto quando un rabbino era fra gli ospiti. I maestri e i dottori approfittavano di questi banchetti per esporre le loro dottrine. Anche Gesù ha dato molti dei suoi insegnamenti a tavola (Lc 5,29; 7,36; 9,17; 10,38; 11,37; 14; 19,1; 22,7-38).

Il brano di oggi va collocato in questo contesto di simposio festivo. Siamo nella casa di un fariseo, al termine della liturgia nella sinagoga e Gesù è fra gli invitati (v.1).

A tavola non ci si siede come capita, bisogna attenersi a una rigida etichetta, ci sono gerarchie da rispettare. I posti vengono assegnati con molta attenzione: al centro le persone di riguardo, accanto a loro il padrone di casa e poi via via tutti gli altri, disposti ai tavoli in considerazione della loro posizione sociale, della funzione religiosa che svolgono, della ricchezza che possiedono, dell’età. Gesù accompagna con il suo sguardo distaccato e anche un po’ divertito la distribuzione dei posti fatta da uno dei domestici, osserva l’imbarazzo di chi, magari inavvertitamente, si è portato un po’ troppo avanti e deve arretrare di alcune posizioni, vede il compiacimento malcelato di chi si schermisce, ma alla fine acconsente ad occupare un posto più centrale e prestigioso; nota gli atteggiamenti impacciati, i rossori, le goffaggini. Introduce una prima parabola (vv.7-11).

     “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto... va all’ultimo, perché, venendo colui che ti ha invitato ti dica: amico, passa più avanti! Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”.

Questo invito alla furbizia stona parecchio sulla bocca di Gesù. E’ strano che egli si abbassi a suggerire un trucco tanto meschino per avere successo in pubblico e per compiacere la vanità. Inoltre il proverbio che cita è ben noto in Israele perché si trova nella Bibbia: “Non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: sali quassù!, piuttosto che essere umiliato davanti ad un superiore” (Pr 25,6-7). Rabbi Simeon, un contemporaneo degli apostoli, raccomandava al suo discepolo: “Sta sotto di due o tre posti rispetto quello che ti spetta e attendi che ti si dica:Sali più su!’… E’ meglio infatti sentirti dire: ‘Sali più su! Sali più su!’, piuttosto che ‘Scendi più giù! Scendi più giù!”. Gesù dunque non fa che richiamare una prassi raccomandata da tutti.

E’ vero, le parole sono le stesse, ma il contenuto è diverso. Gesù non ha alcuna intenzione di rendere scaltri i suoi discepoli. Non si è mai mostrato interessato a far loro ottenere successi nella vita. Quando essi lasciavano trasparire l’ambizione dei primi posti, li riprendeva sempre con severità (Mc 9,33-37). Proibiva persino l’uso dei titoli onorifici (Mt 23,8-10), non tollerava le “divise” che consacrano e sacralizzano le caste, faceva dell’ironia sugli scribi “che amano passeggiare in lunghe vesti ed hanno piacere di essere salutati nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti” (Lc 20,46).  Sulla sua bocca il proverbio non ha dunque lo scopo di insegnare una tattica per affermarsi. Vediamo di capire.

 

Se rileggiamo con attenzione il brano, verifichiamo che una parola ricorre più spesso delle altre (ben cinque volte!), è invitato-invitati. Il termine greco del testo originale andrebbe però tradotto con chiamato-chiamati. E’ ai chiamati che ambiscono ai primi posti che Gesù intende rivolgersi. Vanno dunque identificati.

Notiamo un secondo dettaglio: il modo con cui Gesù prende la parola è per lo meno sorprendente. Non è così che si interviene in casa d’altri. Egli non parla come un ospite, ma come se fosse il padrone.

Bastano queste due semplici osservazioni per farci intuire che la cena di Gesù in terra palestinese è una cornice artificiale. Luca se ne serve per porre sulla bocca del Signore una lezione ai chiamati, cioè ai cristiani delle sue comunità. E’ in queste comunità che, sempre più spesso, esplodono dissensi e dissapori per questioni di precedenze. I presbiteri, i responsabili dei vari ministeri si lasciano prendere dalla smania di occupare i “primi posti”. E’ l’eterno problema della Chiesa: tutti dovrebbero servire, ma, in pratica, c’è sempre chi aspira a titoli onorifici, vuole primeggiare, si gonfia di orgoglio e giunge a trasformare perfino l’Eucaristia in un’occasione di auto-celebrazione. Ecco il cancro che distrugge le nostre comunità!.

Gesù sapeva quante tensioni sarebbero sorte fra i suoi discepoli a causa della frenesia per i primi posti, per questo, durante l’ultima cena, ha voluto richiamare di nuovo la lezione. Voleva che rimanesse impressa nella mente di tutti come il suo testamento: “Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,26-27).

Gesù non chiede – come faceva rabbi Simeon – di arretrare di due o tre posti, ma di capovolgere le posizioni, di rovesciare la scala dei valori. Solo chi sceglie, come ha fatto lui, il posto del servo, verrà esaltato durante l’unico banchetto che conta, quello del regno di Dio. Per chi in terra ha fatto sfoggio di vanità, ha ricevuto inchini e onori, quel momento sarà drammatico: si vedrà relegare all’ultimo posto, segno del fallimento della sua vita, dimostrazione che i valori su cui ha puntato erano effimeri e caduchi.

 

Dopo aver raccontato la parabola, Gesù si rivolge al fariseo che l’ha invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini...” (v.12). Non direi che il clima che si è creato a tavola sia dei migliori: Gesù se la sta prendendo un po’ con tutti. Che colpa ne ha quel povero fariseo se in Israele la tradizione impone di invitare solo quattro categorie di persone: gli amici, i fratelli, i parenti, i ricchi vicini? E’ forse conveniente mettere insieme un dottore della legge con un pastore ignorante o un fariseo con un pubblicano?

Lo abbiamo già notato: non è il Gesù seduto a tavola in una casa della Palestina che sta parlando, ma è il Signore risorto che si rivolge al fariseo presente nelle comunità di Luca. E’ il Cristo che fa raccomandazioni ai discepoli che si comportano da farisei, che discriminano. E che dice?

Dice che bisogna dare inizio a un nuovo banchetto in cui le quattro categorie della “gente per bene” cedano il posto ad altre quattro: “Quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi e ciechi” (v.13).

Gli storpi, i ciechi e gli zoppi non erano ammessi nel tempio del Signore (Lv 21,18; 2 Sam 5,8). La loro condizione era un chiaro segno del loro stato di peccato e l’assemblea degli Israeliti doveva essere composta da gente integra, perfetta, pura, senza difetti. Gesù annuncia di essere venuto a dare inizio ad un banchetto nuovo, un banchetto in cui gli esclusi, le persone rifiutate da tutti divengono i primi invitati, coloro ai quali sono riservati i posti d’onore.

Il suo discorso è rivolto a tutti coloro che, nella comunità cristiana, sono incaricati di organizzare il banchetto del regno. A loro viene richiesto il coraggio di seguire criteri nuovi, opposti a quelli adottati dalla società civile.

Non è facile per le comunità cristiane assimilare i criteri di Dio. Fin dalle origini nella Chiesa sono esplose tensioni a causa delle discriminazioni dettate dai criteri di questo mondo. Lo testimonia Giacomo che, nella sua lettera, è costretto a richiamare i cristiani. “Supponiamo – dice – che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: ‘Tu siediti qui comodamente’, e al povero dite: ‘Tu mettiti in piedi lì’, oppure: ‘Siediti qui ai piedi del mio sgabello’, non fate in voi stessi preferenze?” (Gc 2,2-4).

I poveri, i ciechi, gli storpi, gli zoppi, rappresentano quelle persone che hanno sbagliato nella vita. Sono il simbolo di chi cammina senza la luce del Vangelo e inciampa, cade, fa del male a se stesso e agli altri, passa da un errore all’altro. Gesù ricorda ai suoi discepoli che la festa è stata organizzata proprio per costoro. Guai escluderli.

 

Concludendo la sua esortazione, afferma: accogliendo coloro che tutti rifiutano “tu sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (v.14).

Quando gli uomini fanno un favore, subito pensano alla contropartita; quasi per istinto calcolano i vantaggi che ne possono ricavare. Questa logica è ben illustrata dalla raccomandazione di Esiodo (sec.VIII a.C.): “Invita a tavola chi ti ama e lascia stare il nemico. Ama chi ti ama; va da chi viene da te. Dà a chi ti dà, non dare a chi non dà”.

Gesù chiede al discepolo di amare gratuitamente, di fare del bene in pura perdita. Raccomanda di accogliere in casa coloro che non possono dare nulla in cambio. La ricompensa verrà data da Dio in cielo.

Questa affermazione ha bisogno di un chiarimento. L’invito ad aiutare il povero, pensando alla ricchezza che così si accumula in cielo, può essere ancora un comportamento egoista. E’ un servirsi del povero per “trasferire i propri capitali in paradiso”. Questo amore è antipatico, è subdolo.

Il povero va amato perché è amabile, non per compassione o assumendo un atteggiamento di altezzosa superiorità (magari anche solo spirituale). Certo non è facile scoprire qualcosa di simpatico, di attraente in un nemico, in un malfattore. Gli occhi umani non riuscirebbero mai a scorgere qualcosa di amabile in queste persone se la parola del Signore non purificasse gli sguardi, non curasse la cecità. E’ Gesù che fa capire che, se Dio ama ogni uomo, significa che nell’uomo esiste sempre qualcosa di meraviglioso.

Quale sarà la ricompensa?

Chi ama avendo come obiettivo la sola ricerca del bene del fratello diviene simile al Padre che sta nei cieli, fa l’esperienza della sua stessa gioia.

La felicità di Dio è tutta qui: amare gratuitamente.

Si realizza la promessa di Gesù: “Sarà grande la vostra ricompensa: sarete figli dell’Altissimo” (Lc 6,35). Non si può pretendere di più. P. Fernando Armellini, de.it.press

 

 

 

Editoriale di "Famiglia Cristiana". La Costituzione dimezzata

 

Il Cavaliere è sempre più insofferente delle "forme" e dei "limiti" previsti dalla Costituzione.

 

Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla “sovranità popolare” che finora lo ha votato.

  La Costituzione in realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi (con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione.

  Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere.

  Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta. Beppe Del Colle, Famiglia Cristiana" n.35, 25 agosto.

 

 

 

Fiat, dalla Cei arriva il plauso a Napolitano: "Il suo intervento nobilissimo e incisivo"

 

Citta' del Vaticano - ''L'intervento del presidente Napolitano e' stato nobilissimo, rapido, incisivo e lucido''. E' quanto ha detto all' Adnkronos mons. Giancarlo Maria Bregantini, Arcivescovo di Campobasso-Boiano e Presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, in merito alla vicenda dei tre operai della Fiat di Melfi riammessi al lavoro da una sentenza del tribunale dopo il licenziamento.

Bregantini ha aggiunto: ''L'azienda ha dei compiti e degli obblighi non solo di natura economica ma anche di natura personale''. Per questo non basta, ha spiegato l'arcivescovo, che la Fiat dica 'gli continuo a dare lo stipendio'. L'azienda, ha detto l'esponente della Cei, ha diversi compiti: ''c'e' l'aspetto del mantenimento - ha osservato Bregantini - e questo e' dato dalla paga. Poi c'e' la funzione sociale, cioe' la responsabilita' verso la persona e l'ambiente, quindi la dignita' di fronte a Dio''.

Alla luce dunque della dottrina sociale della Chiesa, si puo' dire ''che l'azienda stia compiendo un errore etico e nega i diritti della persona''. ''Non si vede perche' - ha detto l'arcivescovo - la Fiat non debba osservare la decisone del tribunale. E in effetti non la osserva se riduce tutto a una questione di carattere eocnomico-finanziario, negando allo stesso tempo i diritti della persona. Non basta dire: 'ti pago lo stipendio', tale comportamento dell'azienda denota, dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa, un errore etico''. ''La sentenza ha dato un'indicazione - ha aggiunto mons. Bregantini - ma la Fiat ha deciso di attuarla in questa modalita' minimalista. In tal modo si priva il lavoratore della sua dignita', non basta soddisfare l'aspetto economico, c' e' la dignita' della persona''.

In merito alla questione piu' generale della crisi nel Mezzogiorno, mons. Bregantini ha invitato ''il mondo sindacale ad essere molto saggio'' cercando il dialogo e non il conflitto a tutti i costi ed evitando cosi' di ''provocare la perdita di investimenti verso il Sud''. In particolare, ha detto Bregantini ''la Cgil stia attenta, e' necessario un dialogo vero''. ''Invochiamo saggezza - ha detto il vescovo - nel mondo sindacale e rispetto della dignita' da parte dei datori di lavoro''.

Il Meridione del Paese sta attraversando un momento difficile, ha quindi spiegato mons. Bregantini, ed ''e' lasciato sempre piu' solo da questa pseudo-crisi che sta logorando la politica italiana''. ''E' una situazione - ha detto ancora mons. Bregantini - che preoccupa ancora di piu' il Sud. La crisi infatti avviene su questioni personali e non sulla questione del bene comune, cioe' il bene della collettivita' nazionale. Sono concetti che ha spiegato bene Famiglia cristiana''. ''Non si puo' spaccare il Paese - ha aggiunto ancora il vescovo - su questioni di carattere personale''. (Adnkronos 25)

 

 

 

 

Meeting Rimini. Tutelare i diritti. Terzo giorno di lavori

 

Diritti umani, tutela della vita e dei più deboli e piccoli, sono stati alcuni dei temi dibattuti nel corso della terza giornata di lavoro (24 agosto) del Meeting di Rimini, “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”.

 

Una sostituzione pericolosa. Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’università degli studi di Milano-Bicocca, ha cercato di rispondere alla domanda “I diritti umani sono ancora un diritto?”, soffermandosi ad analizzare casi concreti in cui la Corte Europea si sovrappone alle decisioni dei parlamenti nazionali regolarmente eletti dai cittadini, come ad esempio nel caso delle leggi austriache e tedesche sulla fecondazione assistita che avevano vietato la fecondazione eterologa. “La Corte di Strasburgo in questo caso – ha ricordato la giurista – ha affermato che la distinzione fra fecondazione omologa ed eterologa provoca discriminazione fra coppie che soffrono di problemi di sterilità e una violazione del loro diritto alla vita privata e familiare, che comporterebbe anche il diritto ad avere un figlio. Questo sostituirsi ai legittimi parlamenti da parte di Istituzioni soprannazionali rivela una concezione astratta e individualistica dei diritti, i quali, quando vengono tradotti nelle carte e quindi diventano positivi, subiscono delle limitazioni per proteggere altri beni che si ritengono ugualmente importanti”. Esemplare anche il caso Lautsi del 2009 contro l’Italia, sull’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche. Pure in questo caso la Corte Europea ha condannato l’Italia per il fatto di prevedere l’esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, anche se il Governo ha proposto ricorso in appello. “La domanda che ci si pone – ha continuato la studiosa – è evidente: perché su un problema di questa natura debbono intervenire le istituzioni europee anziché quelle nazionali? Questo significa distruggere la storia e le radici culturali dei popoli che compongono l’Europa”. Sulla stessa linea anche David Kretzmer, dello Straus Institute for the Advanced Study of Law and Justice della New York University School of Law, per il quale “occorre molta attenzione nel non dar corso alle decisioni delle istituzioni internazionali, quando queste interferiscono su questioni interne ai Paesi, perché toglieremmo loro l’autorità di intervenire anche in quelli come Russia e Turchia dove i poteri pubblici violano i diritti umani e coprono crimini efferati”.

 

La vita vale più della morte. Di tutela del diritto alla vita ha parlato Andrea Simoncini, docente di diritto costituzionale all’università di Firenze, partendo dal caso di Eluana Englaro. Un caso suscitato “per affermare un principio, per stabilire un diritto, quello di morire quando la vita non merita più di essere vissuta”. “Questa vicenda – ha detto Simoncini - sfida uno dei dogmi centrali del pensiero contemporaneo: la libertà come capacità autonoma di scegliere, di autodeterminazione. In ballo c’è l’idea per cui si è liberi solo se si è in grado di scegliere. In base a questa se una persona è libera e qualcosa ostacola la sua scelta, lo scopo del diritto è eliminare questo ostacolo”. In altre parole “eliminare il bisogno, anche visivamente, non facendolo vedere”. “Mentre un tempo, (Aristotele, Platone, Tommaso e Agostino), la libertà è sempre stata la capacità di soddisfare il bisogno, di realizzare ciò per cui siamo nati, - ha spiegato il docente - per i moderni la libertà è capacità di non avere bisogni. Eluana era in una condizione di profondo bisogno ed occorreva affermare la sua libertà, non prendendosi cura di lei ma liberandola dal bisogno. Per ottenere questo occorreva prendere una decisione che eliminasse il suo bisogno di vivere”. La decisione della Cassazione “ha accettato questa nuova idea di libertà” ovvero che “libertà di vivere sia la possibilità di interrompere la vita”. Per Simoncini “il diritto è sempre più utilizzato per conseguire artificialmente quello che la natura non consente: liberare l’uomo dal bisogno che lo caratterizza. Con il diritto si può realizzare la più grande utopia, togliere all’uomo la sua umanità”. Occorre, invece, “riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte”.

 

Lo scandalo abusi. Al Meeting riminese è intervenuto anche mons. Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino e primate d’Irlanda, con una relazione sul card. John Henry Newman (1801-1890), e sul cattolicesimo irlandese di allora e di oggi. Non è mancato un cenno agli abusi sessuali nel Paese. “Le vittime sono state derubate del Dio che cercano, ma i fedeli si sentono spesso derubati della loro Chiesa e si sentono traditi da essa. Lo scandalo degli abusi sessuali di bambini da parte di sacerdoti e religiosi in Irlanda è veramente uno scandalo. I fedeli sono scandalizzati dagli abusi e dalla maniera in cui questi furono trattati dalle autorità ecclesiastiche”. Il presule ha, poi, ricordato che “l’Irlanda sta subendo una vera rivoluzione della sua cultura religiosa” e non è più “un baluardo del cattolicesimo tradizionale” come testimoniano le percentuali di presenza alla messa domenicale (dal 2 al 5%) e dall’aumento del numero dei matrimoni civili. Daniele Rocchi sir

 

 

 

 

 

Vescovi Triveneto. I primi passi. Nota pastorale sulla prima Comunione a 100 anni dal decreto di san Pio X

 

Un'occasione per ricordare il pontefice veneto san Pio X (1835 - 1914), "uomo buono ma insieme fermo e risoluto nel promuovere il rinnovamento della vita ecclesiale", e richiamare "il valore decisivo dell'iniziazione cristiana dei ragazzi, soprattutto in questo tempo segnato da un accelerato processo di secolarizzazione e di indifferenza religiosa". Con questo obiettivo i vescovi della Regione ecclesiastica del Triveneto hanno sottoscritto nella riunione del 1° giugno scorso a Zelarino (Venezia) la nota pastorale "La prima Comunione all'età dell'uso della ragione", diffusa il 28 luglio. Il testo esce in occasione del centesimo anniversario del decreto "Quam singulari Christus amore", emesso dalla Sacra Congregazione dei Sacramenti l'8 agosto 1910 per disposizione del papa Pio X, con cui si stabilì che i ragazzi fossero ammessi alla prima Comunione all'età della "discrezione", cioè verso i 7 anni di età, anziché a 12-14 anni come prevedeva la prassi pastorale del tempo. La nota ripercorre il quadro storico-ecclesiale e le motivazioni pastorali che determinarono tale svolta e s'interroga su quanto quel decreto possa dire oggi riguardo l'educazione cristiana dei ragazzi. La Regione ecclesiastica del Triveneto comprende tre Regioni geografiche: Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, per un totale di 15 diocesi.

 

Cento anni dopo. Il decreto di Pio X, che ribadì le prescrizioni del Concilio Lateranense IV (1215) successivamente confermate dal Concilio di Trento nella sua 13ª sessione (1551-1552), segnò "una vera e propria svolta - scrivono i vescovi - perché negli ultimi secoli", l'età della prima Comunione "era stata ritardata verso i 12-14 anni", e richiese al Papa "l'edizione di un nuovo catechismo per loro" e "il coinvolgimento attivo dei genitori". Oggi, a cento anni dalla sua pubblicazione, il decreto "ci invita a tenere viva la nostra attenzione ai ragazzi e promuovere la loro educazione cristiana, fin dai primissimi anni della loro vita"; "ci chiede" di accompagnarli "verso una progressiva conoscenza di Gesù e verso una comunione sempre più intensa con lui, facendo vivere loro una serena e gioiosa esperienza di vita cristiana all'interno delle nostre comunità ecclesiali". Secondo i vescovi il decreto rammenta inoltre che "il momento culminante della comunione con Cristo si realizza mediante l'incontro sacramentale con Lui nell'Eucaristia", e che iniziare ad essa i bambini "è molto di più che prepararli alla prima Comunione. È introdurli alla vita cristiana ed ecclesiale; è nutrire la loro vita cristiana con gli atteggiamenti propri della vita liturgica espressi nella celebrazione eucaristica: l'accoglienza fraterna, l'ascolto della parola di Dio, la professione di fede, l'offerta di sé, la disponibilità al servizio".

 

Una triplice scelta pastorale. "Noi continuiamo ad ammettere i ragazzi alla prima Comunione anche oggi in un'età molto giovane: a 9-10 anni. Ma quello che ci sta a cuore", sottolineano i vescovi, è "il loro cammino globale di iniziazione alla vita cristiana", "frutto dell'azione dello Spirito Santo", ma che "si realizza attraverso un itinerario che la prepara, la anticipa e la favorisce" quando, "guidati e animati dalle loro famiglie e dalla comunità cristiana, si rendono docili all'azione dello Spirito". "Il cambiamento culturale in atto, il processo di secolarizzazione, il diffuso atteggiamento di indifferenza religiosa attuale chiedono a noi oggi una triplice scelta pastorale". Anzitutto di "non limitare il cammino di iniziazione cristiana ai soli incontri settimanali di catechesi, ma di far vivere ai ragazzi una vera esperienza di vita cristiana" che coinvolga loro, i genitori e tutta la comunità. Necessaria, inoltre, la partecipazione attiva dei loro genitori. "Oggi - osservano i vescovi - molti genitori mantengono un atteggiamento di delega nei confronti dell'educazione cristiana dei figli", ma essi hanno un "diritto-dovere educativo" che può considerarsi "un vero e proprio ministero ecclesiale".

 

L'incontro con l'amore di Dio. Il cammino di fede dei ragazzi va inoltre "inserito organicamente nell'itinerario dell'intera comunità parrocchiale", luogo "ordinario e privilegiato di iniziazione cristiana". Iniziazione che può a sua volta diventare "occasione per risvegliare nella comunità il senso delle origini e la necessità di una rinnovata riscoperta della propria fede". Come il decreto "Quam singulari", anche gli attuali "Orientamenti dei vescovi italiani che regolano l'iniziazione cristiana dei ragazzi - si legge ancora nella nota - avvertono che l'itinerario di iniziazione non termina con la celebrazione di battesimo, cresima ed Eucaristia, ma continua con il tempo della mistagogia". Pertanto i fanciulli "dovranno essere accompagnati dalla comunità" a continuare la loro formazione anche nell'età dell'adolescenza e della giovinezza. "La prassi dell'iniziazione cristiana - concludono i vescovi - deve confrontarsi con i tempi che cambiano e con gli uomini e le donne che incontra. San Pio X ci ricorda che, al di là dei metodi e dei percorsi, deve rimanere fondamentale l'intento del nostro impegno educativo: favorire l'incontro con l'amore di Dio".

GIOVANNA PASQUALIN TRAVERSA

 

 

 

Il "ponte" delle religioni. In Turchia incontro con Bartolomeo I e il vice muftì di Istanbul

 

Il "viaggio dell'amicizia" organizzato dall'associazione "Rondine - Cittadella della pace", cominciato il 15 luglio in Azerbaijan, finisce a Istanbul, in Turchia, dove la delegazione è arrivata il 28 luglio da Yerevan, capitale dell'Armenia. Già dal pullman il gruppo, nonostante l'ora tarda e la stanchezza, accumulate per la fatica e le tante emozioni di questo lungo percorso, ha ammirato una delle città più belle del mondo, e dalle montagne armene si è ritrovato catapultato nell'antica Costantinopoli, che brillava sul mar di Marmara. La Turchia confina con il Caucaso e con tutti i Paesi, Azerbaijan, Georgia e Armenia, che sono stati visitati dalla delegazione, ma è completamente diversa: a Istanbul tra i richiami dei muezzin per la preghiera e le sirene delle navi, in un brulicare costante di persone, turisti e un traffico infernale, l'impressione di trovarsi "nel mezzo" tra Europa, Asia e Medio Oriente, è fortissima. E forse non ci poteva essere luogo migliore dove diffondere ancora una volta i "14 punti per la pace nel Caucaso", il documento che l'associazione ha consegnato in tutti gli incontri avuti in questi giorni, elaborato all'indomani del conflitto tra Russia e Georgia del 2008, per volontà dei giovani ospitati nello Studentato internazionale di "Rondine". E dato che il dialogo interreligioso è un pilastro fondamentale nella costruzione della pace, come è scritto nell'ultimo punto del documento stesso, gli appuntamenti principali in Turchia sono stati con Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, e con Sabri Demir, vice muftì di Istanbul.

 

Bisogna fermare il fanatismo. Il primo ha lanciato un appello contro il fanatismo religioso, che va fermato, "perché purtroppo si fanno ancora delle guerre in nome della religione e questa è una grande contraddizione". Bartolomeo I ha ricordato che "noi lavoriamo e preghiamo sempre per la pace" e ha sottolineato che "il nostro patriarcato cerca di essere un ponte di dialogo tra Grecia e Turchia e tra le Chiese ortodosse dei Balcani". "Sentiamo - ha aggiunto - la responsabilità dell'unità interortodossa e abbiamo avviato dialoghi con tutte le Chiese a denominazione cristiana: con il cattolicesimo abbiamo prima avuto il 'dialogo di carità' sotto il pontificato di Giovanni XXIII e poi, dal 1980, abbiamo iniziato il 'dialogo di verità'". Bartolomeo I ha anche richiamato l'importanza del "dialogo accademico" con l'islam e l'ebraismo e ha sottolineato come "l'amore", il "rispetto" e la "comprensione reciproca" siano i valori comuni di cui il mondo di oggi ha più bisogno. Il patriarca ha ricambiato i saluti di Benedetto XVI, portati dal presidente di "Rondine", Franco Vaccari, e ascoltando l'esperienza di convivenza dello Studentato ha commentato che "è molto più preziosa delle università, degli studi e della sapienza del mondo". Rivolgendosi poi agli studenti presenti ha detto "voi preparate il mondo di domani". Al termine dell'incontro il patriarca ha regalato a Vaccari il francobollo emesso dalle poste vaticane per la visita del Papa in Turchia, nel 2006, dove sono raffigurati Bartolomeo I e Benedetto XVI. Il patriarca ha anche augurato "buon Ramadan" ai due studenti musulmani presenti e ha invitato uno dei due, il ceceno Magomed Aleroev, nello studio privato, dove gli ha mostrato il proprio corano in greco e arabo, posato accanto alla Bibbia.

 

Non ci conosciamo abbastanza. Per Sabri Demir, incontrato nello stesso giorno, "se oggi ci sono dei conflitti è perché non ci conosciamo abbastanza". Il religioso ha indicato nella Turchia e nella città di Istanbul una sorta di "ponti" naturali tra culture e religioni, perché "qui siamo esattamente a metà tra Asia ed Europa e abbiamo sviluppato una cultura della tolleranza con tutti i Paesi con cui abbiamo una vicinanza geografica e con cui siamo venuti in contatto nella nostra storia". Demir ha ricordato che, "in tutta la Turchia, moschee, chiese e sinagoghe convivono senza problemi le une accanto alle altre ed è così da mille anni"; il vice muftì ha indicato nel prossimo Ramadan, che comincerà l'11 agosto, uno degli esempi di buona armonia tra le religioni, "perché in quel periodo i musulmani devono osservare l'astinenza dal cibo, durante il giorno, e i fedeli delle chiese cristiane e delle sinagoghe turche preparano per loro da mangiare, la sera". Nel suo incontro con il gruppo di "Rondine", Demir ha sottolineato che in effetti, nei Paesi musulmani, "negli ultimi cento anni, sono sorti molti conflitti", ma questi eventi non sono legati, secondo il suo parere, alla religione, ma a questioni di interessi geopolitici internazionali. Il vice muftì ha spiegato che la Turchia è "un Paese laico" dove esiste un ministero per gli Affari religiosi statale, da cui dipendono i muftì delle province e dei sobborghi, ma c'è una totale divisione tra le sfere dei due poteri e la libertà di culto è garantita, "perché noi non partecipiamo alla vita politica e lo Stato non interviene nelle faccende religiose". Ascoltando le esperienze di convivenza tra giovani ebrei, musulmani e ortodossi dello Studentato di "Rondine", Demir ha paragonato i giovani a un "giardino di rose, dove ognuna ha un diverso colore e profumo, ma nessuna è più bella di altre" ed ha augurato che l'associazione "che ha degli obiettivi così nobili, si diffonda in altri Paesi del mondo".

SIMONA MENGASCINI  (da Istanbul)

 

 

 

Alla Casa Bianca c'è uno strano profeta

 

Si chiama Barack Obama e la sua visione messianica somiglia a quella di Gioacchino da Fiore. In Vaticano ci hanno persino creduto. Ecco la storia di un falso che però ha un fondo di verità - di Sandro Magister

 

ROMA  – La tempesta scatenata nei giorni scorsi dalle dichiarazioni di Barack H. Obama circa il progetto dell'Istituto Cordoba di New York di costruire una moschea a pochi passi dalle Twin Towers abbattute l'11 settembre 2001 da terroristi musulmani ha riportato in primo piano la domanda su quale sia la visione complessiva dell'attuale presidente degli Stati Uniti di America.

 

In un primo tempo, il 13 agosto, al centinaio di ospiti di fede islamica che aveva invitato alla Casa Bianca per celebrare l’inizio del Ramadan, Obama aveva detto:

 

"Come cittadino e come presidente credo che i musulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la loro religione di chiunque altro in questo paese. Questo comprende il diritto di costruire un luogo di culto e un centro comunitario su un terreno privato nella parte sud di Manhattan, in accordo con le leggi e le ordinanze locali. Questa è l’America, e il nostro impegno per la libertà religiosa deve essere incrollabile".

 

Ma il giorno dopo, subissato dalle reazioni, si era sentito in dovere di fare retromarcia, non sul principio ma sul caso particolare:

 

"Non stavo commentando e non commenterò sulla saggezza di prendere la decisione di costruire lì una moschea, stavo facendo un commento molto specifico su un diritto che risale alla fondazione del nostro paese. E penso che sia molto importante, per quanto difficile, che non perdiamo di vista chi siamo come popolo e quali sono i nostro valori".

 

I critici di Obama hanno avuto buon gioco nel mettere in evidenza questa sua oscillazione di giudizio. Che è solo l'ultima di una lunga serie e rende incerto anche il giudizio su di lui.

 

Obama è un enigma anche per la Chiesa cattolica. Su di lui sono stati formulati giudizi entusiastici e condanne inesorabili, di cui www.chiesa ha volta a volta riferito. Tra gli elogi fece colpo un anno fa, in Vaticano, quello del cardinale Georges Cottier. Tra gli anatemi quello di monsignor Michel Schooyans e dell'arcivescovo Roland Minnerath. Per il primo, Obama è un novello Costantino, capo di un moderno impero provvido per la Chiesa. Per i secondi è un falso messia, che è doveroso smascherare.

 

La divaricazione di giudizio divide anche l'episcopato cattolico americano, la cui leadership è molto critica di talune scelte di Obama in materia di vita e famiglia, e la segreteria di Stato vaticana, che invece è più comprensiva, come lo è anche "L'Osservatore Romano".

 

Di recente sono usciti in Italia due libri che studiano il personaggio Obama con una particolare attenzione alla sua visione generale del mondo, che è poi la questione che più interessa alla Chiesa.

 

Il primo ha per autore un giornalista della Radio Vaticana, Alessandro Gisotti, profondo conoscitore dell'America.

 

Il secondo ha per autori Martino Cervo, caporedattore del quotidiano "Libero", e Mattia Ferraresi, corrispondente da Washington del quotidiano "il Foglio".

 

Sia l'uno che l'altro libro mettono in luce con una ricca e accurata documentazione che, in effetti, la visione di Obama ha molto di contraddittorio.

 

Un esempio lampante di contraddizione è quando Obama cita il teologo protestante Reinhold Niebuhr come suo ispiratore.

 

Niebuhr (1892-1971), grande ammiratore e interprete di sant'Agostino, fu uno dei maestri del "realismo" nella politica internazionale. Sostenne cioè il primato dell'interesse nazionale e dell'equilibrio tra le potenze, in una umanità profondamente segnata dal male.

 

Niebuhr definiva la democrazia: "una ricerca di soluzioni provvisorie a problemi irresolvibili". E una sua famosa preghiera diceva: "Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare". Tutto l'opposto, quindi, della retorica messianica che pervade i discorsi di Obama, del suo continuo proclamare l'avvento di una "nuova era", di un "nuovo inizio", di una "età di pace", di un mondo redento perché "Yes, we can".

 

Nel suo libro, Gisotti ricorda che il cattolico George Weigel, celebre biografo di Giovanni Paolo II, ha messo in evidenza come la visione di Obama sia proprio "l'esempio perfetto di quel tipo di utopismo contro il quale Niebuhr, con il suo profondo senso della fragilità della storia e delle autodistruttive capacità degli esseri umani, si batté per tre decenni".

 

Piuttosto che a Niebuhr, i discorsi di Obama sembrano sposarsi all'utopia di un famoso monaco e teologo medievale: Gioacchino da Fiore, profeta di una "età dello Spirito" dopo quelle concluse del Padre e del Figlio, una terza e definitiva età di pace, di giustizia, di umanità senza più divisioni, neppure tra le religioni.

 

Appare così forte la parentela ideale tra Obama e Gioacchino da Fiore, che nel 2008 corse sui media di tutto il mondo la notizia che il futuro presidente degli Stati Uniti per tre volte si era riferito a lui in discorsi chiave della sua campagna elettorale.

 

La notizia trovò tale credito che il 27 marzo 2009 il francescano Raniero Cantalamessa, predicatore ufficiale della casa pontificia, la rilanciò in una delle sue prediche di Quaresima al papa e alla curia romana.

 

In realtà la notizia era falsa. Mai Obama ha citato Gioacchino da Fiore in qualche suo discorso. Nel loro libro, Cervo e Ferraresi ricostruiscono con precisione la genesi e la storia di questo falso, nel quale è caduto anche il predicatore del Vaticano.

 

Per aver ricordato, nel suo sermone, che Gioacchino da Fiore era un eretico, padre Cantalamessa fu interpellato dall'agenzia on line della conferenza episcopale degli Stati Uniti, "Catholic News Service". Alla quale dichiarò:

 

"Qualcuno ha usato le mie parole per insinuare che considero anche Obama un eretico come Gioacchino, mentre io ho una profonda stima per il nuovo presidente degli Stati Uniti".

 

Ma richiesto di dire come avesse saputo della triplice citazione fatta da Obama, padre Cantalamessa disse candidamente:

 

"Digitando 'Obama Gioacchino da Fiore' su Google, si trovano tutte le notizie su cui mi sono basato per il mio discorso".

 

Nonostante le inesistenti citazioni, dunque, la somiglianza tra la retorica di Obama e la visione di Gioacchino da Fiore resta. Il teologo e cardinale Henri De Lubac non avrebbe avuto difficoltà ad aggiungere Obama all'affollata schiera della "Posterità spirituale di Gioacchino da Fiore", titolo di un suo saggio di trent'anni fa sull'influsso che l'utopia di quel monaco ha avuto fino ai giorni nostri, dentro e fuori il cattolicesimo.

 

Ma di nuovo, la contraddizione riappare quando si confrontano i discorsi di Obama con le sue decisioni concrete.

 

Le truppe in Afghanistan restano, Guantanamo non chiude, sull'aborto incombono i fondi federali... Giorno dopo giorno, le decisioni operative del presidente contrastano con gli annunci. Rimandano sempre a un imprecisato "domani" l'inverarsi dell'utopia messianica che i suoi discorsi continuano a riproporre.

 

Anche la "nuova era" di Gioacchino da Fiore non si avverò nel 1260, l'anno stabilito. Ma il sogno sopravvisse. E Obama lo ripropone oggi nel suo ruolo di uomo più potente del mondo.

 

Scrivono Cervo e Ferraresi: "Il fatto che le parole di Gioacchino siano state messe in bocca a Obama è un tocco d'ironia che ha tutta l'aria di un destino. L'afflato millenarista, gioachimita, in fondo totalitario, cancella l'inesorabile limitatezza umana per affidare la salvezza dell'uomo all'uomo, o almeno a colui che si mostra capace di incarnare il desiderio di cambiamento. Poco cambia che sia un re, un filosofo, un mezzo santo o il presidente degli Stati Uniti". L’Espresso online 23

 

 

 

USA. La religione nel  tempo di Barack Obama

 

Leggo su Newsmax.com, notiziario online del Partito Repubblicano, un’intervista in cui il Pastore Evangelico Franklin Graham  sostiene che l’attuale Presidente B. Obama ha stretti legami con l’Islam e sottolinea che Obama è “nato”  islamico.

 L’intervistatore John King della CNN chiede: Ha dei dubbi sulla fede cristiana del Presidente?

F.Graham risponde: Penso che il problema del Presidente è che egli è nato musulmano. Suo padre era musulmano, il seme dell’Islam è passato attraverso suo padre come il seme del giudaismo è passato attraverso sua madre. E’ nato musulmano, suo padre gli ha dato un nome islamico.Ora è ovvio che lui  ha rinunciato al Profeta Maometto, che ha rinunciato all’Islam ed ha accettato Gesù Cristo.  Debbo credere a quello che dice. Ma era nato musulmano, il mondo islamico lo vede come uno dei suoi figli…

E via di questo passo, sottolineando la differenza fra quello che il Presidente dice e le sue origini, sul nascere in una religione ed il diventare parte di un’altra, fino a sostenere che il Presidente avrebbe fatto meglio ad entrare in una buona chiesa evangelica, quelle sì che insegnano bene la Bibbia, anziché nella chiesa del Rev. Wrights di Chicago.

Insomma questa intervista mi pare  una bella espressione del libero mercato delle chiese, un’attività promozionale per il primato di una chiesa in campo etico e politico, per prestigio e numero dei seguaci.

 Pensiero che fa nascere una nuova  domanda: qual’è la chiesa migliore per salvarsi l’anima lassù, e per diventare un inattaccabile presidente degli USA quaggiù? Ricordiamo che all’epoca della campagna elettorale del Presidente Kennedy si sostenne da più parti che mai e poi mai un cattolico poteva essere presidente degli USA perché  l’obbligo dell’ubbidienza al Papa di Roma poteva interferire con le decisioni politiche.

Ed allora per cercare una risposta in questo bel groviglio multietnico e multiculturale creato dall’attuale Presidente, da buona europea, abituata a dare uno sguardo all’indietro prima di guardare in avanti, ricordo che i padri fondatori dell’Unione di stati nordamericani erano un gruppetto di Puritani emigrati nel XVII secolo dall’Inghilterra, in cerca di una terra dove potessero essere liberi di professare il loro credo religioso, perché nella terra natia  si sentivano una minoranza perseguitata dalla chiesa anglicana, professata dalla corona e quindi dalla maggioranza della popolazione, nata dal distacco dalla Chiesa di Roma, ufficialmente a causa di un divorzio negato. 

E questi Puritani sancirono il principio della libertà di religione, pensiero e parola, come pietre fondanti di una comunità formata da emigrati provenienti da ogni parte del globo, che doveva crescere nel rispetto di questi principi.

Che cosa sono dunque le  riflessioni/accuse rivolte dal Rev. F. Graham al Presidente, nato e cresciuto sul suolo americano, istruito ad Harvard, primo nero a dirigere la rivista interna di quel prestigioso ateneo?

Non siamo nella terra di tutte le libertà per tutti? Fino a che punto queste libertà fondanti sono una realtà vissuta, accettata nel quotidiano? Mi pare che in questo caso siamo alle manifestazioni del conservatorismo più chiuso, quello che limita ai wasps, bianchi anglo- sassoni protestanti, le libertà di cui alla costuituzione, insomma la manifestazione di una democrazia limitatissima, privilegio di pochi, e di una religione che salva l’anima di quei pochi. Per salvarsi, prima in questo mondo e poi nell’altro, è opportuno che gli americani entrino nella chiesa indicata dal Rev. Graham. Meglio ancora, in questo caso la salvezza è proprio garantita, se nascono figli di membri di quella chiesa, biondi e con gli occhi chiari.

Con buona pace dei sacri principi di libertà sanciti nella costituzione, difesi con coraggio da  Barack Hussein Obama, primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America, in una situazione difficile e spinosa come quella della collocazione di un centro di cultura islamica a New York.

Signor Presidente, per lasciare alle giovani generazioni americane una democrazia più perfetta e più compiuta, la strada da percorrere è assai lunga, lei ne indica  la direzione e ne illumina il cammino. Coraggio, vada avanti, porti avanti il suo sogno di un’America migliore. Emanuela Medoro

 

 

 

 

 

Missione. Spezzare il pane. Settimana di formazione e spiritualità (Assisi, 26-31 agosto)

 

"Spezzare pane per tutti i popoli. Il dono della missione". Questo il tema della Settimana nazionale di formazione e spiritualità missionaria, in programma ad Assisi dal 26 al 31 agosto. Ne abbiamo chiesto "un'anticipazione" a don Gianni Cesena, direttore dell'Ufficio Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese e della Fondazione Missio.

 

Spezzare il pane con tutti: quali orizzonti conferisce questo impegno all'attività missionaria?

"Il tema del nostro tradizionale appuntamento formativo, quest'anno, prende spunto in particolare da una frase contenuta nel messaggio del Papa per la prossima Giornata missionaria: 'Una Chiesa eucaristica non può che essere una Chiesa missionaria'. Oltre alla preparazione della Giornata, l'altro appuntamento su cui si focalizzerà l'attività missionaria del prossimo anno pastorale sarà infatti il Congresso eucaristico, in programma ad Ancona nel 2011, che ha già una valenza missionaria nel suo tema. In questa prospettiva, spezzare il pane per tutti i popoli, da una parte ci richiama all'universalità: il pane è un simbolo molto denso, che richiama il corpo del Signore, ma anche il Signore crocifisso, il corpo offerto per la salvezza di tutti gli uomini. Dall'altra parte, il pane ci esorta a condividere la fame di tutte le persone: la fame di pane e la fame di Dio, attraverso la capacità di vivere una vita secondo il Vangelo, in grado cioè di spezzare il pane per gli altri".

 

C'è poi la missione concepita come "dono"…

"Quello del dono è un dinamismo che va sempre tenuto presente, quando si parla di missione, e che invece spesso viene concepito a senso unico. Il dono - di cui l'Eucaristia è segno tipico - è quello che l'inviato in missione porta evangelizzando, ma è anche quello che riceve nel rispondere alla chiamata del Signore e nel lasciarsi evangelizzare da Lui e dalle persone che incontra. Tramite la settimana di Assisi, vorremmo lanciare una provocazione: senza nulla togliere a ciò che si dona andando in terre di missione, vorremmo concepire la missione come un dono fatto anzitutto a noi. Quanto più spezziamo il pane per gli altri, tanto più ci 'ritorna' in termini di comprensione del Vangelo, della Parola di Dio, dell'umanità stessa: non solo per quanto riguarda gli aspetti problematici, ma soprattutto riguardo a qual è il progetto di Dio su ciascuno di noi e su tutti i popoli. Per quanto riguarda la Chiesa in Italia, l'appuntamento di agosto sarà anche l'occasione per interpretare un cammino in cui le nostre Chiese hanno fatto molto in termini di attività missionaria, ma che ora tendono una mano anche alle altre Chiese per annunciare il Vangelo alle persone venute tra di noi, e che appartengono al variegato mondo dell'immigrazione".

 

Nei lavori verrà dato anche ampio spazio alla "geografia della fame". Quali le politiche di aiuto?

"Solo dagli osservatori più attenti è stato fatto notare che l'attuale crisi economica e finanziaria per qualcuno è mancanza dei mezzi di sopravvivenza. Per tutti costoro, la crisi aggrava la situazione: per questo bisogna accorgersi di cosa significhi la fame, in concreto. Oggi tutte le politiche di cooperazione sono in crisi, sotto due aspetti: in primo luogo a causa della tendenza a pensare prima alle nostre economie, alle nostre famiglie che soffrono per la crisi economica, per poi eventualmente prendere in considerazione i più poveri. In secondo luogo, la non trasparenza dell'attività di alcuni organismi crea un clima di sospetto su come un'opera di solidarietà possa andare a buon fine. Il mondo missionario ha sempre giocato, e continua a giocare, sul campo la sua partita, ma c'è bisogno che anche la società civile vigili. Non bisogna trascurare, infine, il fatto che la risposta missionaria è sempre una risposta episodica: ci vuole una nuova cultura della cooperazione, che invece sta regredendo. L'esempio da seguire, ancora una volta, è quello del Papa, che nella Caritas in veritate sollecita una giusta economia internazionale per garantire a tutti i giusti diritti".

 

Sul piano formativo, nell'anno in cui inizia il decennio dedicato dalla Chiesa italiana all'"emergenza educativa", ci sono passi da compiere in ambito missionario?

"Per le modalità e i mezzi in cui oggi si trasmette la fede, in una società globalizzata, non si può pensare ad un'idea di educazione molto ristretta, legata cioè alle sole virtù personali. Il cristiano e il cittadino che vengono educati nel terzo millennio sono cittadini del mondo. Oggi tanta gente viaggia e conosce la solidarietà dei missionari: attraverso la loro testimonianza, altre persone possono conoscere meglio e condividere i destini del mondo. Quando si racconta delle terre di missione, più che le bidonville, si dovrebbero far vedere le università piene di giovani che studiano, in modo da condividere la loro volontà di speranza. È in questo contesto, a mio avviso, che va inquadrata un'azione educativa mirata non a guardare il proprio particolare, ma ad assumere invece quegli stili di vita necessari per poter convivere in questa società. Gli analisti ci dicono che il nostro è un Paese in cui, finora, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità: è questo il momento di adottare stili di vita coerenti con le nostre possibilità, ma anche con la solidarietà verso chi è nel bisogno".  M.MICHELA NICOLAIS

 

 

 

 

Il linguaggio post-televisivo del Papa

 

Papa Benedetto XVI non sa comunicare? Avrebbe davvero bisogno di uno spin doctor che gli suggerisse cosa dire, come e quando dirlo? Qualcuno che si intrufolasse nella sua presunta solitudine per consigliarlo, indirizzarlo, guadagnargli audience ed evitare polemiche quando parla da cristiano ai musulmani, agli ebrei, alle multinazionali del farmaco, agli abortisti messicani, ai massoni belgi, agli avvocatoni americani? Nelle prossime settimane, sarà un argomento di cui sentiremo parlare giàcché «penne cattoliche», quelle con l’infallibilità incorporata, stanno scendendo in campo per spiegare perché il Papa sia sotto attacco. E nonostante le ottime intenzioni, dalle anticipazioni apparse sui giornali pare che un po’ di colpa ce l’abbia anche il Santo Padre: è mal consigliato, comunica male, manca di una squadra che pianifichi la sua strategia comunicativa.

 

Aspettando il ritorno dei bei tempi, che inizieranno certamente non appena in Vaticano assolderanno chi saprà far parlare il Papa a comando, magari scelto (per par condicio) non più in un movimento fondato in Spagna ma in uno nato in Italia, non più tra gli ex presidenti della stampa estera ma tra gli ex vicedirettori del Tg Uno, ricordiamoci che sull’icona mediatica di Benedetto XVI, prima dei giornalisti, hanno scritto studiosi italiani e stranieri, anche non cattolici, quindi non infallibili ma solo seri. Perché, per l’ovvio gioco di specchi che l’interazione comunicativa impone, l’icona del Papa condiziona quella della Chiesa. Con buona pace degli spiritosi che il 19 aprile 2005 lo avevano (simpaticamente, in verità) soprattutto percepito come il Pastore tedesco, ad agosto di quell’anno Joseph Ratzinger ha iniziato a farsi riconoscere come il potenziale maestro di chiunque avesse voglia di pensare, anche tra coloro che si occupano di comunicazione. Ad un evento ideato con gli stilemi del ciclone Wojtyla, la giornata mondiale della gioventù di Colonia, quando il secondo giorno le telecamere hanno ripreso la sua visita alla sinagoga della città tedesca, è stato come se i riflettori si fossero spenti sul suo predecessore e accesi definitivamente su Benedetto XVI.

Non è un fatto insignificante se, dopo l’eruzione comunicativa e carismatica di Giovanni Paolo II, dopo l’epoca in cui i messaggi sono stati straordinariamente coperti da immagini e gesti, nella basilica vaticana la parola è tornata regina. Almeno per coloro che fanno comunicazione premettendo la loro appartenenza «cattolica», questo avrebbe dovuto essere il primo segnale di discontinuità tra l’attuale e il precedente pontefice. Uscito dal cono d’ombra nel quale ha vissuto durante i 24 anni di collaborazione con Wojtyla, Benedetto XVI ha iniziato subito a manifestare un efficacissimo «minimalismo comunicativo» che appare la cifra immediata che lega i fedeli al Papa durante le sue catechesi e le sue omelie. Non è un ritorno al passato, piuttosto una proiezione verso l’epoca della post- televisione. I massmediologi indicano proprio nella parola la forma comunicativa più pertinente alla convergenza tecnologica dei media. Perché è capace, allo stesso tempo, di mettere in discussione la tradizionale comunicazione unidirezionale accentuando così le possibilità di dialogo. Un’attitudine quest’ultima che, anche per come è stata gestita la comunicazione negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, trova disabituati persino i fedeli della Chiesa.

 

Dopo l’agosto del 2005, dopo Colonia, è stato sempre più difficile, fino a diventare impossibile, un esercizio che prima di Benedetto XVI era diventato regola: aggiungere l'icona del Pontefice come plusvalore, quasi fosse una «guest star», ad avvenimenti presentati e gestiti con le stesse categorie dell'intrattenimento, diritti Siae compresi. Sin dalla sua prima omelia durante i giorni del lutto di Giovanni Paolo II, Ratzinger ha soprattutto lanciato una sfida per quella parte della Chiesa che ancora si illude, sbagliando analisi sull’effettiva stratificazione sociale, e ragionando ancora con i modelli della paleocomunicazione, di poter puntare al target più basso dell’opinione pubblica riempiendo gli spazi comunicativi di mezze notizie, notizie mal dette, presunte opinioni, smentite, frasi fatte e rifatte. Non è raro trovare nei libri del Ratzinger teologo una premessa che ricorda che la possibilità che l’uomo ha di parlare con Dio è data dal fatto che Dio stesso è discorso, ascolto, risposta. Che tutto questo possa avvenire anche quando il suo Vicario ricorre ai massmedia, è una sfida conforme alla caratura intellettuale di un Papa che sa insegnare. Che tutti, anche i cattolici vogliano aiutarlo in questa sfida, questo è un altro problema. L’U 25

 

 

 

 

Beati voi, ospiti e stranieri. La 30° Tendopoli a San Gabriele dell’Addolorata

 

Sono le beatitudini a fare da filo conduttore alla trentesima edizione della “Tendopoli”, l’appuntamento che da tre decenni raduna al Santuario di San Gabriele dell’Addolorata a Isola del Gran Sasso (Te) giovani provenienti da tutta Italia. Un’edizione speciale, quella di quest’anno – apertasi il 24 agosto, alla presenza di circa mille partecipanti - perché sarà l’occasione per ricordare il cammino fatto dai giovani della “Tendopoli” in questi trent’anni. “Per celebrare questa ricorrenza – ha raccontato al Sir, padre Francesco Cordeschi, fondatore e anima della manifestazione che si concluderà sabato 28 agosto – abbiamo pensato che riflettere sul Discorso della montagna sarebbe stato il miglior compendio dell’excursus sui comandamenti, intrapreso negli ultimi dieci anni, e più in generale sull’itinerario che Dio ci ha fatto percorrere”.

 

La Fiaccola della speranza. La tendopoli si è aperta ufficialmente nel tardo pomeriggio di martedì con l’intervento del Vescovo della diocesi di Teramo-Atri, mons. Michele Seccia, insieme al padre provinciale dei Passionisti, Piergiorgio Bartoli. I giovani hanno poi accolto la Fiaccola della Speranza, benedetta per la prima volta da Papa Giovanni Paolo II nel 1994 e lo scorso anno da Papa Benedetto XV, che è arrivata da Spoleto al termine di una staffetta. Nei prossimi giorni i giovani ascolteranno e rifletteranno sulle testimonianze dei relatori tra cui Alessandro Meluzzi, Armando Santarelli, Roberto Cecconi, Paolo Brosio e Ciro Benedettini. Le varie testimonianze potranno essere seguite quotidianamente on line sul sito internet della Tendopoli (www.tendopoli.it ). “Il tema Beati voi ospiti e stranieri – ha spiegato padre Cordeschi – vuole essere un invito a scendere con sincerità nel profondo del proprio cuore, fino a scoprire di essere ospite e straniero perché qualunque terra abiterai non sarà lì la tua terra, perché nessuna terra sarà di tuo possesso. Sarai sempre residente e pellegrino insieme”.

 

La via scritta dai giovani. “Per l’occasione – continua Padre Cordeschi - è stato realizzato un libro, contente stampe e testi, attraverso cui i giovani che in questi anni hanno vissuto le diverse Tendopoli hanno raccontato la loro esperienza dando vita ad una speciale via Crucis. Si tratta di una sintesi dell’esperienza passionista attraverso le gioie e le sofferenze dei giovani. Un album che consegneremo a tutti i partecipanti”. Nella notte tra venerdì e sabato una delegazioni dei “tendopolisti” si staccherà dal gruppo per partecipare al grande raduno dei giovani che si svolgerà quella stessa notte a L’Aquila, in occasione della Perdonanza Giovani, a cui saranno presenti anche i giovani del Sermig, l’Arsenale della Pace di Torino.

 

Giovani di oggi e di ieri. Sabato 28 agosto vi sarà, invece, la chiusura della Tendopoli a cui parteciperanno anche molti di coloro che hanno preso parte a queste trenta edizioni. A tutti loro, padre Francesco e i suoi collaboratori, hanno rivolto l’invito a condividere questa giornata di festa. Alle 11 è prevista la messa presieduta dal cardinal Walter Kasper, già presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Nel pomeriggio vi sarà il mandato finale con la consegna del pane e dell’acqua simboli del pellegrino. “In questi trent’anni – conclude padre Cordeschi – è diventato sempre più difficile riuscire a raggiungere i giovani perché sono sparpagliati in vie diversissime, anche all’interno della stessa Chiesa. A non essere cambiato è, però, quel desiderio di fondo dei giovani, la voglia di ricercare Dio. Essenzialità e preghiera, restano, così, i punti cardine della Tendopoli per accompagnarli in questo cammino. E’ per questo che guardando a quanto fatto ho la certezza di vedere una Chiesa giovane, viva e fresca. Ma soprattutto, la consapevolezza che l’esperienza delle Tendopoli non la facciamo noi, ma Dio”. sir

 

 

 

 

Evasione fiscale e legge "ad aziendam": don Gallo è il primo autore che se ne va

 

"Non pubblicherò più libri con Mondadori, dopo questa storia del romanzaccio di Segrate io zitto non ci sto". Don Andrea Gallo è un autore Mondadori e mette la parola fine al suo rapporto con la casa editrice dopo l'inchiesta del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicata tre giorni fa e la "tempesta del dubbio" di un autore Mondadori, il teologo Vito Mancuso, che in una lettera aperta al quotidiano ha sollevato la questione se sia eticamente corretto continuare a pubblicare il proprio lavoro con un'azienda che ha pagato 8,6 milioni di euro al fisco, in vent'anni, anziché 350 milioni. E poi tutto sia stato sanato da una legge "ad aziendam".

 

Tra tutti gli autori Mondadori in ambasce, don Andrea però è il primo che consuma lo strappo. "Ciò che è grave sono le leggi ad personam del governo, allora dovrei dimettermi dall'Italia - riflette sulla polemica la psicoterapeuta e scrittrice, Gianna Schelotto - Mondadori è un'azienda con cui lavoro benissimo, ha altissime professionalità e non ha mai toccato una virgola nei miei libri". "Da Mondadori me ne sono andato un anno fa - spiega Dario Vergassola, comico e autore spezzino - non mi trovavo bene; nessuna pressione, ma nei miei confronti c'era indifferenza".

 

Don Gallo invece sabato ha pagato 92 euro, la bolletta di un pensionato genovese cui avevano tagliato la luce perché non riusciva a saldarla, e non può stare zitto, dice, davanti a un'evasione di 350 milioni. "Sono un autore piccolissimo, minuscolo, ho compagni enormi, da Zagrebelski a Scalfari, da Saviano a Citati, ma qualcuno deve pur dire no a un certo punto, e questa vicenda: è un romanzaccio che spinge un mini-autore come me a non poter proseguire ancora con Mondadori", dice don Gallo.

 

Il prete di strada ci tiene a precisare, però: "L'azienda di Segrate è un monumento dell'editoria italiana e, lì dentro, ho incontrato professionalità eccellenti. Però non posso fare finta di niente davanti a una legge "ad aziendam" che ha messo a posto un'evasione fiscale enorme. Vero che ci sono state due sentenze favorevoli, ma al terzo grado non ci si è arrivati: è invece arrivata l'ennesima legge ad personam".

 

Per Mondadori don Gallo ha pubblicato due titoli, "Angelicamente anarchico" nel 2004 e, a febbraio 2010, "Così in terra come in cielo": "È successa una cosa che mi ha incuriosito, in occasione delle presentazioni pubbliche dell'ultimo libro - svela don Andrea - la Mondadori, sia a Milano, sia a Genova, dove esistono librerie dell'azienda, mi ha organizzato gli incontri da Feltrinelli". Ricorda la telefonata furiosa del suo amico Beppe Grillo, appena pubblicò "Angelicamente anarchico" per Mondadori: "Prete maledetto non dovevi farlo" - ride il fondatore della Comunità di San Benedetto - ma mi avevano cercato loro, io non mi ero posto il problema, avevo incontrato persone molto competenti, e poi mi interessava soltanto che tutto ciò che il libro guadagnava, così come tutti quelli che ho scritto, andasse sul conto della Comunità e finanziasse il suo lavoro. Quando è uscito "Così in terra come in cielo" Grillo mi ha nuovamente telefonato ("Finalmente pubblichi con Feltrinelli" mi ha detto). Io gli ho risposto di no, ma anche lui era caduto nel giochetto, perché il volume veniva presentato al pubblico nella libreria di via Ceccardi".

 

Don Gallo guarda indietro e punta il dito: "Abbiamo tutti preso un grosso granchio: abbiamo sottovalutato chi sapeva e aveva capito tutto, per tempo, Indro Montanelli". "Perché davanti all'inchiesta di Giannini le istituzioni, le forze politiche non parlano? C'è un silenzio assordante in questa crisi di sistema".

 

Gianna Schelotto si allinea con la maggior parte di grandi autori che non vogliono rompere un rapporto di altissimo profilo con le eccellenze che lavorano in Mondadori: "Ho cominciato con la casa editrice negli anni Settanta e Berlusconi non c'era ancora - dice la psicoterapeuta genovese - Spero di continuare finché Berlusconi, come proprietario, non ci sarà più". LR 24

 

 

 

 

Settimana liturgica. Le tre parole. Memoria, libertà e speranza nella riflessione del card. Scola

 

L’eucaristia, “in forza della sua propria e specifica integralità, deve essere per la vita quotidiana” illuminandone gli aspetti più significativi: gli affetti, il lavoro, la socialità e l’esperienza del dolore. Ad affermarlo è il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, che la sera del 22 agosto ha aperto a Fabriano la 61ma Settimana liturgica nazionale “Eucaristia e condivisione. 'Dacci oggi il nostro pane quotidiano' (Matteo 6, 11)”, che si concluderà il 27 agosto per iniziativa del Centro azione liturgica. La celebrazione inaugurale è stata presieduta dal vescovo di Fabriano-Matelica, mons. Giancarlo Vecerrica, alla quale è seguito il saluto del presidente del Cal e vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, mons. Felice Di Molfetta.

 

Memoria, libertà e speranza. Secondo il card. Scola “le distorsioni riscontrabili lungo i secoli, nella teologia e nella prassi eucaristica, potrebbero essere descritte a partire dall'esame delle verità a essa relative che sono state trascurate”. Dimenticarne la dimensione liturgico-sacramentale “condurrebbe inevitabilmente a disincarnare il rapporto con Cristo. Non parlare della presenza reale equivarrebbe a confinare la specificità dell'evento cristiano nelle strette maglie di una generica religiosità. Dimenticare la dimensione sacrificale sradicherebbe l'eucaristia dalla singolare missione redentrice di Gesù. O, infine, trascurare che la res sacramenti è la Chiesa e la sua unità, sfocerebbe nella riduzione individualistica del cristianesimo”.

Centrale la relazione eucaristia – vita quotidiana. Quest’ultima, spiega il card. Scola, “si gioca, innanzitutto, nell'esperienza che ogni uomo fa” del tempo, rilevabile “anzitutto nel presente” del quale non è tuttavia possibile parlare “fuori dalle dimensioni del passato e del futuro”. E proprio “da questa insuperabile connessione tra presente, passato e futuro si evince che come il presente è l'ambito specifico della libertà, il passato lo è della memoria e il futuro della speranza. Memoria, libertà e speranza esprimono un io in cammino”.

 

L’ambito degli affetti. “Se consideriamo la rilevanza antropologica dell'eucaristia nelle dimensioni essenziali dell'esperienza umana – prosegue il patriarca - dobbiamo prendere in considerazione l'ambito degli affetti”, ossia “i cardini costitutivi dell'amore nell'umana esperienza. Innanzitutto la dimensione del corpo, e, quindi, della differenza sessuale”. “A nessuno di noi – sottolinea il patriarca - sfugge il livello di confusione in cui queste dimensioni fondamentali dell'avventura umana vengono oggi vissute e, ciò che è più grave, proposte dalla cultura dominante. La pretesa di poter prescindere dalla differenza sessuale e, contemporaneamente, un'esaltazione astratta del corpo, la separazione di amore e fecondità — o perché si cerca un preteso sterile dono di sé o perché si vuol essere fecondi senza consegna di sé —, l'orizzonte assai inquietante della clonazione umana che abolirebbe l'esperienza originaria della paternità-figliolanza... e l'elenco potrebbe continuare”. Di fronte a questi elementi il porporato richiama l’affermazione di Benedetto XVIal n 27 di Sacramentum caritatis: “L'eucaristia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l'amore tra l'uomo e la donna, uniti in matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità propria del nostro tempo”.

 

Il lavoro. “Una seconda dimensione che caratterizza l'esperienza elementare di ogni uomo, vissuta nella vita quotidiana, è il lavoro”, ambito che “esprime la capacità di interagire con la realtà, in tutte le sue dimensioni, ivi comprese quelle economica e socio-politica”, fa notare ancora il card. Scola. Anche il lavoro, secondo il patriarca, viene illuminato dall’azione eucaristica. In questa azione, spiega, “l'uomo impara quotidianamente anche in cosa consista la verità del suo agire, perciò anche del suo lavoro. Il suo agire non è mai come l'agire del Creatore, ma è sempre un co-agire” e “in quanto tale non si può attuare in modo autonomo rispetto a ciò che lo precede: la realtà in tutta la sua alterità. L'eucaristia è quella azione paradigmatica che precede e provoca l'azione dell'uomo”.

 

Comunione, sacrificio e redenzione. Ma l’eucaristia è anche scuola di comunione: essa, evidenzia il porporato, “fa di noi una cosa sola, senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità. Nulla è più lontano dalla comunione cristiana dell’annullamento dell’io nel collettivo”. Pertanto “non si può impunemente celebrare l’eucaristia senza farsi carico, ognuno secondo la propria vocazione, della condivisione del bisogno a tutti i livelli”. Infine “la condizione di sacrificio che costituisce una costante dell'esperienza elementare degli uomini”. In tale orizzonte, rammenta il patriarca, “la morte di Cristo quale passaggio verso la risurrezione assume in sé ogni possibile sacrificio, e fa sì che la croce nella vita dell'uomo sia, per quanto dolorosa, soltanto una condizione”, ossia un momento di passaggio. “Nella potenza salvifica del Redentore – è la conclusione del card. Scola - persino il peccato, se riconosciuto, perde la sua sembianza di morte”. sir

 

 

 

 

Una città e la sua preghiera

 

I turisti vanno e vengono con gli occhi sospesi alle stupende, gotiche nervature delle navate. Girano, si guardano attorno, scambiano, amano fotografare... Ogni tanto, però, scende dal pulpito l’invito a sostare qualche istante, immobili, là dove stanno: è il momento della preghiera. Un prete o un pastore protestante accompagnano dall’alto la voce dei presenti con un salmo e un Padre nostro insieme. Ciò richiama il senso di un luogo, dove la comunità cristiana si riunisce a pregare. Vi verrà, allora, da pensare alle nostre città d’arte, dove a volte confusione, foto e scompiglio di turisti rendono un luogo di culto irriconoscibile agli occhi dei nostri antenati e della loro fede.

Al pomeriggio, nell’animato quartiere di Soho potete rifugiarvi qualche istante nell’antica chiesa di St. Patrick. Entrando, nella penombra vi accoglie una serie infinita di banchi ben allineati, quasi composti in preghiera. Sull’altare in fondo, infatti, un illuminatissimo ostensorio d’oro e un bouquet di fiori vi guardano. Non c’è anima vivente. Solo assorta in un angolo una statua in gesso di Santa Teresa di Lisieux e altre vecchie statue di santi. Sembra, tuttavia, di essere in un’oasi di pace straordinaria in un quartiere pieno di vita e di via-vai. E pare che Dio stesso vi aspetti qui da sempre.

In una chiesa vicina, frequentata da portoghesi, una Madonna di Fatima esulta segretamente della miriade di ceri lasciati accesi da chi passa. Accanto, una grande scritta: Lord, a light for you to enlighten me in my difficulties and decisions. Per illuminarmi nelle mie difficoltà e decisioni. Qui in terra inglese si vuole sempre che il messaggio sia chiaro e trasmetta qualcosa. Anche alla televisione. Perfino scritto per terra, quando si attraversano le strade: guardare a destra o guardare a sinistra. La parola come sempre illumina un gesto, altrimenti questo si fa automatico e banale. E così, accendere un cero qui si illumina di senso.

Passate accanto ad un altra vecchia chiesa in pietra grigia e sentite cantare. Se entrate, un folto pubblico nero vi accoglie sorridente... e non vi pare vero di essere attesi! Così, sorpresi, posate le borse della spesa e dopo qualche istante di estasi ve ne potete andare. Anche un estraneo qui trova il suo posto. O un momento originale di stare insieme: sorpresa sempre gradevole per ambo le parti.

È questa una società abituata ad ammettere l’altro e la sua espressione, oppure un altro credo religioso, senza battere ciglio. Sacro e profano, poi, si mescolano nella tolleranza più completa. In un’altra chiesa, così, appena entrati vi pare di scorgere sull’ultimo banco un barbone completamente disteso con accanto la sua birra. Ed allora può succedervi di vederlo perfino durante la messa - come due settimane fa, alzando il calice alla consacrazione - anche lui sollevare in alto la sua lattina, automaticamente... Anche in questo caso, come sempre, il Signore è misericordia e perdono!

Rientrando a casa, sul marciapiedi potrete incrociare attorno a un leggio improvvisato un gruppo pentecostale dei Caraibi per un breve gospel, dal ritmo e suoni inconfondibili... Sì, esibirsi in pubblico con belle tuniche colorate fa parte del loro essere. E comprendi, in fondo, che questo  è lo spirito di una città, che tutto ammette e rende possibile.

Mille volti di Dio, mille modi per incontrarlo, mille volti di uomini che lo cercano nella preghiera. Ma forse la preghiera più bella e più seria è quella con gli italiani emigrati della nostra parrocchia. È al momento del credo, del loro impegno di fede. Chiedo loro con calma, lentamente: “Rinunci a fare il male, a vivere di violenza, di ambizione, di invidia o di gelosia...? Rinunci allo spirito del male, di divisione, di esclusione e di chiusura all’altro, al differente?” E loro, ogni volta compatti, a rispondermi: “Siiiì, rinuncio!” Rinunciarvi, quando la società di oggi al contrario vi invita continuamente a farlo... so di chiedere loro un miracolo quotidiano. Ma ciò mi dice anche quanto ogni migrante, in fondo, desidera un mondo più umano e fraterno. Una vita degna, da vivere insieme. Ed allora mi chiedo: “Quanti mai sanno leggere il cuore di un migrante?” Renato Zilio missionario a Londra

 

 

 

 

Chiesa e creato. Il dono da custodire. La quinta Giornata si celebra il 1° settembre

 

Il 1° settembre la Chiesa in Italia celebra la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato. “Custodire il creato, per coltivare la pace” è il tema del messaggio dei vescovi italiani per la Giornata. “Mi sembra molto bello interpretare ilsalvaguardare’ con il ‘custodire’, che richiama il coltivare e il custodire della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non solo la preoccupazione a non rovinare qualcosa”, scrive mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, commentando il messaggio della Cei per la Giornata (testo integrale su www.chiesacattolica.it ).

 

Un dono per tutti. “Il creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini”, spiega mons. Casile, perciò “a motivare il nostro impegno per il creato è la passione verso l’uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti nella fede e nell’amore di Dio”. La responsabilità per il creato della Chiesa consiste nel difendere “la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti” e nel “proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso”. “Se si avvilisce la persona – sottolinea il direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro -, si sconvolge l’ambiente e si danneggia la società, è necessario quindi educarci ad una responsabilità ecologica che ‘affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura’”, come si legge nell’enciclica “Caritas in veritate”.

 

Con riconoscenza. Il credente, sostiene mons. Casile, “guarda alla natura con riconoscenza e gratitudine verso Dio, per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza”. Dunque, “l’approccio cristiano mette Dio creatore al primo posto, l’uomo come prima creatura e il creato come dono di Dio all’uomo, perché nel creato l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante, la visione cristiana è il camminare insieme dell’uomo e dell’ambiente verso Dio”. Nel messaggio “Custodire il creato, per coltivare la pace”, i vescovi, ricorda il sacerdote, “ci invitano ad ‘accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra’. È un impegno prezioso per noi, per la nostra terra e per le future generazioni”.

 

L’impegno della Chiesa italiana. Per manifestare la propria attenzione nei confronti del creato e per promuovere sempre maggiore attenzione sui temi ecologici, la Chiesa italiana celebra ogni anno, il 1° settembre, la Giornata per la custodia del creato che ha anche risvolti ecumenici, e la seconda Domenica di Novembre la Giornata del ringraziamento per i doni della terra. “L’azione dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro – evidenzia il direttore - è prevalentemente di evangelizzazione, nella convinzione che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa possiedono una forte connotazione educativa, che favorisce la crescita di una cultura attenta all’ambiente, rispettosa della persona, della famiglia, dello sviluppo e di una civiltà dell’amore cristiano capace di custodire con tenerezza il creato”. L’obiettivo generale è “quello di promuovere un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita,nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti’”, come scriveva Giovanni Paolo II nella “Centesimus annus”. Obiettivi particolari si concretizzano “nel riflettere, aiutati da esperti teologi, sul rapporto vitale tra l’uomo, l’ambiente e Dio, nell’ottica della responsabilità di ciascuno; nella promozione di nuovi stili di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, per contenere le emissioni di gas serra, ma anche per la vivibilità delle nostre città; nella diffusione di studi sul miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, anche per gli spazi delle nostre comunità; sulla possibilità di far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell’energia eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l’illuminazione; sul sostenere e praticare nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei rifiuti, il riuso dell’usato”.

 

Attenzione al creato. Benedetto XVI nella “Caritas in veritate” invita ad “avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla”. L’espressione “dovere gravissimo”, chiarisce mons. Casile, “esprime una qualifica etico-teologica molto forte, che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l’obbligo dell’educazione che i genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le nazioni ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione della pace in tutti gli uomini”. Perciò, “è necessario – conclude mons. Casile - educarci e educare a una grande attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il creato e Dio”. sir

 

 

 

 

La "frontiera" algerina. Oasis: mons. Teissier sul dialogo islamo-cristiano

 

L'impegno educativo dei cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana per favorire lo sviluppo di relazioni pacifiche e costruttive tra le due comunità di fede e combattere le tendenze fondamentaliste che puntano alla separazione. Ne parla mons. Henri Teissier, vescovo di Orano che sulla rivista "Oasis" n. 11 di giugno (www.oasiscenter.eu) racconta l'esperienza algerina.

 

Una premessa. "Se volgiamo l'attenzione al futuro delle relazioni islamo-cristiane - scrive il vescovo Henri Teissier -, è evidente che l'assunzione di un impegno nel campo dell'educazione è di primaria importanza. La corrente fondamentalista, che tende a separare le comunità le une dalle altre, è attualmente dominante in molti Paesi musulmani. Essa esercita in particolare la sua influenza sui giovani, i quali vi aderiscono spesso senza spirito critico, con la radicalità proprio dell'adolescenza o della giovinezza. Da ciò deriva l'importanza del compito educativo nei loro confronti per un futuro di pace tra le tradizioni religiose. Ma nel momento stesso in cui affermiamo la centralità dell'impegno educativo dobbiamo anche riconoscere che la responsabilità dell'educazione in ogni società spetta essenzialmente, se non esclusivamente, ai membri della comunità alla quale bambini e giovani appartengono, vale a dire ai loro genitori, prima di tutto, ma anche alla comunità nazionale e alle autorità religiose. Fintanto che i giovani sono minorenni, è sui loro tutori che ricade la responsabilità dell'educazione".

 

Sulla base di un dialogo rispettoso. Nella maggior parte dei Paesi musulmani accade frequentemente che i genitori affidino i figli a scuole dirette da educatori cristiani. "Simili iniziative - osserva il vescovo - possono aver luogo soltanto sulla base di un dialogo rispettoso con la società alla quale questi bambini e questi giovani appartengono naturalmente. È ciò che si verifica di fatto in molti Paesi musulmani nei quali, con il consenso dei genitori e con l'autorizzazione dei Ministeri dell'educazione nazionale, alcune congregazioni religiose cattoliche gestiscono istituti scolastici nei quali i giovani di confessione musulmana, affidati alle scuole cristiane dai loro genitori sono numerosi e a volte maggioritari".

 

La situazione nel Maghreb e in Algeria. Mons. Teissier fa notare come "la situazione descritta è presente in tutti i Paesi musulmani che accettano l'esistenza, accanto alle strutture formative statali, di scuole non statali e dunque delle scuole cattoliche. È questa la condizione prevalente per le istituzioni educative cattoliche nel Medio Oriente o in molti Paesi dell'Asia e dell'Africa". "Nel Maghreb invece là dove queste scuole hanno potuto sopravvivere, come in Marocco o in Tunisia, la gestione degli istituti scolastici cattolici è affidata a dirigenti cristiani stranieri che operano in strutture nelle quali la maggior parte degli allievi e degli insegnanti sono musulmani". In Algeria, la situazione è diversa: fino al 1976, la Chiesa cattolica gestiva 40 mila tra bambini e giovani, dalla scuola materna fino alla secondaria. Con la nazionalizzazione, le scuole cattoliche hanno chiuso ma la loro chiusura "non ha significato la fine del dialogo educativo che ci impegnava all'interno della società algerina". "Nonostante la nazionalizzazione delle loro scuole, in Algeria l'azione educativa dei cristiani restava praticabile in altri tipi di strutture" che sussistono ancora oggi: sono centri di formazione femminile, riviste anch'esse dedicate alla formazione delle donne, prodotte in redazioni nelle quali lavorano fianco a fianco cristiani e musulmani. Un esempio concreto di questa stretta collaborazione descritto nell'articolo, è la rivista "Hayat", pubblicata sia in arabo ce in francese e diffusa in Algeria da poco meno di un quarto di secolo tra le donne e le ragazze musulmane, grazie allo sforzo congiunto della Croce Rossa e della Caritas algerine.

 

Il comune riferirsi a Dio. In simili contesti - prosegue il vescovo di Orano - "in generale le differenze dogmatiche impediscono che questo dialogo si svolga in base a riferimenti dichiaratamente confessionali. I valori educativi passano piuttosto al livello dei valori umani comuni: onestà, verità, giustizia, sincerità, rispetto dell'altro, altruismo, attenzione al bene comune, pace, perdono e riconciliazione, sacralità della vita umana e più recentemente, dell'integrità del creato. Il comune riferirsi a Dio permette anche di riportare questi valori alla loro fonte, che è un progetto di Dio sull'uomo, ma senza connotazioni confessionali precise". sir

 

 

 

Papst Benedikt: „Pseudo-Wahrheiten geben dem Menschen keine Ruhe“

 

Jeder Mensch braucht in seinem Leben andere Menschen, die ihm nahe sind, Freunde etwa und Familie. Jeder Mensch braucht aber in seinem Leben auch Begleiter auf dem Glaubensweg. Das betonte Papst Benedikt XVI. an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz in Castel Gandolfo. Solche Gefährten könnten beispielsweise geistliche Begleiter, kluge Beichtväter oder Heilige sein. Alle Katholiken sollten Glaubensvorbilder haben, denen sie sich besonders nahe fühlen, empfahl Benedikt.

 

„Mir persönlich ist durch meine Studien der heilige Augustinus ein ganz persönlicher Freund und Lebensgefährte geworden. Sein Leben war erfüllt von der Suche nach Wahrheit. Die war nicht leicht zugänglich, er hat viele Umwege machen müssen, aber er ließ sich nie davon abbringen, zu suchen, was wirklich wahr ist. Gibt es Gott? Wer ist er? Wo ist er? Diese Suche hat dem heiligen Augustinus schließlich Sinn und Halt gegeben und ihn zum lebendigen Gott geführt.“

 

Augustinus' Erfahrungen als Mensch und Christ seien auch heute noch relevant, in einer Zeit, in der scheinbar der Relativismus die Wahrheit geworden sei, so Benedikt weiter. Augustinus habe sich nie mit „Pseudo-Wahrheiten“ zufrieden gegeben. Die Unruhe der Suche habe sein Leben bestimmt, alles andere habe ihm keine Ruhe gegeben. Zuletzt sei ihm klar geworden, dass nicht er die Wahrheit findet, sondern dass umgekehrt die Wahrheit, die er suchte, ihn gefunden hat. „Wir sollten sicher sein, dass unsere Nähe zu solchen Heiligen uns als Menschen und als Christen wachsen lässt“, so Papst Benedikt.

 

Papst fordert internationales Eingreifen in Somalia - Papst Benedikt XVI. hat während der Generalaudienz die Staatengemeinschaft zum Eingreifen in Somalia aufgefordert. Dort hatten am Dienstag Terroristen ein Hotel attackiert.

 

„Meine Gedanken sind in Mogadischu, von wo immer neue Nachrichten von grausamer Gewalt kommen und das gestern Schauplatz eines neuen Blutbades war. Ich bin den Familien der Opfer nahe und allen, die in Somalia unter Hass und Instabilität leiden. Ich hoffe, dass die internationale Staatengemeinschaft keinen Einsatz scheut, den Respekt für das Leben und für die Menschenrechte wieder aufzubauen.“

 

Bei dem Angriff hatten Terroristen der radikalislamischen Shabaab-Miliz in dem Hotel in Mogadischu 31 Menschen getötet, darunter sechs Parlamentsangehörige und zahlreiche andere Staatsangestellte. Anschließend hatten die Angreifer sich selbst in die Luft gesprengt. (rv 25)

 

 

 

 

Gottesgericht? Von Bischof Heinz Josef Algermissen

 

Die Katastrophe im Rahmen der so genannten „Love-Parade“ vor fünf Wochen in Duisburg, bei der ein fragwürdiges Massenspektakel zum Inferno mit 21 Toten und Hunderten von Verletzten umkippte, provozierte bei einigen Kommentatoren die Erinnerung an die biblischen Städte Sodom und Gomorrha. Da, wo sich heute das Tote Meer ausbreitet, sind sie wegen ihrer Unzucht durch ein Strafgericht Gottes untergegangen.

 

Wer Genesis 18 und 19 aufschlägt, liest über die beiden Städte mehrere Geschichten. Etwa die vom Urvater Abraham, der feilscht wie auf dem Basar, dass Gott die Menschen verschonen möge, und die Bedingungen dafür immer weiter herunterhandelt. Und Gott geht ein ums andere Mal darauf ein. Abrahams Neffe Lot wohnt in Sodom. Dem schickt Gott Engel, um ihn zu retten. Nur Lots Frau, die zurückschaut und die Vernichtung in den Blick nimmt, erstarrt zur Salzsäule. Die Geschichten begleitet je die innere Auflehnung gegen eine bestimmte Vorstellung von Gott, der konkrete Schuld der Menschen mit konkreter Vernichtung bestraft.

 

Im Neuen Testament (Lk 13, 4f) widerspricht Jesus diesem Gottesbild ausdrücklich. Der eingestürzte Turm von Schiloach hatte 18 Menschen erschlagen. Sie waren, sagt Jesus, anders als viele dachten, nicht schuldiger als andere: „Meint ihr, dass nur sie Schuld auf sich geladen hatten, alle anderen Einwohner von Jerusalem aber nicht? Nein, im Gegenteil: Ihr alle werdet genauso umkommen, wenn ihr euch nicht bekehrt.“ Das heißt: Ein Unheil, dessen Grund sich nicht bestimmen lässt, kann nur als Mahnung und Warnung dienen, sein Leben zu ändern, vor Gott und seinen Geboten verantwortlich zu leben.

 

Im Matthäus-Evangelium, so z. B. Mt 11, 23f, erwähnt Jesus die Stadt Sodom ausdrücklich. Er klagt seine Heimatstadt Kapharnaum an, weil sie die Botschaft Gottes, die er befreiend bringt, nicht hören will: „Wenn in Sodom die Wunder geschehen wären, die bei dir geschehen sind, dann stünde es heute noch.“

 

Sodom und Gomorrha sind biblische Chiffren, deutliche Mahnung zur Umkehr ? für uns alle, für eine Gesellschaft, die autonom sein und ohne Gottesbezug ihr Leben gestalten will. Das aber wird heute oder morgen in einem Chaos enden. Bonifatiusbote 29

 

 

 

 

USA: „Moscheebau ist Zeichen der Religionsfreiheit"

 

Die Religionsfreiheit ist immer noch tief im Denken der Amerikaner verankert - auch wenn die aktuelle Debatte um den Moscheebau am Ground Zero anderes vermuten lässt. Das meint der Religionsbeauftragte von US-Präsident Barack Obama, Joshua DuBois. Radio Vatikan hat ihnanlässlich des diesjährigen Rimini-Treffens interviewt:

 

„In unserem Land gibt es wirklich Respekt für verschiedene Religionen und für die Persönlichkeit derer, die zwar einen anderen Hintergrund haben, aber denselben Glauben in Gott teilen. Die Medien konzentrieren sich natürlich auf die Konflikte, aber meine Erfahrung ist, dass die Mehrheit der Amerikaner großen Respekt vor anderen Religionen hat. Natürlich gibt es lebendige Debatten, wie gerade jetzt, aber am Ende können wir uns auf Grundprinzipien einigen.“

 

Einer stand in den letzten Tagen besonders im Kreuzfeuer der Kritiker: Obama selbst. Er sprach sich indirekt für den Bau der Moschee aus: „Unser Bekenntnis zur Religionsfreiheit muss unerschütterlich sein“, so der US-Präsident. Respektlosigkeit vor den Opfern des 11. September warfen ihm die Ablehner der Moschee vor. Laut eine Umfrage der Washington Post glauben sogar 60 Prozent der Amerikaner, dass Obama ein Muslim ist. Joshua Dubois klärt auf:

 

„Der Glaube ist das Wichtigste in meinem Leben - dasselbe kann ich vom Präsidenten sagen. Seine Verbindung zu Christus ist stark und standhaft. Vielleicht ist es nichts, worüber viel berichtet wird, aber ich habe mit ihm gesprochen und gebetet. Er hat sich mit christlichen Themen im öffentlichen Leben auseinandergesetzt und blieb stark in seinem christlichen Glauben. Es ist ein täglicher Moment des Innehaltens für ihn. Als ich Obama das erste Mal reden hörte, sprach er vom großartigen Gott, dem wir in unserem Land dienen. Das war meine erste Erfahrung mit ihm. Vom ersten Tag an, den ich mit ihm gearbeitet habe, war sein christlicher Glaube stark und deutlich, genauso wie seine Bindung zu einer starken Verankerung des Glaubens im öffentlichen Leben.“

 

Zweieinhalb bis sieben Millionen Muslime leben schätzungsweise in den USA. Ähnlich wie die Katholiken, die im 19. Jahrhundert in die Staaten kamen, haben auch sie mit vielen Vorurteilen zu kämpfen. An der Zusammenarbeit mit allen Religionen aber führt kein Weg vorbei, meint Obamas Religionssekretär:

 

„Präsident Obama glaubt, wenn wir die Herausforderungen unserer Nation und der Welt angehen wollen, dann müssen wir das in Partnerschaft mit den Religionen machen. Keine Regierung und Institution kann alleine die Bedürfnisse der Menschen erkennen. Wir müssen mit den religiösen Einrichtungen zusammenarbeiten, die an vorderster Front der größten Herausforderungen stehen.“ Rv 24

 

 

 

 

Vatikan: "Papst fand Worte des Feuers gegen die Täter"

 

Er habe "Worte des Feuers" gegen die Missbrauchstäter gehabt - das sagte Charles Scicluna, Missbrauchsbeauftragter der vatikanischen Kongregation für die Glaubenslehre über Papst Benedikt. Im Interview mit dem Fernsehsender Fox News sprach Scicluna über die Haltung des Papstes zu den weltweiten Missbrauchs-Skandalen. Inwieweit hat der Papst – eventuell noch als Kardinal - von den Vorkommnissen gewusst, hat er etwas verschwiegen oder war er sogar selbst einmal in einen Fall von sexuellem Missbrauch verwickelt – all das waren Fragen, die die Medienberichte um den Papst gesteuert haben. Scicluna kennt die Debatte seit längerem. So leitete er 2005 die Untersuchungen rund um den Gründer der Legionäre Christi, Pater Marcial Maciel, der sich der Pädophilie schuldig gemacht haben soll. In der gesamten Diskussion um Missbrauch habe der Papst immer eine klare Richtung vorgegeben, sagte Scicluna.

„Wir wissen sehr gut, dass er entschlossen war, ein klares Beispiel und einen hohen Standard in dieser Frage zu setzten. Wer an seinen Absichten zweifelt, soll seinen Brief an die Katholiken in Irland lesen. Es ist ein wunderschöner Brief, geschrieben an eine katholische Gemeinde in einem edlen Land mit großer Tradition, verletzt durch die Sünden einiger ihrer Priester. Der Papst wendet sich an die Opfer, aber auch an die Schuldigen und Sünder und sagt: „Du musst mit Demut deine Schuld zugeben, dich den Konsequenzen stellen und dich läutern, du musst um Vergebung bitten und um die Gnade, ein Leben in Gebet und Läuterung zu führen für das, was du getan hast.“ 

Die Wunden sind oft tiefer, als man denkt. Das weiß der Priester Charles Scicluna aus persönlichen Kontakten mit den Missbrauchsopfern.

„Manchmal habe ich selbst geweint, denn der Schmerz ist groß, wenn die Personen zu ihrem Trauma zurückkehren. Aber es ist eine wichtige Erfahrung: Diese Menschen müssen von der Kirche gehört werden. Wenn ich mich mit diesen Fällen beschäftige und die Menschen treffe, dann werde ich mir bewusst, dass auch ich ein Priester bin. Ein Priester sollte Trost spenden, und natürlich macht es mich traurig, wenn ich höre, was ein Priester diesen Personen angetan hat. Es ist nicht einfach, für sie noch weniger als für mich, aber es muss gemacht werden, es ist wichtig.“

 

Dass die Medien ein Geschäft mit Hetz-Kampagnen machen, haben Mitarbeiter der römischen Kurie - und allgemein Priester und katholische Laien - deutlich zu spüren bekommen. Den Attacken auf den Papst schenkt Scicluna allerdings keine Aufmerksamkeit.

 

„Ich organisiere meinen Tag nicht nach den Schlagzeilen. Wir hatten das Privileg, den Heiligen Vater persönlich kennen zu lernen, als er an diesen Fällen mit uns arbeitete. Und er hatte Worte des Feuers gegen jene, die sich an Jugendlichen vergehen. Und wenn wir uns an seine Worte halten und seiner Lehre gegenüber loyal sind, stehen wir auf einer sehr guten Basis.“ Fox News 24

 

 

 

Irak: Kirche kritisiert US-Truppenabzug

 

Unter großem Medienaufgebot hat am vergangenen Donnerstag der letzte Kampfverband der USA den Irak verlassen. Zwar sind immer noch 50.000 Soldaten im Zweistromland, um die irakische Armee zu beraten, aber auch die sollen bis Ende 2011 abgezogen werden. So wie die Invasion seinerzeit auf harsche Kritik der katholischen Kirche stieß – der kranke Papst Johannes Paul II. selber verurteilte den Krieg – so kritisiert die katholische Kirche im Irak jetzt den Abzug der amerikanischen Truppen.

 

Chorbischof Philipp Najim ist Statthalter (Prokurator) des chaldäischen Patriarchen beim Papst in Rom und Apostolischer Visitator in Europa. Gegenüber Radio Vatikan sagte er:  „Ich glaube, dass zum jetzigen Zeitpunkt der Truppenabzug nicht gut für die Zukunft des Landes ist und nichts bringt. Wir haben keine stabile Regierung, die ihre Verantwortung gegenüber dem irakischen Volk wahrnehmen könnte, und wir haben keine Armee, die das Land und seine Souveränität schützen könnte. Daher ist diese Entscheidung nicht zum Wohl des irakischen Volkes.“

 

Najim beklagt die Folgen der völkerrechtswidrigen Invasion.

„Der Schaden ist durch die ausländischen Truppen angerichtet worden, die in das Land eingefallen sind: Die Stabilität des Landes ist dahin, und daher haben die Länder, die hier eingedrungen sind, die hohe Pflicht und Verantwortung, die Sicherheit wiederherzustellen und zu helfen, ein starkes nationales Heer aufzubauen. Dann kann man auch wieder für eine bessere Zukunft kämpfen. Das irakische Volk muss Vertrauen in seinen Staat haben. Aber nach all dem, was geschehen ist, fehlt dieses Vertrauen. Und so verlassen viele das Land. Es fehlen Ärzte, Ingenieure und Fachleute.“

 

Der Geistliche zieht eine düstere Bilanz: „Nein, der Krieg ist nicht zu Ende. Der Krieg hat die Menschen zu Flüchtlingen gemacht, er hat Leid und Chaos verursacht; er hat Tod, Blut, Schmerzen hervorgebracht und er hat vor allem das irakische Volk seines Vertrauen in die internationale Gemeinschaft beraubt.“ (rv 22)

 

 

 

 

Bischöfe einigen sich auf neue Leitlinien gegen Missbrauch

 

Nach langen und kontroversen Diskussionen haben die 27 katholischen deutschen Ortsbischöfe am Montag eine neue Version ihrer „Leitlinien für den Umgang mit sexuellem Missbrauch Minderjähriger durch Geistliche“ verabschiedet.

Berlin -Den genauen Inhalt wollen sie kommende Woche vorstellen. Strittig war offenbar bis zuletzt, wie man eine grundsätzliche Anzeigepflicht bereits bei einem Anfangsverdacht einführen und gleichzeitig den Schutz der Opfer wahren könne. So soll es nun Ausnahmen geben, wenn durch die Anzeige eine zweite Traumatisierung des Opfers befürchtet wird.

Die alte Fassung der Richtlinien von 2002 sah lediglich vor, dass „gegebenenfalls das Gespräch mit der Staatsanwaltschaft gesucht“ wird, wenn innerkirchliche Ermittlungen den Verdacht bestätigt haben und der Vatikan sich mit dem Fall beschäftigt hat. Die neue Fassung soll auch strengere Regeln für den Umgang mit den Tätern enthalten und die Aufgaben der Missbrauchsbeauftragten in den Bistümern klar beschreiben. Die Leitlinien, die neuen wie die alten, haben keinen kirchenrechtlich verpflichtenden Charakter. Hält sich ein Bistum nicht daran, gibt es keine Handhabe dagegen.

Die Bischöfe diskutieren auch verstärkt über finanzielle Entschädigung von Missbrauchsopfern. Noch vor der nächsten Sitzung des Runden Tisches „Sexueller Kindesmissbrauch“ bei der Bundesregierung Ende September wollen sich die Bischofskonferenz und die Orden auf einen Vorschlag einigen, sagte der Sprecher der deutschen Jesuiten am Montag dem Tagesspiegel. Clk Tsp 24

 

 

 

 

Katholische Kirche. Von der Pflicht zum Widerspruch

 

Von Skandalen getrieben macht die katholische Kirche endlich ihre Hausaufgaben: Die Bischöfe reagieren mit neuen Leitlinien auf Missbrauchsfälle und sexuelle Gewalt. Die Krise der Kirche wird das aber nicht beenden. Ein Kommentar von Matthias Drobinski

 

Diesen Montag werden die katholischen Diözesanbischöfe sich in Würzburg versammeln und etwas Gutes tun. Sie werden ihre Leitlinien zum Umgang mit sexueller Gewalt gegen Kinder und Jugendliche verbessern, sie werden darüber beraten, was getan werden kann, damit diese Gewalt erst gar nicht geschieht.

Vielleicht werden sie sogar in der heiklen Frage weiterkommen, wie die Opfer dieser Gewalt entschädigt werden können. Das ist aller Ehren wert: Die katholische Kirche macht, getrieben vom Skandal, ihre Hausaufgaben. Und trotzdem: Die gute Tat wird die Krise nicht beenden, in die die katholische Kirche geraten ist.

Die Kirchenkrise wird weitergehen, weil sie so tief reicht, dass sie mit neuen Leitlinien gegen sexuelle Gewalt nicht zu beenden ist. Bischöfe wie Gerhard Ludwig Müller aus Regensburg beklagen, dass es den Kritikern innerhalb und außerhalb der Kirche nicht nur darum geht, sexuellen Missbrauch aufzudecken - er hat insofern recht, als dass unter dem Skandal um von Priestern und Ordensleuten verübte sexuelle Gewalt die tiefere Agonie der katholischen Kirche liegt und benannt werden muss.

 

Diese Kirche steht nicht allein wegen der Missbrauchsfälle derart in der öffentlichen Kritik. Es werden nicht allein deswegen dieses Jahr 200.000, vielleicht sogar mehr als 300.000 Menschen aus der Kirche austreten. Die Leute treten nicht aus, weil Kirchenmitarbeiter Verbrechen begangen haben. Sie gehen, weil ihnen die gesamte Institution unglaubwürdig geworden ist und der Skandal den letzten Anstoß zum Austritt gegeben hat.

Die Kirche hätte auch jetzt den Menschen viel zu sagen - sie suchen ja nach jemandem, der über Sinn und Glauben und die existentiellen Dinge des Lebens redet. Stattdessen verdunstet die Glaubwürdigkeit der größten Institution des Landes wie im Aralsee zwischen Kasachstan und Usbekistan das Wasser. Selbst ein guter Teil der Kirchenmitglieder glaubt nicht mehr an die Lehre von der Auferstehung der Toten, dass Jesus also leibhaftig vom Tod erstand - und weiß nicht mehr, ob es nun sieben oder zehn Gebote gibt.

Geht es um Homosexualität, Verhütung, das Gelingen und Scheitern von Beziehungen, ist die katholische Kirche sprachlos; geht es um die Grenzbereiche zwischen Tod und Leben, droht sie sprachlos zu werden. Ihre Priester genießen durchaus Ansehen, es gibt aber immer weniger von ihnen, und wer heute noch ins Priesterseminar geht, versteht sich oft als heiliger Außenseiter; es gibt nur wenige Persönlichkeiten, die anstecken, mitreißen, öffentliche Debatten mitbestimmen.

Das eine predigen, das andere leben?

Die Missbrauchskrise hat eine Kirche in der geistigen und geistlichen Defensive getroffen. Die Vorgänge um den zurückgetretenen Bischof Walter Mixa haben gezeigt, wie abgründig gerade der geistliche Mangel werden kann: Da predigt einer das eine und lebt das andere - wer soll denen noch glauben?

Gerade in dieser Situation müsste die Kirche Mut beweisen, müsste die kritischen Geister in ihren Reihen hören und fördern, die Dissidenten aus Loyalität heraus. Die Bischöfe müssten mutig und kreativ werden, das Undenkbare denken, wie das Papst Johannes XXIII. tat, als er, geradezu überrascht von sich selbst, das Zweite Vatikanische Konzil einberief.

Auch der Kirche in Deutschland würde nun eine Zukunftskonferenz guttun, auf der die Glaubens- und Vertrauenskrise offen diskutiert werden kann. In gut geführten Unternehmen gibt es die "obligation to dissent", die Pflicht zum Widerspruch um der Sache willen.

Die Bischöfe haben, eine gute Woche vor ihrer Würzburger Versammlung, Michael Broch zum Rücktritt von seinem Amt als geistlicher Direktor der katholischen Journalistenausbildung gedrängt, weil der ein papstkritisches Interview gegeben hat. Es ist das Gegenteil der "obligation to dissent": die Reihen schließen, Kritiker zu Feinden erklären und ausschließen. Die Krise der katholischen Kirche geht weiter.

SZ 23

 

 

 

Italien: Erdö, "Intellektuelle die Gottheit Christi lehren"

 

Europas Intellektuelle sind schon lange nicht mehr von Haus aus gläubig – aber sie schöpfen bis heute gewinnbringend aus dem Denken des Christentums. Davon ist der ungarische Kardinal Peter Erdö überzeugt. „Der europäische Intellektuelle von heute interessiert sich für die großen Fragen des Lebens und der Welt, er ist jemand, der Sinn und Werte für die Individuen und die Gesellschaft sucht und die wesentlichen Inhalte des christlichen und griechisch-römischen Erbes kennt. Und er bedenkt all das zumindest als mögliche Elemente der Antwort auf seine grundlegenden Fragen“, sagte Erdö am Montag beim Rimini-Treffen. Aus seiner Sicht sollten Katholiken und Orthodoxe sich gemeinsam darum bemühen, den Intellektuellen Europas die christliche Basis ihres Denkens wieder bewusster zu machen. Konkret in Rimini versuche man eine zentrale pastorale Frage ökumenisch anzupacken:

 

„Es geht darum, ob und inwieweit ein christlicher oder überhaupt ein Intellektueller in Europa heute die Gottheit Jesu Christi annehmen kann. Ich bin überzeugt, dass diese Frage keine dogmatische, sondern eine pastorale Frage ist. Die dogmatische Überzeugung über die Gottheit Jesu Christi ist ja gemeinsam zwischen Katholiken und Orthodoxen. Und wir können auch gemeinsam die Wege suchen, wie wir diese Grundwahrheit den heutigen Menschen beibringen.“

 

Vor der Idee, dass es Gott gibt, kann sich laut Erdö der europäische Intellektuelle nicht von vornherein verschließen. „Es ist wahr, der Intellektuelle ist heute nicht notwendigerweise gläubig. Aber niemand ist das“, so der ungarische Kardinal. Der Glaube sei ein Geschenk Gottes, eine Gnade, und auch das gelte es bei der Neuevangelisierung Europas als Botschaft hinauszutragen. rv 24

 

 

 

 

Zollitsch lobt Ökumene in Taizé

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Robert Zollitsch, hat die Bedeutung Taizés für den ökumenischen Dialog gewürdigt. Zolltisch besuchte am Wochenende die seit 70 Jahren bestehende ökumenische Gemeinschaft in Burgund. Gegenüber Radio Vatikan sagte er am Sonntag:

 

„Ich glaube, die Einheit, die hier in Taizé gelebt wird, ist ein ständiger Impuls zu schauen, dass die Einheit unter den Christen ein Auftrag Jesu Christi ist. Je offener wir dafür sind, je mehr wir aufeinander zugehen und uns verstehen, je mehr wir darum beten, desto schneller kann auch Gott diese Einheit uns schenken. Er muss sie uns schenken, wir allein können sie nicht machen.“

 

Gerade Jugendliche, die so zahlreich nach Taizé pilgern, glaubten an die Kraft des Gebets, so Zollitsch, und dass Gott Wunder wirken könne:

 

„Es war ja schön, kurz bevor die Mauer gefallen ist, war das Jugendtreffen in Pécs. Und in Pécs waren damals viele Jugendlichen aus der damaligen DDR, aber auch von der Bundesrepublik Deutschland. Als sie sich verabschiedeten, fragten sie ‚Wer weiß, ob wir uns wieder sehen?’ Und dreiviertel Jahr später ist die Mauer gefallen. Wir hatten selber das nicht zu hoffen gewagt. Aber man sieht: Gott hat Wege, die wir nicht kennen. Ich gehöre zu denen, die offen sind für ein Wunder, das Gott wirkt.“

 

Das im Süden Burgunds gelegene Dorf gilt als Symbol der ökumenischen Bewegung. Der Bruderschaft, die der evangelische Pfarrer Frère Roger gegründet hatte, gehören rund 100 Brüder aus mehr als 25 Ländern an, die aus verschiedenen evangelischen Kirchen und aus der katholischen Kirche stammen. (kipa 22)

 

 

 

 

 

„Leben in Fülle“ von Altötting nach Flieden

 

Flieden. Bei herrlichem Sonnenschein ist am Mittwoch das 15. Internationale Forum Altötting zu Ende gegangen. Über 2.000 Teilnehmer kamen in diesem Jahr: 360 Kinder zwischen zwei und zwölf Jahren, rund 160 Teenies, 500 Jugendliche aus 20 Ländern und über 1.000 Teilnehmer beim Erwachsenen- und Familienforum feierten zusammen ihren Glauben. Zum zweiten Male machten sich auch 38 Teilnehmer aus der Pfarrgemeinde St. Goar (Flieden) auf den Weg nach Altötting, um an diesem Forum der Gemeinschaft Emmanuel teilzunehmen. Durch zahlreiche Musicalaufführungen in Flieden ist die Gemeinschaft dort bereits gut bekannt.

 

Die Gemeinschaft Emmanuel („Gott mit uns“) ist eine vom Hl. Stuhl anerkannte junge Gemeinschaft in vielen Ländern der Welt präsent: vom Landwirt bis zur Studentin, vom Juristen bis zur Verkäuferin – Ehepaare, junge Leute und Singles gehören genauso zur Gemeinschaft wie Priester und zölibatär lebende Schwestern und Brüder. Jeder lebt in seinem familiären und beruflichen Umfeld und setzt sich besonders dafür ein, das Evangelium der Welt von heute sichtbar und erfahrbar zu machen. Und das konnte hier hautnah erlebt werden. Es gab einen riesigen Markt (Forum) der Möglichkeiten, ausgerichtete auf Kinder, Jugendliche, Erwachsene oder Priester. Mit ausgiebigem Lobpreis startete der Tag. Dem schloß sich eine Katechese an, die stets aktuell und mitreisend von hervorragenden Referenten vorgetragen wurde. Mit einem Gottesdienst schloß das Vormittagsprogramm.

 

Im riesengroßen Essenszelt traf man sich dann zum Mittagessen. So gestärkt konnte dann jeder sein persönliches Nachmittagsprogramm gestalten. Viele Gesprächskreise luden mit aktuellen Themen zur Teilnahme ein. Wer sich zwischendurch stärken wollte, war in das Forums-Kaffee eingeladen: Hier wurde man des öfteren von Pfarrer, PGR-Sprecherin und Gemeindereferentin bedient, und das Forums-Café avancierte zum Fliedener Stützpunkt. Während der ganzen Zeit war spürbar, in wessen Geist sich hier alle versammelt haben. Alle Teilnehmer spürten eine Ahnung des himmlischen Jerusalem, Glaubensfreude und Ermutigung, sich wieder neu auf Jesus auszurichten. Gestärkt und begeistert trat man am Mittwoch die Heimreise an.

 

Die Jugendlichen fanden den Abend der Barmherzigkeit sehr anrührend. An diesem Abend versammelten sich alle Teilnehmer in der Basilika, um vor dem ausgesetzten Allerheiligsten Anbetung zu halten und viele Beichtgespräche zu führen. Juliane Kreß (15) aus Magdlos, bereits zum zweitenmal dabei, fühlte, daß „ihre Akkus wieder aufgeladen wurden und sie so gestärkt ins neuen Schuljahr gehen kann“. Wendelin Junk, Vorsitzender der KAB Flieden, war begeistert, so viele Jugendlichen und junge Familien zu erleben, die ihr Leben ganz auf Jesus ausrichten. Die ganze Atmosphäre des Forums stellte eine Erneuerung des eigenen Glaubenslebens dar. Claudia und Werner Brunner haben schon jetzt beschlossen, nächstes Jahr wiederzukommen. Einen so lebendigen Glauben zu erleben sei ermutigend und bereichernd zugleich. Felix Leitschuh (11 Jahre), der mit seinen drei Geschwistern und Eltern am Forum teilnahm, konnte viele Kinder kennenlernen, die mit ihm und seinen Geschwistern ein Musical einstudierten. Die gute Schule von Pia Bagus bei den St. Goar Kids zeigte großen Erfolg: als Jesus sang er gekonnt die Hauptrolle. Mechthild Albinger (PGR Sprecherin) empfand die Tage als Tankstelle. Ihr taten vor allem die Lobpreislieder gut, die „besonders die Glaubensfreude zum Ausdruck bringen und eine Nachhaltigkeit haben“. Insgesamt waren alle Teilnehmer begeistert von den Erfahrungen dieser Tage. Weitere Eindrücke vom Tag finden sich unter: http://st.goar-flieden.de/ . bpf

 

 

 

Bistum Fulda. Gottes Schöpfung bewahren. Katholikenrat will Schöpfungstag

 

Fulda, Hanau, Marburg, Kassel. Der Vorsitzende des Katholikenrates im Bistum Fulda, Richard Pfeifer, hat die Pfarreien und Pfarrgemeinderäte dazu ermuntert, einen Schöpfungstag in der Gemeinde zu feiern. Mit einer besonderen Liturgie, Bildungsveranstaltungen und einem pastoralen Programm in der Gemeinde soll eine christliche Schöpfungsethik und Schöpfungsspiritualität gefördert werden.

Hubertus Klering aus der Katholikenratsprojektgruppe ‚Bewahrung der Schöpfung’ führt dazu näher aus: „Als Katholiken sehen wir unsere Erde in einer ernsten Lage. Nicht nur, dass wir als Menschen die Erde immer weiter ausbeuten und große Gebiete als Lebensraum vernichten, die Profit- und Konsumgier der Reichen hat zur Konsequenz, dass die armen Länder der Welt immer noch ärmer werden. Die Folgen unseres Handelns sind die Zerstörung der Ozonschicht und die Veränderung des Klimas, die Verschmutzung der Meere und die Verschwendung von Wasser. Es scheint so zu sein, dass die größte Gefahr für die Erde wir Menschen selbst sind.“ so Hubertus Klering.

Angesichts dieser Warnsignale seien die Christen aus ihrem Schöpfungsglauben heraus aufgerufen, deutliche Zeichen zu setzen, sagt Petra Peh aus der Projektgruppe. „Gottes Schöpfung zu bewahren ist den Menschen und besonders den Christen aufgetragen. Es kommt darauf an, diese Überzeugung jeden Tag im Handeln konkret werden zu lassen.“ so Petra Peh.

Die ökumenische Initiative stammt vom orthodoxen Patriarchen Dimitrios I., der 1989 einen Schöpfungstag am 1. September in den liturgischen Kalender von Konstantinopel einfügte. Der Katholikenrat regt an, in der Zeit vom 1. September bis zum Franziskustag  am 4. Oktober in den Gemeinden einen ökumenischen Schöpfungstag, zum Beispiel mit der Feier einer ökumenischen Vesper oder im Rahmen des Erntedank-Festes zu veranstalten. Für die Gestaltung dieses Tages hat die Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen eine ökumenische Arbeitshilfe herausgegeben. Sie ist zum Download unter www.ack-nrw.de  erhältlich. Mz 23

 

 

 

Uno-Gedenktag: Kampf gegen moderne Formen der Sklaverei

 

Von Menschenhandel über Zwangsprostitution bis Schuldknechtschaft – Sklaverei hat heute viele Gesichter und ist weltweit immer noch verbreitet. 2,7 Millionen Menschen sind derzeit global von Menschenhandel und Ausbeutung betroffen; der Verdienst aus dem Geschäft beläuft sich Schätzungen zufolge auf 32 Milliarden Dollar. Mit einem Internationalen Gedenktag erinnern die Vereinten Nationen an diesem Montag an Sklaverei und Formen menschlicher Unterdrückung. Die Abschaffung der Sklaverei begann erst ab dem späten 18. Jahrhundert, doch neue Formen des Phänomens finden sich bis heute in vielen Ländern der Welt. Dazu hat auch die Globalisierung beigetragen. Jean Leonard Touadì vom Lehrstuhl für Geopolitik und Geschichte Afrikas von der Uni Bologna:

 

 „Das Phänomen der Globalisierung macht die Bewegung von Menschenmassen und damit auch den transnationalen Menschenhandel leichter möglich. Menschenhändler haben international verstanden, wie sie die Globalisierung mit ihren kommunikativen Möglichkeiten und Transportwegen ausnutzen können. Die Wege und die kriminellen Drahtzieher sind allgemein bekannt, aber Gegenmaßnahmen reichen auf nationaler Ebene vor diesem Hintergrund nicht mehr aus. Es fehlt eine transnationale Gesetzgebung, die Prävention betreibt und zugleich akut durchgreift. Da ist noch viel zu tun.“

 

Gesetzliche Grundlagen für Sklaverei gibt es seit 1968 in keinem Land der Erde mehr. Dennoch wird sie betrieben; selbst in Europa sind der Sklaverei ähnliche Formen von Unterdrückung bis heute nicht verschwunden. Jüngstes Beispiel ist die Ausbeutung illegaler Einwanderer in Süditalien. Auch der Menschenhandel macht dem Mittelmeerstaat zu schaffen. Dazu Touadì:

 

„Italien hat vor zwei Monaten das europäische Protokoll zum Menschenhandel unterschrieben, um seine Gesetzgebung anzupassen. Aber es bleibt noch viel zu tun, um zwischen Migration und Menschenhandel zu unterscheiden.“

 

Mit einem Programm zur Eindämmung des modernen Sklavenhandels versucht die Unesco in der letzten Zeit, verstärkt gegen das Phänomen vorzugehen. Dabei wird mehr und mehr die internationale Gemeinschaft in die Pflicht genommen, denn national sind das Phänomen und seine Auswüchse nur schwer zu bekämpfen. Das bestätigt auch der Präsident der italienischen Kommission der Unesco, Giovanni Puglisi:

 

„Das ist ein sehr wichtiges Programm, das kulturelle Interessen verschiedener Länder verbindet, um Bewusstsein für das Problem zu schaffen. Und es will weiter an heutige Formen der Sklaverei erinnern.“ savethechildren/unesco 23

 

 

 

Position. Falsche Moschee am falschen Platz

 

Auf den Straßen demonstrieren die Demonstranten für und gegen die Moschee in der Nähe von Ground Zero. Warum die Debatte so vehement geführt wird.

In diesen Wochen tobt in den USA eine Debatte über den geplanten Bau einer Moschee in unmittelbarer Nähe von Ground Zero, dem Ort in New York, an dem Dschihadisten 2001 einen Massenmord im Namen des Islam verübten.

Als ich am 11. September 2001 kurz vor neun Uhr in meiner Wohnung in Manhattans Gramercy Park im Radio von dem ersten Flugzeug hörte, das in den Nordturm des World Trade Center (WTC) flog, war mir sofort klar, dass New York einen neuen Terrorangriff erlebt. Die Erinnerung an den islamistischen Bombenangriff 1993 auf die Zwillingstürme tauchte rasch in meinem Kopf auf. Damit begann ein zentrales Kapitel des kollektiven Lebens der USA. Ich ging nach draußen und lief entlang der Third Avenue in Richtung World Trade Center. Es war wenige Minuten nach neun Uhr morgens als das zweite entführte Flugzeug in den südlichen Turm des WTC flog. Der Ausgang des Terroranschlags war verheerend: Fast 3000 Menschen sind diesem von Islamisten verübten Kriegsakt zum Opfer gefallen.

 

An den folgenden zwei Tagen war ich auf der Suche nach dem Bruder der Verlobten meines Mitbewohners. Ich fragte in verschiedenen Krankenhäusern nach, ob er dort läge. Er hat den Terrorakt auf das WTC nicht überlebt.

Die entscheidende Frage heute ist: Soll oder darf Imam Faisal Abdul Rauf sein Projekt „Cordoba“, den Bau einer Moschee nahe Ground Zero, durchführen?

Die amerikanische Bevölkerung ist fortschrittlicher als Präsident Barack Obama und weiß, dass Raufs Recht auf den Bau einer Moschee auf einem Privatgrundstück klar von der US-Verfassung geschützt ist.

Sie wertet Obamas Verteidigungsrede der Religionsfreiheit daher als oberflächlichen Versuch, das Unternehmen mit erhobenem Zeigefinger zu kritisieren.

Es gibt keine andere westliche Demokratie als die USA, in der die Religionsfreiheit so ausgeprägt ist und geschützt wird. Doch die große Mehrheit der Amerikaner, einschließlich des Chefs der Demokraten im Senat Harry Reid und dem ehemaligen linken demokratischen Präsidentschaftskandidaten Howard Dean, sind gegen den Moscheebau. Der Hauptgrund ist offensichtlich, dass der Imam bei seinem Moscheeprojekt nahe Ground Zero ohne Sensibilität gegenüber den Opfern und deren Angehörigen vorgeht. Sie sind der Meinung, dass Ground Zero der falsche Ort ist und Faisal Abdul Rauf einen anderen Platz für die Moschee finden sollte.

Das Paradox dieser Auseinandersetzung ist, dass Faisal Abdul Rauf sich als Repräsentant eines moderaten Islams in den USA versteht und Brücken schlagen will. Er plädiert für Toleranz, für einen „amerikanischen Islam“. Seine Herangehensweise und Äußerungen sorgen jedoch für Streit und Entrüstung. So lehnt er die Bezeichnung von Hamas als terroristische Organisation ab, und verteidigt 2009, während der blutigen Unterdrückung der iranischen Freiheitsbewegung, die „Leitsätze der Revolution von 1979“ im Iran.

Auch machte Faisal Abdul Rauf Furore, als er die Amerikaner „Helfershelfer des Verbrechens“ am 11. September nannte. Angesichts dieser Fakten kann man diese Moschee am Ground Zero als eine Art Triumph des dschihadistischen Islam sehen. Nach einer vorsichtigen Einschätzung führen mehr als 80 Millionen Islamisten einen Krieg gegen den Westen. Die drei jüngsten Anschläge in den USA sind von einer extremen islamischen Ideologie motiviert. Der islamistisch radikalisierte Militärpsychiater Nidal Malik Hasan ermordete vergangenen November 13 Menschen und verletzte 30 in Fort Hood. Vor diesem Hintergrund kann man nicht von einer wahnhaften „Islamophobie“ der Amerikaner reden. Mit diesem wahrscheinlich aus der Islamischen Republik Iran kommenden Kampfbegriff soll vielmehr Kritik an realen islamistischen Ideologien und Gefahren abgewehrt und denunziert werden.

Der Autor ist Europakorrespondent der „Jerusalem Post“ und Fellow der „Foundation for Defense of Democracies“. Tsp 25

 

 

 

 

Weltmission 2010. Starke Ordensfrauen für Indien

 

missio-Aktion im Monat der Weltmission rückt Indien in den Fokus und zeigt, wie indische Ordensschwestern schwache, diskriminierte und ausgegrenzte Menschen stark machen.

 

Unter dem Leitwort „Geh und handle genauso“ stellt missio im Monat der Weltmission das Engagement indischer Ordensschwestern in der Nachfolge Mutter Teresas in den Blickpunkt. „Für viele Menschen ist Mutter Teresa der Inbegriff der konkreten und selbstlosen Nächstenliebe. Wir nehmen ihren 100. Geburtstag zum Anlass, um zu zeigen, wie sich Ordensfrauen im heutigen Indien für schwache, diskriminierte und ausgegrenzte Menschen einsetzen“, sagte missio-Präsident Klaus Krämer.

Mehr als 90.000 indische Ordensschwestern gibt es auf dem Subkontinent. Viele von ihnen engagieren sich mit Programmen zur Bildung, Gesundheitsvorsorge und Förderung von Frauen und Mädchen. „Die Ordensfrauen sind Motoren des Wandels. Sie gehen zu den Menschen in die Slums der Megastädte, in die Dörfer, die vom Fortschritt abgeschnitten sind. Sie packen dort an, wo die Hilfe benötigt wird. Ihre Botschaft ist dabei so einfach wie überzeugend: Unabhängig von Kaste, Religion oder Geschlecht – vor Gott sind alle Menschen gleich“, erklärte missio-Präsident Pater Eric Englert.

missio unterstützt die vielfältige Arbeit der Ordensfrauen. 147 Projekte von und mit Schwestern konnten 2009 unterstützt werden. Gleichzeitig finanzierte missio die Ausbildung von mehr als 3.000 indischen Schwestern. Denn ohne die nötige fachliche und geistliche Qualifikation wäre ein intensives Engagement für Menschen in Not nicht möglich.

Die bundesweite Eröffnung der Aktion zum Monat der Weltmission findet am 3. Oktober mit einem Pontifikalamt in Essen statt. Daran nehmen der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck, Erzbischof Vincent Concessao aus Neu-Delhi und zahlreiche Ordensfrauen aus Indien teil. In den folgenden Wochen finden bundesweit mehrere hundert Veranstaltungen zum Monat der Weltmission mit Gästen aus Indien sowie der indischen Kulturgruppe Nrityarpan statt. Den bundesweiten Abschluss feiert missio mit zahlreichen Veranstaltungen vom 20. bis 24. Oktober in der Diözese Regensburg. Der Abschlussgottesdienst mit Bischof Gerhard Ludwig Müller und den Regensburger Domspatzen findet am Sonntag der Weltmission, dem 24. Oktober, in Regensburg statt.

Mit der Kollekte, die am Sonntag der Weltmission, dem 24. Oktober, bundesweit in den katholischen Gottesdiensten gehalten wird, sammelt missio für die ärmsten Diözesen der Weltkirche. De.it.press

 

 

 

Polen. "Das Kreuz muss bleiben"

 

Streit um das Denkmal für die Opfer der Flugzeugkatastrophe von Smolensk: Polens radikale Katholiken wollen eine Verlegung des Mahnmals verhindern.

„Wenn es sein muss, bleiben wir den ganzen Winter“, verspricht Mariusz Bulski. Der junge Sprecher der „Kreuz-Verteidiger“ hat die Hoffnungen auf ein Ende des Streites um das Holzkreuz vor dem Warschauer Präsidentenpalast zerschlagen. Statt des lauthals angekündigten Kompromissvorschlages hagelte es am Montag Durchhalteparolen. Gleichzeitig verhärtete sich die Position der demonstrierenden Ultra-Katholiken. „Das Kreuz muss vor dem Präsidentenpalast stehen bleiben“, forderte Bulski. Zugleich kündigte er an, dass es eine internationale Ausschreibung für ein Denkmal für die Opfer der Flugzeugkatastrophe von Smolensk geben solle.

Bisher hieß es, das Kreuz dürfe wie geplant in eine Kirche verlegt werden, nachdem ein Denkmal gebaut worden sei. Nun wollen die „Kreuz-Verteidiger“ offenbar ein Denkmal und ein Kreuz. Man hoffe, mit den neuen Vorschlägen sowohl den Staatspräsidenten Bronislaw Komorowski wie das Episkopat an den Verhandlungstisch zu bringen, sagte Bulski.

 

Vor ein paar Tagen hatte ein anderer Sprecher der „Kreuz-Verteidiger“ ein umstrittenes Projekt für einen acht Meter hohen Obelisken mit 96 zum Himmel reichenden Händen vor dem Präsidentenpalast präsentiert. Seit der Zwangsräumung ihres Nachtlagers unter dem Holzkreuz versucht die religiös fanatisierte, von Oppositionschef Jaroslaw Kaczynski und dem antisemitischen „Radio Maryja“ unterstützte Gruppe, ihre Ziele besser zu kommunizieren. Vor einer Woche hatten Polizeieinheiten ihr nächtliches Camp aufgelöst. Seitdem demonstrieren sie auf der gegenüberliegenden Straßenseite für den Erhalt des Kreuzes.

Vor der gewaltsamen Räumung hatte der neue Staatschef Komorowski die Grundforderung der „Kreuz-Verteidiger“ erfüllt und eine Gedenktafel für die Opfer der Flugzeugkatastrophe von Smolensk eingeweiht. Doch die Tafel war den Protestierenden zu klein; zusammen mit der Oppositionspartei PiS von Jaroslaw Kaczynski, dem Zwillingsbruder des beim Absturz ums Leben gekommenen Staatspräsidenten, fordern sie ein Denkmal von bisher nicht spezifizierten Ausmaßen.

Kaczynski geißelte die Polizeiaktion als „Trick“, der zum Ziel habe, das Holzkreuz zu verbannen. Damit würde ein Vorgehen gewählt, das aus der Volksrepublik Polen bekannt sei, giftete der Oppositionschef. Bereits vor ein paar Wochen hatte Kaczynski behauptet, Polen sei kein demokratisches Land mehr.

Verlierer des Kreuz-Streites vor dem Präsidentenpalast ist bislang vor allem Polens katholische Kirche. Das absurde Gezerre um das Holzkreuz wird seit Wochen live im polnischen Fernsehen übertragen. Die „Kreuz-Verteidiger“ haben Spaßguerilla-Aktionen gegen das Kreuz provoziert; inzwischen kursieren auch Videospiele und Technobeats zu den religiösen Liedern der „Kreuz-Verteidiger“. Die von den Kaczynski-Anhängern abgelehnte Gedenktafel wurde mit Fäkalien beschmiert, die „Kreuz-Verteidiger“ mit einer Handgranate bedroht. Der hohe Unterhaltungswert lockt allabendlich Touristen und einheimische Gaffer vor den Präsidentenpalast. Dies alles höhlt die Autorität der polnischen Kirche aus, zumal diese wochenlang den Kopf in den Sand gesteckt hat.

Erst vor einer Woche meldete sich endlich Polens neuer Primas Jozef Kowalczyk zu Wort. Im Nationalheiligtum Jasna Gora rief er dazu auf, das Kreuz nicht für politische Tauschgeschäfte zu missbrauchen. Vor dem Präsidentenpalast würden die Polen in diesen Tagen eine schändliche „Manipulation mit dem Kreuz“ erleben. Dies habe weder mit katholischem Gewissen noch mit Christenliebe zu tun, redete der Primas den Politikern ins Gewissen.

Ende Juli hatten sich die Eigentümer des Kreuzes, zwei Pfadfinderverbände, mit der Präsidialadministration auf den Umzug in die nahe Sankt-Anna-Kirche geeinigt. Die geplante Prozession scheiterte allerdings am erbitterten Widerstand der „Kreuz-Verteidiger“. Bisher hat es Komorowskis Präsidialverwaltung nicht gewagt, einen neuen Umzugstermin zu benennen. Tsp 24

 

 

 

„Zu viel Bürokratie beim Sozialdienst vermeiden“

 

Immer mehr Verbände und Organisationen kritisieren die Pläne der deutschen Familienministerin Kristina Schröder zum staatlichen Freiwilligendienst. Jetzt hat sich auch der Bund der deutschen Katholischen Jugend zu Wort gemeldet. Der Bundespräses der Jugendvertretung, Simon Rapp, befürchtet, dass hinter dem Vorstoß zwei Gründe stehen, die mit dem eigentlichen Ziel nichts zu tun haben:

 

„Der eine Grund ist, dass das Ministerium scheinbar den zivilgesellschaftlichen Trägern nicht zutraut, dass sie den bereits versprochenen und zugesagten Ausbau von 40.000 auf 65.000 Plätze innerhalb weniger Jahre vollziehen können. Wir haben das zugesagt und wir schaffen das. Wir haben ein qualitativ hochwertiges Angebot und wir sind bereits dabei, neue Zielgruppen anzusprechen, also all das, was die Ministerin staatlich organisieren möchte. Der zweite Grund: es geht auch um das Bundesamt für den Zivildienst, das bei einem Wegfall der Wehrpflicht plötzlich nichts mehr zu tun hätte. Ein Bundesamt abzuschaffen scheint in Deutschland nicht möglich zu sein, stattdessen sucht man eine neue Beschäftigung für dieses Bundesamt.“

 

Der staatlich organisierte Sozialdienst soll beim Wegfall der Wehrpflicht und damit auch des Zivildienstes dessen Arbeit übernehmen und zwar parallel zum bereits bestehenden sozialen Jahr. Die Kritik: Es entstehe Konkurrenz. Das müsse zwar nicht unbedingt negativ sein, gibt Rupp zu. Dennoch macht er sich Sorgen über die Zukunft des freiwilligen sozialen Jahres.

 

„Wir haben die Befürchtung, dass der staatlich organisierte Freiwilligendienst wesentlich besser finanziell ausgestattet wird und damit das freiwillige soziale Jahr im Laufe der Zeit unter der finanziellen Last zusammenbricht.“

 

Aber nicht nur Verbände wie der BDKJ oder die Caritas üben Kritik, auch die Organisationen selber. Pater Michael Beschorner leitet den Freiwilligendienst „Jesuit European Volunteers“ in Nürnberg.

 

„Ich würde mit dieser Kritik mitgehen und sagen: Bitte nicht noch eine parallele Struktur aufbauen, denn es ist jetzt schon schwierig genug in der Kooperation zwischen dem Bundesamt für den Zivildienst und dem Familienministerium. Ich bin der Meinung: Wenn schon zentral gearbeitet wird, dann das freiwillige soziale Jahr in Deutschland stärken! Das kann man von mir aus auch gerne vereinheitlichen, was Unterstützungssätze und Bürokratieabbau angeht. Das fände ich sinnvoller als jetzt noch einmal etwas aufzubauen. Wir sehen gerade die Schwierigkeiten, die wir in der Praxis mit dem Bundesentwicklungsministerium und dessen Programm „Weltwärts“ haben. Das hat sehr viel zusätzliche Bürokratie für die einzelnen Träger verursacht.“

(rv 25)