Notiziario religioso  23-25  Agosto  2010

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Inhaltsverzeichnis

1.       Lunedì 23 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”  1

2.       Martedì 24 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”  1

3.       Mercoledì 25 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”  1

4.       "Giusto accogliere diversità umane". Il Papa in difesa dell'immigrazione  2

5.       I vescovi contro Maroni: su rimpatri rom Italia vincolata a Ue. 2

6.       Tutela della vita. Prigionieri di una cultura riduttiva. Sconcertante indirizzo del Consiglio d'Europa  3

7.       L'autocritica dei cattolici 3

8.       Il direttore della Migrantes Perego su voto all’estero, associazionismo  e  patronati 4

9.       I vescovi francesi a fianco delle popolazioni Rom   4

10.   Meeting di Rimini. Desiderare cose grandi. Dal 22 al 28 agosto il grande appuntamento  5

11.   Chiesa e politica. Bagnasco, monito sul federalismo. "Se disgrega è un disvalore"  5

12.   Rosmini e le armi contro l'omologazione  5

13.   Francesco Cossiga. Ha servito il nostro Paese. Il cordoglio del Papa e dei vescovi italiani 6

14.   Perché in Giappone il cristianesimo è "straniero"  6

15.   Teresa d’Avila. In ascolto di lei. Dal 23 al 31 agosto congresso internazionale ad Avila  7

 

 

1.       Die deutschen Kirchen: „Helft Pakistan!“  7

2.       Italien: Kirche kritisiert Abschiebepolitik  8

3.       Angelus: „Gegen absurde Logik der Gewalt“  8

4.       Abschiebung. Vatikan steht Roma bei 8

5.       Conrad Zdarsa neuer Bischof von Augsburg. „Es geht nicht um Erfolg, es geht um Fruchtbarkeit”  8

6.       Pakistan ertrinkt in Flut und Chaos  9

7.       Papst ruft zu Solidarität für Pakistan auf 9

8.       Die schnelle Neubesetzung des vakanten Stuhls von Bischof emeritus Walter Mixa sorgt für Freude  9

9.       Deutschland: Keine Rede von „Durchregieren“ der Bischöfe  9

10.   Cossiga ist gestorben. Papst Benedikt XVI. hat den Angehörigen sein Beileid ausgesprochen  10

11.   Moschee am Ground Zero. Amerikas Muslime  10

12.   Katholiken waren größerem Misstrauen ausgesetzt 10

13.   Kommentar. Kirche im Bunker 10

14.   Zum 100. Geburtstag: Gespräche über Mutter Teresa auf CD und DVD  11

15.   Atheismus. Beten? Ohgottogott 11

 

 

 

 

Lunedì 23 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 23,13-22) commentato da P. Lino Pedron 

 

13 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci 14 .

15 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.

16 Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l'oro del tempio si è obbligati. 17 Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l'oro o il tempio che rende sacro l'oro? 18 E dite ancora: Se si giura per l'altare non vale, ma se si giura per l'offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. 19 Ciechi! Che cosa è più grande, l'offerta o l'altare che rende sacra l'offerta? 20 Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per quanto vi sta sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l'abita. 22 E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.

Attraverso i "guai" rivolti agli scribi e ai farisei, Gesù istruisce la folla e i discepoli. Egli mette in guardia i discepoli dai cattivi comportamenti che vengono segnalati, perché anch’essi vi potrebbero incappare.

Il senso del "guai a voi!" è "ahimè per voi!": non esprime una minaccia, ma il dolore per la situazione dell’altro. E’ un’espressione di sincero amore, non di aggressività né tanto meno di cattiveria. E’ un lamento.

L’ipocrisia è la differenza tra l’essere e l’apparire, il non riconoscere l’ordine dei valori, ciò che è più importante e ciò che lo è meno, ciò che è centrale e ciò che è periferico.

L’immagine del chiudere presuppone che essi siano i detentori del potere delle chiavi, ossia che possiedano l’autorità dell’insegnamento. Essi, servendosi della propria autorità, sbarrano agli uomini loro sottomessi l’accesso al regno dei cieli. Le autorità giudaiche impediscono l’accettazione del vangelo di Gesù.

Viene messa in discussione anche la loro attività missionaria. Flavio Giuseppe in Ap. 2,10.39 attesta i successi dell’attività missionaria dei giudei della diaspora dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d. C.

L’appellativo "guide cieche" evidenzia nuovamente la loro smania di fare proseliti. Probabilmente Matteo si riferisce all’attributo onorifico "guide di ciechi" che si dava ai missionari giudei (cfr Rm 2,19).

Il "guai" del v. 16 riguarda anche l’abuso del giuramento. La situazione era questa: si usavano diverse formule di giuramento. Questo avveniva per rispetto verso il nome santo di Dio. Per non pronunciarlo si giurava per il cielo, per Gerusalemme o per altro (cfr Mt 5,34-35). Probabilmente ne derivò la triste conseguenza che coloro che giuravano il falso, quando erano scoperti, replicavano di non aver giurato per Dio e quindi non erano tenuti a mantenere il giuramento. Gesù non approva le cautele casuistiche adottate nel giuramento. Esse sono espressione di stoltezza e di cecità.

I vv. 21-22 sottolineano l’unità di tempio, cielo e Dio. Il tempio e il cielo appartengono a Dio, sono la sua casa e il suo trono (cfr 1Re 8,13; Sal 26,8; Is 66,1; Mt 5,34). Ogni giuramento è chiamare Dio come testimone, quindi l’abuso del giuramento è contro Dio. De.it.press

 

 

 

 

Martedì 24 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Gv 1,45-51) commentato da P. Lino Pedron 

 

45 Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». 46 Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». 47 Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». 48 Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». 49 Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». 50 Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo».

Filippo incontra Natanaele e comunica all’amico di avere trovato il Messia nella persona di Gesù. L’annuncio di Filippo è una professione di fede che si fonda sulla Scrittura. Egli riconosce in Gesù l’Atteso di Israele (cfr Dt 18,18-19).

La reazione di Natanaele esprime il suo scetticismo: il Messia non può avere la sua patria in un villaggio insignificante come Nazaret.

Filippo non tenta di chiarire o risolvere il dubbio dell’amico, ma cerca di invitarlo ad un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza e che ha cambiato la sua vita.

Solo la fede è capace di far superare i motivi di scandalo e di autosufficienza umana. E Gesù la suscita in ogni uomo che si mette in ascolto della sua parola, come ha fatto Natanaele, che acconsentì ad accogliere il mistero che Filippo gli proponeva con il semplice invito: "Vieni e vedi" (v. 46).

Gesù, che legge nel cuore dell’uomo, riconosce la prontezza, la ricerca sincera e il desiderio di Natanaele di incontrarsi con lui. E Gesù, vedendolo arrivare così aperto e disponibile, lo previene e lo saluta come un autentico rappresentante d’Israele in cui non c’è falsità. Secondo la spiegazione di qualcuno, Natanaele sarebbe chiamato da Gesù "israelita", cioè degno del nome di Israele, perché questo nome significa "colui che vede Dio" e a Natanaele viene promessa la visione degli angeli che scendono e salgono sul figlio dell’uomo (v. 51).

Gesù conosce bene Natanaele, anche se lo incontra per la prima volta, perché egli conosce tutti (2,24) e sa cosa c’è nell’uomo (2,25). E Gesù dà a Natanaele una prova di conoscerlo bene: egli l’ha visto quando era sotto il fico. Sedere sotto il fico significa meditare e insegnare la Scrittura. Natanaele, dunque, è un uomo applicato allo studio della Scrittura che cerca e attende la venuta del Messia. Anche mentre ascoltava la spiegazione delle Scritture, era accompagnato e sostenuto dallo sguardo amoroso di Dio.

Natanaele, toccato nell’intimo del suo cuore per la conoscenza che Gesù ha di lui (nota solo a Dio), riconosce in Gesù il Messia ed esclama: "Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele" (v. 49).

Con la sua fede nel Messia, Natanaele è già disposto ad un’ulteriore rivelazione di Gesù, che gli dice: "Vedrai cose maggiori di queste!" (v. 50). Gesù parla di una rivelazione continua del Padre, di un movimento di salita e discesa degli angeli, richiamando la scena di Giacobbe, nella quale il patriarca "fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa" ( Gen 28,12). Il salire e scendere è un richiamo alla realtà umana e divina di Gesù. Egli, pur essendo tra gli uomini, è in comunione col Padre, è il "luogo" dove si manifesta il Padre, è la "casa di Dio", è la "porta del cielo"(cfr Gen 28,17).

Gesù è la rivelazione del Padre, è il punto di unione tra cielo e terra, è il mediatore tra Dio e gli uomini, è la nuova scala di Giacobbe di cui Dio si serve per dialogare con l’uomo. In Gesù l’uomo trova il luogo ideale per fare esperienza di Dio che salva. La piena e definitiva rivelazione di Dio si avrà solo in Gesù risorto e seduto alla destra del Padre nei cieli, dove salgono e scendono gli angeli di Dio.

Natanaele è stato trasformato dall’incontro con Gesù perché in lui non c’è falsità; si è accostato a Gesù con cuore sincero e semplice. De.it.press

 

 

 

 

Mercoledì 25 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere giudicati”

 

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della liturgia odierna (Mt 23,27-32) commentato da P. Lino Pedron 

 

27 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.

29 Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, 30 e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; 31 e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. 32 Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!

In questo brano Gesù smaschera l’ipocrisia, o meglio gli ipocriti. L’ipocrita è un uomo che recita. Ama la pubblicità. Ogni suo gesto ha il solo scopo di attirare l’attenzione su di sé (cfr Mt 6,1-6). La radice profonda dell’ipocrisia è la ricerca di sé, il fare tutto per sé, non per gli altri o per Dio: è l’egoismo, l’esatto contrario dell’amore (cfr 1Cor 13,1-7).

Il sesto "guai" paragona gli scribi e i farisei a sepolcri imbiancati. Per una comprensione precisa del paragone occorre ricordare le usanze giudaiche relative alla sepoltura. Il defunto, avvolto in un lenzuolo, veniva deposto in una tomba costituita da una grotta o da una roccia scavata. Dopo circa un anno, le sue ossa venivano raccolte in un contenitore e definitivamente sepolte in campi o grotte, chiamati "case delle ossa". Questi luoghi di sepoltura erano dipinti con calce perché si potessero facilmente riconoscere. La tinta era rinnovata ogni anno, dopo il tempo delle piogge. In questo modo si voleva evitare che qualcuno si avvicinasse alle tombe e contraesse una contaminazione prevista dalla legge. Qui si parla di queste "case delle ossa".

Come nel caso dei sepolcri il colore bianco è solo una tinta che nasconde penosamente le ossa dei morti, così la giustizia degli scribi e dei farisei è soltanto esteriore. Dicendo che il loro interno è pieno di ipocrisia e di iniquità si riprendono vocaboli particolarmente cari al vangelo di Matteo, che designano la lontananza da Dio. E’ possibile anche che il confronto con le tombe imbiancate, accostandosi alle quali ci si può contaminare, intenda suggerire l’idea che nel rapporto con gli scribi e i farisei occorre stare attenti a non contaminarsi.

Il settimo "guai" riguarda la venerazione dei profeti e dei giusti, che gli scribi e i farisei esprimono edificando ad essi sepolcri e monumenti. Facendo riferimento alla continuità tra padri e figli, questo testo getta uno sguardo d’insieme sulla storia d’Israele.

Per capire il testo bisogna rifarsi al v. 30 secondo il quale gli scribi e i farisei si dichiarano innocenti del male di cui si sono resi colpevoli i loro padri spargendo il sangue dei profeti, perché essi non si sarebbero comportati come i loro antenati.

L’edificazione dei monumenti sepolcrali vorrebbe dimostrare il loro cambiamento di mentalità e la riparazione del male commesso dai loro padri. Ma i versetti immediatamente successivi intendono dimostrare che essi, rifiutando la conversione, si comportano nei confronti dei profeti inviati a loro, alla stessa maniera dei loro padri.

Per quanto ci riguarda, noi possiamo leggere questo testo come invito all’autocritica. Matteo ce lo fa capire mettendo il rimprovero ai farisei in un discorso che è rivolto alla folla e ai discepoli (23,1), cioè alla comunità cristiana.

Se applichiamo queste invettive, o meglio, queste lamentazioni di Cristo, a noi stessi e alla Chiesa dei nostri giorni, dobbiamo verificare se la nostra vita di fede è soltanto esteriorità, attivismo religioso e legalismo.

S. Girolamo ha scritto ai cristiani del suo tempo: "Guai a noi, i vizi dei farisei sono passati a voi!". De.it.press

 

 

 

 

"Giusto accogliere diversità umane". Il Papa in difesa dell'immigrazione

 

Salutando i pellegrini alla celebrazione a Castel Gandolfo, Benedetto XVI ha ricordato, in francese, come appartenga al messaggio cristiano l'accoglienza verso genti di tutte le nazioni. La scelta della lingua fa pensare a un riferimento indiretto alle espulsioni dei rom decise dal governo Sarkozy

 

CASTEL GANDOLFO (ROMA) - Un Angelus con un messaggio molto chiaro: è sbagliato emarginare i più deboli, è doveroso accogliere chi ha bisogno di una mano. Perché "Dio abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili".

 

Benedetto XVI ha commentato l'odierna festa liturgica della Regalità di Maria schierandosi a favore dell'immigrazione, in chiaro riferimento alle polemiche degli ultimi giorni.

 

Salutando i pellegrini di lingua francese presenti alla celebrazione a Castel Gandolfo, il Papa ha ricordato come appartenga al messaggio cristiano l'accoglienza verso le genti di tutte le nazioni e di tutte le culture, e quindi verso "le legittime diversità umane".

 

La scelta di pronunciare in francese l'invito al momento dei saluti ha fatto pensare che Benedetto XVI potesse indirettamente riferirsi alle espulsioni dei rom, decise in questi giorni dalle autorità francesi.

 

"I testi liturgici di oggi - ha scandito il Pontefice in francese - ci ripetono che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza". "Contengono quindi - ha aggiunto Benedetto XVI - un invito a saper accogliere le legittime diversità umane, seguendo Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue. Cari genitori possiate educare i vostri figli alla fraternità universale".

 

Il papa ha poi invocato l'intercessione mariana affinché prevalga "la pace", specialmente "dove più infierisce l'assurda logica della violenza" e ha auspicato che "tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà dell'amore". LR 22

 

 

 

I vescovi contro Maroni: su rimpatri rom Italia vincolata a Ue.

 

ROMA - I rimpatri in atto in questi giorni dei rom dalla Francia alla Romania sono illegittimi. È quanto ha affermato alla Radio Vaticana mons. Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, commentando i provvedimenti presi dal governo di Nicolas Sarkozy. Le dichiarazioni dei vescovi arrivano proprio nel giorno in cui il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, annuncia la volontà di fare un passo in più, per arrivare alla «possibilità di espellere anche i cittadini comunitari».

 

Il ministro dell'Interno plaude all'espulsione dei rom decisa da Sarkozy, che in questo «sta copiando l'Italia», sottolinea come la stessa strada sia stata scelta nel 2007 dal sindaco di Roma Walter Veltroni e, per il futuro, promette misure ancora più dure. Intervistato dal Corriere della Sera, Maroni parla di «espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente - spiega - solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

 

Durante la discussione per il pacchetto sicurezza in ambito europeo, ricorda il ministro leghista, «fu proprio l'Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di attivare questa procedura, ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no». Adesso, assicura, «torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo a Parigi in un incontro con i ministri dell'Interno di diversi Paesi europei». «Le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom», prosegue Maroni. «Il problema semmai è un altro: a differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare nulla».

 

Il governo italiano non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri cittadini comunitari, in quanto c'è una «politica europea che invece stabilisce sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento», ha dichiarato Perego. «Occorrerebbe verificare - ha aggiunto l'esponente della Cei - se questi rimpatri sono legittimi e da quanto è stato detto dalla Commissione europea, sono illegittimi perché riguardano sostanzialmente persone che hanno il diritto di movimento in Europa e d'insediamento. Questi rimpatri, vanno a toccare soprattutto una popolazione, la popolazione rom indistintamente, senza invece, valutare con attenzione quali sono i problemi».

 

«Le dichiarazioni del ministro Maroni sono gravissime perché mettono in discussione uno dei principi fondanti dell'Europa, cioè la libera circolazione delle persone. Praticamente Maroni ha annunciato il tentativo della Lega di distruggere il concetto di Europa, o di "leghizzarla", ma siamo sicuri che troverà notevoli se non insormontabili ostacoli negli stessi organismi attuali dell'Unione», ha commentato Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella

commissione Politiche della Ue di Montecitorio, che ha chiesto al ministro dell'Interno di «venire a riferire in parlamento sulle sue intenzioni».

 

«Il governo fa un uso distorto, discriminatorio e razzista di principi incontestabili come il diritto alla sicurezza e il rispetto della legalità», ha affermato in una nota il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «Abbiamo visto e denunciato come sia falsa la sicurezza nei Cie e adesso, di fronte a un atteggiamento chiaramente discriminatorio nei confronti di cittadini rom comunitari, siamo costretti a parlare di falso rispetto della legalità e di degenerazione delle regole europee». IM 21

 

 

 

 

Tutela della vita. Prigionieri di una cultura riduttiva. Sconcertante indirizzo del Consiglio d'Europa

 

Il Consiglio d’Europa (CdE) batte un passo indietro su temi etici fondamentali, come quello della tutela della vita umana nascente. Infatti, è stato confezionato un testo, che dovrà essere approvato in ottobre dall’Assemblea plenaria del CdE (organismo che non fa parte delle Istituzioni Ue), con lo scopo di sollecitare gli Stati membri dell’Unione a introdurre “l’obbligo per il Servizio sanitario di fornire il trattamento desiderato, a cui il paziente ha diritto”. Questo, di fatto, costituisce un restringimento per il personale medico che non vuole procedere all’aborto. Nel campo della salute riproduttiva molti Stati - a parere del testo proposto – non garantirebbero a sufficienza il diritto delle pazienti ad ottenere la fine della gravidanza. Sarebbe previsto, persino, un monitoraggio per verificare che quanto prescritto dal testo avvenga e, in caso contrario, addirittura, si ipotizzerebbe un sistema efficace di ricorsi.

Questo testo, seppure ancora da approvare, lascia sconcertati; infatti, è evidente come si resti prigionieri di una visione assai riduttiva della trasmissione della vita umana. Laddove l’esperienza umana insegna che c’è in gioco un atto umano tra due persone, che chiama alla vita una terza, si parla di “salute riproduttiva”. Ora, non è corretto applicare all’uomo e alla donna un termine, che, invece, è proprio degli animali e delle piante: la riproduzione. E, poi, il concetto di salute, che veicola in questo ghetto l’idea che una gravidanza sia una patologia o una malattia, cui far fronte con l’interruzione. Infine, accennare ai diritti senza mai riconoscere i doveri conduce al sopruso sul più debole; è antidemocratico misconoscere il diritto dell’essere umano nelle fasi iniziali del suo sviluppo a vivere.

In questo il Consiglio d’Europa si mostra lontano dal senso comune delle persone e anche autoritario, perché vorrebbe limitare quelli che sono i capisaldi delle società moderne: i diritti dei deboli e l’esercizio della libertà, attraverso l’obiezione di coscienza.

Come uscire da questa prigione? La Chiesa ricorda la necessità e anche l’urgenza di tornare a riflettere su quei pilastri che hanno fondato la nostra millenaria civiltà; questa può aiutare a superare le secche del dibattito contemporaneo. Ad esempio, non poche volte il Papa richiama l’importanza di valutare le scelte odierne alla luce della legge naturale, cioè di quel progetto di umanizzazione scritto nel cuore di ciascuno e che deve emergere al di là dei condizionamenti storici del pensiero. In questo progetto si leggono alcuni principi assolutamente concreti come il “rispetto per la vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà dell’uomo, ma dono gratuito di Dio” (“Discorso al Congresso internazionale sul diritto naturale”, 12 febbraio 2007). Come anche si legge il dovere di cercare la verità su se stessi e sugli altri, scoprendo elementi comuni a tutte le latitudini e a tutti i passaggi della storia.

Dalla legge naturale scaturisce, ancora, l’istanza della libertà: non in modo assoluto, ma relazionale. La libertà umana è sempre una libertà condivisa con gli altri e l’armonia delle libertà può essere trovata solo in ciò che è comune a tutti: la verità dell’essere umano, il messaggio che porta in sé. Accanto alla libertà c’è l’esigenza della giustizia, che si manifesta, innanzitutto, nel dare a ciascuno il suo: e che cosa c’è di più “suo” se non la vita umana? E, ancora, la legge naturale conduce alla solidarietà nei confronti di chi è più debole e attende in nome della comune umanità la speranza di un aiuto da parte di chi ha avuto una sorte migliore. Questi e altri valori, propri della legge naturale, si concretizzano in norme non negoziabili, che non dipendono dalla volontà del legislatore e neppure dal consenso di una assemblea parlamentare.

La legge naturale è la sorgente da cui scaturiscono, insieme a diritti fondamentali, anche imperativi etici, che è doveroso onorare. Fuori da questo quadro la legislazione diventa spesso un compromesso tra diversi interessi, giungendo a trasformare in diritti quelli che sono interessi privati o desideri che stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale.

L’obiezione di coscienza – quella che si vorrebbe limitare in nome di un presunto diritto ad abortire – questa sì è un diritto che scaturisce direttamente dalla legge naturale. Essa si pone come un forte segno di controtendenza e testimonia che, nonostante i ripiegamenti del pensiero contemporaneo, la persona è in sintonia con le esigenze della piena umanizzazione, contenute in quel patrimonio dell’umanità che è la legge naturale. Con l’obiezione di coscienza ci si eleva oltre ogni condizionamento storico per allearsi con ciò che è per tutti e per sempre il vero bene.  Marco Doldi

 

 

 

 

L'autocritica dei cattolici

 

Il mondo cattolico è turbato, la Chiesa è perplessa davanti al penoso spettacolo della politica. Ma quale mondo cattolico, quale Chiesa? Quelli che una volta si chiamavano cattolici democratici o «di base», diffamati come catto-comunisti perché avevano sempre sulla bocca «il sociale»?

 

O l’inossidabile Cl, che ancora oggi all’inizio del suo Meeting annuale, critica con toni perentori e con buoni argomenti la classe politica italiana come se le fosse estranea e non avesse da anni intensi legami con essa? Entrambi i raggruppamenti, anche se in Cl non ho visto sinora alcun cenno di autocritica da parte dei loro uomini che sono (stati) oggettivamente organici al berlusconismo.

 

Immagino subito l’obiezione: perché parlate di queste volgarità quando il nostro sguardo di fede punta in alto? I politici che interverranno anche quest’anno al Meeting, avranno davanti a sé una platea il cui applauso non esclude affatto il rimprovero per ciò che non è stato fatto o è stato fatto male. Peccato che sono decenni che questo scambio di critiche con simpatia si ripete con modesto risultato. Sono passati da Rimini tutti i politici che contano (nell’anno in corso), senza che la politica italiana sia migliorata. Anzi. Proprio oggi che la sinistra e il suo deprecabile laicismo sono ridotti all’impotenza politica, sembra che si sia toccato il fondo - lo dicono sia su «Famiglia cristiana» che nel Meeting di Cl.

 

Ma a questi cattolici, giustamente preoccupati per la politica, non viene il dubbio che occorre una diagnosi più esigente magari con un po’ più di autocritica? Che la soluzione vincente non è certo quella di rimpastare i cocci di un vecchio centro? O farsi tentare da una nuova formazione politica che fa della questione bioetica l’asse trasversale tra i due schieramenti? «La società italiana finora è riuscita a rigenerarsi indipendentemente dal potere. Ma quanto può reggere con una politica così distante, livida, ideologica?» - si chiede il responsabile di Cl.

 

Credo che la diagnosi debba essere più radicale e impietosa: è la società civile italiana che è allo sbaraglio e in pieno disorientamento. Molte patologie sociali (assenza di senso civico e di senso di appartenenza ad una comunità nazionale, complicità di molti gruppi sociali e di aree regionali con la criminalità organizzata, lassismo generalizzato verso le leggi, comportamenti antisolidali e razzismo latente) non provengono da fuori, dalla politica, ma dal ventre della società civile priva di anticorpi morali. Non si tratta naturalmente di negare l’esistenza di gruppi, settori e strati di «società civile» che reagiscono, che sono attivi per realizzare una democrazia decente. Certamente in prima fila ci sono i gruppi cattolici. Ma è il loro rapporto con la politica che è fallito. Questo è il punto. Altrimenti non sarebbe venuto fuori il berlusconismo che ha sedotto molti cattolici.

 

La leadership carismatica, che oggi si mette sotto accusa, non è un disvalore in sé (magari ci fossero in giro autentici leader carismatici!). Distruttiva è la sua costruzione fasulla attraverso il sistema mediatico, attraverso la disgregazione della comunità dei cittadini in un «popolo-di-elettori» che agisce in senso plebiscitario. La democrazia si è ridotta alla manifestazione del voto che delega tutto al leader. Più le differenze materiali di classe si confondono nella complessità delle fonti di reddito e delle (spesso precarie) posizioni di lavoro, più le differenze si mimetizzano nella pluralità degli stili di vita e di consumo - più si crea la finzione di un «popolo» unito che fa coincidere i suoi interessi con quelli (privati) del leader. Non c’entra il carisma, ma la complicità degli interessi.

 

Ancora più drammatica è l’assenza di una classe dirigente, che sia degna di questo nome. Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della democrazia italiana, creando un ceto politico chiamato solo a sanzionare (con il voto parlamentare) le decisioni del leader senza essere coinvolto nei processi deliberativi. Un ceto politico siffatto non è «dirigente» ma solo esecutore.

 

Ma dov’è la restante classe dirigente del Paese? La classe cui appartengono i responsabili dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili del sistema educativo, i gerenti del sistema mediatico e i soggetti culturali in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli intellettuali). Dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di fatto è demandata l’etica pubblica che sembra tuttavia essere in grado di mobilitare le coscienze soltanto quando si tratta delle questioni attinenti «la vita». Tutti i gruppi che costituiscono la classe dirigente sembrano appiattiti, intimiditi talvolta deferenti davanti al potente leader mediatico. Ma sono sottilmente suoi complici quando alla politica chiedono soltanto aiuti particolari, facilitazioni, concessioni, deroghe e sanatorie anziché un grande disegno di carattere generale.

 

È su questo sfondo che i cattolici italiani devono ripensare radicalmente il rapporto tra politica e società civile, di cui si sentono a ragione parte rilevante. Non possono limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente. Una schietta autocritica sulla loro esperienza dell’ultimo quindicennio è la premessa per ricominciare con maggiore coerenza e credibilità. La società civile ha bisogno della politica. LS 22

 

 

 

Il direttore della Migrantes Perego su voto all’estero, associazionismo  e  patronati

 

“L’associazionismo è importante per la tutela dei diritti civili, politici e sociali degli emigranti italiani nel mondo e deve porsi delle domande su come possa essere ancora fortemente rappresentativo di una realtà”

 

  ROMA - La recente nomina alla presidenza della Cne di Luigi Papais, vice presidente dell’Ucemi, giunge in un momento particolarmente delicato per il mondo dell’emigrazione italiana. Mentre infatti dallo stesso Presidente del Consiglio giungono indicazioni sulla necessità di rivedere  la legge attuativa del voto all’estero, si attende da un giorno all’altro la ripresa dell’iter parlamentare al Senato della riforma di Comites e Cgie. Un disegno di legge, quest’ultimo, apertamente criticato dall’attuale Consiglio Generale, insieme al decreto che rinvia nuovamente le elezioni degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. In questa situazione ricca di polemiche e in pieno divenire assume una particolare importanza il ruolo del mondo dell’associazionismo in emigrazione che è chiamato a tenere saldi i legami fra le comunità all’estero e la terrà d’origine, nonché alle sfide del rinnovamento generazionale dei quadri sociali e della tutela dei connazionali più deboli ed indigenti. Tutti settori, quest’ultimi,   in cui l’associazionismo cattolico ha fatto da sempre sentire la propria voce, cercando di tenere saldi i principi della solidarietà e della famiglia su cui ha basato la sua azione al fianco delle nostre comunità all’estero. Per tentare di fare il punto sulla complessa attualità dell’emigrazione italiana, senza perdere di vista cosa voglia dire il passato, abbiamo dunque rivolto alcune domande al direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Giancarlo Perego.

  Nel prossimo biennio la Consulta Nazionale dell’Emigrazione sarà presieduta da Luigi Papais. Come commenta questa nomina di un alto dirigente dell’Ucemi?  

  Per noi la scelta della Cne è particolarmente significativa essendo Papais legato alla grande tradizione del mondo cattolico fra gli emigranti. Papais potrà dare sicuramente un contributo significativo per quanto riguarda le problematiche che oggi interessano il mondo dell’emigrazione italiana all’estero. Una realtà che sta cambiando e che richiede sul piano sociale, culturale e politico una nuova attenzione.

  Da mesi è  stato avviato l’iter parlamentare della riforma dei Comites e del Cgie ed appare ormai certa una revisione della legge attuativa del voto all’estero. Per i nostri connazionali si profila un complesso periodo di cambiamento. Come inquadra questo momento di transizione?

  Effettivamente è un momento di transizione per le nostre comunità nel mondo. Credo comunque che alcune tematiche legate all’emigrazione, sempre seguite con attenzione dal nostro mondo, come i ricongiungimenti familiari, il voto all’estero e l’associazionismo, rimangano ancora oggi centrali. Per quanto concerne i ricongiungimenti non bisogna dimenticare che un’emigrazione legata soltanto all’esperienza lavorativa e lontana dal concetto di famiglia risulterebbe senz’altro debole. Anche la questione della partecipazione e quindi del voto rimane centrale e questo perché di fronte ad un’emigrazione tante volte fortemente precaria e mobile, il tema dell’assunzione di alcuni diritti civili è ancora significativo. Anche l’associazionismo è un elemento importante perché fa in modo che la nostra emigrazione venga accompagnata da tutta una storia culturale, religiosa e sociale che rappresenta un valore aggiunto per le stesse comunità italiane all’estero.  

  La proposta di riforma degli organi di rappresentanza degli italiani all’estero, attualmente in discussione al Senato, è stata da più parti criticata per il rischio che finisca con l’essere penalizzato il mondo l’associazionismo in emigrazione. Cosa pensa in proposito?

  Noi speriamo che si torni a consideralo importante. E’ chiaro che anche l’associazionismo deve farsi alcune domande su come in questi anni si è mosso e come possa essere ancora fortemente rappresentativo di una realtà. Credo però che sia ancora un elemento importante in ordine proprio alla tutela di alcuni diritti civili politici e sociali degli emigranti italiani all’estero.

  La Chiesa è da sempre stata vicina ai nostri emigranti meno fortunati. Connazionali indigenti che, soprattutto in America Latina, hanno ancora oggi bisogno di assistenza. Come si può sviluppare nel futuro questa azione di solidarietà sicuramente non favorita dai recenti tagli alle risorse pubbliche?   

  Io credo che ancora una volta il patronato e la Chiesa, che è sostanzialmente l’edificio, la realtà e il luogo della celebrazione all’interno delle nostre missioni cattoliche all’estero, siano due elementi importanti che devono viaggiare insieme. Evangelizzazione e promozione umana. Penso inoltre che oggi i temi del patronato e dell’assistenza siano veicolo e strumento attraverso cui costruire cittadinanza anche all’interno di una realtà europea e mondiale. Questo è un tassello importante su cui investire per quanto riguarda le politiche sociali.

  Un’ultima domanda. Vi sono iniziative della Migrantes per il mondo dell’emigrazione italiana su cui lei punta in maniera particolare?

  Noi ci stiamo innanzitutto preparando al due dicembre quando vi sarà la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo. Un’indagine che ormai sta diventando tradizionale e che vogliamo far divenire sempre di più uno strumento di consapevolezza di un’altra Italia che è nel mondo e che è comunque un tassello importante per la costruzione dell’unità del nostro paese e, allo stesso tempo,  per la costruzione di un valore aggiunto sul piano culturale. L’emigrazione è sempre stata una grande risorsa, anche di rinnovamento dell’Italia. In questo senso allora credo che il Rapporto Italiani nel Mondo, che noi presenteremo a Roma, in tante città d’Italia ed all’estero, possa diventare uno strumento significativo per rendersi sempre consapevoli del valore di questa esperienza fortemente umana e sociale.

Goffredo Morgia, Inform  

 

 

 

I vescovi francesi a fianco delle popolazioni Rom

 

SAINT-AIGNAN - Sono scesi in campo anche i vescovi francesi invitando tutti a fare “un passo indietro”, per “riportare una sguardo rasserenato” in un ambito molto delicato della convivenza civile: la presenza delle comunità dei nomadi in una città. La presa di posizione arriva alcuni giorni dopo i “tristi avvenimenti” che sono successi nel villaggio di Saint-Aignan, nella Loira francese. Una serie di scontri tra rom e gendarmeria scatenatisi dopo l’uccisione di un ragazzo di 22 anni che avrebbe evitato di fermarsi ad un posto di blocco. I vescovi francesi riprendono la nota dell’Association Nationale des Gens du Voyage Catholiques (ANGVC) nella quale quattro associazioni di categoria, per la prima volta insieme, hanno chiesto al governo di “rinunciare agli annunci d’effetto per ricercare risposte politiche concertate e determinate”.

“Noi - scrivono mons. Raymond Centène e mons. Claude Schockert, rispettivamente vescovi di Vannes e di Belfort-Montbéliard - appoggiamo questa rivendicazione” soprattutto laddove si invita a farsi carico della “situazione quotidiana vissuta da queste persone che hanno grandi difficoltà a far valere i loro diritti alla sosta, al viaggio, alla scolarizzazione, al lavoro, alla sanità e alla cittadinanza”.

In quanto responsabili dell’ufficio per i “Gitani e la Gente di Viaggio - proseguono i due vescovi - non possiamo rassegnarci a vedere i Rom e i nomadi vittime di pregiudizi e confusioni, capri espiatori designati dalle difficoltà della nostra società che spesso anche in passato ne sono state le prime vittime. Siamo convinti che il rimedio alla paura e all’insicurezza non si trova in una recrudescenza della sicurezza ma passa attraverso un’azione di lunga durata nutrita di rispetto e conoscenza reciproca.

Ci appelliamo ai nostri fratelli e sorelle in Cristo, ma anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, viaggiatori e sedentari, Rom e gadje, eletti e semplici cittadini, a unirsi a noi nel cammino verso il ‘vivere insieme’ in grado di garantire un futuro condiviso e una società pacifica”.

Il Presidente della Repubblica Nicholas Sarkozy ha indetto nella sede dell’Eliseo un vertice straordinario dedicato proprio ai “problemi che pongono i comportamenti di alcuni nomadi e Rom“. In un comunicato diffuso dall’Eliseo, il Presidente ha definito “totalmente inammissibile la situazione di non diritto che caratterizza le popolazioni Rom, venute dall’Europa dell’Est sul territorio francese”. 200 accampamenti “illegali” sono stati recensiti dal governo che ha avuto mandato dal Presidente di provvedere all’evacuazione di queste installazioni entro tre mesi. (Migranti-press)

 

 

 

 

Meeting di Rimini. Desiderare cose grandi. Dal 22 al 28 agosto il grande appuntamento

 

Saranno migliaia i partecipanti agli eventi che anche quest’anno ripropone il Meeting per l'amicizia tra i popoli di Rimini: un appuntamento culturale, religioso, politico che da ieri 22 al 28 agosto intende creare occasioni di incontro tra persone di fedi e culture diverse, nella “certezza che luoghi di amicizia fra gli uomini possano essere l’inizio della costruzione della pace, della convivenza e del bene comune.

 

“Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” è il tema dell’edizione di quest’anno, la XXXI: in ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura, religione, tradizione – spiegano i promotori – “alberga questo desiderio di cose grandi, di qualcosa di infinito. Un’aspirazione che l’uomo in tante occasioni tende a trascurare e a dimenticare, complice innanzitutto una certa mentalità che lo considera solo come il risultato di una casualità chimico-biologica o al limite di un processo evolutivo”. Oggi, aggiungono, si “respira” una cultura che tende a cancellare “l’umanità dell’uomo”: il “rischio è quello che si affermi una concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. È questa tensione il tratto inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei bisogni quotidiani”.

L’appuntamento di quest’anno “cercherà di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli”.

 

Incontri, musica, spettacoli. Al Meeting, come ogni anno, ci saranno incontri, mostre, musica e spettacolo con eventi internazionali dalla Russia e dal Brasile. Da Stefano Pesce, protagonista dello spettacolo inaugurale, a Giancarlo Giannini, fino al samba e al teatro con Fellini. Mai come quest’anno – fanno sapere gli organizzatori - gli spettacoli del Meeting, si “aprono al mondo, offrendo un panorama internazionale e una varietà di registri sui generis”.

È difficile scegliere, all'interno della ricchezza e varietà di eventi che contraddistinguono il Meeting quali siano le proposte più meritevoli di segnalazione. Il cuore dell'uomo, con le sue aspirazioni infinite è il “fil rouge” delle 8 mostre dell’edizione di quest’anno: “Ognuna darà il suo contributo necessario per comprendere il tema di quest'anno, pur partendo da aspetti e storie del tutto differenti fra loro”, sottolinea Alessandra Vitez, responsabile del dipartimento mostre. “Il ritmo stesso del samba brasiliano deriva dal battito del cuore”, come scopriranno i visitatori della mostra “Um Céu no chão. Un cielo in terra. Il samba del morro”, un percorso che permetterà al visitatore di conoscere un luogo, la favela, “generalmente ridotto all'immagine della povertà e che custodisce invece gioielli affascinanti della musica popolare”. Proprio da quelle baracche, infatti, “sboccia la bellezza di una poesia, intessuta dal dolore di un popolo: “La favela di notte è come un cielo visto dall'alto”, secondo le parole dello scrittore Paulinho da Viola a cui si ispira il titolo della mostra. E ancora la mostra, “Stefano d'Ungheria. Fondatore dello Stato e apostolo della nazione”, con l'esposizione della copia della corona del re, custodita nella chiesa di san Mattia a Budapest e delle riproduzioni del manto e del trono regale. A Santo Stefano si deve la fondazione dello Stato ungherese a partire dalla fede cristiana: l'Ungheria è infatti l'unica nazione che custodisce in parlamento la corona di un re cattolico e che la cita nella propria costituzione. La riproduzione del Portico della Gloria, posto sulla facciata occidentale della cattedrale di Santiago di Compostela, è al centro invece della mostra "In fondo al cammino c'è Qualcuno che ti aspetta. Lo splendore della speranza nel Portico della Gloria". E poi “Danzica 1980. Solidarnosc” che mette al centro il dramma tra la libertà dell'uomo e l'ideologia al potere.

 

Ricordare che esiste la disabilità. A questo grande evento che in questi anni ha ospitato le personalità più significative della scena mondiale parteciperà ufficialmente, per la seconda volta, anche la Fondazione Istituto Sacra Famiglia, una “grande occasione per “ricordare al mondo che esiste anche la disabilità”, spiega mons. Enrico Colombo, presidente della Fondazione, nata del 2006 e che oggi accoglie circa 1.400 disabili, ospita oltre 350 anziani non auto-sufficienti, ha oltre 1.700 dipendenti.

 

L’impegno dei volontari. A parte un piccolo nucleo di 14 persone che lavora a tempo pieno alla preparazione al Meeting collaborano oltre 3.000 volontari, in gran parte giovani, provenienti dall’Italia e da molti altri Paesi del mondo. È soprattutto grazie al loro contributo che il Meeting di Rimini è diventato anche una manifestazione dai grandi numeri: 439 mostre, circa 3.300 incontri e 6.000 personaggi. sir

 

 

 

 

Chiesa e politica. Bagnasco, monito sul federalismo. "Se disgrega è un disvalore"

 

Dal cardinale severa critica anche ai media: "Trasmettono modelli dominanti che impoveriscono la fede". Calderoli: "Stia tranquillo, la riforma che  proponiamo e che stiamo realizzando e' quella di un federalismo che storicamente ha unito quello che era diviso"

 

CITTA' DEL VATICANO - Il federalismo può essere "una ricchezza" solo se "costruisce l'unità". Se invece "disgrega" o "allontana" allora è sicuramente "un disvalore". E' quando dice, in un'intervista all'Osservatore Romano, il cardinale presidente della Cei Angelo Bagnasco, rispondendo a una domanda sul progetto politico federalista che era stato propugnato nell'800 dal beato Antonio Rosmini.

"La molteplicità, in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l'unità - dice Bagnasco -; se invece disgrega e allontana, allora non diventa più un valore ma un disvalore". "Si vorrebbe, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti - aggiunge il presidente dei vescovi italiani -, che le specificità delle persone, come delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene dell'insieme, un bene che deve essere reale per tutti".

 

Dal cardinale giunge anche una severa critica ai media. Che trasmettono "modelli culturali dominanti che possono impoverire la fede". E anche i cattolici, osserva Bagnasco, "sono chiamati a fare i conti con la crisi dei valori, perchè certe forme culturali dominanti che si respirano attraverso i mezzi di comunicazione, attraverso modelli di comportamento, toccano e possono toccare tutti: credenti e non credenti, cattolici e non cattolici; nessuno è esente da questo clima di possibile contaminazione che potrebbe impoverire strada facendo la fede, ma soprattutto il comportamento degli stessi cristiani".

 

Il commento leghista.  ''Sul federalismo il Cardinal Bagnasco puo' stare tranquillo: la riforma che noi proponiamo e che stiamo realizzando e' quella di un federalismo che storicamente ha unito quello che era diviso o ha impedito, attraverso la valorizzazione delle diversita', della responsabilita' e della trasparenza, ineludibili processi di disgregazione". Così commenta il ministro del Carroccio Roberto Calderoli, aggiungendo che la mancata approvazione della riforma "aumenterebbe invece i rischi di disgregazione"

 

La reazione del Pd. Di parere opposto il Partito Democratico. "Il cardinale Bagnasco coglie il problema di fondo dell'interpretazione leghista e tremontiana del federalismo: esso non ha finalità di unione, ma di divisione, di chiusura egoistica e perdente per tutti". E' l'opinione di Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. "Il decreto sull'autonomia fiscale dei comuni del 4 agosto scorso", continua Fassina, "è esempio evidente: si mortificano i Comuni, si tagliano le risorse per i servizi sociali fondamentali e si premiano le rendite. Va profondamente riscritto per realizzare una vera ed equa autonomia fiscale, per valorizzare le specificità territoriale in un quadro unitario e solidale''. LR 20

 

 

 

 

Rosmini e le armi contro l'omologazione

 

Intervista su L'Osservatore Romano. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista di Roberto Cutaia con il card. Angelo Bagnasco apparsa su L’Osservatore Romano del 21 agosto 2010

 

Abbiamo incontrato a Stresa l'arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, in occasione del 155esimo anniversario del dies natalis del beato Antonio Rosmini.

 

È la prima volta che viene qui?

Sono già stato nel Verbano Cusio Ossola altre volte: in particolare, quando ero sacerdote, insieme con dei confratelli usavo trascorrere qualche giornata di ferie in Formazza.

 

Il suo primo approccio con Rosmini e i rosminiani?

Ai tempi dell'università. Sono laureato in filosofia, ho studiato a Genova e ho avuto l'occasione di conoscere l'opera di Rosmini del cui pensiero, tra l'altro, mi ero appassionato.

 

La causa della perdita di senso dell'educazione in generale potrebbe essere, a suo avviso, il venir meno l'esperienza metafisica?

Certamente, se per metafisica intendiamo il fondamento delle cose e quindi anche della persona. Se non c'è fondamento non ci può neppure essere educazione. L'educazione è la formazione graduale della persona, ma bisogna sapere chi è la persona nella sua sostanza, nel suo fondamento, per poter educare la persona stessa.

 

Quindici anni fa, in occasione del congresso ecclesiale di Palermo, si diede vita al progetto culturale della Chiesa italiana. Un pensatore come Rosmini, oggi, potrebbe collocarsi all'interno di questo progetto?

Rosmini ha voluto creare un sistema filosofico completo sul filo di san Tommaso, quindi sul filo della tradizione della Chiesa, in dialogo con il mondo moderno, che privilegia l'aspetto della soggettività. Rosmini ha cercato, con grande frutto, di far incontrare l'antica tradizione perenne e mai superata di Tommaso con il pensiero di Agostino, con l'importanza del soggetto che conosce la realtà stessa.

 

Come collocare il pensiero rosminiano all'interno della storia della Chiesa?

Rappresenta uno snodo importantissimo del progetto culturale della Chiesa italiana, che ha come centro l'uomo in tutte le sue dimensioni. Il progetto culturale si identifica con la questione antropologica che sta alla base di tutti i campi del sapere e del sociale della vita privata e della vita pubblica: l'etica, la politica, la finanza, l'economia, la famiglia e altri ambiti. Il nodo di fondo, dal punto di vista teoretico razionale, sta proprio nell'aspetto metafisico, nel fondamento della persona.

 

A proposito di unità della persona, il progetto politico di federalismo di Rosmini è attuale?

La molteplicità, in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l'unità; se invece disgrega e allontana, allora non diventa più un valore ma un disvalore. Si vorrebbe, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, che le specificità delle persone, come delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene dell'insieme, un bene che deve essere reale per tutti.

 

Anche i cattolici, oggi, sono chiamati a fare i conti con la crisi di valori?

Ce lo ricorda anche il Papa, il quale ci richiama a una maggiore attenzione, perché certe forme culturali dominanti che si respirano attraverso i mezzi di comunicazione, attraverso modelli di comportamento, toccano e possono toccare tutti: credenti e non credenti, cattolici e non cattolici; nessuno è esente da questo clima di possibile contaminazione che potrebbe impoverire strada facendo la fede, ma soprattutto il comportamento degli stessi cristiani. Perché non dobbiamo essere del mondo, dice Gesù, ma siamo nel mondo, essere nel mondo vuol dire essere esposti a tutte le pressioni o tensioni e sollecitazioni che conosciamo.

 

L'arma per far crescere se stessi e non lasciarsi omologare dalla mentalità dominante resta ancora oggi la preghiera.

La preghiera è il contatto con Dio, e Dio è la Verità; certamente bisogna dedicare tempo alla preghiera, ognuno secondo la propria vocazione, e accostare quei mezzi che la liturgia, e innanzitutto il Signore, ci hanno messo a disposizione: il Vangelo, il libro dei Salmi e tutte le altre pratiche di pietà che vengono scelte. Sono modalità, queste, che ci aiutano a incontrare la verità di Dio e dell'uomo.

 

Oggi parlare di affidamento alla volontà di Dio sembra obsoleto. Forse manca l'esperienza dell'amore di Dio?

Se noi credessimo veramente, totalmente, che Dio ci ama, è chiaro che vivremmo la storia personale e universale con una prospettiva e con un atteggiamento a volte più responsabile, più positivo. Bisogna credere veramente che Dio ci ami: ciò ha il potere di cambiare la vita.

 

 

 

Francesco Cossiga. Ha servito il nostro Paese. Il cordoglio del Papa e dei vescovi italiani

 

Il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, a nome dell’intera Conferenza episcopale italiana, esprime “cordoglio e vicinanza ai familiari per la scomparsa del presidente Francesco Cossiga ed eleva preghiere di suffragio, ricordandone il profondo senso dello Stato e l’intensa esperienza di fede, testimoniata nei lunghi anni dell’attività accademica e dell’impegno politico”. Così inizia la nota diffusa dall’ufficio Cei per le comunicazioni sociali alla notizia della morte di Francesco Cossiga avvenuta alle 13.18 di oggi al Policlinico Gemelli dove era ricoverato dal 9 agosto.

“Egli – si legge ancora nella nota della Cei - ha servito il nostro Paese nei più importanti compiti istituzionali, in momenti assai delicati, sempre consapevole delle proprie responsabilità e attento al perseguimento del bene comune”.

Francesco Cossiga, scrive “L’Osservatore Romano” di oggi, “è stato uno degli uomini politici italiani più longevi e, al tempo stesso, più controversi e prestigiosi”.

In tarda serata il vice-direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, ha informato che “il Santo Padre partecipa al dolore della famiglia e del popolo italiano per la morte del presidente emerito Francesco Cossiga, ‘autorevole protagonista della vita nazionale italiana e uomo di fede’. Alla famiglia e al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Santo Padre farà pervenire un suo messaggio di condoglianze”. Il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone – ha aggiunto padre Benedettini - si recherà all’ospedale Gemelli, per pregare davanti alla salma del presidente emerito della Repubblica italiana.

Nato il 26 luglio 1928 a Sassari, fu uno dei più giovani esponenti della Democrazia Cristiana del dopoguerra. Deputato dal 1958, ricoprì successivamente numerosi incarichi ministeriali. Era ministro dell'Interno nel Governo entrato in carica il giorno del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, e rassegnò le dimissioni dopo il tragico esito di quella vicenda. Fu presidente del Consiglio nel 1979-1980. Nel 1983 fu eletto presidente del Senato e, due anni dopo, il 24 giugno 1985, diventò il più giovane presidente della Repubblica, con il consenso più vasto mai registrato, 752 voti su 977 votanti. Sir 18

 

 

 

Perché in Giappone il cristianesimo è "straniero"

 

Annientamento del "sé", divinizzazione della natura, rifiuto di un Dio personale. I capisaldi della cultura giapponese spiegati dall'ambasciatore del Sol Levante presso la Santa Sede - di Sandro Magister

 

ROMA – Già un'altra volta, quest'anno, www.chiesa ha messo in luce l'estrema difficoltà che incontra il cristianesimo a penetrare in Giappone.

 

È una difficoltà che riguarda anche altre grandi civiltà e religioni asiatiche. Il cardinale Camillo Ruini – quand'era vicario del papa e presidente della conferenza episcopale italiana – indicò più volte la principale ragione di questa impermeabilità nel fatto che in Giappone, in Cina, in India manca la fede in un Dio personale.

 

È per questo motivo – aggiungeva – che la sfida lanciata ai cristiani dalle civiltà asiatiche è più pericolosa di quella di un'altra religione monoteista come l'islam. Mentre l'islam, infatti, stimola se non altro i cristiani ad approfondire e rinvigorire la propria identità religiosa, le civiltà asiatiche "spingeranno piuttosto nel senso di una ulteriore secolarizzazione, intesa come denominatore comune di una civiltà planetaria".

 

Per quanto riguarda il Giappone, un'autorevole conferma di questo assunto viene da una conferenza tenuta il 1 luglio scorso al Circolo di Roma dall'ambasciatore giapponese presso la Santa Sede, Kagefumi Ueno.

 

La conferenza – riprodotta quasi integralmente più sotto per gentile concessione del suo autore – mette in evidenza con rara chiarezza l'abisso che separa la visione cristiana dalla cultura e religiosità del Giappone.

 

L'ambasciatore Ueno si definisce d'orientamento buddista-scintoista. E nella conferenza parla non da diplomatico ma da "pensatore culturale", come in effetti egli è. Il suo centro d'interesse sono da molti anni le civiltà e le culture. Su questo tema ha scritto numerosi saggi e parlato a vari congressi.

 

Un suo saggio pubblicato poco prima di arrivare a Roma come ambasciatore, quattro anni fa, ha per titolo: "Contemporary Japanese Civilization: A Story of Encounter Between Japanese 'Kamigani' (Gods) and Western Divinity".

 

Una sintesi della sua conferenza al Circolo di Roma è uscita su "L'Osservatore Romano" del 14 agosto. L’Espresso online 19

 

 

 

 

Teresa d’Avila. In ascolto di lei. Dal 23 al 31 agosto congresso internazionale ad Avila

 

“La testimonianza di vita e di dottrina di Teresa di Gesù (1515-1582), dal profondo del ‘siglo de oro’ continua ad interpellare anche nel web-secolo: esperienza di Dio, dono di saperla spiegare e comunicare, fanno di Teresa, prima donna proclamata Dottore della Chiesa, una grande comunicatrice”. È il parere di Cristiana Dobner, carmelitana scalza e notista del SIR, che terrà una relazione al congresso internazionale “Il libro della Vita” ad Avila (23-31 agosto). L’appuntamento, che si terrà al Cites – (Centro Internazionale Teresiano-Sanjuanista dei Carmelitani Scalzi, Università della Mistica dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi ad Avila), vedrà la partecipazione di specialisti internazionali cui sarà affidata “una sfaccettatura che, lentamente, andrà componendo il volto di Teresa, dinamico e mobile, pervaso da un solo intento: rimandare a Dio”. Il Carmelo Teresiano guarda al V Centenario della sua nascita (1515) come ad “un appuntamento magnetico che attrae, costringe a riflettere e, soprattutto, ad entrare nell’amicizia con il Signore che dimora nel Castello Interiore inciso in ognuno”. Questo “lievito evangelico”, aggiunge Dobner, “vuole contagiare e incoraggiare, a tanti livelli e in diverse modalità”. L’atto di apertura del congresso sarà presieduto da padre Saverio Cannistrà, preposito generale dei Carmelitani Scalzi, che illustrerà il cammino verso il Centenario, e da mons. Ricardo Blázquez, arcivescovo di Valladolid e vicepresidente Cee (Conferenza episcopale spagnola), che terrà la conferenza inaugurale su “Il libro della Vita: un esempio di teologia narrativa”. Il manoscritto de “Il libro della Vita” lascerà il museo dell’Escorial, dove fu portato per volere esplicito del Re di Spagna Filippo II, e sarà esibito nella grande sala del Cites come se “Teresa stessa nella sua eredità scrittoria accogliesse i congressisti”. Quante persone si sono rivolte a Dio o addirittura convertite leggendolo? “Da Tommaso di Gesù, che lo ebbe in mano ancora fresco dell’inchiostro della penna di Teresa – risponde Dobner – ad Edith Stein nella famosa notte di Bergzabern dell’estate del 1921 in cui incontrò Cristo e accolse il dono della chiamata carmelitana”. Il SIR, tramite la stessa Dobner, ha posto alcune domande a padre Francisco Javier Sancho, direttore del Cites.

I Carmelitani scalzi nel mondo (572 case) sono oltre 4000 di cui circa 2700 sacerdoti, le Carmelitane scalze (clausura), presenti in 88 Paesi (868 monasteri) sono 11.700. (Info anche sul congresso ad Avila: www.carmelitaniscalzi.com).

 

Oggi ha senso dedicare un’istituzione universitaria alla mistica?

“Oggi si creano centri di studio dedicati a tantissimi scopi che sicuramente hanno un senso per certe persone. Per quanto riguarda la mistica forse è un debito che da anni avevano la Chiesa e il Carmelo con la società. Si parla oggi tanto di mistica ma non si hanno idee chiare. Si cerca l’esperienza di Dio, ma non sempre si sa verso dove si cammina... Si studiano tante cose in riferimento alla vita dell’uomo (arte, dogma, morale...), perché non studiare un fenomeno tanto profondamente umano e tanto necessario nella ricerca della pienezza e della felicità dell’uomo?”.

 

Il mondo letterario pullula di autobiografie, più o meno interessanti e valide, di persone che hanno lasciato un segno nella storia, perché occuparsi di un libro scritto da una monaca in un Carmelo di Avila nel XVI secolo?

“Perché siamo di fronte ad un’esperienza che scopre nella propria vita una storia di salvezza aperta a tutti. Abbiamo testimoni di tante cose e ci troviamo di fronte a biografie interessanti per le vicende avvenute. Una storia però nella quale emerga l’interiorità, il profondo dell’essere umano, è ancora qualcosa di straordinario. La Vita di Teresa apre alla propria vita e alla propria interiorità, di questo sempre abbiamo bisogno, perché ci mette di fronte a quello che siamo”.

 

Le idee che Teresa di Gesù vuole trasmettere non sono un poco polverose e, francamente, inadatte ai nostri vorticosi tempi?

“Teresa non intende parlarci solamente dei problemi del suo tempo: ci parla di un’esperienza che coinvolge tutta la sua storia, il suo essere e il suo agire. Non si tratta pertanto di una realtà storica, ma sempre viva. Come già detto, ha tanto da vedere con la realtà umana personale che trascende i tempi e i luoghi: l’attualità di Teresa va oltre i tempi e le culture, parla dell’uomo, della sua vicenda interiore, della sua costante ricerca di pienezza, della sua sete e necessità di essere felice”.

 

Quale l’intento di questo congresso? Perché viene denominato “primo”? Chi vi viene invitato?

“L’intento è di riscoprire e rileggere Teresa nell’oggi, cioè scoprire in quale senso Teresa ha ancora tanto da dirci e tanto da offrire all’uomo nella sua vita, personale, professionale ed anche religiosa. Certamente non è un congresso chiuso ma aperto ad un percorso che, anno dopo anno, cercherà di addentrarsi nelle profondità di una vita, di una esperienza e di un pensiero che può offrire tanto alla ricerca e alla necessità dell’uomo contemporaneo. Per questo i congressi sono aperti a tutte le persone interessate non soltanto alla figura di Teresa, ma interessate alla propria vita interiore e alla ricerca di una Verità”.

 

L’itinerario che porterà alla celebrazione del Centenario della nascita di Teresa di Gesù quali secche deve evitare?

“Innanzitutto vogliamo lasciare a Teresa di esprimersi nella sua realtà e nelle sue vere intenzioni. Il trascorrere del tempo, la mentalità, la religiosità... tante volte hanno avvolto Teresa un’immagine che non è sua, neanche voluta da lei. Il suo messaggio va oltre le estasi, per avvicinarsi alla vita quotidiana di ogni uomo e donna. Vogliamo che Teresa sia la protagonista, che sia lei a parlare di se stessa, della sua esperienza di Dio, del Dio delle misericordie”.

 

Ci può comunicare il desiderio profondo di voi organizzatori convergendo sulla testimonianza di Teresa?

“Favorire, in fondo, il messaggio e il proposito apostolico di Teresa: tanto possano conoscere veramente Dio e vogliano diventare i suoi amici. Con questo siamo certi di offrire il migliore tributo a Teresa ed anche all’uomo e alla Chiesa”. sir

 

 

 

 

Die deutschen Kirchen: „Helft Pakistan!“

 

Gemeinsamer Appell der Deutschen Bischofskonferenz und des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland zur Flutopferhilfe

 

Seit fast zwei Wochen sind die Menschen in Pakistan von einer Flutkatastrophe ungeheuren Ausmaßes betroffen. Kaum vorstellbar: Eine Fläche halb so groß wie Deutschland steht unter Wasser. Die Not der Menschen schreit zum Himmel.

Viele Organisationen aus aller Welt versuchen zu helfen so gut es geht. In den vergangenen Tagen mussten wir aber erkennen, dass das Spendenaufkommen in unserem Land nicht so groß ist wie bei anderen Katastrophen. Heute, am Tag der humanitären Hilfe, möchten wir besonders eindringlich bitten: „Helft Pakistan! Helft den vielen Opfern der Flut!“

Wichtig ist: Unsere Hilfsbereitschaft sollte nicht durch Vorbehalte gegen ein Land und eine Region vermindert werden, in denen schwierige politische Verhältnisse herrschen. Es ist vielmehr ein schlichtes Gebot der Nächstenliebe, dass den vielen Menschen, die akut an Leib und Leben gefährdet sind und deren Zukunftschancen in den Fluten zu versinken drohen, umfassend und schnell geholfen wird: „Wer schnell hilft, der hilft doppelt.“

Unsere kirchlichen Hilfsorganisationen sind dazu in der Lage. Sie sind bereits mit großem Einsatz tätig. Aber das Maß ihrer Hilfe hängt auch an unserer Opferbereitschaft. Deshalb appellieren wir an die Christinnen und Christen und an alle Menschen in Deutschland: „Helft den Flutopfern in Pakistan! Öffnet Eure Herzen, seid großzügig! Helft jetzt und zögert nicht!“

Lasst uns gemeinsam für die hilfsbedürftigen Menschen beten und um Gottes besonderen Schutz und Segen in dieser bedrohlichen Situation bitten.

 

Erzbischof Dr. Robert Zollitsch, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz

Präses Nikolaus Schneider, Vorsitzender des Rates der Ev. Kirche in Deutschland

 

Spendenkontakte: 

Caritas international Freiburg

Spendenkonto 202

Bank für Sozialwirtschaft Karlsruhe

BLZ 660 205 00

Stichwort: „Fluthilfe Pakistan“

 

Diakonie Katastrophenhilfe

Spendenkonto 502 707

Postbank Stuttgart

BLZ 600 100 70

Stichwort: „Pakistan Fluthilfe

 

 

 

Italien: Kirche kritisiert Abschiebepolitik

 

Italiens Innenminister Roberto Maroni hat mit seiner Forderung nach erweiterten Abschiebemöglichkeiten neue Kritik der Kirche auf sich gezogen. Maroni hatte zuvor das französische Vorgehen bei rumänischen Róm gelobt und verlangt, künftig müssten über „freiwillige Rückführungen“ hinaus auch Abschiebungen von EU-Bürgern ermöglicht werden.

Der Direktor der Fachstelle für Migrationsfragen bei der Italienischen Bischofskonferenz, Giancarlo Perego, sagte gegenüber Radio Vatikan:

 

 „Was haben denn die Abschiebungen de facto gebracht? Nur neue illegale Camps, und die Róm hat man letztlich sich selber überlassen. Diese Praxis hat vor allem die schulische Integration der betroffenen Kinder zunichtegemacht. Die italienische Regierung kann nicht mit Berufung auf Europa eigenmächtig handeln, wo es doch ein Recht auf Bewegungsfreiheit und ein Niederlassungsrecht gibt.“

 

Was heute mit den Róm in Italien und in Frankreich geschieht, könne man wohl kaum als Einwanderungspolitik bezeichnen, so der Vertreter der Bischofskonferenz:

 

„Wenn man bedenkt, dass in Italien 80 Prozent von ihnen die italienische Staatsbürgerschaft besitzen, dann handelt es sich vielmehr um eine Politik der Diskriminierung gegenüber einer Minderheit, die Opfer des gesellschaftlichen Wandels ist und deren Probleme man nicht in den Griff bekommt.“ (rv 22)

 

 

 

Angelus: „Gegen absurde Logik der Gewalt“

 

Papst Benedikt XVI. hat die „absurde Logik der Gewalt“ in vielen Teilen der Welt beklagt. Beim Angelus in seiner Sommerresidenz Castelgandolfo rief er – aus Anlass des liturgischen Festes „Maria Königin“ (22.8.) – zum täglichen Gebet um Frieden auf. Maria, ein kleines und einfaches Mädchen aus Nazareth, sei zur Königin der Welt geworden. Ihre Königsherrschaft stehe ganz in Abhängigkeit zu der von Jesus Christus: „Er ist der Herr“, so der Papst, ihn habe Gott nach der Schmach des Kreuzestodes erhöht über alle Geschöpfe der Erde (Phil 2,9-11). Maria sei die erste, die in das Gottesreich durch die „schmale Tür“ gelangt sei, die Jesus eröffnet habe und die allen offen stehe, die demütig sind, die sich dem Wort Gottes anvertrauten und es in die Tat umsetzten.

Die Franzosen mahnte der Papst, Menschen in ihrer „legitimen Unterschiedlichkeit“ anzunehmen. In seinem französischen Grußwort erinnerte er daran, dass Jesus gekommen sei, Menschen aller Nationen und Sprachen zu versammeln. Die Eltern rief er auf, ihre Kinder im Geist „universeller Brüderlichkeit“ zu erziehen. Auf die Ausweisungen von Róm durch Frankreichs Regierung ging der Papst in seiner Ansprache nicht ausdrücklich ein.

An die deutschsprachigen Pilger wandte er sich mit folgenden Worten:

 

„Im heutigen Evangelium stellen die Jünger die Frage nach dem Heil der Menschen. Gott will, dass alle Menschen gerettet werden, aber wir müssen uns auch mit unseren Kräften darum bemühen, wie der Herr uns mahnt. Jesus selbst ist für uns Weg, Wahrheit und Leben; er ist die schmale und auch offene Tür, durch die wir in den Himmel kommen, durch ihn kommen wir so zum Vater. Schauen wir also auf Jesus und folgen wir ihm mit unserem Tun. Der Heilige Geist leite und führe euch mit seiner Gnade.“ kna 22

 

 

 

Abschiebung. Vatikan steht Roma bei

 

Die katholische Kirche rügt die Abschiebung von Roma aus Frankreich. Paris will per Gesetz verhindern, dass die Roma zurückkehren.

 

Der Flüchtlingsbeauftragte des Vatikans hat die Abschiebung von Roma aus Frankreich kritisiert. Das EU-Recht verbiete kollektive Ausweisungen außer in Fällen, in denen eine schwere Gefährdung der öffentlichen Sicherheit bestehe, betonte Kurienerzbischof Agostino Marchetto am Donnerstagabend in Radio Vatikan. Er warf Frankreich vor, die eigenen Gesetze zum Umgang mit Roma nicht einzuhalten und das Entstehen illegaler Siedlungen selbst verursacht zu haben.

Nach französischem Recht seien Kommunen mit mehr als 5000 Einwohnern verpflichtet, geeignete Flächen für Landfahrer bereitzustellen, erläuterte Marchetto. Zudem habe die Räumung von Roma-Camps „zweifellos eine Situation der Unfreiheit geschaffen“. Frankreich hatte am Donnerstag mit der Rückführung von Roma nach Bulgarien und Rumänien begonnen. Rund 700 Menschen sind davon betroffen.

Die französische Regierung will durch eine Gesetzesänderung verhindern, dass die nach Rumänien abgeschobenen Roma gleich wieder nach Frankreich zurückkehren. Die Gesetzgebung werde entsprechend „angepasst“ werden, kündigte Einwanderungsminister Eric Besson an. Hierzu werde es in den nächsten Tagen „ein oder zwei“ Sitzungen mit Staatspräsident Nicolas Sarkozy und Regierungschef François Fillon geben, um einige Veränderungen am geplanten Einwanderungsgesetz zu beschließen. (afp 21)

 

 

 

Conrad Zdarsa neuer Bischof von Augsburg. „Es geht nicht um Erfolg, es geht um Fruchtbarkeit”

 

Papst Benedikt XVI. hat den Bischof von Görlitz, Konrad Zdarsa, zum Nachfolger des emeritierten Bischofs Walter Mixa als Bischof von Augsburg bestimmt. Das gab der Vatikan an diesem Donnerstag bekannt. Zdarsa stammt gebürtig aus Hainichen im Bistum Dresden-Meißen, 2007 wurde er zum Bischof von Görlitz ernannt und geweiht. Beim Kirchentag in München hatte Pater Bernd Hagenkord Gelegenheit, sich mit Bischof Zdarsa über Pastoral und die Entwicklung der Kirche in Deutschland zu unterhalten.

Weite, entchristliche Landstriche, so sieht die Realität der Kirche aus, in der Zdarsa bis vor kurzem Bischof war. Die päpstliche Initiative eines Rates zur Neuevangelisierung scheint genau auf diese Gegenden zugeschnitten. Warum ist die Kirche bisher so zögerlich, wenn es um Mission geht? Liegt es an dem negativen Beigeschmack des Wortes?

 

„Wissen Sie, der Misskredit, in den das Wort Missio – Mission – geraten ist, ist mir nicht ganz verständlich, denn es heißt ja nicht ‚Überredung’. Es bezieht sich zunächst gar nicht auf die anderen, sondern es bezieht sich auf uns. Mission heißt ‚Sendung’. Wir sind mit diesem Wort angesprochen. Wir sollten uns das immer sagen, dass das unsere erste Aufgabe ist und genuine Aufgabe als Jüngerinnen und Jünger Jesu.“

 

Damit liegt die Verantwortung nicht delegiert an Strukturen oder Institutionen, es kann auch nicht dabei bleiben, dass die Kirche im Klagen verharrt. Zdarsa spricht von den einzelnen Menschen, die glaubwürdige Zeugen sein sollen. Ein Blick in die Glaskugel: Wo wird in 25 Jahren die Kirche in Deutschland stehen?

 

„Es geht nicht um Erfolg, es geht um Fruchtbarkeit. Es gibt Bäume, es gibt Weinstöcke, die tragen erst sehr, sehr spät. Wir haben uns nicht auszumalen, wie es in diesem von ihnen genannten großen Zeitraum sein wird, sondern wir haben heute das unsere zu tun und zu investieren, als Samenkorn. Inwieweit wir hier auch so glaubwürdig und authentisch auftreten, dass sich Menschen an uns gern erinnern, dann wird vorgesorgt sein für die Zukunft und das Kommende.“ rv

 

 

 

Pakistan ertrinkt in Flut und Chaos

 

Die Behörden in Pakistan sind nach Informationen des weltweiten

katholischen Hilfswerks "Kirche in Not" nach wie vor mit der Bewältigung

der Flutkatastrophe überfordert. Die zuständige Projektleiterin des

Hilfswerks, Regina Lynch, hat nach eigenen Angaben erfahren, dass die

Regierung ganze Züge voller Flüchtlinge in die westpakistanische Stadt

Quetta geschickt habe, ohne dort Vorbereitungen für die Versorgung der

Menschen getroffen zu haben. Nach Angaben des in Quetta tätigen

Salesianerordens stünden die Flüchtlinge in der nahe der afghanischen

Grenze gelegenen Stadt daher bisher vor dem Nichts, denn es mangele an

Nahrung und Unterkünften. Lynch versicherte, dass "Kirche in Not" dort

über die Salesianer helfen werde.

 

In den überfluteten Gebieten bleibe die Lage unübersichtlich. Lynch

berichtete, sie stehe im Dialog mit Bischof Andrew Francis von Multan,

Bischof Max Rodrigues von Hyderabad sowie dem Präsidenten der

pakistanischen Caritas, Bischof Joseph Coutts von Faisalabad.

Wörtlich sagte Lynch: "Die Bischöfe waten immer noch durch das Wasser,

um sich ein Bild von der Situation zu machen." "Kirche in Not" werde

sofort handeln, sobald die Bestandsaufnahme beendet sei und man um Hilfe

gebeten werde.

 

In Faisalabad und Multan seien viele Familien obdachlos geworden,

nachdem starker Regen die Dächer zerstört habe. Während die Muslime

Pakistans sich an die UNO wenden, sähe die christliche Minderheit des

Landes vor allem die Kirche als erste Anlaufstation, berichtete Lynch.

Auch nach der Flut werde noch viel Wiederaufbauarbeit geleistet werden

müssen. Ganze Dörfer seien im Norden Pakistans von der Flut mitgerissen

worden. Die so zerstörten kirchlichen Gebäude müssten nach Rückgang des

Wassers rasch wieder aufgebaut werden, damit die Menschen wieder

Versammlungs- und Rückzugsorte bekämen. Nur so könne die geistliche

Grundlage für den Wiederaufbau gelegt werden, betonte Lynch.

 

"Kirche in Not" bittet um Spenden für die Flüchtlinge in Quetta und

andere Opfer der Flut in Pakistan. Online unter:

https://www.kirche-in-not.de/spenden-online.html

 

Spendenkonto: KIRCHE IN NOT, Kennwort: "Pakistan Katastrophenhilfe"

Kto.-Nr.: 215 2002, BLZ: 750 903 00, LIGA Bank München. KiN

 

 

 

Papst ruft zu Solidarität für Pakistan auf

 

Papst Benedikt XVI. hat zu mehr Hilfe für die Flutopfer in Pakistan aufgerufen. Den Betroffenen dürfe nicht die Solidarität und die konkrete Unterstützung der internationalen Gemeinschaft fehlen, sagte Papst Benedikt XVI. vor Tausenden von Gläubigen und Besuchern bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch:

 

„Meine Gedenken sind in diesem Augenblick bei der Bevölkerung Pakistans. Die große Überschwemmung, unter der sie leidet, hat sehr viele Opfer gefordert und viele Familien obdachlos gemacht. Ich vertraue alle tragischerweise Betroffenen der erbarmenden Güte Gottes an; ich versichere allen Famililen und allen Menschen, die wegen dieses Unglücks leiden, meine geistliche Nähe. Ich hoffe, dass es unseren Brüdern und Schwestern, die so sehr geprüft werden, nicht an unserer Solidarität und nicht an konkreter Unterstützung durch die internationale Gemeinschaft fehle.“

(rv 18)

 

 

 

 

Die schnelle Neubesetzung des vakanten Stuhls von Bischof emeritus Walter Mixa sorgt für Freude

 

Mit seinem Interesse für das offene Gespräch und seiner „herzlichen Zuwendung zu den Menschen“ habe Zdarsa dem Bistum Görlitz eine Zukunftsperspektive gegeben. So heißt es im Glückwunschschreiben des Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz. Bischof Konrad Zdarsa sei ein erfahrener Seelsorger, der sich auch in der Bistumsverwaltung bewährt habe. So kommentierte der Augsburger Diözesanadministrator, Weihbischof Josef Grünwald, die Entscheidung des Vatikans. Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx hieß Zdarsa im Namen der Freisinger Bischofskonferenz in Bayern willkommen. „Wir freuen uns, dass ein erfahrener Mitbruder das große Bistum leiten wird. Zdarsa wird am 23. Oktober in sein Amt eingeführt. Grund für das ungewöhnlich späte Datum seien Terminschwierigkeiten, so Grünwald. Nach dem Kirchenrecht muss ein Diözesanbischof eigentlich drei Monate nach seiner Ernennung installiert sein. (kna)

 

 

 

 

Deutschland: Keine Rede von „Durchregieren“ der Bischöfe

 

Eine „handstreichartige Übernahme“ der katholischen Journalistenschule IFP in München durch die deutschen Bischöfe befürchtet der Deutsche Journalistenverband laut seinem Sprecher Hendrik Zörner. Am vergangenen Freitag ist der geistliche Rektor des IFP, Pfarrer Michael Broch, von seinem Amt zurück getreten. Er zog damit die Konsequenzen aus seinen kritischen Äußerungen zu Papst Benedikt und den deutschen Bischöfen. Seitdem wird die Befürchtung laut, kritischer Journalismus sei in der Kirche nicht erwünscht. Elvira Steppacher ist journalistische Direktorin des IFP. Ihr haben wir die Frage gestellt, ob es sich wirklich um eine „handstreichartige Übernahme“ handelt.

 

„Ich halte diese Aussage für zugespitzt, obwohl ich die Lage sehr ernst einschätze. Man muss klar unterscheiden zwischen zwei Dingen: zum einen dem, was der geistliche Direktor durch eine wirkliche Ungeschicklichkeit an Folgen aushält – daraus hat er ja auch für sich Konsequenzen gezogen. Ich bedaure das und wünschte mir, dass es für ihn einen Weg zurück geben könnte. Das andere ist, dass der Vertrauensentzug genau auf diese Profilierungsfunktion zielt, die dem geistlichen Direktor zugebilligt wurde. Diese Funktion hat eine Erschütterung erfahren. Daraus aber abzuleiten, dass die Bischöfe hier nun unmittelbar durchregieren würden, halte ich für völlig an der Realität vorbei. Ich habe in meinen acht Jahren hier noch nicht einmal erlebt, dass ein Bischof sich zu einem Kurrikulum geäußert hätte.“ (rv 17)

 

 

 

Cossiga ist gestorben. Papst Benedikt XVI. hat den Angehörigen sein Beileid ausgesprochen

 

Papst Benedikt XVI. hat den Angehörigen des ehemaligen italienischen Staatspräsidenten Francesco Cossiga sein Beileid ausgesprochen. Der 82-jährige Politiker war am Dienstag in Rom gestorben. In einem Telegramm an Cossigas Familie würdigte der Papst den Verstorbenen an diesem Mittwoch „mit Herzlichkeit und Dankbarkeit“ als einen „berühmten Katholiken“ und „Gelehrten des christlichen Rechts und der christlichen Spiritualität“. Cossiga habe sich stets mit Großherzigkeit für das Gemeinwohl eingesetzt, so Benedikt XVI. in dem Telegramm. Er schließe den Verstorbenen in sein Gebet ein und segne die Angehörigen. Auch dem jetzigen Staatspräsidenten Giorgio Napolitano kondolierte Benedikt XVI. in einem Telegramm. Er drückte dem Präsidenten und der ganzen Nation sein tiefes Mitgefühl aus und bete „für den berühmten und vielgeliebten Verstorbenen“, so der Papst. Am Tag nach Cossigas Tod betete an diesem Mittwoch auch Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone am Totenbett des ehemaligen Staatspräsidenten und segnete den Leichnam. Cossiga sei ein „Staatsmann von christlicher Spiritualität “ gewesen, so Bertone. Er erinnerte an den Satz, mit dem der frühere italienische Staatspräsident offizielle Briefe unterschrieb: „Gott schütze Italien“. Der Papst habe Cossiga gut gekannt, meinte Bertone, sie hätten oft miteinander diskutiert und Cossiga sei dem Papst ein „lieber Freund“ gewesen. Francesco Cossiga war in den 70er und 80er Jahren politisch aktiv, als Italien mit Terrorgruppen zu kämpfen hatte. Als sein Parteifreund Aldo Moro 1978 von den Roten Brigaden entführt und nach wochenlanger Geiselhaft ermordet wurde, trat er als Innenminister zurück. Kurzzeitig war Cossiga 1979 Regierungschef, zwischen 1985 und 1992 bekleidete der gebürtige Sarde Amt des Staatspräsidenten. (rv/corriere della sera 18)

 

 

 

 

Moschee am Ground Zero. Amerikas Muslime

 

Der Protest vieler Amerikaner gegen den Bau einer Moschee nahe Ground Zero hat nichts mit irrationaler Islamophobie zu tun. Er entspringt der Angst vor einer Bedrohung, die in den vergangenen Monaten immer realer wurde. Von Matthias Rüb, Washington

 

Sind die Amerikaner einer Handvoll islamophober Hetzer auf den Leim gegangen? Wird das Mutterland der Freiheit zu einem unwirtlichen Platz für seine muslimischen Bürger, weil die ihre Religion nicht mehr frei ausüben dürfen - jedenfalls nicht so frei wie die Mehrheit der Christen oder auch die Minderheiten der Juden, Buddhisten oder Hindus? Neben der Wirtschaftskrise hat sich der Streit über den geplanten Bau eines islamischen Gemeindezentrums in New York, unweit des Orts der Terroranschläge vom 11. September 2001, zum wichtigsten innenpolitischen Thema vor den Kongresswahlen vom 2. November entwickelt. Gut zwei Drittel der Amerikaner bestreiten den Muslimen zwar nicht das Recht, ihre Moschee nahe Ground Zero zu bauen, ebenso viele meinen aber, dass sie es aus Gründen der Pietät dennoch nicht tun sollten.

Wenn knapp vierhundert Meter nicht genug sind - so weit ist das Grundstück der geplanten Moschee von jenem Ort des nationalen Gedenkens entfernt, an dem fast dreitausend Menschen von islamistischen Terroristen ermordet wurden -, wie weit muss es dann sein? Mindestens einen Kilometer oder besser mehrere? Gegner des Bauvorhabens sagen, auch wenn es keine Maßeinheit für den angemessenen Abstand zu einer Gedenkstätte gebe, sei die Forderung nach Rücksicht auf die Gefühle der Hinterbliebenen nicht von der Hand zu weisen. Sie erinnern daran, dass Papst Johannes Paul II. 1987 das Karmeliterkloster an der Gedenkstätte Auschwitz habe schließen lassen - aus Rücksicht auf die jüdischen Opfer.

 

Katholiken waren größerem Misstrauen ausgesetzt

Der Protest gegen den Moscheebau bei Ground Zero ist ein Sonderfall, ein Einzelfall ist er nicht. Gewiss, auch gegen Pläne zum Bau von mindestens acht Moscheen in anderen Bundesstaaten gibt es Proteste. Doch diese sind ihrerseits weder Sonder- noch Einzelfälle, weil die eifrige Sakralbautätigkeit aller Religionen und Konfessionen in Amerika häufig mit Bebauungsplänen und Sorgen der Nachbarn vor erhöhtem Verkehrsaufkommen kollidieren. Meistens werden die Gotteshäuser dennoch gebaut. Allein in New York City gibt es über hundert Moscheen. Im ganzen Land sind es bis zu 1800 islamische Gotteshäuser, in denen amerikanische Muslime, Alteingesessene wie Neuankömmlinge, ihren Glauben ungestört und gemäß Verfassungsrecht frei praktizieren können.

Seit den Terroranschlägen vom 11. September 2001 hat sich die Zahl der Moscheen in den Vereinigten Staaten fast verdoppelt. Weder sehen sich die - je nach Schätzung - zweieinhalb bis sieben Millionen Muslime in Amerika heute einer religiösen oder gesellschaftlichen Diskriminierung ausgesetzt, noch stehen sie im historischen Vergleich mit anderen religiösen Minderheiten schlechter da. Katholische Immigranten, die Ende des 19. Jahrhunderts aus Europa in die Neue Welt strömten, sahen sich in einem vom protestantischen Christentum geprägten Amerika weit tieferem Misstrauen und offenerer Anfeindung ausgesetzt als die amerikanischen Muslime heute.

Amerika führt keinen Krieg gegen den Islam

Dass in den vergangenen Monaten die Angst vieler Amerikaner vor islamistischem Terrorismus gewachsen ist, hat nichts mit irrationaler Islamophobie zu tun, sondern mit realer Bedrohung. Im November erschoss ein muslimischer Heeres-Major in Fort Hood in Texas dreizehn unbewaffnete Kameraden und Zivilisten; es war der blutigste Terrorangriff auf amerikanischem Boden seit den Anschlägen von New York und Washington vor fast neun Jahren.

Auch bei den gescheiterten Anschlägen auf ein Passagierflugzeug über Detroit an Weihnachten und auf den Times Square in Manhattan vom Mai hatten die in Amerika aufgewachsenen und ausgebildeten muslimischen Attentäter eine islamistische Terroragenda und standen mit dem Terrornetz Al Qaida in Verbindung. Dass es dabei nicht zu Blutbädern wie in London oder Madrid kam, war reines Glück. Im Jahresbericht des amerikanischen Außenministeriums über die weltweite terroristische Bedrohung wird ausdrücklich die wachsende Gefährdung der Vereinigten Staaten durch den heimischen Terrorismus radikalisierter Muslime hervorgehoben.

Präsident George W. Bush besuchte sechs Tage nach den Anschlägen vom 11. September die größte Moschee in der amerikanischen Hauptstadt und bekräftigte, was auch sein Nachfolger Barack Obama in seiner Kairoer Rede an die muslimische Welt vom Juni herausstrich: Der Islam ist eine Religion des Friedens, Amerika führt keinen Krieg gegen den Islam, sondern verfolgt Terroristen, die einen verfälschten Islam als Begründung für Massenmord und Menschenverachtung missbrauchen. Viele Amerikaner würden sich wünschen, dass die maßgeblichen Führer der amerikanischen Muslime öfter und lauter die fortgesetzten Massaker islamistischer Terroristen an Muslimen in Afghanistan, im Irak und anderswo verurteilten, statt lautstark Klage über die amerikanische Außenpolitik im Nahen Osten zu führen. Das ändert aber nichts daran, dass Amerika auch für Muslime ein Land der Freiheit und der Toleranz bleibt. Faz 20

 

 

 

 

Kommentar. Kirche im Bunker

 

Wegen der Missbrauchsfälle laufen katholische Bischöfe im Büßerhemd herum - doch kaum redet einer aus den eigenen Reihen mal Klartext, wird er rausgeworfen. Ein katholisches Trauerspiel.

 

Eindrucksvoller kann man Vorurteile nicht bestätigen: Da laufen die katholischen Bischöfe seit Bekanntwerden der Missbrauchsfälle im Büßerhemd herum und reden über Aufklärung und Ursachenforschung. Doch wenn ein Untergebener aus den eigenen Reihen einmal Klartext redet, dann fliegt er raus. Ein katholisches Trauerspiel.

Bunkermentalität hat der inzwischen abgelöste Leiter der katholischen Journalistenschule, Michael Broch, der Kirche vorgeworfen ? und sich dafür später entschuldigt. Das hätte er nicht tun müssen. Denn der Rauswurf Brochs ist der Beleg für genau dies: Bunkermentalität. Abschotten, zusammenhalten und warten, bis der Sturm vorüber ist. Wer da nicht mitmacht, gehört nicht dazu. Das scheint das Credo der Kirchenfürsten zu sein, die den kritischen Schulleiter in die Wüste geschickt haben. Sie haben bewiesen, dass ihnen an Diskussionen nicht gelegen ist, an Reformen schon gar nicht.

Dabei wären diese dringend nötig: Schluss machen mit der lustfeindlichen Sexualmoral, nach der sich ohnehin keiner mehr richtet. Schluss machen mit der zölibatären Kirche, in der nur ein paar alte Männer das Sagen haben. Und eben Schluss machen mit den Denk- und Redeverboten, die schon viele Kirchenmitarbeiter ihr Amt gekostet haben.

Mit der jetzt gezeigten Haltung wird die Kirche die Krise nicht bewältigen. Sie wird weiter ihre öffentliche Bedeutung einbüßen und weiter zusammenschrumpfen zu einem kleinen Grüppchen derer, die sich für die Aufrechten halten. Für manche Bischöfe mag dies eine Wunschvorstellung sein. Die wenigen Schäfchen haben sie dann auch besser im Griff. FR 16

 

 

 

 

Zum 100. Geburtstag: Gespräche über Mutter Teresa auf CD und DVD

 

Anlässlich des 100. Geburtstags von Mutter Teresa am 26. August gibt das

weltweite katholische Hilfswerk "Kirche in Not" einen Vortrag und ein

Podiumsgespräch über das Leben und Wirken der Seligen auf CD und DVD

heraus. Aufgezeichnet wurden der Vortrag und das Podiumsgespräch am 16.

Januar 2010 in Köln. Anlass war die Feier des Jahrgedächtnisses des 2003

verstorbenen Gründers des Hilfswerks, Pater Werenfried van Straaten.

 

Den Vortrag über Mutter Teresa hält ihr einziger deutschsprachiger

Reisebegleiter, Dr. Leo Maasburg. Er schildert darin aus erster Hand,

wie er die Selige kennengelernt und auf welche Weise sie sein Leben

beeinflusst habe. Maasburg berichtet zum Beispiel, Mutter Teresa sei

stets "streng zu sich selber, aber gütig zu anderen" gewesen. Das habe

ihm imponiert und ihn tief geprägt.

 

Am anschließenden Podiumsgespräch beteiligen sich außerdem der

Verlagsleiter des Pattloch-Verlages, Bernhard Meuser, und die

Vorstandsvorsitzende von "Kirche in Not", Antonia Willemsen. Meuser hat

die Biografie Mutter Teresas herausgegeben und betont, besonders die

kurze, prägnante Art, mit der sich die Selige ausgedrückt habe, habe ihn

sprachlich schon immer fasziniert. Antonia Willemsen war Mutter Teresa

mehrmals persönlich begegnet. Sie habe aus diesen Begegnungen vor allem

gelernt, dass für gute Werke nicht Geld, sondern allein Gottvertrauen

nötig sei. Diesem Motto folge "Kirche in Not" seit seiner Gründung.

 

Vortrag und Podiumsdiskussion zum 100. Geburtstag von Mutter Teresa

können wahlweise auf Audio-CD oder DVD unentgeltlich bei "Kirche in Not"

bestellt werden. Im Internet unter: www.kirche-in-not.de/shop oder bei:

KIRCHE IN NOT, Lorenzonistr. 62, 81545 München, kontakt@kirche-in-not.de KiN

 

 

 

 

 

 

Atheismus. Beten? Ohgottogott

 

Christopher Hitchens ist der prominenteste Gottverneiner der anglofonen Welt. Nun ist er schwer erkrankt und auf allen Kanälen dreht es sich um die Frage, ob man für ihn beten sollte.

 

Wie reagiert ein todkranker Atheist, wenn für ihn gebetet wird? „Falls ihr euch dann besser fühlt, habt ihr meinen Segen“, erklärte Christopher Hitchens in einem Interview mit CNN. Hitchens ist spätestens seit der Veröffentlichung seines Bestellers „Der Herr ist kein Hirte – Wie Religion die Welt vergiftet“ (God Is Not Great: How Religion Poisons Everything) der prominenteste Gottverneiner der anglofonen Welt. Vor kurzem wurde bei ihm Speiseröhrenkrebs in fortgeschrittenem Stadium festgestellt. Das teilte der 61-Jährige in einem knappen Eintrag auf seinem Blog für das Magazin „Vanity Fair“ mit. Er musste die Lesetournee für seine eben erschienenen Memoiren „Hitch 22“ abbrechen, um sich einer Chemotherapie zu unterziehen. Seither tobt auf allen Kanälen eine bizarre Debatte: Sollen wir für Christopher Hitchens beten? Besonders auf Internetforen wird heftig gestritten, von beliefnet.org bis zur Website der ebenso seriösen wie säkularen Zeitschrift „The Atlantic Monthly“, zu deren Mitarbeitern der Schriftsteller zählt.

Selbst diejenigen, die sich zum Beten durchgerungen haben, sind sich nicht darüber einig, worum sie den Allmächtigen konkret bitten sollen. Schlicht um Hitchens’ Heilung? Darum, dass der militante „Antitheist“, wie er sich nennt, im Angesicht des Todes vielleicht doch noch zu göttlicher Vernunft gebracht wird? Auf faithfulnews.com heißt es: „Ihre Bekehrung könnte für das moderne Christentum dieselbe Bedeutung haben wie jene von Paulus fürs frühe Christentum.“

Was ein etwaiges „Gott sei mir gnädig“ auf dem Sterbebett angeht, winkt Hitchens allerdings ab. Seinem „Atlantic“-Kollegen Jeffrey Goldberg erklärte er in einem Video-Interview: „Das Wesen, das eine solche Bemerkung macht, wäre eine fantasierende, von Grauen erfüllte Person, deren Krebs das Gehirn angegriffen hat (…), aber niemand, der als ich selber erkennbar ist.“

Nur: Wer wäre dieses Ich? Immerhin hat sich der gebürtige Brite im Lauf seiner 40-jährigen Karriere als Journalist und Krisengebietsreporter vom Trotzkisten zum Neokonservativen gewandelt. Er befürwortete lautstark George W. Bushs Irak-Invasion, und in Washingtons politisch-publizistischen Kreisen, in denen sich Hitchens wie ein Star bewegt, sind seine Polemiken gefürchtet – nicht nur von Demokraten, sondern auch von Republikanern.

Die Frage „Warum ich?“, die ihn selber nach seiner Diagnose umtrieb, hat sich Hitchens bereits wieder aus dem Kopf geschlagen. Als überzeugter Erdling brauche er sich nur die Gegenfrage zu stellen: Warum nicht? In der September-Ausgabe von „Vanity Fair“schildert Hitchens seine „Deportation, die mich aus dem Land der Gesunden über die krasse Grenze ins Land der Krankheit geführt hat“. Er gibt sich weder resigniert noch weinerlich, vielmehr gewohnt sarkastisch: „Was für eine Art von ,Rennen’ das Leben auch sein mag, ich bin sehr plötzlich zu einem Finalisten geworden.“

Wie auch immer: Eine Gruppe der Debattanten hat auf Facebook für den 20. September zum „Everyone Pray for Hitchens Day“ aufgerufen. Tsp 21