Notiziario religioso 23-25 Agosto
2010
Lunedì 23 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere
giudicati”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 23,13-22) commentato da P. Lino Pedron
13 Guai a voi,
scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini;
perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che
vogliono entrarci 14 .
15 Guai a voi,
scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo
proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
16 Guai a voi,
guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per
l'oro del tempio si è obbligati. 17 Stolti e ciechi: che cosa è più grande,
l'oro o il tempio che rende sacro l'oro? 18 E dite ancora: Se si giura per
l'altare non vale, ma se si giura per l'offerta che vi sta sopra, si resta
obbligati. 19 Ciechi! Che cosa è più grande, l'offerta o l'altare che rende
sacra l'offerta? 20 Ebbene, chi giura per l'altare, giura per l'altare e per
quanto vi sta sopra; 21 e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per
Colui che l'abita. 22 E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per
Colui che vi è assiso.
Attraverso i
"guai" rivolti agli scribi e ai farisei, Gesù istruisce la folla e i
discepoli. Egli mette in guardia i discepoli dai cattivi comportamenti che
vengono segnalati, perché anch’essi vi potrebbero incappare.
Il senso del
"guai a voi!" è "ahimè per voi!": non esprime una minaccia,
ma il dolore per la situazione dell’altro. E’ un’espressione di sincero amore,
non di aggressività né tanto meno di cattiveria. E’ un lamento.
L’ipocrisia è la
differenza tra l’essere e l’apparire, il non riconoscere l’ordine dei valori,
ciò che è più importante e ciò che lo è meno, ciò che è centrale e ciò che è
periferico.
L’immagine del
chiudere presuppone che essi siano i detentori del potere delle chiavi, ossia
che possiedano l’autorità dell’insegnamento. Essi, servendosi della propria
autorità, sbarrano agli uomini loro sottomessi l’accesso al regno dei cieli. Le
autorità giudaiche impediscono l’accettazione del vangelo di Gesù.
Viene messa in
discussione anche la loro attività missionaria. Flavio Giuseppe in Ap. 2,10.39
attesta i successi dell’attività missionaria dei giudei della diaspora dopo la
distruzione di Gerusalemme del 70 d. C.
L’appellativo
"guide cieche" evidenzia nuovamente la loro smania di fare proseliti.
Probabilmente Matteo si riferisce all’attributo onorifico "guide di
ciechi" che si dava ai missionari giudei (cfr Rm 2,19).
Il
"guai" del v. 16 riguarda anche l’abuso del giuramento. La situazione
era questa: si usavano diverse formule di giuramento. Questo avveniva per
rispetto verso il nome santo di Dio. Per non pronunciarlo si giurava per il
cielo, per Gerusalemme o per altro (cfr Mt 5,34-35). Probabilmente ne derivò la
triste conseguenza che coloro che giuravano il falso, quando erano scoperti,
replicavano di non aver giurato per Dio e quindi non erano tenuti a mantenere
il giuramento. Gesù non approva le cautele casuistiche adottate nel giuramento.
Esse sono espressione di stoltezza e di cecità.
I vv. 21-22
sottolineano l’unità di tempio, cielo e Dio. Il tempio e il cielo appartengono
a Dio, sono la sua casa e il suo trono (cfr 1Re 8,13; Sal 26,8; Is 66,1; Mt
5,34). Ogni giuramento è chiamare Dio come testimone, quindi l’abuso del
giuramento è contro Dio. De.it.press
Martedì 24 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere
giudicati”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Gv 1,45-51) commentato da P. Lino Pedron
45 Filippo
incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto
Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret». 46
Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli
rispose: «Vieni e vedi». 47 Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva
incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». 48
Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo
ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». 49 Gli replicò
Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». 50 Gli
rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi?
Vedrai cose maggiori di queste!». 51 Poi gli disse: «In verità, in verità vi
dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio
dell'uomo».
Filippo incontra
Natanaele e comunica all’amico di avere trovato il Messia nella persona di
Gesù. L’annuncio di Filippo è una professione di fede che si fonda sulla
Scrittura. Egli riconosce in Gesù l’Atteso di Israele (cfr Dt 18,18-19).
La reazione di
Natanaele esprime il suo scetticismo: il Messia non può avere la sua patria in
un villaggio insignificante come Nazaret.
Filippo non tenta
di chiarire o risolvere il dubbio dell’amico, ma cerca di invitarlo ad
un’esperienza personale con il Maestro, la stessa da lui vissuta in precedenza
e che ha cambiato la sua vita.
Solo la fede è
capace di far superare i motivi di scandalo e di autosufficienza umana. E Gesù
la suscita in ogni uomo che si mette in ascolto della sua parola, come ha fatto
Natanaele, che acconsentì ad accogliere il mistero che Filippo gli proponeva
con il semplice invito: "Vieni e vedi" (v. 46).
Gesù, che legge
nel cuore dell’uomo, riconosce la prontezza, la ricerca sincera e il desiderio
di Natanaele di incontrarsi con lui. E Gesù, vedendolo arrivare così aperto e
disponibile, lo previene e lo saluta come un autentico rappresentante d’Israele
in cui non c’è falsità. Secondo la spiegazione di qualcuno, Natanaele sarebbe
chiamato da Gesù "israelita", cioè degno del nome di Israele, perché
questo nome significa "colui che vede Dio" e a Natanaele viene
promessa la visione degli angeli che scendono e salgono sul figlio dell’uomo
(v. 51).
Gesù conosce bene
Natanaele, anche se lo incontra per la prima volta, perché egli conosce tutti
(2,24) e sa cosa c’è nell’uomo (2,25). E Gesù dà a Natanaele una prova di
conoscerlo bene: egli l’ha visto quando era sotto il fico. Sedere sotto il fico
significa meditare e insegnare la Scrittura. Natanaele, dunque, è un uomo
applicato allo studio della Scrittura che cerca e attende la venuta del Messia.
Anche mentre ascoltava la spiegazione delle Scritture, era accompagnato e
sostenuto dallo sguardo amoroso di Dio.
Natanaele, toccato
nell’intimo del suo cuore per la conoscenza che Gesù ha di lui (nota solo a
Dio), riconosce in Gesù il Messia ed esclama: "Tu sei il Figlio di Dio, tu
sei il re d’Israele" (v. 49).
Con la sua fede
nel Messia, Natanaele è già disposto ad un’ulteriore rivelazione di Gesù, che
gli dice: "Vedrai cose maggiori di queste!" (v. 50). Gesù parla di
una rivelazione continua del Padre, di un movimento di salita e discesa degli
angeli, richiamando la scena di Giacobbe, nella quale il patriarca "fece
un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il
cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa" ( Gen
28,12). Il salire e scendere è un richiamo alla realtà umana e divina di Gesù.
Egli, pur essendo tra gli uomini, è in comunione col Padre, è il
"luogo" dove si manifesta il Padre, è la "casa di Dio", è
la "porta del cielo"(cfr Gen 28,17).
Gesù è la
rivelazione del Padre, è il punto di unione tra cielo e terra, è il mediatore
tra Dio e gli uomini, è la nuova scala di Giacobbe di cui Dio si serve per
dialogare con l’uomo. In Gesù l’uomo trova il luogo ideale per fare esperienza
di Dio che salva. La piena e definitiva rivelazione di Dio si avrà solo in Gesù
risorto e seduto alla destra del Padre nei cieli, dove salgono e scendono gli
angeli di Dio.
Natanaele è stato
trasformato dall’incontro con Gesù perché in lui non c’è falsità; si è
accostato a Gesù con cuore sincero e semplice. De.it.press
Mercoledì 25 agosto. Il commento al Vangelo. “Non giudicate, per non essere
giudicati”
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano". Il Pane della Parola di Dio. Il vangelo della
liturgia odierna (Mt 23,27-32) commentato da P. Lino Pedron
27 Guai a voi,
scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi
all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di
ogni putridume. 28 Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli
uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità.
29 Guai a voi,
scribi e farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le
tombe dei giusti, 30 e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non
ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; 31 e così
testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. 32
Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!
In questo brano
Gesù smaschera l’ipocrisia, o meglio gli ipocriti. L’ipocrita è un uomo che
recita. Ama la pubblicità. Ogni suo gesto ha il solo scopo di attirare l’attenzione
su di sé (cfr Mt 6,1-6). La radice profonda dell’ipocrisia è la ricerca di sé,
il fare tutto per sé, non per gli altri o per Dio: è l’egoismo, l’esatto
contrario dell’amore (cfr 1Cor 13,1-7).
Il sesto
"guai" paragona gli scribi e i farisei a sepolcri imbiancati. Per una
comprensione precisa del paragone occorre ricordare le usanze giudaiche
relative alla sepoltura. Il defunto, avvolto in un lenzuolo, veniva deposto in
una tomba costituita da una grotta o da una roccia scavata. Dopo circa un anno,
le sue ossa venivano raccolte in un contenitore e definitivamente sepolte in
campi o grotte, chiamati "case delle ossa". Questi luoghi di
sepoltura erano dipinti con calce perché si potessero facilmente riconoscere.
La tinta era rinnovata ogni anno, dopo il tempo delle piogge. In questo modo si
voleva evitare che qualcuno si avvicinasse alle tombe e contraesse una
contaminazione prevista dalla legge. Qui si parla di queste "case delle
ossa".
Come nel caso dei
sepolcri il colore bianco è solo una tinta che nasconde penosamente le ossa dei
morti, così la giustizia degli scribi e dei farisei è soltanto esteriore.
Dicendo che il loro interno è pieno di ipocrisia e di iniquità si riprendono
vocaboli particolarmente cari al vangelo di Matteo, che designano la lontananza
da Dio. E’ possibile anche che il confronto con le tombe imbiancate,
accostandosi alle quali ci si può contaminare, intenda suggerire l’idea che nel
rapporto con gli scribi e i farisei occorre stare attenti a non contaminarsi.
Il settimo
"guai" riguarda la venerazione dei profeti e dei giusti, che gli
scribi e i farisei esprimono edificando ad essi sepolcri e monumenti. Facendo
riferimento alla continuità tra padri e figli, questo testo getta uno sguardo
d’insieme sulla storia d’Israele.
Per capire il
testo bisogna rifarsi al v. 30 secondo il quale gli scribi e i farisei si
dichiarano innocenti del male di cui si sono resi colpevoli i loro padri
spargendo il sangue dei profeti, perché essi non si sarebbero comportati come i
loro antenati.
L’edificazione dei
monumenti sepolcrali vorrebbe dimostrare il loro cambiamento di mentalità e la
riparazione del male commesso dai loro padri. Ma i versetti immediatamente
successivi intendono dimostrare che essi, rifiutando la conversione, si
comportano nei confronti dei profeti inviati a loro, alla stessa maniera dei
loro padri.
Per quanto ci
riguarda, noi possiamo leggere questo testo come invito all’autocritica. Matteo
ce lo fa capire mettendo il rimprovero ai farisei in un discorso che è rivolto
alla folla e ai discepoli (23,1), cioè alla comunità cristiana.
Se applichiamo
queste invettive, o meglio, queste lamentazioni di Cristo, a noi stessi e alla
Chiesa dei nostri giorni, dobbiamo verificare se la nostra vita di fede è
soltanto esteriorità, attivismo religioso e legalismo.
S. Girolamo ha
scritto ai cristiani del suo tempo: "Guai a noi, i vizi dei farisei sono
passati a voi!". De.it.press
"Giusto accogliere diversità umane". Il Papa in difesa
dell'immigrazione
Salutando i
pellegrini alla celebrazione a Castel Gandolfo, Benedetto XVI ha ricordato, in
francese, come appartenga al messaggio cristiano l'accoglienza verso genti di
tutte le nazioni. La scelta della lingua fa pensare a un riferimento indiretto
alle espulsioni dei rom decise dal governo Sarkozy
CASTEL GANDOLFO
(ROMA) - Un Angelus con un messaggio molto chiaro: è sbagliato emarginare i più
deboli, è doveroso accogliere chi ha bisogno di una mano. Perché "Dio
abbassa i superbi e i potenti di questo mondo e innalza gli umili".
Benedetto XVI ha
commentato l'odierna festa liturgica della Regalità di Maria schierandosi a
favore dell'immigrazione, in chiaro riferimento alle polemiche degli ultimi
giorni.
Salutando i
pellegrini di lingua francese presenti alla celebrazione a Castel Gandolfo, il
Papa ha ricordato come appartenga al messaggio cristiano l'accoglienza verso le
genti di tutte le nazioni e di tutte le culture, e quindi verso "le
legittime diversità umane".
La scelta di
pronunciare in francese l'invito al momento dei saluti ha fatto pensare che
Benedetto XVI potesse indirettamente riferirsi alle espulsioni dei rom, decise
in questi giorni dalle autorità francesi.
"I testi
liturgici di oggi - ha scandito il Pontefice in francese - ci ripetono che tutti
gli uomini sono chiamati alla salvezza". "Contengono quindi - ha
aggiunto Benedetto XVI - un invito a saper accogliere le legittime diversità
umane, seguendo Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte
le lingue. Cari genitori possiate educare i vostri figli alla fraternità
universale".
Il papa ha poi
invocato l'intercessione mariana affinché prevalga "la pace",
specialmente "dove più infierisce l'assurda logica della violenza" e
ha auspicato che "tutti gli uomini si persuadano che in questo mondo
dobbiamo aiutarci gli uni gli altri come fratelli per costruire la civiltà
dell'amore". LR 22
I vescovi contro Maroni: su rimpatri rom Italia vincolata a Ue.
ROMA - I rimpatri
in atto in questi giorni dei rom dalla Francia alla Romania sono illegittimi. È
quanto ha affermato alla Radio Vaticana mons. Giancarlo Perego, direttore
generale della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana,
commentando i provvedimenti presi dal governo di Nicolas Sarkozy. Le
dichiarazioni dei vescovi arrivano proprio nel giorno in cui il ministro
dell'Interno, Roberto Maroni, annuncia la volontà di fare un passo in più, per
arrivare alla «possibilità di espellere anche i cittadini comunitari».
Il ministro
dell'Interno plaude all'espulsione dei rom decisa da Sarkozy, che in questo
«sta copiando l'Italia», sottolinea come la stessa strada sia stata scelta nel
2007 dal sindaco di Roma Walter Veltroni e, per il futuro, promette misure
ancora più dure. Intervistato dal Corriere della Sera, Maroni parla di
«espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari.
Naturalmente - spiega - solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti
per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non
essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono
comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».
Durante la
discussione per il pacchetto sicurezza in ambito europeo, ricorda il ministro
leghista, «fu proprio l'Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di
attivare questa procedura, ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose
di no». Adesso, assicura, «torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo
a Parigi in un incontro con i ministri dell'Interno di diversi Paesi europei».
«Le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari,
non solo per i rom», prosegue Maroni. «Il problema semmai è un altro: a
differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno
anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare
nulla».
Il governo
italiano non può decidere di espellere in modo indiscriminato i rom né altri
cittadini comunitari, in quanto c'è una «politica europea che invece stabilisce
sostanzialmente il diritto di insediamento e di movimento», ha dichiarato
Perego. «Occorrerebbe verificare - ha aggiunto l'esponente della Cei - se
questi rimpatri sono legittimi e da quanto è stato detto dalla Commissione
europea, sono illegittimi perché riguardano sostanzialmente persone che hanno
il diritto di movimento in Europa e d'insediamento. Questi rimpatri, vanno a
toccare soprattutto una popolazione, la popolazione rom indistintamente, senza
invece, valutare con attenzione quali sono i problemi».
«Le dichiarazioni
del ministro Maroni sono gravissime perché mettono in discussione uno dei
principi fondanti dell'Europa, cioè la libera circolazione delle persone.
Praticamente Maroni ha annunciato il tentativo della Lega di distruggere il
concetto di Europa, o di "leghizzarla", ma siamo sicuri che troverà
notevoli se non insormontabili ostacoli negli stessi organismi attuali
dell'Unione», ha commentato Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella
commissione
Politiche della Ue di Montecitorio, che ha chiesto al ministro dell'Interno di
«venire a riferire in parlamento sulle sue intenzioni».
«Il governo fa un
uso distorto, discriminatorio e razzista di principi incontestabili come il
diritto alla sicurezza e il rispetto della legalità», ha affermato in una nota
il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «Abbiamo visto e
denunciato come sia falsa la sicurezza nei Cie e adesso, di fronte a un
atteggiamento chiaramente discriminatorio nei confronti di cittadini rom comunitari,
siamo costretti a parlare di falso rispetto della legalità e di degenerazione
delle regole europee». IM 21
Il Consiglio
d’Europa (CdE) batte un passo indietro su temi etici fondamentali, come quello
della tutela della vita umana nascente. Infatti, è stato confezionato un testo,
che dovrà essere approvato in ottobre dall’Assemblea plenaria del CdE
(organismo che non fa parte delle Istituzioni Ue), con lo scopo di sollecitare
gli Stati membri dell’Unione a introdurre “l’obbligo per il Servizio sanitario
di fornire il trattamento desiderato, a cui il paziente ha diritto”. Questo, di
fatto, costituisce un restringimento per il personale medico che non vuole
procedere all’aborto. Nel campo della salute riproduttiva molti Stati - a
parere del testo proposto – non garantirebbero a sufficienza il diritto delle
pazienti ad ottenere la fine della gravidanza. Sarebbe previsto, persino, un
monitoraggio per verificare che quanto prescritto dal testo avvenga e, in caso
contrario, addirittura, si ipotizzerebbe un sistema efficace di ricorsi.
Questo testo,
seppure ancora da approvare, lascia sconcertati; infatti, è evidente come si
resti prigionieri di una visione assai riduttiva della trasmissione della vita
umana. Laddove l’esperienza umana insegna che c’è in gioco un atto umano tra
due persone, che chiama alla vita una terza, si parla di “salute riproduttiva”.
Ora, non è corretto applicare all’uomo e alla donna un termine, che, invece, è
proprio degli animali e delle piante: la riproduzione. E, poi, il concetto di
salute, che veicola in questo ghetto l’idea che una gravidanza sia una
patologia o una malattia, cui far fronte con l’interruzione. Infine, accennare
ai diritti senza mai riconoscere i doveri conduce al sopruso sul più debole; è
antidemocratico misconoscere il diritto dell’essere umano nelle fasi iniziali
del suo sviluppo a vivere.
In questo il
Consiglio d’Europa si mostra lontano dal senso comune delle persone e anche
autoritario, perché vorrebbe limitare quelli che sono i capisaldi delle società
moderne: i diritti dei deboli e l’esercizio della libertà, attraverso
l’obiezione di coscienza.
Come uscire da
questa prigione? La Chiesa ricorda la necessità e anche l’urgenza di tornare a
riflettere su quei pilastri che hanno fondato la nostra millenaria civiltà;
questa può aiutare a superare le secche del dibattito contemporaneo. Ad
esempio, non poche volte il Papa richiama l’importanza di valutare le scelte
odierne alla luce della legge naturale, cioè di quel progetto di umanizzazione
scritto nel cuore di ciascuno e che deve emergere al di là dei condizionamenti
storici del pensiero. In questo progetto si leggono alcuni principi
assolutamente concreti come il “rispetto per la vita umana dal suo concepimento
fino al suo termine naturale, non essendo questo bene della vita proprietà
dell’uomo, ma dono gratuito di Dio” (“Discorso al Congresso internazionale sul
diritto naturale”, 12 febbraio 2007). Come anche si legge il dovere di cercare
la verità su se stessi e sugli altri, scoprendo elementi comuni a tutte le
latitudini e a tutti i passaggi della storia.
Dalla legge
naturale scaturisce, ancora, l’istanza della libertà: non in modo assoluto, ma
relazionale. La libertà umana è sempre una libertà condivisa con gli altri e
l’armonia delle libertà può essere trovata solo in ciò che è comune a tutti: la
verità dell’essere umano, il messaggio che porta in sé. Accanto alla libertà
c’è l’esigenza della giustizia, che si manifesta, innanzitutto, nel dare a
ciascuno il suo: e che cosa c’è di più “suo” se non la vita umana? E, ancora,
la legge naturale conduce alla solidarietà nei confronti di chi è più debole e
attende in nome della comune umanità la speranza di un aiuto da parte di chi ha
avuto una sorte migliore. Questi e altri valori, propri della legge naturale,
si concretizzano in norme non negoziabili, che non dipendono dalla volontà del
legislatore e neppure dal consenso di una assemblea parlamentare.
La legge naturale
è la sorgente da cui scaturiscono, insieme a diritti fondamentali, anche
imperativi etici, che è doveroso onorare. Fuori da questo quadro la
legislazione diventa spesso un compromesso tra diversi interessi, giungendo a
trasformare in diritti quelli che sono interessi privati o desideri che
stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale.
L’obiezione di
coscienza – quella che si vorrebbe limitare in nome di un presunto diritto ad
abortire – questa sì è un diritto che scaturisce direttamente dalla legge
naturale. Essa si pone come un forte segno di controtendenza e testimonia che,
nonostante i ripiegamenti del pensiero contemporaneo, la persona è in sintonia
con le esigenze della piena umanizzazione, contenute in quel patrimonio dell’umanità
che è la legge naturale. Con l’obiezione di coscienza ci si eleva oltre ogni
condizionamento storico per allearsi con ciò che è per tutti e per sempre il
vero bene. Marco Doldi
Il mondo cattolico
è turbato, la Chiesa è perplessa davanti al penoso spettacolo della politica.
Ma quale mondo cattolico, quale Chiesa? Quelli che una volta si chiamavano
cattolici democratici o «di base», diffamati come catto-comunisti perché
avevano sempre sulla bocca «il sociale»?
O l’inossidabile
Cl, che ancora oggi all’inizio del suo Meeting annuale, critica con toni
perentori e con buoni argomenti la classe politica italiana come se le fosse
estranea e non avesse da anni intensi legami con essa? Entrambi i
raggruppamenti, anche se in Cl non ho visto sinora alcun cenno di autocritica
da parte dei loro uomini che sono (stati) oggettivamente organici al
berlusconismo.
Immagino subito
l’obiezione: perché parlate di queste volgarità quando il nostro sguardo di
fede punta in alto? I politici che interverranno anche quest’anno al Meeting,
avranno davanti a sé una platea il cui applauso non esclude affatto il
rimprovero per ciò che non è stato fatto o è stato fatto male. Peccato che sono
decenni che questo scambio di critiche con simpatia si ripete con modesto
risultato. Sono passati da Rimini tutti i politici che contano (nell’anno in
corso), senza che la politica italiana sia migliorata. Anzi. Proprio oggi che
la sinistra e il suo deprecabile laicismo sono ridotti all’impotenza politica,
sembra che si sia toccato il fondo - lo dicono sia su «Famiglia cristiana» che
nel Meeting di Cl.
Ma a questi
cattolici, giustamente preoccupati per la politica, non viene il dubbio che
occorre una diagnosi più esigente magari con un po’ più di autocritica? Che la
soluzione vincente non è certo quella di rimpastare i cocci di un vecchio
centro? O farsi tentare da una nuova formazione politica che fa della questione
bioetica l’asse trasversale tra i due schieramenti? «La società italiana finora
è riuscita a rigenerarsi indipendentemente dal potere. Ma quanto può reggere
con una politica così distante, livida, ideologica?» - si chiede il
responsabile di Cl.
Credo che la
diagnosi debba essere più radicale e impietosa: è la società civile italiana
che è allo sbaraglio e in pieno disorientamento. Molte patologie sociali
(assenza di senso civico e di senso di appartenenza ad una comunità nazionale,
complicità di molti gruppi sociali e di aree regionali con la criminalità
organizzata, lassismo generalizzato verso le leggi, comportamenti antisolidali
e razzismo latente) non provengono da fuori, dalla politica, ma dal ventre
della società civile priva di anticorpi morali. Non si tratta naturalmente di
negare l’esistenza di gruppi, settori e strati di «società civile» che
reagiscono, che sono attivi per realizzare una democrazia decente. Certamente
in prima fila ci sono i gruppi cattolici. Ma è il loro rapporto con la politica
che è fallito. Questo è il punto. Altrimenti non sarebbe venuto fuori il
berlusconismo che ha sedotto molti cattolici.
La leadership
carismatica, che oggi si mette sotto accusa, non è un disvalore in sé (magari
ci fossero in giro autentici leader carismatici!). Distruttiva è la sua
costruzione fasulla attraverso il sistema mediatico, attraverso la
disgregazione della comunità dei cittadini in un «popolo-di-elettori» che
agisce in senso plebiscitario. La democrazia si è ridotta alla manifestazione
del voto che delega tutto al leader. Più le differenze materiali di classe si
confondono nella complessità delle fonti di reddito e delle (spesso precarie)
posizioni di lavoro, più le differenze si mimetizzano nella pluralità degli
stili di vita e di consumo - più si crea la finzione di un «popolo» unito che
fa coincidere i suoi interessi con quelli (privati) del leader. Non c’entra il
carisma, ma la complicità degli interessi.
Ancora più
drammatica è l’assenza di una classe dirigente, che sia degna di questo nome.
Il berlusconismo ha inciso in modo irreversibile sulla mutazione della
democrazia italiana, creando un ceto politico chiamato solo a sanzionare (con
il voto parlamentare) le decisioni del leader senza essere coinvolto nei
processi deliberativi. Un ceto politico siffatto non è «dirigente» ma solo
esecutore.
Ma dov’è la
restante classe dirigente del Paese? La classe cui appartengono i responsabili
dell’economia e della finanza, delle organizzazioni del lavoro, i responsabili
del sistema educativo, i gerenti del sistema mediatico e i soggetti culturali
in tutte le loro espressioni (quelli che una volta si chiamavano gli
intellettuali). Dovremmo aggiungere anche gli esponenti della Chiesa, cui di
fatto è demandata l’etica pubblica che sembra tuttavia essere in grado di
mobilitare le coscienze soltanto quando si tratta delle questioni attinenti «la
vita». Tutti i gruppi che costituiscono la classe dirigente sembrano
appiattiti, intimiditi talvolta deferenti davanti al potente leader mediatico.
Ma sono sottilmente suoi complici quando alla politica chiedono soltanto aiuti
particolari, facilitazioni, concessioni, deroghe e sanatorie anziché un grande
disegno di carattere generale.
È su questo sfondo
che i cattolici italiani devono ripensare radicalmente il rapporto tra politica
e società civile, di cui si sentono a ragione parte rilevante. Non possono
limitarsi a scaricare la responsabilità sulla cattiva politica del presente.
Una schietta autocritica sulla loro esperienza dell’ultimo quindicennio è la
premessa per ricominciare con maggiore coerenza e credibilità. La società
civile ha bisogno della politica. LS 22
Il direttore della Migrantes Perego su voto all’estero,
associazionismo e patronati
“L’associazionismo
è importante per la tutela dei diritti civili, politici e sociali degli
emigranti italiani nel mondo e deve porsi delle domande su come possa essere
ancora fortemente rappresentativo di una realtà”
ROMA - La recente nomina alla presidenza
della Cne di Luigi Papais, vice presidente dell’Ucemi, giunge in un momento
particolarmente delicato per il mondo dell’emigrazione italiana. Mentre infatti
dallo stesso Presidente del Consiglio giungono indicazioni sulla necessità di
rivedere la legge attuativa del voto all’estero, si attende da un giorno
all’altro la ripresa dell’iter parlamentare al Senato della riforma di Comites
e Cgie. Un disegno di legge, quest’ultimo, apertamente criticato dall’attuale
Consiglio Generale, insieme al decreto che rinvia nuovamente le elezioni degli
organismi di rappresentanza degli italiani all’estero. In questa situazione
ricca di polemiche e in pieno divenire assume una particolare importanza il
ruolo del mondo dell’associazionismo in emigrazione che è chiamato a tenere
saldi i legami fra le comunità all’estero e la terrà d’origine, nonché alle
sfide del rinnovamento generazionale dei quadri sociali e della tutela dei
connazionali più deboli ed indigenti. Tutti settori, quest’ultimi,
in cui l’associazionismo cattolico ha fatto da sempre sentire la
propria voce, cercando di tenere saldi i principi della solidarietà e della
famiglia su cui ha basato la sua azione al fianco delle nostre comunità
all’estero. Per tentare di fare il punto sulla complessa attualità
dell’emigrazione italiana, senza perdere di vista cosa voglia dire il passato,
abbiamo dunque rivolto alcune domande al direttore generale della Fondazione
Migrantes, mons. Giancarlo Perego.
Nel prossimo biennio la Consulta Nazionale
dell’Emigrazione sarà presieduta da Luigi Papais. Come commenta questa nomina
di un alto dirigente dell’Ucemi?
Per noi la scelta della Cne è particolarmente
significativa essendo Papais legato alla grande tradizione del mondo cattolico
fra gli emigranti. Papais potrà dare sicuramente un contributo significativo
per quanto riguarda le problematiche che oggi interessano il mondo
dell’emigrazione italiana all’estero. Una realtà che sta cambiando e che
richiede sul piano sociale, culturale e politico una nuova attenzione.
Da mesi è stato avviato l’iter
parlamentare della riforma dei Comites e del Cgie ed appare ormai certa una
revisione della legge attuativa del voto all’estero. Per i nostri connazionali
si profila un complesso periodo di cambiamento. Come inquadra questo momento di
transizione?
Effettivamente è un momento di transizione
per le nostre comunità nel mondo. Credo comunque che alcune tematiche legate
all’emigrazione, sempre seguite con attenzione dal nostro mondo, come i
ricongiungimenti familiari, il voto all’estero e l’associazionismo, rimangano
ancora oggi centrali. Per quanto concerne i ricongiungimenti non bisogna
dimenticare che un’emigrazione legata soltanto all’esperienza lavorativa e
lontana dal concetto di famiglia risulterebbe senz’altro debole. Anche la
questione della partecipazione e quindi del voto rimane centrale e questo
perché di fronte ad un’emigrazione tante volte fortemente precaria e mobile, il
tema dell’assunzione di alcuni diritti civili è ancora significativo. Anche
l’associazionismo è un elemento importante perché fa in modo che la nostra
emigrazione venga accompagnata da tutta una storia culturale, religiosa e
sociale che rappresenta un valore aggiunto per le stesse comunità italiane
all’estero.
La proposta di riforma degli organi di
rappresentanza degli italiani all’estero, attualmente in discussione al Senato,
è stata da più parti criticata per il rischio che finisca con l’essere
penalizzato il mondo l’associazionismo in emigrazione. Cosa pensa in proposito?
Noi speriamo che si torni a consideralo
importante. E’ chiaro che anche l’associazionismo deve farsi alcune domande su
come in questi anni si è mosso e come possa essere ancora fortemente
rappresentativo di una realtà. Credo però che sia ancora un elemento importante
in ordine proprio alla tutela di alcuni diritti civili politici e sociali degli
emigranti italiani all’estero.
La Chiesa è da sempre stata vicina ai nostri
emigranti meno fortunati. Connazionali indigenti che, soprattutto in America
Latina, hanno ancora oggi bisogno di assistenza. Come si può sviluppare nel
futuro questa azione di solidarietà sicuramente non favorita dai recenti tagli
alle risorse pubbliche?
Io credo che ancora una volta il patronato e
la Chiesa, che è sostanzialmente l’edificio, la realtà e il luogo della
celebrazione all’interno delle nostre missioni cattoliche all’estero, siano due
elementi importanti che devono viaggiare insieme. Evangelizzazione e promozione
umana. Penso inoltre che oggi i temi del patronato e dell’assistenza siano
veicolo e strumento attraverso cui costruire cittadinanza anche all’interno di
una realtà europea e mondiale. Questo è un tassello importante su cui investire
per quanto riguarda le politiche sociali.
Un’ultima domanda. Vi sono iniziative della
Migrantes per il mondo dell’emigrazione italiana su cui lei punta in maniera
particolare?
Noi ci
stiamo innanzitutto preparando al due dicembre quando vi sarà la presentazione
del Rapporto Italiani nel Mondo. Un’indagine che ormai sta diventando
tradizionale e che vogliamo far divenire sempre di più uno strumento di
consapevolezza di un’altra Italia che è nel mondo e che è comunque un tassello
importante per la costruzione dell’unità del nostro paese e, allo stesso tempo,
per la costruzione di un valore aggiunto sul piano culturale.
L’emigrazione è sempre stata una grande risorsa, anche di rinnovamento
dell’Italia. In questo senso allora credo che il Rapporto Italiani nel Mondo,
che noi presenteremo a Roma, in tante città d’Italia ed all’estero, possa
diventare uno strumento significativo per rendersi sempre consapevoli del
valore di questa esperienza fortemente umana e sociale.
Goffredo Morgia,
Inform
I vescovi francesi a fianco delle popolazioni Rom
SAINT-AIGNAN -
Sono scesi in campo anche i vescovi francesi invitando tutti a fare “un passo
indietro”, per “riportare una sguardo rasserenato” in un ambito molto delicato
della convivenza civile: la presenza delle comunità dei nomadi in una città. La
presa di posizione arriva alcuni giorni dopo i “tristi avvenimenti” che sono
successi nel villaggio di Saint-Aignan, nella Loira francese. Una serie di
scontri tra rom e gendarmeria scatenatisi dopo l’uccisione di un ragazzo di 22
anni che avrebbe evitato di fermarsi ad un posto di blocco. I vescovi francesi
riprendono la nota dell’Association Nationale des Gens du Voyage Catholiques
(ANGVC) nella quale quattro associazioni di categoria, per la prima volta
insieme, hanno chiesto al governo di “rinunciare agli annunci d’effetto per
ricercare risposte politiche concertate e determinate”.
“Noi - scrivono
mons. Raymond Centène e mons. Claude Schockert, rispettivamente vescovi di
Vannes e di Belfort-Montbéliard - appoggiamo questa rivendicazione” soprattutto
laddove si invita a farsi carico della “situazione quotidiana vissuta da queste
persone che hanno grandi difficoltà a far valere i loro diritti alla sosta, al
viaggio, alla scolarizzazione, al lavoro, alla sanità e alla cittadinanza”.
In quanto
responsabili dell’ufficio per i “Gitani e la Gente di Viaggio - proseguono i
due vescovi - non possiamo rassegnarci a vedere i Rom e i nomadi vittime di
pregiudizi e confusioni, capri espiatori designati dalle difficoltà della
nostra società che spesso anche in passato ne sono state le prime vittime.
Siamo convinti che il rimedio alla paura e all’insicurezza non si trova in una
recrudescenza della sicurezza ma passa attraverso un’azione di lunga durata
nutrita di rispetto e conoscenza reciproca.
Ci appelliamo ai
nostri fratelli e sorelle in Cristo, ma anche a tutti gli uomini e le donne di
buona volontà, viaggiatori e sedentari, Rom e gadje, eletti e semplici cittadini,
a unirsi a noi nel cammino verso il ‘vivere insieme’ in grado di garantire un
futuro condiviso e una società pacifica”.
Il Presidente
della Repubblica Nicholas Sarkozy ha indetto nella sede dell’Eliseo un vertice
straordinario dedicato proprio ai “problemi che pongono i comportamenti di
alcuni nomadi e Rom“. In un comunicato diffuso dall’Eliseo, il Presidente ha
definito “totalmente inammissibile la situazione di non diritto che
caratterizza le popolazioni Rom, venute dall’Europa dell’Est sul territorio
francese”. 200 accampamenti “illegali” sono stati recensiti dal governo che ha
avuto mandato dal Presidente di provvedere all’evacuazione di queste
installazioni entro tre mesi. (Migranti-press)
Meeting di Rimini. Desiderare cose grandi. Dal 22 al 28 agosto il grande
appuntamento
Saranno migliaia i
partecipanti agli eventi che anche quest’anno ripropone il Meeting per
l'amicizia tra i popoli di Rimini: un appuntamento culturale, religioso,
politico che da ieri 22 al 28 agosto intende creare occasioni di incontro tra
persone di fedi e culture diverse, nella “certezza che luoghi di amicizia fra
gli uomini possano essere l’inizio della costruzione della pace, della
convivenza e del bene comune.
“Quella natura che
ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” è il tema dell’edizione di
quest’anno, la XXXI: in ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura, religione,
tradizione – spiegano i promotori – “alberga questo desiderio di cose grandi,
di qualcosa di infinito. Un’aspirazione che l’uomo in tante occasioni tende a
trascurare e a dimenticare, complice innanzitutto una certa mentalità che lo
considera solo come il risultato di una casualità chimico-biologica o al limite
di un processo evolutivo”. Oggi, aggiungono, si “respira” una cultura che tende
a cancellare “l’umanità dell’uomo”: il “rischio è quello che si affermi una
concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel
titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo
cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione
umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di
infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. È questa tensione il tratto
inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla
famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei
bisogni quotidiani”.
L’appuntamento di
quest’anno “cercherà di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto
necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei
desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche
perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto
l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli”.
Incontri, musica,
spettacoli. Al Meeting, come ogni anno, ci saranno incontri, mostre, musica e
spettacolo con eventi internazionali dalla Russia e dal Brasile. Da Stefano
Pesce, protagonista dello spettacolo inaugurale, a Giancarlo Giannini, fino al
samba e al teatro con Fellini. Mai come quest’anno – fanno sapere gli
organizzatori - gli spettacoli del Meeting, si “aprono al mondo, offrendo un
panorama internazionale e una varietà di registri sui generis”.
È difficile
scegliere, all'interno della ricchezza e varietà di eventi che
contraddistinguono il Meeting quali siano le proposte più meritevoli di
segnalazione. Il cuore dell'uomo, con le sue aspirazioni infinite è il “fil
rouge” delle 8 mostre dell’edizione di quest’anno: “Ognuna darà il suo
contributo necessario per comprendere il tema di quest'anno, pur partendo da
aspetti e storie del tutto differenti fra loro”, sottolinea Alessandra Vitez,
responsabile del dipartimento mostre. “Il ritmo stesso del samba brasiliano
deriva dal battito del cuore”, come scopriranno i visitatori della mostra “Um
Céu no chão. Un cielo in terra. Il samba del morro”, un percorso che permetterà
al visitatore di conoscere un luogo, la favela, “generalmente ridotto
all'immagine della povertà e che custodisce invece gioielli affascinanti della
musica popolare”. Proprio da quelle baracche, infatti, “sboccia la bellezza di
una poesia, intessuta dal dolore di un popolo: “La favela di notte è come un
cielo visto dall'alto”, secondo le parole dello scrittore Paulinho da Viola a
cui si ispira il titolo della mostra. E ancora la mostra, “Stefano d'Ungheria.
Fondatore dello Stato e apostolo della nazione”, con l'esposizione della copia
della corona del re, custodita nella chiesa di san Mattia a Budapest e delle
riproduzioni del manto e del trono regale. A Santo Stefano si deve la
fondazione dello Stato ungherese a partire dalla fede cristiana: l'Ungheria è
infatti l'unica nazione che custodisce in parlamento la corona di un re
cattolico e che la cita nella propria costituzione. La riproduzione del Portico
della Gloria, posto sulla facciata occidentale della cattedrale di Santiago di
Compostela, è al centro invece della mostra "In fondo al cammino c'è
Qualcuno che ti aspetta. Lo splendore della speranza nel Portico della
Gloria". E poi “Danzica 1980. Solidarnosc” che mette al centro il dramma
tra la libertà dell'uomo e l'ideologia al potere.
Ricordare che
esiste la disabilità. A questo grande evento che in questi anni ha ospitato le
personalità più significative della scena mondiale parteciperà ufficialmente,
per la seconda volta, anche la Fondazione Istituto Sacra Famiglia, una “grande
occasione per “ricordare al mondo che esiste anche la disabilità”, spiega mons.
Enrico Colombo, presidente della Fondazione, nata del 2006 e che oggi accoglie
circa 1.400 disabili, ospita oltre 350 anziani non auto-sufficienti, ha oltre
1.700 dipendenti.
L’impegno dei
volontari. A parte un piccolo nucleo di 14 persone che lavora a tempo pieno
alla preparazione al Meeting collaborano oltre 3.000 volontari, in gran parte
giovani, provenienti dall’Italia e da molti altri Paesi del mondo. È
soprattutto grazie al loro contributo che il Meeting di Rimini è diventato
anche una manifestazione dai grandi numeri: 439 mostre, circa 3.300 incontri e
6.000 personaggi. sir
Chiesa e politica. Bagnasco, monito sul federalismo. "Se disgrega è un
disvalore"
Dal cardinale severa
critica anche ai media: "Trasmettono modelli dominanti che impoveriscono
la fede". Calderoli: "Stia tranquillo, la riforma che
proponiamo e che stiamo realizzando e' quella di un federalismo che
storicamente ha unito quello che era diviso"
CITTA' DEL
VATICANO - Il federalismo può essere "una ricchezza" solo se
"costruisce l'unità". Se invece "disgrega" o
"allontana" allora è sicuramente "un disvalore". E' quando
dice, in un'intervista all'Osservatore Romano, il cardinale presidente della
Cei Angelo Bagnasco, rispondendo a una domanda sul progetto politico
federalista che era stato propugnato nell'800 dal beato Antonio Rosmini.
"La
molteplicità, in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l'unità - dice
Bagnasco -; se invece disgrega e allontana, allora non diventa più un valore ma
un disvalore". "Si vorrebbe, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti
- aggiunge il presidente dei vescovi italiani -, che le specificità delle
persone, come delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene
dell'insieme, un bene che deve essere reale per tutti".
Dal cardinale
giunge anche una severa critica ai media. Che trasmettono "modelli
culturali dominanti che possono impoverire la fede". E anche i cattolici,
osserva Bagnasco, "sono chiamati a fare i conti con la crisi dei valori,
perchè certe forme culturali dominanti che si respirano attraverso i mezzi di
comunicazione, attraverso modelli di comportamento, toccano e possono toccare
tutti: credenti e non credenti, cattolici e non cattolici; nessuno è esente da
questo clima di possibile contaminazione che potrebbe impoverire strada facendo
la fede, ma soprattutto il comportamento degli stessi cristiani".
Il commento
leghista. ''Sul federalismo il Cardinal Bagnasco puo' stare tranquillo:
la riforma che noi proponiamo e che stiamo realizzando e' quella di un
federalismo che storicamente ha unito quello che era diviso o ha impedito,
attraverso la valorizzazione delle diversita', della responsabilita' e della
trasparenza, ineludibili processi di disgregazione". Così commenta il
ministro del Carroccio Roberto Calderoli, aggiungendo che la mancata
approvazione della riforma "aumenterebbe invece i rischi di
disgregazione"
La reazione del
Pd. Di parere opposto il Partito Democratico. "Il cardinale Bagnasco coglie
il problema di fondo dell'interpretazione leghista e tremontiana del
federalismo: esso non ha finalità di unione, ma di divisione, di chiusura
egoistica e perdente per tutti". E' l'opinione di Stefano Fassina,
responsabile economico del Pd. "Il decreto sull'autonomia fiscale dei
comuni del 4 agosto scorso", continua Fassina, "è esempio evidente:
si mortificano i Comuni, si tagliano le risorse per i servizi sociali
fondamentali e si premiano le rendite. Va profondamente riscritto per realizzare
una vera ed equa autonomia fiscale, per valorizzare le specificità territoriale
in un quadro unitario e solidale''. LR 20
Rosmini e le armi contro l'omologazione
Intervista su
L'Osservatore Romano. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista di
Roberto Cutaia con il card. Angelo Bagnasco apparsa su L’Osservatore Romano del
21 agosto 2010
Abbiamo incontrato
a Stresa l'arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza
episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, in occasione del 155esimo anniversario
del dies natalis del beato Antonio Rosmini.
È la prima volta
che viene qui?
Sono già stato nel
Verbano Cusio Ossola altre volte: in particolare, quando ero sacerdote, insieme
con dei confratelli usavo trascorrere qualche giornata di ferie in Formazza.
Il suo primo
approccio con Rosmini e i rosminiani?
Ai tempi
dell'università. Sono laureato in filosofia, ho studiato a Genova e ho avuto
l'occasione di conoscere l'opera di Rosmini del cui pensiero, tra l'altro, mi
ero appassionato.
La causa della
perdita di senso dell'educazione in generale potrebbe essere, a suo avviso, il
venir meno l'esperienza metafisica?
Certamente, se per
metafisica intendiamo il fondamento delle cose e quindi anche della persona. Se
non c'è fondamento non ci può neppure essere educazione. L'educazione è la
formazione graduale della persona, ma bisogna sapere chi è la persona nella sua
sostanza, nel suo fondamento, per poter educare la persona stessa.
Quindici anni fa,
in occasione del congresso ecclesiale di Palermo, si diede vita al progetto
culturale della Chiesa italiana. Un pensatore come Rosmini, oggi, potrebbe
collocarsi all'interno di questo progetto?
Rosmini ha voluto
creare un sistema filosofico completo sul filo di san Tommaso, quindi sul filo
della tradizione della Chiesa, in dialogo con il mondo moderno, che privilegia
l'aspetto della soggettività. Rosmini ha cercato, con grande frutto, di far
incontrare l'antica tradizione perenne e mai superata di Tommaso con il
pensiero di Agostino, con l'importanza del soggetto che conosce la realtà
stessa.
Come collocare il
pensiero rosminiano all'interno della storia della Chiesa?
Rappresenta uno
snodo importantissimo del progetto culturale della Chiesa italiana, che ha come
centro l'uomo in tutte le sue dimensioni. Il progetto culturale si identifica
con la questione antropologica che sta alla base di tutti i campi del sapere e
del sociale della vita privata e della vita pubblica: l'etica, la politica, la
finanza, l'economia, la famiglia e altri ambiti. Il nodo di fondo, dal punto di
vista teoretico razionale, sta proprio nell'aspetto metafisico, nel fondamento
della persona.
A proposito di
unità della persona, il progetto politico di federalismo di Rosmini è attuale?
La molteplicità,
in tutti i campi, è una ricchezza se costruisce l'unità; se invece disgrega e
allontana, allora non diventa più un valore ma un disvalore. Si vorrebbe, a
tutti i livelli e in tutti gli ambiti, che le specificità delle persone, come
delle culture e delle regioni, diventino una ricchezza per il bene
dell'insieme, un bene che deve essere reale per tutti.
Anche i cattolici,
oggi, sono chiamati a fare i conti con la crisi di valori?
Ce lo ricorda
anche il Papa, il quale ci richiama a una maggiore attenzione, perché certe
forme culturali dominanti che si respirano attraverso i mezzi di comunicazione,
attraverso modelli di comportamento, toccano e possono toccare tutti: credenti
e non credenti, cattolici e non cattolici; nessuno è esente da questo clima di
possibile contaminazione che potrebbe impoverire strada facendo la fede, ma
soprattutto il comportamento degli stessi cristiani. Perché non dobbiamo essere
del mondo, dice Gesù, ma siamo nel mondo, essere nel mondo vuol dire essere
esposti a tutte le pressioni o tensioni e sollecitazioni che conosciamo.
L'arma per far
crescere se stessi e non lasciarsi omologare dalla mentalità dominante resta
ancora oggi la preghiera.
La preghiera è il
contatto con Dio, e Dio è la Verità; certamente bisogna dedicare tempo alla
preghiera, ognuno secondo la propria vocazione, e accostare quei mezzi che la
liturgia, e innanzitutto il Signore, ci hanno messo a disposizione: il Vangelo,
il libro dei Salmi e tutte le altre pratiche di pietà che vengono scelte. Sono
modalità, queste, che ci aiutano a incontrare la verità di Dio e dell'uomo.
Oggi parlare di
affidamento alla volontà di Dio sembra obsoleto. Forse manca l'esperienza
dell'amore di Dio?
Se noi credessimo
veramente, totalmente, che Dio ci ama, è chiaro che vivremmo la storia
personale e universale con una prospettiva e con un atteggiamento a volte più
responsabile, più positivo. Bisogna credere veramente che Dio ci ami: ciò ha il
potere di cambiare la vita.
Francesco Cossiga. Ha servito il nostro Paese. Il cordoglio del Papa e dei
vescovi italiani
Il card. Angelo
Bagnasco, presidente della Cei, a nome dell’intera Conferenza episcopale
italiana, esprime “cordoglio e vicinanza ai familiari per la scomparsa del
presidente Francesco Cossiga ed eleva preghiere di suffragio, ricordandone il
profondo senso dello Stato e l’intensa esperienza di fede, testimoniata nei
lunghi anni dell’attività accademica e dell’impegno politico”. Così inizia la
nota diffusa dall’ufficio Cei per le comunicazioni sociali alla notizia della
morte di Francesco Cossiga avvenuta alle 13.18 di oggi al Policlinico Gemelli
dove era ricoverato dal 9 agosto.
“Egli – si legge
ancora nella nota della Cei - ha servito il nostro Paese nei più importanti
compiti istituzionali, in momenti assai delicati, sempre consapevole delle
proprie responsabilità e attento al perseguimento del bene comune”.
Francesco Cossiga,
scrive “L’Osservatore Romano” di oggi, “è stato uno degli uomini politici
italiani più longevi e, al tempo stesso, più controversi e prestigiosi”.
In tarda serata il
vice-direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, ha
informato che “il Santo Padre partecipa al dolore della famiglia e del popolo
italiano per la morte del presidente emerito Francesco Cossiga, ‘autorevole
protagonista della vita nazionale italiana e uomo di fede’. Alla famiglia e al
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Santo Padre farà pervenire un
suo messaggio di condoglianze”. Il cardinale segretario di Stato Tarcisio
Bertone – ha aggiunto padre Benedettini - si recherà all’ospedale Gemelli, per
pregare davanti alla salma del presidente emerito della Repubblica italiana.
Nato il 26 luglio
1928 a Sassari, fu uno dei più giovani esponenti della Democrazia Cristiana del
dopoguerra. Deputato dal 1958, ricoprì successivamente numerosi incarichi
ministeriali. Era ministro dell'Interno nel Governo entrato in carica il giorno
del rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, e rassegnò le dimissioni dopo il
tragico esito di quella vicenda. Fu presidente del Consiglio nel 1979-1980. Nel
1983 fu eletto presidente del Senato e, due anni dopo, il 24 giugno 1985,
diventò il più giovane presidente della Repubblica, con il consenso più vasto
mai registrato, 752 voti su 977 votanti. Sir 18
Perché in Giappone il cristianesimo è "straniero"
Annientamento del
"sé", divinizzazione della natura, rifiuto di un Dio personale. I
capisaldi della cultura giapponese spiegati dall'ambasciatore del Sol Levante
presso la Santa Sede - di Sandro Magister
ROMA – Già
un'altra volta, quest'anno, www.chiesa ha messo in luce l'estrema difficoltà
che incontra il cristianesimo a penetrare in Giappone.
È una difficoltà
che riguarda anche altre grandi civiltà e religioni asiatiche. Il cardinale
Camillo Ruini – quand'era vicario del papa e presidente della conferenza
episcopale italiana – indicò più volte la principale ragione di questa
impermeabilità nel fatto che in Giappone, in Cina, in India manca la fede in un
Dio personale.
È per questo
motivo – aggiungeva – che la sfida lanciata ai cristiani dalle civiltà
asiatiche è più pericolosa di quella di un'altra religione monoteista come
l'islam. Mentre l'islam, infatti, stimola se non altro i cristiani ad
approfondire e rinvigorire la propria identità religiosa, le civiltà asiatiche
"spingeranno piuttosto nel senso di una ulteriore secolarizzazione, intesa
come denominatore comune di una civiltà planetaria".
Per quanto
riguarda il Giappone, un'autorevole conferma di questo assunto viene da una
conferenza tenuta il 1 luglio scorso al Circolo di Roma dall'ambasciatore
giapponese presso la Santa Sede, Kagefumi Ueno.
La conferenza –
riprodotta quasi integralmente più sotto per gentile concessione del suo autore
– mette in evidenza con rara chiarezza l'abisso che separa la visione cristiana
dalla cultura e religiosità del Giappone.
L'ambasciatore
Ueno si definisce d'orientamento buddista-scintoista. E nella conferenza parla
non da diplomatico ma da "pensatore culturale", come in effetti egli
è. Il suo centro d'interesse sono da molti anni le civiltà e le culture. Su
questo tema ha scritto numerosi saggi e parlato a vari congressi.
Un suo saggio
pubblicato poco prima di arrivare a Roma come ambasciatore, quattro anni fa, ha
per titolo: "Contemporary Japanese Civilization: A Story of Encounter
Between Japanese 'Kamigani' (Gods) and Western Divinity".
Una sintesi della
sua conferenza al Circolo di Roma è uscita su "L'Osservatore Romano"
del 14 agosto. L’Espresso online 19
Teresa d’Avila. In ascolto di lei. Dal 23 al 31 agosto congresso
internazionale ad Avila
“La testimonianza
di vita e di dottrina di Teresa di Gesù (1515-1582), dal profondo del ‘siglo de
oro’ continua ad interpellare anche nel web-secolo: esperienza di Dio, dono di
saperla spiegare e comunicare, fanno di Teresa, prima donna proclamata Dottore
della Chiesa, una grande comunicatrice”. È il parere di Cristiana Dobner,
carmelitana scalza e notista del SIR, che terrà una relazione al congresso
internazionale “Il libro della Vita” ad Avila (23-31 agosto). L’appuntamento,
che si terrà al Cites – (Centro Internazionale Teresiano-Sanjuanista dei
Carmelitani Scalzi, Università della Mistica dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi
ad Avila), vedrà la partecipazione di specialisti internazionali cui sarà
affidata “una sfaccettatura che, lentamente, andrà componendo il volto di
Teresa, dinamico e mobile, pervaso da un solo intento: rimandare a Dio”. Il
Carmelo Teresiano guarda al V Centenario della sua nascita (1515) come ad “un
appuntamento magnetico che attrae, costringe a riflettere e, soprattutto, ad
entrare nell’amicizia con il Signore che dimora nel Castello Interiore inciso
in ognuno”. Questo “lievito evangelico”, aggiunge Dobner, “vuole contagiare e
incoraggiare, a tanti livelli e in diverse modalità”. L’atto di apertura del
congresso sarà presieduto da padre Saverio Cannistrà, preposito generale dei
Carmelitani Scalzi, che illustrerà il cammino verso il Centenario, e da mons.
Ricardo Blázquez, arcivescovo di Valladolid e vicepresidente Cee (Conferenza
episcopale spagnola), che terrà la conferenza inaugurale su “Il libro della
Vita: un esempio di teologia narrativa”. Il manoscritto de “Il libro della
Vita” lascerà il museo dell’Escorial, dove fu portato per volere esplicito del
Re di Spagna Filippo II, e sarà esibito nella grande sala del Cites come se
“Teresa stessa nella sua eredità scrittoria accogliesse i congressisti”. Quante
persone si sono rivolte a Dio o addirittura convertite leggendolo? “Da Tommaso
di Gesù, che lo ebbe in mano ancora fresco dell’inchiostro della penna di
Teresa – risponde Dobner – ad Edith Stein nella famosa notte di Bergzabern
dell’estate del 1921 in cui incontrò Cristo e accolse il dono della chiamata
carmelitana”. Il SIR, tramite la stessa Dobner, ha posto alcune domande a padre
Francisco Javier Sancho, direttore del Cites.
I Carmelitani
scalzi nel mondo (572 case) sono oltre 4000 di cui circa 2700 sacerdoti, le
Carmelitane scalze (clausura), presenti in 88 Paesi (868 monasteri) sono
11.700. (Info anche sul congresso ad Avila: www.carmelitaniscalzi.com).
Oggi ha senso
dedicare un’istituzione universitaria alla mistica?
“Oggi si creano
centri di studio dedicati a tantissimi scopi che sicuramente hanno un senso per
certe persone. Per quanto riguarda la mistica forse è un debito che da anni
avevano la Chiesa e il Carmelo con la società. Si parla oggi tanto di mistica
ma non si hanno idee chiare. Si cerca l’esperienza di Dio, ma non sempre si sa
verso dove si cammina... Si studiano tante cose in riferimento alla vita
dell’uomo (arte, dogma, morale...), perché non studiare un fenomeno tanto
profondamente umano e tanto necessario nella ricerca della pienezza e della
felicità dell’uomo?”.
Il mondo
letterario pullula di autobiografie, più o meno interessanti e valide, di
persone che hanno lasciato un segno nella storia, perché occuparsi di un libro
scritto da una monaca in un Carmelo di Avila nel XVI secolo?
“Perché siamo di
fronte ad un’esperienza che scopre nella propria vita una storia di salvezza
aperta a tutti. Abbiamo testimoni di tante cose e ci troviamo di fronte a
biografie interessanti per le vicende avvenute. Una storia però nella quale
emerga l’interiorità, il profondo dell’essere umano, è ancora qualcosa di
straordinario. La Vita di Teresa apre alla propria vita e alla propria
interiorità, di questo sempre abbiamo bisogno, perché ci mette di fronte a
quello che siamo”.
Le idee che Teresa
di Gesù vuole trasmettere non sono un poco polverose e, francamente, inadatte
ai nostri vorticosi tempi?
“Teresa non
intende parlarci solamente dei problemi del suo tempo: ci parla di
un’esperienza che coinvolge tutta la sua storia, il suo essere e il suo agire.
Non si tratta pertanto di una realtà storica, ma sempre viva. Come già detto,
ha tanto da vedere con la realtà umana personale che trascende i tempi e i
luoghi: l’attualità di Teresa va oltre i tempi e le culture, parla dell’uomo,
della sua vicenda interiore, della sua costante ricerca di pienezza, della sua
sete e necessità di essere felice”.
Quale l’intento di
questo congresso? Perché viene denominato “primo”? Chi vi viene invitato?
“L’intento è di
riscoprire e rileggere Teresa nell’oggi, cioè scoprire in quale senso Teresa ha
ancora tanto da dirci e tanto da offrire all’uomo nella sua vita, personale,
professionale ed anche religiosa. Certamente non è un congresso chiuso ma
aperto ad un percorso che, anno dopo anno, cercherà di addentrarsi nelle
profondità di una vita, di una esperienza e di un pensiero che può offrire
tanto alla ricerca e alla necessità dell’uomo contemporaneo. Per questo i
congressi sono aperti a tutte le persone interessate non soltanto alla figura
di Teresa, ma interessate alla propria vita interiore e alla ricerca di una
Verità”.
L’itinerario che
porterà alla celebrazione del Centenario della nascita di Teresa di Gesù quali
secche deve evitare?
“Innanzitutto
vogliamo lasciare a Teresa di esprimersi nella sua realtà e nelle sue vere
intenzioni. Il trascorrere del tempo, la mentalità, la religiosità... tante
volte hanno avvolto Teresa un’immagine che non è sua, neanche voluta da lei. Il
suo messaggio va oltre le estasi, per avvicinarsi alla vita quotidiana di ogni
uomo e donna. Vogliamo che Teresa sia la protagonista, che sia lei a parlare di
se stessa, della sua esperienza di Dio, del Dio delle misericordie”.
Ci può comunicare
il desiderio profondo di voi organizzatori convergendo sulla testimonianza di
Teresa?
“Favorire, in
fondo, il messaggio e il proposito apostolico di Teresa: tanto possano
conoscere veramente Dio e vogliano diventare i suoi amici. Con questo siamo
certi di offrire il migliore tributo a Teresa ed anche all’uomo e alla Chiesa”.
sir
Die deutschen Kirchen: „Helft Pakistan!“
Gemeinsamer Appell der Deutschen
Bischofskonferenz und des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland zur
Flutopferhilfe
Seit fast zwei Wochen sind die Menschen
in Pakistan von einer Flutkatastrophe ungeheuren Ausmaßes betroffen. Kaum
vorstellbar: Eine Fläche halb so groß wie Deutschland steht unter Wasser. Die
Not der Menschen schreit zum Himmel.
Viele Organisationen aus aller Welt
versuchen zu helfen so gut es geht. In den vergangenen Tagen mussten wir aber
erkennen, dass das Spendenaufkommen in unserem Land nicht so groß ist wie bei
anderen Katastrophen. Heute, am Tag der humanitären Hilfe, möchten wir
besonders eindringlich bitten: „Helft Pakistan! Helft den vielen Opfern der
Flut!“
Wichtig ist: Unsere Hilfsbereitschaft
sollte nicht durch Vorbehalte gegen ein Land und eine Region vermindert werden,
in denen schwierige politische Verhältnisse herrschen. Es ist vielmehr ein
schlichtes Gebot der Nächstenliebe, dass den vielen Menschen, die akut an Leib
und Leben gefährdet sind und deren Zukunftschancen in den Fluten zu versinken
drohen, umfassend und schnell geholfen wird: „Wer schnell hilft, der hilft
doppelt.“
Unsere kirchlichen Hilfsorganisationen
sind dazu in der Lage. Sie sind bereits mit großem Einsatz tätig. Aber das Maß
ihrer Hilfe hängt auch an unserer Opferbereitschaft. Deshalb appellieren wir an
die Christinnen und Christen und an alle Menschen in Deutschland: „Helft den
Flutopfern in Pakistan! Öffnet Eure Herzen, seid großzügig! Helft jetzt und
zögert nicht!“
Lasst uns gemeinsam für die hilfsbedürftigen
Menschen beten und um Gottes besonderen Schutz und Segen in dieser bedrohlichen
Situation bitten.
Erzbischof Dr. Robert Zollitsch,
Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz
Präses Nikolaus Schneider, Vorsitzender
des Rates der Ev. Kirche in Deutschland
Spendenkontakte:
Caritas international Freiburg
Spendenkonto 202
Bank für Sozialwirtschaft Karlsruhe
BLZ 660 205 00
Stichwort: „Fluthilfe Pakistan“
Diakonie Katastrophenhilfe
Spendenkonto 502 707
Postbank Stuttgart
BLZ 600 100 70
Stichwort: „Pakistan Fluthilfe
Italien: Kirche kritisiert Abschiebepolitik
Italiens Innenminister Roberto Maroni
hat mit seiner Forderung nach erweiterten Abschiebemöglichkeiten neue Kritik
der Kirche auf sich gezogen. Maroni hatte zuvor das französische Vorgehen bei
rumänischen Róm gelobt und verlangt, künftig müssten über „freiwillige
Rückführungen“ hinaus auch Abschiebungen von EU-Bürgern ermöglicht werden.
Der Direktor der Fachstelle für
Migrationsfragen bei der Italienischen Bischofskonferenz, Giancarlo Perego,
sagte gegenüber Radio Vatikan:
„Was haben denn die Abschiebungen
de facto gebracht? Nur neue illegale Camps, und die Róm hat man letztlich sich
selber überlassen. Diese Praxis hat vor allem die schulische Integration der
betroffenen Kinder zunichtegemacht. Die italienische Regierung kann nicht mit
Berufung auf Europa eigenmächtig handeln, wo es doch ein Recht auf
Bewegungsfreiheit und ein Niederlassungsrecht gibt.“
Was heute mit den Róm in Italien und in
Frankreich geschieht, könne man wohl kaum als Einwanderungspolitik bezeichnen,
so der Vertreter der Bischofskonferenz:
„Wenn man bedenkt, dass in Italien 80
Prozent von ihnen die italienische Staatsbürgerschaft besitzen, dann handelt es
sich vielmehr um eine Politik der Diskriminierung gegenüber einer Minderheit,
die Opfer des gesellschaftlichen Wandels ist und deren Probleme man nicht in
den Griff bekommt.“ (rv 22)
Angelus: „Gegen absurde Logik der Gewalt“
Papst Benedikt XVI. hat die „absurde
Logik der Gewalt“ in vielen Teilen der Welt beklagt. Beim Angelus in seiner
Sommerresidenz Castelgandolfo rief er – aus Anlass des liturgischen Festes
„Maria Königin“ (22.8.) – zum täglichen Gebet um Frieden auf. Maria, ein
kleines und einfaches Mädchen aus Nazareth, sei zur Königin der Welt geworden.
Ihre Königsherrschaft stehe ganz in Abhängigkeit zu der von Jesus Christus: „Er
ist der Herr“, so der Papst, ihn habe Gott nach der Schmach des Kreuzestodes
erhöht über alle Geschöpfe der Erde (Phil 2,9-11). Maria sei die erste, die in
das Gottesreich durch die „schmale Tür“ gelangt sei, die Jesus eröffnet habe
und die allen offen stehe, die demütig sind, die sich dem Wort Gottes
anvertrauten und es in die Tat umsetzten.
Die Franzosen mahnte der Papst,
Menschen in ihrer „legitimen Unterschiedlichkeit“ anzunehmen. In seinem
französischen Grußwort erinnerte er daran, dass Jesus gekommen sei, Menschen
aller Nationen und Sprachen zu versammeln. Die Eltern rief er auf, ihre Kinder
im Geist „universeller Brüderlichkeit“ zu erziehen. Auf die Ausweisungen von
Róm durch Frankreichs Regierung ging der Papst in seiner Ansprache nicht
ausdrücklich ein.
An die deutschsprachigen Pilger wandte
er sich mit folgenden Worten:
„Im heutigen Evangelium stellen die
Jünger die Frage nach dem Heil der Menschen. Gott will, dass alle Menschen
gerettet werden, aber wir müssen uns auch mit unseren Kräften darum bemühen,
wie der Herr uns mahnt. Jesus selbst ist für uns Weg, Wahrheit und Leben; er
ist die schmale und auch offene Tür, durch die wir in den Himmel kommen, durch
ihn kommen wir so zum Vater. Schauen wir also auf Jesus und folgen wir ihm mit
unserem Tun. Der Heilige Geist leite und führe euch mit seiner Gnade.“ kna 22
Abschiebung. Vatikan steht Roma bei
Die katholische Kirche rügt die
Abschiebung von Roma aus Frankreich. Paris will per Gesetz verhindern, dass die
Roma zurückkehren.
Der Flüchtlingsbeauftragte des Vatikans
hat die Abschiebung von Roma aus Frankreich kritisiert. Das EU-Recht verbiete
kollektive Ausweisungen außer in Fällen, in denen eine schwere Gefährdung der
öffentlichen Sicherheit bestehe, betonte Kurienerzbischof Agostino Marchetto am
Donnerstagabend in Radio Vatikan. Er warf Frankreich vor, die eigenen Gesetze
zum Umgang mit Roma nicht einzuhalten und das Entstehen illegaler Siedlungen selbst
verursacht zu haben.
Nach französischem Recht seien Kommunen
mit mehr als 5000 Einwohnern verpflichtet, geeignete Flächen für Landfahrer
bereitzustellen, erläuterte Marchetto. Zudem habe die Räumung von Roma-Camps
„zweifellos eine Situation der Unfreiheit geschaffen“. Frankreich hatte am
Donnerstag mit der Rückführung von Roma nach Bulgarien und Rumänien begonnen.
Rund 700 Menschen sind davon betroffen.
Die französische Regierung will durch
eine Gesetzesänderung verhindern, dass die nach Rumänien abgeschobenen Roma
gleich wieder nach Frankreich zurückkehren. Die Gesetzgebung werde entsprechend
„angepasst“ werden, kündigte Einwanderungsminister Eric Besson an. Hierzu werde
es in den nächsten Tagen „ein oder zwei“ Sitzungen mit Staatspräsident Nicolas
Sarkozy und Regierungschef François Fillon geben, um einige Veränderungen am
geplanten Einwanderungsgesetz zu beschließen. (afp 21)
Conrad Zdarsa neuer Bischof von Augsburg. „Es geht nicht um Erfolg, es geht um Fruchtbarkeit”
Papst Benedikt XVI. hat den Bischof von
Görlitz, Konrad Zdarsa, zum Nachfolger des emeritierten Bischofs Walter Mixa
als Bischof von Augsburg bestimmt. Das gab der Vatikan an diesem Donnerstag
bekannt. Zdarsa stammt gebürtig aus Hainichen im Bistum Dresden-Meißen, 2007
wurde er zum Bischof von Görlitz ernannt und geweiht. Beim Kirchentag in
München hatte Pater Bernd Hagenkord Gelegenheit, sich mit Bischof Zdarsa über
Pastoral und die Entwicklung der Kirche in Deutschland zu unterhalten.
Weite, entchristliche Landstriche, so sieht
die Realität der Kirche aus, in der Zdarsa bis vor kurzem Bischof war. Die
päpstliche Initiative eines Rates zur Neuevangelisierung scheint genau auf
diese Gegenden zugeschnitten. Warum ist die Kirche bisher so zögerlich, wenn es
um Mission geht? Liegt es an dem negativen Beigeschmack des Wortes?
„Wissen Sie, der Misskredit, in den das
Wort Missio – Mission – geraten ist, ist mir nicht ganz verständlich, denn es
heißt ja nicht ‚Überredung’. Es bezieht sich zunächst gar nicht auf die
anderen, sondern es bezieht sich auf uns. Mission heißt ‚Sendung’. Wir sind mit
diesem Wort angesprochen. Wir sollten uns das immer sagen, dass das unsere
erste Aufgabe ist und genuine Aufgabe als Jüngerinnen und Jünger Jesu.“
Damit liegt die Verantwortung nicht
delegiert an Strukturen oder Institutionen, es kann auch nicht dabei bleiben,
dass die Kirche im Klagen verharrt. Zdarsa spricht von den einzelnen Menschen,
die glaubwürdige Zeugen sein sollen. Ein Blick in die Glaskugel: Wo wird in 25
Jahren die Kirche in Deutschland stehen?
„Es geht nicht um Erfolg, es geht um
Fruchtbarkeit. Es gibt Bäume, es gibt Weinstöcke, die tragen erst sehr, sehr
spät. Wir haben uns nicht auszumalen, wie es in diesem von ihnen genannten
großen Zeitraum sein wird, sondern wir haben heute das unsere zu tun und zu
investieren, als Samenkorn. Inwieweit wir hier auch so glaubwürdig und
authentisch auftreten, dass sich Menschen an uns gern erinnern, dann wird
vorgesorgt sein für die Zukunft und das Kommende.“ rv
Pakistan ertrinkt in Flut und Chaos
Die Behörden in Pakistan sind nach
Informationen des weltweiten
katholischen Hilfswerks "Kirche in
Not" nach wie vor mit der Bewältigung
der Flutkatastrophe überfordert. Die
zuständige Projektleiterin des
Hilfswerks, Regina Lynch, hat nach eigenen
Angaben erfahren, dass die
Regierung ganze Züge voller Flüchtlinge
in die westpakistanische Stadt
Quetta geschickt habe, ohne dort
Vorbereitungen für die Versorgung der
Menschen getroffen zu haben. Nach
Angaben des in Quetta tätigen
Salesianerordens stünden die
Flüchtlinge in der nahe der afghanischen
Grenze gelegenen Stadt daher bisher vor
dem Nichts, denn es mangele an
Nahrung und Unterkünften. Lynch
versicherte, dass "Kirche in Not" dort
über die Salesianer helfen werde.
In den überfluteten Gebieten bleibe die
Lage unübersichtlich. Lynch
berichtete, sie stehe im Dialog mit
Bischof Andrew Francis von Multan,
Bischof Max Rodrigues von Hyderabad
sowie dem Präsidenten der
pakistanischen Caritas, Bischof Joseph
Coutts von Faisalabad.
Wörtlich sagte Lynch: "Die
Bischöfe waten immer noch durch das Wasser,
um sich ein Bild von der Situation zu
machen." "Kirche in Not" werde
sofort handeln, sobald die
Bestandsaufnahme beendet sei und man um Hilfe
gebeten werde.
In Faisalabad und Multan seien viele
Familien obdachlos geworden,
nachdem starker Regen die Dächer
zerstört habe. Während die Muslime
Pakistans sich an die UNO wenden, sähe
die christliche Minderheit des
Landes vor allem die Kirche als erste
Anlaufstation, berichtete Lynch.
Auch nach der Flut werde noch viel
Wiederaufbauarbeit geleistet werden
müssen. Ganze Dörfer seien im Norden
Pakistans von der Flut mitgerissen
worden. Die so zerstörten kirchlichen
Gebäude müssten nach Rückgang des
Wassers rasch wieder aufgebaut werden,
damit die Menschen wieder
Versammlungs- und Rückzugsorte bekämen.
Nur so könne die geistliche
Grundlage für den Wiederaufbau gelegt
werden, betonte Lynch.
"Kirche in Not" bittet um
Spenden für die Flüchtlinge in Quetta und
andere Opfer der Flut in Pakistan.
Online unter:
https://www.kirche-in-not.de/spenden-online.html
Spendenkonto: KIRCHE IN NOT, Kennwort:
"Pakistan Katastrophenhilfe"
Kto.-Nr.: 215 2002, BLZ: 750 903 00,
LIGA Bank München. KiN
Papst ruft zu Solidarität für Pakistan auf
Papst Benedikt XVI. hat zu mehr Hilfe
für die Flutopfer in Pakistan aufgerufen. Den Betroffenen dürfe nicht die
Solidarität und die konkrete Unterstützung der internationalen Gemeinschaft
fehlen, sagte Papst Benedikt XVI. vor Tausenden von Gläubigen und Besuchern bei
der Generalaudienz an diesem Mittwoch:
„Meine Gedenken sind in diesem
Augenblick bei der Bevölkerung Pakistans. Die große Überschwemmung, unter der
sie leidet, hat sehr viele Opfer gefordert und viele Familien obdachlos
gemacht. Ich vertraue alle tragischerweise Betroffenen der erbarmenden Güte
Gottes an; ich versichere allen Famililen und allen Menschen, die wegen dieses
Unglücks leiden, meine geistliche Nähe. Ich hoffe, dass es unseren Brüdern und
Schwestern, die so sehr geprüft werden, nicht an unserer Solidarität und nicht
an konkreter Unterstützung durch die internationale Gemeinschaft fehle.“
(rv 18)
Die schnelle Neubesetzung des vakanten Stuhls von Bischof emeritus Walter Mixa sorgt für Freude
Mit seinem Interesse für das offene Gespräch
und seiner „herzlichen Zuwendung zu den Menschen“ habe Zdarsa dem Bistum
Görlitz eine Zukunftsperspektive gegeben. So heißt es im Glückwunschschreiben
des Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz. Bischof Konrad Zdarsa sei ein
erfahrener Seelsorger, der sich auch in der Bistumsverwaltung bewährt habe. So
kommentierte der Augsburger Diözesanadministrator, Weihbischof Josef Grünwald,
die Entscheidung des Vatikans. Der Münchner Erzbischof Reinhard Marx hieß
Zdarsa im Namen der Freisinger Bischofskonferenz in Bayern willkommen. „Wir
freuen uns, dass ein erfahrener Mitbruder das große Bistum leiten wird. Zdarsa
wird am 23. Oktober in sein Amt eingeführt. Grund für das ungewöhnlich späte
Datum seien Terminschwierigkeiten, so Grünwald. Nach dem Kirchenrecht muss ein
Diözesanbischof eigentlich drei Monate nach seiner Ernennung installiert sein.
(kna)
Deutschland: Keine Rede von „Durchregieren“ der Bischöfe
Eine „handstreichartige Übernahme“ der
katholischen Journalistenschule IFP in München durch die deutschen Bischöfe
befürchtet der Deutsche Journalistenverband laut seinem Sprecher Hendrik
Zörner. Am vergangenen Freitag ist der geistliche Rektor des IFP, Pfarrer
Michael Broch, von seinem Amt zurück getreten. Er zog damit die Konsequenzen
aus seinen kritischen Äußerungen zu Papst Benedikt und den deutschen Bischöfen.
Seitdem wird die Befürchtung laut, kritischer Journalismus sei in der Kirche
nicht erwünscht. Elvira Steppacher ist journalistische Direktorin des IFP. Ihr
haben wir die Frage gestellt, ob es sich wirklich um eine „handstreichartige
Übernahme“ handelt.
„Ich halte diese Aussage für
zugespitzt, obwohl ich die Lage sehr ernst einschätze. Man muss klar
unterscheiden zwischen zwei Dingen: zum einen dem, was der geistliche Direktor
durch eine wirkliche Ungeschicklichkeit an Folgen aushält – daraus hat er ja
auch für sich Konsequenzen gezogen. Ich bedaure das und wünschte mir, dass es
für ihn einen Weg zurück geben könnte. Das andere ist, dass der
Vertrauensentzug genau auf diese Profilierungsfunktion zielt, die dem
geistlichen Direktor zugebilligt wurde. Diese Funktion hat eine Erschütterung
erfahren. Daraus aber abzuleiten, dass die Bischöfe hier nun unmittelbar
durchregieren würden, halte ich für völlig an der Realität vorbei. Ich habe in
meinen acht Jahren hier noch nicht einmal erlebt, dass ein Bischof sich zu
einem Kurrikulum geäußert hätte.“ (rv 17)
Cossiga ist gestorben. Papst Benedikt XVI. hat den Angehörigen sein Beileid ausgesprochen
Papst Benedikt XVI. hat den Angehörigen
des ehemaligen italienischen Staatspräsidenten Francesco Cossiga sein Beileid
ausgesprochen. Der 82-jährige Politiker war am Dienstag in Rom gestorben. In
einem Telegramm an Cossigas Familie würdigte der Papst den Verstorbenen an
diesem Mittwoch „mit Herzlichkeit und Dankbarkeit“ als einen „berühmten
Katholiken“ und „Gelehrten des christlichen Rechts und der christlichen
Spiritualität“. Cossiga habe sich stets mit Großherzigkeit für das Gemeinwohl
eingesetzt, so Benedikt XVI. in dem Telegramm. Er schließe den Verstorbenen in
sein Gebet ein und segne die Angehörigen. Auch dem jetzigen Staatspräsidenten
Giorgio Napolitano kondolierte Benedikt XVI. in einem Telegramm. Er drückte dem
Präsidenten und der ganzen Nation sein tiefes Mitgefühl aus und bete „für den
berühmten und vielgeliebten Verstorbenen“, so der Papst. Am Tag nach Cossigas
Tod betete an diesem Mittwoch auch Kardinalstaatssekretär Tarcisio Bertone am
Totenbett des ehemaligen Staatspräsidenten und segnete den Leichnam. Cossiga
sei ein „Staatsmann von christlicher Spiritualität “ gewesen, so Bertone. Er
erinnerte an den Satz, mit dem der frühere italienische Staatspräsident
offizielle Briefe unterschrieb: „Gott schütze Italien“. Der Papst habe Cossiga
gut gekannt, meinte Bertone, sie hätten oft miteinander diskutiert und Cossiga
sei dem Papst ein „lieber Freund“ gewesen. Francesco Cossiga war in den 70er
und 80er Jahren politisch aktiv, als Italien mit Terrorgruppen zu kämpfen
hatte. Als sein Parteifreund Aldo Moro 1978 von den Roten Brigaden entführt und
nach wochenlanger Geiselhaft ermordet wurde, trat er als Innenminister zurück.
Kurzzeitig war Cossiga 1979 Regierungschef, zwischen 1985 und 1992 bekleidete
der gebürtige Sarde Amt des Staatspräsidenten. (rv/corriere della sera 18)
Moschee am Ground Zero. Amerikas Muslime
Der Protest vieler Amerikaner gegen den
Bau einer Moschee nahe Ground Zero hat nichts mit irrationaler Islamophobie zu
tun. Er entspringt der Angst vor einer Bedrohung, die in den vergangenen
Monaten immer realer wurde. Von Matthias Rüb, Washington
Sind die Amerikaner einer Handvoll
islamophober Hetzer auf den Leim gegangen? Wird das Mutterland der Freiheit zu
einem unwirtlichen Platz für seine muslimischen Bürger, weil die ihre Religion
nicht mehr frei ausüben dürfen - jedenfalls nicht so frei wie die Mehrheit der
Christen oder auch die Minderheiten der Juden, Buddhisten oder Hindus? Neben
der Wirtschaftskrise hat sich der Streit über den geplanten Bau eines
islamischen Gemeindezentrums in New York, unweit des Orts der Terroranschläge
vom 11. September 2001, zum wichtigsten innenpolitischen Thema vor den
Kongresswahlen vom 2. November entwickelt. Gut zwei Drittel der Amerikaner
bestreiten den Muslimen zwar nicht das Recht, ihre Moschee nahe Ground Zero zu
bauen, ebenso viele meinen aber, dass sie es aus Gründen der Pietät dennoch
nicht tun sollten.
Wenn knapp vierhundert Meter nicht
genug sind - so weit ist das Grundstück der geplanten Moschee von jenem Ort des
nationalen Gedenkens entfernt, an dem fast dreitausend Menschen von islamistischen
Terroristen ermordet wurden -, wie weit muss es dann sein? Mindestens einen
Kilometer oder besser mehrere? Gegner des Bauvorhabens sagen, auch wenn es
keine Maßeinheit für den angemessenen Abstand zu einer Gedenkstätte gebe, sei
die Forderung nach Rücksicht auf die Gefühle der Hinterbliebenen nicht von der
Hand zu weisen. Sie erinnern daran, dass Papst Johannes Paul II. 1987 das
Karmeliterkloster an der Gedenkstätte Auschwitz habe schließen lassen - aus
Rücksicht auf die jüdischen Opfer.
Katholiken waren größerem Misstrauen ausgesetzt
Der Protest gegen den Moscheebau bei
Ground Zero ist ein Sonderfall, ein Einzelfall ist er nicht. Gewiss, auch gegen
Pläne zum Bau von mindestens acht Moscheen in anderen Bundesstaaten gibt es
Proteste. Doch diese sind ihrerseits weder Sonder- noch Einzelfälle, weil die
eifrige Sakralbautätigkeit aller Religionen und Konfessionen in Amerika häufig
mit Bebauungsplänen und Sorgen der Nachbarn vor erhöhtem Verkehrsaufkommen
kollidieren. Meistens werden die Gotteshäuser dennoch gebaut. Allein in New
York City gibt es über hundert Moscheen. Im ganzen Land sind es bis zu 1800
islamische Gotteshäuser, in denen amerikanische Muslime, Alteingesessene wie
Neuankömmlinge, ihren Glauben ungestört und gemäß Verfassungsrecht frei
praktizieren können.
Seit den Terroranschlägen vom 11.
September 2001 hat sich die Zahl der Moscheen in den Vereinigten Staaten fast
verdoppelt. Weder sehen sich die - je nach Schätzung - zweieinhalb bis sieben
Millionen Muslime in Amerika heute einer religiösen oder gesellschaftlichen
Diskriminierung ausgesetzt, noch stehen sie im historischen Vergleich mit
anderen religiösen Minderheiten schlechter da. Katholische Immigranten, die
Ende des 19. Jahrhunderts aus Europa in die Neue Welt strömten, sahen sich in
einem vom protestantischen Christentum geprägten Amerika weit tieferem
Misstrauen und offenerer Anfeindung ausgesetzt als die amerikanischen Muslime
heute.
Amerika führt keinen Krieg gegen den
Islam
Dass in den vergangenen Monaten die
Angst vieler Amerikaner vor islamistischem Terrorismus gewachsen ist, hat
nichts mit irrationaler Islamophobie zu tun, sondern mit realer Bedrohung. Im
November erschoss ein muslimischer Heeres-Major in Fort Hood in Texas dreizehn
unbewaffnete Kameraden und Zivilisten; es war der blutigste Terrorangriff auf
amerikanischem Boden seit den Anschlägen von New York und Washington vor fast
neun Jahren.
Auch bei den gescheiterten Anschlägen
auf ein Passagierflugzeug über Detroit an Weihnachten und auf den Times Square
in Manhattan vom Mai hatten die in Amerika aufgewachsenen und ausgebildeten
muslimischen Attentäter eine islamistische Terroragenda und standen mit dem
Terrornetz Al Qaida in Verbindung. Dass es dabei nicht zu Blutbädern wie in
London oder Madrid kam, war reines Glück. Im Jahresbericht des amerikanischen
Außenministeriums über die weltweite terroristische Bedrohung wird ausdrücklich
die wachsende Gefährdung der Vereinigten Staaten durch den heimischen
Terrorismus radikalisierter Muslime hervorgehoben.
Präsident George W. Bush besuchte sechs
Tage nach den Anschlägen vom 11. September die größte Moschee in der
amerikanischen Hauptstadt und bekräftigte, was auch sein Nachfolger Barack
Obama in seiner Kairoer Rede an die muslimische Welt vom Juni herausstrich: Der
Islam ist eine Religion des Friedens, Amerika führt keinen Krieg gegen den
Islam, sondern verfolgt Terroristen, die einen verfälschten Islam als
Begründung für Massenmord und Menschenverachtung missbrauchen. Viele Amerikaner
würden sich wünschen, dass die maßgeblichen Führer der amerikanischen Muslime
öfter und lauter die fortgesetzten Massaker islamistischer Terroristen an
Muslimen in Afghanistan, im Irak und anderswo verurteilten, statt lautstark
Klage über die amerikanische Außenpolitik im Nahen Osten zu führen. Das ändert
aber nichts daran, dass Amerika auch für Muslime ein Land der Freiheit und der
Toleranz bleibt. Faz 20
Wegen der Missbrauchsfälle laufen
katholische Bischöfe im Büßerhemd herum - doch kaum redet einer aus den eigenen
Reihen mal Klartext, wird er rausgeworfen. Ein katholisches Trauerspiel.
Eindrucksvoller kann man Vorurteile
nicht bestätigen: Da laufen die katholischen Bischöfe seit Bekanntwerden der
Missbrauchsfälle im Büßerhemd herum und reden über Aufklärung und
Ursachenforschung. Doch wenn ein Untergebener aus den eigenen Reihen einmal
Klartext redet, dann fliegt er raus. Ein katholisches Trauerspiel.
Bunkermentalität hat der inzwischen
abgelöste Leiter der katholischen Journalistenschule, Michael Broch, der Kirche
vorgeworfen ? und sich dafür später entschuldigt. Das hätte er nicht tun
müssen. Denn der Rauswurf Brochs ist der Beleg für genau dies:
Bunkermentalität. Abschotten, zusammenhalten und warten, bis der Sturm vorüber
ist. Wer da nicht mitmacht, gehört nicht dazu. Das scheint das Credo der
Kirchenfürsten zu sein, die den kritischen Schulleiter in die Wüste geschickt
haben. Sie haben bewiesen, dass ihnen an Diskussionen nicht gelegen ist, an
Reformen schon gar nicht.
Dabei wären diese dringend nötig:
Schluss machen mit der lustfeindlichen Sexualmoral, nach der sich ohnehin
keiner mehr richtet. Schluss machen mit der zölibatären Kirche, in der nur ein
paar alte Männer das Sagen haben. Und eben Schluss machen mit den Denk- und
Redeverboten, die schon viele Kirchenmitarbeiter ihr Amt gekostet haben.
Mit der jetzt gezeigten Haltung wird
die Kirche die Krise nicht bewältigen. Sie wird weiter ihre öffentliche
Bedeutung einbüßen und weiter zusammenschrumpfen zu einem kleinen Grüppchen
derer, die sich für die Aufrechten halten. Für manche Bischöfe mag dies eine
Wunschvorstellung sein. Die wenigen Schäfchen haben sie dann auch besser im
Griff. FR 16
Zum 100. Geburtstag: Gespräche über Mutter Teresa auf CD und DVD
Anlässlich des 100. Geburtstags von Mutter
Teresa am 26. August gibt das
weltweite katholische Hilfswerk
"Kirche in Not" einen Vortrag und ein
Podiumsgespräch über das Leben und
Wirken der Seligen auf CD und DVD
heraus. Aufgezeichnet wurden der
Vortrag und das Podiumsgespräch am 16.
Januar 2010 in Köln. Anlass war die
Feier des Jahrgedächtnisses des 2003
verstorbenen Gründers des Hilfswerks,
Pater Werenfried van Straaten.
Den Vortrag über Mutter Teresa hält ihr
einziger deutschsprachiger
Reisebegleiter, Dr. Leo Maasburg. Er
schildert darin aus erster Hand,
wie er die Selige kennengelernt und auf
welche Weise sie sein Leben
beeinflusst habe. Maasburg berichtet
zum Beispiel, Mutter Teresa sei
stets "streng zu sich selber, aber
gütig zu anderen" gewesen. Das habe
ihm imponiert und ihn tief geprägt.
Am anschließenden Podiumsgespräch
beteiligen sich außerdem der
Verlagsleiter des Pattloch-Verlages,
Bernhard Meuser, und die
Vorstandsvorsitzende von "Kirche
in Not", Antonia Willemsen. Meuser hat
die Biografie Mutter Teresas
herausgegeben und betont, besonders die
kurze, prägnante Art, mit der sich die
Selige ausgedrückt habe, habe ihn
sprachlich schon immer fasziniert.
Antonia Willemsen war Mutter Teresa
mehrmals persönlich begegnet. Sie habe
aus diesen Begegnungen vor allem
gelernt, dass für gute Werke nicht
Geld, sondern allein Gottvertrauen
nötig sei. Diesem Motto folge
"Kirche in Not" seit seiner Gründung.
Vortrag und Podiumsdiskussion zum 100.
Geburtstag von Mutter Teresa
können wahlweise auf Audio-CD oder DVD
unentgeltlich bei "Kirche in Not"
bestellt werden. Im Internet unter:
www.kirche-in-not.de/shop oder bei:
KIRCHE IN NOT, Lorenzonistr. 62, 81545
München, kontakt@kirche-in-not.de KiN
Christopher Hitchens ist der
prominenteste Gottverneiner der anglofonen Welt. Nun ist er schwer erkrankt und
auf allen Kanälen dreht es sich um die Frage, ob man für ihn beten sollte.
Wie reagiert ein todkranker Atheist,
wenn für ihn gebetet wird? „Falls ihr euch dann besser fühlt, habt ihr meinen
Segen“, erklärte Christopher Hitchens in einem Interview mit CNN. Hitchens ist
spätestens seit der Veröffentlichung seines Bestellers „Der Herr ist kein Hirte
– Wie Religion die Welt vergiftet“ (God Is Not Great: How Religion Poisons
Everything) der prominenteste Gottverneiner der anglofonen Welt. Vor kurzem
wurde bei ihm Speiseröhrenkrebs in fortgeschrittenem Stadium festgestellt. Das
teilte der 61-Jährige in einem knappen Eintrag auf seinem Blog für das Magazin
„Vanity Fair“ mit. Er musste die Lesetournee für seine eben erschienenen
Memoiren „Hitch 22“ abbrechen, um sich einer Chemotherapie zu unterziehen.
Seither tobt auf allen Kanälen eine bizarre Debatte: Sollen wir für Christopher
Hitchens beten? Besonders auf Internetforen wird heftig gestritten, von
beliefnet.org bis zur Website der ebenso seriösen wie säkularen Zeitschrift
„The Atlantic Monthly“, zu deren Mitarbeitern der Schriftsteller zählt.
Selbst diejenigen, die sich zum Beten
durchgerungen haben, sind sich nicht darüber einig, worum sie den Allmächtigen
konkret bitten sollen. Schlicht um Hitchens’ Heilung? Darum, dass der militante
„Antitheist“, wie er sich nennt, im Angesicht des Todes vielleicht doch noch zu
göttlicher Vernunft gebracht wird? Auf faithfulnews.com heißt es: „Ihre
Bekehrung könnte für das moderne Christentum dieselbe Bedeutung haben wie jene
von Paulus fürs frühe Christentum.“
Was ein etwaiges „Gott sei mir gnädig“
auf dem Sterbebett angeht, winkt Hitchens allerdings ab. Seinem
„Atlantic“-Kollegen Jeffrey Goldberg erklärte er in einem Video-Interview: „Das
Wesen, das eine solche Bemerkung macht, wäre eine fantasierende, von Grauen
erfüllte Person, deren Krebs das Gehirn angegriffen hat (…), aber niemand, der
als ich selber erkennbar ist.“
Nur: Wer wäre dieses Ich? Immerhin hat
sich der gebürtige Brite im Lauf seiner 40-jährigen Karriere als Journalist und
Krisengebietsreporter vom Trotzkisten zum Neokonservativen gewandelt. Er
befürwortete lautstark George W. Bushs Irak-Invasion, und in Washingtons
politisch-publizistischen Kreisen, in denen sich Hitchens wie ein Star bewegt,
sind seine Polemiken gefürchtet – nicht nur von Demokraten, sondern auch von
Republikanern.
Die Frage „Warum ich?“, die ihn selber
nach seiner Diagnose umtrieb, hat sich Hitchens bereits wieder aus dem Kopf geschlagen.
Als überzeugter Erdling brauche er sich nur die Gegenfrage zu stellen: Warum
nicht? In der September-Ausgabe von „Vanity Fair“schildert Hitchens seine
„Deportation, die mich aus dem Land der Gesunden über die krasse Grenze ins
Land der Krankheit geführt hat“. Er gibt sich weder resigniert noch weinerlich,
vielmehr gewohnt sarkastisch: „Was für eine Art von ,Rennen’ das Leben auch
sein mag, ich bin sehr plötzlich zu einem Finalisten geworden.“
Wie auch immer: Eine Gruppe der
Debattanten hat auf Facebook für den 20. September zum „Everyone Pray for
Hitchens Day“ aufgerufen. Tsp 21